LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (6)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE SECONDA

L’OFFERTA

La parola di Gesù Cristo mette in relazione il mondo presente col paradiso; e la fede in Lui è come la scala veduta dal patriarca Giacobbe, che dalla terra toccava il cielo, sopra la quale andavano gli angeli a deporre le offerte sull’altare, innanzi al trono di Dio, e discendevano a recar le grazie. Per questa scala i fedeli, montando di grado in grado nella pratica delle evangeliche virtù, perverranno ad essere beati in Dio. Così ora, letto il Vangelo e professata la fede cattolica, i fedeli si vedono aperta la via del cielo: ed il sacerdote ancora li benedice col Dominus Vobiscum, affinché sian degni di venirvi a fare le loro offerte, dicendo: il Signore vi accompagni a fare l’offerta; ed il popolo gli risponde: il Signore accompagni l’anima tua nella tremenda azione.

CAPO I

ART. I.

L’OFFERTA DEI FEDELI, E L’USO CHE NE FA LA CHIESA.

Oremus.

Il sacerdote si rivolta all’altare per offrire, e manda anche di là avviso al popolo d’accompagnarlo colle sue preghiere innanzi a Dio (Ben. XIV, lib. 2, cap. 8, m. L. De sac. Miss.) col dire loro: « Oremus, preghiamo. » Ben convenendo, dice s. Bonaventura, salutare il popolo ed invitarlo a pregare, affinché al santo Evangelio tenga dietro la lode del cuore in bocca e il frutto della fede nelle opere (S. Bonav. in expos. Miss.). Confidando poi, che il popolo gli tenga appresso, egli con una viva giaculatoria nell’orazione detta « offertorio » getta il suo cuore in seno alla divina bontà. Allora i fedeli, quasi in risposta all’invito loro fatto, venivano a offrire a Dio ciò che per essi si poteva di meglio. Dovendosi sempre più avvicinare a Dio, pare che il popolo temesse venirgli innanzi colle mani vuote, povero cioè di opere buone, e senza meriti di carità, che lo raccomandassero. Perciò a questo punto consegnava le sue offerte nelle mani dei ministri minori, come il povero colono si affretta, nel presentarsi al signore che gli dà pane, ad offrire il frutto delle sue fatiche. Il diacono le riceveva da questi, e le deponeva sull’altare per essere presentate a Dio insieme col pane e col vino (Card. Bona, Rerum litur. lib. 1, cap. 7 n. 1.), che devono trasmutarsi nel Corpo e nel Sangue del suo divin Figliuolo. – A che s’adoperavano coteste offerte? Queste offerte s’impiegavano alla gloria di Dio, nel sostentamento delle vedove, dei pupilli, e massime dei poveri infermi. Sovente venivano spedite a soccorrere le chiese oppresse dalle persecuzioni, ed a sostenere nelle carceri quei generosi, carichi di catene, che erano fatti degni di patire pel nome di Gesù Cristo. Noi non possiamo a meno di confortarci anche coi buoni fedeli del tempo presente, vedendo come lo spirito di Gesù Cristo vivifica ancora le membra della Chiesa sparse in ogni parte della terra; sicché tutti si risentano della disgrazia di ciascuna chiesa in particolare, come ne hanno dato prova nella fame d’Irlanda l’anno 1846. Sanno, i nostri lettori, che l’Irlanda è nazione cattolica, cui il partito protestante in Inghilterra opprime colla più calcolata crudeltà, succhiandone il sangue e soffocandola in lenta persecuzione, che continua da 390 e più anni. Questa nazione di eroi, che sugli occhi di un mondo senza generosità sì lascia uccidere per durarla nella fede cattolica, vedeva i suoi figli morire a mille a mille alla giornata, perché falliva il raccolto delle patate: e la protestante d’Inghilterra, avara sua padrona, usurpatrice di tutte le ricchezze che possedeva la Chiesa cattolica pe’ suoi figliuoli, e signora dei mari con centomila navigli, che vanno a spandere per tutte le parti del mondo merci di lusso, e riportano tesori d’ogni maniera, stava tranquilla a vederli cadere, forse segretamente contenta, che quel popolo forte, cui non poté vincere colla prepotenza, fosse dalla fame abbattuto. Ebbene da Roma il sommo Pontefice sentì il grido de’ suoi poveri figli, e fece ricorso