L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (4)

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI (4)

R. P. BARTHELEMY FROGET

[Maestro in Teologia Dell’ordine dei fratelli Predicatori]

L’INABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI SECONDO LA DOTTRINA DI SAN TOMMASO D’AQUINO

PARIS (VI°) P. LETHIELLEUX, LIBRAIRE-ÉDITEUR 10, RUE CASSETTE, 10 1929

Approbation de l’ordre:

fr. MARIE-JOSEPH BELLON, des Fr. Pr. (Maitre en théologie).

Imprimatur:

Fr. Jos. Ambrosius LABORÉ, Ord. Præd. Prior Prov.Lugd.

Imprimatur, Parisiis, die 14 Februarii, 1900.

E. THOMAS, V. G.

SECONDA PARTE

DELLA SPECIALE PRESENZA DI DIO, O DELLA ABITAZIONE DELLO SPIRITO SANTO NELLE ANIME DEI GIUSTI

CAPITOLO II

Natura di questa presenza

I.

Quando le Lettere sante ci dicono che lo Spirito Santo ci è inviato, ci viene dato di santificare le nostre anime, che le persone divine abitano in noi per grazia, come bisogna comprendere questi testi? Dovremmo prenderle nel loro senso naturale ed ovvio, e ammettere la reale venuta dello Spirito Santo, la vera, fisica, sostanziale presenza dell’adorabile Trinità nell’anima giustificata? O dovremmo spiegare queste espressioni in senso metonimico, e vedere in esse solo una di quelle figure di cui il linguaggio umano abbonda, attribuendo all’effetto il nome della causa? In altre parole, è davvero la Persona stessa dello Spirito Santo che ci viene donato dalla grazia e con la grazia, e che accompagna i suoi doni venendo nei nostri cuori? O riceviamo veramente solo i doni creati, la grazia e le virtù infuse che formano il suo inseparabile corteggio? Potrebbe sembrare, a prima vista, che la missione o la donazione di una Persona divina debba essere intesa solo come presenza di questa Persona con i suoi effetti e i suoi doni, con la comunicazione di una perfezione che le è propria e che manifesta, e non come la sua venuta reale e personale; perché, infine, poiché Dio è ovunque, come può venire da qualche altra parte che con i suoi effetti? Pertanto, gli Ariani e i Macedoniani, ostinati negatori della divinità del Verbo e dello Spirito Santo nel quarto secolo, si rifiutarono di vedere nei passi della Scrittura dove si parla della missione invisibile del Figlio e dello Spirito Santo, qualsiasi cosa che non sia la concessione di grazie create, ed escludere le Persone divine. Essi avevano un’ottima ragione per questo, a loro avviso. Come ammettere in effetti che era proprio la Persona dello Spirito Santo che Nostro Signore prometteva di inviare e che ha effettivamente inviato ai suoi Apostoli, senza riconoscere la divinità del Salvatore? Non c’è che un solo Dio che possa mandare una Persona divina. D’altra parte, se lo Spirito di verità promesso da Gesù Cristo, lo Spirito che, riversando la grazia e la carità nei nostri cuori, ci rende figli adottivi di Dio, è veramente una Persona, non poteva anche Lui che essere una Persona divina, perché non c’è un solo Dio che possa divinizzare comunicando la sua natura.  – Nel XV secolo, i greci scismatici, volendo evitare la necessità di confessare, con i Cattolici, che lo Spirito Santo proceda dal Padre e dal Figlio, sostennero, anche essi al Concilio di Firenze, che le promesse fatte da Gesù Cristo agli Apostoli per inviare loro lo Spirito Santo, dovessero essere intese come dei suoi doni, e non come della sua Persona. E per confermare la loro pretesa, appoggiandosi sulle testimonianza ricavate dai Libri Santi, si appellarono ai passi della Scrittura dove i doni dello Spirito Santo sono designati sotto il suo nome, come nel testo di Isaia, dove il profeta, parlando del Messia venturo, si espresse come segue: « Lo Spirito del