Il dottore serafico: SAN BONAVENTURA.

14 luglio

Il dottore serafico: SAN BONAVENTURA,

[Dom. Guéranger: L’ANNO LITURGICO, vol. II]

Bon. Ant. Tomm.

Tommaso e Bonaventura.

       La pittura ha illustrato la celebre visione in cui la Vergine presentò al suo Figliolo i suoi due servi Domenico e Francesco i quali dovevano ricondurre a lui l’umanità in preda ad una profonda corruzione. – Ha illustrato pure l’incontro dei due santi che si abbracciano e si promettono scambievolmente di rimanere uniti nell’azione apostolica che inauguravano quasi nello stesso tempo. Anche due dei loro più nobili figli dovevano rassomigliarsi per lo splendore della dottrina e per l’unione che godono nell’ammirazione e nella gratitudine della Santa Chiesa. Tommaso e Bonaventura, la cui opera intellettuale non avrà che uno scopo: condurre gli uomini mediante la scienza e l’amore a quella vita eterna che consiste nel conoscere l’unico vero Dio e colui che egli ha mandato. Gesù Cristo (Gv. I7. 3). – Entrambi furono lampade ardenti (ibid. 5, 15) che illuminarono il loro secolo e infervorarono le anime. Ma il Signore volle che la Chiesa attingesse particolarmente da san Tommaso la sua luce e da san Bonaventura la sua ardente carità. Abbiamo già festeggiato il Dottore Angelico durante la quaresima; oggi la Chiesa rivolge i nostri cuori verso il Dottore Serafico, perché gli offriamo la nostra lode e la nostra preghiera, e riceviamo l’insegnamento della sua vita.

Lo studioso.

Era ancor giovinetto, quando allo scadere dei suoi primi anni di vita religiosa fu mandato alla celebre Università di Parigi per apprendervi la teologia. In mezzo alla moltitudine di studenti spesso chiassosi e leggeri, egli conservò la sua anima così semplice e distaccata, che il suo maestro Alessandro di Hales diceva pieno di ammirazione: « Pare che Adamo non abbia peccato in lui ». Alessandro di Hales sembrava allora, secondo l’espressione del Papa Alessandro IV, « racchiudere in sé la fonte viva del paradiso, da cui scorreva a grandi flutti sulla terra il fiume della scienza della salvezza ».

Il Dottore.

Sotto la sua guida, Bonaventura fa mirabili progressi nella scienza e nella santità. Studia dapprima la Sacra Scrittura, copiando parecchie volte di sua mano i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento; riassume e analizza i Padri della Chiesa e si compenetra tanto di tutte le scienze sacre che, malgrado le regole dell’Università, viene chiamato a 27 anni ad occupare una cattedra. Allo stupore causato dalla sua giovine età seguì presto l’ammirazione. Investito dell’eredità di Alessandro di Hales che era chiamato il « Dottore irreprensibile, il Dottore dei Dottori » Bonaventura poteva dire della divina Sapienza: « È essa che mi ha insegnato tutto; essa mi ha insegnato la giustizia e le virtù, e le sottigliezze del discorso e il nodo dei più forti argomenti» (Sap. VII, 21; IV, 7-8). – Questo è appunto l’oggetto dei Commentari sui quattro Libri delle Sentenze che ci hanno conservato le lezioni tenute da Bonaventura da quella cattedra della Sorbona dove la sua amabile parola, animata da un soffio divino, teneva prigionieri i più nobili intelletti. Il giovane maestro rispondeva già al suo titolo predestinato di Dottore Serafico, vedendo nella scienza solo un mezzo per amare di più, e ripetendo senza posa che la luce che illumina l’intelletto rimane sterile e vana se non penetra fino al cuore, dove unicamente riposa e si diletta la Sapienza (Exp. in Lib. Sap., Vili, 9, 16). Cosicché – ci dice sant’Antonio – qualunque verità appresa da lui si cambiava in affetti, diventando così preghiera e lode divina (Antonin., Chronic, p. III, tit. 24, cap. 8). Il suo scopo – dice un altro storico – era quello di giungere all’incendio dell’amore, di bruciare egli stesso al fuoco divino e di infiammare quindi gli altri; indifferente alle lodi come alla fama, unicamente preoccupato di regolare i suoi costumi e la sua vita, intendeva innanzitutto ardere e non solo risplendere, essere fuoco per accostarsi così maggiormente a Dio, in maggior conformità a colui che è fuoco; tuttavia, come il fuoco non può concepirsi senza luce, così egli fu pure una fiaccola risplendente luce che potè raccogliere, ne fece l’alimento della sua fiamma e della divina carità (H. Sedulius, Histor. seraph.). – Si seppe bene a che cosa attribuire questa unica direttiva dei suoi pensieri allorché, inaugurando il suo insegnamento pubblico, dovette prendere una decisione riguardo al problema che divideva la Scuola circa il fine della teologia: scienza speculativa per gli uni pratica a giudizio degli altri, secondo che gli uni e gli altri erano maggiormente colpiti dal carattere teorico o morale delle nozioni che essa ha per oggetto. Bonaventura, cercando di unire le due tendenze nel principio che era ai suoi occhi la legge universale ed unica, concludeva che « la Teologia è una scienza affettiva, la cui conoscenza procede per contemplazione speculativa, ma tende principalmente a renderci buoni». La Sapienza della dottrina infatti – diceva – deve essere ciò che indica il suo nome (Eccl. 6; I Sent. 9, 3): saporosa all’anima.

