Omelia della DOMENICA IV DELL’AVVENTO

Omelia della DOMENICA IV DELL’AVVENTO

[Del canonico G. B. Musso – Seconda edizione napoletana, Vol. I -1851-]

(Vangelo sec. S. Luca III, 1-6)

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Via del Piacere.

L’odierno Evangelio mi porta col veloce pensiero alle sponde del Giordano. Seguitemi, ascoltatori devoti. Ecco innanzi a noi il divin precursore Giovanni, che per comando di Dio predica il battesimo della penitenza per la remissione de’ peccati. Non già che quel battesimo avesse in sé una tale virtù, ma perché era una preparazione per arrivare alla remissione de’ peccati, col partecipare de’ meriti del Redentore. Predica dunque la penitenza il Battista, e la predica quasi più colla presenza, che colla voce, più coll’esempio, che colle parole. Osservatelo pallido nel volto, smunto nelle membra, mezzo coperto di rozze spoglie d’agnelli, e di ruvida pelle di cammello: il suo vitto son le locuste del campo e poco miele della selva, la sua bevanda è l’acqua del fiume o del fonte. Comincia la sua predica intimando alle turbe accorse ad ascoltarlo a preparare la via del Signore, “parate viam Domini”. A questo fine fu mandato il Battista nella Giudea, e a questo stesso oggetto io vengo a voi, miei dilettissimi; e vi dico, se volete per la prossima solennità preparare la via del Signore, acciò Egli venga a voi, abbandonate le strade del mondo, tornate addietro dalle vie del peccato e del seducente piacere. L’uscir da queste lubriche vie, sarà lo stesso che disporre i retti sentieri, pei quali l’aspettato Salvatore del mondo venga a rinascere nel Vostro cuore: “parate”, dunque, “parate viam Domini, rectas facite semitas eius”. Per animarvi in questo salutare intraprendimento, io vi farò vedere in una maniera facile e sensibile, quanto la via del mondano piacere sia ingannevole, e quanto dannosa, tanto per la vita presente, che per la vita futura. Se riesco a disingannarvi, io benedirò il Signore, e voi mi saprete grato del vostro disinganno. Di grazia ascoltatemi attentamente. – La via del piacere, (com’io me la figuro) comincia con una porta grandiosa, alta, magnifica, a modo di superbo arco trionfale. La struttura che la rende stupenda è tutta a colonne, a statue vagamente disposte, e a vasi d’ogni forma la più leggiadra. Sull’architrave sui capitelli stanno alati genietti, e di questi chi sparge fiori, chi suona cetre, chi spiega vesti preziose, chi fa le monete d’oro e d’ argento, e chi sul limitare di questa porta col riso sulle labbra, col cenno grazioso delle mani invita ad entrare i passeggeri. Entriamo dunque, uditori: la porta è bella, la strada sarà migliore. “… Adagio, dite voi, adagio, tanti inviti, tanti allettamenti fan nascere un ragionevole sospetto, che qualche inganno si nasconda sotto così lusinghevoli apparenze”. Ottimamente, questo è pensare e riflettere da uomini prudenti, … facciamo dunque così, vediamo qual sorte hanno incontrata coloro che sono entrati per questa porta, e si sono avviati per questa strada. Si possono questi considerare distinti in due schiere. Molti sono entrati e non sono più usciti, altri non pochi sono tornati indietro. Quei che sono entrati senza più uscire, sono primieramente tutti gli uomini che passeggiavano su questa terra a’ tempi di Noè innanzi il diluvio. Correvano questi velocemente la via del piacere, e del piacere più sordido e più fangoso. “Omnis quippe caro corraperat viam suam” (Gen VI, 12). Gridava intanto Noè dai palchi della sua arca: “… ciechi, insensati, tornate indietro, se proseguite, Iddio sdegnato vi coglierà nel più bello del vostro cammino, sarete fra non molto sommersi in un diluvio di acque micidiali”; ma gl’ingannati, rapiti dal dolce delle impure loro voglie, sordi al loro bene, sordi al loro male, sordi alle divine minacce, conobbero troppo tardi e senza rimedio il proprio errore, e la fallacia della via da essi battuta. – Spingete ora lo sguardo entro quella porta da noi immaginata: vedete voi quella lunga, lunghissima strada, che dall’una e dall’altra parte vi presenta un funesto spettacolo di ventiquattromila Ebrei pendenti da altrettanti patiboli? Mirateli se potete senza orrore, e poi dite: ecco quanto loro costò un brutale piacere, contro il divieto di Dio e di Mosè, con le donne Madianite “Occisi sunt viginti quatuor millia . . . in patiboli” (Num XXV, 9 e 4). E chi son eglino quegl’infelici stesi su quel campo, sparso di tronche membra e di teste recise, inondato di tanto sangue, ancor tiepido, ancor fumante? Poco avanti fra canti e suoni, sazi dalla crapula ed allegri dal vino, menavano danze e carole intorno a un idol