SALMI BIBLICI: “DIXIT DOMINUS, DOMINO MEO” (CIX)

SALMO 109: “DIXIT DOMINUS DOMINO MEO ominus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 109

[1] Psalmus David.

    Dixit Dominus Domino meo:

Sede a dextris meis, donec ponam inimicos tuos scabellum pedum tuorum.

[2] Virgam virtutis tuae emittet Dominus ex Sion: dominare in medio inimicorum tuorum.

[3] Tecum principium in die virtutis tuae in splendoribus sanctorum; ex utero, ante luciferum, genui te.

[4] Juravit Dominus, et non poenitebit eum: Tu es sacerdos in aeternum secundum ordinem Melchisedech.

[5] Dominus a dextris tuis; confregit in die irae suae reges.

[6] Judicabit in nationibus; implebit ruinas, conquassabit capita in terra multorum,

[7] de torrente in via bibet; propterea exaltabit caput.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO CIX.

Salute del regno di Cristo e del suo Sacerdozio. Cosiè inteso e spiegato in molti luoghi della Sacra Scrittura. — S. Matt., c. XXII; Att. II; Cor. XV; Ebr. I, 5, I., 10.

Salmo di David.

1. Disse il Signore al mio Signore: Siedi alla mia destra; Fino a tanto che io ponga i tuoi nemici sgabello ai tuoi piedi. (1)

2. Da Sionne stenderà il Signore lo scettro di tua possanza; esercita il tuo dominio in mezzo dei tuoi nemici.

3. Teco è il principato nel giorno di tua possanza tra gli splendori della santità; avanti la stella del mattino io dal mio seno ti generai. (2)

4. Il Signore ha giurato, ed ei non si muterà: Tu sei sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedech.

5. Il Signore sta al tuo fianco; egli nel giorno dell’ira sua i regi atterrò.

6. Farà giudizio delle nazioni; moltiplica le rovine; spezzerà sulla terra le teste di molti.

7. (E dirà): Egli nel suo viaggio berrà al torrente; per questo alzerà la sua testa. (3)

***

( 1) Il titolo di Signore, di Sovrano, dato da Davide al Messia, prova la sua divinità.

(2) La parola ἀρκὴ significa nello stesso tempo principium e principatus. – Non c’è versetto che sia stato mai tanto diversamente interpretato, e comparando tutte queste versioni, risulta che siamo al cospetto di un testo che ha sofferto. La causa non è forse perché esprime molto chiaramente la generazione eterna, e di conseguenza la divinità del Salvatore? Noi pensiamo che il testo vero è quello che segue il traduttore greco. Noi diciamo greco, perché scriveva in questa lingua. Si sa che era giudeo. L’espressione ex utero non deve essere preso alla lettera; è una antropologia (S. Gerol.). – Nello splendore dei santi, nel giorno in cui i santi saranno circondati di splendore.

 (3) Agier e de Nolhac fanno qui notare, a ragione, che nei paesi caldi dell’Oriente, e specialmente in Palestina, l’acqua è rara. I viaggiatori ricchi prendono cura di far provviste con otri che vengo portati dai cammelli o dagli schiavi, mentre i poveri sono ridotti a contentarsi di quella che trovano lungo la strada, spesso fornita dai torrenti.  La scrittura fa menzione di un torrente celebre, il torrente del Cedron, in due circostanze notevoli. Davide oltrepassa questo torrente quando esce da Gerusalemme fuggendo davanti a suo figlio Assalonne, ed ebbe ben presto a sopportare le ingiurie e le maledizioni di Séméi (II Re, XXV, 23). Gesù-Cristo passò questo stesso torrente quando uscì da Gerusalemme per andare con i suoi discepoli ove il traditore Giuda doveva poi venire a consegnarlo ai Giudei (Giov. XVIII, 1).

Sommario analitico

È di fede che questo salmo abbia come autore Davide, non solo perché Nostro Signore Gesù-Cristo glielo attribuisce alla presenza dei farisei, alla credenza dei quali Egli lo avrebbe accomodato, ma perché l’argomentazione che fonda sulla citazione che ne fa, non avrebbe valore se questo salmo non fosse composto da Davide. – È ancora di fede che questo salmo abbia per oggetto il Messia e che si riferisca interamente a Nostro-Signore Gesù-Cristo: Egli infatti lo attribuisce a se stesso (Matth. XXII, 44); San Pietro lo ha commentato in questo stesso senso (Act. II, 34), e San Paolo in modo non meno esplicito (I Cor. XV, 25; Ebr. II, 13). – Il Re-Profeta vi annuncia e ne celebra la potenza, la generazione eterna nonché il Sacerdozio del Figlio di Dio:

I. – La sua potenza reale:

1° Nel cielo, il suo trono è comune con quello di suo Padre (1);

2° Sulla terra, aspettando la sottomissione completa dei suoi nemici, punto di partenza di questa potenza (2);

3° Nell’ultimo giorno, secondo il sentimento di diversi Padri, S. Crisostomo, Teodoreto, Sant’Agostino, San Atanasio, etc.

II. – La ragione e la fonte di questa potenza:

1° La ragione di queste vittorie: Tecum principium;

2° il giorno in cui trionferà nella maniera più eclatante;

3° il segreto di tanta potenza e gloria, è la sua generazione eterna (3).

III. – Gli attributi che derivano da questa generazione:

1° Il sacerdozio la cui eccellenza deriva, a) da quanto ha promesso con giuramento; b) dal fatto di essere di un ordine superiore a quello della legge; c) per essere Egli eterno (4);

2° La potenza vittoriosa del Cristo per il rovesciamento degli idoli, il giudizio ed il castigo dei re e dei popoli, e dei demoni, dei quali colmerà le rovine con delle ineffabili sostituzioni (5, 6).

IV. – Il Mezzo con il quale è arrivato a questo alto grado di potenza e di gloria, cioè il merito e la ricompensa.

1° Egli ha bevuto l’acqua del torrente, espressioni che nella Scrittura significano ordinariamente l’umiliazione, le afflizioni ed il dolore (7). 