a tutti i fedeli (Il Pontefice romano nelle grandi disgrazie si mostrò sempre il Padre comune dei Popoli d’ogni nazione, ed in seno a lui trovarono ospizio e carità, massime i perseguitati per la giustizia. Non è luogo qui di mostrarlo colla storia dei sommi Pontefici. Ma non possiamo cessare di richiamar alla mente degli Italiani, che nell’invasione dei barbari, quando i popoli scappavano di sotto le loro mazze, che davvero ammazzavano, ebbero dal Padre dei fedeli rifugio e protezione, patria e libertà. Qui non possiamo a meno di citare un fatto tanto analogo a quello della fame d’Irlanda. Quando la peste colpiva Marsiglia l’anno 1719, ed a quella terribil peste si aggiungeva la fame, il Sommo Pontefice inviò tre mila cariche di grano (Cantù, Storia Univ. vol.18). Parlare poi dell’Angelo della bontà di Dio Pio IX, che corre a confortar di carità tutti i colpiti da grandi sciagure, è come voler dire che il sole risplende.): ed i fedeli consegnarono nelle mani del Padre comune milioni e rilioni da campare la vita di quei fedeli, figliuoli della stessa Madre. Quanto fu commovente sentire il Pontefice a pregare carità in tutte le chiese del mondo, ricordando, che i misericordiosi si troveranno beati col conseguire alla loro volta misericordia (Matth. V, 7)! Alle parole del Padre rispondevano i figli colle loro limosine; e per render grazie ai figliuoli misericordiosi, il Padre per la misericordia operata prometteva nel giubileo in quell’anno promulgato indulgenza plenaria a chi si ravvedeva, e confessava pentito le sue colpe nel fare quell’opera di carità. No, non possono essere più stretti, né più vivi, né più teneri i vincoli, che legano il cielo colla terra, gli uomini a Dio, cioè i cari vincoli della carità, che fanno di duecento e più milioni di uomini una famiglia di figliuoli intorno a quel Padre, che sulla terra rappresenta il Padre nostro che è ne’ cieli, e di là rimunera le carità fatte ai figli in terra. – Le offerte fatte nel tempo del Sacrificio servirono anche al mantenimento dei ministri dell’altare; e di qui venne il costume di dare ai sacerdoti le elemosine per la celebrazione della Messa (Mabil. pres. del secolo III degli annali. Benedet. e Bened. XIX, lib. 2, cap. d, N. 1, De Sacr. Miss.). Così si provvide al sostentamento delle persone segregate dal mondo, per dedicarsi al servizio di Dio e delle anime. – Fin dal principio della Chiesa s. Paolo apostolo faceva diritto ai ministri dell’altare di vivere dei doni sull’altare consacrati (1 Cor. IX, 14.). Perché si vide ben subito come, a rigor di giustizia, si dovesse provvedere ai bisogni materiali di quegli uomini, che dimenticano di provvedere a se stessi, per solamente consacrarsi ai bisogni spirituali del popolo. Né il popolo mancò mai di portare sull’altare il pane da mantenere coloro che dall’altare si affannano di avviarlo al paradiso. –  Quando un giovane si ascrive al clero, col dimettere le vesti del secolo, e col lasciarsi tagliar la chioma, dà segno di voler interrompere ogni interesse, che gli lega il cuore al mondo, e lo protesta col dire: La mia porzione è il Signore, e troppo grande è la eredità, che mi tocca nella sua Chiesa (S. Hier. ep. 2, ad Nepot.): e il buon senso dei fedeli comprende, come un Uomo destinato a trattare continuamente il Corpo di Gesù Cristo non deve, se non a malincuore, mischiarsi a maneggiare le cose della terra; e come per lui, a cui il Verbo Eterno si comunica personalmente, troppo mal sarebbe, che venissero ad intorbidargli la mente, per le sollecitudini per le cose del tempo. Per lui che possiede Iddio, (S. Hier. ep. 2, ad Nepot. Pontific. Romani concilii Mediolanì) e deve ardere continuamente l’incenso della preghiera innanzi a Dio nel Sacramento, sarebbe quasi un sacrilegio, se di un tempo sacro al divino servizio facesse tempo di schiave fatiche, a far guadagno per le necessità della vita. Ecco il perché con tanto fervore subito i primi Cristiani, fino nelle loro strettezze, credevano, che pensare si dovesse