LA GRAZIA E LA GLORIA (10)

LA GRAZIA E LA GLORIA (10)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO II

LA NATURA DELLA NOSTRA FILIAZIONE ADOTTIVA. – IL PRINCIPIO COSTITUTIVO CREATO, VALE A DIRE LA GRAZIA SANTIFICANTE CON LE VIRTÙ ED I DONI.

CAPITOLO IV.

La grazia creata, forma intrinseca e permanente dei figli di Dio, secondo i più grandi Dottori della scuola. Ciò che essa sia in se stessa.

Alcuni teologi, all’inizio del XII secolo, discepoli più o meno intelligenti del Maestro delle Sentenze, non riconoscevano altra grazia se non la grazia increata, o almeno pensavano con lui che lo Spirito Santo supplisca nell’anima dei figli adottivi il ruolo della carità, considerata come un abito di virtù. Alla domanda che ricorre così frequentemente tra i commentatori delle Sentenze: « La grazia o carità suppongono qualcosa di reale in fondo alle anime? » (Non dimentichiamo che la parola grazia, in questi testi e in altri della stessa natura, significa grazia abituale, la grazia santificante, o come si diceva allora, gratia gratum faciens.), e qual è questo qualcosa? Era porre la stessa domanda che dobbiamo trattare in questo libro. Non c’è nessuno che non veda quali luci si possano trarre da questa controversia per conoscere chiaramente tutto il pensiero di questi Dottori, così venerati e così grandi nella Chiesa di Dio. Io ritengo che siano abbastanza chiari da lasciarli parlare da soli, ed è per questo che riporterò fedelmente i loro testi e non i miei commenti. – Cominciamo con il Dottor serafico, San Bonaventura. La grazia è una realtà positiva nell’anima del giusto? Si – egli risponde – e la sua risposta si basa sulle considerazioni che abbiamo fatto, nell’esporre la differenza tra l’adozione puramente umana e l’adozione divina. « Sarebbe un’empietà credere che Dio si sbagli nei suoi giudizi, poiché Egli è la verità suprema. Se, quindi, Egli considera gradito un peccatore che fino ad allora aveva considerato un nemico, deve esserci stato un cambiamento che motivi questa differenza di opinione. Ora, non troverete questo cambiamento nella volontà divina: essa è sovranamente immutabile. Così dobbiamo cercarlo nella creatura; e cosa sarebbe, se non il dono che ha ricevuto da Dio per farne un oggetto di compiacenza? » (S. Bonav., II, dist. 26, a. 4, q. 1). Ma questo dono è di per sé qualcosa di creato, è increato? Questo è un punto su cui i saggi non sono perfettamente d’accordo. Distinguiamo tra ciò che la legge determina e ciò che la ragione, partendo dalla fede, possa trovare alla fine delle sue investigazioni (Id., ibid., q. 2).  « La fede e la Scrittura hanno stabilito che senza il dono della grazia è impossibile essere graditi a Dio. Determinano anche che, senza il dono increato che è lo Spirito Santo, l’uomo non può né piacere a Dio, né prendere posto tra i suoi figli adottivi…  – Ma, oltre a questo dono increato, è necessario ammettere una grazia creata che ci renda amici di Dio? Questa è una questione che, non essendo espressamente definita dall’autorità della Scrittura, doveva essere sottoposta dai Dottori alle indagini della ragione. E poiché le abitudini, le virtù e i doni ci sono rivelati dai loro effetti, era necessario, per avere una piena conoscenza della grazia, studiarla nella sua relazione con questi effetti. Ora gli effetti della grazia sono il ricreare l’anima, ravvivarla, illuminarla, elevarla al di sopra di se stessa, assimilarla ed unirla alla natura divina. « Tra i Dottori, alcuni hanno interpretato la grazia solo come la causa efficiente di questi vari effetti. E poiché Dio è sufficiente a Se stesso nel produrle nella creatura ragionevole, e che esse sono addirittura possibili solo a Lui, essi hanno considerato, se non come impossibile, almeno come superfluo, il dono di una grazia creata; altri hanno considerato nella grazia il carattere della forma, persuasi che gli stessi effetti richiedano una causa formale oltre che efficiente. Ora, poiché non è opportuno e nemmeno possibile che la divinità svolga il ruolo di forma in una creatura, gli effetti sopra elencati rimangono inspiegabili, a meno che non si ammetta un dono creato che informi (perfezioni) l’anima e li produca in essa. « Ora – continua il santo Dottore – quest’ultima tesi mi sembra preferibile alla prima, sia dal punto di vista della sicurezza che da quello della ragione. Dal punto di vista della sicurezza: perché è più conforme al sentimento generale dei maestri, dato che da qualche tempo viene insegnato di comune accordo nelle scuole di Parigi…; più conforme ancora al sentimento delle anime pie e semplici… Dal punto di vista della ragione: perché, come si fa notare, e gli atti e gli effetti da produrre richiedono un principio interiore che completi l’anima, e compia in essa le funzioni di forma informante. Ora, è manifestamente impossibile che questo ruolo di forma perfezionante convenga a Dio, benché possa essere forma esemplare. Ed è per questo che la grazia è paragonata all’influenza della luce, e il suo principio, al Sole; infatti, Dio stesso o il suo Cristo è chiamato dalla Scrittura il Sole di giustizia. Perché come il sole materiale diffonde la sua luce nell’aria, in modo che l’aria stessa sia formalmente illuminata; così Dio, il Sole spirituale, getta i suoi raggi sull’anima, e l’anima stessa diventa formalmente luminosa; ed è da questo riflesso divino che essa viene riformata, vivificata e risulta gradita al cuore di Dio. – « Così, di tutte le creature corporee nessuna rappresenta meglio la grazia che… l’influenza della luce. La luce materiale, diffusa sulla superficie dei corpi, li assimila alla fonte stessa da cui emana; e la grazia, l’influenza spirituale, assimila le anime ragionevoli al Principio di ogni luce. Inoltre, non è senza motivo che questo influsso, proveniente dal Sole divino, si chiami con il nome di grazia. Essa è grazia, perché è il dono di una liberalità purissima: perché non è richiesta né dalla mera natura, poiché non emana dai principi del soggetto, né dalla natura di Dio, poiché nulla lo obbliga a concedercela. Grazia ancora, perché rendendo l’uomo immagine e figlio di Dio, lo rende gradito a Lui e lo trasforma in un amico. Grazia, infine, perché inclina l’uomo a fare il bene gratuitamente, cioè per un amore disinteressato, il bene che opera: perché se l’amore della creatura ha una qualche tendenza naturale a ripiegarsi su se stesso, alla maniera di un mercenario, per cercare soprattutto la propria utilità, l’uomo, una volta rivestito di grazia, si compiace di spendersi interamente per gli interessi del prossimo e l’onore di Dio. Quindi, accettando quest’ultima dottrina come la più sana e ragionevole, è facile risolvere le obiezioni che la attaccano. – Lasciamo da parte per un momento queste obiezioni e le soluzioni che comportano, e diamo la parola al Dottore Angelico. Si potrà forse rimproverarmi per alcune ripetizioni. Ma preferisco incorrere in questo piccolo rimprovero che troncare testi pieni di analisi così alte e belle. Ecco la risposta data da S. Tommaso alla questione già risolta dal suo santo amico, il Dottore Serafico. – « La parola grazia – egli dice – rientra nel linguaggio comune degli uomini in tre modi. In primo luogo, significa la benevolenza o l’amicizia di un uomo per un altro: così diciamo di un cavaliere che è in grazia del re, cioè che il re lo gradisce. La si intende, in secondo luogo, per favori e doni concessi da una liberalità gratuita, nel cui senso siamo abituati a dire: ti faccio questa grazia. In terzo luogo, la parola grazia è usata per esprimere il ritorno di gratitudine che deve seguire i doni liberamente ricevuti, come in questa formula: Vi ringrazio. Bisogna notare che il secondo significato deriva dal primo, e il terzo dal secondo. Non è, infatti, la benevola compiacenza che si ha per una persona, che lo porta