Signore riposerà su di Lui: lo spirito di saggezza e intelligenza, lo spirito di consiglio e forza, lo spirito di conoscenza e pietà, lo spirito di timore del Signore lo riempirà » (Is. XI, 2-3). Per vie diverse, e per motivi completamente diversi, i teologi cattolici, Vasquez in particolare e Alarcon, S. J., sono giunti alla stessa conclusione. Non comprendendo come una Persona divina, che è già realmente e sostanzialmente presente in noi, in virtù della sua immensità, possa tornare a noi altre che con i suoi doni, insegnano che la missione dello Spirito Santo, e la sua dimora in noi per grazia, non implicano in alcun modo una presenza sostanziale di questo Spirito divino, specificamente distinta da quella che Egli ha in ogni creatura, ma semplicemente un’estensione di questa presenza comune; così che dove Dio si trovava già per conservare i doni della natura, Egli è ora lì per produrre e conservare quelli della grazia. E se diciamo loro, con san Tommaso, che Dio è presente nei giusti come oggetto di conoscenza e di amore « sicut cognitum in cognoscenie et amatum in amante» (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. 3), il che è molto diverso dalla sua presenza ordinaria come causa efficiente, per modum causæ agentis (Id., I, q. VIII, a. 3), rispondono che si tratta di una presenza speciale, che è prerogativa esclusiva degli esseri ragionevoli, gli unici capaci di conoscere e amare Dio, ma una presenza che non è reale, fisica e sostanziale, poiché possiamo conoscere e amare oggetti  distanti e lontani da noi; e se questa conoscenza e questo amore ci rendono questi oggetti presenti in un certo modo, presenti alla nostra mente con una presenza ideale e oggettiva, con la loro immagine e la loro forma intelligibile, presenti al nostro cuore con una presenza morale ed affettiva, non sono però sufficienti a renderli realmente ed efficacemente presenti nella nostra anima. – Santa Teresa lamenta, nel racconto della sua vita, di aver incontrato questi teologi; e così parla di loro: « All’inizio ero, in una tale ignoranza, che non sapevo che Dio fosse in tutti gli esseri. Ma siccome, durante questa preghiera, l’ho trovato così presente nella mia anima, siccome mi sembrava così chiara la visione che avevo di questa presenza, era assolutamente impossibile per me dubitarne. Persone che non erano dotte mi dicevano che Egli era lì solo per sua grazia. Convinta del contrario, non potevo accettare i loro sentimenti, e ne ero rattristata. Un dotto teologo dell’Ordine del glorioso San Domenico, mi ha tratto da questo dubbio; mi ha detto che Dio era veramente presente in tutti gli esseri, e mi ha spiegato come Egli si comunichi a noi, il che mi ha riempito della più grande consolazione » (Vie de sainte Thérèse écrite par elle-même, c. XVIII; traduction du R. P. Marcel Bouix, S. J.). Così, lungi dall’essere fermata dalle difficoltà sollevate da Vasquez e da coloro che condividevano la sua opinione, la grande maggioranza dei teologi ha riconosciuto e confessato che non sono solo i doni creati che Dio ci comunica, quando riversa in noi la grazia santificante, ma che il Donatore stesso accompagna i suoi doni. – E san Tommaso, sempre così moderato nei suoi apprezzamenti, non teme di chiamare errore il sentimento opposto: error dicentium Spiritum Sanctum non dari, sed ejus dona  (S. Th., Summa. Theol., l, q. XLIII, a. 3, obj,I), e insegna come verità teologicamente certa che, per la grazia e con la grazia, riceviamo simultaneamente lo Spirito Santo, che diventa così l’Ospite della nostra anima: In ipso dono gratiae gratum facientis Spiritus Sanctus habetur, e inhabitat hominem (Ibid., in corp. Art.).

II.

