Doni dello Spirito Santo: Il dono di CONSIGLIO

Il dono di Consiglio.

Gaume-282x300

[J.-J. Gaume: “Il trattato dello Spirito Santo”; vol. II, Cap. XXXI]

 

Superiore in energia ed in estensione alla virtù di fortezza, il dono o lo spirito di questa ha due oggetti: l’azione e il patimento. Esso è posto in mezzo a sette doni, come un re in mezzo ai suoi ufficiali per proteggerli e dirigerli. Mercé la sua influenza, l’uomo diviene capace di condurre a buon fine la grande intrapresa per la quale egli è sulla terra, la conquista del cielo. – Dinanzi a lui indietreggiano le tre potenze legate insieme ad arrestare il suo cammino: il demonio, la carne e il mondo. Con un coraggio incrollabile ei sopporta le fatiche dell’eterno combattimento, e dà al cielo ed alla terra il più bello spettacolo che essi possano contemplare. – Questo dono di fortezza, come necessario all’uomo, alla società, all’umanità tutta quanta per fare e per soffrire nobilmente grandi cose, non lo é però meno per preservarli dalla schiavitù dello spirito contrario, l’accidia. Questo spirito che degrada l’uomo, che lo rende disprezzabile e che l’impoverisce, offre un triste contrasto con lo spirito di fortezza, quale si è manifestato in tutti i secoli e che si manifesta ancora in tutti i Paesi cattolici. – Ma per operare e per soffrire conforme al fine della vita, non basta aver la forza dell’azione e del patimento, questa forza deve essere regolata. « Si corre male, dice sant’Agostino, se non si sa dove correre: “Non bene curritur si quo currendum est nesciatur”. » Essa lo è mediante il dono di consiglio. Ciò vedremo nello studio delle nostre tre questioni: Che cosa è il dono di consiglio, quali ne sono gli effetti e quale la necessità. – Che cosa è il dono di consiglio? Il consiglio è un dono dello Spirito Santo che ci fa discernere con certezza i migliori mezzi di giungere al cielo. [“Consilium est donum quo Spiritus Sanctus dirigit nos in omnibus quae ordinantur in fìnem vitae aetemae, sive flint de necessitate salutis, sive non”. S. Anton. IV p., tit. XII, c. I, fol, 189]. – Questo nome è mirabile. Il consiglio è l’avviso che ci è dato da qualcuno. Che nobile dono! In moltissime circostanze l’uomo è incapace di decidersi da sé medesimo. – Per metter fine alle sue incertezze che fa egli? Chiede consiglio. Nulla di più savio di questa condotta. – “O figliuolo mio, dice Tobia, chiedi sempre consiglio al savio”.[IV, 19]. Da un buon consiglio può dipendere la fortuna, l’onore, la vita stessa. Quanti disinganni, quanti rimorsi, quante lacrime e’ può risparmiare [Sap., IX, 14]. – Ora nell’affare, il solo importante, il solo che porti a conseguenze eterne, l’affare della salute, lo Spirito Santo medesimo vuol ben essere nostro consigliere: Ei lo diviene mediante il dono di cui trattiamo. – Questo dono differisce dalla virtù di prudenza e dal dono di scienza. Esso differisce dalla prudenza, in principio, in estensione, in certezza. In principio: la ragione è il principio della prudenza naturale: col dono di consiglio, lo stesso Spirito Santo diventa la nostra guida. – In estensione: la virtù di prudenza, quale si sia, naturale o soprannaturale, non può né abbracciare, né prevedere tutti i mezzi i più propri per giungere all’intento desiderato, e malgrado tutta la sua applicazione è, come dice la Scrittura, sempre corta per qualunque parte. II dono di consiglio al contrario si estende a tutto ciò che ci è necessario di conoscere per deciderci saviamente in un dato caso. – In certezza: nessuno ignora i calcoli e gli ondeggiamenti che precedono una determinazione importante, le esitazioni che l’accompagnano e le incertezze stesse che la seguono. Nulla di tutto ciò nel dono di consiglio. È lo stesso Spirito Santo che ci comunica la sua luce e determina la nostra scelta. [“Unde donum consilii respondet prudentiae, sicut ipsam adjuvans et perfìciens”. S. Thom., 2a, 2ae, q. 52, art. 2, cor. — “Indiget homo in inquisitione consilii dirigi et elevari a Deo qui omnia comprehendit. Et hoc fìt per donum consilii”. Anton., IV p., tit. XII, c. I, fol. 189]. – Circa la differenza tra il dono di consiglio ed il dono di scienza, ecco in che consiste. Comunicandoci la conoscenza certa