DOMENICA III dopo PENTECOSTE (2018)

DOMENICA III dopo PENTECOSTE (2018)

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV:16; XXIV:18 Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus. [Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

Ps XXIV:1-2 Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam. [A te, o Signore, elevo l’ànima mia: Dio mio, confido in te, ch’io non resti confuso.]

Réspice in me et miserére mei, Dómine: quóniam únicus et pauper sum ego: vide humilitátem meam et labórem meum: et dimítte ómnia peccáta mea, Deus meus. [Guarda a me, e abbi pietà di me, o Signore: perché solo e povero io sono: guarda alla mia umiliazione e al mio travaglio, e rimetti tutti i miei peccati, o Dio mio.]

 Oratio

Orémus.

Protéctor in te sperántium, Deus, sine quo nihil est válidum, nihil sanctum: multíplica super nos misericórdiam tuam; ut, te rectóre, te duce, sic transeámus per bona temporália, ut non amittámus ætérna. [Protettore di quanti sperano in te, o Dio, senza cui nulla è stabile, nulla è santo: moltiplica su di noi la tua misericordia, affinché, sotto il tuo governo e la tua guida, passiamo tra i beni temporali cosí da non perdere gli eterni.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet V:6-11 “Caríssimi: Humiliámini sub poténti manu Dei, ut vos exáltet in témpore visitatiónis: omnem sollicitúdinem vestram projiciéntes in eum, quóniam ipsi cura est de vobis. Sóbrii estote et vigiláte: quia adversárius vester diábolus tamquam leo rúgiens circuit, quærens, quem dévoret: cui resístite fortes in fide: sciéntes eándem passiónem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitáti fíeri. Deus autem omnis grátiæ, qui vocávit nos in ætérnam suam glóriam in Christo Jesu, módicum passos ipse perfíciet, confirmábit solidabítque. Ipsi glória et impérium in sæcula sæculórum. Amen”. [Carissimi: Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi esalti nel tempo della sua visita: e affidate a Lui ogni vostra preoccupazione, poiché Egli stesso ha cura di voi. Siate sobrii e vigilate, poiché il vostro nemico, il diavolo, vi circonda come un leone ruggente, cercando di divorare qualcuno: ad esso resistete forti nella fede; sapendo che le medesime sofferenze hanno i vostri fratelli sparsi per il mondo. Tuttavia, il Dio di ogni grazia, che ci ha chiamati alla sua gloria eterna in Cristo Gesù, ci perfezionerà dopo che avremo sofferto un poco, e ci confermerà nella fede, ci irrobustirà. A Lui gloria e impero nei secoli dei secoli. Amen.]

Omelia I

[Mons. Bonomelli: da “Omelie”, vol. III – Omelia VII, Torino 1899]

“Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, affinché vi innalzi allorché verrà a visitarvi, abbandonando in lui ogni vostra affannosa cura, perché egli ha pensiero di voi”. Siate sobri e vegliate, perché il demonio, vostro avversario, come leone ruggente, gira intorno a voi, cercando chi divorare. A lui tenete testa, saldi nella fede, sapendo che le stesse tribolazioni incalzano i vostri fratelli sparsi pel mondo. Il Dio poi d’ogni grazia, che in Gesù Cristo ci ha chiamati alla eterna sua gloria, poiché avrete alcun poco sofferto, egli stesso vi perfezionerà e solidamente vi stabilirà. A lui sia gloria ed impero nei secoli dei secoli. Amen „ (I . di S. Pietro, v, 6-11).