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 1. – Quanto questo salmo è breve per numero di parole, tanto più è grande e considerevole per i pesi dei pensieri. (S. Agost.). – Dio ha un Figlio, e questo Figlio è Dio come Lui, e questo Figlio è generato dal Padre suo eternamente, sostanzialmente; « Egli è lo splendore della sua gloria, l’immagine della sua sostanza. » (Hebr. I, 3). Tali sono la magnificenze che canta Davide in questo salmo: « il Signore ha detto al mio Signore. » È Dio Padre che parla a Dio Figlio, e gli ricorda l’ineffabile segreto della sua eterna generazione. – È bello che Davide, al quale il trono era stato promesso nella figura di Gesù-Cristo, fosse il primo a riconoscere il suo impero chiamandolo “mio Signore”, come se avesse detto: in apparenza è a me che Dio promette un impero che non avrà mai fine; ma in verità, è a Voi, o Figlio mio, che siete anche mio Signore, che esso è dato; ed io vengo in spirito per primo tra tutti i vostri assoggettati, a rendervi omaggio nel vostro trono, alla destra del Padre, come al mio sovrano Signore. Ecco perché non è detto in generale: il Signore ha detto al Signore; ma: « al mio Signore » (Bossuet, Med.). – Noi lo vediamo essenzialmente come Dio, e diciamo: « è qui il nostro Dio e non ce n’è altri. » Perché se è generato, Egli è Figlio, della stessa natura del Padre; se è della stessa natura, Egli è Dio, ed un solo Dio con suo Padre; perché nulla è più della natura di Dio che la sua unità. – Egli è Re; io lo vedo in spirito seduto in un trono. Dove è questo trono? Alla destra di Dio; lo poteva mettere in luogo più elevato? Tutto accoglie da questo trono: tutto ciò che è accolto da Dio e dall’impero del cielo, vi è sottomesso. Ecco il suo impero. (Bossuet, Med. LII, j). – «Sedetevi alla mia destra. » Questa espressione metaforica, “sedetevi”, significa due cose, dicono San Crisostomo e san Tommaso: la maestà ed il riposo; la maestà, qui c’è eguaglianza di onore; il trono è simbolo di regalità, e poiché non c’è che un solo trono, entrambi dividono l’onore della medesima Regalità. È ciò che faceva dire a San Paolo (Hebr. I, 7, 8): « Dio ha fatto degli spiriti i suoi inviati, e fiamme i suoi ministri. Ma al Figlio, Egli dice: « Il vostro trono, o Dio, sarà un trono eterno. » (S. Chrys.). – « Sedete alla mia destra, la divinità ci viene sottolineata molto chiaramente nella prima parte di questo versetto; e non lo è meno nella seconda: il Figlio seduto alla destra del Padre, è il segno della sua potenza, della sua perfetta eguaglianza con il Padre, Egli è Dio come il Padre. Ma se c’è uguaglianza perfetta tra il Padre ed il Figlio, c’è pure distinzione di Persone: il Figlio è generato dal Padre; « Egli siede alla sua destra. » – Si può anche dire che queste parole richiamino e suppongano l’umanità di Gesù-Cristo: Egli fa il suo ingresso nel cielo, vi è ricevuto come un ospite, e Gli è assegnato da Dio, suo Padre, un posto distinto. Il Figlio di Dio, è dunque anche il Figlio dell’uomo, perché gli si da il riposo, la potenza e la gloria; il riposo dopo i travagli ed i dolori della sua vita mortale. Egli divide ora il trono di suo Padre associato al suo impero come lo è alla sua divinità. È il Signore: Egli siede nel soggiorno della gloria, e nulla accade nel mondo senza il suo ordine o il suo permesso. « Sedetevi. » La sua potenza è indistruttibile, Egli è seduto! Ben diversamente dai re ed i principi di questo mondo, che sono per così dire in piedi sui loro troni, pronti a partire al primo colpo di vento e che non fanno che prendere e deporre la porpora ed il diadema; Egli è seduto: il suo trono è eterno; il suo regno non avrà fine, (Mgr PICHENOT, PS. du Dim. 29.). – Tutto ciò che è passato nel capo, deve, fino ad un certo punto, rinnovarsi nei membri: « Se siete resuscitati con Gesù-Cristo, cercate le cose del cielo ove il Cristo è seduto alla destra di suo Padre » (Coloss. III, 2). Al termine della nostra carriera, riconoscendo in noi la somiglianza che dobbiamo avere con suo Figlio, Dio Padre ci dirà: Buoni servitori, riposatevi, fermatevi, passate alla destra; gregge fedele, voi avete completato la vostra corsa, avete conservato la fede, avete trionfato del mondo, non vi resta che gustare il riposo, cingere la corona di giustizia e prendere posto sul trono stesso di mio Figlio. – Perché, ecco ciò che dice Colui che è la verità stessa, il testimone fedele e verace, che è il principio della creatura di Dio … « Colui che sarà vittorioso Io gli darò di sedere sul mio trono, come Io stesso ho vinto, e mi sono seduto con Voi, Padre, sul vostro trono. » (Apoc. III, 14-21). – « Finché avrò ridotto i vostri nemici a servire da marciapiede. » Questa espressione “fino a che”, non designa sempre nella scrittura un tempo limitato, è semplicemente un’affermazione che si applica, invero, ad una determinata epoca, e che nondimeno non ne esclude nessuna; perché se il regno di Gesù-Cristo si dovesse intendere al di là, ove sarebbe la verità di queste parole del profeta: « La sua potenza è una potenza eterna, il suo regno, un regno che non deve esaurirsi, e questo regno non avrà fine? » (Dan. VII, 14; Luc. I, 34) Non è sufficiente intendere queste parole, bisogna comprenderle ed entrarne nell’intelligenza anche delle cose che il Profeta ha in vista (S. Chrys.). – Tuttavia, questa maniera di esprimere è logica e fondata sulla ragione; questo “fino a quando” porta in effetti sul lasso di tempo in cui le cose che si affermano sembrano meno verosimili; e dà luogo, di conseguenza, ad un fortiori invincibile per giorni migliori e più felici. Se il Cristo è tranquillamente e gloriosamente seduto sul suo trono alla destra del Padre, anche nell’ora del combattimento, e quando i suoi nemici non sono ancora vinti, Egli deve regnare meglio che mai quando Dio li avrà circondati ed annientati. (Mgr PICHENOT, p. 35.). – Il Figlio di Dio, avrà dunque dei nemici, la Santa Scrittura e l’esperienza ce lo attestano. Essi devono essere come un segno di contraddizione universale: la storia di tutti i secoli non è che il triste e lamentevole commento di queste parole. I Giudei, i Gentili, i popoli civilizzati e quelli barbari, la spada dei Cesari, la penna dei sofisti, l’ascia dei carnefici, tutto è stato diretto contro di Lui, soprattutto ciò che lo richiama, soprattutto quelli che gli appartengono. – Come saranno trattati i nemici? « Essi saranno talmente vinti, umiliati, che Io li ridurrò a servirvi da marciapiedi. » Ciò che si mette sotto i piedi di qualcuno, lo eleva e lo ingrandisce. I nemici del Signore, circondati e confusi, con le loro fronti superbe, formeranno come il primo grado del suo trono e della sua potenza. – Applichiamole – queste parole – ai Giudei, portatori dei nostri titoli, testimoni non sospetti dell’autenticità delle nostre profezie, ai persecutori, ai carnefici, agli scismatici, agli eretici, ai nemici interni ed a noi stessi. – Voi siete il nemico del Signore, sarete un giorno sotto i suoi piedi, infallibilmente adottati o vinti. Vedete quale posto volete occupare sotto i piedi del Signore vostro Dio, perché voi me avrete necessariamente uno, o di grazia, o di castigo; o verrete da voi stessi, condotti dalla grazia, a fare la vostra sottomissione al Redentore, o sarete circondato e schiacciato sotto i piedi delle sue vendette (S. Agost.).

ff. 2. – Il regno del Messia doveva cominciare da Gerusalemme, i Profeti lo avevano annunziato; il Salvatore diceva Egli stesso, non era stato inviato che alle pecore smarrite della casa di Israele, e raccomanda ai suoi Apostoli di predicare innanzitutto nella Giudea. – Questo scettro della potenza divina, questo mezzo particolare di vittoria che Dio ha scelto, è la sua croce, lo strumento stesso del supplizio, alfine di far meglio brillare la sua gloria ed apparire sola nella conversione dell’universo. Essa è stata per gli Apostoli, ciò che altra volta era stata per Mosè la verga miracolosa alla quale Dio aveva comunicato una potenza divina: San Paolo non predicava se non Gesù-Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, follia per i gentili, ciò che era in realtà la saggezza e la potenza di Dio (S. Chrys.). –  « Dominate in mezzo ai vostri nemici, », vale a dire in mezzo alle nazioni frementi. È solamente più tardi, quando i santi avranno ricevuto la gloriosa ricompensa, e gli empi la loro dannazione, che il Cristo dominerà in mezzo ai nemici? Quale stupore che allora vi domini? Ma è ora che Voi dovete dominare in mezzo ai vostri nemici, ora, in questo passaggio dei secoli, in questa propagazione e successione della mortalità umana, in questo torrente di tempi che fuggono, che bisogna assicurare la vostra dominazione in mezzo ai vostri nemici (S. Agost.). Il regno del Messia è un regno legittimo, vero, un regno volontario, ma è un regno contestato, ecco ciò che lo distingue; ci sono sempre dei nemici, Egli ne è circondato da ogni parte: « Io vi invio, diceva Gesù ai suoi Apostoli, come pecore in mezzo ai lupi. » Qual prova più grande di questa vittoria eclatante degli Apostoli, l’aver elevato degli altari in mezzo ai loro nemici, essi che erano come pecore in mezzo ai lupi, … Egli non dice: uccidete, sterminate i vostri nemici, che siano forzati a riconoscere la vostra sovrana potenza (S. Gerolamo). – Egli non dice: Siate vincitori in mezzo ai vostri nemici, ma stabilite il vostro impero, “dominate”, per insegnarci che non è un trofeo che eleva dopo aver trionfato dei suoi nemici, ma un impero che stabilisce con autorità (S. Chrys.). – Tutti i vostri nemici, o mio Re, « devono essere lo sgabello dei vostri piedi. » Essi saranno ridotti, essi saranno vinti, saranno forzati a baciare i vostri passi e la polvere ove avrete camminato; cosa aspettiamo? Mettiamoci volontariamente sotto i piedi di questo Re vincitore, per timore che non ci si metta per forza, per paura che non dica dall’alto del suo trono: « per coloro che non hanno voluto che Io regnassi su di loro, che li si faccia morire davanti agli occhi miei, » davanti alla mia verità, davanti alla mia giustizia eterna; perché questo sarà il loro eterno supplizio, che la verità e la giustizia li condanneranno per sempre, e questa sarà la morte eterna. « Sedetevi, aspettando « nel vostro trono », o Re di gloria, « finché non verrà il tempo di mettere tutti i vostri nemici sotto i piedi, » cioè: dimorate in cielo finché non veniate ancora una volta a giudicare i vivi ed i morti …

