DOMENICA III di QUARESIMA (2020)

DOMENICA III DI QUARESIMA (2020)

 (Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Lorenzo fuori le mura.

Semidoppio, Dom. privil. di I cl. • Paramenti violacei.

L’assemblea liturgica si tiene in questo giorno a S. Lorenzo fuori le mura che è una delle cinque basiliche patriarcali di Roma. In questa chiesa si trovano i corpi di due diaconi Lorenzo e Stefano. L’Orazione del primo (10 agosto) ci fa domandare di estinguere in noi l’ardore dei vizi come questo Santo superò le fiamme dei suoi tormenti; e quella del secondo (26 dicembre) ci esorta ad amare i nostri nemici come questo Santo che pregò per i suoi persecutori. Queste due virtù: la castità e la carità, furono praticate soprattutto dal patriarca Giuseppe, di cui la Chiesa ci fa la narrazione nel Breviario proprio in questa settimana. Giuseppe resistette alle cattive sollecitazioni della moglie di Putifarre e amò i fratelli fino a rendere loro bene per male. (Nel sacramentario Gallicano – Bobbio – , Giuseppe è chiamato il predicatore della misericordia; e la Chiesa, nella solennità di S. Giuseppe, proclama in modo speciale la sua verginità.) Quando Giuseppe raccontò ai fratelli i suoi sogni, presagio della sua futura gloria, essi concepirono contro di lui tanto odio, che presentatasi l’occasione, si sbarazzarono di lui gettandolo in una cisterna senza acqua. Di poi lo vendettero ad alcuni Ismaeliti che lo condussero in Egitto e lo rivendettero ad un nobile egiziano di nome Putifarre. Fu appunto lì che Giuseppe resistette energicamente alle sollecitudini della moglie di Putifarre e divenne per questo il modello della purezza (la Chiesa nel corso di questa settimana, – Epistola e Vangelo di sabato – legge ì brani della donna adultera e di Susanna. I Padri della Chiesa spesso hanno messo in rapporto quest’ultima con Giuseppe). – « Oggi, dice S. Ambrogio, vien offerta alla nostra considerazione la storia del pio Giuseppe. Se egli ebbe numerose virtù, la sua insigne castità risplende in modo del tutto speciale. È giusto quindi che questo santo Patriarca ci venga proposto come lo specchio della castità » (Mattutino). Giuseppe accusato ingiustamente dalla moglie di Putifarre, fu messo in prigione: egli si rivolse a Dio, lo pregò di liberarlo dalle sue catene. L’Introito usa espressioni analoghe a quelle della preghiera di Giuseppe: « 1 miei occhi sono rivolti senza tregua verso il Signore, poiché Egli mi libererà dagli inganni ». « Come gli occhi dei servi sono fissi verso i padroni, continua il Tratto, cosi io volgo il mio sguardo verso il Signore, mio Dio, fino a quando non avrà compassione di me ». Allora « Dio onnipotente riguarda i voti degli umili, e stendi la tua destra per proteggerli » (Orazione). Faraone difatti fece uscire Giuseppe dalla prigione, lo fece sedere alla sua destra e gli affidò il governo di tutto il suo regno. Giuseppe prevenne la carestia che durò sette anni; il Faraone allora lo chiamò « Salvatore del popolo ». (Il Vangelo dà una sola volta questo titolo a Gesù, quando parla alla Samaritana presso il pozzo di Giacobbe, Questo Vangelo è quello del Venerdì della stessa settimana, consacrato alla storia di Giuseppe). – In questa occasione i fratelli di Giuseppe vennero in Egitto ed egli disse loro: « Io sono Giuseppe che voi avete venduto. Non temete. Dio ha tutto disposto perché io vi salvi da morte ». La felicità di Giacobbe fu immensa allorché poté rivedere il figlio; egli abitò con i suoi figli nella terra di Gessen, che Giuseppe aveva loro data. « La gelosia dei fratelli di Giuseppe, dice S. Ambrogio, è il principio di tutta la storia di Giuseppe ed è ricordata nello stesso tempo per farci apprendere che un uomo perfetto non deve lasciarsi andare alla vendetta di un offesa o a rendere male per male » (Mattutino). È impossibile non riconoscere in tutto questo una figura di Cristo e della sua Chiesa. – Gesù, figlio della Vergine Maria (Vang.), è il modello per eccellenza della purità verginale. Il Vangelo lo mostra in lotta in modo speciale contro lo spirito impuro. Il demonio che egli scaccia col dito di Dio, cioè per virtù dello Spirito Santo, dal muto ossesso, era « un demonio impuro », dicono S. Matteo e San Luca. La Chiesa scaccia dalle anime dei battezzati il medesimo spirito immondo. Si sa che la Quaresima era un tempo di preparazione al Battesimo e in questo Sacramento il Sacerdote soffia per tre volte sul battezzato dicendo: « esci da lui, spirito impuro, e fa luogo allo Spirito Santo ». « Ciò che si fece allora in modo visibile, dice S. Beda nel commento del Vangelo, si compie invisibilmente ogni giorno nella conversione di quelli che divengono credenti, affinché dapprima scacciato il demonio esse scorgano poi il lume della fede, indi la loro bocca, prima muta, si apra per lodare Dio » (Mattutino). « Né gli adulteri, né gli impudichi, dice parimente S. Paolo nell’Epistola di questo giorno, avran parte nel regno di Cristo e di Dio. Non si nomini neppure fra voi la fornicazione ed ogni impurità. Specialmente in questo tempo di lotta contro satana, noi dobbiamo imitare Gesù Cristo di cui Giuseppe era la figura. Questo Patriarca ci dà ancora l’esempio della virtù della carità, come Gesù e la sua Chiesa. Gesù, odiato dai suoi, venduto da uno degli Apostoli, morendo sulla croce, pregò per i suoi nemici. Pregò Dio, ed Egli lo glorificò facendolo sedere alla sua destra nel suo regno. Nella festività di Pasqua, Gesù, per mezzo dei Sacerdoti, distribuirà il frumento eucaristico, come Giuseppe distribuì il frumento. Per ricevere la Santa Comunione, la Chiesa esige questa carità, della quale S. Stefano, le cui reliquie si conservano nella chiesa stazionale, ci diede l’esempio perdonando ai suoi nemici. Gesù esercitò questa carità in grado eroico « allorché offrì se stesso per noi » sulla croce (Ep.), di cui l’Eucaristia è il ricordo. — La figura di Giuseppe e la stazione di questo giorno illustrano in una maniera perfetta, il mistero pasquale al quale la liturgia ci prepara in questo tempo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXIV: 15-16.

Oculi mei semper ad Dóminum, quia ipse evéllet de láqueo pedes meos: réspice in me, et miserére mei, quóniam unicus et pauper sum ego.[I miei occhi sono rivolti sempre al Signore, poiché Egli libererà i miei piedi dal laccio: guàrdami e abbi pietà di me, poiché sono solo e povero.]

Ps XXIV: 1-2

Ad te, Dómine, levávi ánimam meam: Deus meus, in te confído, non erubéscam, [A Te, o Signore, ho levato l’ànima mia, in Te confido, o mio Dio, ch’io non resti confuso.]

Oculi mei semper ad Dóminum, quia ipse evéllet de láqueo pedes meos: réspice in me, et miserére mei, quóniam únicus et pauper sum ego. [I miei occhi sono rivolti sempre al Signore, poiché Egli libererà i miei piedi dal laccio: guàrdami e abbi pietà di me, poiché sono solo e povero.]

 Oratio

Orémus.

Quæsumus, omnípotens Deus, vota humílium réspice: atque, ad defensiónem nostram, déxteram tuæ majestátis exténde. [Guarda, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente, ai voti degli úmili, e stendi la potente tua destra in nostra difesa.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.

