DOMENICA DI SESSAGESIMA (2020)

DOMENICA DI SESSAGESIMA 2020

Stazione a S. Paolo fuori le mura.

Semidoppio Dom. privil. di I cl. – Paramenti violacei.

Come l’ultima Domenica, e come le Domeniche seguenti, fino a quella della Passione, la Chiesa « ci insegna a celebrare il mistero pasquale, a traverso le pagine dell’uno e dell’altro Testamento ». Durante tutta questa settimana, il Breviario parla di Noè. Vedendo Iddio che la malizia degli uomini sulla terra era grande, gli disse: « Sterminerò l’uomo che ho creato… Costruisciti un’arca di legno resinoso. Farò alleanza con te e tu entrerai nell’arca ». E le acque si scatenarono allora sulla terra per quaranta giorni e quaranta notti. L’arca galleggiava sulle onde che si elevarono sopra le montagne, coprendole. Tutti gli uomini furono trasportati come festuche nel turbine dell’acqua » (Grad.). Non rimase che Noè e quelli che erano con lui nell’arca. Dio si ricordò di Noè e la pioggia cessò. Dopo qualche tempo Noè apri la finestra dell’arca e ne fece uscire una colomba che ritornò con un ramoscello freschissimo di ulivo. Noè comprese che le acque non coprivano più la terra. Dio gli disse: « Esci dall’arca e moltiplicati sulla terra ». Noè innalzò un altare e offri un sacrificio. E l’odore di questo sacrificio fu grato a Dio (Com.). L’arcobaleno apparve come un segno di riconciliazione fra Dio e gli uomini. – Questo racconto si riferisce al mistero pasquale poiché la Chiesa ne fa la lettura il Sabato Santo. Ecco come Essa l’applica, nella liturgia, a nostro Signore e alla sua Chiesa. « La giusta collera del Creatore sommerse il mondo colpevole nelle acque vendicatrici del diluvio, Noè solo fu salvo nell’arca; di poi l’ammirevole potenza dell’amore lavò l’universo nel sangue [Inno della festa del prezioso Sangue]. È il legno dell’arca che salvò il genere umano, e quello della croce, a sua volta, salvò il mondo. « Sola, dice la Chiesa, parlando della croce, sei stata trovata degna di essere l’arca che conduce al porto il mondo naufrago » [Inno della Passione]. La porta aperta nel fianco dell’arca, per la quale sarebbero entrati quelli che dovevano sfuggire al diluvio e che rappresentavano la Chiesa, è, come spiega la liturgia, una figura del mistero della redenzione, perché sulla croce Gesù ebbe il costato aperto e da questa porta di vita, uscirono i Sacramenti che donano la vera vita alle anime. Il sangue e l’acqua che ne uscirono sono i simboli dell’Eucaristia e del Battesimo » [7a lettura nella festa del prezioso Sangue].  « O Dio, che, lavando con le acque i delitti del mondo colpevole, facesti vedere nelle onde del diluvio una immagine della rigenerazione, affinché il mistero di un solo elemento fosse e fine ai vizi e sorgente di virtù, volgi lo sguardo sulla tua Chiesa e moltiplica in essa i tuoi figli, aprendo su tutta la terra il fonte battesimale per rigenerarvi le nazioni » [Benedizione del fonte battesimale nel Sabato Santo]. Ai tempi di Noè dice S. Pietro, otto persone furono salvate dalle acque; a questa figura corrisponde il Battesimo che ci salva al presente » [Epistola del Venerdì di Pasqua]. — Quando il Vescovo benedice, nel Giovedì Santo, l’olio che si estrae dall’ulivo e che servirà per i Sacramenti, dice: « Allorché i delitti del mondo furono espiati mediante il diluvio, una colomba annunziò la pace alla terra per mezzo di un ramo di Ulivo che essa portava, simbolo dei favori che ci riservava l’avvenire. Questa figura si realizza oggi, quando, le acque del Battesimo avendo cancellati tutti i nostri peccati, l’unzione dell’olio dona alle nostre opere bellezza e serenità ». Il sangue di Gesù è « il sangue della nuova alleanza » che Dio concluse per mezzo del suo Figlio con gli uomini. «Tu hai voluto, dice la Chiesa, che una colomba annunziasse con un ramoscello di ulivo la pace alla terra ». Spesso nella Messa, che è il memoriale della Passione, si parla della pace: « Pax Domini sit semper vobiscum ». « Il sacramento pasquale, dirà l’orazione del Venerdì di Pasqua, suggella la riconciliazione degli uomini con Dio». Noè è in modo speciale il simbolo del Cristo a causa della missione affidatagli da Dio di essere « il padre di tutta la posterità » (Dom. di settuag., 6a lettura). Di fatti Noè fu il secondo padre del genere umano ed è il simbolo della vita rinascente. « I rami d’ulivo, dice la liturgia, figurano, per le loro fronde, la singolare fecondità da Dio accordata a Noè uscite dall’arca » (Benediz. Delle Palme). Per questo l’arca è stata chiamata da S. Ambrogio, nell’ufficio di questo giorno, « seminario » cioè il luogo che contiene il seme della vita che deve riempire il mondo. Ora, ancora più di Noè, Cristo fu il secondo Adamo che popolò il mondo di una generazione numerosa di anime credenti e fedeli a Dio. Ed è per questo che l’orazione dopo la 2a profezia, consacrata a Noè il Sabato Santo, domanda al Signore ch’Egli compia, nella pace, l’opera della salute dell’uomo decretata fin dall’eternità, in modo che il mondo intero esperimenti e veda rialzato tutto ciò che era stato abbattuto, rinnovato tutto ciò che era divenuto vecchio, e tutte le cose ristabilite nella loro primiera integrità per opera di colui dal quale prese principio ogni cosa, Gesù Cristo Signor nostro » Per i neofiti della Chiesa — dice la liturgia pasquale — (poiché è a Pasqua che si battezzava) la terra è rinnovellata e questa terra così rinnovellata germinat resurgentes, produce uomini risorti » (Lunedi di Pasqua. Mattutino monastico). In principio, è per mezzo del Verbo, cioè della sua parola, che Dio creò il mondo (ultimo Vangelo). Ed è con la predicazione del suo Vangelo che Gesù viene a rigenerare gli uomini. « Noi siamo stati rigenerati, dice S. Pietro, con un seme incorruttibile, con la parola di Dio che vive e rimane eternamente. E questa parola è quella per la quale ci è stata annunziata la buona novella (cioè il Vangelo) » (S. Pietro, I, 23). Questo ci spiega perché il Vangelo di questo giorno sia quello del Seminatore, (« la semenza è la parola di Dio »). » Se ai tempi di Noè gli uomini perirono, ciò fu a causa della loro incredulità, dice S. Paolo, mentre mediante là sua fede Noè si fabbricò l’Arca, condannò il mondo e diventò erede della giustizia, che viene dalla fede» (Ebr. XI, 7). Così quelli che crederanno alla parola di Gesù saranno salvi. S. Paolo dimostra, nell’Epistola di questo giorno, tutto quello che ha fatto per predicare la fede alle nazioni. L’Apostolo delle genti è infatti il predicatore per eccellenza. Egli è il « ministro del Cristo » cioè colui che Dio scelse per annunziare a tutti i popoli la buona novella del Verbo Incarnato. « Chi mi concederà – dice S. Giovanni Crisostomo, – di andare presso la tomba di Paolo per baciare la polvere delle sue membra nelle quali l’Apostolo compì, con le sue sofferenze, la passione di Cristo, portò le stimmate del Salvatore, sparse dappertutto, come una semenza, la predicazione del Vangelo? » (Ottava dei SS. Apostoli Pietro e Paolo – 4 luglio). La Chiesa di Roma realizza questo desiderio per i suoi figli, celebrando, in questo giorno, la stazione nella Basilica di S. Paolo fuori le mura.

Incipit 

In nómine Patris,  et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XLIII: 23-26

Exsúrge, quare obdórmis, Dómine? exsúrge, et ne repéllas in finem: quare fáciem tuam avértis, oblivísceris tribulatiónem nostram? adhaesit in terra venter noster: exsúrge, Dómine, ádjuva nos, et líbera nos. [Risvégliati, perché dormi, o Signore? Déstati, e non rigettarci per sempre. Perché nascondi il tuo volto diméntico della nostra tribolazione? Giace a terra il nostro corpo: sorgi in nostro aiuto, o Signore, e líberaci.]

Ps XLIII: 2 – Deus, áuribus nostris audívimus: patres nostri annuntiavérunt nobis. [O Dio, lo udimmo coi nostri orecchi: ce lo hanno raccontato i nostri padri.]

Oratio

Orémus.

Deus, qui cónspicis, quia ex nulla nostra actióne confídimus: concéde propítius; ut, contra advérsa ómnia, Doctóris géntium protectióne muniámur. – Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia sæcula sæculorum.

[O Dio, che vedi come noi non confidiamo in alcuna òpera nostra, concédici propizio d’esser difesi da ogni avversità, per intercessione del Dottore delle genti. – Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. R. – Amen.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corínthios.