II. — 3.

ff. 3. – È sempre il Signore che parla al Signore, è Jéhovah che si trattiene con Adonai fatto uomo. Perché il Figlio di Dio dominerà in mezzo ai suoi nemici? « La sovranità è in Voi dal giorno della vostra potenza, » cioè: essa non è sopravvenuta accidentalmente, essa essenzialmente vi appartiene da sempre. È questa stessa verità che Isaia esprime in questi termini: « Egli porta sulla sua spalla il segno del suo dominio, » (Isai. IX, 6); vale a dire: Egli la porta in se stesso, nella sua natura, nella sua sostanza; è una prerogativa che non hanno i re, la cui sovranità è interamente nelle loro numerose armate (S. Chrys.). – La sovranità è con Lui, essa gli appartiene, è un suo diritto, è il suo eterno patrimonio sulla terra come nei cieli, essa non lo lascia mai. Siete Re? Gli domanda Pilato. « Si, Io lo sono, Egli rispondeva; è per questo che Io sono nato e sono venuto in questo mondo. » (Giov. XVIII, 37). San Giovanni, con uno sguardo di aquila, l’ha posto nell’isola di Patmos: « Egli portava scritto sui suoi vestiti: Re dei re e Dominatore dei dominatori. » Ma ogni sua virtù è interiore, risiede nella sua stessa volontà, scaturisce spontaneamente dalle profondità della sua natura divina. – Non è così di coloro che si chiamano i padroni del mondo: la loro forza non è che un prestito, non è sempre in essi, e soprattutto non è in essi: essa è nel numero e nel coraggio delle loro truppe, nella devozione ed abilità dei loro generali, nell’affezione e le buona volontà dei loro soggetti; essa è nei loro tesori, nelle loro muraglie o nel loro nome … se tutto ciò viene loro a mancare, essi restano soli … (Mgr. Pichenot, Ps. du Dim.). – Il Figlio di Dio conserva questa Maestà suprema in tutti i tempi ed in tutti i luoghi, ma ci sono dei giorni in cui si compiace di far risplendere con più splendore e che per Lui sono i giorni della sua forza per eccellenza. Tre grandi giorni ci sono, in cui la potenza del Figlio di Dio si manifesta: il giorno della Creazione, il giorno della Redenzione ed il giorno del Giudizio e della Resurrezione (S. Agost.- S Chrys.). – Il Re-Profeta dice: « nello splendore dei santi, » e non: nello splendore, perché le ricompense eterne sono numerose e varie. Ci sono più dimore nella casa del Padre (Giov. XIV, 2), diceva Gesù-Cristo, e san Paolo (I Cor., XV, 41): « … il sole ha il suo bagliore, la luna il suo, e le stelle la loro chiarezza, e tra le stelle l’una è più brillante delle altre. » Ne è lo stesso alla resurrezione dei morti. » (S. Chrys.). Chi è colui che sembrerà così grande? Da dove viene la sua forza? Da dove viene la sua maestà? Colui che è consustanziale al Padre e al quale suo Padre ha detto: « Io vi ho generato dal mio seno ». – Un essere non può trarre la esistenza da Dio che in due maniere: o per via di creazione, secondo le parole di san Paolo: « Per noi non c’è che un solo Dio, il Padre dal quale procedono tutte le cose, » (I Cor. VIII, 6); o per via di generazione, secondo le parole di Nostro Signore Gesù-Cristo; « Io sono uscito da mio Padre, » (Giov. XVI, 28); e queste altre del salmista: « Io vi ho generato dal mio seno prima dell’astro del mattino, » non senza dubbio che Dio abbia un seno come le sue creature, ma perché i figli veri e legittimi sono generati dal seno delle loro madri. Dio dunque impiega questa espressione: « Io vi ho generato dal mio seno, » per confondere gli empi, affinché considerandone loro pasto, essi apprendano che il Figlio è il frutto vero e legittimo del Padre poiché esce dal suo dal proprio seno (S. Basilio, Adv. Eunom., lib. V). –  « Io vi ho generato dal mio seno prima dell’aurora. » Ecco ciò che spiega tutto, ed il principio delle sue grandezze. Egli viene dal seno di Dio, è una emanazione della sua sostanza, un altro se-stesso … Egli non è stato creato, non è stato fatto, ma generato; Egli non è l’opera di Dio, è il Figlio suo consustanziale; è là la sua gloria incomunicabile. Il Padre non ha detto a nessuno: Voi siete mio figlio, Io vi ho generato. (Mgr PICHENOT, PS. du D.). – Dio Padre non ha bisogno di associarsi ad altra cosa per essere padre e fecondo; Egli non produce fuori di sé questo altro se stesso, perché nulla di ciò che è fuori di Dio, è Dio. Dio dunque concepisce solo in se stesso: Egli porta in se stesso suo Figlio che gli è coeterno. Ancorché non sia che Padre, e che il nome di madre legato ad un sesso imperfetto per sé, e degenerante non gli convenga, Egli tuttavia ha come un seno materno nel quale porta suo Figlio: « Io ti ho – Egli dice – generato oggi da un seno materno. » Ed il Figlio unico si chiama Egli stesso: « Figlio unico che è nel seno del Padre, è un carattere unico proprio del Figlio di Dio; » perché dove è il Figlio, Egli solamente, che è sempre nel Padre suo, e non esce mai dal Padre suo? La sua concezione non è distinta dalla sua nascita; il frutto che è perfetto, dal momento che è concepito e non esce mai dal seno che lo porta. Chi è portato in un seno immenso è innanzitutto così grande e così immenso, come il seno in cui è concepito, e non ne può mai uscire (Bossuet, Elev. 11, S. I, El.). – Queste parole: « Prima della stella del mattino, » non significano … prima che si levi la stella del mattino, ma … prima della creazione e la nascita di questa stella. La Scrittura distingue perfettamente queste due circostanze. Prima della natura, la creazione, e prima del levarsi (Sap. XVI, 28; Ps. LXXI, 17-5), (S. Chrys.). – La stella del mattino, il precursore è messo qui per tutti gli astri, designando la Scrittura il tutto con la parte, e tutti gli astri con l’astro più brillante (S. Agost.). – Cosa dunque? La sua generazione non ha preceduto se non la stella del mattino? No, senza dubbio, poiché infatti leggiamo: « il suo trono esiste da prima della luna. » E non solo prima della luna, poiché lo stesso Re-Profeta dice del Padre: « Prima della formazione delle montagne, prima della formazione della terra e del mondo, Tu sei Dio di tutti i tempi e per l’eternità. » (Ps. LXXXIX, 2). Dio non esiste solo dopo l’inizio dei secoli, ma prima di tutti i secoli (S. Crys.). – Tanto fu senza dubbio per ricordare questa generazione eterna, che il Figlio di Dio ha voluto nascere nel tempo, a metà della notte, prima dell’aurora.   