d’oro, ed ora trucidati dalle spade levitiche in numero di quasi ventiquattro mila, c’insegnano che l’allontanarsi da Dio, che il piacer della gola, e gli estremi del gaudio e dell’allegria, vanno a finire in lutto ed in sterminio. – Passeggia per questa strada Sansone allettato dalle lusinghe di Dalila, e sebbene da’ propri genitori richiamato ad uscirne, non dà ascolto, persiste nel suo cammino, e i suoi piaceri gli fan perdere la libertà, la vista, la riputazione e la vita. Anche Ammone figlio di Davide entra in questo sentiero, rapito dall’avvenenza dì Tamar, e il sozzo incestuoso piacere gli tira addosso un nembo di pugnalate, mentre sedeva a lauto banchetto. Anche i sordidi vecchioni tentatori della casta Susanna corrono la stessa via; e dopo aver sedotte molte figlie d’Israele, s’incontrano finalmente in questa santa matrona, che eroicamente ributtandoli, coll’esecrazione di lutto il popolo, restano sepolti sotto una tempesta di pietre. Di mille altri potrei mostrarvi lo stesso. Per amor di brevità fermiamoci qui, e ditemi uditori miei, non è egli vero che questa strada è fatale per chi vi entra? Le notizie fin qui son molto cattive. Vediamo se si sono trovati contenti almeno quei che ne uscirono! – Il primo che mi viene avanti egli è un re vestito di ruvido cilizio, con un tozzo di pane alla mano, sparso di cenere, e bagnato di lacrime. Ah, sì, lo ravviso, questi è Davide penitente, che abbandonata la via del piacere, si va protestando che odia e abbomina questa strada d’iniquità: “viam iniquam odio habui(Ps. CXVIII, 128). Un altro mi si presenta. È questi un giovane rabbuffato, pallido, smunto, lacero, mezzo ignudo. Nol conoscete? Egli è il Prodigo, che ritorna da quelle remote contrade che ha corso per qualche tempo affianco delle meretrici “vivendo luxuriose”, ed ora a passo avanzato si conduce a’ piedi del suo buon padre, a pregarlo che voglia ammetterlo per l’ultimo de’ suoi servitori. E questa donna, nobile all’aspetto e al portamento, che si strappa dal crine le gioie e i vani ornamenti, ella è la Maddalena, che pentita de’ suoi traviamenti, corre a lavare di lacrime i piedi al divin Redentore. Una turba immensa, a finirla, sgombra da questa strada, turba di gente d’ogni età, d’ogni sesso e d’ogni clima, ed hanno tutti il pianto sul volto, il digiuno a fianco, il flagello alla mano per vendicare in sé stessi i loro errori nella via seducente dell’iniquità e della perdizione, confessando altamente d’esserne stanchi e pentiti, “lassati sumus in via iniquitatis, et perditionis” (Sap. V, 7). – Che dite ora, miei riveriti ascoltanti? Le notizie da ogni parte son pessime, e senza ricorrere ad antichi esempi, l’esperienza ci fa vedere sovente di queste scene volubili, che dopo una vista dilettevole si cangiano in prospetti di orrore. Voi come più pratici del mondo ne potete narrare a me. Quanti amatori del secolo, gente data al bel tempo, ai giuochi, alle gozzoviglie, agli amori, sono passati dalle delizie alle miserie, da’ piaceri agli affanni, dagli onori all’avvilimento, da uno stato comodo allo spedale, o a morir sulla paglia! – Concedo: la strada del piacere è larga, amena, spaziosa, lo dice il Vangelo, “spatiosa est via”, ma dice altresì che conduce alla perdizione. Or se una via piana, fiorita, deliziosa vi portasse ad un precipizio, avreste voi sì poco senno da incamminarvi per quella? E non sapete ch’è proprio de’ traditori il far precedere le lusinghe, i vezzi, gli allettamenti per riuscire negl’iniqui disegni, ed ingannare gl’incauti ? Caino vuol tradire Abele, e in aria di buon fratello l’invita a diporto, a spaziarsi in un campo. Gioabbo con un saluto, con una carezza al mento di Amasa gli pianta un pugnale nel fianco. Assalonne per vendicarsi d’Ammone l’invita a sontuoso banchetto. Triffone vuol disfarsi del temuto Gionata Maccabeo, e gli offre il comando della sua armata. Giuda tradisce il suo divino Maestro e si serve d’un bacio. In somma quel che gli uomini praticano cogli uccelli, e coi pesci, usano i traditori a sedurre gl’incauti ad ingannar gl’innocenti. – Ma se voi non siete irragionevoli, non sarà una gran pazzia lasciarvi tirar nella rete per un meschino piacere? – Sarà dunque pazzia per voi, giovane mio, l’associarvi con quella brigata di scostumati compagni, che vi traggono al giuoco per spogliarvi, che vi portano alle crapule, ai furti, alle case sospette, alle ree amicizie per non avere il rossore d’esser soli nei bagordi e negli stravizzi, o per voltarne tutta la colpa a voi. – Sarà pazzia per voi lasciarvi tirar dalla gola e imbandire la mensa de’ rubati polli, vendemmiare l’altrui vigna e bere alla salute di chi in