a mantenere coi doni dell’altare chi all’altare serviva (I Cor. XI, 14.). – Poi anche troppo importa ai fedeli, che quegli uomini, cui sono affidati i loro più cari interessi, e non che altro, le proprie coscienze, sieno liberi ed indipendenti; sicché loro non sì possa con un tozzo di pane, di che mai avessero fame, serrare in gola la parola di Dio. Quindi si stabilirono le mense, le prebende, i benefizi, donde ì ministri di Dio avessero di che vivere onestamente, e provvedere ai bisogni di carità, in cui si trovano sovente impegni nell’esercizio del loro ministero. Eppure uomini, che si vendono alla semplicità del buon popolo per liberarli, invidiano, e cercano rubare ogni legittimo possedimento alla Chiesa: e, calunniando i sacerdoti di abusare di quei beni, suscitano le passioni del popolo, affinché tolleri il vile latrocinio, che essi vorrebbero fare. Ma i politici dovrebbero intenderla, che i beni della Chiesa, tesoro conglutinato di lagrime di penitenti, e santificato dal Sangue di Gesù (Massillon Conf.), come tirano l’anatema sulle ingorde famiglie, in che mai si travasano, così accrescono in pauroso modo i debiti, e le miserie degli stati, che credono rifarsi colle sacre spoglie. I popoli poi devono ben ricordare quale abbiano fatto guadagno, lasciando spogliare le chiese, il clero ed i conventi nello scorso secolo. I popoli sanno per prova, che non hanno protettori, amici, e padri più sinceri dei sacerdoti, in seno ai quali soli, ancora a’ dì nostri, vanno confidare i loro segreti bisogni. Perché anche con tanta filantropia alla moda, è ancora adesso il Sacerdote quel solo, che penetra nei più abbietti tuguri, ove è nascosta la poveraglia, dalla miseria avvilita, e la salva l’innocenza, cui il tiranno bisogno già tradiva in mano al delitto. Ah! il povero infermo in sullo strame, e l’affamata famiglia nello squallor dello abbandonato tugurio, se si rallegrano un istante, è allora quando il sacerdote li visita, recando loro colla benedizione di Dio il pane di carità condito di grazie celesti: e la vedovella, disperata dal dolore pei figliolini che gridan pane, senza un bricciol da dare loro in bocca, non ha se non il Sacerdote, che la conforti colla carità sincera. Dove son lagrime da tergere, miserie da alleggerire, comparisce ancora un apostolo, come l’angiolo, portando i doni di Dio; e lascia i confortati a benedire una religione, che, intesa al paradiso, diffonde le consolazioni della carità sulla terra. Potrebbero forse tanti poverelli morir derelitti, anzi disperati, se aspettassero che li vadano consolare gli amici del popolo alla moderna. Del resto, ospedali, orfanotrofi, case di carità, asili per î figli dei poveri, scuole dei contadini, opere pie per vestire i poveri, per nutricarli, per soccorrerli a domicilio, per provvederli di medicine in tante città e borghi, per provveder nutrici ai bambini, cui manca il seno della madre, in tutti i principali villaggi, portano quasi sempre il nome di un fondatore o benefattore ecclesiastico, o almeno di pii, che fecero offerte a Gesù Cristo. Così mentre dobbiamo dire, che le opere di beneficenza sono generalmente mantenute coi doni offerti sull’altare della carità di Gesù Cristo, possiamo anche asserire, che nessuna classe d’uomini, in tutti i tempi dell’esistenza del mondo, è più benemerita della società, né ha fatto maggiori sacrifizi che i Pontefici, i Vescovi, i Sacerdoti, nelle cui mani sono affidati i doni dell’altare. Quando pensiamo alle meraviglie di loro carità, siam tentati a credere, che il pane si moltiplicasse nelle loro mani, come in quelle del Redentore. Per lo contrario le infuocate declamazioni d’uomini senza viscere di carità contro le ingordigie dei frati e del clero secolare sono soffocate dai gemiti e dagli urli della poveraglia crescente, che spaventevole trabocca minacciosa; cui, più che consolare, si cerca di confinare in filantropiche prigioni, certi ricoveri di mendicità alla moderna! Osserviamo ancora come con queste offerte si