SAN RAFFAELE ARCANGELO (2018)

Raffaele Arcangelo.

[Messale Romano, commento di D.G. LEFEBVRE O.S.B., L.I.C.E.; R. Berruti, – Torino, 1936]

Doppio maggiore. – Paramenti bianchi.

L’Arcangelo Raffaele è uno dei sette che stanno sempre al cospetto di Dio (Ant. Magnif.) e gli offrono l’incenso delle loro |preghiere e di quelle degli uomini (Off.). « Quando tu, o Tobia, pregavi e seppellivi i morti, e, lasciando il tuo pranzo, di giorno nascondevi i morti in casa tua e di notte li seppellivi, io presentai al Signore la tua preghiera. E perché tu eri accetto al Signore, fu necessario che la tentazione ti provasse » (2a Lez.). Tobia divenne cieco; ma «la perdita della vista meritò a questo vecchio di trovare un medico celeste», dice S. Agostino. Raffaele — Dio guarisce fu inviato dal Signore a guarire Tobia, come l’Angelo di cui ci parla il Vangelo, che scendeva ogni anno a smuovere l’acqua della piscina probatica. Egli mostrò al giovane Tobia la medicina che avrebbe reso la vista a suo padre, accompagnò e protesse il giovane nel suo viaggio; gli fece trovare una sposa e sventò le insidie del demonio. Canta la Chiesa in un suo Inno: « La nostra lode sale, piena di venerazione, a tutti i principi della corte celeste, ma in modo speciale noi veneriamo l’Arcangelo Raffaele, medico e amico fedele, che incatena il demonio e Io schiaccia colla sua potenza ». « O Cristo, re di bontà, tu che ci hai dato un tale custode, fa che il nemico non ci possa mai nuocere » e alle Lodi ripete: « Vieni in nostro aiuto, Arcangelo, allontana da noi tutti i mali, accresci le forze ai languidi, disperdi la gente perfida di tra i credenti, affinché uniti tutti in un solo ovile ci regga l’unico pastore ». – Questa festa fu estesa alla Chiesa Universale da Benedetto XV.

ORATIO

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Dirigere dignare, Domine Deus, in adiutorium nostrum, sanctum Raphaélem Archangelum; et quem tuæ maiestati semper assistere credimus, tibi nostras exiguas preces benedicendas assignet. Per Christum Dominum nostrum. Amen

(ex Missali Rom.).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem repetita (S. Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

Sermone di san Bonaventura Vescovo

Sui Santi Angeli Sermone 5, sulla fine

[Brev. Rom. 2° noct.]

– Raffaele significa medicina di Dio. E dobbiamo notare che si può essere liberati dal male mediante tre benefici, che Raffaele ci accorda quando ci guarisce. Dapprima Raffaele, il medico celeste, ci libera dall’infermità dello spirito, inducendoci al dolore della contrizione; onde Raffaele disse a Tobia: Appena sarai entrato in casa tua, ungi gli occhi di lui col fiele. Così fece, e ci vide. Perché non poté far ciò Raffaele stesso? Perché l’Angelo non dà la compunzione, ma mostra solo la via. Per il fiele s’intende dunque l’amarezza della contrizione, che guarisce gli occhi interni della mente, secondo il Salmo: «Egli guarisce i contriti di cuore» (Ps. CXLIII,3). Questa contrizione è un ottimo collirio. Nel capo secondo dei Giudei si dice che l’Angelo salì al luogo di quelli che piangevano, e disse al popolo: «Io vi trassi dal paese d’Egitto, feci per voi tali e tanti benefizi; e tutto il popolo pianse, onde quel luogo fu chiamato il luogo dei piangenti» Jud. II,1 et 5. Carissimi gli Angeli tutto dì ci parlano dei benefizi di Dio, e ce li richiamano alla mente, dicendoci: Chi è che t’ha creato, che t’ha redento? Che hai fatto, chi hai offeso? Se ripensi a questo, non troverai altro rimedio che piangere.

