SALMI BIBLICI: “IN TE DOMINE, SPERAVI… INCLINA” (XXX)

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES 

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

TOME PREMIER.

PARIS

LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR RUE DELAMMIE, 13

1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

SALMO XXX

[1] In finem. Psalmus David, pro extasi.

[2] In te, Domine, speravi; non confundar in aeternum;

in justitia tua libera me.

[3] Inclina ad me aurem tuam; accelera ut eruas me. Esto mihi in Deum protectorem, et in domum refugii, ut salvum me facias:

[4] quoniam fortitudo mea et refugium meum es tu; et propter nomen tuum deduces me et enutries me.

[5] Educes me de laqueo hoc quem absconderunt mihi, quoniam tu es protector meus.

[6] In manus tuas commendo spiritum meum; redemisti me, Domine Deus veritatis.

[7] Odisti observantes vanitates supervacue; ego autem in Domino speravi.

[8] Exsultabo, et laetabor in misericordia tua, quoniam respexisti humilitatem meam; salvasti de necessitatibus animam meam.

[9] Nec conclusisti me in manibus inimici; statuisti in loco spatioso pedes meos.

[10] Miserere mei, Domine, quoniam tribulor; conturbatus est in ira oculus meus, anima mea, et venter meus.

[11] Quoniam defecit in dolore vita mea, et anni mei in gemitibus. Infirmata est in paupertate virtus mea; et ossa mea conturbata sunt.

[12] Super omnes inimicos meos factus sum opprobrium, et vicinis meis valde, et timor notis meis; qui videbant me foras fugerunt a me.

[13] Oblivioni datus sum, tamquam mortuus a corde. Factus sum tamquam vas perditum;

[14] quoniam audivi vituperationem multorum commorantium in circuitu. In eo dum convenirent simul adversum me, accipere animam meam consiliati sunt.

[15] Ego autem in te speravi, Domine; dixi: Deus meus es tu;

[16] in manibus tuis sortes meae: eripe me de manu inimicorum meorum, et a persequentibus me.

[17] Illustra faciem tuam super servum tuum; salvum me fac in misericordia tua.

[18] Domine, non confundar, quoniam invocavi te. Erubescant impii, et deducantur in infernum;

[19] muta fiant labia dolosa, quae loquuntur adversus justum iniquitatem, in superbia, et in abusione.

[20] Quam magna multitudo dulcedinis tuæ, Domine, quam abscondisti timentibus te! Perfecisti eis qui sperant in te, in conspectu filiorum hominum.

[21] Abscondes eos in abscondito faciei tuae, a conturbatione hominum; proteges eos in tabernaculo tuo, a contradictione linguarum.

[22] Benedictus Dominus, quoniam mirificavit misericordiam suam mihi in civitate munita.

[23] Ego autem dixi in excessu mentis meae: Projectus sum a facie oculorum tuorum: ideo exaudisti vocem orationis meae, dum clamarem ad te.

[24] Diligite Dominum, omnes sancti ejus, quoniam veritatem requiret Dominus, et retribuet abundanter facientibus superbiam.

[25] Viriliter agite, et confortetur cor vestrum, omnes qui speratis in Domino.

[Vecchio Testamento secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XXX

Per la fine, salmo di David per la festa

2. In te ho posta, o Signore, la mia speranza, non resti io confuso giammai; salvami tu che sei giusto.

3. Piega le tue orecchie verso di me; affrettati a liberarmi. Sii tu a me Dio protettore, e casa di asilo per farmi salvo.

4. Imperocché mia fortezza e mio rifugio sei tu; e pel nome tuo sarai mia guida, e mi darai il sostentamento.

5. Mi trarrai fuori da quel laccio, che mi han teso occultamente, perché tu sei mio protettore.

6. Nelle mani tue raccomando il mio spirito; tu mi hai redento, o Signore Dio di verità.

7. Tu hai in odio coloro che, senza prò, vanno dietro alle vanità. Ma io sperai nel Signore;

8. Esulterò, e mi rallegrerò nella tua misericordia. Perocché tu gettasti lo sguardo sopra la mia abbiezione, salvasti dalle angustie l’anima mia.

9. Né mi chiudesti tra le mani dell’inimico; apristi spazioso campo a’ miei piedi.

10. Abbi misericordia di me, o Signore, perché io sono afflitto; per l’indignazione è turbato il mio occhio, il mio spirito e le mie viscere.

11. Perché nel dolore si va consumando la vita mia, e ne’ gemiti gli anni miei.

Si è infiacchita nella miseria la mia fortezza, e le ossa mie sono in tumulto.

12. Presso tutti i miei nemici son divenuto argomento di obbrobrio, e massime pei miei vicini, e argomento di timore pe’ miei familiari. Quelli, che mi vedevano, fuggivan lungi da me;

13. Si scordaron di me in cuor loro, come d’un morto. Fui stimato qual vaso rotto:

14. Perocché io udiva i rimproveri di molti, che mi stavano intorno. Quando si radunarono contro di me, consultarono di por le mani sulla mia vita.

15. Io però in te sperai, o Signore; io dissi: Tu se’ il mio Dio.

16. Nelle mani tue la mia sorte. Strappami dalle mani dei miei nemici, e di coloro che mi perseguitano.

17. Splenda il chiarore della tua faccia sopra il tuo servo: salvami nella tua misericordia.

18. Ch’io non sia confuso, o Signore, perocché ti ho invocato. Sieno svergognati gli empi e condotti all’inferno.

19. Ammutoliscano le labbra ingannatrici; Le quali perversamente parlano contro del giusto per superbia e disprezzo.

20. Quanto è grande, o Signore, la molteplice bontà, che tu ascosa serbi per coloro che ti temono! E la hai tu dimostrata perfettamente, a vista dei figliuoli degli uomini, con quelli che sperano in te.

