CONOSCERE LO SPIRITO SANTO (28)

Mons. J. J. GAUME

IL TRATTATO DELLO SPIRITO SANTO

[vers. Ital. A. Carraresi, vol. I, Tip. Ed. Ciardi, Firenze, 1887; impr.]

CAPITOLO XXVII.

 (FINE DEL PRECEDENTE)

Nuove prove che gli oracoli non erano una ciurmeria — Esempio dei Romani per tutta la durata del loro impero — Fatti curiosi, contemporanei a Cicerone — Pena di morte contro i disprezzatori degli oracoli — Esempi dei Greci — Processioni continue ai templi degli oracoli: testimonianze di Cicerone, di Strabono e di Marc’Aurelio — Oracoli mediante i sogni: nuovo passo di parallelismo: testimonianza d’Àrriano, di Cicerone e Tertulliano — Altro tratto di parallelismo: il tempio di Gerusalemme e il tempio di Delfo — Celebrità e ricchezze di quest’ultimo — Esistenza attuale degli oracoli presso tutti i popoli tuttora pagani: Madagascar, Cina, Cocincina — Riassunto del parallelismo tra le due Città — Belle parole di un Padre del Concilio di Trento.

L’obiezione epicureiana aggiunge che gli oracoli erano senza influenza sugli uomini illuminati, ì quali non vi credevano. Che gli uomini illuminati dall’antichitàpagana non vi credessero, abbiamo già letta laprova in contrario, né ora staremo a ripeterla. Ricordiamo solamente che in nome di tutte le generazioni, omnis ætas, Cicerone ha dato ai moderni pagani una smentita solenne. Che si accomodino col più gran numero delle lettere antiche, come essi lo chiamano, ciò tocca a loro. (Come in Platone, cosi in Cicerone, vi sono due uomini, quello della tradizione e quello del razionalismo. Il primo parla nel primo libro della Divinazione, e constata la fede universale agli oracoli. Nel secondo libro, il razionalista raccoglie le povere negazioni che la ragione individuale appone  alle affermazioni della ragione generale. É il sofista contro il filosofo, il pigmeo contro il gigante). – A noi sta l’esaminare se, conforme alla obiezione, gli oracoli non avevano nessuna influenza sulla condotta degli uomini e dei popoli illuminati dell’antico mondo. Ora, la verità è che gli oracoli esercitavano tale influenza sulla condotta pubblica e privata dei pagani più illuminati, senza distinzione di paese e di civiltà, che ottenevano da essi i sacrifici più onerosi alla natura; vale a dire l’immolazione dei loro figli e la spoliazione dei loro beni. È vero inoltre che gli uomini ed i popoli i più celebri non intraprendevano nulla d’importante, senza consultarli. Limitiamoci ad alcuni fatti. Si tratta per es. dell’ordine puramente religioso? Come infedeli a Jehovah, quante volte non si son visti gli Ebrei senza distinzione di posizione sociale, cadere in Moloch, e dietro la sua richiesta, immolare i loro figli e figlie a questa crudele divinità? In Fenicia, in Siria, in Persia, in Arabia, in Africa, in Creta, a Cartagine, i più illustri cittadini si rassegnano allo stesso sacrificio per ordine degli oracoli. Sulla stessa loro ingiunzione il re Erecteo in Grecia sacrifica la sua diletta figlia; Agamennone, la sua; Idomenèo, il suo figliuolo; gli Ateniesi, i loro figli e figlie scelti; i Messemi, una pura vergine; i Tebani, il figlio del loro re; gli Achei, la più bella giovine ed il più bel giovine della loro capitale. Sacrifici dello stesso genere, cioè solenni e richiesti dall’autorità pubblica si compiono presso tutti i popoli celebri dell’antichità! (V. fra altri, gli Annali di filosofia cristiana, aprile, giugno, luglio, dicembre 1861). – Quanto alla spoliazione dei loro beni, si conoscono le immense ricchezze nei templi di oracoli: ne parleremo ben tosto. Se poi si tratta dell’influenza degli oracoli sulla società e sulla famiglia, sulle faccende pubbliche e private, essa non era né meno potente, né meno universale, che nell’ordine religioso. Ancora qui ci limiteremo a qualche esempio preso dagli uomini e dai popoli modelli. Romolo vuol fabbricare Roma; ma innanzi di porre mano all’opera, consulta l’oracolo. « È una tradizione costante, dice Cicerone, che Romolo, padre e fondatore di Roma, non solamente non gettò le fondamenta di questa città, se non dopo aver preso gli auspici, ma era egli pure un augure eccellente, optimus Augur. Gli altri re suoi successori, adoprarono gli auguri, e quando i re furono cacciati, non si fece niente di poi, in Roma, per autorità pubblica, né in pace, né in guerra, senza l’intervento degli auspicii. » (De Divinat. lib. I, c. II.). E altrove: « La dignità augurale di Romolo non era una cosa inventata da lui dopo la fondazione di Roma per ingannare il volgo ignorante; ma era al contrario una cerimonia religiosa fondata sopra una certa scienza, e che lasciò alla posterità. Egli e suo fratello erano auguri avanti la fondazione della città; come lo vediamo in Ennio. » (Ivi, lib. I, cap. XLVIII). – Numa vuol dare delle leggi a Roma, ma consulta l’oracolo: è proclamato re dal popolo, ma prima di accettare la sovranità, consulta l’oracolo. Quest’ultima consultazione divenne una legge costantemente osservata dal successori di Numa per tutta la durata dell’impero. (Antiquit Rom., art. Romulus et Lituus). – Ecco dunque tutti questi re della Città del male consacrati da satana! Qual nuova parodia del vero Dio e della Città del bene! I primi Romani consultarono l’oracolo di Delfo intorno alla sovranità. Giunio Bruto comprese il responso Egli partì di là per cacciare i re e stabilire la repubblica, della quale fu il primo console. (Delphos ad maxime indytum in terris oraculum mittere Statuit, etc. Tit. Liv., lib. I, decad. I).Più tardi il senato manda ambasciatori a consultare lo stesso oracolo, circa l’esito della guerra contro i Vej; si fa ciò che ordina, ed i Romani, sono vincitori. 3 (Id., lib. Y, decad. I). I Romani nell’incivilirsi non perdono l’abitudine di ricorrere agli oracoli. I loro generali, innanzi di partire per la guerra e di dar battaglia, così i loro magistrati prima di entrare in ufficio, e i loro più celebri personaggi prima d’intraprendere un affare d’importanza, non mancano di consultarli. (Cicer,, De Divinat. lib. I, c. XLIII). Senza parlare degli altri, il gran Cicerone consulta l’oracolo di Delfo intorno al genere di vita che egli doveva abbracciare per diventare illustre, e la risposta del Nume determina la sua vocazione. (Plutarch. in Cicer.). Ottavio Rufo, padre di Augusto, consulta Bacco di Tracia circa i destini di suo figlio e ne riceve gli auguri i più favorevoli. (Sveton., in Oct. aug. c. XCIV). – Innanzi la battaglia di Farsalia, Cassio consulta l’oracolo di Delfo; Tiberio, più tardi, consulta quello di Gerione; Nerone quello di Delfo; Germanico, quello di Glaros; Caligola, quello di Anzio; Vespasiano, quello del dio Carmel; Tito, quello di Venere a Pafo; Traiano, quello di Eliopoli; Adriano, quello di Giove Niceforo; Severo, quello di Giove Belo; Caracalla consulta con avidità’ incredibile tutti quelli che può trovare. Cosi di quegli altri padroni del mondo, sino a Giuliano l’Apostata inclusive. (Baltus etc., p. 865 e seg., e seguito, p. 80, e in Bullet, Stor, dello stabilimento del Cristian p. 318 e seg., ove si leggono tutti i testi degli autori pagani). – Che dire di questa lunga processione di magistrati, di generali, d’imperatori romani che consultano il demonio? Che più? non è la splendida parodia di ciò che avveniva in Israele, ed un nuovo tratto di parallelismo tra la Città del male e la Città del bene? Ma non è tutto; l’oracolo divino diresse costantemente i capi della santa nazione. Parimente intorno ai responsi da essi ottenuti, quei principi del paganesimo, dei quali si ammirano i talenti, fecero una lunga sequela di splendide azioni, qualche volta lodevoli e il più di sovente delittuose; fabbricarono città, emanarono leggi, modificarono le istituzioni, intrapresero guerre, diedero battaglie, segnarono trattati, regolarono le faccende dello stato, e governarono l’impero romano, vale a dire la più gran parte del mondo conosciuto. E poi si ardisce sentenziare che gli oracoli erano senza influenza sulla condotta degli uomini illuminati, e che questi non vi credevano! Ma intorno alla sottomissione religiosa con cui onoravano gli oracoli, bisogna sentire lo stesso Cicerone, quel Cicerone che parla in mezzo ai lumi del gran secolo di Augusto, Cicerone, augure, o come noi diremmo oggi, medium, e medium officiale. Nel riportare le leggi religiose, di Roma, quelle leggi ricevute per cosi dire dalla mano stessa degli dei, a dìis quasi traditam relìgionem, egli cita le seguenti prescrizioni: « Che vi siano due classi di sacerdoti; gli uni che presiedono alle cerimonie ed ai sacrifici; gli altri la cui fondazione sia d’interpretare sulla domanda del senato e del popolo, le parole oscure degli indovini e degli oracoli: che gli interpreti dell’ottimo e massimo Giove, auguri pubblici, consultino, secondo i riti, i presagi e gli auspici: che i sacerdoti prendano gli auguri per vegliare alla conservazione delle vigne, dei giardini e della salute del popolo: che quelli che saranno incaricati della guerra e dei pubblici interessi, prendano gli auspici e si regolino intorno alle loro indicazioni: che si assicurino se gli dei non siano irritati, e che indichino con cura le parti del cielo, di dove scoppierà la folgore.1 » (De Legib., lib, II, c. VIII. Essi credevano dunque, come la stessa Chiesa, che i demoni non erano estranei alle tempeste). – La leggerezza moderna non mancherà di ridere di queste funzioni augurali, di queste consulte e di questi responsi: malgrado la parola del vecchio Catone, la gravità romana non ne rideva però meno. Seguitiamo ad ascoltare Cicerone: « Tutto ciò che l’augure avrà dichiarato ingiusto, nefasto, vizioso, malvagio, sarà reputato nullo e non avvenuto. Chiunque ricuserà di, sottomettersi a questa dichiarazione sarà punito di morte. » (Ibid.). – Così la morte, né più né meno, tale era, qualunque si fosse, la pena riserbata al dispregiatore degli oracoli: e si son visti dei generali messi a morte per aver riportata una vittoria contro la volontà degli dei. Qui ancora segnaliamo un nuovo tratto di parallelismo. Le pene più severe, e pubbliche calamità, sono nella legge di Mosè il castigo di coloro i quali non consultano l’oracolo del Signore, o che disprezzano i suoi responsi. Nella terribile sanzione data da satana a questi oracoli, come fare a non vedere una nuova parodia? Ma che questo rispetto religioso degli oracoli, buono per Romolo ed i suoi ignoranti banditi, scomparve forse dinanzi ai lumi della romana civiltà? Il gran secolo d’Augusto, per esempio, dovette burlarsene senza riguardi, e ridere di un riso inestinguibile della fede semplice ed ingenua degli antichi? Lasciamo ancora la parola a Cicerone, ed ascoltiamo questo testimonio certo, celebrare la potenza degli auguri, quale esisteva al suo tempo, « Uno dei più grandi e più importanti impieghi della repubblica, sia per il diritto, ossia per l’autorità che proclama è senza dubbio quello di augure. (Il collegio degli auguri si componeva di quindici membri, che si rinnovava da se stesso). Non dico questo perché io pure sono rivestito di questa dignità; ma infatti la cosa sta a questo modo. « Quanto al diritto che cosa di più importante del potere di cui gode, di disciogliere cioè i comizi e le assemblee, sino dal principio della loro durata, qualunque magistrato gli avesse convocati, o di annullarne gli atti da qualunque autorità fossero emanati? Che cosa di più interessante che il sospendere le imprese della più alta importanza con questa sola parola: a un altro giorno, alio die? Che cosa di più magnifico che il potere ordinare ai consoli di abdicare la loro magistratura: Quid magnificentius quam posse decernere, ut magistratu se abdicant consules? Ghe cosa di più rispettabile della facoltà di accordare o di rifiutare il permesso di trattare col popolo; che il cassare le leggi che non sono state giuridicamente proposte; talmente che non vi abbia niente di valevolmente fatto per parte dei magistrati, tanto internamente che esternamente, se non è approvato dal collegio degli auguri: Nihil domi, nihil foris per magistratus gestum, sine eorum auctoritate posse cuiquam probari? » (De Legib., lib. II, c. XII. — Il fatto è, c’insegna la medesima Sacra Scrittura, che i pagani nulla facevano, assolutamente nulla, senza consultare l’oracolo. Sap., XIII, 17-19. La prova è altresì negli Annali di filosofia cristiana, an. 1862). – Vediamo ora questa magnifica potenza all’opera. Sotto Pompeo, Cesare e i loro degni colleghi, l’anarchia la più completa regna in Roma. Una sola autorità è riconosciuta, quella degli auguri. Catone vuole essere pretore: Pompeo non lo vuole, e discioglie l’assemblea con questa sola parola: Io prendo gli auspici, cioè dire ho osservato il cielo, ed ho visto pericolosi presagi. (Plutarco in Pomp.). – Alla stess’epoca (53 anni avanti G. C.) Cicerone scriveva ad Attico: « Il tribuno Scevola ha impedito i comizi, per la nomina dei consoli, annunziando tutti i giorni ch’egli osservava il cielo fino a oggi trenta settembre, giorno nel quale io scrivo questo. » (Ad Attic., IV, 16; t. XVII, p. 440). In un altra lettera diretta a suo fratello il ventuno ottobre, mostra ancor meglio la terribile potenza degli auguri: «Tutti i giorni, dice, i comizi sono soppressi per l’annunzio delle osservazioni del cielo con gran soddisfazione della gente dabbene, tanto i consoli sono detestati. » (Ad Quintum, III, t. XX, p. 524). Così, l’osservazione del cielo teneva agitato tutto l’impero romano. In quell’anno stesso impedì la nomina dei consoli, dimodoché l’anno seguente (52 avanti G. C.) fu senza consoli per otto mesi. Questo appellavasi appunto l’interregno di Pompeo. La città cade nella confusione; le uccisioni e le violenze si succedono: « Ogni cosa è cambiato, tutto è rovinato e quasi distrutto, scrive ancora Cicerone ì Sunt omnia debilitate jam prope et extincta.  » (Ad Curion. famil., lib. II, epist. V). Ecco pertanto ciò che erano in pieno secolo d’Augusto questi superbi Romani, questi maggiorenti della libertà: tanti schiavi muti e tremanti sotto il giogo di ferro del demonio. Nel celebrare la potenza assoluta degli auguri, che cosa fa Cicerone, se non la proclamazione solenne della servitù la più vergognosa e la più dura che fosse mai, di quel popolo preteso libero, di quel popolo sovrano, come dicono nei collegi? Non era questa la demonocrazia pura, la demonocrazia alla sua più alta potenza? E ripetiamolo, ci danno i Romani, come il popolo più libero che sia mai esistito. O educazione mentitrice! Avevano essi torto di tremare così dinanzi alle difese di satana e degli auguri, suoi interpreti? Nient’affatto;

alla più piccola resistenza, spaventosi presagi, terribili calamità, annunziavano il corruccio del padrone. Cicerone freme ancora quando narra i presagi che si avverarono il giorno in cui nella sua qualità di console, ei celebrò le Feste latine sul monte Albino. « Nel momento in cui io faceva le libazioni di latte a Giove Lazio, una fulgida cometa annunziò una grande carneficina. Lo splendore della luna scomparve tutto ad un tratto in mèzzo ad un cielo stellato; quello del sole si ecclissò. Un uomo fu colpito dal fulmine con un tempo sereno; tremò la terra: terribili spettri apparvero durante la notte. Gl’indovini furibondi non annunziavano che calamità dappertutto. Da tutte le parti si leggevano gli scritti ed i monumenti che atterrivano gli Etruschi.1 » (Poema intorno al suo consolato. — De Divinitat., lib. I, c. XI). Quanto ai temerari che osavano disprezzare i funesti presagi, eccetto due o tre che confermano la légge, satana aveva la costumanza di colpirli con uno spietato rigore. Sulla certezza stessa del castigo era fondato il timore universale che egli inspirava. L’anno 52 avanti G. C., ne porge un memorabile esempio. In onta agli dei,  Grasso si ostina a far la guerra ai Parti. L’augure Ateio lo attende alla porta di Roma. Appena giunto Grasso, egli mette in terra un caldano pieno di fuoco, vi versa delle libazioni e dei profumi. Nello stesso

tempo egli pronunzia contro l’audace generale delle imprecazioni terribili, mediante le quali lo consacra a certi dèi strani e formidabili, invocandoli coi loro nomi. « I Romani, dice Plutarco, assicurano che queste imprecazioni misteriose, e la cui origine si perde nella notte dei tempi, hanno una tal forza che mai nessuno di quelli contro cui esse erano state fatte, ha potuto evitarne l’effetto. » (In Crass., c. XVI). Appiano aggiunge: « Crasso avendole disprezzate, perì nella Partia col figlio suo e con tutto il suo esercito, composto di undici legioni. Sopra centomila soldati, appena ne ritornarono diecimila in Stria.  » (De Bello Civili, lib. II, c. XVIII). Se non di più, almeno quanto i Romani, troviamo noi i Greci avidi di oracoli, rispettosi per i loro santuari e docili alla loro voce. Il suolo dell’Ellenia ne è letteralmente coperto: la maggior parte godono di una celebrità universale. Tebe, Pelo, Claros, Dodona e cento

altri luoghi fatidici vedono arrivare, non solamente da diverse parti della Grecia, ma dall’Oriente e dall’Occidente, continue processioni di pellegrini di ogni condizione che vanno ad interrogare gli dei, invocare il loro aiuto, od a ringraziarli dei loro benefizi. Una stessa fede confonde tutte le classi, unisce tutti i cuori, e la stessa preghiera esprime tutti i bisogni. I principi ed i capi delle repubbliche vi vanno per le lóro imprese, i cittadini per le loro faccende. Nella collezione degli oracoli, se ne trova un gran numero, resi a dei particolari intorno ai loro matrimoni, ai loro figli e intorno a mille minuzie della vita domestica. (Euséb Praep . evang. lib. V, c. XX-XXIII). « Qual popolo, esclama Cicerone, qual città che non si conduca, o per ispezionare le interiora delle vittime, o per l’interpretazione dei prodigi, o delle folgori, per gli auspici, per le sorti, per le predizioni degli osservatori degli astri, per i sogni e per gli oracoli? »  (De Divinat., lib. I, c. VI). Alla vista di questo immenso e incessante concorso; alla vista delle ricche offerte recate e dei favori ottenuti; un grande pagano esclamava: « Vedete i nostri innumerevoli templi? essi sono più augusti per gli dei che gli abitano, che per il culto che vi si esercita, o per le ricchezze delle quali rigurgitano. Là infatti dei sacerdoti, pieni di Dio, identificati a Dio, interpretano l’avvenire, pigliano precauzioni contro i pericoli, danno agli infermi il rimedio, agli afflitti la speranza, agli infelici il soccorso; consolano nelle calamità e sostengono nella fatica. Ivi altresì, durante il sonno noi vediamo gli dei, gli sentiamo e contempliamo i loro sembianti. » (Vedi intorno alle apparizioni degli dei sotto forme sensibili, le testimonianze degli autori pagani in Bullet, Storia dello stabilimento del CrIstian. p. 311 e seg-, ediz. in-8, 1825). A questo modo Cecilio presenta gli oracoli come una prova palpabile della sua religione. A questa obiezione ripetuta sovente, come rispondevano i Padri della Chiesa? Negandone i fatti? non mai. Essi provavano, e lo facevano senza fatica, che le cose meravigliose, compiute nei templi degli oracoli dovevano essere attribuite non al vero Dio ma ai demoni. (Vedi Àtenagora Legat.). – Se gli stranieri accorrevano in folla nella terra classica degli oracoli, si può giudicare da quel che facevano gli stessi Greci. Consultare gli dei su tutte le loro faccende pubbliche e private, era una tradizione inviolabile. Il fatto è così noto, che Cicerone domanda: « Qual colonia la Grecia ha ella mai inviata nell’Etolia, nell’Ionia, nell’Asia, nella Sicilia, nell’Italia senza aver consultato l’oracolo di Delfo, di Dodona o di Ammone? Qual guerra ha ella mai intrapreso senza il consiglio degli dei? » (De divinat., lib. I, c. I). Allo scopo di essere più vicini all’oracolo e più pronti a ricevere i di lui consigli, gli Anfizioni venivano a tenere le loro sedute a Delfo, allorché si trattava di deliberare sulle faccende generali della Grecia. (Strab., lib. IX). – Ora tutte queste questioni di pace e di guerra, d’intraprese importanti e di pubblica amministrazione, la cui soluzione era richiesta agli oracoli, è forse la moltitudine ignorante che le trattava? È forse essa che sulla stessa autorità, mandò per un lungo seguito di secoli, le colonie per cui tanti paesi, in Asia e in Europa, ricevettero i loro primi abitanti? Nella Grecia, come nel resto del mondo, la fede agli oracoli era dunque, per i grandi come per il popolo, il primo articolo di religione. Quanto agli oracoli mediante i sogni, dei quali parla il pagano Cecilio, erano comunissimi e molto stimati anche da personaggi di prima qualità. Abbiamo inteso Cicerone e Tertulliano nominarne un gran numero, ed aggiungere che si incontravano ad ogni passo. Strabono riferisce, come un fatto a tutti noto, che una quantità infinita di persone se ne andava a dormire nel tempio di Serapide, a Canopo, per conoscere i rimedi alle loro infermità o a quelle dei loro amici. 3 (Strab., 1. XVII). Si legge in Arriano, che i principali ufficiali dell’esercito di Alessandro andarono pure a passare la notte nel tempio dello stesso Dio, ad Alessandria, a fine di sapere se essi vi dovevano trasportar il loro padrone per essere guarito dalla malattia della quale morì. (De expedit. Alexand., lib. VII). – A testimonianza di Cicerone, gli efori e i loro magistrati di Lacedemone avevano usanza d’andare a cercare nel tempio di Pasifae vicino alla loro città, dei sogni profetici, che essi consideravano come certi, concernenti gli affari della repubblica. (De divinat., lib. I, c. XLIII). Per gli stessi fini la madre d’Augusto andava con le matrone romane, a dormire nel tempio di Apollo. (Svet. in Aug., c. XCIV). Infine, l’imperatore filosofo, Marco Aurelio, la più alta personificazione della sapienza, agli occhi dei pagani moderni, scrive egli medesimo: « Un grande segnale della cura degli dei per me, si è che nei sogni essi mi hanno insegnato dei rimedi per le mie malattie, particolarmente pel mio flusso sanguigno e per le mie vertigini, come mi avvenne a Gaeta. » (Marc’Aurel. Anton., De rebus suis, lib. I, n. 17, ad fìnem). La consultazione per via di sogni si faceva, ora dormendo sopra letti destinati a quest’uso, nei templi degli oracoli notturni, e durante il sonno i demoni davano i loro consigli; ora tenendo in mano un biglietto sigillato in cui stavano scritte le domande e sul quale, la mattina appena svegliati, si leggeva la risposta. Altre volte, si mandava all’oracolo una consultazione sigillata, ed egli vi rispondeva senza aprir la lettera. Questo fece un giorno l’imperatore Traiano, il quale essendosi proposto di fare la guerra ai Parti, i suoi ufficiali gli parlarono con elogio dell’oracolo di Eliopoli e lo spronarono vivamente a consultarlo. Traiano che non vi aveva molta fede, e che temeva qualche inganno, spedì all’oracolo una lettera sigillata alla quale chiedeva una risposta. Ora questa lettera non era che in bianco. Senza aprirla, i sacerdoti la presentano al Nume. Questi per rendere a Traiano il contraccambio, ordina che all’imperatore gli sia rimandato un pezzo di carta in bianco ben piegata e sigillata. Una tale ingiunzione spaventò i sacerdoti, poiché essi ignoravano lo stratagemma di Traiano. Egli rimase talmente colpito di meraviglia, che subito confidò nell’oracolo. Gli inviò dunque una seconda volta un biglietto sigillato col quale chiedeva al Nume se ritornerebbe a Roma dopo aver terminata la guerra che stava per intraprendere. Il Nume ordinò che si pigliasse una vite, che era una delle offerte del suo tempio; che la si facesse in pezzi e la si portasse a Traiano. L’avvenimento, aggiunge Macrobio, fu perfettamente conforme a quest’oracolo; imperocché Traiano morì in quella guerra, e si riportarono a Roma le sue ossa, che erano state rappresentate dalla vite spezzata. (Amm. Marcellin., lib. IX, c. XI.) Accadde la stessa cosa al governatore di Qilicia, del quale parla Plutarco. Questi era un epicureo il quale, in tale qualità, faceva professione di non credere agli oracoli. Per burlarsene, invia all’oracolo di Mopso uno dei suoi domestici con una lettera sigillata, chiedendo a questa una risposta che deve darsi in un sogno. Parte il domestico, ignorando il contenuto del biglietto; egli dorme nel tempio e. di poi ritorna dal suo padrone, al quale riferisce quel che ha veduto in sogno, e quel che gli fu detto. Sorpreso di ricevere la sua lettera sigillata tale quale l’aveva mandata e di vedere che le parole del suo domestico erano la risposta esatta di quel che aveva richiesto, ne parlò agli epicurei suoi amici, i quali non seppero che replicare. (Plutarch., De defectu oraculor. ; vedi pure Tacito, Annali, lib. II; Strab., lib. XVII, ecc., ecc.). Indipendentemente da queste incontrastabili testimonianze che abbiamo lette, due fatti bastano per dimostrare l’esistenza, l’antichità e l’universalità degli oracoli per via dei sogni. Il primo, è la proibizione fatta agli Ebrei di ricorrervi, e la condanna dei temerari che osano abbandonarsi a questa pratica demoniaca: « Che nessuno tra di voi, dice il Signore, osservi i sogni…. Ogni giorno ho teso le braccia ad una razza incredula e provocatrice, la quale si reca a dormire nei templi degli idoli per avere dei sogni. » (Deuter., XVIII, 10). Nello spiegare questo passo, san Girolamo aggiunge: « Ivi essi dormivano sulle pelli delle vittime, a fine di avere dei sogni rivelatori dell’avvenire. Cosa che ancora si fa tra i gentili, schiavi dello spirito d’errore, nel tempio d’Esculapio e in molti altri.3 » (Corn. a Lap., In hunc loc.; — e Tertull., De anima, c. LIV). La seconda testimonianza, non meno autentica, é l’usanza in cui era il Signore medesimo di adoperare i sogni per rivelare le sue volontà ai suoi servi: nuovo tratto di parallelismo che il re della Città del male non poteva mancare di aggiungere a tanti altri, e di contraffare a suo prò. Havvene uno non meno sorprendente e preso nello stesso ordine di fatti. Gerusalemme era il soggiorno di Jehovah, e da Sion partivano le voci direttrici della Città del bene. Da tutte le parti della Giudea e del mondo vi accorrevano i servi del vero Dio. (De Sion exibit lex, et Verbum Domini de Jerusalem. Is., XI, 3). – Delfo è l’insolente parodia di Gerusalemme. Il suo oracolo è il più famoso dell’universo; di là, da quell’antro del serpente Python, escono le voci direttrici della Città del male. Per ascoltarle si vedono accorrere a turbe innumerabili, da tutte le parti della terra, gli adoratori di satana. Sarebbe lunga la lista dei legislatori, dei re, degli imperatori, dei magistrati, dei capi di repubbliche, dei generali d’armata, dei filosofi, degli uomini celebri per diversi titoli dell’Europa e dell’Asia, dell’Oriente e dell’Occidente, i quali per migliaia d’anni hanno consultato in persona e per mezzo dei loro inviati il dio Pitone, intorno alle loro imprese, o invocata la sua assistenza. (Vedi Baltus, t. II, c. xiv, xvi xvi). Tale era la venerazione di cui godeva, che le città della Grecia ed anche i principi stranieri mandavano a Delfo ricchi doni, o vi mettevano i loro tesori in deposito sotto la protezione di quel nume. Nuova parodia satanica del tempio di Gerusalemme, nel quale i particolari depositavano le loro ricchezze, come ce lo insegna la storia di  Eliodoro. – Il tempio di Delfo, dicono gli autori pagani, era di una infinita ricchezza. Vi si vedeva una quantità prodigiosa di vasi, di tripodi, dì statue d’oro e d’argento, di bronzo e di marmo, che i re, i principi e le intere nazioni vi mandavano da tutte le parti. (Pausania in Phocoeis, impiega una gran parte del libro decimo nell’enumerare le ricchezze del tempio). Si può giudicare dei tesori che racchiudeva, da un fatto rimasto

