SANTO NATALE: SECONDA MESSA DELL’AURORA

SANTO NATALE

SECONDA MESSA ALL’AURORA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Anastasia.

La Messa Dell’Aurora si celebrava a Roma nell’antichissima chiesa di S. Anastasia. La sua posizione ai piedi del Palatino, dov’era la residenza dei Cesari, ne faceva la Chiesa degli alti funzionari della Corte. Il nome di S. Anastasia è inserito al Canone della Messa. Santa Anastasia, di cui oggi si fa memoria, è la celebre martire di Sirmio. – La liturgia della Messa ci fa salutare « con gioia il santo Re che viene » (Com.) « il Signore che è nato per noi » (Intr.), « il Bambino adagiato nella mangiatoia » (Vang.). Ci dice che « colui che è nato uomo in questo giorno, si è rivelato anche ai nostri occhi come Dio » (Secr.). Perchè Egli è « il Verbo fatto carne (Or.) si chiama Dio (Intr.) ed « esiste sino dall’eternità » (Off.). E, se Egli viene, è per salvarci (Ep. Com.) e « per farci eredi della vita eterna » (Ep.) della quale noi godremo nel cielo, quando questo Principe della pace, tornerà alla fine del mondo rivestito di forza» (V. dell’Intr., Alleluia) e in tutto lo splendore della sua Maestà. Allora « il Re dei cieli, che s’è degnato nascere per noi da una Vergine per richiamare al Regno celeste l’uomo che ne era decaduto» (1° resp.)» regnerà per sempre «(Intr.)sugli uomini di buona volontà (Gloria) che lo avranno accolto con fede e amore al tempo della sua prima venuta. Le feste di Natale hanno dunque lo scopo di prepararci al 2° Avvento « giustificandoci per la grazia di Gesù Cristo » (Ep.) « distruggendo in noi il vecchio uomo » (Postcom.) « conferendoci ciò che è divino » (Secr.) e aiutandoci « a fare risplendere nelle nostre opere ciò che per la fede brilla nelle nostre anime » (Or.). – Con i pastori, ai quali il Signore manifesta l’Incarnazione del Suo Figlio, « affrettiamoci di andare» (Vang.) ad adorare all’Altare, che è il vero presepe, il Verbo, nato nell’eternità dal Suo Padre celeste, nato da Maria sopra la terra, e che deve nascere sempre più colla grazia nelle nostre anime, in attesa che ci faccia nascere alla vita gloriosa nel cielo.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Is IX: 2 et 6.
Lux fulgébit hódie super nos: quia natus est nobis Dóminus: et vocábitur Admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sǽculi: cujus regni non erit finis. [La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine.

Ps XCII: 1
Dominus regnávit, decorem indutus est: indutus est Dominus fortitudinem, et præcínxit se.
[Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza.]

Lux fulgébit hódie super nos: quia natus est nobis Dóminus: et vocábitur Admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sǽculi: cujus regni non erit finis. [La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine.

Oratio

Orémus.
Da nobis, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui nova incarnáti Verbi tui luce perfúndimur; hoc in nostro respléndeat ópere, quod per fidem fulget in mente.
[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente: che, essendo inondati dalla nuova luce del Tuo Verbo incarnato, risplenda nelle nostre opere ciò che per virtù della fede brilla nella nostra mente.]

Orémus.
Pro S. Anastasiæ Mart:

Da, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui beátæ Anastásiæ Mártyris tuæ sollémnia cólimus; ejus apud te patrocínia sentiámus.[ Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente: che, celebrando la solennità della Tua Martire Anastasia, possiamo godere presso di Te il beneficio del suo patrocinio.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Titum.
Tit III: 4-7
Caríssime: Appáruit benígnitas et humánitas Salvatóris nostri Dei: non ex opéribus justítiæ, quæ fécimus nos, sed secúndum suam misericórdiam salvos nos fecit per lavácrum regeneratiónis et renovatiónis Spíritus Sancti, quem effúdit in nos abúnde per Jesum Christum, Salvatorem nostrum: ut, justificáti grátia ipsíus, herédes simus secúndum spem vitæ ætérnæ: in Christo Jesu, Dómino nostro.
[Carissimo: Apparsa la bontà e l’umanità del Salvatore, nostro Dio: Egli ci salvò non già in ragione delle opere di giustizia fatte da noi, ma per la Sua misericordia: col lavacro di rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, diffuso largamente su di noi per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore: affinché, giustificati per la Sua grazia, divenissimo eredi, in speranza, della vita eterna: in Cristo Gesù, Signore nostro.]

Graduale

Ps CXVII: 26; 27; 23
Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: Deus Dóminus, et illúxit nobis.

[Benedetto Colui che viene nel nome del Signore: Il Signore è Dio e ci ha illuminati.]

V. A Dómino factum est istud: et est mirábile in óculis nostris. Allelúja, allelúja

V. Questa è opera del signore: ed è mirabile ai nostri occhi. Allelúia, allelúia

Ps XCII: 1
V. Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.

[V. Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc. II: 15-20
In illo témpore: Pastóres loquebántur ad ínvicem: Transeámus usque Béthlehem, et videámus hoc verbum, quod factum est, quod Dóminus osténdit nobis. Et venérunt festinántes: et invenérunt Maríam et Joseph. et Infántem pósitum in præsépio. Vidéntes autem cognovérunt de verbo, quod dictum erat illis de Púero hoc. Et omnes, qui audiérunt, miráti sunt: et de his, quæ dicta erant a pastóribus ad ipsos. María autem conservábat ómnia verba hæc, cónferens in corde suo. Et revérsi sunt pastóres, glorificántes et laudántes Deum in ómnibus, quæ audíerant et víderant, sicut dictum est ad illos.

[In quel tempo: I pastori presero a dire tra loro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello che è accaduto, come il Signore ci ha reso noto. E andati con prontezza, trovarono Maria, e Giuseppe, e il bambino giacente nella mangiatoia. Dopo aver visto, raccontarono quanto era stato detto loro di quel bambino. Coloro che li udirono rimasero meravigliati di ciò che i pastori avevano detto. Intanto Maria riteneva tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e veduto, come era stato loro detto.]

OMELIA

[DA: MEDITAZIONI DI NATALE (A. Carmignola –Sacerd. Sales. -: MEDITAZIONI; VOL. I, S. E. I. Torino, 1942)

Mediteremo sopra i sentimenti di Maria e di Giuseppe nella nascita di Gesù Bambino. C’immagineremo di entrare nella capanna di Betlemme e di vedervi Maria e Giuseppe inginocchiati presso il santo presepio, in atto di profonda adorazione. Ci prostreremo in ispirito anche noi, unendo le adorazioni nostre alle loro e pregando il Santo Bambino di volerci rendere partecipi dei sentimenti, che vi ebbero la sua santissima Madre e il suo padre nutrizio.

Sentimenti di pena di Maria e di Giuseppe.

Quali sentimenti di pena ebbero nel loro cuore Maria e Giuseppe allora che, respinti da Betlemme, furono costretti a entrare nella povera capanna! S. Giuseppe, dalla Divina Provvidenza destinato a essere l’angelo tutelare visibile di Maria, ebbe asoffrire il più grande affanno, non per sé certamente, ma per lei. Per Maria quel luogo gli si mostrava troppo orrido, troppo aspro e inospitale, e pensando poi chi Ella fosse, doveva sentirsi nel petto scoppiare il cuore dall’ambascia. Maria Vergine dal canto suo quanto pure doveva soffrire al pensiero che il suo divin Figlio, Creatore e Signore del cielo e della terra, doveva nascere in quel meschino tugurio! Con tutto ciò i santi sposi chinarono la fronte ai disegni di Dio, e riconoscendo che così piaceva al Signore, conformarono pienamente la loro volontà alla sua. Ecco la virtù, che noi pure dovremmo esercitare continuamente. Purtroppo noi vorremmo sempre le cose a modo nostro; Dio invece le vuole a modo suo. Noi vorremmo sempre sanità, e invece Iddio talora ci vuole infermi; noi vorremmo sempre essere ben voluti, onorati e rispettati, e Iddio permette che siamo non curati, scherniti e perseguitati; noi vorremmo che non ci mancasse mai nulla, e invece Iddio dispone che ora ci troviamo senza una cosa, ora senza un’altra. Ma tutto ciò che Dio vuole è senza dubbio per la sua gloria e per il bene nostro. Come dunque non conformarci sempre alla sua santa volontà?

Sentimenti di gioia di Maria e di Giuseppe.

Ai sentimenti di pena sottentrarono ben preso in Maria e Giuseppe i sentimenti della più ineffabile gioia, appena nacque il sacrosanto Bambino. Maria per la prima vide a sé dinanzi il vezzosissimo suo Figlio, che la guardava, le sorrideva e le tendeva le candide manine. Per impeto d’ineffabile amore lo adorò dicendo: O Gesù Bambino, nato da Dio prima del tempo, nato da me or ora, tu sei il mio Figlio e il mio Dio, ed io sono la tua Madre, la Madre di Dio. O Gesù, Salvatore del mondo, Re del cielo e della terra, tu sei il mio tesoro, il mio amore, la gioia del mio cuore! San Giuseppe da parte sua, sebbene come semplice custode di Gesù non potesse esprimergli i medesimi sentimenti, tuttavia anch’egli invaso dalla gioia più viva e più santa non lasciava di sfogare il suo cuore nei più teneri accenti. E noi quali sentimenti proviamo ricevendo Gesù nel nostro cuore per la S. Comunione, o venendo a visitarlo nel SS. Sacramento? Non dobbiamo confessare che purtroppo le nostre comunioni e le nostre visite sono fredde, senza gusto spirituale e senza gioia alcuna del cuore?

Sentimenti di fede di Maria e di Giuseppe.

I sentimenti di gioia, che riempirono Maria e Giuseppe per la nascita di Gesù, erano la conseguenza dei sentimenti vivissimi della loro fede. Gesù Bambino, pur essendo vero Dio, sotto il velo della carne nascondeva al tutto la sua divinità, e nella carne istessa non appariva nulla più di quello che sono gli altri bambini appena nati. Di modo che era debole, sofferente, bisognoso di venir ricoperto, allattato, sostentato; come gli altri bambini piangeva, dormiva, non mostrava intelligenza di sorta; insomma sebbene a differenza di tutti gli altri bambini non avesse in sé il peccato e le impure sue conseguenze, era tuttavia – come dice S. Paolo – nella somiglianza della carne di peccato, umiliato e passibile: in similitudinem carnis peccati(Rom.. VIII, 3). Ora a riconoscere che questo Bambino era vero Dio. si richiedeva una vivissima fede. E tale fu propriamente la fede di Maria e di Giuseppe. Entrambi riconobbero in Lui il vero Figlio di Dio, incarnatosi e fattosi uomo per la salute del mondo, e come tale Maria lo adorò: Ipsum quem genuit, adoravit. E alle adorazioni di Maria si unirono ben tosto quelle di S. Giuseppe. Oh se anche noi avessimo nel cuore una fede somigliante a quella di Maria e di Giuseppe! La fede sarà tanto più viva in noi, quanto più sull’esempio di Maria e di Giuseppe saremo puri ed umili di cuore. – Mediteremo poi sopra gli atti interiori del Bambino Gesù appena nato. C’immagineremo di vedere questo Santo Bambino, che nel presepio si considera come sull’altare, di dove, sacerdote e vittima ad un tempo, si offre al suo Eterno Padre in espiazione dei nostri peccati. E prostrati in spirito dinanzi alla sua culla lo adoreremo e ringrazieremo di quanto comincia a operare in nostro vantaggio e gli prometteremo di non mandare a vuoto ciò che Egli ha tosto fatto per noi appena nato.

Gesù Bambino si offre al suo Divin Padre.

Secondo la testimonianza di S. Paolo, Gesù Cristo, entrando nel mondo, disse a Dio suo Padre: Tu non hai gradito i sacrifici di quelle vittime, che furono precedentemente offerte; e perciò a me hai formato un corpo, con cui io fossi atto a venir immolato in luogo di tutte le vittime precedenti per la tua gloria e per la salute del mondo, e questo corpo io te l’offro in espiazione dei peccati degli uomini fin da questo momento, compiendo perfettamente la tua santa volontà (Hebr., X , 5-7). Così adunque Gesù appena nato si offre vittima al suo Divin Padre per ripararlo delle nostre ingratitudini, colpe, tiepidezze, debolezze e miserie, e per espiarle comincia tosto a offrirgli quei patimenti che soffre nel suo tenero corpicciuolo. O vittima adorabile, come non esaltare e ringraziare la vostra bontà infinita? – Con quanta prontezza, con quanto zelo voi v’immolate per la mia salute! Ma se Gesù si offre tosto, appena nato, in sacrifizio al suo Divin Padre, c’insegna altresì che noi, dovendo imitarlo come nostro modello, dobbiamo menare volentieri una vita di sacrifizio per espiare i tanti peccati da noi commessi e cooperare in tal guisa alla nostra salvezza. Miseri noi se non siamo fermamente risoluti di immolare a Dio la nostra volontà, il nostro carattere, il nostro io, l’amore dei nostri comodi e delle nostre soddisfazioni! Molto facilmente lasceremo la via del bene per metterci su quella del disordine e della rovina.

Gesù Bambino prega il suo Divin Padre.

Gesù Bambino appena nato, oltre all’offrirsi al suo Divin Padre come vittima di espiazione per i nostri peccati, gli rivolse pure le più efficaci preghiere a nostro vantaggio, per implorarci la sua misericordia e impetrarci tutte le grazie, di cui abbiamo bisogno. Sì, Gesù ha cominciato le sue preghiere fin dal presepio, preghiere non espresse con parole, ma con lagrime, come furono poi altresì quelle offerte al suo Padre celeste dall’alto della croce. Nei giorni della sua carne, dice S. Paolo, offerse preghiere e suppliche con forti grida e con lagrime: in diebus carnis suæ preces supplicationesque… cum clamore valido et lacrimis offerens(Hebr., V, 7). E quanto furono ferventi talipreghiere! Costituito nostro Pontefice, resosi simile in tutto anoi, fuorché nel peccato, conoscendo in se stesso le infermitàe miserie nostre, ne sente la più tenera compassione, e volendo tosto alleviarle implora col massimo fervore su di noi la misericordiae la grazia di Dio. Oh bontà grande del mio Gesù!Voi appena nato rivolgete subito il pensiero a me, alla miameschinità e impotenza, e per me indirizzate al vostro DivinPadre i sentimenti del vostro cuore e le lagrime de’ vostri occhi, supplicandolo che si muova a pietà di me, che mi perdoni i miei peccati e mi conceda i suoi celesti favori! Voi senzaavere alcun bisogno di pregare, tuttavia appena nato, non curando i vostri patimenti, pregate per l’anima mia, e io contanto bisogno che ne ho, anche in mezzo ai patimenti, penso così poco a pregare! Concedetemi, o caro Gesù, che compren dal’importanza e la dolcezza della preghiera, e preghi anch’io e preghi con fervore.

Gesù Bambino glorifica il suo Divin Padre.

Gesù Bambino appena nato rinnovò l’atto di glorificazione, che al suo Divin Padre aveva fatto sin dal primo istante della sua Incarnazione. Giacché, siccome nessun’altra opera, neanche la creazione del cielo e della terra, fu di tanta gloria a Dio, quanto l’Incarnazione del Verbo eterno, così ora che l’Incarnazione di Lui si era manifestata al mondo con la sua nascita, Gesù dice con slancio: la mia gloria è un niente: gloria mea nihil est(S. Jo., VIII, 54), non mi preoccupo che della gloria di mio Padre: honorifico Patrem meum(S. Jo., VIII, 49). Così Egli rese tosto a Lui onore e gloria infinita per tutto ciò che aveva stabilito si avesse a fare per la salvezza degli uomini. Che zelo Ammirabile! Che purità di amore! Avviciniamoci a questo fuoco sacro, che arde in petto al Bambino Gesù per purificare le nostre azioni, guaste così spesso da mire ambiziose, che ci tolgono il merito delle nostre opere, e per accenderci anche noi di zelo per i grandi interessi della gloria di Dio. Non siamo noi tanto saldi per gli interessi della gloria nostra! Per acquistare, o per non perdere questa gloria, che cosa non diciamo, che cosa non facciamo, che cosa non soffriamo? E per la gloria di Dio invece siamo tanto freddi, tanto trascurati? Impariamo, sì, impariamo da Gesù Bambino a non dire, a non fare, a non desiderare nulla per l’amor proprio, per la lode e riputazione nostra, ma tutto per l’onore e la gloria di Dio. – Mediteremo ancora sopra gli omaggi resi dagli Angeli al Bambino Gesù. C’immagineremo di vederli raccolti intorno al presepio per adorare il Divin Salvatore, lodarlo e benedirlo. Ci uniremo a loro, pregando questi beati spiriti che vogliano congiungere le loro e le nostre adorazioni e benedizioni in una sola oblazione, che riesca così meno indegna del Divino Infante.

Gli angeli adorano il Bambino Gesù.

Essendo il Divin Salvatore nato pressoché incognito agli uomini, ancorché fosse stato predetto da tanti profeti e aspettato da tutto il mondo, tuttavia ben lo conobbero gli Angeli. Obbidienti all’ordine del Padre celeste di adorarlo, secondo che si apprende S. Paolo: cum introducit Primogenitum in orbem terræ dicit: Et adorent eum omnes angeli Dei(Hebr., I , 6), discesero tosto dal paradiso per prosternarsi in adorazione intorno al loro sovrano sotto la forma di tenero bambino. E chi può dire la loro ammirazione, il loro slancio d’amore e di ossequio davanti alle umiliazioni dell’eterno Figlio di Dio? Quanto più lo veggono impicciolito, tanto più riconoscono la sua infinita grandezza e tanto più si fanno con riverenza ad adorarlo. Confrontando le loro perfezioni con quelle di Lui, si riconoscono un nulla al suo cospetto e sentono ad ogni modo che quanto vi ha di bello e grande in loro, da Lui l’hanno ricevuto. E col sentimento della più viva gratitudine lo ringraziano e lo esaltano, e confessano che a Lui solo si devono onore e gloria, lode e benedizione per tutti i secoli dei secoli. Oh il bell’esempio, che ci danno in tal modo, del come dobbiamo diportarci con Gesù, che si trova pure realmente presente tra di noi nei santi tabernacoli! Quando entriamo nelle dimore del Dio Sacramentato, portiamovi gli stessi sentimenti e affetti, che ebbero gli Angeli nella grotta di Betlemme.

Gli angeli annunziano la nascita di Gesù.