Ephes. V: 1-9

“Fratres: Estote imitatores Dei, sicut fílii caríssimi: et ambuláte in dilectióne, sicut et Christus dilexit nos, et tradidit semetipsum pro nobis oblatiónem, et hostiam Deo in odorem suavitátis. Fornicatio autem et omnis immunditia aut avaritia nec nominetur in vobis, sicut decet sanctos: aut turpitudo aut stultiloquium aut scurrilitas, quæ ad rem non pertinet: sed magis gratiárum actio. Hoc enim scitóte intelligentes, quod omnis fornicator aut immundus aut avarus, quod est idolorum servitus, non habet hereditátem in regno Christi et Dei. Nemo vos sedúcat inanibus verbis: propter hæc enim venit ira Dei in filios diffidéntiæ. Nolíte ergo effici participes eórum. Erátis enim aliquando tenebrae: nunc autem lux in Dómino. Ut fílii lucis ambuláte: fructus enim lucis est in omni bonitate et justítia et veritáte.”

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli, Sc. Tip. Arciv. Artigianelli – Pavia, 1929]

L’IMPURITÀ’

“Fratelli: Siate imitatori di Dio, come figli carissimi, e camminate nell’amore, come anche Cristo ha amato noi, e si è dato per noi a Dio, quale oblazione e sacrificio di soave odore. Della fornicazione, di ogni impurità, dell’avarizia non si faccia neppur menzione tra voi, come si conviene a santi: nessun turpiloquio, nessun discorso sciocco, nessuna scurrilità, tutte cose che disdicono; ma piuttosto il rendimento di grazie. Poiché, sappiatelo bene: nessun fornicatore, nessun impudico, nessun avaro, cioè idolatra, ha eredità nel regno di Cristo e di Dio. Nessuno vi seduca con dei discorsi vani; poiché per tali cose viene l’ira di Dio sopra i figli della disubbidienza. Non vogliate dunque avere comunanza con costoro. Un tempo, invero, eravate tenebre, ma ora siete luce nel Signore. Camminate da figli della luce. E frutto della luce, poi, consiste in ogni sorta di bontà, di giustizia, di verità”. (Ef. V, 1-9).

Efeso, sul mare Egeo, era la capitale dell’Asia proconsolare. Era celebre pel commercio e più ancora per il tempio di Diana, ritenuto una delle meraviglie del mondo, e meta di frequenti pellegrinaggi. S. Paolo ne fece come il centro della sua attività apostolica nell’Asia minore. Lontano da Efeso, in prigionia. l’Apostolo non dimentica la Chiesa da lui fondata. Nella Chiesa di Efeso, come nelle altre dell’Asia minore, andavano infiltrandosi degli errori, che corrompevano la dottrina da lui predicata. L’Apostolo scrive una lettera, indirizzata agli Efesini, nella quale, a premonire i fedeli contro le sottigliezze dell’errore, espone il piano della Redenzione, trattando dei grandi benefìci comunicatici per mezzo di Gesù Cristo. Esorta inoltre gli Efesini a vivere secondo il Vangelo, e viene a parlare dei doveri generali e particolari dei cristiani. Dal capo V di questa lettera è tolta l’epistola odierna. Dio ha usato verso gli uomini una carità immensa, perdonando i loro debiti per i meriti di Gesù Cristo. Davanti a tanta dimostrazione di amore il Cristiano non può rimanere indifferente. Perciò San Paolo inculca agli Efesini che siano imitatori di Dio e di Gesù Cristo nella carità verso il prossimo e nel perdono delle offese ricevute. Fuggano, poi, l’avarizia e la disonestà, tanto nelle opere, quanto nelle parole, se non vogliono rimaner esclusi dal regno dei cieli. Non si lascino ingannare da chi insegna che questi peccati sono cosa da nulla. A ogni modo, essi sono figli della luce; pratichino, adunque, le opere della luce e non quelle delle tenebre. Tra le opere delle tenebre è certamente l’impurità, la quale:

1. È di una bruttezza tutta particolare.

2. Attira gravi castighi da parte di Dio.

3. È oltremodo sconveniente per un Cristiano.

1.

Della fornicazione, di ogni impurità, dell’avarizia non si faccia neppur menzione tra voi. Impurità e avarizia erano le due grandi piaghe della società pagana, dalla quale i novelli Cristiani provenivano. Era troppo forte, nelle circostanze in cui vivevano, la voce allettatrice al ritorno a questi vizi. E S. Paolo li mette in guardia.Se tra i pagani questi peccati sono detestevoli, tra i Cristiani, chiamati a una vita di santità, non si devono neppur nominare. Sull’impurità specialmente insiste l’Apostolo. Non solo si devono fuggire le azioni; ma se ne devono mantenere assolutamente puri la mente e il cuore. Perciò soggiunge: nessun turpiloquio, nessun discorso sciocco, nessuna scurrilità, tutte cose che disdicono.L’orrore che deve suscitare questo vizio si comprende benissimo se si considera la sua bruttezza. Dei peccati belli non ce n’è neppur uno, siam tutti d’accordo. Ma nell’uso generale, quando si dice peccato brutto, s’intende senz’altro il peccato impuro. È l’uso che si trova sulla bocca del popolo e dei letterati, nei libri sacri e nei profani. Voi nominate tutti gli altri vizi con il loro nome, senza sentir ripugnanza; ma il senso morale v’impedisce di parlar con disinvoltura di questo vizio. Voi sentite il bisogno, se costretti a parlarne, di essere riservati più che sia possibile.L’impuro teme che le sue azioni siano rivelate, anche se non c’è nulla da temere da parte delle leggi umane. « Odia la purità, e nondimeno vuol comparir puro ». (S. Zenone, L . 1, Tract. 4, 2). E così accade e non di rado che uomini, i quali ti sembrano santi e retti, anzi angioli che conversano sulla terra, sono imbrattati dal vizio dell’impurità. È troppo chiaro. Quando di uno si dice: «è un dissoluto», si pronuncia una di quelle condanne che scalzano la riputazione di un uomo. Anche il solo sospetto, che altri possano sapere qualche cosa della sua condotta, mette l’impuro in agitazione; poiché anche il semplice sospetto lo rende spregevole agli occhi stessi del mondo. – La ragione fa l’uomo re dell’universo. E l’uomo che è nato a dominare, se si lascia prendere dalla passione impura, è il più abbietto degli schiavi. In luogo della ragione comanda la passione: comanda sempre, e la volontà si piega e ubbidisce, ubbidisce sempre. E queste continue sconfitte non gli mettono in mente alcun sentimento di riscossa: col tempo finisce a non veder più lo stato in cui si trova. La sua anima offuscata dalle tenebre delle passioni non riconosce più se stessa, non sa più che sia dignità. Dal mal uso è vinta, la ragione; e si avvera l’osservazione del Profeta: « L’impudicizia, il vino e l’ubriachezza tolgono il bene dell’intelletto». (Os. IV, 11). Se alcuno cerca di illuminare l’impudico, di scuoterlo, quasi sempre farà opera vana, e alla fine si adatterà all’esortazione di Michea: «Non state a far tante parole: esse non cadranno sopra costoro, né vergogna li prenderà ». (II, 6). Chi ha buttato via una volta la vergogna, non la riprende più, dice il proverbio. E questo si avvera specialmente dell’impuro.

2.

