DOMENICA VII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA VII dopo PENTECOSTE (2022)

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

In questa settimana non si poteva scegliere una lettura migliore nel Breviario, del doppio racconto degli ultimi giorni di David — poiché, dice S. Girolamo, « tutte le energie del corpo si indeboliscono nei vecchi, mentre solo la sapienza aumenta in essi » (2° nott.) — e della storia di suo figlio Salomone, che fu celebre fra tutti i re per la sapienza. – David, sentendo avvicinarsi il momento della morte, designò come suo successore, fra i suoi figli, Salomone, il diletto da Dio. E Natan profeta, condusse Salomone a Gihon, ove il sacerdote Sadoc prese dal tabernacolo l’ampolla d’olio e unse Salomone; si suonò la tromba e tutto il popolo disse: « Viva il Re Salomone! ». David disse a suo figlio: « Sarai tu a innalzare il tempio del Signore. Mostrati forte e sii uomo! Osserva fedelmente i comandamenti del Signore, affinché si compia la parola che pronunciò su me: « Il tuo nome si è affermato e i tuoi discendenti regneranno per sempre! Tu agirai secondo la tua sapienza, poiché sei un uomo saggio ». E David s’addormentò coi suoi padri e fu sepolto nella città che porta il suo nome dopo aver regnato sette anni a Ebron e trentatré anni a Gerusalemme, la fortezza inespugnabile che egli aveva preso ai Filistei. E Salomone si assise sul trono di suo padre, ed il suo regno fu ben sicuro. Era un giovane di diciassette anni, amava il Signore e gli offriva olocausti. – Iddio apparve in sogno a Salomone e gli disse. « Chiedi tutto quello che vuoi e io te lo darò ». Salomone gli rispose: « Signore, io non sono che un fanciullo per regnare al posto di David, mio padre; accordami la sapienza affinché io possa discernere il bene dal male e conduca il tuo popolo sulle tue vie ». E Dio aggiunse: « Ecco io ti dono un cuore saggio e intelligente, tale che tu supererai tutti i sapienti che furono e quelli che verranno, e ciò che tu non mi hai chiesto (lunga vita, ricchezza, trionfi) te lo darò in più ». Secondo la promessa del Signore, Salomone non solo fu il più sapiente, ma il più splendido e possente re d’Israele. Tutti i re gli apportavano i loro doni e tutte le nazioni che fino allora avevano disprezzato Israele, ne ricercavano l’alleanza. La regina di Saba venne a consultarlo e rimase piena di ammirazione per tutto quello che vide e intese da lui. Il Faraone, re d’Egitto, gli dette la figlia in isposa; Hiram, re di Tiro, fece con lui alleanza e un trattato, pel quale, in compenso del grano, dell’orzo, del vino, dell’olio, che le campagne della Palestina producevano abbondantemente, gli forniva legni preziosi delle foreste del Libano, e operai per la costruzione del tempio. Salomone insegnò al popolo il timor di Dio e questi lo protesse in tutte le imprese e lo aiutò quando il suo fratello maggiore avrebbe voluto regnare in sua vece. Così si realizzarono le parole che Salomone medesimo pronunciò e che S. Girolamo ci ricorda nell’ufficio di oggi: « Non disprezzare la sapienza e questa ti difenderà. Mettiti in possesso della sapienza e acquista la prudenza; impadronisciti di essa ed essa ti esalterà, tu sarai glorificato da essa e, quando l’avrai abbracciata, ti metterà sul capo splendori di grazia e ti coprirà di una gloriosa corona ». « Infatti colui che giorno e notte, commenta S. Girolamo, medita la legge del Signore, diventa più docile con gli anni, più gentile, più saggio col progresso del tempo e negli ultimi giorni raccoglie i più dolci frutti dei suoi lavori d’altri tempi » (2° Nott.). – Laddove, « Quale frutto, chiede l’Apostolo, avete tratto dal peccato, se non la vergogna e la morte eterna? », mentre « ricevendo Dio voi producete frutti di santità e guadagnate la vita eterna » (Ep.). E nostro Signore dice nel Vangelo: « Si riconosce l’albero dai suoi frutti. Ogni albero buono porta frutti buoni e ogni albero cattivo porta frutti cattivi ». E aggiunge: « Non sono già quelli che mi dicono: Signore, Signore, che entreranno nel regno dei cieli, ma quelli che fan la volontà del Padre mio che è nei cieli • Cosi, commentando l’Introito di questo giorno, S. Agostino dice « È necessario che le mani e la lingua siano d’accordo: che l’una glorifichi Dio e che le altre agiscano ». La vera sapienza non consiste solamente nell’intendere le parole di Dio, ma nel realizzarle; né pregare Dio, ma anche nel mostrargli con le opere che lo amiamo ». « Il Vangelo – dice S. Ilario – ci avverte che le parole dolci e gli atteggiamenti mansueti debbono essere valutati dai frutti delle opere e che bisogna apprezzare qualcuno non secondo quello egli si mostra a parole, ma secondo quello che si mostra ai fatti, perché spesso la veste dell’agnello serve a nascondere la ferocità dei lupi. Dunque, attraverso la nostra maniera di vivere noi dobbiamo meritare la beatitudine eterna, di modo che noi dobbiamo volere il bene, evitare il male e obbedire di tutto cuore ai precetti divini per essere gli amici di Dio mediante il compimento di questi propositi » (3° Nott.). – Salomone, il re pacifico, non è che una figura del Cristo: il suo segno che tutti acclamano (Intr., Alt.) annuncia quello del Messia che è il vero Re della pace; Salomone, il più saggio dei re, presagisce il Figlio di Dio del quale il Padre disse sul Tabor: « Ascoltatelo » (Grad.). Egli presagisce la Sapienza incarnata che ci insegnerà il timor di Dio (id.) e il modo per distinguere il bene dal male (Vang.). Gli olocausti, fatti al tempo della consacrazione del Tempio di Salomone (Off.) sono, come quello di Abele (Secr.), ombra dell’unico Sacrificio cruento, che Cristo offrì sul Calvario; che coronò in cielo, ove entrò dopo aver ottenuta la vittoria su tutti i suoi nemici. Questo dichiara il Salmo XLVI (Intr.), nel quale i Padri hanno visto, sotto il simbolo dell’Arca dell’alleanza che il popolo di Dio fa passare, in mezzo alle acclamazioni, dai campi di battaglia sulla montagna di Sion, una figura dell’Ascensione di Gesù nel regno celeste.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLVI:2.  Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.

[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Ps XLVI: 3 Quóniam Dóminus excélsus, terríbilis: Rex magnus super omnem terram.

[Poiché il Signore è l’Altissimo, il Terribile, il sommo Re, potente su tutta la terra.]

Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis.

[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo.]

Oratio

Orémus.

Deus, cujus providéntia in sui dispositióne non fállitur: te súpplices exorámus; ut nóxia cuncta submóveas, et ómnia nobis profutúra concédas.

[O Dio, la cui provvidenza non fallisce mai nelle sue disposizioni, Ti supplichiamo di allontanare da noi quanto ci nuoce, e di concederci quanto ci giova.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános. Rom VI: 19-23

“Fratres: Humánum dico, propter infirmitátem carnis vestræ: sicut enim exhibuístis membra vestra servíre immundítiæ et iniquitáti ad iniquitátem, ita nunc exhibéte membra vestra servíre justítiæ in sanctificatiónem. Cum enim servi essétis peccáti, líberi fuístis justítiæ. Quem ergo fructum habuístis tunc in illis, in quibus nunc erubéscitis? Nam finis illórum mors est. Nunc vero liberáti a peccáto, servi autem facti Deo, habétis fructum vestrum in sanctificatiónem, finem vero vitam ætérnam. Stipéndia enim peccáti mors. Grátia autem Dei vita ætérna, in Christo Jesu, Dómino nostro”.

“Fratelli: Parlo in modo umano, a motivo della debolezza della vostra carne. Come deste le vostre membra al servizio dell’immondezza e dell’iniquità per commettere l’iniquità; così ora date le vostre membra al servizio della giustizia per la santificazione. Perché quando eravate servi del peccato, eravate liberi rispetto alla giustizia. Ma qual frutto aveste allora da quelle cose, delle quali adesso arrossite? Giacché il loro termine è la morte. Ma adesso, affrancati dal peccato e fatti servi di Dio, avete per vostro frutto la santificazione e per termine la vita eterna. Perché la paga del peccato è la morte, ma il dono grazioso di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore…” (Rom. VI, 19-23).

DUE LIBERTA’.

C’è un giudice nel vocabolario. Il vocabolario nostro dispone di una sola parola, per la realtà vera e per il suo surrogato: così ad esempio, ci si chiama caffè tanto il moca o il portorico, caffè vero e proprio, come il caffè maltus miserabile surrogato. Monete si chiamano le vere e le false. E libertà si chiama la falsa e la vera, la libertà liberale e la libertà cristiana. San Paolo con una genialità stupenda definisce nel brano della lettera sua ai Romani che oggi si legge alla S. Messa, la libertà falsa, la pagana d’allora, la liberale d’adesso, che è poi la libertà pagana rediviva. Una volta dice ai Cristiani, alludendo ai giorni ormai passati e superati del loro paganesimo, una volta (quando non eravate ancora Cristiani, ma pagani), voi eravate « liberi dalla giustizia e servi del peccato ». Parole testuali d’un sapore evidentemente ironico nella prima parte ai Romani: « Eravate liberi dalla giustizia ». Bella libertà! La libertà di uno spiantato che dicesse: eccomi qua, mi sono liberato dai danari: la libertà di un malato che dicesse anche lui con una falsa soddisfazione: mi sono liberato dalla salute. Liberazione da equivoca, o, piuttosto, uso equivoco della parola « liberazione », la quale suona uno svincolarsi da un peso, da una disgrazia, non da una fortuna o di una grazia. – Ebbene, è proprio sullo stesso equivoco che giuocano i liberali vecchi e nuovi, quando parlano di libertà, e intendono con tal parola il liberarsi, l’affrancarsi dalla legge, l’esserne emancipati. Si gloriano i liberali della loro libertà, come di una cosa bella, buona, onorifica, gloriosa; ma la loro libertà non è altro che emancipazione dalla legge. I pagani antichi, quelli di cui San Paolo parla direttamente, erano fuori dalla legge, liberi da essa, perché non la conoscevano o la conoscevano poco; i moderni liberali, perché l’hanno calpestata e dimenticata. Paolo però nota subito molto bene l’equivoco di quella libertà, osservando che i fautori, i glorificatori di essa, erano perciò stesso schiavi del peccato: del male! Ed è proprio così. Automaticamente chi si sottrae alla luce, entra nel regno delle tenebre. Automaticamente chi si sottrae alla legge del bene, cade sotto il giogo della legge del male. E qui è proprio il caso di parlare di giogo. Giogo pesante, obbrobrioso quello del male, del peccato. Catena del peccatore il peccato, vischio in cui rimane impigliato chi una volta ci casca dentro. « Qui facit peccatum servus est peccati: » servo del vino l’ubriacone, servo della donna, schiavo di essa l’uomo, corrotto. – A questa pseudo libertà di quando erano ancora pagani, S. Paolo contrappone il quadro della libertà di cui veramente godono ora che sono Cristiani. – I termini sono letteralmente invertiti. Allora liberi (per modo di dire; anzi per antifrasi liberi) dall’onestà, dal bene e schiavi del male, oggi liberi dal peccato, dal male e schiavi della giustizia. Ah, questa è libertà vera! La libertà dal male, da malvagi istinti, dalle ree consuetudini, è questa è servitù nobile e degna; la servitù del bene, della giustizia, della legge. Sì, perché — e lo dice equivalentemente S. Paolo — servire alla giustizia; alla verità, alla bontà, significa ed importa servire a Dio. S. Paolo, l’Apostolo, sente la grandezza, la poesia di tale servizio divino. Un servizio, nel quale c’è un segreto di vita e di gioia e di gloria, mentre nel servizio del male c’è un segreto opposto d’ignominia e di morte. Il male uccide. « Stipendium peccati mors: » uccide in tutti i sensi, perché  uccide in senso pieno. E potremmo dire che: « Stipendium legis vita » vita del tempo, vita nell’eternità.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXXIII: 12; XXXIII: 6

Veníte, fílii, audíte me: timórem Dómini docébo vos. –

V. Accédite ad eum, et illuminámini: et fácies vestræ non confundéntur.

[Venite, o figli, e ascoltatemi: vi insegnerò il timore di Dio.