– In secondo luogo Raffaele ci libera dalla schiavitù del diavolo, penetrandoci della memoria della passione di Cristo; in figura di che è detto nel capo sesto di Tobia: Se metterai un pezzetto di quel cuore sui carboni accesi, il suo fumo scaccerà qualunque specie di demoni. Infatti nel capo ottavo di Tobia si dice, che Tobia mise un pezzetto di esso cuore sui carboni, e Raffaele confinò il demonio nel deserto dell’alto Egitto. Che significa ciò? Non avrebbe potuto Raffaele confinare il demonio, se non si fosse posto quel cuore sui carboni? Era forse il cuore del pesce che dava tanto potere all’Angelo? No certo! Esso non avrebbe potuto nulla, se li non ci fosse stato un mistero. Infatti con ciò ci si fa intendere che non c’è nulla oggi che ci liberi dal potere del diavolo come la Passione di Cristo, la quale procedé dal suo cuore, come da una radice, cioè dalla carità. Il cuore Infatti è la sorgente d’ogni nostro calore vitale. Se dunque metti il Cuore di Cristo, cioè la passione che soffrì, la cui radice è la carità, sorgente del suo ardore, sui carboni, cioè sulla memoria infiammata, subito il demonio sarà allontanato in modo da non poterti più nuocere.

– In terzo luogo ci libera dalla pena di trovarci in opposizione con Dio, pena che abbiamo incorso offendendo questo Dio, e ciò inducendoci a pregare con insistenza; e a questo si riferisce quel che disse l’Angelo Raffaele a Tobia nel capo dodicesimo: «Quando pregavi piangendo, anche io offrivo la tua preghiera al Signore» Tob. XII,13. Gli Angeli ci riconciliano con Dio, per quanto possono. I nostri accusatori davanti a Dio sono i demoni. Gli Angeli poi ci scusano, allorché offrono le nostre preghiere, che c’inducono a fare con devozione, com’è nel capo ottavo dell’Apocalisse: «Salì il fumo degli aromi nel cospetto del Signore dalla mano dell’Angelo» Apoc. VIII, 4. Questi profumi che si consumano soavemente, sono le preghiere dei Santi. Vuoi placare Dio che hai offeso? Prega con devozione. Essi offrono a Dio la tua preghiera per riconciliarti con Dio. In san Luca si dice che Cristo, preso da spasimo, pregava intensamente, e che gli apparve un Angelo del Signore a confortarlo Luc. iii, 43. Ora tutto ciò avvenne per noi, perché Egli non abbisognava del conforto di lui, ma per mostrarci ch’essi assistono volentieri quelli che pregano con devozione, e volontieri li aiutano e confortano, e ne offrono a Dio le preghiere.

Deus, qui beátum Raphaélem Archángelum

Tobíæ fámulo tuo cómitem dedísti in via:

concéde nobis fámulis tuis;

ut eiúsdem semper protegámur custódia et muniámur auxílio.

CONOSCERE SAN PAOLO (23)

CONOSCERE SAN PAOLO (23)

LIBRO SESTO

L’Epistola agli Ebrei (3)

II. IL SACERDOZIO DEL CRISTO.

1 . GESÙ CRISTO PONTEFICE. — 2. SECONDO L’ORDINE DI MELCHISEDEC.

[F. Pratt: La teologia di San Paolo – Parte Prima S. E. I. Ed- Torino, 1927 – impr.]

