LA GRAZIA E LA GLORIA (6)

LA GRAZIA E LA GLORIA (6)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO PRIMO

IL FATTO E LA REALTÀ DELL’ADOZIONE DIVINA

CAPITOLO V

Come i figli dell’adozione siano ad immagine di Dio.

I. – Un figlio è ad immagine di suo padre … una verità così certa che entra nell’idea stessa di generazione. Chiamati dalla grazia alla filiazione divina, dobbiamo dunque portare in noi l’immagine del nostro Padre celeste. Non mi stupisco dunque quando, leggendo le nostre Sacre Scritture ed i loro più autorevoli interpreti, i Padri, trovo che lo scopo dell’Incarnazione fu quello di rendere l’uomo a somiglianza di Dio; per meglio dire, di restaurare in lui quell’immagine divina che era stata così disgraziatamente distrutta dalla degradazione originale della razza umana (Petav. de lncarn: l; l. 7. n. 7). Infatti questa è, in sostanza, la stessa dottrina che ci è stata proposta quando abbiamo parlato di filiazione adottiva, rigenerazione, nuova creazione, deificazione, ecc. Se le formule che lo esprimono sono molteplici e variate come all’infinito, è perché i doni di Dio sono di tale prezzo, la sua munificenza così alta al di sopra dei nostri diritti e delle nostre concezioni, che tutte le forme del linguaggio umano non sono sufficienti a darcene le idee che corrispondono alla loro sublimità. – Ho notato, tuttavia, che c’è una ragione molto speciale per ricordarci questo lato particolare della nostra elevazione soprannaturale e per farne l’oggetto delle nostre meditazioni. Se ci dicessero semplicemente con l’Apostolo: « Rivestitevi di Gesù Cristo » (Rom. XII, 14; Gal. III, 27), e prendete le sue sembianze, capirei subito che sono invitato a perfezionare in me la figliolanza che ho ricevuto; poiché Gesù Cristo è il Figlio, ed Egli è in virtù della sua eterna processione l’immagine del Padre e l’eterno splendore della sua gloria (Ebr: 1, 3; Sap. VII, 26). Ma lo Spirito Santo non si fermò lì. Leggo nelle Scritture: « Rinnovatevi nello spirito della vostra anima e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è stato creato secondo Dio nella giustizia e nella santità della verità » (Efes. 1V, 23, 24; Col. II, 15). E ancora: « Spogliatevi dell’uomo vecchio e delle sue opere e rivestitevi dell’uomo nuovo.» E ancora: « Toglietevi di dosso l’uomo vecchio con le sue opere e rivestitevi dell’uomo nuovo, che mediante la conoscenza della verità si rinnova a immagine di colui che lo ha creato » (Col. III, 9-10). Non si tratta solo di imprimere questa immagine divina su di noi per la prima volta: perché non si tratterebbe di togliere e rinnovare, ma di innovare, né di rinnovamento, bensì di novità. Questa immagine che si sta restaurando, che si sta ristabilendo, l’abbiamo avuta qualche giorno prima che fosse deplorevolmente danneggiata. S. Agostino ha detto da qualche parte una parola molto degna di nota: « L’uomo, dopo aver perso con il peccato il sigillo dell’immagine divina, era solo un uomo » (« Ipse homo, Signaculo imaginis propter peccatum amisso, remansit tantum homo ». – S. Augustus, lib. 83, 67, n. 4). Sentite; l’uomo uscito dalle mani creatrici, portava nella sua anima l’immagine di Dio. Essendo diventato ribelle, è spogliato di questa somiglianza divina in se stesso e per la sua posterità. Era un figlio di Dio, un dio lui stesso prima? Ora non sarà più che un uomo, perché ha perso l’immagine di Dio. – Questa è l’immagine che Cristo è venuto a riparare. Questa è l’immagine di cui ci mostra il modello perfetto in se stesso, l’immagine che ci viene restituita dal Battesimo. Ed è per questo che recuperarla è rinnovarsi, spogliarsi dell’uomo vecchio, l’uomo in cui l’immagine di Dio è cancellata, per rivestirsi del nuovo., creato secondo Dio nella giustizia e santità. (Efesini IV: 23-24). – Ma questo solleva un’obiezione molto seria. Come S. Agostino poteva dire, e come possiamo ripetere dopo di lui, che la prevaricazione del padre della nostra razza ci abbia fatto perdere l’immagine di Dio, e che quindi abbiamo bisogno sia dell’Incarnazione del Figlio unico che del Battesimo per poterla ristabilire nelle nostre anime. L’uomo non porterebbe nella sua stessa natura le sembianze divine, o questa natura sarebbe stata mutilata dalla caduta originale? Nessuno dei due. Dio non voglia che si conceda agli eretici questa corruzione primitiva della nostra natura. Senza dubbio essa ha subito gravi pregiudizi: non si vede più in essa l’ordine, la bellezza, l’ammirevole rettitudine che l’occhio deliziato degli Angeli contemplò quando Dio la formò nel suo amore e nella sua potenza. Ma, considerate in se stesse, le forze naturali non sono state diminuite. Ciò che rende la nostra natura primitiva debole dopo tanto vigore, ignorante dopo tanta luce, squilibrata nelle sue facoltà dopo un’armonia così perfetta, non è la perdita delle sue perfezioni innate: essa le mantiene intatte, come rimane se stessa nella sua integrità. A cosa attribuiremo dunque questa decadenza? Alla meritata privazione dei privilegi della giustizia originaria, dalla quale la nostra natura ha ricevuto un grado di perfezione che non era e non poteva scaturire dai suoi principi costitutivi. («Ipsa déstitutio justitiæ originalis vuilneratio naturæ dicitur. » S. Thom. l. 2, q. 85, a 3). Da qui, la necessità per ogni uomo, per ogni figlio di Adamo di essere ad immagine di Dio. Perché è così? Perché questa immagine poggia sulla natura intelligente e libera come su una base necessaria ma pienamente sufficiente (« Imago proprie dicitur quod procedit ad similitudinem alterius »: S, Thom. 1 p. q. 35, to. 1, ad 1.).