V. Accostatevi a Lui e sarete illuminati: e le vostre facce non saranno confuse.]

Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps XLVI: 2 Omnes gentes, pláudite mánibus: jubiláte Deo in voce exsultatiónis. Allelúja.

[O popoli tutti, applaudite: lodate Iddio con voce di giubilo. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt VII: 15-21

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Atténdite a falsis prophétis, qui véniunt ad vos in vestiméntis óvium, intrínsecus autem sunt lupi rapáces: a frúctibus eórum cognoscétis eos. Numquid cólligunt de spinis uvas, aut de tríbulis ficus? Sic omnis arbor bona fructus bonos facit: mala autem arbor malos fructus facit. Non potest arbor bona malos fructus fácere: neque arbor mala bonos fructus fácere. Omnis arbor, quæ non facit fructum bonum, excidétur et in ignem mittétur. Igitur ex frúctibus eórum cognoscétis eos. Non omnis, qui dicit mihi, Dómine, Dómine, intrábit in regnum coelórum: sed qui facit voluntátem Patris mei, qui in cœlis est, ipse intrábit in regnum cœlórum.”

[“In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: Guardatevi dai falsi profeti, che vengono da voi vestiti da pecore, ma al di dentro son lupi rapaci: li riconoscerete dai loro frutti. Si coglie forse uva dalle spine, o fichi dai triboli? Così ogni buon albero porta buoni frutti; e ogni albero cattivo fa frutti cattivi. Non può un buon albero far frutti cattivi; né un albero cattivo far dei frutti buoni. Qualunque pianta che non porti buon frutto, si taglia, e si getta nel fuoco. Voi li riconoscerete adunque dai frutti loro. Non tutti quelli che a me dicono: Signore, Signore, entreranno nel regno de’ cieli; ma colui che fa la volontà del Padre mio che è ne’ cieli, questi entrerà nel regno de’ cieli”]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano)

