IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE (2)

IL VERME RODITORE delle SOCIETA’ MODERNE

ovvero IL PAGANESIMO NELL’EDUCAZIONE

(2)

[Mons. J. J. Gaume, trad. dal francese di A.V. – Napoli 1854]

CAPITOLO IV

RISPOSTA ALLA PRIMA OBBIEZIONE — STORIA DEI LIBRI

CLASSICI: PRIMA EPOCA

Voi dite, in primo luogo, che io sono troppo assoluto e che il cambiamento di stampo non fu sì compiuto come io pretendo. Per rispondervi, voi mi obbligate a narrare rapidamente la storia dei libri classici dallo stabilimento del Cristianesimo ai dì nostri: lo farò. Questa storia si divide naturalmente in tre epoche ben distinte. – 1) La prima si estende dalla predicazione degli Apostoli sino alla fine del quinto secolo. – 2) La seconda comincia nel sesto secolo e termina col decimo quinto: esso comprende il medio-evo propriamente detto. – 3) La terza parie dal sedicesimo secolo, e giunge sino a noi. Distinguendo accuratamente l’infanzia dall’adolescenza, noi diciamo: durante la prima epoca, i libri classici dell’ infanzia sono esclusivamente cristiani. Tutti sanno che le lingue da noi ora chiamate classiche o morte erano allora le lingue viventi di Roma e d’Atene, nonché di tutti i popoli inciviliti. I fanciulli le imparavano non nelle scuole, ma nel domestico focolare; non da maestri stranieri, ma dai loro parenti e dalle loro nutrici; non da regole, ma dall’uso, come noi stessi impariamo la nostra lingua materna. Ora, quella infanzia si prolungava molto. Non era infatti necessario di applicare così di buon’ora la gioventù allo studio della grammatica e di ritenervela, come si fa di presente, per tanti anni. Rimane a sapere quali racconti risuonassero di continuo alle orecchie dei fanciulli cristiani, in seno alla famiglia; quali libri essi maneggiassero esclusivamente colle innocenti loro mani; quali canti essi ripetessero in comune. La risposta non è dubbia: ognuno conosce l’estrema cura dei primi cristiani di nutrirsi e di nutrire esclusivamente la loro giovine famiglia della lettura de Libri Santi, degli Atti dei martiri e delle Lettere dei sovrani pontefici; di insegnarle sulle dita e di farle cantare con loro i salmi di Davide, di istruirla a fondo nei dogmi, nei precetti, negli usi della religione, acciò quei giovani atleti avessero all’occasione ed il coraggio di confessare la fede in mezzo ai supplizi, e la capacità necessaria per vendicarla dai sofismi e dalle calunnie de’pagani. Questo genere di istruzione non era nuovo. Lo si trova tra gli Ebrei, in ogni antichità e ad esclusione di ogni altro. Allontanare dai loro figliuolini ogni altro libro tranne i Sacri Annali della nazione, non far loro imparare e cantare se non i Canti religiosi di Mosè e dei profeti: tale fu, nessuno lo ignora, l’uso invariabile dei discendenti d’Abramo e di Giacobbe. Ebrei di origine, eredi dell’ antica Chiesa, gli apostoli formarono l’educazione dei fedeli sul tipo dell’educazione in uso nella nazione santa. – Le prove di questa asserzione si offrono in copia. L’esclusione degli autori profani è comandata , in termini oltre ogni dire formali, dalle Costituzioni apostoliche. In questo monumento, che Sant’Atanasio chiama la dottrina degli apostoli raccolta da San Clemente, e Sant’Epifanio, il riassunto, senza corruzione, delle regole di condotta, si legge: « Astenetevi da tutti i libri de’Gentili. Che ve ne fate voi di quelle dottrine, di quelle leggi straniere e di quei falsi profeti? Quelle letture han fatto perdere la fede ad alcuni uomini leggieri. Che vi manca egli nella legge di Dio, perché ricorriate a quelle favole? Se volete leggere storia, avete i libri dei re; se vi abbisogna filosofia o poesia, ne troverete nei profeti, in Giobbe, nell’autore dei Proverbi, e con maggior perfezione ed altezza che non in verun altro di quei sofisti e di quei poeti. Infatti, la sola parola di Dio è sapiente. Volete voi la lirica? leggete i salmi; origini antiche, forse? leggete il Genesi; leggi, precetti di morale? prendete il divin codice del Signore. Astenetevi dunque assolutamente da tutte quelle opere profane e diaboliche (Costit. Apost. Lib. I, c. 6) ». Quanto all’ assidua lettura della Sacra Scrittura per parte dei giovinetti, penetriamo nell’interno di alcune di quelle antiche famiglie d’Oriente e d’Occidente, il cui esempio fa testimonio dello spirito generale, e vedremo che il libro sacro era il primo classico dell’infanzia. « Non prima Origene uscì dalla culla, Leonida suo padre impresse nel suo spirito le lettere divine. Ei non si contentava già di dare a questo studio alcuni istanti rubati all’insegnamento ciclico: questo studio, ei l’aveva posto in prima fila. Ogni giorno ei faceva imparare al ragazzo alcuni passi delle Scritture, e il giovine Origene vi prendeva piacere maggiore che non a studiare