Gli Angeli, non paghi di adorare essi il Santo Bambino, ardono della brama di guadagnargli altri adoratori. Uno, che piamente si crede essere stato l’Arcangelo Gabriele, a nome di tutti gli altri, prendendo vaghissima forma umana, apparve, in una fulgidissima luce, ad alcuni pastori che stavano vigilando alla custodia del gregge nei dintorni di Betlemme. E poiché per quella luce i pastori furono presi da gran timore, l’Angelo li rassicurò tosto dicendo: Non temete, perché io vengo ad annunziarvi una grande allegrezza, non solo per voi, ma anche per tutto il popolo: oggi è nato in Betlemme, città di David, il Salvatore, che è Cristo, il Messia aspettato da tutti i secoli; ed ecco il segnale a cui lo riconoscerete: troverete un bambino involto in pannicelli, messo dentro un presepio. Quando si ama Iddio, si ha zelo di farlo conoscere e amare anche dagli altri, e quanto più vivo è l’amore a Dio, tanto più ardente è lo zelo per acquistargli altri cuori amanti. Le persone religiose, che si sono consacrate a Dio per tendere meglio alla loro perfezione, si sono pure consacrate a Lui per zelare la sua gloria e la salute delle anime in quelle opere apostoliche, le quali mirano a farlo meglio conoscere, amare e servire. Questo ufficio compiamo noi davvero nel debito modo e con rettitudine di l’intenzione?

Gli angeli cantano gloria a Dio e pace agli nomini.

All’Angelo che era apparso ai pastori, si unì la moltitudine degli altri spiriti celesti lodando Dio e dicendo: Gloria a Dio negli altissimi cieli, e pace in terra agli uomini di buona volontà. Gloria a Dio negli altissimi cieli, perché la nascita del Bambino ci ha operato questo primo effetto di procurare a Dio, che abita nel più alto de’ cieli, una gloria infinita, essendoché l’abbassamento a cui si è assoggettato Gesù nella sua Incarnazione e nascita, è per Iddio un omaggio di valore infinito. Pace allora agli uomini di buona volontà, perché la nascita di Gesù ha operato questo secondo effetto di apportare la vera pace a tutti quegli uomini, che, essendo animati da buona volontà, amano praticamente la legge divina, operando il bene e fuggendo il peccato. Anche noi siamo venuti al mondo e vi dobbiamo vivere per dar gloria a Dio. Se persino il sole, la luna, le stelle, le piante, gli animali e tutte le altre creature irragionevoli esistono per dar gloria a Dio, quanto più noi dotati di ragione e d’intelligenza! Il che dobbiamo fare in due modi: praticando opere buone ogni volta che ce ne viene l’opportunità; facendo tutte le nostre azioni, anche indifferenti, per l’onore di Dio. Solo così acquisteremo tesori di meriti per l’eternità; solo così gusteremo intanto su questa terra un preludio di quella felicità, che si gode in cielo nel possesso della pace del Signore, pace che Dio dà realmente a godere a quelli che lo amano e lo servono, anche in mezzo alle tribolazioni del mondo. – Mediteremo infine sopra la santa condotta tenuta dai pastori chiamati dall’Angelo alla grotta di Betlemme. C’immagineremo di vederli davanti alla culla del Bambino Gesù, in atto di vagheggiarlo con gioia ineffabile e di adorarlo col più profondo rispetto. Prostrandoci in ispirito accanto a loro, adoreremo anche noi il Divin Salvatore e lo ringrazieremo d’averci concessa una fortuna anche maggiore di quella concessa ai pastori, potendolo noi ricevere dentro i nostri cuori per mezzo della Santa Comunione.

I pastori si recano prontamente alla capanna.

Con quale prontezza i buoni pastori si recarono alla grotta di Betlemme! Il Vangelo ci dice che appena gli Angeli si furono ritirati da loro verso il cielo, i pastori presero a dirsi l’uno all’altro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello che è ivi accaduto, come il Signore ci ha manifestato. E andarono con prestezza: et venerunt festinantes(S. Luc. , II, 15). Lasciarono dunque i loro armenti e partirono senza indugio, ancorché fosse nel cuor della notte. Le buone ispirazioni sono messaggi celesti che c’invitano a lasciare il male e a operare il bene. Quante volte non ne facciamo caso o lasciamo che si spengano nel nostro cuore, perché differiamo a metterle in pratica! Se in questi santi giorni si faranno sentire più forti le ispirazioni della grazia, che ci chiamino a far sacrifizio di noi stessi, del nostro amor proprio, delle nostre comodità, per dedicarci interamente all’amore del Bambino Gesù, arrendiamoci ad esse con tutta prestezza. I pastori assecondano senza più l’invito dell’Angelo, perché sono uomini umili e semplici e credono tosto a quanto è stato loro detto. Così anche noi ci arrenderemo facilmente alle divine inspirazioni, se avremo umiltà e semplicità, scacciando dall’animo nostro quei sentimenti di orgoglio, che soli sono la causa, per cui non seguiamo l’invito dei celesti messaggi..

I pastori adorano Gesù nella capanna.

I pastori arrivati alla grotta vi trovarono Maria e Giuseppe e il Bambino giacente nella mangiatoia. Con che divozione e fede l’adorarono! Oh come, piegati i ginocchi e giunte le mani, saranno stati estatici a rimirarlo! Ed ecco a quali persone il Signore manifestò se medesimo prima che ad altre. Oh come il Signore intende le cose a rovescio del mondo, il quale si mostra sempre incantato dallo splendore delle ricchezze, della gloria e dell’umana sapienza, dando le sue preferenze a coloro che di tutto ciò sono ammantati! E la condotta che Gesù tiene dalla nascita è quella che seguirà mai sempre; perciocché – dice San Paolo – il Signore elegge le cose stolte del mondo per confondere le sapienti, le cose deboli per confondere le forti, le cose ignobili, le spregevoli e quelle che sono reputate un nulla per distruggere quelle che sono stimate assai, affinché non vi sia alcun uomo che abbia ardire di darsi vanto dinanzi a Lui (I Cor., I, 27-29). Di qui dobbiamo imparare che non la nostra abilità, sapienza, valentia induce il Signore a farci favori speciali e a chiamarci all’onore di compiere le sue grandi imprese, ma l’umiltà, la semplicità, la rettitudine. Non lasciamo, no, di mettere il nostro impegno ad acquistare scienza, idoneità e pratica per compiere bene certi uffici, essendo pur questo il nostro dovere; ma più di tutto adoperiamoci ad avere in noi quelle virtù, per le quali solanto possiamo piacere a Dio, ed essere da Lui prescelti e aiutati a far del bene.

I pastori ritornano giubilanti dalla capanna.

I pastori, poiché ebbero resi i loro omaggi al Bambino Gesù, se ne ritornarono alle loro abitazioni pieni di santo giubilo, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e veduto, conforme era stato ad essi predetto, di guisa che tutti quelli, che li sentivano a parlare, restarono meravigliati delle cose da essi riferite (S. Luc., II, 18, 20). Ecco quello che dovremmo fare anche noi quando il Signore per grazia sua ci fa sentire le dolcezze della vita cristiana e delle pratiche devote. Con il nostro contegno, più ancora che con le parole, dovremmo glorificare e lodare Iddio al cospetto degli uomini, dimostrando loro coi fatti che la vita veramente cristiana, anziché riuscire di peso, arreca consolazioni e gioie ineffabili; che sono veramente beati coloro che abitano per la grazia, per l’orazione, e per la frequenza dei Sacramenti, nella casa del Signore; che vale infinitamente più un’ora passata davanti al tabernacolo, che non mille giorni trascorsi nelle case dei peccatori: così il nostro prossimo sarebbe indotto dal nostro esempio a fare anch’esso la prova.

I sermoni del Curato d’Ars: https://www.exsurgatdeus.org/2019/12/24/i-sermoni-del-curato-dars-per-il-giorno-di-natale/

CREDO

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XCII: 1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sǽculo tu es.
[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il Tuo trono, o Dio, è stabile, fin dal principio, fin dall’eternità Tu sei.]

Secreta

Múnera nostra, quǽsumus, Dómine, Nativitátis hodiérnæ mystériis apta provéniant, et pacem nobis semper infúndant: ut, sicut homo génitus idem refúlsit et Deus, sic nobis hæc terréna substántia cónferat, quod divínum est.

Pro S. Anastasia.

Acipe, quǽsumus, Dómine, múnera dignánter obláta: et, beátæ Anastásiæ Mártyris tuæ suffragántibus méritis, ad nostræ salútis auxílium proveníre concéde.

[Le nostre offerte, o Signore, riescano atte ai misteri dell’odierna Natività e ci infondano pace duratura: affinché, come il Tuo Figlio nascendo uomo rifulse quale Dio, così queste offerte terrene conferiscano a noi ciò che è divino.]
Pro S. Anastasia.
[O Signore, Te ne preghiamo, accogli favorevolmente i doni offerti: e concedi che, per i meriti della beata Anastasia, Martire Tua, giovino a soccorso della nostra salvezza.]

COMUNIONE SPIRITUALE https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Zach IX:9
Exsúlta, fília Sion, lauda, fília Jerúsalem: ecce, Rex tuus venit sanctus et Salvátor mundi

[Esulta, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme: ecco che viene il tuo Re santo, il Salvatore del mondo.]

Postcommunio

Orémus.
Hujus nos, Dómine, sacraménti semper nóvitas natális instáuret: cujus Natívitas singuláris humánam réppulit vetustátem.

Orémus.
Pro S. Anastasia.
Satiásti, Dómine, famíliam tuam munéribus sacris: ejus, quǽsumus, semper interventióne nos réfove, cujus sollémnia celebrámus.

(Hai saziato, o Signore, la tua famiglia con i sacri doni: confortaci sempre, Te ne preghiamo, mediante l’intercessione della Santa di cui celebriamo la festa. )

PREGHIERE LEONINE https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

ORDINARIO DELLA MESSA

PRIMA MESSA DI NATALE – DURANTE LA NOTTE

SANTO NATALE

Doppio di I Cl. con ottava privileg. di III ord. – Paramenti bianchi.

PRIMA MESSA • DURANTE L A NOTTE.

Stazione a S. Maria Maggiore all’altare del Presepe.

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Il Verbo, generato nell’eternità del Padre, (Com. Grad.) ha elevato fino all’unione personale con sé il frutto benedetto del seno verginale di Maria, ciò che significa che la natura umana e la natura divina sono legate in Gesù nell’unità di una sola Persona, che è la seconda Persona della SS. Trinità. E, come quando si parla di figliolanza, è la persona che si designa, si deve dire che Gesù è il Figlio di Dio perché la sua persona è divina; è il Verbo incarnato. Perciò Maria è la Madre di Dio; non perché essa abbia generato il Verbo, ma perché ha generato l’umanità che il Verbo si è unito nel mistero dell’Incarnazione; mistero di cui la nascita di Gesù a Betlemme fu la prima manifestazione al mondo. Si comprende allora perché la Chiesa canti ogni anno a Natale: « Puer natus est nobis et Filius datus est nobis»; un fanciullo è nato per noi, un figlio ci viene dato, (Intr., Allei.). Questo Figlio è il Verbo incarnato, generato come Dio dal Padre nel giorno dell’eternità: Ego hodie genui te, e che Dio genera come uomo nel giorno dell’Incarnazione: Ego hodie genui te; perché con l’assunzione della sua umanità in Dio « assumptione humanitatis in Deum » (Simbolo di S. Atanasio), il Figlio di Maria è nato alla vita divina, ed ha Dio stesso per Padre, perché Egli è unito ipostaticamente a Dio Figlio. – «Con grande amore, dice S. Leone, il Verbo incarnato ha ingaggiato la lotta contro satana per salvarci, perché l’onnipotente Signore ha combattuto con il crudelissimo nemico non nella maestà di Dio, ma nella debolezza della nostra carne » (5a Lez.). E la vittoria che ha riportato, malgrado la sua debolezza, mostra che Egli è Dio. – Fu nel mezzo della notte, che Maria mise al mondo il Figlio primogenito e lo depose in una mangiatoia. Cosi la Messa si celebra a mezzanotte nella Basilica di S. Maria Maggiore, dove si conservano le reliquie della mangiatoia. – Questa nascita in piena notte è simbolica. È il « Dio da Dio, luce da luce » (Credo) che disperde le tenebre del peccato. « Gesù è la vera luce che viene a illuminare il mondo immerso nelle tenebre » (Or.). «Col Mistero dell’Incarnazione del Verbo, dice il Prefazio, un nuovo raggio di splendore del Padre ha brillato agli occhi della nostra anima, perché, mentre conosciamo Iddio sotto una forma visibile, possiamo esser tratti da Lui all’amore delle cose invisibili ». « La bontà del nostro Dio Salvatore si è dunque manifestata a tutti gli uomini per insegnarci a rinunciate alle cupidigie umane, per redimerci da ogni bassezza e per fare di noi un popolo gradito, e fervente di buone opere» (Ep.). «Si è fatto simile a noi perché noi diventiamo simili a Lui (Secr.) e perché dietro il suo esempio possiamo condurre una vita santa » (Postcom.). « È cosi che vivremo in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà, attendendo la lieta speranza e l’avvento della gloria del nostro grande Iddio Salvatore e nostro Gesù Cristo » (Ep.). Come durante l’Avvento, la prima venuta di Gesù ci prepara dunque alla seconda.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps II:7.
Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. (Il Signore disse a me: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato).
Ps II: 1
Quare fremuérunt gentes: et pópuli meditáti sunt inánia?
[Perché si agitano le genti: e i popoli ordiscono vani disegni?]

Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. [Il Signore disse a me: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato].

Oratio

Orémus.
Deus, qui hanc sacratíssimam noctem veri lúminis fecísti illustratióne claréscere: da, quǽsumus; ut, cujus lucis mystéria in terra cognóvimus, ejus quoque gáudiis in coælo perfruámur:

[O Dio, che questa notta sacratissima hai rischiarato coi fulgori della vera Luce, concedici, Te ne preghiamo, che di Colui del quale abbiamo conosciuto in terra i misteriosi splendori, partecipiamo pure i gaudii in cielo:]

Lectio

Léctio Epístolæ beati Pauli Apóstoli ad Titum
Tit II: 11-15
Caríssime: Appáruit grátia Dei Salvatóris nostri ómnibus homínibus, erúdiens nos, ut, abnegántes impietátem et sæculária desidéria, sóbrie et juste et pie vivámus in hoc sǽculo, exspectántes beátam spem et advéntum glóriæ magni Dei et Salvatóris nostri Jesu Christi: qui dedit semetípsum pro nobis: ut nos redímeret ab omni iniquitáte, et mundáret sibi pópulum acceptábilem, sectatórem bonórum óperum. Hæc lóquere et exhortáre: in Christo Jesu, Dómino nostro.

[Carissimo: La grazia salvatrice di Dio si è manifestata per tutti gli uomini e ci ha insegnato a rinnegare l’empietà e le mondane cupidigie, e a vivere in questo mondo con temperanza, giustizia e pietà, aspettando la lieta speranza e la manifestazione gloriosa del nostro grande Iddio e Salvatore nostro Gesù Cristo. Egli ha dato sé stesso per noi, a fine di riscattarci da ogni iniquità, e purificare per sé un popolo suo proprio, zelante per buone opere. Insegna queste cose e raccomandale: in nome del Cristo Gesù, Signore nostro.]

Aspirazione. Siate benedetto, o mio divin Salvatore, che vi siete degnato di scendere dal cielo e rivestirvi di nostra carne mortale, per venire ad insegnarmi il cammino giustizia! Riconoscente a sì grande amore e per  profittare di un sì gran benefizio, rinunzio ad ogni empietà e ad ogni inimicizia, ai piaceri della carne ed a tutte le azioni, parole, pensieri che potessero dispiacervi, e prometto fermamente di vivere con temperanza, giustizia e pietà. Deh! la vostra grazia, o mio Dio, mi renda fedele ai disegni che essa m’ispira! (L. Goffinè: Manuale per la santif. della Domenica, etc …)

Graduale

Ps CIX: 3; 1
Tecum princípium in die virtútis tuæ: in splendóribus Sanctórum, ex útero ante lucíferum génui te.
[Con te è il principato dal giorno della tua nascita: nello splendore dei santi, dal mio seno ti ho generato, prima della stella del mattino.]

V. Dixit Dóminus Dómino meo: Sede a dextris meis: donec ponam inimícos tuos, scabéllum pedum tuórum. Allelúja, allelúja.

[V. Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra: finché ponga i tuoi nemici a sgabello dei tuoi piedi. Allelúia, allelúia.]

Ps II: 7
V. Dóminus dixit ad me: Fílius meus es tu, ego hódie génui te. Allelúja.

[V. Il Signore disse a me: tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secundum S. Lucam
S. Luc II: 1-14
In illo témpore: Exiit edíctum a Cæsare Augústo, ut describerétur univérsus orbis. Hæc descríptio prima facta est a præside Sýriæ Cyríno: et ibant omnes ut profiteréntur sínguli in suam civitátem. Ascéndit autem et Joseph a Galilæa de civitáte Názareth, in Judæam in civitátem David, quæ vocatur Béthlehem: eo quod esset de domo et fámilia David, ut profiterétur cum María desponsáta sibi uxóre prægnánte. Factum est autem, cum essent ibi, impléti sunt dies, ut páreret. Et péperit fílium suum primogénitum, et pannis eum invólvit, et reclinávit eum in præsépio: quia non erat eis locus in diversório. Et pastóres erant in regióne eádem vigilántes, et custodiéntes vigílias noctis super gregem suum. Et ecce, Angelus Dómini stetit juxta illos, et cláritas Dei circumfúlsit illos, et timuérunt timóre magno. Et dixit illis Angelus: Nolíte timére: ecce enim, evangelízo vobis gáudium magnum, quod erit omni pópulo: quia natus est vobis hódie Salvátor, qui est Christus Dóminus, in civitáte David. Et hoc vobis signum: Inveniétis infántem pannis involútum, et pósitum in præsépio. Et súbito facta est cum Angelo multitúdo milítiæ coeléstis, laudántium Deum et dicéntium: Glória in altíssimis Deo, et in terra pax hóminibus bonæ voluntátis.

[In quel tempo: Uscì un editto di Cesare Augusto che ordinava di fare il censimento di tutto l’impero. Questo primo censimento fu fatto mentre Quirino era preside della Siria. Recandosi ognuno a dare il nome nella propria città, anche Giuseppe, appartenente al casato ed alla famiglia di Davide, andò da Nazareth di Galilea alla città di Davide chiamata Betlemme, in Giudea, per farsi iscrivere con Maria sua sposa, ch’era incinta. E avvenne che mentre si trovavano lì, si compì per lei il tempo del parto; e partorì il suo figlio primogenito, lo fasciò e lo pose in una mangiatoia, perché non avevano trovato posto nell’albergo. Nello stesso paese c’erano dei pastori che pernottavano all’aperto e facevano la guardia al loro gregge. Ed ecco apparire innanzi ad essi un Angelo del Signore e la gloria del Signore circondarli di luce, sicché sbigottirono per il gran timore. L’Angelo disse loro: Non temete, perché annuncio per voi e per tutto il popolo un grande gaudio: infatti oggi nella città di Davide è nato un Salvatore, che è il Cristo Signore. Questo sia per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, giacente in una mangiatoia. E d’un tratto si raccolse presso l’Angelo una schiera della Milizia celeste che lodava Iddio, dicendo: Gloria a Dio nell’alto dei cieli e pace in terra agli uomini di buona volontà.]