GUARDATEVI DAI FALSI PROFETI

Gli uomini hanno una grande tendenza al falso: e mentre, rare volte, si lasciano vincere dalla verità che appare con numerose prove, troppo spesso, invece, cedono cecamente all’errore tosto che si presenta. Viene Gesù in mezzo ai Giudei e dice: « Io sono il Figlio di Dio ». E lo prova sotto ai loro occhi, guarendo gli ammalati, moltiplicando i pani, comandando al mare e al cielo, risuscitando i morti, e risuscitando perfino se stesso, morto già da tre giorni. Eppure i Giudei non gli credettero. Cent’anni dopo, viene un fanatico e dice: «Io sono il Figlio della Stella: Barcochba ». E non guarisce, e non moltiplica il pane, e non risuscita i morti. Anzi, conduce i Giudei alla rivolta e li lascia poi massacrare dai Romani tra le rovine di Gerusalemme, ed egli stesso perisce con loro: sui loro petti squarciati fu costruita una città, sacra al divo sole del Campidoglio. Eppure tutti erano corsi dietro a Barcochba, in un delirio d’entusiasmo. Attendite a falsis prophetis! ci grida Gesù dal suo Vangelo, perché essi verranno sotto lana d’agnelli. Se quest’allarme del divin Maestro fu opportuno in tutti i tempi, forse non lo fu mai come ai nostri. In verità: la mala razza dei falsi profeti non ha mai ripullulato così, non ha mai saputo così bene imitare la lana d’agnello, come al tempo d’oggi. Guardiamoli in faccia questi mistificatori della verità, per conoscerli bene. V’hanno i falsi profeti della cattedra. V’hanno i falsi profeti della penna. V’hanno i falsi profeti della vita. – 1. I FALSI PROFETI DELLA CATTEDRA. Appena i dodici Apostoli diffusero il Vangelo nel mondo, quel Vangelo che a loro aveva insegnato il Figlio di Dio e aveva spiegato lo Spirito Santo, subito si levarono i dottoroni a falsificarlo. E furono dapprima gli Gnostici che si vantavano d’aver trovato la sublime dottrina di Cristo, mentre invece i dodici rozzi pescatori non avevano saputo capire che la scorza esterna della verità. E poi si levò falsamente a profetare Ario che negava la divinità vera di Cristo. E poi si levò Nestorio a dire che in Cristo v’erano due persone distinte. E dopo di lui Eutiche a dir che il Cristo non era un uomo vero. E poi Fozio, e poi Lutero… tutti falsi profeti. Ma in quei tempi apparivano ad uno ad uno ed era facile scoprirli, da ogni parte si gridava al lupo, sicché gli incauti soltanto si lasciavano mangiare. – Ai nostri tempi invece i falsi profeti sono così numerosi che quasi ci si è avvezzati un poco a vederli e a sentirli. E in ogni scuola, dalla cattedra spesso vomitano nelle giovanette anime dei nostri figliuoli i loro errori. Se io vi dicessi che questa chiesa, ove pregate Dio, con i suoi marmi, con le sue colonne, con le sue pitture, è sorta senza mano d’uomo né mente d’architetto, ma per uno spontaneo sovrapporsi di pietra su pietra, per un automatico distendersi di travi e di volte, che direste voi? Eppure questo hanno insegnato senza vergogna falsi profeti della cattedra: hanno detto che tutto il mondo s’è fatto da solo perché non c’è un Dio che poteva crearlo. Se io vi dicessi che non è vero che noi nei confronti degli altri animali non abbiamo sostanziale diversità e che finiremo come le bestie, che direste voi? Eppure, questo l’hanno insegnato i falsi profeti della cattedra: volevano persuadersi d’essere bestia per vivere da bestia. Se io vi dicessi che non è vero che voi siete in chiesa, che non è vero che voi esistete così come credete: ma che tutto quello che vedete, toccate, compite, non è che un sogno; un sogno è pure Dio, i sacramenti, il paradiso e l’inferno, che direste voi? E questo l’hanno insegnato i falsi profeti della cattedra. E lo insegnano ancora. Attendite a falsis prophetis! (Mt., VII, 15) che vogliono assidersi a maestri e con parole schioppettanti come fuochi artificiali in diverse salse ammanniscono sempre il medesimo errore: negare Dio. Uno solo è il Maestro! c’è scritto nel Vangelo: È Gesù Cristo parlante nel Papa. Ascoltate lui solo. Una sola è la cattedra; è quella del Papa di Roma. E finalmente, grazie a Dio, anche in Italia è sorta una scuola dove si diffonde(va) la parola vera del Papa e di Cristo: l’Università Cattolica. Sosteniamola con la preghiera, con l’amore, col danaro. – 2. I FALSI PROFETI DELLA PENNA. I falsi profeti della penna. Racconta una leggenda indiana, che, presso le cime dell’Himalaya, s’apre un’orrida caverna dove si nasconde una fiera malefica, avida di sangue. E quando il sole scende dietro la giogaia del Pamir, esce la mala bestia e ascende la vetta. Ascendendo, per diabolica virtù, nasconde le sue membra deformi e fetenti sotto ai petali dei fiori, trasforma il suo ululato in un canto d’uccello, e brilla nell’umido raggio della luna. Ma se qualcuno, lusingato dagli astuti richiami, arriva lassù, ecco che ogni lume si spegne, da sotto ai petali riappare l’artiglio, e il canto d’uccello ritorna ruggito di belva che d’un salto è sopra l’incauto, e gli sugge il sangue del cuore. Ecco il simbolo del falso profeta della penna. Con tutti gli artifizi dell’arte retorica, col fascino della curiosità, coll’abilità dei disegni, con la gaiezza dei colori attira a leggere il libro, la rivista, il giornale; ma poi, mentre il lettore si pasce dietro alle immaginazioni cattive, riappare il lupo che divora l’innocenza e la fede. E il lupo è nascosto davvero in certi giornali ove le notizie più recenti si frammischiano alle oscenità e alle bestemmie e alle eresie. C’è un lupo nascosto in moltissimi romanzi dove per pagine e pagine cola una broda schifosa, si descrivono brutalità e sogni demoniaci. C’è un lupo nascosto anche in molte stampe dove si finge una tinta soave di Cristianesimo, ma per sorridere cinicamente, e far sottintesi ad ogni riga. So che ci sono molto scuse: Cosa c’è dentro leggere quel libro: è tanto interessante; a certe frasi, alla mia età non ci sì bada… Cosa c’è dentro leggere quel giornale: è l’unico che mi piace, l’ho sempre letto e non mi ha mai fatto male. Cosa c’è dentro… C’è dentro il diavolo ruggente che assalta le anime per divorarle: leo rugiens circuit quærens quem devoret. – 3. I FALSI PROFETI DELLA VITA. Sua madre gli aveva detto: « Bisogna partire… tra qualche anno ritornerai tra le braccia della tua vecchia mamma che t’aspetterà solitaria al focolare della tua infanzia: trascorreremo allora i giorni più felici, insieme. Ti vorrei accompagnare, perché è duro e faticoso all’uomo viaggiare solo. Ma non posso: cerca dunque un amico che t’accompagni per la via. La tua bellezza è attraente e molti ti si presenteranno per ingannarti: scegli un compagno che ti  sia l’Angelo che custodì Tobia nel suo cammino. « Mamma » disse il figlio « qual è il nome dell’amico che vuoi per me? ». E la madre, abbracciandolo un’ultima volta, gli mormorò un nome e, mentre il fanciullo s’allontanava, gli gridava dietro:  « Lui solo! Lui solo! ». Egli partì mesto e solo per la via polverosa del mondo. E mentre camminava passò davanti al suo sguardo come un’ombra luminosa, e una voce risuonò: « Mi vuoi compagno per il tuo cammino? ».— Dimmi il tuo nome. «Io sono la Gloria ».— Prosegui per la tua via che non è questo il nome che la madre mi disse. E quando fu più lontano un dolce fremito cominciò a salirgli per le vene, e gli giungeva una voce fluttuante come un canto che venisse dai prati di trifoglio fioriti: « Mi vuoi compagno per il tuo cammino? ». — Dimmi il tuo nome. « Io sono il Piacere ». — Prosegui per la tua via che non è questo il nome che la madre mi disse. E quando fu ancora più lontano udì come il fruscio di ruote di gomme frenate sul liscio della strada, e gli parve d’udire una voce tra il tintinnio di collane e monete: « Mi vuoi compagno per il tuo cammino? ». — Dimmi il tuo nome. « Io sono la ricchezza ». — Prosegui per la tua via che non è questo il nome che la madre mi disse. E fu sera. Il pellegrino stanco si sentiva spaventato di quella solitudine vasta ma poi provò tutto a un tratto un sentimento di forza, ed una voce cara ma energica gli disse: « Mi vuoi compagno per il tuo cammino? ». — Dimmi il tuo nome. « Io sono il Dovere ».— Oh, vieni, vieni! ecco il nome che la madre mi disse. La vita dell’uomo è un viaggio. « Voi dovete fare questo viaggio sulla terra, – ci dice Dio creandoci — ed alla fine del viaggio Io v’aspetterò per abbracciarvi. Guardatevi dai falsi compagni ». Saranno adulatori che, presentandovi il miraggio della gloria, vi trascinano per vie illeciti.  Saranno compagni che vi lusingheranno col piacere, tentando forse di coprire con belle parole l’azione cattiva. Saranno compagni che ci lusingheranno col loro danaro, tentando forse di comprare la falsa giustizia. Attendite a falsis prophetis! — E li conoscete dalle loro opere, perché la pianta cattiva da frutti cattivi.  