provvede eziandio al decoro del luogo santo. A quelli, che menano sempre per bocca l’elogio della povertà della Chiesa primitiva, quasi amor di semplicità evangelica, al culto del gran Monarca del tutto non convenissero altre cose che i cenci e lo squallore di un’abbietta miseria, regaliamo un curioso monumento d’antichità: un atto autentico scritto, quando si mise mano a spogliare, ed abbrucciare le chiese nella persecuzione di Diocleziano. Questo è l’inventario degli arredi della chiesa di Cirra, piccola città di Numidia, che non è a pezza da paragonarsi colle illustri chiese di Roma e di altre moltissime e nobilissime città, tutte già ripiene di Cristiani, i quali già inondavano fino la corte imperiale. In esso sono inscritti due calici d’oro, sei d’argento: e di quale capacità! (Servivano per la comunione di tutto il popolo, e la patena regalata da Teodorico a Cesario Vescovo d’Arles pesava sessanta libbre d’argento. Vedi ricchezza!); sei lucerne, una caldaia, sette lampade tutte d’argento; oltre gli utensili di rame e le vesti ecc. E vorremmo mandarli a visitare i tesori di tutte le cattedrali più antiche, per vedere quella ricchezza, e specialmente di calici fatti di pietre d’incalcolabil valore, che accennano l’amor degli antichi al decoro del servizio divino. Agli amatori poi del progresso, così tanto perché non abbia ad isfuggire loro di mente, ricordiamo che la pittura, la scultura, l’architettura devono tutti i loro capi d’opera alla carità dei fedeli. Basta visitare le più celebri gallerie; e trovi che le più grandi meraviglie del genio furono inspirate dalla carità di uomini religiosi, che volevano in un quadro Gesù e Maria, ed i Santi lor protettori. E doveva essere così; ché la carità, che vien dal cielo, fa riflettere sulla terra un raggio di quel bello divino, di cui risplendono le arti, solo quando sono inspirate dalla fede cristiana. – Se tu giri per tutte le città d’Italia, trovi tal magnificenza di tempii, che fanno i più magnifici inviti al Signore della gloria a discendere in terra. Roma è poi là con tutte le glorie antiche de’ Pontefici; cui tutti i re d’ogni dinastia della terra, (eppure molti se ne vanta: di mecenati degli uomini di genio, e protettori degli artisti!), posti anche tutti insieme, non hanno potuto eguagliare. Se non fosse, che i Sommi Pontefici hanno troppo maggiori titoli per meritarsi il nome di Padri comuni, questo solo di avere sempre protetto le arti belle, in un colle scienze d’ogni maniera, deve farli tenere in conto di protettori i più benemeriti, anzi di padri della civiltà dell’universo. – E finalmente, diceva S. Ambrogio (De off. lib, 2, cap. 28.), la Chiesa non ha dell’oro per farne suo tesoro; ma per Serbarlo alla necessità dei popoli, al sostentamento dei poveri e dei peregrini ( (2) Conc. gen. VII, relat. cap. 13, q. 2.). Perciò allorquando vennero le necessità, spezzò fino i calici per farne moneta da comperar pane o da redimere schiavi. Gli annali della Chiesa ricordano la carità del Vescovo Deograzia; che, da Roma invasa da Genserico essendo spinti a Cartagine dal vento (anno 485) fuggiaschi confusamente principi, patrizi e popolani, egli vendette gli ori della sua chiesa per redimere gli schiavi, mutò due chiese in ospedali, e dì e notte vegliava a dar loro conforti d’ogni maniera di carità. E in Roma il Pontefice s. Leone il grande, dopo di averla salvata due volte col proteggerla colla sua santità, fece fondere un dì sei vasi d’argento di cento libbre donati da Costantino. E quell’uomo sommo, s. Gregorio, il grande Papa, s’impegnò a liberare gli schiavi d’Irlanda, e a trasmutare l’Inghilterra barbara in una terra di santi. E Paolino, stato console, buon poeta, Vescovo di Nola e santo, convertì ad egual uso tutte le sue e le ricchezze del tempio, e finì col dare schiavo se stesso per redimere i figli di una vedova. Così quei poveri emigrati romani, cerchi a morte dai barbari, esuli in così straniere terre, e d’ogni ben sprovveduti, trovavano nelle chiese quei