 Infatti, la Scrittura è così chiara, così esplicita, così formale su questo punto, in una moltitudine di passaggi, che sembra impossibile, senza fare violenza al testo, non ammettere la realtà di questa abitazione. Così quando l’Apostolo san Paolo, scrivendo ai fedeli di Corinto e di Roma, disse loro: « Non sapete che siete il tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi? (« nescitis quia templum Dei estis, et Spiritus Dei habitat in vobis? » (I Cor., III, 16.) – Non sapete che le vostre membra sono il tempio dello Spirito Santo, che è in voi, che avete da Dio e che non appartenete a voi stessi? « An nescitis quoniam membra vestra templum sunt Spiritus Sancti, qui in vobis est, quem habetis a Deo, et non estis vestri? » (I Cor., VI,19).  – “Se qualcuno non ha lo Spirito di Cristo, non è suo vero discepolo….. Ma se in voi abita lo Spirito di Colui che ha risuscitato Gesù Cristo dai morti abita in voi, Colui che ha risuscitato Gesù Cristo darà vita anche ai vostri corpi mortali grazie al suo Spirito che abita in voi ” « Si quis Spiritum Christi non habet, hic non est ejus… Quod si Spiritus ejus qui suscitavit Jesum a mortuis, habitat in vobis; qui suscitavit Jesum Christum a mortuis, vivificabit et mortalia corpora vestra, propter inhabitantem Spiritum ejus in vobis. » (Rom., VIII,9-11.); è possibile per uno spirito non prevenuto  non riconoscere nelle membra viventi di Gesù Cristo la presenza reale, efficace e personale dello Spirito Santo, e non vedere, in questo Spirito che è in noi, che lo riceviamo da Dio, e che abita le nostre anime che sono diventate il suo tempio, nient’altro che dei doni creati?  – Ma se il grande Apostolo avesse veramente voluto affermare la presenza sostanziale dello Spirito Santo nei giusti, come avrebbe potuto esprimersi in modo più netto e limpido? – E d’altra parte, che linguaggio singolare è il suo, se, dichiarando che siamo il tempio dello Spirito Santo, che è in noi, che abita in noi, che ci è stato dato da Dio, voleva semplicemente farci capire che Dio ha depositato nella nostra anima il dono creato della grazia! Ma è a Dio che si costruisce un tempio e non ai suoi doni. Inoltre, una creatura non diventa la casa di Dio perché è ornata di doni divini o perché Dio opera in essa, ma perché è consacrata ad essere veramente la dimora e l’abitacolo della Divinità. E poi, dunque, nulla qui ci obbliga a dare ai termini scritturali un significato violento e deviato, un significato figurativo che tutto disapprova: sarebbe contro le più elementari regole di esegesi il non conservare le espressioni che indicano la presenza reale dello Spirito Santo nelle anime giuste, il loro significato naturale e ovvio. Allo stesso modo avviene quando Nostro Signore promette ai suoi Apostoli un Consolatore diverso da se stesso, alium Paraclitum (Joan. XIV, 16), lo Spirito di verità che procede dal Padre, Spiritum veritatis qui a Patre procedet, e deve rendere testimonianza a Cristo, ille testimonium perhibebit de me (Ibid.): è possibile mai prendere queste parole in senso metonimico, e vedere in esse solo la promessa del dono della grazia? Ma la grazia non è un Consolatore; essa non può testimoniare a favore di nessuno; essa non procede dal Padre, ma da tutta la Santissima Trinità; e se le si vuole attribuire un riferimento ad una Persona divina in virtù della legge di appropriazione, non è al Padre, ma allo Spirito Santo che deve essere attribuita. Infine, quando, dopo la sua risurrezione, Gesù Cristo alitò sugli Apostoli dicendo loro: « Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi » (Joan. XX, 22-23), dovremmo vedere forse là ancora solo una figura di linguaggio? Per evitare questa ridotta interpretazione delle Scritture e per darci un’idea più precisa della sua missione invisibile, lo Spirito Santo ha preso la precauzione di dirci, attraverso l’organo dell’Apostolo, che, nell’opera della nostra giustificazione, non è solo la grazia e la carità creata che Egli riversa nei nostri cuori, ma che Egli stesso vi giunge donandosi personalmente a noi: « Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris, per Spiritum Sanctum qui datus est nobis. » (Rom. V, 5).  – È impossibile fraintendere o tergiversare; il dono qui creato si distingue perfettamente dal Donatore; la carità si diffonde nei nostri cuori, lo Spirito Santo ci è dato, entrambi ci sono comunicati. San Paolo ci rappresenta, quindi, in più occasioni, lo Spirito Santo come sigillo impresso sulle nostre anime, come pegno della gloria celeste, o meglio ancora, come pegno della nostra beatitudine « In quo (Christo) et credentes signati estis Spîritu promissionis sancto, qui est pignus (in greco ἄρραβών (= il pegno) hæreditatis nostreæ. » (Eph., 1, I3-I4.). Per cui sant’Agostino fa questa osservazione: « Che cosa sarà dunque la cosa medesima che ci è stata promessa, se il pegno è così prezioso? o meglio, questo non è un dono, ma è un pegno, un deposito. Mentre il dono, dato in pegno, viene recuperato quando il debito viene estinto, il deposito, essendo parte della cosa promessa ed essendo un inizio di pagamento, non viene recuperato, ma serve a completare ». (S. Aug., De Verbis Apost., sermo XIII). È dunque veramente la Persona stessa dello Spirito Santo che viene in noi con la grazia.