2. – Studiamo il carattere dell’immagine, per meglio concepire come abbiamo potuto perderla, senza cessare di portarla in noi; come, pur conservandola nelle profondità della nostra natura ragionevole, dobbiamo recuperarla per essere figli adottivi di Dio. La nozione di immagine contiene due idee: in primo luogo, un’idea di origine, e in secondo luogo, un’idea di somiglianza con l’oggetto da rappresentare, cioè con l’esemplare. Ho detto: un’idea di origine. Se un pittore fa un quadro, e tra i personaggi riprodotti dall’immaginazione sulla tela, ne trova uno che ricordi la fisionomia di una tale e tal’altra persona sconosciuta all’artista, non c’è né esemplare né immagine: perché questa persona non ha contribuito in alcun modo all’opera in cui si riconoscono i suoi tratti (S. August. L. 83. Quæst, q. 74.5). Ho detto anche: un’idea di somiglianza, anche se una qualsiasi somiglianza non sia sufficiente a costituire un’immagine propriamente detta. Un fiore non sarà mai l’immagine dell’arbusto su cui è sbocciato: perché tra l’arbusto e il suo fiore la somiglianza è solo generica. Quindi cosa serve perché si abbia una vera immagine? La somiglianza nelle proprietà specifiche o, almeno, in un accidente caratteristico della specie, la figura, per esempio. Così un re può contemplare la sua immagine sia in suo figlio che sulle monete del suo impero: in suo figlio, perché gli ha comunicato la sua natura di uomo; sulle monete, perché sono coniate a sua effigie. Ne consegue che quanto più la somiglianza riproduce la natura e le perfezioni del modello, tanto più realizzerà la vera nozione dell’immagine. Ed è per questo che il Verbo eterno è l’immagine assolutamente perfetta del Padre, come ne è il Figlio perfetto (Col. I, 15; Eb. I, 3). In verità, Dio, l’Essere in essenza, l’abisso infinito di ogni perfezione, non può essere contenuto né in un genere né in una specie, tanto Egli è separato dalla supremazia del suo essere da tutto ciò che non è Lui. Non è meno certo che, secondo il nostro modo di concepire, ciò che è caratteristico di Lui, come in noi, non sia né di essere né di vivere, ma di pensare. Dunque, ed è a questo che volevamo arrivare, la creatura intelligente e ragionevole, per questo stesso fatto che è capace di conoscere e di volere, è ad immagine di Dio: copia molto imperfetta, senza dubbio, infinitamente inferiore all’immagine invisibile che sgorga eternamente dal seno del Padre; ma tuttavia è una copia che conserva l’immagine, che rimane intatta finché la natura ragionevole non viene distrutta (S. Thom. 1 p, q. 93, a, 1; II D. 16, q, 1, a,1). Quanto alle altre creature, la loro somiglianza con Dio non è tanto quella dell’immagine, quanto quella delle vestigia. L’impronta lasciata da un animale sul fango che ha calpestato con il suo piede, è una vestigia che ce lo fa conoscere, come un effetto che rivela la sua causa. Così Dio si manifesta attraverso la creazione materiale; ed è per questo che solo l’uomo e l’Angelo hanno il privilegio di essere per loro natura immagini di Dio. (Il Dottore Angelico propone una difficoltà su questo argomento, la cui soluzione completerà le spiegazioni che abbiamo appena sentito. È tratto da un passo di Boezio (De Consol., L. III), in cui si dice «che Dio, portando il mondo nella sua mente, lo rende conforme a questa immagine »; dal che, sembra, dobbiamo concludere che tutto il mondo, e non solo la creatura ragionante, è a immagine di Dio. – Ecco la bella distinzione data da San Tommaso per risolvere l’obiezione: « Un’opera può assomigliare all’artista che l’ha fatta in due modi diversi. – Gli assomiglia in ciò che ha della sua natura; così come il figlio assomiglia a suo padre. – Gli assomiglia per quello che ha della sua intelligenza; così l’opera d’arte assomiglia all’idea con cui l’artista l’ha concepita. Ora, la creatura procede in questa doppia maniera a somiglianza di Dio. Procede dalla prima: perché gli esseri sono dall’Essere e i viventi dalla Vita per essenza. Essa procede dalla seconda: perché tutto ciò che Dio fa è formato da Lui sulle idee eterne. Siccome, dunque, ogni creatura di Dio, si accorda perfettamente con ciò che è stato concepito nella sua intelligenza, poiché essa è precisamente come ha disposto che fosse, non c’è alcuno, da questo punto di vista, che non sia ad immagine dell’idea divina. Ma dall’altro punto di vista, cioè per quanto riguarda la somiglianza con ciò che il Creatore ha nella sua natura, solo la creatura intelligente raggiunge il grado supremo di imitazione, ed è per questo che essa sola è chiamata anche immagine di Dio. – S. Thom. II, D.16, q. a 2;1 p. q. 93 a. 2, ad 2; 3 p., q. 4, a. 1 ad 2). – Come interpretare allora il passaggio di Sant’Agostino che abbiamo citato poco fa; come spiegare anche che il Verbo si è fatto carne per restaurare in noi l’immagine divina, e che è opera dello Spirito Santo ristabilirci in questa gloria? Ecco il principio: sopra l’immagine che viene dalla natura, ce n’è un’altra, migliore e più perfetta, che viene dalla grazia. Non è quella, ma l’ultima, quella che dobbiamo riparare nelle anime. Il mio Creatore me le ha date originariamente entrambe: l’immagine naturale e l’immagine soprannaturale, essendo la prima il necessario fondamento della seconda, e la seconda il glorioso coronamento della prima (S, Tomm. II, D. 29, q. 1, a, 1, ad 5; col. De Potent. q. 3 a. 16, ad 5 e 12). È un punto della nostra fede cattolica che il padre del genere umano ricevette da Dio la santità come un possesso familiare che doveva trasmettere ai suoi discendenti, nello stesso momento in cui comunicava loro la sua natura umana: in modo che essi fossero, in virtù della loro origine, figli dell’uomo e allo stesso tempo figli di Dio per adozione. Il peccato ha rovesciato questo ordine primordiale e ci ha tolto l’immagine della grazia privandoci della giustizia originale. Ed ecco ciò che S. Agostino intendeva dire. Non più di ogni altro Padre, Egli ha mai pensato che l’uomo, rimanendo uomo, potesse cessare di essere un’immagine di Dio; poiché Egli fa di questa somiglianza naturale la condizione necessaria della nostra elevazione per grazia e gloria. Perciò, per evitare che questo testo, separato dagli altri, fosse male interpretato, si preoccupò di spiegarlo lui stesso nelle sue Ritrattrazioni (l. 1, c. 26). – I Padri e i teologi difficilmente parlano dell’immagine di Dio nell’uomo, senza riferirsi al racconto della creazione dell’uomo ispirato dallo Spirito Santo nella Genesi. Lo mediteremo con loro: « E Dio disse: ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza, e abbia dominio sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo e sulle bestie e su tutta la terra e su ogni essere strisciante che si muove sulla sua superficie. E Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò » (Gen, I, 26-27). « E il Signore Dio formò l’uomo dall’argilla della terra, e gli soffiò in faccia l’alito della vita, ed egli fu vivo ed animato. » Questa è la storia nella sua maestosa semplicità. – Vediamo innanzitutto come l’uomo porti l’immagine divina, a differenza di tutte le altre parti della creazione, poiché di lui solo è scritto: « Ha fatto l’uomo a sua immagine ». È per questo che solo lui è modellato dalla mano divina con tutta la cura e il disegno che un’opera così perfetta richiede; solo lui è ritenuto degno di essere vivificato dal soffio del Creatore. « Facciamo l’uomo a nostra immagine… E lo modellò… e soffiò ». – Che questa immagine sia basata sulla natura umana stessa è impossibile dubitarne, se esaminiamo il testo. Infatti, se l’uomo ha il dominio sugli animali della creazione, se è nel mondo terreno come un re nel suo dominio, il suo titolo è l’immagine di Dio che porta in sé. « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza e lasciamolo governare… ». Ora, questo principato, da dove viene se non dalla natura che lo rende intelligente e libero? Quindi è la stessa cosa essere ragionevole ed essere ad immagine di Dio. Una conferma manifesta di questa verità ci viene offerta nel capitolo IX della Genesi (IX, 6), dove Dio proibisce di spargere il sangue dell’uomo, « perché l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio ». Infatti, se l’omicidio è uno dei più grandi crimini, è perché l’uomo, a differenza degli esseri senza ragione, non è una cosa, destinata per sua natura all’utilità di un essere superiore: nella sua qualità di essere intelligente e libero, egli esige per sé stesso, come fine e non come puro mezzo (S. Th. 2, 2. Q. 64s. 1 ss.). È per questo che lui solo in questo universo è il re di tutto ciò che lo circonda, l’immagine nobile e vivente del Re del Cielo.