1 . Il confronto con gli altri mediatori — profeti, Angeli, Mosè — preparava l’animo al Mediatore supremo, al « gran pontefice che è penetrato nei cieli ». Nominato il pontefice, tutto converge verso di lui. L’autore dell’Epistola non si propone forse di dimostrare che il Cristianesimo è la Religione perfetta, ideale, definitiva? e l’altezza di una religione non è forse indicata dal suo sacerdozio? Gesù Cristo è sacerdote e pontefice: sacerdote secondo l’ordine di Melchisedec come mediatore sacro; pontefice come antitipo di Aronne che ne è soppiantato (Ps. CIX, 4). Ma non vi è nessun’altra distinzione tra questi due titoli, e il nome di pontefice non implica qui l’idea di una gerarchia di cui Gesù Cristo sarebbe l’apogeo: « Ogni pontefice, scelto tra gli uomini, è costituito rappresentante degli uomini nelle cose che riguardano il culto di Dio, affinché offra oblazioni e sacrifici per i peccati. Egli sa usare indulgenza verso gli ignoranti e i traviati, perché Egli stesso è stato circondato di debolezza. Perciò deve offrire i sacrifici del peccato per se stesso come per il popolo. E nessuno si arroga questo onore, se non è chiamato da Dio, come fu Aronne (V, 1-4) ». Non vi è in queste parole — come troppo sovente si dimentica — una definizione del sacerdote e neppure del pontefice, ma soltanto del pontefice ebreo. I caratteri non convengono tutti a Gesù Cristo, oppure gli convengono soltanto per analogia, come il tipo rappresenta in generale l’antitipo, con imperfezioni che questo non ha. Così come è, la descrizione può tuttavia servire di tracciato ad uno studio sul sacerdozio del Cristo, perché esprime bene i caratteri essenziali del sacerdote: il suo compito di mediatore, la comunanza di vita che suppone, la vocazione divina che ne è la condizione, il sacrificio che ne è la funzione principale. – Il sacerdote è anzitutto mediatore: « Egli è stabilito per gli uomini nelle cose che riguardano il culto di Dio ». Se l’uomo dovesse a Dio un culto soltanto individuale, egli stesso accumulerebbe le sue offerte sopra l’altare, v i verserebbe le sue oblazioni e il sangue delle vittime, senza aver bisogno d’intermediari. Ma in tutti i luoghi e in tutti i tempi, in qualunque gruppo che non facesse pubblica professione di ateismo, gli uomini compresero di dovere a Dio un culto sociale. Naturalmente ne veniva incaricato il più degno: nella famiglia, il padre; nella tribù, il patriarca; nella nazione, il re. Però quando la società si allargò oltre i confini della tribù patriarcale, per un istinto che fa onore alla natura umana, si affidarono ordinariamente le funzioni sacerdotali ad una casta speciale, libera dalle cure e dagli interessi profani, custode severa delle tradizioni e dei riti, giudicata più accetta alla divinità e perciò più atta al suo compito. – Ma, come abbiamo detto, l’autore dell’Epistola non parla del sacerdote in genere. Egli non si domanda che cosa sarebbe stato il sacerdote nello stato della natura, né che cosa sarebbe se l’umanità non fosse decaduta: il suo sguardo non esce dal mondo delle realtà attuali e non oltrepassa l’orizzonte biblico. Egli prende il genere umano così com’è, oppresso dalla coscienza del peccato e impotente ad aprirsi da sé una via verso il cielo. Se si fa astrazione dalla barriera che il peccato alza tra noi e Dio, si comprenderà imperfettamente il compito che egli assegna al pontefice, compito che consiste principalmente « nell’offrire oblazioni e sacrifici per i peccati». Il sacerdote rimane sempre il rappresentante degli uomini presso Dio, ma di fatto egli rappresenta ora una umanità peccatrice; è sempre incaricato di quello che riguarda il culto di Dio,, ma siccome le relazioni normali tra Dio e l’uomo sono turbate, il suo primo scopo è quello di ristabilirlo. Gesù Cristo viene dunque su la terra per scancellare i peccati; egli s’incarna perché Dio non gradisce più i sacrifici del rito aronnico, e il suo scopo