I pretesti non mancano a coloro che vogliono scusare questo peccato. Si va dicendo che non è poi un gran male; che Dio non vorrà castigarlo. Ma l’Apostolo ci mette sull’avviso: Nessuno vi seduca con dei discorsi vani; poiché per tali cose viene l’ira di Dio sopra i figli della disubbidienza. L’ira di Dio si manifesterà specialmente nel giorno del giudizio. Ma coloro che non vogliono accettare la luce del Vangelo, che si ribellano alla dottrina della Chiesa e alle esortazioni dei suoi ministri, per esser liberi nella loro vita disordinata, proveranno l’ira di Dio anche su questa terra. Limitandoci, ora al peccato impuro, apriamo la Sacra Scrittura, e vediamo con quali tremendi castighi Dio l’ha punito. Ai tempi di Noè il mondo era immerso in opere e in pensieri di carne. «Non durerà per sempre il mio spirito nell’uomo, — dice Dio — perché egli è carne; ma i suoi giorni sono contati: 120 anni». (Gen VI, 3). E mantiene la parola. Passati i 120 anni, senza che gli uomini cessassero dalla loro depravata condotta, viene il diluvio. La fine degli uomini è decisa. Tutta la terra da essi abitata è coperta dalle onde. Le acque crescono continuamente; raggiungono e sorpassano la vetta dei monti più alti. Le risa, i motteggi, gli scherni che si rivolgevano a Noè, uomo giusto, retto, il quale, in mezzo a quella generazione perversa, viveva nel timor di Dio, ora si cangiano in lamenti, in pianti, in spasimi di morte. Noè con la famiglia e con gli animali introdotti nell’arca, è salvo, e tutti gli altri trovano la tomba nelle acque. La terra si era di nuovo popolata, e di nuovo dilagava il mal costume. Corrottissimi erano i costumi degli abitanti della Pentapoli, cinque città situate in luogo amenissimo. Dio manda i suoi Angioli a punirla. «Noi siamo per distruggere questo luogo, — dicono a Lot — perché grande è il loro grido al cospetto del Signore» (Gen. XIX, 13). Gli abitanti prendono per scherzo i castighi minacciati; ma, appena partito Lot con la famiglia, fuoco e zolfo, per voler di Dio, distruggono tutto quel distretto. Periscono gli uomini, la vegetazione scompare, le città sprofondano; e nel suolo abbassato entrano le acque, che formano il triste «Mar morto». Dio vuole che non resti più traccia né dei peccatori, né dei luoghi testimoni dei loro peccati.Quel Dio, che con questi ed altri tremendi castighi punì il peccato impuro allora, è ancora quello stesso che può punirlo e lo punisce anche adesso. Non siamo tanto folli da dire: «L’Altissimo non starà lì a ricordare i miei peccati». (Eccli. XXIII, 26). Anche nel tempo di Noè i viziosi dicevano così, e non facevano alcun conto dei castighi da parte del Signore. Ma i primi non poterono sfuggire alle onde; e i secondi dovettero subire la sorte delle loro città. Non sono già, del resto, un castigo l’affanno, l’agitazione, l’amarezza che riempiono l’animo di chi si dà a questi peccati?

3.

A dimostrare quanto sia disdicevole in un Cristiano l’impurità, l’Apostolo ricorda agli Efesini la diversità della loro condizione presente da quella d’una volta: Un tempo, invero, eravate tenebre, ma ora siete luce nel SignorePrima di ricevere il Battesimo gli Efesini era schiavi del demonio, principe delle tenebre: adesso, essendo uniti a Gesù Cristo, camminano nella pienezza della luce. Quale stoltezza allontanarsi da Gesù Cristo, luce del mondo, per assoggettarsi di nuovo al principe delle tenebre! È sempre disdicevole dimenticarsi della propria condizione per poter commettere azioni, che meritano biasimo. Ma la cosa è tanto più sconveniente, quanto più chi vien meno al proprio dovere è persona costituita in dignità. La medesima mancanza, commessa da una persona del volgo e commessa da un principe, assume unaspetto diverso. La condizione del Cristiano è una condizione veramente principesca, reale. Figlio adottivo di Dio, fratello di Gesù Cristo, erede del regno celeste, quando egli compie qualche cosa che non è conveniente è molto più riprovevole di un pagano, che non è illuminato dalla luce del Vangelo, che non vive la libertà dei figli di Dio; che rimane sotto la schiavitù di satana. Che conducano una vita impura i pagani, — dice il Crisostomo — è cosa detestabile, che in certo modo, però, si spiega; «ma che conducano ancora una vita impura i Cristiani fatti partecipi di tanti misteri, e in possesso di tanta gloria è cosa che sorpassa ogni sfacciataggine, e che non si può in nessun modo tollerare». (In Ep. ad Philipp. Hom. 7, 5). « Non sapete che siete tempio di Dio, e che lo Spirito di Dio dimora in voi?» ricorda S. Paolo ai Corinti (I Cor. III, 16). Poter essere il tempio di Dio e l’abitazione dello Spirito Santo, e preferire d’essere l’abitazione dello spirito immondo, è tale demenza, che non si riesce a comprendere. Si racconta di reclusi, che, usciti dopo trenta o più anni di detenzione, si sentono come fuori di posto. L’aria libera, la vita libera, l’abito che li accomuna coi cittadini onorati, non contano più nulla per loro, e vogliono ritornare alla vita di catene e di disonore del carcere. Alcuni, interrogati se vogliono usufruire della grazia sovrana, dopo trenta o quarant’anni di ergastolo, vi rinunciano. Poveri infelici, veramente degni di compassione! Ancor più degni di compassione sono gli impudichi. Possono vivere della libertà che porta la grazia di Gesù Cristo, ma essi «convertono in lussuria la grazia del nostro Dio, e negano il solo Dominatore e Signor nostro Gesù Cristo». (Giud. IV). Salomone, considerando il misero stato a cui è ridotto il campo dell’uomo pigro, esclama: «Vedendo ciò vi feci riflessione, e tale spettacolo fu per me una lezione! » (Orov. XXIV, 32). Il Beato Salomone, dei Fratelli delle Scuole Cristiane, si trova giovanetto a Boulogne a compiere gli studi commerciali. Considerando i gran pericoli per il corpo, e più per l’anima, ai quali si esponeva gran parte dei giovani della città col darsi alla vita marinaresca, pensa tra se: «Io non sarò marinaro… Esporsi a perdere il cielo per guadagnare in modo temerario le ricchezze è follia». E, nauseato della vita poco costumata di tanta gioventù, si decide a lasciare il mondo. (Comp. Della vita del Beato Salomone Martire. Valle di Pompei, 1927, p. 10-11). Se anche noi volessimo far riflessione sul misero stato a cui si riduce il Cristiano impudico, ne ricaveremmo una salutare lezione. Se riflettiamo che « la potenza del diavolo sul genere umano è cresciuta specialmente per la lussuria », (S. Greg. M.: Hom. 22, 9) dobbiam conchiudere, che è una vera follia esporsi a perdere il cielo per dei piaceri indegni. Se riflettiamo quanto sia abbietto lo stato di un Cristiano impudico, dobbiam sentir nausea del peccato d’impurità, e deciderci, con la grazia di Dio, di starcene sempre lontani, e di risorgere tosto, se ne siamo schiavi. Preghiera continua e fuga delle occasioni ci otterranno di riuscire nei nostri propositi.

 Graduale

Ps IX: 20; IX: 4

Exsúrge, Dómine, non præváleat homo: judicéntur gentes in conspéctu tuo. [Sorgi, o Signore, non trionfi l’uomo: siano giudicate le genti al tuo cospetto.

In converténdo inimícum meum retrórsum, infirmabúntur, et períbunt a facie tua. [Voltano le spalle i miei nemici: stramazzano e periscono di fronte a Te.]

Tractus

Ps. CXXII:1-3

Ad te levávi óculos meos, qui hábitas in cœlis.[Sollevai i miei occhi a Te, che hai sede in cielo.]

Ecce, sicut óculi servórum in mánibus dominórum suórum.[Ecco, come gli occhi dei servi sono rivolti verso le mani dei padroni.]

Et sicut óculi ancíllæ in mánibus dóminæ suæ: ita óculi nostri ad Dóminum, Deum nostrum, donec misereátur nostri, [E gli occhi dell’ancella verso le mani della padrona: così i nostri occhi sono rivolti a Te, Signore Dio nostro, fino a che Tu abbia pietà di noi].

Miserére nobis, Dómine, miserére nobis. [Abbi pietà di noi, o Signore, abbi pietà di noi.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam. [Luc XI: 14-28]

“In illo témpore: Erat Jesus ejíciens dæmónium, et illud erat mutum. Et cum ejecísset dæmónium, locútus est mutus, et admirátæ sunt turbæ. Quidam autem ex eis dixérunt: In Beélzebub, príncipe dæmoniórum, éjicit dæmónia. Et alii tentántes, signum de coelo quærébant ab eo. Ipse autem ut vidit cogitatiónes eórum, dixit eis: Omne regnum in seípsum divísum desolábitur, et domus supra domum cadet. Si autem et sátanas in seípsum divísus est, quómodo stabit regnum ejus? quia dícitis, in Beélzebub me ejícere dæmónia. Si autem ego in Beélzebub ejício dæmónia: fílii vestri in quo ejíciunt? Ideo ipsi júdices vestri erunt. Porro si in dígito Dei ejício dæmónia: profécto pervénit in vos regnum Dei. Cum fortis armátus custódit átrium suum, in pace sunt ea, quæ póssidet. Si autem fórtior eo supervéniens vícerit eum, univérsa arma ejus áuferet, in quibus confidébat, et spólia ejus distríbuet. Qui non est mecum, contra me est: et qui non cólligit mecum, dispérgit. Cum immúndus spíritus exíerit de hómine, ámbulat per loca inaquósa, quærens réquiem: et non invéniens, dicit: Revértar in domum meam, unde exivi. Et cum vénerit, invénit eam scopis mundátam, et ornátam. Tunc vadit, et assúmit septem alios spíritus secum nequióres se, et ingréssi hábitant ibi. Et fiunt novíssima hóminis illíus pejóra prióribus. Factum est autem, cum hæc díceret: extóllens vocem quædam múlier de turba, dixit illi: Beátus venter, qui te portávit, et úbera, quæ suxísti. At ille dixit: Quinímmo beáti, qui áudiunt verbum Dei, et custódiunt illud.”

