DIO IN NOI (5)

DIO IN NOI (5)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

CAPO I.

Col Padre.

« Ritenete per certo che voi non siete l’uomo che Dio vi vuole e che voi stesso pensate, quando in certi momenti di luce il vostro ideale viene a rispecchiarsi sull’anima vostra. Come avete impiegato la vostra vita, fino ad ora? Che cosa avete fatto dei vostri titoli di adozione divina? Siete veramente figlio di Dio nelle opere e nel modo di pensare? No. Ebbene, piangete sulla vostra vita, profanata, sterile e vana e alla prima lacrima ritroverete Dio ». Così parla il P. Gratry all’uomo che vive in peccato. Ma le anime che sono abitualmente in grazia, pensano talvolta a quali risorse procura loro l’adozione divina per mezzo del Padre che sta nei cieli, adozione che li rende partecipi della stessa vita del Padre, presente in esse, ben inteso, in quella copia che è permessa a una creatura, lasciando libera entrata a Dio? L’adozione umana è d’ordine giuridico e legale. Essa permette di aver comune il nome, il blasone e l’eredità di chi adotta, ma non può infondere il vincolo naturale del sangue. L’adozione divina ci fa vivere la stessa vita di Dio… Le parole di San Pietro sono esplicite: « Ut per hæc efficiamini divinæ consortes naturæ, partecipidella natura divina » (II Petr. I, 4la liturgia all’Offertorio rammenta la stessa verità; « divinitatis consortes, partecipi della divinità »).« Che la vita superiore, promessa e data alleanime nostre da Gesù Cristo, scrive un autore(Exortation à un jeune homme chrétien dell’Abate CHABOT, Beauchesne. 1909. p. 212), sia la partecipazione alla stessa vita di Dio, non possiamo metterlo in dubbio: l’origine ci viene indicata assai chiaramente. Proviene dal seno del Padre, come il Verbo medesimo; ci fu preparata ed elaborala dal Figliuolo che dovette inoltre meritarcela col prezzo del suo Sacrificio; lo Spirito Santo distribuisce la vita, da questa sorgente, come vuole; e la mette in attività nelle anime con impulsi misteriosi. In questo modo tutti coloro che la ricevono, diventano figli di Dio, nati, non dal sangue e dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio. Noi siamo veramente partecipi della vita di Dio, un seme divino è in noi, portiamo Dio nel nostro corpo, lo spirito di Dio ci anima e ci conduce, il divino ci trasforma come il fuoco fa del ferro, e ripieni di divinità noi siamo templi del Dio vivente ». – Non si potrebbe riassumere meglio la storia della nostra esistenza soprannaturale, né la natura dei rapporti che possiamo avere — e che