è raggiunto quando ha compiuto la purificazione dei peccati. – Perché possa essere mandatario, ambasciatore, capo religioso dell’umanità, il pontefice deve appartenere alla famiglia umana. In forza della solidarietà che ci unisce al nostro padre comune, il peccato di Adamo è il nostro peccato; per lo stesso vincolo di solidarietà, la giustizia del Cristo sarà la nostra giustizia. San Paolo ci ha già reso familiare questa idea. « Il santificatore e i santificati sono tutti (figli) di un medesimo (Padre)… Dunque poiché i figli partecipavano alla carne e al sangue, egli pure vi partecipò… Poiché non viene in soccorso degli Angeli; ma porta soccorso alla stirpe di Abramo. Per conseguenza egli doveva rendersi simile in tutto ai suoi fratelli (Ebr. II, 11-17) ». – La complessità di questo passo dipende specialmente da due cause: anzitutto l’autore vuole spiegare nel tempo stesso la necessità e le convenienze dell’incarnazione e degli altri abbassamenti del Cristo; poi, invece di prendere la questione di fronte, come un dogma da stabilire, la prende di fianco, come un’obiezione da risolvere. Innalzando Gesù Cristo ad un’incomparabile altezza sopra ogni creatura, Egli non ha potuto dissimulare la fase transitoria di umiliazioni, che lo abbassa sotto gli Angeli. Egli risponde che il Cristo doveva partecipare alla nostra natura per essere sacerdote, e doveva partecipare alle nostre prove per essere sacerdote perfetto (II, 17-18). Non già che nell’Altissimo vi sia vera necessità; non vi sono che ragioni di convenienza e necessità ipotetiche; ma dal momento che, nei disegni di Dio, il Figlio deve salvare gli uomini con un atto sacerdotale, bisogna che Egli li possa chiamare suoi fratelli. Altrimenti Egli sarebbe il loro capo, come è il capo degli Angeli, ma non sarebbe il loro pontefice. Sotto tale aspetto, « il santificatore e i santificati » devono avere la stessa origine. Per salvare, in qualità di sacerdote, la razza di Abramo, bisogna che Egli le appartenga. Ecco che cosa rende necessaria l’incarnazione; ma di una necessità condizionale, subordinata al disegno della redenzione. – L’Epistola non separa l’idea di sacerdote da quella di sacerdote perfetto. Il pontefice ideale di una umanità colpevole, dopo di aver vestito la natura umana, dev’essere associato ai patimenti e alla morte che sono ora il retaggio comune degli uomini. « Conveniva a colui per il quale e per mezzo del quale tutto esiste e che conduce molti figli alla gloria, consumare per mezzo dei patimenti l’autore della loro salute (Ebr. II, 10) ». Nel subire liberamente la morte. Gesù Cristo non si propone soltanto di togliere ogni potere al padrone attuale della morte, a satana, ma vuole ancora liberarci da quel timore servile della morte, il quale ci teneva soggiogati. Con prendere le nostre miserie e le nostre infermità, egli si mette in condizione di conoscere meglio i nostri bisogni e le nostre debolezze, di comprendere meglio le nostre tentazioni e le nostre cadute e di compatirci finalmente in quel temperamento perfetto che sa evitare nel tempo stesso l’eccesso dell’indulgenza e l’eccesso del rigore (metriopatein). Però la rassomiglianza ha un limite: « noi abbiamo un pontefice capace di compatire le nostre debolezze, essendo stato provato in tutte le cose, per rassomigliarci (in tutto) eccetto i l peccato » (IV, 15). La ragione è chiara: quanto più il sacerdote ha il dovere di avvicinarsi a Dio per attirarvi i suoi fratelli, tanto più ha bisogno di essere santo; quanto più ha la missione di espiare i peccati, tanto più conviene che Egli stesso ne sia esente. Se fosse costretto a sacrificare per i suoi peccati, prima di pensare ai peccati del popolo, avrebbe bisogno di un altro sacerdote per supplire alla sua insufficienza. « Conveniva dunque che noi avessimo un tale pontefice, santo, senza malizia, senza macchia, separato dai peccatori e più elevato che i cieli. (VII, 26; IV, 14) ».

