LE VIRTÙ CRISTIANE (8)

LE VIRTÙ CRISTIANE (8)

S. E. ALFONSO CAPECELATRO – Card. Arcivescovo di Capua

Tipografia liturgica di S. Giovanni Desclée e Lefebre e. C. – Roma – Tournay

MDCCCXCVIII

PARTE IIa

LE VIRTÙ CARDINALI

CAPO I.

UN’OCCHIATA ALLE VIRTÙ CARDINALI

Sin qui qui il nostro discorso fu di quelle virtù, che nel Cristianesimo meritamente primeggiano sopra le altre; perciocché si riferiscono alle attinenze immediate tra le creature e il Creatore, tra i figliuoli e il Padre loro celeste. Invero la fede, la speranza, la carità, la religione, corrispondendo alla nostra naturale tendenza verso l’Infinito e l’Eterno, ci sublimano sopra di noi medesimi, e ci fanno vivere col pensiero, col desiderio e con l’affetto in quel Signore, che ci trasse dal nulla, e poi, diventati peccatori, misericordiosamente ci redense. Ma, poiché ogni principio di bene è da Dio, segue che le virtù, onde ci avviciniamo e ci uniamo a Lui, riescono seme fecondo di ogni nostro morale perfezionamento. Oltre a ciò, benché coteste virtù non mirino principalmente alle nostre relazioni col prossimo; pure spirano intorno un’aura viva di sapienza, di bontà e di morale bellezza, che, come zeffiro soave, si diffonde altresì nei nostri fratelli. Laonde la fede. La speranza, la carità e la religione, intanto che ci fan volgere gli occhi al Cielo, diventano pure quasi anelli che ci congiungono a tutti gli uomini. Per esse ci è dolce di credere, di sperare, di amare insieme con coloro, che, come noi, sono figliuoli del primo padre Adamo: e altresì di adorare Iddio, di ringraziarlo e di pregarlo, aspirando ad avere tutti, come è detto dei primi fedeli, un cuor solo e un’anima sola. – Ma vi hanno pure varie altre virtù, le quali riguardano più direttamente le relazioni intime dell’uomo con se stesso e col prossimo, Le diciamo virtù morali, cioè virtù, che intendono praticamente a ordinare secondo rettitudine la vita, e i costumi degli uomini. Il loro numero non si può dire con assoluta certezza determinato, essendo spesso gli ufficj loro così somiglianti, che, fra gli scrittori, taluno ne novera e distingue più, e tale altro meno. Prima del Cristianesimo fu insegnato dai maestri di religione e di etica, e principalmente dai filosofi che le virtù morali derivano tutte, quasi figliuole, da quattro virtù principali. Le quali la filosofia morale di quei tempi paragonò ai cardini, su cui si sostengono ed elevano gli edifizj; e però le disse virtù cardinali. Esse sono la prudenza, la temperanza, la fortezza e la giustizia, dai più. indicate con quest’ordine. Ad altri piace ordinarle diversamente, ma l’ordine loro rileva poco; perciocché queste quattro virtù sono indubbiamente unite con vincolo d’amore tra loro, ma non derivano strettamente l’una dall’altra. Nel Cristianesimo i Padri della Chiesa e gli altri maestri in divinità accettarono (e fecero bene) quest’appellazione, venuta dalla retta filosofia antica, e trasfusero le idee e il nome di coteste virtù sì nell’etica cristiana, Sì nell’insegnamento religioso. Però oggi, sino nei catechismi che i nostri fanciulli mandano a memoria, si tratta delle virtù cardinali. Invero sant’Agostino nel 1° Libro del Libero arbitrio insegna che la buona volontà dell’uomo si volge tutta intorno alle quattro virtù cardinali, prudenza, temperanza, fortezza e giustizia, e nel Libro secondo della Genesi contro i Manichei paragona queste quattro virtù ai quattro limpidi fiumi, i quali abbellivano e irrigavano  l’Eden. San Gregorio poi nei suoi Moralia, guardando più da vicino al significato delle parole virtù cardinali, dice che le quattro virtù cardinali sono le quattro basi, che stanno ai quattro angoli della nostra casa spirituale. Infine, la distinzione e il nome di virtù cardinali, accettata anche nel medio evo da san Tommaso, e da tutta la Scolastica del tempo, di secolo in secolo è arrivata sino a noi. I maestri di filosofia e di etica pagana attinsero il concetto di queste virtù in parte dalla luce dei primi principj che irraggia la coscienza umana, in parte dalla tradizione della divina rivelazione, non mai smarrita interamente, neppure tra le tenebre dell’idolatria, e in parte dal loro retto e talvolta altissimo filosofare. – I Padri della Chiesa cattolica, anzi la Chiesa stessa, accentando e facendo suo ogni sprazzo di luce vera, che trovò nel paganesimo, si appropriò anche le virtù cardinali. Ma il principale concetto di esse lo prese dalla Bibbia, nella quale ciascuna delle quattro virtù è non raramente commentata e dichiarata. Massimamente però lo tolse dai Libri sapienziali, e dagli insegnamenti di Cristo; benché né la Bibbia né Cristo dessero mai a cosiffatte virtù il nome di virtù cardinali. – Se non che il Cristianesimo, mentre s’accostò con la sua luce e con la sua sapienza celestiale a queste virtù, fece altro ancora. E levandole sino a Dio e nobilitandole, con quell’aura soprannaturale e celestiale che spira sempre intorno ad esso, in un certo tal qual modo le trasfigurò, benché nella sustanza rimanessero quali erano. Al Cristiano, in vero, è bello l’esser prudente, temperante, forte e giusto; ma ci vuole altresì che queste virtù nascano in lui, quasi fiore di cielo, per effetto della divina grazia, e lo elevino, insieme con le virtù teologali, a Dio. A noi non basta l’essere prudenti e temperanti e forti e giusti, perché l’esserlo ci è comandato dalla retta ragione e dall’etica naturale; ma molto più lo vogliamo, perché con queste virtù glorifichiamo il nostro Padre celeste, ci rassomigliamo a Lui, e acquistiamo meriti per possederlo e amarlo nella vita futura. Sappiamo, che cosiffatte virtù ordinano in gran parte la nostra vita morale e i nostri costumi; e questo è certo un bene assai desiderabile. Ma quale scopo mai duraturo e santo avranno la vita morale e il buon costume nostro, se non ci dovranno unire dolcissimamente al nostro primo Principio, e farci vivere e godere in eterno con Dio? Se, dopo di aver molto combattuto con noi stessi, e spesso col prossimo, per vivere secondo queste virtù naturali, dovessimo poi putrefarci tutti, e diventar pascolo di vermi in un orrido sepolcro, che nella sustanza poco differisce da un letamajo, pare a voi che avremmo ricavato un gran pro dal sacrifizio nostro? – Dante Alighieri, che, come mi avvenne di notare parecchie volte, fu anche teologo profondissimo, nei primi versi della seconda Cantica vede il Purgatorio non già nelle inferiori parti della terra, poco discosto dal limbo e dall’inferno, secondo l’opinione comune dei teologi del medio evo, ma in un monte, con otto ripiani, cioè l’Antipurgatorio, i sette cerchi e il Paradiso terrestre. Ora quel che fa al nostro proposito, è che Dante dopo di aver detto:

E canterò di quel secondo regno / Ove l’umano spirito si purga, / E di salire al Ciel diventa degno;

nell’entrare che fa in Purgatorio, si trova trasportato dall’aura morta dell’Inferno, che gli aveva contristati gli occhi e il petto, al regno luminoso del Purgatorio. Ed ebbe ragione di così chiamarlo; perciocché nel Purgatorio le anime, benché per un certo rispetto sieno come in carcere, e molto soffrano per purificarsi dalle lievi macchie con cui passarono da questa vita; pure nella sustanza sono giuste. Or in questo monte, l’Alighieri vede dapprincipio quattro stelle, le quali chiama anche luci sante; e le quattro stelle e luci, per consentimento di tutti gl’interpreti, denotano le quattro virtù cardinali, che sono splendori delle anime, unite all’eterno Sole che è Dio. – Più avanti nell’Ottavo del Purgatorio Dante medesimo vede le tre virtù teologali, anche esse, come tre stelle luminosissime; le quali valgono più delle stelle precedenti, e sono, come si direbbe oggi, stelle di prima grandezza, perché, nota il divino Poeta, miran più profondo. (Purg. XXXI, III, 130). Infine le une e le altre, cioè quelle che esprimono le virtù cardinali, e quelle che significano le teologali, Dante le vede trasformate in ninfe, o, che è il medesimo, in castissime e vaghissime donzelle.» Ma le virtù cardinali danzano alla sinistra del carro glorioso di Beatrice, nel quale è figurata la Chiesa; e le teologali (come più degne) danzano alla destra di esso. Le une e le altre però, considerate come virtù che si debbono praticare nella vita terrena, dicono di sé stesse: Noi siam qui Ninfe, e nel ciel siam stelle (Purg. XXXI, 106). Il paragone delle ninfe l’Alighieri lo dovette assai facilmente prendere da sant’Agostino; e però qui mi par bello di aggiungere ciò che trovo in una Lettera del medesimo sant’Agostino: “Gli atti delle virtù (teologali o cardinali che sieno), sono in questa vita terrena quasi ninfe; ma nella patria eterna le virtù e il premio della virtù saranno una medesima cosa. Qui nella terra le virtù sono in atto, lì nel cielo sono nei loro effetti; qui nelle opere, là nel premio; qui nei loro ufficj, lì nel loro ultimo fine. – Affissiamo dunque la mente nelle quattro sante stelle delle virtù cardinali, dopo che abbiamo mirato col nostro debole occhio, le tre teologali. Pensiamo, che le une e le altre si uniscono bellamente nelle nostre anime, e formano il limpido cielo stellato delle virtù cristiane; le teologali come stelle di prima grandezza, e le cardinali come stelle di seconda grandezza. Di poi ci volgeremo a considerare anche altre virtù, che si possono stimare quasi derivanti dalle cardinali; ma che noi guarderemo in una luce loro particolare, cercando d’impararle da un dolcissimo e nobilissimo Sermone di Gesù Cristo. È il sermone sapientissimo, che da quasi diciannove secoli è detto il Sermone della montagna; un sermone, che è e sarà sempre la fontana d’acqua salutare, messa da Gesù nel bel mezzo della Chiesa, per irrigarla e fecondarla con le virtù e la perfezione cristiana.

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