Omelia

(A. Carmignola – Sac. sales. -: MEDITAZIONI; VOL. I, S. E. I. Torino, 1942)

Cominceremo dal riflettere sui motivi che ebbe la Divina Provvidenza nell’editto di Cesare Augusto. C’immagineremo di vedere Iddio che dall’alto de’ cieli tiene rivolto il suo sguardo di compiacenza sopra il suo Divin Figlio e che, giunta la pienezza dei tempi da Lui stabiliti per la sua nascita, dispone ogni cosa per essa. Adoreremo questa divine disposizioni e imploreremo da Gesù l’aiuto di saperci sottomettere anche noi a tutto ciò che il Signore dispone per il nostro bene.

Primo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

L’imperatore romano Cesare Augusto, divenuto padrone di quasi tutto il mondo, volendo fare il censimento dell’impero emana un decreto, per il quale tutti i suoi sudditi devono recarsi nella loro città natale a dare il proprio nome. Ma sebbene sia egli l’autore materiale del decreto ed abbia per movente la sua saggezza amministrativa, pure in realtà è Iddio che ordina così, affinché il suo divin Figlio abbia a nascere nella città indicata dai profeti, e la sua regale discendenza sia confermata dagli atti pubblici. Così adunque gli uomini si agitano, ma Dio li conduce e ne fa convergere tutte le azioni all’adempimento perfetto dei disegni della sua Provvidenza. Oh! se noi fossimo ben persuasi diquesta verità, che solo Iddio regola tutti gli avvenimenti del Mondo con sapienza infinita, con forza irresistibile e con bontà paterna, noi vedremmo sempre la mano di Lui che tutto dirige ed ordina per nostro bene e per la sua gloria! Tante volte, è vero, le ragioni che Iddio ha nel suo governo ci sono ignote, i suoi disegni sfuggono alla corta vista del nostro intelletto; ma sicuri che in cielo comprenderemo ogni cosa, adoriamo intanto la Provvidenza Divina. E ciò non solo per riguardo alla storia del mondo, ma ancora per ciò che spetta a ciascuno di noi. Gesù ci ha insegnato che un capello solo non cade dalla nostra testa senza permissione divina ( S. Luc., XXI, 18). Nelle contrarietà dunque abbandoniamoci a Dio; questo abbandono sarà per noi fonte di pace e di consolazione.

Secondo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

Giunto anche in Nazaret l’editto imperiale, a cui dovevano ottemperare anche i Giudei, divenuti quasi sudditi romani, Maria e Giuseppe si accingono senz’altro a recarsi a Betlemme, loro terra natale, ancorché si tratti di un viaggio lungo, a piedi, per strade montane, in stagione cruda. Ma ciò essi fanno perché lo stesso Bambino Gesù con le sue ispirazioni li anima a compiere la volontà di Dio, espressa per la volontà di un re. – Oh esempio di obbedienza, che ci dà Gesù non ancor nato, volando sottomettere sé, la sua madre e il suo futuro padre nutrizio al decreto di Cesare! Vicino a manifestarsi agli uomini vuol subito offrir loro l’esempio di questa virtù, con la quale viene a ripararne l’orgoglio. Per la disobbedienza di Adamo, – dice S. Paolo (Rom., V, 19) – gli uomini furono costituiti peccatori, e per l’obbedienza di Gesù gli uomini devono diventare giusti. Purtroppo dal giorno in cui Adamo superbamente disobbedì a Dio, penetrò negli uomini il disdegno degli altrui comandi, benché legittimi, affine di far prevalere la propria volontà. E Iddio volendo sradicare dal cuore degli uomini un sì grave disordine stabilisce che venga fuori un editto, cui il suo Divin Figlio incarnato si sottometta, offrendosi tosto a noi come modello della più perfetta obbedienza. Dinanzi a tanto esempio come non ti animerai tu a obbedire in tutto e sempre?

Terzo motivo dell’editto di Cesare Augusto.

Il Signore dispose che l’editto di Cesare Augusto desse occasione al suo Divin Figlio di compiere un viaggio prima ancora di nascere, perché con esso si appalesasse ben tosto la missione che Egli veniva a compiere e quanto gli sarebbe premuto di muovere in cerca di noi per salvarci. Giuseppe, figliuolo di Giacobbe, mandato dal padre in cerca dei suoi fratelli, interrogato da chi lo incontrava, rispondeva: Fratres meos quæro, cerco i miei fratelli (Gen., XXXVII, 16). Or ecco la parola che Gesù benedetto va ripetendo in quel viaggio penoso. Infatti il Vangelo ci attesta che Gesù è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto: Venit quærere et salvum facere quod perierat (S. Luc., XIX, 10). Egli altro non vuole che cercare i suoi fratelli per salvarli Fratres meos quæro, fratres meos quæro. Ed oh! come si reputerà felice, se dopo tanto soffrire potrà ritrovare coloro che Egli cerca, e stringerseli al cuore! E noi non l’abbiamo già troppo a lungo costretto a correrci dietro, chiamandoci con insistenza? È tempo che ci fermiamo nella nostra fuga, che ci stacchiamo dal nostro orgoglio, dalle nostre vanità, dalle nostre insensatezze, e moviamo incontro a Lui con uno slancio di amore e di fede, massime in questo tempo.  – Mediteremo ora sopra l’indifferenza dei cittadini di Betlemme per Maria e Giuseppe, indifferenza per la quale Gesù nacque in una povera capanna fuori di quella città. C’immagineremo l’affanno dei due santi sposi e la calma del Verbo incarnato, il quale prima ancora di nascere c’insegna a sopportare per amor di Dio i maltrattamenti altrui. Adoreremo il Divin Verbo in queste sue interiori disposizioni e lo pregheremo con ardore di volercene rendere partecipi.

I Betlemmiti rifiutano Gesù.

Maria e Giuseppe, compiuto il penoso viaggio da Nazaret a Betlemme, si recarono tosto dal pubblico ufficiale per dare il proprio nome e quello di Gesù, indi mossero in cerca di una casa ove riparare la notte. Si aggirano di porta in porta, benché stanchi dal cammino; ma non trovano persona amica o cortese, che li accolga presso di sé. Oh se i Betlemmiti avessero conosciuto chi erano quei due pellegrini e chi doveva nascere in quella notte! Ah! tutti avrebbero voluto dar loro la propria Abitazione o li avrebbero forzati a entrare nella casa più bella che vi fosse in quella città. Al contrario non conoscendoli e son sapendo il gran mistero di quella notte, mentre provvedono di buon alloggio tutti i forestieri di agiata condizione, con tutta indifferenza lasciano in abbandono Maria e Giuseppe e con essi il Salvatore del mondo. Tant’è, Gesù è venuto nella sua città natale e i suoi concittadini non gli han dato ricetto: In propria venit et sui Eum non receperunt (S. Jo., I , 11). A Betlemme si può raffigurare quell’anima, in cui Gesù sarebbe pronto a nascere con la sua grazia, ma che per attacco alle misere vanità del mondo lo respinge da sé. E tale anima non sarebbe per avventura la nostra? Ma che cosa ci possiamo aspettare di bene dalle meschinità della terra? Deh! alla vista di Gesù, pronto a visitare lanostra anima per arricchirla dei suoi celesti favori, liberiamoci tosto dagli attacchi terreni e cediamo in essa il posto al nostro buon Redentore.

Nel pubblico albergo non c’è posto per Gesù.

Maria e Giuseppe, respinti da ogni casa, furono costretti a presentarsi al pubblico albergo. Non si trattava, è vero, che di un recinto quadrato contornato da un portico lunghesso le mura, sotto al quale conveniva distendere delle stuoie per adagiarvisi sopra. Ma almeno avrebbero avuto un riparo in città, frammezzo a gente, che poteva porgere un po’ di aiuto. Eppure nemmeno lì si trova un posto: non erat eis locns in diversorio (S. Luc., II, 7). Il Creatore e Signore del cielo e della terra non troverà dunque in Betlemme un luogo qualsiasi, ove fare la sua entrata nel mondo? Gesù – dice S. Agostino – permette che fra le mura di Betlemme gli manchi una stanza, per vedere se tu, o Cristiano, pensi ad aprirgliela dentro il cuor tuo: non erat eis locus in diversorio, ut tu locum illi præberes in eorde tuo.Se in questo momento Maria si presentasse a me in cerca diun cuore, ove posare il suo Divin Figlio, le potrei offrire il cuormio! Dio lo voglia: ma voi intanto, o Vergine Santa, aiutatemia rendere il mio cuore meno indegno di dare ricetto al vostroDivin Figlio.

Gesù nasce in una grotta.

Maria e Giuseppe respinti non solo dalle case private di Betlemme, ma persino dal pubblico albergo, escono alla campagna e cercano tra l’oscurità e la solitudine un misero tugurio ove ricoverarsi. Trovano finalmente una grotta scavata nella collina, una di quelle grotte, che servivano di rifugio ai pastori sorpresi dalle intemperie nella custodia del gregge. E lì in quella grotta solitaria, mentre tutto all’intorno era profondissimo silenzio e le stelle sul firmamento segnavano la mezzanotte, da Maria Vergine nacque Gesù Cristo, eterno Dio e Figlio dell’Eterno Padre! Oh grotta benedetta! Per quanto umile e meschina, tu sei diventata il luogo santo, la casa di Dio, la porta del Cielo. Così Gesù ci ha fatto conoscere quanto ami l’oscurità e la solitudine, e come a nascere nell’anima nostra con l’abbondanza delle sue grazie voglia che essa per amore di oscurità e di solitudine si renda simile alla grotta di Betlemme. Oh se noi fossimo persuasi di queste grandi verità: che quanto più noi amiamo di essere oscuri, di tenerci nascosti, di vivere lontani dall’ammirazione del mondo e dalle sue frivole conversazioni, tanto più Iddio si avvicinerà a noi, ci parlerà al cuore, ci farà godere della sua amabile presenza e delle sue consolazioni! Come ameremmo di più la vita di ritiro! Come cercheremmo meno di metterci in evidenza! Quanta minor cura avremmo di attirare su di noi gli altrui sguardi! E quanta maggior pace godremmo! – Mediteremo infine sopra la povertà e abbiezione della capanna di Betlemme, in cui volle nascere il Divin Salvatore. C’immagineremo di vedere il Bambino Gesù che accetta con gioia di nascere nella povertà, nello spogliamento e nella miseria, avendo stabilito da tutta l’eternità di dare fin dalla sua nascita la preferenza a tutto ciò che lo separa dal mondo e lo abbassa e lo umilia, per insegnare anche a noi il distacco dalla terra, l’amore agli abbassamenti e alle umiliazioni. Prostrandoci dinanzi a Lui col nostro spirito lo adoreremo umilmente e lo pregheremo di mettere nel nostro cuore quei sentimenti, che ha manifestato di avere nel suo all’atto della sua nascita.

Povertà della capanna di Betlemme.

Che povera stanza era quella in cui nacque il Re del Cielo! Una misera stalla destinata a rifugio degli animali, mal difesa dalle intemperie dell’aria, sprovvista di ogni mobile, con soltanto una meschina mangiatoia e un po’ di paglia. Perché si abbassò cotanto Colui che non poteva essere degnamente albergato nel più sontuoso palagio, e a cui nemmeno gli Angeli avrebbero potuto preparare una degna abitazione? Egli ci volle in tal modo insegnare che conto si debba fare delle cose del mondo. Difatti, che cosa sono mai davanti a Dio l’oro, l’argento, le pietre preziose, i più ricchi abbigliamenti, i più sontuosi palagi, e tutte le grandezze mondane? Tutto ciò davanti a Dio non conta più del fango e della spazzatura. Ma quanti purtroppo mettono la loro felicità nel possesso del danaro, nel godersi le comodità e gli agi della vita, nelle belle comparse, nelle ricche vesti, nelle pompe del secolo, nelle più sciocche vanità! Noi che in effetto abbiamo rinunziato ai beni caduchi della terra possiamo dire d’avervi rinunziato altresì con l’affetto? Ah! sefinora il nostro cuore ha ceduto al fascino delle misere cose di questo mondo, non sia più così dinanzi al grande insegnamento di Gesù Bambino.

Confronto della capanna di Betlemme con l’anima nostra.

Ben a ragione ci sorprende la degnazione che ebbe il Re del cielo col nascere in una capanna sì misera; ma ancora più dobbiamo meravigliarci della degnazione, che Egli ha, di venire a prendere dimora nell’anima nostra per mezzo della Santa Comunione. Difatti, paragonando l’anima nostra a quella capanna, non dobbiamo riconoscere che la miseria della nostra anima è di gran lunga superiore a quella della capanna betlemmitica? Tutta la povertà di questa era solo materiale, mentre l’anima nostra è misera spiritualmente, disadorna delle cristiane virtù, e sordida per tanti peccati. Eppure Egli si degna di visitarla e di abitarvi, oh quanto frequentemente! Ma dovrà sempre trovare questa sua casa così poco degna di Lui? Se fossimo stati là a Betlemme, e avessimo saputo che in quella capanna doveva nascere il Re del Cielo, che premura ci saremmo presa di mondarla e purificarla da ogni sozzura, di ripararla dal rigore della stagione, di provvederla del necessario! Avremmo fatto tutto il possibile perché quell’abitazione di animali diventasse una stanza meno indecente per il Divin Salvatore. Ora questo dobbiamo fare nell’anima nostra, perché quando Gesù viene in essa con la Santa Comunione vi si trovi meno a disagio. Sebbene sia vero che anche col peccato veniale possiamo accostarci quotidianamente alla Comunione, tuttavia il nostro studio ha da essere quello di evitarlo, di staccarne affatto il cuore e di adornare l’anima nostra delle virtù cristiane e religiose.

I due animali della capanna di Betlemme.

Secondo l’antichissima tradizione, ritenuta dalla Chiesa nella sua liturgia, c’erano nella capanna di Betlemme un bue e un giumento, che stando dappresso alla mangiatoia, in cui fu deposto il Bambino Gesù, col loro fiato mitigavano il rigore della fredda aria notturna. Grande argomento di umiltà! Canta la Chiesa: Colui che risplende nei cieli di gloria eterna, giaceva nel presepio tra due animali! Come poteva maggiormente abbassarsi il R e del cielo per insegnare anche a noi l’abbassamento? Eppure quanto facilmente rigettiamo tale insegnamento! Noi cerchiamo tutto ciò che serve a conciliarci la stima degli uomini, non vogliamo cedere nei nostri puntigli, ci irritiamo se siamo ripresi di qualche mancamento, andiamo dietro alle vanità mondane. Dinanzi all’infinita maestà del Signore così umiliata, ceda ogni pretesto che ci tragga a far atti di superbia e c’induca ben anche a commettere gravi errori con danno incalcolabile dell’anima nostra e con scandalo delle anime altrui. Ecco la più bella disposizione del nostro cuore per diventare abitacolo gradito a Gesù.

I Sermoni del curato d’Ars:https://www.exsurgatdeus.org/2019/12/24/i-sermoni-del-curato-dars-per-il-giorno-di-natale/

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps XCV:11:13
Læténtur cæli et exsúltet terra ante fáciem Dómini: quóniam venit.

[Si allietino i cieli, ed esulti la terra al cospetto del Signore: poiché Egli è venuto.]

Secreta

Acépta tibi sit, Dómine, quǽsumus, hodiérnæ festivitátis oblátio: ut, tua gratia largiénte, per hæc sacrosáncta commércia, in illíus inveniámur forma, in quo tecum est nostra substántia:

[Ti sia gradita, o Signore, Te ne preghiamo, l’offerta dell’odierna solennità: affinché, aiutati dalla tua grazia, mediante questi sacrosanti scambi, siamo ritrovati conformi a Colui nel quale la nostra sostanza è unita alla Tua:]

Prefatio de Nativitate Domini

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ideo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: Sanctus …

COMUNIONE SPIRITUALE https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CIX: 3
In splendóribus Sanctórum, ex útero ante lucíferum génui te.

[Nello splendore dei santi, dal mio seno ti ho generato, prima della stella del mattino.]

Postcommunio

Orémus.
Da nobis, quǽsumus, Dómine, Deus noster: ut, qui Nativitátem Dómini nostri Jesu Christi mystériis nos frequentáre gaudémus; dignis conversatiónibus ad ejus mereámur perveníre consórtium:

[Concedici, Te ne preghiamo, o Signore Dio nostro, che celebrando con giubilo, mediante questi sacri misteri, la nascita del Signore nostro Gesù Cristo, meritiamo con una vita santa di pervenire al suo consorzio:]

PREGHIERE LEONINE https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messa.

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

I SERMONI DEL CURATO D’ARS: PER IL GIORNO DI NATALE

PER IL GIORNO DI NATALE

(Secondo Sermone)

Sul Mistero

“Evangelizo vobis gaudium magnum; natus est vobis hodie Salvator”.

Vengo  a portarvi una lieta novella: oggi vi è nato un Salvatore (S. Luc. II, 11)

Far sapere ad un moribondo che un abile medico lo trarrà dalle porte della morte e gli restituirà una salute perfetta, quale felice notizia, fratelli miei! Ma è infinitamente più felice è quella che l’Angelo porta a tutti gli uomini nella persona dei pastori. Il demone aveva ferito mortalmente la nostra anima attraverso il peccato. Vi aveva messo tre passioni fatali, da cui scaturiscono tutte le altre: vale a dire l’orgoglio, l’avarizia e la sensualità. Sì, fratelli miei, eravamo tutti sotto queste vergognose passioni, come dei malati senza speranza che aspettano solo la morte eterna, se Gesù Cristo non fosse venuto in nostro aiuto. Ma questo tenero Salvatore viene al mondo nell’umiliazione, nella povertà, nella sofferenza, per distruggere questo lavoro del diavolo e per applicare rimedi efficaci alle ferite crudeli che questo antico serpente ci aveva fatto. Sì, fratelli miei, è questo tenero Salvatore pieno di carità che viene a guarirci e a meritarci la grazia, con una vita umile, povera e mortificata; e per eccitarci in modo più efficace alla pratica di queste virtù, Egli stesso vuole darcene l’esempio. Questo è ciò che vediamo mirabilmente nella sua nascita. Egli ci prepara, con le sue umiliazioni e la sua obbedienza, un rimedio per il nostro orgoglio; con la sua estrema povertà, un rimedio al nostro amore per i beni di questo mondo; col suo stato di sofferenza e di mortificazione, un rimedio al nostro amore per i piaceri dei sensi, e quindi ci rende spirituali e ci apre la porta del cielo. Preziosa è questa grazia, fratelli miei, ma poco conosciuta dalla maggior parte dei Cristiani. Questo Messia, fratelli miei, questo tenero Salvatore, viene nel mondo per salvarlo. Tuttavia, il Vangelo ci dice che nessuno vuole riceverlo; ed Egli è obbligato a nascere in una stalla su di una manciata di paglia. No, fratelli miei, non possiamo fare a meno di incolpare la condotta degli Ebrei nei confronti di questo divino Gesù. Ma, ahimè, la condotta che abbiamo noi verso di Lui è ancora più crudele, poiché gli Ebrei non lo conoscevano come Messia, mentre noi lo conosciamo come nostro vero Dio. Pertanto, fratelli miei, vi mostrerò il grande bene che questa nascita ci offre e che è il nostro modello in tutto ciò che dobbiamo fare.