2 Cor XI: 19-33; XII: 1-9.

“Fratres: Libénter suffértis insipiéntens: cum sitis ipsi sapiéntes. Sustinétis enim, si quis vos in servitútem rédigit, si quis dévorat, si quis áccipit, si quis extóllitur, si quis in fáciem vos cædit. Secúndum ignobilitátem dico, quasi nos infírmi fuérimus in hac parte. In quo quis audet, – in insipiéntia dico – áudeo et ego: Hebraei sunt, et ego: Israelítæ sunt, et ego: Semen Abrahæ sunt, et ego: Minístri Christi sunt, – ut minus sápiens dico – plus ego: in labóribus plúrimis, in carcéribus abundántius, in plagis supra modum, in mórtibus frequénter. A Judaeis quínquies quadragénas, una minus, accépi. Ter virgis cæsus sum, semel lapidátus sum, ter naufrágium feci, nocte et die in profúndo maris fui: in itinéribus sæpe, perículis fluminum, perículis latrónum, perículis ex génere, perículis ex géntibus, perículis in civitáte, perículis in solitúdine, perículis in mari, perículis in falsis frátribus: in labóre et ærúmna, in vigíliis multis, in fame et siti, in jejúniis multis, in frigóre et nuditáte: præter illa, quæ extrínsecus sunt, instántia mea cotidiána, sollicitúdo ómnium Ecclesiárum. Quis infirmátur, et ego non infírmor? quis scandalizátur, et ego non uror? Si gloriári opórtet: quæ infirmitátis meæ sunt, gloriábor. Deus et Pater Dómini nostri Jesu Christi, qui est benedíctus in saecula, scit quod non méntior. Damásci præpósitus gentis Arétæ regis, custodiébat civitátem Damascenórum, ut me comprehénderet: et per fenéstram in sporta dimíssus sum per murum, et sic effúgi manus ejus. Si gloriári opórtet – non éxpedit quidem, – véniam autem ad visiónes et revelatiónes Dómini. Scio hóminem in Christo ante annos quatuórdecim, – sive in córpore néscio, sive extra corpus néscio, Deus scit – raptum hujúsmodi usque ad tértium coelum. Et scio hujúsmodi hóminem, – sive in córpore, sive extra corpus néscio, Deus scit:- quóniam raptus est in paradisum: et audivit arcána verba, quæ non licet homini loqui. Pro hujúsmodi gloriábor: pro me autem nihil gloriábor nisi in infirmitátibus meis. Nam, et si volúero gloriári, non ero insípiens: veritátem enim dicam: parco autem, ne quis me exístimet supra id, quod videt in me, aut áliquid audit ex me. Et ne magnitúdo revelatiónem extóllat me, datus est mihi stímulus carnis meæ ángelus sátanæ, qui me colaphízet. Propter quod ter Dóminum rogávi, ut discéderet a me: et dixit mihi: Súfficit tibi grátia mea: nam virtus in infirmitáte perfícitur. Libénter ígitur gloriábor in infirmitátibus meis, ut inhábitet in me virtus Christi.”

Omelia I

[A. Castellazzi: Alla Scuola degli Apostoli; Sc. Tip. Artigianelli, Pavia, 1929]

 “Fratelli: Saggi come siete, tollerate volentieri gli stolti. Sopportate, infatti, che vi si renda schiavi, che vi si spolpi, che vi si raggiri, che vi si tratti con arroganza, che vi si percuota in viso. Lo dico per mia vergogna: davvero che siamo stati deboli su questo punto. Eppure di qualunque cosa altri imbaldanzisce (parlo da stolto) posso imbaldanzire anch’io. Sono Ebrei? anch’io; sono Israeliti? anch’io; discendenti d’Abramo? anch’io. Sono ministri di Cristo? (parlo da stolto) ancor più io. Di più nelle fatiche; di più nelle prigionie: molto di più nelle battiture; spesso in pericoli di morte. Dai Giudei cinque volte ho ricevuto quaranta colpi meno uno. Tre volte sono stato battuto con verghe, una volta lapidato. Tre volte ho fatto naufragio, ho passato un giorno e una notte nel profondo del mare. In viaggi continui tra pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli da parte dei mei connazionali, pericoli da parte dei gentili, pericoli nelle città, pericoli del deserto, pericoli sul mare, pericoli tra i falsi fratelli; nella fatica e nella pena; nelle veglie assidue; nella fame e nella sete; nei digiuni frequenta nel freddo e nella nudità. E oltre le sofferenze che vengono dal di fuori, la pressione che mi si fa ogni giorno, la sollecitudine di tutte le Chiese. Chi è debole, senza che io ancora non sia debole? Chi è scandalizzato, senza che io non arda? Se bisogna gloriarsi, mi glorierò della mia debolezza. E Dio e Padre del nostro Signor Gesù Cristo, che è benedetto nei secoli, sa che non mentisco. A Damasco il governatore del re Areta, faceva custodire la città dei Damascesi per impadronirsi di me. E da una finestra fui calato in una cesta lungo il muro, e così gli sfuggii di mano. Se bisogna gloriarsi (certo non è utile) verrò, dunque, alle visioni e alle rivelazioni del Signore. Conosco un uomo in Cristo, il quale, or son quattordici anni, (se col corpo non so; se senza corpo non so; lo sa Dio) fu rapito in paradiso, e udì parole arcane, che a un uomo non è permesso di profferire. Rispetto a quest’uomo mi glorierò; quanto a me non mi glorierò che delle mie debolezze. Se volessi gloriarmi non sarei stolto, perché direi la verità; ma me ne astengo, affinché nessuno mi stimi più di quello che vede in me o che ode da me. E affinché l’eccellenza delle rivelazioni non mi facesse insuperbire, m’è stata messa una spina nella carne, un angelo di satana, che mi schiaffeggi. A questo proposito pregai tre volte il Signore che lo allontanasse da me. Ma egli mi disse: «Ti basta la mia grazia; poiché la mia potenza si dimostra intera nella debolezza». Mi glorierò, dunque, volentieri delle mie debolezze, affinché abiti in me la potenza di Cristo” (2 Cor. XI, 19-33 e XII, 1-9).

S. Paolo aveva sentito dal discepolo Tito, come la sua prima lettera a quei di Corinto aveva prodotto buoni effetti, e come quei Cristiani gli erano affezionati e fedeli. Alcuni, però, erano rimasti ostili a Paolo, a cui muovevano parecchie accuse. Dalla Macedonia, ove s’era incontrato con Tito, l’Apostolo s’affretta a scrivere ai Corinti una seconda lettera, in cui risponde ai suoi detrattori, e difende il proprio operato. Da questa lettera è tolta l’Epistola di quest’oggi, nella quale, descrivendo il proprio ministero apostolico, in opposizione al ministero dei suoi detrattori, S. Paolo scrive una insuperabile pagina biografica, che ci porge occasione di dire due parole sul grande Dottore delle genti. In lui possiamo considerare:

1. Il Giudeo,

2. L’Apostolo,

3. Il Martire.

1.

Gli oppositori di S. Paolo lo dipingono come un nemico dei figli d’Israele, ed egli risponde di non essere meno Ebreo dei suoi accusatori. Sono Ebrei? anch’io: sono Israeliti? anch’io, discendenti d’Abramo? anch’io. Paolo nasce a Tarso, nella Cilicia, da padre ebreo, e precisamente della tribù di Beniamino. Dopo la prima istruzione in patria, va a Gerusalemme dal celebre dottor della legge Gamaliele, il quale, sotto l’atrio del tempio, teneva scuola a numerosi giovani, istruendoli nella legge di Mosè. Paolo primeggia nello studio della legge e nello zelo per la sua osservanza. Zelo che arriva al punto di volere la prigionia, la morte per i seguaci del Nazareno. Quando Stefano cade sotto la furia dei sassi, egli è lì sul posto ad assistere, «approvando l’assassinio di lui» (Act. VII, 60). E quando si scatena la prima persecuzione contro i seguaci di Gesù Cristo, non rimane inerte. Leggiamo che egli « devastava la Chiesa entrando per le case, e, trascinando uomini e donne, li faceva mettere in prigione » (Act. VIII, 3). Nel suo zelo ardente per la tradizione dei padri non si contenta della persecuzione di Gerusalemme. Vuol perseguitare i discepoli del Signore dove li trova, e riesce a ottenere dal principe dei sacerdoti lettere alle Sinagoghe di Damasco « per menar legati a Gerusalemme quanti avesse trovato di quella dottrina, uomini e donne » (Act. IX, 2). Ma qui lo attendeva quel Gesù che egli perseguitava nei suoi discepoli. Mentre egli, ancor spirante minacele e strage, s’avvicina a Damasco, sul mezzo giorno, è investito all’improvviso da una luce del cielo, e, cadendo a terra, sentì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo perché mi perseguiti? ». Egli disse: «Chi sei, o Signore? E il Signore rispose: « Io sono Gesù che tu perseguiti. È dura cosa per te ricalcitrare contro il pungolo». Ed egli tremante e pieno di stupore domandò: « Signore che vuol che io faccia? » E il Signore a lui: «Alzati, ed entra in città, e lì ti sarà detto quel che dovrai fare» (Att. IX, 3-6). Saulo, divenuto cieco, è guidato dai suoi compagni alla casa di Giuda. Quivi è visitato dal discepolo Anania, miracolosamente avvertito, che gli ridona la vista con l’imposizione delle mani e lo battezza. Ora Paolo non è più quello di prima. La grazia ha trasformato il lupo in agnello, il persecutore in difensore, il nemico in soldato fedele. La grazia di Dio ha compiuto uno strepitoso miracolo per nostro ammaestramento. Infatti «per indurci alla nostra emendazione quale impulso maggiore avrebbe potuto darci, che quello della conversione d’un persecutore per darcelo dottore?» (S. Ambrogio, De Pœn. L. 2, 5). « Qualsiasi peccatore — esorta S. Agostino — guardi all’Apostolo Paolo a cui da Dio fu perdonata tanta malizia e tanta crudeltà e non disperi, ma si converta a Dio » (En. 1 in Ps. 70, 1).

2.