a fare dei doni gratuiti, e questi doni non sono forse la condizione necessaria del ringraziamento, il pagamento naturalmente obbligatorio dei benefici? Ora, se consideriamo solo gli ultimi due significati, è manifesto che la grazia suppone qualcosa in colui che riceve la grazia; cioè, sia il dono gratuitamente elargito, sia la riconoscenza per lo stesso dono. « Per quanto riguarda il primo significato, c’è una distinzione molto notevole da fare tra la grazia di Dio e la grazia dell’uomo. Poiché la creatura non ha nulla che non provenga dalla volontà divina: è dall’amore con cui Dio vuole il bene della sua creatura che deriva tutto il bene che è in essa. La volontà dell’uomo, al contrario, ha il suo motivo nel bene preesistente; ed è per questo che l’amore dell’uomo, lungi dall’essere la causa totale della bontà di ciò che ama, lo suppone o in parte, o sia anche nella totalità. Così tutto l’amore di Dio porta con sé una certa bontà nella creatura, senza però che questa bontà sia co-eterna all’amore eterno. Ora, secondo la differenza del bene che dà, diverso è l’amore di Dio per la creatura; c’è la dilezione comune secondo la quale, secondo la testimonianza della Sapienza (Sap. XI, 25), amando tutto ciò che è, si dà il loro essere naturale alle cose create; c’è la dilezione speciale che eleva la creatura ragionevole al di sopra della sua condizione naturale, e fino alla partecipazione del Bene supremo. Ed è di questa dilezione che si dice che Dio ci ami assolutamente e semplicemente, perché è attraverso di essa che Dio vuole, in tutta verità, comunicare alle sue creature il bene eterno che è Egli stesso. – Quindi, per concludere, dire di un uomo che ha la grazia di Dio è affermare equivalentemente che egli possieda in sé un dono soprannaturale che viene da Dio » (S. Thom., 1, 2, q. 110, a. 1.). – Fermiamoci un momento per chiarire alcuni dubbi che potrebbero sorgere nella mente del lettore. La maggior parte di essi sono stati formulati e risolti da tempo, sia dal Dottore Angelico che da San Bonaventura e dai loro discepoli. Questo dono, frutto dell’amore divino, non sarebbe lo stesso Spirito Santo, quello Spirito che s. Giovanni Damasceno ha così giustamente chiamato la sostanza dei doni di Dio? Ascoltate la bella risposta del Dottore Serafico, che trascrivo letteralmente. « Questo testo di San Giovanni Damasceno, dove si dice dello Spirito Santo che Esso è la sostanza dei doni, deve essere interpretato, come tutte le autorità dello stesso genere, con l’idea di causalità e di appropriazione. Ciò che significa è che lo Spirito Santo è il Dono per eccellenza, il Dono principio e la fonte, in cui tutti gli altri ci vengono concessi; ma questo non esclude in alcun modo il dono creato. Se un uomo conduce un cavallo per la briglia, direte di lui che tiene il cavallo; ma, così dicendo, non negherete che egli tiene anche la briglia, poiché lo conduce per essa. Tuttavia, dire che lo Spirito è la sostanza del Dono non è escludere il dono creato, al contrario, è includerlo. Infatti, perché diciamo che lo Spirito Santo ci è dato, se non perché è così tanto in noi da Dio, che lo possediamo? Ora possedere lo Spirito Santo è avere in noi un’abitudine (habitum) che ce ne dà il godimento, e questo abito è il dono creato della grazia » (S. Bonav. , II D. 26, a. 1, q. 2, ad 1). Così la grazia increata suppone la grazia creata come principio degli atti che la mettono in nostro possesso. Questa è anche la soluzione data da San Tommaso d’Aquino. – Egli osserva, infatti, che « il passaggio dal non possesso dello Spirito Santo al suo possesso può essere spiegato solo da un reale cambiamento che avviene o nel dono stesso o nel donatore. E poiché il dono di sua natura è assolutamente immutabile, occorre necessariamente che la creatura a cui viene dato lo Spirito Santo riceva un miglioramento interiore che è come un dominio sullo Spirito divino, e senza il quale questo dono dello Spirito di Dio non sarebbe altro che una vana parola »  (S. Thom., II, D., 26, q. 1, a. 1.). Ma è proprio vero che l’amore di Dio si misura dai doni che Egli fa alla sua creatura? Per questo motivo, amerebbe solo le creature esistenti; esse solo partecipano ai suoi benefici. Risposta: Sebbene la creatura, che non esiste ancora, non abbia alcuna parte effettiva nei doni di Dio, essa li ha già ricevuti nell’eterna prescienza e nell’eterno disegno del suo Autore, e per questo è eternamente amata (cf. S. Tom., III, D, 32, Q. 1, a. 3, ad 1, sqq.). Voi dite che l’amore di Dio metta, in coloro che Egli ama, una perfezione creata che supera ogni perfezione di natura. Dio, quindi, amando tutto ciò che è, dovrebbe arricchire con doni soprannaturali ogni essere che è uscito dalle sue mani divine. Questa è l’ultima obiezione; ed ecco la risposta:  « È vero che la dilezione divina è il principio di ogni bontà nella sua creatura. Ma ciò che non è meno vero è che Dio, nell’infinita semplicità della sua sostanza e del suo atto, ama diversamente le creature secondo i diversi gradi di bontà che il suo Amore ha profuso su di loro. Egli ama tutte le cose create nella misura in cui dà a ciascuna le perfezioni richieste dalla loro natura. Ma l’amore perfetto, l’amore propriamente detto, è quell’amore di cui Egli ama la sua creatura, non semplicemente come un operaio ama la sua opera, ma come un amico che ama familiarmente il suo amico; cioè, l’amore con cui Egli lo associa alla sua stessa vita, alla sua stessa beatitudine e gloria. Tale è la dilezione di Dio per i santi. Essendo la dilezione per eccellenza, il suo effetto è anche la grazia per eccellenza, sebbene i doni naturali siano anch’essi delle grazie, nella misura in cui sono liberamente concessi da Dio. (S. Thom, II, D. 26, q. 1, a. 1, ad 1. – Altrove egli aveva già fatto osservare che l’amore di Dio per gli esseri senza ragione non è e non può essere un amore di amicizia, poiché essi non possono restituirgli amore per amore, né entrare con Lui in una comunione di vita, di beni e felicità. Piuttosto, è qualcosa come un amore di concupiscenza; non perché li ami come qualcosa che potrebbe servire alla propria utilità, ma perché li ordina alle creature ragionevoli per la loro utilità, a Se stesso, per la sua bontà. Infatti, l’amore di concupiscenza può avere come oggetto sia il nostro bene che quello degli altri. – 1 p., q. 20, a. 2, ad 3). Oltre a questa prima ragione tratta dall’amore, S. Tommaso adduce un altro punto che è ancora più importante, perché ci mostra più chiaramente cosa sia la grazia in sé, e come l’ordine della grazia, lungi dal distruggere o alterare l’ordine della natura, lo completi, lo elevi e lo perfezioni. Ecco come lo si può leggere nella Somma Theologica: « Non sarebbe opportuno che la provvidenza di Dio facesse meno per coloro che destina al possesso del Bene soprannaturale che è Lui stesso, la Verità suprema e la Bontà sovrana, di quanto non faccia per le nature ordinate al solo bene naturale? Ora, quando si tratta di questi ultimi, Dio non si accontenta di muoverli ad operazioni conformi alla loro natura; Egli dà loro forze e forme che sono il principio interno dei loro atti, e li inclina per disposizione naturale verso quelli che sono loro propri. E così i movimenti che ricevono da Dio divengono naturali e facili per loro, secondo le parole dei nostri Libri santi: Egli dispone di tutte le cose con soavità (Sap., VIII, 1). Perciò, molto più giustamente, quando si tratta di esseri che Egli muove verso il Bene soprannaturale e infinito, deve infondere in essi certe forme e qualità di ordine superiore, per mezzo delle quali li conduce con facilità e dolcezza alla conquista dell’eterna bontà » (S. Thom., 1. 