Omelia II

 [Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la confessione che è il rimedio del peccato.

“Erat Jesus ejiciens dæmonium, et illud erat mutum”

“In quel tempo Gesù stava cacciando un demonio, il quale era mutolo. E cacciato che ebbe il demonio, il mutolo parlò, e le turbe ne restarono meravigliate. Ma certuni di loro dissero: Egli caccia i demoni per virtù di Beelzebub, principe dei demoni. E altri per tentarlo gli chiedevano un segno dal cielo. Ma Egli, avendo scorti i loro pensieri, disse loro: Qualunque regno, in contrari partiti diviso, va in perdizione, e una casa divisa in fazioni va in rovina. Che se anche satana è in discordia seco stesso, come sussisterà il suo regno? conciossiachè voi dite, che in virtù di Beelzebub Io caccio i demoni. Che se Io caccio i demoni per virtù di Beelzebub, per virtù di chi li cacciano i vostri figliuoli? Per questo saranno essi vostri giudici. Che se io col dito di Dio caccio i demoni, certamente è venuto a voi il regno di Dio. Quando il campione armato custodisce la sua casa, è in sicuro tutto quel che egli possiede. Ma se un altro più forte di lui gli va sopra e lo vince, si porta via tutte le sue armi, nelle quali egli poneva sua fidanza, e ne spartisce le spoglie. Chi non è meco, è contro di me; e chi meco non raccoglie, dissipa. Quando lo spirito immondo è uscito da un uomo, cammina per luoghi deserti cercando requie; e non trovandola, dice: Ritornerò alla casa mia, donde sono uscito. E andatovi, la trova spazzata e adorna. Allora va, e seco prende sette altri spiriti peggiori di lui, ed entrano ad abitarvi. E la fine di un tal uomo è peggiore del principio”

Quest’uomo che il demonio rendeva muto e che, secondo s. Matteo, era ancora cieco, ci presenta, fratelli miei. una trista, ma ben naturale figura di gran numero di peccatori, nella cui anima il demonio opera i medesimi effetti che quell’uomo provava nel suo corpo. Si tratta di commettere il peccato? Il demonio, sebbene sia spirato di tenebre rischiara, per cosi dire, il peccatore, insegnando loro i mezzi di contentare le loro passioni; allora loro toglie la vergogna e la confusione che dovrebbero essere inseparabili dal peccato. Ma bisogna farne penitenza? Convien dichiarare i peccati che ha loro ispirato di commettere? Li rende ciechi e muti, chiude loro gli occhi per non vedere i loro mancamenti e la bocca per non dichiararli. Sparge nelle loro menti dense tenebre, che l’impediscono di conoscerne la enormità e loro ispira una vergogna peccaminosa che impedisce ai medesimi di dirli. Con questo mezzo stabilisce sì bene il suo impero nelle loro anime che niente meno si ricerca che un miracolo della grazia per farlo uscire. – Or questo male è pur troppo comune tra i peccatori che s’accostano al sacro tribunale; gli uni sono ciechi che non vedono lo stato delle loro anime, che per difetto di un esame sufficiente non conoscono né il numero né l’enormità dei loro peccati, e per questo difetto di conoscenza non li accusano come debbono; gli altri sono muti cui la vergogna chiude la bocca per non dichiarare certi peccati di cui si sentono colpevoli. Quindi ne viene che quei peccatori, invece d’essere liberati, per la virtù del Sacramento, dal demonio che possiede le loro anime, gli danno su di essi un nuovo impero coi sacrilegi di cui si rendono colpevoli, e si riducono, per servirmi delle parole del nostro Vangelo, in uno stato peggiore di quello in cui erano per lo innanzi. Dio volesse che potessi io in quest’oggi fratelli miei, apportare qualche rimedio a si grandi mali ed illuminare questi ciechi, rendere la parola a questi muti, insegnando ai primi che per fare una confessione intera dei loro peccati, devono prima ben esaminarsi; e agli altri, che devono dichiarare tutti i peccati di cui si ricordano dopo un sufficiente esame. In due parole, il penitente deve esaminarsi con attenzione per nulla dimenticare nella confessione: primo punto. Egli deve accusarsi con sincerità per nulla occultare: secondo punto. A voi tocca, o Signore, che avete resa la vista e la parola a quell’uomo del nostro Vangelo, d’illuminare questi ciechi, di far parlare questi muti; questo è piuttosto l’opera della vostra grazia che dei nostri deboli sforzi.