Il santo.

Ma, come fece notare più tardi il Papa Sisto V, egli non eccelleva soltanto per la forza del ragionamento, per la facilità dell’insegnamento e per la chiarezza delle definizioni, ma trionfava soprattutto per una virtù del tutto divina nel potere di commuovere le anime. Mentre illuminava le menti, predicava ai cuori e li conquistava all’amore di Dio. I suoi stessi amici ne stupivano, e avendogli un giorno san Tommaso chiesto, in uno slancio di fraterna ammirazione, in quale libro avesse potuto attingere quella scienza sacra, Bonaventura, mostrando il crocifisso, rispose umilmente: « Ecco la sorgente da cui attingo tutto ciò che io so; studio Gesù, e Gesù crocifisso »! – Questo è il segreto della composizione di tutta quella serie di meravigliosi opuscoli in cui, senza un piano prestabilito, semplicemente per appagare il desiderio dei suoi discepoli o per effondere la propria anima, Bonaventura ha trattato insieme dei primi elementi dell’ascesi e degli scritti più sublimi della vita mistica, con una pienezza, una sicurezza, una chiarezza e una divina forza di persuasione che fanno dire al Sommo Pontefice Sisto IV che lo Spirito Santo stesso sembra parlare in lui {Liti. Superna Caelestis). Scritto sulla vetta della Verna e come sotto l’influsso più immediato dei Serafini del cielo, l’Itinerario dell’anima a Dio rapiva a tal punto il cancelliere Gersone da fargli dichiarare «quell’opuscolo, o piuttosto – diceva – quell’opera immensa, superiore alla lode di qualsiasi bocca mortale » (1); egli avrebbe voluto che insieme con il Breviloquium, meraviglioso compendio della scienza sacra, fosse imposto come manuale indispensabile ai teologi {Tract. de examinatione doctrinarum). «Infatti -dice per l’Ordine benedettino l’abate Tritemio – chi considera lo spirito dell’amore divino che si esprime in Bonaventura, riconoscerà facilmente che egli sorpassa tutti i Dottori del suo tempo per la forza persuasiva delle sue opere. Molti espongono la dottrina, molti predicano la devozione, pochi nei loro libri insegnano l’una e l’altra; Bonaventura sorpassa quel grande e quel piccolo numero, poiché in lui la scienza forma alla devozione e la devozione alla scienza. – Se dunque vuoi essere studioso e devoto, vivi come lui » (De scriptor. eccl.). Ma, meglio di chiunque altro, Bonaventura ci rivelerà in quali disposizioni convenga leggerlo per farlo con frutto. All’inizio del suo Incendium amoris, nel quale la triplice via che conduce, mediante la purificazione, l’illuminazione e l’unione, alla vera sapienza, così dice: « Offro questo libro non ai filosofi, non ai sapienti del mondo, non ai grandi teologi occupati da infinite questioni, ma ai semplici, agli ignoranti che si sforzano più di amare Dio che di sapere molto. Non già discutendo, ma agendo s’impara ad amare. Quanto a quegli uomini pieni di questioni, superiori in qualunque scienza, ma inferiori nell’amore di Cristo, penso che non saprebbero comprendere il contenuto di questo libro; a meno che lasciando da parte la vana ostentazione del sapere, non si applichino, in una profonda rinuncia, nella preghiera e nella meditazione, a far nascere in sé la divina scintilla che, riscaldando il loro cuore e dissipando ogni oscurità, li guiderà al di là delle cose del tempo fino al trono della pace. Perciò stesso che sanno di più, infatti, essi sono più atti ad amare o potrebbero esserlo, se disprezzassero veramente se stessi e fossero contenti di essere disprezzati dagli altri » (Incend. amoris, prologus).