III.

I Santi Padri non sono meno affermativi o chiari della Scrittura, nell’insegnare che la missione stessa di una Persona divina – parliamo della missione invisibile – comporti, oltre alla partecipazione di un dono creato, la presenza effettiva e sostanziale di quella Persona. Anche sant’Agostino, parlando dell’effusione dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, si esprime nel seguente modo: « Lo Spirito Santo è venuto ai suoi fedeli in quel giorno, non più con una semplice operazione o una grazia di visita, ma con la presenza stessa di Sua Maestà; e non era solo l’aroma del sacro profumo, ma la sua stessa sostanza che scorreva nel vaso del loro cuore. » Cosa potrebbe essere più formale e grazioso allo stesso tempo? (S. Aug., sermo 185, de Temp.). Nelle loro controversie con gli Ariani e i Macedoniani, i Santi Padri hanno spesso sostenuto che l’abitazione del Figlio e dello Spirito Santo nelle anime è una prova evidente della loro divinità. E la ragione è certamente eccellente; per vivere in un’anima, per produrre e conservare in essa la grazia santificante, è necessario penetrare nell’essenza stessa di quell’anima, ciò che è appunto la caratteristica della Divinità. (S. Th.. Summma Theol, III, q. LXIV, a. I,). Così Didimo il Cieco, questo dottore di Alessandria che vedeva così chiaramente nelle cose di Dio, proponeva questo argomento nel suo famoso trattato sullo Spirito Santo, dove, secondo l’espressione di san Girolamo, i latini hanno poggiato tutto ciò che hanno detto a questo proposito: « Ci vorrebbe tanta empietà nel mettere lo Spirito Santo nel rango delle creature. Un essere creato non abita in un altro; le arti e le scienze, le virtù e i vizi, vivono in noi in qualche modo, ma come qualità accidentali, e non come sostanze….. Ora è la sostanza stessa dello Spirito Santo che abita nei giusti e li santifica, e solo le tre Persone della Trinità possono, con la loro sostanza, entrare nelle anime. » (Didymus, De Spiritu Sancto, n. 25.). – E prevenendo l’obiezione che avrebbe potuto essergli rivolta, opponendo al suo sentimento le parole del Vangelo, in cui si dice che satana sia entrato nel cuore di Giuda: Post buccellam introivit in eum Satanas, (Joan. XIII, 27), egli risponde che satana vi è entrato, non con la sua sostanza, ciò che appartiene solo a Dio, ma per la sua operazione, cioè per i suoi perfidi suggerimenti e il suo malvagio inganno. (Didymus, De Spiritu Sancto, n.61). Questa è la dottrina che san Tommaso abbraccerà e sosterrà in seguito, il quale, seguendo Didimo, prova la divinità dello Spirito Santo attraverso la sua abitazione nelle anime 3. (S. Th., Contra Gent., 1. IV, c.XVII). – Per quanto riguarda il demonio, è vero che egli può ben penetrare nel corpo, muoverne le membra nonostante la resistenza della volontà, agire sui sensi e sull’immaginazione e, indirettamente, sulla volontà, come vediamo negli energumeni; ma non può invadere le profondità del nostro essere, né penetrare, almeno direttamente, nel santuario dell’intelligenza e della volontà. Se poi entra nel cuore di qualcuno, non è con la sua sostanza, ma per gli effetti della sua malizia: per i pensieri malvagi che ispira, per gli atti criminali che suggerisce e che troppo spesso riesce a far compiere (S. Th., Contra Gent, 1. IV, c. XVIII).  