LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (4)

LA GRAN BESTIA E LA SUA CODA (4)

LA GRAN BESTIA SVELATA AI GIOVANI

dal Padre F. MARTINENGO (Prete delle Missionij

SESTA EDIZIONE – TORINO I88O

Tip. E Libr. SALESIANA

VIII.

I VILI E I FORTI

Ho detto di due martiri; ma voi sapete, cari giovani, che sono tre secoli e più tutti pieni di eroi cosiffatti, de’ cui nomi una piccola parte ci han tramandato le storie; gli altri stan scritti nel libro immenso dei cieli: tre secoli e più, nel volger dei quali, dalla Palestina alle regioni più lontane dell’Asia, dalla Grecia all’Italia, alle Gallie, all’ultima Spagna, e nell’Egitto, nella Libia, nelle provincie marittime dell’Africa, si vide levarsi un esercito immenso di giovani, di vecchi, di poveri e ricchi, d’uomini e di donne, di giovinetti persino e di delicate fanciulle, a spezzar risoluti il giogo di ogni umano rispetto, e correre incontro, quasi a festa, alla povertà, all’infamia, al carcere, ai tormenti , alla morte, per mantenere fedeltà a Cristo, e serbare inviolato il santuario di loro coscienza. Era la dignità, era la coscienza del genere umano che risorgeva in loro; né ci voleva meno di tre secoli d’eroismo per rilevare il mondo pagano dall’abisso in cui era caduto, di corruzione e di viltà. – Giovani cari, la conoscete l’antica storia di Roma? … Vedetela quella grande città che del suo nome aveva empito la terra, vedetela in quel tempo in cui Gesù, dannato a morte da un rappresentante dell’impero romano,  tiranno, spargeva il suo sangue in una lontana provincia, per redenzione degli uomini. Imperava Tiberio. Chi mera costui? Un vile tiranno, l’assassino feroce di Germanico e d’Agrippina, che empì Roma di sospetti, di spie, di confische, di morti, che dié di piglio nell’avere e nel sangue dei più nobili e virtuosi cittadini; che mentre contaminava di sue mostruose libidini la ridente isoletta di Capri, lasciandole un nome d’eterna infamia, in Roma abbandonavasi senza ombra di ritegno a suoi feroci istinti di sangue.  Un ritegno poteva metterglielo il Senato; ed egli a volte ne sentiva paura. Ma quell’illustre Senato, che mostravasi un tempo ai barbari Galli come un consesso di Numi, quel Senato che colla prudenza e colla giustizia era giunto a far di Roma la regina del mondo, quel Senato era divenuto sotto Tiberio un branco di vili, che si strisciavano ai piedi del potente tiranno, e non che rattenerlo l’invitavano co’ plausi a misfare. A Tiberio succede Caligola: Caligola, così ebbro di ferocia, che sendo penuria di carni, n’andava attorno per le carceri, e i più grossi tra’ prigionieri faceva gettar pascolo alle sue fiere; che a rallegrar sue cene nelle quali profondeva tesori, non trovava musica più dolce delle grida degli schiavi posti a tormenti; che agli strazi e alla morte de’giovinetti figluoli, costringeva ad assistere i genitori; che non applaudito quanto bramava dalla plebe, mordendosi il labbro, sclamava. — Oh avesse il popolo romano una test: a sola! la reciderei all’istante. — E il Senato?