1 MAGGIO: FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2022)

FESTA DI SAN GIUSEPPE LAVORATORE (2022)

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Ad te, beate Ioseph, in tribulatione nostra

confugimus, atque, implorato Sponsæ tuæ

sanctissimae auxilio, patrocinium quoque tuum fidenter

exposcimus. Per eam, quæsumus, quæ

te cum immaculata Virgine Dei Genitrice coniunxit,

caritatem, perque paternum, quo Puerum

Iesum amplexus es, amorem, supplices deprecamur,

ut ad hereditatem, quam Iesus Christus

acquisivit Sanguine suo, benignius respicias,

ac necessitatibus nostris tua virtute et ope

succurras. Tuere, o Custos providentissime divinæ

Familiæ, Iesu Christi sobolem electam;

prohibe a nobis, amantissime Pater, omnem errorum

ac corruptelarum luem; propitius nobis,

sospitator noster fortissime, in hoc cum potestate

tenebrarum certamine e cœlo adesto; et

sicut olim Puerum Iesum e summo eripuisti vitae

discrimine, ita nunc Ecclesiam sanctam Dei

ab hostilibus insidiis atque ab omni adversitate

defende: nosque singulos perpetuo tege patrocinio,

ut ad tui exemplar et ope tua suffulti, sancte

vivere, pie emori, sempìternamque in cœlis

beatitudinem assequi possimus. Amen.

(Indulgentia trium (3) annorum. Indulgentia septem (7) annorum per mensem octobrem, post recitationem sacratissimi Rosarii, necnon qualibet anni feria quarta. Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana orationis recitatio in integrum mensem producta fueri: (Leo XIII Epist. Encycl. 15 aug. 1889; S. C. Indulg., 21 sept. 1889; S. Paen. Ap., 17 maii 1927, 13 dee. 1935 et 10 mart. 1941).

Dagli Atti del papa Pio XII


La Chiesa, madre provvidentissima di tutti, consacra massima cura nel difendere e promuovere la classe operaia, istituendo associazioni di lavoratori e sostenendole con il suo favore. Negli anni passati, inoltre, il sommo pontefice Pio XII volle che esse venissero poste sotto il validissimo patrocinio di san Giuseppe. San Giuseppe infatti, essendo padre putativo di Cristo – il quale fu pure lavoratore, anzi si tenne onorato di venir chiamato «figlio del falegname» – per i molteplici vincoli d’affetto mediante i quali era unito a Gesù, poté attingere abbondantemente quello spirito, in forza del quale il lavoro viene nobilitato ed elevato. Tutte le associazioni di lavoratori, ad imitazione di lui, devono sforzarsi perché Cristo sia sempre presente in esse, in ogni loro membro, in ogni loro famiglia, in ogni raggruppamento di operai. Precipuo fine, infatti, di queste associazioni è quello di conservare e alimentare la vita cristiana nei loro membri e di propagare più largamente il regno di Dio, soprattutto fra i componenti dello stesso ambiente di lavoro.

Lo stesso Pontefice ebbe una nuova occasione di mostrare la sollecitudine della Chiesa verso gli operai: gli fu offerta dal raduno degli operai il 1° maggio 1955, organizzato a Roma. Parlando alla folla radunata in piazza san Pietro, incoraggiò quell’associazione operaia che in questo tempo si assume il compito di difendere i lavoratori, attraverso un’adeguata formazione cristiana, dal contagio di alcune dottrine errate, che trattano argomenti sociali ed economici. Essa si impegna pure di far conoscere agli operai l’ordine prescritto da Dio, esposto ed interpretato dalla Chiesa, che riguarda i diritti e i doveri del lavoratore, affinché collaborino attivamente al bene dell’impresa, della quale devono avere la partecipazione. Prima Cristo e poi la Chiesa diffusero nel mondo quei principi operativi che servono per sempre a risolvere la questione operaia.

Pio XII, per rendere più incisivi la dignità del lavoro umano e i princìpi che la sostengono, istituì la festa di san Giuseppe artigiano, affinché fosse di esempio e di protezione a tutto il mondo del lavoro. Dal suo esempio i lavoratori devono apprendere in che modo e con quale spirito devono esercitare il loro mestiere. E così obbediranno al più antico comando di Dio, quello che ordina di sottomettere la terra, riuscendo così a ricavarne il benessere economico e i meriti per la vita eterna. Inoltre, l’oculato capofamiglia di Nazareth non mancherà nemmeno di proteggere i suoi compagni di lavoro e di rendere felici le loro famiglie. Il Papa volutamente istituì questa solennità il 1° maggio, perché questo è un giorno dedicato ai lavoratori. E si spera che un tale giorno, dedicato a san Giuseppe artigiano, da ora in poi non fomenti odio e lotte, ma, ripresentandosi ogni anno, sproni tutti ad attuare quei provvedimenti che ancora mancano alla prosperità dei cittadini; anzi, stimoli anche i governi ad amministrare ciò che è richiesto dalle giuste esigenze della vita civile.