della verità, il dono di scienza ci rende capaci di discernere senza fatica il vero dal falso, il bene dal male. Il dono di consiglio va più oltre. Esso ci fa distinguere e scegliere tra il vero e il più vero, tra il buono e il migliore: vale a dire che ci addita i mezzi più adatti al nostro fine supremo, riguardo alle circostanze di tempi, di luoghi e di persone. – L’aver considerato il dono di consiglio in sé medesimo non basta: per ben conoscerlo, bisogna vederlo nei suoi effetti. –  Quali sono gli effetti del dono di consiglio? Gli indicheremo, dicendo che il dono di consiglio ci fa scegliere i mezzi migliori di arrivare al nostro ultimo fine. Ciò vuol dire che questo dono divino ci preserva dagli infortuni, sovente disperati, ai quali farebbe capo una scelta imprudente. Ciò vuol dire altresì che egli ci aiuta a fare le nostre opere, come Dio medesimo fa le sue, con numero, peso e misura. Vuol dire infine, che come membro del gran corpo del Verbo incarnato, ci pone ciascuno al nostro luogo e ci fa agire in modo da procurare senza grande urto, l’armonia dell’insieme, magnifica armonia, potente unità che è il fine di tutti i doni e di tutte le operazioni dello Spirito Santo. Il dono di consiglio è di una pratica continua. Come il cieco ha bisogno di una guida in tutti i suoi passi, cosi l’uomo qualunque si sia, fanciullo, giovine o vecchio, ricco o povero, re o suddito, prete o secolare, ha bisogno d’essere diretto in ciascuno dei suoi atti; e lo è in realtà. – Quel che è vero dell’individuo, è altresì vero della famiglia, vero della società, vero della stessa umanità. – Guai dunque a colui il quale nel governo della sua vita, o della vita altrui disprezza lo Spirito di consiglio. Guaio maggiore a colui che lo cerca laddove non é. Ora esso è dove è lo Spirito Santo; non è che là, e vi è a seconda della misura delle comunicazioni dello Spirito Santo. – Quindi deriva che i santi, cioè dire gli uomini del buon consiglio per eccellenza, sono per il mondo veri tesori. – « Se il genere umano, scrive Donoso Cortes, non fosse irremissibilmente condannato a vedere le cose a rovescio, sceglierebbe per consiglieri fra tutti gli uomini i teologi; tra i teologi, i mistici; e tra i mistici quelli che hanno condotto la vita la più ritirata dal mondo e dalle faccende. Tra le persone che io conosco, e ne conosco molte, le sole nelle quali abbia riconosciuto un buon senso imperturbabile, una vera sagacia, un’attitudine meravigliosa per dare delle pratiche e dotte soluzioni ai più difficili problemi, e per trovar sempre una scappatoia o un’uscita agli affari più ardui, sono quelle che hanno menato una vita contemplativa e ritirata. Al contrario, io non ho ancora incontrato né spero incontrare mai, uno di quegli uomini che chiamansi d’affari, disprezzanti le contemplazioni spirituali, e soprattutto le contemplazioni divine, che sia capace di intendere qualche cosa in nessuna faccenda.» [Saggio, ecc., p. 200]. – Se ciascuno di noi ignora i benefizi personali dello Spirito di consiglio, il mondo non deve ignorare che gli va debitore del suo più bello, del suo più utile capo d’opera; e qual è? Gli ordini religiosi. Sentiamo i principi della teologia, raccontare la storia di questa meravigliosa creazione; e per farne omaggio allo Spirito di consiglio, rammentiamoci ch’essa fu sconosciuta da tutta l’antichità, che incomincia con l’infusione dello Spirito Santo nel Cenacolo, e che sparisce da tutti i luoghi dai quali si ritira. – «Essendo Dio la perfezione, l’essere a Lui unito nel modo il più intimo, insegnano san Tommaso e sant’Antonino, è la gloria e la felicità dell’uomo, perché tale è il suo fine. Ma a motivo delle preoccupazioni e degli ostacoli inevitabili della vita ordinaria, questa unione è impossibile. – Ecco perché ai precetti, la legge divina aggiunge dei consigli. Essi hanno per scopo di sbrogliare l’uomo, nei limiti del possibile, di tutte le sollecitudini della vita presente. – « Ciò non pertanto, questo spogliarsi, non è talmente necessario che senza ciò, l’uomo non possa pervenire al suo fine. La virtù e la santità non sono incompatibili con l’uso ragionevole dei beni terreni. Perciò gli avvertimenti della legge divina si chiamano non