… il Senato a questa belva coronata decretava sacrifizi e onori divini. Dopo Caligola Claudio. Claudio imbecille, che datosi in mano a femmine e liberti, confisca, uccide, tiranneggia a lor posta; pazzo dei giuochi gladiatori, quando mancano gli schiavi a scannarsi per suo diletto nell’Arena costringe i liberi cittadini; non mai sazio di lascivie e di crapule, s’empie a gola, indi vomita, e si rimpinza e rivomita ancora … Ebbene, anche a costui, anche a Claudio si prostra la maestà del Senato, anche lui acclama Dio, anche a lui templi ed altari! – A Claudio tien dietro Nerone; Nerone l’uccisor di sua madre, che gusto di vagheggiare un incendio, appicca a Roma le fiamme, e ne incolpa i Cristiani, ed essi Cristiani vivi vivi fa impegolare di resina, e legati a un palo li brucia di notte nei suoi  orti ad uso di fanali. Pure anche per lui son plausi ed onori divini. Seneca il filosofo lo scusa del matricidio dinanzi al Senato, il Senato batte le mani e decreta ringraziamenti agli dei. – Or se tanta era corruzione del Senato, immaginate voi, cari giovani, qual dovesse essere la corruzione del popolo, e in qual fondo di viltà e di sozzure venisse precipitando il mondo pagano. Rispetto a Dio, coscienza, dignità umana tutto perduto! Non restava che il rispetto dell’uomo….. Fu allora che Dio ebbe pietà del genere umano; fu allora che si levò il suo Cristo a predicare: – non vogliate temere coloro che uccidono soltanto il corpo; ma temete piuttosto colui che tutto l’uomo, corpo ed anima, può dannare, ad eterni tormenti – Fu allora che Paolo, il fedele interprete di Cristo, gridava ai suoi seguaci: – Non vogliate farvi schiavi degli uomini. – E fu allora che le legioni di martiri saltarono fuori dalla terra; servi gloriosi di Dio spezzavano il giogo ingiusto dell’uomo, e per rispetto di Dio e dell’anima immortale, osavano dir di no in faccia ai coronati tiranni. Questi gli esempi che salvarono il mondo. Il che torna a dire, miei cari giovani, che se volete serbare inviolata in voi stessi l’umana dignità, e dal sentimento di essa attingereforzache basti a combattere e vincere il mostro dell’umano rispetto, vi conviene innanzitutto esser sinceri e ferventi Cristiani. Cristianesimo e verità, e: vere libere eritis (ci disse Cristo) si veritas liberavit vos. Sarete uomini veramente liberi ed indipendenti se tali vi renda la santa verità. – Veramente di libertà e di d’indipendenza s’è chiacchierato molto ai dì nostri, e si chiacchiera ancora: ma non lasciatevi ingannare, cari giovani, al suon delle parole. Guardate ai fatti; e pur troppo dovete convincervi, che il mondo dà addietro a grandi passi, torna all’antica servitù; e torna all’antica servitù perché torna al paganesimo.