Ma se troverete qualcuno che dà frutti buoni, che ama il suo dovere, ed osserva i precetti ed i comandamenti, quello è un vero profeta, è un santo; andategli dietro. – Come sono provvidi alcuni avvisi, a caratteri cubitali, davanti ai pericoli: « Attenti alla svolta! Attenti al passaggio a livello! Attenti al burrone! Attenti al cane! ». E Gesù Cristo, al punto più pericoloso per l’anima nostra, lancia il suo grido: « Attenti ai falsi profeti! ». – – I FALSI PROFETI – Iddio, che fin dal principio del mondo ha separato la luce dalle tenebre, il giorno dalla notte, l’acqua dalla terra, solo alla fine del mondo separerà i buoni dai cattivi, i veri profeti dai falsi. Intanto noi siamo costretti a vivere in una promiscuità insidiosa e a trovarci, talvolta, con compagni, maestri, superiori, che ci attirano a perdizione. All’erta! « Guardatevi dai falsi profeti, — raccomandò Gesù — che vengono vicino con lane d’agnelli, con belati di pecore: ma invece sono lupi rapaci ». Quando il Maestro disse queste parole la prima volta era sulla montagna, e i discepoli tutti come se il lupo travestito dovesse sopraggiungere allora, si strinsero alla sua persona persuasi che solo da Lui potesse l’insidia venire sventata. « Come faremo noi, poveri ingenui, a riconoscerli? » — sembravano dire. « Come fate — li rincuorò Gesù — a distinguere le piante buone e le cattive? Dai frutti: pianta buona dà frutto buono, pianta cattiva dà frutto cattivo. Certo voi non coglierete mai un grappolo d’uva dallo spineto, né un fico dal roveto. Così è degli uomini: non guardate alle loro parole, perché non quelli che diranno « Signore! Signore! » entreranno in paradiso; ma guardate alle loro azioni. « Uomo buono fa buone azioni, uomo cattivo fa cattive azioni ». L’immagine di Gesù che si strinse d’attorno i suoi Apostoli per salvaguardarli dai falsi profeti deve aver molto impressionato i Cristiani dei primi tempi, se dall’inizio del secolo III essa è ricordata nelle pitture delle catacombe. Su di una volta del cimitero di Pretestato è dipinto il Pastore buono che stende la mano destra a proteggere sette agnelli. Ma questi alzano il muso e gli occhi pieni di spavento come se un pericolo grave li minacciasse. Difatti dalla parte sinistra s’avanzano due animali per far nocumento: l’asino e il porco. Ma già il Pastore buono ha levato contro di essi il suo lungo vincastro e li tiene lontani (WILPERT, Le pitture delle catacombe, vol. I, tav. 51). Questa ingenua rappresentazione che ha rallegrato gli occhi di molti martiri non simboleggia forse la storia perenne della Chiesa lungo tutti i secoli? Sempre il gregge del Signore è minacciato da due sorta di falsi profeti: gli uni, rappresentati dall’asino, sono quelli che tentano con errori di corrompere il sacro deposito della fede: gli altri, rappresentati bene dal porco, sono quelli che tentano di corrompere i buoni costumi e la purezza della vita cristiana. Intanto la interessante pittura delle catacombe, senza ch’io me ne fossi accorto, ha diviso due punti: I falsi profeti della fede; I falsi profeti dei costumi. – 1. I FALSI PROFETI DELLA FEDE. Ritornava da Betel, dove Dio l’aveva mandato per un’importante ambasciata un uomo giusto. Quand’ecco, sulla strada, incontra un falso profeta che gli dice « Vieni con me, a casa mia, e prenderemo insieme un po’ di cibo ». L’uomo giusto gli rispose: « Non posso venire con te, né mangiare, né bere, con chiunque sia: me l’ha proibito il Signore ». E l’altro con lusinghevole voce cominciò a scalzare il suo proposito: « Anch’io sono profeta simile a te; e se a te il Signore ha fatto questa proibizione, a me è comparso un Angelo e mi ha ingiunto: — conducilo a casa tua e confortalo con una cenetta ». L’ingenuo credette alle parole dell’astuto e gli andò dietro e mangiò il pane e bevve l’acqua del falso profeta. Ma alla sera, alcuni uomini che transitavano per un sentiero solitario, videro disteso un cadavere e accanto un leone: era il cadavere dell’infelice ingannato. Esterrefatti ritornarono in città e divulgarono la cosa (III Re, XIII). Questo fatto della Storia Sacra c’insegna assai chiaramente la fine che faranno le anime che, dimentiche degli avvisi di Gesù e de’ suoi ordini, si avvicineranno ai falsi profeti della fede: finiranno preda del leone infernale. E mi è piaciuto ricordare lo spaventoso episodio perché specialmente in questi tempi i Protestanti in ogni città e in ogni paese d’Italia hanno organizzato una lotta accanita per strappare molti dalla vera fede cattolica. Per essi s’addice bene la figura del falso profeta, descritto dal Vangelo, che s’avvicina in veste di pecora, ma che nell’intrinseco è belva rapace. Infatti, essi hanno sulle labbra parole pie, si dicono evangelici e anche cattolici, predicano del Signore e della salvezza dell’anima, danno elemosine, diffondono libri e bibbie a pochissimo prezzo. Ma strappate a loro queste lane d’agnelli e sentirete che essi non vogliono né la Madonna Madre di Dio, né il Papa capo infallibile della Chiesa. A nome di Cristo, dal suo altare, io alzo il grido d’allarme. Attendite a falsis prophetis. Ma non è solo dai Protestanti e dagli altri eretici definiti che vi dovete guardare. Guardatevi specialmente da tutti quelli che non amano il Papa. « Sono Cristiano anch’io — vi diranno forse — sono Cattolico anch’io al pari di te, ma non sento bisogno di ubbidire ad ogni comando del Papa, di rispettare ogni sua parola, di pregare per il suo trionfo… ». Chi non è col Pontefice, non è con la Chiesa di Cristo e quindi è un profeta dell’errore. E se anche un Angelo vi annunciasse una dottrina diversa da quella che la Chiesa e il Papa insegnano, non credetegli perché  quell’angelo è un demonio trasfigurato. Se poi desiderate una norma pratica che vi salvi da ogni astuzia dei falsi profeti della fede, seguite questi due consigli: 1) Istruitevi nella Dottrina Cristiana. Gesù è venuto dal Cielo sulla terra per insegnarci queste sublimi verità, e voi le trascurate? Come oserete sperare salvezza? Dottrina cristiana! Dottrina cristiana! 2) Fuggite la compagnia di chi non ama il Papa o la Madonna e disprezza la santa Eucaristia: tutte le eresie si riducono a questi tre punti. Ricordate quello che di S. Giovanni Apostolo narra S. Ireneo. Era, una volta, entrato in un casa, ma come s’accorse che v’era dentro l’eretico Cerinto, non un minuto volle indugiarvi e fuggì gridando: « Indietro, indietro! Temo che il tetto di questa casa mi rovini addosso per la presenza di un simile uomo ». E di S. Policarpo si racconta che in Roma, dov’era appena venuto, s’incontrò con Marcione che era un eresiarca. « Policarpo! — gli disse; — non mi conosci? io sono Marcione ». « Oh se ti conosco! — gli rispose il santo. — Tu sei il primogenito del demonio ». Agnosco diaboli primogenitum. – 2. I FALSI PROFETI DEI COSTUMI. Fra tutti i vizi che contaminano il mondo moderno, non ve n’ha uno più diffuso del vizio impuro. Sembra quasi che in questo secolo il porco sferri l’assalto più furioso al gregge di Cristo. Ha invaso tutte le età, tutte le condizioni, tutti i luoghi. Nolite proiicere margaritas vestras ante porcos. (Mt., VII, 6). E i profeti falsi che sorgono a difenderlo non sono pochi. « Non è un peccato, dicono, — è un bisogno della natura. L’uomo può fare quello che vuole, purché né uccida, né rubi. Quelli che dicono di essere puri, sono impostori più corrotti degli altri ». Le letture, le amicizie, i divertimenti sono le armi più terribili e più infiorate che i falsi profeti dei costumi maneggiano a distruzione delle anime. Le letture. — Ancor oggi, come all’inizio dei tempi, l’uomo è collocato alla presenza di due alberi che producono frutti diversi: l’albero della stampa del bene, l’albero della stampa del male. Il primo dà illustrazioni pudiche e belle, giornali utili e seri, libri buoni e di sincero godimento; l’altro dà frutti di peste e di morte. Ed ancora si ripete la scena del paradiso terrestre. Dall’albero delle stampe cattive ci parla il falso profeta, con la voce carezzevole del serpente antico: « Perché i preti vi proibiscono queste illustrazioni, questi romanzi? Hanno paura che diventiate più bravi di loro e non restiate più sottomessi alla loro parola. Non dovete forse sapere quello di cui parla tutto il mondo? Voi solo non guarderete né leggerete quello che si vede e si legge ora da per tutto? Ah! che nel giorno in cui li leggerete, diverrete altrettanti dei ». Ed ecco tanti giovani e tante fanciulle anche, ecco tanti uomini di ogni età e condizione, cedere al falso profeta, accoglierlo in casa magari segretamente e poi… e poi… lasciare la propria innocenza a brano a brano nella bocca delle bestia feroce « Galeotto fu il libro e chi lo scrisse! », ci grida Dante dalla sua « Commedia ». Le amicizie. — Talvolta il falso profeta sì presenta sotto i sembianti d’un amico, specialmente di sesso diverso. Non vi getterà, no, tutto d’un colpo al fondo dell’abisso: ma vi spingerà lentamente ed un po’ alla volta. Comincerà ad adescarvi con la sua bella figura, coi modi gentili, con il carattere gioviale, con qualche biglietto: in principio si ascolta volentieri, poi si sorride, poi si risponde, poi si cede. Certo è che una volta che vi siete dati in mano a un tal falso profeta, non siete più liberi, divenite cosa sua, la sua preda. « Coraggio, che facciamo di male? », vi dirà. Intanto divorerà la vostra anima e vi trasformerà in un essere abbietto come lui. Questa trasformazione mi pare che bene la raffigura Dante nell’« Inferno ». Nell’ottavo girone, egli vide arrivare di furia un serpente di sei piedi, e avventarsi addosso a un’anima dannata e stringersela membro a membro come un’edera s’abbarbica a un tronco, fino a formare con esso un sol corpo mostruoso che si allontanò lentamente. Alcuni che pure assistevano alla paurosa scena, esclamavano: « Ohimè Agnel, come ti muti! » (Inf., XXV, 67). Quante volte si potrebbe ripetere accanto ad anime rovinate dalle cattive amicizie il grido straziante « O Agnel, tu che ti dai in braccio a quell’amico perverso, come cambi! Già incomincia la metamorfosi e presto striscerai con lui nella melma. Ohimè, Agnel! ». I divertimenti. — Di certe sale, di certi divertimenti, non voglio dire che una parola, una sola: ed è quella che S. Agostino dice del suo amico Alipio che s’era recato a teatro con tutti i più feroci propositi di non peccare. « Levatesi per certa avventura d’un gladiatore alte grida, aprì gli occhi e guardò. Guardò: da quel momento non fu più Alipio » (Conf. libr. VI, cap. 8). – Se S. Paolo fosse vivo ancora, udite, Cristiani, che così vi scriverebbe in questa mattina: « Io vi prego, o fratelli, che abbiate gli occhi addosso a quelli che pongono inciampi e errori contro la dottrina che voi avete