celebre. I Focesi avendo saccheggiato quel tempio, Filippo di Macedonia, fece stimare da dei commissari il bottino che avevano rubato. L’affare fu giudicato dal consiglio degli Anfizioni, i quali condannarono i rei a restituire sei mila talenti, ovvero diciotto milioni della moneta nostra, rappresentante il valore di ciò che avevano sottratto, e non avevano preso tutto. (Dizionario delle antichità, etc., art. Tempio). Credere che queste splendide testimonianze di rispetto e di fiducia non fossero che passeggiere, sarebbe un errore. La fede dell’ universo al Serpente delfico si conservò viva e generale, anche dopo la predicazione del Vangelo: « Ai dì nostri, dice Plutarco, il tempio di Delfo è più magnifico che mai. Si è scoperto dagli antichi fondamenti che il tempio cominciava a rovinare, e ne sono stati aggiunti dei nuovi. La piccola città che ricava il suo nutrimento dall’oracolo, come un piccolo albero vicino ad uno grande, è oggi più considerevole che non fosse stata da mille anni in qua. » (De Pythiæ oraculo I, sub fine). – Noi domandiamo di nuovo, le immense ricchezze delle quali è pieno il tempio di Delfo, come pure tutti i templi di oracoli, non vengono esse altro che da ignoranti e da poveri, facili vittime della ciurmeria sacerdotale? Se è manifesto che la maggior parte fu l’omaggio dei ricchi, dei principi, dei governi; a chi farete voi ammettere una complicità universale, o una allucinazione di venti secoli, per parte di tutto quel che voi medesimi ci davate per il fiore dell’umanità, per il genio, l’indipendenza, e la virtù? Se Pascal ha detto con ragione: Io credo volentieri a dei testimoni che si lasciano scannare, con qual diritto ricuserete voi alla storia quello di ripetere: io credo volentieri a milioni di testimoni i quali per attestare la verità degli oracoli, hanno sacrificato per due mil’anni ciò che hanno avuto di più caro, i loro figli e le loro ricchezze? Aggiungasi pure: e che gli sacrificano ancora. La credenza agli oracoli satanici non ha cessato. Su tutta la faccia della terra non diretta dall’oracolo divino, essa regna nella pienezza della sua antica forza. Essa comanda come in antico, gli umani sacrifici, o altri atti contrari, sino ai più vivi sentimenti della natura; e come anticamente ancora essa resta comune, tanto presso i privati e presso i re, quanto presso ai dotti ed agli ignoranti. Il mondo è coperto di oracoli, oraculis stipatus orbis. Difatti, sono da diciotto secoli che in Egitto, in Grecia, in Italia, a Cartagine, nelle Gallie e nella Germania, la parola di Tertulliano continua ad essere la stessa: come l’è ancora in Cina, nel Thibet, nelle Indie, in Africa, nell’America e nell’Oceania. Fra migliaia di testimonianze che trovansi registrate nelle relazioni dei viaggiatori, o nelle lettere dei missionari, (Vedi gli Annali della propag. della fede: n. 55, p. 176; n. 95, p. 809; n. 197, p. 275-279, ecc., ecc.), e che stabiliscono la permanenza di questo fatto che voi siete liberi di chiamare strano, assurdo, incredibile, ma che pur tuttavia è un fatto, noi ne citeremo due solamente, presi da popoli di differenti costumi e separati da grandi distanze. Nel 1801, alcuni viaggiatori inglesi scrivevano da Madagascar: « Qui, specialmente alla Corte, vi è l’usanza di consultare l’oracolo Sikidy in, ogni occasione grande, o piccola. Ciò si fa nel modo seguente: Un certo numero di fave, o piccole pietre vengono mescolate insieme; e secondo le figure che esse formano, la gente istruita nell’arte della divinazione predicono un resultato favorevole o sfavorevole. Vi sono più di dodici oracoli interpreti addetti alla Corte e, nelle più futili circostanze la regina ha la premura di consultarli. Essa ha una tal fede in Sikidy, che la sua volontà piega sempre dinanzi all’oracolo, e che la sovrana dispotica è la prima schiava del suo impero. Se vuol fare un viaggio, la regina consulta Sikidy allo scopo di sapere qual giorno e in qual ora deve essa partire. Essa lo consulta a proposito della sua toelette e della sua tavola, e anche decide a qual fonte deve essa attingere l’acqua per rinfrescarsi. Alcuni anni fa, era in uso generalmente di consultare Sikidy nel nascimento dei figli, e di sapere se l’ora in cui eran venuti alla luce era un’ora fasta; se nefasta, il povero bambino era depositato lungo una di quelle strade, per le quali passano grandi mandre di buoi. Se gli animali passavano sopra al bambino senza fargli del male, la sorte infelice sembrava scongiurata, e l’infante era trionfalmente ricondotto alla casa di suo padre. Pochissimi uscivano sani e salvi da questa prova pericolosa, ma la maggior parte di questi soccombevano. La regina ha proibito questo modo d’interrogare la sorte, ed è forse la sola legge d’umanità che sia stata promulgata durante tutto il suo regno. (Viaggi nel Madagascar, 1861). – Questa regina, la celebre Ranavaio, possiede una superba reggia, poche leghe distante dalla sua capitale; di quando in quando ella va a passarvi alcune settimane secondo che gli oracoli glielo vogliono pur permettere … Allorquando gli stranieri giungono alla capitale, è costume che si fermino alcuni giorni a piè della città fino a che non si è consultato gli oracoli, e che non sia loro mandato l’autorizzazione di salire. (Annali della propag. della fede, n. 197, pag. 275-279. — Uno dei nostri missionari era alle Indie, allorché il fenomeno delle tavole giranti faceva gran fracasso in Europa. Tornato a Parigi ei diceva: « La notizia giunta appena nell’Indie, gettò gli Europei nella più gran meraviglia. Quanto agli indigeni una sola cosa li meravigliava, cioè la meraviglia degli Europei. » – Come presso tutti i popoli pagani d’una volta, Babilonesi, Egiziani, Greci, Romani, Galli, Scandinavi, gli atti della vita pubblica e privata delle nazioni idolatre d’oggidì, sono regolati sugli oracoli. Ad ogni pagina del suo recente viaggio alle sorgenti del Nilo, il capitano inglese Speache, testifica questo fatto, In tutte le tribù della costa orientale dell’Africa voi trovate dei medium o indovini, consultati di continuo e religiosamente obbediti, tanto dai principi che dal popolo. La stessa abitudine è nell’interno dell’Africa, e altrove dappertutto. Più di frequente si ricorre agli oracoli nelle malattie; sappiamo per bocca di due venerabili vescovi missionari i fatti seguenti, che datano da ieri: « Quando un Galla è malato, egli chiama subito lo stregone o la stregona (ed io sono stato testimone cento volte di quel che sto per raccontare): giunta presso l’infermo, la stregona comincia ad agitarsi; l’agitazione diventa ben presto convulsiva; dalla convulsione si passa a contorsioni spaventevoli. Ho veduta una di queste donne, battere il tamburo sulle sue reni con la sua anca. A questo segnale si riconosce la presenza dello Spirito; e allora la pitonessa descrive la malattia, e indica i rimedi. » (Racconto di Monsignore Massaia). – « Anche nella Cocincina si mostra la stessa sollecitudine di far venire gli interpreti dello Spirito, che d’ordinario sono due. Uno è munito di un tamburello col quale si serve per chiamare lo Spirito; quest’è l’incantesimo, o l’antico carme. L’altro ascolta: a poco a poco entra in crisi. Il parossismo non tarda a manifestarsi con contorsioni e movimenti disordinati che trasformano quell’essere umano, a guisa di un mezzo demonio, tanto egli diventa spaventoso a vedere. Per assicurarsi che egli è in pieno possesso dello Spirito, gli vien portato una gallina; la prende e la divora tutta intera con le zampe ed il capo, cosicché non resta niente. Dopo questa operazione egli dà le risposte richieste. » (Racconto di Monsignore Soyher). Questi popoli non sono già tanto creduli, poiché per credere vogliono dei segni: questi segni sono cose umanamente impossibili. Non è che dopo esserne stati testimoni che essi credono agli, oracoli, e fanno ciò che prescrivono. Aggiungasi che nel 1864 tutti gli indovini del regno, furono invitati all’incoronazione del re di Cambodge, e che in Cocincina ancor’oggi non prende mai il mare una nave, senza che prima non si sia consultato l’oracolo. Mentre a Madagascar la stessa regina, seguendo l’esempio degli imperatori romani e dei grandi personaggi dell’antichità, regola la sua condotta dietro il responso degli oracoli; nel celeste impero il semplice Cinese gli consulta intorno ai suoi affari domestici, come anticamente il popolo di Roma e di Atene. Imperocché il Cinese, la cui filosofia volterriana formava il tipo della civiltà, è fervente discepolo degli oracoli. Un Missionario scrive: « Noi reclutiamo una gran parte dei nostri neofiti in una certa classe di donne, delle quali pare che Dio abbia più compassione, perché sono esse incorse nell’anatema che i Cinesi appellano, la sorte dell’infelicità. Ed eccone la storia. All’epoca degli sponsali, è uso tra gli infedeli d’invitare un indovino per trarre l’oroscopo della giovine, e predire i suoi futuri destini. Il medium si reca all’invito dei parenti, appena giunto nella casa, egli fa delle evocazioni e adempie ad altre pratiche demoniache. Di poi egli presenta al fanciullo un’urna, nella quale sono rinchiuse le sorti, parte felici e parte funeste, con questa differenza, che le buone, sono incomparabilmente più numerose. « La povera giovine pone tremando la mano nell’urna fatale, ignorando se è un avvenire ridente, o una eredità di disgrazie che essa è per trar fuori. Se viene favorita, tutti se ne rallegrano, e gli sponsali si concludono senza indugio. Ma se la sorte la tradisce, la sua sentenza è pronunziata, la sua. gioventù appassita, la sua vita intera, maledetta. Essa deve curvare per sempre il capo sotto il peso dell’universale disprezzo. Per lei non vi è più pace, neppure la compassione di sua madre. Ella crescerà solitaria ed abominata sotto il tetto paterno, del quale è l’obbrobrio; imperocché i pagani hanno tanta fede in questi auguri che il più povero tra di loro non vorrebbe sposare la più ricca erede che avesse avuto questa trista sorte, convinti che quell’alleanza trae seco inevitabili calamità. » (Annali della propagaz. della fede, n. 95, p. 809). Questo fatto, del quale si avrebbe torto se si ponesse in ridicolo, avendo delle conseguenze così gravi, è la contraffazione satanica della profezia, per via delle sorti che noi vediamo impiegate nella Scrittura. (Sortes mittuntur in sinum, sed a Domino temperantur. Prov. XVI, 33). – II re della Città del male, vuol mostrare ai suoi sudditi che egli dispone, per rivelar loro l’avvenire, delle voci, dei sogni, delle sorti e di tutti i mezzi adoperati dal Re della Città del bene. Qui, come altrove, i suor responsi sono un miscuglio di falso e di vero, mediante il quale, con tutto ché resti sempre il padre della menzogna, pure egli riesce a sedurre gli uomini. Questa tattica è invariabile. Tale la vediamo noi oggi nello Spiritismo, come i nostri padri la conobbero. Dice Minuzio Felice : « I demoni rendono degli oracoli mescolati a molte menzogne; imperocché essi sono ingannati e ingannatori; non conoscono la pura verità, e quella che conoscono per loro perdizione, non la manifestano nella sua purità. » (In Octav.). – Sant’Agostino usa lo stesso linguaggio: « I demoni sono il più delle volte ingannati e ingannatori. Sono ingannati, perché nel momento in cui annunziano le loro previsioni, accade inopinatamente dall’alto qualche cosa che arrovescia tutti i loro consigli. Sono ingannatori, per lo stesso desiderio d’ingannare, e pel piacere di trascinare l’uomo nell’errore. – Però, a fine di non perdere il loro credito presso i loro adoratori, agiscono in modo che la colpa sia imputata ai loro interpreti, intanto che essi medesimi sono ingannati o ingannatori. » (De divinat. daem., c. V). – A meno che non si neghi l’istoria sacra e profana, i fatti che precedono, annullano l’obiezione degli epicurei antichi e moderni, contro l’esistenza universale degli oracoli, contro la fede del pari universale agli oracoli, e contro l’influenza suprema degli oracoli nel governo religioso e sociale del mondo pagano. A questo modo è data la prova perentoria delle verità fondamentali che volevamo stabilire. La prima, cioè la presenza permanente e perpetuamente attiva di satana in mezzo alla sua Città; la seconda, il costante parallelismo delle due Città, nell’ordine religioso e nell’ordine sociale. A fine di renderle più spiccate, riassumiamo in poche parole questi punti essenziali (Diciamo essenziali perché sono la luce della storia; perché l’epoca nostra più. di qualunque altra, si agita contro il soprannaturale; perché da parecchi secoli, rispetto al demonio e alla sua azione sul mondo, l’educazione stessa dei cattolici è volterriana. La più parte ignorano i fatti demoniaci, o gli trattano come racconti di buone donne. Per essi satana è un sovrano detronizzato, che sarebbe puerile il temere, e del quale è meglio non occuparsi) nella storia dello spirito del male e dello Spirito del bene. Come l’uomo medesimo, così il genere umano è un essere istruito. Tutto ciò che egli sa, gli viene dal di fuori. Ora egli sa il bene ed il male, lo sa fino dal momento della sua caduta. Da sei mil’anni in qua, due voci opposte e due solamente, hanno dunque risuonato nel suo orecchio; voci soprannaturali da lui sempre seguite, che segue tuttora e che sempre seguirà, anche quando nell’orgoglio della sua debolezza egli si proclama con più burbanza, indipendente. Dunque il mondo è stato sempre diretto da degli oracoli. Voce della verità e voce della menzogna: oracoli divini, o oracoli satanici; colui che vi nega non capisce sé medesimo. Sulle pagine cancellate della storia, lo. scrivere un certificato di follia universale, o riconoscere che a tutte le ore della sua esistenza, sotto tutti i climi, in tutti gli stati della civiltà, l’umanità è stata diretta da oracoli, e che i principii ispiratori degli oracoli sono inevitabilmente lo Spirito del bene o lo spirito del male, lo Spirito Santo o satana: questa alternativa crudele è uno degli assiomi della geometria morale: Quanto al parallelismo delle due Città, i raffronti seguenti che ne disegnano le grandi linee, sono oramai fuori di contrasto. – La Città del bene ha la sua religione, nella quale nulla è lasciato all’arbitrio dell’uomo. Essa ha le sue leggi sociali venute dal cielo, e delle quali lo stesso Dio, reso sensibile in mezzo al suo popolo, rimane l’interprete e il custode. Ora Egli parla per mezzo dei suoi Angeli, ora per mezzo dei suoi Profeti; un’altra volta mediante le sorti e per mezzo dei sogni. Sempre Egli autorizza la sua parola per mezzo di miracoli, con cui colpisce gli spregiatori di esemplari castighi. Ne risulta che nell’ordine sociale, non meno che nell’ordine religioso, lo Spirito Santo è veramente il principe e il Dio della Città del bene. Così la religione del male ha la sua religione, dove ogni cosa è regolato da una autorità superiore all’uomo. Essa ha le sue leggi sociali, delle quali lo stesso demonio, reso sensibile sotto la forma preferita del serpente, è l’ispiratore, l’interprete e il guardiano. I suoi angeli, i suoi indovini, i sogni e le sorti sono a vicenda gli organi della sua volontà. Sempre egli autorizza la sua parola con prestigi, e la fa rispettare per mezzo di punizioni. Ne resulta che nell’ordine sociale, non meno

che nell’ordine religioso, satana è veramente, secondo la parola del Vangelo, il principe ed il re della Città del male. – La Città del bene ha il suo gran sacerdote incaricato di dirigere i sacri ministri, di regolare le cerimonie del culto, di pronunziare in ultima analisi sopra una infinità di questioni religiose e civili. Questo gran sacerdote si chiama alternativamente Aaron, Samuele, Osia. La Città del male ha essa pure il suo gran sacerdote, investito del potere di iniziare i sacerdoti inferiori, di presiedere le loro assemblee, di ricevere le vestali e di giudicarle, di convalidare le adozioni, e di conoscere intorno a certe cause relative ai matrimoni. In Roma, capitale del vasto impero di satana, questo sovrano pontificato della Città del male, fu esercitato, ora dal gran sacerdote Giulio Cesare, ora dal gran Tiberio, ora dal gran sacerdote Caligola, dal gran sacerdote Nerone e da Eliogabalo: questa dignità era a vita. La Città del bene ha la sua incarnazione divina, i suoi sacrifici, i suoi digiuni, le sue penitenze, le sue preghiere del giorno e della notte. La Città del male ha tutto ciò sopra tutti i punti del pianeta. Si conoscono specialmente le incarnazioni antiche, e le incarnazioni indiane, le austerità dei bonzi e dei fakiri, le preghiere dei lama. « Alla scoperta del Messico restammo meravigliati dei dolorosi supplizi che si infliggevano i sacerdoti del sole. Quattro di essi erano designati ogni quattro anni per fare penitenza durante quel periodo, con austerità, il cui rigore fa fremere. Si abbigliavano come i più poveri. Il loro cibo di ogni giorno si riduceva ad una galletta di grano d’India che pesava due once, e la loro bevanda una piccola tazza di brodo fatto dello stesso grano. Due di loro vegliavano ogni notte cantando lodi agli dei, incensando idoli quattro volte, secondo le ore delle tenebre, e, bagnando col loro sangue