coltivarla vi ha speso danari e sudori, per poi temere e tremare per continua paura, di venir ricercato da ministri di giustizia, d’essere scoperto per ladro, ed in pericolo d’infamia, di prigionia e di galera. – E non sarà maggior pazzia per voi, o figlia incauta se vi lasciate adescare dalle dolci lusinghe, dall’amorose parole, da’ seducenti biglietti, dai donativi, dalle promesse anche giurate di matrimonio di quei traditori, che insidiano la vostra onestà, ed han per costume vantarsi della vostra debolezza e della loro riuscita? Non sarete la prima, se vi fidate, se vi arrendete, ad essere abbandonata alla vostra confusione, costretta a ritirarvi per nascondere il vostro fallo, a passare i giorni amari in mesta solitudine, a piangere inutilmente la vostra caduta e la vostra stoltezza, e bestemmiare l’empio traditore, che intrepido giura di non conoscervi, insensibile alle vostre lacrime, insultante alla vostra infamia, infamia che porterete fino alla tomba. – Vedete, miei dilettissimi, che non v’ho parlato sin qui se non di temporali infortuni, i quali sono gli effetti infallibili degli smodati piaceri. Or che diremo quando la fede c’insegna che la via del piacere conduce all’eterna perdizione? Così è, miei cari, conviene disingannarsi. Gli amatori del mondo e de’ fallaci suoi beni, dopo aver gustato per pochi giorni il dolce delle proprie soddisfazioni, vanno, quando non se l’aspettano, a piombare negli abissi infernali. “Ducunt in bonis dies suos, et in punctu ad inferno, descendant” (Iob. XII, 13). Ci descrive con una ingegnosa parabola la cecità e stoltezza di costoro S. Giovanni Damasceno. – Un cert’uomo faceva viaggio in un deserto, quando all’improvviso si vede venir incontro una feroce pantera. Spaventato a questa vista si dà a precipitosa fuga, e nel fuggire agitato e contuso, cade senz’avvedersene dall’orlo d’un precipizio profondissimo: se non che, com’è proprio di chi cade, stender le braccia, fortunatamente si appiglia ad un albero piantato poco sotto il margine del precipizio stesso. Qui si tiene stretto, e va respirando. Osserva però che la pantera non cessa di minacciarlo, e che l’albero, su cui si è salvato dal peso della persona, va declinando al basso, e gli si stacca da terra or l’una, or l’altra radice. Abbassa finalmente lo sguardo, e mira con raccapriccio in fondo del precipizio un enorme dragone, che a bocca spalancata, e artigli aperti sta aspettando la sua caduta. In questa situazione di tanto orrore, in mezzo a tanti oggetti di spavento, leva gli occhi in alto, e osserva in cima di quella pianta un favo di miele, che per l’abbondanza spande su quelle foglie il dolce liquore. A questa vista esulta di giubilo, e allegro e contento non conosce più il suo pericolo, si dimentica della minacciosa pantera, dell’albero che declina, delle radici che si staccano, del dragone che l’attende, e invece, … chi il crederebbe? Col riso in bocca e tutto intento a raccogliere colla punta del dito quelle gocce di miele, le assapora con gusto e se ne pasce con gioia, e si stima felice. La parabola, uditori, vi sorprende? Cesserà la sorpresa in sentirne l’applicazione: l’uomo appena comparso in questa valle di pianto, che si può chiamare un deserto, in qualità di viaggiatore, viene minacciato dalla morte come da rabbiosa pantera. Fugge egli in certo modo l’incontro, ma cade nel comune pericolo di morte, che ad ogn’istante può coglierlo. Si salva egli, diciamo così, sull’albero del proprio corpo. Quest’albero, questo corpo in ogni giorno, in ogni stagione va declinando con il peso degli anni. Si staccano le radici colle infermità, col mancar della vista, col cadere dei denti, col debilitarsi le forze. Intanto al fondo dell’abisso lo sta aspettando il dragone infernale, ed egli in mezzo a tanti pericoli dimentico della morte, della caducità della vita, del baratro su cui sta pendente, e del dragone d’inferno, che per le sue colpe ha diritto, e brama d’attenderlo, s’occupa tutto a raccogliere alcune stille di miele or da questo, or da quel sensuale piacere, e solo intento ad appagare i suoi sensi, a soddisfare le sue voglie, si crede al colmo della contentezza e della felicità. – O uomo miserabile, o cieco e insensato figliuolo di questo secolo! Quel che ora non temi, sarà un giorno il soggetto delle tue lacrime e dell’inutile tuo pentimento. Al termine della strada del piacere, sta il letto della tua morte. Dalla sponda di questo darai un’occhiata alla via che hai corsa; pensa se sarai contento d’averla battuta. Deh! per tuo bene intraprendi in questi sacri giorni la via del Signore; questa è la sola che può condurti all’ eterna salvezza.