I. Per capire, fratelli miei, la grandezza dei beni che la nascita di Gesù Cristo ci ha procurato, è necessario essere in grado di comprendere lo stato infelice in cui il peccato di Adamo ci aveva fatto precipitare, cosa che non potremo mai compiutamente fare. Vi dico, quindi, che la prima ferita del nostro cuore è l’orgoglio. Questa passione, fratelli miei, così pericolosa, consiste in un fondo di amore proprio e di stima di noi stessi, per cui: 1 ° non ci piace dipendere da nessuno, 2 ° non temiamo nulla quanto essere umiliati agli occhi degli uomini e 3° cerchiamo tutto ciò che possa elevarci nelle loro menti. Ecco, fratelli miei, le fatali passioni che Gesù Cristo viene a combattere con la sua nascita nella più profonda umiltà. Non solo, Egli vuole dipendere da suo Padre e obbedirgli in tutto; vuole ancora obbedire agli uomini e dipendere in qualche modo dalla loro volontà. In effetti, l’imperatore Augusto, per vanità, interesse o capriccio, ordinò che tutti i suoi sudditi fossero censiti e che ogni famiglia in particolare dovesse essere registrata nel luogo da cui essa proveniva, donde era stata presa, e derivava la sua origine. Ma l’obbedienza di Gesù era così grande, che appena fu pubblicato l’editto, la Beata Vergine e San Giuseppe si misero in cammino. Quale lezione, fratelli miei, Dio obbedisce alle sue creature e vuole dipendere da esse! Ahimè! Quanto ne siamo lontani! Con quanti inutili pretesti non cerchiamo di dispensarci dall’obbedire ai Comandamenti di Dio o agli ordini di coloro che prendono il suo posto nei nostri confronti! Che vergogna per noi, o meglio, fratelli miei, qual orgoglio il non voler mai obbedire, ma ordinare sempre, credere che abbiamo sempre ragione e mai torto! – Ma andiamo oltre, fratelli miei, vedremo qualcosa di più. Dopo un viaggio di oltre quaranta leghe, Maria e Giuseppe arrivarono a Betlemme. Ditemi, quando questa città ha ricevuto il suo Dio, il suo Salvatore, avrebbe dovuto mettere limiti gli onori che gli si dovevano? Non dovremmo forse dire in questo momento, come nella sua entrata a Gerusalemme: « Beato colui che viene nel nome del Signore, Gloria gli sia resa nel più alto dei cieli? Ma no, questo tenero Salvatore viene solo per soffrire! E vuole iniziare fin dalla nascita. Tutti lo respingono; nessuno vuole ospitarli. Ecco a cosa è ridotto il padrone dell’universo, il Re del cielo e della terra, disprezzato e respinto dagli uomini, costretto a prendere in prestito dagli animali una dimora. Mio Dio! Che umiliazione! Che annientamento! No, fratelli miei, niente ci è così penoso, come gli insulti, il disprezzo e i rifiuti! Ma se noi consideriamo quelli che il Salvatore ha ricevuto alla nascita, avremo il coraggio di lamentarci, vedendo il Figlio di Dio ridotto a tale umiliazione? Impariamo, fratelli miei, a soffrire tutto ciò che può accaderci, con pazienza e con spirito di penitenza. Quale felicità per un Cristiano poter imitare in qualcosa il suo Dio e il suo Salvatore! – Andiamo oltre e vedremo che Gesù Cristo, ben lungi dal voler cercare ciò che potesse rivelarlo agli occhi degli uomini, vuole al contrario nascere nell’oscurità, nell’oblio; vuole che solo i poveri pastori siano informati della sua nascita da un Angelo che viene ad annunciare questa lieta notizia. Ditemi, fratelli miei, dopo un simile esempio, chi di noi potrebbe ancora conservare un cuore gonfio, animoso pieno di vanità e desideri stima, lode e considerazione del mondo? Vedete, fratelli miei, e contemplate questo tenero Bimbo; vedetelo già versare lacrime d’amore, che piange i nostri peccati, per i nostri mali. Ah! fratelli miei, che esempio di povertà, di umiltà, di distacco dai beni della vita! Lavoriamo, fratelli miei, onde diventare umili e spregevoli ai nostri occhi – dice Sant’Agostino -, se un Dio ha così disprezzato tutte le cose create, come potremmo noi amarle? Se fosse stato permesso di amarle, Colui che divenne uomo per noi ce lo avrebbe certo comandato. Questo, fratelli miei, è il rimedio che il divino Salvatore applica alla nostra prima piaga, che è l’orgoglio. – Ma ne abbiamo una seconda che non è meno pericolosa, e questa seconda ferita che il peccato ha fatto nel cuore dell’uomo, è l’avarizia; intendo parlare dell’amore disordinato delle ricchezze e dei beni di questa vita. Ahimè! questa passione sta causando il caos nel mondo! San Paolo, che la conosceva ancor meglio di noi, afferma che essa è la fonte di tutti i tipi di vizi. Non è forse a causa di questo maledetto interesse che avvengono le ingiustizie, i desideri, gli odi, i pregiudizi, le cause legali, i litigi, le animosità e la durezza verso i poveri? Da questo, fratelli miei, possiamo forse stupirci che Gesù Cristo, che è venuto sulla terra per guarire le passioni degli uomini, sia nato nella più grande povertà, nelle privazioni di tutte le comodità che sembrano così necessarie all’uomo? Innanzitutto vediamo che Egli sceglie una povera madre. Vuole essere il figlio di un povero artigiano. Dato che i profeti avevano annunciato che Egli sarebbe nato dalla famiglia reale di David, al fine di conciliare questa nobile origine con il suo amore per la povertà, ha permesso che al momento della sua nascita, questa illustre famiglia, cadesse in povertà. Ma non si ferma qui: Maria e Giuseppe, sebbene molto poveri, avevano una misera casa a Nazareth; ma anche questa è troppo per Lui, perché non vuole nascere in un posto che apparteneva a loro; per questo costringe la sua santa Madre a recarsi a Betlemme nel momento in cui deve metterlo al mondo. Tuttavia, a Betlemme, che era la patria di suo padre David, forse avrebbe potuto trovare delle risorse, specialmente tra i suoi parenti. Ma no, nessuno vuole riconoscerlo, nessuno vuole offrirgli un alloggio. Per Lui non c’è niente. Ditemi dove andrà questo divino Salvatore per proteggersi dalle intemperie del tempo, dal momento che tutti i posti sono già occupati? Giuseppe e Maria si presentano in diverse locande; ma no! sono poveri e per loro non c’è posto! Oh, amabile Salvatore, in quale stato di disprezzo e di abbandono vi vedo ridotto? – Giuseppe e Maria sono ansiosi di cercare da ogni parte. Alla fine vedono un fienile dove gli animali si ritirano in caso di maltempo; si era in inverno, si era all’aperto, quasi quanto in mezzo alle strade. – E cosa mai? Fratelli miei! una stalla esser l’abitazione di un Dio!? Sì, fratelli miei, sì, è lì che Dio vuole nascere. Non toccava che a Lui nascere nei più magnifici palazzi; ma no! Il  suo amore per la povertà non sarebbe stato soddisfatto … una stalla sarà il suo palazzo, una greppia la sua culla, un po’ di paglia comporrà tutto il suo letto, delle miserabili fasce saranno tutti i suoi ornamenti e dei poveri pastori formeranno la sua corte. Ditemi, fratelli miei, poteva Egli darci una lezione migliore sul disprezzo che dobbiamo noi avere dei beni e delle ricchezze di questo mondo? Poteva farci comprendere meglio l’amore che dobbiamo avere per la povertà e per il disprezzo? Venite, fratelli mie, voi che siete così attaccati alle cose della terra, ascoltate la lezione che vi dà questo divino Salvatore, e se non lo sentite ancora parlare – dice San Bernardo – ascoltate questa stalla, ascoltate la sua culla e le bende che lo fasciano! Cosa ci dice tutto questo? Ciò che Gesù Cristo stesso ci dirà un giorno:  « Guai a voi, ricchi del secolo. » Ah, quanto è difficile a coloro che attaccano i loro cuori ai beni di questo mondo, il salvarsi. Ma, mi direte, perché è così difficile per quelli che sono ricchi di cuore salvarsi? È perché, fratelli miei, i ricchi, se non hanno un cuore distaccato dai loro beni, sono pur pieni di orgoglio, disprezzano i poveri, si aggrappano alla vita presente, sono privi dell’amore di Dio: diciamo meglio, le ricchezze sono lo strumento di tutte le passioni. Ah! guai ai ricchi perché è così difficile per loro salvarsi! Preghiamo dunque, fratelli miei, questo bimbo sdraiato su una manciata di paglia, privo di tutto ciò che è necessario alla vita dell’uomo. Guardiamoci bene, fratelli miei, dal non attaccare i nostri cuori a cose così vili e spregevoli, poiché se avremo la sfortuna di non saperli usare bene, produrranno la perdita della nostra povera anima. Possano i nostri cuori essere poveri in modo da poter partecipare alla nascita di questo Salvatore. Voi vedete bene che Egli non chiama che i poveri, mentre i ricchi non arrivano che molto tempo dopo, per insegnarci che la ricchezza ci porta via da Dio, quasi senza che ce ne accorgiamo. – Possiamo concordare sul fatto che questo stato del Salvatore debba essere molto confortante per i poveri, poiché hanno un Dio come loro padre, loro modello e loro amico. Ma i poveri devono, se vogliono ricevere la ricompensa promessa ai poveri – che è il regno dei cieli – imitare il loro Salvatore, sopportare, sopportare la loro povertà nello spirito di penitenza, senza mormorare, senza invidiare i ricchi, ma, al contrario, compatirli perché sono molto in pericolo per quanto riguarda la loro salvezza; non devono lanciar maledizioni contro di loro, ma seguire l’esempio di Gesù Cristo, che si è ridotto all’estrema miseria, sebbene volontariamente. Egli non si lamenta, ma al contrario, versa lacrime sulle disgrazie dei ricchi; con questo, fratelli miei, ha guarito entrambe le ferite che il peccano ci ha fatto. Ma ancora va oltre, gli resta da guarire la terza ferita che il peccato ci ha fatto, che è la sensualità. Ma la sensualità consiste nell’amore disordinato dei piaceri che gustiamo con i sensi. È da questa fatale passione che nasce l’eccesso nel bere e nel mangiare, l’amore per il proprio benessere, le comodità della vita dolce e l’impurità; in una parola, tutto ciò che la legge di Dio ci ha proibito. Cosa fa il nostro Salvatore per guarirci da questa pericolosa malattia e da questo vizio? Egli è nato, fratelli miei, nella sofferenza, nelle lacrime e nelle mortificazioni: nasce durante la notte, nella stagione più rigorosa dell’anno. Appena nato, giace su un pugno di paglia e in una povera stalla completamente aperta. Ah! uomo sensuale, avido, impudico, entra in questo abisso di miseria e vedrai cosa fa un Dio per guarirti. Credetemi, fratelli miei, è là il vostro Dio, il vostro Salvatore, il vostro tenero Redentore? Sì, direte. Ma, se lo credete, dovete pure imitarlo. Ahimè! Quanto la nostra vita è lontana dalla sua! Ahimè! Vedete, fratelli miei, Egli soffre e voi non volete soffrire nulla! Egli si sacrifica per la vostra salvezza e voi non volete fare nulla per guadagnarla. Ahimè! Come vi comportate nel suo servizio (religioso)? Tutto vi scoraggia, tutto vi dà fastidio; appena si vedono fare le vostre Pasque; le vostre preghiere sono o manchevoli, o mal fatte; appena vi si vede assistere ai santi Uffici, ancora, fratelli miei, come vi comportate? Ah! le lacrime, le sofferenze di questo divin Bambinello, sono per voi terribili minacce. Guai a voi! Ah! Guai a voi che ora ridete, perché verrà un giorno in cui verserete lacrime; e queste lacrime saranno tanto più intense in quanto non si prosciugheranno mai. Il regno dei cieli – ci dice – subisce violenza; esso non è che per coloro che la fanno continuamente a se stessi. Felici – dice questo tenero Salvatore – felici quelli che piangono in questo mondo, perché un giorno saranno consolati. Chiunque prende Gesù Cristo come modello, dalla sua culla alla croce, è beato! Infatti ha di che incoraggiarsi! Ha qualcosa da imitare! Che armi potenti per respingere il demonio! Diciamo meglio: la vita dell’imitazione di Gesù Cristo è una vita da santo. – La storia ce ne fornisce un buon esempio; qui vediamo che una vedova che possedeva pochi beni, ma virtù e zelo per la salvezza dei suoi figli, aveva una figlia di dieci anni di nome Dorothea. Questa bambina era vivace, e incline alla dissipazione; la madre temeva che questa bambina potesse perdersi con i suoi piccoli compagni; la mise in una pensione con una maestra virtuosa per addestrarla alla virtù. Ella fece mirabili progressi nella sua pietà e tenne nel cuore tutti i buoni consigli che le aveva dato la sua maestra; ma soprattutto si proponeva Gesù Cristo come modello in tutte le sue perfezioni. Quando è stata restituita a sua madre, ella è stata l’esempio e la consolazione di tutta la sua famiglia. Non si lamentava mai di nulla, era paziente, gentile, ubbidiente, sempre serena, con uguale umore nel suo lavoro e nelle croci che le venivano incontro, casta, ostile ad ogni vanità, rispettosa di tutti, ben disposta verso tutti, sia nel linguaggio che nell’amor di servizio, sempre unita a Dio. Tale condotta la rese presto oggetto di stima per l’intera parrocchia; ma, come al solito, i falsi saggi che sono ciechi e orgogliosi, ne erano arrabbiati perché, senza saperlo, essi non sono virtuosi e saggi se non perché tutti li stimano tali; essi non possono soffrirne degli altri, per timore che non si faccia più attenzione a loro e che tutta la stima gli sia tolta. Questo è quello che è successo a questa ragazza. Alcuni compagni invidiosi si studiarono di offuscare la sua reputazione, chiamandola ipocrita e falsa devota. Ma Dorothea accettò tutto questo senza lamentarsi; lo subì per amore di Gesù Cristo e non mancò mai di amare coloro che la calunniarono. Ma la sua innocenza era nota e tutti ne avevano ancora più stima. Il curato della parrocchia, ammirando in lei i felici effetti della grazia ed il frutto che questa ragazza portava tra coloro che la frequentavano, le disse un giorno: « Dorothea, ti prego di dirmi in confidenza, come vivi, come ti comporti con i tuoi compagni? » – « Signore – rispose lei – mi sembra che io non faccia che molto poco rispetto a quello che dovrei fare. Mi sono sempre ricordata di un avviso che la mia maestra mi ha dato quando avevo solo dodici anni. Mi ha ripetuto molte volte di propormi Gesù Cristo come modello in tutte le mie azioni e in tutte le mie traversie. Questo è quello che ho cercato di fare. Ecco come lo faccio: quando mi sveglio e mi alzo, rappresento il Bambino Gesù che, al risveglio, si è offerto a Dio suo Padre in Sacrificio; per imitarlo, mi offro in sacrificio a Dio, dedicando la mia giornata a Lui, con tutte le mie fatiche e tutti i miei pensieri. Quando prego, immagino che Gesù preghi suo Padre nel giardino degli Ulivi a faccia in giù, e nel mio cuore, mi unisco a questa disposizione divina. Quando lavoro, penso che Gesù Cristo, così stanco, lavora per la mia salvezza e, lungi dal lamentarmi, unisco con amore e rassegnazione le mie opere alle sue. Quando mi viene comandato qualcosa, mi immagino Gesù Cristo sottomesso, obbediente alla Beata Vergine e a San Giuseppe, e in quel momento unisco la mia obbedienza alla sua. Se mi viene ordinato qualcosa di duro e doloroso, penso immediatamente che Gesù Cristo si sottomise alla morte della croce per salvarci; quindi accetto con tutto il cuore tutto ciò che mi viene comandato, per quanto difficile possa essere. Se uno parla di me, se mi dice durezze e insulti, non rispondo a nulla, soffro pazientemente, ricordando che Gesù Cristo ha sofferto in silenzio e senza lamentarsi delle umiliazioni, delle calunnie, i tormenti e gli obbrobri più crudeli; io penso allora che Gesù fosse innocente e non meritasse ciò che gli si faceva soffrire al posto mio, che sono una peccatrice, e merito più di quanto possa io mai soffrire. Quando prendo i miei pasti, immagino Gesù che prende i suoi con modestia e frugalità per lavorare alla gloria di suo Padre; se mangio qualcosa di disgustoso, penso immediatamente al fiele che Gesù Cristo ha assaggiato sulla croce, e gli faccio il sacrificio della mia sensualità. Quando ho fame o non ho abbastanza da mangiare, non smetto di essere felice, ricordando che Gesù Cristo ha trascorso quaranta giorni e quaranta notti, ed ha sofferto una fame crudele per amore mio e per espiare le intemperanze degli uomini. Quando prendo qualche momento di svago, quando parlo con qualcuno, immagino quanto fosse dolce e gentile Gesù Cristo con tutti. Se ascolto cattivi discorsi o vedo commettere qualche peccato, chiedo immediatamente a Dio perdono, rappresentandomi quanto Gesù Cristo avesse il cuore trafitto dal dolore nel vedere suo Padre offeso. Quando penso agli innumerevoli peccati commessi nel mondo, quanto Dio sia oltraggiato sulla terra, gemo, sospirando; io mi unisco alle disposizioni di Gesù Cristo, che diceva a suo Padre, parlando dell’uomo: « Ah! Padre, il mondo non ti conosce. » Quando vado a confessarmi, immagino che Gesù pianga i miei peccati nel Giardino degli Ulivi e sulla croce. Se frequento la Santa Messa, unisco immediatamente la mia mente e il mio cuore alle sante intenzioni di Gesù, che si sacrifica sull’altare per la gloria di suo Padre, per l’espiazione dei peccati degli uomini e per la salvezza di tutti. Quando sento cantare qualche cantico o ascolto le lodi di Dio, mi rallegro in Dio, mi rappresento questo glorioso cantico e la felice serata che Gesù Cristo trascorse con i suoi Apostoli dopo l’istituzione dell’adorabile Sacramento. Quando vado a riposarmi, immagino Gesù Cristo che vada a riposarsi unicamente per prendere nuova forza per la gloria di suo Padre, o immagino pure che il mio letto sia molto diverso dalla croce sulla quale Gesù Cristo si coricò come un agnello, offrendo a Dio il suo spirito e la sua vita; poi mi addormento dicendo queste parole di Gesù Cristo sulla croce: « Padre, metto il mio spirito nelle vostre mani. » Il curato, non potendo trattenersi dall’ammirare tanta luce in una giovane ragazza del villaggio, le disse: « Oh, Dorothea, quanto siete beata, e quante consolazioni avete nel vostro stato! » – « È vero che ho delle consolazioni al servizio di Dio; ma devo confessare che ho molte battaglie da sostenere: devo fare grandi violenze, sopportare le beffe di coloro che mi deridono e superare le mie passioni, che sono molto vivaci. Se il buon Dio mi fa delle grazie, permette anche che abbia molte tentazioni. A volte sono nel dolore; a volte, il disgusto per la preghiera mi travolge. « Che cosa fai – le dice il curato – per superare la tua ripugnanza e le tue tentazioni? « Quando sono – gli dice ella – nelle torture dello spirito, mi rappresento il Salvatore nel Giardino degli Ulivi, abbattuto, torturato e afflitto fino alla morte; oppure me lo rappresento abbandonato e senza consolazione sulla croce, e, unendomi a Lui, dico subito queste parole che Egli stesso pronunciò nel giardino degli ulivi: « Mio Dio, sia fatta la vostra volontà ». Per quanto riguarda le mie tentazioni, quando provo una certa attrazione per entrare in certe compagnie, nelle veglie, nelle danze e nei divertimenti pericolosi, o quando ho delle tentazioni violente per acconsentire a qualche peccato, immagino a me stesso Gesù-Cristo che mi dice queste parole: Eh! come, figlia mia, mi vuoi lasciare, per darti al mondo e ai suoi piaceri? Vuoi riprendere il tuo cuore per donarlo alla vanità e al diavolo? Non ci sono già abbastanza persone che mi offendono? Vuoi metterti dalla loro parte e abbandonare il mio servizio? Immediatamente, gli rispondo dal profondo del mio cuore: « No, mio ​​Dio, non ti abbandonerò mai, ti sarò fedele fino alla morte! Dove andrò, Signore lasciandoti? Tu solo hai parole di vita eterna! » Queste parole mi riempiono sul momento di forza e di coraggio. « Nelle conversazioni che hai con i tuoi compagni – le dice il curato – di cosa parlate? » – « Io parlo loro delle stesse cose di cui mi sono presa la libertà di parlarvi, dico loro di proporre Gesù Cristo come modello di tutte le loro azioni, da ricordare nelle loro preghiere, nei loro pasti, nel loro lavoro, nelle conversazioni, nei dolori della vita, di agire nel modo in cui Gesù Cristo si sarebbe comportato in queste occasioni, e sempre unendosi alle sue intenzioni divine; dico loro che sto usando questa santa pratica e che la trovo buona, che non c’è niente di più grande e nobile del voler seguire e imitare Gesù Cristo, e che non c’è niente di più grande e di più nobile che servire un Maestro così buono. » – Oh! beata l’anima, fratelli miei, che ha preso Gesù Cristo come sua guida, suo modello prediletto. Quante grazie, quante consolazioni che non si provano mai a servizio del mondo! Ecco, fratelli miei, le consolazioni che avreste se voleste darvi la pena di educare bene i vostri figli ed ispirar loro, non la vanità e l’amore dei piaceri del mondo, ma di prendere Gesù Cristo come modello in tutto ciò che fanno. Oh! che lumi felici! Oh! I genitori amati da Dio!