gli autori greci ». Nella famiglia così cristiana e così illuminata dei Gregori, l’educazione si praticava nella stessa guisa. – La Sacra Scrittura era insinuata nello spirito dei fanciulli con i loro primi pensieri, per prendervi in qualche guisa posto del primo occupante. Così furono allevati i Santi Basilio e Gregorio di Nissa, i loro fratelli, le loro sorelle, Gregorio di Nazianzo e Cesario. Macrina una delle loro sorelle, divenuta istitutrice, senza essere madre, fece ancor più che non i suoi parenti ed i maestri suoi. Avendo essa fatto voto di verginità, prodigò al più giovine dei suoi fratelli, da lei veduto nascere, tutta quella materna tenerezza che le donne hanno naturalmente in cuore. Essa prese il fanciullo nella culla e lo volle essa allevar bene, secondo le sue idee. Ora, le sue idee non potevano non essere quelle da lei ricevute nella sua propria educazione. Sentiamo ora il suo illustre fratello, San Gregorio di Nissa, a farci conoscere quale era stata l’educazione di Macrina: « Appena Macrina uscì d’infanzia, egli dice, mostrò essa la più felice facilità nel1’imparare. Sua madre stessa aveva voluto essere la sua istitutrice; essa medesima studiava per istruirsi. Essa si guardò bene dallo insegnarle le finzioni dei poeti, di cui è vezzo imbevere i giovani animi. Sembrava a quella poco decente ed anche pericoloso il rappresentare all’immaginazione di sua figlia quei quadri, quei moti appassionati, pennelleggiati dai tragici poeti; ancor più le debolezze che si attribuiscono alle donne nelle commedie: era questo, a suo avviso, un infettare ed un corrompere, sin dalla più tenera età, un’anima ben nata. – « Essa pertanto aveva amato meglio fare una scelta dei tratti i più edificanti, delle massime le più segnalate dei nostri libri santi, e la sua figliuolina le imparava. Il libro della Sapienza le aveva somministrato una moltitudine di sentenze e di riflessioni proprie a formare il cuore ed a rischiarare lo spirito, per tutta la condotta della vita. Celesta madre egregia aveva estratto dai Salmi certe invocazioni ch’essa acconciava a tutti gli esercizi, in guisa che sia che sua figlia si alzasse, o si vestisse, o prendesse il suo cibo, essa aveva sempre qualche versetto di un salmo appropriato alla circostanza, e lo cantava come una graziosa canzone. Nel tempo stesso che Emilia coltivava così lo spirito della sua fanciulla esercitava le sue mani ai lavori del suo sesso e le insegnava a maneggiare abilmente la lana ed il fuso ». – Tale si fu 1’educazione di Macrina, e tale si fu quella del suo giovine fratello Pietro, di cui essa erasi incaricata. Lo studio delle lettere profane fu assolutamente esiliato dalla sua istruzione. La sua dolce istitutrice seppe adoperare e distribuire il suo tempo in modo, che non gliene rimase punto da dare alle vane scienze. – Questa educazione era ovunque la stessa. San Gerolamo, scrivendo a Gaudenzio e a Leta sull’educazione dei loro figliuoli, vuole che la giovine Pacatula, per prima istruzione, sin dal suo settimo anno, prima che i suoi denti siano forti abbastanza per far sua un’alimentazione soda, incomincia a tappezzare la sua memoria colle belle ispirazioni del re profeta, e che sino a quattordici anni essa faccia dei libri di Salomone, dell’Evangelio, degli apostoli e dei profeti. il tesoro del suo cuore. – « Si è dalla scrittura stessa, dice egli a Leta, che la vostra fanciulla comincerà a leggere, a scrivere, a parlare. La sua giovane lingua impari a ridire le soavi cantiche del re profeta. Non le si permetta di formare accozzamenti di parole prese a caso; si sceglieranno queste parole nelle sante lettere, e i primi che essa saprà pronunciare saranno i nomi degli apostoli, dei patriarchi e dei profeti. Il primo libro che essa imparerà sarà il Salterio: questi cantici divini, essa li canterà al suo svegliarsi. Nei Proverbi di Salomone, imparerà a vivere con saggezza; nell’ Ecclesiaste, a calpestare sotto i piedi le cose del mondo; in Giobbe, la virtù della pazienza e del coraggio. Passerà quindi all’Evangelio, per non più lasciarlo; essa si identificherà con gli Atti e con le Epistole degli Apostoli, ogni giorno ve ne reciterà alcuni passi che saranno come un mazzetto di fiori colti nelle Scritture … Tenetela lungi da tutte quelle letture che introducono un linguaggio pagano nel seno stesso del Cristianesimo. Che mai vi può essere di comune tra i canti profani del paganesimo e i casti accordi della lira de profeti? In quai modo amicare Orazio con Davide? Virgilio con l’Evangelio? Si ha bel volere salvarsi con l’intenzione; egli è sempre uno scandalo il vedere un’anima cristiana in un tempio d’idoli ». – Non si dica che qui si tratta dell’educazione delle giovinette. Noi abbiamo già veduto che la Scrittura era il libro classico