In queste sentenze voi avete voltato nella nostra lingua, parola per parola, il tratto dell’epistola che la Chiesa ci fa leggere nella Messa di questa Domenica; tratto che si legge verso la fine della la lettera di S. Pietro. Esso è breve, ma, come voi stessi vi sarete accorti udendone la recita, contiene alcune verità morali d’una importanza altissima, ch’io mi ingegnerò di sviluppare e voi vi studierete di comprendere. – S. Pietro, prima di chiudere la sua lettera, divisa in cinque piccoli capi, con affetto paterno si rivolge ai pastori di anime e vivamente li esorta allo zelo, al disinteresse ed alla modestia, ponendo innanzi ai loro occhi la corona immarcescibile che un dì riceveranno dal Principe dei pastori, Gesù Cristo. Poi si rivolge ai giovani e li esorta ad essere docili e rispettosi verso i provetti ed umili tra loro, perché l’umiltà è cara a Dio, che la ricolma di grazia. Quindi, rivolgendosi a tutti, continua: “Umiliatevi sotto la potente mano di Dio, „ “Humiliamìnì sub potenti manu Dei”. L’umiltà, come sapete, è figlia del conoscimento di se stesso (S. Bernardo) e, volentieri aggiungo, e del conoscimento di Dio, giacché il primo conoscimento si compie e perfeziona nel secondo, precisamente come le ombre d’un quadro hanno il loro risalto dalla luce. Raccogliamoci in noi stessi un istante e gettiamo uno sguardo sopra l’essere nostro. Che è questo corpo? Un po’ di terra, che presto ritornerà alla terra: un po’ di nebbia, che un raggio del sole abbellisce per pochi momenti e un soffio d’aria disperde: un fiore che al mattino sfoggia i suoi colori smaglianti e spande la sua fragranza, e la sera china il capo, inacidisce e muore. – Questo corpo, che sembra pieno di vita, di forza e di bellezza, è travagliato da mille infermità, invecchia, si curva sotto il peso agli anni, è calato nel sepolcro, si riduce ad un pugno di polvere. E l’anima che l’avviva? Legata a questo corpo, se lo trascina dietro penosamente, come la chiocciola si trascina dietro la sua casa; tormentata dalle passioni, si dibatte miseramente tra l’errore e la verità, tra il vizio e la virtù, troppo spesso schiava di quello, raramente amica e discepola di questa: la sua vita è un intreccio continuo di debolezze e di colpe, che fanno salire la vergogna sulla sua fronte: il rimorso la segue e l’incalza, l’orrore della morte e il terrore del divino giudizio l’arresta, la respinge. Se leviamo gli occhi a Dio, che vediamo? Quale confronto tra Lui e noi? Tutto ciò che abbiamo è dono suo: nulla che sia nostro, del peccato in fuori: Egli eterno, immenso, immutabile, sapientissimo, la stessa bontà; noi racchiusi in questo angusto circolo del tempo, in questo punto impercettibile del nostro essere, soggetti ad incessanti mutazioni, pieni di dubbi, di incertezze, di errori, di ree tendenze. – Chi siamo noi d’innanzi a Dio? Povere, miserabili creature, degne d’ogni disprezzo e d’ogni pena. Consci di noi stessi e delle nostre miserie estreme, sentiremo il dovere e la necessità di umiliarci sotto la mano potente di Dio, che tutto conosce e dispone a nostro bene. – Che se curveremo la nostra fronte e fiaccheremo il nostro orgoglio dinanzi alla potenza ed alla maestà di Dio e diventeremo piccoli e spregevoli ai nostri occhi, ecco la mercede, che infallibilmente ne avremo: “Egli, Iddio, ci solleverà nel giorno della visitazione, „ Ut vos exaltet in tempore visitationis. – E la gran legge, che brilla da un capo all’altro del Vangelo e che ha il suo pieno compimento nel nostro Capo divino, Gesù Cristo. Vuoi essere grande dinanzi a Dio? Abbassati agli occhi tuoi. Vuoi essere il primo nel regno dei cieli? Sii l’ultimo quaggiù sulla terra, perché sta sempre la sentenza di Cristo: “Chi si abbassa sarà esaltato: Agli umili Dio concede la sua grazia. „ E quando al tuo volontario abbassamento risponderà l’innalzamento tuo? In tempore visitationis, nel tempo che Dio verrà a te, il dì cioè della tua morte, il giorno nel quale si chiuderà la vita presente e comincerà l’eterna (La frase “In tempore visitationis„ si incontra più volte nei libri sacri, e vuol dire, ora la visita che Dio fa con la sua grazia ed anche con i suoi castighi, ed ora il giudizio, sia particolare, sia universale. È una forma di dire ebraica e poetica).Voi vedete, o cari, che i Libri santi per sostenere la nostra debolezza nelle dure lotte della vita, per confortarci in mezzo alle pene ed alle amarezze, inseparabili compagne di chi batte il cammino della virtù, ci fanno sempre brillare agli occhi della mente le gioie della Vita futura: Ut vos exaltet in tempore visitationis. Togliete all’uomo la speranza del premio nella vita futura, chiudetegli sul capo le porte del cielo, ditegli che tutto finisce quaggiù, nella fossa del sepolcro, e voi avrete gettato nel suo cuore la disperazione, voi lo costringerete a maledire la sua esistenza, la virtù come un sogno, come un tormento. Ah! Se non vi fosse altra vita che la presente, altro premio per la virtù tribolata, che quello che dà il mondo, la nostra esistenza quaggiù sarebbe un enigma insolubile, una contraddizione manifesta, e noi saremmo, come scrisse l’Apostolo, i più miserabili degli esseri.Vi sono anche al giorno d’oggi alcuni dotti, i quali pensano e insegnano che è cosa indegna dell’uomo operare il bene, praticare la virtù per la mercede promessa nella vita futura. Essi dicono che in tal guisa la virtù si trasforma in una merce, la si abbassa, la si avvilisce: affermano, la virtù doversi praticare per se stessa, né doversi aspettare un premio futuro quale che sia; i credenti con la loro speranza della ricompensa essere volgari mercanti. – Che si possa esercitare la virtù, prescindendo dalla mercede futura, per la sua bellezza intrinseca, per piacere solo a Dio, che la comanda, nessun dubbio: è virtù altissima, lo sappiamo: che sia cosa indegna e biasimevole esercitarla per la speranza della retribuzione, è grave errore, condannato dai Libri santi, che ci incoraggiano alla battaglia della vita, all’esercizio della virtù, proponendoci il premio; è anche cosa che ripugna alla natura stessa dell’uomo, che non può non desiderare il proprio bene e che, per vincere le passioni e superare gli ostacoli, ha bisogno di attingere forza nella speranza della ricompensa. Costoro mostrano di non conoscere la natura umana e sollevano la virtù a tanta altezza da renderla non solo difficile, ma impossibile almeno alla maggior parte degli uomini.Compresi del vostro nulla dinanzi a Dio, fisso lo sguardo della mente in Lui “abbandonate in Lui ogni vostra cura affannosa.Omnem sollicitudinem vestram projicientes in eum”. Come bella e cara è questa sentenza del Principe degli Apostoli! Voi, figliuoli miei, così sembra parlare, voi siete oppressi dai timori e dalle ansie che vi assediano e stringono da ogni parte: siete come poveri pellegrini che, camminando verso la patria, sentono gravate le spalle da enorme fardello. Quante cure moleste! Quante pene dello spirito, spesso più pungenti di quelle che affliggono il corpo! Ebbene: di tutte queste cure che vi affannano, di tutte queste pene del corpo e dello spirito alleggeritevi, fatene un fascio e gettatele in Dio: Projicientes in eum! La espressione qui usata da S. Pietro è piena di forza: non dice ponetele in Dio, offritele a Dio, rassegnatevi al volere di Dio, o alcun che di simile, ma, Projicientes: Gittatele in Dio, che significa il totale e perfetto abbandono d’ogni nostra cura ed ansia in Dio, a talché ne smettiamo al tutto ogni pensiero ed ogni timore.Dobbiamo noi dunque vivere spensierati? S. Pietro in questo luogo ci vieta forse di occuparci delle cose nostre e ci comanda di starcene neghittosi, con le mani in mano, il tutto rimettendo alla Provvidenza divina? No sicuramente; così facendo, offenderemmo la stessa Provvidenza di Dio, che vuole il concorso dell’uomo: sarebbe un tentar Dio e un trasformare la virtù in un vizio. S. Pietro in questa sentenza, vuole che cessiamo dalle sollecitudini eccessive, ma che dal canto nostro facciamo ciò che possiamo: condanna la cura smoderata, affannosa, che ripone ogni fiducia nei propri sforzi e dimentica che al di sopra dell’uomo vi è Dio, che governa ed ordina ai suoi fini altissimi. Facciamo tutto, come scrisse un santo, come se non vi fosse la Provvidenza, e poi governiamoci come se tutto avesse fatto la Provvidenza.E perché dobbiamo abbandonarci interamente fra le braccia della Provvidenza? “Perché risponde S. Pietro, Dio ha pensiero di voi” Quìa ipsi cura est de vobis. Dio non fa come l’architetto, il quale dopo avere fabbricato la casa, se ne va; come il pittore, il quale dopo avere ritratta sulla tela la figura, pensa ad altro lavoro: Egli è creatore e insieme conservatore e provveditore, e non perde di vista l’opera delle sue mani per un solo momento, e pensa e provvede a ciascuna come se fosse sola. Come dunque non dobbiamo riposare tranquillamente in questa paterna Provvidenza? Abbandonandoci in Dio, come figli nel seno del padre, noi lo onoriamo, riconoscendo la sua sapienza, la sua potenza e la sua bontà e, se è lecito il dirlo, lo obblighiamo a circondarci di cure più affettuose. Il figlio, che tutto si affida alle cure del padre amoroso, lo onora grandemente ed è sicuro, se è possibile, di accrescerne la tenerezza. Sì, o dilettissimi, gettiamo tutte le nostre sollecitudini in Dio, perché Egli ha pensiero di noi.E sì vero che S. Pietro, esortandoci a collocare ogni nostra cura in Dio, non intesa a scioglierci da ogni lavoro e sforzo dal lato nostro, che soggiunge: “Siate sobrii e vegliate, „ Sobrii estote et vigilate. Due cose accoppia tra loro e raccomanda l’Apostolo: la sobrietà e la vigilanza, perché non si possono separare. La sobrietà o temperanza in ogni cosa è madre della vigilanza, nutrice della scienza e tutrice della castità, come la gola e la crapula sono amiche del sonno, della pigrizia, dell’ignoranza, del basso sentire e della lussuria. “Sobrii estote” Siate sobri, che il cibo non sia mai soverchio, o soverchiamente delicato, che la bevanda estingua la sete, non solletichi il gusto: che l’uno e l’altra siano contenuti entro la giusta misura, né gravino il corpo ed oscurino la mente: soddisfino i bisogni della natura, non eccitino le passioni, né siano alimento del vizio. Come volete che vegli, che stia in guardia, che preghi, che pesi le parole, che regoli gli atti suoi, colui che è oppresso dal cibo, la cui mente è abbuiata dai vapori del vino? Come volete che si sollevi a Dio col pensiero e con l’affetto chi giace sotto il peso della crapula? Come volete che fissi l’occhio della mente nella luce sì pura della verità e della virtù chi l’ha pressoché chiuso per l’intemperanza del mangiare e del bere? Siate sobri e sarete vigilanti: e ciò è necessario, perché grandi pericoli e terribili nemici ne circondano. – Quali nemici? Udite: “Perché il demonio, vostro avversario, come leone ruggente, si aggira intorno, cercando chi divorare.