II. – Sì, fratelli miei, non è solo per riscattarci che Gesù Cristo è venuto, ma anche per servirci da esempio, ci dice: « Sono venuto per cercare e salvare ciò che era perduto; » E in un altro posto dice: « Io vi ho dato l’esempio, in modo che facciate quello che vedete che Io  faccio. » Quando San Giovanni battezzò Gesù Cristo nel Giordano, sentì l’eterno Padre dire: « Ecco, questi è il Figlio mio diletto, ascoltatelo. » Egli vuole che ascoltiamo le sue parole e che imitiamo le sue virtù. Egli non le ha praticati se non per mostrarci cosa dovessimo fare noi. Poiché i Cristiani sono figli di Dio, devono seguire le orme del loro Maestro, che è Gesù Cristo stesso. Sant’Agostino ci dice che un Cristiano che non vuole imitare Gesù Cristo non merita di essere chiamato Cristiano. Ci dice in un altro luogo: « … l’uomo è creato per imitare Gesù Cristo, che si è fatto uomo per rendersi visibile e perché potessimo imitarlo. Nel giorno del Giudizio, noi saremo esaminati nel vedere se la nostra vita sia stata conforme a quella di Gesù Cristo dalla nascita alla morte. Tutti i Santi che entrarono in Paradiso vi entrarono solo perché hanno imitato Gesù Cristo. Un buon Cristiano deve imitare la sua carità, che è una virtù che ci porta ad amare Dio con tutto il nostro cuore ed il prossimo come noi stessi. Gesù Cristo amò suo Padre dal momento del concepimento fino alla morte, dicendo: Io faccio sempre ciò che piace al Padre mio. Egli non si è accontentato di dirlo, ma ha dato la propria vita per riparare gli oltraggi che il peccato gli aveva fatto. Ama il suo prossimo, non solo come se stesso, ma più di se stesso, poiché ha dato il suo sangue e la sua vita per trarci fuori dall’inferno. Dobbiamo, come Gesù Cristo, amare il buon Dio con tutto il nostro cuore; preferirlo a tutto, non amare nulla se non in relazione a Lui. Dobbiamo amare il nostro prossimo come noi stessi, vale a dire, con il fargli tutto ciò che noi vorremmo fosse fatto a noi stessi, facendo tutto ciò che dipende da noi per aiutarlo a salvare la sua povera anima. – In secondo luogo, dobbiamo imitare la sua povertà e il suo distacco dalle cose della vita. Vedete, fratelli miei, come Egli è nato povero, ha vissuto povero ed è morto povero, poiché prima di morire ha permesso che gli fossero strappare tutti i suoi vestiti. Durante la sua vita non ha mai avuto nulla di suo in particolare. Ah! un bell’esempio di disprezzo per le cose della terra! – In terzo luogo, noi dobbiamo imitare la sua dolcezza. Egli ci dice: « Imparate da me, che sono mite ed umile di cuore. San Bernardo ci dice che Egli possiede la dolcezza nel suo nome che è quello di Gesù. Quando gli Apostoli volevano mandare il fuoco dal cielo in una città della Samaria, che non aveva voluto ricevere il Salvatore: « volete – gli dissero i suoi discepoli – che diciamo al fuoco del cielo di scendere su questa città? » Nostro Signore rispose loro: « Voi non sapete cosa state chiedendo; il Figlio dell’uomo non è venuto sulla terra per perdere anime, ma per salvarle. » Imitiamo la sua dolcezza verso Dio, ricevendo dolcemente tutto ciò che viene da Lui, i pene, dolori ed altri mali. Cerchiamo di essere buoni verso il nostro prossimo, non lasciamoci andare alla collera contro di lui; ma trattiamolo con gentilezza, con carità. Cerchiamo di essere così gentili anche con noi stessi; non agiamo mai per capriccio o per rabbia; se cadiamo in qualche errore, non dobbiamo prendercela con noi stessi; ma umiliarci profondamente davanti a Dio e, senza molto tormentarci, continuare le nostre pratiche religiose. Beati – dice Gesù Cristo – sono coloro che hanno un cuore dolce perché possederanno la terra, cioè il cuore degli uomini. – In quarto luogo, dobbiamo imitare la sua umiltà. Egli ci dice: « Imparate da me che sono umile di cuore. » La sua umiltà è stata così grande che, sebbene fosse il Re di tutti, volle essere l’ultimo di tutti gli uomini! Guardate quanto pratichi l’umiltà, nascendo in una stalla, abbandonato da tutti. Egli ha voluto essere circonciso, cioè, farsi considerare un peccatore, Lui che era la santità stessa, incapace di giammai peccare; Egli ha sofferto quando lo si chiamava stregone, indemoniato, seduttore; ha sempre nascosto ciò che poteva farlo stimare agli occhi degli uomini. Ha voluto lavare i piedi ai suoi Apostoli e persino al traditore Giuda, sebbene sapesse bene che doveva tradirlo; infine, Egli ha voluto essere venduto come un vile schiavo, trascinato con la corda al collo per le strade di Gerusalemme, come se fosse stato il più criminale del mondo. Cercate, fratelli miei, di imitare la sua grande umiltà nascondendo il bene che fate, soffrendo pazientemente gli insulti, il disprezzo e tutte le persecuzioni che possono essere portate contro di voi, sull’esempio di Gesù Cristo. – Noi dobbiamo ancora imitare la sua pazienza. Egli è stato paziente rimanendo rinchiuso nove mesi nel seno di sua madre, Egli che il cielo e la terra non possono contenere. Qual pazienza nel conversare con gli uomini, molti dei quali erano induriti e carichi di crimini. Quale pazienza durante tutta la sua passione! Lo si prende, lo si lega, lo ricoprono di piaghe, lo flagellano, lo attaccano alla croce, lo si fa morire, senza che abbia detto una sola parola per lamentarsi. Imitiamo, fratelli miei, questa pazienza quando siamo disprezzati e perseguitati ingiustamente. Imitiamo ancora la sua preghiera. Egli ha pregato versando lacrime di sangue. Ah! Fratelli miei, che felicità per noi la nascita di questo divin Salvatore! Noi dobbiamo solo seguire le sue orme; dobbiamo solo fare quello che ha fatto Egli stesso. Che gloria per dei Cristiani avere in Gesù Cristo un modello di tutte le virtù che dobbiamo praticare, per compiacerlo e salvare le nostre anime! Padri e madri addestrate i vostri figli su questo bellissimo modello, proponete loro spesso le virtù di Gesù Cristo come esempio. Felice notizia, che dal cielo ci porta l’Angelo nella persona dei pastori, poiché con essa abbiamo tutto: il cielo, la salvezza della nostra anima e il nostro Dio. È ciò  che io vi auguro  …

DIO IN NOI (5)

DIO IN NOI (5)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

CAPO I.

Col Padre.

« Ritenete per certo che voi non siete l’uomo che Dio vi vuole e che voi stesso pensate, quando in certi momenti di luce il vostro ideale viene a rispecchiarsi sull’anima vostra. Come avete impiegato la vostra vita, fino ad ora? Che cosa avete fatto dei vostri titoli di adozione divina? Siete veramente figlio di Dio nelle opere e nel modo di pensare? No. Ebbene, piangete sulla vostra vita, profanata, sterile e vana e alla prima lacrima ritroverete Dio ». Così parla il P. Gratry all’uomo che vive in peccato. Ma le anime che sono abitualmente in grazia, pensano talvolta a quali risorse procura loro l’adozione divina per mezzo del Padre che sta nei cieli, adozione che li rende partecipi della stessa vita del Padre, presente in esse, ben inteso, in quella copia che è permessa a una creatura, lasciando libera entrata a Dio? L’adozione umana è d’ordine giuridico e legale. Essa permette di aver comune il nome, il blasone e l’eredità di chi adotta, ma non può infondere il vincolo naturale del sangue. L’adozione divina ci fa vivere la stessa vita di Dio… Le parole di San Pietro sono esplicite: « Ut per hæc efficiamini divinæ consortes naturæ, partecipidella natura divina » (II Petr. I, 4la liturgia all’Offertorio rammenta la stessa verità; « divinitatis consortes, partecipi della divinità »).« Che la vita superiore, promessa e data alleanime nostre da Gesù Cristo, scrive un autore(Exortation à un jeune homme chrétien dell’Abate CHABOT, Beauchesne. 1909. p. 212), sia la partecipazione alla stessa vita di Dio, non possiamo metterlo in dubbio: l’origine ci viene indicata assai chiaramente. Proviene dal seno del Padre, come il Verbo medesimo; ci fu preparata ed elaborala dal Figliuolo che dovette inoltre meritarcela col prezzo del suo Sacrificio; lo Spirito Santo distribuisce la vita, da questa sorgente, come vuole; e la mette in attività nelle anime con impulsi misteriosi. In questo modo tutti coloro che la ricevono, diventano figli di Dio, nati, non dal sangue e dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio. Noi siamo veramente partecipi della vita di Dio, un seme divino è in noi, portiamo Dio nel nostro corpo, lo spirito di Dio ci anima e ci conduce, il divino ci trasforma come il fuoco fa del ferro, e ripieni di divinità noi siamo templi del Dio vivente ». – Non si potrebbe riassumere meglio la storia della nostra esistenza soprannaturale, né la natura dei rapporti che possiamo avere — e che

dovremmo avere — con la divina Trinità, con Dio Padre in modo particolare. Una parola spiega ogni cosa. Non in un senso metaforico, ma reale, noi siamo divenuti filii Dei, figli di Dio. Se quindi abbiamo capito in qualche modo ciò che riguarda il dogma della grazia santificante, ne risulta una conseguenza importante: l’amore filiale verso il Padre. – Quanto è grande la differenza fra un padrone sovrano che si contenta dei rapporti di Creatore con la sua «creatura», ed il Padre amantissimo che noi abbiamo; fra un Dio lontano che profitta della sua lontananza per farci comprendere la distanza infinita che ci separa da Lui, e il Dio vicinissimo, quale è il nostro, che si è talmente avvicinato a noi, da stabilire la sua dimora dentro di noi! L’uomo era schiavo. Adesso fa parte della famiglia. Dio, in realtà, potrà essere chiamato da lui, non Padre, ma mioPadre. È divenuto fratello di Gesù Cristo, e può dire insieme con Lui: Padre nostro. È dello stesso lignaggio di Gesù, e Gesù tiene il suo da quello del Padre. Gesù è il Figlio, ma anch’egli può, con tutta verità, dirsi figlio: figlio d’adozione, è vero, giacché a Gesù Cristo l’essenza divina è propria per natura, mentre a lui solo per grazia; ma figlio, nondimeno, a un titolo autentico e scelto fra i mille, « avendoci Dio generati liberamente per mezzo del suo Verbo di verità » (Giov. I, 18 ). Ugualmente, perché siamo i figli di Dio, « ci manda lo Spirito del suo Figliuolo che provochi, nei nostri cuori, il grido: “Padre, Padre!,, » (Rom. VIII, 15); e perché siamo figli, per legittima conseguenza, abbiamo diritto all’eredità. Il primogenito non vuole per sé tutta l’eredità. Anzi Egli è venuto sulla terra solo per mettercene in possesso, rendendoci partecipi del suo gaudio. Non disse forse, prima di lasciare gli uomini, che ritornava al Padre, per prepararci un posto? Un giorno tornerà per condurci con sé, poiché vuole che noi siamo là dove Egli si trova. Non sarà allora più l’abbraccio oscuro nel cielo ristretto dell’anima nostra in questo interno divino in cui si degna abitare; sarà la intimità a viso aperto, nella luce piena, e la gioia illimitata d’un cielo senza confini: « Intra in gaudium Domini tui» (Matth. XXV, 21). Che cosa è mai la morte — domandava a se stessa una Santa — se non un salto sulle ginocchia del Padre? Il nostro stato è ora provvisorio e tutti coloro che sono assai vigili, ne soffrono: « Expectatio creaturæ revelationem filiorum Dei expectat… quia et ipsa creatura liberatur a servitute corruptionis in libertatem gloriæ filiorum Dei. Scimus enim quod omnis creatura ingemiscit et parturit usque adhuc» (ROM., VIII, 19-22: « Le creature attendono la manifestazione dei figli di Dio… nella speranza che saranno liberate dalla servitù della corruzione, per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Esse gemono fino a quest’ora nella fatica del parto ») . « Ancora non si vede ciò che noi siamo» (Giov. III, 2). Un giorno il provvisorio finirà, e noi vedremo spiegarsi, nel possesso dell’eredità, « la libertà gloriosa dei figli di Dio ». Verrà l’ora in cui ciò che in noi è soggetto a perire, sarà assorto dalla vita: « Ut absorbeatur quod mortale est a vita». Dio ha preparato ogni cosa a questo modo, per la nostra glorificazione. Ce ne ha dato una caparra nello Spirito, principio della nostra vita superiore: « Qui autem efficit nos in hoc ipsum, Deus qui dedit nobis pignus Spiritus» (II Cor., V, 4, 5). Sarà allora « la fusione completa nell’unità ». Il Cristo è venuto sulla terra a questo solo scopo: infondere in noi, a partire dalla vita presente, la vita del Padre, affinché insieme, eternamente, in un’unità radiosa, la vita del Padre dimori e si dilati in noi. Questo era l’oggetto delle preghiere che il Salvatore rivolgeva al Divin Padre: « Padre mio, fate che come Voi siete in me e Io sono in Voi, così essi sieno una cosa sola in noi. Io in Voi, Voi in me, affinché essi sieno perfetti nell’unità » (Giov. XVII, 21-23).Può esistere un altro fatto più meraviglioso, più degno di tutta la nostra stima e il nostro affetto, un’altra storia più bella della vita di Dio nelle anime, vita nascosta sulla terra, ma luminosa nei cieli? Può darsi una geografia — diciamo cosi —più importante di quella dei mille fiumi di grazia che, circolando senza strepito nel mondo, scaturiscono da sorgenti abbondanti, spesso invisibili, e malgrado ostacoli di ogni natura, sabbie e detriti che si ammucchiano, lordure che contaminano, seguono il loro corso verso uno ceano senza limiti?Può mai concepirsi un dramma più strano di questo: un’anima che mette alla porta Dio che vuole entrare per vivere in lei e con lei: ovvero un’anima che avendolo perduto, cerca con sollecitudine, e lungo la strada incontra quel Dio che anch’Egli si era messo a cercarla da un pezzo, aspettando un minuto di pentimento, ovvero un palpito di amore, per rientrare nella città morta?Purtroppo, quanto pochi sono i Cristiani che pensano a queste verità! Quanto limitato è il numero di coloro i quali hanno questa devozione filiale al Padre di famiglia, devozione che la nostra qualità di figli adottivi o ci permette o c’impone e che sarebbe facile ottenere, se avessimo una idea profonda della preghiera insegnataci da Nostro Signore, il PaterHo accennato al Pater, e con ragione. Nostro Signore, insegnando agli Apostoli la formola del Pater, non disse: Ecco una fra le molte preghiere che potrete fare, un esempio, un modello di preghiera; ma disse: «Quando pregherete,voi pregherete così » (Matth. VI, 9). Così, e non altrimenti. Non vi sono diverse mostre, diversi saggi di preghiera cristiana. La preghiera cristianaè la preghiera del Cristo, il Pater, composto da Lui, a nostro uso. « Voi pregheretecosì ». Il modo di esprimersi è esplicito e imperativo. In conseguenza, il Pater noster è non solo la prima, ma l’unica preghiera. Non intendiamo dire con ciò che il Pater sia preghiera invariabile nella forma, che debba interdire ogni slancio spontaneo, qualsiasi elevazione personale e vivente di ogni anima inparticolare. Ma importa la preghiera, di cui tutte le altre, perché possano dirsi cristiane, non devono essere che la riproduzione e lo sviluppo: preghiera che non ammetterà mai alcun mutamento nella sostanza, né alcuna aggiunta capitale; preghiera tipo di tutte le preghiere, preghiera fondamentale le cui orme tutte le altre devono ricalcare e sulla quale devono modellarsi. Preghiera che deve racchiudere le altre, e riflettersi in tutte senza alterarsi. Quando pregherete, direte così: « Padre nostro… ». Il Pater è l’arma protettrice delle nostre orazioni particolari, l’anima di ogni devozione personale, della nostra vita interiore, come anche della pietà liturgica e della vita della Chiesa, il tema ispiratore e vivificante di ogni nostro passo nella vita cristiana.« Padre nostro… ». In queste parole commoventi, molti non scorgono che un’introduzione insinuante, per attirarci la benevolenza di Colui che regna nei cieli. Queste parole significano qualcosa di più. Esprimono una verità fondamentale, il centro intorno al quale gravita ogni vita religiosa e dal quale si irradia tutta la vita cristiana. Una volta eravamo figli d’ira, filii iræ; il Pater ci ricorda che l’opera di Gesù Cristo ci ha resi « figli di Dio ». Per l’abitudine contratta, questa espressione non ci colpisce. Essere « figli di Dio »; non sembra a noi un fatto straordinario, crediamo invece di averne quasi il diritto. Poter chiamare Dio, Padre, quando si è un nulla; Padre, quando si personifica il peccato: non lo si dovrebbe poter fare tanto facilmente. Sempre la stessa ignoranza: noi non ce ne meravigliamo affatto, mentre S. Paolo ne era ripieno di stupore: Io posso dire a Dio: Abba, Pater. Io, a Dio, « Padre » ; dirgli « Padre »! Oh! giammai, per me stesso, ciò sarebbe possibile! Ma io possiedo lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre, ed è Egli il primo a riconoscere in Dio la Paternità che io acclamo. Persuadersi che il Padre è un essere paterno, più ancora, un essere veramente materno, darebbe grande coraggio nella vita! Nostro Signore si studiava di farcelo capire. « Una madre ama molto; ma il Padre che è nei cieli, ama cento volte di più. Osservate come sono vestiti i gigli del campo. Lo splendore di Salomone non uguaglia lo splendore dei gigli. Riconoscete, nella loro bellezza, il dono del Padre. Guardate gli uccelli dell’aria. Colui che li ha creati lilascia forse senza nutrimento e senza ricovero? Riconoscete, in tali soccorsi, il dono del Padre. E se Dio spiega tanta generosità per i gigli e per gli uccelli, quanta non ne spiegherà per noi! ». – « Padre nostro », due parole che proclamano! il titolo più bello di Dio, quello che conviene! collocare prima di ogni altro, come un prefisso esplicativo, un richiamo evocatore, un correttivo prezioso. Giusto, sì, ma Padre. Terribile, sì, quando non può farne a meno, ma anche allora, e sempre, Padre. – E qual tristezza non dovrebbe produrre il vedere che molti Cristiani, molti buoni Cristiani, hanno pochissimo spirito filiale e mancano di confidenza verso Dio, quasi in tutte le occasioni! Un dolore sopraggiunge. Se ne getta la colpa contro Dio e manca poco se non lo si tratta da barbaro. Barbaro, Dio? Abbiamo mai posto mente alle due prime parole del Pater? Si commette una colpa, quindi tante altre. Segue lo scoraggiamento. Si era fatto un proposito fermo; e si cade di nuovo! Dio non perdonerà più. Dio capace di conservare rancore? Ciò può mai concepirsi in un padre terreno? No. Ebbene, come poterlo concepire in Colui che ha plasmato il cuore dei padri della terra, nel Padre del cielo? Oh! la grande insipienza! Se abbiamo avuto la disgrazia di peccare, non aggiungiamo alle nostre colpe una nuova colpa, mille volte più grave, quella che ci farebbe dubitare del perdono del Padre. Ciò indicherebbe che noi abbiamo perduto ogni sentimento di figli. Il prodigo ammise forse un sol momento l’idea che suo padre potesse rigettarlo? No, No! In piedi, e subito alla volta del Padre, Surgam… ad Patrem! – Il vero spirito filiale, in primo luogo, importa il desiderio della grandezza e della gloria del Padre, della grandezza di Colui al quale apparteniamo in qualità di figliuoli, e questo sotto la triplice forma che ci viene indicata dai seguenti ottativi che seguono le parole: Padre Nostro. Sia santificato il vostro nome! Quale grave peccato commettono i bestemmiatori! — vi sono le bestemmie degli individui e quelle dei governi — e chi non bramerebbe compensare queste gravi ingiurie, con altrettanti alti di riparazione e di amore! Venga il vostro regno! Quando Dio sarà visto altrimenti che con un atto puramente astratto, oh! allora come si vorrà che la Paternità divina si estenda a tutti gli uomini, a ogni famiglia, su tutte le nazioni! Sia fatta la vostra volontà! Quanto dilata il cuore e lo consola questo pensiero: Dio è « NostroPadre ». Gli avvenimenti ci sconcertano.