Se c’erano di quelli che potevano vantarsi di lavorare per il Vangelo, non potevano vantarsi di lavorare come Paolo, che era più di loro nelle fatiche. Paolo era stato chiamato da Dio a portare il suo Nome soprattutto fra le genti. Ad Anania, che è preoccupato per l’ordine ricevuto di recarsi da Saulo in casa di Giuda, «Va pure — dice il Signore — perché costui è uno strumento da me eletto a portare il mio Nome ai gentili e ai re e ai figliuoli d’Israele» (Att. IX, 15). Era una missione mondiale, che S. Paolo abbracciò con grande ardore e condusse sino alla fine. Nessun confine può arrestare i suoi passi. Lo troviamo nella Siria, nella Gabazia, nella Panfilia, nella Pisidia, nella Licaonia, nella Cilicia, nella Frigia, nella Macedonia, nella Grecia, nell’Illiria. in Italia, a Roma, da dove si propone di andare in Spagna sino ai confini del mondo romano. Viaggiava, ora da solo, ora con compagni. Sempre era un viaggio faticoso. Se viaggiava per terra c’erano varchi pericolosi da superare, o pianure mai sicure da attraversare. Se viaggiava per mare doveva servirsi di navi o barche non sempre ben solide, sballottate spesso qua e là dalla furia delle onde. Eppure non dice mai: basta! Partito o scacciato da un luogo, ne evangelizza un altro. Il cattivo successo non raffredda il suo zelo, anzi lo rafforza. – Noi ammiriamo il coraggioso che, rotta la cerchia dei nemici, va a piantar la bandiera nel loro campo, e vi raduna attorno i forti che la difendano, e la facciano sventolare. Che dovremmo dire di S. Paolo, che sormonta qualunque ostacolo per portar la luce del Vangelo nei luoghi ove le tenebre sono più fitte; che innalza l’emblema della croce, ove satana maggiormente domina mediante il culto degli dei falsi e bugiardi? «Da Gerusalemme, per le regioni intorno fino all’Illirico — scrive egli ai Romani — ho pienamente compiuto la predicazione del Vangelo di Cristo: studiandomi, così di predicare questo Vangelo là, dove Cristo non è ancor stato conosciuto» (Rom. XV, 19-20). Quando, poi, il tempo e le circostanze lo permettevano egli ritornava in quei luoghi a compiere la sua visita apostolica, a correggere ove si errava, a incoraggiare dove era subentrato il raffreddamento, a infervorare tutti nell’amore a Gesù Cristo. E quando non poteva recarsi in persona mandava i suoi discepoli; mandava le sue lettere che illuminarono e infiammarono i cuori dei fedeli d’allora, e che hanno continuato e continueranno a illuminare e a infiammare i cuori dei fedeli di tutti i secoli. Lo zelo di S. Paolo non si limita alla sollecitudine di tutte le Chiese: si occupa anche dei singoli Cristiani. Ogni giorno è un concorso, una ressa di neofiti, che fa pressione attorno all’Apostolo, e non gli lascia un momento di respiro. Chi ha un dubbio da dilucidare, chi ha un caso da esporre, chi ha una pena da manifestare, chi ha un pericolo che gli sovrasta, ricorre all’Apostolo. Ed egli si fa tutto a tutti. Per tutti ha una risposta, a tutti porta un sollievo, con tutti condivide una lagrima. Chi è debole, senza che io ancora non sia debole! — dichiara egli stesso — Chi è scandalizzato, senza ch’io non arda? – Dove attingeva S. Paolo l’energia per una attività così sorprendente nell’adempimento del suo apostolato? Il velivolo che s’innalza, sorpassa le vette dei monti, sorvola gli oceani che dividono i continenti, ha una forza che lo spinge, il motore. L’amor di Dio è la gran forza che, a traverso i monti e a traverso i mari, spinge Paolo a portar la conoscenza di Gesù Cristo là, dove non è conosciuto. «L’amor di Cristo ci spinge» (2 Cor. V, 14), dice egli stesso. – Se la grandezza dell’amore si conosce dalla grandezza dei patimenti, bisogna dire che l’amor di Dio ardeva senza misura nel petto di San Paolo, perché senza misura furono i patimenti, che accompagnarono e coronarono il suo apostolato.

3.

S. Paolo non solo poteva dire d’essere di più dei suoi oppositori nelle fatiche: poteva anche aggiungere: di più nelle prigionie; molto di più nelle battiture mi trovai spesso in pericoli di morte. Il Signore aveva detto ad Anania, parlando di Paolo : «Io poi gli mostrerò quanto dovrà patire per il mio nome» (Att, IX, 16). E i patimenti accompagnarono costantemente l’apostolato di lui. Ed egli, anziché procurare di schivarli, se ne compiaceva. «Io mi compiaccio — scrive — nelle debolezze, negli obbrobri, nelle necessità, nelle persecuzioni, nelle angustie per il Cristo» (2 Cor. XII, 10). «Egli — come dice il Crisostomo — immolava se stesso ogni giorno» (De Laud. S. Pauli Ap. Hom. 1). La sua vita fu certamente un martirio continuo, se si considerano le penitenze e le mortificazioni volontarie, che sosteneva per essere più somigliante al suo Signore nella passione; se si considerano tutte le prove che Dio gli ha mandato, sia rispetto all’anima, sia rispetto al corpo; se si considerano tutte le insidie e le persecuzioni con cui lo combattevano ebrei e gentili Nel suo apostolato ha da lottare con le onde, con le fiere, contro gli agguati degli assassini. Egli non aspetterà a versare il suo sangue nel giorno bramato, che lo congiungerà con Cristo in cielo. I suoi piedi hanno certamente lasciato impronte di sangue, durante i suoi viaggi, per le vie lunghe e sassose. Sul suo corpo più d’una volta si sono insanguinati i flagelli e le verghe. E quando il suo sangue sta per esser sparso «come libazione», e si approssima la dipartita, può scrivere dal carcere romano al fedele Timoteo, con tutta confidenza: «Ho combattuto la buona battaglia, sono giunto al termine della corsa; ho serbato la fede» (2 Tim. IV, 6-7). – Solamente lo scioglimento dell’anima dal corpo potrà troncare la sua vita di martirio, dopo che avrà compiuto con la più grande fedeltà la missione affidatagli. Il 29 Giugno dell’anno 67 dal carcere vien condotto fuor di Roma sulla via ostiense, nel luogo chiamato Acque Salvie, oggi Tre Fontane, e là è decapitato nello stesso giorno che Pietro è crocifisso. Così, ha termine la vita di quest’uomo che «incarcerato sette volte, inseguito, lapidato, fu banditore della fede in oriente e in occidente» (Ep. 1 Clementis ad Cor. 5, 6). S. Gerolamo suggerisce a Eustachio di leggere il brano della seconda lettera ai Corinti, che forma l’epistola di quest’oggi, quando gli sembra grave la tribolazione che debba sopportare (Ep. 22, 40 ad Eust.). Questo brano ricordiamolo spesso anche noi. È un richiamo di tutta la vita di S. Paolo. La vita di quest’uomo, simile al quale né sorse, né sorgerà il secondo nella conquista delle anime, è di grande insegnamento a tutti. Essa insegna ad amar Dio di amore vivissimo: insegna che l’amore non sente peso né fatica. Le tribolazioni, le angustie, le persecuzioni, la fame, i pericoli, la spada, non valgono a spegnerlo e separar l’uomo dal suo Dio. La vita di S. Paolo ci insegna a non respingere l’aiuto del Signore. Quando Dio c’invita, con le sue ispirazioni, ad abbandonare la via nella quale ci siamo messi; a progredire più generosamente nel suo servizio, non induriamo il cuore, ma rispondiamo pronti come S. Paolo: «Signore, che vuoi tu che io faccia? ».

Graduale

Ps LXXXII: 19; LXXXII: 14

Sciant gentes, quóniam nomen tibi Deus: tu solus Altíssimus super omnem terram, [Riconòscano le genti, o Dio, che tu solo sei l’Altissimo, sovrano di tutta la terra.]

Deus meus, pone illos ut rotam, et sicut stípulam ante fáciem venti.

[V. Dio mio, ridúcili come grumolo rotante e paglia travolta dal vento.]

 Ps LIX: 4; LIX: 6

Commovísti, Dómine, terram, et conturbásti eam. Sana contritiónes ejus, quia mota est. Ut fúgiant a fácie arcus: ut liberéntur elécti tui.

[Hai scosso la terra, o Signore, l’hai sconquassata. Risana le sue ferite, perché minaccia rovina. Affinché sfuggano al tiro dell’arco e siano liberati i tuoi eletti.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum S. Lucam

S. Luc VIII: 4-15

“In illo témpore: Cum turba plúrima convenírent, et de civitátibus properárent ad Jesum, dixit per similitúdinem: Exiit, qui séminat, semináre semen suum: et dum séminat, áliud cécidit secus viam, et conculcátum est, et vólucres coeli comedérunt illud. Et áliud cécidit supra petram: et natum áruit, quia non habébat humórem. Et áliud cécidit inter spinas, et simul exórtæ spinæ suffocavérunt illud. Et áliud cécidit in terram bonam: et ortum fecit fructum céntuplum. Hæc dicens, clamábat: Qui habet aures audiéndi, audiat. Interrogábant autem eum discípuli ejus, quæ esset hæc parábola. Quibus ipse dixit: Vobis datum est nosse mystérium regni Dei, céteris autem in parábolis: ut vidéntes non videant, et audientes non intéllegant. Est autem hæc parábola: Semen est verbum Dei. Qui autem secus viam, hi sunt qui áudiunt: déinde venit diábolus, et tollit verbum de corde eórum, ne credéntes salvi fiant. Nam qui supra petram: qui cum audierint, cum gáudio suscipiunt verbum: et hi radíces non habent: qui ad tempus credunt, et in témpore tentatiónis recédunt. Quod autem in spinas cécidit: hi sunt, qui audiérunt, et a sollicitudínibus et divítiis et voluptátibus vitæ eúntes, suffocántur, et non réferunt fructum. Quod autem in bonam terram: hi sunt, qui in corde bono et óptimo audiéntes verbum rétinent, et fructum áfferunt in patiéntia.”

OMELIA II

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la parola di Dio.

“Semen est verbum Dei”. S. Luc. VIII.