[Ex Brev. Rom.]

Sancta MISSA

Incipit


In nómine Patris,et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus


Sap. X:17
Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]
Ps CXXVI:11
Nisi Dóminus ædificáverit domum, in vanum labórant qui ædíficant eam.

[Se non fabbrica la casa il Signore, vi faticano invano i costruttori]

Sapiéntia réddidit justis mercédem labórum suórum, et dedúxit illos in via mirábili, et fuit illis in velaménto diéi et in luce stellárum per noctem, allelúja, allelúja.

[La sapienza ai santi ha pagato la ricompensa delle loro fatiche: li ha guidati per una via stupenda; diviene per essi riparo di giorno e luce di stelle durante la notte, alleluia, alleluia]

Oratio


Orémus.

Rerum cónditor Deus, qui legem labóris humáno géneri statuísti: concéde propítius; ut, sancti Joseph exémplo et patrocínio, ópera perficiámus quæ præcipis, et præmia consequámur quæ promíttis.

[O Dio, creatore del mondo, che hai dato al genere umano la legge del lavoro; concedi benigno, per l’esempio e il patrocinio di san Giuseppe, di compiere le opere che comandi e di ottenere la ricompensa che prometti].

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Colossénses.
Col. III:14-15, 17, 23-24
Fratres: Caritátem habéte, quod est vínculum perfectiónis, et pax Christi exsúltet in córdibus vestris, in qua et vocáti estis in uno córpore, et grati estóte. Omne quodcúmque fácitis in verbo aut in ópere, ómnia in nómine Dómini Jesu Christi, grátias agéntes Deo et Patri per ipsum. Quodcúmque fácitis, ex ánimo operámini sicut Dómino, et non homínibus, sciéntes quod a Dómino accipiétis retributiónem hereditátis. Dómino Christo servíte.

[Fratelli, abbiate la carità, che è il vincolo della perfezione. Trionfi nei vostri cuori la pace di Cristo, alla quale siete stati chiamati nell’unità di un sol corpo: e vivete in azione di grazie! Qualunque cosa facciate, in parole od in opere, tutto fate in nome del Signore Gesù Cristo, rendendo grazie a Dio Padre, per mezzo di lui. Qualunque lavoro facciate, lavorate di buon animo, come chi opera per il Signore e non per gli uomini: sapendo che dal Signore riceverete in ricompensa l’eredità. Servite a Cristo Signore.]

Alleluja


Allelúja, allelúja.
De quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos, et ero protéctor eórum semper. Allelúja.
V. Fac nos innócuam, Joseph, decúrrere vitam: sitque tuo semper tuta patrocínio.

[In qualsiasi tribolazione mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò sempre il loro protettore. Alleluia.
V. O Giuseppe, concedici di vivere senza colpe. e di godere sempre la tua protezione. Alleluia].

Evangelium


Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 54-58
In illo témpore: Véniens Jesus in pátriam suam, docébat eos in synagógis eórum, ita ut miraréntur et dícerent: Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María, et fratres ejus Jacóbus et Joseph et Simon et Judas? Et soróres ejus nonne omnes apud nos sunt? Unde ergo huic ómnia ista? Et scandalizabántur in eo. Jesus autem dixit eis: Non est prophéta sine honóre nisi in pátria sua et in domo sua. Et non fecit ibi virtútes multas propter incredulitátem illórum.

[In quel tempo, Gesù giunto nel suo paese, insegnava loro nella sinagoga, così che meravigliati si chiedevano: «Di dove gli vengono questa sapienza e i miracoli? Non è costui il figlio del falegname? Sua madre non si chiama Maria, e i suoi fratelli Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi? Da dove, dunque, gli viene tutto questo?». Ed erano scandalizzati riguardo a lui. Ma Gesù disse loro: «Non c’è profeta senza onore, se non nella sua patria e nella sua casa». E non fece là molti miracoli, a causa della loro incredulità].

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956.