— Che cosa fa dunque Dio? — La sua volontà.

— Ma è una volontà di tiranno! — No, è una volontà di Padre.

— Ma dai fatti non risulta. — Se io guardassi attentamente, vedrei meglio, capirei che fra lo svolgersi degli avvenimenti, che sono opera di giustizia ovvero di misericordia, una cosa è certa: ed è che il Padre vuole che io mi faccia santo: « Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra », che Egli vede cose che io non vedo; e che della vera devozione al Padre, nostro Signore stesso mi diede un giorno un esempio ideale nel giardino degli olivi, durante la sua agonia, quando mormorò il suo fiat voluntas tua. Oh, Padre, io voglio ciò che voi volete, perché lo volete, come lo volete e nella misura in cui lo volete! – « Carta » dei diritti di Dio, il Pater lo è anche dei diritti del Cristiano. Noi siamo figli: da questa premessa dipendono le conseguenze. Siamo figli, dunque possiamo parlare al Padre come figli, ed esigere — Egli ce ne dà il potere — tutto quello al quale i figli hanno diritto. – Fin qui, nel Pater, l’uomo esprimeva desideri; ripeteva gl’imperativi divini. Il Padre diceva: «Che il mio nome sia santificato», e il figlio ripeteva: « Sì, o Padre, sia santificato il vostro nome », e così di seguito. Ora l’uomo enumera alcuni imperativi che sono a suo vantaggio. Fa prevalere i suoi diritti, in qualità di figlio. Essendo figlio, ha diritto di essere nutrito dal Padre: « Padre, dateci oggi il nostro pane quotidiano! ». Ha diritto all’indulgenza del Padre: « Padre, perdonate le nostre colpe! ». Ha diritto alla protezione del Padre: « Padre, liberateci dal male! ».Questo importa pregare: « Vivere in casa sua », non solo, cioè, nell’intimità dell’anima propria, ma nel seno della famiglia divina che abita in noi; vivere nella gioia, nell’abbandono, nella certezza di essere compresi, esauditi, prevenuti anzi, nei nostri desideri, e circondati di tenerezza.Non ci si taccia di « sentimento ». È pura fede, semplice conseguenza del dogma. Fra piccoli ammalati, a Villepinte, si era stabilita un’associazione, consacrata alla Madonna della «riconoscenza». Una fanciulla aveva adottato la formola seguente: « Madre mia, io so che voi siete molto buona, che mi amate e che siete potente. Ciò mi basta ». Nessuno c’impedisce di parlare con Dio allo stesso modo: «Padre, so che Voi siete molto buono, che mi amate e che siete onnipotente. Questo mi basta ». Ecco in che cosa deve consistere il vero spirito filiale. Possiamo dire di essere sempre animati da questo spirito? Se no, che cosa attendiamo per animarcene?

CAPO II.

Col Figlio.

Il Verbo discese sulla terra, per apportarci la Vita, la Vita soprabbondante, la sua Vita propria, la Vita di Dio che Adamo aveva perduto. – La sua venuta non ebbe altro fine. Unicamente questo. Oh magnificenza della Vita divina in noi! Grandezza dell’anima nostra « naturalizzata divina! ».

« Al principio era il Verbo, seconda Persona della Trinità adorabile, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio» (Giov. I, 4). Nel Verbo era 1° Vita, quella Vita di cui Dio aveva voluto rendere partecipe l’uomo, in origine, e che ora vuole, con un prodigio di amore, restituirgli, malgrado il peccato. – Il Verbo s’incarna. La Vita lontana diventa prossima. Troppo elevata per poterla ricevere, racchiude la sua pienezza in una umanità simile alla nostra, e forma con essa la Persona del Cristo. La Vita del Verbo diviene la Vita dell’Uomo Dio, la Vita si trasmetterà negli altri uomini, chiamati tutti a divenire « simili a Lui » (Rom. VIII, 29), vero Figlio del Padre. Ed eccoci per la grazia, divenuti fratelli di Gesù Cristo, « primogenito di molli fratelli » (Ibid.). L’idea — che noi siamo fratelli di Gesù, che Egli è il Primogenito, il grande fratello — colpisce molto alcune anime. Coloro che hanno seguito o letto semplicemente un certo triduo del P. Longhaye, sul tema che ci occupa, hanno potuto constatare quale ricchezza trovasi racchiusa in questa considerazione, per chi voglia alquanto approfondirla. – Alcuni sentono quasi ripugnanza a considerare Nostro Signore sotto quest’aspetto. Sembra loro che così non vi sarebbe più bastante differenza tra essi e Lui. Si rappresentano abitualmente Dio, il terribile Jave, circondato di fulmini e tuoni, il quale non lascia avvicinare alcuno che non siasi tolto i calzari e non abbia sprofondato la testa nella polvere. La giustizia di Dio, la grandezza di Dio è l’unico puntello su cui poggia il loro ascetismo. L’abitudine di meditare la loro debolezza e le loro cadute, la tendenza naturale della loro anima, un ricorso più costante all’Antico Testamento, un modo di pensare e di agire giansenistico, ovvero il ricordo di fatti terribili intesi, una volta, nelle prediche degli esercizi o letti in certi libri; tutto ciò li inclina e li conferma in questa idea. Altre anime, non meno rispettose, ma colpite dai tentativi che fa Dio per nascondere la sua onnipotenza e avvicinarsi a noi, preferiscono considerare in Lui l’amico, pur non avendo difficoltà di riguardarlo come giudice. – Costoro, poiché non si dà intimità senza presenza e senza una certa uguaglianza, e d’altra parte questa uguaglianza si trova in loro, fanno dell’amicizia l’idea principale della loro vita, l’idea dominatrice. Ciò si scorge nel libretto dell’Imitazione di Cristo — almeno nei due ultimi libri. — Ce ne dà un saggio il bel capitolo XIII del libro IV: « Quis mihi det, Domine, ut inveniam te solum et aperiam tibi totum cor meum… Tu in me et ego in te, et sic nos in unum pariter manere concede. Chi mi concederà, Signore, di trovare Voi solo, e di aprirvi completamente il mio cuore… Voi in me e io in Voi, e così potere rimanere uniti per sempre».Quasi lo stesso aspetto, benché sotto un riguardo un po’ speciale, presenta il dogma della Comunione dei SantiLo studio di Gesù, Fratello maggiore, c’insegna a considerare, intorno a noi, i nostri fratelli, che sono suoi veri fratelli.