imparato, e ritiratevi da loro. Perché questi tali non servono il Cristo Signore nostro, ma il loro ventre… » (Rom. XVI, 17 s.). « Vi sono ancora molti chiacchieroni e seduttori, che mettono a soqquadro tutte le famiglie, insegnando cose che non convengono. Ma la mente e la coscienza dì essi è immonda… » (Tit., I, 10 S.). Se alle mie parole non volete ubbidire, ubbidite almeno a queste, che sono di S. Paolo. – LE OPERE BUONE – Dante descrivendo nel suo poema immortale il paradiso, dice d’avere sentito parole come queste: senza la fede in Cristo crocifisso, nessuno può salvarsi. Ma la fede non basta, occorrono le opere. Perciò nel giorno del giudizio, molti pur avendo avuto la fede e sentito molte prediche e Messe, si vedranno dalla parte dei dannati perché non fecero le opere della loro fede; mentre certi poveri e ignoranti Etiopi saranno dalla parte degli eletti e tenderanno le mani a condannare quelli che vissero nel centro della cristianità. … molti gridan: « Cristo Cristo!» / che saranno in giudizio assai men prope a Lui, che tal che non conosce Cristo. (XIX, 106-108). Questa persuasione Dante se l’è fatta meditando sul Vangelo di questa domenica. Dice infatti il Maestro divino: « Non tutti coloro che dicono: Signore, Signore, entreranno nel Regno dei Cieli, ma quelli che avranno fatto la volontà del Padre mio, ubbidendo ai suoi comandamenti ». Non tutti coloro che dicono Signore, Signore, entreranno nel Regno de’ Cieli! non tutti coloro che pronunciano qualche preghiera e rendono qualche omaggio a Dio, otterranno la vita eterna. Non omnis qui dicit mihi: Domine, Domine intrabit in regnum cœlorum; sed qui facit voluntatem Patris mei qui in coelis est, ipse intrabit in regnum cœlorum (Mt., VII, 21). Tutta la vita nostra quaggiù dev’essere spesa a meritarci il Regno de’ Cieli. Per giungere ad esso non c’è altro mezzo che fare la volontà del Padre, compiere opere buone. Vediamo la necessità delle opere e quali opere noi dobbiamo fare. – 1. NECESSITÀ DELLE OPERE BUONE. Un uomo aveva nella sua vigna un albero di fico che coltivava con ogni cura. D’inverno lo rivestiva di paglia e ne copriva le radici perché fossero difese dai rigori del freddo. Quando il tiepido aprile svegliava le prime gemme, lo bagnava mattino e sera, ed a suo tempo lo tagliava opportunamente per dargli maggior vigoria. A tempo opportuno venne per cercarvi dei frutti, ma non trovò che foglie verdi, abbondanti. Allora disse al vignaiuolo: « Ecco sono tre anni che vengo a cercare frutto da questo fico e non ne trovo. Troncalo dunque e fanne legna da ardere. Perché deve occupare inutilmente il terreno? » Ma quegli rispose: « Signore, lascialo stare ancora per quest’anno, finché io gli abbia scavato tutto intorno una fossa e vi metta del letame: e se darà frutto, bene; se no, lo taglierai » (Lc. XIII, 6-9). Noi siamo gli alberi che Dio ha piantato nella sua vigna, circondandoci di mille premure. È Lui che ci ha chiamato alla vita, a preferenza di tanti esseri rimasti nel numero delle cose soltanto possibili. Se i nostri occhi possono contemplare le bellezze del creato, lo dobbiamo soltanto a Dio. Se le nostre labbra pronunciano il dolce nome del padre e della mamma, se possono esprimere i pensieri ed i sentimenti più cari, è tutto per la bontà del Signore. Ma Egli ci ha dato un dono ancora più grande, che supera i doni materiali quanto il Cielo è superiore alla terra, quanto Dio sta sopra l’uomo: il dono della grazia che ci divinizza. L’albero dell’umanità, in principio, era puro e bello; ma, per la disobbedienza dei progenitori, da albero di vita divenne albero di morte. Allora Dio in un eccesso d’amore per l’uomo mandò il suo Figlio Unigenito perché bagnasse col sangue divino l’albero inselvatichito dell’umanità, e quel sangue prezioso rinnovasse le sue linfe e le rendesse feconde di frutti preziosi e degni del Cielo. Ha forse l’agricoltore trascurato qualche cosa perché possa la pianta scusare di essere sterile? Nulla; non ha proprio trascurato nulla. Dopo ciò, se appressandosi ad essa troverà foglie e nient’altro che foglie, il Padrone sarà costretto a dire: « Perché mai ingombra il terreno? Sia sradicata e gettata nel fuoco ». Cristiani, se la nostra vita non è ripiena di opere buone, se l’amore che diciamo di avere per Iddio non è fattivo, noi ingombriamo il terreno. Nella Chiesa di Dio siamo degli esseri inutili che sciupano il tempo e sprecano una linfa fertilissima che per nostra colpa diventa sterile. Ed allora nessuna meraviglia se ci incombe una sentenza terribile. Excidatur et in ignem mittatur. Ma io — dirà qualcuno — non faccio nulla di male! Non importa; non sei un dannoso ma sei inutile, perché non fai nulla di bene. Excidatur. Venga tagliato come un albero secco, non ostante che sia ancor verde gli sia tolta qualunque comunicazione col sangue di Cristo, sia cioè staccato per sempre da Cristo che per lui si è incarnato ed è morto inutilmente. Rendere Cristo inutile! È la massima sventura che possa toccare ad un Cristiano. In ignem mittatur. Sia gettato nell’inferno colui che era fatto per il paradiso. Arda per sempre nelle fiamme divoratrici colui che avrebbe dovuto essere abbeverato dal torrente delle grazie di Dio. Il Signore però ci vuol bene, e quantunque forse da più di tre anni siam piante sterili, vuol lasciarci ancora un anno — altro tempo di prova. Continuerà le sue cure amorose, anzi… farà di più, ci darà maggiori grazie, ma poi non ci sarà misericordia. Per le piante ostinatamente sterili non c’è altra sorte che il taglio ed il fuoco. – 2. QUALI OPERE NOI DOBBIAMO FARE. A 43 anni S. Filippo svolgeva in Roma il suo ministero sacerdotale. I giovani, i ragazzi lo conoscevano tutti e dovunque lo trovassero gli facevano festa, gli si stringevano attorno affascinati dal suo celestiale sorriso. Quante anime rubava al demonio e conduceva nelle vie del Signore! Gli afflitti avevano da lui parole dolci che scendevano fino al cuore; i dubbiosi trovavano in S. Filippo la guida esperta e sicura, i tentati la forza ed il coraggio per le lotte più aspre. Le personalità più distinte per virtù e sapere, perfino principi e prelati ricorrevano a lui per lumi e consigli. Ma un giorno la visione di un apostolato più vasto, in terre lontane, cominciò a rapirlo ed acceso di giovanile entusiasmo sognava le Indie. Venti dei suoi sacerdoti eran già pronti a seguirlo per salpare dal porto, quand’ecco incontra un santo religioso dell’ordine Cistercense. Ispirato da Dio: « No! — esclama— No! Padre Filippo, ritorni indietro, le sue Indie sono là, a Roma ». E Padre Filippo ubbidiente, allegro ritorna a Roma a far amare il Signore nella letizia del cuore. – Molte volte noi… sogniamo ad occhi aperti ed andiamo dicendo: se mi trovassi in altre condizioni, tra persone migliori, con meno faccende, se fossi in luogo più adatto, quanto bene farei, come lo amerei il Signore, che bella vita sarebbe la mia. Questa è un’illusione. A ciascuno di noi il Signore ha segnato una strada da battere e tutti, nessuno escluso, dobbiamo guadagnarci il Cielo nello stato e nella condizioni in cui ci ha posti. – Due sposi Cristiani servono Iddio nel vicendevole affetto che han giurato dinanzi all’altare. Se poi il Signore dà ad essi dei figli, non li devono, no, rifiutare quasi fossero insopportabili pesi, ma li accolgano come pegni preziosi da educare alla vita cristiana. Una mamma che pensasse, pentita, al convento, cui non era chiamata, perché strillano i bimbi di giorno e di notte bisogna continuamente curarli, sbaglierebbe certamente. « Le tue Indie sono là vicino alla cuna della tua creatura! » Un padre che rimpiangesse una vocazione … che non ha mai avuto, solo perché i figliuoli devono mangiare ed è il suo sudore che li dovrà mantenere, perderebbe ogni merito. « Le tue Indie sono lì, in quel campo che devi dissodare, vicino  all’incudine su cui devi battere, in quell’officina che ogni giorno vi accoglie ». « Sia che mangiate, sia che beviate o facciate qualunque altra cosa, fate tutto alla gloria di Dio »? Non è dunque necessario stare tutto il giorno in ginocchio! Anche nelle officine, nei campi, nelle banche, per le vie, noi possiam fare tante opere sante. L’osservanza della legge di Dio, i doveri del nostro stato: ecco le opere che il Signore vuole da noi. In paradiso, accanto ai Pontefici, ai Dottori, ai Sacerdoti, ai martiri, ci saranno, risplendenti di gloria, anche gli umili figli del popolo che forse conoscevano appena le preghiere essenziali, ma sapevano molto bene fare ogni giorno la volontà di Dio. – Una leggenda narra così.  Uscì dal suo corpo un’anima umile umile, tanto che tutti l’avevano trascurata: l’Angelo suo custode la guidò nel cammino dell’altra vita. Quando fu sopra le stelle e il sole fulgente e la luna argentea, ella cominciò a tremare sbigottita di tanta altezza e luce. « Non temere, — disse l’Angelo a lei, — tu stai per entrare nel Regno dei Cieli ». Ma i Santi, quando la videro, bisbigliarono: « Com’è piccina! Non ha la stola bianca delle Vergini, non ha la tunica rossa dei Martiri, non la divisa degli Ordini religiosi… Chi sarà? Giunta davanti al trono di Dio, l’Angelo aprì il libro della sua vita. Disse poi: « Qui son notate due cose: nell’anima sua sorrise sempre la grazia, nel suo cuore ci fu sempre una giaculatoria: sia fatta la volontà di Dio. Nient’altro. Qual è il suo posto in cielo? ». « Basta, rispose il buon Dio, basta così, per avere il primo posto in cielo ». Non vuole di più da noi il Signore, non opere straordinarie, non grandi digiuni o lunghe penitenze, non miracoli: no; ma la vita semplice, con le sue croci quotidiane, con l’adempimento esatto del proprio dovere; e in tutto vuole si faccia la sua volontà. Così si può arrivare fino ai primi posti del paradiso!

