IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (17)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (17)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) – BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vie. Gen

III.

CATECHISMO PER GLI ADULTI DESIDEROSI DI APPROFONDIRSI NELLA CONOSCENZA DELLA DOTTRINA CATTOLICA.

CAPO XI.

Dei peccati attuali ossia personali (*).

(*) Circa il peccato originale, vedi sopra le D. 59 e segg.

D. 562. Chiunque, non ostante la grazia che Dio sempre concede per la salvezza, trasgredisce la sua legge, che cosa fa?

R. Chiunque, non ostante la grazia che Dio sempre concede per la salvezza, scientemente e liberamente trasgredisce la sua legge, commette un peccato attuale, ossia personale.

D. 563. Che cos’è dunque il peccato attuale?

R. Il peccato attuale è una trasgressione della legge di Dio, scientemente e liberamente commessa.

(Questa nozione del peccato rimane vera non solo quando il peccato vada contro un comandamento divino, ma anche quando vada contro un comandamento umano, perché è sempre Dio quello che comunica il potere – ogni potere vien da Dio – ed esige l’osservanza dei comandamenti emanati dai legittimi superiori – ubbidite a quelli che vi soprastanno).

D. 564. In quanti modi si può commettere il peccato attuale?

R. Si può commettere il peccato attuale col pensiero, con la parola, e con l’opera, e questa o ponendola od omettendola; si può ancora commetterlo o contro Dio, o contro noi stessi, o contro il prossimo, secondo che la legge violata riguardi direttamente Dio, noi stessi o il prossimo.

D. 565. Che cosa viene a prodursi dalla ripetizione del medesimo peccato attuale?

R. Dalla ripetizione del medesimo peccato attuale viene a prodursi un abito, per cui siamo inclinati a male operare; tale abito vien detto vizio.

D. 566. Come si divide il peccato attuale?

R. Il peccato attuale si divide in mortale e veniale (S. Gerol.: Adv. Jovinian., I I , 30; S. Cesar. d’Arles, Sermo XIV, 2).

D. 567. Che cos’è il peccato mortale?

R. Il peccato mortale è una trasgressione alla legge, scientemente e liberamente commessa con la coscienza di un obbligo grave.

D. 568. Perché tale peccato vien detto mortale?

R. Tale peccato vien detto mortale perché distoglie l’anima dal suo ultimo fine; la priva della sua vita soprannaturale, che è la grazia santificante; la rende meritevole della morte eterna nell’inferno; rende inefficaci i meriti acquisiti, a tal segno che non hanno più valore ai fini della salvezza, fintanto che non rivivano per via della grazia ricuperata; ed infine impedisce le opere meritorie della vita eterna.

(Ezech., XVIII, 24; XXXIII, 13; Paolo: I ad Cor., VI, 9, 10; XIII, 1-3. — Sii pronto, o Cristiano, a perdere tutti i beni della terra, ad andare incontro a qualunque sia male, compresa la morte, piuttosto che di macchiarti di un peccato mortale, l’unico, vero e grande male dell’uomo, offesa infinita fatta a Dio, mostruosa ingratitudine verso di Lui, temerità inaudita e rovina per sé stessa irreparabile dell’anima tua. Di fronte alla incalzante tentazione, pensa all’infernale voragine nel cui abisso verresti da te stesso a precipitarti peccando mortalmente; pensa a Gesù Crocifisso di cui stai per calpestare il sangue e le piaghe. Tieni sempre fissa in mente la parola dell’Eccli., XXI, 2: « Fuggi il peccato come se vedessi un serpente »).

D. 569. Che cos’è il peccato veniale?

R. Il peccato veniale è una trasgressione della legge, scientemente e liberamente commessa con la coscienza di un obbligo leggero.