„ Nemico nostro è il mondo, con le sue seduzioni, con i suoi inganni; nemico nostro è il corpo, che portiamo, con le passioni che in esso si annidano, quasi serpi velenose sotto un cespuglio di fiori; nemici nostri sono i tristi, che insidiano la nostra fede; ma il nemico principale, il nemico, che sotto la sua bandiera raccoglie tutti i nostri nemici, che li muove e scatena ai nostri danni, è il demonio, il nostro avversario per eccellenza; egli sedusse i nostri primi padri e continua in noi, loro figli, l’opera sua, opera di morte. Non ignoro, o dilettissimi, che parecchi anche credenti, all’udir nominare il demonio, si stringono nelle spalle, sorridono e quasi in aria di compatimento, dicono: Il demonio! chi ora ci crede? Chi l’ha mai veduto ? È una credenza, che si può lasciare alle pie donne del volgo. L’esistenza dello spirito malvagio, che troviamo in fondo a tutte le credenze religiose antiche e moderne, per noi Cattolici, è verità di fede: le pagine dei Libri santi ne sono ripiene e possiamo dire che tutta la divina rivelazione, dal Genesi all’Apocalisse, si svolge sotto l’azione della lotta tra gli spiriti maligni ed i figli di Dio. Essa comincia nell’Eden, prosegue fino al Calvario ed avrà fine al termine dei tempi, quando il principe delle tenebre sarà cacciato per sempre dalla terra. Non ascoltate dunque coloro che mettono nel numero delle favole o delle leggende, l’esistenza dei demoni; essa è un articolo di fede. – Il demonio odia Dio, a cui si ribellò e che lo punisce, ed odia fieramente noi, perché sue creature, portanti in noi stessi l’immagine di Dio, perché amati da Dio e da Lui chiamati a quel regno beato dal quale egli fu per sempre sbandeggiato. Vedetelo, dice S. Pietro, vedetelo il demonio, il vostro implacabile nemico, egli è simile al leone: il leone, il re della selva, è superbo, feroce, pieno d’ira e di rabbia: esso arruffa il pelo, con la coda si flagella i fianchi; dagli occhi balena una luce sinistra, con i suoi ruggiti fa tremare il deserto, si lancia sulla sua preda, la ghermisce, la dilania con le unghie poderose e coi denti la maciulla: esso non sa che uccidere e degli uccisi si pasce. Il demonio, come leone affamato, rugge, e si aggira intorno a voi, in cerca della preda, e guai al misero sul quale può stendere l’unghia terribile! Voi vedete che S. Pietro in poche battute ci descrive al vivo la forza, la crudeltà, la rabbia onde il demonio arde contro di noi, e quanto sia necessario vegliare per non cadere nelle sue fauci. – Prima condizione per non essere sua vittima è la vigilanza, perché quantunque questo nemico sia tremendo, per la forza e per la ferocia, esso è incatenato da Cristo, è come chiuso entro la sua gabbia, e soltanto coloro che incautamente gli si avvicinano, sono da lui afferrati e divorati. Lungi adunque, lungi dalla fiera belva: badate di non cercare il pericolo, di non esporvi alla tentazione senza necessità: chi cerca il pericolo, chi si espone senza motivo sufficiente alla tentazione è simile a quell’imprudente che si accosta alla gabbia del leone e scherza con esso; sentirà la forza dei suoi artigli e sarà suo pasto miserando. – Non basta star lungi, fuggire la tentazione, vigilare per non essere colto ed addentato; fa d’uopo al bisogno tenergli testa: Cui resistite fortes. Assai volte possiamo fuggire la tentazione, ma talora è impossibile fuggirla: talora è forza affrontarla, massime vivendo in questo mondo. Allora, o miei cari, noi siamo simili a coloro che sono costretti ad entrare nella gabbia, dove giace il leone e affrontarne il furore. Che fanno essi? Non è mai che gli volgano le spalle: fissano lo sguardo immobile e dominatore sul leone, e questo qua e là si aggira ruggendo, ma non osa assalirli, anzi diviene loro zimbello. Così noi, o carissimi, costretti a lottare corpo a corpo contro il demonio, il tentatore, teniamo fisso sopra di lui l’occhio illuminato dalla fede. Un raggio solo della luce divina, che per la fede si riflette nel nostro sguardo, farà sentire al nemico la presenza di Cristo, che lo vinse, lo soggiogherà, lo renderà impotente, ed allora, come cantava il Salmista, potremo camminare sul capo del leone e del dragone. È questo, che vuole insegnarci S. Pietro, allorché ci dice: “Tenete testa, forti nella fede, „ Cui resistite fortes in fide. – “Lo so, in questa lotta soffrirete assai, così S. Pietro; ma ricordatevi, che altri soffrirono come voi. Chi sono? I vostri fratelli, sparsi pel mondo”: Scientes eamdem passionem ei, quæ in mundo est, vestræ fraternitati fieri. Questa lettera fu scritta da S. Pietro in Roma, sette anni circa prima della sua morte. I fedeli ai quali scriveva, non potevano certamente ignorare le sue tribolazioni, le persecuzioni che soffriva egli, Principe degli Apostoli, e con lui soffrivano tutti i fratelli suoi nell’apostolato, e più o meno tutti i Cristiani sparsi nel mondo. È un conforto, doloroso, se volete, ma è sempre un conforto, il sapere che altri patiscono come noi, come noi e per gli stessi motivi per i quali soffriamo noi. È un conforto, perché se soffrono altri come noi e per gli stessi motivi, perché non soffriremo ancor noi? La loro costanza, il loro esempio ci incoraggia e ci avvalora. L’essere soli a lottare e soffrire sconforta: guai al solo, dice la Scrittura: avere compagni sembra raddoppiare le nostre forze. È un conforto, perché la nostra fede si ravviva, si ravviva la nostra speranza, perché sappiamo che altri per esse soffrono con noi. I soldati, che sanno i loro commilitoni pugnare altrove valorosamente, sentonsi eccitati ad imitarli e più animosi si gettano nella mischia. Bene a ragione adunque S. Pietro rammenta ai fedeli dell’Asia che, se essi soffrono, soffrono pur altri, i loro fratelli, dovunque sparsi sulla terra. Da queste parole dell’Apostolo noi comprendiamo che fin d’allora tutti i credenti, benché lontanissimi tra loro, si consideravano come fratelli, formanti una sola famiglia, tantoché i dolori come le gioie erano comuni. – Questo spirito di solidarietà, dirò meglio, di mutua carità e fratellanza, è caratteristico della Chiesa di Gesù Cristo; allorché alcuni suoi membri soffrono per la fede, per la causa della giustizia, siano pure sulle ultime spiagge dell’Oriente, o tra le aride sabbie del deserto, o tra le selve d’Africa o d’America, gli altri soffrono con essi, pregano e li soccorrono, se possono. – Questa comunione delle gioie e dei dolori tra i figli della Chiesa, è frutto della stessa fede e della stessa carità, e ne è ad un tempo l’alimento. – Soffriamo tutti, dice in sostanza S. Pietro, soffriamo tutti in questa lotta col principe delle tenebre e con i suoi alleati: che posso dirvi? Io non fo che un voto, ed è questo: “Il Dio d’ogni grazia, che in Cristo ci ha chiamati alla gloria eterna, dopo il breve patire, vi perfezioni e solidamente vi stabilisca. „ Dio, che è fonte inesausta d’ogni grazia, per i meriti di Cristo, che ci ha redenti, compia l’opera sua in voi, vi perfezioni nella pazienza e nella carità, vi tenga saldi nella lotta contro il nemico e dopo i brevi patimenti della vita presente, vi stabilisca in quella gloria beata, alla quale ci ha chiamati. – Sempre questo lo spirito che informa l’insegnamento della fede e che brilla mirabilmente in tutti gli scritti del nuovo Testamento; noi siamo posti su questa terra per conoscere, amare e servire Iddio; siamo posti su questa terra, non per godere di questi poveri beni, ma per acquistarci con le nostre fatiche la immortalità beata; tutto il Vangelo di Gesù Cristo si riduce a questa semplicissima verità, vivere santamente sulla terra per meritare il cielo, patire nella vita presente per amore di Dio e godere con Lui per sempre nella vita futura. “È questo, diceva Lattanzio, il compendio d’ogni cosa, è questo il segreto di Dio, è questo il mistero del mondo” (Lact. lib. 7, c. 6). Ricordate questa verità, compendio di tutta la fede, S. Pietro sembra quasi rapito fuori da se stesso: fissando gli occhi della fede nella sempiterna felicità, che ci aspetta; considerando il poco che ci si domanda per guadagnarla, con l’anima riboccante di gratitudine e di gioia verso Dio, quasi fosse giunto al termine del suo pellegrinaggio ed immerso in quell’oceano di ineffabili godimenti, esce in questo grido, in quest’inno d’amore: “A Lui, cioè a Dio, a Gesù Cristo, gloria ed impero nei secoli dei secoli. Amen. „ Noi, miserabili creature, non possiamo dar nulla a Dio, perché nulla abbiamo di nostro e di nulla Egli abbisogna: eppure, in qualche senso noi possiamo dare a Dio alcun ché di nostro; anzi possiamo offrirGli un dono prezioso e tutto nostro e ch’Egli aspetta e che altamente lo onora. E quale ? La nostra volontà, la nostra libertà. Essa pure è dono, e dono di Dio; ma Dio l’ha data a noi per modo che è nostra, tutta nostra e noi possiamo restituirla a Lui e non restituirla ed usarne a nostro talento. Non v’è offerta, che maggiormente onori Iddio e che torni a Lui accettevole della nostra libera volontà, appunto perché libera ed è in poter nostro fargliene omaggio o ricusarglielo. Non dimenticatelo mai, o cari; un atto della libera libera volontà rende a Dio più onore che tutte insieme le creature irragionevoli del cielo e della terra. Offriamo dunque a Dio la nostra volontà, e la offriremo, facendo la volontà sua nella osservanza esatta della sua legge. A Dio non possiamo dar nulla, perché Egli di nulla abbisogna ed è il centro di tutte le perfezioni, è vero, ma possiamo godere della infinita sua grandezza e delle sue perfezioni; possiamo desiderare che il Nome suo sia santificato su tutta la terra, che la sua volontà sia dovunque adempiuta, cioè possiamo desiderare che gli uomini tutti Lo conoscano, Lo lodino, Lo esaltino, Lo glorifichino e da questa s’innalzi perenne il grido di S. Pietro: “A Dio gloria ed impero nei secoli dei secoli. Amen”. — Così sia.

