LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (16)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ (16)

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle MissioniROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF. – 1930

NIHIL OBSTAT – Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

SECONDA PARTE

CAPITOLO II

In che modo il sacerdote partecipa al sacerdozio di Gesù Cristo.

Gesù, Sommo Sacerdote della nuova Legge, non muore e non ha quindi bisogno di successori: dall’alto dei cieli continua a esercitare il suo sacerdozio. Ma, risalito alla destra del Padre, Ei non è ormai più visibile a noi. Eppure noi, essendo composti di anima e di corpo, abbiamo bisogno di qualche cosa di sensibile per innalzarci a Lui, sacerdote invisibile. Nostro Signore ben lo sapeva; e quindi, prima di lasciare la terra, istituì, come dice il Concilio di Trento (Sess. XXII, cap. I e can. 2), un sacerdozio visibile, per continuare quaggiù il suo sacrificio e i suoi uffici sacerdotali in modo adatto alla natura umana. Con ciò Gesù non cessava già di essere l’unico Sommo Sacerdote, ma veniva a vivere, in quanto sacerdote, in uomini scelti da Lui e dalla sua Chiesa. Vivrà in loro colla comunicazione dei suoi poteri, in virtù del carattere sacerdotale, e colla partecipazione delle sue virtù. Onde avrà non dei successori ma dei rappresentanti visibili. Il Sacerdote cattolico sarà quindi un altro Cristo, sacerdos alter Christus: in nome suo e colla sua autorità farà gli uffici sacerdotali e guiderà le anime al Sacerdote invisibile e, per Lui, a Dio. Quale rispetto, quale venerazione non dobbiamo dunque avere pei Sacerdoti di Cristo!

ART. I. — GESÙ VIVE NEL SACERDOTE COLLA COMUNICAZIONE DEI SUOI POTERI.

.a) Nell’ultima Cena Gesù aveva offerto un vero Sacrificio: cangiando il pane nel suo corpo e il vino nel suo sangue, aveva, sotto le specie del pane e del vino, offerto al Padre e immolato in modo mistico quella vittima che il giorno appresso avrebbe offerta e immolata in modo cruento sul Calvario. Quindi aveva aggiunto: « Fate questo in memoria di me » (S. Luca, XXII, 19). Ora che intendeva Gesù con queste parole? Due cose intendeva: prima di tutto che il Sacrificio eucaristico da Lui offerto doveva essere istituzione permanente e obbligatoria; e poi che gli Apostoli e i loro successori ricevevano il potere di offrire questo medesimo Sacrificio. – Ed è appunto ciò che avvenne, a cominciare dai tempi apostolici ai nostri giorni: i primi Cristiani erano assidui alla preghiera e alla « frazione del pane » (Act. II, 24, 26);  ed oggi ancora dovunque il Sacerdote cattolico porta il Vangelo, ivi pure consacra l’ostia ed offre il divino Sacrificio. – Ma è da notar bene che questo potere di consacrare e di offrire la vittima divina non viene esercitato da un uomo se non in quanto opera in persona di Gesù Cristo. Infatti il sacerdote dice: « questo è il mio corpo »; ora il pane viene cangiato non nel corpo suo ma nel Corpo di Gesù Cristo; è quindi vero che è un altro Cristo, che parla e opera in nome di Lui. Del resto, chi mai potrebbe operare questo mirabile cangiamento di sostanza, questa transustanziazione, come la chiama la Chiesa, se non chi è rivestito del potere stesso di Dio? Ecco perché san Giovanni Crisostomo, parlando della consacrazione eucaristica, dice ai Cristiani del suo tempo: « Non è già un uomo che fa che il pane e il vino da voi offerti diventino il corpo e il sangue di Cristo, ma è Cristo stesso crocifisso per noi. Rappresentante visibile di Gesù, il Sacerdote, ritto in piedi, pronuncia le parole della consacrazione; ma è la potenza e la grazia di Dio che lavora » (In prod. Iudæ, I, 6.). È dunque Gesù vivente nel Sacerdote che opera questa mirabile trasformazione.

b) Ed è pur Gesù che, per mezzo del Sacerdote, rimette i peccati. La sera della Risurrezione gli Apostoli se ne stavano radunati nel Cenacolo, quando il Maestro appare all’improvviso in mezzo a loro e dice: « Pace a voi! ». Quindi diede loro solennemente l’ufficio e il potere di rimettere i peccati: « Come il Padre mandò me, anch’Io mando voi… Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi; e a chi li riterrete saranno ritenuti? ». Sono ormai venti secoli che il Sacerdote cattolico corre il mondo, riceve la confessione dei peccatori pentiti, giudica con autorità suprema della sincerità delle loro disposizioni, e rimette i peccati a quelli che crede sufficientemente contriti. Ora, chi può rimettere i peccati? chi può ridar la vita a chi è spiritualmente morto? chi può restituire insieme coll’amicizia di Dio la grazia e le virtù infuse? Nessuno certo se non Colui in cui vive Gesù sommo Sacerdote, giudice supremo dei vivi e dei morti, e distributore di tutti i doni divini.

c) Per Gesù e con Gesù il Sacerdote amministra i sacramenti. Istituiti da Gesù per comunicare la grazia, i sacramenti non hanno efficacia se non in quanto sono conferiti da Gesù vivente nel Sacerdote; difatti il comunicare come causa principale la vita divina non è cosa propria di uomo mortale, ma soltanto di Dio o dell’Uomo-Dio. Sia quindi Pietro o Paolo colui che battezza, è sempre Gesù che battezza in loro e col battesimo conferisce una partecipazione della vita divina. Si dica lo stesso degli altri sacramenti.