2., q. 110, a. 2). Più avanti vedremo perché, parlando di queste realtà divine, San Tommaso usi il plurale (L. III, c, 1, sqq.). – Basti qui notare che egli concepisce la grazia come una specie di natura superiore impressa nell’anima alla maniera delle qualità, per essere un principio di tendenza verso il Bene supremo e la radice delle operazioni soprannaturali che devono assicurarci il suo possesso. – Non ci stanchiamo di chiedere ai nostri Maestri dei chiarimenti che ci aiutino ad afferrare meglio la profondità e la certezza della loro dottrina. Alcune persone miopi hanno trovato il modo di rivoltare l’ultima prova che abbiamo appena scritto contro l’Angelico, e questo è il modo in cui l’hanno fatto: più una creatura è perfetta, essi dicevano, più ha in sé i mezzi per raggiungere il suo destino. Se dunque gli esseri senza ragione, sotto l’occhio e la mano della provvidenza, possono tendere al loro fine con le sole energie della loro natura, non sembra che la creatura ragionevole, incomparabilmente più perfetta, debba avere anche la stessa potenza? E, di conseguenza, che una grazia aggiunta alle sue forze naturali sia intrinsecamente inutile? – Questo è, se non mi sbaglio, il ragionamento di un razionalista. Indubbiamente, l’energia che deriva dalla sua natura potrebbe bastare all’uomo, se non avesse altro fine che quello che risponde alle esigenze di questa stessa natura; ma poiché piacque a Dio di designargli un fine che supera incomparabilmente tutti i fini naturali, cioè il possesso della propria beatitudine, ne segue chiaramente che Egli doveva, elevandolo, proporzionare la creatura ragionevole a questi nuovi destini, e di conseguenza trasformarlo in se stesso, come lo trasformava nel suo proposito (S. Thom, II D., 26, q.1, a. 1 ad 3.). – Ma, si dice ancora, se si ammette una grazia creata come principio della vita soprannaturale e divina, che ne è degli assiomi dei Padri: Dio è la vita del corpo; come Dio ci ha creato, così ci ricrea da sé e senza intermediari, e questa è la caratteristica dell’Agente sovranamente Perfetto; infine, nulla deve frapporsi tra l’anima e Dio. Alcune distinzioni saranno sufficienti per chiarire qualsiasi equivoco. « Se c’è somiglianza tra la relazione di Dio con l’anima e l’anima con il corpo, non c’è parità assoluta. L’anima è per il corpo non solo una causa efficiente, ma formale: perché è l’anima che lo determina e si comunica ad esso come principio d’essere e di vita. Ora, tra la materia e la forma che la determina, la filosofia non può concepire alcun intermediario. Ma non può convenire all’infinita perfezione di Dio di essere la forma dell’anima, se non come forma esemplare. Ed è per questo che Dio, che la vivifica immediatamente da Se stesso come causa efficiente, deve necessariamente comunicarle la vita della grazia attraverso una forma creata. (S. Thom. II D, 26, q.1, a 1, ad 5). Inoltre, questo paragone è facilmente rivoltato contro coloro che vorrebbero abusarne. Infatti, nell’ordine della vita naturale, Dio vivifica sì il corpo umano, ma per mezzo dell’anima che infonde; così nell’ordine superiore della grazia, Dio comunica sì la vita soprannaturale, ma per mezzo di una forma creata che Egli imprime nell’anima. È con una distinzione simile che il secondo equivoco sarà dissipato. Creare e ricreare sono ugualmente di Dio solo come causa efficiente. Così come nel creare l’uomo Egli gli dà una forma sostanziale che lo costituisce nel suo essere naturale e nel suo grado specifico; così nel ricrearlo deve produrre in lui quella forma superiore di grazia che gli darà un essere soprannaturale proprio esclusivamente dei figli di adozione. È possibile, infatti, concepire una causa agente che non produca nulla, né forma sostanziale né forza accidentale? Quindi, Dio e la grazia si uniscono per ricrearci, Questi come principio formale del nostro essere divino, quella come principio efficiente. (S. Thom. D. 26, q. 1, a.1, ad 4.). Il terzo equivoco cade da solo davanti a una spiegazione dello stesso tipo. Cosa significa il principio che nulla si frapponga tra l’anima e Dio nel pensiero di Sant’Agostino che lo ha formulato? Una verità molto semplice, ma che si concilia facilmente con la dottrina tradizionale: Dio non ci ha creato o giustificato per mezzo di un potere ministeriale, ma per mezzo di Se stesso; ed è Lui stesso, e non una creatura, fosse anche un Serafino, che sarà la nostra beatitudine. Ma questo non esclude la forma che, depositata nell’anima, la assimila a Dio (S. Thom., de Verit. Q. 27 a. 1 ad 10). – Per concludere, diamo un’ultima e più completa risposta, che prendo di nuovo in prestito dal Dottore Angelico. « Nell’opera di santificazione delle anime, ci deve essere una duplice operazione dello Spirito Santo: l’una che termina nell’atto primo, cioè nell’essere soprannaturale all’anima; l’altra che termina nell’atto secondo, cioè nel movimento della volontà verso Dio, il sommo Bene. Ora, in entrambe queste operazioni dobbiamo riconoscere qualcosa di intermedio tra l’anima e il suo Dio. Cerchiamo la causa di questo, non nella debolezza o nella impotenza dello Spirito Santo che lavora sull’anima, ma nella necessità che l’anima riceva l’operazione divina dentro di sé. Tuttavia, questo intermediario deve essere concepito in modo diverso. Per quanto riguarda il primo effetto, che è l’essere soprannaturale, la grazia (caritas) sta tra l’anima e Dio come causa formale: perché ogni essere nella creatura risulta da una forma. Quanto al secondo effetto, che è l’operazione, la carità si interpone alla maniera di una causa agente….. perché è impossibile che un’operazione proceda, allo stato perfetto, da una creatura, se non ha una perfezione di potenza come suo principio, nel senso che diciamo che l’abitudine da cui proviene l’atto sia il suo principio » (S. Thom., I. D. 17, q. 1 a. 1, ad 1). – Questa esposizione della dottrina di questi due grandi maestri, S. Tommaso e S. Bonaventura, ci dispensa dal soffermarci sul pensiero degli altri. Indichiamo solo in poche parole quali siano le loro conclusioni sullo stesso soggetto. A questa domanda: “che cosa sia la grazia”, essi rispondono senza alcuna esitazione, con piena e costante sicurezza, dai primi giorni della Scolastica fino alla sua decadenza nel XVIII secolo: la grazia « è un accidente creato che trasforma l’anima e la assimila a Dio » (Alex. Halens., 3p, q. 64, m. 2, a, 2); è il riflesso proiettato sull’anima dalla luce increata, fonte delle virtù, come il corpo luminoso è la fonte dei suoi raggi (Petr. à Terent. In II, D. 26, a, 1, a. 2); è un’abitudine infusa e l’immagine della bontà divina, che ci unisce molto intimamente a Dio » (Dionys. Carth. In II, D, 26, q. 1); è un’abitudine immanente, seme di Dio nell’anima, e il principio degli atti meritori e della visione beatifica (Domin. Soto, de Nat. et grat., l. 1, c. 5); è una qualità permanente che ci dispone alla pronta e fruttuosa esecuzione degli ordini divini (Ant. Vega, de Justific. L. V, v, 2, 4); un dono creato, fisicamente stabile nel profondo delle anime, causa formale della nostra adozione (Theolog. Wirceb., de Gratia habit. c. 1 ecc.) Tante sono le formule e le affermazioni equivalenti, prese in prestito da teologi di tutti i tempi e di ogni scuola, che sono pienamente sufficienti a dimostrare quale sia la dottrina comune su questo punto; una dottrina che sarebbe quantomeno avventato rimettere in discussione.  – È infatti ben vero che pervertono più o meno gravemente la nozione di grazia giustificante, coloro che vedono in essa solo l’imputazione della giustizia divina, o la giustizia delle opere; o che vorrebbero ridurla interamente o a qualche continuità di tocchi divini e di atti indeliberati, o alla presenza benevola dello Spirito Santo nelle anime che ama e da cui è riamato, o ad una certa esigenza di aiuto soprannaturale che non apparterrebbe che ai giustificati, o, per tutto dire, a modificazioni la cui intera realtà sarebbe, in fondo, quella della sostanza stessa.