I. Punto. Siccome l’esame di coscienza è una condizione necessaria per fare una buona confessione, le medesime ragioni che provano la necessità della confessione provano altresì quella dell’esame; convien dunque primieramente stabilir per principio che è un obbligo di diritto divino confessare i suoi peccati per ottenerne il perdono; ella è una verità di fede che Gesù Cristo ha dato agli Apostoli e ai Sacerdoti loro successori, la potestà di rimettere o di ritenere i peccati, di legare e sciogliere i peccatori nel cielo e sulla terra. A quelli, disse loro, cui rimetterete i peccati, saranno rimessi; e a quelli cui li riterrete, saranno ritenuti: Quorum remiseritis peccata, remittuntur eis; quorum retinueritis, retenta sunt (Joan. XX). Potestà ammirabile, fratelli miei, che rende i Sacerdoti depositari di quella di Dio medesimo, sulla sorte eterna degli uomini: poiché rimettendo ad essi i loro peccati, aprono loro il cielo, e lo chiudono ritenendoli. Or come potrebbero i Sacerdoti esercitare la potestà di rimettere i peccati, se non fossimo obbligati di loro dichiararli? L’uomo non ha tanta umiltà per sottomettersi da se stesso, senza esservi obbligato, ad un giogo sì incomodo al suo orgoglio. Se egli potesse ottenere il perdono del suo peccato con un altro mezzo, la potestà dei Sacerdoti gli darebbe inutile, perché non evvi alcun peccatore che non fosse contento di sottrarsi a questa giurisdizione sì incomoda all’amor proprio. – Invano, dunque, dice s. Agostino, Gesù Cristo avrebbe date ai Sacerdoti le chiavi della Chiesa per legare e sciogliere i peccatori: frustra claves Ecclesiæ datæ sunt. I sacerdoti avrebbero mai luogo di servirsi di queste chiavi per peccatori che potrebbero essi stessi liberarsi? Come d’altra parte i Sacerdoti riterrebbero dei peccati che altri non sarebbe obbligato di loro dichiarare? Come riterrebbero dei prigioni in legami che potrebbero essi stessi spezzare? Perciocché in virtù di questa potestà i Sacerdoti sono stabiliti da Gesù Cristo per fare, riguardo ai peccatori, l’uffizio di giudici e di medici: come giudici debbono giudicare la loro causa, come medici debbono guarirli dalle loro malattie. – Or un giudice può egli pronunziare su d’una causa senza averne conoscenza? Un medico può egli guarire un male che gli è sconosciuto: No, senza dubbio, fratelli miei; bisogna dunque, peccatori, se volete ottener il perdono dei vostri peccati, presentarvi ai tribunali di quel giudici per farvi conoscere quali voi siete: incaricati di vendicare la giustizia di Dio contro le vostre ribellioni, come potranno esse imporvi pene proporzionate al numero e alla qualità delle vostre offese, se non le conoscono per via d’una confessione intera che voi dovete fare? Questi Sacerdoti sono ancora medici cui Gesù Cristo ha confidata la cura di guarire le vostre ferite; bisogna adunque che, come i lebbrosi del Vangelo, voi vi facciate vedere a questi Sacerdoti, non per metà, ma in tutta la difformità cui il peccato vi ha ridotti, senza di che non riceverete giammai la guarigione. – Or, fratelli miei, per dare a questi giudici e a questi medici la conoscenza di cui hanno d’uopo, bisogna conoscervi voi medesimi, poiché voi soli potete istruirli; ma per conoscervi voi medesimi, bisogna esaminarvi, convien fare una ricerca diligente ed esatta di tutti i peccati che avete commessi, senza di che voi mancherete alla giusta dichiarazione che ne dovete fare. Qual deve dunque esserne la materia e qual la regola? Questo è cui dovete tutta la vostra attenzione. Giacché la confessione è fondata su l’esame, ne segue da ciò che l’esame deve aggirarsi su tutti i peccati che è d’uopo accusare in confessione. Ora, per rendere la confessione intera, come esige il santo concilio di Trento, bisogna dichiarare tutti i suoi peccati, il numero e le circostanze; bisogna accusare tutte le trasgressioni che avete fatte dei comandamenti di Dio e della Chiesa, tutti i peccati di pensiero, tutti i desideri del vostro cuore, tutte le parole scorrette uscite dalla vostra bocca, tutte le azioni, tutte le omissioni di cui siete colpevoli verso Dio, il prossimo e voi medesimi: bisogna ancora manifestare le cause, gli effetti dei vostri peccati, le occasioni in cui vi trovaste, gli abiti che avete contratti, i peccati del vostro stato e della vostra condizione. Bisogna dire non solamente i peccati che avete commessi, ma ancora quelli che avete fatto commettere o che non avete impediti; tutti gli scandali che avete dati, tutti i danni che avete cagionati al prossimo nei beni o nella reputazione. Voi dovete ancora per rendere la confessione intera, dichiarare le circostanze del peccato prese dal tempo, dal luogo, dalla quantità, dall’oggetto, dalla qualità delle persone, per le quali circostanze il peccato cangia di specie, cioè rinchiude in sé un altro o più peccati di diversa specie, o diventa più grave nella sua specie che non lo sarebbe stato senza questa circostanza. Or potete voi dichiarare tutto questo senza conoscerlo? E potete voi conoscerlo, senza esaminarvi, senza fare una ricerca diligente dei luoghi ove avete peccato, degli oggetti che avete ricercati, dei motivi che vi hanno fatto agire, delle inclinazioni che vi hanno predominati, delle infedeltà commesse contro i doveri dello stato in cui siete? Tutto questo deve entrare nella materia dell’esame che dovete fare prima della vostra confessione. Bisogna, per avere tutte le cognizioni che vi sono necessarie, investigare il fondo del vostro cuore; bisogna ricercare nei nascondigli più occulti della vostra coscienza per scoprirvi il veleno di cui siete infetti. Bisogna passare nell’amarezza del vostro cuore, ad esempio del re Ezechia, gli anni della vostra vita, per richiamare tutti i peccati che avete commessi ciascun giorno, ciascuna settimana, ciascun mese, e dichiararli tali quali li conoscete. Bisogna finalmente entrare nelle particolarità di tutti i vostri obblighi per riconoscere in che vi avete mancato ed accusarvene. – Donde viene, fratelli miei, che un gran numero di confessioni sono nulle e sacrileghe? Perché non vi accusate che per metà; e non vi accusate che per metà perché non vi esaminate come si conviene. Voi dichiarate alcuni peccati in generale che vi sono comuni col resto degli uomini; ma non dichiarate i peccati che vi sono particolari, non discendete con serio esame alle particolarità delle vostre obbligazioni. Voi, padri e madri, vi accusate di qualche imprecazione, di qualche moto di collera che vi avrà trasportati; ma voi nulla dite della vostra poca attenzione ad istruire, a correggere i vostri figliuoli, e voi, padroni e padrone, dichiarate bensì le vostre impazienze contro la negligenza dei vostri servi nel fare quanto loro comandate; ma nulla dite della negligenza che avete avuta voi medesimi nel farli servir Dio, il primo di tutti i padroni, né della vostra indolenza a soffrire i loro disordini. Voi che siete impegnati nei negozi o in un’altra professione, non mancate di confessarvi delle vostre distrazioni nelle preghiere; ma non accusate le vostre infedeltà, i vostri inganni, le vostre ingiustizie, i vostri ladronecci. – Voi che esercitate un impiego dichiarate alcuni cattivi discorsi che avete tenuti in conversazione, ma non accusate la trascuratezza usata nei vostri doveri, la vostra poca vigilanza e fermezza nel riformare gli abusi, nel rendere giustizia a chi è dovuta. Tutto questo proviene non solo da un difetto di esame che ciascheduno far deve su i doveri del proprio stato, ma ancora da una grassa ignoranza in cui vivono i più dei Cristiani sulle loro obbligazioni, perché non assistono alle istruzioni, dove si apprende la sua religione e i suoi doveri. Questi sono ciechi che chiudono gli occhi alla luce che li rischiara e non vogliono conoscere i loro doveri per adempierli: Noluit intelligere, ut bene ageret (Psal. LV). Ciechi infinitamente più a compiangere che quello dell’odierno vangelo, che non era punto colpevole del suo accecamento; laddove questi sono ciechi colpevoli che restano per loro colpa nei legami e nelle tenebre del peccato; e sono in uno stato tanto più deplorabile che, non conoscendosi da sé medesimi, non cercano i mezzi di uscirne. Schiavi delle più vergognose passioni, degli abiti più inveterati, non vedono la loro miseria; quindi ne viene che non scoprono le loro piaghe ai medici che potrebbero guarirle. Or quanti vi sono di questi peccatori abituati, accecati da una passione che in voi predomina, e scoprirla al medico della vostra anima; perché questa passione essendo la causa degli altri vostri peccati, facendola conoscere, voi farete vedere lo stato infelice della vostra anima e riceverete i rimedi convenevoli per la vostra guarigione: esaminate dunque seriamente avanti a Dio se è la superbia che vi predomina, o l’invidia che vi rode, l’avarizia che vi tiranneggia, la lussuria che v’incanta e vi seduce, l’ira che vi trasporta, e vedrete che si è da questa sorgente avvelenata che nascono tutti i vostri sregolamenti; voi la conoscerete questa passione per li pensieri che si rivolgono il più sovente nella vostra mente, pei vostri discorsi ordinari, per gli oggetti che ricercate con maggior premura. Voi amate di comparire, voi cercate la gloria gli onori, voi vi offendete di un legger disprezzo, vi disgustate di una parola detta senza riflessione, la vostra passione dominante è la superbia. Voi non vi occupate da mattina sino alla sera che dei mezzi di acquistar del bene, voi nulla lasciate indietro per fare un piccolo profitto; voi siete tanto sensibili alla minima perdita che vi accade, come insensibili alla miseria dei poveri, la vostra passione è un sordido attacco ai beni del mondo, e l’avarizia. Il vostro cuore è incessantemente occupato della rimembranza di un oggetto che lo accende, voi ne parlate con piacere, voi cercate di vedere quell’oggetto, voi concedete ogni sorta di libertà ai vostri sentimenti, voi vi dimostrate liberi nelle parole oscene, voi non vi vergognate di certe libertà contrarie all’onestà, la vostra passione è un amor profano che vi conduce a mille disordini. Quanto a voi, bestemmiatori, ubriaconi, vendicativi, non è bisogno di farvi il vostro ritratto, le vostre parole, le vostre azioni manifestano abbastanza ciò che voi siete. Quanti, oimè! se ne trovano che predominati sono da molte passioni e che per questo motivo han bisogno di fare assai più ricerche che gli altri? Fate dunque, fratelli miei, queste ricerche coll’ultima esattezza. Se voi impiegate a far questo esame tutto il tempo che domanda un affare sì importante, darete alle vostre confessioni l’integrità necessaria per ottenere il vostro perdono. – Ma qual regola convien osservare per far questo esame? E quanto tempo convien impiegarvi? La regola più infallibile ch’io possa prescrivervi si è, fratelli miei, l’esame che Dio farà Egli stesso al suo giudizio dei peccati degli uomini: perciocché se il peccator penitente deve tener le veci della giustizia di Dio per punir il peccato, bisogna che le tenga anche per esaminarlo. Or con qual esattezza Dio farà questo esame al suo giudizio? Allorché applicando i raggi della sua luce su tutta la vita dell’uomo peccatore ne scoprirà tutte le iniquità, ne manifesterà tutti i pensieri più segreti, sino alle intenzioni più occulte. Nulla vi sarà di sì nascosto che sfugga ai suoi occhi infinitamente penetranti, nulla di sì oscuro che non venga posto in pieno giorno. Gli è così che voi dovete in qualche guisa esaminare, ricercare, la profondità delle vostre piaghe. Imitate la donna del Vangelo, la quale avendo perduta una dramma, accende una fiaccola, volta sossopra ogni cosa, fruga tutti gli angoli della casa e non è tranquilla che quando ha ritrovato ciò che ricerca. E certamente è forse esiger troppo da voi? Quel che avete perduto è molto più prezioso che quella dramma; voi avete perduta la grazia né potete ricuperarla che con una confessione preceduta da un esame sufficiente; nulla dunque tralasciate per conoscere i vostri peccati, rianimate la vostra fede, e allo splendore di questa fiaccola vi sarà facile di conoscere le vostre trasgressioni. Sì, fratelli miei, discendete, per così dire, colla fiaccola in mano, sino nei ripostigli più nascosti delle vostre coscienze per  scoprirvi tutto ciò che v’ha di più segreto e manifestarlo in appresso con una sincera confessione. – Egli è vero che, qualunque cosa faccia il peccatore, non conoscerà giammai la bruttezza del suo peccato come la conosce Dio: egli è ancor vero che malgrado tutte le precauzioni che prenderanno certi peccatori, le cui iniquità sono moltiplicato più dei capelli dei loro capi, sarà loro molto difficile, per non dire impossibile, di conoscere il numero dei loro peccati e per conseguenza di dichiararli tutti. A Dio non piaccia, fratelli miei, che io voglia rappresentare la confessione come un giogo insopportabile per la difficoltà di ricordarsi e di dichiarare tutti i suoi peccati. Ciò che Gesù Cristo domanda, come si spiega il santo concilio di Trento, e che si dichiarino i peccati di cui uno si ricorda dopo un sufficiente esame, cioè un esame proporzionato ai deboli lumi dello spirito umano, di modo che se il peccatore, dopo essersi esaminato tanto tempo, quanto ne richiede la prudenza, tralasciasse alcuni peccati sfuggiti alle sue ricerche, non lascerebbe di ottonerne il perdono, come degli altri che avesse dichiarati, con l’obbligo nulladimeno di sottometterli alle chiavi della Chiesa allorché se ne ricorderà. – Ma qual tempo la prudenza umana può ella prescrivere per fare un esame? Questo è ciò che non si può egualmente determinare per ogni persona; il numero dei peccati che si sono commessi, il tempo che è passato dopo l’ultima confessione, possono servire di regola per fare questo esame. Chi mai dubita che un peccatore che offende Dio sovente e che si confessa di rado non debba impiegar più di tempo a far il suo esame che un altro che offende Dio raramente e che spesso si confessa? Un peccatore abituato che può appena ricordarsi dei peccati che commette in un giorno, non deve egli impiegare più di tempo nella ricerca dei suoi peccati di quello che non vi cade che qualche volta? Con tutto ciò questi peccatori abituati sono quelli che passano un lungo tempo senza accostarsi al tribunale della penitenza, che mettono il meno di tempo ad esaminarsi: la loro confessione è l’affare di un momento, appena han cominciato che finiscono: poiché non pensate già che si accusino né del numero né delle circostanze dei loro peccati: due o tre parole in aria e che non dicono quasi cosa alcuna fanno tutta la loro confessione. Donde viene questo? Viene che questi peccatori abituati, a forza di accumulare peccati su peccati, non si rammentano, per cosi dire, più che all’ingrosso che sono colpevoli, allontanandosi così lungo tempo dal sacramento della penitenza, si sono posti in una sorta d’impossibilità di ricordarsi dei loro peccati, su di che la loro ignoranza non li scuserà avanti a Dio: perché avrebbero potuto prevenirla con esami o confessioni più frequenti. Ciò che rende ancora più colpevoli questi carichi di scelleratezze e d’iniquità che richiederebbero un lungo e serio esame si è che, dopo essersi esaminati superficialmente, non vanno che sul fine a presentarsi al tribunale della confessione, prendono il tempo in cui i confessori sono più occupati, sulla speranza che verranno ben presto spediti, si credono molto sicuri su d’una assoluzione di un confessore che han procurato di sorprendere; vanno tranquillamente in questo stato a presentarsi alla sacra mensa ma indarno si rassicurano; le loro confessioni, le loro comunioni non sono che sacrilegi per non avervi apportate le convenienti disposizioni. – Ah! non così certamente vi diportate, o peccatori, negli affari temporali che v’interessano. Avete voi una lite a far giudicare? Quanto tempo non mettete a studiare i vostri diritti, ad esaminare le scritture che possono esservi favorevoli? Voi contate per nulla i giorni interi che passate a leggere e a scrivere, e quando si tratta di ritrovare qualche nuovo mezzo di difesa nulla si risparmia. Avete voi un conto a rendere? Quante riviste non fate per non ommettere alcun articolo? Qual applicazione non usate voi per far vedere l’impiego delle somme che vi sono state confidato? Ecco la regola che seguir dovete per la lite più importante che abbiate a fai giudicare, per l’affare più interessante che abbiate a finire, che è quello della vostra salute, il cui successo dipende da una buona confessione. Si tratta in questo affare di tutto perdere o di tutto guadagnare; si tratta della vostr’anima, e voi vi contentate di alcune riviste superficiali; appena impiegate una mezza ora, un quarto d’ora ad esaminare, a ricercare i fatti che produrre dovete al sacro tribunale. Appena siete entrati in chiesa che con la mente ancora occupata in affari stranieri, andate a presentarvi ad un confessore per dirgli l’ingrosso alcuni peccati che si presentano di primo tratto al vostro spirito, nel mentre che ne tralasciate un gran numero che non avete esaminati. Fa d’uopo stupirsi forse se le vostre confessioni sono nulle e sacrileghe, se son confessioni riprovate da Dio, perché non hanno esse la integrità che loro è necessaria? Invano direte voi che non occultate alcuno dei vostri peccati per vergogna né per malizia, che dichiarate tutti quelli di cui vi ricordate. Ne convengo; ma se voi aveste impiegato più di tempo ad esaminarvi, se aveste ricercati con più esattezza tutti i vostri mancamenti Passati, ne avreste dichiarati di più; voi non siete dunque scusabili avanti a Dio, poiché questa omissione dei vostri peccati viene dalla vostra negligenza nell’esaminarvi, nel prepararvi diligentemente alla dichiarazione che ne dovete fare. Volete voi, peccatori, riuscire in un affare di questa importanza? Osservato le pratiche che sono ora per darvi prima di finire questa prima parte.

