DIO IN NOI (6)

DIO IN NOI (6)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

CAPO III.

Con lo Spirito Santo.

S. Paolo domandava agli Efesini: « Avete ricevuto lo Spirito? ». A una simile domanda, noi sappiamo quale risposta dobbiamo dare. Ricordiamoci del Battesimo: « Vattene, spirito immondo, e lascia il posto allo Spirito Santo». Lo Spirito Santo abita in noi, se non abbiamo commesso peccati mortali, o se, avendone commessi per nostra sciagura, l’assoluzione del sacerdote ci ha ridonato la grazia.

Nulla è più validamente ammesso di questo: « Non sapete dunque che lo Spirito Santo abita in voi? » — « Le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo ». — « Noi siamo contrassegnati e portiamo in noi il pegno della salvezza, lo Spirito ». — « Noi siamo partecipi dello Spirito ». Così parla l’Apostolo e lo ripete a non più finire. S. Giovanni a sua volta: « In hoc cognovimus quoniam in eo manemus, et ipse in nobis, quoniam de Spiritu suo dedit nobis. Riconosciamo di dimorare in Lui, ed Egli in noi a questo segno: che ci ha dato lo Spirito Santo » (I Giov., IV, 13).I Padri della Chiesa trattano spesso questa dottrina. Tutti i grandi teologi vi insistono. San Bonaventura dichiara fuori della fede cattolica,chi non l’ammette. « L’uomo non sarà accetto a Dio che nella misura in cui riceve lo Spirito Santo, dono increato. Chiunque ha un’idea esatta della grazia santificante, riconosce che lo Spirito Santo, dono increato, abita realmente nelle anime giuste. E se qualcuno pensa il contrario, deve considerarsi eretico ».S. Tommaso l’afferma con uguale certezza (S. Theol, P. I, q. XLIII, a, 3).Del resto questo punto fu messo fuori discussione dal Concilio di Trento. È fuori dubbio che nella grazia v’è un elemento creato, cioè le facoltà soprannaturali che ci permetteranno di fare atti soprannaturali; ma nulla è affermato con tanta energia dalla Chiesa come quest’altra verità, cioè che lo Spirito Santo, ipsissima persona Spiritus Sancti, come dice Cornelio a Lapide, accompagna questo dono creato. Il divino Spirito non si dà nella stessa misura a tutte le anime in grazia, ma tutte lo ricevono con la medesima realtà. È inutile far notare, dice il P. Ramière (Divinisation, p. 246), che la presenza dello Spirito Santo nelle anime è al tutto diversa dall’altra, che risulta dall’immensità di Dio, in virtù della quale le Persone della Santa Trinità sono dappertutto, non escluso l’inferno. « Lo stesso Figlio di Dio è immenso e presente dovunque: ciò non impedisce che noi l’adoriamo nell’Eucaristia, giacché sappiamo che Egli è là presente in modo speciale per darsi a noi. Così, mediante la grazia lo Spirito Santo è in noi, per unirsi a noi e santificarci.