Tale è, fratelli miei, la spiegazione che Gesù Cristo dà Egli stesso alla parabola che ci propone nell’odierno Vangelo, in cui ci fa vedere con una maniera molto sensibile i diversi effetti che la sua parola produce nelle anime, secondo le diverse disposizioni di coloro che l’ascoltano. Non è bisogno di cercar altronde che nel Vangelo, né d’imparare da altra bocca che da quella di Gesù Cristo, la spiegazione di questa parabola, poiché Egli stesso volle darcela. Si paragona Egli ad un uomo che se ne andò a seminar del grano; e nel seminarlo una parte di questo grano cadde su la strada, e fu pestata con i piedi e mangiata dagli uccelli. Un’altra parte cadde sopra un luogo sassoso, ed il grano appena nato, seccò, perché mancava d’umore. Un’altra cadde in mezzo delle spine, e venendo queste a crescere nello stesso tempo lo soffocarono. Finalmente la quarta parte del grano cadde in buona terra, ed essendo cresciuto, rese un frutto centuplicato. – Avendo gli Apostoli domandato al Salvatore la spiegazione di questa parabola, Egli, per far ad essi sentire l’importanza del soggetto, che aveva a trattare, disse loro: Chi ha orecchie per intendere, intenda. Ecco dunque, soggiunse, qual è il senso di questa parabola. Il seme è la parola di Dio: semen est verbum Dei. Quelli significati dal grano che cade sulla strada sono coloro che ascoltano la parola di Dio, ma viene di poi il demonio, che toglie dal loro cuore questa parola, per tema che credendo non si salvino. Quelli raffigurati nel grano che cade sulle pietre sono coloro che, avendo udito la parola di Dio, la ricevono con piacere; ma siccome non hanno un cuor ben disposto, ove ella possa radicarsi, credono per alcun tempo e soccombono allorché sono tentati. Quel che cade nelle spine sono coloro che hanno inteso la parola di Dio, ma in cui essa rimane soffocata dalle sollecitudini e dall’attacco alle ricchezze e ai piaceri della vita. Finalmente quel che cade in buon terreno denota coloro che avendo ascoltata la parola con cuor retto e ben disposto, la conservano e con la pazienza producono del frutto. – Egli è facile il vedere, fratelli miei, dalla spiegazione di questa parabola che il più gran numero di quelli che ascoltano la parola di Dio, ben lungi dal profittarne, ne abusano. Non già che questa divina semente non abbia tutta la virtù necessaria per produrre del frutto; mentre, se il grano di cui si parla nella parabola non fu ugualmente fertile in tutti i luoghi in cui fu sparso, ciò non fu per difetto di sua qualità, ma piuttosto di quella dei diversi terreni: allo stesso modo, se la parola di Dio non produce il suo effetto nel cuore di tutti coloro che l’ascoltano, ciò non proviene che dalle loro cattive disposizioni nell’ascoltarla e dagli ostacoli che essi oppongono alla sua fertilità. Ah! possa io in quest’oggi, fratelli miei, distruggere questi ostacoli ed indurvi ad apportare alla divina parola le disposizioni che da noi esige! Per questo fine bisogna conoscerli. Quali sono dunque questi ostacoli al frutto della divina parola? Ciò sarà il soggetto del mio primo punto. Quali sono le disposizioni che convien apportare alla parola di Dio? Ciò sarà il soggetto del secondo punto. A voi solo appartiene, o Signore, di render fecondo il prezioso seme della vostra parola nel cuore de’ miei uditori; mentre non a chi pianta né a chi irriga, ma a Voi tocca di dare l’accrescimento.

I. Punto. Dio ha fatto intendere agli uomini la sua divina parola, in diversi tempi ed in diverse maniere. Egli ha parlato loro altre fiate, dice l’Apostolo, per mezzo de’ suoi profeti, ed in questi ultimi tempi per mezzo del suo proprio Figliuolo, che ha inviato sulla terra per manifestar loro i suoi voleri. Ed è perciò che questo Figliuolo adorabile si è rivestito della nostra natura per comunicarci con una maniera più intima e più sensibile la dottrina celeste ch’Egli ha succhiata sin dall’eternità nel seno di suo Padre, a questo fine ha conversato cogli uomini, loro ha spiegate le virtù del regno di Dio, gliene ha segnate le strade nel suo santo Vangelo. Questo Verbo incarnato, dopo avere sparso Egli stesso il seme della divina parola, ne ha voluto perpetuare la fecondità sino alla consumazione de’ secoli. E perciò elesse gli Apostoli, li incaricò della cura d’insegnare a tutte le nazioni della terra, e di loro apprendere ciò che essi avevano da Lui stesso appreso: Eantes docete omnes gentes (S. Matth. XXVIII). Si videro questi gloriosi Apostoli, inviati dal loro divino Maestro, spargere la semente di questa santa parola ch’Egli aveva loro confidata, ed è con la forza di questa parola che hanno essi sottomesso il mondo intero all’impero di Gesù Cristo. Si sono vedute le statue delle false divinità cadere al suono della loro voce, come altre volte si videro le mura di Gerico cadere al suono delle trombe, e la Religione del vero Dio prender il posto dell’idolatria che regnava quasi per tutta la terra. Ella è dunque la parola di Dio che ha stabilita la santa Religione che noi professiamo, egli è per mezzo di essa che questa Religione si è conservata sino a noi e si conserverà sino al fine dei secoli. Donde viene dunque, fratelli miei che questa santa parola, la quale fu già potente a convertire il mondo intero, fa al giorno d’oggi sì poca impressione sulla maggior parte di coloro che l’ascoltano? Forse per difetto di essere annunziata agli uomini? Ma questa preziosa semente fu ella mai sparsa con maggior abbondanza che al giorno d’oggi? Mai non vi furono tante prediche, tante istruzioni. Le chiese e le cattedre cristiane rimbombano da ogni parte della voce dei ministri evangelici che annunziano la parola di Dio. Donde vien dunque, ripeto, il poco frutto ch’ella produce sulle menti e sui cuori? Ha forse perduto qualche cosa di quella forza tutta divina che aveva nella bocca degli Apostoli? No, fratelli miei: la lunghezza del tempo, che è scorso da essi sino a noi, non ha punto sminuita la virtù e la purezza del santo Vangelo; noi predichiamo quel medesimo Vangelo che Gesù Cristo e gli Apostoli hanno predicato. Solo dunque per colpa di quelli che ascoltano la parola di Dio, essa diventa loro inutile. Ciò che impedisce a questo buon grano di germogliare nei loro cuori sono gli ostacoli che si oppongono alla sua fecondità. Quali sono questi ostacoli? Noi non possiamo meglio conoscerli che facendo dopo Gesù Cristo l’applicazione della parabola del Vangelo ai diversi caratteri di coloro che ascoltano la parola di Dio. Chi ha orecchie ascolti dunque quest’applicazione che noi siamo per farne a fin di riconoscere s’egli è colpevole e correggersi: Qui habet aures audiendi, audìat (S. Luc. VIII). Ripigliamo, fratelli miei, le circostanze della nostra parabola che ci rappresentano nei diversi terreni in cui fu sparsa la semente le diverse disposizioni di coloro che ascoltano la parola di Dio. Le grandi strade in cui cadde il seme che fu rapito dagli uccelli, ci rappresentano coloro che ascoltano la parola di Dio con uno spirito tutto dissipato. I luoghi sassosi, ove il seme non poté crescere, sono figura della durezza ed incostanza degli altri che nulla profittano della parola di Dio. Finalmente le spine, che impedirono il buon grano di crescere nei luoghi dove fu seminato, sono un’immagine sensibile di quelli in cui l’affetto alle ricchezze e ai piaceri del secolo soffoca il prezioso seme della divina parola. Dissipazione di spirito, durezza ed incostanza di cuore, affetto ai beni e ai piaceri della terra, tali sono gli ostacoli ordinari che impediscono la virtù e l’efficacia della parola di Dio: Qui habet aures audiendi, audiat. Non parlerò io qui di coloro che non vogliono ascoltare la santa parola, che non si degnano neppure di entrare nelle chiese per udirla o ne escono per non profittarne; che trascurano d’istruirsi dei propri doveri, dispregiano gli avvisi che loro si danno, fuggono la compagnia di quelli che si sforzano di rimetterli nella strada della salute. Egli è evidente che costoro portano già seco un carattere di riprovazione: mentre se è un segno di predestinazione l’ascoltare con amore la parola di Dio, Qui ex Deo est , verba Dei audit (S. Jo. VIII), è pur un segno di riprovazione il non volerla ascoltare, come Gesù Cristo rimproverava già ai Giudei: Propterea vos non auditis, quìa ex Deo non estis (ibid). Né meno io parlo di coloro che vengano ad ascoltare la parola di Dio, ma che l’ascoltano sempre con noia, che trovano sempre lungo il tempo delle istruzioni: questi sono, dice l’Apostolo, terre di maledizione su cui cade la rugiada del cielo, ma che producano sol triboli e spine: altrettanto colpevoli, come gli Israeliti, che s’annoiarono della manna data loro da Dio nel deserto: Anima nostra nauseat super cibo isto lenissimo (Num. XXI); amano meglio le cipolle d’Egitto, cioè la vanità del secolo, che il buon nutrimento. Sono essi in uno stato egualmente pericoloso, dice s. Gregorio, che un infermo, il quale nulla trova di buono in ciò che mangia o non può ritenere alcun alimento; segno è questo di morte vicina. Sì, fratelli miei, la noia della parola di Dio sarà sempre, secondo il parere dei santi, una malattia pericolosissima per la salute; temetene le conseguenze e cessate di allontanarvi dalle istruzioni o di ascoltarle con noia. Checché ne sia di coloro che trascurano la parola di Dio, noi qui non ne faremo motto; soltanto parleremo di quelli che Gesù Cristo ci ha più particolarmente designati nella spiegazione della sua parabola. I primi rappresentati da quelle grandi strade in cui cadde la semente sono coloro che per verità ascoltano la parola di Dio, ma il fanno con uno spirito tutto dissipato, tutto ripieno d’idee profane e terrene; che assistono alle istruzioni, ma per tutt’altro motivo che di profittarne. Gli uni vi vengono per vedere o per esser veduti, gli altri per passarvi il tempo; attirati dalla riputazione del predicatore o dalla curiosità dì udirlo, o dalla compagnia che ve li conduce, pensano a spassarsi e non già ad edificarsi. Siccome le grandi strade sono aperte e frequentate da ogni sorta di persone, così il loro spirito è aperto al primo oggetto che si presenta, e non evvi pensiero alcuno straniero cui egli non si applichi. Tale è il primo ostacolo alla parola di Dio, ostacolo che s’incontra nella maggior parte di coloro che l’ascoltano, unicamente occupati delle bagattelle e dei divertimenti del secolo, sono sempre fuori di sé. Riconosceranno essi gli altri al ritratto che si sarà fatto di un vizio, gliene faranno anche l’applicazione nell’uscire da un discorso, spargendo su questo e su quello la malignità della loro censura: ma non vi riconoscono giammai sé medesimi; non è già per essi che il predicatore ha parlato. Così un avaro, un usuraio, che ode parlar del vizio di cui è infetto, lo condanna negli altri; ma il suo sordido attacco per i beni del mondo non passa nel suo spirito che per prudente economia. Le sue orecchie, ripiene del suono dell’oro, sono inaccessibili a quello della divina parola, dice S. Ambrogio. Tale è l’effetto della passione: essa acceca talmente gli uomini che non la ravvisano nel tempo stesso che vien loro dipinta coi più vivi colori; e se la coscienza si fa loro qualche volta sentire, ah! sanno benissimo disfarsi di questi pensieri importuni che li inquietano, per occuparsi di altri oggetti che li dissipano e che rintuzzano le punte che gli han feriti. E perciò escono ordinariamente da un discorso quali vi sono entrati. Marciscono sempre nel vizio e non vogliono punto correggersi. La divina semente, non essendo penetrata nel loro cuore, il demonio la rapisce ben tosto per sostituirvi i semi fatali del peccato; o se non può egli stesso rapire questa semente, si serve de’ suoi ministri, di quei nemici della verità che soffrire non possono ch’ella si predichi; di quei peccatori arditi e risoluti che coi loro perniciosi discorsi si sforzano di distruggere nei cuori le salutevoli impressioni della divina parola; che elevano cattedre di pestilenza dove hanno l’ardire di opporre alla verità le massime di un mondo corrotto e seduttore. Empi oracoli di satanasso, che non sono che troppo comuni nel secolo! Crudeli uccelli di rapina, che ammazzano e perdono più anime che tutti i predicatori non ne possono salvare! Possiate voi, fratelli miei, preservarvi dai loro colpi mortali! Non solamente non bisogna ascoltarli, ma bisogna fuggirli come tanti anticristi. – Veniamo ora a quelli che Gesù Cristo ci ha dipinti sotto la figura di quei luoghi sassosi ove cadde la semente e dove non poté crescere, perché non eravi umore. Questi non sono solamente quei cuori duri ed insensibili come le pietre, che da nulla sono commossi, che non sono né allettati dalle promesse né spaventati dalle minacce: che le esortazioni le più forti non possono indurre a lasciare il peccato e restituire la roba male acquistata, a perdonare a un nemico; mettiamoli nel numero di quelli di cui abbiamo di già parlato, che sono segnati col sigillo della riprovazione. Sono dunque coloro che ricevono da principio con piacere, come dice il Salvatore, il seme della divina parola, che formano qualche buona risoluzione di cangiar vita, di praticar il bene, ma che non perseverano nei loro buoni desideri, perché converrebbe farsi violenza per renderli efficaci. Sono terre che producono fiori e non frutti; rassomigliano a quell’erbe che, essendo radicate in luoghi sassosi, sono subito inaridite dagli ardori del sole, perché non eravi terra ed umor sufficiente per nutrirle e difenderle dal caldo; o che sono gettate a terra dai venti, perché non hanno radici bastantemente profonde; costoro, dice Gesù Cristo, credono per qualche tempo, ma poi soccombono nella tentazione. I buoni desideri che avevano formati si dileguano alla presenza degli oggetti che risvegliano le passioni. Il fuoco profano, che non hanno avuto cura di smorzare nel lor cuore brucia e dissecca la divina semente sino nel suo germe; un rispetto umano che bisognerebbe dispregiare, una difficoltà che convien superare, distrugge ben tosto i migliori progetti. Quell’uomo che avrà udito parlare sulla fragilità dei beni del mondo, sentirà al momento rompersi i suoi legami, condannerà la sua avarizia e si determinerà a dare il superfluo ai poveri; ma, in preda all’incostanza, dimenticherà fra poco i buoni sentimenti; e si lascerà abbagliare dallo splendore de’ suoi beni, perché trova onde contentare le sue passioni; di modo che alcuni momenti dopo vi sarà egli tanto affezionato come dapprima. Quest’altro udendo parlare dei vantaggi dell’umiltà, della pazienza e della mansuetudine, prenderà la risoluzione di praticare nelle occasioni queste virtù: ma un insulto, una parola incivile riaccendono ben tosto il fuoco della collera; ei si lascia da essa trasportare, perché non bada richiamar i motivi che tener lo debbono in dovere; egli è mansueto e paziente quanto nulla ha da sopportare; ma la minima disgrazia getta nell’impazienza la maggior parte di coloro la cui virtù vuole Dio mettere alla prova. Dopo una pratica sulla disgrazia di una cattiva morte, altri è spaventato e pieno di ardore per la sua salute; pare che rinunci per sempre al peccato, ne lascia anche per qualche tempo l’occasione, ma fra breve ritorna a quei commerci peccaminosi; tutto il male viene da difetto di fermezza nelle buone risoluzioni che la parola di Dio aveva fatto nascere. Così per mancanza di radice e di umore, la divina semente diventa sterile nei cuori di pietra che la ricevono. – Finalmente, fratelli miei, il terzo ostacolo che rende inutile la parola di Dio in quelli che l’ascoltano è l’affetto alle ricchezze e ai piaceri della terra. Questo è ciò che Gesù Cristo ci ha rappresentato per quelle spine che soffocarono il buon grano gettatovi. Questo grano erasi radicato in quel luogo molto più che nel precedente, che era ripieno di pietre; ma le spine da cui era attorniato gl’impedirono di venir a maturità: esse lo soffocarono interamente. Tale è l’effetto funesto che producono le ricchezze e i piaceri della vita. Sono spine che tormentano ed inquietano l’animo nostro con le loro punte mortali; cioè con le noie e gli affanni che ci cagionano, sia per ammassarle quando non ne abbiamo, sia per conservarle quando ne possediamo. Da ciò ne viene, fratelli miei, che il seme della parola di Dio, benché molto radicato sia nel cuore dei ricchi, non può venire a maturità: egli cresce sino ad un certo segno e dà qualche speranza di raccolto; ma le sollecitudini dalla vita lo soffocano. Infatti, si vedono ancora persone del secolo, che si fanno pregio d’amar la virtù, che con la pratica di alcune buone opere dimostrano aver qualche desiderio per la loro salute; ma sovente distratte dal loro dovere, a cagione delle cure che si danno per far fortuna secondo il mondo, quelle prime impressioni di grazia sono ben tosto indebolite e non producono quasi mai una vita veramente cristiana. Ora sono viaggi che li distolgono dal servizio di Dio nei giorni a questo destinati; ora sono liti che convien sostenere e in cui la carità fraterna è ordinariamente ferita; e mille altri imbarazzi inseparabili dalla condizione dei ricchi, che loro non lasciano quasi nemmen tempo di pensare alla propria salute: se v’impiegano qualche tempo, questo non è che assai breve: se adempiono alcuni doveri di Religione, è per usanza e per convenienza; e nel tempo che sembrano esser occupati di Dio, hanno essi lo spirito tutto ripieno dei loro affari temporali. E come mai, fratelli miei, il seme della parola divina non sarà soffocato in queste terre tutte ingombre di triboli e di spine? Aggiungete a questo che le ricchezze, somministrando di che contentar le passioni, sono, per la maggior parte di coloro che le posseggono, sorgente funesta di un’infinità di peccati. Non solamente esse opprimono lo spirito col peso delle inquietudini che producono, ma ancora rendono il cuore effeminato con le lusinghe dei piaceri che ci fanno gustare: mentre quando uno è ricco vuol avere i suoi agi e i suoi comodi; e siccome ha donde procurarseli, nulla ricusa ad una natura sempre nemica, di ciò che può molestarla. Or come, torno io a domandare, come mai quel buon grano del Vangelo, che non parla che di croce e di mortificazione, potrà egli crescere in cuori schiavi della mollezza e della sensualità? Non vi veggo che un mezzo per fargli portar frutto, cioè distruggere tutti gli ostacoli che impediscono la sua fecondità, cioè staccarsi da quelle spine che cagionano piaghe mortali a coloro che troppo se ne avvicinano; cioè rinunziare per lo meno di cuore a quelle ricchezze per farne un santo uso. Ecco a che, o ricchi della terra, dovete determinarvi, se volete ascoltare con frutto la parola di Dio: il che sono ora per additarvi più diffusamente, parlandovi delle disposizioni che convien ad essa apportare.