d) Gesù vive pure nei suoi Sacerdoti a predicare il Vangelo. Prima di salire al cielo, il divino Maestro, volendo perpetuare sulla terra il suo ufficio di Dottore, apparso agli Apostoli su un monte della Galilea, disse loro queste parole: È stato dato a me ogni potere in cielo e in terra. Andate dunque ad ammaestrare tutte le genti, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che Io vi ho comandato. Ed ecco che Io sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo » (Matth. XXVIII, 16-20). Gli Apostoli e i loro successori si spargono nel mondo e ammaestrano gli uomini nelle verità divine; insegnano non le scienze umane, non la via che conduce alle ricchezze e agli onori, ma la scienza divina, la via che conduce a Dio. La dottrina che insegnano non è dottrina loro ma è dottrina di Cristo che manda e che parla per bocca loro. « Facciamo ufficio di ambasciatori di Cristo, come se Dio stesso vi esortasse per mezzo nostro » (I Ep. Cor., V, 20). E, secondo la promessa del divino Maestro, lo Spirito Santo stesso viene a insegnar loro tutte le cose, e a richiamare e far loro capire tutto ciò che Gesù insegnò (S. Giov., XIV, 26.). Onde Nostro Signore chiaramente aggiunge: « Chi ascolta voi ascolta me e chi disprezza voi disprezza me » (S. Luca, X, 6). È dunque Gesù che parla per bocca dei predicatori evangelici. Quindi, quando il Sacerdote offre il santo Sacrificio, quando rimette i peccati, quando amministra i sacramenti, quando predica il Vangelo, non è lui che parla od opera, è Gesù che vive in lui; e così il Sacerdote è un altro Cristo. Il che intenderemo anche meglio studiando il carattere sacerdotale.

Art. II. — GESÙ VIVE NEL SACERDOTE IN VIRTÙ DEL CARATTERE SACERDOTALE.

Essere ambasciatore di Cristo, parlare ed operare in suo Nome, sarebbe già alta e nobile missione. Ma il sacerdote è ancora qualche cosa di più: coll’ordinazione sacerdotale non solo riceve i mirabili poteri che abbiamo descritti, ma viene pure interiormente trasformato e consacrato in modo simile a quello onde sono consacrati il pane eucaristico e l’olio della cresima. È san Gregorio Nisseno che lo afferma, adoperando paragoni che non sono da prendersi alla lettera ma solo in senso analogico o proporzionale. « Il pane prima è pane comune; ma, santificato che sia dalla consacrazione, è detto e diviene veramente il corpo di Cristo. Parimenti l’olio mistico, parimenti il vino, cose di poco pregio prima della benedizione, santificati che siano dallo Spirito, operano e l’uno e l’altro mirabili effetti, Questa stessa virtù fa pure che il Sacerdote, per mezzo della consacrazione sacerdotale, diviene augusto e venerando e rimane separato dalla plebe. Ieri ancora confuso col popolo, passa tutto a un tratto ad essere direttore, capo, dottore di pietà, iniziatore agli arcani misteri. E tutto ciò avviene senza che nulla si cangi nel suo corpo e nel suo aspetto esteriore, ma una forza invisibile e la grazia gli hanno trasformato l’anima » (Per il giorno dei lumi, P. G. XLVI, 581.). Questa consacrazione che trasforma il Sacerdote non è se non il carattere sacerdotale che gli viene conferito, e che gli s’imprime nell’anima un indelebile sigillo spirituale. Sant’Agostino lo paragona all’impronta dell’imperatore incisa sulle monete e al segno corporale ond’erano in passato segnati i soldati. Questo carattere aderisce talmente all’anima che non ne può essere separato anche se il Sacerdote venga sventuratamente a perdere lo stato di grazia; egli è, a così dire, incorporato e vi resterà sino alla morte, anzi perfino nell’eternità. – Il carattere sacerdotale, dice san Tommaso (Summ. Theol. III p., q. 63, a, 3 e 4.) è una rassomiglianza col sommo sacerdote Gesù Cristo, è una vera partecipazione al suo Sacerdozio, che rende il Sacerdote simile a Cristo in quanto capo del Corpo mistico, e ne fa un altro Cristo, un riflesso della sacerdotale sua fisonomia. È questa la ragione per cui il Sacerdote può fare, sotto l’azione di Cristo, ma in modo vero e reale, gli uffici che il sommo Sacerdote Gesù fece sopra questa terra: è un altro Cristo e opera per la sua virtù e sotto la sua dipendenza. – Oh! quanto è eminente la dignità del Sacerdote! I Padri non temono di paragonarla alla dignità di Maria santissima. Colui che Maria generò nel suo seno, il Sacerdote lo produce sull’altare; Colui che Maria portò in braccio e diede al mondo, il Sacerdote lo porta in mano e lo dà alle anime; Colui che Maria offrì sul Calvario, il Sacerdote l’offre sull’altare. Onde possiamo dir coll’Olier (Traitè des SS. Ordres, 3 partie, ch. VI): « Dio ha fatto due prodigi nella Chiesa: il Sacerdote e la Vergine santissima ». Conviene quindi che la santità del Sacerdote si avvicini a quella di Maria.

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