(Rispetto alla materia, il peccato mortale può definirsi: la trasgressione (scientemente e liberamente commessa) di una legge che gravemente obbliga, cioè la cui materia è grave;

il peccato veniale: la trasgressione di una legge che leggermente obbliga, cioè la cui materia è leggera;

per sapere, poi, se la materia della legge è grave o leggera, bisogna di tal giudizio chiedere il criterio alla Rivelazione, all’autorità dei Santi Padri, alle dichiarazioni della Chiesa, all’opinione comune dei Dottori; ma su questo punto i fedeli potranno attenersi al giudizio di un prudente confessore. Qualora, poi, si venisse a commettere un peccato, a ragione della materia, mortale, ma con l’erronea coscienza di un obbligo lieve, quel peccato sarà veniale; sarà, viceversa, mortale un peccato che, veniale a ragione della materia, vien però commesso con la coscienza (erronea) di un obbligo grave. Da ciò segue che le definizioni qui presentate del peccato, sia mortale che veniale, sono sempre vere).

D. 570. Perché tale peccato vien detto veniale?

R. Tale peccato vien detto veniale perché, non distogliendo esso l’anima dal suo ultimo fine, né producendo la morte spirituale, più facilmente può ottenere il perdono, anche senza la confessione sacramentale, e costituisce dell’anima una specie d’infermità che per la sua stessa natura più facilmente può venir guarita (Pio V, prop. 20 fra quelle condannate del Bajo, 1 ott. 1567. — Da ciò segue che il semplice ripetersi o moltiplicarsi dei peccati veniali non può mai da solo costituire peccato mortale; qualora però col ripetersi dei peccati lievi, venisse ad assommarsi una materia grave, allora ne conseguirebbe, sì, il peccato mortale, ma non a ragione del ripetersi dei veniali, ma unicamente a ragione della materia grave, tale divenuta con l’assommarsi della lieve.).

D. 571. Quali sono i principali effetti del peccato veniale?

R. I principali effetti del peccato veniale sono i seguenti: esso diminuisce il fervore della carità, dispone l’anima al peccato mortale, e rende l’uomo meritevole della pena temporale da scontarsi in questa vita o nell’altra.

D. 572. I peccati sia mortali sia veniali sono tutti uguali fra loro?

R. I peccati sia mortali sia veniali non sono uguali fra loro, ma allo stesso modo che i peccati veniali sono gli uni più lievi degli altri, così i peccati mortali sono gli uni degli altri più gravi (Giov., XIX, 11; S. Tom., l a 2æ, q. 73, a. 2).

D. 573. Quali sono i peccati mortali gravissimi per la loro intima natura?

R. I peccati mortali, gravissimi per la loro intima natura, son quelli direttamente commessi contro Dio.

D. 574. Quali sono i peccati contro lo Spirito Santo?

R. I peccati contro lo Spirito Santo sono :

1° il disperare della salvezza;

2° il presumere di poter conseguire la salvezza senza meriti;

3° l’impugnare una verità per tale riconosciuta;

4° il portare invidia al bene spirituale di un altro;

5° l’ostinarsi nei peccati;

6° l’impenitenza finale.

(Matt., XII, 31, 32; Marco, III, 28, 29; Luca, XII, 10. —

Circa il primo e il secondo peccato, v. le D. 527, 528. Commette il terzo peccato colui il quale, riconosciuta la verità della fede, ciò nonostante la nega, pur di abbandonarsi al peccato con maggior libertà. Commette il quarto colui il quale della sua invidia fa oggetto, non solo la persona del fratello, ma la stessa grazia di Dio crescente nel mondo. Commette il quinto colui che fermamente si propone di rimaner attaccato alla colpa. Commette il sesto colui che fermamente si propone di non pentirsi. — S. Tom., 2a 2ae, q. 14, a. 1, 2).

D. 575. Perché si chiamano codesti, peccati contro lo Spirito Santo?

R . Si chiamano codesti, peccati contro lo Spirito Santo, perché il peccatore, con malizia intenzionale, rimuove da sé quanto potrebbe trattenerlo dal peccare, disprezzando precisamente quella grazia che allo Spirito Santo si suole attribuire in maniera speciale, come alla fonte di ogni bene (S. Pietro Canisio: De peccatis in Spiritum Sanctum, n. I; S. Tom., 1. C.).

D. 576. Quali sono quei peccati contro il prossimo che gridano verso Dio?

R. I peccati contro il prossimo, che gridano verso Dio sono:

1° l’omicidio volontario;

2° il peccato carnale contro natura;

3° l’oppressione dei poveri;

4° il defraudare gli operai della mercede loro dovuta

(Gen, IV, 10; XVIII, 20; Esod., XXII, 23, 27; Deut., XXIV, 15; Giac., V, 4).