FESTA DELLA B. V. MARIA ASSUNTA IN CIELO – 15 AGOSTO 2022

FESTA DELLA B. V. MARIA ASSUNTA IN CIELO

15 AGOSTO (2022)

[D. G. LEFEBVRE O. S. B.: Messale romano – L.I.C.E. –R. BERRUTI, TORINO 1936]

Doppio di I classe con Ottava Comune – Paramenti bianchi.

In questa festa, la più antica e la più solenne del Ciclo Mariano (VI secolo), la Chiesa invita tutti i suoi figli sparsi nel mondo a unire la loro gioia (Intr.), la loro riconoscenza (Pref.) a quella degli Angeli che lodano il Figlio di Dio, perché sua Madre è entrata in questo giorno, con il corpo e con l’anima, nel cielo (All.). Nella Basilica di Santa Maria Maggiore si celebra a Natale il Mistero, che è il punto di partenza di tutte le glorie della Vergine ed ancora si celebra oggi l’Assunzione, che ne è l’ultimo. Maria, porta in sé l’umanità di Gesù al momento dell’incarnazione del Verbo; oggi è Gesù, che riceve a sua volta il corpo di Maria in cielo. Ammessa a godere le delizie della contemplazione eterna, la Madre ha scelto ai piedi del suo divin Figlio la miglior parte, che non le sarà giammai tolta (Vang., Com.).

In altri tempi si leggeva il Vangelo della Vigilia, dopo quello del giorno, a fine di dimostrare che la Madre di Gesù è la più fortunata tra tutte, perché meglio d’ogni altra, « Ella ascoltò la parola di Dio ». Questa Parola, questo Verbo, questa Sapienza divina che stabilisce, sotto l’Antica Legge, la sua dimora nel popolo d’Israele (Ep.), è discesa sotto la Nuova Legge in Maria. Il Verbo si è incarnato nel seno della Vergine e ora negli splendori della celeste Sion Egli l’ha colmata delle delizie della visione beatifica. Come Marta, la Chiesa sulla terra si dedica alle sollecitudini delle quali necessita la vita presente ed ancora come Marta, la Chiesa reclama l’aiuto di Maria (Or., Secr., Postc). Una processione fu sempre fatta nel giorno della festa dell’Assunzione. A Gerusalemme era formata dai numerosi pellegrini che andavano a pregare sulla tomba della Vergine e contribuirono così all’istituzione di questa solennità. Il clero di Costantinopoli faceva anch’esso nel giorno della festa dell’Assunzione di Maria una processione. A Roma, dal VII al XVI secolo, il corteo papale, al quale prendevano parte le rappresentanze del Senato e del popolo, andava in quel giorno dalla chiesa di San Giovanni in Laterano a quella di Santa Maria Maggiore. Questo si chiamava fare la Litania.

Assunzione della Beata Maria Vergine.

[Appendice al Messale ut supra]

Doppio di I classe con Ottava Comune. – Paramenti bianchi.

La credenza nell’Assunzione corporea di Maria SS. era già radicata da secoli nel cuore dei fedeli, profondamente persuasi che la Vergine, sin dal momento del suo transito da questa terra al Cielo, era stata glorificata da Dio anche nel corpo, senza che dovesse attendere che questo risorgesse, insieme con quello di tutti gli altri, alla fine del mondo. Cosi la festa dell’Assunzione, celebrata già verso il 500 in Oriente, costituì la più antica e la maggiore solennità dell’anno in onore di Maria SS. Tuttavia la realtà dell’Assunzione corporea di Maria in Cielo non fu oggetto di una solenne definizione da parte del Papa se non il 1° novembre 1950. In tale giorno, il Sommo Pontefice Pio XII proclamò dogma di fede che « Maria, terminata la carriera della vita terrena, fu assunta alla gloria celeste quanto all’anima e quanto al corpo. – Questa definizione, maturata lentamente, ma incessantemente nei diciannove secoli che seguirono al beato transito di Maria da questa terra, ha ed avrà un’eco incalcolabile nella dottrina come nella vita cristiana. – Una delle sue conseguenze pratiche sarà quella di attirare vieppiù l’attenzione dei fedeli sulla futura glorificazione nostra non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo. Come Adamo ci rovinò nell’una e nell’altro, così Gesù ci redense non solo quanto all’anima, ma anche quanto al corpo, cosicché l’anima del giusto è destinata ad una beatitudine immensa mediante la visione beatifica di Dio, ed il corpo alla sua volta verrà risuscitato, trasformato e configurato a quello glorioso del Cristo. Per Maria SS. la glorificazione corporea avvenne alla fine della sua carriera mortale; per gli altri giusti non avverrà che alla fine del mondo; ma se devono attenderla, non possono però dubitarne; la loro redenzione è certissima e sarà completa e perfetta (Rom. VIII, 23; Ef. IV, 30). Avendo già realizzato pienamente in se stessa il disegno divino della nostra redenzione, Maria SS. è per noi, colla sua Assunzione corporea, un altro modello, oltre quello di Gesù, della divinizzazione dell’anima mediante la visione beatifica e della glorificazione del corpo cui tutti siamo chiamati e che tutti dobbiamo meritare con le buone opere e con le sofferenze di questa vita cristianamente sopportate. Come del Cristo, così saremo coeredi di Maria SS., se soffriremo con Lei e come Lei (Rom. VIII, 17). – D’altra parte, l’Assunta non soltanto ci ricorda quale sia la nostra meta soprannaturale e la via per raggiungerla, ma ci presta anche il suo validissimo aiuto. A quel modo che una buona mamma mira sempre a rendere partecipi della sua felicità tutti i suoi figli, così la Madre nostra celeste regna in Paradiso sempre sollecita della salvezza di tutti gli uomini. S. Paolo ci rappresenta Gesù che vive alla destra del Padre, sempre pregando per noi (Rom. VIII, 34; Ebr. VII, 25); la Chiesa, alla sua volta, ci dice che la Vergine è stata assunta in cielo, affinché fiduciosamente s’interponga presso Dio per noi peccatori (Segreta della Vigilia). – Affine di perpetuare anche nella Liturgia il ricordo della definizione del dogma dell’Assunzione di Maria SS., la Santa Sede ha pubblicato una nuova Messa in onore dell’Assunta, ordinando di inserirla nel Messale il giorno 15 d’agosto, in luogo di quella antica (A. A. S. 1950, pag. 703-5).

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confiteor

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nobis omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
S. Amen.


S. Indulgéntiam,
absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

Introitus

Ap XII:1
Signum magnum appáruit in cœlo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una Donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Ps XCVII:1
Cantáte Dómino cánticum novum: quóniam mirabília fecit.

[Cantate al Signore un càntico nuovo: perché ha fatto meraviglie].


Signum magnum appáruit in coelo: múlier amicta sole, et luna sub pédibus ejus, et in cápite ejus coróna stellárum duódecim

[Un gran segno apparve nel cielo: una donna rivestita di sole, con la luna sotto i piedi, ed in capo una corona di dodici stelle].

Oratio

Orémus.
Omnípotens sempitérne Deus, qui Immaculátam Vírginem Maríam, Fílii tui genitrícem, córpore et ánima ad coeléstem glóriam assumpsísti: concéde, quǽsumus; ut, ad superna semper inténti, ipsíus glóriæ mereámur esse consórtes.

[Onnipotente sempiterno Iddio, che hai assunto in corpo ed ànima alla gloria celeste l’Immacolata Vergine Maria, Madre del tuo Figlio: concédici, Te ne preghiamo, che sempre intenti alle cose soprannaturali, possiamo divenire partecipi della sua gloria].

Lectio

Léctio libri Judith.
Judith XIII, 22-25; XV:10

Benedíxit te Dóminus in virtúte sua, quia per te ad níhilum redégit inimícos nostros. Benedícta es tu, fília, a Dómino Deo excelso, præ ómnibus muliéribus super terram. Benedíctus Dóminus, qui creávit coelum et terram, qui te direxit in vúlnera cápitis príncipis inimicórum nostrórum; quia hódie nomen tuum ita magnificávit, ut non recédat laus tua de ore hóminum, qui mémores fúerint virtútis Dómini in ætérnum, pro quibus non pepercísti ánimæ tuæ propter angústias et tribulatiónem géneris tui, sed subvenísti ruínæ ante conspéctum Dei nostri. Tu glória Jerúsalem, tu lætítia Israël, tu honorificéntia pópuli nostri.