« È questa una presenza particolare in qualche modo indipendente dalla prima. Il Suarez spiega il fatto, dicendo che se per impossibile l’immensità divina non rendesse il divino Spirito presente in noi, vi sarebbe, nondimeno condotto dalla grazia. Possiamo supporre l’uomo più povero accanto a un immenso tesoro, senza che questa prossimità lo renda più ricco. Non è la vicinanza che fa la ricchezza, ma il dominio. La stessa differenza si nota tra l’anima di un giusto e quella di un peccatore. – Il peccatore, lo stesso dannato, hanno accanto ad essi ed in essi un bene infinito e intanto vivono nell’indigenza, perché quel bene non appartiene loro; mentre il Cristiano in grazia possiede in se stesso lo Spirito Santo, e con Lui la pienezza delle grazie celesti, come un tesoro del quale è proprietario e in cui può attingere senza misura. – Di qui l’espressione della Chiesa nel giorno di Pentecoste: « dulcis hospes animæ, dolce ospite dell’anima», perché lo Spirito Santo si reputa fortunato d’abitare nei nostri cuori. Ma noi Cristiani, ci reputiamo fortunati di questa abitazione dello Spirito Santo nell’anima nostra? Povero « dolce ospite » ! La liturgia Vi applica forse ironicamente questo nome? Voi abitate nell’anima nostra, ma chi di noi vi fa attenzione e se ne preoccupa? – La vostra presenza in noi costituirebbe dunque un dono ordinario, senza virtù e senza valore? No, certo, poiché Voi siete lo Spirito Santo, lo Spirito che vive nel Padre e nel Figlio, o meglio lo Spirito del Padre e del Figliuolo. Non vi sarebbe posto per alloggiare il grande condottiero nel vasto accampamento, per così dire, dell’anima, accampamento dove entrano, e donde, a ogni istante, escono in folla soldati con carriaggi, fardelli e strepito incessante? No. Supponiamo che l’anima sia in grazia; dunque lo Spirito Santo vi risiede come nella sua dimora. Ma perché non vi è una guardia d’onore, o almeno un semplice piantone? Lo Spirito vorrebbe forse abitare da incognito? È proprio il contrario; Egli desidera moltissimo di essere riconosciuto, salutato dai passanti, circondato di simpatia, festeggiato; desiderio che pochissimi Cristiani, anche fra i migliori, cercano di soddisfare. Scriveva il Manning che « se vi è cosa che torni a nostro disdoro, che dovrebbe farci piegare le ginocchia a terra e abbassare la fronte nella polvere, si è che viviamo l’intera giornata come se lo Spirito Santo non esistesse. Siamo come gli Efesini che risposero a S. Paolo, quando loro chiese se avessero ricevuto lo Spirito Santo: « Non abbiamo mai inteso dire che vi sia uno Spirito Santo » (MANNING: La Mission du Saint Esprit dans les àme p. 18). Dirà qualcuno che non vale la pena di pensarci, ovvero che altri oggetti più importanti, a ogni minuto, debbono assorbire la nostra attenzione? Lo Spirito Santo non è dunque l’amore increato, il termine della Santa Trinità « il limite di ciò che non ha limiti, il confine di quello che non ha confini » ? Secondo il linguaggio della liturgia, non è Egli l’autore della prima creazione? Spiritus creator, e, l’autore della seconda, giacché gli dobbiamo la vita soprannaturale, resa all’umanità in genere per il fatto della sua «sopravvenuta» in Maria, e la vita soprannaturale, resa a ciascuna di noi con la sua venuta nel Battesimo? Non vi si pensa! Bella scusa, invero, è la seguente: Io non penso mai all’essenziale! Quando un personaggio d’importanza, un re, va in una città, anche per una visita passeggera, la città vi pensa. Trattasi di un re della terra. Ma noi, Cristiani, non facciamo nulla per il re del Cielo! Ospite del suo cielo immenso, sceglie come cielo l’anima nostra. E noi non vi badiamo! S. Paolo, di cui possiamo fidarci, non stimava come avventizia o facoltativa la devozione allo Spirito Santo; egli ci ha tracciato, nei riguardi dei nostri doveri verso il dulcis hospes, un programma che dovremmo meditare. Prima di tutto dobbiamo evitare il peccato mortale. « Spiritum nolite extinguere, non spegnete lo Spirito! » (1 Tess., V, 10). Non spegnete la luce divina; non la spegnete né i n voi, né in altri con lo scandalo. Cacciare lo Spirito, metterlo alla porta, mandarlo via da sé e dagli altri, ecco l’ingiuria