precetti, ma consigli, nel senso che essi persuadono l’uomo a disprezzare il meno per il più, il buono per il migliore. Ora nello stato attuale le sollecitudini dell’uomo hanno un triplice oggetto: la nostra persona, ciò che deve fare, dove deve abitare; le persone che ci sono unite con legami più intimi, come la sposa ed i figli; i beni esteriori ed i mezzi di acquistarli o di conservarli. – « A fine di rompere di un sol colpo questi tre ostacoli all’intima unione con Dio, il Verbo incarnato dà tre consigli che lo Spirito Santo fa gustare e prendere per regole di condotta. La povertà volontaria tronca tutte le sollecitudini riguardo ai beni terreni. La verginità e la castità volontaria, sciolgono l’animata qualunque sollecitudine, rispetto ai beni corporali. L’obbedienza volontaria, libera da ogni sollecitudine, rispetto alla condotta della vita e dei beni dello spirito, risultanti dalla indipendenza della volontà. » [S. Anton., IV p., tit. XII, c. II]. – Gli alunni della cresima, alumni chrismatis, che hanno il coraggio di questo eroico, proscioglimento, possono cantare col profeta: La nostra anima è stata sciolta qual passera dal lacciuolo del cacciatore; il laccio è stato spezzato e noi siamo stati liberati. [Ps, 123]. – Nulla oramai impedisce loro di fare di. Dio il centro di tutte le loro affezioni, e di gravare verso di lui con tutte le potenze del loro essere. Rispetto al mondo intero, essi adempiono nell’ordine morale la grande legge che presiede al mondo planetario, dove noi vediamo tutti gli astri, spinti da una forza irresistibile, gravitare verso il sole. Che dire di più? Amare come essi amano è scacciare, rompere, calpestare tutti gli ostacoli che possono ritardare la rapidità del loro movimento verso Dio, o falsarne la direzione. Qui ancora, essi adempiono nell’ordine morale, la legge che presiede al mondo terrestre, dove noi vediamo i torrenti ed i fiumi atterrare sul loro passaggio tutto ciò che si oppone al loro corso impetuoso verso l’Oceano. – Calcoliamo adesso se è possibile, tutto ciò che l’umanità deve agli ordini religiosi, di servigi e di benefizi, tanto nell’ordine temporale che nell’ ordine morale, e sapremo in parte, ciò che il mondo deve al solo dono di consiglio. Diciamo in parte: imperocché se noi conosciamo i beni di cui ci ricolma lo Spirito di consiglio, ignoriamo ancora i mali dai quali ci preserva. La risposta alla questione seguente terminerà d’istruirci. – 3° Qual’è la necessità del dono di consiglio? Perché egli non ha in sé la verità, l’uomo ha bisogno di essere istruito; e perciò è per forza un essere diretto. Ora, come lo stesso mondo, l’uomo è posto tra due opposte direzioni; l’una che viene dallo Spirito di luce, l’altra dallo Spirito di tenebre. Chiunque egli sia e quel che faccia, bisogna che obbedisca o all’ima o all’altra: l’alternativa non si sfugge. Se lo Spirito di consiglio si ritira dall’uomo o dal mondo, il suo posto resta vuoto: esso è immediatamente preso dallo Spirito contrario, che è lo spirito d’avarizia. [“Spiritus consilii fugat spiritum avaritiae, quae nec consilia nec mandata Dei sinit implere, qui jubet vel consulit pauperibus indigentibus subveniri, sed ipsi sibi congregat lutum”. S. Anton., IV p., tit. X, c. I.] – Che l’avarizia sia direttamente opposta al dono di consiglio, niente è più facile a provare. Illuminando il nostro intelletto, il dono di consiglio ci fa scegliere i mezzi migliori di raggiungere il nostro ultimo fine. Il primo è liberarsi dalle sollecitudini della vita col distacco dai beni creati. Il secondo è lo spoglio volontario di tutti questi beni. – Che cosa è l’avarizia? È l’amore disordinato delle ricchezze. Oscurare l’intelletto e falsare la volontà è l’inevitabile effetto dell’avarizia. Appena è entrato lo Spirito di avarizia in un uomo, subito lo affascina. Dinanzi ai suoi occhi, i beni terreni formano uno specchio ingannatore, fuori del quale ei non vede nulla che sia degno dei suoi pensieri. Questo specchio lo perseguita e si consuma nell’afferrarlo; e tutto assorto nella sua insensata persecuzione, dimentica i veri beni. Invece di sgombrare la sua strada, la ingombra di mille ostacoli. Invece d’avere la libertà dei suoi passi e dei suoi pensieri, ei si aggroviglia in lacci inestricabili e si perde in tante sollecitudini senza fine, fonte di dolori e di iniquità, fino a che la morte non venga a dirgli: O tessitore di reti di ragno, prenditore di mosche, costruttore di castelli di carta, bisogna partire per l’eternità, e partire con le mani vuote.