Pratiche. Avanti di accostarvi al sacro tribunale, indirizzatevi primieramente al Padre dei lumi, alzate i vostri occhi verso il monte santo donde vi verrà ogni soccorso; richiamando dipoi la bontà di Gesù Cristo, come quel cieco del Vangelo, pregatelo con fervore che v’ illumini, che vi faccia conoscere lo stato della vostr’anima e la profondità delle vostre piaghe: Domine ut videam (Luc. XVIII). Scendete in appresso in voi medesimi, ricercate il fondo del vostro cuore, applicatevi soprattutto a conoscere la vostra passion dominante, i doveri del vostro stato per riconoscere le vostre infedeltà. Prendete un tempo sufficiente, avuto riguardo a quello che avete passato senza confessarvi; non aspettate il giorno della vostra confessione, ma preparatevi alcun tempo prima esaminando ogni giorno la vostra coscienza su qualcheduno dei comandamenti di Dio e della Chiesa , ed osservate in che li avete trasgrediti, se in pensieri, in desideri, in parole, in azioni ed in omissioni. Indirizzatevi ad un buon confessore e pregatelo di aiutarvi a fare una buona confessione. Se è qualche tempo che non vi siete confessati, pregate questo confessore di differirvi l’assoluzione per avere più tempo ad esaminare i peccati che potessero esservi sfuggiti di mente. Il mezzo d’agevolare il vostro esame è di farlo ogni sera e di confessarvi frequentemente, perché con più facilità ci ricordiamo dei peccati che da breve tempo abbiamo commessi. Se voi vi servite di queste pratiche, le vostre confessioni saranno per voi sorgenti di grazie e di salute, perché non dimenticherete, almeno per colpa vostra, alcun peccato. Voi dovete ancora essere sinceri per nulla occultare.