dei fanciulli dell’uno e dell’altro sesso. Se ciò non basta, sentiamo ancora i Padri, regolatori e storici della famiglia primitiva. « Guardatevi, aggiunge San Crisostomo, dal tenere per superfluo lo studio dei nostri santi libri. La Scrittura insegnerà ai vostri figli ad onorare il loro padre e la loro madre: voi vi guadagnerete quanto essi stessi. Non dite che ciò non è buono se non per le persone separate dal mondo. Certo, io non pretendo fare di voi de’ solitari: diventasse pur tale il vostro figlio, ei non ci perderebbe nulla; ma no, basta che egli sia cristiano. Egli è destinato a vivere in mezzo al mondo; egli è nei nostri libri santi ch’esso imparerà la sua regola di condotta. Ma per questo fa d’uopo ch’egli se ne imbeva sin da’suoi giovani anni (Hom. XXI in ep. Ad Thes.) ». – Quando la comunità fu sostituita alla famiglia per l’educazione della gioventù, San Basilio scriveva: « lo studio delle lettere deve essere accomodato allo spirito dell’educazione dei fanciulli, le Sacre Scritture serviranno ad essi di vocabolario. Si racconteranno loro, invece di favole, le ammirabili storie della Sacra Bibbia; essi impareranno a meraviglia le massime del libro dei Proverbi; si proporranno loro ricompense, sia per le esercitazioni di memoria, sia per le loro composizioni, acciò si rechino allo studio come ad una ricreazione dell’animo senza noia di sorta, senza ripugnanza alcuna. – Ma evvi un fatto che dispensa da tulle le testimonianze. Ogni discorso degli antichi Padri della Chiesa, ogni pagina della storia di quei tempi eroici offre luminosa prova che la Scrittura era pure il libro classico di tutte le famiglie in Oriente e in Occidente. Origene, Sant’Atanasio, San Basilio, San Crisostomo,   Sant’Agostino e tanti altri non mancavano certo né di tatto, né di zelo, né di scienza, né d’eloquenza. In che modo dunque codesti grandi uomini avrebbero essi trattato innanzi ai fedeli le più alte questioni della Teologia, e della Scrittura, se essi non avessero saputo che i loro uditori, istruiti su queste cose fin dall’ infanzia, erano appieno in stato di capirle? – Si ignora forse che parola per un’altra, in una citazione dell’Evangelio, bastava per mettere in rumore tutta quanta un’assemblea? Si ignora forse che Sant’agostino non ardiva far leggere in chiesa la versione di San Girolamo, sebbene affatto ortodossa, temendo di sembrar proporre qualche cosa nuova e di scandalizzare i popoli avvezzi ad un’altra traduzione? Si ignora forse finalmente, che San Girolamo stesso, incaricato dal Papa San Damasti della correzione dei Libri Sacri, esita ad imprenderla, prevedendo che egli farà insorgere i reclami di tutti i fedeli? « Qual è mai, dice egli, il dotto o l’ignorante, il quale, pigliando in mano la mia traduzione, ed accorgendosi della differenza tra quanto ei leggerà e quanto egli ha, per dir così, succhiato col latte, non gridi tosto, e non mi tratti di falsario e di sacrilego, accusandomi d’aver osato fare qualche cambiamento, qualche aggiunta e mutilazione negli antichi esemplari? (Præf. In quatuor Evang.) ». La Scrittura era adunque il primo libro classico dell’infanzia ne’ secoli che toccano alla culla del Cristianesimo. Ai Libri Santi si univano gli Atti dei martiri, di cui i primi sono contemporanei degli Apostoli. Non solo nelle pubbliche assemblee e nelle chiese essi si leggevano; ogni fedele ne faceva in particolare la sua più ordinaria lettura: essi erano il libro della famiglia. I più grandi santi non cessavano di raccomandarne lo studio, e tale era la venerazione e 1’amore dei padri nostri per questi sacri monumenti, che molti li portavano indosso, non polendosene separare nemmeno nei loro viaggi. Quindi non risparmiavano spesa alcuna, non s’atterrivano a nessun pericolo per procurarseli. Lo stesso era delle lettere de’ sovrani pontefici. Lette nelle sinassi, commentate e rilette nel domestico focolare, diventavano esse per i padri e per i figlioli una regola viva di condotta e di fede, ed una fonte di consolazioni. Più tardi vi si aggiunsero le opere dei primi santi e dei primi difensori della religione. Così durante i primi cinque secoli, classici esclusivamente cristiani ammanivansi all’infanzia cristiana, e l’infanzia rimaneva molto più lungo tempo all’ombra tutelare del focolare domestico: tale sì è il doppio fatto che risulta dai primi monumenti dell’oriente e dell’Occidente. – La frequentazione delle scuole pagane, la lettura delle opere pagane non cominciavano se non in una età più inoltrata e dopo che il fanciullo era munito degli antidoti migliori. A questo proposito, i particolari che precedono e la storia dei più illustri Padri della Chiesa non permettono alcun dubbio. San Basilio e San Crisostomo erano adolescenti quando ascoltavano le lezioni del retore Libanio; San