II. Punto. La quarta parte della semente di cui si fa menzione nella parabola cadde in buon terreno e produsse frutto centuplicato. Qual è questo buon terreno? Sono coloro – dice Gesù Cristo – che ricevono la divina parola con cuore retto e ben disposto, e che con la pazienza ne producono frutti salutevoli: Qui verbum retinent, et fructum afferunt in patientia. Non basta dunque ascoltare la parola di Dio, bisogna ascoltarla con rispetto ed attenzione, meditarla con assiduità, praticarla con costanza. Rispetto ed attenzione per la divina parola, opposti al disprezzo che se ne fa e alla dissipazione con cui si ascolta. Meditazione assidua della divina parola, la qual fìssi l’incostanza, che fa dimenticarla. Fedeltà costante a praticar la parola di Dio, che allontani da noi tutti ciò che può impedirne l’efficacia. Bisogna ascoltare la parola di Dio con rispetto ed attenzione. È parola di Dio; che di più rispettabile? Verbum Dei. É parola di salute; che di più degno della nostra attenzione? Verbum salutis. Sapete, fratelli miei, qual è il nostro ministero presso di voi allorché vi annunziamo la divina parola? Noi facciamo, dice l’Apostolo, l’uffizio di ambasciatori di Gesù Cristo; e quando vi parliamo, quando vi esortiamo, gli è come se Dio stesso vi parlasse, vi esortasse: prò Christo legatione fungimur, tanquam Deo exhortante per nos (2. Cor. V). Augusto ministero, che onora infinitamente coloro che ne sono rivestiti, e di cui devono riconoscersi molto indegni! Ministero infinitamente rispettabile da quelli cui siamo inviati, mentre non è già, fratelli miei, la parola dell’uomo né il grado di chi vi parla che dovete riguardare; ma è la parola di Dio, tanto basta; dappoiché viene da Dio, merita ogni rispetto. Ascoltare i ministri di questa santa parola si è ascoltare Gesù Cristo medesimo; dispregiarli, si è dispregiar Gesù Cristo: Qui vos audit, me audit; qui vos spernit, me spernit (S. Luc. X). Qual rispetto non si ha per la parola dei re della terra da qualunque parte ella ci sia annunziata e di qualunque grado siano coloro che c’intimano gli ordini del sovrano? Basta il sapere che ci parlano da parte sua, perché li ascoltiamo con rispetto. Il disprezzo che se ne farebbe, ricadrebbe sul sovrano medesimo. Con quanto più forte ragione rispettare dovete la parola del vostro Dio, del Signore di tutti i sovrani? Con qual sommissione non dovete voi ricevere i suoi ordini e i suoi giudizi, che vi sono intimati dalla voce de’ suoi ministri? Quali ch’essi siano, sono rivestiti dell’autorità di Dio; ciò basta per meritare una rispettosa docilità alle verità che vi annunciano da parte sua. Sebben questa parola, come un’acqua salutare, scorra per canali imbrattati, ella ha sempre la stessa dignità e la medesima virtù: ella merita per conseguenza tutto il vostro rispetto. S. Agostino la mette in confronto col corpo di Gesù Cristo; perciocché, siccome, dice questo santo Padre un uomo si renderebbe colpevole di sacrilegio se lasciasse cadere la divina Eucaristia; cosi reo egualmente si fa chi dispregia la parola di Dio, chi la lascia cader a terra indarno. Da ciò, fratelli miei, quali funeste conseguenze dedurre si possono non solo contro quelli che non vogliono ascoltare la sua santa parola, che la trascurano; ma contro coloro ancora che l’ascoltarono senza rispetto, per pura curiosità, che non vengono a udire i predicatori se non per criticarli, gli uni su lo stile, gli altri sulla pronunzia? poiché, che cercano al giorno d’oggi i più di coloro che assistono alla predica? Non sì vuole più quella semplicità evangelica per cui distinguonsi gli Apostoli, ma si vuole la sublimità nei pensieri, l’eleganza nelle parole, stile ingegnoso e delicato, descrizioni brillanti, figure elevate; si vuole tutto ciò che diletta lo spirito, senza toccare il cuore, e se non trovano tutto questo in un predicatore, se ne disgustano, ne dispregiano il discorso egualmente che la persona; se gli esce di bocca qualche difetto leggiero soltanto contro l’elocuzione, diventa l’oggetto della censura d’un gran numero di uditori. Tanto è vero che non bisogna nel santo ministero cercar di piacere agli uomini; tutta la ricompensa che se ne può sperare nella miglior riuscita va a finire in una sterile approvazione, che passa come ombra e fumo. – A Dio non piaccia, fratelli miei che noi restringiamo le nostre mire ad una ricompensa sì poco degna della nostra ambizione. Voi dovete proporvi tutt’altro fine che il cercare ciò che può piacervi nei sacri discorsi. Quel che dovete ricercarvi si è la vostra conversione, la vostra edificazione, la vostra salute, mentre questo è il fine per cui vi si annunzia la parola di Dio, ed è altresì quel che la rende degna di tutta la vostra attenzione: verbum salutis. Che convien fare per esser salvo? Convien credere le verità che Dio ha rivelate ed osservar i Comandamenti che ci ha dati. Or chi è che ci apprende queste verità che bisogna credere, questi comandamenti che bisogna osservare? La parola di Dio! Il mondo non ha potuto credere in Gesù Cristo senza aver inteso parlar di Lui, or come avrebbe egli inteso parlar di Lui, dice l’Apostolo, se non gli fosse stato predicato  – Quomodo audient sine predicante? Per mezzo dunque della parola di Dio si è stabilita la fede, per essa anche si sostiene: senza di essa, ben presto si perderebbe, il mondo sarebbe immerso nelle tenebre dell’errore e della menzogna. Essa è che istruisce gl’ignoranti, che corregge i peccatori e che forma, come dice l’Apostolo le anime alla pietà, alla giustizia: utìlis ad docendum, ad arguendum, ad erudiendum in iustitia (2 Tim. V). Dove è che voi imparate, fratelli miei, i doveri della vostra Religione, ciò che voi dovete a Dio, al prossimo, e a voi medesimi? Non è forse ascoltando la parola di Dio? Chi è che appresi vi ha i grandi e profondi misteri della ss. Trinità, dell’Incarnazione del Verbo, della Passione e morte d’un Dio fatto uomo per vostra salute e tutte le altre verità necessarie a sapersi per esser salvi? Non è forse la parola di Dio? Donde avete voi saputo che avete un paradiso da guadagnare, un inferno da evitare, ciò che bisogna fare per meritar l’uno ed evitar l’altro? Non è forse la parola di Dio? Da essi ancora voi imparate i vostri doveri riguardo al prossimo: sì, ascoltando la parola di Dio voi vi istruite, padri e madri, dei vostri doveri riguardo ai vostri figliuoli; qui è, dove apprendete, padroni e padrone, i vostri doveri riguardo ai servi. E finalmente la parola di Dio che v’istruisce dei doveri riguardo a voi medesimi, che v’insegna l’umiltà, la sobrietà, la pazienza, la mansuetudine e tutte le altre virtù che deve un Cristiano praticare: utìlis ad docendum. Non solamente questa santa parola v’ispira, ma vi riduce ancora dai vostri traviamenti: utìlis ad arguendum. Essa v’insegna i mezzi di correggervi dei vizi, di ritornare a Dio con ferventi preghiere, con sincera penitenza, con sante disposizioni a ricever i Sacramenti. In una parola, ad essa voi sarete debitori d’una vita santa e d’una morte preziosa, che deciderà della vostra felicità eterna. Quali ragioni non avete voi dunque di ascoltarla con tutta l’attenzione di cui siete capaci? Imperciocché come produrrà ella in voi questi meravigliosi effetti, se non raccogliete questa divina semente con spirito attento e cuor docile? Come v’istruirà ella dei vostri doveri, vi correggerà dei vostri difetti, se attentamente non l’ascoltate? Questa tromba evangelica avrà bel farsi udire se voi rimanete sempre in un letargo, non saprete giammai il sentiero che convien seguire per giungere al porto della salute. Ma qual attenzione, fratelli miei, bisogna prestare alla parola di Dio? Lo spirito ed il cuore devono qui operar di concerto. Lo spirito per applicarsi la verità che ascolta, il cuore per lasciarsene muovere e penetrare. Quest’attenzione non consiste dunque a seguire precisamente un predicatore in tutto ciò che vi dice, senza lasciarvi distrarre da alcun oggetto straniero: si trovano ancora assai uditori di questo carattere. Ascoltano con molta attenzione le sante verità che vengono pubblicate dai ministri del Vangelo, ma non ne fanno l’applicazione a sé; non possono neppur farsela, principalmente quando le passioni non vi trovano il loro conto. Amano d’udire verità che piacciono, e non già quelle che riprendono: loquimini nobis placentia (Isai. V). Farà il predicatore severi rimproveri contro i vizi de’ suoi uditori? Ciò basta per meritare la loro indignazione: questo è toccar montagne che con le loro nere esalazioni formano tuoni che rumoreggiano e scoppiano sui censori dei vizi: tange montes, et fumigabunt (Psal. CXLIII). Non vogliono esser ripresi; e qualunque attenzione si porga da quei medesimi che ascoltano con piacere, il cuore ha sempre cura di mettersi al coperto dai colpi che possono ferirlo. Cercano ancora d’istruirsi, ma non si vogliono convertire. Si è dunque la docilità del cuore che bisogna particolarmente apportare per ascoltar con frutto la divina parola. Non basta ancora che questo cuore sia commosso; lo sono talvolta anche i più grandi peccatori al racconto dei terribili giudizi di Dio, ma bisogna che questo cuore si converta, rinunzi al peccato e formi la sincera risoluzione di cangiar vita, di camminare costantemente nelle vie della salute. Tali sono, fratelli miei, le disposizioni con cui dovete ascoltare la mia parola di salute; voi dovete prestarvi tutta l’attenzione della mente per applicarvene la verità, e tutta la docilità del cuore per risolvervi a fare tutto ciò ch’essa v’insegna. Ma siccome le migliori risoluzioni sono soggette a cambiamenti, non basta ancora l’attenzione della mente e la docilità del cuore alla parola di Dio per rendere i vostri proponimenti efficaci e costanti: convien meditarla e conservare questa divina semente nel vostro cuore con serie riflessioni che le facciano prendere profonde radici e produrre frutti abbondanti. Donde viene, fratelli miei, che la maggior parte di coloro che hanno ascoltati con attenzione discorsi che li hanno commossi sino alle lagrime, sino a far loro prendere le migliori risoluzioni, decade sì facilmente dai suoi progetti, soccombe al primo assalto dei nemici della sua salute? Questo male proviene dal difetto di riflessione sulle sante verità che essi hanno udito: sono canali che ricevono le acque che loro sono comunicate e niente ne conservano: o, per servirmi del paragone di s. Giacomo, rassomigliano a certe persone che si rimirano in un specchio e dimenticano subito dopo il loro volto. Queste persone hanno conosciuto i loro difetti nel ritratto fattone, hanno formata la risoluzione di cangiar vita, ma siccome non hanno avuta attenzione di serbare il modo di vivere che operare doveva la loro guarigione, il loro proponimento è stato senza effetto. Il nutrimento celeste che han preso, non essendo ben digerito, a nulla serve: il prezioso seme, non essendo ben radicato, è divenuto sterile e non ha portato alcun frutto. Non bisogna dunque contentarsi, fratelli miei, d’ascoltare con attenzione ed anche con docilità la parola di Dio: bisogna, sull’esempio del profeta, nasconderla nel cuore, come in un serbatoio, per meditarla seriamente e farne profitto nell’occasione: In corde meo abscondi eloquia tua (Psal. CXVIII). – Così la conservava anche Maria Madre di Dio: Conservabat omnia verba hæc in corde suo (Luc. II). Ed è cosi, che dovete voi serbarla. Giacché la parola di Dio è un pane, voi far dovete la vostra provvisione di questo pane quando vi si distribuisce, imitando in ciò quelli che domandano il loro pane e se ne riserbano quel che è loro necessario per vivere più giorni. Se voi portate questo pane nelle vostre case, se tutti i vostri giorni voi ne nutrite la vostra anima, se ogni mattina voi fate serie riflessioni sulle verità che vi saranno state annunziate la domenica, questo pane vi sosterrà, vi fortificherà nelle occasioni pericolose cui sarete esposti. Se avrete la cura di richiamare di tempo in tempo alla vostra memoria le sante verità che avete intese, che maggiormente vi hanno commossi, esse saranno vostra difesa contro le tentazioni, vostra consolazione nelle disgrazie, vi serviranno di preservativo contro il veleno dei piaceri che il mondo vi presenterà. Imperciocché, fratelli miei, siatene sicuri non si cade nel peccato se non perché si perdono di vista le sante verità: noi saremmo impeccabili, se meditando giorno e notte la legge di Dio, non ci dimenticassimo i castighi riserbati al peccatore, le ricompense promesse al giusto; come si potrebbe vivere a genio delle passioni e diventar partigiano del mondo, se lo spirito fosse pieno di questo pensiero, che l’inferno sarà il soggiorno eterno dei libertini e dei mondani? Siate dunque assidui a meditare la parola di Dio. – Bisogna finalmente metter in pratica la parola di Dio: a questo fine rapportare si debbono le disposizioni tutte con cui s’ascolta. Invano si ascolterebbe con tutto il rispetto, l’attenzione e la docilità che richiede, invano mediterebbe, se non s’adempie tutto ciò ch’ella prescrive, non si può sperare la beatitudine, che Gesù Cristo ha promesso a coloro che l’ascolterebbero come si conviene. Perciocché, notate, fratelli miei, ch’Egli non dice solamente: beati quelli che ascoltano la parola di Dio, ma aggiunge immediatamente, che la mettono in pratica: Beati qui audiunt verbum Dei et custodiunt illud (S. Luc. XIV). Questa fu la risposta che diede ad una donna che essendosi alzata dal mezzo della turba cui predicava il suo Vangelo, gli disse con ammirazione: Beate sono la viscere che vi hanno portato e le mammelle che vi hanno allattato: Beatus venter qui te portavit, et ubera quæ suxisti (ibid.). Dite piuttosto, rispose il Salvatore, beati sono coloro che ascoltano la parola di Dio e l’osservano nella pratica: Beati qui audiunt, etc.! – Sembra perciò, fratelli miei, che questa pratica della santa parola superi in qualche modo il privilegio di Maria, che portò il divin Verbo nel suo sacro utero. Questa Regina delle vergini fu più fortunata, dice s. Agostino a questo proposito, d’averlo concepito nel suo spirito e nel suo cuore con la osservanza della sua santa legge, che d’averlo concepito secondo la carne: perché l’uno faceva il suo merito, e l’altro era un favore procedente dalla pura liberalità del suo Dio. A questo merito dunque ed a questa felice sorte potete e dovete anche voi aspirare con la vostra fedeltà a far operare in voi la divina parola, evitando ciò ch’ella vi proibisce e facendo ciò che vi comanda, mentre a questi due punti si riduce tutta la vostra pratica. – Voi udite declamare contro i vizi, contro la superbia, l’avarizia, l’impurità, l’ira, la vendetta, l’ingiustizia: se ne siete colpevoli, bisogna correggervi bene e prendere tutte le precauzioni necessarie per non più cadervi. Voi ascoltate con piacere ed ammirazione gli elogi che si danno alla virtù, all’umiltà, alla carità, alla temperanza, alla mansuetudine, alla pazienza ed alle altre virtù cristiane: voi non dovete rimanere nei limiti d’una sterile speculazione, ma dovete in tutte le occasioni che si presentano produrre atti di queste virtù. – Al racconto che vi si fa delle ricompense magnifiche che il Signore promette a coloro che osservano la sua santa legge, voi sentite il vostro cuore acceso dal desiderio di possedere un giorno quella eterna felicità; ma convien risolvervi a prendere le strade che la sua santa parola v’addita per arrivarvi, che sono il distacco dai beni e dai piaceri del mondo, la mortificazione delle passioni, la pazienza nelle avversità e gli altri punti di morale di cui il Vangelo è ripieno. Voi l’udite sì spesso predicare questo santo Vangelo, voi non potete ignorarne le massime; ma questo è, fratelli miei, ciò che vi renderà molto più degni di condanna al giudizio di Dio, se non le praticate. Oimè! un’infinità di popoli barbari si sarebbero convertiti e sarebbero divenuti santi, se avessero udito, non dico già tutte le istruzioni, ma una parte sol di quelle che vi sono state fatte; e voi siete sempre gli stessi, sempre viziosi, così superbi, avari, impudichi, vendicativi, collerici, maldicenti, come se non aveste giammai udita la santa parola che doveva santificarvi! Or sappiate che se questa preziosa semente non è per voi un germe di salute, ella diverrà il soggetto della vostra riprovazione. Ella avrà il suo effetto in una maniera o in un’altra; mentre non ritornerà al suo principio senz’aver qualche cosa prodotto: non revertetur vacuum ( Isai. LV). Se essa non ha servito alla vostra santificazione, servirà a farvi condannare con più rigore al terribile giudizio di Dio. Prevenite questa disgrazia, fratelli miei; e per questo non vi contentate d’ascoltare la divina parola con rispetto, attenzione, docilità, per non rassomigliare a quelle grandi strade, da cui la semente fu rapita; non vi contentate neppure di meditarla, per non essere come quei luoghi sassosi in cui la semente non potò radicarsi: ma strappate dal vostro spirito e dal vostro cuore quelle spine che v’imbarazzano e che impediscono alla santa semente di crescervi. Staccatevi da quei beni fragili e caduchi che portano seco tutte le vostre cure. Terminate al più presto quegli affari che consumano tutto il vostro tempo e non vi permettono di pensare a voi; rinunziare a quelle occasioni, a quegli impegni iniqui che v’impediscono di gustare la manna celeste che è nascosta nella divina parola. Andate ancora più lungi: siate fedeli ad osservare tutto ciò che questa divina parola v’insegna sulla legge del vostro Dio, sulla strada che convien tenere, sulla violenza che far si deve per arrivare al cielo; questa divina parola sia la regola dei vostri costumi; in ogni tempo, in ogni luogo conformate ad essa i vostri pensieri, i vostri desideri, le vostre azioni, tutta la vostra condotta; mettete la vostra gloria, la vostra consolazione in una fedeltà costante a praticarla, e ciò durante tutto il corso della vostra vita, nella gioventù, in una età più avanzata, nella vecchiezza, in campagna come in casa, in privato come in pubblico: Estote factores verbis et non auditores tantum (Jac. 1). E per disporvi a ben profittare di questo divino alimento:

Pratiche. Imitate la condotta degli agricoltori, che preparano i loro campi prima di seminarvi il grano, ne svelgono la cattiva erba, i triboli e le spine. Preparate nella stessa guisa i vostri spiriti e i vostri cuori a ricevere la divina parola, allontanando da voi tutti i pensieri profani, tutti gli oggetti capaci di distrarvi e tutti gli ostacoli che potrebbero opporsi alla fertilità della divina parola. – Abbiate cura d’attirare su di voi la rugiada celeste con qualche preghiera che indirizzerete a Dio per chiedergli la grazia di ben profittare della parola che andate ad ascoltare. Durante le istruzioni cui assistete, rianimate la vostra fede e riguardate colui che vi parla come l’ambasciatore di Gesù Cristo, che vi è inviato da parte sua per intimarvi i suoi ordini ed apprendervi la sua volontà. Applicatevi le verità che intendete. Io sono, dovete dirvi, quello di cui si parla, a me tocca correggermi: Tu es ille vir. Procurate di ben imprimere nella vostra memoria alcune di quelle verità che vi avranno maggiormente commossi, per servirvene nella occasione. Dopo aver intesa la santa parola, benedite il Signore d’avervi istruiti dei vostri doveri, meditate qualche tempo su ciò che avete udito, non vi dissipate nell’uscire dall’istruzione, e durante la settimana richiamate di tempo in tempo nella vostra memoria ciò che avete imparato, ciò che vi ha commossi, principalmente quando sarete esposti all’occasione d’offender Dio o quando si presenterà qualche tribolazione capace d’abbattervi e di scoraggiarvi. Allorché sarete tentati, questa divina parola v’insegnerà ad umiliarvi, a ricorrere spesso a Dio, ad esempio dell’Apostolo, a fine di dissipare la tentazione: per Dominum rogavi. Allorché sarete nell’infermità e nei patimenti, essa v’insegnerà non solamente a sopportarli, ma ancora a rallegrarvene: hi infìrmatibus meis gloriabor (2 Cor. XI). Finalmente, non vi contentate d’intendere la divina parola, in chiesa, meditatela nelle vostre case con la lettura di qualche buon libro di cui dovete far uso, principalmente quando non potete assistere alle istruzioni. Un buon libro è un predicatore, tanto più capace di fare buone impressioni nelle anime, quanto che non cerca egli di piacere, e altri non s’offende di ciò che dice. È bene che ogni famiglia ne sia provveduta e che il capo abbia attenzione di farlo leggere ai suoi figliuoli e ai suoi servi, principalmente nei giorni di festa. Quando si vuole efficacemente la sua salute, si usano tutti i mezzi per riuscirvi, l’attenzione e la fedeltà ad osservare la parola di Dio ne è uno molto sicuro. Faccia il cielo, fratelli miei, che voi lo mettiate in pratica. La divina semente produrrà in voi frutti degni dell’immortalità beata. Così sia.