D. 577. Perché si dice che tali peccati gridano verso Dio?

R. Si dice che tali peccati gridano verso Dio, perché più degli altri portano manifesto il segno della malvagità, e più altamente chiamano sui loro autori l’ira e la vendetta divina (Paolo: ad Rom., I, 28-32; XII, 1-6; la ad Cor., III, 16-17; V, 11; VI, 9, 10; ad Galat., V, 19-2; la ad Tim., VI, 9, 10; 2a ad Tim., III, 2-5; S. Pietro Canisio: De peccatis in cælum

clamantibus, 1. c.).

D. 578. Quali sono i peccati capitali?

R. I peccati capitali sono:

1° la superbia;

2° l’avarizia;

3° la lussuria;

4° l’ira;

5° la gola;

6″ l’invidia;

7° l’accidia.

D. 579. Perché questi peccati si chiamano capitali?

R. Questi peccati si chiamano capitali, perché sono come la fonte e la radice degli altri peccati e vizi.

(S. Tom., l a 2ae, q. 84, a. 3, 4. Così la superbia (disordinato desiderio della propria eccellenza) è fonte e radice della presunzione, ambizione, vanagloria, iattanza….;

l’avarizia (disordinato desiderio dei beni temporali), all’indurimento del cuore verso i bisognosi, del furto, della frode, dell’inganno….;

l’ira (disordinato desiderio della vendetta), all’indignazione, contumelia, bestemmia, imprecazione, delle risse, dell’omicidio….;

la gola (disordinato desiderio del cibo e della bevanda), dell’ebetismo, della loquacità, della scurrilità….; l’invidia (tristezza del bene altrui in quanto impedisce la propria eccellenza), dell’odio, della detrazione, della calunnia, del godere per l’avversità, e dell’affliggersi per le prosperità del prossimo….;

l’accidia (tristezza pel bene spirituale a cagion della fatica che esso importa), del fastidio delle cose spirituali, della trascuranza di gravi doveri, della tristezza per la divina amicizia Per quanto riguardo la lussuria, cfr. la dom. 228, not. 1° e la dom. 229, nota 1°).

D. 580. Quali virtù si oppongono ai peccati capitali?

R. Ai peccati capitali si oppongono rispettivamente:

1° l’umiltà;

2° la liberalità;

3° la castità;

4° la mansuetudine;

5° l’astinenza;

6° la gioia per il bene del prossimo;

7° la diligenza.

D. 581. Dobbiamo noi fuggire oltre il peccato, anche le occasioni di peccare?

R. Oltre il peccato, dobbiamo fuggire, nella misura del possibile, anche le occasioni prossime di peccare, quelle, cioè, in cui l’uomo si espone al grave pericolo di peccare: infatti, chi ama il pericolo in esso perirà.

D. 582. Può accaderci di dover rendere conto a Dio dei peccati altrui?

R. Può accaderci di dover rendere conto a Dio dei peccati altrui se e in quanto, o ne siamo stati la causa col comando, il consiglio oppure il consenso, o non li abbiamo impediti, pur potendo e dovendo impedirli.

CAPO XII.

Dei Novissimi.

D. 583. Che cosa ci addita Iddio nella sacra Scrittura come mezzo efficacissimo d’evitare i peccati?

R. Dio, nella Sacra Scrittura, ci addita come mezzo efficacissimo d’evitare i peccati, la considerazione dei Novissimi, e ciò fa ammonendoci con queste parole: « In ogni opera tua abbi presenti i tuoi Novissimi, e in eterno non peccherai » (Eccli. III, 27).

D. 584. Che cosa s’intende con la parola Novissimi?

R. Con la parola Novissimi s’intende tutto ciò che agli uomini accade in fine della loro vita, cioè la morte, il giudizio, l’Inferno, il Paradiso; senonché dopo il giudizio e prima del Paradiso può aversi il Purgatorio.