Il ministro generale dei frati minori.

Tuttavia san Bonaventura non doveva restare a lungo sulla cattedra della Sorbona. A 35 anni veniva eletto Ministro Generale dei Frati Minori. Costretto ad abbandonare l’insegnamento della Scolastica lasciava il posto ad un giovane amico, fra Tommaso d’Aquino, la cui scienza e santità avrebbero illustrato l’Università di Parigi e l’intera Chiesa. – San Francesco era morto da 31 anni. Egli aveva posto le basi del suo Ordine, la linfa serafica era scaturita dal suo cuore, ma la sua opera richiedeva di essere organizzata: fu il compito di san Bonaventura. Senza uscire dallo spirito di san Francesco, egli si dedicherà a disciplinare tutte le energie e a dare all’Ordine la sua forma definitiva e le sue sapienti e mirabili costituzioni che dovevano formare l’armatura di quell’immenso edificio. Lo vediamo così percorrere tutte le Province del suo Ordine. Va successivamente a Parigi, a Narbona, a Pisa, e dopo i suoi lunghi itinerari, si ritira in un’umile cella, sulla Verna, là dove Francesco ha ricevuto le sacre stimmate. Qui scrive la vita del serafico Padre, onde penetrare tutti i suoi figli del suo spirito.

Cardinale d’Albano.

La profondità della scienza, la santità della vita e la potenza della parola attirano su di lui l’attenzione della Chiesa. A Perugia, quando il Papa Clemente IV vuole nominarlo Arcivescovo di York, cade ai suoi piedi e lo supplica di allontanare da lui tale dignità. Deve tuttavia cedere alle istanze di san Gregorio X e obbedire agli ordini « che Io nominavano cardinale e arcivescovo di Albano e gli imponevano di raggiungere il Papa con tutta umiltà e sottomissione, senza scuse né ritardi». I legati del Papa, incaricati di quell’importante messaggio, trovarono il santo occupato a lavare i piatti. Egli partì per preparare i lavori del Concilio che doveva tenersi a Lione nel 1274, e fu appunto in quella città che, dopo aver moltiplicato i suoi tentativi, i suoi discorsi, le sue fatiche, rese la sua bell’anima a Dio, all’età di 53 anni, quattro mesi dopo la morte di San Tommaso.

Vita.

Giovanni Fidanza nacque nel 1221 a Bagnoregio, cittadina situata tra Viterbo e Orvieto. Essendo caduto gravemente malato, la madre lo portò a san Francesco d’Assisi che lo prese fra le braccia, lo benedisse, lo accarezzò, lo guarì e lo restituì alla madre dicendo : « O buona ventura ! » donde il suo nome. A 17 anni, entrò presso i Frati Minori, dove il suo fervore mise in dispetto il demonio che tentò di strangolarlo. Presto, mandato alla Sorbona per studiarvi la teologia, vi ricevette una cattedra all’età di appena 27 anni. A 35 anni divenne Maestro Generale dei Frati Minori e promulgò le Costituzioni nel Capitolo di Narbona tenuto nel 1260. Creato cardinale, ricevette la consacrazione episcopale nel novembre del 1273 e, durante il secondo concilio ecumenico di Lione, si spense in quella città, il 14 luglio 1274. I suoi principali trattati spirituali sono il Breviloquium apparso nel 1256; l’Itinerario dell’anima a Dio che è senza dubbio la più bella fra le opere mistiche del XIII secolo; la Triplice Via; l’Albero di Vita; le Cinque feste del Bambino Gesù ed infine l’Apologia dei Poveri.

Preghiera.

Tu sei entrato nel gaudio del tuo Signore (Mt. 25, 21), o Bonaventura; quali debbono essere ora le tue delizie, poiché, secondo la regola che hai ricordata, « tanto più uno ama Dio quaggiù, tanto più lassù esulta in Lui » (De perfectione vitae, ad Sorores, VIII). Se il grande sant’Anselmo, dal quale attingevi quelle parole, aggiungeva che l’amore si misura dalla conoscenza, tu che fosti uno dei principi della scienza sacra e insieme il Dottore dell’amore, mostraci che realmente ogni luce, nell’ordine della grazia e in quello della natura, non ha altro scopo che di condurre all’amore. – Dottore Serafico, guidaci attraverso quella sublime ascesa di cui ogni riga delle tue opere ci manifesta i segreti, le sofferenze, le bellezze e i pericoli. Nel raggiungimento della divina sapienza, che nessuno percepisce senza estasi anche nei suoi più lontani riflessi, preservaci dall’illusione che ci farebbe ritenere come fine la soddisfazione trovata negli sparsi raggi discesi a noi per ricondurci dai confini del nulla fino ad essa. Infatti, quei raggi che per se stessi procedono dall’eterna bellezza, separati dal centro, distolti dal fine, non potrebbero essere altro che illusione, inganno, occasione di vana scienza o di falsi piaceri. Inoltre, più elevata è la scienza, più si avvicina a Dio in quanto oggetto di teoria speculativa, ma più si deve temere la deviazione; se essa distrae l’uomo nelle sue ascensioni verso la Sapienza posseduta e gustata per se stessa; se lo arresta alle sue sole attrattive, tu non esiti a paragonarla alla città seduttrice che soppianterebbe negli affetti del figlio di un re la nobilissima Sposa che lo attende (Illuminationes Eccl, II). E certo un simile affronto, che provenga dalla serva o dalla dama d’onore, è forse meno sanguinoso per un’augusta regina? Per questo tu dichiari che «pericoloso è il passaggio dalla scienza alla Sapienza, se non vi si pone in mezzo la santità ». Aiutaci a superare il pericoloso passo; fa’ che ogni scienza non sia mai per noi se non un mezzo della santità per giungere a un più alto amore. Questo è appunto sempre il tuo pensiero nella luce di Dio, o Bonaventura. Se ve ne fosse bisogno, ne potremmo avere come prova le tue serafiche predilezioni manifestate più d’una volta ai tempi nostri per i luoghi in cui, a dispetto della febbre che spinge all’azione tutte le forze vive di questo secolo, la divina contemplazione continua ad essere ritenuta come la parte migliore, come il principale scopo e l’unico fine di ogni conoscenza. Degnati di continuare a porgere ai tuoi devoti fedeli una protezione che essi stimano nel suo giusto valore. Difendi come già un tempo nelle loro prerogative e nella loro vita, gli Ordini religiosi, più che mai sulla breccia ai giorni nostri. La famiglia francescana ti sia ancora grata di crescere in santità e in numero; benedici le iniziative prese in seno ad essa, con il plauso del mondo, per illustrare come meritano la tua storia e le tue opere. Per la terza volta e per sempre, se è finalmente possibile, riconduci l’Oriente all’unità e alla vita. Che tutta la Chiesa si riscaldi ai tuoi raggi; che il fuoco divino così validamente alimentato da te bruci nuovamente la terra.

SACRILEGIO

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SACRILEGIO

[E. Barbier: I Tesori di Cornelio Alapide, vol. III SEI Torino, 1930]

1.- Il sacrilegio è il più enorme dei misfatti. — 2. Empietà del sacrilego. — 3. Castigo dei profanatori dei sacramenti.

  1. IL SACRILEGIO È IL PIÙ ENORME DEI MISFATTI . — Sono perentorie, a questo proposito, le sentenze di S. Paolo ai Corinzi ed agli Ebrei: «Chiunque, scriveva a quelli, mangerà questo pane (l’eucaristico), o berrà il calice del Signore indegnamente, si farà reo del corpo e del sangue del Signore… egli si mangia e beve la sua condanna… » — “Quicumque manducaverit panem hunc, vel biberit calicem Domini indigne, reus erit corporis et sanguinis Domini … Iudicium sibi manducat et bibit non diiudicans corpus Domini( I Cor. X I , 27 – 29 ) . Agli Ebrei poi, dopo di aver detto che il profanatore crocifigge un’altra volta in sé il Figlio di Dio: — “Rursum cruciflgentes sibimetipsis Filium Dei(Hebr. VI, 6 ), così ragiona: « Se colui che per deposizione di due o tre testimoni è convinto di avere trasgredito la legge di Dio, viene senza pietà condannato a morte; pensate quanto più acerbo supplizio meriti colui che ha calpestato il Figlio di Dio, ha macchiato il sangue dell’alleanza nel quale era stato santificato ed ha oltraggiato lo spirito di grazia » — “Irritum quis faciens legem Moysis, sine ulla miseratione, duo bus vel tribus testibus, moritur. Quando magis putatis deteriora mereri supplicia, qui Filium Dei conculcaverit, et sanguinem testamenti pollutum duxerit, in quo sanctificatus est, et spiritui gratiae contumeliam fecerit” (Id. X, 28 – 29 ). – A tutta ragione pertanto S. Vincenzo Ferreri predicava che colui il quale si comunica indegnamente, commette peccato più enorme di colui che gettasse il Santissimo Sacramento in una fogna: [“Maius peccatimi est, quam si proiiceret corpus Christi in cloacam(Conc. de Corpor. Ch.)], e S. Bernardo chiama i profanatori del corpo di Gesù Cristo, peggiori di Giuda, perché costui consegnò il Salvatore in mano ai Giudei, mentre quelli lo consegnano al demonio, perché ne mettono il Corpo adorabile in un luogo soggetto alla potestà del demonio, tale essendo il loro corpo e il loro cuore [“Iuda traditore deteriores effecti, eo quod, sicut ille tradidid Iesum Iudaeis, ita isti tradunt diabolo, eo quod illum ponunt in loco sub potestate diaboli costituto(Serm. LV, c. III)] . « Non tanto indegno di ricevere il corpo di Gesù Cristo è il fango, dice Teofilatto, quanto l’impuro cuore del profanatore [“Lutum non adeo indignum est corpore divino, quam indigna est carnis tuae impuritasIn Hebr. XX, 16 ]. Di quale orribile misfatto non si farebbe reo, chi profanasse una chiesa, un altare, un tabernacolo, i vasi sacri! Ora che cosa pensare del delitto di chi si comunica indegnamente? – « Chi sarà così empio, domanda S. Agostino, che osi trattare il santissimo Sacramento con mani fangose? (2 (2) [“Quis adeo impius erit, qui lutosis manibus sacratissimum sacramentum tractare praesumat?” Serm. CCXLIV de Temp.]. – Ma chi tratta indegnamente il corpo di Cristo regnante nei cieli, pecca assai più gravemente di coloro che lo confissero in croce mentr’era su questa terra [“Gravius peccant indigne offerentes Christum regnantem in coelis, quam qui eum crucifixerunt ambulantem in terris” – S. AUGUST. In Psalm. LXVII, 22]. Perché, come nota Tertulliano, i Giudei soltanto una volta catturarono, malmenarono e crocefissero il Cristo; mentre il sacrilego Lo prende, Lo lega, Lo maltratta, Lo crocifigge tutte le volte che indegnamente si comunica. Di quale misfatto si fa colpevole chi cambia la Redenzione in perdizione, la Comunione in veleno, la vita in strumento di morte!… « Ah tolga Iddio! esclama S. Pier Damiani, che colui il quale adora idoli di carne, ardisca accogliere nel tempio di Venere, il Figlio della Vergine! [“Absit ut aliquis h-uic idolo substernatur, et filium Virginis in Veneris tempio suseipiat!” – In Epist.] ». « E se volete peccare, dice S. Bernardo, cercatevi un’altra lingua che ancora non rosseggi del sangue di Gesù Cristo [“Quando peccare volueris, quaere aliam linguam quam eam quae rubescit sanguine Christi”  (Serm. in die Passion.)].

2. EMPIETÀ DEL SACRILEGO. — Il Vangelo racconta che Giuda, recatosi dai principi dei sacerdoti, disse loro: Che cosa volete darmi, ed io vi consegnerò nelle mani il Cristo? Essi gli promisero trenta monete d’argento, e da quel punto Giuda studiò l’occasione di tradire Gesù Cristo ( MATTH. XXVI, 14 – 16 ). Il sacrilego fa anch’egli un patto con Satana e gli dice: Che cosa vuoi darmi, ed io ti consegnerò Gesù? Dammi quel piacere impuro, quelle ricchezze, quello sfogo di vendetta, ed io ti darò in cambio il mio Dio!… – I sacrileghi vendono, tradiscono Gesù a imitazione di Giuda, con questa differenza che il tradimento di Giuda si cambiò in bene per la salute universale, ma il peccato del profanatore sacrilego non serve che a oltraggiare Gesù e a rallegrare l’inferno. Dio è nostro Padre, ed il migliore dei padri … E che cosa fa il sacrilego? Egli s’innalza contro Dio, Lo flagella, Lo crocifigge, Lo annienta per quanto gli è possibile… Non è dunque un parricida?… Dio l’ha colmato e tuttavia gli è largo di benefizi, ed egli insolentire, disprezzarlo, perseguitarlo come suo mortale nemico… Non si deve chiamare mostro d’ingratitudine?… Udite com’egli se ne lamenta: «Se fosse un mio nemico quello che m’insulta, lo sopporterei; se contro di me si fosse sollevato chi mi odia, forse mi sarei sottratto alle sue persecuzioni: ma ribellarti a me, combattermi, insultarmi tu che io riguardava come un altro me stesso; tu che vivevi con con me alla familiare; tu il confidente dei miei segreti, che ti cibavi alla mia mensa; tu col quale io camminava d’accordo nella casa del Signore? » {Psalm. LIV, 12-15); ah! questo è un tale eccesso d’ingratitudine, che supera la malizia dell’uomo… Vi è in questo procedere tale mostruosa impostura, che sa di diabolico. Giuda con un finto bacio tradisce il maestro… il profanatore sacrilego con le mani giunte sul petto, con gli occhi fìssi a terra, con le ginocchia piegate, in atteggiamento di rispetto e di preghiera, vende il Salvatore a satana. – Ma non basta il dire che nella condotta del sacrilego vi è un certo non so che di diabolico; bisogna dire che è egli medesimo un demonio in carne ed ossa. Infatti non è forse il nome con cui Gesù Cristo medesimo chiamò Giuda allorché si preparava a tradirlo? — [“Unus ex vobis diabolus est” IOANN. VI, 71). E S. Paolo non lascia anch’egli intendere chiaramente questa verità, cioè che il sacrilego diventa un demonio, dove scrive ai Corinzi: « Io non voglio che voi abbiate società alcuna coi demoni. Voi non potete bere il calice del Signore e il calice dei demoni; nè stare alla mensa del Signore e alla tavola dei demoni » — [“Nolo vos socios fieri daemonium. Non potestis calicem D o m i n i bibere, et calicem daemoniorum; non potestis mensae Domini participes esse et mensae daemoniorum( I Cor. X , 20-21)]. « Colui che si comunica, conscio a se medesimo di peccato mortale, è peggiore di un diavolo», dice S. Giovanni Crisostomo – [“Multo daemonio peior est, qui peccati conscius, accedit ad altare (Homil. ad pop. )]. E S. Isidoro dice che in questo traditore sacrilego il demonio entra tutto intero [“Totus daemon se insinuat in proditore (Epist.).]. Ciò non ostante, o come frequentemente Gesù Cristo potrebbe dire a quelle turbe di gente che fanno ressa al sacro altare: « Voi siete mondi, ma non tutti » — [“Vos mundi estis, sed non omnes” ( Joan. XIII, 10), « e vi è tra di voi chi mangia il pane con me, il quale alzerà contro di me il calcagno » — [“Qui manducat mecum panem, levabit contra me calcaneum suum (Ib. 18)]. « Io vi dico in verità che si trova qui chi mi tradirà » — [“Amen dico vobis, quia unus ex vobis tradet me” (Ib. 21). Risponderete forse voi con Giuda: sono io, o Signore? Sì, siete proprio voi, il sacrilego, il traditore, se avete celato in confessione qualche peccato mortale … ; siete voi il traditore, se vi siete accostati al tribunale della penitenza senza contrizione…; siete voi, se non avete fatto un saldo proponimento di non peccare, se conservate qualche colpevole attaccamento a cosa peccaminosa… Le vostre comunioni vi fanno esse perdere le vostre cattive abitudini? Domanda S. Bonaventura, e risponde che se così non è, avete ragione di credervi sacrileghi profanatori.

  1. CASTIGO DEI PROFANATORI DEI SACRAMENTI. — « Guai a colui che tradirà il Figliuolo dell’uomo! Meglio sarebbe per costui che non fosse mai nato » — “Vae homini per quem Filius hominis tradetur. Bonum erat ei, si natus non fuisset homo ille” ( MATTH. XXVI, 24), disse il Maestro Divino alludendo non solamente a Giuda, ma a tutti quelli che, imitatori di Giuda, l’avrebbero sacrilegamente ricevuto. E volete vedere l’adempimento di questa minaccia? Uditelo dalla bocca di S. Giovanni: « Dopo che Giuda si fu comunicato, Satana se ne impadronì » — “Post buccellam, introivit in eum Satanas” (JOANN. XIII, 27). Terribile castigo, diventare schiavo e corpo di Satana! e qual altro castigo tien dietro al primo? Lo dice S. Giovanni Crisostomo: « Il primo traditore, il primo sacrilego, perde l’anima sua, egli si trova al presente nell’inferno sottoposto a inevitabile supplizio [“Proditor aniinam suam perdidit; proditor in inferno nunc est inevitabile ferens Supplicium” (Hom. I in Prodit Iudae)]. A tutta ragione dunque, esclama spaventato S. Bernardo: “Guai e mille volte guai a chi con anima immonda si accosta al sacro altare! [“Multum vae illi, qui immundus accesserit!(De Ori. vitae)] ».Come abbiamo veduto, S. Paolo dice apertamente, che chi mangia e beve indegnamente il corpo e il sangue di Gesù Cristo, si mangia e beve la propria condanna ( I Cor. II , 29), e che se si condannava a morte chi aveva violato la legge di Mose, molto più acerbi supplizi aspettano colui che conculca il Figlio di Dio, ne profana il sangue, ne contrista lo spirito (Hebr. X, 29); ai Corinzi poi rivela che se vi sono tra di loro molti infermi e deboli e molti colpiti di morte, se ne deve dare la colpa alle comunioni loro indegne e sacrileghe: — [“Ideo inter vos multi infirmi et imbecilles, et dormiunt multi” (I Cor. XI, 30) ]. Ah! quanto è vero che sui sacrileghi profanatori piovono quelle tremende imprecazioni di Davide: « Piombi su di loro la morte e discendano vivi nell’inferno » — “Veniat mors super illos, et descendant in infernum viventes” (Psalm. LIV, 16). « Sia questa mensa per loro un laccio; si oscurino gli occhi loro, affinché non veggano » — [“Fiat mensa eorum ipsis in laqueum; obscurentur oculi eorum ne videant” (Psalm. LXVIII, 23-24). « Versate, o Signore, sopra di essi l’ira vostra, e il fuoco della vostra collera li investa; siano dimenticati per sempre dalla vostra clemenza, e scancellati dal libro della vita » — “Effunde super eos iram tuam; et furor irae tuae comprehendat eos; non intrent in iustitiam tuam; deleantur de libro viventium (Psalm. LXVIII, 25, 28-29). Oza porta imprudentemente la mano sull’arca del Signore, ed eccolo cadere morto, percosso dall’ira del Signore: — “Extendit Oza manum ad arcam Dei; iratusque est Dominus contra Ozam, et percussit eum, qui mortuus est ibi( II Reg. VI, 6-7) . Oh, a quanti cristiani invisibilmente avviene quello che il Salmista dice degli ebrei mormoratori e ribelli a Dio, nel deserto: «Avevano tuttavia in bocca le loro vivande, e già la vendetta di Dio li aveva colpiti di morte » (Psalm. LXXVII, 34-35). « Chiunque, dice S. Pier Damiani”, osa accostarsi ai sacri altari col fuoco della concupiscenza carnale nelle viscere, questi è senza dubbio consunto dal fuoco della divina vendetta [“Quisquis carnalis ooncupiscentiae fiamma aestuat, et assistere altaribus non formidat; ille, procul dubio, divinae ultionis igne consumitur(Opusc. XXVI, c. 3)]. Guai alle mani sacrileghe! Esclama S. Tommaso da Villanova, guai ai cuori immondi che indegnamente ricevono il loro Dio! Non vi è supplizio, né tormento che basti a punire l’oltraggio che a Gesù Cristo fa il sacrilego profanatore del Sacramento [“Vae sacrilegis manibus! vae pectoribus immundis! Omne supplicami minus est delicto quo Christus contemnitur in hoc sacrificio! (Conc. III, de Sanct. Altar.)]. San Cipriano parlando di una femmina che, essendosi sacrilegamente comunicata, cadde morta sull’istante ai piedi della sacra mensa, dice: « Essa ricevette non un cibo, ma una spada; cadde a terra come se avesse ingoiato un veleno; e colei che aveva ingannato l’uomo, trovò per vendicatore un Dio [“Non cibum sed gladium sibi sumens, et velut quaedam venena laethalia, palpitans et crepidans concidit; et quae fefellerat hominem. Deum sensit ultorem” (Serm. V, de Lapsis)] – Molti altri esempi di castighi repentini e visibili incolti ai sacrileghi sono registrati dalla storia. S. Ottato, vescovo di Milevi nell’Africa, narra, cosa incredibile e orrenda! che avendo alcuni vescovi Donatisti (eretici) ordinato che le specie eucaristiche fossero gettate ai cani., si videro allora sensibili indizi della collera divina, perché quegli animali, divenuti improvvisamente arrabbiati, si avventarono contro i loro padroni, e coi loro denti ne misero i corpi a brandelli [“Sancti eorporis reos, dente vindice, tamquam ignotos et inimicos laniaverunt(Contra Donat.]