più grande (Spiritui gratiæ contumeliam facitis, Heb., X, 21) che si possa commettere contro di Lui. Esiste il modo di fare ingiuria allo Spirito:esiste anche quello di contristarlo: « Ipsi vero afflixerunt Spiritum Sanctum eius(Is. LXIII). Afflissero lo Spirito Santo », diceva già Isaia, e San Paolo, ai primi Cristiani, dava un esempio della maniera con cui lo si può amareggiare. « Omnis sermo malus ex ore vestro non procedat, et nolite contristare Spiritum Sanctum. Evitate ogni parola offensiva, cattiva, non affliggere lo Spirito» (Ephes. IV, 10). Ogni nostra colpa veniale rattrista certamente lo Spirito che è presente a tutti i nostri passi, testimonio di ogni nostra parola, delle nostre azioni, dei nostri pensieri e desideri. Ma solleviamoci ancora più in alto: vi è una consegna da mantenere. Come allo Spirito si può arrecare ingiuria — col peccato mortale,— e si può affliggerlo mediante il peccato veniale, così si può resistere alle sue ispirazioni.« Vos semper Spiritui Sancto resistitisi (Act. VII, 51), dicono gli Atti degli Apostoli. Quante volte l’« ospite delle anime nostre» ci incita dolcemente a fare il bene, e i suoi sforzi restano vani,perché omettiamo o rifiutiamo di corrispondere!Internamente lo Spirito non cessa di farci sentire la sua voce, di stimolarci. Dove siamo quando Egli ci parla? E se non siamo usciti di noi stessi e Lo sentiamo, in qual modo rispondiamo ai suoi inviti?Questo programma, puramente negativo, è lontano dal racchiudere tutti i nostri dove riverso lo Spirito, come sono intesi da San Paolo, come la conoscenza dello stato di grazia li prescrive e la devozione ben compresa li esige. Qui, come in tutto, il punto di vista ricco è quello positivo. La presenza dello Spirito Santo in noi, non solo ci invita a « non fare »; ma ci spinge a «fare»… A fare che cosa? A dare un posto sempre più largo all’Ospite divino, a ricercare, con tutti i mezzi, il profitto che questa presenza meravigliosa apporta, a penetrare, ogni giorno più profondamente, nella sua amicizia e intimità. Lo Spirito è in noi, vivo e operoso; ma vi è qualcuno che può limitare la sua azione, e siamo noi. Da parte sua vuole darsi, unirsi a noi quanto più è possibile. Ma noi limitiamo lo spazio allo Spirito di Amore. Egli è l’« ospite», noi siamo i « padroni », dipende quindi da noi che Egli possa poco o molto. A « Se voi conosceste il dono di Dio, diceva Monsignor Gay, il valore e la importanza della minima luce interiore, del minimo tocco del divino Spirito, della più piccola occasione favorevole! Se voi sapeste come Dio è là, come si offre, si dona, e quindi quello che ciò importa per voi e per gli altri, e quali conseguenze conduce con sé nel tempo e nella eternità! Oh! chi ci farà finalmente capire le cose soprannaturali, stimare, al loro giusto valore quei beni, il minimo dei quali, a giudizio di S. Tommaso, è superiore a tutti i beni naturali riuniti! ». Senza la bontà preveniente di Dio che ci ha condotti al fonte battesimale, prima ancora chela nostra ragione fosse sviluppata, e al sacro fonte ci ha dato « la carità, sparsa in noi dallo Spirito Santo», come dice l’Apostolo ai Romani (Rom., V, 5); — senza la sua bontà che continuamente ci aiuta, e dispone in noi quelle ascensioni perpetue che ogni anima, avvezza all’esame di coscienza, richiama alla mente con tanta gioia: ispirazioni nella preghiera, forza nelle tentazioni, incoraggiamento in certe circostanze;— senza la sua bontà meravigliosamente paziente, che ci ha rialzato ogni qualvolta siamo caduti, che ci ha tratti dall’abisso, allorquando abbiamo ceduto al peccato; e ogni qualvolta abbiamo ripetuto le nostre indelicatezze, ha aggiunto, a tutte le altre, una nuova delicatezza, che cosa sarebbe di noi? Si può supporre un fatto più strano di questo: l’applicazione singolare dello Spirito Santo a divinizzarci, e da parte nostra l’applicazione ardente a rifiutare il suo concorso, ovvero a passare accanto a Lui senza neppure sospettare la sua presenza o capire il suo valore? Ah! se avessimo lo stesso ideale che Dio ha verso di noi! Ma il punto importante non consiste tanto nel fatto che lo Spirito Santo ci comunica la forza, ci manda buone ispirazioni, ci