2. Nella religione naturale, il sacerdote è designato o dalla sua dignità o dalla scelta di coloro che Egli rappresenta: Dio lo gradisce, ma non lo nomina. Nella religione soprannaturale non avviene così. Dio, quando rivela il culto con cui vuol essere onorato ne affida il deposito a chi gli piace. Chiunque osasse, senza vocazione divina, ingerirsi nelle funzioni sacre del sacerdozio, sarebbe un intruso ed un usurpatore. Ora siccome Aronne è stato regolarmente investito del pontificato, con la sua discendenza, per soppiantarlo ci vuole una chiamata esplicita dell’ Altissimo. Questo appunto è il caso di Gesù Cristo: « Egli non glorificò se stesso per diventare pontefice, ma Colui che gli ha detto: tu sei mio Figlio, oggi ti ho generato (Ebr. V, 5 cit. Ps. II, 7) », lo chiamò al sommo sacerdozio. Benché il Figlio sia Figlio da tutta l’eternità, queste parole, secondo il Salmista, gli sono rivolte soltanto nel momento in cui prende la natura umana. Nel farsi uomo, è ipso facto consacrato sacerdote, cioè mediatore titolato del genere umano presso Dio. Suo Padre gli confermerà con giuramento questa dignità: « Il Signore lo ha giurato e non se ne pentirà: Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedec (V, 6; Ps. CIX, 4) ». La prerogativa esclusiva di Aronne è così revocata. Ma questo trasferimento di sacerdozio non si limita ad una semplice sostituzione di persone; esso equivale al cambiamento dello stesso sacerdozio che, dall’ordine di Aronne, passa all’ordine di Melchisedec. – Questo personaggio misterioso che appare e scompare nella Scrittura come una meteora, ha soltanto importanza, per l’autore dell’Epistola, come tipo del Cristo. Tre circostanze lo colpiscono: l’etimologia dei nomi, la condotta di Abramo verso il Sacerdote-Re di Salem ed il silenzio della Scrittura riguardo la sua origine. Melchisedec significa « re di giustizia », e re di Salem vuol dire « re di pace »; ora il regno del Messia dev’essere il regno della pace e della giustizia. Melchisedec è Sacerdote-Re; il Cristo pure è Sacerdote-Re, e la nostra Epistola, eccetto una volta sola, associa sempre il suo regno al suo sacerdozio. Il sacerdote ideale, al termine della sua evoluzione, si trova così ricondotto al suo concetto primitivo. L’incontro del patriarca col re di Salem, fornisce due altri particolari tipici il cui significato è quasi il medesimo: « Melchisedec benedisse Abramo, ed Abramo gli pagò la decima (VII, 2) ». È un principio ammesso da tutti, che la benedizione scende dal padre al figlio, dal re al suddito, dal sacerdote al laico, in una parola, dal superiore all’inferiore. Non è meno evidente che il pagamento della decima è un atto di sudditanza verso un’autorità maggiore, regale, sacerdotale e divina. Ora Melchisedec benedice colui nel quale devono essere benedette tutte le nazioni della terra, e riceve da lui, come decima, la parte migliore del bottino. Con questo doppio atto, tutta la posterità di Abramo, che questi porta in sé, non esclusi i sacerdoti figli di Levi, riconosce virtualmente la superiorità di Melchisedec e, a più forte ragione, di Colui del quale Melchisedec è soltanto la figura. Il silenzio della Scrittura è ancora più fecondo di applicazioni tipiche. Stando al racconto biblico, Melchisedec è senza padre, senza madre, senza genealogia »; i suoi giorni non hanno « né fine né principio », poiché l’agiografo non nomina alcuno dei suoi antenati e non ricorda neppure il tempo della sua nascita e della sua morte. La genealogia, essenziale per i sacerdoti levitici, è indifferente per lui. Possedendo il sacerdozio a titolo personale, e non per eredità, non possono essere un impedimento né la qualità dei suoi avi né la patria di sua madre. Il pontefice secondo l’ordine di Melchisedec, avrà lo stesso privilegio, e la sua discendenza dal sangue di Giuda non farà ostacolo al suo sacerdozio. Ma bisogna che prima sia abolita la prerogativa di Aronne: è l’oggetto del giuramento di Dio. – Petau e Bellarmino hanno raccolto i testi dei Padri i quali vedono nel pane e nel vino offerti da Melchisedec, la figura dell’Eucaristia. L’autore dell’Epistola non poteva quasi fermarsi a questo significato tipico, senza compromettere la sua tesi e senza snervare il suo ragionamento. È probabile che egli alluda all’Eucaristia quando dice: « Noi abbiamo un altare dal quale non hanno diritto di mangiare coloro che restano al servizio del tabernacolo ». Ma qui, tutto inteso a dimostrare che il Cristo consuma per sempre gli eletti con un solo sacrificio, che l’offerta per il peccato diventa inutile da quando il peccato è sovrabbondantemente espiato, che l’insufficienza degli antichi sacrifici risulta appunto dalla loro ripetizione, non poteva mettere in rilievo l’oblazione che si ripete e la vittima che si sacrifica periodicamente sopra l’altare. Altrimenti avrebbe dovuto spiegare perché il sacrificio eucaristico riproduce e commemora, senza moltiplicarlo, il sacrificio cruento del Calvario. – Il silenzio riguardo al sacrificio di Melchisedec, ha pertanto fatto nascere gravi errori. Si pretese che il Cristo fosse, ad un tempo o successivamente, sacerdote secondo l’ordine di Aronne e secondo l’ordine di Melchisedec: secondo l’ordine di Aronne, per il suo sacrificio, e secondo l’ordine di Melchisedec per la sua dignità; oppure secondo l’ordine di Aronne su la terra, secondo l’ordine di Melchisedec in cielo. Non si è riflettuto che, secondo l’insegnamento formale dell’Epistola, questi due ordini sono incompatibili. Gesù Cristo non può essere sacerdote secondo l’ordine di Aronne, se succede all’ordine di Aronne e se è sacerdote soltanto in virtù dell’abolizione del sacerdozio di Aronne. « Se Egli fosse su la terra — cioè se il suo sacerdozio appartenesse alla sfera tipica e figurativa in cui si svolge l’ordine di Aronne — non sarebbe neppure sacerdote, essendo altri incaricati di offrire i doni, conforme alla Legge (Ebr. VIII, 4) ». Gesù Cristo dunque è sacerdote soltanto secondo l’ordine di Melchisedec, e tale rimane in eterno. Non bisogna confondere la dignità sacerdotale con l’esercizio del sacerdozio. Il sacerdote non diventa sacerdote nel momento in cui offre il sacrificio, poiché non ha il diritto di offrirlo se non perché è sacerdote. La consacrazione sacerdotale di Gesù Cristo coincide con l’incarnazione: all’entrare nel mondo, Egli, per bocca del Salmista, dice a suo Padre: « Tu non hai voluto oblazioni e sacrifizi, ma mi hai preparato un corpo. Gli olocausti è i sacrifici per il peccato non ti sono stati graditi; allora io ho detto: eccomi, vengo… per fare, o Dio, la tua volontà (X, 5-7, citaz. Ps. XXIX, 7-9) ». La volontà di Dio è che egli muoia, ed egli morrà all’ora stabilita: quello sarà il suo sacrificio. Ma Egli è sacerdote dal primo momento della sua vita mortale, ed è la divinità, come spiegano i Padri, che consacra la sua. umanità. L’eternità del suo sacerdozio si spiega con lo stesso principio. Se il sacerdote fosse sacerdote soltanto finché offre il sacrificio, oppure finché ha la possibilità di offrirlo, il sacerdozio del Cristo avrebbe soltanto un’eternità relativa, e dovrebbe cessare, al più tardi, nel giorno in cui cesserà il sacrificio incruento che Egli offre, fino alla fine dei secoli, col ministero dei suoi rappresentanti. Ma non è così: il suo sacerdozio è eterno, perché Egli lo possiede « non secondo la legge di una istituzione carnale, ma secondo la potenza di una vita indissolubile (VII, 16) ». L’istituzione rituale che fa i sacerdoti dell’ordine di Aronne, vale soltanto fino alla loro morte, e la delegazione che essa conferisce, spira con la vita; ma l’unione ipostatica che consacra sacerdote il Cristo, è indissolubile, e per conseguenza il suo sacerdozio non ha fine. Gli altri non possono rimanere sacerdoti per sempre « essendone impediti dalla morte; ma Egli possiede un sacerdozio inamovibile, perché rimane per sempre… sempre vivente per intercedere per noi (Ebr. VII, 23-25) ». Comunque si voglia intendere questa intercessione, è chiaro che essa non termina con la vita mortale del Cristo, e che per conseguenza la morte non è per lui, come è per gli altri, il limite estremo del sacerdozio. In lui il sacerdozio non è un accidente separabile dalla persona. Egli è mediatore dell’umanità perché è Uomo-Dio, ed è perciò impossibile che cessi di essere tale. Gesù pontefice sarà sempre il rappresentante titolato del popolo da lui salvato e sempre ne eserciterà le funzioni, anche solo offrendo al Padre un’oblazione virtualmente eterna; ma ancorché non facesse nessun uso di tale potere, lo conserva per sempre, ed è questo che lo costituisce gran sacerdote per tutta l’eternità.

III. IL SACRIFIZIO DEL CRISTO.

La funzione specifica del sacerdote è il sacrificio: « Ogni pontefice è stabilito per offrire doni e sacrifici; perciò bisognava che Egli pure avesse qualche cosa da offrire ». Nello stato attuale dell’umanità decaduta, il fine principale del sacrificio è l’espiazione del peccato, e come espiazione del peccato l’Epistola agli Ebrei considera il sacrifìcio del Cristo, benché faccia menzione di varie specie di sacrifizi — doni (dora), oblazioni (prosforai), immolazioni (tusiai), olocausti (olocautomata) () — che l’unico sacrificio della croce abolisce e sostituisce. – Che l’immolazione del Calvario sia un sacrificio in cui Gesù Cristo è nel tempo stesso sacerdote e vittima, non si può dubitare, se si leggono i quattro testi seguenti dei quali il primo enunzia il fatto, il secondo il modo, il terzo l’efficacia, il quarto il valore infinito di questo sacrificio:

“- Egli non ha bisogno, ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti (ebrei) di offrire vittime, prima per i suoi peccati, poi per quelli del popolo; poiché lo ha fatto una volta per tutte, offrendo se stesso (Ebr. VII, 27).

– Il sangue del Cristo che offrì se stesso a Dio, (ostia) immacolata, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per (renderci atti a) servire il Dio vivente (IX, 14).

– Il Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere i peccati della moltitudine, apparirà una seconda volta, senza peccato, per (conferire) la salute a quelli che l’attendono (IX, 28).

– Avendo offerto una sola ostia per i peccati, si è seduto per sempre alla destra di Dio… Poiché con un’unica oblazione ha reso perfetti per sempre quelli che sono santificati” (X, 12-14).

L’immolazione del Calvario è confrontata di passaggio, per via di contrasto, con gli olocausti del rituale mosaico, col sacrificio della vacca rossa, col sacrifizio con cui fu sigillata l’alleanza del Sinai (Olocausti, , 6-8; vacca rossa VI, 13; alleanza IX, 15, 23). – Ma l’autore non si ferma a queste analogie e si affretta ad arrivare al più perfetto, o al meno imperfetto, dei riti dell’antica Legge, quello del giorno dell’Espiazione. Il sacrificio dell’Espiazione, celebrato soltanto una volta all’anno, in presenza di tutta l’assemblea, con l’apparato più solenne, era anche il solo al quale il sommo sacerdote doveva intervenire personalmente, ed era per eccellenza il sacrificio per il peccato (Lev. XVI, 1-34); nessun altro sacrificio figurava, meglio di quello, il sacrificio del Cristo. La scena è descritta con un lusso di particolari dei quali non sempre si comprende l’opportunità (Ebr. IX, 1-10): parecchi infatti sembrano indifferenti al senso tipico. Forse l’autore ne fa menzione per far vedere che egli apprezza lo splendore del culto nazionale, che non è insensibile a quei ricordi e che non crede di dover abbassare il passato per esaltare il presente. La divisione del tabernacolo in due parti, separate da un velo che si sollevava una sola volta all’anno, dinanzi al solo pontefice, è essenziale al tipo. Essa significava, come spiegherà l’autore, che l’accesso al santuario non era ancora aperto. Il compito del sommo sacerdote, nel giorno dell’Espiazione, era di riconciliare il popolo con Dio offrendo il sangue delle vittime nel Santo dei santi (IX, 7). Generalmente il sommo sacerdote ebreo non compiva personalmente l’atto dell’immolazione. Il testo sacro sembra indicare che egli stesso colpisse la vittima nel giorno dell’Espiazione, ma avrebbe potuto farlo anche per mezzo di un altro, senza mutare il valore ed il significato del rito. Quello che importava per il sacrificio, era che egli stesso offrisse il sangue, e che lo offrisse nel Santo dei santi. Questi due atti che ne costituiscono uno solo, fanno parte integrante dello stesso simbolismo. Il più grave errore dei sociniani [seguaci di Socino, gnostico cabalista del XVI secolo, vero fondatore riconosciuto della massoneria attuale – ndr.] fu di dividere quello che per sua natura doveva rimanere indissolubilmente unito. Siccome, secondo loro, Gesù Cristo è sacerdote soltanto per il sacrificio, e siccome il sacrificio del Cristo è soltanto l’oblazione del suo sangue fatta nel santuario eterno, ne risultava questo paradosso contradetto ad ogni pagina dell’Epistola degli Ebrei, che cioè la morte del Cristo non è un sacrificio, che Gesù Cristo non è sacerdote su questa terra, e che diventa sacerdote soltanto nell’entrare in cielo, il giorno dell’Ascensione. – L’autore non si propone di esaurire tutta la tipologia dei riti dell’Espiazione. Egli non dice nulla del capro emissario che sembrava adatto a facili confronti. Ricorda di passaggio, ma in un’altra scena, la cremazione della vittima (Ebr. XIII, 11-12) fuori del campo, figura o simbolo del supplizio di Gesù, fuori della porta. Generalmente egli si ferma alla funzione del pontefice e ne fa l’applicazione al Cristo o per via di confronto o per via di contrasto; ma i contrasti predominano. Nel tipo confrontato con l’antitipo, quattro punti essenziali differiscono:

I preparativi del sacrificio. Aronne sacrifica per se stesso prima di occuparsi del popolo; Gesù Cristo, pontefice « santo, immacolato, non avendo nulla di comune con i peccatori, e più elevato dei cieli », non ha da sacrificare per se stesso, perché essendo senza peccato, è sempre in condizione di poter esercitare il suo ministero (Ebr. IX, 7).

II luogo del sacrificio. Da una parte, un tabernacolo perituro, terrestre, fatto dalla mano dell’uomo, figurativo; dall’altra un santuario eterno, celeste, costruito da Dio, ideale e perfetto (IX, 11).

La materia del sacrificio. Là il sangue dei tori e dei capri, di animali privi di ragione; qui il sangue della vittima pura, del pontefice stesso, del Figlio prediletto (Ebr. IX, 12-14).

I frutti del sacrifizio. Il sommo sacerdote ebreo penetra un momento nel Santo dei santi, per uscirne subito, e non ha il diritto d’introdurvi alcuno; Gesù Cristo entra in cielo per non uscirne più, e vi fa entrare dietro di sé tutti quelli che partecipano al suo sacrificio. Il sacrificio di Aronne dev’essere periodicamente ripetuto, perché non ottiene il risultato desiderato: il sacrificio del Cristo è necessariamente unico, perché ripugna alla sua perfezione l’essere. La relazione positiva del tipo con l’antitipo sta tutta nel particolare che l’uno e l’altro pontefice apre il Santo dei santi col sangue dell’espiazione; ma anche questo unico particolare non dev’essere « forzato. Nel giorno dell’Espiazione, passava un certo tempo tra la morte della vittima e l’oblazione del suo sangue sul propiziatorio; nel sacrificio della croce questo intervallo non esiste: l’oblazione coincide con la morte, e l’entrata nel Santo dei santi avviene con l’oblazione. Da quel momento il cielo è virtualmente aperto, e il momento dell’entrata effettiva non ha più importanza. Infatti il voler rimandare questa entrata al giorno dell’Ascensione, sarebbe un materializzare troppo il rapporto del tipo con l’antitipo. Per continuare in questa via, bisognerebbe cercare qual è il propiziatorio celeste che Gesù asperge del suo sangue. Nel momento in cui Gesù spira, tutto è consumato: immolazione, offerta, aspersione del sangue, diritto di entrare in cielo. I partigiani del sacrificio celeste dimenticano questo. Separando la morte della vittima dall’oblazione del sangue, o considerano la prima come una semplice preparazione che non entra nell’essenza del sacrificio, e allora sono obbligati a conchiudere con i sociniani, che Gesù Cristo non è stato sacerdote su questa terra e che inaugura il suo sacerdozio soltanto entrando in cielo — il che è manifestamente contrario alla dottrina apostolica — oppure vedono, nelle due azioni, due sacrifici distinti e, senza negare il valore del sacrificio della croce, si figurano un sacrificio celeste differente dall’altro per il modo dell’oblazione, un po’ come l’eucaristia differisce dal sacrificio cruento del Calvario; ma questa opinione nuova, sospetta per la sua stessa novità, non ha nessun fondamento nella nostra Epistola.