D. 585. Quali punti soprattutto dobbiamo meditare nel riferirci alla morte?

R. Nel riferirci alla morte dobbiamo meditarla soprattutto come pena del peccato, come quell’istante dal quale dipende l’eternità, in modo che dopo la morte non v’è più alcun tempo a penitenza o a merito, e infine come quell’evento di cui sono incerte l’ora e le circostanze (Gen., II, 17; III, 19; Eccli., XIV., 12, 13; XLI, 1-3; Matt., XXIV, 42-44; Luca, XII, 39, 40; Paolo: ad Rom., V, 12; VI, 23; la ad Thess., V, 2; ad Hebr., IX, 27; Conc. di Tr., sess. V De peccato originali, can. 1).

D. 586. Che cosa succede in primo luogo all’anima immediatamente dopo la morte?

R. Immediatamente dopo la morte l’anima deve presentarsi al tribunale di Cristo per subirvi il giudizio particolare (Eccli., XI, 28; Paolo: ad Rom., XIV, 10; ad Hebr., 19, 27; Bened. VII: Const. Benedictus Deus, 29 genn. 1336; S. Agost.: De anima, II, 8. — Dell’universale giudizio trattano la  D. 112 e le segg.).

D. 587. Circa quali cose vien giudicata l’anima nel giudizio particolare?

R. Nel giudizio particolare l’anima vien giudicata circa ogni cosa senza eccezione, vale a dire circa i pensieri, le parole, le opere e le omissioni; e tale giudizio verrà confermato nel giudizio universale come in una esteriore manifestazione (Matt., X, 26; XII, 36; Paolo: la ad Cor., IV, 5.).

D. 588. Quale sarà dopo il giudizio particolare la sorte dell’anima?

R. Dopo il giudizio particolare, o l’anima, per il peccato mortale, è priva della grazia, e allora verrà condannata alle pene dell’Inferno; o è in istato di grazia, fino ad esser libera da qualunque peccato veniale e da qualunque debito di pena temporale, e allora viene senz’altro assunta alla gloria del Paradiso; finalmente se essa è in istato di grazia, ma non senza qualche peccato veniale o qualche debito ancora da scontare di pena temporale, allora viene trattenuta nel Purgatorio fino a quando non abbia pienamente soddisfatto alla divina giustizia (II Macc, XII, 46; Luca, XVI, 22; XXIII, 43; Paolo: 2a ad Cor., V, 1-3; Conc. di Fir.: Decr. prò Græcis; S. Giov. Damasc.: De fide ortodoxa, IV, 27.).

D. 589. Quale sarà nell’Inferno la sorte dei dannati?

R. Nell’Inferno, chiamato nelle sacre Lettere anche abisso o geenna, vengono tormentati da pene eterne i demoni, e in una con essi gli uomini dannati, nell’anima sola prima del giudizio universale, nell’anima e nel corpo dopo quel giudizio medesimo (Matt., VIII, 12; XIII, 42; XXIV, 51; XXV, 30, 41, 46; Luca, XIII, 27, 28; XVI, 22, 24, 28; Paolo: 2″ ad Thess., I , 9; Apoc, XIV, 9-11; Conc. Lat., IV, c. I; Conc. di Fir., 1. C.; Vigilius Papa: Adv. Originem, can. 9; Bened. XII, 1. e; Pio IX: Epist. ad Arch. et Epis. Italiæ, 10 ag. 1863).

D. 590. Quali sono le pene con le quali vengono tormentati i dannati nell’Inferno?

R. Le pene con le quali vengono tormentati i dannati nell’Inferno, sono:

1° la pena del danno, vale a dire la perpetua privazione della visione beatifica di Dio;

2° la pena del senso, vale a dire un fuoco reale che tormenta senza consumare, le tenebre, il rimorso e l’angoscia della coscienza, nonché la società dei demoni e degli altri dannati (Matt., III, 12; XIII, 42; XVIII, 8; XXIV, 51; XXV, 30, 41, 46; Luca, XIII, 28; XVI, 24, 28; Apoc, XXI, 8; Cat. p. parr., p. I , c. VIII, n. 9, 10).

D. 591. Le pene dei dannati sono per tutti le medesime?

R. La pena del danno è per tutti la medesima; le a tre pene dei dannati non sono per tutti le medesime, ma diverse secondo il numero e la gravità dei peccati (Conc. di Fir., 1. c.; S. Greg. M.: Dialog., IV, 43; S. Agost.: De fide, ope et caritate, 3).