concéde il suo amore; quanto nel fatto che Egli dà se stesso, e vedremo subito con quale intimità. Non si capisce perché un timore segreto impedisca di considerare l’unione dello Spirito Santo con l’anima nostra, per quello che essa è— o almeno come potrebbe e dovrebbe essere— unione tanto intima, dice Cornelio a Lapide, nel Commentario degli Atti, che non se ne dà un’altra più grande: Est enim summa unio inter Deum et animam sanctam qua nullius creaturæ puræ potest esse major. S. Paolo dichiarava: « Colui che vive in grazia, forma un solo spirito con Dio. Qui adhæret Deo, unus Spiritus est» (I Cor. VI).Cornelio a Lapide dice ancora: « In quella maniera con cui l’anima, quando assume il corpo per vivificarlo, gli comunica con la vita un soffio che non aveva; così lo Spirito Santo quando prende un’anima per unirsi a lei, le comunica una nuova vita, anzi la sua stessa vita; in una parola, la deifica. Sicut anima, dum assumit et quasi osculatur corpus, ipsum exanime animat et vivificat; sic Spiritus Sanctus gratia osculatur animam, eam vivificat, imo deificat» (In Cant., I). È fuori dubbio che l’unione dello Spirito Santo con l’anima nostra, mediante la grazia,non va fino a formare di Lui e di noi una sola persona. Fatta questa riserva, si può dire che sotto un certo aspetto sia più intima di quella dell’anima nel nostro corpo, « giacché, nota il P. Ramière (Divinisation), questo Spirito divino penetrale facoltà dell’anima nostra meglio di quello che l’anima nostra non penetri le membra del nostro corpo. « E questa unione è soprattutto assai più indissolubile. L’unione dell’anima col corpo è così fragile che si dissolve continuamente. Ad ogni momento perdiamo una qualche parte della nostra sostanza, finché l’intero corpo non ci sia strappato dall’urto irresistibile della morte. Quando lo Spirito Santo si è unito ad un’anima, non vi è sulla terra, né nell’inferno, una forza capace di strappargliela; l’anima solamente ha il potere di distruggere in sé la vita divina col più tremendo dei suicidi ». I Santi Padri, più audaci di noi, o a dir meglio, più veri, affermano che l’unione dello Spirito Santo con l’anima in grazia è così intima, da costituire un vero matrimonio. Non « ospite » solamente, ma « sposo ». E alcuni di essi vanno fino al punto, da chiamare l’anima in grazia: Spirita Sancta, dal femminile di Spirito Santo (1) Vedi lo sviluppo che il P. MESCHLER fa di questa parola: Le Don de la Pentecòte, t. II, p. 139), per dimostrare meglio che l’unione del divino Paraclito e dell’anima senza peccato, è un’unione simile, ma ancora più bella, all’unione dell’uomo e della donna nel Sacramento che dei loro due corpi ne fa uno solo, e delle due anime un’anima sola; un’unione simile, benché non ipostatica, a quella del Verbo con l’Umanità Santa; simile a quella di Gesù Cristo con la Chiesa, unione che il matrimonio cristiano simbolizza. – Si legge nella vita di S. Angela da Foligno che la santa andò un giorno in pellegrinaggio alla tomba di San Francesco d’Assisi. Ed ecco che una voce le risuona all’orecchio: «Tu hai fatto ricorso al mio servo Francesco, ma ti farò ora conoscere un altro appoggio. Io sono lo Spirito Santo che sono venuto a te e voglio darti una gioia che ancora non hai gustata. E io ti accompagnerò, sarò presente in te… ti parlerò sempre… e se tu mi ami, non ti abbandonerò mai. O sposa mia, io ti amo; ho stabilito in te la mia dimora; mi riposo in te; alla tua volta, stabilisciti in me e cerca in me il tuo riposo ». – S. Angela, paragonando i suoi peccati con questi favori straordinari, esitava, credendosi trastullo di un’illusione: « Se foste veramente lo Spirito Santo, ella dice, non potreste dirmi simili cose: esse non sono fatte per me. Ma se foste proprio Voi, la gioia che ne avrei sarebbe così grande che non potrei provarla senza morirne ». E le fu risposto: « Non sono forse padrone dei miei doni? Io ti dò la gioia che voglio, né più né meno ». E la santa termina dicendo: « Io non posso esprimere la gioia che provai, specialmente quando mi disse: io sono lo Spirito Santo che vive interiormente in te ». – Ciò che lo Spirito Santo per un favore speciale rivelava a S. Angela, la