[Il Signore ti ha benedetta nella sua potenza, perché per mezzo tuo annientò i nostri nemici. Tu, o figlia, sei benedetta dall’Altissimo piú che tutte le donne della terra. Sia benedetto Iddio, creatore del cielo e della terra, che ha guidato la tua mano per troncare il capo al nostro maggior nemico. Oggi ha reso cosí glorioso il tuo nome, che la tua lode non si partirà mai dalla bocca degli uomini che in ogni tempo ricordino la potenza del Signore; a pro di loro, infatti, tu non ti sei risparmiata, vedendo le angustie e le tribolazioni del tuo popolo, che hai salvato dalla rovina procedendo rettamente alla presenza del nostro Dio. Tu sei la gloria di Gerusalemme, tu la gloria di Israele, tu l’onore del nostro popolo!]

Graduale

Ps XLIV:11-12; 14.
Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam, et concupíscit rex decórem tuum.

[Ascolta, o figlia; guarda e inclina il tuo orecchio, e s’appassionerà il re della tua bellezza.]

V. Omnis glória ejus fíliæ Regis ab intus, in fímbriis áureis circumamícta varietátibus. Allelúja, allelúja.

[V. Tutta bella entra la figlia del Re; tessute d’oro sono le sue vesti. Allelúia, allelúia].


V. Assumpta est María in cælum: gaudet exércitus Angelórum. Allelúja.  

[Maria è assunta in cielo: ne giúbila l’esercito degli Angeli. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:41-50
“In illo témpore: Repléta est Spíritu Sancto Elisabeth et exclamávit voce magna, et dixit: Benedícta tu inter mulíeres, et benedíctus fructus ventris tui. Et unde hoc mihi ut véniat mater Dómini mei ad me? Ecce enim ut facta est vox salutatiónis tuæ in áuribus meis, exsultávit in gáudio infans in útero meo. Et beáta, quæ credidísti, quóniam perficiéntur ea, quæ dicta sunt tibi a Dómino. Et ait María: Magníficat ánima mea Dóminum; et exsultávit spíritus meus in Deo salutári meo; quia respéxit humilitátem ancíllæ suæ, ecce enim ex hoc beátam me dicent omnes generatiónes. Quia fecit mihi magna qui potens est, et sanctum nomen ejus, et misericórdia ejus a progénie in progénies timéntibus eum.”

[In quel tempo: Elisabetta fu ripiena di Spirito Santo, e ad alta voce esclamò: Benedetta tu fra le donne, e benedetto il frutto del tuo seno! Donde a me questo onore che la madre del mio Signore venga a me? Ecco, infatti, che appena il tuo saluto è giunto alle mie orecchie, il bimbo ha trasalito nel mio seno. Beata te, che hai creduto che si compirebbero le cose che ti furono dette dal Signore! E Maria rispose: L’ànima mia magnifica il Signore, e il mio spirito esulta in Dio mio salvatore, perché ha guardato all’umiltà della sua serva; ed ecco che da ora tutte le generazioni mi diranno beata. Perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente, e santo è il suo nome, e la sua misericordia si estende di generazione in generazione su chi lo teme.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

L’ASSUNTA

Le realtà più grandi, le consolazioni più vere quaggiù non si possono vedere, né sperimentare. Dobbiamo crederle con la fede, dobbiamo aspettarle con la pazienza. Potessimo vedere e godere quello che oggi si celebra in cielo! Di tutti i miliardi di corpi umani che ebbero il soffio della vita sulla terra, due soli non conobbero il disfacimento e la corruzione del sepolcro, e sono già lassù, gloriosi: il corpo di Cristo e il corpo di Maria; quello della Madre Vergine e quello di suo Figlio nato da lei per opera dello Spirito Santo, Madre e Figlio non mai disgiunti nell’anima, non potevano essere disgiunti col corpo. E in giro a Maria, radiosa col suo corpo virgineo, tutto il paradiso converge e si fa più bello e più lieto. Gli Angeli a ghirlande infinite volandole intorno ripetono il saluto dolcissimo che fu trovato per primo da uno di loro: « Ave, o piena di grazia! ». I Patriarchi, i Profeti dell’Antico Testamento non si saziano di guardare in quel volto, in quegli occhi misericordiosi, e le dicono: .« Salve Regina! quanto t’abbiamo aspettato senza poterti vedere: e morendo il nostro sguardo estremo si volgeva ad oriente, sospirando che tu sorgessi, mistica aurora che porti il Sole di giustizia e di salvezza, Gesù! ». E gli Apostoli vanno ricordando con Lei i giorni trepidi della vita terrena: quand’Ella premurosa e delicata veniva a trovare Gesù stanco e addolorato. Quando stette quasi sola sotto la croce, quando lo videro risorto, quando discese lo Spirito divino su tutti raccolti in giro a Lei nel cenacolo. E i Martiri avvolti nella fiammante porpora del suo sangue, e i Vergini vestiti di gigli eterni, e tutti i Santi, con tenerissimo amore si svolgono a Lei, perché ciascuno vede che per Lei ha meritato lo gloria che ha, e per Lei è entrato in paradiso. Ella è la mediatrice d’ogni grazia. Ella è la porta del cielo. Ma la parola più soave e più profonda non le può essere detta che dal suo Gesù. L’eterno Figlio di Dio si piega su Lei e le dice: « Mamma! », I trionfi eterni cogli Angeli e coi Santi non fanno però a Maria dimenticare gli altri suoi figliuoli, pellegrini ancora sulle strade dell’esilio. E noi della terra dobbiamo unirci ora con quei del cielo e glorificare il mistero della sua Assunzione. Meditando: come avvenne; qual segno di gloria sia per Lei; qual pegno di misericordia per noi.