III. — 4-6.

ff. 4. – Davide dà ora alla sua profezia la forma di un giudizio solenne, e si rivolge al Figlio di Dio stesso, segno evidente di un amore ardente, di una gioia straordinaria, di un’anima piena dello Spirito di Dio … Egli discende dalle altezze ove si era posto e tratta così di volta in volta della divinità o dell’umanità del Salvatore (S. Chrys.). –  Mistero d’amore e di condiscendenza, Dio fa, per così dire, il sacrificio della sua dignità e scende fino a prestare giuramento tra le nostre mani, se posso esprimermi così, fino a giurare per se stesso che ha detto la verità e che si possa credere alla sua parola. – Gli uomini giurano per Colui che è più grande di essi, ma l’Altissimo per chi dovrebbe giurare? Non trovando – dice S. Paolo – superiori o eguali, Egli giura per se stesso, così come ci afferma, ed il suo giuramento resta in eterno! – Cosa ha giurato? « Voi sarete sacerdote in eterno secondo l’ordine di Melchisedek. » Gesù-Cristo è Sacerdote, è il Pontefice della Nuova Alleanza, il Vescovo delle nostre anime, è Lui e Lui solo che riconosce ed adora come esse meritano le grandezze di Dio, le ringrazia degnamente per i loro benefici, disarma la sua giustizia ed effonde su tutti i doni del Signore. – Egli è Sacerdote eterno; si può dire, a rigore, che il suo Sacerdozio non è cominciato e non finirà e che, fin nelle profondità di Dio, Egli celebra le sue ineffabili grandezze, riflettendole nella sua adorabile Persona. Ma il suo Sacerdozio propriamente detto non è cominciato che con il mondo. Dopo la caduta, in particolare, il Figlio di Dio preludeva al ministero ed alle funzioni sante del suo Sacerdozio. Egli è l’Agnello immolato fin dall’inizio del mondo … La Giudea, la terra intera, non è che un immenso altare ove tutto richiamava, figurava, questa grande Vittima. – Egli è Sacerdote soprattutto dopo la sua incarnazione ed in tutto il corso della sua vita mortale. È perciò che il Figlio di Dio, entrando nel mondo dice: Voi non avete voluto sacrificio né oblazione, ma mi avete formato un corpo: gli olocausti ed i sacrifici per il peccato non vi sono graditi, allora io ho detto: Eccomi (Ebr. X, 5-7). –  Egli è Sacerdote sulla croce, ove lo vediamo, con la mani stese al cielo, offrire il grande Sacrificio della preghiera … Egli resuscita e risale verso i cieli per continuarvi le auguste funzioni del suo Sacerdozio. Egli ancora è Sacerdote sulla terra e nei nostri santi tabernacoli, ove si immola ogni giorno, ove rinnova e perpetua il Sacrificio della croce. I Sacerdoti non sono che gli strumenti della sua potenza e come i veli con i quali ricopre le sue ineffabili operazioni (V. S. Paolo, Ep. ad Hebr.). –  Voi siete Sacerdote eternamente, secondo l’ordine di Melchisedek; come lui, non avete né precursori né successori; il vostro Sacerdozio è eterno; Egli non dipende dalla promessa fatta a Levi né ad Aronne ed ai suoi figli: « Venite Gesù, Figlio eterno di Dio, senza madre nel cielo, e senza padre sulla terra; nel quale noi vediamo e riconosciamo una discendenza reale; ma per quanto concerne il Sacerdozio, non lo avete se non da Colui che ha detto: « Voi siete mio figlio, oggi vi ho generato. » (Ps. II, 7). Per questo divin Sacerdozio, non bisogna essere che Dio, e Voi avete la vostra vocazione per la vostra nascita eterna. Voi venite anche da una tribù alla quale Dio non ha ordinato nulla circa il sacrificare: « la vostra ha questo privilegio di essere stabilita per giuramento », immobile, senza ripetizioni e senza cambiamenti; il Signore, Egli dice, « ha giurato, e non se ne pentirà mai. La legge di questo sacerdozio è eterna ed inviolabile. » Voi siete solo: Voi lasciate tuttavia dopo di voi dei Sacerdoti, che non sono che vicari, e non successori, senza poter offrire altre vittime se non quella che avete offerto sulla croce e che offrite eternamente alla destra di vostro Padre (Bossuet, Elev. XI+  II, S. VII, E.). Voi celebrate per Voi un ufficio ed una festa eternamente alla destra di vostro Padre, gli mostrate incessantemente le cicatrici delle piaghe che l’appagano e ci salvano; Voi gli offrite le nostre preghiere, intercedete per le nostre colpe, ci benedite, ci consacrate; dall’alto dei cieli, battezzate i vostri figli, cambiate dei doni terrestri nel vostro corpo e nel vostro sangue, rimettete i peccati, inviate il vostro Spirito-Santo, consacrate i vostri ministri, fatte tutto ciò che essi fanno nel vostro Nome; quando noi nasciamo, voi ci lavate con acqua celeste; quando moriamo ci sostenete con una unzione di conforto; i nostri mali diventano dei rimedi e la nostra morte una passaggio alla vita eterna. O Dio! O Re! O Pontefice! Io mi unisco a Voi in tutte queste auguste qualità; io mi sottometto alla vostra divinità, al vostro impero, al vostro Sacerdozio, che onorerò umilmente e con fede nella persona di coloro attraverso i quali vi piace esercitarli sulla terra (Bossuet, Médit. LII, J.). – Questa promessa che Dio Padre indirizzava a suo Figlio avanti i secoli, non si compie con meno splendore in seno alla Chiesa cattolica. Là pure, Gesù-Cristo è sempre vivente nel corpo augusto dell’episcopato e del sacerdozio; Egli non è solo il Principe dei pastori, ne è anche l’anima; la loro dignità sublime è il prolungamento del suo sacerdozio supremo attraverso il tempo e lo spazio. Sacerdote, « secondo l’ordine di Melchisedech, » cioè senza genealogia mortale. La volontà dell’uomo non vi ha parte; esso non è né nella carne né nel sangue che va ad affondare le sue radici e succhiare la linfa che l’alimenta; ma Egli è nato da Dio; la fede, la grazia e la celeste verginità lo propagano e lo perpetuano. Misterioso ed immacolato alla sua origine, è imperituro nella sua durata. L’impegno è preso: Colui che ha fatto questa importante opera non la distruggerà rimpiangendo di averla creata. Un Vescovo, un Sacerdote si estinguono; un altro Vescovo, un altro Sacerdote gli succedono, spariscono a loro volta, ma l’istituzione rimane. (Mgr PLANTIER, Mission remplie par l’Episcop.). – « Secondo l’ordine di Melchisedech. Come Melchisedech ha offerto a Dio una vittima non sanguinante, il pane ed i vino in sacrificio, e lo ha offerto al vincitore, così il Figlio di Dio istituisce il Sacrificio della Nuova Alleanza sotto le specie e le apparenze del pane e del vino. Questi semplici elementi scoprono ai nostri occhi i più profondi misteri ed i più ricchi doni. – « Avendo dunque per Sommo Pontefice Gesù, Figlio di Dio, salito nel più alto dei cieli, restiamo fermo nella fede; avviciniamoci a Lui con un cuore puro e devoto; andiamo dunque con confidenza davanti al trono della grazia, per ricevervi misericordia e trovarvi grazia in un soccorso opportuno (Hebr, IV, 14, 15).

ff. 5. – Il Re-Profeta si rivolge qui al Signore stesso che ha fatto questo giuramento: O Signore, voi che avete giurato ed avete deS per l’eternità è il Signore che sta alla vostra destra perché Voi stesso gli avete detto: «Sedete alla mia destra. »  Ma questo Cristo, il Signore seduto alla vostra destra, a chi avete fatto giuramento del quale non vi pentirete, che fa nella sua qualità di Sacerdote in eterno? Che fa, Egli che è alla destra di Dio, che intercede per noi (Rom. VIII, 34), e che entra come Sacerdote all’interno del Santo dei santi, nelle profondità segrete dei cieli, essendo il solo senza peccato e per questo anche purificante con facilità gli uomini dai loro peccati (Hebr. IX, 12, 14, 24)? « Stando alla vostra destra, ha distrutto i re nel giorno della sua collera. » Quali re? Avete dunque dimenticato queste parole: « … I re della terra si sono levati, ed i principi si sono riuniti contro il Signore e contro il suo Cristo? » (Ps. II, 2). Ecco i re che la sua gloria ha distrutti, Egli li ha gettati sotto i suoi piedi del suo nome, in maniera che non potessero fare ciò che volevano. In effetti essi hanno fatto mille sforzi per cancellare dalla terra il nome Cristiano, e non lo hanno potuto perché « chiunque urterà contro questa pietra, sarà distrutto. » (S. Matth. XXI, 44). Questi re si sono scontrati contro la pietra di inciampo, e sono stati distrutti, per essersi detti: Cos’è il Cristo? Io non so qual giudeo, qual galileo, morte in tal modo, ucciso in tale maniera. La pietra è davanti ai vostri piedi, essa è là come qualche cosa di oscuro e vile; voi vi scontrate contro di essa disprezzandola, cadete urtandola, e vi siete distrutti cadendo. Se dunque la collera del Signore è così terribile quando si nasconde, qual sarà il suo giudizio quando si manifesterà? …« Chiunque si scontrerà contro questa pietra sarà distrutto, e colui sul quale cadrà questa pietra, sarà schiacciato. » (S. Luc. XX, 18). Quando si urta contro di essa, che è come umilmente stesa a terra, ci si sgretola; ma se essa cade dall’alto, allora schiaccia. Con queste doppie espressioni: « essa distruggerà, ed essa schiaccerà, egli urterà contro di essa, essa piomberà su di lui … sono designate due epoche diverse, quella dell’abbassamento e della glorificazione del Cristo, quella del castigo nascosto e del giudizio a venire. » (S. Agost.). – « Nel giorno della sua collera; » espressione di cui la Scrittura si serve per mettersi alla nostra portata, a causa della similitudine degli effetti. Quando un uomo è spinto allo stremo, si riempie di collera, e nella sua giusta indignazione, getta e distrugge ciò che gli resiste. Così Dio, contrariato nei suoi disegni, disprezzato nel suo amore, colpisce rudemente tutti coloro che si ostinano a lottare contro di Lui e non voglio arrendersi; ma ciò che facciamo nella collera, Egli lo fa con un sangue freddo divino che è molto più terribile; Egli lo fa nella sua eterna calma, nella sua profonda ed inalterabile immutabilità; Egli è pieno di collera, non conosce altro. Che dire ancora: « Nel giorno della sua collera? » Dio non colpisce che al momento, ha dei rimpianti. La bontà è la sua natura, la giustizia è un’opera che gli è come estranea. Per se stesso, Egli non è che buono; siamo noi che armiamo le sue mani di fulmini, che lo forziamo ad essere giusto, severo, impietoso (S. Agost.) (Mgr PICHENOT, PS. du D..).