Chiesa, col suo dogma, l’insegna a tutti i Cristiani. Lo Spirito Santo vive in noi e ha un solo desiderio, quello di trovare nell’anima nostra la corrispondenza di sentimenti che Egli vuole avere per noi. Da parte sua, l’unione con noi quanto non è intima! – Ma da parte nostra, questa unione con Lui di qual natura è? Siamo dunque senza intelligenza o senza cuore? Quanto si è prodigiosamente incoscienti, o miserabilmente chiusi nell’amore dell’Amore Infinito: come uscire da questo dilemma? Alcune anime, pertanto, più raccolte o più avide d’intimità, intravedono ciò che bisogna ricercare in questa familiarità. Ma ben presto perché conoscono meglio di altre la loro debolezza, esitano, non osano, indietreggiano. Quando lo Spirito Santo si offre per un’unione incomparabile, per un vero matrimonio, esse hanno vergogna di stendere la mano e di dare il loro cuore. Questo non sembra che sia per loro; pare cosa troppo bella. Il loro corpo, polvere di peccato; l’anima loro, ulcus et apostema, secondo la forte espressione di S. Ignazio nella meditazione sul peccato, « un cancro e una ulcera », a ogni modo, una tomba dei benefizi di Dio; e benché animate da un desiderio ardente di unirsi all’Ospite divino, provano un tale sentimento di repulsione, nel riguardo di se stesse, che praticamente rifiutano di credere alla realtà delle offerte divine. – Il noli me tangere di Gesù a Maddalena, risuona al loro orecchio e ricordano il grido di Pietro, vedendo Gesù avanzarsi per lavargli i piedi, o di Elisabetta scorgendo Maria che viene a Lei: « Tu mihi?Voi da me!… Unde hoc… ut veniat? Donde questa maraviglia? ». Non trattasi di sapere se sia cosa troppo bella, ma piuttosto se sia vera o no. Lo Spirito Santo abita realmente, con tutta verità, nell’anima? Desidera unirsi con essa? Sì; questo è oggettivamente vero. Non potrei opporre nulla contro questo fatto. Sono libero di credere che questo fatto è straordinario, incomprensibile, e inaudito; ma ancora una volta, se è vero, bisogna ch’io mi inchini. Ora il fatto è vero e s’impone. Lo straordinario, l’incomprensibile, l’inaudito sarebbe che io non provassi di compenetrarmi di questa presenza di persuadermene e di viverne. « Per quanto grandi siano le grazie che portiamo in noi, scrive l’Olier (Vie de M. Olier, 1818, Lebel, Versailles p. 498-499), restiamo sempre gli stessi vasi di argilla, il misero nulla e nient’altro: habemus thesaurum istum in vasi fictilibus. Le specie del pane e del vino, nel SS. Sacramento, non hanno ragione di gloriarsi delle grazie che racchiudono, e dei beni che la S.Eucaristia opera nelle anime, giacché esse non ne sono la causa, ma solamente leggere e fragili scorze, benché siano così vicine alla divinità. Lo stesso avviene alle anime più sante e più ripiene di Spirito Santo: sono come bucce che in pochissimo tempo si guastano e si corrompono. E come il corpo e il sangue di Nostro Signore finisce di essere presente, sotto le specie, quando queste sono corrotte; così alla prima corruzione e impurità, lo Spirito Santo si allontana, lasciando questi poveri vasi nella loro corruzione. – Da ciò può dedursi se un’anima abbia ragione d’inorgoglirsi e di credersi più di quello che era prima, per il solo fatto di ricevere grazie così preziose, come i Sacramenti, di portare in se stessa Nostro Signore, come le specie del pane e del vino, ovvero lo Spirito Santo, come l’olio consacrato e il balsamo nella Cresima. – Non deve invece temere che Nostro Signore, non trovandola abbastanza pura per dimorare in essa, si ritiri? ». – E giacché abbiamo accennato alla Comunione, la presenza del divino Spirito — e di tutta la Trinità — nelle nostre anime, è forse più incomprensibile, più straordinaria e inaudita della presenza eucaristica? Che matrimonio meraviglioso — gli autori usano spesso questa parola, per parlare dell’unione dell’anima con Gesù Cristo, nella divina Comunione, — non è quello del Cristiano alla Sacra Mensa, con Gesù che scende nel cuore! – E se la presenza eucaristica non urta, non ci fa indietreggiare, perché dovremmo fermarci alla presenza che risulta dall’essere in grazia? In un dato senso, questa non è meno prodigiosa dell’altra, o meglio, presenta questa superiorità, di non essere ostacolata, dopo gli altri misteri, dal mistero di un Dio che si è fatto uomo e pane. – Procedendo oltre, San Bernardo all’obiezione netta: « Io non oserò mai entrare in una simile familiarità… Dio in me… Non è possibile!