1. COME AVVENNE

Delle persone amate noi desideriamo sapere tante notizie, ed anche le più particolareggiate ci sono più preziose e care. E quando non riusciamo ad averne di sicure, cerchiamo con insistenza almeno le più probabili. E quando non ne riceviamo delle nuove, andiamo tra noi ripassando quelle vecchie. Ogni buon Cristiano con questa affettuosa volontà parla o ascolta di Maria, la sua dolcissima e celeste Madre. L’ultima volta che nella Sacra Scrittura si parla della Madonna è negli « Atti degli Apostoli », ove si dice che dopo l’Ascensione in cielo del suo Figlio diletto, Ella tornò con gli Apostoli in Gerusalemme, e si ritirò insieme con loro nel Cenacolo. Essi preferivano stare al piano superiore per darsi con maggiore entusiasmo e con meno disturbo alla preghiera, mentre aspettavano, com’era stato loro promesso, la discesa dello Spirito Santo. Ci possiamo domandare: « Perché mai Gesù Cristo, allorché salì al cielo non si condusse dietro la sua Madre? Lui che la volle insieme sul Calvario, perché non la portò insieme nell’Ascensione; perché gli piacque di prolungarle i giorni della vita terrena, giorni che non potevano essere che sbiaditi per Lei dopo che il suo Gesù non era più sulla terra? ». È che gli Apostoli e i Discepoli avevano bisogno proprio di Lei, del suo incoraggiamento, del suo compatimento materno, del suo consiglio. Infatti, la Madonna mise su casa insieme a S. Giovanni, e, con tutta probabilità, almeno nei primi tempi abitò in Gerusalemme. Troppi ricordi, dolorosi e soavi, la tenevano legata alla città di Davide. E poi Gerusalemme era un centro donde gli Apostoli partivano per le loro prime esperienze evangelizzatrici e dove si davano di quando in quando appuntamento. Così Ella poteva essere presente ad ogni loro partenza, ad ogni ritorno. Così essi potevano raccogliersi intorno a Lei, raccontarle i primi risultati, ed anche gli insuccessi, forse lasciavano curare da Lei le ferite ricevute dagli ingrati uomini. E la Madonna li ascoltava con tenerissima comprensione materna, benediceva affettuosamente quegli evangelizzatori gagliardi e pronti alla morte, e sapeva dir loro una parola piena di forza e di soavità, parola in cui sensibilmente tremava l’eco della voce di Gesù. – Ma poi i viaggi degli Apostoli si fecero sempre più lunghi, i loro ritorni sempre giù rari. Qualcuno non ritornava più: l’avevano ucciso. Sicché la sua missione di attrice e di madre amorosa verso la Chiesa nascente era ormai finita; l’altissima santità, nella quale Ella doveva risplendere nei secoli eterni, era ormai raggiunta. Perciò, prima che gli Apostoli si disperdessero per l’ultima volta e per sempre per le strade del mondo, Ella, avendoli quasi tutti intorno a sé, li salutò, poi chiuse gli occhi come se dormisse dolcemente. Ma era morta. Quanti anni aveva la Madonna quando morì? secondo la tradizione e il calcolo più probabile, doveva aver superato la sessantina, ma di poco. Di che male morì la Madonna? Tutta una tradizione santa è concorde nell’assicurare che l’Immacolata non morì se non d’amore, avverando così alla lettera le parole della Sacra Scrittura: « Dicite Dilecto meo, quia amore langueo ». (Cant. V, 8). A noi, così materiali e rudi di cuore, può recar meraviglia che si possa morire consunti da una fiamma d’amore divino. Ma pensate che anche un amore semplicemente umano può consumare ed estenuare la vita. Quanto più lo potrà un amore divino, incomparabilmente più ardente e forte! S. Filippo Neri conobbe un monaco d’Aracoeli che continuamente stava a letto tutto languido, e s’andava spegnendo a poco a poco, senza aver altra infermità che d’amore. E lui stesso, S. Filippo Neri, per un impeto d’amore divino sentì gonfiarsi talmente il petto, che due costole gli si incurvarono grandemente. E la cosa fu documentata da medici valenti, tra cui quell’Andrea Cesalpino, che fu tra i primi a scoprire e a indagare la circolazione del sangue. E S. Teresa d’Avila, non ebbe il cuore ferito sensibilmente da un trafittura d’amore divino? Ora se queste cose sono potute avvenire nei Santi, che cosa fu di Maria, il cui amore da solo superava quello di tutti i Santi messi assieme? Se Dio non avesse impedito che il suo amore soprannaturale ridondasse nel corpo, una vampa immensa l’avrebbe consunta fin dai primi anni di sua vita, perché fin dal principio Ella era colma d’amore divino. Orbene, quando a Dio piacque, quando nei suoi disegni eterni giunse il tempo di liberarla dall’esilio, l’eterno immenso amore non più impedito comunicò una scintilla al cuore di Maria. Fu abbastanza per metterla in una dolcissima consumazione d’ardore febbrile e santo. Sempre più irresistibile le risonava nell’anima una voce che la chiamava incessantemente: « Vieni, levati, o unica prediletta! Passato è l’inverno, dileguate son le nebbie gelide: sono apparsi i fiori nella nostra contrada, i fiori della tua corona. Levati, e vieni: sarai incoronata ». Veni coronaberis! Di comunione in comunione, (ed era probabilmente S. Giovanni che a Lei porgeva suo Figlio sotto il velo eucaristico), crescendo sempre a dismisura gli assalti d’amore, finirono per vincere la sua fibra. Le membra virginee si sciolsero, e spirò. Ma quel corpo, dal quale era nato il Salvatore del mondo, non doveva corrompersi nella sepoltura. – Un racconto antichissimo che già passava sulla bocca dei cristiani del V secolo, ed anche prima, così narra: « Come gli Apostoli, che le stavano intorno, la videro addormentarsi nel sonno della dolce morte, pieni di riverenza portarono il corpo ad un sepolcro già preparato e ve lo chiusero. Intanto s’udiva per l’aria un canto soavissimo, una melodia celestiale, che durò per tre giorni. Al terzo giorno, arrivò S. Tommaso. Dolente di non esser giunto a tempo per dare l’estremo saluto alla Vergine morente, bramò di vedere ancora una volta la sacra spoglia della Madre di Gesù. Andarono tutti insieme al sepolcro e lo discopersero: invece della salma videro fiori. Allora s’accorsero che la Vergine Madre era giaciuta nella tomba quanto era durata l’angelica melodia: tre giorni come il suo Figlio divino. Poi era risorta e salita al cielo. Perciò resero con gaudio ineffabile gloria a Colui che chiamava in paradiso quel corpo dal quale s’era degnato di nascere ». Dunque per virtù e grazia divina la Madonna risuscitò, e viva in anima e corpo trionfa lassù, al fianco del suo Unigenito. La terra non possiede più nulla di Lei, ma da tutti i cieli piove incessantemente la sua misericordia e la sua consolazione sulla nostra valle del pianto.

2. SEGNO DI GLORIA PER MARIA

Nel mistero che oggi celebriamo sono da considerarsi particolarmente tre aspetti come quelli che ci rivelano tre glorificazioni della virtù di Maria.

a) Maria risuscita. La risurrezione fu il trionfo del suo immacolato concepimento, e della sua verginità perpetua. Noi sappiamo come la morte e la conseguente corruzione del sepolcro siano un castigo dovuto al peccato. Orbene Maria è senza peccato: senza la più lieve ombra d’imperfezione trascorse i suoi giorni sulla terra; e perfino dal peccato originale che tutti i discendenti d’Adamo contraggono necessariamente, Ella fu esente per sommo privilegio. Era giusto dunque che la corruzione della morte non toccasse quel santo suo corpo. Anche tutti gli altri corpi degli uomini peccatori risusciteranno alla fine del mondo, quando le tremende trombe angeliche squilleranno. Ma questo corpo verginale e castissimo di Maria meritava d’essere svegliato molto tempo prima, e in più dolce maniera. Il suo diletto Figlio non la lasciò a lungo preda della morte, ma dopo tre giorni soltanto andò a destarla: « Svegliati, t’affretta: l’eterna primavera per te è già venuta ». Infine, scrive S. Giovanni Damasceno, conveniva che questa oliva sempre verdeggiante, simbolo della pace tra cielo e terra, mai non si sfrondasse e fosse trapiantata intatta dalla triste riva del mondo alla sponda del fiume d’eternale dolcezza che irriga la santa città del paradiso.

b) Maria sale in alto. L’ascesa fu il trionfo della sua umiltà. Non si era Ella chiamata la serva del Signore, quando un Arcangelo stesso si chinava a riverire la sua altissima elezione e santità? Non visse, la Regina del cielo, povera e ignota a tutti, nella casa d’un fabbro, ubbidendogli, servendolo, accudendo alle quotidiane umili faccende domestiche? E Lei che non si lasciò vedere nelle poche ore di trionfo durante l’ingresso in Gerusalemme, rimase sotto la croce segnata a dito e derisa forse come la madre d’un falso profeta, d’un preteso re, d’un seduttore di folle. Era giusto dunque che quel Dio, che dà la sua grazia agli umili e la ritoglie ai superbi, esaltasse la Vergine umilissima sopra tutti i cori degli Angeli e dei Santi.

c) Maria entra in cielo. Quest’ingresso in paradiso col suo corpo è il trionfo della sua maternità divina. Che cosa può mai essere la gioia d’una madre terrena nel riabbracciare dopo dieci o quindici anni un figlio carissimo, confrontata con l’abbraccio eterno di Maria col suo Gesù? Poté rivedere quel volto che tante volte aveva accarezzato, quegli occhi amorosissimi e profondi in cui tante volte aveva spiato le divine volontà, quelle mani che ella aveva, adorando, baciate… Tutto lo strazio subìto durante la settimana di passione le veniva incomparabilmente ricompensato e per tutta l’eternità. Sempre vicino al suo Figlio e al suo Dio, beata della sua infinita beatitudine. Tutto il cielo ora la segnava a dito: « Ecco, ecco la gran Madre di Dio! ».

3. PEGNO DI MISERICORDIA PER NOI

In una terribile siccità, dalla terra arida e screpolata, Elia vide levarsi una nuvoletta, che sull’orizzonte dapprima non pareva più vasta d’un piede d’uomo. Ma ecco quella nuvoletta dilatarsi meravigliosamente, occupare tutto il cielo e poi disfarsi in pioggia fresca, ristoratrice, benefica. Simile a quella nuvoletta saliente è la Madonna Assunta. Ella, andando in cielo non ha dimenticato i suoi figliuoli rimasti sulla terra, ma su tutti fa piovere un’onda incessante di grazie. Perciò il mistero dell’Assunzione è per noi un pegno di misericordia: è un aiuto, una speranza, un conforto.