Credo

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Offertorium

Orémus

Ps XVIII: 9, 10, 11, 12

Justítiæ Dómini rectæ, lætificántes corda, et judícia ejus dulci ora super mel et favum: nam et servus tuus custódit ea. [I comandamenti del Signore sono retti, rallégrano i cuori: i suoi giudizii sono più dolci del miele: perciò il tuo servo li adémpie.]

Secreta

Hæc hóstia, Dómine, quaesumus, emúndet nostra delícta: et, ad sacrifícium celebrándum, subditórum tibi córpora mentésque sanctíficet. [Ti preghiamo, o Signore, affinché questa offerta ci mondi dai peccati, e santífichi i corpi e le ànime dei tuoi servi, onde pòssano degnamente celebrare il sacrifício.]

Comunione spirituale:

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Communio

Ps LXXXIII: 4-5 – Passer invénit sibi domum, et turtur nidum, ubi repónat pullos suos: altária tua, Dómine virtútum, Rex meus, et Deus meus: beáti, qui hábitant in domo tua, in sæculum sæculi laudábunt te. [Il pàssero si è trovata una casa, e la tòrtora un nido, ove riporre i suoi nati: i tuoi altari, o Signore degli esérciti, o mio Re e mio Dio: beati coloro che àbitano nella tua casa, essi Ti loderanno nei sécoli dei sécoli.]

Postcommunio

Orémus.

A cunctis nos, quaesumus, Dómine, reátibus et perículis propitiátus absólve: quos tanti mystérii tríbuis esse partícipes. [Líberaci, o Signore, Te ne preghiamo, da tutti i peccati e i perícoli: Tu che ci rendesti partécipi di un così grande mistero.]

Ultimo Evangelio e preghiere leonine:

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ringraziamento dopo la Comunione:

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LO SCUDO DELLA FEDE (103)

1Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884

CAPO XIII.

Testimonianza che rendono di Dio gli animali dalui addottrinati a combattere ed a curarsi.

I. Non v’è uomo intendente nella pittura, che non vergognisi se richiesto di quale mano sia qualche tavola insigne, non sappia subito dir se è di Raffaello, o del Caracci, o del Correggio, o di Guido. Eppure vi sarà chi non si vergogni, se ricercato di qual mano sieno tante belle opere di natura, non sappia subito dire: di man di Dio. Tal è qualunque ateista. Ben si può pertanto affermare, che egli dunque di opere di natura non è intendente. Se le intendesse, vedrebbe tosto, non potere, queste essere di altro artefice, che dell’Artefice sommo. Finalmente le mani tutte degli uomini, benché grandi, sono capaci di essere contraffatte, e più non sarebbe sì grave fallo non discernere bene l’una dall’altra. Ma la mano di Dio non è mano imitabile mai da niuno. E però non discernerla dalla mano del caso, o di qualunque altro, che non sia Dio, non solamente è fallo, ma iniquità. Noi questa mano sì unica abbiamo dianzi scoperta già quanto basta negli strumenti e negli istinti mirabili dati ai bruti per conservarsi cibandosi. Ora andiam oltre. Conciossiachè tutto ciò che fanno essi per conservarsi, a che gioverebbe, se non sapessero al tempo stesso guardarsi opportunamente da chi gli assale? Eppure anche a ciò fu pensato. I loro assalitori son due: estrinseci e intrinseci. Gl’intrinseci sono i morbi, gli estrinseci sono vari nemici, i quali s’incontrano, come frequenti tra gli uomini, così ancora continui fra gli animali, che a cagione o dell’abitazione, o del pascolo, o della prole o di altro interesse tra loro opposto, mantengono gare eterne.

I.

II. E per dire in prima di questi nemici estrinseci, certo è, che senza avere appresa giammai l’arte militare, sanno i bruti conoscere a meraviglia i vantaggi loro di posto, e li sanno prendere. I rosignuoli, per assicurarsi dagli sparvieri, soggiornano infra le macchie. L’airone, per assicurarsi da’ falchi, si aggira intorno all’acque da lor temute. E l’alce, bestia peraltro sì paurosa, che a qualunque ferita, nel mirar ch’ella faccia il sangue grondante, cade subito a terra di raccapriccio, tuttavia vince i lupi, scegliendo contro di essi per campo di battaglia i fiumi gelati , sopra de’ quali può tenersi ben ella ferma coll’unghia acuta e biforcata ch’ella ha, ma non possono tenervisi fermi i lupi (V. hæc et seq. apud Aldrov. in suis locis, et apud Gasp. Scottum in physica curiosa).

III. Oltre il vantaggio del posto, sanno i bruti conoscere quel delle armi. Quindi è, che l’aquila tiene una cura grandissima de’ suoi artigli: e se ella è ferma, par che sempre li miri, arrotandogli sulla pietra, quando hanno perduto il filo, e risparmiandoli, quando sono affilati, col non camminare tra i sassi. I cervi, i capri ed i tori arruotano anch’essi ai tronchi le loro corna, e le provano, e le riprovano prima di venire a duello cogli avversari. L’ardea si rivolta col becco all’insù tra l’ale, e riceve intrepidamente l’impeto de’ falconi, che calandole sopra furiosamente per farne preda, vi rimangono morti. E il pellicano, per non venire sorpreso dagli altri uccelli assàssinatori, in una simile positura ancor egli piglia i suoi sonni, addormentato ed armato.

IV. Dove manchi la forza, suppliscono coll’unione. Così fanno gli storni, volando sempre a schiere numerosissimo, o procurando in quelle il posto di mezzo per maggior cura di sè. Gli armenti si fanno forti dal lupo, adunandosi insieme in un cerchio fitto, colle teste rivolte contro il nimico: e i giumenti con somigliante ordinanza volgono al lupo, non le teste, ma i piedi, dove hanno il loro valore, e si difendono bravamente coi calci. Che se non è pronto il soccorso, sanno anche i bruti richiederlo colla voce. Così l’upupa, ravvisando la volpe ascosa tra l’erbe, con inusitate e con importune strida l’addita ai cani. Così i cigni, così le’ cicogne, così l’anitre sollecitano le compagne da loro assenti alla difesa comune contro dell’aquila; e così le bertucce, nelle lor selve, fanno contra i medesimi cacciatori, gridando forte, come se gridassero al ladro. Senonchè a schermirsi da questi, tanto gli animali più imbelli, quanto i più forti, son destri al pari. La lepre salta di lancio nella sua tana, per non lasciare quivi impresse vestigia che la rivelino a chi la cerca. L’orso v’entra a ritroso, per mostrare d’esserne uscito, quando v’entrò: ed il leone medesimo (a guisa di guerriero prode, non meno attento ad iscoprir gli andamenti dell’inimico, che a coprire i propri) stampa insieme l’orme, passando sopra l’arena, insieme le guasta, perché non diano sentore de’ suoi viaggi. In una parola tutti gli animali hanno qualche dote lor propria per la difesa: quali con la destrezza, come le scimmie pur anzi dette, che giungono ad afferrare con la mano per l’aria quella saetta che loro voli alla vita: quali con la generosità, come il leone, che mai non fugge, senonchè mostrando la faccia, per dar terrore: quali con la timidità, come i cervi, a cui la paura medesima è sicurezza, tanto sono ratti alla fuga: quali col divenire quasi invisibili, come rendono le seppie nella lor tinta: quali coll’apparir quasi trasformati, come fa il polpo, che piglia tosto il colore di quello scoglio cui sta aggrappato, e così delude ogni guardo: senza che fra lo stuolo sì numeroso degli animali, o terrestri o acquatici, o aerei, pur un si trovi, che o con la forza datagli, o con l’ingegno, non sia bastantemente armato a suo schermo.