21. Li nasconderai nel segreto della tua faccia dai turbamenti degli uomini. Li porrai in sicuro nel tuo tabernacolo dalla contraddizione delle lingue.

22. Benedetto il Signore, poiché la sua misericordia mostrò a me mirabilmente nella forte città.

23. Ma nella costernazione dell’animo mio io dissi: Sono stato rigettato dalla vista degli occhi tuoi. Per questo tu esaudisti la mia orazione, mentre io alzava a te le mie grida.

24. Santi del Signore, voi tutti amatelo; perché il Signore sarà fautore della verità, e renderà misura colma a coloro che operano con superbia.

25. Operate virilmente, e si fortifichi il cuor vostro, o voi tutti che nel Signore avete posta speranza.

Sommario analitico

Davide, circondato e oppresso da ogni lato dai suoi nemici, abbandonato dai suoi amici ai tempi della persecuzione di Saul o di Assalonne, è figura che la Chiesa applica – in questo salmo – di Gesù Cristo in croce, così come di ogni Cristiano in preda alle persecuzioni della carne, del mondo e del demonio.

I – Egli prega Dio di venire in suo soccorso nel pericolo estremo in cui si trova, e porta come motivo in appoggio alla sua preghiera:

1° Gli attributi di Dio: a) il suo titolo di sovrano Signore e maestro; b) la sua giustizia (1); c) la sua bontà, facile da comprendere, pronta da eseguire (2); d) la sua onnipotenza per attaccare, così come per proteggere e difendere (3, 4); e) la sua liberalità e la sua paterna provvidenza; f) la sua saggezza preveggente (5); g) la sua fedeltà e la sua verità nell’eseguire le sue promesse (6); h) il suo odio per le osservanze vane e menzognere (7); i) la sua misericordia (8); j) la sua vigilante sollecitudine sui suoi fedeli servitori nel liberarli dalle mani dei loro nemici (9).

2° – La grandezza della sua tribolazione (11): egli è colpito:

a) nei beni dello spirito, tutte le facoltà della sua anima sono nello scompiglio (10);

b) nei beni del corpo, la sua vita scorre nella tristezza ed i gemiti, le sue forze sono esaurite (11);

c) nei beni della fortuna e della reputazione: – 1) i suoi nemici l’insultano a causa dell’estrema miseria nella quale è ridotto; – 2) è un soggetto di timore, anche per i suoi amici che lo hanno messo nell’oblio e cancellato dal loro cuore (12); – 3) è in preda ai rimproveri imperiosi di coloro che lo circondano; – 4) i suoi nemici tengono consiglio per togliergli la vita (13, 14).

II. – Davide chiede a Dio un soccorso particolare in rapporto a ciascuna delle ragioni che adduce ed a ciascuno dei pericoli che egli segnala.

1° Egli prega Dio di aver pietà di lui, come un buon padrone ha pietà del suo servitore, e dichiara ora che ripone tutta la sua affezione, tutta la sua fiducia in Dio come suo Signore, e che non vuole dipendere che da Lui;

2° Manifesta a Dio di essere nella tribolazione, e che i suoi occhi, le facoltà della sua anima, sono nello scompiglio, e chiede allora che Dio diffonda su di sé la luce del suo volto (17);

3° Rappresenta a Dio lo stato di debolezza in cui il suo corpo è ridotto, e chiede a Dio di salvarlo da questo stato per la sua misericordia (18);

4° Si lamenta di essere di essere in preda agli oltraggi calunniosi dei suoi nemici, e chiede a Dio che gli stessi vengano precipitati nell’obbrobrio e ridotti al silenzio (19).

III. – Davide, esaudito e liberato dai suoi nemici, rende grazie a Dio (22):

1° Descrive la felicità di cui Dio lo ha ricolmato, e che Egli riserva a tutti i giusti, a) essa è grande, b) è abbondante, c) è nascosta come una gemma preziosa nel tesoro di Dio, d) è perfetta (20), e) è gloriosa, f) non teme né gli attacchi, né la contraddizione delle lingue, g) è ammirabile (21).

2° Egli indica i gradi attraverso i quali sia giunto a questa felicità, e come tutti gli uomini possano anch’essi pervenirvi, a) si accusa della mancanza di fiducia che ha mostrato all’inizio dei suoi malanni (23); b) riconosce in seguito che Dio l’ha esaudito, perché egli ha sperato in Lui; c) invita tutti gli uomini ad amarlo (24); d) e li esorta a prendere coraggio ed a fortificare il loro cuore in questa speranza, in questo amore (25).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-14.

ff. 1. –  « C’è una confusione che conduce al peccato, ed una confusione che attira la gloria e la grazia » (Eccli. IV, 25). – Io ho orrore, dice il Re-Profeta, di questa confusione che dura eternamente! Perché c’è una certa confusione passeggera che è utile: è lo scompiglio di un’anima che considera i suoi peccati, che ha orrore di ciò che essa considera, che arrossisce di ciò di cui ha orrore, e che corregge ciò di cui arrossisce. È ciò che fa dire all’Apostolo: « Quale gloria avete tratto dalle cose di cui oggi vi vergognate? » (Rom. VI, 21). – Egli dice dunque che i fedeli arrossiscono, non dei doni che essi ricevono ora, ma dei peccati che hanno commesso altre volte. Ma il Cristiano non tema questa confusione, perché se egli non subisce questa confusione temporanea, subirà quella che dura eternamente (S. Agost.). – « Liberatemi nella vostra giustizia »; perché se non fate attenzione che alla mia giustizia, voi mi condannerete. C’è in Dio una giustizia che diviene la nostra, quando ci viene comunicata; è per questo che è chiamata la giustizia di Dio, perché l’uomo non possa credere di possedere la giustizia da se stesso. Siccome voi non avete trovato in me una giustizia che sia la mia, liberatemi per la vostra stessa giustizia; cioè che io sia liberato per ciò che mi giustifica, per ciò che da empio mi renda pio, per ciò che da ingiusto mi faccia giusto, per ciò che da cieco mi renda chiaroveggente, per ciò che da uomo caduto mi faccia diventare uomo rialzato, per ciò che da uomo condannato alle lacrime mi faccia possedere la gioia più dolce (S. Agost.). – « Inclinate il vostro orecchio su di me ». È ciò che Dio ha fatto, quando ha inviato il Cristo a noi. Egli ha inviato verso di noi Colui che, avendo inclinato la testa, scriveva col dito sulla sabbia, mentre la donna adultera Gli veniva presentata come tale perché Egli la condannasse.

ff. 2. –  « Affrettatevi a liberarmi ». Tutto ciò che ci sembra lungo nel corso del tempo, non è realmente che un punto. Ciò che ha un fine non può essere lungo. Che ne è del tempo trascorso da Adamo fino a noi, e questa durata è certamente più considerevole di quella che ancora ci resta da percorrere. Se Adamo vivesse ancora e morisse oggi, a cosa gli sarebbe servito l’essere esistito tanto tempo, l’aver vissuto per tanto tempo? Perché dunque questa fretta di cui parla il Profeta? Perché i tempi sfuggono! Ciò che ci sembra ritardare, è breve agli occhi di Dio; e colui che prega aveva compreso, nella sua estasi, questa rapidità del tempo (S. Agost.).

ff. 3,4. –  « Siate per me un Dio protettore ». Dio è qui considerato sotto due punti di vista che devono costituire la consolazione dei veri Cristiani. Egli è loro protettore o, secondo il testo ebraico, la loro forza, il loro scudo, la roccia salda sulla quale appoggiare la loro speranza. Egli è loro asilo, il loro rifugio sicuro. Nel combattimento ci vogliono delle armi, un sostegno; dopo il combattimento, un luogo di riposo. – Spesso sono in pericolo e voglio fuggire, ma dove fuggire? Verso quale luogo potrei fuggire per trovarmi in sicurezza? Ovunque io andrò seguirò me stesso. O uomo, tu puoi fuggire tutto ciò che vuoi, eccetto la tua coscienza. Invece di fuggire, ritirati nella tua casa, cerca il riposo nel tuo letto, penetra nel più intimo di te stesso; tu non hai in te un angolo così profondo nel quale scappare dalla tua coscienza, se il rimorso del tuo peccato ti rode. Ma così come ha detto « affrettatevi a liberarmi, e nella vostra giustizia ritraetemi dall’abisso, perdonando i miei peccati e mettendo in me la vostra giustizia », ha detto anche « voi sarete per me una casa di rifugio », perché dove fuggire per sfuggirvi? (Ps. CXXXVIII, 7). – Dunque, ovunque io vada, dovunque vi trovo, vendicatore dei miei peccati se siete irritato; mio protettore se siete placato. Non mi resta quindi che fuggire verso di Voi, e non lontano da Voi. Per sfuggire ad un uomo vostro padrone, se schiavi, voi vi rifugiate in un luogo dove non ci sia il vostro padrone; ma per sfuggire a Dio, rifugiatevi in Dio (S. Agost.). – Il Re-Profeta non tralascia affatto di chiamare Dio sua forza, suo rifugio, suo protettore, titoli che sono in effetti il fondamento della nostra speranza: noi siamo deboli, Dio è la nostra forza, e tutto noi possiamo in Colui che ci fortifica (Filip. IV, 13). – Noi siamo senza appoggio, senza risorse dal lato degli uomini, e Dio è nostro asilo; noi siamo circondati da nemici, e Dio è nostro protettore (Berthier). – « Voi mi nutrirete », affinché io divenga capace di mangiare il pane di cui nutrite gli Angeli; perché il Cristo – che ci ha promesso il nutrimento celeste – ci ha dapprima nutrito con il latte, usando verso di noi una misericordia materna. In effetti, come la madre che allatta fa passare per il proprio corpo il nutrimento che il bambino non è ancora capace di prendere e lo riversa nel latte che beve, così il Signore, per trasformare in latte la sua divina saggezza, è venuto a rivestirci della nostra carne (S. Agost.).

ff. 5, 6. –  Noi dobbiamo lottare contro nemici potenti, contro dei nemici abili, contro nemici pubblici, contro nemici occulti; noi dobbiamo salvaguardarci da insidie esposte e scoperte, e da trappole tese in segreto. Non avremmo alcun mezzo per difenderci da tanti nemici, se Dio non fosse il nostro protettore (Dug.). – « Io pongo il mio spirito nelle vostre mani ». Queste parole sono state consacrate da Gesù Cristo quando era prossimo a spirare sulla croce, cosa che prova che almeno questa parte del salmo Lo riguardi totalmente. Il Salvatore vuol parlare qui della sua anima, prossima a separarsi dal corpo. Egli non poteva che rimettere questa parte di sé nelle mani del Padre, poiché il suo corpo, che pertanto non si chiama spirito, doveva essere rinchiuso nella tomba; e quest’anima di Gesù Cristo doveva sopravvivere al suo corpo poiché Egli la rimette nelle mani del Padre (Berthier). – Sull’esempio di Gesù Cristo, rimettere la nostra anima e la nostra vita tra le mani di Colui che è onnipotente per salvarle, dicendo con i grande Apostolo: « Io so a chi mi sono affidato, e sono sicuro che Egli sia potente per custodire il mio deposito fino al giorno dell’eternità » (II Tim. I, 12). – Nessuna Potenza ci rapirà ciò che abbiamo depositato in queste mani divine. « Io gli do la vita eterna perché essi non periscano giammai, e nessuno le rapirà dalla mia mano ». Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti, e nessuno può strapparle dalle mani di mio Padre (Giov. X, 29). – Colui che ci ha riscattato dandoci il proprio Figlio, potrebbe forse rifiutarci nulla dopo averci fatto questo gran dono? (Rom. VIII, 32). – Egli che è il Dio di verità, il Dio che è la verità stessa, potrebbe mancare nell’essere fedele alle promesse che ci fatto? – O Signore, mi si annuncia la mia morte, ma quando mi si annuncia la vostra, io non temerò più nulla. Si, ora io potrò cantare con il Salmista: « Se cammino in mezzo all’ombra della morte, io non temerò nulla, perché Voi siete con me ». Ah! Dolce ricordo quello della vostra morte che ha cancellato i miei peccati, che mi ha assicurato il vostro Regno! Mio Salvatore, io mi unisco alla vostra agonia; io dico con Dio il mio « In manus! » Mio Dio, io rimetto il mio spirito nelle vostre mani. Signore Gesù, ricevete il mio spirito » (Bossuet, Med. sur l’Ev. LI° jour.).

ff. 7-10. –  « Voi odiate coloro che si attaccano alla vanità ». Ma io che non mi lego alla vanità, io ho messo la mia speranza nel Signore. Voi altri ponete la vostra speranza nel danaro: voi siete attaccati alla vanità; voi mettete la vostra speranza nell’uomo e nell’eccellenza della potenza umana: voi siete attaccati alla vanità; voi riponete la vostra speranza in qualche amico potente: siete attaccati alla vanità. Poiché voi riponete la vostra speranza in queste cose, voi morirete e sarete costretti a lasciare tutto quaggiù; oppure nel corso della vostra vita, esse periranno e voi sarete delusi nelle vostre speranze (S. Agost.). – Il mondo, non soltanto frivolo, ma spesso anche l’empio ed ateo, non ha qualche esteriorità religiosa? No, eccetto in certo regioni del mondo ove ancora si rispettano, si conservano delle convenienze religiose o si conservano delle abitudini, si colora un ateismo pratico con una certa religiosità di parvenza, e di bon ton. Il Salmista ha una parole ammirevole per caratterizzare questa religiosità dei mondani: « Essi hanno delle osservanze, ma vane e superflue ». Essi giocano alla Religione come una cosa qualsiasi (Doublet, Psaunes, etc.). – Queste vanità, sono ancora ogni sagacia, ogni scienza umana, ogni consiglio, ogni soccorso che sia contro Dio e senza il suo concorso, cose vane che non servono a niente. Lo sono ancora certe pratiche esteriori alle quali si è superstiziosamente attaccati, senza andare all’essenziale della legge, che è l’amore di Dio e la pratica dei suoi Comandamenti, osservanze vane e senza frutto, devozioni false e farisaiche alle quali si tiene scrupolosamente, mentre si calpestano i doveri sacrosanti del Cristianesimo. – La speranza unica nella misericordia di Dio, è la devozione più solida e sicura di tutte queste vane osservanze, ed è un soggetto della vera gioia. – Quali sono queste necessità per cui desideriamo che la nostra anima sia salva? Chi potrebbe contarle? Chi potrebbe riunirle in un solo blocco? Chi potrebbe enumerare completamente quelle che bisogna evitare e fuggire? E pertanto è una dura necessità della condizione umana non conoscere il cuore degli altri, diffidare il più spesso di un amico fedele e fidarsi sovente di amici infedeli. O dura necessità! Cosa potete fare per leggere oggi nel cuore del vostro fratello? E necessità ancora più dura, voi non vedere nemmeno ciò che sarà il vostro cuore domani. E che dire delle necessità che ci impone la morte? È una necessità morire, e nessuno lo vuole, nessuno non vede ciò che è necessario; nessuno vede ciò che arriverà, che lo si voglia o no. Dura necessità è il non volere ciò che è inevitabile! … Quali sono ancora queste penose necessità di vincere le bramosie inveterate, le cattive abitudini, consolidate negli anni? Voi vedete che ciò che fate è cattivo, quanto fate dovreste averlo in orrore, quanto ne soffrite, e nonostante questo, voi lo fate, l’avete fatto ieri, lo rifarete oggi. Se ne avete una tale avversione quando vi parlo, quale avversione non ne avrete quando vi riflettete? E ciò nonostante, voi lo farete. Quale forza vi costringe, quale potenza vi cattura? Non è quella legge delle membra che è in lotta con la legge dello spirito? gridate dunque: « Maledetto uomo qual sono! Chi mi libererà da un corpo sottomesso ad una tale morte? La grazia di Dio, per Gesù Cristo nostro Signore » (S. Agost.). – Questo passaggio continuo dalla gioia della liberazione, al timore di un nuovo pericolo, da un’azione di grazia ad una supplica, è un’immagine della vita cristiana. Tutti coloro che desiderano seriamente la loro salvezza, che si osservano, che si raccolgono, che lottano incessantemente contro le loro passioni e che a volte resistono, a volte soccombono, che sentono i loro piedi vacillare, poi si stabilizzano, la loro carità raffreddarsi, la loro pazienza perdersi, la pace interiore turbarsi, provano questa eterna alternanza di gioia e di dolore religioso. E come le anime così attente a se stesse si interessano necessariamente alla Chiesa, come esse si associano ai suoi beni e ai suoi mali, alle sue sofferenze ed ai suoi trionfi, esse trovano nei Salmi ciò che conviene così bene all’espressione dei propri sentimenti, una sorgente inesauribile di ferventi preghiere e di canti di gioia per la santa società di cui essi sono membra fedeli (A. Rendu). – I partigiani del mondo non possono sottomettersi alla legge di Dio, alle massime del Vangelo, perché esse provocano in essi un certo fastidio che va loro troppo stretto; essi vogliono vivere in modo più largo: illusione, accecamento deplorevole; è questa una verità di esperienza e pertanto poco compresa, ancor meno gustata, che i servitori di Dio sono i soli che siano veramente nel largo, mentre gli schiavi del mondo sono strettamente rinchiusi sotto la tirannia del demonio e delle loro passioni.

ff. 10-14. –  Tutte le tempeste del dolore più estremo sono espresse in questi versetti. Il Profeta non ne omette alcuna, persuaso che non si sarebbero trovate in tutti i tempi, delle anime così afflitte come la sua; ma, in capo a questa descrizione, c’è il ricorso a Dio, l’unico consolatore dei grandi dolori, il solo medico delle malattie disperate (Berthier). – Trattasi qui di una collera santa, che nasce non dall’impazienza, ma dall’amore per la giustizia, collera molto più vantaggiosa della compiacenza di colui che lusinga il peccatore e lo conferma nel suo peccato. – Per ogni uomo che viene in questo mondo, i giorni sono brevi e cattivi come per il patriarca Giacobbe; la vita si consuma nel dolore e gli anni nei gemiti. Le speranze della vita appassiscono, le speranze si scolorano e cadono come le foglie d’autunno; il cuore è un abisso in cui ogni giorno c’è posto per un nuovo gemito. Man mano che si avanza sul sentiero dell’esistenza, e che si consumano gli anni, il sole sembra diventare più ardente, il cielo più in fiamme … chissà cosa ci riserva l’avvenire? Ognuno degli anni che ci restano da vivere porterà forse un nuovo corollario a questa parola del Patriarca dell’Idumea (Giob. VII). – « La vita dell’uomo è un combattimento sulla terra, ed i suoi giorni sono come quelli di un mercenario; così come il mercenario, egli attende la fine della sua opera » (Mgr. Landriot, Prière chrét. 2° Part.). – Da questo momento di tristezza alla vista degli anni che passano, da questa figura del mondo che svanisce, si passa agli anni eterni che non passano. Ogni anno quaggiù non ha che un certo numero di giorni, ogni anno non ha che un determinato numero di ore, non c’è alcun evento che possa impedire al domani di arrivare. Uno di questi domani sarà il giorno della morte. Non c’è alcun tiranno che possa impedirci di morire. Ecco una bella massima di Santa Teresa: « … che nulla ti inquieti, nulla ti spaventi, tutto passa: ma Dio non passerà mai ». Felice la vita che si consuma nel dolore profondo per aver offeso Dio! Felici le lacrime che un vero spirito di compunzione fa scorrere dagli occhi e che sono come il sangue di un cuore ferito! Dolci e gradevoli gemiti che vengono dal sentimento della profondità delle piaghe nelle quali l’anima è colpita per la perdita di Dio (Duguet). – Nuove prove sono aggiunte alle prime, la povertà, lo svanire della salute e delle forze, la perdita della reputazione e degli amici, l’oblio da parte di persone che ci erano care, i rimproveri, le ingiurie, gli odi, i complotti. – Essere un obbrobrio a causa di Dio è mezzo infallibile per essere onorato presso Dio. I vicini, gli amici apparenti, coloro dai quali si è conosciuti, spesso i più ardenti ed i più ingiusti persecutori; quasi non c’è vita di un santo che non venga a confermare questa verità. – Nella prosperità, mille manifestazioni di servigi, di devozione. Se si viene a cadere in qualche disgrazia, tutti coloro che in precedenza erano conosciuti, non vi conoscono più: si diviene per essi soggetto di orrore. – Ci si deve ricordare che non si è mai più felici di quando si sia più abbandonati dalle creature, di quando si sia nella felice necessità di ricorrere al Creatore (Duguet).

ff. 13. –  Ci sono dei buoni cuori, delle belle anime che sembravano avervi atteso per amarvi; della loro frequentazione si era fatta un’abitudine, essi riscuotevano ogni vostra fiducia, si pensava si potesse sempre contare su di loro … non le si vedrà più … Inizialmente ci si consola con il pensiero che i legami così preziosi non saranno mai interrotti, anche se rilassati, ma questa povera consolazione dura poco! Pian piano si formano altre amicizie, si fa tra le due parti un oblio, si finisce per perdere quasi ogni ricordo di coloro che si erano tanto amati; essi finiscono per perdere ogni ricordo di voi; è proprio una morte, ed il cuore è una terra che consuma tutti i suoi morti (L. Veuillot, Rome et Lorete, II, 13.). – Si pensi allora a Gesù Cristo, a questo divino solitario dei nostri tabernacoli. La moltitudine passa indifferente e sprezzante davanti all’unico monumento che onora una ospite divino. Talvolta la curiosità varca i gradini del tempio; essa ha sguardi per ciò che gli uomini hanno messo con le loro ricchezze e le loro arti nell’edificio; ma essa non ne ha per ciò che Dio stesso ha messo di Se stesso nei tabernacoli. Gesù Cristo può ben dire che Egli è questo morto spirituale di cui parla il Re-profeta, così assente dal pensiero che i morti che la tomba ha ricevuto e che hanno perso, con il loro posto nella città, il loro posto nei nostri cuori (id.).

ff. 14. –  È questa l’immagine viva di ciò che è avvenuto alla morte del Figlio di Dio trattato come un vaso frantumato e distrutto, come l’ultimo degli uomini, caricato da obbrobriose ingiurie, dagli oltraggi di tutti coloro che Lo circondavano, che Lo consideravano un uomo perso e senza risorse, e Lo rimproveravano che ben lungi dall’essere il Salvatore degli altri, Egli non poteva salvare neppure se stesso. – Quanti Cristiani vivono attorno a Lui nella Chiesa, e con la loro vita totalmente opposta alla sua, Gli fanno oltraggi molto più cruenti di quelli sofferti sulla croce, rimproverandogli l’umiliazione della sua vita con l’orgoglio della loro vita, il fasto e l’ostentazione della loro condotta (Duguet).

II. — 15 – 19.

ff. 15-19. –  Colui che può dire a Dio con verità:  « Voi siete il mio Dio », cioè: io amo Lui solo, è incrollabile ed invincibile contro tutti i nemici visibili ed invisibili? – Per sorte, il Profeta intende – per quanto io possa credere – la grazia per mezzo della quale noi siamo salvati. Perché chi è che chiama la grazia di Dio col nome di sorte? Perché la sorte non suppone delle scelte, ma la volontà di Dio; perché là dove si dice: questo fa, quest’altro non fa tale cosa, si considerano i meriti di ciascuno, e laddove si considerano i meriti, non c’è più sorte. Ma Dio, non avendo trovato in noi alcun merito, ci ha salvati con la sorte della sua volontà, perché Egli lo ha voluto, e non perché noi l’abbiamo meritato (S. Agost.). – Il nostro destino è nelle mani di Dio. Ciò che noi siamo e ciò che deve succederci non dipende che da Dio. Tutte le creature insieme non cambieranno la benché minima circostanza; esse non abbrevieranno di un solo giorno la nostra vita; esse non ci faranno perdere un capello della nostra testa; tutti i loro sforzi non porteranno che a far giungere al successo ciò che esse vogliono impedire. « La nostra sorte è nelle mani di Dio ». Se noi pecchiamo, noi siamo nella sua mano come i suoi nemici; se noi non pecchiamo, noi siamo nella sua mano come suoi amici. Nulla può strapparci da questa mano sovrana, onnipotente per salvarci o perdere. – La sorte della nostra eternità è nelle mani di Dio, consolazione degli umili, soggetto di inquietudine e spavento per i superbi. Noi vogliamo, noi facciamo, ma « è Dio che opera in noi il volere ed il fare ». – Doppio errore egualmente pericoloso è il credere che la nostra salvezza dipenda da noi, o che dipenda talmente da Dio che noi non abbiamo nulla da fare (Dug.). – Ciò che deve fare il colmo della nostra gioia è poter dire, come Davide: nelle vostre mani è il mio destino, non solo la mia fortuna temporale, ma la mia eternità. Quando sarà in mio potere mettere la mia sorte altrove, ove potrò io riporla più sicuramente se non tra le mani di Dio, che è nello stesso tempo buono, potente e fedele? Se essa restasse nelle mie mani, ove sarei io? Ed io così leggero, fragile come sono, su chi potrei contare, ove sarebbe la mia fiducia ed il mio appoggio? Quale pensiero più dolce è per un Cristiano considerare Dio come il guardiano ed il depositario della mia salvezza? (Bourdal. Prédestin.).

ff. 17. –  Colui che geme per essere in mezzo a cattivi Cristiani grida come il Profeta: « fate splendere la luce del vostro volto sul vostro servo »; perché si potrebbe credere che ci sia qualche confusione nella Chiesa, ove tutti, di condotta buona o cattiva, portano il nome di Cristiani; ove tutti sono marcati con lo stesso carattere, ove tutti si avvicinano allo stesso altare, ove tutti sono lavati nello stesso Battesimo, ove tutti pronunciano la stessa Orazione domenicale, ove tutti assistono alla celebrazione degli stessi misteri. Come dunque, questi che gemono, saranno distinti da coloro sui quali essi gemono, se il Signore non fa splendere sui suoi servi la luce del suo volto? Cosa vuole allora dire il Profeta? « … che si veda chiaramente che io vi appartenga »; e che il Cristiano empio non possa dire che vi appartenga ugualmente, in modo tale che io vi abbia fatto inutilmente questa preghiera in un altro salmo (Salmo XLII, 1): « giudicatemi o mio Dio, e discernete la mia causa da quella di un popolo empio » (S. Agost.).

ff. 18 –  « Che io non sia confuso, perché vi ho invocato ». Voi volete che colui che vi abbia invocato sia confuso? Volete che gli sia detto « dov’è Colui in cui tanto ha sperato »? Ma pure, chi è tra gli empi colui che non invoca Dio? Se dunque il Profeta dicesse: « Io vi ho invocato », nel modo a lui proprio, egli non oserebbe in alcun modo reclamare per questa invocazione una così grande ricompensa. Dio gli risponderebbe: cosa domandate per non essere confuso? E per quale ragione? Perché mi avete invocato? Ma tutti i giorni gli uomini non mi invocano per essere appagati da bramosie adulterine? Tutti i giorni gli uomini non mi invocano per coloro dai quali attendono l’eredità, una volta morti? Tutti i giorni gli uomini che meditano le frodi non mi invocano perché abbiano pieno successo? Cosa hai tu dunque da esigere da me così grande ricompensa per dirmi: « … che non sia confuso, perché io vi ho invocato? » Si, questi uomini vi invocano in verità, ma non siete Voi che essi invocano. Voi invocate Dio quando chiamate Dio in voi: invocarlo è chiamarlo in voi, invitarlo in qualche modo ad entrare nella casa del vostro cuore. Ora voi osereste invitare un padre di famiglia tanto considerevole, se non gli preparereste una dimora? Cosa accadrebbe in effetti se Dio vi dicesse: ecco che mi voi mi avete chiamato presso di voi, Io vengo, ma dove entrerò? Dovrò sopportare le sozzure abominevoli della vostra coscienza? Se voi invitate uno dei miei servitori nella vostra casa, non comincereste con il pulirla? Voi mi chiamate nel vostro cuore, ma esso è pieno di rapine. Il luogo ove il vostro Dio è chiamato dalle vostre invocazioni è pieno di bestemmie, pieno di adulteri, pieno di frodi, pieno di cupidigie colpevoli, e voi mi invocate! (S. Agost.).

ff. 19. –  Questo giusto è il Cristo. Molte bocche tramano contro di Lui, con orgoglio e disprezzo … il linguaggio dell’iniquità. Perché con orgoglio e disprezzo? Perché sembrava spregevole agli orgogliosi quando Egli venne sulle terra con tanta umiltà. Voi non volete che sia disprezzato da coloro che amano gli onori, Egli che ha sopportato tanti oltraggi? Voi non volete che Egli sia disprezzato da coloro che reputano questa vita un bene prezioso, Egli che ha sofferto la morte? Voi non volete che sia disprezzato da coloro che considerano come una condanna vergognosa il supplizio della croce, Egli che è stato crocifisso? Voi non volete che Egli sia disprezzato dai ricchi, Egli che ha sopportato in questo mondo una vita povera, benché fosse il Creatore del mondo? Tutte quelle cose che amano gli uomini, il Cristo non ha voluto averle, non che non fosse in suo potere il possederle, ma al fine di mostrare, non possedendole, che esse sono da disprezzare; ed anche da disprezzare da tutti coloro che amano queste cose; ed ogni servo di Gesù Cristo che voglia seguire le sue orme e camminare egli stesso nella strada dell’umiltà ove sa che ha camminato il suo Maestro è disprezzato in Gesù Cristo, come membro di Gesù Cristo … ora quando queste labbra diventeranno mute … in questo secolo? Mai! Tutti i giorni esse gridano contro i Cristiani, e soprattutto contro gli umili. Tutti i giorni esse lo bestemmiano. Tutti i giorni esse latrano, aumentano con il loro linguaggio, la sete vendicativa che le attende nell’inferno, ove esse imploreranno una goccia di acqua senza poterla ottenere. Così dunque, le labbra ingannatrici non diventeranno mute ora, ma quando dunque? Quando le loro iniquità si leveranno contro di esse e le condanneranno … ora esse ci dicono: dov’è il vostro Dio? Cosa adorate voi? Cosa vedete? Voi credete e prendete pena: la vostra pena è certa, l’oggetto della vostra speranza incerta. Quando sarà venuto ciò che noi speriamo con certezza, allora le labbra ingannatrici diverranno mute (S. Agost.).

III. — 20-22.

ff. 20, 21. –  Nell’ignoranza sono i peccatori e gli uomini del mondo delle dolcezze celesti, delle quali invece i giusti gioiscono nel fondo dell’anima. – Se essi ci dicono: dov’è l’abbondanza di questa dolcezza, noi risponderemo loro: come vi farò gustare l’abbondanza di questa dolcezza, a voi cui la febbre dell’iniquità ha distrutto il palato? Se voi non conoscete il miele, non potrete compiacervi del suo gusto gradevole, a meno di averlo gustato. Se voi non avete il palato del cuore per gustare di questi beni, cosa posso fare? Come mostrarvi ciò che voi mi chiedete? Voi non siete un uomo al quale io possa dire: « gustate e vedete come è dolce il Signore » (Sal. XXXIII, 18) (S. Agost.). – « Oh quale abbondanza di dolcezza Voi avete riservato a coloro che vi temono! Esse sono dunque per coloro che vi amano, per coloro che vi servono con tutto il loro cuore? Sono veramente ineffabili, le delizie di cui inondate coloro che vi amano, quando la loro anima vi contempla (Imit. De J.-C. III, 10). – Due sono gli stati degli uomini del bene: uno è quello della solitudine e del silenzio, ove sono penetrati con il timore filiale del Signore; l’altro è quello del combattimento e della persecuzione, dove essi mettono solo in Dio la loro fiducia. Nel primo stato Dio li colma in segreto di una grande dolcezza, e nel secondo, Egli manifesta agli occhi degli uomini la protezione che accorda loro (Berthier).