.a) È un aiuto nei bisogni. Ora infatti abbiamo presso: Dio la Vergine, la Vergine ch’è potente, ch’è Madre. Se ella; al banchetto delle nozze di Cana potè piegare la volontà di Gesù a favore di due sposi, oggi seduta al banchetto del cielo, collocata nell’atto del suo grande ufficio di mediatrice, può ottenerci ogni bene che noi le chiediamo. Ella ha ricevuto tutti i poteri per donarci grazie, e solo desidera di esercitarli. Infelici quelli che non sanno chiedere a Maria! I cuori che non la pregano mattina e sera, che non l’invocano nell’ora del pericolo, che hanno dimenticato le sue novene e feste, non sanno che cosa può Maria.

b) È una speranza di santificazione e di salvezza. La Vergine è stata portata in alto perché tutti abbiano a rispecchiarsi in Lei, ad imitarla. Leviamo gli occhi nostri alla sua eccelsa perfezione e poi abbassiamoli sulla nostra miseria. Se confrontassimo la sua fede ardente con la nostra incredulità, la sua umiltà col nostro egoistico orgoglio, e specialmente confrontassimo il suo candore liliale e perenne con la nostra sensualità, quanto dovremmo arrossire! Almeno oggi, da codesto confronto, s’accenda in noi un desiderio veemente e uno sforzo costante d’imitare le sue virtù. Se abbiamo veramente un tale desiderio e facciamo un tale sforzo, non c’è che da nutrire la più grande speranza di santificazione e di salvezza. Maria è la Madre nostra ed è più desiderosa Lei d’accorrere in aiuto della nostra debolezza e insufficienza, di quanto lo possiamo essere noi. Diciamole dunque frequentemente: « Sancta Domina Dei Genîtrix, sanctificationes tuas transmitte nobis ».

c) È un conforto. Perché la Vergine fu assunta nel più eccelso gaudio del paradiso anche col corpo? Perché ebbe forza e generosità d’accettare i dolori più profondi. Il suo esempio e il suo aiuto ci conforti a portare ogni giorno, con cristiana serenità e fiducia, la nostra parte di dolore. Il premio che accanto a Lei ci è riserbato illumini le nostre ore di oscurità e di abbattimento. Non ci sia cruccio nel cuor nostro che la Madonna ignori: a lei tutto come a una mamma bisogna confidare. Confidiamole specialmente le angustie e le lotte spirituali dell’anima nostra: Ella che ha vinto il male in ogni parte, che ha schiacciato sotto il suo calcagno il capo del serpente, non può lasciare inesaudita l’implorazione di certi trepidi istanti. – Ma l’istante in cui soprattutto avremo bisogno del suo conforto è quello estremo dell’agonia. Istante d’abbandono straziante, d’angoscia indicibile, di tremori. Nessuno di questo mondo ci potrà confortare in quell’istante da cui dipende il nostro eterno destino. Nessuno, ma la Madonna lo potrà. E lo farà. Con una vita pura e devota meritiamo che la Madonna ci assista, e ci stringa al suo seno nel momento dell’estremo passaggio. Sul cuore di Maria, nessun timore. Poggiati su un cuore risorto scenderemo nella tomba con la certezza di rivivere. Poggiati al cuore di Lei che è morta d’amore, sarà concesso anche a noi almeno di morire nell’amore di Dio, cioè nella sua grazia. È ben questa la preghiera che ogni giorno, che più volte al giorno, i figli rivolgono alla Madre: « Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi: ora, e nell’ora della nostra morte, Così sia ». — O DOLCE VERGINE MARIA ASSUNTA. Dal domma dell’Assunzione sgorga una preziosissima grazia, che fa dolce il nostro vivere e fa dolce il nostro morire.

1. FA DOLCE IL NOSTRO VIVERE.

.a) Per noi che abbiamo una natura sensibile, riesce molto duro pensare a persone intensamente amate senza poter dare loro un volto e una figura. Ora, se pensando alla cara e santa Madonna le diamo un volto per sorriderci, mani per prenderci per mano o carezzarci maternamente, e pupille lucenti per vederci, questo non è un’illusione fantastica del sentimento, ma è la consolante realtà assicurataci incrollabilmente dalla definizione dommatica del 1° novembre 1950. Riflettete. Quel volto che ha sorriso sulla povera culla del piccolo Verbo Incarnato provocandone il primo sorriso, quel dolce volto c’è ancora. E sorride anche a noi ogni volta che riportiamo vittoria sui nostr duri egoismi, sulle nostre sensibilità torbide. Col suo sorriso ci infonde il desiderio della castità, ci provoca a compiere atti di fede, di speranza e di carità, ci sprona ad essere ogni giorno più buoni e più generosi. Quelle mani che si posarono tante volte sulla testa del Figlio di Dio, il Quale le cresceva in casa, che diligenti e puntuali gli preparavano la parca mensa e gli rammendavano le umili vesti, quelle mani ci sono ancora. E sono vive: vanno in cerca della nostra testa per disperdervi con la loro carezza ogni ombra di malinconia che non è secondo Dio; vanno in cerca delle nostre mani per renderle pure, pronte al gesto di carità, agili nelle opere buone. Quegli occhi che contemplarono le ferite e gli squarci che i peccati di ciascuno di noi hanno fatto nel corpo liliale del suo Unigenito, quando le giaceva disteso sulle ginocchia, esanime e insanguinato, quegli occhi ci sono ancora. E ci guardano, ci seguono dappertutto, dolenti, amorosissimi, supplichevoli. Ci supplicano di non rendere inutili le atroci piaghe che il suo Gesù ha sopportato per noi.