Gregorio di Nazianzo non era più giovine quando fu mandato a Cesarea dapprima, poscia ad Alessandria e finalmente ad Atene; San Girolamo aveva diciotto anni quando andò a Roma a studiare grammatica sotto Donato. Per gli adolescenti, e solo per gli adolescenti, classici pagani, scuole pagane. E come sarebbe stato altrimenti? Il Cristianesimo, privo, nel suo nascere, d’ogni umana letteratura, trovò la società pagana in possesso della letteratura e della scienza. Ai maestri pagani apparteneva esclusivamente il diritto d’insegnare dalle pubbliche cattedre. Se qualche cristiano imprendeva a farlo, era forzato a servirsi di autori pagani. Tali autori infatti erano considerati da tutti siccome i modelli finiti dell’eloquenza, della poesia e delle umane lettere. Se i maestri cristiani proibito avessero ai loro discepoli lo studio di quelle opere, se essi stessi proscritte le avessero dalle loro scuole, qual mezzo v’era d’iniziare i giovani cristiani alle scienze umane? Quale specioso pretesto non avrebbero avuto i pagani di calunniare il Cristianesimo? Avrebbero essi forse tralasciato, come non arrossirono di fare i pagani di questi ultimi tempi, di accusarlo d’oscurantismo e di barbarie? Gli epiteti ingiuriosi di setta d’idioti, di setta nemica dei lumi, ch’essi gli prodigarono senza fondamento, con quanta apparenza di ragione non gli sarebbero stati applicati, se il Cristianesimo chiuso avesse ai suoi discepoli le sole fonti in allora note della scienza, della eloquenza e della filosofia? Cosiffatta opinione avrebbe evidentemente rovinato le scuole dei maestri cristiani, e costretto la gioventù ingenua a volgersi solo ai dottori del paganesimo. Bisogna confessarlo, nulla era più triste di somigliante condizione dei giovani cristiani. Tuttavolta essa era parimenti esente da pericolo e da errore. – Da pericolo; soltanto, come abbiamo veduto, dopo essersi affatto premuniti contro il veleno delle opere e dei maestri pagani, essi si servivano delle une e degli altri. Tertulliano, testimonio oculare di sì saggia condotta, le rende testimonianza colle parole seguenti: « I nostri giovani sono egualmente sicuri che colui, il quale, conoscendo il veleno offerto da chi noi conosce , lo riceve e non lo beve. La necessità li scusa, poiché non hanno altro espediente per istruirsi ». Da errore; poiché non la curiosità, non il piacere, ma solo la necessità li spingeva a leggere le opere e ad ascoltare i maestri pagani. San Girolamo parla di tale necessità, quando, condannando i cristiani ed in ispecie gli ecclesiastici che leggevano gli autori pagani solo per piacere, scusa i giovani costretti a ciò fare. « Ciò che è, egli dice, una necessità per la gioventù, ei lo mutano in delitto, per puro genio ». – Ma qual era dunque questa necessità? Si resterà ben meravigliati al sapere ch’essa differisce essenzialmente dal motivo che dopo il Rinascimento serve di pretesto allo studio degli autori pagani. Si è, dicesi, per insegnarci a ben pensare, a ben sentire e a scrivere bene che ci fanno studiare Virgilio e Cicerone, Omero e Demostene. Nel suo complesso, un tale scopo sarebbe stato riguardato dai padri nostri come un insulto alla religione e come una specie di apostasia. « Che mai vi può egli essere di comune, grida San Gerolamo, tra la luce e le tenebre? Tra Gesù Cristo e Belial? Tra 1’Evangelio e Virgilio? Tra San Paolo e Cicerone? Non è forse uno scandalo pel vostro fratello il vedervi nel tempio degli idoli? Ci è vietato di bere in egual tempo al calice di Gesù Cristo ed ai calice dei demoni ». Era forse, come si pratica da tre secoli, per fare ammirare dai giovani cristiani le ricchezze della filosofia pagana e farne loro adottare qualche sistema? Ma eglino chiamavano i filosofi, animali di gloria, patriarchi degli eretici; e colui al quale noi non temiamo di dare il nome di divino, il grande artista di tutti gli errori che desolavano la Chiesa. Essi andavano anche più lungi; componevano opere a bella posta per abbandonar quelli e i loro sistemi alla pubblica derisione. Simile linguaggio in bocca ai padri prova forse l’intenzione di far dei giovani cristiani i discepoli dei filosofi? – Era forse almeno, come ci si raccomanda di fare, per copiare i loro oratori, per appropriarsi le forme della loro eloquenza, le qualità del loro linguaggio? Nessuno vuol negare che gli antichi Padri della Chiesa non abbiano imparato nei libri pagani le parole, le espressioni, lo stile; sia perché, prima di aver essi stessi composto libri sulle cose umane non ne esistevano che potessero servire di modelli; sia perché la maggior parte erano nati nel paganesimo e non si erano convertiti se non in un’ età già inoltrata. V’è egli a meravigliarsi che, figliuoli di pagani, e pagani essi stessi per una parte di loro