GRANDEZZA E BONTÀ DI SAN GIUSEPPE

Il piccolo figliuolo di Giacobbe, una mattina svegliandosi, diceva ai suoi fratelli e a suo padre: « Io ho sognato una bellissima cosa. Mi trovavo sospeso non so per quale virtù, in mezzo all’azzurro del cielo: ed ecco il sole, la luna e undici stelle fermarsi in giro a me; e adorarmi ». Dopo averlo ascoltato, tutti sgranarono gli occhi e non compresero il significato: quel bambino sarebbe un giorno diventato il Viceré d’Egitto, e suo padre e sua madre e i suoi undici fratelli si sarebbero prostrati a’ suoi piedi implorando un po’ di pane e di misericordia. Il fanciullo sognatore narrò ancora un’altra visione: « Si era nel campo in una giornata ardente di mietitura. Io mieteva ed anche voi mietevate: quand’ecco il mio covone levarsi da solo e starsene ritto mentre i vostri, curvi attorno ad esso, l’adoravano ». I fratelli, tra invidiosi e irosi, scoppiarono a ridere. « Forse che tu sarai il nostro Re? Forse che noi saremo i sudditi della tua minuscola potestà? ». Essi non sapevano come l’avvenire avrebbe dato ragione a quei sogni. Noi invece lo sappiamo dalla storia sacra. Ma noi sappiamo anche come Giuseppe figlio di Giacobbe non è che un’immagine profetica di Giuseppe, il padre putativo di Gesù, lo sposo della Vergine Maria. È per lui che in modo più grande e più vero si realizzarono i sogni dell’antico Giuseppe. Vidi quasi solem et lunam et stellas undecim adorare me. Il sole di giustizia e di verità che illumina ogni uomo che viene al mondo è Gesù Cristo. La luna di grazia e di candore è Maria che nella Scrittura è detta splendida più che la luna. Ebbene, nella quieta dimora di Nazareth, Gesù e Maria si curvavano ubbidienti al cenno di Giuseppe, capo della santa famiglia, e lo veneravano affettuosamente.

Vidi consurgere manipulum meum et stare; vestrosque manipulos circumstantes adorare. La Chiesa è simile ad un’ampia campagna pronta per la mietitura: S. Giuseppe, patrono della Chiesa universale, vi sta ritto in mezzo a custodirla e a benedirla; mentre intorno a lui accorrono i fedeli da ogni parte. Oh come è grande, come è buono San Giuseppe! Della sua grandezza e della sua bontà dobbiamo parlare quest’oggi, ch’è la sua festa.

GRANDEZZA DI GIUSEPPE

Un retore famoso tesseva un giorno nell’aeropago l’elogio di Filippo il Macedone. Decantate le nobili origini del suo eroe, le ricchezze, la potenza, il coraggio, le vittorie, tacque un istante come se non avesse più nulla d’aggiungere. Ma poi subitamente gridò: « Tutto questo è nulla. Egli fu il padre d’Alessandro, il conquistatore del mondo; ecco la sua gloria immensa». Anch’io, se vi facessi passare ad una ad una le virtù di S. Giuseppe, potrei infine concludere: « Tutto questo è nulla, la sua gloria eterna è di essere stato il padre custode di Gesù, Salvatore del mondo, e d’essere stato il casto sposo della vergine Maria, Madre di Dio. Per ciò egli è al disopra dei santi. Questi sono i suoi titoli di nobiltà: consideriamoli singolarmente.

a) Sposo di Maria. — Benché Giuseppe e Maria rimanessero per tutta la vita vergini, vivendo insieme come vivrebbero gli Angeli, tuttavia contrassero un legittimo matrimonio; e così S. Giuseppe fu suo sposo vero. Ora, la sposa — come dice anche S. Paolo — è soggetta allo sposo: Maria quindi fu soggetta a S. Giuseppe. Pensate, quanto onore! Sposo di Maria significa essere sposo della creatura più grande che vi fu mai in cielo e in terra, della creatura che fu Madre di Dio. – Sposo di Maria significa essere sposo della Regina degli Angeli, degli Arcangeli, dei Patriarchi, dei Profeti, degli Apostoli, dei martiri; della Regina senza macchia; della Regina di pace.

b) Padre di Gesù. — Giuseppe non fu, è vero, il padre naturale di Gesù, perché il Figlio di Dio si fece uomo incarnandosi nel seno purissimo di Maria Vergine per opera dello Spirito Santo. Eppure nel Vangelo più volte è chiamato col nome di padre. Dopo d’aver descritto il mistero della presentazione al tempio, dopo d’aver ricordato le profezie di Simeone, l’Evangelista aggiunge: « Erano suo padre e sua madre meravigliati » (Lc, II, 33). E la Madonna stessa nella gioia di ritrovare il Bambino tra i dottori ricorda S. Giuseppe col nome di padre: « Tuo padre ed io, piangendo, t’abbiamo molto cercato ».