ff. 6. – « Egli eserciterà il suo giudizio in mezzo alle nazioni. » Dio governa tutto quaggiù, e nulla gli sfugge: Egli conduce i popoli e gli imperi come le famiglie ed i semplici individui, con la stessa cura e con la stessa facilità … c’è l’occhio della provvidenza, come c’è il braccio della giustizia, ed è per ciò che da Lui si rialzano tutti gli imperi, ed Egli li giudica con una sì perfetta equità. Gli uomini non vedono nel governo dei popoli che gli sforzi della politica, le combinazioni del genio o i semplici giochi del caso; il Cristiano sa che gli uomini per quanto facciano e si agitino, è Dio che li guida; invano i saggi propongano, Dio solo dispone e regola tutto con maestria. – « Egli moltiplicherà o li colmerà di rovine. »  Giudizio di Dio di due tipi: gli uni di rigore, gli altri di bontà e di misericordia. – La maggior parte degli interpreti traducono: Egli moltiplicherà le rovine, seminerà dappertutto la desolazione e la rovina, giungerà alla disfatta dei suoi nemici. Qualche altro, San Agostino, in particolare, spiega così: « Egli riempirà, colmerà le rovine fatte dalla sua giustizia, riedificherà ben presto su di un altro piano ciò che sarà obbligato a rivoltare dapprima. Quali rovine? Chiunque – egli dice – avrà temuto il suo nome, cadrà; quando sarà caduto, ciò che era sarà rivoltato, affinché ciò che non era, sia costruito.  Sappiatelo, voi ribelli al Cristo, voi elevate all’aria una torre che cadrà! Vi è più utile rivoltarvi da voi stessi, farvi umili, gettarvi ai piedi di Colui che è assiso alla destra del Padre, affinché si faccia di voi una rovina che possa essere rialzata. (S. Agost.). – Queste due interpretazioni possono essere adottate entrambe; si ha così il pensiero del profeta, e si legano facilmente queste parole alle due specie di giudizio indicato qui sopra. I salmi ci mostrano Dio di volta in volta in questi due grandi atti della sua sovrana dominazione, e la storia è là per attestare la successione e la perpetuità di questi giudizi sulla nazioni e sui popoli. – Nell’attesa che i suoi nemici siano lo sgabello dei suoi piedi, Egli non lascerà di esercitare il suo impero sulla terra; Egli schiaccerà la testa dei re; un Nerone, un Domiziano, attaccheranno la sua Chiesa, ma Egli schiaccerà la loro testa superba; un Diocleziano, un Massimiano, un Galero, un Massimino tormenteranno i fedeli, ma Egli li degraderà, li perderà, li batterà con una piaga irrimediabile, come fece con Antioco; un Giuliano l’Apostata gli dichiarerà guerra, ma perirà per mezzo di una mano sconosciuta, forse quella di un Angelo, certamente con un colpo ordinato da Dio. Tremate dunque o re, nemici della sua Chiesa! Ma voi, piccolo gregge non temete nulla: « il vostro Re metterà ai vostri piedi tutti i vostri nemici, fossero i più potenti tra i re » (BOSSUET, Médit, LII, j.).