i bracieri del tempio. » (Acosta, Storia naturale, ecc., t. II, c. XXX). Oltre questa espiazione perpetua, vi era una penitenza particolare, chiamata la grande veglia alla quale tutti si assoggettavano, e durava un mese. – Siamo lieti di dirlo: questa dottrina, con la quale si rende conto di tutto, e senza la quale non si può render conto di nulla, non è nostra. Esponendola, non facciamo che riassumere la storia del genere umano, e tradurre uno dei più dotti Padri del Concilio di Trento. In seno a quella augusta assemblea il reverendo Padre maestro Cristoforo Santozio cosi si esprimeva: « satana

vide che Iddio voleva essere pacificato con dei sacrifici, egli pure ne ottenne per sé medesimo, accompagnati da orribili cerimonie. Vide che Iddio parlava agli uomini per mezzo dei suoi Angeli e suoi Profeti; egli stesso parlò per bocca degli idoli. Iddio ebbe il suo tempio, ove accorreva il popolo fedele. satana se ne fece erigere dei magnifici nelle varie parti della terra, ove migliaia d’uomini vennero a rendergli i loro omaggi. Dio ebbe i suoi Profeti ai quali il popolo portò gran rispetto; satana ebbe i suoi oracoli, i suoi indovini, oggetti della venerazione universale. A questi mediatori tra lui e gli uomini, affidò la cura di propagare la sua religione.1 » (Orat. R. P. M. Christoph. Sanctotii Burg. Ad Patr., Conc. Trid. apud Labbe Cotteci., t. XIV, 1601). Quando da tutti questi tratti sparsi, lo spirito forma un solo quadro, si domanda ciò che manca d’essenziale alla parodia satanica di Jehovah, dio, legislatore, oracolo e custode della religione e della società in Israele? Ci resta adesso da provare che la stessa parodia si trova nell’ordine politico.

[Continua …]

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.