QUARESIMALE (XXXVI)

QUARESIMALE (XXXVI)

DI FULVIO FONTANA

Sacerdote e Missionario
DELLA COMPAGNIA DI GESÙ

Venezia, 1711. – Imprim. Michel ANGELUS Præp. Gen. S. J. – Roma 23 Aprile 1709)

IN VENEZIA, MDCCXI (1711).

PREDICA TRENTESIMASESTA
Nella Domenica di Resurrezione.

Si mostra come la speranza de’ Beni eterni deve renderci
soave ogni patimento in questa vita
.

Jesum quæritis Nazarenum Crucifixum, surrexit. San Marco al cap. 16.

Confesso il vero di non arrivare a capire, miei reveriti UU., con qual arte il Quercetano, quel medico ed alchimista insigne, calcinata e sciolta in ceneri una pianta, un fiore delle ceneri medesime la mostrasse rifiorita. Resurrezione, che si conta fra’ miracoli dell’alchimia a gran lode del chimico, fuoco potente a fare di ceneri fiori. So bene che incenerito il fiore di nostra vita e ridotto poco men che al nulla, vi è un’alchimia di Dio potente a far rifiorire questa nostra carne, e rassodarla in diamante, rendendola incontrastabile ad ogni colpo, e ciò seguirà, quando mortale hoc induet immortalitatem. Non sempre dunque, benché ridotti in cenere, dormirà sepolta tra le tenebre questa nostra carne mortale, non durerà così grave peso di lapide la nostra tomba, che non debba un giorno aprirsi per vedere la bella luce del Sole che mai tramonta, non si dirà più … pulvis es, in pulverem reverteris. Grazie dunque, per un sì gran bene, al nostro Gesù, che risuscitando se stesso, ci ha spalancato gli usci fatali, ed acciocché mai più si potessero chiudere a viva forza ha infranto le spranghe di ferro, portas areas, vectes ferreos confregit. Egli, dunque, siccome del risorgere nostro è stato l’esemplare, così ne sarà la cagione. Egli manderà gl’Angeli a rimpastare nei sepolcri le aride ceneri, Egli riunirà le anime a’ corpi, chiamerà gl’eletti a parte della gloria, che gode nel suo ricchissimo regno. Giubili dunque ognuno e gli serva di fondamento quella verità che la speranza dei beni eterni ci deve far tollerare con allegro cuore, le miserie di questo mondo. – Chi brama viver contento nel mondo esca col pensiero fuori del mondo, non è tutt’oro quel che riluce in terra. Tutte le cose di questa vita, sulle scene del mondo, rappresentano personaggi speciosi, ma se dentro si mirano, le trova vuote d’ogni vera consolazione, piene d’infinite calamità. Non occorre altro, in questa vita non vi sono che travagli, chi non li vede è cieco, e chi non si duole alle ferite, è insensato. Scrisse dunque pur bene Seneca allorché asserì, tota vita flebilis est, e meglio di lui Sant’Efrem Siro, allorche disse: cogita, atque perpende carissime quomodo, hac vita nihil contineat nisi lacrymas improperia, maledicta, atque convicia. Questa è una vita, dice il Santo, che di vita ha il nome, ed ha la morte infatti, giacché non è sì proprio, né ai venti il sollevar le tempeste nell’onde, né a’ fiumi traboccarsi con rapido corso in mare, né all’Oceano un inquieto e perpetuo flusso e riflusso, quanto è proprio che a’ danni nostri germoglino in questo mondo l’afflizioni, le tristezze, i scontenti, la morte. E qual mai sarà il filo che possa liberarci da sì travaglioso labirinto? Qual sarà? Eccolo in pronto, la considerazione de’ beni eterni. Ricordatevi tra’ vostri travagli, che dovete risorgere a vita beata, e questo basterà, se non a togliervi ogni amarezza, certo a sminuirvela. Succederà a voi ciò che al Patriarca Noè, allorché se ne stava racchiuso con poche persone e molte bestie nell’arca: sentiva egli da una parte il rumor dell’acque, che diluviando sommergevano il mondo e dall’altra le grida delle genti e gli urli delle fiere che, senza scampo restavano preda di morte, ma non per queto s’atterriva. Sicché attonito ad una tal considerazione il Boccadoro esclamò: vere admiror quomodò præ tristitia non fuerit absortus, cum mentem illius subiret bumani generis interitus sua solitudo, difficilis illa vita; mirabil cosa in vero; vedevasi quel santo vecchio racchiuso in quell’arca, sbattuto per ogni parte da venti furiosi con incertezza di esito fortunato da quelle onde, e pure con animo generoso non si turbò, anzi come asserisce il sopracitato Santo, versabatur in illo gravi carcere, sicut nos in pratis. Se ne stava in quel serraglio di bestie e di pene, in quella guisa che noi staremmo tra le delizie d’un ameno giardino e, se volete, dice il Santo, sapere la vera cagione della sua allegrezza tra tante miserie ed angustie, eccovela: cum spe pasceretur nihil triste sentiebat, la speranza de’ beni eterni della Resurrezione lo teneva contento, gli slargava il cuore, ed operava sì, che egli non sentisse neppure una minima puntura di tristezza, nihil triste sentiebat. Questo stesso rimedio e nulla più, dice Cassiano, dobbiamo praticar noi per viver contenti fra le tante miserie che seco porta il mondo, per tanto: se penerete tra l’infelicità d’una povera casa, d’una prigionia, d’un esilio, sollevatevi, spe contemplatione promisse beatitudinis, sollevatevi, dice, con la speranza de beni futuri, con la considerazione che verrà un dì, e sarà quello della vostra resurrezione, in cui entrerete nella libertà de’ figliuoli di Dio, arriverete a godere una Città di tutto decoro, perfecti decoris, ed avrete quanto mai potrete bramare di ricchezza, di felicità. Questo è il vero modo per sollevarvi dalle vostre calamità, giacché questo è quello che lo stesso Redentore insegnò a’ suoi discepoli, per toglier loro ogni amarezza dal cuore, e riempirlo di vero contento: Gaudete, gli disse, quoniam merces vestra copiosa est in cælis; la sola speranza sì de beni eterni ci deve tener contenti, la sola speranza che anche il nostro corpo, giusta l’ineffabile asserzione del Profeta Reale, ha da godere i beni eterni, cor meum et caro mea exultaverunt in Deum vivum, ci deve tener contenti. – Tutto è vero, Padre, voi dite bene che la riflessione de’ beni eterni, della Resurrezione beata, ci deve tener contenti, ma che? È che i miei travagli non si restringono a star chiuso fra le miserie d’una prigione, ho la libertà, ma che mi giova, se i miei nemici mi perseguitano, e con insidiarmi alla vita, mi danno di continuo la morte. Pensate ai beni eterni, e troverete sollievo. Anche David si dichiarò, al par di voi perseguitato, quando disse, anticipaverunt vigilias oculi mei, legge Agostino, inimici mei; i miei nemici, grida questo Real Profeta, hanno prevenuto il giorno per avermi a loro disposizione nelle mani, e mi hanno perseguitato a morte, turbatus sum, mi turbai, è vero, ma, non sum locutus, ma per questo non proferii parola di lamento, perché, cogitavi dies antiquos annos æternos in mente habui; riflettei ai giorni antichi, agli anni eterni, alle future mercedi, e tanto bastò perché io tollerassi ogni più sinistra persecuzione Ideo, asserì su queste parole Brunone, ideo ei illa patientia contigit ut non esset locutus, quia cogitavit dies antiquos, et annos æternos in mente babuit. Contentatevi, dunque, quando avete inimicizie, se volete star contenti, d’alzar gl’occhi al Cielo, e considerare che verrà un dì in cui avrete un numero senza numero d’amici, non di riga ordinaria, ma di Principi del Soglio Celeste, di Santi del Paradiso, e ciò seguirà quando risorgerete a vita d’eterna felicità; ogni turbazione proviene perché non si pensa di proposito ai beni eterni. Io ci penso Padre … dunque, proverete pace in terra in ogni vostro travaglio! … Padre no, perché le mie miserie non consistono in sospetti, ma de facto mi trovo tacciato nella reputazione, e percosso nella vita, vi vuol altro che pensare alla futura resurrezione. Tacete non bestemmiate. Escite meco fuor della porta di Gierosolima, e vedrete che la considerazione de’ beni eterni, basta per tranquillare l’anima, ancorché il corpo soggiaccia a fiere percosse. Date d’occhio a San Stefano Protomartire il quale senza punto turbarsi, riceve lapidato da barbare mani, nembi di pietre, anzi osserverete col Nisseno, che riceveva quelle crude percosse con tal costanza e serenità, come se nulla più gli cadesse sulla vita, che candida neve. Ecco le parole, crebros lapidum ictus in modum flocorum nivis incedentium excepit; e se volete sapere la cagione di sì alto prodigio, eccovela, video Cœlos apertos, Jesum stantem a dextris virtutis Dei; meritò, dice il Santo, non turbatur duro imbre saxorum, dum occupatur in stupore, amore caelestium. Miei UU. non occorre, che più cerchiate la cagione delle vostre inquietudini tra le calamità che alla giornata vi affliggano, tutto deriva, perché non v’occupate in amore Cœlestium, bisogna pensare ai beni eterni, alla futura resurrezione, ed allora vi assicuro che, anche tra le percosse, goderete una calma interna di Paradiso, ma tutto il mal deriva, perché mai ci si pensa, oppur se ci si pensa, non ci si pensa di proposito, e sono a guisa de’ pensieri volanti, che nulla si fermano. Confesso il vero, o Padre, non v’essere rimedio più potente per sollevar l’animo tra le miserie del mondo, quanto quella considerazione della futura resurrezione de beni eterni; ma, Padre, a chi è oppresso dalle miserie, come son io, poco o nulla giova. T’inganni, basta che di proposito vi pensi, ancorché a tuo danni s’alzi una turba di dolorose calamità, le quali col loro peso t’aggravino, sicché vi rimanga oppresso col corpo anche lo spirito, ad ogni modo con questa considerazione ti solleverai, resterai vittorioso. Certo che le tue miserie non supereranno quelle di Paolo Apostolo. Odi ciò che egli di sé narra, e vedrai quanto possa la considerazione dei beni eterni della resurrezione: Nolumus, grida egli nella seconda a ‘ Corinti, vos ignorare fratres de tribulatione nostra, quæ facta est in Asia, quoniam supra modum gravati sumus supra virtutem, ita ut tæderet nos etiam vivere. Sappiate, dice l’Apostolo, o fratelli, che le tribolazioni sono giunte all’ultimo segno, e già superano ogni forza umana, a tal ché sino la vita ci pesa e ci riesce di tedio, sentite ed inorridite, comparendo le mie disavventure: In laboribus plurimis, in carceribus abundantius, in plagis supra modum, in mortibus frequenter, fatiche sopra fatiche mi opprimano, carceri, ceppi e catene m’atterrano, piaghe oltre ogni credere grandi, mi struggono, le morti continue mi tolgono la vita. Cinque volte fui da giudaica perfidia flagellato, tre volte da mano barbara con verga percosso, vi fu chi mi colpì con sassi, ebbi navigando un triplicato naufragio ed un giorno con una notte vissi sommerso nel profondo del mare. E qual maggiore Iliade di mali e di travagli si può mai sognare, mentre segue la narrazione delle sue disgrazie, dicendo: in itineribus sæpe, periculis fluminum, periculis latronum, periculis ex gentibus, periculis in civitate … ad ogni modo tollerò tutte generosamente l’Apostolo glorioso, asserendo con cuore intrepido, id quod in præsenti est, momentaneum, et leve tribulationis nostra. Io non v’intendo, grida qui il Crisostomo, voi parlate con enigmi, mentre proferite contrarietà, voi chiamate i vostri travagli gravi sopra ogni credere, e dopo i quali ritrattandovi confessate che furono leggerissimi, ed a guisa di baleno appena si fecero sentire, che terminarono quasi ludum puerorum, stimandoli quafi scherzi di fanciulli. Enigma, enigma est quod dicitur hæc enim repugnant. Sì, tutto è vero, replica a se stesso il Boccadoro, sed solvit enigma illatio sustentans tribulationis levitatem, ed eccone la ragione, non hæc que videntur nobis dum taxat considerantibus, sed quæ non videntur ostendit Bravium, desudantem solatus est. Come se appunto dicesse: ah che la sola considerazione del premio e di quell’eterna mercede, faceva che all’Apostolo Paolo paressero leggieri tutti i travagli, e le fatiche, benché intollerabili gli paressero un nulla. E con la speranza d’avere una volta a conseguir quel premio rasciugava ogni sudore della affannata sua vita; ostendit Bravium, et desudantem solatus est. In somma egli è verissimo che la speranza delle eterne mercedi della resurrezione è l’unica cosa che ci può e ci deve consolare tra le continue calamità e sinistri accidenti di questa nostra miserabile vita. Alzate dunque la mente alla considerazione dell’eternità beata che v’aspetta, e questa vi renda un cuore imperturbabile a quante austerità possano trovarsi nel mondo fino alla morte, perché anche la morte della considerazione del Paradiso, della resurrezione perde ogni amarezza. Quanti Cristiani d’ogni età, d’ogni sesso, d’ogni condizione si presentarono a’ tiranni, combatterono co’ tormenti più fieri, ciascheduno però con la fede sempre viva, con la speranza sempre certa delle future mercedi della resurrezione. Che spettacolo vedere uomini in ogni genere di supplizio, contenti quasi, che con anima di diamante avessero corpi di diaspro. Ecco, che molti si distraggono nel fuoco a guisa d’incenso in odor di soavità, altri s’immergono nell’acque come stelle al tramontar più gioconde, ed altri trinciati col ferro a guisa di tronchi di balsamo feriti versar molto più di generosità che di sangue. Era un stupore vedere alcuni che, quantunque trucidati nelle carni, stirati ne’ nervi, fiaccati nell’ossa, portassero in ogni membro un martirio, ad ogni modo erano generosi nell’animo; si vedevano bensì sospirare stanchi dalla carneficina i manigoldi, ma non s’udiva mai un gemito dalle generose bocche, e se pur si dolevano, perché troppo leggiere ferivano le spade, ardevano le fiamme. Ah che tutti erano effetti di quella viva speranza di dover ripigliare i loro corpi per vivere immortali, pro Christi mori est rursum vivere. Che meraviglia dunque, che si siano più volte veduti i Santi Martiri invitare a’ morsi le fiere, al taglio i carnefici. Che meraviglia, che si siamo veduti porsi sopra del capo, stringersi al seno, baciar per tenerezza gli strumenti del supplizio, e talora giubilar d’allegrezza, quando si vedevano aperte nel corpo mille vie, onde l’anima vittoriosa uscisse. Tutto ciò seguiva per la speranza della futura mercede, at cum spe teneretur nihil triste sentiebat. Voglio che tra tanti martiri spicchi da sé solo uno come gigante sebben bambino, il quale tutto gioia nel correre la carriera del suo martirio, exultavit ut gigas ad currendam viam. Qua, qua Dunaam, che fra tiranni a niuno cedesti nella barbarie. Dimmi, che cosa fu quel filosofare di quel fanciullino di cinque anni, mentre unto col sangue dei martiri, quasi con crisma di fortezza accompagnato dalla madre, ti si portò avanti, tu condannasti quella al fuoco, ed invitaste il figlio alle carezze, ma che ne seguì? Udite, pianse il fanciullo tra gl’accarezzamenti, e bramò d’essere fra’ tormenti, rinunciò i vezzi, e chiese il martirio … ma figlio, disse il tiranno al fanciullo, tu così parli, perché non sai cosa sia martirio, ed egli francamente risponde: so molto bene, che pro Christo mori est rursum vivere, il martirio, il morire per Cristo è un ritornare a vivere, è un tramontar di sole che risorge più luminoso, un rigermogliare immortale della sua morte. Benedetta bocca, che col latte della dolcezza aveste sotto la lingua il miele della sapienza, mel, lac sub lingua ejus; ma convien che dalla bocca passi al capo per sua corona. Pieno dunque di un nobile sdegno, gli fugge dalle mani e, dalle lusinghe di Dunaan, corre in mezzo agli incendi, ove la madre a braccia aperte l’accoglie in seno, tremano le fiamme al prodigio, trema il tiranno, giubila la madre, applaude il Paradiso, che si profuma doppiamente con la fragranza di due vittime in odorato olocausto. Ecco o Tiranni ciò che rende generoso il cuore fra’ tormenti nella morte stessa, la speranza de’ beni eterni, il sapere, che pro Christo mori est rursum vivere. Catone il forte, quantunque privo di fede, che non fece col solo barlume, non di beni eterni, ma della sola immortalità dell’anima. Ecco che, vedendo egli ormai vicino a spirar nella sua romana repubblica quel quasi ultimo fiato di libertà che ancora vi rimaneva, deliberò di finir prima la vita per dimostrare che non potevano sopravvivere, o Catone mancata la libertà, o la libertà mancato Catone. Preso pertanto uno stilo, mortalmente si ferì con quella mano, che sino allora aveva serbata pura d’ogni sangue, e perché molti incontanente v’accorsero a trattenerlo, poterono bensì levargli il ferro e chiudergli la ferita, ma non però sminuirgli punto l’ardire, poiché quando si vide solo, raccolto subito quanto di forze gl’erano rimaste ed adirato, quanto prima con Cesare, altrettanto ora con sé, per non aver saputo darsi sollecita morte a quel primo colpo, strappò con tutta furia le fasce della ferita, e così non permise l’uscita, ma diede la spinta al suo spirito disprezzatore non solo d’ogni cosa, ma ancora di sé stesso, non emisit, sed ejecit. Fu ardito, non può negarsi Catone, né io qui pretendo lodarlo, ben sapendo che tanto è vituperevole chi vuol morire a dispetto della natura, quanto saria chi volesse vivere. Ma se voi domanderete a Seneca, come mai Catone si rendesse così coraggioso, e potesse con sì libero braccio far sì grande insulto alla morte con provocarla, udrete rispondervi, che tutto questo egli fece, fu per aver letto quel sì bel libro di Platone, in cui dimostra l’immortalità dell’anima. Il ferro dunque fece che egli potesse morire Platone, che egli volesse ferrum fecit ut mori posset, Plato ut vellet. Or ditemi, se Catone nulla stimò la morte, e si animò a darsela col solo pensiero della durazione dell’anima, che cosa non avrebbe mai fatto, se egli avesse avuto la speranza de’ beni eterni? Chi dunque sarà de’ miei, che ad un tal esempio non s’animi a patir tutto a far resistenza ad ogni viziosa passione, giacché vinta, deve essere remunerata con risorgere da morte a vita per vivere sempre Beati? Dica dunque ciascheduno a sé stesso: vi son beni eterni, taci dunque mia lingua, né  più si sparli contro l’onestà delle fanciulle, non più contro il decoro delle vedove, non più contro la fedeltà delle maritate, non si parli sinistramente de’ Ministri di Dio; sciogliti solo, o lingua, alle lodi di Dio e del prossimo. Vi sono beni eterni, dunque ogni livore che si nutriva in petto si smorzi, svanisca ogni accesa passione, s’accenda ed avvampi la carità. Vi sono beni eterni: dunque si raffreni l’occhio impudico, si chiuda l’orecchio alle lascivie, alle mormorazioni, e sol si miri Gesù, si sentano le sue lodi. Cristiano mio se hai speranza de’ beni eterni, se li vuoi, rendi ciò che malamente possiedi, lascia ciò che impudico mantieni, paga le mercedi, soddisfa a’ legati, vomita le tue colpe a ‘ piedi del confessore, muta vita e torna a Dio.

LIMOSINA
Nel giorno di nostra resurrezione, convocherà Iddio l’universo, e a tutti paleserà ogni minimo danaro dato per limosina a’ suoi poverelli, ed in quella tanta gloria riconoscerà ad uno ad uno tutti i suoi antichi benefattori fino a pubblicare quello straccio con cui ricopriste la nudità di quel misero, quel pomo, quel tozzo di pane con cui lo sovveniste, quella tazza o d’acqua o di vino con cui lo ristoraste, cum venerit in majestate sua dicet, esurivi et dedistis mihi manducare, sitivi, et dedistis mihi bibere. Chi di voi dunque non sarà una larga limosina, mentre è certo che nel dì della nostra resurrezione dovrà essere ringraziato, e remunerato dall’istesso Dio.

SECONDA PARTE.

Tra l’allegrezze di questo giorno, in cui giubila il Cielo, sento i dolorosi lamenti di San Bernardo, che dal suo Eremo esclama, prob dolor, prob dolor; e se l’interrogherete della causa di tanto suo dolore, egli vi risponderà, perché, peccandi tempus, facta est Resurrectio Salvatoris; piange perché la Pasqua è fatta salvacondotto ai peccati della quaresima; piange, perché il tempo della Resurrezione di Cristo è tempo dell’iniquità; Ex hoc tempo commessationes, et ebrietates redeunt; impudicitia repetuntur, concupiscentiæ fræna laxantur. Ah Dio i digiuni si cambiano in crapule, chi perdonò l’offese ripiglia gl’odii, le vendette, dai templi si passa alle sale, per i balli per le feste: Ah che vedo richiamate l’amiche, rinnovati i discorsi, vedo nuove vanità su di quei capi di già aspersi di ceneri, quegl’occhi, che piansero colpe nello scorso Venerdì, vibrano sguardi maligni per le Chiese, e pare a me – conchiuderò col Santo – che Cristo non per altro sia resuscitato se non perché si ravvivino in noi le scelleraggini. Ad hoc surrexit Christus et non propter justificationem nostram. Deh non segua così in voi, miei uditori. Deh non ritornate a’ peccati, che già detestaste come rovina dell’anime vostre, altrimenti i trionfi di Cristo saran per voi perdite eterne. Tre sorti di resurrezione si danno: la prima di chi risorge in apparenza a guisa de’ cadaveri resuscitati da Simon Mago, che sembrando vivi erano però morti ed invece d’un’anima informante avevano un demonio assistente, altro in somma non erano, che morti mascherati da vivi. Tanto, così non fosse, segue in queste feste a molti Cristiani i quali avendo ricevuta dal confessore l’assoluzione, ed essendosi pubblicamente comunicati, ognuno li crede risorti a nuova vita, ma perché il proponimento di lasciar quella pratica fu finto, la promessa dell’emenda è stata falsa, l’occasione prossima non s’è tolta, la Comunione s’è fatta per sfuggir la scomunica, ne segue che in apparenza sono vivi, ma realmente sono morti, perché l’anima è incadaverita ne’ vizi. La seconda resurrezione segue a guisa di quella di Lazzaro, il quale veramente resuscitò, ma resuscitò per tornare a veramente morire, così segue in molti, risorgono con una buona confessione, ma per tornare a peccare. Se quivi è qualche Lazzaro uscito per grazia di Dio dal sepolcro de’ peccati, avverta di non tornare a seppellirsi, perché se nuovamente muore alla grazia, dubito che più non risorga, e che una morte improvvisa non lo seppellisca nell’inferno. – La terza resurrezione segue come quella di Cristo, che vale a dire risorgere per non più morire: questa è la vera Resurrezione alla Grazia, che va a terminar nella Gloria; Christus resurgens ex mortuis jam non moritur. Beato chi risorge in tal modo, chi risorge dal peccato per mai più tornarvi. Nel primo colloquio del tomo terzo del Majolo si legge come un certo Ido non potendo tollerare che la sua moglie si fosse fatta Cristiana, procurava ogn’arte per sovvertirla, e ridurla nuovamente all’idolatria, la sgridava, la batteva e le minacciava ben spesso la morte, sempre però invano, perché la donna a questi rei sentimenti nulla più si moveva di quel che faccia uno scoglio tra furiosissime tempeste. Stanco per tanto il marito di più maltrattarla si portò dall’oracolo in Delfo, per sapere se mai la consorte fosse per ritornare al culto de’ suoi dei, al che il demonio, ben consapevole della virtù de’ presenti Cristiani, così rispose per bocca dell’oracolo: Citius in aqua scripseris, è più facile che tu formi lettere in mezzo all’acqua, che la donna si cambi. O costanza degna d’encomi, mentre sì altamente t’eri radicata nel cuor di quei Cristiani, ma ora dove te ne sei fuggita. Deh vieni, e torna almeno ne’ miei UU. sicché non solo risorgano a nuova vita per mezzo d’una buona Confessione, ma risorti non tornino più a morire, perdendo la vita della Grazia con nuove colpe: oh se io potessi fare, che ognuno de’ miei uditori dicesse col Santo David, inclinavi cor meum ad saciendas justificatione tuas in æternum. Son talmente risoluto di non tornare al peccato, che se vivessi in eterno, in eterno non peccherei, in questo modo esprimessimo al vivo la Resurrezione di Cristo, e cumulassimo il giubilo di Santa Chiesa in questo tempo pasquale, e ci disponessimo a quella Resurrezione Gloriosa nel giorno estremo, quando perfettamente beati, anche nel corpo, non temeremo mai più della morte, mors illi ultra non dominabitur.

QUARESIMALE XXXVII

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.