3. Detto questo, mi chiedo se nel testo della Genesi troveremo un’ulteriore affermazione di una somiglianza più alta e più perfetta, stabilita dalla grazia tra i figli adottivi e Dio loro Padre. Sì, i santi Dottori rispondono concordemente. Si, lo so che i commenti che hanno dato su questo testo sono abbastanza divergenti. Forse questa diversità, più apparente che reale, deriva dal fatto che le parole scelte da Dio « a nostra immagine e somiglianza » contengono una tale abbondanza di idee per essi, che sono stati dati loro diversi significati, che non sono opposti ma complementari. In ogni caso, basta scorrere le interpretazioni che i Padri ci hanno lasciato di queste parole divine, o le frequenti allusioni che le riguardano, per convincersi che il significato non ha né tutta la sua profondità né tutta la sua ampiezza, se ci atteniamo all’immagine naturale, prerogativa di ogni sostanza umana. Questo è ciò che molti hanno pensato di vedere nell’uso delle due parole « a nostra immagine, a nostra somiglianza ». A nostra immagine, per esprimere la rappresentazione basata sulla natura; a nostra somiglianza, per significare la rappresentazione superiore basata sulla grazia; a nostra immagine e somiglianza, perché Dio ha fatto dell’uomo un mirabile composto di natura e di grazia, un uomo e un dio deificato. – È vero che queste due parole, immagine e somiglianza, accoppiate in questo luogo della Genesi, non appaiono mai più che separate in tutti i passi, dove la Scrittura ricorda questa dignità primitiva della nostra natura, e il testo della Genesi dove Dio l’ha registrata. A volte è l’uno, a volte è l’altro che ricorre in allusioni (lmmagine, imago, εἰκῶν [=eikon], Gen. V, 7: IX, 6; Eccli. XVII, 1. Similitudo, somiglianza, ὀμοἰωσις [=omoiosis], Gen. V, 1; Jac III, 9), con una sola eccezione, dove si dice di Dio, « che Egli creò l’uomo senza fine e lo fece ad immagine della sua e somiglianza di Lui » (Sap. II, 23). Ma anche se le due espressioni « di immagine e di somiglianza », a causa della mescolanza che se ne fa nei nostri Libri santi, non fossero sufficienti a dimostrare da sole la doppia immagine impressa nell’uomo nei primi giorni della sua esistenza, l’autorità dei Padri non ci permette di trascurare nel testo sacro la somiglianza basata sulla grazia, accanto, o meglio, sopra l’immagine basata sulla natura. Si può chiamare a testimoniare S. Ireneo, S. Basilio, S. Giovanni Crisostomo, S. Giovanni Damasceno, S. Agostino. S. Bernardo (Da questi ed altri testi simili Bellarmino concluse contro i luterani del suo tempo che l’immagine differisce dalla somiglianza, l’una appartenendo alla natura e l’altra alla grazia; e che, di conseguenza, Adamo perse non l’immagine ma la somiglianza di Dio. – Bellarm, De Gratia primi hominis, c. 2). – Se c’è chi prende le due parole come più o meno sinonimi e le usa in modo indifferente l’una per l’altra, se non menzionano anche che una sola immagine, o una sola somiglianza, non giudichiamo che siano in antagonismo con ciò di cui abbiamo appena parlato: perché l’immagine che hanno in vista è, è vero, l’immagine naturale, ma ravvivata, ma completata, mai deificata da una somiglianza più espressiva; un’immagine infine, di cui la natura è la base, e la grazia il glorioso coronamento. Considerando l’immagine in questo modo, nulla ci impedisce di dire che essa fu parzialmente distrutta dalla caduta originale, poiché si perse ciò che la rendeva più eccellente e più simile all’archetipo divino, e che Cristo venne a riparare ed a restaurare al suo primo splendore (si potrebbe chiedere se è in senso letterale o solo in senso spirituale e mistico che la Genesi esprima la somiglianza della grazia alla natura. Alla fine, la risposta ha poca importanza, poiché in entrambi i sensi si afferma la stessa verità. Ciò che favorisce il significato letterale è che Dio abbia dovuto esprimere, sembra, l’immagine come aveva eternamente deciso di inciderla nell’uomo il primo giorno della sua esistenza. Se poi, come sappiamo indipendentemente da questo testo, ha creato l’uomo perfetto secondo natura e grazia, perché non dovremmo considerare come letterale l’interpretazione che vede nelle parole “immagine e somiglianza” come l’immagine completa di Dio nell’uomo, con il suo abbozzo nella natura e la sua suprema perfezione nella soprannatura? Siamo, mi sembra, tanto più autorizzati a farlo, poiché il Nuovo Testamento presenta il nostro rinnovamento spirituale in Cristo come la restaurazione dell’opera compiuta da Dio nella creazione dell’uomo. Cfr. Efes. IV, 23, 24; Col. III, 10). – Diversi Padri, e tra i più gravi, spiegando le operazioni di Dio sul primo uomo, portano nuova forza alle considerazioni precedenti. Testimone S. Cirillo di Alessandria, la cui bella dottrina è la seguente. « In principio – scrive Mosè, sotto l’ispirazione dello Spirito divino – Dio, l’onnipotente Creatore del mondo, plasmò l’uomo e soffiò nel suo volto il soffio di vita. Ora cos’è questo soffio di vita se non lo Spirito di Cristo che ha detto: Io sono la vita