[Sap., iv, 12. — I Ad Tim.j VI, 9, 10. “Telas araneae texuerunt”]. – Si, Con le mani vuote di buone opere, e troppo spesso piene di peccati. L’avarizia è una madre feconda che genera delle figlie non meno delinquenti della loro madre. Eccone qui alcune; la “durezza di cuore”, “cordis duritia”: nessuno è più insensibile dell’avaro. Né le pubbliche calamità, né gli stracci del povero, né i gemiti dell’infermo, né le lacrime della vedova e dell’orfano, sono capaci di fargli sciogliere i cordoni della sua borsa. La sua anima è colpita dalla secca e dura impronta del metallo ch’egli adora. La “furberia, falsitas”; non menzogne, non inganni di cui l’avaro si faccia scrupolo, sia per vendere, ossia per comprare. Di tutte le virtù la buona fede è quella che egli meno conosce. – La “frode”, “fraus”; dalle parole egli passa agli atti. Frodare nei pesi e nelle misure, frodare intorno alla natura e alla qualità degli oggetti, sono per 1’avaro moneta corrente. La “violenza”, “violentia”; bisogna dare questo nome alle concussioni pubbliche, ai furti strepitosi, ai compromessi scandalosi, ai contratti usurari, alle manovre indegne, con le quali s’inganna la credulità, si abusa della debolezza, si traffica la coscienza e si arricchisce a scapito dell’onore e della giustizia. – Il “tradimento”, “perfìdia”; l’avaro non ha che un amico, cioè il suo oro. In un significato bene differente di Melchisedech, egli può confessare che non ha né padre, né madre, né fratelli, né sorelle, e che è senza genealogia sulla terra. Litigare coi suoi parenti ed i suoi amici, suscitar loro dei processi, fomentare delle divisioni e degli odi, scendere a tutte le bassezze, vivere d’egoismo, di denigrazioni e di gelosie, non costa niente all’avaro, purché si tratti di una perdita e di un guadagno. – Che lo spirito d’ avarizia si estenda sulla società; e tutte le stimmate giustamente impresse all’avaro individuo, si applicano all’avaro collettivo. Per tutta verità, bisognerà dire di questa società, di questa nazione, di questo mondo che non vi ha nulla di più scellerato; che il timore di Dio, la giustizia e la lealtà ne sono bandite; che è un vasto bazar dove tutto si vende, perché tutto si compra, la libertà, l’onore e la coscienza: una aggregazione di filibustieri e di pirati che a meno di una conversione miracolosa, finirà di non più contare che due categorie d’individui: gli ingannati e i furfanti. – Frattanto due caratteri distingueranno questa società posseduta dal demone dell’avarizia. Latente o manifesta, la guerra di coloro che non hanno, contro quelli che hanno, durerà sempre; continue rivoluzioni condurranno catastrofi senza fine, giusto castigo di un mondo che ha cambiato il suo Dio in vitello d’oro. La pazzia succederà alla ragione, il tempo sarà preferito all’eternità, il meno al più. – « Qual sapienza, qual buon senso, che elevazione di intelligenza, domanda la Scrittura, può restare a colui che si è legato al suo aratro, che pone la sua gloria nelle sue macchine, nel pungitoio con cui eccita i bovi; che non parla che di concimi, d’agricoltura, lavori materiali; di cui tutte le conversazioni si raggirano intorno ai nati dei tori; il cui cuore e immerso nei solchi, e il pensiero nel grasso delle vitelle? » [“Avaro nihil est scelestius; nihil est iniquius quam amare pecuniam…. hic enim et animam suam venalem habet”. Eccl, X 9, 10. Eph., V, 5. Eccl, XXVII, 1]. — “Qua sapientia replebitur qui tenet aratrum, et qui gloriatur in jaculo; stimulo boves agitat, et conversatili in operibus eorum, et enarratio ejus in filiis taurorum? Cor suum dabit ad versandos sulcos et vigilia in sagina vaccarum”. Eccl. XXXVIII, 25-27]. – Salvare il mondo da un tale degradamento non è un immenso benefìcio? Da chi si può aspettarlo? Dai legislatori, dai filosofi, dagli uomini qualunque si sieno? Nient’affatto: ma dallo Spirito di Consiglio, e da Lui solo; e il mondo l’oblia!