Graduale
Ps LIV:23; LIV:17; LIV:19 Jacta cogitátum tuum in Dómino: et ipse te enútriet. [Affida ogni tua preoccupazione al Signore: ed Egli ti nutrirà.]

V. Dum clamárem ad Dóminum, exaudívit vocem meam ab his, qui appropínquant mihi. Allelúja, allelúja. [Mentre invocavo il Signore, ha esaudito la mia preghiera, liberandomi da coloro che mi circondavano. Allelúia, allelúia]

Ps VII:12 Deus judex justus, fortis et pátiens, numquid iráscitur per síngulos dies? Allelúja. [Iddio, giudice giusto, forte e paziente, si adira forse tutti i giorni? Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.

S. Luc. XV:1-10 “In illo témpore: Erant appropinquántes ad Jesum publicáni et peccatóres, ut audírent illum. Et murmurábant pharisæi et scribæ, dicéntes: Quia hic peccatóres recipit et mandúcat cum illis. Et ait ad illos parábolam istam, dicens: Quis ex vobis homo, qui habet centum oves: et si perdíderit unam ex illis, nonne dimíttit nonagínta novem in desérto, et vadit ad illam, quæ períerat, donec invéniat eam? Et cum invénerit eam, impónit in húmeros suos gaudens: et véniens domum, cónvocat amícos et vicínos, dicens illis: Congratulámini mihi, quia invéni ovem meam, quæ períerat? Dico vobis, quod ita gáudium erit in cœlo super uno peccatóre pœniténtiam agénte, quam super nonagínta novem justis, qui non índigent pœniténtia. Aut quæ múlier habens drachmas decem, si perdíderit drachmam unam, nonne accéndit lucérnam, et evérrit domum, et quærit diligénter, donec invéniat? Et cum invénerit, cónvocat amícas et vicínas, dicens: Congratulámini mihi, quia invéni drachmam, quam perdíderam? Ita dico vobis: gáudium erit coram Angelis Dei super uno peccatóre pœniténtiam agénte”.

Omelia II

[Mons. Bonomelli, ut supra, om. VIII]

I pubblicani e i peccatori si andavano accostando a Gesù per ascoltarlo; ma i farisei e gli scribi ne mormoravano, dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con essi. E Gesù disse loro questa parabola: Chi è l’uomo tra voi, il quale avendo cento pecore, se ne perde una, non lasci le novantanove nel deserto e non corra dietro alla smarrita finché l’abbia trovata? E, avendola trovata, tutto lieto se la mette in sulle spalle; e, venuto a casa, raduna gli amici e i vicini e dice loro: “fate festa meco, perché io ho trovato la mia pecora, che era perduta”. Io vi dico, che così si farà più letizia in cielo per un peccatore penitente, che per novantanove giusti, che non hanno bisogno di penitenza. Ovvero, qual è la donna, che avendo dieci dramme, se ne perde una, non accenda la lucerna e non spazzi la casa e con ogni diligenza non cerchi finché l’abbia trovata? E, trovatala, raduna le vicine e le amiche, dicendo: “rallegratevi meco, perché io ho trovato la dramma, che avevo perduto”. Così vi dico, si farà festa tra gli Angeli di Dio per un peccatore penitente „ (S. Luca, xv, 1-10).