vita, abbiano imparato la lingua pagana ed anche la retorica pagana, che molti insegnarono con rinomanza? Quanto all’eloquenza che forma ancora la loro gloria, non ne attinsero quelli per nulla negli autori pagani il fondo e nemmeno la forma; ma si nei Libri Sacri, nei profeti soprattutto, con i quali, secondo San Gerolamo, una meditazione continua li aveva identificati. – La prova luminosa ne è che 1’eloquenza dei Padri differisce dall’eloquenza dei pagani oratori quanta è la distanza che separa il cielo dalla terra. Come l’ultima si distingue per l’arte del retore, per la scelta delle parole e per 1’eleganza delle frasi, così la prima per la spontaneità delle espressioni, per la sodezza dei pensieri, per la vivacità de’ sensi, per la forza e per l’abbondanza delle prove. Così, le sparse membra di Cicerone, disjecta Tullii membra, che agevolmente si riconoscono in Quintiliano, esempio, indarno le cerchereste in Sant’Ambrogio, in San Massimo, in Sant’Agostino, in San Cipriano, in San Leone, in San Pietro Crisologo, in San Gregorio. Lo stesso dicasi di Demostene o d’Isocrate per Sant’Atanasio, per San Basilio, per San Crisostomo, per San Gregorio di Nazianzo, per San Cirillo d’Alessandria. – Nulla negli immortali loro discorsi che senta l’imitazione del paganesimo. Tutto vi è primitivo, archetipo ed ispirato dalla forza invincibile della fede e dall’ardente zelo della salvezza del mondo. Quanto dissi dell’eloquenza, si attaglia a tutti i generi di stile storico, epistolare, filosofico. La frase di Eusebio, di Sulpizio-Severo, di Giulio Africano, di San Cipriano, di San Paolino, di San Giustino, d’Origene e degli altri scrittori del Cristianesimo, a volte storici, epistolografi, filosofi, non rassomiglia per nulla al modo di Senofonte, di Svetonio, di Cicerone, di Plinio, di Seneca. Se, come pretendesi, i Padri leggevano e facevano leggere gli autori pagani per imitarli, bisogna confessare eh’ ei furono bene sgraziati. Pure non mancavano né di studio, né di sapere, né di genio. Che dico mai? Eglino li imitavano a pennello quando volevano. Sant’Agostino ne cita un esempio solenne, tratto da San Cipriano; poscia soggiunge. « Pel numero, per l’eleganza, per l’abbondanza, quella frase è ammirabile; ma la sua ricchezza stessa non è conforme alla gravità cristiana. Coloro che amano tal modo di scrivere accusano quelli che non l’adoprano di non poterlo adoprare: ei non sanno, che per ragione e per buon gusto se ne astengono. San Cipriano dimostrò dunque ch’egli poteva adoperare simile linguaggio, poiché il fece: e dimostrò che nol voleva, poiché nol fece più. – San Gerolamo, giudice non meno preclaro in simile materia di Sani’Agostino, fa pure testimonianza che Lattanzio imitò affatto Cicerone, e Sant’Ilario lo stile di Quintiliano. Codesta imitazione era essa una gloria? Niente affatto; Sant’Agostino ce lo fece sentire, e San Gerolamo dice chiaramente: « Quanto voi ammirate, e noi lo disprezziamo ». I Padri greci opinano come i Padri latini. Certo se i giovani cristiani avessero dovuto studiare i profani autori per formarsi stile e gusto, sotto pena di non possedere mai né 1’uno né l’altro, come non si rifinisce da tre seco, si ritroverebbe senza fallo questo precetto in San Basilio, il quale compose un’opera speciale a prò dei giovani, per servire loro di guida nello studio degli autori pagani. Ebbene, il grande dottore non ne dice molto, non una sola parola! Conoscete voi cosa più eloquente di un tale silenzio? – Ma insomma, voi dite, qual era dunque lo scopo che raggiunger si voleva permettendo ai giovani cristiani di leggere le opere dei pagani e di frequentare le loro scuole? Quale vantaggio pretendevasi ricavarne? Voi converrete dapprima, che agli occhi d’uomini sì gravi e sì religiosi come i padri nostri, lo scopo doveva essere serio e il vantaggio tale da compensare i pericoli molto gravi che lo studio dei libri pagani poteva, malgrado tutte le cautele, far correre all’innocenza e alla fede dei figli loro. Meno una necessità imperiosa, un padre non abbandona il figliuolo della sua tenerezza ai pericoli di un mare tutto sparso di scogli. La è una prova di più, che si trattava per quelli di cosa ben altra che non del fanciullesco profitto di formare retori od accademici. Si trattava per i loro figliuoli: 1° Di conoscere la storia della patria loro e degli altri popoli i cui archivi, scritti da mani pagane, erano esclusivamente in potere de’pagani: 2° Di apprendere le arti, le scienze fisiche, naturali, mediche, il cui monopolio apparteneva egualmente al paganesimo: 3° Di restituire al Cristianesimo, erede di tutto, le verità che il paganesimo, usurpatore audace, erasi appropriato e che, depositario infedele delle tradizioni prime, aveva sfigurato: 4° Di servirsi, ad esempio di San Paolo, delle