…» — risponde: « Quello che vi trattiene è il rispetto, reverentia; e nella parola rispetto (vereor), è compresa l’idea di timore. Voi dimenticate che amare, significa amare e non venerare. Temere, meravigliarsi, ammirare, ecco in che consiste venerare; ma ciò non ha nulla da fare con l’amare. Dove c’è l’amore, ogni altro sentimento sparisce. Colui che ama, ama. Ama e nient’altro. Sposo con sposa. Or qui, lo Spirito Santo non è lo sposo dell’anima, qualcuno che ama, senz’altro; molto meglio, lo stesso Amore? « Dio, come Dio, esige il timore; come Padre vuole essere onorato; come Sposo vuole essere amato… Quando Dio ama, non vuole altro che essere amato… È fuori dubbio che nell’amore vi sono diversi gradi: Sposa è il grado più elevato. Non vi è nulla al disopra.« Ora, l’unione dello Spirito Santo con l’anima è un’unione di quest’ordine, spinta al più alto grado: unione non di due carni in una,ma di due spiriti in uno solo, secondo l’espressione energica di S.Paolo: Qui adhæret Deo unus spiritus est » (S. BERNARDO: In cantic, S. LXXXIII.).E siccome l’anima si nasconde nella sua umiltà e si rifiuta dicendo: « Io non potrò mai amare abbastanza. Come lottare col gigante? Come amare nella misura in cui sono amata?Dovrò rinunziare all’impresa? » — « No, risponde; senza dubbio la creatura ama meno. Purché ami senza riserve. Manca forse qualcosa là dove si dà tutto? » (Ib. Ibid.).S.Giovanni della Croce compie la spiegazione, dandone la ragione ultima e la più profonda: l’anima può giungere ad amare molto, perché in essa è l’amore che ama (Si è già vista sopra la spiegazione del testo di S. Paolo: « In noi il solo che può gridare: Padre, è lo Spirito del Padre ». Qui vale lo stesso ragionamento.). Ecco quindi la proporzione, l’equivalenza voluta e supposta impossibile. Se l’anima non fosse fortificata, raddoppiata, centuplicata nella sua facoltà di amare, l’equazione necessaria non si stabilirebbe; ma tutto si spiega se l’amore col quale noi amiamo è lo stesso amore di Dio. Ora accade proprio così, e S. Fulgenzio lo dice assai bene: « Per amare Dio, il cuore dell’uomo non basta; bisogna avere il cuore di un Dio. Che cosa significa questo? Possiamo dunque amare Dio col cuore di Dio? Sì, perché la carità di Dio è sparsa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che « ci fu donato » e noi possiamo amare Dio solamente per mezzo dello Spirito Santo; non ho ragione di dirvi quindi: Amiamo Dio col cuore di Dio? » (S. GIOVANNI DELLA CROCE: La notte oscura dell’Anima, L. II, C. XIII).

CAPO IV.

Con tutta la Santa Trinità.

La devozione al Padre, la devozione al Figlio, la devozione allo Spirito Santo, presenti in noi per la grazia, possono considerarsi sotto aspetti molteplici, secondo le ispirazioni soprannaturali e le inclinazioni diverse delle anime. Da ciò deriva l’originalità molto varia, nei giusti, che taceva esclamare Davide: « Mirabilis Deus in sanctis suis, Dio è mirabile in coloro, in mezzo ai quali abita». (Ps. LXVII, 36). Invece di fermarsi alla considerazione della presenza in noi dell’una o dell’altra delle divine Persone, ovvero dell’aspetto particolare dell’una delle tre presenze, alcuni preferiscono considerare la Santa Trinità nel suo complesso.« Il Cristo, vero Dio e vero uomo, vero uomo quanto è vero Dio, generato dal Padre negli splendori dell’Eternità, ci ha generato, in qualche modo, sul Calvario. Divenuto in virtù del suo sacrificio capo di tutta l’umanità, ci rende partecipi della vita divina che Egli ha ricevuto dal Padre. « Egli innesta sopra la nostra vita naturale la sua stessa vita e ci comunica il suo essere divino.Mentre abita realmente in noi, è necessariamente inseparabile dal Padre e dallo Spirito Santo.« Il Padre, in noi, genera il Figliuolo, e lo Spirito divino procede dal Padre e dal Figliuolo. L’intero mistero, tutte le operazioni, lutto l’amore e la beatitudine della Santissima Trinità si compiono e dimorano in noi.