D. 592. Qual sorte sarà quella dell’anima nel Purgatorio?

R. L’anima sconta nel Purgatorio le pene temporali dovute per i peccati e di cui non ha ancora del tutto pagato il debito nella vita presente, e ciò fino a quando non abbia pienamente sodisfatto alla divina giustizia e non sia in grado di essere ammessa nel Paradiso (II Macc, XII, 43-46; Matt., XII, 32; Paolo: la ad Cor., III, 12-15; Conc. II di Lione: Prof, fidei Mich. Pai.; Conc. di Fir., 1. c.; Conc. di Tr., sess. XXV, Decr. de Purgat.; Bened. XII, 1. c.; Leone X: prop. 37-40 inter damnatas Martini Luteri, 15 giug. 1520; Pio IV: Profess. fidei trid.; S. Greg. M.: Dial, IV, 39).

D. 593. Con quali pene vien punita l’anima nel Purgatorio?

R. L’anima vien punita nel Purgatorio con la pena del danno e con quella del senso, vale a dire con la temporanea privazione della visione beatifica e con altre pene gravi.

D. 594. Le pene delle anime nel Purgatorio sono uguali per tutti?

R. Le pene delle anime nel Purgatorio non sono uguali per tutti, ma implicano gradi differenti di acerbità e di durata a seconda del peccato veniale e del debito della pena temporale da scontarsi dai singoli; inoltre i suffragi di cui quelle anime sono l’oggetto, possono quelle stesse pene abbreviare e mitigare.

D. 595. Cesserà il Purgatorio dopo il giudizio universale?

R. Dopo il giudizio universale il Purgatorio cesserà; e le anime tutte che vi rimanevano trattenute, compiuta nei modi da Dio stabiliti la loro soddisfazione, verranno accolte nel Paradiso (Matt., XXV, 31-34, 41, 46; Giov., V, 29; S. Agost.: De civitate Dei, XXI, 13, 16).

D. 596. Quale sarà la sorte dei giusti in Paradiso?

R. Nel Paradiso le anime dei giusti, senza il corpo prima del giudizio universale, insieme al corpo dopo quel medesimo giudizio, godono in eterno la beatifica visione di Dio, e in una con questa ogni sorta di bene, senza alcuna mescolanza o timore di male, nella società del Signor nostro Gesù Cristo, della beata Vergine Maria e degli altri beati.

(Sap., III, 7, 8; V, 5, 16, 17; Is., XLIX, 10; LX, 18-22; Matt., XIII, 43; XIX, 28, 29; XXV, 34, 46; Luca, XVI, 22; XXII, 29, 30; Giov., XVII, 24; Paolo: la ad Cor., II, 9; XV, 41 e segg.; 2a ad Cor., XII, 4; l a di Pietro, I, 4; V, 4: Apoc, VII, 9, 16, 17; XXI, 1-4, 10-14; XXII, 1-5; Conc. Lat. IV, 1. c.; Conc. di Vienna: Contra errores Beguard. et Beguin.; Bened. XII e Conc di Fir., 11. ce; Cat. p. parr., p. I, c. XIII, n. 4 e segg.).

D. 597. Tutti i beati nel Paradiso godono in misura uguale dell’eterna beatitudine?

R. I beati nel Paradiso non godono tutti in misura uguale dell’eterna beatitudine, ma gli uni più perfettamente degli altri.

(Conc. di Fir., 1. e ; Conc. di Tr., sess. XVI, De justif., can. 32; S. Greg. M.: Moralia, IV, 70; Aphraate: Demonstrationes, XXII, 19; S. Efrem.: Hymni et sermones, 11; S. Gerol.: Adversus Jovinianum, II, 32, 34; Adversus libros Rufini, I, 23; S. Agost.: Sermo 87, 4, 6; In Joan. Evang., LXVII, 2.)

D. 598. Qual è la ragione di codesta differenza?

R. La ragione di codesta differenza è la seguente: i beati raggiungono la visione beatifica di Dio mediante il lume della gloria, lume che da Dio viene infuso, agli Angeli secondo la rispettiva dignità e grazia, agli uomini secondo i rispettivi meriti, in modo però che tutti, anche se disugualmente partecipi della gloria, sieno compiutamente felici e beati.

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (18)