massime, degli esempi, dell’autorità dei poeti, de’saggi e dei filosofi pagani, sia per infervorarsi alla pratica di qualche virtù, sia per rendere più accessibili alla ragione le verità e i precetti della fede, o, come dice Sant’Agostino, di pigliare agli Egizii i lor vasi d’oro e d’argento, e di darli agli Israeliti, per farli servire all’ornamento del Tabernacolo: 5° Di ben conoscere gli errori dei pagani, i loro pregiudizi contro il Cristianesimo, i loro argomenti in favore dell’idolatria, le obbiezioni e i sistemi dei filosofi, per confutarli sodamente e spesso anche per sconfiggerli con le proprie loro armi. Infatti, qual mezzo evvi per vincere un nemico, di cui non si sa né il modo di guerreggiare, né le forze, né le armi, né le fortezze? Tale si era il grande, l’unico interesse dei cristiani illuminati. Posti, sino dalla culla, in faccia ai nemici instancabili di loro religione, non si vedevano obbligati a combattere notte e giorno per sé e per i loro fratelli? Ora, per raggiungere questo scopo, diciamo meglio, per adempiere questo grande dovere, indispensabile cosa era il conoscere non solo la scienza de pagani, ma eziandio la loro lingua, e di parlarla con una certa purezza, per tema d’essere tacciati da quelli d’ignoranza o di barbarie, e di non ottenerne attenzione di sorta. – Sui motivi di fare studiare alla gioventù gli autori pagani nei primi secoli della Chiesa, voi avete udito San Basilio, Sant’Agostino, San Giustino, Taziano, Clemente d’Alesandria, Ermias, San Gerolamo, e con essi tutte le più sagge dei giovani cristiani. – Dal loro unanime insegnamento risulta questa inattaccabile conclusione, cioè; che i primi cristiani studiavano il paganesimo nelle lettere e nelle scienze, non già per imitarlo, cioè per perpetuarlo quanto al fondo o quanto alla forma, ma per attingervi quanto vi era di proficuo sia alla gloria, sia alla difesa della religione. In tal guisa la Chiesa studiò il paganesimo nell’arte, non per perpetuarlo nel fondo o nella forma, ma sì per impadronirsene e per farlo servire, trasformandolo, di elemento all’arte cristiana; in tale guisa ancora essa lo studiò nei suoi sistemi religiosi e filosofici, non per esaltarli, ma per ridurli in polvere.

CAPITOLO V

SEGUITO DEL CAPITOLO PRECEDENTE.

Nulla di più serio delle ragioni allegate dai Padri per far studiare all’ adolescenza cristiana gli autori del paganesimo e permetterle di frequentare le sue scuole. Tuttavolta, cosa degna della più grande attenzione, i Padri stessi non si accordano, su questo punto, tra di loro. Conforme allo spirito delle Costituzioni apostoliche, il maggior numero si pronunciò formalmente contro siffatto genere d’insegnamento, a cagione del pericolo ch’ei faceva correre alla fede ed ai costumi. Gli altri pensano che gli adolescenti vi si possano dare, ma con riserva e con grandi cautele. In nome di coloro che lo permettono, sentiamo Tertulliano, San Gregorio di Nazianzo e San Basilio; sentiremo più tardi quei che lo vietano: « Quando un fanciullo, dice Tertulliano, allevato nella fede, imbevuto dei suoi principii, va a scuola (d’un maestro pagano , egli deve essere avvertito e premunito contro l’errore. Esso se ne preserverà, imparerà la lettura che gli è utile, e disprezzerà una dottrina empia e menzognera, su cui egli sa già a che attenersi » . – « Gli è avviso comune di tutte le persone di buon senso, dice alla sua volta San Gregorio di Nazianzo, che in prima fila fra i beni ricevuti da un uomo in sorte, bisogna collocare l’istruzione. Non parlo soltanto delle cognizioni in un ordine di cose sovrannaturale, cognizioni che possono ben essere estranee a tutte le grazie, a tutti gli ornamenti del linguaggio … Io ho in vista eziandio quell’istruzione che è oltre la fede e i suoi dogmi, quelle cognizioni che la più parte dei cristiani considerano come vane e illusorie, piene di pericoli, proprie solo ad allontanare le anime da Dio, e che per tale titolo coloro disprezzano ed abborriscono. – La divergenza d’opinioni che noi indichiamo va diminuendo a misura che il Cristianesimo stende il suo impero, e che i suoi libri si moltiplicano; per conseguente, a misura che i motivi di studiare il paganesimo e di toglierne a prestito qualcosa perdono del loro valore. Perciò noi scorgiamo lo stesso San Gregorio di Nazianzo, che s’era dimostrato sì favorevole allo studio delle lettere pagane, modificare la propria opinione e, verso la fine del viver suo, scrivere in questi concetti ad uno dei suoi amici, Adamanzio, il quale gli chiede libri di letteratura: « I libri che tu mi chiedi, ridiventato fanciullo per studiare retorica, io li posi in disparte dal giorno in che, obbedendo all’ ispirazione divina, rivolsi gli occhi verso il cielo. Bisognava bene che tutti gli scherzi della fanciullezza