Credo

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Offertorium

Orémus Ps XVI:5; XVI:6-7

Pérfice gressus meos in sémitis tuis, ut non moveántur vestígia mea: inclína aurem tuam, et exáudi verba mea: mirífica misericórdias tuas, qui salvos facis sperántes in te, Dómine. [Rendi fermi i miei passi nei tuoi sentieri, affinché i miei piedi non vacillino. Inclina l’orecchio verso di me, e ascolta le mie parole. Fa risplendere la tua misericordia, tu che salvi chi spera in Te, o Signore.]

Secreta

Oblátum tibi, Dómine, sacrifícium, vivíficet nos semper et múniat.

[Il sacrificio a Te offerto, o Signore, sempre ci vivifichi e custodisca.]

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Communio

Ps XLII: 4

Introíbo ad altáre Dei, ad Deum, qui lætíficat juventútem meam. [Mi accosterò all’altare di Dio, a Dio che allieta la mia giovinezza.]

Postcommunio

Orémus.

Súpplices te rogámus, omnípotens Deus: ut, quos tuis réficis sacraméntis, tibi étiam plácitis móribus dignánter deservíre concédas. [Ti supplichiamo, o Dio onnipotente, affinché quelli che nutri coi tuoi sacramenti, Ti servano degnamente con una condotta a Te gradita.]