dovremmo avere — con la divina Trinità, con Dio Padre in modo particolare. Una parola spiega ogni cosa. Non in un senso metaforico, ma reale, noi siamo divenuti filii Dei, figli di Dio. Se quindi abbiamo capito in qualche modo ciò che riguarda il dogma della grazia santificante, ne risulta una conseguenza importante: l’amore filiale verso il Padre. – Quanto è grande la differenza fra un padrone sovrano che si contenta dei rapporti di Creatore con la sua «creatura», ed il Padre amantissimo che noi abbiamo; fra un Dio lontano che profitta della sua lontananza per farci comprendere la distanza infinita che ci separa da Lui, e il Dio vicinissimo, quale è il nostro, che si è talmente avvicinato a noi, da stabilire la sua dimora dentro di noi! L’uomo era schiavo. Adesso fa parte della famiglia. Dio, in realtà, potrà essere chiamato da lui, non Padre, ma mioPadre. È divenuto fratello di Gesù Cristo, e può dire insieme con Lui: Padre nostro. È dello stesso lignaggio di Gesù, e Gesù tiene il suo da quello del Padre. Gesù è il Figlio, ma anch’egli può, con tutta verità, dirsi figlio: figlio d’adozione, è vero, giacché a Gesù Cristo l’essenza divina è propria per natura, mentre a lui solo per grazia; ma figlio, nondimeno, a un titolo autentico e scelto fra i mille, « avendoci Dio generati liberamente per mezzo del suo Verbo di verità » (Giov. I, 18 ). Ugualmente, perché siamo i figli di Dio, « ci manda lo Spirito del suo Figliuolo che provochi, nei nostri cuori, il grido: “Padre, Padre!,, » (Rom. VIII, 15); e perché siamo figli, per legittima conseguenza, abbiamo diritto all’eredità. Il primogenito non vuole per sé tutta l’eredità. Anzi Egli è venuto sulla terra solo per mettercene in possesso, rendendoci partecipi del suo gaudio. Non disse forse, prima di lasciare gli uomini, che ritornava al Padre, per prepararci un posto? Un giorno tornerà per condurci con sé, poiché vuole che noi siamo là dove Egli si trova. Non sarà allora più l’abbraccio oscuro nel cielo ristretto dell’anima nostra in questo interno divino in cui si degna abitare; sarà la intimità a viso aperto, nella luce piena, e la gioia illimitata d’un cielo senza confini: « Intra in gaudium Domini tui» (Matth. XXV, 21). Che cosa è mai la morte — domandava a se stessa una Santa — se non un salto sulle ginocchia del Padre? Il nostro stato è ora provvisorio e tutti coloro che sono assai vigili, ne soffrono: « Expectatio creaturæ revelationem filiorum Dei expectat… quia et ipsa creatura liberatur a servitute corruptionis in libertatem gloriæ filiorum Dei. Scimus enim quod omnis creatura ingemiscit et parturit usque adhuc» (ROM., VIII, 19-22: « Le creature attendono la manifestazione dei figli di Dio… nella speranza che saranno liberate dalla servitù della corruzione, per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Esse gemono fino a quest’ora nella fatica del parto ») . « Ancora non si vede ciò che noi siamo» (Giov. III, 2). Un giorno il provvisorio finirà, e noi vedremo spiegarsi, nel possesso dell’eredità, « la libertà gloriosa dei figli di Dio ». Verrà l’ora in cui ciò che in noi è soggetto a perire, sarà assorto dalla vita: « Ut absorbeatur quod mortale est a vita». Dio ha preparato ogni cosa a questo modo, per la nostra glorificazione. Ce ne ha dato una caparra nello Spirito, principio della nostra vita superiore: « Qui autem efficit nos in hoc ipsum, Deus qui dedit nobis pignus Spiritus» (II Cor., V, 4, 5). Sarà allora « la fusione completa nell’unità ». Il Cristo è venuto sulla terra a questo solo scopo: infondere in noi, a partire dalla vita presente, la vita del Padre, affinché insieme, eternamente, in un’unità radiosa, la vita del Padre dimori e si dilati in noi. Questo era l’oggetto delle preghiere che il Salvatore rivolgeva al Divin Padre: « Padre mio, fate che come Voi siete in me e Io sono in Voi, così essi sieno una cosa sola in noi. Io in Voi, Voi in me, affinché essi sieno perfetti nell’unità » (Giov. XVII, 21-23).Può esistere un altro fatto più meraviglioso, più degno di tutta la nostra stima e il nostro affetto, un’altra storia più bella della vita di Dio nelle anime, vita nascosta sulla terra, ma luminosa nei cieli? Può darsi una geografia — diciamo cosi —più importante di quella dei mille fiumi di grazia che, circolando senza strepito nel mondo, scaturiscono da sorgenti abbondanti, spesso invisibili, e malgrado ostacoli di ogni natura, sabbie e detriti che si ammucchiano, lordure che contaminano, seguono il loro corso verso uno ceano senza limiti?Può mai concepirsi un dramma più strano di questo: un’anima che mette alla porta Dio che vuole entrare per vivere in lei e con lei: ovvero un’anima che avendolo perduto, cerca con sollecitudine, e lungo la strada incontra quel Dio che anch’Egli si era messo a cercarla da un pezzo, aspettando un minuto di pentimento, ovvero un palpito di amore, per rientrare nella città morta?Purtroppo, quanto pochi sono i Cristiani che pensano a queste verità! Quanto limitato è il numero di coloro i quali hanno questa devozione filiale al Padre di famiglia, devozione che la nostra qualità di figli adottivi o ci permette o c’impone e che sarebbe facile ottenere, se avessimo una idea profonda della preghiera insegnataci da Nostro Signore, il PaterHo accennato al Pater, e con ragione. Nostro Signore, insegnando agli Apostoli la formola del Pater, non disse: Ecco una fra le molte preghiere che potrete fare, un esempio, un modello di preghiera; ma disse: «Quando pregherete,voi pregherete così » (Matth. VI, 9). Così, e non altrimenti. Non vi sono diverse mostre, diversi saggi di preghiera cristiana. La preghiera cristianaè la preghiera del Cristo, il Pater, composto da Lui, a nostro uso. « Voi pregheretecosì ». Il modo di esprimersi è esplicito e imperativo. In conseguenza, il Pater noster è non solo la prima, ma l’unica preghiera. Non intendiamo dire con ciò che il Pater sia preghiera invariabile nella forma, che debba interdire ogni slancio spontaneo, qualsiasi elevazione personale e vivente di ogni anima inparticolare. Ma importa la preghiera, di cui tutte le altre, perché possano dirsi cristiane, non devono essere che la riproduzione e lo sviluppo: preghiera che non ammetterà mai alcun mutamento nella sostanza, né alcuna aggiunta capitale; preghiera tipo di tutte le preghiere, preghiera fondamentale le cui orme tutte le altre devono ricalcare e sulla quale devono modellarsi. Preghiera che deve racchiudere le altre, e riflettersi in tutte senza alterarsi. Quando pregherete, direte così: « Padre nostro… ». Il Pater è l’arma protettrice delle nostre orazioni particolari, l’anima di ogni devozione personale, della nostra vita interiore, come anche della pietà liturgica e della vita della Chiesa, il tema ispiratore e vivificante di ogni nostro passo nella vita cristiana.« Padre nostro… ». In queste parole commoventi, molti non scorgono che un’introduzione insinuante, per attirarci la benevolenza di Colui che regna nei cieli. Queste parole significano qualcosa di più. Esprimono una verità fondamentale, il centro intorno al quale gravita ogni vita religiosa e dal quale si irradia tutta la vita cristiana. Una volta eravamo figli d’ira, filii iræ; il Pater ci ricorda che l’opera di Gesù Cristo ci ha resi « figli di Dio ». Per l’abitudine contratta, questa espressione non ci colpisce. Essere « figli di Dio »; non sembra a noi un fatto straordinario, crediamo invece di averne quasi il diritto. Poter chiamare Dio, Padre, quando si è un nulla; Padre, quando si personifica il peccato: non lo si dovrebbe poter fare tanto facilmente. Sempre la stessa ignoranza: noi non ce ne meravigliamo affatto, mentre S. Paolo ne era ripieno di stupore: Io posso dire a Dio: Abba, Pater. Io, a Dio, « Padre » ; dirgli « Padre »! Oh! giammai, per me stesso, ciò sarebbe possibile! Ma io possiedo lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre, ed è Egli il primo a riconoscere in Dio la Paternità che io acclamo. Persuadersi che il Padre è un essere paterno, più ancora, un essere veramente materno, darebbe grande coraggio nella vita! Nostro Signore si studiava di farcelo capire. « Una madre ama molto; ma il Padre che è nei cieli, ama cento volte di più. Osservate come sono vestiti i gigli del campo. Lo splendore di Salomone non uguaglia lo splendore dei gigli. Riconoscete, nella loro bellezza, il dono del Padre. Guardate gli uccelli dell’aria. Colui che li ha creati lilascia forse senza nutrimento e senza ricovero? Riconoscete, in tali soccorsi, il dono del Padre. E se Dio spiega tanta generosità per i gigli e per gli uccelli, quanta non ne spiegherà per noi! ». – « Padre nostro », due parole che proclamano! il titolo più bello di Dio, quello che conviene! collocare prima di ogni altro, come un prefisso esplicativo, un richiamo evocatore, un correttivo prezioso. Giusto, sì, ma Padre. Terribile, sì, quando non può farne a meno, ma anche allora, e sempre, Padre. – E qual tristezza non dovrebbe produrre il vedere che molti Cristiani, molti buoni Cristiani, hanno pochissimo spirito filiale e mancano di confidenza verso Dio, quasi in tutte le occasioni! Un dolore sopraggiunge. Se ne getta la colpa contro Dio e manca poco se non lo si tratta da barbaro. Barbaro, Dio? Abbiamo mai posto mente alle due prime parole del Pater? Si commette una colpa, quindi tante altre. Segue lo scoraggiamento. Si era fatto un proposito fermo; e si cade di nuovo! Dio non perdonerà più. Dio capace di conservare rancore? Ciò può mai concepirsi in un padre terreno? No. Ebbene, come poterlo concepire in Colui che ha plasmato il cuore dei padri della terra, nel Padre del cielo? Oh! la grande insipienza! Se abbiamo avuto la disgrazia di peccare, non aggiungiamo alle nostre colpe una nuova colpa, mille volte più grave, quella che ci farebbe dubitare del perdono del Padre. Ciò indicherebbe che noi abbiamo perduto ogni sentimento di figli. Il prodigo ammise forse un sol momento l’idea che suo padre potesse rigettarlo? No, No! In piedi, e subito alla volta del Padre, Surgam… ad Patrem! – Il vero spirito filiale, in primo luogo, importa il desiderio della grandezza e della gloria del Padre, della grandezza di Colui al quale apparteniamo in qualità di figliuoli, e questo sotto la triplice forma che ci viene indicata dai seguenti ottativi che seguono le parole: Padre Nostro. Sia santificato il vostro nome! Quale grave peccato commettono i bestemmiatori! — vi sono le bestemmie degli individui e quelle dei governi — e chi non bramerebbe compensare queste gravi ingiurie, con altrettanti alti di riparazione e di amore! Venga il vostro regno! Quando Dio sarà visto altrimenti che con un atto puramente astratto, oh! allora come si vorrà che la Paternità divina si estenda a tutti gli uomini, a ogni famiglia, su tutte le nazioni! Sia fatta la vostra volontà! Quanto dilata il cuore e lo consola questo pensiero: Dio è « NostroPadre ». Gli avvenimenti ci sconcertano.