ff. 21. –  Il Profeta non ha detto: Voi li accoglierete nel vostro cielo; non ha detto: Voi li accoglierete nel Paradiso: egli non ha detto: Voi li nasconderete nel seno di Abramo … Tutto ciò che è fuori di Dio ci sembra poca cosa. Colui che ci protegge nel luogo ove passiamo questa vita, sia Egli stesso, dopo questa vita, il luogo della nostra dimora … Noi saremo dunque nascosti nel volto di Dio. Ma aspettate che vi segnali quale segreto profondo si trovi in questo volto divino. Purificate il vostro cuore, affinché Dio vi rischiari, e Colui che invocate entri in voi. Siate sua casa, ed Egli sarà vostra casa; che abiti in voi, e voi abiterete in Lui. Se durante questa vita voi Lo riceverete nel vostro cuore, dopo questa vita, Egli vi riceverà nel suo volto (S. Agost.).- « Voi li proteggerete nella vostra tenda contro le contraddizioni delle lingue ». Un giorni Voi li nasconderete nel segreto del vostro volto, per salvarli dagli sconvolgimenti che vengono dagli uomini, affinché essi siano oramai completamente al riparo delle afflizioni umane; ma nell’attesa, mentre sono nel loro viaggio in questo mondo e, come coloro che vi servono, devono soffrire numerose contraddizioni, cosa farete per loro? « Voi li proteggerete nella vostra tenda ». Qual è questa tenda? La Chiesa di questo mondo è chiamata con il nome di tenda, perché essa viaggia ancora su questa terra (S. Agost.). – Per le anime privilegiate che Dio chiama alla vita religiosa, questo tabernacolo, questa tenda, sono questi ritiri solitari, tanto lontani dalle voce del secolo e separate da ogni commercio col mondo, in cui queste anime sante, nascoste nel segreto del volto di Dio, sono al coperto dalle turbe e dalla corruzione del mondo, vivendo nel silenzio, nella meditazione delle verità eterne, ed imitano lo stato dei Santi in cielo. – Se il volto di Dio è un rifugio tanto sicuro in questa vita, in cui « noi lo vediamo come in uno specchio e in enigma », che sarà quando vedremo Dio faccia a faccia? (S. Agost.).

ff. 22, 23. –  Dio fa cadere la sua misericordia suo suoi servi, ponendoli in luoghi talmente sicuri che non hanno da temere gli attacchi dei loro nemici. – Ci si metta in guardia contro un eccessivo timore, contro un sentimento di scoraggiamento che spesso si fa strada anche nelle anime più solidamente virtuose, quando, vedendosi come oppressi dalla violenza delle tentazioni e delle prove, in pericolo di soccombere, esse credono e dicono, nel trasporto del loro spirito, di essere rigettate lontano dagli occhi di Dio. – Si ricorre allora a Dio con una preghiera più fervente.

ff. 24. –  « Santi del Signore, amatelo tutti »; cioè amate il Signore, voi che non amate il mondo, « voi tutti che siete i suoi santi »; perché è forse a colui che ama ancora i piaceri del teatro, che io dico di amare Dio? È a colui che ama ancora gli eccessi della tavola, o a colui che ama ancora le pompe del secolo, le sue vanità e le sue follie menzognere, che io dico di amare Dio? A questi io dico: imparate a non più amare, per imparare ad amare; distoglietevi dal male per ritornare al bene; svuotatevi per essere riempiti (S. Agost.). – « Perché il Signore cercherà la verità ». Egli saprà ben discernere tra le proteste d’amore, che sono solo sulle nostre labbra, ed il vero amore che lo preferisce a tutto, cercando unicamente la sua gloria. Il Signore, che cerca la verità, punirà necessariamente i superbi secondo la grandezza del loro orgoglio. Ma, voi direte, quando li punirà? Quando Egli vorrà! Siate certi che Dio li punirà; non dubitate del castigo, ma non abbiate l’audacia di dare consigli a Dio sull’ora della sua giustizia. Alcuni saranno puniti quaggiù, noi l’abbiamo visto ed imparato … anche se in effetti non appare così allo sguardo di taluni, e la sua divina provvidenza sembrerebbe in qualche modo che non vegli sul mondo; se Egli agisse così con tutti, la sua divina pazienza sembrerebbe essere esausta … « Santi del Signore, amatelo tutti, perché Egli ricercherà la verità, e punirà i superbi secondo la grandezza del loro orgoglio ». Oh! Se li punisse subito, … io li vorrei vedere ora umiliati ed abbattuti. Ascoltate ciò che segue: « agite con coraggio ». Badate, nelle tribolazioni, di lasciar cadere le vostre mani stanche, che le vostre ginocchia non vacillino; che il vostro cuore si rinsaldi per sopportare tutte le miserie di questo mondo. Ma chi sono coloro ai quali il Profeta ha detto: « agite con coraggio e che il vostro cuore sia saldo »? A coloro che amano il mondo? No! « … voi tutti, egli dice, che ponete la vostra speranza nel Signore ». (S. Agost.).

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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