ff. 7. – Qual è questo cammino, è il mondo per il quale il Cristo ha camminato durante la sua vita mortale. Egli è disceso dal cielo per camminare nella via di questo secolo, ha bevuto dell’acqua dal torrente che scorre nel secolo. Un torrente non ha acque naturali il cui corso sia regolare e continuo, esso è formato dalle acque dei temporali e delle tempeste; un torrente non scorre mai sulle montagne, ma sempre nelle vallate, nei burroni e nei precipizi; esso si gonfia di acque straniere, e scorre portando con sé dappertutto la devastazione e la distruzione. Le acque dei torrenti non sono mai chiare e limpide, ma sempre torbide e fangose. Ora, volete sapere come il Signore ha bevuto da questo torrente fangoso? Sentitelo dire: « … la mia anima è triste fino alla morte. » (Matth. XXVI) « Ed Egli cominciò, dice l’Evangelista, a rattristarsi ed a turbarsi. »Nostro Signore ha dunque bevuto le acque torbide del torrente di questo secolo, acque tristi e che non portano gioia con loro. Egli ha preso il calice, lo ha riempito con l’acqua di questo torrente e vedendola così torbida, ha detto: « Padre mio, se è possibile si allontani da me questo calice. » Egli ha dunque bevuto l’acqua del torrente, ma l’ha bevuta non come nella casa, ma nella via, quando si accingeva a camminare verso il termine del suo viaggio. Egli ha dunque bevuto l’acqua del torrente, perché Egli era per la via. Ora, se nostro Signore ha bevuto l’acqua del torrente di questo secolo, quanto a maggior ragione, i Santi devono berlo dopo di Lui? Volete una prova che i Santi bevono l’acqua del torrente? « … la nostra anima, dice il Profeta, ha traversato le acque del torrente. » (Ps. CXXIII). Ma sentendo parlare dei torrenti di questo secolo, non perdete coraggio. Questi torrenti restano ben presto a secco: essi sembrano gonfiarsi, le loro acque sono abbondanti, ma si ritirano prontamente se avete la pazienza di attendere (S. Gerem.). –  « Egli berrà nel suo cammino l’acqua del torrente. » Tuttavia, qual è questo torrente? Il corso fuggitivo della mortalità umana. similmente, in effetti, ad un torrente – formato dal concorso di acque pluviali – si gonfia, muggisce, corre e scorre correndo, cioè finisce la sua corsa fino a seccarsi, così è del corso della nostra mortalità. Gli uomini nascono, vivono e muoiono; mentre alcuni muoiono, altri nascono; questi a loro volta muoiono ed altri nascono ancora; tutto in successione, arrivo, partenza, cambiamento. Cosa c’è di stabile quaggiù? Cosa c’è che non scorra come l’acqua? Cosa c’è che non sia precipitato nell’abisso, come un torrente d’acqua pluvia? In effetti, similmente ad un torrente che si forma improvvisamente dalla riunione di acque pluviali, ed innumerevoli gocce di pioggia, così la massa del genere umano si forma con mille elementi segreti, e prende il suo corso fino a che la morte la rigetti nel segreto da dove è uscita; tra questi due abissi, essa fa un po’ di schiamazzo e passa. È a questo torrente che il Signore ha bevuto. Egli non ha disdegnato di bere da questo torrente; perché, per Lui, bere da questo torrente, era nascere e morire. Questo torrente ha due termini: la nascita e la morte. » (S. Agost.). – Non ci sono che due cose, quaggiù: la culla e la tomba, la nascita ed il trapasso; Gesù-Cristo li ha presi. Colui che vive e regna nei secoli si è assoggettato ai tempi; il fiume del tempo li ha trasportati nel suo corso, come i maledetti figli di Eva. – Questa acqua del torrente ha ancora un altro significato e figura la vita umile, semplice, povera del Signore, che non aveva altro per spegnere la sua sete che le acque del torrente (S. Chrys.). – Nelle sante Scritture, le acque del torrente sono ancora il simbolo delle pene e delle tribolazioni di questo esilio. Ora, tutta la vita di Gesù, è stata una croce ed un martirio continuo; ma è soprattutto alla fine della sua triste carriera che Egli ha bevuto il calice fino alla feccia. È una circostanza che gli evangelisti non ci hanno consegnato, ma che la tradizione ci ha trasmesso: Gesù-Cristo, trasportato fuori dal giardino degli Ulivi a Gerusalemme, in piena notte, fu obbligato ad attraversare il torrente di Cedron. Le guardie impietosamente lo spinsero con brutalità e lo fecero cadere nel letto quasi secco del torrente. Il Figlio di Dio, tramortito dalla caduta, avvicinò le sue labbra alle acque fangose che bagnarono i suoi vestiti sanguinanti; Egli volle gustarne l’amarezza (Mgr PICHENOT). nello stesso senso aveva detto ai suoi Apostoli, che gli chiedevano i primi posti nel suo regno: « … potete bere il calice che Io berrò? » (Matth. XX, 22), che Egli intendeva manifestamente essere la sua passione, e quando fece per tre volte questa preghiera nel Getsemani: « Padre mio, Padre mio, se è possibile questo calice passi via da me. » (Ibid. XXVI, 39). Ecco perché Egli alzerà gloriosamente la testa. » Dunque, è perché ha bevuto nel cammino l’acqua del torrente, che Egli ha alzato gloriosamente la testa; vale a dire, « poiché si è umiliato, e si è fatto obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Ecco perché Dio lo ha esaltato tra i morti e gli ha dato un Nome che è sopra ogni altro nome, affinché al Nome di Gesù si pieghino i ginocchi in cielo, sulla terra e negli inferi, e che ogni lingua confessi che il Signore Gesù è nella gloria di Dio Padre. » (Filipp., II, 8-11). – Il Figlio dell’uomo si è fatto uomo, si è umiliato, annientato, fino a prendere forma di schiavo; Egli è stato povero e nel lavoro ha passato la sua giovinezza; Egli ha sofferto alla sua nascita, durante la sua vita, alla sua morte; Dio ha posto in questo triplice grado di umiliazione il principio delle sue grandezze e della sua elevazione. – Gesù-Cristo è il nostro modello: occorrerà essergli trovati conformi – dice San Paolo – per prendere posto al suo fianco nei cieli. Non ci sono che coloro che soffrano con Lui che potranno sperare di essere glorificati con Lui. – La Chiesa anche, come il suo divino sposo, camminando sul Calvario, è stata spesso rovesciata nel cammino, ed ha bevuto l’acqua del torrente; ma all’indomani della sua caduta, e precisamente a causa della sua umiliazione della vigilia, ha sollevato la testa sempre più in alto. Essa è nata nel sangue di Cristo; essa ha posto il suo trono reale a Roma, sul corpo sanguinante di Simon Pietro, il primo Vicario di Cristo; la sua storia non è che una lunga scia di sangue versata per essa  (Mgr PIE, Elog. des vol. Cath., t. v, p. 55.).– È una legge stabilita, ci dice Bossuet, che la Chiesa non può gioire di alcun successo che non gli costi la morte dei suoi figli, e che per affermare i propri diritti, occorra che sparga del sangue. Il suo Sposo l’ha riscattata con il sangue che ha versato per essa, e vuole che essa compri con un prezzo simile le grazie che Egli le accorda. »  (BOSSUET, Panég. de S. Th. de Cant.). – « Egli berrà dal torrente nella via; » Egli berrà il calice della passione, « ma in seguito alzerà la testa. » Beviamo con Lui le afflizioni, le mortificazioni, le umiliazioni, la penitenza, la povertà, le malattie; beviamo da questo torrente con coraggio; che questo torrente non ci trascini, non ci abbatta, non ci inabissi come il resto degli uomini. Allora noi eleveremo la testa; le teste orgogliose saranno distrutte, noi lo vediamo; ma le teste umiliate con un abbassamento volontario, saranno esaltate con Gesù-Cristo. (BOSSUET, Médit, LII° Jour.)

IL MERITO DELL’UOMO

IL MERITO

[Encicl. Cattolica, Vol. VIII, C. d. Vatic. 1952 – col. 721-726]

MERITO DELL’UOMO. – Il merito, teologicamente, è l’opera buona che, compiuta dall’uomo in determinate condizioni, è degna di premio soprannaturale.

I. REALTÀ DEL M. DELL’U.

1. La S. Scrittura. – La parola « merito » manca nella Bibbia, ma non la cosa, poiché mercede, rimunerazione, corona, retribuzione delle buone opere sono concetti correlativi. Nel Vecchio Testamento la visuale è ancora poco aperta ai beni eterni e lo sguardo è rivolto piuttosto alla collettività che al singolo, cui però a mano a mano vien dato rilievo. Del resto, anche le sanzioni terrestri sono divine ed è logico pensare che il rapporto sia trasportato alla sfera superiore. – Nel Nuovo Testamento il Regno, cioè la beatitudine eterna, si presenta come dono che discende dalla gratuita compiacenza del Padre. Ma accanto all’iniziativa divina trova posto l’elemento umano che ne condiziona normalmente l’applicazione. Sono da ricordare il discorso della montagna con le beatitudini e la norma morale del Regno, le parabole dei talenti, delle mine, degli operai della vigna. – Il Regno, che inizialmente è puro dono, diventa soggettivamente, nella sua fase di progresso e di perfezione, anche conquista per mezzo delle opere: « Possedete il Regno; avevo infatti fame e m’avete dato da mangiare » (Mt. 25, 34). Ciò che Gesù aspramente condanna non sono le opere della legge, che compie il fariseo, ma il principio umano su cui esclusivamente le fonda; la vana ostentazione davanti agli uomini e la petulante davanti a Dio. « Han già ricevuto la loro mercede »; non rinnega però le opere con il loro diritto alla ricompensa; anzi insegna il modo di rendere tale diritto veramente certo ed efficace davanti al Padre, che vede nel segreto (Mt. VI, 4). – La dottrina degli Apostoli è in perfetta armonia conil Vangelo. S. Giacomo sa che « ogni buona donazione e ogni dono perfetto viene dall’alto e discende dal Padre dei lumi» (Iac. 1, 17); ma inculca le opere buone e ne mette in risalto il valore: « che gioverebbe, fratelli miei, se uno dicesse d’avere la fede mentre non ha le opere? forse che la fede lo potrà salvare? » (ibid. 14). S . Pietro parla de « l’incorruttibile corona della gloria » (1 Pt. V, 4), che all’apparire del Principe dei pastori riceveranno i « presbiteri » che avranno compiuto degnamente il loro ministero; la stessa ricompensa attende tutti i fedeli per le loro buone opere (II Pt. 1, 5-6). Secondo s. Giovanni, Dio scruta reni e cuori e darà a ciascuno secondo le sue opere (Apoc. 2,23) e la mercede ai suoi servi (ibid. 11, 18). « Sii fedele sino alla morte e ti darò la corona della vita » (ibid. 2, 10). La morte per coloro che muoiono nel Signore è riposo dalle fatiche; le buone opere tengono loro dietro (ibid. 13). S. Paolo, mentre sottolinea il compito principale della Grazia nell’ordine della salvezza e l’assoluta gratuità, afferma il valore delle opere buone compiute dal giustificato. « L’uomo mieterà quel che avrà seminato… dalla carne la corruzione, dallo spirito la vita eterna » (ibid. 6, 8). « Ciascuno riceverà la mercede secondo la propria fatica » (Cor. 3 , 8 ) e « dal Signore la retribuzione dell’eredità » (Col. III,23) « nel giorno della Rivelazione del giusto giudizio di Dio, il quale renderà a ciascuno secondo le sue opere » (Rom. II, 6-7). I giustificati sono come atleti gareggianti in corsa: « Correte così da fare vostro il premio, che sarà corona incorruttibile » (1 Cor. IX, 24-25) : « Ho combattuto la buona battaglia, ho terminata la corsa, ho conservata la fede: del resto a me è serbata la corona della giustizia che il Signore, giusto Giudice, renderà a me in quel giorno, né solo a me ma anche a coloro che desiderano la sua venuta » (II Tim. IV, 7-8). Così la S. Scrittura insegna che il giustificato può, con la Grazia, fruttificare in opere buone, che deve compiere e che esse sono meritorie davanti a Dio.