— Che cosa fa dunque Dio? — La sua volontà.

— Ma è una volontà di tiranno! — No, è una volontà di Padre.

— Ma dai fatti non risulta. — Se io guardassi attentamente, vedrei meglio, capirei che fra lo svolgersi degli avvenimenti, che sono opera di giustizia ovvero di misericordia, una cosa è certa: ed è che il Padre vuole che io mi faccia santo: « Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra », che Egli vede cose che io non vedo; e che della vera devozione al Padre, nostro Signore stesso mi diede un giorno un esempio ideale nel giardino degli olivi, durante la sua agonia, quando mormorò il suo fiat voluntas tua. Oh, Padre, io voglio ciò che voi volete, perché lo volete, come lo volete e nella misura in cui lo volete! – « Carta » dei diritti di Dio, il Pater lo è anche dei diritti del Cristiano. Noi siamo figli: da questa premessa dipendono le conseguenze. Siamo figli, dunque possiamo parlare al Padre come figli, ed esigere — Egli ce ne dà il potere — tutto quello al quale i figli hanno diritto. – Fin qui, nel Pater, l’uomo esprimeva desideri; ripeteva gl’imperativi divini. Il Padre diceva: «Che il mio nome sia santificato», e il figlio ripeteva: « Sì, o Padre, sia santificato il vostro nome », e così di seguito. Ora l’uomo enumera alcuni imperativi che sono a suo vantaggio. Fa prevalere i suoi diritti, in qualità di figlio. Essendo figlio, ha diritto di essere nutrito dal Padre: « Padre, dateci oggi il nostro pane quotidiano! ». Ha diritto all’indulgenza del Padre: « Padre, perdonate le nostre colpe! ». Ha diritto alla protezione del Padre: « Padre, liberateci dal male! ».Questo importa pregare: « Vivere in casa sua », non solo, cioè, nell’intimità dell’anima propria, ma nel seno della famiglia divina che abita in noi; vivere nella gioia, nell’abbandono, nella certezza di essere compresi, esauditi, prevenuti anzi, nei nostri desideri, e circondati di tenerezza.Non ci si taccia di « sentimento ». È pura fede, semplice conseguenza del dogma. Fra piccoli ammalati, a Villepinte, si era stabilita un’associazione, consacrata alla Madonna della «riconoscenza». Una fanciulla aveva adottato la formola seguente: « Madre mia, io so che voi siete molto buona, che mi amate e che siete potente. Ciò mi basta ». Nessuno c’impedisce di parlare con Dio allo stesso modo: «Padre, so che Voi siete molto buono, che mi amate e che siete onnipotente. Questo mi basta ». Ecco in che cosa deve consistere il vero spirito filiale. Possiamo dire di essere sempre animati da questo spirito? Se no, che cosa attendiamo per animarcene?

CAPO II.

Col Figlio.

Il Verbo discese sulla terra, per apportarci la Vita, la Vita soprabbondante, la sua Vita propria, la Vita di Dio che Adamo aveva perduto. – La sua venuta non ebbe altro fine. Unicamente questo. Oh magnificenza della Vita divina in noi! Grandezza dell’anima nostra « naturalizzata divina! ».

« Al principio era il Verbo, seconda Persona della Trinità adorabile, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio» (Giov. I, 4). Nel Verbo era 1° Vita, quella Vita di cui Dio aveva voluto rendere partecipe l’uomo, in origine, e che ora vuole, con un prodigio di amore, restituirgli, malgrado il peccato. – Il Verbo s’incarna. La Vita lontana diventa prossima. Troppo elevata per poterla ricevere, racchiude la sua pienezza in una umanità simile alla nostra, e forma con essa la Persona del Cristo. La Vita del Verbo diviene la Vita dell’Uomo Dio, la Vita si trasmetterà negli altri uomini, chiamati tutti a divenire « simili a Lui » (Rom. VIII, 29), vero Figlio del Padre. Ed eccoci per la grazia, divenuti fratelli di Gesù Cristo, « primogenito di molli fratelli » (Ibid.). L’idea — che noi siamo fratelli di Gesù, che Egli è il Primogenito, il grande fratello — colpisce molto alcune anime. Coloro che hanno seguito o letto semplicemente un certo triduo del P. Longhaye, sul tema che ci occupa, hanno potuto constatare quale ricchezza trovasi racchiusa in questa considerazione, per chi voglia alquanto approfondirla. – Alcuni sentono quasi ripugnanza a considerare Nostro Signore sotto quest’aspetto. Sembra loro che così non vi sarebbe più bastante differenza tra essi e Lui. Si rappresentano abitualmente Dio, il terribile Jave, circondato di fulmini e tuoni, il quale non lascia avvicinare alcuno che non siasi tolto i calzari e non abbia sprofondato la testa nella polvere. La giustizia di Dio, la grandezza di Dio è l’unico puntello su cui poggia il loro ascetismo. L’abitudine di meditare la loro debolezza e le loro cadute, la tendenza naturale della loro anima, un ricorso più costante all’Antico Testamento, un modo di pensare e di agire giansenistico, ovvero il ricordo di fatti terribili intesi, una volta, nelle prediche degli esercizi o letti in certi libri; tutto ciò li inclina e li conferma in questa idea. Altre anime, non meno rispettose, ma colpite dai tentativi che fa Dio per nascondere la sua onnipotenza e avvicinarsi a noi, preferiscono considerare in Lui l’amico, pur non avendo difficoltà di riguardarlo come giudice. – Costoro, poiché non si dà intimità senza presenza e senza una certa uguaglianza, e d’altra parte questa uguaglianza si trova in loro, fanno dell’amicizia l’idea principale della loro vita, l’idea dominatrice. Ciò si scorge nel libretto dell’Imitazione di Cristo — almeno nei due ultimi libri. — Ce ne dà un saggio il bel capitolo XIII del libro IV: « Quis mihi det, Domine, ut inveniam te solum et aperiam tibi totum cor meum… Tu in me et ego in te, et sic nos in unum pariter manere concede. Chi mi concederà, Signore, di trovare Voi solo, e di aprirvi completamente il mio cuore… Voi in me e io in Voi, e così potere rimanere uniti per sempre».Quasi lo stesso aspetto, benché sotto un riguardo un po’ speciale, presenta il dogma della Comunione dei SantiLo studio di Gesù, Fratello maggiore, c’insegna a considerare, intorno a noi, i nostri fratelli, che sono suoi veri fratelli.