e la risurrezione? Dopo che lo Spirito Santo si fu ritirato dall’umanità decaduta, questo Spirito che solo poteva formarci e conservarci nell’immagine del carattere divino, il Salvatore ce lo ha dato di nuovo per restituirci alla nostra dignità originale e trasfigurarci a sua immagine e somiglianza. Ed è per questo che il Beato Paolo disse ai discepoli: « Figlioli miei, che io rigenero finché Cristo sia formato in voi ». (S. Cirillo Alex, L. V in Giov. VII, Pat. Gr. T. 73, p. 756). E ancora: « Il divino Paolo, volendo esporci la causa generale e il solo vero motivo dell’incarnazione del Figlio unigenito, ha detto: è piaciuto a Dio Padre ristabilire tutto in Cristo (Ef. I, 10). Restaurare è riportare al suo stato originale ciò che ha subito una degradazione… Ma per comprendere questa restaurazione in Cristo e attraverso Cristo, è necessario ricordare quale fosse il nostro antico stato. Questo essere vivente e ragionante, l’uomo, è stato creato fin dall’inizio ad immagine del suo Creatore… E affinché questa creatura tratta dal nulla non ricadesse in quello stesso nulla, Dio, che la voleva immortale, l’ha resa parte della sua natura. Egli soffiò nel suo volto il soffio di vita, cioè lo Spirito del suo Figlio, che è col Padre la vita stessa e conserva l’essere di tutte le cose » (S. Cirillo Al., L. IX, In Joan, XIX, Pat. Gr. T. 74, p. 275, ss). Il santo Dottore, dopo aver dimostrato che non si può senza empietà confondere questo Soffio divino con l’anima umana, continua il suo commento al testo della Genesi: « Che cosa vuole dunque insegnarci la Scrittura?  Che il Creatore, prima di completare il composto di anima e di  corpo che è l’uomo, ha impresso in lui, come sigillo della propria natura, lo Spirito Santo, per trasformarlo nell’immagine della bellezza archetipica, la Fonte di ogni bellezza; e dargli, per l’intima presenza dello stesso Spirito, il potere di praticare le virtù più sublimi… Ma quando l’uomo, con un abuso della sua libertà… fu miseramente decaduto… Dio ha deciso di innalzare la natura umana e di riportarla al suo primo stato per mezzo di Cristo, suo Figlio; e ciò che ha deciso, l’ha realizzato » (Id. Ibidem). – Questa stessa dottrina è mirabilmente riassunta da San Cirillo in un altro luogo del suo commento. « Il nostro ritorno a Dio – dice – il Salvatore Gesù ce lo ha procurato con la partecipazione del suo Spirito divino e la santificazione. Perché è lo Spirito che ci unisce a Dio; riceverlo è diventare partecipi della sua natura divina; e noi lo riceviamo attraverso il Figlio, e nel Figlio riceviamo il Padre… Il Figlio ha offerto se stesso per l’espiazione dei nostri crimini: si è offerto, dico, a suo Padre come un’ostia profumata, affinché l’ostacolo che separava la nostra natura da Dio, cioè il peccato, fosse rimosso, e una volta rimosso, nulla ci potesse impedire di essere vicini a Dio, e di partecipare alla sua natura partecipando allo Spirito Santo, che, riparando in noi la giustizia e la santità, ripara allo stesso tempo l’immagine primitiva » (S. Cyr. Al. L. XII in Joan. XVII, P. Gr., t. 74, p. 553). (Soffermiamoci su questo testo: perché sarebbe troppo lungo raccontare le magnifiche pagine in cui i Padri hanno esposto queste gloriose verità per la nostra Famiglia umana. – I teologi, nei loro studi sull’uomo considerato come immagine di Dio, si chiedono se la somiglianza si riferisca non solo a Dio considerato nell’unità della sua natura, ma anche alla Trinità delle Persone. Il testo della Genesi sembra imporre una risposta affermativa. « Facciamo l’uomo a nostra immagine »: è la Trinità che parla, Padre, Figlio e Spirito Santo. È quindi anche l’immagine della Trinità che deve essere naturalmente intesa come il termine dell’operazione divina. Il Suffragio di dottori come Sant’Agostino, Sant’Ilario e altri, rende questa interpretazione molto probabile. E infatti, se confrontiamo l’anima umana con il grande mistero della nostra fede, non avremo difficoltà a riconoscere che, anche ora, essa porta in sé non solo un vestigio ma una copia della Trinità. Ciò che costituisce le Persone divine e dà a ciascuna il proprio carattere è l’ordine e il modo delle processioni interne. Dio che conosce se stesso e da questa conoscenza produce il suo Verbo; il Verbo, fine della conoscenza e principio, con il Padre, di un Amore che procede da entrambi: questo è ciò che costituisce la Trinità. Ora questo si riflette in noi, specialmente quando la nostra anima è trasfigurata dalla grazia. Perché noi abbiamo la conoscenza di Dio, e conoscendolo, produciamo in noi stessi il Verbo che lo rappresenta; e da noi e dal nostro verbo interiore procede l’amore della bellezza divina. È un’immagine imperfetta sotto molti aspetti, ma che tuttavia rivela qualcosa del grande mistero. Quanto alle altre creature, esse sono solo vestigia della Trinità, perché, se si trova un non so che, che possa ricordarci la Trinità già conosciuta, non vedo in loro né il principio del verbo, né il verbo, né l’amore (S. Thon. 1 p,. 4.93, at. 5-8: cot: q. 45, at. 7).

4. -Ancora due o tre osservazioni prima di chiudere questo capitolo. Osserviamo innanzitutto che le parole immagine, similitudine, somiglianza possono essere intese in due modi: « Immagine, similitudine o somiglianza di Dio si dicono sia dell’anima che della grazia, ma in modo diverso. L’anima trasformata dalla grazia è immagine, come ciò che imita Dio; la grazia è immagine come quella per cui l’anima assomiglia a Dio. Così una statua è l’immagine dell’eroe o del santo che rappresenta, ma diversamente dalla figura esterna che la rende immagine e statua » (S. Thom. II, D19, a 2, ad 5). S. Bonaventura ha fatto la stessa osservazione: « Altra è la somiglianza dell’uomo con Dio, altra quella della grazia. L’anima assomiglia a Dio in quanto riceve in sé la somiglianza divina, e la grazia in quanto riceve il dono che rende l’anima simile a Dio » (S. Bonav., II, D26, a. 1, q. 3, ad 2). Diciamo: l’uomo è l’immagine di Dio; l’uomo è ad immagine di Dio: due espressioni che, pur avendo lo stesso significato, si distinguono tuttavia per una sfumatura che renderebbe la seconda preferibile alla prima: perché ci riferirebbe al Figlio di Dio, l’immagine per eccellenza, e significherebbe con la sua forma quanto questa immagine increata dell’Unico prevalga sull’immagine impressa nei figli d’adozione. – Un’altra osservazione. La creatura ragionevole assomiglia a Dio; ma Dio non assomiglia alla creatura. Perché ciò che fa la somiglianza è in Dio come nello stato di fonte, e nella creatura come nello stato di flusso. Per questo diciamo del ritratto che è simile al modello, e non del modello che assomiglia al suo ritratto. Molto meno è lecito dire di Dio che sia assimilato alla creatura. Perché l’assimilazione fa nascere nella mente una qualche idea di movimento verso la somiglianza; e di conseguenza è appropriata esclusivamente a colui che riceve da un altro la forma o la perfezione con cui diventa simile a lui. Ora, non è Dio, ma la creatura che riceve ciò per cui diventa immagine di Dio (S. Thom., c. Gent., L. I, c. 29). – L’ultima osservazione si riferisce a quel punto controverso che anticamente divideva la Scuola, riguardo al momento in cui il nostro primo padre ha ricevuto la somiglianza della grazia e la giustizia originale. Delle due opinioni, quella che sosteneva, con San Tommaso, che questa giustizia e somiglianza gli furono date con la natura stessa, cioè nel primo istante della sua creazione, è arrivata a prevalere nella teologia cattolica. E questa è la giustizia: perché, senza parlare di altre prove a suo favore, ha per sé sia il testo della Genesi che i commenti scritti su di esso dagli antichi Dottori. Nessuno ignora che Sant’Agostino lo affermi o lo supponga in tutte le sue opere; e questa è la ragione per cui poteva dire in tutta verità che la grazia fosse naturale per il primo uomo, e che lo sarebbe stata per i suoi discendenti, se avesse conservato la Giustizia originale, come spiegheremo nell’ultimo libro di quest’opera (L. XI, c. 1). E ora, per tornare al punto di partenza, vediamo come e perché lo Spirito Santo ci inviti a rinnovare l’immagine divina in noi; a spogliarci dell’uomo vecchio per rivestire l’uomo nuovo; a restaurare questa immagine degli archetipi sovrani sul modello ed in virtù dell’immagine perfetta, Gesù Cristo Nostro Signore; come e perché sia la stessa cosa essere figlio di Dio e portare in sé le sembianze della grazia. – Ma non dimentichiamo che, fino al giorno in cui questa somiglianza riceverà il suo complemento immobile e finale nella gloria, può essere degradata dal nemico della natura umana. Impotente contro il Dio che lo ha colpito con i suoi fulmini, la sua suprema ambizione è quella di farlo a pezzi nelle sue immagini viventi e di ucciderlo, per così dire, nei figli del suo amore. È là che vanno tutti gli sforzi e la rabbia di satana. Fuggiamo dunque dai suoi approcci e dalle sue opere. Né dobbiamo dimenticare inoltre la grave esortazione di Papa Leone Magno: « Miei cari figli – ci dice – se sapremo considerare fedelmente e saggiamente il mistero della nostra origine, vedremo che l’uomo è stato fatto ad immagine di Dio perché imitasse il suo Autore. Sì, la dignità naturale della nostra razza è che la forma della bontà divina risplende in noi come in uno specchio luminoso » (S. Leo M. serm.12, al 11; de jejun. 10 mens. 1. C. 1). Immagini di Dio per il nostro essere di natura e di grazia, siamo immagini di Dio per le nostre opere. Facciamo quello che Lui fa; amiamo quello che Lui ama; la Sua volontà sia in ogni cosa la regola della nostra, affinché gli uomini, quando ci vedono nella nostra vita, riconoscano e benedicano l’Archetipo divino sul quale, diventando figli, siamo stati formati.

IL SACRO CUORE DI GESÙ (57)

IL SACRO CUORE (57)

J. V. BAINVEL – prof. teologia Ist. Catt. Di Parigi;

LA DEVOZIONE AL S. CUORE DI GESÙ- [Milano Soc. Ed. “Vita e Pensiero, 1919]

PARTE TERZA.

Sviluppo storico della divozione.

CAPITOLO SESTO

MARGHERITA MARIA E I SUOI PRIMI COLLABORATORI.

Abbiamo visto, nella prima parte della presente opera, la divozione al sacro Cuore costituirsi nelle rivelazioni di Gesù a Margherita Maria e aprirsi dinnanzi ad essa grandiose prospettive di avvenire. Ci rimane da collocare questa divozione nello sviluppo storico; dire dell’attività apostolica della santa e dei suoi primi collaboratori, studiare il fiorire della divozione ch’ella aveva ricevuta dal cielo.

I. – STATO DELLA DIVOZIONE VERSO IL 1674

Margherita Maria non ha dovuto inventare la divozione al sacro Cuore; essa esisteva già. Prima di rivelarsi a lei, Gesù aveva scoperto il suo Cuore ad alcune anime privilegiate ed aveva mostrato loro le sue ricchezze. La pietà cristiana, meditando su la misteriosa piaga del costato, vi aveva visto il Cuore ferito, vi aveva visto il rifugio che esso offriva all’anima colpevole o tormentata e i tesori che racchiudeva; aveva visto la ferita d’amore nella piaga materiale; aveva visto infine il cuore divino amantissimo e amabilissimo, simbolo espressivo d’amore, immagine viva di tutte le virtù e della vita di Cristo. L’oggetto del culto era già dato. Il culto stesso esisteva con la maggior parte delle pratiche. Dopo i mistici erano venuti gli asceti, che ne avevano, se non organizzata la divozione, almeno indicati i diversi elementi che dovevano formarne la base, segnalato diversi esercizî che le convenivano. Apostoli ardenti, come il Lallemant e il P. Huby, l’avevano predicata e propagata, l’uno con la sua azione intima e profonda su alcune anime elette, l’altro nei suoi ritiri e nelle sue missioni, con la sua direzione e i suoi scritti. G. Eudes infine aveva presentato il sacro Cuore alla folla; prima attraverso e nel cuor di Maria, poi in una festa speciale del Cuore adorabile, in maniera che qui, come negli altri casi, si andava naturalmente da Maria a Gesù. – Il culto dunque esisteva, ben chiaramente per alcune anime privilegiate che ne vivevano; ma un po’ confusamente come veniva presentato al popolo nei libri e nella predicazione di S. G. Eudes e dei suoi discepoli; mescolato anche, ad elementi caduchi, che non potevano entrare nella corrente generale, della pietà cristiana; era, forse più preciso e più immediatamente pratico nel P. Huby, ma senza un aspetto dottrinale abbastanza largo, solido ed esposto in un manuale di questa divozione. Anche il movimento era relativamente poco esteso e profondo. Completamente dipendente dalle persone che l’avevano determinato, probabilmente non avrebbe continuato a diffondersi nella Chiesa, dopo la scomparsa di quelli che ne erano stati i promotori (Vedremo presto un esempio in prova di ciò: le Benedettine di Lione si ricordano vagamente che, in altri tempi, l’uffizio del sacro Cuore era stato concesso al loro Ordine. Probabilmente si tratta dell’Ufficio di S. G. Eudes. Anche le pratiche raccomandate dal P. Huby non risulta che abbiano continuato a vivere e propagarsi). Allora Gesù è intervenuto per animarlo, orientarlo, costituirlo in divozione vitale, larga, ed insieme precisa; precisa nel suo oggetto, nel suo fine, nel suo spirito, in alcune delle sue pratiche destinate a dare il tono: larga nelle sue manifestazioni e nella scelta dei suoi mezzi; tutto ciò con una fusione mirabile d’ideale e di ambizioni più elevate, di esercizi più semplici e di attrattive più vive per le diverse anime. Nello stesso tempo il soffio dello Spirito Santo e l’azione discreta di Gesù preparavano lo sbocciare del culto. I precursori si erano moltiplicati. Al momento stesso in cui Gesù sta per rivelarsi a Paray vivevano ancora molte anime a cui Egli si comunicava confidenzialmente; un po’ come un poeta legge prima a pochi amici l’opera che sta per dare al pubblico. Anche gli autori ne parlavano. Talvolta non sappiamo se si deve vedere, qua e là, un’aurora o uno splendore discreto del sole già alto: una influenza di S. G. Eudes o un’eco di Paray. Abbiamo già parlato del P. Huby, morto a Vannes nel 1693, apostolo infaticabile del sacro Cuore; ma senza poter dire con precisione se lo si deve far dipendere da S. G. Eudes, né se ebbe conoscenza delle, rivelazioni di Paray. Constatiamo soltanto che, da ogni parte, la divozione sembra fiorire spontaneamente nelle anime,. In Germania il P. Filippo Jeningen (1642-1704), l’apostolo della Svevia, riceveva favori insigni dal sacro Cuore e se ne faceva non solo il discepolo devoto, ma l’apostolo ardente. Seppe egli qualcosa di Paray o del movimento suscitato, in Normandia da S. G. Eudes, e in Bretagna dal P. Huby? Non si potrebbe dirlo. Siamo meglio informati sul santo arcidiacono d’Évreux, M. Boudon (1624-1702). Discepolo del P. Eudes, come lui arriva per mezzo del cuor di Maria al cuor di Gesù. Di lui abbiamo una consacrazione ai due santi Cuori che è bella e pia (Eccone la parte che riguarda direttamente il sacro Cuore: « O Gesù mio, è nel vostro Cuore, abisso d’amore, che io abbandono il mio essere e tutto ciò che io sono, che consumo ed anniento il mio misero cuore e tutti i suoi movimenti. No, io protesto in presenza di tutte le belle intelligenze del Paradiso, di tutti i santi dell’Empireo, e specialmente del mio Angelo custode, di S. Giuseppe e di S. Giovanni Evangelista, mio amico fedele, che io non voglio far più nulla per mio proprio movimento; che preferirei morire piuttosto che pensare un sol momento ad altri interessi che quelli del vostro Cuore glorioso, che voglio essere puramente il suo strumento, lasciandomi condurre a tutto ciò che Egli vorrà, non prendendo parte che ai suoi affari. Sì, o Cuore più che amabile, Cuor prezioso, Cuore inestimabile, quando dovessi esser privato del cielo e della tetra, io lo voglio, se deve andarne un solo atomo della vostra gloria. Voi sarete, per sempre, il mio caro tutto. Che io muoia, che viva, mi succeda ciò che può, non importa; io non penso, non voglio, non amo che Voi. Non chiedo niente, non voglio niente; tutto ciò che Voi volete è ciò che io desidero. Non voglio pensare che col Vostro pensiero, stimare che ciò che Voi stimate, vivere solo della Vostra vita. Mi unisco a tutti i Vostri disegni che la SS. Vergine, S. Giuseppe, gli angioli e i santi siano onorati; per questa unione io sono loro schiavo. O amore, o amore puro, o amore divino, annientatemi interamente nelle Vostre pure fiamme »). È datata dal giorno dell’Immacolata Concezione del 1651. Ma egli ebbe anche conoscenza delle rivelazioni di Paray e divenne l’ardente apostolo della nuova divozione. Ciò che egli ne dice è del più vivo interesse; è uno dei casi nei quali si vede chiaramente in contatto la divozione di S. G. Eudes e quella di santa Margherita Maria. È curioso che non colleghi l’una all’altra lui stesso; si direbbe che ha dimenticato Giovanni Battista passando a Gesù (Di fatto egli non dimentica la divozione eudista. Ma non vi sono, per lui, due divozioni al sacro Cuore. A proposito di una grazia fatta a Suor Maria Angelica della Provvidenza, di cui egli scrive la vita, parla del divin Cuore « fornace immensa di puro amore e abisso di carità infinite, sorgente di tutte le benedizioni ». Egli continua: « Noi dobbiamo lasciarci unire a questo Cuore divino… entrando nelle sue sante disposizioni… In questo Cuore divino si trovano tutte le virtù che sono necessarie e tutte le benedizioni del cielo e della terra. Tutti i Cristiani dovrebbero aver per Lui una divozione perfetta, applicandosi ad onorarlo, benedirlo, ringraziarlo, amarlo e glorificarlo in tutte le maniere possibili ». Parla della divozione quale l’ha ricevuta dal Padre Eudes, o quale l’ha trovata nel P. Croiset? Non saprei dirlo. Ma se queste righe sono anteriori a ciò ch’egli ha potuto sapere di Paray, non è di molto; poiché l’eroina è morta nel 1685. In altra parte si tratta della festa eudista. Vi è detto che « si celebra la festa, molto solennemente il 20 ottobre, nella chiesa del seminario d’Évreux ». Cosa concludere? Almeno questo: nell’anima di Boudon la divozione di Patay si è fusa con quella del P. Eudes come una sola, stessa cosa, E non è forse, perché egli non le distingue, ch’egli non pensa a collegarle?). Ecco ciò che scrive al suo amico fedele, Bosguerard: « Da pochi anni il nostro buon Salvatore ha fatto conoscere ad una religiosa della Visitazione della piccola città di Paray in Borgogna, che voleva stabilire in questo tempo la divozione del suo sacro Cuore e che, a questo scopo, si servirebbe dei Padri Gesuiti, che di fatto l’han già stabilita, non solo in Europa, ma nelle Indie e nel Canadà. Essi hanno scritto intorno a questa divozione un libro eccellente, pubblicato a Lione, dal quale sono stato commosso; e a Rouen è stato fatto un riassunto di questo libro che si vende da Hérault, al Palais (Il libro del P. Croiset era stato pubblicato senza il nome di autore. Il sunto di Rouen, opera, si dice, di una Visitandina, è del 1694, ciò che può aiutare a datare la lettera; l’Indulgenza è quella che Innocenzo XII accordò nel 1693, col breve del 19 maggio.). Io ho conosciuto per mezzo della mia stessa esperienza ciò che vi è notato: che nostro Signore farà grandi grazie a coloro che avranno divozione al suo sacro Cuore. Dobbiamo fare del nostro meglio, per cooperare allo stabilimento di questa divozione. Il Papa ha accordato l’indulgenza plenaria a tutte le case della Visitazione che ne celebreranno la festa e il nostro buon Salvatore ha rivelato a Santa Gertrude che riservava questa divozione per gli ultimi tempi ». – Egli mantenne la parola. Lo potremmo vedere anche solo dall’intestazione delle sue lettere. Fino da allora, egli scriveva: « Dio solo! Dio solo in tre persone, e sempre Dio solo nell’unione del nostro buon Salvatore Gesù Cristo. il Salvatore di tutti gli uomini ». Nei suoi ultimi anni scrive: « Dio solo… nella santa unione del sacro Cuore del nostro buon Salvatore, ecc. ecc. ». Ne parla spesso, ad ogni proposito. Vuol ringraziare? Lo fa per mezzo del sacro Cuore: « Prego con grande umiltà questo Cuore divino, infinitamente amante ed infinitamente amabile, che troviate in Lui le riconoscenze che io devo alla vostra gentile carità ». Vuol predicare la pace? Egli esorta a cercarla nel sacro Cuore: « L’anima che riposa unicamente in questo Cuore divino possiede una pace che oltrepassa ogni sentimento e che tutti gli uomini e i demonî insieme non potrebbero turbare. Così dimorare nel Cuor di Gesù, senza uscirne né per alcuna creatura, né per se stessi, vuol dire essere