2. La tradizione. – La fede della Chiesa nel valore meritorio delle opere buone si rileva dagli scritti dei secc. 1 e 11, nei quali, a giudizio del protestante Schutz, accanto alla Grazia di Dio, l’acquisizione d’una ricompensa per l’azione dell’uomo appare come una cosa naturale. – S. Giustino: « Abbiamo appreso dai profeti e manifestiamo per vero che le pene e i supplizi e le buone ricompense vengono ripartite secondo il merito delle opere di ciascuno » (Apologia I, 43: PG 6, 392). S. Ireneo: « Stimiamo preziosa la corona… che si acquista con la lotta… e tanto più preziosa quanto più attraverso il combattimento ci viene » (Adv. Hæres., 4, 37, 7: PG 7, 1104). Tertulliano fu il primo a introdurre la parola meritum, rimasta nell’uso teologico (Apologeticum, 18: PL, 434-35). S. Cipriano: «Puoi giungere a veder Dio, se avrai meritato Dio con la vita e le opere » (De opere et eleemosynis, 14: PL 4, 635). L’insegnamento dei Padri si determinò progressivamente soprattutto nella catechesi ordinaria e nelle omelie; p. es., s. Cirillo di Gerusalemme dice: « Radice d’ogni buona azione è la speranza della risurrezione, poiché l’aspettativa della mercede tonifica l’anima» (Cathech., 18, 1: PG 33, 107); s. Ambrogio: « Davanti ai singoli sta la bilancia dei nostri meriti; nel giorno del giudizio o le nostre opere ci saranno di aiuto o ci immergeranno nel profondo » (Epist., 2, 14, 16: PL 16, 883); s. Agostino: «avendo detto (Rom. VI, 23) salario del peccato la morte, chi non riterrebbe di soggiungere: salario poi della giustizia, la vita eterna? Ed è vero, poiché come al merito del peccato vien resa come castigo la morte, così al merito della giustizia come ricompensa la vita eterna» (Epist., 194, 20-21 : PL 33, 881; cf. Rivière, articolo cit. in bibl., col. 576 sgg).

3. La scolastica. – Il medioevo raccolse l’eredità patristica, l’assoggettò a rigorosa analisi, approfondendo le nozioni di naturale e soprannaturale e la « sinergia » tra Grazia e volontà libera, indagando l’essenza e il fondamento del m. dell’u., precisando i concetti di merito de condigno e de congruo. La distinzione è fondata sul diverso rapporto tra l’opera meritoria e il premio. Il merito de condigno importa una certa morale e proporzionale (non aritmetica) eguaglianza tra l’opera buona e il premio, così che, posta l’accettazione e la promessa da parte di Dio, il premio è dovuto secondo giustizia; quello de congruo non si fonda su eguaglianza e quindi il premio non è nell’ordine della giustizia, ma piuttosto in quello della convenienza (decentia) e della benignità; se vi si aggiunge la promessa divina, cui Dio è fedele, si ha il merito de congruo infallibile. Tra i due c’è solo analogia; merito vero, in senso proprio e stretto, è soltanto quello de condigno: con tale valore va preso, secondo l’interpretazione comune dei teologi, il termine « merito » nei documenti tridentini.

4. Il magistero ecclesiastico. — Nel 529, al termine della controversia semipelagiana, il secondo Concilio di Orange, al can. II (Denz – U, 191) affermò: « La Grazia non è prevenuta da merito alcuno. Alle buone opere, se vengono compiute, è dovuta la mercede, ma affinché esse siano fatte, precede la Grazia che non è dovuta ». Il Concilio di Trento trattò l’argomento con particolare chiarezza, specialmente nel cap. 16 e can. 32 della sess. VI: « Chi avrà detto che le buone opere dell’uomo giustificato sono talmente doni di Dio, da non essere anche meriti buoni dello stesso giustificato, o che il giustificato stesso con le opere buone, che da lui son compiute per la Grazia di Dio e per il merito di Gesù Cristo (di cui è membro vivo), non merita veramente l’aumento della Grazia, la vita eterna e della stessa vita eterna il conseguimento (se tuttavia sarà morto in Grazia) ed anche l’aumento della gloria, sia scomunicato » (Denz – U, 809, 842; cf. anche i cann. 2, 24 e 26: (Denz-U, 812, 834, 836). Nel 1567 s. Pio V condannò gli errori di Michele Bajo, il quale, misconoscendo la distinzione tra l’ordine naturale e soprannaturale, affermò che le opere dell’uomo danno diritto alla ricompensa celeste « in virtù d’una legge naturale » e negò che per veramente meritare l’uomo abbia bisogno della Grazia della filiazione divina e dello Spirito Santo inabitante (cf. propp. 2-18; Denz-U, 1002-18). – Nel 1653 Innocenzo X dichiarò e condannò come eretica la 3a proposizione di Giansenio: « Nello stato di natura decaduta, per meritare e demeritare non si richiede nell’uomo la libertà dalla necessità, ma basta la libertà da coazione » (Denz – U, 1094).

5. Battute polemiche. — Dopo questa rapida scorsa, si può concludere che quando la Chiesa alle negazioni della « riforma » oppose i memorabili capitoli e canoni della VI sessione tridentina, essa non altro esprima che la dottrina di Gesù. La « riforma » fu essenzialmente una lotta violenta contro il merito delle opere buone. È vero che alle prime radicali negazioni luterane furono aggiunti, subito e ancor più in seguito, dei correttivi, ma la sostanza restò e resta nei libri simbolici e nella concezione generale del cristianesimo protestante e riformato. Si pensò del tutto spenta per il bene la forza di volontà dell’uomo decaduto, così che resterebbe in sé inerte anche sotto la Grazia divina, mentre una giustificazione solamente esteriore e imputata non può certo recare uno stabile interno principio del vivere e dell’agire schiettamente umano e insieme divino. Si ragionò secondo ilfalso presupposto che la Grazia e l’opera dell’uomo sono come due rette originanti da due punti distinti, mentreè la Grazia che inizia, cui si allea, movendosi vitalmentesotto la sua continua spinta, forte e soave, la volontà libera. Il m. è il prodotto di due fattori, Grazia e libertà,ambedue realmente operanti e indispensabili alla realtà dell’effetto.L’opera meritoria dell’uomo sembra porre la creatura con diritti di fronte al Creatore, e ciò per di più suun terreno soprannaturale, di cui la gratuità è nota essensenziale. A tale obiezione si risponde concedendo di unaparte che tra Dio e l’uomo non vi può essere rapporto di rigorosa giustizia, e ricordando dall’altra la « coronadi giustizia » di s. Paolo e il detto di s. Agostino: « Dio si è fatto debitore non con il dovere ma con il promettere.Non possiamo dirgli: rendi quel che hai ricevuto, ma bene diciamo: rendi ciò che hai promesso » (En. in Ps.LXXXIII, 16: PL 37, 1068). Chese il Signore ha affermato: (S. Luc.XVII, 10) che ci si deve considerare « servi inutili », ha anche detto (S. Mt. XXV, 23): « Bravo! Servo buono e fedele. » Mala Scrittura dice che la vita eterna è eredità per i figli. È vero, ma dice anche che è mercede promessa ai figli operanti il bene. Si noti di passaggio come ancorauna volta l’eresia s’affermi come visione parziale, pretendente alla totalità. Per altro verso non reca ingiuria al merito di Gesù Cristo il m. dell’u., come non fa ingiuria alla vite il grappolo che pende dal tralcio. Faefficace il merito della passione e morte del Signoreda ottenere che l’uomo in lui potesse meritare. C’è poiil falso presupposto, molto comune, che in nome d’un purismo morale qualifica come grettamente egoistica ed interessata la dottrina cattolica del merito ove, si dice, domina la « mania della ricompensa ». Senza voler confutare a fondo tale posizione, si nota che esiste un rapporto oggettivo tra l’opera buona e il premio e che pertanto è morale che l’uomo, nel suo operare, positivamente intenda la retribuzione.