— Questi non sono innestati sul Cristo e non ne conoscono la vita? In tal caso, aumenta il desiderio di dir loro ciò che bisogna fare perché abbiano la Vita. « Non de vestra tantum sante, sed de universo mundo ». Alla vista di tanti cadaveri, la fiamma dello zelo si accende, perché in loro vece dovrebbero aversi altrettanti viventi: « Nonne vivent ossa ista? ». Il mondo ha l’aspetto della pianura che vide Ezechiele in visione… Quante ossa disseccate, quante anime in cui la vita del Cristo non circola affatto! – A che valse dunque la venuta in terra del Fratello maggiore e la sua morte sulla Croce, se l’universo, dopo molti secoli, resta ancora popolato di tanti infedeli, e, letteralmente, si è sotto l’impressione della responsabilità della salvezza del mondo? Sembra che si cammini in un deserto, in un immenso deserto e che dalle sabbie aride venga fuori un lamento fioco. « Di chi è questa voce? », domanda il viaggiatore alla sua guida araba che lo conduce attraverso il Sahara. « È il deserto che piange, si lamenta perché vorrebbe divenire una prateria ». Non so quale spinta irresistibile vi inciti a partire più lontano che si potrà, per narrare a tutti la storia della Samaritana, dell’acqua misteriosa che zampilla fino alla vita eterna, dell’acqua viva e vivificante destinata a estinguere ogni sete; a partire con quest’acqua divina, portandone quanto più se ne potrà, per abbeverarne il maggior numero d’anime che vi riesca possibile, tutte le anime. – Un giovine ufficiale aviatore, resistendo a due nemici, fa una caduta terribile col suo apparecchio: resta ventisei ore fra le linee. Ma il desiderio di darsi a Dio si fa strada nell’animo suo. Viene raccolto con una frattura alla colonna vertebrale: è il primo venerdì del mese. Il suo proposito è ormai irrevocabile. Egli così scrive: « Resto sempre immobile sulla mia povera schiena: la paralisi tenace diminuisce poco a poco. Guarirò completamente, bisogna che sia così, Dio lo vuole, giacché mi ha messo nell’anima un’ambizione immensa e delle aspirazioni gigantesche » (Abbiamo raccontato la caduta e la protezione meravigliosa dell’aviatore, nel Messager du Coeur de Jesus, novembre 1917, e in Immolations Fécondes, Blond et Gay, p. 3-11). Può darsi che la vista delle anime lontane alle quali il Vangelo non è stato ancora predicato, sia meno impressionante di quella delle anime a noi vicine, le quali un tempo possedevano la vita del grande Fratello, ma ora l’hanno perduta, dopo d’averla sciupata in compromessi rincrescevoli e sono così divenute anche esse dei cadaveri, in mezzo ad un mondo creduto vivente. – Un uomo che vediamo passare… è vivo?… o morto?… Che cosa potrei fare a suo bene? Farò come Caino con Abele? Non ho contribuito per nulla alla sua rovina? E se posso rispondere di no, il mio compito è finito? Non avrebbe forse bisogno di me per rivivere, e avrei il coraggio di far mia questa parola glaciale: «Non mi curo della sorte di mio fratello?». – Sono pochissimi coloro che a un titolo qualunque non abbiano cura d’anime. Ma quanti se ne preoccupano? Tante persone di cui mi valgo, che mi circondano, che dipendono da me, che abitano con me, aiutandomi o servendomi, hanno la vita? Quale esame di coscienza più grave di questo: « Voi affidate, Signore Gesù, una missione tremenda e divina a chiunque si occupi dell’anima di un fanciullo: con l’esempio e con la parola, con discrezione e rispetto profondo, dovuti a un’intelligenza e a una volontà libera, egli deve produrre Voi in quest’anima. Ogni educatore è un profeta che annunzia e prepara il Natale nell’anima del fanciullo. Per quei giovani dei quali oggi mi ricordo dinanzi a Voi, seppi trovare le parole, i gesti, i silenzi che annunziano, preparano e compiono la vostra nascita? Signore Gesù, vi prego per loro, perché Voi fissiate pienamente il vostro sguardo su di essi. Fatene dei veri Cristiani » (Bullelin des Professeurs catholiques de l’Université, Pierre Pacary; Natale 1921).A questo modo, la solidarietà misteriosa, mareale, che unisce l’anima nostra a Gesù Cristo,alla Vita, conduce spontaneamente a considerarela solidarietà misteriosa, ma ugualmentereale, che unisce, fra loro, tutte le anime cristiane. « Ut sint… unum » (Ego in eis, et tu in me, ut sint consummati in unum. L’Unità è perfetta tra Dio. Gesù Cristo e noi; noi siamo« perfetti nell’unità della vita». Giov. XVII, 23). Bisogna che di tutte queste vite se ne formi una sola. Essendo tutte « innestate » sul Cristo, sono sottoposte alla legge dei vasi comunicanti, a cui abbiamo accennato. Se in un’anima la vita diminuisce o termina, l’insieme resta privato di una porzione più o meno grande di Vita. Se invece in un’anima la vita aumenta, e ciò avviene nella misura in cui le si lascia libero il posto, l’insieme ne risente un beneficio. Ut sint unum. Si legge in un sermone di Sant’Agostino, che la Chiesa inserisce nel breviario il giorno della Dedicazione: Tutti i Cristiani compongono il corpo mistico del Cristo; Gesù, la pietra angolare, noi le altre pietre viventi dell’edificio. Gesù, e noi, anime in grazia, formiamo un solo blocco, un solo Uno, una medesima cattedrale, un unico cuore, un solo amore, un tutto, il solo tutto, l’unica cosa che conti. Alle anime è dato di vivere insieme econ Dio. I palpiti di un cuore si dirigono a un altro; la forza ela virtù di un cuore passano in un altro cuore; un’anima è santificata perché un’altra si santifica. Ogni membro agisce per la forza di tutto il corpo. – « Quel movimento della grazia che mi salva, poté essere determinato da quell’alto di amore compiuto stamattina, ovvero cento anni fa da un uomo oscuro che così riceve il suo guiderdone. Eccovi una povera fanciulla che prega in una chiesa diroccata. Non sa nulla, eccetto che Dio esaudisce immancabilmente, avendo promesso di concedere quello che gli si domanda con confidenza… Vi accade di sentire, in una notte, un immenso strepito di fanteria di cavalleria, di carri in moto. Quello strepito rappresenta il movimento delle labbra di quell’innocente fanciulla, alla quale Dio è certamente sul punto di obbedire ». – Quale grande stimolo, per santificarci, è il pensiero che il minimo atto di virtù, non solo nell’anima mia, ma anche in tutte le anime che sono in grazia, e alle quali io sono unito nel Cristo, fa scorrere un po’ più di vita divina. Altri sfruttano diversamente il gran concetto del Corpo mistico. Il Verbo venne sulla terra e prese un corpo, per farsi Mediatore. Come compagni dell’opera redentrice vuole tutti coloro che accettano di partecipare al suo compito. Vuole avere bisogno di noi, non perché da solo non possa compiere tutto, ma perché l’amore lo spinge a chiedere con sollecitudine il nostro concorso. Egli è il Primo e vuole che noi gli siamo i « secondi ». Da solo poteva salvare tutte le anime. In realtà vi saranno delle anime che non si salveranno che per mezzo nostro. – Dignità singolare — e responsabilità tremenda — del Cristiano. Da questo proviene, in molti, il desiderio di vedere riprodotto, in qualche modo, in se stessi, ciò che effettuò il Verbo nell’Umanità del Salvatore; e di offrirsi, secondo l’espressione singolare di Suor Elisabetta della Trinità, a