Perché, se non cooperò alla sua generazione, S. Giuseppe fu chiamato Padre di Gesù? Per due motivi: perché fu sposo di Maria, e perché di padre ebbe tutta l’autorità e la responsabilità. – Il primo motivo è spiegato da S. Francesco di Sales. « Supponete che una colomba, volando dal suo becco lasci cadere un dattero in un giardino. Il frutto caduto dall’alto s’interra, e sotto l’azione dell’acqua e del sole germoglia, cresce, e diventa una bella palma. Questa palma di chi sarà? Evidentemente del padrone del giardino, come ogni altra cosa è sua che in esso vi nasca. Ora: quella colomba raffigura lo Spirito Santo che lasciò cadere il dattero divino, — il Figlio di Dio, — nel giardino conchiuso dove ogni virtù è fiorita, — il seno di Maria. — E Gesù nacque da Maria; ma appartenendo essa di pieno diritto al castissimo suo sposo, anche Gesù, — palma celeste, — almeno in qualche modo appartiene a Giuseppe ». – Il secondo motivo è spiegato da S. Giovanni Damasceno: « Non è appena la fecondità nel generare che ad alcuno dà il diritto di chiamarsi padre, ma anche l’autorità nel governare, e la responsabilità della vita ». E fu S. Giuseppe che lo sottrasse ad ogni pericolo, che lo allevò in casa sua, che lo fece crescere. Fu S. Giuseppe che insegnò un mestiere al Figlio di Dio, che comandò a lui come a un garzone. E chissà come tutto tremava in cuore, e come gli si inumidivano gli occhi, quando Gesù gli diceva: « Padre! ».

c) Più grande dei Santi. — Se Iddio destina una persona a qualche sublime ufficio, lo riveste di tutte le virtù necessarie per bene adempirlo. Così avendo eletto Maria ad essere sua Madre, la riempì di grazia sopra ogni creatura. Allo stesso modo, in proporzione, avendo eletto S. Giuseppe alla dignità di suo padre putativo e di sposo della Vergine, lo colmò di grazie immense, come nessun altro santo. – Il Vangelo chiama Giuseppe « uomo giusto ». E S. Girolamo spiega che quella parola « giusto » significa che egli possedeva tutte le virtù. Mentre gli altri santi si segnalarono particolarmente chi nell’una chi nell’altra virtù, egli fu perfetto egualmente in tutte le virtù. Per questo il 31 dicembre 1926, nella Basilica di S. Pietro, Pio XI cantando solennemente le litanie dei Santi, immediatamente dopo l’invocazione alla Madonna soggiunse quella a S. Giuseppe : — Sante Joseph intercede prò nobis.

2. BONTÀ DI GIUSEPPE

Re Assuero, una notte che non poteva prendere sonno, si fece leggere gli annali del suo regno. Il lettore nella quietudine notturna rievocava le gesta del re insonne: le battaglie sanguinose, le vittorie sonanti di grida, i movimenti più trepidi di gioia, e quelli spasimanti di pericolo, ed arrivò ad una congiura. Una congiura ordita da due ufficiali nella stessa reggia: fatalmente il re sarebbe caduto sotto le lame dei cospiratori, se la sagacia vigilante del primo ministro non fosse giunta a svelare la trama iniqua a tempo opportuno. «Fermati!» esclamò Assuero balzando sul letto d’oro… «Chi dunque mi ha salvato? ». « Il primo ministro, sire ». « E quale ricompensa si ebbe? ». « Finora nessuna ». Allora ordinò che al levar del sole il primo ministro fosse rivestito con abiti regali, e cavalcasse il suo cavallo più bello e girasse per le strade di tutta la città, mentre un araldo gridasse davanti a lui: — Così è onorato colui che il re vuol esaltare. — Questi ordini furono eseguiti: e chiunque aveva bisogno di grazia si rivolgeva al primo ministro, sicuro d’essere esaudito dal re. – Ma anche S. Giuseppe, o Cristiani, ha salvato la vita del Re del Cielo, — di Gesù Bambino, — quando la congiura d’Erode ha cercato di soffocarlo nel sangue. E pensate voi che verso il suo salvatore il Re del Cielo sia meno generoso di Re Assuero? Come potrà Iddio negare una grazia quando colui che gliela chiede è San Giuseppe? Si capisce allora come S. Teresa poteva dire: « Non si è mai sentito che alcuno abbia ricorso alla bontà di S. Giuseppe e non sia stato esaudito. Se non mi credete, per amor di Dio vi supplico a farne la prova, e mi crederete ». Gesù predicando alle turbe insegnava: « Chi avrà dato anche solo un bicchier d’acqua chiara all’ultimo povero di questo mondo in nome mio, avrà gran mercede ». Quale mercede non avrà dunque in Paradiso S. Giuseppe che, non appena un bicchier d’acqua all’ultimo poverello, ma per trent’anni ha nutrito e protetto in casa sua il Figlio di Dio? Rallegriamoci: presso il trono dell’Altissimo abbiamo un protettore onnipotente e buono, che può e desidera soccorrerci in tutti i travagli della vita. La vita è un peso, ha detto S. Paolo, e noi lo esperimentiamo ogni giorno: peso per i dolori, peso per i lavori, peso per la morte.