NOVENA DI NATALE

Novena liturgica del Santo Natale

[ATTENZIONE, ATTENZIONE!

questa pagina è altamente SCONSIGLIATA ai NEMICI DEL PRESEPE, che avvisiamo pertanto subito consigliando loro: VADE RETRO sATANA!]

[La novena fu composta dal P. Antonio Vacchetta, prete della Missione della Provincia di Torino nel 1720, su ispirazione della Marchesa Mesmes di Marolles]

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Invitatorio e profezie

1. – Regem ventùrum Dominum, – venite adoremus. [Il coro ripete ad ogni antifona: Regem ventùrum, etc.] [1. Venite, adoriamo il Re che sta per venire ed è il Signore].

2. – Jucundàre, filia Sion, – et exùlta satis, filia Jerusalem. – * Ecce Dominus véniet, – et erit in die illa lux magna, – et stillabunt montes dulcedinem, – * et colles fluent lac et mel, – quia veniet Prophéta magnus,  et ipse renovàvit Jerusalem. [2. Gioisci, o Sion, ed esulta, o Gerusalemme! [Ecco: verrà il Signore e in quel giorno vi sarà una grande luce, i monti stilleranno dolcezza e dalle colline scorreranno latte e miele, perché verrà il grande Profeta ed Egli rinnoverà Gerusalemme].

3. – Ecce véniet Deus, – et Homo de domo David sedére in throno, * et vidébitis, – et gaudébit cor vestrum. [3. Ecco verrà Dio che dalla casa di Davide siede sul trono. Voi Lo vedrete e il vostro cuore ne gioirà].

4. Ecce véniet Dóminus, protéctor noster, Sanctus Israel, – coronam regni habens in càpite suo * et dominàbitur a mari usque ad mare, – et a flùmine usque ad términus orbis terràrum. [4. Ecco verrà il Signore, nostro protettore, il Santo d’Israele con la corona regale sul à capo e dominerà da un mare all’altro e dal fiume sino ai confini della terra].

5. Ecce apparébit Dóminus, et non mentiétur: * si moram fécerit, – exspécta eum, * quia véniet et non tardàbit. [5. Ecco apparirà il Signore e non ingannerà! Se tarda, aspettalo; perché verrà e non tarderà].