Ultimo Evang. e Preghiere leonine:

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Ordinario della Messa:

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LO SCUDO DELLA FEDE (98)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (9)

Si risponde a chi abusa il nome di naturaa negare Iddio.

I .

I . Plinio, istorico grande, ma tracotante, che quanto seppe dell’opere naturali, tanto ne ignorò dell’Artefice; dopo molto dibattere la sua penna per iscancellarsi dal cuore ciò che vi aveva da sé scritto chi lo formò, giunse finalmente a conchiudere che altro Dio non doveva conoscersi al mondo, che la natura: Per quæ declaratur haud dubie naturae potentia: idque esse, quod Deum vocamus (Pl.l.2.c. 7).(1) Queste parole di Plinio contengono la definizione del naturalismo metafisico, dottrina, che pone la natura al posto di Dio). Sembra però, che gli ateisti abbiano appreso dalla scuola caliginosa di un tale autore a non volere altro nume, che questo nume di natura, per altro venerandissimo, tanta è la sua antichità. Ma se è così, calino dunque pure giù la cortina, e ci lascin vedere ciò che si asconde sotto sì degno vocabolo. Intendono forse eglino per natura quella radice di proprietà singolare di ciascuno individuo? Ma ciò sarebbe, come se per levare la gloria a Fidia, si asserisse per autore delle sue statue il marmo, gli scarpelli, le seste, e non la mente di quell’artefice sommo. Conciossiachè, siccome quantunque il marmo sia capacissimo di ricevere la figura d’uomo, e gli scarpelli e le seste sian capacissimi di esser istrumenti a donargliela; contuttociò né quello né questi avrebbero da sé soli mai fatto nulla senza la mano maestra: così forza è che succeda nel nostro caso, anzi molto più; perchè se senz’arte non può mai formarsi verun lavoro dall’arte, molto meno senz’arte può mai formarsene alcuno dalla natura, la quale è quella che dà le regole all’arte.

II.

II. Pigliate in mano una rosa, e domandate a costoro, se sanno dirvi chi le lavorò sì gentilmente quel manto cui cede lo scarlatto ancora reale, e chi segue già, da tanti anni che il mondo dura, a lavorargliene ogni primavera un novello? La terra è cieca e non s’intende di colori, di vistosità, di vaghezza, di proporzioni; cieche sono le spine onde pullula sì bel fiore, cieche le radiche, ciechi i rami: cieche son le rugiade che ella ha per latte; e cieco il sole che le apre sul mattino la boccia su cui pompeggia, e che l’aduggia alla sera, per figurare a quanti vogliono attendervi de’ mortali, la vanità delle loro ambite bellezze: Magna admonitione hominum, quæ spectatissime florent, ertissime arescere. (Pl. . 21, c. 1). Conviene pur dunque trovare a parto sì vago una madre più bella che non è la terra, le spine, le radiche, i rami, l’umore, il sole, e gli influssi che piovono dalle stelle. Convien trovare chi mai fu che vi seppe dispor sì bene il vermiglio di quella porpora, diminuendolo a poco dalle foglie più intrinseche alle più estrinseche, senza svario. Convien trovare chi vi innestò sì profondamente l’odore che esse diffondono con pari soavità da qualunque lato. Convien trovare chi dispose quelle venette che vi scorrono dentro, e insieme vi ripartiscono l’alimento per tante vie, quante l’anatomia loro propria ne ha già scoperte. Convien trovare chi collocò tutte quelle foglie a suo luogo, chi le torse con tanto garbo, chi le agguagliò con tanta misura, chi le attondò con tanta maestria, chi vestì ciascuna di un velo finissimo più che il bisso, chi le coperse di una lanugine delicata, quasi a testificarne la giovinezza, e chi finalmente vi compilò tanto di stupori in un guardo, che la vita di un uomo sarebbe corta, se li dovesse trascorrere ad uno ad uno (S. Th. 1. 2. q. 21. art. 2. in e). Tutto questo doveva di necessità essere artifizio di una cagione sapientissima, la quale si valesse della materia variamente disposta della terra, delle spine, delle radici, de’ rami, delle rugiade, del calor solare, e degli altri influssi, come lo scultore si vale del marmo, degli scalpelli, delle seste, e d’ogni suo ferro, a perfezionare il disegno di quella statua che egli divisò nella mente: onde vano è per questo vocabolo di natura, nel caso nostro, intendere altro che Dio, primo Autore delle opere naturali.

III.

III. Oltre a che non veggiamo noi, come in tutte le parti, benché insensate, dell’universo, spicca una inclinazione, la quale sarebbe mirabile ancor tra quei che professano regole di onestà: ed è, d’intendere al bene del loro tutto, più che al loro proprio? qual dubbio adunque che non può questa in veruna di tali parti venire impressa da altri, che da una cagione universalissima, a cui appartenga la cura del prò comune? Eccovi per figura l’argento vivo. Se egli non fosse predominato da altra propension che da quella del proprio comodo, come volete voi che egli s’inducesse a salire in alto, quasi agile e non gravoso? Eppure egli sale, e sale a questo sol fine di empiere il vacuo, pregiudiziale alla pubblica utilità. Che però questa e più altre simili osservazioni che possono farsi sull’operare delle sostanze in bene non proprio, ci fanno scorgere ad evidenza, che oltre alle nature particolari, le quali a guisa di un padre di famiglia provvedono allo loro case private, v’è al mondo una natura universale, che a guisa di principe supremo invigila tutt’ora al servigio pubblico, valendosi a tal fine delle parti subordinate,, con accorgimento mirabile in prò del tutto. Senza questo supremo intelletto, nessuna delle nature inferiori potrebbe andare sì diretta al suo fine, qual nave al porto. Tolto questo intelletto, ciascuna natura mirerebbe a sé sola, nessuna al bene delle altre (Queste giuste considerazioni ci ricordano i versi di Dante: « … Le cose tutte quante hanno ordine tra loro, e questo è forma, che l’universo a Dio fa somigliante – Par. c. 1. » ). Tolto questo intelletto, 1’uomo non potrebbe essere uomo, cioè non potrebbe essere ragionevole (S. Th. 1. p. q. 90. art. 1. ad 1.). Conciossiachè non v’essendo tra le cagioni visibili verun’altra, la quale possegga la perfezione d’intendere come lui, non si potrebbe rinvenir mai chi gli desse l’intendimento Che se pure vogliamo dire, che tolto questo intelletto supremo, l’uomo fosse quell’uomo che egli è al presente; l’uomo sarebbe altresì, come ragionevole, la cagione più nobile di quanto noi ne miriamo nel nostro mondo. E chi vi è di maggiore dal cielo ingiù, che la mente umana? Nihil est maius mente humana, nisi Deus; tanto è costretto a confessare ciascuno con Agostino (L. 14. de Trinit. c. 8): onde le invenzioni dell’ uomo, le industrie dell’uomo, i lavori dell’uomo dovrebbero superare tutte lo opere delle cagioni inanimate e prive di senno, e superarle di modo, che a tutte le fatture della natura dovrebbero preferirsi di lunga mano tutte le manifatture dell’arte, come provenienti dall’unico intenditore che in tutto l’universo sensibile rimarrebbe se si verificasse che non v’è Dio.

IV.

IV. Ecco però Dio nascosto insieme e svelato sotto questo nome sì celebre di natura,

che (a metterlo ancor più chiaro) ha due sensi: quello di natura, che chiamano naturata (seppure voi pigliate a sdegno i vocaboli delle cattedre), e quello di natura che chiamano naturante (Natura naturans … est Deus. Natura naturata est rerum omnium creatarum insita vis (Lexicon Peripat.). Con questa metafisica distinzione il naturalismo cade da sé.). La natura naturata è quella inclinazione che spinge qualunque cosa al conseguimento del fine a cui fu prodotta. La natura naturante è l’autore che dà tal inclinazione. Perché, come il volo della saetta, la quale è cieca a conoscere il suo bersaglio, dimostra apertamente, mentre vi va sì risoluta, sì retta, che ella è mandata da qualche direttore di buona vista; così il corso delle cose naturali, che sono cieche a conoscere il loro fine, dimostra più chiaramente (mentre vi tendono) che v’è chi il vede per esse e chi le inclina, o piuttosto ve le necessita; ma con questa diversità, che quella necessità la quale è impressa nelle cose dall’uomo è detta violenza; quella necessità la quale fu impressa nelle cose di Dio vien detta natura (S. Th. 1. p. q. 103. art. 1° ad 3.). Onde, se il veder la saetta necessitata a seguir con aggiustatezza il cinghial fuggente, ci obbliga a dire, evvi arciere che la scoccò: molto più il vedere la terra, l’acqua, l’aria, e tutte le sfere, necessitate a procedere con giudizio tanto più stabile e tanto più sollevato ne’ lor corsi, ci obbliga a dire, evvi nume che le indirizza. Mirate dunque, che come non può fuggirsi dal mondo senza incontrare quel mondo da cui si fugge, così non può negarsi Dio senza confessarlo. Il chiamare natura quella potenza invisibile che dà l’ordine a cose sì belle in sé, sì concatenate, sì comode, sì durevoli, e non volerla chiamare Dio, è un chiamare il sole principe de’ pianeti e non voler per dispetto chiamarlo sole. Può bene la lingua umana cambiargli titoli, ma non può gettarlo dal trono: Nòli intelligis te mutare nomen Deo? Disse già Seneca. Quia est aliud natura, quam Deus, et divino, ratio, toti mundo, et partibus eius inserta (Sen. De ben. 1. 4°. c. 7.). E però torna da capo il mio primo assunto, ed è, che più dovete penare senza paragone a persuadervi che non v’è Dio, che a persuadervi che v’è: tanto gli effetti cospirano unitamente a notificarvi il loro fattore.

V. Finora abbiamo veduto ciò. stando più sulle generali, per abbattere chi non crede. Orail vedremo discendendo maggiormente allocose particolari, per confortare tanto più chicomincia a credere. E perché questo fattoredell’universo è chiamato in ristretto Creatordel cielo e creatore della terra, stimerò difare il pregio dell’opera, se vi mostri, comei l cielo testifica a favor d’ esso, e come laterra.