« Sono queste le realtà sublimi dello stato di grazia… » (Paolina Reynolds, t. II, cap. III, § 4). – Il P. Lessio, autore del bellissimo libro: I nomi divini, è fra coloro che più studiarono la Trinità adorabile, e sappiamo che la sua devozione personale amava di considerare Dio vivente e presente nell’anima sua: « Signore, ve ne prego, diceva, attirate il mio cuore a voi nell’interno dell’anima mia. Qui, lontano dagli strepiti del mondo e dalle preoccupazioni che accasciano, dimorerò vicino a voi, per godere di voi, per amarvi, venerarvi e intendere la vostra voce. Qui vi racconterò le tristezze della mia vita d’esilio; qui, vicino a voi, troverò le consolazioni necessarie! Fate che io non dimentichi mai la vostra presenza in me, Voi che siete luce e dolcezza dell’anima mia! Che io non vi dimentichi mai, ma che sempre e dappertutto lo sguardo dell’anima mia vi incontri ». – Le Memorie della Carmelitana di Digione, suor Elisabetta della Trinità, sono un’esposizione continua di quello che può — o che dovrebbe essere — in noi la devozione ai « Tre ». Le abbiamo già citate abbastanza, perché ognuno possa convincersene, qui ci contenteremo di dare due tratti della sua preghiera favorita. Nulla di più dogmatico e più lirico, e ad un tempo, di più esalto e più elevato: « O mio Dio, Trinità che io adoro, aiutatemi a dimenticare interamente me stessa, per stabilirmi in Voi, immobile e pacifica, come se già l’anima mia fosse nell’eternità! Nulla turbi la mia pace, né mi faccia uscire di Voi, o mio Immutabile, ma ogni minuto mi trasporti più lontano, nell’abisso del vostro Mistero. « Rappacificate l’anima mia, fatene il vostro cielo, la vostra dimora amata e il luogo del vostro riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, svegliatissima nella mia fede, in profonda adorazione, interamente abbandonata alla vostra azione creatrice ». – Questo è il principio, ma ecco la fine: « O mie Tre Persone, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda; seppellitevi in me, affinché io mi seppellisca in Voi, aspettando il giorno di contemplare, nella vostra luce, l’abisso delle vostre grandezze » (21 novembre 1904). Sarebbe un errore credere che occorra essere una religiosa, insignita di favori straordinari, o un dotto provvisto d’una scienza teologica prodigiosa per pregare a questo modo. Chiunque abbia compreso la vera natura dello stato di grazia, può avere la devozione ai «Tre», viventi in noi. Non è punto una devozione fuori posto, riservata a pochi. Il dogma e l’uso del dogma è per tutti. –  Pietro Poyet lavora alla rue des Postes. È uno studente come tanti altri, ma molto legato alla sua fede. Prende occasione della preghiera ordinaria che si recita al mattino per rientrare in se stesso, e trovarvi gli Ospiti divini dell’anima: « Mettiamoci alla presenza di Dio e adoriamolo ». Dove mai Dio è più presente che nel suo cuore, nel cuore del giovine che vive in grazia? Tutta la spiritualità dei suoi vent’anni riluce intorno a questa grande idea: l’Abitazione della Trinità nelle anime nostre. A un compagno di scuola scrive un giorno: « Dio è in te al posto che deve occupare? ». Nel suo programma di vita intima, inserisce questo proponimento: «Avere l’anima tormentata dalla magia dell’assenza divina. Temere il peccato più di ogni cosa, perché caccia Dio dal nostro cuore. Ricercare soprattutto lo stato di grazia perché mette e mantiene Dio in noi ad ogni minuto » (Cfr. Notice, dell’abate Rouzic). – Chi non può imitare — o almeno studiarsi d’imitare — questo studente, e vivere d’un simile desiderio e d’una simile fede? – È certo che, inclinati come siamo alla materia, occorrerà più d’uno sforzo — e lo diremo fra non molto —. « Il poco essere che abbiamo — secondo una