b) Un secondo pensiero ci aiuta a sentire la dolcezza che dall’Assunta piove sul nostro vivere. La Madonna tutta viva, anima e corpo, è in cielo. Che fa in cielo? Gode la visione beatifica di Dio. Nella luce di questa visione, Ella partecipa della scienza infinita del Signore. Perciò conosce tutti e ciascuno di viso, di nome, personalmente. Di ciascuno di noi sa il passato, il presente e l’avvenire: ogni momento del nostro vivere è davanti a Lei con una chiarezza maggiore della nostra. Ci sono quaggiù ore di gioia o di angoscia, di successo o di accasciamento in cui ogni uomo dice tra i sospiri: « Lo sapesse la mia mamma! » Nessuna gioia nostra è piena, nessun dolore è consolato, se la nostra mamma è assente e ignora. Orbene, che dolcezza il domma dell’Assunzione corporea di Maria ci infonde, dandoci di poter dire con verità in quelle ore trepide: « La Madonna lo sa. Il suo materno cuore di carne palpita di gaudio o di dolore all’unisono col mio inquieto cuore di figlio ». La Madonna è in cielo, tutta viva, anima e corpo. Che fa in cielo? Quello che ci ha detto che Gesù, risorto e asceso, sta davanti al divin Padre semper vivens ad interpellandum pro nobis (Hebr., VII, 25). E la Madonna, risorta e assunta, sta davanti al divin Figlio similmente semper vivens ad interpellandum pro nobis. La grande orante! Prega per la Chiesa universale, militante e purgante; prega per l’umanità intera, santa e peccatrice; prega per il Papa, per i Vescovi e i sacerdoti; prega per i poveri, per gli ammalati, per i tribulati, per i tentati, per gli infermi, per gli abbandonati, per i disoccupati… Prega per ciascuno di noi, non già con una preghiera generica e confusa, ma precisa e specifica, perché Ella sa ad uno ad uno i nostri bisogni, anche i più segreti. c) La Madonna, assunta in cielo, ci è sempre vicina. Occorre liberarci da un’illusione fantastica che potrebbe diminuire assai la dolcezza del domma dell’Assunzione: quella di pensare il cielo come una regione remota; stupenda, sì, ma lontana da noi, in alto, oltre le nuvole, oltre le stelle. No, non è così. Il cielo è dove è Dio, e Dio è dappertutto. Nella Sacra Scrittura il cielo appare vicino, vicinissimo all’uomo. Forse l’uomo ci vive in mezzo senza poterlo vedere, sentire, gustare. Giacobbe è nel deserto: e il cielo si spalanca al suo fianco in guisa di scala che dalla terra sale a Dio. Dei pastori vegliano sui monti a custodia del gregge: il cielo si chiude su quei pascoli con l’annuncio del Natale. Giuseppe dorme nel suo povero letto: la porta del cielo s’apre proprio in quella cameretta per lasciar uscire un Angelo a comunicargli un avvertimento divino. Saulo cammina verso Damasco: il cielo gli attraversa con irruenza la strada e lo rovescia a terra. La Madonna è stata assunta in cielo, ma ciò non le può togliere di stare accanto ai suoi figliuoli. Non c’è solitudine, non c’è lontananza di oceani o di deserti, non ostacolo di monti, di muraglie o di porte sbarrate che possa impedire all’Assunta di starci vicini tutta viva com’è, in anima e corpo. Quando il sangue ribolle per fermenti di corruzione, quando il corpo coi ribelli istinti appesantisce il volo dell’anima, Ella ci è vicina e dalla incorrotta carne, dal suo virgineo sangue emana una virtù che placa i sensi, spegnendo gli impuri ardori. Quando le creature ci incantano colle fosforescenze della loro opaca bellezza, colle promesse fallaci d’arcane felicità, Ella ci è vicina e dai suoi occhi purissimi emana una luce che rende persone e cose trasparenti come un velo, dietro al quale appare Dio: Dio solo e la sua gloria congiunta alla nostra vera felicità. – 2. FA DOLCE IL NOSTRO MORIRE. La singolare nobiltà e tragicità dell’uomo è di essere l’unico vivente che sa di dover morire. Pensate a quello che fu la cupa tristezza di tutti i secoli antichi di fronte alla morte. La sopravvivenza dell’anima era generalmente conosciuta, ma era immaginata come un’esistenza umbratile, squallida, senza nessuna delle intense vibrazioni di cui è ricca questa vita, un’esistenza colma soltanto di struggenti rimpianti verso i beni terrestri perduti per sempre. E non soltanto nei popoli pagani, ma in quel popolo stesso che era il detentore della vera religione nell’Antico Testamento il pensiero della tomba diffondeva un tragico orrore, di cui abbiamo ripetute e chiare testimonianze nei libri ispirati. «Lascia, — gemeva Giobbe (X, 2-5) — che io un poco mi rassereni ancora, prima che vada, per non più ritornare, nella regione delle tenebre e delle ombre funeree, regione buia e nebulosa ove è cupa confusione e fosco bagliore ». E l’Ecclesiaste constata amaramente che la vita anche più diseredata sulla terra è sempre preferibile allo squallore d’oltre tomba. « A ognuno che vive resta almeno qualche speranza, perciò val meglio un cane vivo che un leone morto… I morti non sanno niente, né più attendono ricompensa, essendo dimenticata la loro memoria » (IX, 5). Ed è ancora Giobbe che sente d’invidiare la sorte delle piante che, tagliate alla radice, rimettono i polloni nella carezza dell’aria azzurra e del tiepido sole. « L’uomo invece, morendo, è finito… una volta coricatosi, più non si alza finché durino i cieli, né dal suo sonno più nessuno lo sveglia » (XIV, 7-12). Ma dopo che Gesù è venuto e ci ha parlato, dopo che è morto per noi e per noi è risorto, la morte è tutt’altra cosa. Per il Cristiano, nel confronto tra la vita di là e la vita di qua, è questa che ci scapita, tanto quella è intensa di gioia, di luce e di bene. Noi sappiamo che val meglio un attimo di là che cento anni in questa valle d’esilio. Noi non invidiamo le piante che, una volta tagliate, ripullulano con virgulti dalle radici, perché, falciati dalla morte, siamo certi di ripullulare incomparabilmente più vivi e più integri. S. Paolo sospirava: « Potessi disciogliermi da qui e stare con Cristo, quanto sarebbe meglio! Tuttavia, se è per il vostro bene, mi rassegno a stare quaggiù » (Fil., 1, 23-24). – Il vecchio Vescovo d’Antiochia, S. Ignazio, supplicava i Romani a non brigare per evitargli la condanna e il martirio. « Una cosa sola concedetemi: lasciate che io sia immolato a Dio! È bello tramontare al mondo per risorgere in Dio… lasciate che io raggiunga la pura luce! Un’acqua viva mormora dentro di me e mi dice: vieni al Padre » (Lettera ai Romani, passim.). – S. Teresa d’Avila esclamava: « O morte, o morte, in te è la vita, e io non so come ti possa temere » (Opere, Milano, 1932, pag. 1632). S. Teresa di Lisieux rispondeva a chi la voleva confortare nell’agonia: « Ci vuol coraggio per vivere, e non per morire » (Autobiografia, c. XII). – E ora il domma dell’Assunta è stato definito per renderci più chiare, più presenti, più sensibili queste cristiane e consolantissime certezze. La morte non esiste più, esiste unicamente la vita eterna. Già Una che era in tutto simile a noi, tranne che nel peccato, è stata risuscitata e assunta in cielo per la virtù del suo Figliuolo. Con Lei la nostra risurrezione è incominciata. Tra poco risorgeremo anche noi; risorgeranno tutti. È solo questione di un po’ di tempo: e i millenni, visti dall’eternità, sono brevi come un giorno già trascorso. Sicut hesterna dies quæ prateriit. È indubitabile che questa Madre risuscitata e assunta ci sarà vicina nel momento della morte. Migliaia di volte l’abbiamo invitata per quell’ora … et in hora mortis nostræ. Non sarebbe Madre, non sarebbe Lei se mancasse all’appello che le fu ripetuto innumerevoli volte. Dunque l’Assunta verrà, non mancherà in quell’ora. E con le sue labbra risorte bacerà la nostra fronte sudata e gelida, con le sue mani risorte ci prenderà le mani stanche e inerti. Dolce morire di noi risorgendi fra Gesù e Maria risorti! – Per un figlio non c’è gioia più grande di quella di sapere sua madre felice. Se vogliamo bene alla Madonna come a madre, se per lei alberghiamo in cuore tenerezza di figli, sopra le dolcezze che la sua Assunzione può dare al nostro vivere e al nostro morire, dobbiamo sentire che ve n’è un’altra più grande: quella di sapere con assoluta certezza che Maria nostra Madre è felice, già tutta felice, anima e corpo. Dalla pienezza della sua felicità questa nostra dolcissima Mamma pensa a noi e trepida per noi. Ci vuole vicino a Lei, nella sua gioia, per sempre. Perciò ci supplica: « Fuggite il peccato, vivete in grazia, Salvate l’anima se volete salvare anche il corpo, e trasfigurarlo come il mio nella beata Assunzione al cielo ».

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Gen III:15
Inimicítias ponam inter te et mulíerem, et semen tuum et semen illíus.

[Porrò inimicizia tra te e la Donna: fra il tuo seme e il Seme suo.]

Secreta

Ascéndat ad te, Dómine, nostræ devotiónis oblátio, et, beatíssima Vírgine María in coelum assumpta intercedénte, corda nostra, caritátis igne succénsa, ad te júgiter ádspirent.


[Salga fino a Te, o Signore, l’omaggio della nostra devozione, e, per intercessione della beatissima Vergine Maria assunta in cielo, i nostri cuori, accesi di carità, aspirino sempre verso di Te.]

Præfatio  …

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

… de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Assumptione beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

Sanctus,

Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis


Orémus:

Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Luc 1:48-49
Beátam me dicent omnes generatiónes, quia fecit mihi magna qui potens est.

[Tutte le generazioni mi diranno beata, perché grandi cose mi ha fatto colui che è potente.]

Postcommunio

Orémus.
Sumptis, Dómine, salutáribus sacraméntis: da, quǽsumus; ut, méritis et intercessióne beátæ Vírginis Maríæ in coelum assúmptæ, ad resurrectiónis glóriam perducámur.


[Ricevuto, o Signore, il salutare sacramento, fa, Te ne preghiamo, che, per i meriti e l’intercessione della beata Vergine Maria Assunta in cielo, siamo elevati alla gloriosa resurrezione.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA