DOMENICA DI PENTECOSTE (2018)

DOMENICA DI PENTECOSTE (2018)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Sap 1:7. Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Ps LXVII:2 Exsúrgat Deus, et dissipéntur inimíci ejus: et fúgiant, qui odérunt eum, a fácie ejus. [Sorga il Signore, e siano dispersi i suoi nemici: e coloro che lo òdiano fuggano dal suo cospetto].

Spíritus Dómini replévit orbem terrárum, allelúja: et hoc quod cóntinet ómnia, sciéntiam habet vocis, allelúja, allelúja, allelúja [Lo Spirito del Signore riempie l’universo, allelúia: e abbraccia tutto, e ha conoscenza di ogni voce, allelúia, allelúia, allelúia].

Oratio

Orémus.

Deus, qui hodiérna die corda fidélium Sancti Spíritus illustratióne docuísti: da nobis in eódem Spíritu recta sápere; et de ejus semper consolatióne gaudére.[O Dio, che in questo giorno hai ammaestrato i tuoi fedeli con la luce dello Spirito Santo, concedici di sentire correttamente nello stesso Spirito, e di godere sempre della sua consolazione.]

Lectio

Léctio  Actuum Apostolórum. Act. II:1-11

“Cum compleréntur dies Pentecóstes, erant omnes discípuli pariter in eódem loco: et factus est repéente de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis: et replévit totam domum, ubi erant sedentes. Et apparuérunt illis dispertítæ linguæ tamquam ignis, sedítque supra síngulos eórum: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, et coepérunt loqui váriis linguis, prout Spíritus Sanctus dabat éloqui illis. Erant autem in Jerúsalem habitántes Judaei, viri religiósi ex omni natióne, quæ sub coelo est. Facta autem hac voce, convénit multitúdo, et mente confúsa est, quóniam audiébat unusquísque lingua sua illos loquéntes. Stupébant autem omnes et mirabántur, dicéntes: Nonne ecce omnes isti, qui loquúntur, Galilæi sunt? Et quómodo nos audívimus unusquísque linguam nostram, in qua nati sumus? Parthi et Medi et Ælamítæ et qui hábitant Mesopotámiam, Judaeam et Cappadóciam, Pontum et Asiam, Phrýgiam et Pamphýliam, Ægýptum et partes Líbyæ, quæ est circa Cyrénen, et ádvenæ Románi, Judaei quoque et Prosélyti, Cretes et Arabes: audívimus eos loquéntes nostris linguis magnália Dei.” [Giunto il giorno di Pentecoste, tutti i discepoli stavano insieme nello stesso luogo: e improvvisamente si sentí un suono, come di un violento colpo di vento: che riempí tutta la casa ove erano seduti. Ed apparvero loro delle lingue come di fuoco, che, divise, si posarono su ciascuno di essi, cosicché furono tutti ripieni di Spirito Santo e incominciarono a parlare in altre lingue, secondo che lo Spirito concedeva loro. Soggiornavano allora in Gerusalemme molti Giudei, uomini religiosi di tutte le nazioni della terra. A tale suono si radunò molta gente, e rimase attònita, perché ciascuno li udiva parlare nella propria lingua. E si stupivano tutti, e si meravigliavano, dicendo: Costoro che parlano, non sono tutti Galilei? E come mai ciascuno di noi ha udito il suo linguaggio natio? Parti, Medi ed Elamiti, abitanti della Mesopotamia, della Giudea e della Cappadocia, del Ponto e dell’Asia, della Frigia, della Panfilia, dell’Egitto e della Libia, che è intorno a Cirene, e pellegrini Romani, tanto Giudei come proseliti, Cretesi ed Arabi: come mai abbiamo udito costoro discorrere nelle nostre lingue delle grandezze di Dio?]

 Alleluja

Allelúja, allelúja

Ps CIII:30 Emítte Spíritum tuum, et creabúntur, et renovábis fáciem terræ. Allelúja. Hic genuflectitur:

Veni, Sancte Spíritus, reple tuórum corda fidélium: et tui amóris in eis ignem accénde.

Sequentia

Veni, Sancte Spíritus, et emítte cælitus lucis tuæ rádium.

Veni, pater páuperum; veni, dator múnerum; veni, lumen córdium.

 Consolátor óptime, dulcis hospes ánimæ, dulce refrigérium.

 In labóre réquies, in æstu tempéries, in fletu solácium.

O lux beatíssima, reple cordis íntima tuórum fidélium.

Sine tuo númine nihil est in hómine, nihil est innóxium.

Lava quod est sórdidum, riga quod est áridum, sana quod est sáucium.

 Flecte quod est rígidum, fove quod est frígidum, rege quod est dévium.

 Da tuis fidélibus, in te confidéntibus, sacrum septenárium.

Da virtútis méritum, da salútis éxitum, da perénne gáudium. Amen. Allelúja.

Evangelium

 Sequéntia sancti Evangélii secúndum Joánnem.

Joannes XIV:23-31

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Si quis díligit me, sermónem meum servábit, et Pater meus díliget eum, et ad eum veniémus et mansiónem apud eum faciémus: qui non díligit me, sermónes meos non servat. Et sermónem quem audístis, non est meus: sed ejus, qui misit me, Patris. Hæc locútus sum vobis, apud vos manens. Paráclitus autem Spíritus Sanctus, quem mittet Pater in nómine meo, ille vos docébit ómnia et súggeret vobis ómnia, quæcúmque díxero vobis. Pacem relínquo vobis, pacem meam do vobis: non quómodo mundus dat, ego do vobis. Non turbátur cor vestrum neque formídet. Audístis, quia ego dixi vobis: Vado et vénio ad vos. Si diligere tis me, gaudere tis utique, quia vado ad Patrem: quia Pater major me est. Et nunc dixi vobis, priúsquam fiat: ut, cum factum fúerit, credátis. Jam non multa loquar vobíscum. Venit enim princeps mundi hujus, et in me non habet quidquam. Sed ut cognóscat mundus, quia díligo Patrem, et sicut mandátum dedit mihi Pater, sic fácio.”

OMELIA

[Mons. G. Bonomelli: “I Misteri Cristiani” vol. III, Queriniana Ed., Brescia, 1894; impr.]

« Gesù disse ai suoi discepoli: se alcuno mi ama, osserverà la mia parola: e il Padre mio lo amerà e verremo a Lui e faremo dimora presso di Lui. Chi non mi ama, non osserva la mia parola: pure la parola, che avete udita, non è mia, ma di Colui che mi ha mandato. Queste cose vi ho ragionato, conversando con voi. Ma l’Avvocato, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel nome mio, quegli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quanto io vi ho detto. Vi lascio la pace; la pace do a voi, non come la dà il mondo, io la dò a voi: non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti. Avete udito, come io vi ho detto: Vado e vengo a voi; se mi amaste, certamente godreste, che Io vado al Padre, perché il Padre è maggiore di me. Ed ora ve l’ho detto prima che avvenga, acciocché quando sia avvenuto, crediate. Già non parlerò guari con voi, perché il principe di questo mondo viene; ma in me non ha nulla. Ma perché il mondo conosca, che Io amo il Padre, e che come il Padre mi ha ingiunto, così fo Io ». (Giov. XIV, 24-31).

Dettare o recitare parecchi Ragionamenti sul mistero della Pentecoste senza spiegare l’Epistola e il Vangelo proprio della festa, mi sembra cosa ripugnante alla natura stessa della festa e del mistero. La Chiesa, interprete fedele dei misteri che ricorda, nella Epistola e nel Vangelo della Messa di ciascuno d’essi, riporta costantemente quelle parti dei Libri santi che ai misteri stessi più direttamente si riferiscono. Il perché se noi vogliamo con la maggior esattezza possibile studiare e conoscere ciascun mistero che si celebra, non v’è via più spedita e più sicura che quella di studiare e penetrare a fondo il senso della Epistola e del Vangelo, che si leggono nella Messa propria del mistero istesso. – Nel Ragionamento precedente mi ingegnai di spiegare quel tratto degli Atti Apostolici che si legge nell’Epistola e feci del mio meglio per ribattere e sfatare la spiegazione razionalistica, che distrugge il fatto e il mistero che oggi si ricorda e si onora. In questo verrò commentando i pochi versetti tolti dal Vangelo di S. Giovanni, che pochi minuti or sono avete udito solennemente cantare. In questi versetti Gesù parla della venuta dello Spirito Santo e degli effetti ammirabili, che avrebbe prodotto negli Apostoli e per conseguenza in tutti quelli che l’avrebbero ricevuto. L’argomento pertanto è strettamente connesso col mistero che festeggiamo, e per la sua stessa natura è interessante per tutti e perciò degnissimo della vostra attenzione. – I versetti, che noi togliamo a chiosare, si leggono in quell’incomparabile discorso dell’ultima cena, in cui Gesù Cristo versò tutte le ricchezze della sua carità e che sarà il monumento eterno della tenerezza ineffabile del suo cuore; prima di imprenderne il commento è necessario pigliare il filo del discorso alquanto in alto a fine d’averne luce. Gesù conforta gli Apostoli della imminente sua dipartita, assicurandoli che se ne va a preparare loro il luogo. A Tommaso, Che domanda della via, risponde che la sanno e a Filippo che vuol vedere il Padre, dice, che vedendo sé, vedono anche il Padre. Promette loro che faranno opere anche maggiori delle sue, e esaudirà le loro preghiere e che verrà lo Spirito Santo, nel quale conosceranno Lui e in Lui vivranno. All’Apostolo Taddeo spiega perché non può farsi conoscere al mondo, e qui comincia il nostro commento. « Chi ama me, osserverà la mia parola ». L’Apostolo Taddeo aveva detto a Gesù Cristo: « … e perché dopo la tua risurrezione ti manifesterai a noi Apostoli e non al mondo? » e Gesù gli risponde: « Sappi, che se visibilmente Io non mi manifesterò che a voi soli per opera vostra, la mia dottrina e per la fede Io mi manifesterò a quanti crederanno e osserveranno la mia legge e mi ameranno ». – Vi è una doppia manifestazione di Cristo, l’una visibile agli occhi della carne, l’altra solo alla mente, per la fede. La prima, ancorché cosa buona e santa, non giova nulla se non è congiunta alla seconda. Che valse la vista materiale di Gesù Cristo a tante migliaia di uomini, che lo videro, l’udirono e gli parlarono, ma non credettero in Lui? Nulla! Per contrario quante migliaia e milioni di uomini che non lo videro nella sua natura umana, né l’udirono, ma credettero in Lui, lo amarono e osservarono la sua legge, furono salvi ed ora con Lui e di Lui sono beati in Cielo! Non diciamo adunque: O se vedessi Gesù Cristo! Se lo udissi! Crediamo in Lui, a Lui uniamoci per amore vivo ed operoso ed a Lui piaceremo come ed anche meglio che se lo vedessimo con gli occhi ed udissimo con le nostre orecchie. La carne, disse Cristo, per sé non giova a nulla; è lo spirito che dà vita, cioè è l’anima, che con la mente e con il cuore, aderendo a Dio per fede e per carità, partecipa della sua vita istessa. – Gesù rincalza la sua dottrina e dice : « E il Padre mio amerà costui e verremo a lui e faremo dimora presso di lui ». Alto e stupendissimo insegnamento! « Visibilmente a voi soli mi mostrerò: invisibilmente per fede e per amore mi mostrerò a chiunque vorrà: anzi ti dico, o Taddeo, che non solo Io mostrerò per fede me stesso a chiunque lo vorrà, ma con me verrà il Padre e porremo dimora in Lui ». Ma come, o divin Maestro, Voi ed il Padre dimorerete in chi crederà alla vostra parola e la osserverà? E lo Spirito Santo è forse separato da Voi e dal Padre? Forse il Padre e il Figlio con lo Spirito Santo si muovono e discendono nell’anime dei giusti? Dio non è Egli immenso e perciò dovunque? Come può esso entrare ed uscire, avvicinarsi o allontanarsi da un’anima? Dio è immenso e immutabile e perciò è dovunque con la sua presenza, con la sua azione e con la sua stessa essenza. Immaginare che Dio vada e venga, entri ed esca da un’anima, è cosa indegna di Dio, che ripugna alla sua infinita perfezione e se noi usiamo questo linguaggio, e l’usano i Libri santi, è per la debolezza e povertà estrema del nostro linguaggio istesso e dei nostri concetti, che non possono sollevarsi sino a conoscere Dio nella sua natura: ma ciò che la lingua dice in modo tanto imperfetto, corregga tosto la mente sorretta dalla fede. O Cristiano! Dio è dovunque con la sua essenza: lo sai, lo credi; ma è pur vero che non è dovunque con la sua fede e con la sua grazia. Tu mi dici: “Come ciò?” Ascolta e intenderai. Tu conosci per fermo un gran numero di persone, altre vicine, altre lontane: come le conosci tu? Tu le conosci in quantochè la loro immagine, la loro fisionomia, la memoria dei loro atti sono come dipinte nella tua mente e in qualche modo essi stanno dentro di te, come possono stare le cose conosciute nella mente di chi le conosce. Ma vi è un altro modo molto più nobile, con cui le persone e le cose tutte stanno in te. Tu nel tuo pensiero tieni dentro di te le cose e le persone che conosci: ma tu puoi essere esse indifferente e puoi anche odiarle e respingerle. Allora rimangono soltanto nella mente. Ma se tu, contemplandole nella mente le ami, che accade? Dalla mente esse discendono nel tuo cuore, dalle vette del pensiero calano nel santuario della tua volontà e con le funi dell’amore tu stringi a te quelle cose e quelle persone delle quali possiedi il conoscimento e con esse, secondo l’intensità dell’affetto, formi una cosa sola. Allora quelle cose e quelle persone fanno dimora in te, sono in te per forma che tu stesso dici: – Io le tengo qui dentro del mio cuore, le ho nell’anima mia -. Vi stanno per via di cognizione (che è poca cosa) e per forza d’amore, che è tutto. È questa la dottrina di San Tommaso, fondata sulla natura delle cose stesse ed è in questo senso, o dilettissimi, che Gesù Cristo col Padre e con lo Spirito Santo fanno dimora nell’anima del giusto. Voi, o figli, per l’amore portate nei vostri cuori i vostri genitori: e voi, o giusti, per l’amore portate nei vostri cuori Dio stesso, la S. Trinità, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. E per quanto tempo Dio abita nei vostri cuori? Fino a che lo amate e serbate in voi la sua grazia. E quando Dio si parte dalle anime vostre? – Quando cessate di amarlo, quando gli preferite una creatura e donate ad altri il vostro cuore, allora Dio rimane nella vostra mente come conosciuto per ragione o per fede, ma non è più nel vostro cuore, perché più non l’amate e il dolce vincolo che lo stringeva a voi, con il peccato è rotto. Ma di ciò basti e proseguiamo il commento del nostro Vangelo. « Chi me non ama, non osserva la mia parola ». A quelli poi che non credono in me, né mi amano, come potrei far conoscere la mia risurrezione e manifestare me stesso? Essi sono impotenti a ricevere il beneficio della mia manifestazione e la colpa è tutta loro, perché non amano la verità e nulla fanno per averla detta, così Cristo, la mia parola, o mia dottrina, che è la stessa cosa: ma, ponete ben mente, essa più propriamente non è mia, ma del Padre che mi ha mandato. Gesù Cristo riferisce la dottrina sua al Padre come uomo non solo, ma eziandio come Dio. Come uomo, tutto ciò che Gesù Cristo è, fa e dice, tutto appartiene a Dio-Trinità, perché come uomo anch’Egli al pari di noi è creato e tutto riceve dalla divina larghezza: ma anche come Dio, Gesù Cristo deve dire: la mia dottrina ed ogni mia cosa è del Padre, da cui tengo tutto. E perché? Perché da Lui con la generazione eterna ricevo la stessa sua sostanza e tutta la scienza che vi comunico. Perciò la mia parola, o la mia dottrina, è mia ed è del Padre mio: Egli la fonte prima, io il rivo; Egli il sole, io la luce che dal sole emana: tutto ciò che è mio è suo, perché Io e Lui siamo una cosa sola. È questo il significato di quelle parole di Gesù Cristo: « La parola, che avete udita, non è mia, ma di chi mi ha mandato ». E ciò disse Gesù Cristo per sollevare la mente degli Apostoli dalla sua natura umana alla divina e per confortarli in quei momenti di tanta e sì crudele angoscia. E poi, seguitando il discorso, disse: – « Queste cose vi ho ragionate, conversando con voi ». Queste verità, che vi ho annunziate in tutto il tempo, che ho vissuto con voi, le avete udite, ma non sempre, né tutte, né chiaramente le avete comprese: molte sono per voi oscure ed anche al tutto inintelligibili: non vi turbate: fra non molto le comprenderete chiaramente. E chi ve le farà conoscere? « Il Paraclito, od Avvocato, lo Spirito Santo, che il Padre vi manderà nel nome mio, quegli vi insegnerà ogni cosa e vi rammenterà quanto Io vi ho detto ». – Questo Paraclito, che significa Consolatore ed Avvocato, di cui parla Gesù Cristo e che promette ai suoi cari, indubbiamente è Persona, perché è pareggiata a Cristo stesso, ne tiene il luogo, continua l’opera di Lui e dicesi mandato dal Padre, cioè avente origine dal Padre non altrimenti dal Piglio. Onde in questo versetto chiaramente ci si presenta l’augusta Trinità, il Padre, che vi è nominato, il Figlio, Gesù Cristo che parla e lo Spirito Santo, che è mandato dal Padre nel nome di Cristo e che insegnerà ogni verità. Si chiama Paraclito od Avvocato in questo luogo, perché grande era la tristezza degli Apostoli in quei momenti di angosciosa aspettazione e avevano bisogno sommo di conforto e di difesa. Ma come Cristo può dire che il Padre manderà lo Spirito Santo nel suo nome – Quem mittit Pater in nomine meo? – Perché il Padre manda e spira lo Spirito Santo col Figlio, con unico atto a quel modo ch’io col mio intelletto fo col mio conoscimento accendo la fiamma del mio amore: perché la discesa dello Spirito Santo sugli Apostoli avvenne per i meriti di Cristo. Si dice che lo Spirito Santo insegnerà ogni cosa agli Apostoli : – Docebit vos omnia. – Forseché lo Spirito Santo, allorché riempì della sua luce e della sua forza gli Apostoli, insegnò loro tutte le scienze umane e divine? Forseché in quell’istante che ricevettero lo Spirito Santo gli Apostoli conobbero la matematica, la geometria, la fisica, la storia profana, la filosofia, l’astronomia, la geologia e tutte l’altre scienze naturali, di cui l’uman genere ora va meritamente altero? Certamente, no. Cristo venne sulla terra non per insegnarci queste scienze, che entro i loro confini lascia in balìa delle nostre libere discussioni, ma per insegnarci la scienza del Cielo, la scienza di Dio, dell’anima nostra, della salvezza eterna, la scienza che ci rende virtuosi e santi e figli suoi per adozione. Mirabil cosa, o carissimi! Gesù Cristo, Uomo-Dio, conosceva perfettissimamente tutte le scienze naturali, delle quali il mondo ora fa tanto strepito: conosceva quelle senza numero maggiori, che il progresso andrà mano mano scoprendo: eppure nei suoi discorsi che il Vangelo ci ha conservati nel suo insegnamento, che la tradizione ci trasmette, non vi è un solo cenno, una sola parola, che si riferisca a queste scienze naturali che formano l’orgoglio del nostro secolo. Gesù Cristo avrebbe potuto insegnare agli Apostoli almeno alcuni di quei misteri della natura, svelar loro alcune di quelle grandi scoperte, che più tardi scossero il mondo e mutarono la faccia della società. Ricchi di queste scienze e di queste scoperte gli Apostoli avrebbero ricolmato il mondo di stupore, avrebbero tirato a sé gli uomini tutti e compiuto in breve tempo la conquista delle più alte intelligenze. Eppure Gesù Cristo non fece nulla di tutto questo e restrinse tutto il suo insegnamento alle verità di ordine religioso e morale e queste sole volle che gli Apostoli predicassero. È questo, o dilettissimi, tal fatto che non deve passare inosservato e che segna a noi sacerdoti, continuatori dell’opera di Cristo e degli Apostoli, la via che dobbiamo tenere nell’esercizio del nostro ministero. È utile e necessario, che noi sacerdoti conosciamo tutte queste scienze profane e naturali per onore della Chiesa, per la difesa della fede, perché anch’esse ci sollevano a Dio e ne mettono in maggior luce la grandezza; ma non sono queste le scienze che noi dobbiamo portare nel tempio, sulla cattedra di verità, e annunziare ai popoli e né a queste scienze direttamente si estende il magistero della Chiesa e l’assistenza dello Spirito Santo promesso da Cristo. – Docebit vos Omnia -. Queste scienze della natura formano il patrimonio della ragione umana, sono il campo ch’essa può correre liberamente e cogliervi sempre e più belle palme. – Ma è da ritornare al testo evangelico che stiamo interpretando. Non senza ragioni profonde, Cristo disse che lo Spirito Santo avrebbe rammentato agli Apostoli quanto aveva loro detto: Suggeret vobis omnia quæcumque dixero vobis – . Perché disse che avrebbe loro rammentato? Gesù Cristo, nei tre anni della sua vita pubblica, aveva insegnato agli Apostoli tutte o pressoché tutte le verità necessarie alla salvezza delle anime e al governo della Chiesa: ma le avevano essi comprese a dovere? Alcune, sì: ma la maggior parte  erano rimaste nella loro memoria confusamente, ed altre le dovevano avere dimenticate o fraintese. Era dunque necessario rinfrescarne la memoria e chiarirle affinché gli Apostoli se ne facessero i banditori e questa fu l’opera dello Spirito Santo: Egli fu la luce che fece loro leggere, nel fondo dell’anima, ciò che Gesù Cristo vi aveva scritto e ch’essi non discernevano: fu la forza che li rese atti ad annunziarlo intrepidamente al mondo intero. Chi legge il discorso dell’ultima cena di leggieri comprende che non corre tutto legato, come suole essere un discorso formale, se posso usare questa parola. – Gesù Cristo si trattenne in quella sera memoranda parecchie ore con i suoi discepoli: era imminente la sua passione e la sua separazione ed Egli, a così dire, sciolse il freno alla piena dei suoi affetti e versò tutto il suo cuore. Perciò il suo discorso talvolta sembra rotto, muta argomento: ora incoraggia, ora dà consigli, ora promette, ora conforta ed ora prega. È un padre amoroso, che all’atto di separarsi per lungo tempo dai suoi figliuoli moltiplica le raccomandazioni e ripete i saluti. – Qui, quasi interrompendo il discorso, con una espansione dell’anima, che ne lascia vedere il fondo, Gesù Cristo esclama: « Vi lascio la pace; la pace mia do a voi: non come la dà il mondo, Io la do a voi ». Quali espressioni! Quale effusione di cuore! Quale tenerezza in queste parole ripetute! È vero, era questo il saluto ordinario, che si davano gli Ebrei: « La pace sia con te, sia con voi ». Ma qui e per l’occasione solenne, e per la ripetizione e per quelle parole aggiunte – la pace mia -. Non come il mondo la dà, Io la dò a voi – e perché in quel momento non si dipartiva, e soprattutto per l’accento di inesprimibile dolcezza e affocato affetto con cui pronunciò quel saluto, esso ha un significato e una forza tutta propria. Par di vedere Gesù con le palme tese verso i suoi cari, con la fronte velata da una soave e tranquilla mestizia, con gli occhi scintillanti, pieni d’amore e umidi di pianto, versare tutta l’anima sua. – Vi lascio la pace! È l’unica eredità, che vi lascio: essa è l’estremo augurio che vi fo, pegno d’ogni benedizione: pace vera, solida, eterna: pace con Dio, del quale siete figli; pace tra voi che dovete considerarvi ed amarvi come fratelli; pace con tutti, anche con i vostri nemici e persecutori; pace nei vostri cuori. Non è la pace ingannevole e bugiarda del mondo, ma la mia pace, che porta la serenità della mente, la semplicità del cuore, il vincolo dell’amore, il consorzio della carità: pace che custodisce i vostri sensi e le vostre intelligenze e trascende ogni umano concetto. – Deh, carissimi! che questa pace che Cristo porse ai suoi diletti Apostoli, che è figlia della giustizia, compagna della virtù, che allieta i giorni del nostro esilio, che in mezzo ai dolori ci consola e ci rende felici, abiti sempre nelle vostre anime. – Prosegue Gesù svolgendo l’idea della pace e confortando gli Apostoli che, afflitti, scorati e muti, gli facevano corona e dice loro: « Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti ». Queste parole noi pure siamo soliti indirizzare a quelli che soffrono, che sono minacciati di qualche grave sventura: è un conforto, un aiuto che vorremmo dare ai fratelli nostri, che sono posti a qualche dura prova. Esse mostrano il nostro buon cuore ed il desiderio di soccorrerli. Ma, ohimè! Queste parole sulla nostra lingua non sono che un augurio, la espressione d’un desiderio, impotenti come siamo ad infondere in altri la forza e la energia della volontà per vincere la lotta della vita. Ma Gesù, che è Dio, Egli solo fa ciò che dice, e nell’anima di chi confida in Lui e a Lui ricorre, infonde la forza di vincere se stesso, di superare ciò che sul cammino della vita vi si attraversa dinanzi e di comporre in pace le tempeste, che si agitano nel fondo dell’anima nostra. – Egli solo pertanto, con tutta verità, può dire: « Non si turbi il vostro cuore, né si sgomenti ». Voi vi trovate in mezzo a uomini che, odiando me, odiano pur voi, così Cristo; siete come agnelli in mezzo ai lupi e ciò che rende più dolorosa la vostra condizione presente è ch’Io, vostro maestro e vostra guida, me ne vado, cioè vado incontro alla morte e qual morte! Ma nemmeno per questo dovete turbarvi e sgomentarvi e abbandonarvi alla tristezza; perché se vado non rimango; se vado alla morte e morte di croce, risorgerò e ritornerò a voi. – Audistis quia ego dixi vohis: Vado et venio ad vos -. Anzi vi dico che se mi amaste davvero, godreste certamente, perché Io vado al Padre. – Si diligeretìs me, gauderetis utique, quia vado ad Patrem -. Se l’andare e il venire – Vado et venio ad vos di Cristo indicano la sua morte e la sua risurrezione e il suo mostrarsi agli Apostoli, il suo andare al Padre, senza dubbio significa non solo la sua risurrezione ed il suo apparire agli Apostoli, ma l’ascensione sua al cielo. Ancora poche ore, dice Cristo, ed Io morrò e poi risorgerò e me ne andrò al Padre: ancora poche ore e avranno fine i miei dolori, le mie angosce e comincerà una vita di gioie pure, una vita perfettamente beata, che non avrà fine più mai. So che mi amate: ma se mi amate davvero e volete il mio vero bene, lungi dal dolervi della mia andata, della mia morte, dovete rallegrarvi. L’amico che vede partire l’amico per lontano paese, dove sa che sarà felice, ne gode: i figli, che vedono il padre recarsi in remota contrada per riceverne il dominio e cingervi la corona di re, fanno gran festa. E questo dovete fare voi pure con me se mi amate, come veramente mi amate. – Lascio la terra pel Cielo, il luogo d’esilio per la patria vera, il luogo delle umiliazioni e dei dolori per il luogo della gloria e delle delizie: perché non godreste ? Vo al Padre mio, che è nei cieli; Egli è maggiore di me e perciò presso di Lui sarà compiuta la mia felicità. – Ma come il Padre vostro, o Gesù, è maggiore di Voi? Voi e il Padre non siete una sola cosa? Voi non siete nel Padre e il Padre non è in Voi? Non siete consostanziale al Padre e a Lui in ogni cosa perfettamente eguale, come crediamo per fede e Voi stesso tante volte avete insegnato? Come dunque ora ci dite che il Padre è maggiore di Voi? – Gesù Cristo è Dio ed uomo, vero Dio e vero uomo: come Dio Egli è eguale al Padre e perciò il Padre non è maggiore di Lui: ma come uomo Egli non è eguale, ma inferiore al Padre e in questo senso è verissimo il dire che il Padre è maggiore di Lui. E che Gesù abbia chiamato il Padre maggiore di sé in quanto uomo si fa manifesto dalle parole « Vado al Padre » perché l’andare di Gesù al Padre non può riferirsi che alla natura sua umana. Del resto, o dilettissimi, in un senso il Padre si può dire maggiore di Gesù Cristo, anche come Dio, senza che ne riceva offesa la sua divina natura. Come ciò? Il Padre è il Principio senza principio: Egli è la fonte del Figlio e col Figlio è la fonte eziandio dello Spirito Santo: il Padre è il sole e il Figlio è la luce che ne emana: il Padre è la radice, il Figlio è il fiore: per ragione adunque dell’origine il Padre precede il Figlio e in questo senso il Padre si può dire e si dice maggiore del Figlio. Questa dignità di principio che compete al Padre rispetto al Figlio e per la quale il Padre è maggiore del Figlio non toglie che la natura dell’uno e dell’altro sia una sola e comune e perciò vi sia tra loro perfetta ed assoluta eguaglianza. – Il sole e la luce hanno una sola natura, sono una cosa sola, ma il sole nella nostra mente è principio e causa della luce e non questa di quello: la natura e la vita della radice e del fiore è una sola, comune all’uno e all’altra; ma noi pensiamo prima alla radice e poi al fiore, perché questo germoglia da quella e perciò una cotal dignità maggiore, non per diversità di natura, ma di ordine e di origine, spetta alla radice sul fiore, al sole sulla luce. Così il Padre si può dire maggiore del Figlio, rimanendo perfetta la loro eguaglianza secondo natura. – Gesù Cristo, sempre inteso a rassodare la fede degli Apostoli nella sua Persona divina, perché è questa la base incrollabile del suo insegnamento e il motivo supremo del loro conforto, accenna alla nuova prova che ne avranno tra breve nell’adempimento fedele delle sue parole e soggiunge: « Ve l’ho detto prima che avvenga, acciocché, quando sia avvenuto, crediate ». Egli ha predetto la sua morte, la sua risurrezione ed altre cose particolari, che gli Apostoli avrebbero veduto con i loro occhi e toccato con le loro mani e che nessuno umanamente poteva prevedere con certezza: vedendo il tutto perfettamente adempito, che cosa dovevano necessariamente conchiuderne? Ch’Egli vedeva il futuro come il presente: che alle sue parole si doveva credere, perché non erano le parole d’un uomo, ma sì del Figliuol di Dio, come chiaramente affermava d’essere. Era qui il fondamento sicuro della fede degli Apostoli ed è qui pure il fondamento della fede nostra, che si appoggia a quella degli Apostoli, come in un edificio una pietra poggia sull’altra e tutte sulla prima, che ne è il fondamento. La certezza nostra, che abbiamo tanti secoli dopo gli Apostoli, è la certezza stessa degli Apostoli, perché legati con essi mercé una successione non mai interrotta, con essi formiamo una cosa sola, come le pietre d’un edificio tra loro congiunte formano un solo tutto. « Già non parlerò quasi più con voi », soggiunse Cristo, girando gli occhi sugli Apostoli e queste parole le dovette pronunciare con un accento di tenerezza insolita e forse con voce commossa e accrebbero sul volto dei suoi cari quella nube di mestizia, che vedevasi dipinta. Era un dir loro in altra forma: Ho finito l’opera mia: me ne vado: l’ora della separazione, della mia morte è vicina, è giunta. « Perché il principe di questo mondo viene ». Ma chi è, o amabile Gesù, il principe di questo mondo? Non siete Voi il Figlio di Dio, quel Verbo stesso, per il quale furono create tutte le cose? Non avete Voi detto che ogni potere vi è dato in Cielo ed in terra? Non siete il padrone assoluto d’ogni cosa? Come dunque dite che vi è un altro, che è principe di questo mondo, che viene contro di Voi? Chi è desso? – Gesù Cristo, perché Dio, è solo e vero Signore del Cielo e della terra. Ma vi è un altro, il quale, permettendolo Lui per gli altissimi fini della sua sapienza e bontà, ha invaso il suo regno, tenta usurpargli il suo dominio e muove contro di Lui stesso. È quello che chiamasi principe delle tenebre, seduttore e tentatore, che si designa col nome di maligno o demonio. Egli aperse la rivolta contro l’Uomo Dio in Cielo e l’ha portata sulla terra; egli lo odia ferocemente, perché fu la pietra, in cui urtò la sua superbia e n’ebbe rotte le tempia: perché a Lui uomo, e perciò inferiore per natura, dovette piegare il ginocchio, essendo anche suo Dio e suo Creatore. Lo odia e perciò muove contro di Lui la Sinagoga, i capi del popolo, Giuda e quanti sono satelliti suoi, per levarlo dalla terra e spegnere sul nascere il regno di Lui. La espressione, – Principe di questo mondo – cioè dei malvagi, indica la potenza del maligno, che pur troppo è grande: ma per quanto sia grande è pur sempre limitata entro quei confini, che Dio ha posto e che gli consente per il trionfo dei buoni e per la gloria loro e sua. Questa potenza del maligno deve pur sempre arrestarsi sulle soglie della libertà umana, la quale sorretta com’è sempre dal soccorso della grazia per chi debitamente la vuole, può resistere a qualsiasi più furioso assalto. Finalmente la scienza e la ragione istessa ci mostrano che in questo immenso e tremendo duello tra Cristo e il Principe di questo mondo la vittoria piena e definitiva sarà per Cristo e per quelli che lo seguono. Fidenti pertanto in Cristo, seguiamolo animosamente e con Lui e per Lui avremo parte alla finale vittoria. – Il Principe di questo mondo venga pure contro di me con tutti i suoi satelliti, mi uccida puranco: ma egli non troverà in me ombra di colpa e perciò, lungi dallo stendere sopra di me il tirannico suo dominio, perderà quello pure che tiene sugli uomini, perché Io soddisferò per essi e glieli strapperò di mano a prezzo del mio sangue, e così il mondo conoscerà qual sia l’amor mio verso del Padre: amore, che mi conduce a fare il suo volere fino alla morte. – Carissimi! Su questo gran campo di battaglia, che è la terra, un solo vinse e atterrò per sempre il Principe del mondo, l’autore del male, ed è Gesù Cristo; Egli solo lo vinse e lo atterrò per virtù propria. Vogliamo che la vittoria di Lui sia comunicata a noi, a ciascuno di noi? Non vi è che un mezzo: per fede e per carità operosa uniamoci a Gesù Cristo, facciamo con Lui una sola cosa, e la sua vittoria diventerà nostra.

Credo

Offertorium

Orémus – Ps LXVII:29-30

Confírma hoc, Deus, quod operátus es in nobis: a templo tuo, quod est in Jerúsalem, tibi ófferent reges múnera, allelúja. [Conferma, o Dio, quanto hai operato in noi: i re Ti offriranno doni per il tuo tempio che è in Gerusalemme, allelúia].

Secreta

Múnera, quæsumus, Dómine, obláta sanctífica: et corda nostra Sancti Spíritus illustratióne emúnda. [Santifica, Te ne preghiamo, o Signore, i doni che Ti vengono offerti, e monda i nostri cuori con la luce dello Spirito Santo]. Communio Acts II:2; II:4 Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Communio Acts II:2; II:4

Factus est repénte de coelo sonus, tamquam adveniéntis spíritus veheméntis, ubi erant sedéntes, allelúja: et repléti sunt omnes Spíritu Sancto, loquéntes magnália Dei, allelúja, allelúja. [Improvvisamente, nel luogo ove si trovavano, venne dal cielo un suono come di un vento impetuoso, allelúia: e furono ripieni di Spirito Santo, e decantavano le meraviglie del Signore, alleluja, alleluja.]

Postcommunio

Orémus.

Sancti Spíritus, Dómine, corda nostra mundet infúsio: et sui roris íntima aspersióne fecúndet. [Fa, o Signore, che l’infusione dello Spirito Santo purifichi i nostri cuori, e li fecondi con l’intima aspersione della sua grazia] .

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.