sempre contenti; fuori di questo Cuore amabile si è sempre inquieti ». In una parola, nella divozione al sacro Cuore egli ha trovato la base stessa del Cristianesimo: « Sì, mia cara sorella, scrive ad una religiosa della Visitazione, noi dobbiamo dimorare in questo divin Cuore, ma dimorare per sempre…, vivendo solo della sua vita, agendo solo per i suoi movimenti divini, soffrendo nell’unione delle sue sofferenze, ed in tal maniera che deve essere il Cuore del nostro cuore, l’anima della nostra anima e la vita della nostra vita… Per questo unitevi a lui in tutte le vostre azioni e sofferenze e in tutti i vostri stati, senza nessuna riserva; ma, unendovi nella sua santa unione, voi agirete; sempre per movimento della sua divina grazia, sempre soprannaturalmente, mai umanamente e per natura. Che l’amore del Cuore infinitamente amabile di Gesù domini senza riserva sopra tutti i movimenti dei cuori nostri. Che lo Spirito Santo, che l’ha animato, animi tutti i nostri; che Egli sia il principio di tutte le nostre azioni e la sola gloria d’Iddio solo ne sia la fine ». – Infine egli scrive nell’ultimo lavoro da lui pubblicato: « Proviamo una santa compiacenza, una gioia divina che la SS. Trinità trovi nel cuore di Gesù un amore infinito… Ma che faremo noi per amare questo Cuore infinitamente amante? Rimontiamo fino alla creazione del mondo, andando di secolo in secolo, vediamo tutti gli amori dei patriarchi, dei profeti, degli Apostoli, dei martiri, dei confessori, delle vergini e di tutte le creature mortali. Risaliamo nei cieli, vediamo tutti gli amori degli spiriti celesti e della loro grande Regina; uniamoci a tutti questi amori, a tutti gli amori che si sono avuti e che si avranno per questo divin Cuore; offriamogli tutti questi amori, ma di più l’amore infinito del Padre Eterno. Formiamo l’intenzione che tante volte noi respireremo, altrettanto noi continueremo questa unione per amare, con tutti gli amori, il Cuore infinitamente amabile dell’adorabile Gesù ». – Allora si rivolge direttamente al sacro Cuore: « O Cuore abisso d’amore, o mio Salvatore, vi chiediamo, per l’amore che vi ha fatto morir per noi, che noi moriamo per la dolce violenza del vostro puro amore. O morire o amare ed amare per non Cessar mai di amare ». Che l’autore, in tutto questo, sia sotto l’influenza del movimento partito da Paray, ce lo dice lui stesso, rinviandoci al libro, « dotto, ma pieno di unzione » del P. Croiset. Del resto fa un’allusione evidente a Margherita Maria quando scrive: « Il nostro buon Salvatore ha fatto conoscere a santa Gertrude e ad altre anime sante, che farà grandi grazie a quelli che avranno una divozione speciale al suo divin Cuore ». – Precorse santa Margherita Maria e fu tutta dedicata al sacro Cuore anche Suor Giovanna Benigna Gojoz (1615-1692), della Visitazione di Torino, di cui abbiamo già parlato; sembra che ella abbia predetto alla sua gloriosa sorella le cose meravigliose che Dio doveva compiere per Mezzo suo. E, prima di morire, seppe anche che la sua predizione si era compiuta. Mentre nostro Signore preparava così le vie a santa Margherita Maria, Egli stesso preparava la santa nel segreto, la preveniva fin dalla più tenera infanzia, la circondava con il suo amore, attento ai primi battiti del suo cuore perché fossero tutti per lui solo. Il 20 giugno 1671 ella entrava alla Visitazione di Paray, e Gesù cominciò tosto a rivelarle i segreti del suo cuore.  Margherita Maria ebbe conoscenza del sacro Cuore, avanti le rivelazioni di Paray? Fu sotto l’influenza di alcuni di quelli che ora vengon chiamati i suoi precursori? Conobbe le rivelazioni fatte a S. Gertrude, lesse alcune delle pagine nelle quali si parlava del sacro Cuore? Niente lo indica, ma niente ci indica il contrario. Avanti di entrare in convento ella doveva aver inteso parlare del Cuore ammirabile di Maria che il P. Eudes aveva ottenuto di far onorare nella diocesi di Autun, fin dal 1648. « Un giorno, nella festa del Cuore della SS. Vergine », lo nota essa stessa, ella vide il suo cuore, piccolo, piccolo, « e quasi impercettibile » fra i cuori di Gesù e Maria, e, mentre udiva queste parole: Così il mio puro amore unisce questi tre cuori per sempre, « i tre cuori non ne formarono che uno solo ». Potrebbe darsi che vi fosse qui un’influenza delle idee del P. Eudes. È la sola traccia che possiamo ritrovarne. – Nelle pratiche di divozione verso il sacro Cuore scritte di sua mano, ve ne sono alcune prese in libri di divozione che essa leggeva in convento, del P. Saint-Jure, del Padre Nouet, del P. Guilloré. Ma questo è posteriore alle rivelazioni. Ha potuto leggere e sentir leggere, fin dalla sua entrata in convento, i passi di san Francesco di Sales sul sacro Cuore, ma niente ci dice che ne sia stata colpita. Verso la fine della sua vita ella seppe delle visioni e delle rivelazioni della Madre Anna Margherita Clement e ne parla in una lettera al P. Croiset. Ma ne parla come in una scoperta da lei fatta allora, senza dubbio, leggendo e sentendo leggere la vita della venerabile Madre, che era stata pubblicata nel 1686. In breve, senza poter affermare nulla come certo, abbiamo motivo per credere che la santa non doveva ad influenze esterne la sua divozione al sacro Cuore di Gesù. Pare ch’ella non vi pensasse avanti la sua entrata in religione, l’apprese da nostro Signore.