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus

Dan III: 40

“Sicut in holocáustis aríetum et taurórum, et sicut in mílibus agnórum pínguium: sic fiat sacrifícium nostrum in conspéctu tuo hódie, ut pláceat tibi: quia non est confúsio confidéntibus in te, Dómine”.

[Il nostro sacrificio, o Signore, Ti torni oggi gradito come l’olocausto di arieti, di tori e di migliaia di pingui agnelli; perché non vi è confusione per quelli che confidano in Te.]

Secreta

Deus, qui legálium differéntiam hostiárum unius sacrifícii perfectione sanxísti: accipe sacrifícium a devótis tibi fámulis, et pari benedictióne, sicut múnera Abel, sanctífica; ut, quod sínguli obtulérunt ad majestátis tuæ honórem, cunctis profíciat ad salútem.

[O Dio, che hai perfezionato i molti sacrifici dell’antica legge con l’istituzione del solo sacrificio, gradisci l’offerta dei tuoi servi devoti e benedicila non meno che i doni di Abele; affinché, ciò che i singoli offrono in tuo onore, a tutti giovi a salvezza.]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps XXX: 3. Inclína aurem tuam, accélera, ut erípias me.

[Porgi a me il tuo orecchio, e affrettati a liberarmi.]

Postcommunio

Orémus. Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et ad ea, quæ sunt recta, perdúcat.

[O Signore, l’opera medicinale (del tuo sacramento), ci liberi misericordiosamente dalle nostre perversità e ci conduca a tutto ciò che è retto.]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (212)

LO SCUDO DELLA FEDE (212)

LA VERITÀ CATTOLICA (X)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE X.

LA CREAZIONE

(Conferenza 1°)

La dottrina cattolica – e l’incredulità.

Io mi rallegro con voi, i quali, benché istruiti e, in ogni maniera di buona coltura educati, venite alla Dottrina Cristiana. Certamente la Madre Chiesa, ha cose da dirci che fan bene anche ai figliuoli più colti e dottissimi: e poi la benignità con cui voi le ascoltate è una edificazione a tutto il buon popolo della nostra grande famiglia. Del resto però, quando gli uomini di genio corrono in seno a questa santa Madre, si direbbe che la Chiesa li sollevi tra le sue braccia in un’atmosfera più sublime, in cui il gran Padre di tutti i lumi riveli ammirande cognizioni anche nella scienza umana. Difatti, ella Si può onorare dei più celebri dotti, che sono stati da Lei educati. Mentre al contrario anche uomini di svegliate menti, abbandonata la dottrina della Chiesa, e abbandonato Iddio, che è benedetto in eterno, cadono nel reprobo senso, e diventano capaci di ogni più trista ribalderia: ché certo la peggiore delle ribalderie è tentare di cacciar Dio dall’universo da Lui Creato, lasciare gli uomini senza il pensiero di Dio a buttarsi a rotta in tutti i delitti. Lo vedrete nelle seguenti istruzioni, o conferenze sopra argomenti, che trattai già insieme con tutto il popolo nostro. Però, se con esso adoperai certi riguardi, ed accennai solo gli errori in modo, che non li intendesse chi li ignorava affatto; rispettando così la loro ingenua semplicità della fede; con voi mostrerò chiaramente di riscontro alla verità cattolica i mostruosi errori della incredulità, colle parole istesse degl’increduli: e potrete vedere chiaramente come gl’increduli fanno contro alla ragione ed al buon senso; e come la vera scienza li confuta così sodamente, da dovere restare confusi. Essi attaccano la verità sotto la maschera della scienza; e noi a visiera alzata respingeremo gli attacchi colle armi, che ci porgono in mano ì più grandi e veri scienziati. Userò più che il linguaggio scientifico, i modi della lingua parlata, per avere in pronto poi all’occasione risposte chiare da dar subito la rimbeccata a chi si crede di essere dotto per ciò solo, che si vanta incredulo. – Questo vuole s. Paolo e raccomanda lo Spirito Santo di dar risposta allo stolto, perché non appaia di essere sapiente: responde stulto iuxta stultitiam eius ne sapiens sibi videatur. Voi intanto nell’aridezza dell’argomento consolatevi il cuor con Gesù, il Quale si degna di porre le sue delizie nel trattare Cuore a cuore con noi; e la tenerezza del suo amore vi farà gustare soavemente più, che non possa la nostra parola, la cattolica verità. In questi argomenti io poi ho ancor più bisogno della vostra tolleranza: e quando mi udirete studiar modi i più naturali, per esprimere le difficoltà più grandi col candor della semplicità popolare, se non corrispondo al merito vostro e alla vostra scienza, compatitemi col dirmi almeno « povero padre vorrebbe farsi tutto per tutti! »

Dio ha creato in principio il cielo e la terra. Questa è la prima verità, il dogma fondamentale rivelato da Dio che va d’accordo colla ragione nostra, la quale ne è così convinta, che debbe dire « è certamente vero! »: e il senso comune di tutti gli uomini se ne mostra così persuaso, che la traduce in pratica in ogni parte del mondo: la scienza poi la dimostra in modo, che gli increduli col negarla, si mostrano di parlar contro ogni ragione, e di rinnegare il buon senso comune: così l’incredulità resta dalla vera scienza confusa. Nel conferire con voi in queste istruzioni fermo subito la vostra attenzione sopra tre punti di questa verità fondamentale: cioè sopra la creazione in generale: sopra l’ordine della creazione dei varii generi delle cose create: e sopra la creazione particolare dell’uomo. Anche la Parola del Signore porge occasione a distinguere questi tre punti, e a trattarne separatamente; perché la dice: che Dio in principio creò il cielo e la terra; poi che ordinò la creazione, e creò le piante e gli animali; e che finalmente creò l’uomo. In questa istruzione tratterò del primo punto, della creazione; in cui pare che Dio, per adattarsi al nostro modo d’intendere, voglia dire, che prima ebbe preparato il materiale, per formarne poi i vari generi delle creature, e quindi mettervi l’uomo a dominare sopra esse. Dio così pertanto fa conoscere che ogni cosa creata esiste per Lui, coll’annunciarci che tutto l’universo in principio fu da Lui creato. Ora vedrete come questa verità va pienamente d’accordo colla nostra ragione. Uno dei primi lumi della ragione, con cui noi acquistiamo le nostre cognizioni, è questo lume, il quale fa conoscere alla nostra mente in sul principio, quando appena comincia a ragionare: che, se vi è una cosa fatta, certo qualcun la fece: quindi è verità che tutti intendono, (e che la scienza annuncia come un assioma): che l’effetto suppone sempre la causa. Ecco perciò che, appena noi cominciamo ad usar la ragione, nel contemplarci d’intorno questo spettacolo del mondo creato, la prima cosa che dobbiam dire, e che diciam naturalmente, senza quasi accorgerci, per essere ragionevoli, è che vi debb’essere il Creatore. Poi nell’osservare per poco la grandezza del mondo creato, dobbiamo comprendere che debb’essere ben grande questo Creatore Iddio. Quando poi sentiamo a dirci dalla Parola di Dio, che Egli il Signore creò dal principio il cielo e la terra « oh sì veramente, deve dire la ragione umana, sì che lo credo! Ben me n’era subito accorto anch’io, e già lo intendeva da me con quel lume di cognizione che trovo in me e che il Signore mi diede; e vedendo dappertutto l’impronta della grandezza e dell’onnipotenza e di una bontà infinita che fa tante cose buone e le conserva, io m’immaginava già, che Dio Creatore doveva essere Onnipotente e buono senza fine. – Sia benedetto il Signore che mi ha detto colla più chiara parola: che fu Egli che dal principio tutto creò! » Siccome poi la ragione è in tutti gli uomini, e forma quel fondo di cognizioni e di sentimenti che dànno il buon senso comune al genere umano; così gli uomini di tutte le nazioni mostrano in pratica di credere naturalmente la gran verità, che vi è Dio, il Creatore del cielo e della terra: e la traducono in atto nella vita umana colla pratica delle religioni in tutte le parti del mondo. Ché si ha un bel girare il mondo universo, egli è un fatto, da per tutto si trova sempre, che tutti gli uomini e bianchi e neri e di colori svariati credono in qualche modo in Dio. Eh sel considerano presente; gl’innalzano tempii e altari per adorarlo, gli fan sacrifizii, affinchè perdoni loro le colpe, di che li accusa la coscienza; l’invocano nei loro bisogni, lo chiamano alla testa dei loro eserciti nei cimenti delle battaglie, gli attribuiscono la parte della gloria delle loro vittorie, insomma lo pregano che gli accompagni in tutta la vita. Invocano Dio pei bambini che nascono, invocano Dio nei lor matrimoni, invocano Dio, massime, in quell’ora, in cui l’uomo sente il nulla della sua impotenza, in quell’ora, in cui si vede spalancato dinanzi l’abisso dell’eternità. Dio alla morte sta davanti immenso, come l’eternità istessa: e tranne quei pochi, che il demonio tien già seco incatenati per lo inferno, perché ostinati fino al ridicolo, sopra morte anche i nemici di Dio più arrabbiati a combatterlo in vita, per lo più, se hanno tempo, si gettano ai piè di Lui, per implorare la sua Misericordia. Si può dire che la gran famiglia degli uomini, in mezzo alle umane ingiustizie, riposa alquanto al pensare che tutto il bene viene da Dio. È Dio adunque la ricchezza dell’umanità. Per questo il genere umano lascia cinguettare gl’increduli; ma continua sempre ad adorar Dio Creatore di tutto. Così la ragione, il buon senso vanno d’accordo col credere questa grande verità rivelata da Dio: che tutto viene da Lui, che creò il cielo e la terra. Dimostrerovvi adesso come la scienza prova questa grande verità, fondamento di tutte le cognizioni dello scibile umano. Attendete: io qui chiamo scienza l’osservazione, lo studio e la chiara cognizione acquistata delle cose e dei fatti, ed insieme anche la ricerca delle cause che li hanno prodotti. Ebbene qui appunto comincerò a notarvi che la scienza in prima osserva che la materia è per sé immobile ed indifferente alla quiete, e al moto, cioè che questi oggetti materiali che cadono sotto i sensi, e che chiama tutti insieme col nome di materia, sono per sé senza movimento, e che allora solo si muovono, quando una forza li scuote dalla loro inerzia, e li fa muovere. Osserva, per esempio, che i ciottoli stan li per terra immobili, che i mattoni collocati nel muro stanno da secoli fissi là dentro, vede il monte stabilmente là fermo sempre; ma però, quando una forza potente getta il ciottolo, egli va in quella direzione, per cui è gettato, e il mattone salta fuori del muro, quando un colpo di martello fa balzare; e se la mano dell’uomo stacca dalla costa del monte un pezzo di rocca e ne forma una ruota, quella ruota di sasso gira gira, finché una forza la fa girare, e gira sempre, finché la resistenza dell’aria, una forza maggiore vince la prima forza, e la trattiene. Quindi la scienza conchiude (lo afferma Laplace, tutt’altro che buon credente; ma pur scienziato): che la materia non può darsi movimento, perché non ha in sé la ragione di muoversi in questo o in quell’altro senso. Si muove quando è spinta dalla forza, e si muove nella direzione della forza. Lo stato della materia adunque per sé è l’inerzia e sta immobile (Sisteme du mond. 1 Tom. III, cap. XI). Udite un altro scienziato: (Roberto Ardigò. La Psicologia come scienza positiva) la materia, per sé, il moto non l’ha, prima di averlo ricevuto. Avendolo lo mantiene, finché non urta; non avendolo, non lo genera; e non può averlo, se non è, per così dire, versato in essa dal di fuori. Una palla non si muove sul bigliardo se prima non riceve la spinta dalla stecca. Il modo onde la palla è per tal modo investita, è dovuto interamente alla spinta ricevuta. E fatta astrazione dall’attrito del piano su cui scorre, vi dura inalterato; finché non s’imbatte nell’altra e la colpisce e quindi le comunica il suo movimento. E tanto glie ne comunica quanto ne perde. Se lo comunicasse tutto, se ne priverebbe affatto, e si fermerebbe. La scienza adunque osservando, che la materia si lascia muovere sempre da una forza che sia potente ad eccitarla al moto, con ragione pronuncia: che la materia è immobile, ed è indifferente a star quieta, od a muoversi in una, o in altra maniera. Venitemi appresso nelle osservazioni della scienza, la quale considera in secondo luogo: che la materia non solo è inerte ed indifferente al moto; ma che anche da sé sola è incapace a pigliarsi una figura più che un’altra. Difatti, la morta materia si lascia maneggiare da chi vuole, e lasciatemi usare la istessa espressione, dirò ancora, è indifferente a prendere una forma, una figura qualunque da chi è capace da dargliela. Voi vedete la creta che avete sotto dei piedi, è terra informe. Essa si lascia impastare dal vasaio, e resta vaso di brutta o bella figura, finché non lo rompa un’altra forza. Mentre quel po’ di creta istessa, in mano di un bravo artista, diventa un bel modellino di statua, e resterà forse nel museo per secoli tanto più ammirata, quanto è più grande il genio dell’artista che l’ha plasticata. Così il marmo bianco a Carrara è un’informe montagna; ma, se quella montagna si lascia cavar le viscere d’informe sasso, nei laboratori di quegli ingegnosi riceve la forma d’un grazioso augellino in atto di spiccare il volo, o di un orrido serpe attortigliato, o di un fiore che par che tremi leggero. Ma se poi quel blocco di sasso cade sotto le mani di Michelangelo, diventa il Mosè la più gran bella statua del mondo, e nella Chiesa di S. Pietro in Vincoli sta. Ora vedendo che questa morta materia pigliò così belle forme svariate, ed è sole, luna, pianeti e terra che tutti van roteando sempre in moto; che questa morta materia si muove nelle piante e negli animali e che tutto è moto nell’universo, la scienza esclama con Aristotile « oh quanto è grande il Motore che fa muovere tutto! » Platone, il più gran genio dell’antica filosofia, contempla estatico questo ordinamento dell’universo divinamente architettato: e adora rapito il grande Architetto che « geometrizza sempre, così bellamente….. » Galileo studiando nello spazio del cielo, dei pianeti la rapidità che spaventa il pensiero cerca il gran punto d’appoggio, da cui partono quei movimenti, e adora la Mano di Dio. Newton scopre le leggi che fan roteare la terra (questa è eresia antibiblica, come già più volte sottolineato e parto informe di quella pseudoscienza basata sull’ipse dixit senza una prova a favore ma mille contrarie), i pianeti intorno al sole e quei milioni di mondi nel firmamento, intorno a quelle miriadi di soli, e cercando il centro da cui vanno mossi tutti quei soli coi loro mondi intorno a loro china la gran testa e adora annichilito 1’Onnipotenza di Dio: e fino Arago il grande astronomo moderno (meschino vissuto in questi poveri tempi, in cui fin dai fanciulli sì dimentica Iddio, e ridotto a confessare alla morte di non avere avuto mai tempo a pensare a Lui!) pure dalla scienza era costretto ad ammettere « che il movimento di rotazione primitivo della nebulosità non trovasi dipendente da sole attrazioni: questo movimento sembra supporre l’azione di una forza impulsiva primordiale. (Elogio del Laplace) ». La scienza adunque proclama: che la materia è formata, plasticata, e messa in movimento; vi è dunque chi la formò, chi le fece pigliar forma e figura, chi la fece e la fa muovere, la scienza insomma solennemente proclama; che Dio in principio creò il cielo e la terra. Così la scienza, d’accordo col buon senso universale del genere umano, a tutto rigore di ragione, conferma questa, la prima verità, dogma fondamentale rivelato da Dio stesso: la Creazione viene da Dio. –  Ma contro la parola di Dio, contro la ragion nostra e contro il sentimento universale di tutto il genere umano, si levano su audacemente alcuni increduli, e dicono « non è vero che Dio creò il cielo e la terra in principio; ma la materia, di cui tutto è composto, è sempre stata, la materia è eterna: ed essa da sé sola colle sue forze e colle sue leggi forma il mondo universo. » Ebbene or vi debbo, come ho detto, mostrare che la vera scienza dimostra che gl’increduli parlano contro ragione e par che abbiano perduto il buon senso. Noi vogliamo dimostrarci con loro tolleranti al possibile: e per dar prova di non voler per poco aggravar le accuse contro di loro, ripeteremo le loro stesse parole nel mostrare i loro errori. E subito qui per avvicinarci a trattare con loro alla buona, supponiamo per ora, com’essi pretendono, di tenere per certo solamente quello che non sorpassa la forza e la sfera del senso, e che noi possiamo provare colla sola ragione, come vuole (Buchner nell’Opera Materia e forza, che citeremo a pagine in queste conferenze). Essi mettendoci innanzi come verità certissima: che eterna è la materia, eterne le forze e eterne le leggi, pare che essi, secondo la loro massima stabilità, dovrebbero provare questa supposta verità coi sensi e colla ragione. Essi no; Ci propongono subito in sul principio da credere articoli di un certo lor credo diverso dal credo, ehe ci propone Iddio. Però anche noi, benché non siamo filosofi, no; ma sol poveri cristianelli col nostro po” di ragione e di buon senso abbiamo il diritto di domandar: perché dobbiamo credere a loro? e perciò vorremmo porre innanzi un po’ di questione, come dicono, pregiudiciale, e sarebbe questa. Abbiamo da credere al credo di Dio, o al credo degl’increduli? Noi diremo subito la nostra ragione, per cui crediamo alla Parola di Dio. Noi ci troviam qui creati in mezzo di tutte queste cose del mondo; e abbiam subito con buona ragione creduto che vi debb’essere un Creatore, e vedendo come questo Creatore benedetto provvede ai bisogni di tutte le creature, abbiam pensato che avrà provveduto anche a noi uomini al bisogno che abbiamo di essere istruiti, come dobbiam vivere, pel fine per cui siamo creati. Trovandoci poi appena nati, per grazia di Dio, tra le braccia della Madre Chiesa; con tanto bisogno di saper qualche cosa, abbiamo creduto a Lei, che c’ insegnò le belle cose, che ci fan tanto bene, per ben regolarci. Poi conoscendo che, quello che Ella insegna da credere, va tanto d’accordo colla ragione e col buon senso, e vedendo come i grandi uomini e dottissimi, anzi i migliori degli uomini, lo provano colla scienza, noi confessiamo candidamente che abbiamo creduto com’ella insegna: che in principio Iddio creò il cielo e la terra. Ma per farci credere a voi, come volete, che crediamo, voi dovete provarlo colla prova dei sensi e colla ragione, e poi darci una guarentigia, per assicurarci che (in questa, certamente la più importante delle questioni) sia il più sicuro per noi, credere a voi che lo negate. Del resto tra il credo di Dio, che tante ragioni provan per vero; e il credo vostro senza ragione; noi siam persuasi che sia più ragionevole credere a Dio. Mentre poi la scienza dimostra chiaramente: che non è vero quello che voi volete farci credere. Ve ne daremo le prove pigliando ad esaminare gli articoli del vostro credo, che sono tre:

Articolo 1° La materia è eterna.

Articolo 2° Le forze che muovono la materia sono eterne.

Articolo 3° Le leggi che le governano sono eterne.

Cominciamo adunque dal più solenne enorme errore che gl’increduli fingon di credere, anzi pongon per fondamento di tutti i loro errori: la materia è eterna. Ebbene la scienza ci dice che non è vero che la materia sia eterna, e lo prova. In vero: eterno è ciò che non ha principio, che non ha fine, che dura sempre, e che non si muta mai. Quindi, se la materia fosse eterna, dovrebbe essere sempre stata quale è, e non mutarsi mai. Ma, dice uno scienziato « tutto nell’interiore della terra, tutto nella superficie attesta che ebbe cominciamento e che ha un fine » (Nero Beoubée). Egli è certo dice il gran dotto Cuvier (Rivol. del globo) che fu un tempo che non erano né le piante, né gli animali nella terra; ma apparvero ad una certa epoca. Ma che? anche noi ci riconosciamo che non siamo sempre stati, no. Al men queste anime nostre, fossero pur materiali, come voglion a dispetto d’ogni ragione, però sentiamo che esistono ed hanno forze, e che prima non erano: dunque vi sono cose che prima non erano, che cominciarono ad essere e si van sempre mutando. Perciò, quando anche tutto fosse materia, questa materia però non sarebbe sempre stata qual è: quindi non è eterna. Bene dice qui un gran dotto e buon professor alla nostra università di Torino il Sig. Caucy. La scienza si riduce a ciò che insegna la fede: la materia non é eterna; e se le divine scritture non ci avessero chiaramente rivelata questa verità nel primo, più antico, e noi diremo: nel più grande Libro del mondo, noi saremmo costretti ad ammetterlo come filosofi fisici (Sept: Lecon de phis. gen. Iournal le Mond. pag. 25). – Ma vi è un’altra ragione. Quel che è eterno, ed è sempre stato così e sarà sempre l’istesso, non ha confini che lo misurino, né limiti che lo circondino, e quindi non deve avere né una forma, né una figura. Poiché, e chi avrà fatto pigliar una forma, una figura alla materia che sarebbe sempre stata; com’è? Ma ora la terra, il sole, le stelle, e tutte le cose che noi vediamo hanno limiti, una forma, una figura; vi è dunque chi li limitò, chi fece loro pigliare la forma e la figura che hanno. Dunque, la materia di cui esse sono composte non è sempre l’istessa, dunque non è eterna. Eh sì! vorrebbero essi gl’increduli contro ogni ragione, darci d’intendere che la materia non ha limiti ed è infinita. E da vedere come si sforza quel Signor tale (Buchner) e coi microscopi i più potenti, per farci vedere i più minuti insettucci che formicolano nell’aria; e poi coi più forti telescopi farci vedere su pel firmamento, stelle Sopra stelle, e passare oltre alle stelle, per slanciarci là su fin tra una materia nebulosa e confusa; come è confusa la fantasia degl’increduli. Ma noi osserveremo che si ha un bell’aggiungere a fantasia minuti esseri e di lor altri più minuti ancora, e mondi sopra mondi; ma saran sempre cose materiali, che han sempre figure limitate, e quindi hanno un confine, e non sono infiniti. E come se ai numeri uno, due e tre, si aggiungessero milioni sopra milioni di numeri, si troverebbe sempre una somma di tanti milioni di numeri, e non mai una somma senza numeri ed infinita; così, se oltre le cose materiali che conosciamo, si venissero a conoscere altri milioni di cose materiali e finite anch’esse, non si troverà mai una materia infinita. Vogliamo aggiungere ancora che se la materia fosse infinita, occuperebbe, tutto lo spazio; e allora niuna cosa materiale mai si potrebbe muovere. Perché muoversi vuol dire passare da un luogo in un altro dentro lo spazio. Ecco, io muovo la mia mano, e da qui in basso la metto in alto. Vi è dunque un vuoto nello spazio da potere e spingere l’aria all’una e altra parte, per mettervi in mezzo la mano là. Che, se voi riempite un vaso di liquido ben compresso, per agitar che si faccia, il liquido resta sempre immobile dentro. Ma gli oggetti materiali si muovono fra loro: dunque vi è uno spazio, dunque non vi è la materia che occupi tutto lo spazio: ma ogni cosa di materia occupa lo spazio entro i limiti, che sono i fini suoi. Perciò la materia come non è infinita, così la materia non è eterna. A dir vero che certi increduli (Buchner p. 70) vorrebbero con una certa lor scienza che chiamano trascendentale portarci fuori della ragione. E ci dicono chiaro: che noi non dobbiamo cercare l estensione della materia nelle massime e nelle minime sue parti: giacché (sono proprio tutte parole di Buchner,) in nessuna parte della materia potete conoscere il fine e l’ultima espressione. È impossibile formarci un’idea esatta: (egli dice dell’atomo, cioè della materia): Avvegnaché noi non sappiam nulla né della sua grossezza, né della sua forma, né della sua posizione. (Materia e forza). Ma deh; se voi sapete nulla, né della posizione, né della forma, né della grossezza, nè dell’estensione, né del fine, né dell’ultima espressione della materia: eh che cosa saprete di una materia che, dite: non è né lunga, né larga, né grossa, e di essa non si conoscono per ciò né le parti, né l’espressione, né il fine? Non conoscendo niente di tutto questo nella materia, che cosa sapete della materia che dite eterna? Voi sapete niente. Dunque il primo Articolo del credo degl’increduli è fondato sul saper niente!… ce lo dice la scienza, o Signori, – Il secondo articolo del credo degl’increduli è: che le forze che muovono la materia sono così unite con essa che non si può concepire un atomo di materia senza che abbia la sua forza. (Moleschott.) Ma noi stando alla loro massima o legge di non ammettere per vero e certo quello che sorpassa la forza e la sfera dei sensi e che non si può dimostrare colla ragione, li pregheremo di farci conoscere coi sensi e colla ragione, in primo luogo che cosa sia la forza? In secondo luogo, se la forza sia una sol cosa colla materia, o se sia diversa della materia. In terzo luogo se la forza sia sempre stata unita alla materia e se in quella loro eternità vi sia stato un momento, in cui non erano insieme? e come operano le forze nella materia? – Diteci adunque in prima che cosa è la forza? Noi confessiamo di non saperlo. Io sento e vedo che muovo le mie membra, mi accorgo, che il sole si muove sopra la terra; ma non conosco la forza di questi movimenti. Cercai nei libri dei dotti, ma da quel che ho potuto conoscere la forza da lor si confonde coi movimenti. Ma i movimenti sono effetti prodotti dalla forza; non son essi la forza. Che cosa è dunque mai questa forza? Egli (Moleschott) che dice che non è la forza di Dio che dà l’impulso, né un essere separato dalle materiali sostanze delle cose « ma la proprietà inseparabile immanente da tutta l’eternità » egli ben conoscerà che cosa sia questa forza, per potere assicurare francamente non essere cosa di Dio; ma della materia! Ebbene si dica che cosa è dunque questa forza?….. Ma se è inutile, (gli scrittori della rivista dei due mondi 1 gennaio 1869 uomini del suo partito. a quel che pare; e che pretendono di saperla ben lunga), è inutile, dicono essi; cercare che cosa sia la forza. La ricerca delle forze ha offuscato l’origine della matematica. Noi non vediam che fenomeni; quanto alle cause son fenomeni anch’esse. — Oh che dite mai?….. fenomeni anche le forze?. Ma fenomeni vuol dire fatti; dunque le forze, che sono cause dei movimenti, non son che fatti, e i movimenti sono fatti; così non avremo che fatti e fatti. Ma e chi cominciò a produrre questi fatti? Quando i fatti sono prodotti uno dall’altro, non sono che come gli anelli d’una catena; ma la ragione ed il buon senso fanno intendere che da un anello all’altro si deve salire al primo anello. E gl’increduli così dotti non vogliono accorgersi che da un fatto all’altro, dai movimenti alle forze si deve salire al primo fatto, alla prima forza, come al primo anello della catena!… Ah che il buon senso e la ragione sono già saliti al primo anello, e lo trovarono in mano di Dio! Deh che gl’increduli non rinneghino se stessi: e quando domandano che cosa è la forza? Diano la risposta che vuol la ragione e che il cuore sospira. « La forza prima di tutte le forze è Dio » Io mi spiegherò con un fatto. Ho veduto nella esposizione universale di Parigi un grande orologio, in cui si vedevano ben più di trenta quadranti, in ciascuno dei quali un indice segnava le varie fasi ed i modi in cui si può misurare il tempo. Negli ordigni di ciascun quadrante, una piccola molla particolare faceva muovere quegl’indici. Ma tutte quelle molle, perché davano quei movimenti? perché vi era una gran molla che dava movimento a tutto. Così di tutti i movimenti dell’universo vi è una causa prima, un gran principio. Dice opportunamente il buono e dottissimo Bonnet (nel suo gran libro: La contemplazione della natura:) l’universo dipende essenzialmente da questa Causa, invano cercheremo noi altrove la ragione di ciò che è…….. Fare l’universo eterno è ammettere una successione infinita di esseri infiniti. Ricorrere all’eternità del moto è mettere un effetto eterno, (cioè per dirlo noi più popolarmente; è un voler darci d’intendere che vi sian fatti e fatti e sempre fatti, senza che nessun li abbia fatti!…). Conchiudiamo adunque con questo bravo scrittore, che, poiché esiste l’universo, vi ha di fuori dell’universo una Ragione Eterna della sua esistenza. Così parla la vera scienza, o Signori. – Ma noi domandiamo in secondo luogo agl’increduli che assicurano di conoscere essi che eterna è la materia, eterne sono le forze; almeno ci dicano se esse sono una sola cosa, o se siano due cose diverse? Se sono una sol cosa, allora non avrem che materia; perché adunque due nomi diversi? Ma poi anche noi osserveremo: che la forza è troppo diversa dalla materia: perché la materia è inerte, la forza si muove; la materia è passiva, la forza è attiva; la materia è pesante e sta, ma le forze senza peso volano e fan volare anche la materia. Dunque sono diverse al tutto. Ma se sono diverse, ci dicano almeno gli increduli: se le forze da lor credute eterne, sono sempre state unite alla materia? Ma noi risponderemo loro: che noi conosciamo evidentemente che vi sono forze che prima non erano. Si conosce proprio nella terra sotto gli strati sovrapposti, che vi fu un tempo in cui essa non aveva la forza di far vivere gli animali. É certo, che prima non era nella terra un’altra forza; vogliam dire la forza di creature ragionevoli che facessero variare il corso dell’acqua per innaffiare campi, coltivare la terra con istrumenti inventati, né la forza di assoggettare gli animali a prestare il loro servigio. Così possiamo conchiudere che in questo mondo di materiali cose in prima non v’eran forze le quali si svilupparono poi in certe epoche. Signori, così dimostrano le osservazioni della scienza, che queste forze non erano eterne. –  Quindi, finalmente domanderemo agli increduli, ad essi che pretendono di conoscere le forze unite alla materia, di spiegarci in qual modo le forze operino sulla materia. Per noi esporremo loro tre ipotesi: La prima: se quelle forze movevano la materia di conserva andando parallele fra loro? In questo caso non si sarebbero incontrate mai, e non avrebbero mai unito un atomo coll’altro per formare i corpi. La seconda: se andavano divergenti o convergenti? Noi osserveremo che, se andavano coi loro movimenti divergenti e senza unione fra loro, lasceremo agl’increduli di correre appresso al movimento eterno nello spazio infinito. Se erano divergente ed unite dimodoché una per esempio attirava la materia ad un centro, l’altra forza la spingeva in altra direzione come sono le due forze centripeta e centrifuga: allora la materia doveva pigliare una via di mezzo e segnar, come dicono, la risultante: e avremmo tutti gli atomi sempre in rotazione. La terza: se queste forze andavano forse libere e senza ordine? Allora avremmo miriadi e miriadi di forze, le quali con processo meccanico e fortuito (Buchner) spingendo sempre ogni atomo di materia come proprietà indivisibili sempre unite necessariamente alla materia inesorabilmente in moto (Moleschott) e in questo caso ciascuna forza spingendo il proprio atomo avrebbe prodotto la confusione eterna e non mai formato il mondo ordinato nel tempo. Sarebbe dunque l’eterno caos, come è un vero caos di confusione la mente di chi non vuol riconoscere Dio Creatore Onnipotente e Sapientissimo di tutto l’universo. In tanto noi vogliamo conchiudere: che cosa sanno gl’increduli intorno alla forza?…. sanno essi che cosa sia la forza? No. Sanno essi come le forze esercitan la loro azione sulla materia? No. — Ma che cosa sanno infine della forza? — Niente. Ma adunque il secondo articolo del loro credo è fondato sul saper niente! — Tanto può rinfacciare la scienza a quei signori increduli…..