avessero un termine; bisognava cessar di balbettare per aspirar finalmente alla vera scienza, e sacrificare al Verbo tutti questi discorsi frivoli, con quanto aveva formato sino allora la gioia dei miei ozi. Ma, giacché hai deciso di dare la preferenza a ciò che occupar deve il secondo posto; poiché nulla di quanto ti si potrebbe dire ti svolgerebbe da questo disegno, eccoti i miei libri. Ti invio tutti quelli che sono sfuggiti ai vermi e che il fumo non ha anneriti, a quegli uncini a cui io li avevo sospesi, al disopra del mio focolare, come il nocchiere che si ritrasse dal navigare sospende il suo timone. Io t’invito però a studiare i sofisti ampiamente e con ardore. Acquista tutte le cognizioni necessarie e farne partecipe la gioventù, purché il timore di Dio domini tutte queste vanità (1) »[Ep. 199]. – Ma ecco qualcosa più grave dello stesso Padre. Nell’elogio di Sant’Atanasio, Gregorio, trascinato da una giusta ammirazione pel generoso difensore della fede, loda senza restrizione d’avere di buon’ora lasciato la coltura delle lettere e delle scienze umane. « Ei fu allevato, dice, nei buoni costumi ed iniziato alle scienze ed alle lettere; ma non prima ne seppe abbastanza per non parere affatto incolto ed ignorante in quest’ordine di cose, si dedicò affatto alla meditazione dei libri Sacri ». Quale differenza tra questo linguaggio del santo dottore e certi passi delle sue lettere! Il suo amico Basilio subisce la stessa influenza. Dopo il suo battesimo, ei si mette a piangere qual sogno tutto il tempo di sua vita da lui consumato negli studi letterari e filosofici: « Io mi svegliai, dice, come da un sonno profondo; e, come la luce dell’Evangelio rischiarò i miei occhi, riconobbi la vanità della scienza e dell’umana sapienza. Dacché mi trattengo con Mose e con Elia, scrive a Libanio, e dacché ricevo dalla loro barbara lingua le lezioni che trasmetter debbo ai miei fratelli, ho dimenticato del tutto quanto imparai alla vostra scuola (Ep. 339). » Dall’influenza che godevano nella Chiesa uomini come Atanasio, Basilio e i due Gregorii, si può giudicare della disposizione generale degli animi prima della fine del quarto secolo. Sino dal principio del quinto, l’umanità regnò su questa grande questione. Si erano alla perfine aperti gli occhi sui pericoli dell’insegnamento profano: le ripugnanze della più parte dei cristiani, come dice San Gregorio erano riconosciute ben fondate. Si capiva oramai « che sperar non si poteva il compiuto trionfo dell’Evangelio e dei cristiani costumi sull’idolatria e sui costumi così corrotti dei Greci e dei Romani, infino a che la gioventù delle scuole attingesse le sue idee, alimentasse la sua immaginazione, prendesse la regola de suoi giudizi nello studio delle opere dell’antichità. Una nuova morale, nuove leggi, un nuovo mondo uscir non potevano, colla educazione, se non da una nuova letteratura. » – « Come era possibile, dice un moderno filosofo, combinare il Cristianesimo colla eredità degli antichi popoli? Le tradizioni antiche, la ricordanza delle grandi azioni passate, quella degli antenati che procacciato avevano una così grande rinomanza, una sì grande potenza ai loro nipoti, tutto questo attraeva gli animi in un senso, ed il Cristianesimo colle sue promesse in un altro ». – Tre grandi atleti, San Crisostomo, San Gerolamo, Sant’Agostino, sono suscitati da Dio per chiudere le discussioni, per finirla colla scuola pagana e per aprire un’era nuova. Tutti e tre assalgono il paganesimo classico, precisamente sotto gli stessi riguardi che lo fanno tanto stimare dopo il Rinascimento. Inutile come filosofia, vano come letteratura, pericoloso come morale: ecco il triplice marchio ch’essi gli imprimono sulla fronte. – « Da qual male, grida il primo, siamo noi dunque minacciati se ignoriamo le belle lettere (cioè la letteratura profana)? Non solo fra noi, i quali ridiamo di tutta questa vana sapienza, di tutta quest’arte che ci è straniera, le lettere non hanno alcun pregio. Filosofi che non sono dei nostri non ne hanno fatto verun caso Il che non gli impedì d’acquistare una giusta celebrità…. Quanto dunque non saremmo noi da biasimare, noi illuminati dalla fede, se tanto caso facessimo di un ingegno spezzato da coloro stessi che non si nutrono se non di vento; e se per l’acquisto di cosa sì vana corressimo rischio di sacrificare ciò che solo è necessario….? Gli Apostoli, ed un gran numero di santi personaggi che non avevano studiato questa letteratura, non convertirono meno il mondo; mentre nessun filosofo è giunto finora a convertire un tiranno. Dopo avere esposto tutti i pericoli di questo studio, soggiunge: « Non sarebb’egli l’ultimo grado della crudeltà il gettare nell’arena, in mezzo a tanti nemici, i poveri fanciulli che non sono nemmeno capaci