conforti, che sa preparare la carità, e nei Sacerdoti incontravano i padri dei popoli, che si facevano tutto per tutti in quelle necessità estreme, buoni pagatori in tal modo, ai figli delle persecuzioni fatte alla Chiesa dai pagani loro avi. La chiesa d’Alessandria va gloriosa del gran patriarca della carità, chiamato Giovanni l’elemosiniere, come le Gallie di s. Cesareo Vescovo d’Arles, che vendette calici e patene per riscattare schiavi, e Parigi di s. Germano, che dava fino la tonica in elemosina, e tutto che poteva avere, spendeva allegramente in redimere schiavi, solo melanconico, quando non aveva più che dare. Nelle incursioni dei saraceni il sommo Pontefice Zaccaria (nell’anno 750) mandava comperar ragazzi, che si vendevano pel più indegno dei lucri ai saraceni per farne eunuchi. S. Barsciario e s. Eligio poi correano per le vie dei borghi, e delle città di Francia per ricomperare gli infelici, dai be bari rapiti alle loro famiglie e tratti in ischiavitù; l’uno ne liberò sedici in una giornata, l’altro cento tra romani, galli, bretoni, sassoni, e mori (Cantù, Storia Univ. v. 7 e 9. Vogliamo ricordare per particolare divozione il beato Matteo Carriero mantovano dell’Ordine dei Predicatori, il cui corpo è venerato in Vigevano, dove diede l’esempio delle sue virtù e della sua beata morte. Egli non avendo niente a dare ad una madre, che lo richiedeva per la redenzione di una sua figlia dalla schiavitù, diede se s’esso al padrone turco: il quale meravigliato della carità, lo lasciò andare libero colla fanciulla.)! Sarebbe pure da ricordare all’Italia, madre di tanti grandi uomini e santi, che si dimentica di tante sue glorie veraci, il suo s. Epifanio, vescovo di Pavia in quel povero tempo, in cui restava deserta fino di abitanti. Mandato costui messaggero di pace tra Teodorico, re degli Ostrogoti in Italia e Godebaldo, re dei burgondi in Lione, da questi, come da Godegisilo re in Ginevra, ottenne la liberazione degli schiavi italiani. Consta essere stati da lui liberati sei mila senza riscatto, solo in merito della sua pietà: (quegli erano barbari; ma riconoscevano il merito più che certi liberali in vanto di civiltà); oltre tanti altri riscattati col danaro di Teodorico e di Singria, devota donna, chiamata da s. Eunodio tesoro della Chiesa, (vorremmo sapere il numero degli schiavi liberati da questi strombazzatori di filantropia). Le memorie storiche li fanno ascendere a tante migliaia, che si temette non restasse spopolata la Francia pel ritorno in Italia di quei poveri schiavi. Oh! l’Italia d’allora ben salutò colle lagrime il santo liberatore dei perduti suoi figliuoli (Rohrbacher, Storia Ecel. anno 495.). L’Italia poi si onorò del suo Carlo Borromeo, come la Francia del suo sacerdote della carità universale S. Vincenzo de’ Paoli, uomini che basterebbero soli a formare la gloria di una nazione. Finalmente la storia della schiavitù umana, a consolazione dell’umanità, ricorderà cogli altri eroi, che Spesso tutti si rallegravano di vendere se stessi per riscattare poveri schiavi. Quel benedetto s. Pietro Pascal, vescovo di Ioan, che, dato tutto per redimere ì Cristiani suoi figliuoli, fatti prigionieri dai turchi, alla fine vendette se stesso, e fu quindi condotto schiavo in catene. Saputolo il clero ed il popolo, offrirono sull’altare una grossa summa che gli fu subito spedita, perché comperasse in se stesso un così caro padre per la sua famiglia, più che diocesi, inconsolabile d’averlo perduto. Egli, nel ricevere quel danaro, bagnato dalle lagrime dei suoi figli, sì guarda d’intorno tante povere donne, e tanti giovani in pericolo di perdere la santità del costume e la fede in quella schiavitù; e scrive piangendo, che gli volessero perdonare, se egli lo spendeva tutto a liberare quei meschinelli! E restò là in mano ai barbari, che gli tagliarono la testa l’anno 1300. Ora dica chi ha un po’ di cuore, se vi furono mai tesori meglio impiegati, che i doni offerti sopra l’altare di Dio?

Art. II.

Le Benedizioni.