È privilegio esclusivo ed inalienabile di Dio, la naturale sequela della sua azione creativa e conservatrice, conseguenza della sua assoluta sovranità sugli spiriti creati, il poter penetrare, con la sua sostanza, nella parte più intima del loro essere per sostenerlo, e nel santuario della volontà, per farla agire a suo piacimento, inclinandolo direttamente e immediatamente a questo o quell’atto senza mai fargli violenza, (S. Th., Quæst. disput. de verit., q. XXII, a. 8 et 9), secondo queste parole della Scrittura: « Cor régis in manu Domini, quocumque voluerit inclinabit illud (Prov. XXI, 1): Il cuore del re è nella mano del Signore, Egli lo piegherà dove vorrà. » San Cirillo d’Alessandria dedica un intero dialogo nel dimostrare che lo Spirito Santo abiti in noi e ci renda, con la sua unione con la nostra anima, partecipi della natura divina. Rivolgendosi al suo interlocutore, Ermias, gli chiede: « Non si dice che l’uomo sia fatto a immagine di Dio? – Senza dubbio, risponde Hermias. – Ora, chi imprime in noi questa immagine, se non lo Spirito Santo? – Sì, ma non è come Dio, è come un semplice dispensatore di grazia. – Quindi non è Lui stesso che si imprime come sigillo sulla nostra anima, Egli si accontenta di incidere su di essa la grazia? – È’ quello che mi sembra. – Dobbiamo quindi chiamare l’uomo immagine della grazia, e non l’immagine di Dio. » (S. Cyril. Alex., Dial. 7 de Trinit.). – Saremmo interminabili se volessimo riportare, anche sommariamente, gli innumerevoli passaggi in cui i santi Padri stabiliscono la realtà della dimora dello Spirito Santo nelle nostre anime; su questo punto essi abbondano in comparazioni tanto graziose quanto variegate. – Secondo loro, lo Spirito Santo è un profumo (la Chiesa dice: un’unzione spirituale, spiritalis unctio) le cui dolci e penetranti emanazioni si insinuano nelle nostre anime per permearle, trasformarle, divinizzarle e renderle capaci di diffondere intorno ad esse il buon odore di Gesù-Cristo: Christi bonus odor sumus Deo. (II Cor. II, 15). È un sigillo che ci segna con l’effigie di Dio, che riforma in noi l’immagine divina deteriorata dal peccato, così come un timbro imprime la sua somiglianza sulla cera che pressa. (S. Cyril., Thésaurus, assertion XXXIV). O meglio: come l’uomo che imprime il carattere delle sue idee sui materiali che plasma, lo Spirito Santo, questo sigillo di Dio, si imprime nelle anime, con la differenza, però, che il carattere divino che ci è stato comunicato è vivo e ci rende immagini viventi della sostanza divina! (S. Bas., 1. V, Contra Eunom.) E’ un fuoco che ci penetra, come il fuoco naturale penetra il metallo nelle sue profondità più intime e ne comunica le sue proprietà, la sua luminosità, il suo calore, il suo bagliore, senza però cambiarne la natura. (S. Bas., 1. m. Contra Eunom.).  È un oro purissimo che dora – per così dire – le anime, e le rende sovranamente belle agli occhi di Dio e dei suoi Angeli. (S. Cyril. Alex., Dial. 7 de Trinit.). È una luce che, cadendo sulle anime pure come i raggi del sole su un cristallo trasparente, le rende luminose e capaci di diffondere grazia e carità intorno ad esse. (S. Bas., De Spiritu Sancto, c. IX, n. 23.). È un’ospite pieno di dolcezza, dulcis hospes animæ, che viene in noi per rallegrarsi della sua presenza, per conversare familiarmente con noi, per inclinarci al bene, per consolarci nei nostri dolori, per arricchirci con i suoi doni; ma un’ospite che, essendo Dio, vuole un tempio per sua dimora. Così Egli consacra la nostra anima con la sua grazia, affinché divenga così una sorta di abitacolo degna di Lui. (S. Cyril., in Evang. Joan., I, 9). – Infine, è Dio che dà alla nostra anima una forma divina, facendosi Dio vita della nostra anima, così come l’anima stessa è la vita della nostra carne; senza dubbio lo Spirito Santo non è il principio formale della nostra vita soprannaturale, ma ne è la causa efficiente ed interiore. (S. Epiphan., Hæres., 74, n. 13.) – (S. Aug., Sermo 156, c. VI, n. 6.).