a) Ricorriamo a S. Giuseppe nel dolore. — Tutta la vita non la passò forse in patimento? Ricordate la notte di Natale: nell’albore del verno bussò invano di porta in porta, e fu costretto a porre nella greppia delle bestie il Figlio di Dio. Ricordate la sua fuga, lontano dai parenti, dal paese, dalla bottega, da’ suoi affari. Ricordate i tre giorni di affannosa ricerca, quando lo smarrì in Gerusalemme. Oh! insegni anche a noi a far la volontà di Dio quando siamo tribolati; ci dia la pazienza di vivere in questa valle di lacrime; ci conforti.

b) Ricorriamo a S. Giuseppe nel lavoro. — Ci sono alcune volte in cui gli affari vanno male, ed il guadagno manca; in cui ci sembra d’andare in rovina, noi e la nostra famiglia. Alziamo lo sguardo a lui: queste angustie egli le ha provate. Chi sa quante volte nella bottega nazarena si sarà sentito accasciato sotto la fatica,e quante volte anch’egli avrà visto i suoi modesti affari prendere una cattiva piega,e forse avrà pianto nel timore di far duramente soffrire la Vergine e il Figlio, di cui aveva la custodia e la responsabilità. Questo santo che prima di noi ha provato quello che soffriamo noi, non ci negherà nulla.Ma avanti d’esigere che ci ascolti, bisogna sforzarci sull’orma delle sue virtù. Siamo onesti nel lavoro come onesto era lui?

c) Ricorriamo a S. Giuseppe per una buona morte. — Morir bene è la cosa più importante di questo mondo. Eppure non è cosa facile: i progressi della civiltà, automobili, treni, velivoli, navi, hanno segnato un crescendo di morti improvvise; la corruzione dei costumi ha segnato un crescendo di morti impenitenti. Occorre il protettore per una morte buona: è S. Giuseppe.

Ed invero nessuno ha fatto una morte buona come la sua. Quando Gesù non ebbe più bisogno di chi lo nutrisse e lo allevasse, egli si sentì male ed entrò in agonia. Da una parte aveva la Madonna che piangeva e pregava; dall’altra aveva Gesù che gli sosteneva la testa languida e gli sussurrava: « Grazie di tutto quello che mi hai fatto; ora muori in pace. Muori nel mio bacio, e discendi al Limbo ove annunzierai che l’ora della redenzione è ormai giunta. Pochi anni, e passerò di là a prenderti per sollevarti nel Paradiso che dischiuderò con le mie mani che saranno trafitte ». S. Giuseppe non risponde che non ha più la forza: solo accenna a sorridere e muore. – «Oh che anch’io possa morire così! » sospira ognuno di noi, pensando a quelle beata fine. Questa sarebbe la grazia più bella e più grande che S. Giuseppe ci possa fare. Ma la morte del Giusto, o Cristiani, l’otterrà soltanto chi nella vita l’avrà imitato ed invocato.

IL CREDO

Offertorium


Orémus

Ps LXXXIX: 17

Bónitas Dómini Dei nostri sit super nos, et opus mánuum nostrárum secúnda nobis, et opus mánuum nostrárum secúnda, allelúja.
[E’ con noi la grazia del Signore Dio nostro: essa conferma su di noi l’opera delle nostre mani, conferma l’opera delle nostre mani, alleluia].