Nella lezione evangelica di questa Domenica si contengono due distinte parabole o similitudini, che dire vogliate: la parabola o similitudine del pastore, che va in cerca dell’agnella smarrita, e quella della donna che mette sossopra la casa per trovare la dramma perduta. Le due parabole sono distinte ma un solo ed identico è il loro fine, quello di mettere in piena luce l’amore cocentissimo di Gesù Cristo pei poveri peccatori e il desiderio e la gioia vivissima del suo amore per la loro conversione. – Se vi è argomento caro e giocondo a trattarsi è certamente questo, o dilettissimi, e ciò per due motivi principali; primieramente perché tra tutte le perfezioni divine la bontà tiene il primo posto, e questa bontà nel Vangelo d’oggi brilla in tutta la sua bellezza; in secondo luogo, perché peccatori come siamo  tutti, abbiamo sommo bisogno di meditare questa bontà di Dio, unica nostra speranza. – “I pubblicani e i peccatori si andavano accostando a Gesù per ascoltarlo. „ Non è a dubitare, che il discorso di Cristo a questo precedente, fosse inteso ad ispirare fiducia ai peccatori. In questo Vangelo di S. Luca non ne troviamo traccia, ma l’abbiamo bellissima nel luogo parallelo di S. Matteo che pur esso riferisce la parabola dell’agnella sbrancata. Gesù, come narra S. Matteo, aveva dichiarato di essere venuto a salvare tutto ciò che perito: Venit Filius hominis salvum facere quod perìerat; e questa verità l’avrà ampiamente sviluppata con quell’accento d’ inesprimibile tenerezza, che la sua carità gli poneva sulle labbra. Che avvenne? I pubblicani o riscuotitori dei pubblici balzelli, gente in mala voce ed odiatissima dagli Ebrei ed ogni sorta di pubblici peccatori, attratti e vinti dalla carità di Gesù, rapiti dalla sua parola piena di dolcezza e paterno compatimento, si avvicinavano a Lui con figliale confidenza per ascolarLo. – Due classi di persone, come apprendiamo dal Vangelo, si avvicinavano a Gesù, ma con fini affatto differenti: la classe dei farisei, degli scribi, dei sadducei, dei dottori della legge e dei sacerdoti, e la classe popolana, e in essa particolarmente quelli che qui si chiamavano pubblicani e peccatori. Quelli si avvicinavano a Gesù quasi sempre all’intent, non d’istruirsi, ma di muovergli questioni, di coglierlo in fallo, – “Ut caperent eum in sermone—, e svergognarlo davanti alla moltitudine ed accusarlo presso l’autorità; questi per contrario si accostavano a Gesù con umiltà di cuore, con semplicità di spirito, per udirlo ed imparare, — Ut audirent eum —. Quelli erano, se volete, dotti, ma superbi e maligni: questi erano ignoranti, ma schietti ed umili; quelli con tutta la loro scienza non conobbero la verità, anzi orgogliosamente la respinsero, dovecché questi, nella loro ignoranza, la conobbero e l’abbracciarono. Miei cari! Quello che avvenne intorno a Cristo si ripete costantemente anche ai nostri giorni, e potete accertarvene con i vostri occhi; anche al presente il povero popolo ascolta e riceve la verità della fede nella semplicità del suo cuore, e gli uomini della scienza e della ricchezza, pur troppo in gran numero, non se ne curano, la disprezzano e fors’anche la combattono. Quale la causa? Sempre la stessa, quella che balzò dal cielo gli angeli, che fece cadere i nostri protoparenti, quella che oscura la mente, indura il cuore e maggiormente offende Dio: l’orgoglio. – Ed è cosa che duole altamente e ci fa meravigliare, vedere non di rado persone che all’apparenza si direbbero religiose, uomini anche di Chiesa, che si lasciano trascinar da questo spirito di orgoglio e di critica e si fanno imitatori degli scribi e dei farisei. Mentre gli uomini del popolo, i poveri peccatori accorrono ad udire la parola di Dio e la ricevono con semplicità e docilità di cuore, certi uomini di Chiesa biasimano il modo con cui si annunzia e quelli che la annunziano, con arte finissima s’ingegnano di screditare  l’opera loro, perché non sono del loro partito, perché godono il favore popolare, perché si struggono d’invidia, simili ai farisei antichi ed a quei falsi fratelli che S. Paolo sfolgorò più volte nelle sue incomparabili lettere. Ad udirli è lo zelo della verità, della integrità della fede, l’amore delle anime, che li muove: ma in realtà sono dominati dalla superbia, dall’invidia, dallo spirito di parte, dalla smania di signoreggiare. No, no: costoro non amano le anime, ma se stessi, non cercano la gloria di Dio, ma la propria, non hanno lo spirito di Gesù Cristo, ma dei farisei, non edificano, ma distruggono: fuggiteli. – I farisei e gli scribi, vedendo questi pubblicani e peccatori notissimi far corona a Gesù Cristo e pendere riverenti dalla sua bocca, lungi dal rallegrarsene e sperar bene della loro conversione, se ne mostravano offesi, e guardandosi gli uni gli altri, crollando il capo, in aria di scherno, mormoravano e dicevano: “Costui accoglie i peccatori e mangia con essi – Hic peccatores recipit et manducat cum illis. Doppia accusa; accoglie i peccatori e mangia con loro! – la setta farisaica, osservante fino allo scrupolo tutte le cerimonie della legge e gli usi dei maggiori, tutta zelo per le pratiche esterne del culto, non curava l’interno pieno d’orgoglio, trattava con alterigia il povero popolo, e reputandosi santa, disprezzava e scacciava via da sé i peccatori. Isaia aveva dipinto a meraviglia questi superbi in poche parole:”Essi dicevano: Non mi toccare, perché io sono mondo. „ Per essi era colpa avvicinare i peccatori, parlare con loro, intrattenersi famigliarmente con essi. Ne abbiamo una immagine nelle caste superiori attuali dell’India, specialmente i Bramini, che reputano colpa comunicare con le caste inferiori o toccar cosa da queste toccata. Non par vero tanto e sì odioso accecamento in uomini. Ora Gesù era venuto per salvare tutti, ma più quelli che ne avevano maggior bisogno. Perciò Egli non solo lasciava che si accostassero a Lui i peccatori, i gabellieri, i pubblicani e tutta questa gente reputata perdutissima, ma Egli stesso andava a loro, sedeva con essi a mensa,  li trattava con dolcezza e con ogni carità. Siffatta condotta non è a dire quanto irritasse il partito farisaico: era la sua condanna, ne fremeva, ne menava rumore come d’uno scandalo enorme: Murmurabant pharisæi et scribæ, dìcentes: quia peccatores recipit et manducas cum eis. Nessuna cosa è tanto bella e sì cara come questa condotta di Gesù con i peccatori. Egli sta in mezzo a loro, li ammaestra, accetta gli inviti alla loro mensa, dissimula le loro miserie, i loro scandali, Egli, la santità in persona! Non mai una parola dura, acerba, un rimprovero amaro. Ecco il modello che dobbiamo imitar noi, sacerdoti: lasciamo agli scribi e ai farisei il fiero cipiglio, la durezza, l’alterigia con i peccatori; noi imitiamo la carità, il tenero compatimento di Gesù (S. Greg. M. Homil. 34 in hunc locum.). [Si, è zelo falso, nocivo, farisaico quello che ci fa essere duri e aspri con i poveri peccatori: è amor proprio mascherato di zelo. Si possono rimproverare anche fortemente i peccatori, e talora è necessario, ma senza dimenticare la carità che si sente anche nel più fiero rimprovero], e ricordiamo sempre quelle benedette parole uscite un dì dalla sua bocca: “Io voglio la misericordia, la compassione, e non la giustizia: „ Misericordiam volo et non judìcìum. È vero, anche Gesù ebbe parole terribili, le leggiamo nel Vangelo; ma per chi? Non mai, neppure una volta, per i peccatori, pubblicani, meretrici, gabellieri, ma per i farisei e per gli scribi, gente superba, senza cuore per gli erranti; questi, e questi soli flagellò e condannò con parole roventi, con una serie di formidabili “guai”, che fanno rabbrividire pure a leggerli, (S. Matteo XXIII, 13-33.). – Gesù udendo e conoscendo questo mormorare degli scribi e dei farisei per la domestichezza che usava coi peccatori, colse occasione di mostrare la natura della nuova dottrina, di far conoscere e far sentire quale sia lo spirito di Dio e, seguendo il suo stile, disse questa parabola: ” Chi è fra voi, il quale, avendo cento pecore, se ne ha perduta una, san lasci le novantanove nel deserto, per correre dietro alla smarrita, finché la trovi? „ La parabola od immagine è tolta da un fatto comunissimo, che tutti avevano sotto gli occhi giacché la pastorizia presso gli orientali e presso gli Ebrei era in grande uso non solo, ma anche in onore. Ponete, così Cristo agli scribi, ai farisei e alle turbe, ponete che uno di voi sia pastore ed abbia cento pecore. Egli le conduce per monti e per valli e in luoghi remoti e deserti per pascerle. La pecora, voi lo sapete, è semplice, mansueta, tranquilla, docile, sì, ma stordita. Essa facilmente si scorda del pastore e brucando i cespugli o l’erba a poco a poco si allontana dal pastore e dalle compagne e si caccia nel fitto della boscaglia e