— Questi non sono innestati sul Cristo e non ne conoscono la vita? In tal caso, aumenta il desiderio di dir loro ciò che bisogna fare perché abbiano la Vita. « Non de vestra tantum sante, sed de universo mundo ». Alla vista di tanti cadaveri, la fiamma dello zelo si accende, perché in loro vece dovrebbero aversi altrettanti viventi: « Nonne vivent ossa ista? ». Il mondo ha l’aspetto della pianura che vide Ezechiele in visione… Quante ossa disseccate, quante anime in cui la vita del Cristo non circola affatto! – A che valse dunque la venuta in terra del Fratello maggiore e la sua morte sulla Croce, se l’universo, dopo molti secoli, resta ancora popolato di tanti infedeli, e, letteralmente, si è sotto l’impressione della responsabilità della salvezza del mondo? Sembra che si cammini in un deserto, in un immenso deserto e che dalle sabbie aride venga fuori un lamento fioco. « Di chi è questa voce? », domanda il viaggiatore alla sua guida araba che lo conduce attraverso il Sahara. « È il deserto che piange, si lamenta perché vorrebbe divenire una prateria ». Non so quale spinta irresistibile vi inciti a partire più lontano che si potrà, per narrare a tutti la storia della Samaritana, dell’acqua misteriosa che zampilla fino alla vita eterna, dell’acqua viva e vivificante destinata a estinguere ogni sete; a partire con quest’acqua divina, portandone quanto più se ne potrà, per abbeverarne il maggior numero d’anime che vi riesca possibile, tutte le anime. – Un giovine ufficiale aviatore, resistendo a due nemici, fa una caduta terribile col suo apparecchio: resta ventisei ore fra le linee. Ma il desiderio di darsi a Dio si fa strada nell’animo suo. Viene raccolto con una frattura alla colonna vertebrale: è il primo venerdì del mese. Il suo proposito è ormai irrevocabile. Egli così scrive: « Resto sempre immobile sulla mia povera schiena: la paralisi tenace diminuisce poco a poco. Guarirò completamente, bisogna che sia così, Dio lo vuole, giacché mi ha messo nell’anima un’ambizione immensa e delle aspirazioni gigantesche » (Abbiamo raccontato la caduta e la protezione meravigliosa dell’aviatore, nel Messager du Coeur de Jesus, novembre 1917, e in Immolations Fécondes, Blond et Gay, p. 3-11). Può darsi che la vista delle anime lontane alle quali il Vangelo non è stato ancora predicato, sia meno impressionante di quella delle anime a noi vicine, le quali un tempo possedevano la vita del grande Fratello, ma ora l’hanno perduta, dopo d’averla sciupata in compromessi rincrescevoli e sono così divenute anche esse dei cadaveri, in mezzo ad un mondo creduto vivente. – Un uomo che vediamo passare… è vivo?… o morto?… Che cosa potrei fare a suo bene? Farò come Caino con Abele? Non ho contribuito per nulla alla sua rovina? E se posso rispondere di no, il mio compito è finito? Non avrebbe forse bisogno di me per rivivere, e avrei il coraggio di far mia questa parola glaciale: «Non mi curo della sorte di mio fratello?». – Sono pochissimi coloro che a un titolo qualunque non abbiano cura d’anime. Ma quanti se ne preoccupano? Tante persone di cui mi valgo, che mi circondano, che dipendono da me, che abitano con me, aiutandomi o servendomi, hanno la vita? Quale esame di coscienza più grave di questo: « Voi affidate, Signore Gesù, una missione tremenda e divina a chiunque si occupi dell’anima di un fanciullo: con l’esempio e con la parola, con discrezione e rispetto profondo, dovuti a un’intelligenza e a una volontà libera, egli deve produrre Voi in quest’anima. Ogni educatore è un profeta che annunzia e prepara il Natale nell’anima del fanciullo. Per quei giovani dei quali oggi mi ricordo dinanzi a Voi, seppi trovare le parole, i gesti, i silenzi che annunziano, preparano e compiono la vostra nascita? Signore Gesù, vi prego per loro, perché Voi fissiate pienamente il vostro sguardo su di essi. Fatene dei veri Cristiani » (Bullelin des Professeurs catholiques de l’Université, Pierre Pacary; Natale 1921).A questo modo, la solidarietà misteriosa, mareale, che unisce l’anima nostra a Gesù Cristo,alla Vita, conduce spontaneamente a considerarela solidarietà misteriosa, ma ugualmentereale, che unisce, fra loro, tutte le anime cristiane. « Ut sint… unum » (Ego in eis, et tu in me, ut sint consummati in unum. L’Unità è perfetta tra Dio. Gesù Cristo e noi; noi siamo« perfetti nell’unità della vita». Giov. XVII, 23). Bisogna che di tutte queste vite se ne formi una sola. Essendo tutte « innestate » sul Cristo, sono sottoposte alla legge dei vasi comunicanti, a cui abbiamo accennato. Se in un’anima la vita diminuisce o termina, l’insieme resta privato di una porzione più o meno grande di Vita. Se invece in un’anima la vita aumenta, e ciò avviene nella misura in cui le si lascia libero il posto, l’insieme ne risente un beneficio. Ut sint unum. Si legge in un sermone di Sant’Agostino, che la Chiesa inserisce nel breviario il giorno della Dedicazione: Tutti i Cristiani compongono il corpo mistico del Cristo; Gesù, la pietra angolare, noi le altre pietre viventi dell’edificio. Gesù, e noi, anime in grazia, formiamo un solo blocco, un solo Uno, una medesima cattedrale, un unico cuore, un solo amore, un tutto, il solo tutto, l’unica cosa che conti. Alle anime è dato di vivere insieme econ Dio. I palpiti di un cuore si dirigono a un altro; la forza ela virtù di un cuore passano in un altro cuore; un’anima è santificata perché un’altra si santifica. Ogni membro agisce per la forza di tutto il corpo. – « Quel movimento della grazia che mi salva, poté essere determinato da quell’alto di amore compiuto stamattina, ovvero cento anni fa da un uomo oscuro che così riceve il suo guiderdone. Eccovi una povera fanciulla che prega in una chiesa diroccata. Non sa nulla, eccetto che Dio esaudisce immancabilmente, avendo promesso di concedere quello che gli si domanda con confidenza… Vi accade di sentire, in una notte, un immenso strepito di fanteria di cavalleria, di carri in moto. Quello strepito rappresenta il movimento delle labbra di quell’innocente fanciulla, alla quale Dio è certamente sul punto di obbedire ». – Quale grande stimolo, per santificarci, è il pensiero che il minimo atto di virtù, non solo nell’anima mia, ma anche in tutte le anime che sono in grazia, e alle quali io sono unito nel Cristo, fa scorrere un po’ più di vita divina. Altri sfruttano diversamente il gran concetto del Corpo mistico. Il Verbo venne sulla terra e prese un corpo, per farsi Mediatore. Come compagni dell’opera redentrice vuole tutti coloro che accettano di partecipare al suo compito. Vuole avere bisogno di noi, non perché da solo non possa compiere tutto, ma perché l’amore lo spinge a chiedere con sollecitudine il nostro concorso. Egli è il Primo e vuole che noi gli siamo i « secondi ». Da solo poteva salvare tutte le anime. In realtà vi saranno delle anime che non si salveranno che per mezzo nostro. – Dignità singolare — e responsabilità tremenda — del Cristiano. Da questo proviene, in molti, il desiderio di vedere riprodotto, in qualche modo, in se stessi, ciò che effettuò il Verbo nell’Umanità del Salvatore; e di offrirsi, secondo l’espressione singolare di Suor Elisabetta della Trinità, a divenire come « un’umanità aggiunta ». Soltanto alcune anime privilegiate possono comprendere ciò che importa una simile offerta in certi momenti di dolore. Esse sanno bene che supplire, ultimare la sua missione, significa: « Completare la Passione del Cristo». Ed ecco in qual modo la conoscenza dello stato di grazia, dal primo stadio, che è lo spirito fraterno nelle nostre relazioni col Signore, conduce al secondo, che è lo spirito di vittima. – Donde questa strana ambizione, nelle anime, di divenire vittime? — « Vittima con la Vittima, Vittima per la Vittima, mi pare debba il riassunto della mia vita » (Une Ame Réparatrice: Simone Denniel, Vitte, 1916) — noi ci siamo studiati di mostrarlo altrove (L’idea riparatrice, ed. Marietti). – La visione del Cristo in Croce, il bisogno di mettere qualche cosa dentro le piaghe aperte sul corpo del Salvatore, il pensare che esse possono offrire nel loro cuore un ricovero al Divino Maestro, per fargli dimenticare a furia di amore, generosità e sacrifizio, le abbominazioni dei peccatori; il pensiero che il loro sacrifizio può, in qualche modo, riparare per tutti coloro che dimenticano ed oltraggiano Dio, che il loro corpo può diventare uno strumento destinato a soffrire con Gesù, in vece di Gesù, per conto di Gesù; tutti questi sono forti motivi capaci di stimolare nelle anime l’ardore, più di quanto non si immagini. Inoltre tutto ciò che di terribile affermano gli autori spirituali sullo spirito di morte, esse l’accolgono come il fatto più naturale, ovvio, obbligatorio. Il « Quotidie morior» dell’Apostolo per queste anime non è che una fòrmula, una frase che si legge con aria disinvolta, e si ripete ad altri perché abbiano la cura di rendersela propria. S. Paolo non sente il bisogno di supplicarle con molte istanze. « Spogliatevi – dice egli – dell’uomo vecchio, conforme al quale avete vissuto nella vostra prima età, e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità » (Eph. IV, 22-24). Ed esse sono pronte a dire con S. Paolo: « Con Gesù Cristo io mi sono inchiodato alla Croce » (Gal. II, 19), e ancora: « Io mi glorio della Croce di Gesù Cristo » (Gal VI, 14). – In un’opera celebre, per scoraggiare l’Aquilotto, il ministro austriaco Metternich gli mostra che non ha nulla delle doti di suo padre, nulla che lo renda capace di governare. « Voi avete il cappello, ma non la testa! ». Anche la coscienza ripete continuamente una espressione simile, non per scoraggiare, ma per stimolare: Guarda, dice, l’immagine del divino Maestro che soffre. Rassomigli a Lui? Paragona il tuo viso al suo. Il tuo volto è proprio quello di un crocifisso?… La vista del Salvatore dilaniato, toglie il coraggio di vivere senza la Croce, e ad ogni costo si vuole appartenere al numero di coloro che « Dio ha conosciuto in precedenza, e ha predestinato ad essere conformi all’immagine del suo Figliuolo » (Rom. VIII, 29). – Del resto ogni anima che vive « interiormente » è sempre un’anima più o meno destinata al martirio. Con ciò non intendiamo dire che le siano riservate, come a S. Lidwina, le sofferenze fisiche; ma che a ogni minuto vi sarà nel suo interno un pensiero che la tortura, il pensiero della crocifissione. Ella constata la grande sproporzione fra quello che vorrebbe essere e quello che è in realtà. Sente che l’Ospite divino vorrebbe tutto, e sa quante cose si sottraggono all’olocausto. Vorrebbe che tutto fosse di Gesù, e intanto non gli cede la parte migliore. E se in certi momenti di maggiore generosità ha coscienza di dare tutto, sente nondimeno quanto sia poco ciò che dà: sa troppo bene che il tutto è quasi niente. L’anima non è capace di rivaleggiare: Gesù è troppo ricco, essa è troppo povera. Capisce che si tratta di giocare una partita, dove perde sempre: Giacobbe lotta contro l’Angelo. L’Angelo riesce sempre vittorioso. Intorno a lei e in lei, il Cristo è così poco conosciuto e sì mal servito! La piena del peccato si solleva e minaccia di sommergere tutto; e quello spazio di terreno risparmiato dall’inondazione, non è che una pianura, ovvero uno scoglio d’indifferenza. Che fare? Il cuore è pieno di desideri, ma i mezzi, per realizzarli, sono inefficaci ed ecco il supplizio di Francesco Saverio che muore di fronte alla immensa Cina, dove non gli è dato di entrare. Ecco ancora la stretta del cuore di un missionario, che dopo cinquanta anni di lavoro, muore sfinito nella sua dimora, guardando in alto, sulla montagna, una pagoda gigantesca, dove il rivale di Gesù Cristo, un budda grasso e spregevole, regnerà con orgoglio! Il tormento del Serafino d’Assisi, quando percorre le solitudini di Alvernia, donde fissa gli sguardi sulla campagna umbra — sull’universo intero! — e mormora: « Gesù non è amato! Gesù non è amato! ». « Perché non posso incoraggiare tutti ad amare Gesù Cristo, mio divino Maestro, e spingere tutti gli uomini al suo servizio? » scriveva M. Olier. « Sia benedetto Dio che supplisce, con tanta dolcezza e carità, allo zelo dei suoi poveri servi i quali languiscono di non poter servire che per poco tempo, e in modo imperfetto, il loro grande Padrone. Mille milioni di uomini, ripieni del vostro amore e dello zelo di servirvi, darebbero alla mia gioia, o mio Dio! ciò che le manca. Cento mila anni, e più ancora, da me impiegati a propagare la passione santa di cercare la gloria vostra, la gloria del vostro Figliuolo e della sua Madre divina sarebbero almeno un principio di appagamento dei desideri che mi tormentano. Oh, se avessi tanti cuori quanti sono gli spiriti sciagurati e maledetti che vi bestemmiano, come li impiegherei volentieri a vostra lode e a rendervi gli onori che essi vi negano! Moltiplicherei la mia lingua in altrettante creature, quante voi ne avete create sulla terra per glorificarvi! Ma per supplire, o mio Dio! Fate che io mi perda in Gesù, vostra eterna lode, il quale vi rende onori infinitamente infiniti; che io m’immerga e mi inabissi nei cuori dei vostri santi; che, come David, io inviti tutte le creature a benedirvi; che faccia concorrere il mondo intero, per quanto dipende da me, a glorificarvi! Nell’universo ogni cosa fu creata per il mio Gesù e per le sue membra, per Lui e per me; e in Gesù Cristo, Figliuol vostro e nelle sue membra fu tutto disposto a essere una vittima di lode, per tutta la gloria del nome vostro durante tutta l’eternità. O Dio, amor mio! fate che io cominci fin da ora per non finire mai più » (OLIER, Vie, Lebel, Versailles, pp. 608-82).La devozione è svariata nelle sue forme. Alcuni preferiranno considerare, in Nostro Signore, il Verbo, altri l’Umanità sacrosanta. La preghiera di S. Ignazio torna opportuna: « O amantissimo Verbo di Dio, insegnatemi ad essere generoso, a servirvi come lo meritate, a donare senza contare, a combattere senza preoccuparmi delle ferite, a lavorare senza ricercare il riposo, a spogliarmi di me stesso senza attendere altra ricompensa che di sapere che sto facendo la Vostra santa Volontà ».Suor Elisabetta aveva anche la devozione « all’amantissimo Verbo di Dio », ma sotto l’aspetto di cui specialmente ci occupiamo, cioè del Verbo presente nell’anima in grazia. La sua bella preghiera non sfigura accanto a quella di S. Ignazio:

« O eterno Verbo, Parola del mio Dio, voglio trascorrere la mia vita ad ascoltarvi, voglio divenire perfettamente capace d’imparare, per potere da Voi apprendere ogni cosa. Attraverso tutte le notti della mia vita, tutte le privazioni e impotenze, voglio fissarvi sempre e vivere sotto la vostra luce. – « O Fuoco consumatore, Spirito di amore, venite in me, perché si faccia, nell’anima mia, come un’incarnazione del Verbo; ch’io sia per Lui come un’umanità aggiunta, nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero. E Voi, o Padre, inchinatevi sulla vostra piccola creatura, considerate in lei il solo amantissimo Gesù, nel quale avete posto ogni vostra compiacenza… ». Alcune anime preferiranno, nella Umanità del Signore, meditarne l’Infanzia. Molti avranno letto l’autobiografia di un’altra carmelitana, Santa Teresa del Bambino Gesù. Sarebbe grave torto stimare mancanza di virilità la freschezza che emana da queste pagine. Offrirsi a Gesù per divenire, nelle sue mani, come una palla elastica nelle mani di un bambino, una palla che si possa buttare a terra, forare con spille e chiodi, farla saltare, abbandonarla in un angolo, sono concetti molto più profondi di quello che non sembrino a prima vista. – La fondatrice del Carmelo non ebbe forse un amore particolare per il Bambino Gesù, a partire dalla celebre visione, in cui la Santa chiese:

« Chi sei tu? ». « Io sono Gesù di Teresa ». « E io, Signore, sono Teresa di Gesù ». S. Antonio di Padova, giovine ancora, ebbe una simile visione, come si legge nelle sue biografie. Vide un giorno, davanti a sé, un bambino con un grembiale rilevato, in atto di volere raccogliere qualcosa di prezioso: « Che cosa vuoi? » gli dice il Santo. «Voglio il tuo cuore ». « Che cosa fai? ». « Tu lo vedi, vado in cerca di cuori che vogliano consentire ad amarmi ». – Il P. de Condren, sul punto di morire, nell’ultima visita fattagli dall’Olier, diede quest’ultimo consiglio: « Prendete come vostro direttore il Bambino Gesù » – « parole, aggiunge l’Olier, che sono state per me molto utili e assai care ». Spirito d’infanzia, spirito abituale alle anime interiori, per le quali la contemplazione dei primi anni della vita di Gesù non è sterile, ma perviene a un abito di fede rapida e spontanea, alla sottomissione completa, all’intero abbandono, necessario perché a Dio sia permesso di vivere in noi, come vuole e quanto vuole. « Nostro Signore, l’intera mattina mi ha occupato in questo pensiero, che il mio bisogno più importante era quello di ottenere lo spirito del santo Bambino…, d’essere un fanciullo che non può né parlare, né camminare, né aiutarsi, che si lascia volgere e rivolgere a piacere senza che sia consultato, né gliene siano detti i motivi. E io mi sono lasciata compenetrare questa verità, ascoltando Gesù Dottore: « In verità nessuno, se non rinasce, non può veder il regno di Dio… Bisogna che voi nasciate di nuovo… Lasciate che i piccoli vengano a me giacché di questi è il regno dei cieli e di chi loro rassomiglia ». Io ho guardato Gesù modello; Gesù dell’Incarnazione, del presepio, della fuga in Egitto, di Nazareth. Che silenzi quanta sottomissione, quale abbandono! » (Paolina Reynolds, inglese convertita e fattasi carmelitana, della quale parleremo più oltre). – I Cristiani che acquistano la semplicità dei piccolini, nella contemplazione del Bambino Gesù, sanno meglio degli altri, dove tenda e ciò che esiga, questa « seconda nascita », la nascita di Dio nei nostri cuori per la grazia, che fa di noi « i figli del Regno ». Meglio che lo spirito d’infanzia, la conoscenza dell’ « Inabitazione » sviluppa lo Spirito eucaristico. A prima vista potrebbe sembrare che la devozione a Dio, presente nell’anima, debba nuocere alla devozione a Dio, presente nei tabernacoli delle nostre Chiese. Poiché già godo della vera presenza spirituale, l’Eucaristica è meno utile, meno desiderabile, e più facilmente mi dispenserò di ricevere in me Dio, poiché già lo possiedo in me. Modo di vedere falso e superficiale. Quanto più un’anima vivrà di Dio che abita in lei, altrettanto ambirà di diventare un’anima eucaristica. Anima eucaristica, non solo perché apprezzando di più il divino tesoro che porta con sé, vivrà in « atti di ringraziamento », parola che traduce alla lettera il nome « Eucaristia » (Il postcommunio della Messa di S. Luigi Gonzaga ci fa domandare, ad imitazione del modello offerto alla nostra pietà, di vivere come « eucaristia », cioè di restare « in azione di grazia », « in gratiarum actione manere »); ma anche perché logicamente si sentirà avida della Comunione. – Chi ama, brama amare di più; chi possiede, vuole possedere ancora e in tutti i modi possibili. Possedere Dio, l’Uomo Dio, è certamente la cosa più importante; ma la Comunione questo lo suppone, giacché esige l’assenza del peccato grave, lo stato di grazia. Ora, aggiungendo il possesso dell’Umanità del Salvatore, qual privilegio insigne si acquista, in quanto, con l’Umanità Santa riceviamo per così dire una maggiore dose di Divinità! – Le anime interiori lo sanno, ed ecco perché, lungi dall’essere portate a comunicarsi rare volte, anelano a ricevere l’Ostia divina il più spesso possibile. Esse sanno che una sola parola basta a trasformare il pane sull’altare, ma per trasformare noi, occorre più di un’ostia, occorreranno ripetutissime visite del Figliuolo, per renderci come ci è richiesto, perfetti — nientemeno — sicut Pater cælestis, come il Padre celeste. – Ma vi è di più; le anime che hanno maggiore conoscenza dell’Abitazione divina capiranno a perfezione l’Eucaristia, cioè non solo come una vittima che si riceve, ma anche come vittima che si offre. Meditando il templum Dei quod vos estis (I Cor., III, 17), si avrà presto l’intuizione che il nostro cuore dev’essere il luogo di un’offerta liturgica, un santuario intimo, dove, secondo l’invito di S. Paolo, che dice d’immolarci col Cristo e di essere una vittima santa e grata a Dio (Rom., XII, 1. – Vedi Videa Riparatrice), si apporteranno, in olocausto, tutti gli atti dell’anima, e che perciò ogni Cristiano è rivestito, come affermano S. Pietro e l’Apocalisse, di un vero sacerdozio (Fecisti nos sacerdotes, ci avete fatto veri sacerdoti. – Apoc. V. 10;  1 Petr. II, 5 e 9). Se il pensiero di Dio in noi dà al culto eucaristico il suo vero senso, può dirsi anche che lo stesso concetto, ed esso solo, dia una spiegazione profonda della vera devozione al Cuore di Gesù. Il P. Ramière nel suo libro: Il Cuore di Gesù e la Divinizzazione del cristiano ne apportauna prova perentoria. La nostra deificazione è l’opera di tutta la SS. Trinità. La prima e la terza delle Divine Persone non certo vi partecipano meno della seconda, perché questa deificazione consiste nell’adozione che Dio Padre fa di noi, e nella unione delle nostre anime con lo Spirito Santo. Ma questo divino Spirito ci è dato per mezzo di Gesù Cristo e, unicamente a causa della nostra incorporazione a Gesù Cristo, Dio Padre ci riconosce e ci ama come suoi figli. La nostra giustificazione è l’opera di Gesù. Potremmo dire, domanda il P. Ramière, opera del Cuore di Gesù? E risponde: Lo possiamo e lo dobbiamo.Infatti, Nostro Signore ci ha procurato la giustificazione per un atto libero o per un atto necessario? Per un atto libero. Il Verbo è venuto liberamente: « Quia voluit ». E l’Umanità santa del Salvatore ratificò liberamente questa volontà libera. « Dio ci ha generato volontariamente », dice S. Giacomo; e S. Paolo Dilexit me, tradidit se. Mi ha salvato per puro amore, per un puro slancio del suo Cuore.« Gesù Cristo, continua il P. Ramière, ci dà il suo spirito e ci fa membri del suo corpo mistico, con un atto di amore perfettamente libero e continuamente rinnovato. Noi siamo quindi debitori della nostra vita divina e di tutte le nostre ricchezze soprannaturali al suo Cuore che è l’organo (o meglio il simbolo) del suo amore » (Dinisation p. 565).Nostro Signore ci ha salvati, dando tutto il suo sangue per un primo ed eccessivo trasporto del suo divino amore. Per un altro trasporto di amore incessante, facendo valere i suoi meriti, ci ottiene, ad ogni momento, la grazia santificante di cui abbiamo un bisogno continuo; da ciò trae la sua ragione la parola di S. Paolo, quando dice che « Egli è la nostra giustizia (colui che ci rende giusti) la nostra santificazione e la nostra redenzione » (I Cor., I, 30). In cielo Nostro Signore trascorre il tempo, o a dir meglio, passa l’eternità mandandoci lo Spirito Santo. Una volta, un’iniziativa dell’amor suo — del suo Cuore — valse la prima, la grande Pentecoste. Ogni Pentecoste particolare, ciascuna discesa dello Spirito Santo nelle anime nostre, è anche l’affetto degli slanci amorosi del suo Cuore. « Allorquando dico: Gesù — aggiunge l’autore della Divinizzazione — io vedo Dio fattosi accessibile. Quando dico Cuore di Gesù, vedo il Salvatore ancora più vicino, guardo in Lui il punto dal quale vuole unirsi con me, e m’invita ad unirmi a Lui». Di questa fontana che zampilla fino alla vita eterna — fons aquæ salientis in vitam æternam — il Cuore di Gesù è l’organo propulsore. Per mezzo suo il divino influsso, lo Spirito Santo, perviene in ogni membro del corpo mistico. Ciascuna delle nostre azioni soprannaturali è un’azione del Cristo, giacché il Cristo mistico è il Cristo personale (il Capo), più il Cristo mistico (noi Cristiani, sue membra); e grazie al suo Cuore, la vita circola dalla testa alle membra; da Lui a noi. – Presso tutti i popoli, il cuore simbolizza l’amore. Gesù poteva quindi dire a Santa Margherita Maria, poiché noi dobbiamo la nostra salvezza al suo amore: « Ecco il mio cuore, che ha fatto tanto per gli uomini ». – Separando la devozione al Sacro Cuore dal dogma dell’Inabitazione divina, si corre il rischio di farne una devozione di mero sentimento, una devozione della quale non si capisce, né l’origine., né lo scopo. Un’anima, invece, che ha compreso in che consista lo stato di grazia e la vita con Dio dentro di sé, sarà immancabilmente un’anima che ha una devozione fervente al Cuore di Nostro Signore, a quel Cuore al quale deve i preziosissimi tesori che porta in se stessa.

https://www.exsurgatdeus.org/2019/12/26/dio-in-noi-6/

TEMPO DI NATALE

IL TEMPO DI NATALE

(24 Dicembre-13 Gennaio)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. D. G. Lefebvre O. S. B.; L.I..C.E. Berruti & C. – Torino, 1950))

Commento Dogmatico.