Secreta


Quas tibi, Dómine, de opéribus mánuum nostrárum offérimus hóstias, sancti Joseph interpósito suffrágio, pignus fácias nobis unitátis et pacis.

[O Signore, questa offerta che è frutto del lavoro delle nostre mani, per l’intercessione di san Giuseppe ci sia pegno di unità e di pace].

Praefatio
de S. Joseph


… Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitáte beáti Joseph débitis magnificáre præcóniis, benedícere et prædicáre. Qui et vir justus, a te Deíparæ Vírgini Sponsus est datus: et fidélis servus ac prudens, super Famíliam tuam est constitútus: ut Unigénitum tuum, Sancti Spíritus obumbratióne concéptum, paterna vice custodíret, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Coeli coelorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti júbeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente cosa buona e giusta, nostro dovere e fonte di salvezza, rendere grazie sempre e dovunque a te, Signore, Padre santo, Dio onnipotente ed eterno: noi ti glorifichiamo, ti benediciamo e solennemente ti lodiamo di S. Giuseppe. Egli, uomo giusto, da te fu prescelto come Sposo della Vergine Madre di Dio, e servo saggio e fedele fu posto a capo della tua famiglia, per custodire, come padre, il tuo unico Figlio, concepito per opera dello Spirito Santo, Gesù Cristo nostro Signore. Per mezzo di lui gli Angeli lodano la tua gloria, le Dominazioni ti adorano, le Potenze ti venerano con tremore. A te inneggiano i Cieli, gli Spiriti celesti e i Serafini, uniti in eterna esultanza. Al loro canto concedi, o Signore, che si uniscano le nostre umili voci nell’inno di lode:]

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Matt 13:54-55
Unde huic sapiéntia hæc et virtútes? Nonne hic est fabri fílius? Nonne mater ejus dícitur María? Allelúja.

[Da dove vengono a lui tanta sapienza e sì grandi portenti? Non è forse lui il figlio dell’operaio? Non è forse sua madre Maria? Alleluia].

Postcommunio


Orémus.

Hæc sancta quæ súmpsimus, Dómine, per intercessiónem beáti Joseph; et operatiónem nostram cómpleant, et prǽmia confírment.

[O Signore, per l’intercessione di san Giuseppe, questo sacramento che abbiamo ricevuto renda perfetto il nostro lavoro e ci assicuri la ricompensa].

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)


ORDINARIO DELLA MESSA

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MAGGIO 2022

CALENDARIO LITURGICO DELLA CHIESA CATTOLICA: MAGGIO 2022

MAGGIO È IL MESE CHE LA CHIESA DEDICA ALLA SS. VERGINE MARIA, LA MADRE DI DIO.

Motivi per far bene il mese di Maggio.

Il mese di Maggio consacrato a Maria dalla pietà cristiana è una scelta di preziosi ossequi che si presentano dai Fedeli a Madre sì amabile. Voi che vi accingete a praticarlo già li conoscete e già siete persuaso che Maria dopo Gesù meriti tutto il nostro amore, e che l’onorarla affettuosamente debba riuscirvi d’immenso vantaggio; tuttavolta, perché lo imprendiate più animosamente, vi perseveriate con più costanza e ne raccogliate frutti più copiosi, considerate di questo bel mese 1.°la convenienza, 2.° il merito, 3.° gli effetti.

I. La convenienza. La divozione alla $s. Vergine deve essere nella Chiesa, siccome è chiaro, di ogni stagione, di ogni età, di ogni condizione di persone. In tutti i tempi una madre ha diritto all’amore de’ suoi figliuoli, in tutti i tempi una Regina ha diritto all’ossequio dei suoi sudditi, una benefattrice alla riconoscenza di chi da lei ha ricevuto favori, come in ogni tempo il debole, il povero, il derelitto ha bisogno di chi può difenderlo, accoglierlo ed arricchirlo. Però è anche vero essere necessario, acciocché non si raffreddi l’amore e non si intepidisca la servitù, che a quando a quando con una dirò così comunicazione più affettuosa si stringano i legami soavi dell’amore e della dipendenza. Ma allora qual cosa più opportuna che consacrare al culto affettuoso di lei un intero mese, qual cosa più conveniente che scegliere di tutto l’anno quel mese appunto che è il più bello, il più gradito di tutti, quando cioè le nuove bellezze onde si riveste la natura, c’ invitano a sollevarci sino all’opera più meravigliosa della grazia qual è Maria?

II. Il merito poi di questo esercizio voi potete raccoglierlo sia dall’oggetto nobilissimo a cui è diretto, sia dall’oblazione che voi le fate. L’oggetto  è quella gran donna che fu sì altamente onorata dalla Trinità sacrosanta, dal divin Padre che la scelse a primogenita, dal divin Figliuolo che la volle per madre, dal divino Spirito che la elesse per sposa. L’oggetto è quello che tutti gli Angeli riconoscono per loro Regina e tutte le generazioni chiamano beata. Quando dunque potrete ergere dopo Dio i vostri pensieri ad oggetto in sé più nobile ed eccellente? L’oblazione che voi le fate è degli atti più sublimi che abbia la Religione cristiana. In primo luogo per amore di Lei voi attenderete per un intero mese alla considerazione della divina legge, di quella legge cioè chiamata dal Profeta legge immacolata, legge che converte le anime, testimonio fedele del Signore, fonte di sapienza pei parvoli: Lex Domini immaculata, convertens animas, testimonium Domini fidele, sapientiam præstans parvulis (Ps. XVIII. 8), la cui meditazione come è stata sì altamente inculcata da Gesù Cristo, così è stata sempre il pascolo più delizioso dei Santi, la salvaguardia più sicura contro ogni vizio e l’eccitamento più gagliardo ad ogni anche più eccelsa virtù. Colla considerazione delle verità della fede si congiunge l’efficacia della santa orazione, la quale impetra quello che nella meditazione si è scoperto a noi necessario. E chi può dire quello che vaglia ad impetrar di grazie un popolo intero che raccolto ai piè di Maria, e adoperandola quale Interceditrice efficace, si rivolge alla Misericordia di Dio? Aggiungete quegli atti di virtù che sotto nome di ossequi e di fiori spirituali si presentano a Maria i quali tanto accrescono il valore della preghiera: aggiungete i sacramenti che nel corso del mese od almeno in sul termine si ricevono devotamente: aggiungete l’acquisto delle sante Indulgenze che i sommi Pontefici hanno conceduto sì largamente: aggiungete il rispetto umano che altri vince nel mostrarsi assiduo alla Chiesa, la diligenza che esercita, il buon esempio che porge, ed intenderete di quanto merito debba riuscir presso Dio questo ossequio renduto alla sua gran Madre.

III. E da questo merito raccogliete poi gli effetti che ne proverranno. Per me due ve ne propongo in particolare. Chiunque voi vi siate imprendete questo bel mese non può fallire che siate o giusto o peccatore. Se foste del novero di questi, che cosa non dovete sperare per la vostra riconciliazione con Dio? Maria è l’esca dolcissima secondoché rivelò essa stessa a santa Brigida, con cui Iddio trae a sé i peccatori: ed Ella imitando il suo figliuolo ne corre in traccia eziandio quando come pecorelle smarrite essi fuggono dal suo seno materno. Pensate come accoglierà poi quelli che non solo non la fuggono, ma le si avvicinano, ma quasi non dissi coi lor belati la cercano e le domandano aiuto! Oh come parlerà al loro cuore, oh come le stringerà al suo seno! Se per converso siete di quelli che già possiedono la divina amicizia, quanto non dovete sperare un aumento singolar di fervore ed una copia maggiore di aiuti per la vostra perseveranza? Se Maria ha tanta cura che non si perdano neppure i peccatori, quanta non ne avrà che perseverino i giusti che Lei invocano, che a Lei si affidano? Gesù dice che nessuno gli rapirà quelli che sono suoi. Non rapiet eas quisquam de manu mea (Joan. VIII. 28); ma crediamonoi che Maria lascerà che le siano involatii suoi cari? Finalmente non può Marianon coprir col manto della sua protezionepiù affettuosa quelli che la onorano con unmese intero di ossequi. E come no? Se anchetalora pel piccolo ossequio d’un’invocazione, diuna limosina, di un digiuno, di un benché minimoatto di virtù, ha ottenuto le grazie piùpreziose ai suoi devoti, possiamo noi pensareche un’accolta di tanti ossequi e così nobilidebbano rimaner senza una di quelle occhiateche bastano a salute? Lo creda chi può pensarcosì meschinamente di sì grande Signora. Pernoi risolviamo solo di dedicarle con tutto l’affetto e con tutta la costanza questo bel mesee non temiamo ch’Ella sia mai per deludere lanostra fiducia. – Nel che del resto non sarà neppur per mancarci la sua amorosa assistenza. Saprà ben essa rendercelo soave, rendercelo utile sia colle parole che dirà Ella al nostro cuore, sia colle grazie che ci otterrà da Gesù. Chi ne ha fatto già l’esperienza altre volte sa che io dico il vero, chi non l’ha fatta ancora, si provi a farlo con fervore e lo vedrà. Per me non dubito che giunto al termine potrà ognuno sperar che questo mese sia quello che l’abbia a consolare ne’ secoli eterni.