frase profonda di Pascal — ci nasconde la vista dell’infinito ». Ma dal momento in cui abbiamo visto e compreso chiaramente tutto quello che portiamo «dentro di noi», non dovrebbe nascere nell’anima l’ambizione di acquistare a qualsiasi prezzo l’evidenza di quelle cose che non si vedono, di non passare accanto alla più grande meraviglia senza scorgerla, o di non possederla senza viverne? – In questa nostra opera abbiamo omesso, a bello studio, le questioni controverse o troppo sottili, utili a discutersi nelle scuole, ma che servono poco a chi se ne sta a pregare e a chi cerca la vita interiore. Vogliamo solamente accennare a due punti per prevenire una difficoltà e rispondere a un quesito. Nel mistero della nostra santificazione, lo Spirito Santo esercita forse un ufficio particolare che non esercitano con Lui, allo stesso grado, il Padre ed il Figliuolo? Secondo alcuni autori che si fondano sopra una tradizione molto rispettabile, dovuta specialmente ai Padri Greci, fra i quali primeggia S. Cirillo Alessandrino, il Padre ed il Verbo sarebbero in noi mediante lo Spirito Santo. Vi sarebbero due stadi, non nell’ordine cronologico, ma solo nell’ordine logico, e come suol dirsi, della causalità formale. Il divino Spirito, col Battesimo, prenderebbe possesso dell’anima nostra; primo stadio. In virtù del privilegio della circuminsessione, per la quale il Padre ed il Verbo sono là dove è lo Spirito, subito dopo la venuta dello Spirito Santo, il Padre ed il Verbo diventerebbero ugualmente presenti. – Questo è il primo quesito, d’ordine piuttosto storico; ma ecco il secondo di ordine piuttosto filosofico: In qual modo esattamente si effettua l’unione di Dio con noi, e la nostra con Dio? Noi diciamo: Dio è presente, abita, vive in noi. Il fatto è assolutamente certo; è un dogma. Ma il modo? Quale spiegazione si dà del « modo »?Colui che ha spinto più lontano lo studio del « modo. », a nostra conoscenza, è il P. Jovene, nel suo trattato De vita deiformi. Lo si legge nella speranza di trovare un punto che soddisfi, si percorrono le pagine con avidità; ma giunti al termine si rimane delusi. Abitazione, presenza, possesso, vita intima, familiarità tutto questo ridotto ad alcune spiegazioni troppo smilze, ad alcune formole che sembrano troppo brevi. Ma si avrebbe torto a meravigliarsene. Il « come » della mia « deiformazione », della mia « deificazione », mi sfugge. Non capisco nulla, ovvero non capisco tutto… Se si riflette bene, che cosa vi è in ciò di strano? Non è invece naturale? Se io arrivassi a capire, sarebbe questo un fatto meraviglioso? Non siamo forse avvezzi a ignorare molti « come » dell’opera di Dio? Quello che conosco, non è già sufficiente per riempirmi d’ammirazione e, se lo voglio, per santificarmi più di quello, a cui i miei buoni desideri non giungono? E poi, forse che le difficoltà non sono identiche, in simili materie? Consideriamo l’Eucaristia. Si ha forse una luce maggiore sul modo in cui si opera la transubstanziazione? E sarò più avanti — sotto l’aspetto della mia devozione, s’intende — dopo lo studio dei differenti sistemi: adduzione, riproduzione, semplice conversione, ecc.? E tuttavia, nulla è più certo del fatto. – Dirà qualcuno che nell’idea della nostra « deificazione » si può eccedere, oltrepassare la misura, cadere nell’errore. No, perché abbiamo dei capisaldi. Io so che debbo escludere qualsiasi concetto panteistico: Dio rimane Dio, e io rimango io. So che la mia unione con Dio non è ipostatica, cioè della stessa natura dell’unione del Verbo con l’Umanità del Salvatore. Pure ammessi questi limiti, il dogma della vita di Dio in noi, mediante la grazia, resta sempre bello e consolante.

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