vi si smarrisce. Ebbene, dice Cristo, che fareste voi se foste il pastore di quelle cento pecorelle? Ah! voi, lascereste certo le novantanove nel deserto, affidate a buona custodia, e andreste subito in traccia di quell’unica, che si è sbrancata; voi la cerchereste per colli e per valli, per boschi e per burroni; voi tendereste l’orecchio por udire i suoi belati, la chiamereste col noto fischio, non risparmiereste fatica per ritrovarla e appena vedutala od uditala, correreste ad essa, e pigliatala, non la battereste, né la trascinereste per via, maltrattandola, come pur meriterebbe; ma la accarezzereste, la porreste sulle vostre spalle, la riportereste all’ovile tutto lieto e giulivo. E giunti all’ovile, continua Cristo, che fareste? Chiamereste gli amici pastori, i vicini, i conoscenti e dimentichi della fatica durata e del dispiacere avuto, direste loro: “Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecorella, che avevo perduto. „ Nulla di più semplice, di più ingenuo, di più amabile di questa scena pastorale, che Gesù Cristo ha tratteggiata in tre soli versetti. Vi è una naturalezza, un candore, una freschezza di immagini e di linguaggio che non solo pareggia, ma supera quanto di somigliante troviamo nei classici latini e greci. Ora chi è questo pastore? Chi raffigurano le agnelle rimaste fedeli al pastore nel deserto? Chi adombra l’agnella smarritasi che è riportata all’ovile? Chi rappresentano gli amici ed i vicini, chiamati a rallegrarsi col pastore? La similitudine è sì chiara e sì graziosa, che si spiega da sé, e il velo è sì trasparente, che non occorre levarlo per vedere ciò che esso copre. Nondimeno alcune osservazioni non saranno superflue. – Il pastore, non fa mestieri il dirlo, è Gesù Cristo; le novantanove agnelle, che non si sbrancarono e rimasero col pastore, secondo alcuni significano gli Angeli fedeli, che Cristo lasciò nei cieli per venire sulla terra e operare la salvezza degli uomini traviati; ma sembra più conveniente il dire, che quelle novantanove agnelle significano in genere i buoni, siano Angeli, siano uomini e si dicono novantanove, unicamente allo scopo di far risaltare maggiormente la bontà del pastore che corre dietro alla centesima. L’agnella smarrita significa il peccatore; gli amici ed i vicini rappresentano i buoni, Angeli e uomini, e forse sono posti nella similitudine come complemento della medesima e per abbellire il quadro. – Se in tutto il Vangelo non si incontrasse che questa sola parabola o similitudine, essa sarebbe più che bastevole a mostrarci la bontà del divino Pastore e l’amore che lo strugge per la conversione dei peccatori. Questo Pastore, che è l’Uomo-Dio, il quale lascia per qualche tempo i buoni per correre in cerca di un solo peccatore, che non guarda a stenti, a fatiche, a viaggi, a pericoli, che non si dà pace se non quando l’ha trovato, e guadagnato, che non lo rimprovera, ma fa festa dell’averlo ricondotto a sé, ci dipinge al vivo la sua carità e più che non farebbe un lungo ed eloquentissirno discorso. O peccatori fratelli, se mai qui foste a udirmi, uno sguardo a questo amabilissimo Pastore, che è Gesù Cristo! Voi vi siete allontanati dall’ovile, andate errando miseramente per boschi e per deserti, da un istante all’altro potete cadere tra le zanne di bestie feroci e divenir pasto del lupo infernale; voi correte dietro follemente alle vostre passioni, al mondo che vi seduce. Sappiate  che Gesù vi segue, vi chiama, vi prega ritornare a Lui; ascoltate la sua voce, fermate il passo, muovetegli incontro, gettatevi tra le sue braccia: Egli vi accoglierà, vi stringerà al suo seno, non vi rimprovererà, sarete ancora i suoi cari figliuoli e ancora vi farà sentire tutte le dolcezze della sua carità. – A taluno di voi potrà sembrare strano quel confronto che troviamo nella parabola tra le novantanove pecore e l’unica sbrancata, e vedere il pastore che lascia quelle e corre dietro a questa. Forseché d’innanzi a Gesù Cristo val più un peccatore che novantanove giusti? Dov’è mai quel pastore sì dissennato, che abbandonerà le novantanove pecore per cercare una che si è smarrita? Sarebbe mai che Dio amasse il peccatore più dei giusti? Ciò non è, né può essere, e voi lo comprendete bene.  Il paragone usato da nostro Signore vuolsi  intendere allo scopo di mettere in rilievo la contentezza, la gioia che la conversione del peccatore apporta, a nostro modo di dire, a Gesù Cristo e agli spiriti beati, non mai all’intento di mostrare che a Dio siano più cari i peccatori dei giusti. Una madre ha parecchi figli, li ama tutti teneramente: l’uno, e forse quello che talvolta la contrista, cade infermo e si riduce in termini di vita e poi risana: non é egli vero che questa madre fa più festa della guarigione di quell’uno che della sanità perfetta, di cui godono tutti gli altri? Chi  dirà mai che ella ama quel figliuolo risanato più degli altri? – Gesù passa ad una seconda similitudine, ma svolgendo sempre la stessa verità. ” Qual è quella donna, la quale, avendo dieci dramme, se abbia perduta una, non accenda la lucerna e non spazzi la casa e cerchi con diligenza finché la trovi? E trovatala, raduna le amiche e le vicine, dicendo loro: Rallegratevi meco, perché ho trovato la dramma perduta? „ Balza all’occhio di tutti che se nella similitudine precedente Cristo rappresenta se stesso nel pastore, qui si rappresenta nella donna, e se il peccatore era raffigurato nella pecora smarrita qui si raffigura nella dramma perduta. – Immaginate una povera donna, che possieda in casa dieci dramme, ossia dieci monete; la dramma o moneta, di cui parla in questo luogo l’Evangelista, ragguagliato il valore, rispondeva ad ottanta dei nostri centesimi. Ponete che la poverella ne perda anche una sola; per essa non è piccola cosa. Che fa? Vedetela tosto dar di piglio alla lucerna, accenderla, frugare per ogni angolo della casa, spazzarla e rimescolare quel pattume, tutt’occhi, per trovarvi la perduta monetuccia, e se le vien fatto di trovarla, la piglia, e tenendola in mano, tutta lieta, chiama le amiche e le vicine e, mostrandola loro, le invita a partecipare alla sua allegrezza, dicendo: Ho trovato la dramma che avevo perduta. – S. Gregorio Magno, spiegando questa parabola, dice molto graziosamente, che in questa donna dobbiamo riconoscere l’eterna Sapienza che ha creato l’uomo a sua somiglianza; nella moneta dobbiamo scorgere l’uomo stesso, che porta in sé l’immagine di Dio, come la moneta stessa porta l’immagine del re, che l’ha fatta coniare. L’uomo col peccato guastò in sé l’immagine di Dio: ecco la moneta perduta. Allora Dio, la divina Sapienza, accende la lucerna, ossia si incarna e nasconde la sua luce nella lucerna stessa, rischiara la casa, cioè il mondo, illumina la coscienza, la purifica e va ristorando in essa l’immagine sua svisata e bruttamente guastata, ed ecco trovata la dramma, cioè salvata l’anima peccatrice. La sostanza delle due parabole, non è d’uopo ripeterlo, è l’amore e la gioia di Gesù Cristo, e di quanti stanno con Lui, allorché un peccatore ritorna a penitenza. – Voi, o scribi e farisei, così il divino Maestro, mormorate di me, anzi vi scandalizzate, perché lascio che i peccatori vengano a me, perché li accolgo con amore e siedo a mensa con essi: ma è questo il fine della mia missione: son venuto per essi, perché sono gli infermi che han bisogno del medico, non i sani, e volentieri me ne sto con loro, affine di compiere in essi l’opera mia. Vi dirò di più: è poco per me accogliere i peccatori e mangiare con essi; io andrò a loro, li cercherò, come il pastore cerca l’agnella smarrita e una povera donna cerca la moneta perduta; non solo siederò alla loro mensa, ma Io imbandirò loro il banchetto e farò festa. Sappiatelo bene: quest’opera è cara a me, cara al Padre mio, cara agli Angeli, e voi stessi dovreste goderne ed aiutarmi. – Queste due parabole sono una sublime lezione per noi tutti sacerdoti e ministri di Gesù Cristo, e ci insegnano come dobbiamo sempre ed ovunque amare i peccatori, cercarli, trattarli con carità per condurli alla verità, alla Chiesa e salvarli. Esse insegnano anche a uomini, eredi dello spirito e della durezza degli scribi e dei farisei, come sia falsa la via che essi tengono e falso il loro zelo. Anche al giorno d’oggi, dopo l’insegnamento e l’esempio di Gesù Cristo, vi sono alcuni che biasimano la benignità con i poveri peccatori; che li vorrebbero tener lontani dalla Chiesa, che forse talvolta li cacciano con parole aspre, con modi duri, con invettive rabbiose e si meravigliano e fanno gli scandalizzati se altri loro si accosta e conversa con loro e li tratta come vuole la carità. Oh! costoro pensino all’esempio di Gesù Cristo, meditino le due parabole che disse agli scribi e ai farisei e che vi ho spiegato. Là soltanto è la nostra norma infallibile.