Se il Tempo dell’Avvento ci fa desiderare la duplice venuta del Figlio di Dio, il Tempo di Natale celebra l’anniversario della sua nascita come Uomo, e ci prepara alla sua venuta futura come Giudice. – A partire da Natale, la liturgia segue passo passo nel suo Ciclo Gesù nella sua opera di redenzione, perché la Chiesa, godendo di tutte le grazie che derivano da ciascuno di questi misteri della vita di Lui, sia, come dice l’Apostolo S. Paolo, la Sposa senza macchia, senza ruga, santa ed immacolata, ch’Egli potrà presentare al Suo Padre,quando tornerà a prenderci alla fine del mondo. Questo momento, designato dall’ultima Domenica dopo la Pentecoste, è il termine di tutte le feste del calendario cristiano. Percorrendo le pagine che il Messale e il Breviario dedicano al Tempo di Natale, si trova ch’esse sono consacrate specialmente ai misteri della fanciullezza di Gesù. La liturgia celebra la « manifestazione » al popolo Giudeo (Natività 25 Dicembre) e pagano (Epifania: 6 gennaio) del grande mistero dell’Incarnazione, che consiste nell’unione in Gesù del Verbo generato dal Padre prima di tutti i secoli, con l’umanità « generata dalla sua madre nel mondo » (Simbolo di S. Atanasio). E questo mistero ci completa con l’unione delle nostre anime al Cristo che ci genera alla vita divina: «A tutti quelli che l’hanno ricevuto ha dato il potere di divenire Figli di Dio » (Giov. I, 10). – Il Verbo, che riceve eternamente la natura divina dal Padre, « innalzò a Sé l’umanità che gli diede nel tempo la Vergine (Simb. S. Atanasio), e si unisce nel corso dei secoli alle nostre anime mediante la grazia. L’affermazione della triplice nascita del Verbo, dell’umanità di Gesù e del suo Corpo Mistico costituisce soprattutto l’oggetto della meditazione della Chiesa in questo periodo dell’anno.

A) Nascita eterna del Verbo.

« Iddio — dice S. Paolo — abita in una luce inaccessibile (1 Tim. VI, 16). Ed è per farci conoscere il Padre Suo, che Gesù è disceso sulla terra. « Nessuno conosce il Padre tranne il Figlio, e colui al quale il Figlio avrà voluto rivelarlo » (Matth. XI, 27). Il Verbo fatto carne è dunque per noi la manifestazione di Dio, è Dio fatto uomo che ci rivela il Padre. – Non meravigli dunque l’importanza che la Chiesa ammette nella liturgia di Natale, a questa manifestazione della divinità di Gesù Cristo. Attraverso le belle sembianze del Fanciullo, che Maria ha deposto nella mangiatoia, la Chiesa ci fa scorgere, come in trasparenza, la Divinità diventata in qualche modo visibile e tangibile. « Chi vede me, vede il Padre » (Giov. XIV, 9) diceva Gesù. « Per mezzo del mistero delI’Incarnazione del Verbo, aggiunge il Prefazio di Natale, noi conosciamo Dio in una forma visibile e, per bene affermare che la contemplazione del Verbo è soprattutto il fondamento della ascesi di questo tempo, si prendono specialmente dagli scritti dei due apostoli: S. Giovanni e S. Paolo, araldi per eccellenza della Divinità di Cristo, i brani nei quali essi ne parlano più profondamente. Così la liturgia di Natale ci fa inginocchiare, con Maria e Giuseppe, davanti a questo Dio rivestito della nostra carne: «Cristo è nato per noi: venite, adoriamolo» (Invit. Di Natale); con l’umile corteo dei pastori che vanno al presepio «ci fa accorrere in fretta per glorificare e lodare Iddio» (Vang. Messa di Mezzanotte); ci unisce alla sontuosa carovana dei Re Magi onde con loro « ci prostriamo avanti al Fanciullo e adoriamo» (Vang. Epifania) « Colui che tutti gli Angeli di Dio adorano » (Ep. della Messa del giorno).Riconosciamo con la Chiesa il grande dogma della Divinità diGesù e dell’Incarnazione del Verbo.

B) Nascita temporale dell’umanità di Gesù.

« Quando il sole si sarà alzato nel Cielo, vedrete il Re dei re procedere dal Padre, come lo sposo che esce dalla camera nuziale » (Antif. del Magnificat dei primi Vespri del Natale). « E il Verbo si fece carne ed abitò tra noi » dice S. Giovanni (Vang. Messa del giorno di Natale). Questo fanciullo che adoriamo è dunque Dio unito alla natura umana in tutto ciò che essa ha di più bello e di più debole, affinché noi non siamo accecati dalla sua luce e ci accostiamo a Lui senza timore. Conoscere i misteri dell’infanzia del Salvatore e penetrarne lo spirito è il principio della vita spirituale. Perciò, durante queste settimane, noi contempliamo con la Chiesa, Cristo a Betlemme, in Egitto, a Nazareth. Maria mette al mondo il suo divin Figliuolo, lo avvolge in fasce e lo adagia in una mangiatoia (Vang. Messa di Mezzanotte). Giuseppe circonda il bambino delle sue paterne sollecitudini. Egli ne è il padre, non solo perché, essendo lo sposo della Vergine, ha dei diritti sul frutto del seno di Lei, ma anche – come dice Bossuet – perché, mentre « gli altri adottano dei fanciulli, Gesù ha adottato un padre ». I tre nomi benedetti di Gesù, Maria e Giuseppe sono dunque incastonati nei testi della liturgia di Natale come perle preziose. « Maria, madre di Gesù, era fidanzata a Giuseppe» (Vang. della Viglia di Natale) . « I Magi trovarono Maria, Giuseppe ed il Fanciullo » (Vang. Vang. Messa dell’Aurora). « Giuseppe e Maria, madre di Gesù » (Vang. Messa dell’Ottava); « Giuseppe prende il Fanciullo e la Madre » (Vang. Vigilia dell’Epifania) « Figlio mio, tuo padre ed io ti cercavamo » (Vang. Dom. dell’Ottava dell’Epifania).

C) Nascita spirituale del corpo mistico di Gesù.

Ma— dice S. Tommaso — « non è per sé che il Figlio di Dio si è fatto uomo, ma per divinizzarci con la sua grazia (S. Th. III. Q. XXXVII, a 3 ad 2). Alla Incarnazione di Dio, cioè all’unione della natura divina e della natura umana nella Persona del Figlio di Dio, deve corrispondere la divinizzazione dell’uomo, cioè l’unione delie anime al Verbo, mediante la grazia santificante e la carità soprannaturale che l’accompagna. « Il Cristo intero – afferma infatti S. Agostino – è Gesù Cristo e i Cristiani. Egli è la testa e noi le membra ». Con Gesù noi nasciamo sempre più alla vita spirituale, perché la nascita del Capo è insieme quella del corpo (ad Ephes. II, 4 – ad Col. III, 9). « Rendiamo grazie a Dio Padre, per mezzo del suo Figlio, nello Spirito Santo, dice S. Leone, perché, avendoci amato nella sua infinita carità, ci ha usato misericordia, e, poiché eravamo morti per i peccati, ci ha tutti risuscitati in Gesù Cristo » (S. Leone, VI Serm. Della Natività) affinché noi fossimo in Lui una creatura nuova ed un’opera nuova. « Liberiamoci dunque del vecchio uomo e da tutte le sue opere » (Col. III, 9), e, ammessi a partecipare alla nascita di Cristo, rinunciamo alle opere della carne. Riconosci, o Cristiano, la tua dignità, e « divenuto partecipe della natura divina » (S. Piet. I, 4), guardati dal ricadere, con una condotta indegna di questa grandezza, nella miseria di una volta. Ricordati di quale Capo e di che corpo tu sei membro. Non dimenticare mai che « strappato alle potenze delle tenebre » « sei stato trasferito alla luce ed al regno di Dio » (Sesta lezione di Natale) . La ragione di festeggiare l’anniversario della natività di Gesù si è quella di fare ogni anno nascere maggiormente Gesù nelle anime nostre, mediante l’incremento della nostra fede e del nostro amore verso il Verbo Immacolato. I presepi e le altre manifestazioni esteriori di questo avvenimento, il più importante della Storia, non sono che mezzi per ravvivare questa fede e questo amore che ci fanno vivere divinamente. Occorre dunque che m questa festa del Natale, noi abbondiamo in buone opere (Oraz. delle Dom. nell’Ottava di Natale), manifestando così che noi siamo nati da Dio e divenuti suoi figli (Vang. Messe di Natale); occorre che tutta la nostra attività sia un irradiare di quella luce del Verbo che riempie le nostre anime (Oraz. Messa dell’Aurora). È questa la grazia propria del Tempo di Natale, che ha per iscopo di estendere la Paternità divina, affinché il Padre possa dire, parlando di ciascheduno di noi ciò che ha detto, a titolo specialissimo del Suo Verbo Incarnato; «Tu sei mio figlio, io oggi ti ho generato » (Introito Messa di Mezzanotte. Questo “oggi” è per il Verbo, l’eternità). Prostrati umilmente, pronunciamo adunque con grande rispetto queste parole del Simbolo: lo credo in Gesù Cristo: 1) nato dal Padre prima dei secoli: Dio da Dio, consostanziale al Padre. 2) Disceso dal Cielo, incarnatosi per opera dello Spirito Santo nel seno di Maria Vergine e fattosi uomo. 3) Credo alla S. Chiesa, nata alla vita divina mediante la grazia dello Spirito Santo, che rese feconde le acque del Battesimo.

II. Commento storico.

Tra gli anni 747 e 749 di Roma, il censimento generale, ordinato da Cesare Augusto, costrinse Giuseppe e Maria a recarsi da Nazareth a Betlemme, in Giudea. Ora, mentre essi erano in questo luogo, dice S. Luca, la Vergine mise alla luce il suo primogenito (Vangelo della Messa di Mezzanotte). Alludendo alla tradizione che, nel IV secolo, pone la culla di Gesù tra due animali, la liturgia, cita due testi di Profeti, quello di Isaia « il bue conosce il suo padrone e l’asino la greppia del suo signore (I, 3) » e quello di Abacuc « Signore tu apparirai tra due animali » (III, 2). – C’erano, nei dintorni, dei pastori che vegliavano durante la notte per custodire il gregge. Avvertiti da un Angelo, discesero in fretta sino a Betlemme (Vang. della Messa dell’alba). L’Antifona delle Lodi di Natale, indirizzandosi ad essi, domanda: « Chi avete visto, pastori? ditecelo, annunziatecelo; chi è comparso sulla terra? ». Essi rispondono; «Abbiamo visto un neonato, e abbiamo inteso i canti degli Angeli che lodavano il Signore, alleluia, alleluia ». Otto giorni dopo, il Fanciullo divino fu circonciso da Giuseppe (Circoncisione, genn.) e ricevette il nome di Gesù (Festa del S. Nome di Gesù: 2 Genn.) che l’Angelo aveva indicato a Giuseppe e a Maria. E quaranta giorni dopo che Maria ebbe partorito, andò al Tempio per offrirvi il sacrificio prescritto dalla legge (Presentazione: 2 febbraio). Allora Simeone predisse che Gesù sarebbe stato la rovina e la risurrezione di molti, e che una spada di dolore avrebbe trafitto il cuore della sua madre (Vang. della Dom. nella Ott di Natale). – Al corteo dei pastori ne succede ben presto un altro, quello dei Magi. Arrivano dall’Oriente a Gerusalemme, guidati da una stella, e, seguendo le indicazioni degli stessi principi dei sacerdoti, vanno a Betlemme, perché lì, secondo il profeta Michea, doveva nascere il Messia. Vi trovano il Bambino con Maria sua Madre e, prostrandosi, l’adorano. Poi, avvertiti in sogno, tornano a casa loro senza più passare per Gerusalemme (Vang. dell’Epif.). Erode, che aveva chiesto ai Magi di indicargli dove fosse nato il fanciullo, vedendo che essi l’avevano ingannato, andò in collera e fece uccidere tutti i fanciulli nati da meno di due anni, che trovavansi a Betlemme e nei dintorni, sperando così di liberarsi del re dei Giudei, nel quale temeva un competitore (Vang. dei SS. Innocenti). – Un Angelo apparve allora in sogno a Giuseppe e gli disse di fuggire in Egitto con Maria ed il Fanciullo. Ivi rimasero fino alla morte di Erode. L’Angelo del Signore apparve allora di nuovo in sogno a Giuseppe e gli disse di tornare nella terra d’Israele. Ma, avendo saputo che in Giudea governava Archelao al posto del padre Erode e che ordinava delle persecuzioni, Giuseppe temette per la vita del fanciullo e andò in Galilea, nella città di Nazareth » (Vang. della Vig. dell’Epif.). – Quando Gesù aveva dodici anni, i suoi Genitori, avendolo smarrito a Gerusalemme durante una delle feste di Pasqua, lo ritrovarono dopo tre giorni nel Tempio in mezzo ai Dottori. Tornato a Nazaret, vi crebbe in saggezza, in statura e in grazia avanti a Dio e agli uomini (Vang. della Domen. fra l’Ott. dell’Epif.). – Da Nazareth, trentenne, Gesù andò al Giordano per farsi battezzare da Giovanni Battista. E questi compiendo la sua missione di testimonio: hic venit ut testimonium perhiberet de lumine, dichiarò che quel Gesù sul quale lo Spirito Santo si posò sotto forma di una colomba, era il Messia atteso (Vang. dell’Ott, dell’Epif.).

III. — Commento Liturgico.

Il tempo di Natale comincia alla Vigilia della festa e termina, per il ciclo temporale, l’ottavo giorno dopo l’Epifania (13 gennaio), e per il santorale alla festa della Purificazione della Vergine (2 febbraio). Questo tempo è in parte caratterizzato dalla gioia che prova l’umanità di possedere colui, del quale l’umana natura è totalmente « consacrata » al Verbo, che la possiede come sua. e che consacrerà a Dio tutti gli uomini di cui sarà il Salvatore. Perciò questo Tempo è un’epoca di « grande gioia per tutto il popolo » (Vang. Messa di Mezzanotte). Con gli Angeli, con i Pastori, con i Magi soprattutto, primizie dei Gentili, lasciamoci « trasportare dal grande giubilo » (Vang. Epifania), e con la Chiesa, che riveste i suoi Sacerdoti di paramenti bianchi e rende agli organi la loro voce melodiosa, cantiamo un festante « Gloria in excelsis». « Il Salvatore Nostro, scrive S. Leone, oggi è nato, rallegriamoci ». « Non ci può esser tristezza nel giorno in cui nasce la vita, la quale, dissipando il timore della morte, spande sulle nostre anime la gioia della promessa eternità. Non c’è persona che non abbia parte a questa allegrezza. Tutti hanno uno stesso motivo di rallegrarsi, poiché nostro Signore, distruttore del peccato e della morte, trovandoci tutti schiavi della colpa, è venuto per liberarcene tutti. Esulti il santo, perché si avvicina alla palma; gioisca il peccatore, poiché è invitato al perdono; si animi il gentile, perché è chiamato alla vita » (4a Lez. – 25 Dic.,). E questa allegrezza è tanto più grande in quanto la nascita di Gesù (La Festa dei Santi è chiamata Natalis, perché si celebra il giorno in cui la loro anima entra nel cielo. Alla fine del mondo i nostri corpi risuscitati parteciperanno alla loro volta a questa nascita celeste) sulla terra è il pegno della nostra nascita in cielo, quando Egli ritornerà a prenderci alla fine del mondo. – È in mezzo alle tenebre, simbolo di quelle che oscurano le anime, che Gesù è nato. « Mentre il mondo intero era sepolto nel silenzio e la notte era a metà del suo corso, dice l’Introito della Messa della Ottava di Natale, il Vostro Verbo onnipotente, o Signore, è disceso dal trono regale del cielo ». Cosi, per uno speciale privilegio, si celebra nella Festa di Natale una Messa a Mezzanotte, seguita da un’altra all’aurora, e da una terza al mattino. Come notano i Padri, si è appunto al momento in cui il sole arriva al punto più basso del suo corso e rinasce in qualche modo, che nasce ogni anno pure a Natale il « Sole di giustizia ». – Il sole della natura e quello delle anime, di cui è l’immagine, sorgono insieme. « Il Cristo ci è nato, dice S. Agostino, proprio quando i giorni cominciano a crescere » (Disc. sulla Natività di N. S.). La festa di Natale, il giorno 25 dicembre, coincide con la festa che i pagani celebravano al solstizio d’inverno per onorare la nascita del sole ch’essi divinizzarono. Così la Chiesa cristianizzò questo rito pagano. La Messa di mezzanotte a Roma si celebrava nella basilica di S Maria Maggiore, che rappresenta Betlemme, perché vi si venerano alcune parti del presepio del Salvatore, sostituita da una mangiatoia d’argento nella grotta dove nacque Gesù. Questa grotta era, dalla metà del secondo secolo, visitata da numerosi pellegrini. L’imperatrice Elena fece costruire in questo luogo una basilica che si volle molto semplice, essendo Gesù nato nella povertà. Si lasciò scoperta una parte di roccia, e quando più tardi, verso l’Ottavo secolo, la mangiatoia d’argento sparì, si pose un altare nel luogo presunto della nascita del Salvatore. In questa Basilica della Natività Baldovino, fratello di Goffredo di Buglione, si fece consacrare nel Natale 1101, nella stessa città dove un tempo David era stato unto re dalle mani del Profeta Samuele. – Nel XII secolo, la culla del Principe della pace fu ornata molto riccamente di preziosi mosaici. « Mentre nelle loro insegne spiegate i profeti vi testimoniavano la divinità del Messia e la lunga teoria dei suoi antenati ne affermava la sua umanità, la Chiesa, nelle sue Assisi solenni, v i proclamava insieme l’umanità completa e la perfetta divinità di Colui che nacque a Betlemme, che fu osannato dagli Angeli e adorato dai Magi » (Vincent et Abel: Bethleem, pag. 154).- Il nostro presepe sia l’Altare dove Gesù nasce per noi, specialmente in questo giorno, in cui l’Eucaristia ci viene presentata dai testi del Messale e del Breviario in relazione al mistero della nascita. E ritornati in famiglia manifestiamo il nostro senso liturgico, mantenendo le commoventi tradizioni dei tempi di grande fede, quando si continuavano in letizia le feste della Chiesa nell’intimità della vita familiare. Ogni focolare cristiano dovrebbe avere il suo piccolo presepe, intorno al quale recitare in questi giorni le preghiere del mattino e della sera. I fanciulli imparerebbero così (in questo periodo di gioia, proprio dell’infanzia) che essi debbono unirsi ai piccoli pastori e ai Magi per adorare il piccolo Gesù, il Dio fanciullo adagiato sulla paglia, per domandargli di diventare con Lui e con la sua grazia sempre più figli di Dio.