V. Né minore hanno l’arte per assaltare, di quella che posseggano a ripararsi. La donnola, quando si vuole cimentar co’ serpenti, vi si apparecchia col mangiare innanzi la ruta, erba a questi di odor troppo intollerabile. E l’icneumone, quando vuol pugnare cogli aspidi, si rivolge tutto nel fango, e se ne fa come una corazza, con assodarlo prima ai raggi sol solari, perché non tema alcun morso. La tigre, per assicurare le altre fiere a cibarsi delle sue carni, si finge morta, e di poi subito è loro sopra a man salva, e ne fa macello. La volpe è stata veduta rivoltarsi dentro la creta rossa, fintanto ch’ella apparisca quasi un cadavere senza pelle, per invitare i volatili meno accorti a un solenne pasto, che poi di loro fa ella, non di lei essi. E la torpedine, con un miracolo più insueto, sa fin rendere stupido chi la tocca e privarlo di moto, non che di audacia. Ma che sciocchezza è la mia? Presumo io forse raccogliere in pochi fogli ciò che altri non arrivarono a compilare in molti volumi? Anzi non altro ho inteso mai, che additarvi quella miniera da cui si possono scavare ogni giorno più nuove meraviglie, tanto è inesausta. Eppure ditemi: a questo piccolo saggio che ve ne porto, non vi accorgete abbastanza che il suo metallo non è metallo nostrale? Chi può dar tanta molteplicità d’invenzioni, di stratagemmi, di scherme ad un solo fine di guerra difensiva e offensiva tra gli animali, salvo l’intelletto divino? Senzachè, discorro così: la natura particolar della lepre, a cagion di esempio, non può amare, che i cani, appena miratala, si mettano ad incalzarla, con tanto pregiudizio della infelice, se sia raggiunta: la natura particolare de’ cani non può amare che la lepre da loro fugga. Chi dunque fu, che diede a un’ora medesima quello istinto, alla lepre di fuggir dai cani, ai cani di seguitarla, se non una natura più alta, la qual mirò a quel sollazzo continovo che poteva fra noi risultare da tale fuga affannosa e la tale caccia? E questa natura più alta è quella appunto che con più degno vocabolo è detta Dio.

II.

VI. Rimane ora a dare un’occhiata ai nemici intrinseci, da cui si sanno tanto bene i bruti salvare col medicarsi. Pochi di verità sono i loro malori al pari de’ nostri: o sia perché gli animali vivono con maggior temperanza, di quella con cui vivono i più degli uomini; o sia perché il loro temperamento, più materiale e più massiccio del nostro, sia men soggetto a ricevere le impressioni de’ suoi contrari; in quella guisa, che un oriuolo da torre è molto più difficile a sconcertarsi di quel che siasi una mostra da tavolino. Qualunque sia la ragione, certo è, che i bruti, guidati da un interno indirizzo della natura, sanno mirabilmente trovar rimedi proporzionati a’ lor mali, e rimedi facili, innocenti e infallibili più dei nostri, perché tanto più chiaro apparisca, che, come il caso non fu mai il loro artefice, così né anche egli è il loro conservatore. Se non che ciò che più riesce ammirabile in tali affari, è, che non solo ogni animale ha la sua medicina propria, che non ha l’altro; ma che, prima ancor di ogni prova, la conosce, la cerca e sa applicarla giustamente al bisogno. La prima volta che si acciechi la rondinella, sa ritrovare la celidonia: la prima volta che si accieca la vipera, sa ritrovare il finocchio; la prima volta che il daino riman ferito, sa far ricorso al suo dittamo. Non ha veleno, contra cui le testuggini non abbiano tosto pronta la loro triaca; e tal è l’origano: siccome il lauro è quella gran panacea che alle colombelle e che a’ corvi suffraga parimente in qualunque morbo. Or vada Ippocrate a logorar negli studi la vita propria, per allungare l’altrui: e poi diffidato di poter giungere a tanto, confessi pure, che l’arte è lunga, che il tempo è breve, e che l’esperimento è fallibile: Ars longa, vita brevis, experimentum fallax. Dica, che a molti mali non si è trovato governo finor che vaglia. I bruti, senza accademie e senza aforismi, sanno ad ogni languore trovare il suo medicamento adattato.E poi non mancherà chi per maestro assegni oro, non l’arte di una intelligenza sovrana,ma la cecità balorda di atomi vagabondi più che birboni?

VII. Poco poi parrebbe, se i bruti più non sapessero che curare il mal sopraggiunto. Sarebbe ciò scacciare il ladro di casa, ma scacciarlo dappoi che la svaligiò. Il più è, che sanno farsi incontro anche al male, serrandogli prontamente le porte in viso (Àrist. hist. anim1. 8. c. 120). A questo fine scelgono i luoghi più atti, senza timore di pellegrinare in paesi anche lontanissimi, come le gru della Scizia settentrionale, che, a fuggir que’ verni sì crudi, sen passano di là sino all’Etiopia, senza rischio che fallino mai la strada. I pesci, ora vanno dai lidi all’alto, ora vanno dall’alto ai lidi, mutando stanza, come fanno i grandi, al mutarsi della stagione. E tra loro molti anco sono, che da’ mari caldi tragittansi al ponto Eussino, e che dal ponto Eussino tragittansi a’ mari caldi. E perché i più deboli sentono prima la intemperie dell’aria che i più gagliardi, quindi è, che quelli fanno il loro passaggio prima di questi, come i rombi all’agosto, i tonni al settembre. Le rondinelle passano in Africa a schivare i ghiacci nostrali: e le quaglie, i tordi e le tortore, hanno anch’essi le loro piagge piacevoli ad isvernarvi. Gli avvoltoi medesimi, benché infami per le carogne di cui si pascono, sono tuttavia sì inimici dell’aria guasta, che il fare essi dimora in qualche paese, più che in un altro, si piglia per indizio di piena salubrità. Che più? Convien che l’uomo superbo si umìli in sì fatte scienze a pigliar lezione dagli animaluzzi più vili. Scrive Aristotile (L. 9. hist. anim.) di non so quale in Bizanzo, che presso il volgo si era acquistata fama grande di astrologo, perché avendo egli allevato in casa da piccolo uno spinoso, osservava, che questo, quando era vicino a muoversi vento opposto, mutava stanza, secondo il talento in nato ch’egli ha di fare alla sua tana di campagna due bocche, una all’austro, una all’aquilone, e dipoi chiudere ora l’una, ora l’altra, secondo che quegli soffiano. Né questa è dote singolare del riccio, mentre pochissimi sono quegli animali i quali nella loro fantasia non portino un tale istinto di presentire le mutazioni di tempo loro nocevoli: tanto che i più meschini paiono in questa parte i più addottrinati. Quinci, non pure il leone, che è sì ingegnoso, sa antivedere la siccità che sovrasti, e la sa scansare, con ritirarsi per tempo in luoghi più acquosi; ma i coccodrilli stessi pare che abbiano misurata già la piena del Nilo prima che egli esca dal letto, mentre san collocare le uova in tal sito, dove non arrivi mai quell’anno per l’inondazione. I corvi indovinano le tempeste, i merghi, l’anatre, le api presagiscono i venti più impetuosi: e le formiche la sterilità della futura stagione, con empir più del solito i lor granai prima che la messe scarseggi. Ora in quale scuola hanno appreso questi animali tanto di astrologia, che mostrino di saperne anche più dell’uomo, il quale nel predire le piogge piglia ne’ suoi lunari più gravi abbagli di quei che pigli una rana? Chi spedisce loro le nuove del futuro, prima che giunga? Qual maestro hanno essi trovato, che gli addottrini, e gli addottrini sì bene, che niuno scolaro mai resti addietro per poco ingegno, su le lezioni a lui date nella sua classe? Sarà credibile da veruno, che il caso, il qual non sa nulla di ciò che egli faccia, sappia formar tali allievi? Se così fosse, sarebbero dunque assai maggiori i discepoli, che il maestro. Violentate pure quanto a voi piace il vostro intelletto, perché s’induca a dirvi, che Dio non v’è: non potrà egli non conoscere l’onta che voi gli fate, e non si dibattere.