. Avvenne ai tempi di S. Giovanni Crisostomo, che molti, ricevuta l’Ostia sacra, restavano invasati dal demonio. San Gregorio Magno ricorda una esemplare punizione toccata ad ottanta profanatori del corpo di Gesù Cristo, i quali furono, nell’atto stesso della sacrilega Comunione, assaliti da schifosa pestilenza che li trasse in poco tempo a spaventosa morte. S. Anselmo attesta di avere veduto, dopo le pasque, malattie gravissime a cagione dei sacrilegi (In Monol.). Chi ignora la terribile vendetta che il cielo fece d i Lotario re di Francia, e di parecchi altri signori della sua corte, per causa di un sacrilegio? Infatti questo re, avendo osato, aggiungendo il sacrilegio allo spergiuro, ricever dalle mani di Papa Adriano II il sacro corpo di Cristo in conferma del giuramento da lui fatto di essersi, dopo la scomunica di Papa Niccolò, astenuto da ogni relazione con l’adultera Valdrada, non ostante che il Sommo Pontefice l’avesse ammonito della condanna in cui sarebbe incorso se avesse osato profanare il sangue del Signore con una Comunione sacrilega, non tardò a pagare il fio del doppio delitto. Se ne tornava al suo regno, tutto allegro e contento di aver potuto ingannare il Papa, quand’ecco, appena giunto a Lucca egli, col suo seguito, è assalito da una febbre maligna con sintomi e conseguenze non mai più vedute. I capelli, le unghie, la pelle medesima cadevano loro a squame, mentre un fuoco interno li divorava. Il re trasportato a Piacenza, perdette la parola e la cognizione e morì senza dare segno di pentimento. In quanto poi alla sua gente, fu osservato che coloro i quali all’intimazione del Papa, che si accostassero alla sacra mensa solo quelli che potevano giurare di non avere né consentito né cooperato agli adulteri del loro signore con Valdrada, avevano ardito di profanare con lui il corpo di Gesù Cristo, morirono allo stesso suo modo; mentre quelli che temendo un tanto sacrilegio, si erano astenuti dalla santa Comunione, o non furono colti dalla febbre o ne guarirono (Storia della Chiesa di Francia). – Innumerevoli altri fatti certi ed autentici si potrebbero citare per provare che Dio punisce i sacrileghi ben sovente anche in questa vita, con castighi temporali. – Tremate, o profanatori del Corpo e del Sangue di Gesù Cristo! Tremate voi che vi mangiate e vi bevete il vostro giudizio e la vostra condanna! Perché cosa orrenda, dice l’Apostolo, è il cadere nelle mani del Dio vivente! — “Horrendum est incidere in manus Dei viventis!” (Hebr. X, 31). Tremate, perché Dio non si beffa impunemente: — “Deus non irridetur” (Gal. VI, 7); ed i sacrileghi profanatori de’ suoi sacramenti saranno sommersi dice Santa Brigida, nel fuoco dell’inferno al di sotto dei demoni medesimi: — “Prae omnibus diabolis profundius submergentur in infernum”. – « L’uomo dunque provi se stesso, poi mangi di quel pane e beva di quel calice » — “Probet autem seipsum homo, et sic de pane illo edat, et de calice bibat( I Cor. XI, 28). Queste parole dell’Apostolo Paolo hanno la loro spiegazione in queste altre di S. Agostino: « Chi vuole ricevere la vita, muti vita, perché se non cangia vita, riceverà la vita a sua condanna; e ricevendo indegnamente quella vita che è Gesù, cade più profondo nella corruzione; invece di attingervi la santità dell’anima, vi incontra la morte [De Civit. Dei]. Più innanzi si spinge S. Pier Damiani e dice: « Guardatevi dall’accostarvi all’altare con troppa tepidezza; perché vi comunicate male, se non vi accostate con profondo rispetto e molta attenzione (Opusc. XXVI, c. 3) ». Il provarsi importa dunque: 1° fare una buona confessione; 2° pentirsi sinceramente; 3° correggersi; 4° istruirsi; 5° mettersi in istato di grazia; 6° avere sensi di fede, di speranza, di amore, di umiltà, di desiderio, e simili . ..

P.S. Attenzione ai sacramenti invalidi, e soprattutto “illeciti”, già di per se stessi e senz’altro, sacrileghi! [n.d.r.].