IX.

LA LANTERNA MAGICA

Giovinotto mio, che vai leggendo queste carte. Tu sei nuovo ancora nel cammino della vita; facile a lasciarti abbagliare dalle apparenze, credulo e fidente per semplicità di cuore, uso a vedere il mondo attraverso a certe lenti che tutto il coloriscono in vaga tinta di rose. Ma io, a costo anche di guastarti certi bei sogni d’oro, vo’ farti vedere il mondo qual è. Di’, gio0vinotto mio: ti piacerebbe egli trastullarti un pochino colla lanterna magica? … oh, oh! Vedo che ti rallegri e fai festa … Bene, senti: io ce ne ho una lanterna magica, che fa veder le cose proprio al naturale … vuoi farne la prova? – Volentieri, ma amerei sapere quanto si paga. — Oh niente, amico mio, nient’affatto. Purché mi riesca trastullarti alquanto, e metterti a parte dei frutti di quell’esperienza, che alla tua età non puoi avere, io mi terrò per abbastanza pagato. Su dunque! Qui si da spettacolo gratis et amore. Ecco la lanterna, avvicinati, metti l’occhio alla lente…. Che vedi? – Vedo … vedo …  una stanza quadra, spaziosa, con intorno degli scaffali pieni di carte, e nei quattro angoli, quattro scrittoi. A tre di essi vede seduti dei giovani … tre … quattro … sette. Per un poco scrivono in silenzio; poi uno si alza, getta via la penna, si caccia le mani nella zazzera e: – Maledetto mestiere! … Anche gli altri al suo esempio si levano, chi si stira, chi sbadiglia, chi s’accende un sigaro, chi canta, chi suona il tamburo colle dita sui vetri della finestra … Altri fanno a pallottole di carta … due si mettono a giocare … Ma chi sono costoro?- Un momento. Guarda ancora: che vedi? – Oh! In batter d’occhio tutti a posto. Tutti tranquilli, cogli occhi fissi sulla carta, che menano la penna … Ma che è stato? – Guarda a quella porta … – Ah ecco, sì, da quella porta vedo entrare un uomo … – Basta, hai visto abbastanza, or bada a me. Quei giovan i sono impiegati del Ministero; quell’uomo è il capufficio … Ah ridi, neh? … – Già gli è rispetto del superiore … C’è egli poi un gran male? Anch’io alla scuola, se il maestro volta l’occhio, o per poco s’allontana… – Male, male, figliol mio: tu servi all’occhio, ad oculorum servientes, come dice S. Paolo, servi all’umano rispetto. Se appena manca l’occhio dell’uomo, intralasci il dovere, permetti, mio buon giovane, che tel dica; tu se’ già mezzo schiavo della brutta bestia…. m’intendi?… Tienti dunque a mente un ricordo: col cessar la sorveglianza il dovere non cessa; e se l’occhio dell’uomo talvolta si chiude, sta sempre aperto quello di Dio. Hai capito?… Or bene, torna a guardare … Che vedi? – Una cappella … l’altare parato a festa … candele accese… da unorta laterale esce un vecchio mitrato in sacri paramenti… con gran corteggio … È il Papa, son Cardinali; li conosco alla veste rossa che portano … s’accostano, si schierano davanti all’altare, il Papa si segna, comincia la Messa … — Si, bravo, hai bene riconosciuto i personaggi… Ma ora guarda un poco più in là verso la balaustrata… — Oh quanti signori vestiti in nero! Che serietà! che barboni! Che picchiar di petti, che compunzione! Quando si dice devoto femmineo sesso! Quì son tutti uomini, e donne … neppur una! — Passi la riflessione; ma guarda ancora. – Ecco, il Papa si volta, ha la sacra pisside in mano, mostra l’Ostia Santa, poi va a loro, li comunica ….. – Basta, hai visto; or senti me. Quegli uomini tanto devoti, sono i graziati dal Papa: li ha richiamati dall’esilio, ha aperto le loro carceri, li ha ridonati alla patria e alla famiglia … Ora prendono la comunione dalle sue mani. Passeranno pochi giorni e gli grideranno la morte. – Scellerati, sacrileghi! Chi son costoro? – L’imparerai a suo tempo, fanciullo mio. Ora va avanti, torna a guardare: che vedi? – Una contrada di notte … e c’è un fanale, e alla pallida luce che manda, due figure sinistre, ravvolte in ampi mantelli … Ecco, s’abboccano, si stringono la mano di sotto i mantelli … Uno è un giovanotto pallido di primo pelo, l’altro un barbone con du’ occhi sinistri … ha qualcosa che luccica in mano: pare … no … sì, un pugnale. Lo porge al giovane, il giovane lo brandisce, lo bacia, l’alza al cielo, e squassando la chioma, si dilegua fra l’ombre….. Che vuol dire questo? – Torna a guardare, or ora lo saprai. – Oh, oh! Una sala dorata, un andito a colonne … Ma lì, dietro a una colonna c’è uno, un giovane rannicchiato … Che fa? – Fissalo bene in volto. Nol conosci? – Ah, si, proprio lui: quel giovane  che poco fa riceveva il pugnale da colui …  e di fatto nel pugno stretto luccica la lama … Oh me! Costui macchina un delitto di sangue … – Oh via, non ti spaventare. T’assicuro che sangue non ne vedrai. È un vile costui, che dall’umano rispetto lasciossi trascinare alle società segrete, ora per rispetto umano s’atteggia di Bruto… egli è bruto, sì, ma nel senso comune della parola … Su via! Torna, giovane mio, torna a guardare; vedrai un uomo di alta statura … – Si, sì; oh come è lungo, magro …Ha volto pallido, guardo severo … è vestito alla militare, circondato di militari e d’altri … pare un re … – E poi? – Attraversa il salone, entra in quell’andito delle colonne, proprio là dove s’apposta l’assassino … Oh disgraziato d’un re! … – N on temere, dico, non temere di nulla; torna a guardare. Ebbene? – Il re è passato, e colui fugge, pur stringendo il pugnale … – È rosso forse? – No; anzi e’ par più terso e luccicante di prima. – E non te l’aveva detto, che sangue non ne vedrai. Ah la mia lanterna magica! so ben io quel che c’è dentro!… Pure anche qualche scena di sangue potrei fartela vedere: Ma perché avrei a spaventarti, povero giovane? … – Che spaventarmi, ? non sono così di cuore io. Eppoi, se si tratta di farmi un uomo … lasciatemi vedere, lasciatemi vedere ancora! – E tu vedi ancora. Ebbene? – Un bosco … là sul verde spazzo, sotto quella fila di pioppi, accanto a quel canale, due … Uno è un giovinetto biondo, delicato, che mette appena le prime caluggini. È pare smarrito e come fuor di sé … l’altro un barbuto, con cert’aria beffarda … O me! Traggon le spade, di battono, si battono come demoni … tic tac, tic tac … Ahi! Povero giovinetto … vacilla, cade … l’erba è rossa del suo sangue…- Bata, bast: non guardar pià. La vista delle sue crudeli agonie ti darebbe al cuore troppo tristezza … Odi me, invece … Quel giovinetto è di buona famiglia, ben educato, ha padre, madre, sorelle che l’amano. Nata rissa in un caffè tra lui e quel vil barbuto con cui non avrebbe mai dovuto affiatarsi, fu sfidato a duello … Il giovine sapeva il dover suo, ma il rispetto umano lo costrinse ad accettare. Ora è là cadavere insanguinato, e sua madre a stracciarsi i capelli e urlare da forsennata …- Ma via, cacciamo questi trucipensieri:e a trar qualche frutto da quanto hai veduto fa tuo conto che sta dall’alto al basso, dai grandi ai piccoli, dai popoli ai re, così va il mondo. L’umano rispetto, la viltà sua figliuola, e sua madre la paura, comandano a bacchetta, comandano a tutti. – Ma a me no, a me no in eterno! – Bravo giovinotto! Questa sdegnosa protesta mi piace. Ma bada! L’umano rispetto è tal bestia, che torna facile bravarla lontana … Man mano poi che s’appressa, la ti mostra certi unghioni, che anche i forti talvolta ne hanno paura. Sai che mi fa sovvenire la tua nobile protesta? Mi fa sovvenire s. Pietro, il quale al Salvatore, che prediceva la viltà dei discepoli suoi: – t’abbandonino tutti (protestava), non io t’abbandonerò, pronto, se fia d’uopo, a dar vita per te. – E poco dopo le generose promesse, non solo fuggiva come gli altri, ma per rispetto d’una vile fantesca e di pochi soldatacci, rinnegava tre volte il Maestro. – Gli è perciò che mi permetterete, o cari giovani, di prolungare ancora un poco la mia conversazione con voi, foss’anche a costo di annoiarvi un tantino; e lasciata da parte la lanterna magica, che, a dir vero, mostra certe cose un po’ troppo al naturale, ripigli così alla buona il mio ragionare, sempre nell’intento di aggiungervi forza a combattere e vincere e calpestare co’ vostri piedi la mala bestia che è soggetto dei nostri discorsi.