IV.

Di fronte a tal nugolo di testimoni, tantam habentes impositam nubem Testium (Hebr. XII, 1), di fronte a tali esplicite testimonianze, è ancora possibile contestare la presenza vera, reale e sostanziale dello Spirito Santo nelle anime santificate dalla grazia? Con quale amore i fedeli dei primi secoli hanno abbracciato questa consolante e preziosa verità, con quale fede e intrepidezza l’hanno confessata, se necessario, davanti ai tribunali, la toccante storia di Santa Lucia ce lo ricorderebbe se necessario.  – L’illustre vergine di Siracusa, aveva appena distribuito ai poveri la ricca dote che sua madre aveva messo da parte per le sue nozze. Informato di questa condotta e indignato da essa, il giovane signore che aveva chiesto la sua mano e al quale Lucia era stata fidanzata contro la sua volontà, la denunciò al pretore Pascasio. Costui fece arrestare immediatamente la giovane vergine, e quando ella apparve davanti al suo tribunale, non risparmiò alcuno sforzo per convincerla a rinunciare alla Religione cristiana, che egli definiva una vana superstizione, e a sacrificare agli dei. « Il vero sacrificio che dobbiamo offrire – rispose Lucia – è visitare le vedove e gli orfani e assistere i poveri nelle loro necessità. Offro questo sacrificio al Dio vivente da tre anni, e tutto quello che devo fare ora è sacrificare me stessa come vittima dovuta a Sua Maestà Divina. – « Dite questo ai Cristiani – rispose Pascasio – e non a me, che sono obbligato a osservare gli editti degli imperatori, miei padroni. » Santa Lucia gli rispose con meravigliosa costanza: « Voi osservate le leggi di questi principi, io  quelle del mio Dio; voi temete gli imperatori della terra, ed io temo Quello del cielo; voi avete paura di offendere un uomo, e io temo il Re immortale; voi desiderate compiacere i vostri padroni, e io desidero compiacere il mio Creatore; non pensate di potermi separare dall’amore di Gesù Cristo. – « Tutti questi discorsi finiranno – dice il pretore spazientito – quando arriveranno i colpi. » – « Le parole – riprese la giovane ed intrepida vergine – non possono mancare a coloro ai quali Gesù Cristo ha detto: “Quando sarete portati davanti ai re e ai presidenti, non preoccupatevi di ciò che risponderete loro né di come farlo; troverete sulle vostre labbra proprio in quell’ora quello che avrete da dire; perché non sarete voi a parlare, ma lo Spirito Santo parlerà per bocca vostra. »  – « Quindi credete che lo Spirito Santo sia in voi? » – « Coloro che vivono piamente e in castità sono il tempio dello Spirito Santo. » – « Ebbene – disse Pascasio – ti farò condurre in un luogo infame perché lo Spirito Santo ti abbandoni. » – « La violenza esterna al corpo non toglie nulla alla purezza dell’anima; e se mi farete oltraggiare, io avrò una doppia corona in cielo … ».  Conosciamo la fine della storia e come Dio, per miracolo, salvò l’onore della sua sposa.  – Ecco un altro fatto altrettanto toccante. Eusebio racconta di Leonide, padre di Origene, che durante la notte, mentre il bambino dormiva, il pio Cristiano che ben presto doveva divenire martire, si avvicinò dolcemente al figlio e, scoprendone religiosamente il petto, lo baciò con rispetto come un santuario dove risiedeva lo Spirito Santo. – Concludiamo dunque, con i teologi e i Santi, che un’anima in stato di grazia non solo è ornata da un dono creato e sovranamente prezioso, che la rende partecipe della natura divina, ma essa possiede inoltre veramente la presenza dello Spirito Santo. Lo stesso momento fisico la mette in possesso di questo doppio tesoro; tuttavia, seguendo san Tommaso, noi possiamo distinguere, tra il conferimento del dono creato e quella del Dono increato, una doppia priorità di ragione, secondo il tipo di causalità a cui appartengono. Se consideriamo la grazia come una disposizione preliminare, come preparazione necessaria per la venuta dell’Ospite divina, essa è quella che ci viene comunicata innanzitutto, perché la disposizione precede naturalmente la forma o la perfezione alla quale prepara; se, al contrario, consideriamo lo Spirito Santo come autore della grazia e il termine al quale essa è ordinata, è Lui che ci viene dato per primo. Ed ecco – nota san Tommaso – ciò che è assolutamente essenziale: Et hoc est simpliciter esse prius. (S. Th., Sent. 1. I, dist. 14, q. II, a. I, quæst 2 sol. 2). Infine, ciò che pone veramente il culmine alle libertà divine, è che non è solo una volta nella vita, nell’ora solenne della nostra giustificazione, che riceviamo lo Spirito Santo; c’è ancora una missione invisibile e un dono della sua Persona divina ad ogni nuovo progresso che facciamo nella virtù, ad ogni aumento di grazia e di carità: ad esempio, quando riceviamo i Sacramenti con le disposizioni necessarie, o quando, sotto l’influsso della grazia attuale, produciamo atti di carità più ferventi; quando un Cristiano rinuncia al secolo per abbracciare uno stato di perfezione, o quando affronta il martirio in difesa della sua fede. (S. Th., Summa Theol., I, q. XLIII, a. 6, ad 2.). O Spirito Santo, quante volte siete entrato nella mia anima! Con quale amore incomprensibile non vi siete degnato di riparare la vostra dimora! E io non lo sapevo; o, almeno, questa adorabile verità mi appariva solo in modo vago e confuso come in un sogno. Allora, che accoglienza avete ricevuto? E tuttavia non mi avete ancora abbandonato. Degnatevi – ve ne scongiuro – di darmi, con l’intelligenza dei vostri doni, un cuore puro e veramente filiale, affinché la mia anima possa celebrarvi in ogni vostra visita, affinché metta la sua gioia e la sua felicità nell’accogliervi, nel farvi compagnia, affinché dimentichi tutto il creato per non ricordarsi che di voi, il suo ospite pieno di dolcezza, il suo amico, il suo consolatore quaggiù, finché un giorno non sarete l’oggetto della sua beatitudine. – Infatti, c’è un’ultima missione dello Spirito Santo che ci è riservata per il momento della nostra entrata in cielo e della presa di possesso del sovrano Bene.  (« Ad beatos est facta missio in ipso principio beatitudinis. » – S. Th., Summa Theol.,I, q- XLIII, a. 6, ad 3.). – Allora questo Spirito divino non entrerà più in noi nell’ombra e nel mistero, ma nella piena luce e nelle chiarezze della visione; si donerà alla nostra anima in modo perfetto e consumato; si stabilirà definitivamente in essa per essere eternamente con il Padre e il Figlio, la sua gioia e la sua felicità.