6. Descéndet Dóminus sicut plùvia in vellus, – oriétur in diébus éjus justitia – et abundàntia pacis, * et adoràbunt eum omnes Reges terra?, – omnes gentes sérvient ei. [6. Il Signore scenderà come pioggia sull’erba; ai giorni suoi fiorirà la giustizia e abbonderà la pace; tutti i re della terra Lo adoreranno* e tutte le genti Lo serviranno].

7. Nascétur nobis pàrvulus, et vocàbitur Deus fortis; * ipse sedébit super thronum David patris sui, – et imperàbit: * cujus potéstas super hùmerum éjus. [7. Ci nascerà un fanciullo e sarà chiamato Dio forte. Siederà sul trono del suo antenato Davide, e regnerà, e avrà su di sé ogni potere].

8. Béthlehem civitas Dei summi, – ex te éxiet Dominator Israel, * et egresses éjus sicut a principio diérum æternitatis, – et magnificàbitur in medio universæ terræ, – et pax erit in terra dum vénerit. [8. Betlemme, città del Dio altissimo, da te uscirà il Dominatore d’Israele, la cui origine risale all’eternità; sarà glorificato in tutto il mondo e quando verrà porterà la pace sulla nostra terra].

La Vigilia di Natale si aggiunge la seguente profezia:

Crastina die delébitur iniquitas terræ – et regnabit super nos Salvator mundi, [9. Domani sarà distrutta l’iniquità sulla terra e su noi regnerà il Salvatore del mondo].

.10 – Prope est iam Dominus – Coro: Venite ad oremus.  [10. Il Signore è ormai vicino. R. Venite, adoriamo].

Læténtur cæli

Lætentur cæli, et exsultet terra: * iubilàte montes, laudem

làudem. Erumpant montes jucunditatem, * et colles justitiam.

Quia Dóminus noster veniet * et pàuperum suorum miserébitur.

Rorate, cæli, désuper, et nubes plùant iùstum: *operiatur terra, et gérminet Salvatórem.

Memento nostri, Dómine, * et visita nos in Salutari tuo. Salutari tuo.

Osténde nobis, Dòmine, misericórdiam tuam, * et salutare tuum da nobis.

Emitte Agnum, Dòmine, dominatórem terræ * de petra deserti ad montem filiæ Sion.

Veni ad liberàndum nos, Dòmine, Deus virtùtum, * osténde fàciem tuam, et salvi érimus.

Veni, Dòmine, visitare nos in pace, * ut Lætémur coram te corde perfécto.

Ut cognoscàmus, Dòmine, in terra viam tuam, * in òmnibus géntibus salutare tuum.

Excita, Dòmine, poténtiam tuam, et veni, * ut salvos fàcias nos.

Veni, Dòmine, et noli tardare, * relàxa facinora plebi tuæ.

Utinam dirùmperes cælos, et descénderes: * a fàcie tua montes deflùerent.

Veni, et osténde nobis faciem tuam, Dòmine, * qui sedes super Cherubim.

Gloria Patri… 

[Si rallegrino i cieli esulti la terra; cantate, o monti, giubilando, le lodi di Dio. – Prorompano i monti in grida di allegrezza, cantino i colli la divina Giustizia. – Perché il Signor Nostro verrà, e avrà pietà dei suoi poverelli. – Stillino rugiada i cieli, e le nubi piovano il Giusto; s’apra la terra e germini il Salvatore. – Ricordati di noi, o Signore, e visitaci per mezzo del tuo Salvatore. Mostraci, o Signore la tua misericordia, e dacci il tuo Salvatore. – Manda, o Signore, l’Agnello che regni sulla terra, dalle pietre del deserto al monte Sion. – Vieni a liberarci, Signore, Dio delle virtù; mostraci la tua faccia e saremo salvi. – Vieni a visitarci in pace, per rallegrarci con Te con cuore perfetto. Acciocché conosciamo in terra la tua via, e in tutte le genti il tuo Salvatore. – Si svegli, o Signore la tua potenza e vieni a salvarci. – Vieni, Signore, e non tardare, perdona le colpe del tuo popolo. – Oh, s’aprano i cie1i e scenda il Signore! Al suo cospetto si scioglieranno i monti. – Vieni, e mostraci la tua faccia, o Signore, che siedi sui Cherubini. Gloria al Padre…].

Capitolo (lo recita il celebrante)

Præcursor prò nobis ingréditur Agnus sine maàcula secùndum órdinem Melchisedech, Pontifex factus in ætérnum et in sæculum sæculi. Ipse est Rex iustitiæ, cùjus generàtio non habet finem. R. Deo Gratias.