divenire come « un’umanità aggiunta ». Soltanto alcune anime privilegiate possono comprendere ciò che importa una simile offerta in certi momenti di dolore. Esse sanno bene che supplire, ultimare la sua missione, significa: « Completare la Passione del Cristo». Ed ecco in qual modo la conoscenza dello stato di grazia, dal primo stadio, che è lo spirito fraterno nelle nostre relazioni col Signore, conduce al secondo, che è lo spirito di vittima. – Donde questa strana ambizione, nelle anime, di divenire vittime? — « Vittima con la Vittima, Vittima per la Vittima, mi pare debba il riassunto della mia vita » (Une Ame Réparatrice: Simone Denniel, Vitte, 1916) — noi ci siamo studiati di mostrarlo altrove (L’idea riparatrice, ed. Marietti). – La visione del Cristo in Croce, il bisogno di mettere qualche cosa dentro le piaghe aperte sul corpo del Salvatore, il pensare che esse possono offrire nel loro cuore un ricovero al Divino Maestro, per fargli dimenticare a furia di amore, generosità e sacrifizio, le abbominazioni dei peccatori; il pensiero che il loro sacrifizio può, in qualche modo, riparare per tutti coloro che dimenticano ed oltraggiano Dio, che il loro corpo può diventare uno strumento destinato a soffrire con Gesù, in vece di Gesù, per conto di Gesù; tutti questi sono forti motivi capaci di stimolare nelle anime l’ardore, più di quanto non si immagini. Inoltre tutto ciò che di terribile affermano gli autori spirituali sullo spirito di morte, esse l’accolgono come il fatto più naturale, ovvio, obbligatorio. Il « Quotidie morior» dell’Apostolo per queste anime non è che una fòrmula, una frase che si legge con aria disinvolta, e si ripete ad altri perché abbiano la cura di rendersela propria. S. Paolo non sente il bisogno di supplicarle con molte istanze. « Spogliatevi – dice egli – dell’uomo vecchio, conforme al quale avete vissuto nella vostra prima età, e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità » (Eph. IV, 22-24). Ed esse sono pronte a dire con S. Paolo: « Con Gesù Cristo io mi sono inchiodato alla Croce » (Gal. II, 19), e ancora: « Io mi glorio della Croce di Gesù Cristo » (Gal VI, 14). – In un’opera celebre, per scoraggiare l’Aquilotto, il ministro austriaco Metternich gli mostra che non ha nulla delle doti di suo padre, nulla che lo renda capace di governare. « Voi avete il cappello, ma non la testa! ». Anche la coscienza ripete continuamente una espressione simile, non per scoraggiare, ma per stimolare: Guarda, dice, l’immagine del divino Maestro che soffre. Rassomigli a Lui? Paragona il tuo viso al suo. Il tuo volto è proprio quello di un crocifisso?… La vista del Salvatore dilaniato, toglie il coraggio di vivere senza la Croce, e ad ogni costo si vuole appartenere al numero di coloro che « Dio ha conosciuto in precedenza, e ha predestinato ad essere conformi all’immagine del suo Figliuolo » (Rom. VIII, 29). – Del resto ogni anima che vive « interiormente » è sempre un’anima più o meno destinata al martirio. Con ciò non intendiamo dire che le siano riservate, come a S. Lidwina, le sofferenze fisiche; ma che a ogni minuto vi sarà nel suo interno un pensiero che la tortura, il pensiero della crocifissione. Ella constata la grande sproporzione fra quello che vorrebbe essere e quello che è in realtà. Sente che l’Ospite divino vorrebbe tutto, e sa quante cose si sottraggono all’olocausto. Vorrebbe che tutto fosse di Gesù, e intanto non gli cede la parte migliore. E se in certi momenti di maggiore generosità ha coscienza di dare tutto, sente nondimeno quanto sia poco ciò che dà: sa troppo bene che il tutto è quasi niente. L’anima non è capace di rivaleggiare: Gesù è troppo ricco, essa è troppo povera. Capisce che si tratta di giocare una partita, dove perde sempre: Giacobbe lotta contro l’Angelo. L’Angelo riesce sempre vittorioso. Intorno a lei e in lei, il Cristo è così poco conosciuto e sì mal servito! La piena del peccato si solleva e minaccia di sommergere tutto; e quello spazio di terreno risparmiato dall’inondazione, non è che una pianura, ovvero uno scoglio d’indifferenza. Che fare? Il cuore è pieno di desideri, ma i mezzi, per realizzarli, sono inefficaci ed ecco il supplizio di Francesco Saverio che muore di fronte alla immensa Cina, dove non gli è dato di entrare. Ecco ancora la stretta del cuore di un missionario, che dopo cinquanta anni di lavoro, muore sfinito nella sua dimora, guardando in alto, sulla montagna, una pagoda gigantesca, dove il rivale di Gesù Cristo, un budda grasso e spregevole, regnerà con orgoglio! Il tormento del Serafino d’Assisi, quando percorre le solitudini di Alvernia, donde fissa gli sguardi sulla campagna umbra — sull’universo intero! — e mormora: « Gesù non è amato! Gesù non è amato! ». « Perché non posso incoraggiare tutti ad amare Gesù Cristo, mio divino Maestro, e spingere tutti gli uomini al suo servizio? » scriveva M. Olier. « Sia benedetto Dio che supplisce, con tanta dolcezza e carità, allo zelo dei suoi poveri servi i quali languiscono di non poter servire che per poco tempo, e in modo imperfetto, il loro grande Padrone. Mille milioni di uomini, ripieni del vostro amore e dello zelo di servirvi, darebbero alla mia gioia, o mio Dio! ciò che le manca. Cento mila anni, e più ancora, da me impiegati a propagare la passione santa di cercare la gloria vostra, la gloria del vostro Figliuolo e della sua Madre divina sarebbero almeno un principio di appagamento dei desideri che mi tormentano. Oh, se avessi tanti cuori quanti sono gli spiriti sciagurati e maledetti che vi bestemmiano, come li impiegherei volentieri a vostra lode e a rendervi gli onori che essi vi negano! Moltiplicherei la mia lingua in altrettante creature, quante voi ne avete create sulla terra per glorificarvi! Ma per supplire, o mio Dio! Fate che io mi perda in Gesù, vostra eterna lode, il quale vi rende onori infinitamente infiniti; che io m’immerga e mi inabissi nei cuori dei vostri santi; che, come David, io inviti tutte le creature a benedirvi; che faccia concorrere il mondo intero, per quanto dipende da me, a glorificarvi! Nell’universo ogni cosa fu creata per il mio Gesù e per le sue membra, per Lui e per me; e in Gesù Cristo, Figliuol vostro e nelle sue membra fu tutto disposto a essere una vittima di lode, per tutta la gloria del nome vostro durante tutta l’eternità. O Dio, amor mio! fate che io cominci fin da ora per non finire mai più » (OLIER, Vie, Lebel, Versailles, pp. 608-82).La devozione è svariata nelle sue forme. Alcuni preferiranno considerare, in Nostro Signore, il Verbo, altri l’Umanità sacrosanta. La preghiera di S. Ignazio torna opportuna: « O amantissimo Verbo di Dio, insegnatemi ad essere generoso, a servirvi come lo meritate, a donare senza contare, a combattere senza preoccuparmi delle ferite, a lavorare senza ricercare il riposo, a spogliarmi di me stesso senza attendere altra ricompensa che di sapere che sto facendo la Vostra santa Volontà ».Suor Elisabetta aveva anche la devozione « all’amantissimo Verbo di Dio », ma sotto l’aspetto di cui specialmente ci occupiamo, cioè del Verbo presente nell’anima in grazia. La sua bella preghiera non sfigura accanto a quella di S. Ignazio:

« O eterno Verbo, Parola del mio Dio, voglio trascorrere la mia vita ad ascoltarvi, voglio divenire perfettamente capace d’imparare, per potere da Voi apprendere ogni cosa. Attraverso tutte le notti della mia vita, tutte le privazioni e impotenze, voglio fissarvi sempre e vivere sotto la vostra luce. – « O Fuoco consumatore, Spirito di amore, venite in me, perché si faccia, nell’anima mia, come un’incarnazione del Verbo; ch’io sia per Lui come un’umanità aggiunta, nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero. E Voi, o Padre, inchinatevi sulla vostra piccola creatura, considerate in lei il solo amantissimo Gesù, nel quale avete posto ogni vostra compiacenza… ». Alcune anime preferiranno, nella Umanità del Signore, meditarne l’Infanzia. Molti avranno letto l’autobiografia di un’altra carmelitana, Santa Teresa del Bambino Gesù. Sarebbe grave torto stimare mancanza di virilità la freschezza che emana da queste pagine. Offrirsi a Gesù per divenire, nelle sue mani, come una palla elastica nelle mani di un bambino, una palla che si possa buttare a terra, forare con spille e chiodi, farla saltare, abbandonarla in un angolo, sono concetti molto più profondi di quello che non sembrino a prima vista. – La fondatrice del Carmelo non ebbe forse un amore particolare per il Bambino Gesù, a partire dalla celebre visione, in cui la Santa chiese:

« Chi sei tu? ». « Io sono Gesù di Teresa ». « E io, Signore, sono Teresa di Gesù ». S. Antonio di Padova, giovine ancora, ebbe una simile visione, come si legge nelle sue biografie. Vide un giorno, davanti a sé, un bambino con un grembiale rilevato, in atto di volere raccogliere qualcosa di prezioso: « Che cosa vuoi? » gli dice il Santo. «Voglio il tuo cuore ». « Che cosa fai? ». « Tu lo vedi, vado in cerca di cuori che vogliano consentire ad amarmi ». – Il P. de Condren, sul punto di morire, nell’ultima visita fattagli dall’Olier, diede quest’ultimo consiglio: « Prendete come vostro direttore il Bambino Gesù » – « parole, aggiunge l’Olier, che sono state per me molto utili e assai care ». Spirito d’infanzia, spirito abituale alle anime interiori, per le quali la contemplazione dei primi anni della vita di Gesù non è sterile, ma perviene a un abito di fede rapida e spontanea, alla sottomissione completa, all’intero abbandono, necessario perché a Dio sia permesso di vivere in noi, come vuole e quanto vuole. « Nostro Signore, l’intera mattina mi ha occupato in questo pensiero, che il mio bisogno più importante era quello di ottenere lo spirito del santo Bambino…, d’essere un fanciullo che non può né parlare, né camminare, né aiutarsi, che si lascia volgere e rivolgere a piacere senza che sia consultato, né gliene siano detti i motivi. E io mi sono lasciata compenetrare questa verità, ascoltando Gesù Dottore: « In verità nessuno, se non rinasce, non può veder il regno di Dio… Bisogna che voi nasciate di nuovo… Lasciate che i piccoli vengano a me giacché di questi è il regno dei cieli e di chi loro rassomiglia ». Io ho guardato Gesù modello; Gesù dell’Incarnazione, del presepio, della fuga in Egitto, di Nazareth. Che silenzi quanta sottomissione, quale abbandono! » (Paolina Reynolds, inglese convertita e fattasi carmelitana, della quale parleremo più oltre). – I Cristiani che acquistano la semplicità dei piccolini, nella contemplazione del Bambino Gesù, sanno meglio degli altri, dove tenda e ciò che esiga, questa « seconda nascita », la nascita di Dio nei nostri cuori per la grazia, che fa di noi « i figli del Regno ». Meglio che lo spirito d’infanzia, la conoscenza dell’ « Inabitazione » sviluppa lo Spirito eucaristico. A prima vista potrebbe sembrare che la devozione a Dio, presente nell’anima, debba nuocere alla devozione a Dio, presente nei tabernacoli delle nostre Chiese. Poiché già godo della vera presenza spirituale, l’Eucaristica è meno utile, meno desiderabile, e più facilmente mi dispenserò di ricevere in me Dio, poiché già lo possiedo in me. Modo di vedere falso e superficiale. Quanto più un’anima vivrà di Dio che abita in lei, altrettanto ambirà di diventare un’anima eucaristica. Anima eucaristica, non solo perché apprezzando di più il divino tesoro che porta con sé, vivrà in « atti di ringraziamento », parola che traduce alla lettera il nome « Eucaristia » (Il postcommunio della Messa di S. Luigi Gonzaga ci fa domandare, ad imitazione del modello offerto alla nostra pietà, di vivere come « eucaristia », cioè di restare « in azione di grazia », « in gratiarum actione manere »); ma anche perché logicamente si sentirà avida della Comunione. – Chi ama, brama amare di più; chi possiede, vuole possedere ancora e in tutti i modi possibili. Possedere Dio, l’Uomo Dio, è certamente la cosa più importante; ma la Comunione questo lo suppone, giacché esige l’assenza del peccato grave, lo stato di grazia. Ora, aggiungendo il possesso dell’Umanità del Salvatore, qual privilegio insigne si acquista, in quanto, con l’Umanità Santa riceviamo per così dire una maggiore dose di Divinità! – Le anime interiori lo sanno, ed ecco perché, lungi dall’essere portate a comunicarsi rare volte, anelano a ricevere l’Ostia divina il più spesso possibile. Esse sanno che una sola parola basta a trasformare il pane sull’altare, ma per trasformare noi, occorre più di un’ostia, occorreranno ripetutissime visite del Figliuolo, per renderci come ci è richiesto, perfetti — nientemeno — sicut Pater cælestis, come il Padre celeste. – Ma vi è di più; le anime che hanno maggiore conoscenza dell’Abitazione divina capiranno a perfezione l’Eucaristia, cioè non solo come una vittima che si riceve, ma anche come vittima che si offre. Meditando il templum Dei quod vos estis (I Cor., III, 17), si avrà presto l’intuizione che il nostro cuore dev’essere il luogo di un’offerta liturgica, un santuario intimo, dove, secondo l’invito di S. Paolo, che dice d’immolarci col Cristo e di essere una vittima santa e grata a Dio (Rom., XII, 1. – Vedi Videa Riparatrice), si apporteranno, in olocausto, tutti gli atti dell’anima, e che perciò ogni Cristiano è rivestito, come affermano S. Pietro e l’Apocalisse, di un vero sacerdozio (Fecisti nos sacerdotes, ci avete fatto veri sacerdoti. – Apoc. V. 10;  1 Petr. II, 5 e 9). Se il pensiero di Dio in noi dà al culto eucaristico il suo vero senso, può dirsi anche che lo stesso concetto, ed esso solo, dia una spiegazione profonda della vera devozione al Cuore di Gesù. Il P. Ramière nel suo libro: Il Cuore di Gesù e la Divinizzazione del cristiano ne apportauna prova perentoria. La nostra deificazione è l’opera di tutta la SS. Trinità. La prima e la terza delle Divine Persone non certo vi partecipano meno della seconda, perché questa deificazione consiste nell’adozione che Dio Padre fa di noi, e nella unione delle nostre anime con lo Spirito Santo. Ma questo divino Spirito ci è dato per mezzo di Gesù Cristo e, unicamente a causa della nostra incorporazione a Gesù Cristo, Dio Padre ci riconosce e ci ama come suoi figli. La nostra giustificazione è l’opera di Gesù. Potremmo dire, domanda il P. Ramière, opera del Cuore di Gesù? E risponde: Lo possiamo e lo dobbiamo.Infatti, Nostro Signore ci ha procurato la giustificazione per un atto libero o per un atto necessario? Per un atto libero. Il Verbo è venuto liberamente: « Quia voluit ». E l’Umanità santa del Salvatore ratificò liberamente questa volontà libera. « Dio ci ha generato volontariamente », dice S. Giacomo; e S. Paolo Dilexit me, tradidit se. Mi ha salvato per puro amore, per un puro slancio del suo Cuore.« Gesù Cristo, continua il P. Ramière, ci dà il suo spirito e ci fa membri del suo corpo mistico, con un atto di amore perfettamente libero e continuamente rinnovato. Noi siamo quindi debitori della nostra vita divina e di tutte le nostre ricchezze soprannaturali al suo Cuore che è l’organo (o meglio il simbolo) del suo amore » (Dinisation p. 565).Nostro Signore ci ha salvati, dando tutto il suo sangue per un primo ed eccessivo trasporto del suo divino amore. Per un altro trasporto di amore incessante, facendo valere i suoi meriti, ci ottiene, ad ogni momento, la grazia santificante di cui abbiamo un bisogno continuo; da ciò trae la sua ragione la parola di S. Paolo, quando dice che « Egli è la nostra giustizia (colui che ci rende giusti) la nostra santificazione e la nostra redenzione » (I Cor., I, 30). In cielo Nostro Signore trascorre il tempo, o a dir meglio, passa l’eternità mandandoci lo Spirito Santo. Una volta, un’iniziativa dell’amor suo — del suo Cuore — valse la prima, la grande Pentecoste. Ogni Pentecoste particolare, ciascuna discesa dello Spirito Santo nelle anime nostre, è anche l’affetto degli slanci amorosi del suo Cuore. « Allorquando dico: Gesù — aggiunge l’autore della Divinizzazione — io vedo Dio fattosi accessibile. Quando dico Cuore di Gesù, vedo il Salvatore ancora più vicino, guardo in Lui il punto dal quale vuole unirsi con me, e m’invita ad unirmi a Lui». Di questa fontana che zampilla fino alla vita eterna — fons aquæ salientis in vitam æternam — il Cuore di Gesù è l’organo propulsore. Per mezzo suo il divino influsso, lo Spirito Santo, perviene in ogni membro del corpo mistico. Ciascuna delle nostre azioni soprannaturali è un’azione del Cristo, giacché il Cristo mistico è il Cristo personale (il Capo), più il Cristo mistico (noi Cristiani, sue membra); e grazie al suo Cuore, la vita circola dalla testa alle membra; da Lui a noi. – Presso tutti i popoli, il cuore simbolizza l’amore. Gesù poteva quindi dire a Santa Margherita Maria, poiché noi dobbiamo la nostra salvezza al suo amore: « Ecco il mio cuore, che ha fatto tanto per gli uomini ». – Separando la devozione al Sacro Cuore dal dogma dell’Inabitazione divina, si corre il rischio di farne una devozione di mero sentimento, una devozione della quale non si capisce, né l’origine., né lo scopo. Un’anima, invece, che ha compreso in che consista lo stato di grazia e la vita con Dio dentro di sé, sarà immancabilmente un’anima che ha una devozione fervente al Cuore di Nostro Signore, a quel Cuore al quale deve i preziosissimi tesori che porta in se stessa.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/26/dio-in-noi-6/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.