di difendersi contro loro stessi? ». – Il secondo sembra avere scritto il suo ammirabile trattato De doctrina cristiana per far venire a nausea per sempre ai giovani cristiani il paganesimo classico. « Infatti, dice il signor Lalanne, frammezzo agli egregi consigli che il santo dottore dà sull’eloquenza, si è meravigliati dapprima della sua riservatezza nel non citare e nel non nominare alcuno scrittore profano … Invece di consigliare, come lo fanno ancora i nostri retori, le opere di Cicerone, di Demostene, di Tito Livio, egli li passa affatto sotto silenzio, e soggiunge: « Noi non manchiamo di scrittori ecclesiastici, indipendentemente da quelli che lo Spirito Santo ispirò, nelle cui opere un uomo ingegnoso saprà attingere senza sforzo veruno, solo leggendole attentamente, modelli di eloquenza, e non avrà più se non a ben esercitarsi sia a scrivere, sia a dettare, e finalmente a parlare come gli sarà dalla pietà inspirato (lib IV n. 4-7) ». – Quanto a San Gerolamo, ei fu, come è noto, l’Origene del suo tempo, il dotto in cui tutta la scienza ecclesiastica dei secoli passati si riassumeva in qualche modo. Egli aveva fatto prestanti studi sotto maestri pagani, ed era già molto istruito quando si diede tutto al servigio della religione. Nella forza degli anni e frammezzo agli scritti letterari i più severi, egli scrisse al papa Damaso, sopra un versetto della parabola del Figliuolo Prodigo, in cui è detto che quel giovine bramava, per attutire la sua fame, i bricioli che si gettavano ai maiali: « Si può capire pel cibo dei maiali la poesia, la falsa filosofia del mondo, la vana eloquenza degli oratori. La loro grata cadenza e la dolce loro armonia, lusingando l’orecchio, s’impadroniscono dell’animo ed ammaliano il cuore; ma, dopo che simili opere si sono lette con molta attenzione, non troviamo in noi se non il vuoto ed una specie di capogiro. E non ci illudiamo dicendo che noi non prestiamo fede alle favole di cui quegli autori empierono gli scritti loro. – Onesta ragione non ci scusa punto, giacché noi scandalizziamo gli altri, i quali credono che noi approviamo quanto essi ci vedono leggere. » Nel processo di quest’opera noi citeremo altri giudizi dello stesso santo dottore, parimenti precisi e molto più severi. – Per compendiare in poche linee tutta questa discussione sul paganesimo classico nei primi secoli, diremo col sapiente scrittore, da noi sopra menzionato: « Dopo questo grande e mirabile rivolgimento, operato da uomini tali che dir si potè: “Infirma mundi elegit Deus, ut confundat fortia”, il Cristianesimo si presenta nella persona dei suoi propagatori con tutto il prestigio, con tutta la pompa delle lettere e delle scienze ammirate dal paganesimo. Gli era il vincitore il quale impadronivasi e rivestivasi delle armi del suo nemico disfatto; ei ne ebbe d’uopo un istante per la difesa e per l’assalimento. Ei se ne servì ed esortò i suoi a rendersi capaci di impugnarle. Ma bentosto, sentendo che quella straniera armatura, la quale non era fatta per esso, lo feriva e gli si attagliava male, se ne spogliò pezzo a pezzo: oppure, non facendone più guari caso, cessò di cercarla. Al cospetto del colosso della barbarie, il Cristianesimo entrò in lizza con le sue vestimenta le più semplici, con la sola arma della croce, come quel pastorello che armato solo di fionda recavasi ad atterrare un gigante: ambi avevano riposto in Dio la loro fiducia ». Partendo dal sesto secolo sino alla metà del decimoquinto non si adoperarono più, generalmente parlando, o solo in modo molto secondario, autori pagani nella educazione della gioventù. « Al cominciare del quinto secolo, noi ci imbattemmo in tre grandi uomini, discepoli del quarto secolo, eredi di tutta quanta la sua scienza filosofica e letteraria, degni di essere gli ultimi di quella splendida legione di scelti intelletti, dai quali la Chiesa era stata cotanto illustrata. Noi li vedemmo dare, in qualche guisa, alla posterità il segno della grande diserzione dai templi letterarii della Grecia e del Portico, e dell’Accademia, e di Atene, e del Museo, del pari che di Corinto e di Pafo; e, con coraggiosa mano, precipitare il mondo in una oscurità momentanea per fargli perdere di vista le false luci che lo traviavano ». – La Provvidenza secondava la loro azione coi grandi avvenimenti che allora si compierono. L’Impero Romano, coi suoi monumenti e colle sue arti, e con i suoi libri, periva sotto i colpi dei barbari. Nel tempo stesso, un Pontefice grande fra tutti diventava il creatore di una letteratura e di una lingua nuova, espressione affatto pura della cristiana società, rimasta sola in piedi fra le rovine. Questo pontefice è San Gregorio, del quale avremo più fiate occasione di parlare nel procedere delle nostre ricerche.

[2 – Continua …]