Inno

[Le due prime strofe sono la la e la 3a dell’inno di Lodi d’Avvento (sec. V), scritto dapprima in poesia tonica e ridotta dalla riforma di Urbano VIII in dimetri giambici. Le altre tre sono la 2a, 3a e 4a dell’Inno di Lodi del Natale di Sedulio (sec. IV-V)].

 

En clara vox redàrguit

obscura quæque, pérsonans:

procul fugéntur somnia:

ab alto Jesus promicat.

En Agnus ad nos mittitur

laxàre gratis débitum:

omnes simul cum lacrimis

precémur ìulgéntiam.

Beatus Auctor sæculi

servile corpus induit:

ut carne carnem liberans,

ne perderet quos cóndidit.

Castæ Paréntis viscera

cæléstis intrat gràtia:

venter puéllæ bàiulat secréta,

quæ non nóverat.

Domus pudici péctoris

templum repènte fit

Dei: intàcta nésciens

virum concépit alvo

Filium.

Deo Patri sit glòria,

eiùsque soli Filio, cum

Spiritu Paràclito in

sæculórum sæcula.

Amen

[Alta fra dense tenebre Voce suonar s’intende; Su, genti, su, destatevi; Gesù dall’alto splende. Da nostre colpe a scioglierci, scende l’Agnel di Dio; Suvvia perdon chiediamogli con cuor pentito e pio. Per noi l’autor de’ secoli veste l’umane spoglie, E fatto uom ci libera dalle tartaree soglie. – Entro le caste viscer di Verginella ignara –

Dall’alto l’ineffabil Mistero si prepara. – Tempio di Dio, Vergine, nel sen concepe un Figlio, Né si scolora o sfrondasi il verginal suo giglio. – Al sommo Iddio gloria. Sia gloria al suo Figliuolo; Sia gloria al Santo Spirito – Sia gloria a Dio che è uno solo.

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Antifone maggiori per i nove giorni

16 Dic. Ecce véniet Rex Dóminus terree, et ipse àuferet iùgum captivitàtis nostree.

[Ecco verrà il Re e Salvatore della terra, e ci libererà dal giogo della nostra schiavitù.]

17 – O Sapiéntia, quæce ex ore Altissimi prodisti attingens a fine usque ad finem, fórtiter, suaviter que dispónens omnia, veni ad docéndum nos viam prudéntiæ.

[O Sapienza, proferita dalla bocca dell’Altissimo, cheabbracci cin la tua potenza l’universo e soavemente disponi ogni cosa, vieni ad insegnarci la via della prudenza]

18 – O Adonài, et Dux domus Israel, qui Móysi igne flammæ rubi apparuisti, et ei in Sina legem dedisti, veni ad rediméndum nos in bràchio exténto.

[O Signore e Guida della casa d’Israele, Tu che apparisti a Mosè nel roveto ardente e gli desti la legge sul monte Sinai, vieni a redimerci dispiegando la tua forza]

19 – O radix Jesse, qui stas in signum populórum super quem continébunt reges os suum, quem gentes deprecabùntur, veni ad liberàndum nos, jam noli tardare.

[O Germoglio di Iesse, posto come segno dei popoli, dinanzi al quale i re ammutolirono, e le nazioni lo invocheranno, vieni a liberarci, non indugiare oltre!]

20 – O Clavis David, et sceptrum domus Israel, qui àperis et nemo clàudit, clàudis, et nemo àperit veni et aduc vinctum de domo carceris, sedentem in ténebris, et umbra mortis.

[O chiave di Savide e scettro della casa di Israele, che apri e nessuno chiude, chiudi e nessuno apre: vieni e togli dal carcere l’incatenato che giace nelle tenebre e nell’ombra di morte.]

21. O Oriens, splendor lucis ætérnæ, et sol iusticiæ, veni, et illumina sedéntes in ténebris et umbra mortis.

[O Oriente, splendore della luce eterna e sole di giustizia, vieni e illumina chi siede nelle tenebre e nell’ombra di morte. ]

22 – O Rex géntium, et desìderàtus eàrum, lapisque angulàris, qui facis utràque unum, veni, et salva hominum, quem de limo formasti.

[O Re delle nazioni e da loro desiderato, pietra angolare che dei due popoli ne fai uno, vieni e salva l’uomo che Tu stesso formasti dal fango.]

23 – O Emmanuel, Rex et Legifer noster, expectation gentium, et Salvator eàrum, veni ad salvàndum nos, Dòmine, Deus noster.

[O Dio-con-noi, Re e legislatore nostro, aspettato dalle nazioni e loro Salvatore, vieni a salvarci, o Signore nostro Dio.]

24. Cum ortus fuerit sol de coelo, vidébitis Regem cum procedéntem a Patre tamquam sponsum de thalamo suo.

[Quando il sole sarà spuntato all’orizzonte, vedrete il Re dei re, che procede dal Padre, come sposo dal suo talamo.]

V. Dóminus vobiscum.

R. Et cum spiritu tuo.

Orèmus

Festina, quæsumus, Domine, ne tardàveris, et auxilium nobis supérnæ virtùtis impénde: ut advéntus tui consolatiónibus sublevéntur, qui, tua pietàte confidunt: Qui vivis et regnas cum Deo Patre in unitàte Spiritus Sancti Deus: per omnia sæcula sæculórum. R. Amen. – [Affrettati, o Signore, non indugiare oltre! Porta dall’alto il soccorso della tua forza affinché la gioia della tua venuta riconforti quanti confidano nella tua bontà. Tu che, Dio, vivi etc.].

“O …”

Gli inni solenni, ‘O’

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Queste Antifone solenni, che esprimono e rappresentano il desiderio ardente dei santi profeti per la venuta di Cristo, e che dovrebbe esprimere il desiderio che abbiamo tutti noi Cristiani che la grazia di Cristo possa nascere in noi, sono iniziati il 17 dicembre, e proseguiranno fino al 23 dicembre;  si recitano quotidianamente prima e dopo il Magnificat, come nelle feste di rango “Doppio”. Ognuno di essi comincia con l’esclamazione “O”, e si conclude con un appello al Messia a presto venire. Man mano che si avvicina il Natale, il grido diventa più pressante.

I chierici nel coro dopo i Vespri pronunciano una forte e prolungata “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore.

Queste sono indicate come: le ” Antifone O ” perché ognuna inizia con l’interiezione “O”.  Ogni inno è un nome di Cristo, uno dei suoi attributi menzionati nella Scrittura: essi sono:

17 Dicembre: O Sapientia (O Sapienza)

18 Dicembre: O Adonai (O Adonai)

19 Dicembre: O Radix Jesse (O radice di Jesse)

20 Dicembre: O Clavis David (O Chiave di Davide)

21 Dicembre: O Oriens (O Oriente)

22 Dicembre: O Rex gentium (O Re delle genti)

23 Dicembre: O Emmanuel (O Emmanuel)

 Una curiosa caratteristica di questi inni è che la prima lettera di ogni invocazione può essere presa dal latino per formare un acrostico in senso inverso.  Così le prime lettere di Sapientia, Adonai, Radix, Clavis, Oriens, Rex, e Emmanuel, forniscono le parole latine: ERO CRAS. La frase enuncia quindi la risposta di Cristo stesso all’accorata preghiera della sua Chiesa:

DOMANI CI SARO’“.

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18 dicembre: ATTESA DELLA BEATA VERGINE MARIA

 conosciuta anche come NOSTRA SIGNORA DI ‘O …’

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La festa dell’Attesa della Beata Vergine Maria è una festa cattolica originariamente celebrata in Spagna, per poi essere celebrata in altri paesi cattolici (Irlanda, ecc) – . Anche se non è inserita nel Calendario Romano, questa festa è stata celebrata in quasi tutta la Chiesa latina, a causa della grande aspettativa della Madre di Gesù.

La festa del 18 dicembre è stata comunemente chiamata, anche nei libri liturgici, “S. Maria della “O”, perché in questo giorno i chierici del coro dopo i Vespri emettono un forte e prolungato “O”, per esprimere il desiderio dell’universo per la venuta del Redentore. Questa festa e la sua ottava erano molto popolari in Spagna, dove la gente ancora la chiama “Nuestra Señora de la O“. –  La festa è stata sempre mantenuta in Spagna ed è stata approvato per Toledo nel 1573 da Gregorio XIII come “doppio” maggiore, senza ottava.  La chiesa di Toledo ha il privilegio (approvato il 29 Aprile 1634) di celebrare questa festa, anche quando essa cade nella quarta Domenica di Avvento.