V.

Come bisogna intendere e spiegare questa presenza speciale, questa venuta iterativa dello Spirito Santo nelle anime giuste? Questo è ciò che sarà oggetto di un capitolo successivo, per il momento per noi è sufficiente l’aver constatato il fatto. – Un’ultima domanda prima di chiudere questo capitolo. Con quale nome dovremmo chiamare l’unione stabilita dalla grazia tra la nostra anima e lo Spirito Santo? È un’unione sostanziale, simile a quella tra il nostro corpo e l’anima, o una semplice unione accidentale, simile a quella tra il cavaliere e la sua montatura, tra il vaso e il liquore che contiene? Per dissipare più efficacemente l’errore di chi limita la missione di una Persona divina al conferimento dei doni creati, alcuni teologi e pubblicisti non hanno temuto di definire l’avvicinamento che la grazia stabilisce tra lo Spirito Santo e l’anima giusta, con il nome di una unione sostanziale; ma questa frase deve assolutamente essere messa da parte, in quanto imprecisa e capace di generare una falsa idea; e se la scelta di termini che riflettono accuratamente il pensiero deve, in ogni circostanza, essere oggetto di una seria attenzione, è soprattutto nell’ordine di questioni così difficili e delicate, dove è importante di conseguenza,  evitare con la massima cura espressioni false o scorrette. Ora, un’unione sostanziale è – in senso stretto – quella che ha come termine una unità di sostanza, sia che la parola sostanza sia usata per designare una natura sostanziale, sia che venga usata per indicare una persona o una unione o ipostasi. (S. Th., Somma Theol., III, q. II, a. 6, ad 3.). L’uomo ci fornisce un esempio di questa doppia unità sostanziale: perché dall’unione del corpo e dell’anima ne risulta una sola natura, e una sola persona. In Gesù Cristo ci sono due nature e una sola Persona, perché queste due nature hanno un’unica sussistenza, quella del Verbo che, prendendo la natura umana, se l’è unita sostanzialmente. Niente di simile tra la nostra anima e lo Spirito Santo; la loro unione non sopprime né la dualità delle nature né la distinzione delle persone. Guardiamoci dunque dal parlare qui di unione sostanziale, e usiamo esclusivamente i termini di presenza sostanziale, di abitazione vera e reale, che hanno il vantaggio di tradurre accuratamente la dottrina della Scrittura e dell’insegnamento teologico; essi dicono tutta la verità senza esporre il lettore a pericolose incomprensioni.

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