II. CONDIZIONI DEL M. DELL’U. –

1. Da parte dell’operante. — Questi deve essere : a) in statu viæ, perché al sopraggiungere della notte (la morte) nessuno può più operare » (Io. IX, 14); occorre compiere il bene « mentre abbiamo tempo » (Gal. VI, 10). B) in statu gratiæ (v. il Concilio Tridentino e la condanna degli errori di Bajo, sopra citati), deve cioè essere inserito vitalmente, come membro vivo di Cristo, da cui solo deriva nell’uomo l’operare cristiforme e meritorio. La dottrina cattolica non ipostatizza le opere, considerandole così avulse dal soggetto perante come avessero un valore in sé e per sé, come la moneta d’oro posseduta dal ladro, se non ripetessero tale valore meritorio de Condignoanche dalla dignità soprannaturale del soggetto operante, costituito per la Grazia abituale amico di Dio.

2. Da parte dell’opera. – Questa deve essere: a) libera, perfettamente, cioè non solo esente da costrizione esterna, ma anche da interna necessità (v. la 3a prop. di Giansenio dichiarata eretica): il merito è nell’ordine dei valori morali umani, la cui radice è la libertà; per questo il giustificato che muore prima di aver compiuto atti liberi ottiene la vita eterna solo come eredità; né il merito cessa ove l’opera sia obbligatoria: è comandamento evangelico l’amore dei nemici, eppure è detto che per chi li ama sarà grande la mercede » ( S. Lc. VI, 35); nel caso del precetto per cui l’opera è già dovuta a Dio, S. Tommaso ritiene che l’uomo ne ha il merito, « perché di propria volontà fa ciò che deve » (Sum. Theol., 1a – 2æ, q. 104, a. 1, ad 1); b) buona, ossia secondo tutti gli elementi richiesti per l’onestà dell’atto umano: l’opera cattiva merita il castigo; l’omissione di un’azione cattiva risulta meritoria quando richiede forza morale; c) soprannaturale: certamente per ragione del principio elicitivo prossimo, che è la facoltà elevata dall’abito infuso, che probabilmente dev’essere mossa dalla Grazia attuale. Che l’atto umano debba anche essere in qualche modo orientato verso Dio come autore della salvezzasoprannaturale è da ammettere; i teologi però non sono d’accordo nel precisare quale intenzionalità o motivooccorra. La Chiesa ha condannato alcune proposizioni di Quesnel tendenti ad affermare che solo l’atto di carità è meritorio (Denz – U, 1403 sgg.).

3.  Da parte di Dio. — Occorre la promessa di Dio di accettare l’opera buona e di premiarla. La ragione è che l’uono non può pretendere d’avere uno stretto diritto di fronte a Dio; occorre che Dio prenda graziosamente l’iniziativa d’ordinare a sé l’opera umana con la promessa del premio. La Rivelazione ha messo in chiaro questo punto in tutti i passi della Scrittura e dei Padri dove si dice che si può e si deve compiere opere buone. I teologi discutono sulla funzione che compete a tale ordinazione e promessa circa il m. dell’u. C’è chi pensa che l’opera, pure compiuta nelle condizioni richieste, non è in séaffatto proporzionata al premio senza la promessa divina; altri, all’opposto, ritengono che lo è intrinsecamente; molti affermano che tale opera ha in sé radicalmente e in actu primo la ragion di merito, che la divina promessa integra e compie in actu secundo, così che il premio le sia strettamente dovuto. Quest’ultima sembra la vera sentenza, poiché tiene in giusto conto e la dignitàintrinseca dell’opera e la trascendenza di Dio, che solo promettendo si fa nostro debitore. Da ultimo è da notare che per il merito de congruonon si esige lo stato di Grazia e che la promessa di Dio è solo richiesta per il merito de congruoinfallibile.

III. OGGETTO DEL M. DELL’U . –

Il Concilio Tridentino (sess. VI, cap. 16, can. 2, sopra riferiti) definisce gli oggetti che l’uomo, gratuitamente giustificato, con le buone opere merita veramente, cioè de condigno, e sono: 1) la vita eterna, oggetto principale;2) l’aumento della gloria, in quanto il Signore darà aciascuno secondo le sue opere e secondo la sua fatica: chi ha guadagnato dieci mine sarà costituito sopra dieci città, chi cinque, su cinque (S. Lc. XII, 16 sgg.). Epoiché il Regno di Dio, che è la vita eterna, s’inizia in terra nell’anima del giusto, dove la Grazia intrinsecamente aumentabile ne è il seme, la preparazione e la caparra, e poiché a un determinato grado di Grazia abituale corrisponderà un determinato grado di gloria, si deduce che anche l’aumento di Grazia è oggetto di merito. Il giusto merita pure il conferimento o soluzione della mercede eterna, che sarà però data a suo tempo e alla condizione ch’egli muoia in Grazia di Dio. – Non sono oggetto di merito de condigno: a) la giustificazione e le grazie per prepararvisi: s. Paolo lo afferma più volte e il Concilio di Trento lo ha definito (Sess. VI, cap. 8; Denz-U, 801); infatti la condizione per tale merito è l’esser giusto; qui pertanto vale il principio: « la prima grazia non può essere oggetto di merito »; b) ogni bene soprannaturale che il giusto intende ottenere per altri: Dio rende a ciascuno secondo le proprie opere, che sole, in quanto personali, valgono per la corona; è privilegio esclusivo di Gesù Cristo, l’unico mediatore, d’aver meritato de condignoper gli altri; c) la Grazia efficace in quanto tale: è sentenza comune dei teologi, fondata anche sulla mancanza, a questo riguardo, della promessa divina; d) il dono della perseveranza finale, che il Tridentino chiama magnum donum, circa il quale anche il giustificato deve sempre essere in salutare timore: lo stesso Concilio non lo elenca tra gli oggetti del merito vero, ma lo mette come condizione al meritato conseguimento della vita eterna; e) la propria riparazione, dopo la perdita della Grazia. La colpa mortale pone l’uomo nello stato di condannato a morte eterna, con sentenza immediatamente eseguibile: se Dio lo rifà suo figliolo, ciò è dovuto alla sola sua benignità. Quanto all’oggetto del merito de congruo, il peccatore può meritare: a) le ulteriori grazie attuali, con cui disporsi più da vicino alla giustificazione; questo merito, per la promessa di Dio, è infallibile; b) la giustificazione. E la sentenza più comune e meglio fondata nella Rivelazione e in alcuni incisi del Tridentino. Anzi quando si tratta dell’atto di contrizione perfetta il merito de congruoè infallibile. Il giusto può meritare: a) le Grazie efficaci e la stessa perseveranza finale; mancando però la promessa divina, il merito è fallibile: si osservi con il Suàrez (De Gratia, 12, 38, 14) che la perseveranza finale è meritata non con uno o più determinati atti o durante un certo tempo, ma con una serie di atti buoni svolgentesi per tutta la vita; il «gran dono» è oggetto infallibile della «supplice preghiera»; b) anche i beni temporali, in quanto sono d’aiuto per la vita eterna. Per gli altri, il giusto può meritare de congruo tutto ciò che in qualunque modo può meritare per sé, in più la prima Grazia soprannaturale e la prima Grazia efficace, s’intende fallibilmente. Tre grandi cose sono assolutamente e soltanto doni per chi li riceve: la prima Grazia soprannaturale, la prima Grazia efficace, e la predestinazione totale. L’ultimo tocco della misericordia divina è la reviviscenza dei meriti (v.).

BIBL.: I. Rivière, Mérite, in D Th C, X, coli. 574 – 785: id., La doctrine du mérite au Concile de Trente, in Revue des sciences religieuses, 7 (1927), PP. 262 – 98; id., St Thomas et le mérite «de congruo », ibid., pp. 641 – 49; id., Sur l’origine des formules «de congruo », « de condigno », i n Bullettin de la littérature ecclésiastique, 28 (1927). PP – 75 – 89; H. Lange, De Gratta, Friburgo in Br. 1929, pp. 123 – 29, 557 – 90; A. Landgraf, Die Bestimmung des Verdienstgrades in der Fruhscholastik, in Scholastik, 8 (1933), pp. 1 – 4 0; – E . Hugon, Le mérite dans la vie spirituelle, Juvisy 1 9 3 5 ; P. De Letter, De ratione meriti sec. s. Thomam, Roma 1939; P. Parente, Anthropologia supernaturalis, 2″ ed., Roma 1946, pp. 173 – 81; – B. Bartmann, Manuale di teologia dogmatica, II, trad. R. di N. Bussi, Alba 1949, PP. 347 – 57. Mario Ghirardi