CREDO …

 Offertorium

Orémus: Ps IX:11-12 IX:13 Sperent in te omnes, qui novérunt nomen tuum, Dómine: quóniam non derelínquis quæréntes te: psállite Dómino, qui hábitat in Sion: quóniam non est oblítus oratiónem páuperum. [Sperino in te tutti coloro che hanno conosciuto il tuo nome, o Signore: poiché non abbandoni chi ti cerca: cantate lodi al Signore, che àbita in Sion: poiché non ha trascurata la preghiera dei poveri.]

 Secreta

Réspice, Dómine, múnera supplicántis Ecclésiæ: et salúti credéntium perpétua sanctificatióne suménda concéde. [Guarda, o Signore, ai doni della Chiesa che ti supplica, e con la tua grazia incessante, fa che siano ricevuti per la salvezza dei fedeli.]

 Communio

Luc XV:10. Dico vobis: gáudium est Angelis Dei super uno peccatóre poeniténtiam agénte. [Vi dico: che grande gaudio vi è tra gli Angeli per un peccatore che fa penitenza.]

 Postcommunio

Orémus. Sancta tua nos, Dómine, sumpta vivíficent: et misericórdiæ sempitérnæ praeparent expiátos. [I tuoi santi misteri che abbiamo ricevuto, o Signore, ci vivifichino, e, purgandoci dai nostri falli, ci preparino all’eterna misericordia.]

LO SCUDO DELLA FEDE (XIV)

[A. Carmignola: “Lo Scudo della Fede”. S.E.I. Ed. Torino, 1927]

LO SCUDO XIV.

NATURA DI DIO E SUOI ATTRIBUTI.

Dio esiste da sé. — È immutabile, semplicissimo e puro spirito. — Infinitamente perfetto ed immenso. — Sapientissimo ed onnipotente. – Obbiezioni contro la divina onnipotenza. — Delle altre perfezioni.

— Dio esiste; la stessa ragione me ne persuade; ma vorrei un po’ sapere come mai Iddio ha fatto ad esistere, cioè quando ha avuto principio e per virtù di chi o di che cosa.

Dio, per essere tale, non deve aver avuto mai alcun principio, né può aver cominciato ad esistere per virtù d’altri. Dio è per se stesso e da sé. Cioè: nessuno creò Dio, ed è sempre eternamente esistito senza alcun principio. Ed invero se Egli non esistesse da tutta l’eternità, ed avesse cominciato ad esistere in un punto determinato del tempo, bisognerebbe che qualche causa a Lui superiore lo avesse prodotto. E se fosse così, Dio sarebb’Egli ancora il supremo degli esseri?

— No, certamente, perché quella causa a Lui superiore, che lo avesse prodotto, starebbe al di sopra di Lui. Vuol dire adunque che è Egli stesso che si è creato?

Nemmeno. Affinché  una causa qualsiasi agisca, è necessario assolutamente che esista; l’agire suppone l’esistere. Per esempio se io parlo, scrivo, opero, mi muovo, faccio delle azioni, è perché esisto: se non esistessi non potrei farle. Pertanto dicendo tu che Dio si è creato Egli stesso, verresti a dire questo assurdo, che Dio è esistito prima di esistere, per dare a se stesso l’esistenza che già possedeva.

— Ho inteso. Dunque?

Dunque devi ritenere che Dio è per sua natura, che ha in se stesso eternamente la ragione della sua esistenza.

— E potrebbe Iddio non esistere o essere distratto?

No, assolutamente. Dio avendo in se stesso la ragione della sua esistenza deve necessariamente esistere da tutta l’eternità e per tutta l’eternità. In altri termini: Dio è necessario ed eterno.

— E non potrebbe per lo meno mutarsi, crescere o diminuire se stesso?

No, mai e poi mai. Dio non è solamente necessario nella sua esistenza, ma lo è ancora in tutto il suo essere. Egli ha quanto deve e può avere come Dio, cioè Egli è tutto l’essere, l’essere per eccellenza, l’essere assoluto, l’essere sommamente perfetto, l’essere che non ha alcun vuoto da riempire, che non ha potenze da svolgere, che non ha cognizioni da acquistare, che ha nulla insomma da aggiungere, epperò l’essere che non può crescere se stesso neppure in un etto. E come non può crescersi, così non può diminuirsi, perché se si diminuisse anche per poco, lascerebbe di avere tutto ciò che deve e può avere come Dio, ossia lascerebbe di essere Dio, di essere eterno, di essere sempre eguale a se stesso.

— Dunque Iddio avendo tutto ciò che deve e può avere, sarà Egli un composto di quanto di più eletto si può immaginare?

Tutt’altro. Egli è semplicissimo. Un essere composto risulta degli elementi, diversi, che lo costituiscono, ridotti all’unità da una forza superiore e precedente, che regga il moto e l’ordine. Se Dio fosse composto, sia pure di quanto vi ha di più eletto, bisognerebbe che qualche forza superiore e precedente a Lui fosse esistita per comporlo; e così Egli non sarebbe più l’essere che è da sé, essere eterno, indipendente da ogni altro, l’essere primo e la causa prima di tutto. Inoltre non sarebbe neppure più l’essere necessario, perché  ogni composto può scomporsi, risolversi negli elementi che lo compongono, e per tal guisa cessare di esistere. Pertanto quando immaginiamo Iddio, dobbiamo rimuovere qualsiasi idea di composto, sia di elementi corporei, sia di elementi spirituali, e riconoscerlo per uno spirito purissimo e semplicissimo, come ci insegna a riconoscerlo la dottrina cattolica.

— Ma io intendo sempre a parlare degli occhi di Dio, delle sue mani, del suo dito ecc. Che vuol dir ciò?

Sì, è vero, nelle Sacre Scritture si parla di quanto tu dici, e sull’esempio delle Scritture anche la Chiesa adopera simili espressioni. Ma tutto ciò non è già per negare quello che le stesse Sacre Scritture insegnano, che cioè « Dio è spirito », ma per adattarsi alla debolezza della mente nostra, la quale anche nelle più alte cognizioni non può far a meno che ricorrere ad immaginazioni sensibili.

— Per altro, benché Dio sia uno spirito purissimo e semplicissimo io lo vorrei conoscere.