Il Sacerdote benedice all’offerta dei fedeli, come il Padre nostro, che è nei cieli, benedice alle anime, che coi voti e colle preghiere si gettano confidenti nelle braccia della sua bontà. Ad essere così benedetti i fedeli offrivano, fin dai primi secoli, oltre pane e vino, come si offeriscono ancora, agmelli, biade, cere, danaro e cibi. Offrivano anche le primizie di tutti i frutti. Un canone (Doelinger, Storia Eccl. Ben. XIV, ecc.) apostolico permette di deporre sull’altare, oltre le fresche spighe, e grappoli d’uva, olio ed incenso. Di queste offerte pigliava, e metteva da parte il Sacerdote quel tanto di pane preparato a tal uopo e di vino, che bastasse pel sacrificio; e poi tutte benediceva le offerte (Doelinger, Storza Eccl.). – Anche le benedizioni sono riti, che la Chiesa imparò dagli Apostoli stessi. Ed è bene, che i fedeli sappiano che significa questo benedire che fa a tante cose diverse. Sposa del Creatore, e madre degli uomini a lei fedeli, essa ha ricevuto la potestà al tutto divina di rinnovare ogni cosa in Gesù Cristo; e appunto di questa facoltà fa uso nelle benedizioni. La benedizione è come una purificazione e destinazione della cosa benedetta; quasi una consacrazione per servirsene a gloria di Dio, per l’uso dei Sacramenti, ed anche per gli usi della vita. Cioè col benedire libera le cose create dalla maledizione, che dopo il peccato originale pesa su tutte le creature. Poiché gli uomini ribellaronsi a Dio col peccato, entrò nel mondo il disordine; e fino le creature insensibili non si trovarono più regolarmente disposte al servizio dell’uomo, siccome le aveva ordinate Dio. Anzi di esse si può il nemico servire per stimolarci a peccare, e farne in mano di noi strumento di perdizione. Ora colla benedizione la Chiesa prega Dio di riordinare tutte le cose al servizio dei fedeli, anzi ad infondere nelle materiali cose una cotal sua forza divina, da farle divenir capaci di servire d’istrumento per la gloria sua e per la santificazione delle anime. Quindi l’acqua battesimale, l’olio ed il balsamo per la Confermazione e per la Estrema Unzione, e per altri usi santi, si benedicono e consacrano col segno di croce e con orazioni, al santo fine di servire nei Sacramenti come di materia in tal modo purificata e fatta degna di adoperarsi nel trattare con Dio. Si benedicono anche l’acqua, il sale, i rami d’ulivo, le ceneri e le candele. Di questi oggetti, consacrati al servizio di Dio, il demonio non ardisce servirsi più, né più invasarli colla sua maligna potenza. Anzi a queste cose santificate si attribuisce con ragione la virtù di cacciare i mali spiriti in certe occasioni (Vedi i riti delle varie benedizioni approvate dalla Chiesa su tutto quello che noi diciamo.); e i fatti provano, che ciò avviene sì veramente. Ecco adunque ciò che significa benedire. Essendo Gesù Cristo il Verbo di Dio, per cui furono fatte tutte le cose, divenuto col farsi Uomo, il ristoratore della creazione dal peccato disordinata (Coloss. 1, 20 — Eoh. 1 40. — Heb. 9, 23.) ; la Chiesa, incorporata in Gesù Cristo pel Sacerdote, che la rappresenta, e che, assunto al ministero con Gesù, fa quasi una sola cosa, e partecipa in Lui della virtù ristoratrice divina di rinnovellare e rimettere nell’ordine, in cui furono create, le cose: la Chiesa, dico, col benedire sottrae per questa sua virtù gli oggetti ad una potenza straniera e malefica, che ne potesse abusare a mal fine. Anzi ella infrena, allontana, e mette in fuga questa nemica potenza colla virtù di Dio, divenuta sua per i meriti di Gesù Cristo. – Perciò le benedizioni si danno in forma quasi sempre di esorcismi, (che sono i riti usati per cacciare i demoni), e le cose si segnano col segno di croce, che fu sempre dai demoni tanto temuto. Di qui i Cristiani si affrettarono di prendere il santo costume di segnarsi di croce la fronte e la persona. – S. Giovanni Grisostomo attesta, che ai suoi tempi erano così avvezzi a questo segno, che molti lo facevano spesso anche senza pensiero nell’entrare, per esempio, in un bagno, nell’accendere un lume, ed in tutte altre occasioni. Con questo segno, in nome di Gesù Figliuolo di Dio vivo, continuamente benedicevano a sé e a tutte le cose, che li circondavano. Il che si pratica tuttora dai buoni.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.