Il terzo loro articolo è che vi son leggi eterne. Bene s’accorgono anch’essi che la materia e le forze sole produrrebbero l’eterna confusione e voglion farci credere che vi sian eterne leggi. E noi domandiamo prima di creder loro che ci faccian conoscere che cosa sono le leggi. Le leggi, dicono essi, sono una ferrea inesorabile necessità immutabile che domina l’attività della materia, regolano il movimento (Buchner p. 83), producono la formazione organica e il mondo non è che il risultato di tentativi, che vanno con processi fortuiti. (sempre nell’opera Materia e Forza). Ma la buona logica prima di tutto osserva; che, se vi son leggi vi debba essere un legislatore da cui emanano; e se queste leggi sono immutabili ed inesorabili, e vanno con ferrea necessità, bisogna dire appunto per questo, che obbediscono al Creatore legislatore che le ha date, e le mantien stabili, per conservar l’ordine dell’universo. Perché chi ha buon senso intende che le leggi sono ordini e norme, che sono date, da chi mira a conseguire un fine. Poi osserveremo in secondo luogo; che se queste leggi andassero con processi sempre in tentavi infiniti, non arriverebbero mai a formar qualche cosa di finito, perché chi va e non si ferma mai non arriva mai al fine del suo viaggio. Ma noi vediamo che le leggi che muovono la materia e dirigono le forze, sono ordinate a conseguire tanti fini particolari e li conseguono. Leggi fan muovere la materia nelle piante per farle vegetare e mantenere la specie: e le piante vegetan, mettono fuori i semi, li lasciano cader giù consegnandoli alla terra perché si sviluppino in piante novelle. Le piante così disseccano, perché hanno ottenuto il loro fine. Leggi dirigono l’istinto degli animali, e gli animali vivono, sentono, generano i loro simili e conseguiscono tutto il lor fine. Vi è un genere solo di creature le quali sono regolate da tante leggi; e non conseguiscono tutto il lor fine in terra. Siamo noi uomini che non otteniamo tutto il nostro fine in terra, diciamolo consolati, perché il nostro fine è conoscere, amare, adorare il Creatore che ci vuol con Lui beati per sempre in cielo; noi lo sentiamo che questo è il nostro fine…. Oh! ma voi ridete forse della nostra fede: e parlate fieri in nome della scienza? Ebbene noi vi risponderemo colla scienza di uomini dei più dotti. Sì, dice il gran Bacone da Verulamio (Novum organum) quando la mente umana considera separatamente le cause seconde, può talora fermarvisi e non uscire dall’ateismo; ma se progredisce oltre per riconoscere il lor legame e la loro concatenazione, si vede costretta di ricorrere ad una Divinità e ad una provvidenza divina. Perché, dice Marsilio Ficino (Teologia Platonica) gli elementi animati da forze contrarie non potrebbero formare un tutto saviamente armonizzato se non dipendessero da un principio: i limiti e i confini hanno bisogno di essere indirizzati ad un oggetto determinato per virtù di un regolatore sovrano: se fossero abbandonati a se stessi, per la necessità della lor natura opererebbero in senso opposto di, quell’intento……. L’intento non è conosciuto da quelle attività, ma vi dev’essere una Sapienza che ve lo conduca, come il sagittario indirizza la freccia. V’è un grande disegno, adunque dice Agassy tanto dotto (Fisiol. comp.) in tutta la creazione perfettamente maturato da principio invariabilmente proseguito. E questa opera di Dio infinitamente savio, il Quale governa la natura secondo le leggi immutabili. Noi osserveremo col sig. Bonnet dottissimo per tutto dell’ordine e dei fini; ma questi ordini e questi fini sono un effetto, quale n’è il principio?…….. Diciamo che se esiste l’universo, vi è fuori dell’universo una Ragione Eterna della sua esistenza. Così le forze intorno a cui noi studiamo, conchiude il professore Franceschi (Scienza e filosofia) in fisica in chimica e via discorrendo, son tutte forze subordinate, partono da principii, vale a dire da leggi, per servire a determinati fini; ma il principio dei principii, il fine dei fini riconducono ad uno Spirito ad una Mente Prima. È vero adunque, dice Ermanno Urlicci, che i risultamenti a cui vanno gli odierni studi della natura, anzi che riescire al panteismo, al materialismo, all’ateismo, provano il contrario, cioè che Dio è il creator della natura. Noi vogliamo conchiudere col Sig. Chamminy (Cristianesimo liberale) che la ragione ci fu data, perché Dio ne fosse il grande oggetto. Poiché il dire che vi siano leggi senza che vi sia mai stato legislatore è un ammettere effetti senza la loro causa, è un ammettere fatti senza che nessuno li abbia fatti a dispetto della ragione. Adunque il dire che vi siano leggi le quali sono ordinate a conseguir un gran fine, e, che conseguiscano il più gran fine, qual è l’ordine dell’universo, senza che vi sia mai stato un Ordinatore e Sommo Ordinatore, è un rinnegare la ragione … Increduli,…. il terzo articolo del vostro Credo non solo è fondato sul saper niente; ma è fondato sul negar la ragione del genere umano !… Per essere increduli bisogna rinnegar la ragione! – Ma lasciamo, lasciamo, che un grand’empio (Rousseau) perché ha talento di cui abusò tanto; non volle però rinnegare la propria ragione del tutto. Io mi umilio, e dico: Essere degli esseri io sono perché tu sei: egli è un innalzarmi alla mia sorgente il meditarti continuamente. L’uso della mia ragione più degno sì è quello d’annichilarmi dinanzi a Te. Assorgiamo adunque che tutto c’invita al primo, al sovrano legislatore, che modera, regola le creature a conseguir il fine colle sue leggi. Assorgiamo a Dio. Udite il gran Newton (lib. III Ottica) l’origine dice egli, di tutte le cose non può attribuirsi che all’intelligenza e alla sapienza di un Ente potentissimo, esistente sempre, presente ovunque, il quale ordinò a suo piacimento tutte le parti dell’universo, molto meglio che l’anima nostra il proprio Corpo che le è congenito. — L’armonia, dice ancora, è il prodigio di un tanto ordine, nelle terre, nei mari e nei cieli non da cagioni meccaniche e non da anime mondane, ma dalla potenza, dal consiglio, dall’arbitrio e dalla dominazione deriva del sommo imperatore Iddio, il quale non è già egli il mondo, lo spazio e la durazione; ma è necessario, eterno, immenso, infinito, presente dovunque per virtù e per sostanza, tutto uniforme e simile a Sé solo, tutto intelletto, tutto forza e tutto azione; e non a guisa di uomo, ma in sublimità divina, vietata a sguardo mortale, e manifestata solo negli effetti e nelle beneficenze per eccitamento dell’adorazione nostra e della virtù… Increduli, la scienza, la vera scienza grande vi confonde!…. Convertitevi!…. Dio benedetto! quale consolazione per un buon Cattolico sentire espressioni di Newton, un dei più grandi scienziati del mondo, che van tanto d’accordo colle espressioni di un gran Santo (le più filosofiche benché egli non si crede d’esser filosofo), san Bernardo che chiama Dio un Lume eterno, una Virtù Onnipotente, Una Volontà benevolentissima, Iddio insomma che creò il mondo per manifestare che Egli è il sommo Bene. Tanto è vero che la più grande e vera scienza conduce gli uomini a Dio, e confonde la stoltezza degli increduli cheli vorrebbero d’accordo col demonio da Lui allontanare. Qui anche vogliamo aggiungere che sì veramente questa credenza in Dio illumina la scienza. Difatti, con una gran mente, con un gran cuore e con la fede in Dio a quali sublimi vedute, a quali scoperte può essere elevato il genio umano, e quali grand’opere egli può fare. Galileo….. scopriva le leggi del moto; del pendolo; ma, quando vide la lampada oscillare la quale gli dié la spinta alla sublime scoperta, egli era in ginocchio in quel momento nella Cattedrale di Pisa a pregare Iddio! Newton…. scoprì le leggi della rotazione dei mondi del firmamento; ma studiava con rispetto la parola di Dio e faceva modo di provar coi calcoli la verità della Profezia di Daniele della morte del Figliuol di Dio fatto uomo! Keplero… scriveva la grand’opera sulla astronomia; ma la terminava con un inno al Creatore ringraziandolo « di aver rivelato con tutta la forza che Dio gli aveva dato, la sua gloria nella creazione (l’unica cosa buona di quest’opera è appunto l’inno al Creatore – ndr, -); colla speranza e santa gioia di goder un giorno nella gloria della luce eterna, dopo d’aver contemplato tanta luce nel tempo. » Volta, il più gran fisico che dava in mano al progresso il principio di tutto il gran movimento moderno; l’elettricità: ma dall’Università di Pavia andava alla parrocchia a insegnar la dottrina ai fanciulli. Comprendeva il progresso dell’umanità cominciare dal conoscere Iddio! E Linneo… il più dotto naturalista del mondo (Introitus) rapito in santo entusiasmo esclamava:

Oh Jehova Quam magnifica sunt opera tua!

Vir insipiens non cognoscit ea.

Stultus non animadvertit ea.

Avete capito? è uno stolto chi non conosce che l’universo è creato per la gloria di Dio. (Sistem. imp. nat): perchè fînis creationis telluris est gloria Dei. –

Deh oda il Sig. Moleschott quegli uomini grandi e dottissimi, che seppero spingere al più alto termine la ragione umana nello studio della scienza: e noi vorremmo che si temperasse nel suo ardimento, con cui proclama in nome della scienza: che il processo meccanico e fortuito abbia bandito l’idea di Dio e dell’intervento sopra naturale (Moleschott)! O tutti, che negate Dio in nome della scienza, ecco ciò che dice la scienza per mezzo di uomini che sono degni di esserne i rappresentanti, ai quali voi dovete degnarvi a far di cappello: se pur l’orgoglio, che vi fece sorgere contro l’Altissimo, non vi fa credere d’essere voi la scienza incarnata!.. Ricordatevi che quei grandi avevan nome (Newton, Keplero, Linneo, Volta. Essi fecero le grandi scoperte e scrissero le grandi opere, e voi……. E non fa sdegno leggere in tanti articoli di giornali e discorsi da cattedra vilipendere col nome di superstiziosa ignoranza la fede in Dio Creatore di tanti, di quasi tutti, e certo dei più grandi dotti del mondo universo, e del genere umano ?… Però può un fanciullaccio salire su di un mucchio di paglia, anche tutto in marciume e gridare « guardate, come son grande! » Ma non vogliamo noi essere i bimbi di ammirarli, benché si sono innalzati su di un mucchio di vecchi errori già confutati: anche che ascendano in una nube di confusione trascendentale in faccia a quei sommi. A quelli potremmo aggiungere tanti grandi luminari in altre scienze; aggiungere poi con tanta consolazione i migliori uomini del mondo, i Santi, e poi tutti gli onesti, lasciandovi della loro parte la ribaldaglia dei commetti-male, che non credono a Dio. Essi con tutta la loro boria di scienza, per noi sono meschini meschini! Noi si, ci prostreremo con quei bravi nel subisso del nostro nulla ad adorar Dio; e avremo compassione di voi, Sig. Moleschott, che avvilite l’anima vostra, che non è volgare, ad adorare la materia; sì avrem compassione sentendovi dire con tanta edificazione, le vostre orazioni colle mani giunte »  o metamorfosi della materia sacra parola! Al sol pronunciarla sentiam destarci nel petto un senso di profonda venerazione!…… (La circolazione della vita, lettera III). Noi tutti sentiamo nascerci nel petto un senso di venerazione verso Dio! Ma Dio non è materia morta, ma è una Virtù Onnipotente; Dio non è forza cieca, ma è un Lume Eterno; Dio non è legge eterna, ferrea necessità senza scopo, ma è una Volontà e Provvidenza benevolentissima, è il Sommo Bene che crea gli esseri per communicar del ben suo. Che se voi poi dite la materia eterna, onnipotente e sapientissima, e l’adorate per tale, vi risponderemo che voi, per la smania di combattere Iddio, Gli cambiate il nome; ma a vostro dispetto adorate Iddio Medesimo. Non vi accorgete, dice Seneca (che pur era un filosofo che viveva alla corte dell’imperatore Nerone, ma pur non ostante di quella mefitica atmosfera ancor conservavasi il buon senso), non intendete che mutate il nome di Dio? Che cosa è mai questa materia, natura eterna, intelligente, che ha forza onnipotente, che regge con leggi l’universo, fuorchè Iddio? Non intelligis mutare nomen Dei? Quid est aliud natura (materia) quam Deus? Ma se poi siete ostinati a voler dire: che materia, che forze, che leggi hanno creato l’universo; la scienza si ritira e lascia al buon senso di dare la sentenza su questa, che proponiamo per ischerzo, questione: — se sia più ragionevole il dire : che Dio Eterno, Onnipotente, Sapientissimo, Provvidentissimo e Sommo Bene abbia creato il mondo, o dire che il mondo sia stato creato da tre orbi, che dall’eternità giuocano le bastonate, la materia, le forze e le leggi. Ma almen fossero tre orbi, che avessero un lumicino di ragione, ché saprebbero forse misurarsi tra di loro certi colpi per benino! Signori no: tre orbi muti, irragionevoli, che vanno con tentativi infiniti senza saper dove vanno, hanno formato e cieli e terra, e piante e animali, e tante anime buone che hanno ancor buon senso! E il buon senso conchiude, quel che prova la ragione e la scienza: che in principio Iddio ha creato il cielo e la terra: e il genere umano non si curando di chi lo nega, adorerà sempre il Creatore Iddio.

Esame.

Nell’accompagnare la scienza che rende omaggio all’Eterno Creator del tutto, noi ci trovammo sempre dinnanzi e ci siam reso famigliare il pensiero dell’eternità, e adorammo la grande idea di Dio. Ora ogni verità meditata esige da noi un dovere; è il dovere che esigono queste due grandi verità, Dio e l’eternità, è di dar gloria a Dio Creatore e di mettere noi, giacché Egli ci destina, in salvo nella sua beatitudine eterna. Come adempimmo noi a questo dovere universale della vita? Forse i nonnulla del tempo ci rubarono i pensieri dovuti a Dio e all’eternità?… Poveri noi! che non siamo sorpresi dall’eternità, senza aver avuto tempo a pensarvi! Che non accada a noi come al dotto Archimede! Egli era tutto nei suoi studi e sprofondato nelle difficoltà del calcolo, non si era accorto che la sua città di Siracusa era già presa dai nemici, non udiva il fragor dei palazzi che cadevano incendiati a rovina, non sentiva i gemiti dei cittadini che gli morivano tutti d’intorno, non s’accorgeva che entrava furente il soldato per ammazzarlo! Sol quando quegli alzò la mazza per colporlo, alzò la faccia…. ahi! vide solo il colpo di morte e cadde colpito da quello. – E forse non avviene a tanti e tanti, che occupati negli studi e nel far roba, non s’accorgono che già li sorprende la morte? Non han tempo neppur di dire: « Gesù e Maria!…» ah sono già nell’eternità senza il pensiero di Dio! …

Grande avviso per la Pratica.

Dio, Dio è il Creator di tutto che ci vuole seco beati. Facciamo tutto a gloria di Dio per mettere per mettere in Lui in salvo l’anima nostra nella eternità di Dio.