A questo tuo vorrei potrei darti la risposta di Giobbe: « Che pretendi tu di fare? Non sai che Dio è più alto dei cieli, e più profondo degli abissi? Come lo vuoi tu conoscere? » Tuttavia siccome, pigliar cognizione di Dio, per quanto è possibile alla debolezza della nostra intelligenza, è cosa ottima, perciò mi studierò, nel modo più facile e adatto per te, di dartene qualche idea. Poni ben mente: allo stesso modo che dalle cose create abbiamo potuto arguire l’esistenza di Dio, così dalle bellezze e dalle perfezioni di queste cose possiamo salire in qualche guisa alle bellezze e perfezioni di Dio. Pigliamo a tal fine tutte le qualità o proprietà, che esistono nelle creature, e specialmente nell’uomo; spingiamole con la nostra mente all’infinito; leviamo da esse qualsiasi imperfezione, riduciamole alla massima unità, ed avremo così una idea lontana, meno imperfetta che sia possibile, di ciò che è Dio.

— Dunque la grandezza e la maestà, la vita e la fecondità, l’intelligenza, la scienza, la saggezza, la potenza, la libertà, la giustizia, la carità, la benevolenza, la misericordia, la felicità e tutti gli altri beni, che si possano concepire, vi sono tutti in Dio?

Sì, vi sono tutti, perfetti nel loro insieme e perfetti ciascuno nell’essere suo, senza l’ombra di alcun difetto, dimodoché Dio è l’essere infinitamente perfetto, vale a dire senza limite alcuno nella sua perfezione.

— Bicordo di aver appreso che Dio è anche immenso. Che vorrebbe dire ciò?

Ciò vuol dire che Egli è da per tutto e tutto da per tutto, né può esser contenuto in alcuno spazio. Come l’anima nostra è tutta in tutto il corpo e in ogni sua parte, così Dio riempie tutti gli spazi ed è tutto intero in tutte le divisioni dello spazio.

— E si trova Egli anche in cose non belle?

Senza dubbio.

— E ciò non gli torna di sfregio?

Mente affatto. Come la luce del sole illuminando il fango della terra non ne resta imbrattata, così neppure Iddio riceve sfregio alcuno dal trovarsi in cose anche non belle.

— E quando si dice che Dio è sapientissimo, s’intende di dire che Dio sa moltissime cose?

No, caro mio; ma si intende di dire che Egli sa tutto, conosce tutto, vede tutto. Dio vede immediatamente se stesso e vede tutto, tutto ciò che Egli è, tutto ciò che Egli può, penetrando fino ai più intimi nascondigli, della sua essenza, conoscendo tutto quanto l’infinito valore di ciascuno de’ suoi attributi, comprendendo in una parola se stesso. E conoscendo se stesso, conosce tutte le cose, perché essendo Egli la causa universale di tutto ciò che esiste, nell’atto che conosce se stesso non potrebbe ignorare ciò che Egli stesso produce. Epperò Egli sa il passato, il presente, il futuro, Egli conosce tutte quante le creature esistite, esistenti, che esisteranno, e quelle persino che possono esistere; Egli vede le nostre opere, le nostre parole, i nostri movimenti, i nostri pensieri, i nostri desiderii, i nostri affetti, Egli vede i destini dei popoli, delle città, dei paesi, del mondo intero; Egli vede tutto ciò che facciamo di bene e tutto ciò che facciamo di male e misura esattamente le nostre intenzioni, la nostra buona o cattiva volontà, insomma non v’è cosa alcuna che si sottragga al suo sguardo, alla sua conoscenza.

— Ho inteso. E quando si dice che Dio è onnipotente, si vuol dire che Dio può propriamente fare tutto ciò che vuole?

Precisamente, giacché un Dio, che non possa far tutto ciò che vuole, non è Dio. Noi diciamo talvolta a noi stessi per incoraggiarci all’opera che « volere è potere ». Ma la cosa non è così propriamente, e non fa bisogno di essere filosofi per capirlo. Invece in Dio volere è propriamente potere.

— Perché nel Credo, in cui si dice: « Credo in Dio Padre onnipotente », non si parla di altro attributo divino che di questo?

Perchè, se così posso dire, questo attributo è il più palpabile. Vedendo l’universo con tutte le meraviglie, che in esso vi sono, l’onnipotenza divina balza tosto innanzi alla nostra mente. E così la divina onnipotenza ci serve come punto di partenza per iscoprire l’una dopo l’altra tutte le perfezioni divine.

— Iddio però con la sua onnipotenza non potrà mai fare che un circolo sia quadrato, che uno più uno facciano tre.

E con ciò! Penseresti tu che la sua onnipotenza sia così abbreviata! L’assurdo, vale a dire ciò che è contrario alla ragione, non può certamente avere un’esistenza reale. Pretendere adunque che Dio, ad essere del tutto onnipotente, possa fare ciò che non può avere un’esistenza reale, come ad esempio che un circolo sia quadrato, che uno più uno facciano tre, è lo stesso che pretendere che Iddio crei il nulla. Ora pare a te che sia difetto d’onnipotenza il non poter creare il nulla?

— La risposta data alla mia obbiezione è limpidissima, e non me la sarei aspettata tale. Ma vorrei ancora sapere, se Dio essendo onnipotente possa fare anche il male.

Eh! no, certamente. Il poter fare il male non è effetto di onnipotenza, ma di debolezza. Tu, ad esempio, ti credi potente, perché puoi ammalarti?

— Tutt’altro. Mi crederei potente, se potessi star sempre perfettamente sano.

Dunque anche Dio è al sommo potente, perché non può perdere la potenza di fare il bene, perché non può fare il male, ciò che sarebbe difetto di potenza. Giacché la volontà di Dio è retta, è santissima, è indissolubilmente legata al bene, e non può e non potrà mai menomamente piegare al male. Se ciò potesse accadere, Dio non sarebbe più l’essere santissimo, che Egli è, anzi non sarebbe più Dio.

— Ho inteso.

E se hai inteso mi sembra che non ti occorrano altre spiegazioni intorno agli altri attributi o perfezioni di Dio, quali sarebbero la santità, la giustizia, la bontà, la misericordia, la veracità, la fedeltà ecc., perché facilmente comprendi da te quello che significano.

— Mi piacerebbe nondimeno che mi dicesse anche una qualche parola di essi.

Ebbene ti appagherò. L a santità è quella divina perfezione, per cui Dio vuole ed ama il bene, ed abborrisce il male. Il titolo di Santo è quello che si dà a Dio per eccellenza nelle Sacre Scritture: lo si dice tre volte Santo, cioè infinitamente santo.

La giustizia è la perfezione, per cui secondo il merito premia i buoni e castiga i cattivi, dando così a ciascuno ciò che è dovuto.

La bontà è quella, per cui Egli ci vuol sommamente bene e sommamente ci benefica, sicché ogni bene, che noi abbiamo, ci viene da lui.

La misericordia è la perfezione per cui, quasi col cuore dato alle nostre miserie, ci perdona facilmente e volentieri le nostre colpe, e ci sottrae a tanti mali, oppure ce ne libera.Dio poi dicesi ancora verace e fedele, perché Egli non potendo dir mai altro che la pura verità, non può né mentire, né ingannare, e sempre mantiene la sua parola. « Iddio, dice la Santa Scrittura, non è come l’uomo che può mentire; né come il figliuol dell’uomo che può mutarsi. Egli ha detto una cosa e non la farà? Ha parlato, e non manterrà la parola? » (Vedi il Libro dei Numeri, capo XXIII, versetto 19). Da ultimo, per tacere di altro, Iddio dicesi infinitamente provvido, perché Egli ha cura delle sue creature, le conserva nel loro essere, e le governa e dirige a conseguire il fine di loro esistenza, provvedendo ossia procacciando a tutte quel che loro fa bisogno. Ma ora basti di ciò per la nostra debolezza, memori di quel detto della Sacra Scrittura: « Colui, che si fa scrutatore della maestà di Dio, rimarrà sotto il peso della sua gloria ».