(S. Franco: Il mese di Maggio, Venezia, Tip. Emiliana Editr. 1865)

PIA EXERCITIA

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Fidelibus, qui mense maio pio exercitio in honorem beatæ Mariæ Virginis publice peracto devote interfuerint, conceditur :

Indulgentia septem annorum quolibet mensis die:

Indulgentia plenaria, si diebus saltem decem huiusmodi exercitio vacaverint et præterea sacramentalem confessionem instituerint, ad sacram Synaxim accesserint et ad mentem Summi Pontificis oraverint.

Iis vero, qui præfato mense preces vel alia pietatis obsequia beatæ Mariæ Virgini privatim præstiterint, conceditur: Indulgentia quinque annorum semel, quolibet mensis die;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem idem obsequium peregerint ; at ubi pium exercitium publice habetur, huiusmodi indulgentia ab iis tantum acquiri potest, qui legitimo detineantur impedimento quominus exercitio publico intersint (Secret. Mem. 21 mart, 1815; S. C. Indulg., 18 iun. 1822; S. Pænit. Ap., 28 mart. 1933).

[Ai fedeli che praticheranno un pio esercizio in onore della Beata Vergine Maria, si concedono 7 anni (se in pubblico) o 5 anni (se in privato) di indulgenza per ogni giorno del mese, e indulgenza plenaria s. c. se praticato per almeno 10 giorni]

CANTICUM, HYMNI ET ANTIPHONAE

320

Magnificat

anima mea Dominum:

Et exsultavit spiritus meus in Deo salutari meo.

Quia respexit humilitatem ancillæ suæ: ecce

enim ex hoc beatam me dicent omnes generationes.

Quia fecit mihi magna qui potens est: et sanctum nomen eius.

Et misericordia eius a progenie in progenie timentibus eum.

Fecit potentiam in brachio suo: dispersit superbo mente cordis sui.

Deposuit potentes de sede, et exaltavit humiles.

Esurientes implevit bonis: et divites dimisit inanes.

Suscepit Israel puerum suum, recordatus misericordia è suæ.

Sicut locutus est ad patres nostros, Abraham et semini eius in sæcula.

(Luc., I, 46).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia quinque annorum, si canticum in festo Visitationis B. M. V. vel quolibet anni sabbato recitatum fuerit.

(5 anni nella festa della Visitazione e in qualsiasi sabato dell’anno)

Indulgentia plenaria s. c.  

(20 sept. 1879 et 22 febr. 1888; S. Paen. Ap., 18 febr. 1936 et 12 apr. 1940).

321

Ave maris stella,

Dei Mater alma,

Atque semper Virgo,

Felix caeli porta.

Sumens illud Ave

Gabrielis ore,

Funda nos in pace

Mutans Hevae nomen.

Solve vincla reis,

Profer lumen caecis,

Mala nostra pelle,

Bona cuncta posce.

Monstra te esse matrem,

Sumat per te preces

Qui pro nobis natus

Tulit esse tuus.

Virgo singularis,

Inter omnes mitis,

Nos culpis solutos

Mites fac et castos.

Vitam praesta puram,

Iter para tutum,

Ut videntes Iesum

Semper collaetemur.

Sit laus Deo Patri,

Summo Christo decus,

Spiritui Sancto,

Tribus honor unus. Amen.

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria s. c. per un mese.

(S. C. Indulg., 27 ian. 1888; S. Pæn.

Ap ., 27 mart. 1935).

322

0 gloriosa Virginum,

Sublimis inter sidera,

Qui te creavit, parvulum

Lactente nutris ubere.

Quod Heva tristis abstulit,

Tu reddis almo germine:

Intrent ut astra flebiles,

Caeli recludis cardines.

Tu regis alti ianua,

Et aula lucis fulgida:

Vitam datam per Virginem

Gentes redemptæ plaudite.

Iesu, tibi sit gloria,

Qui natus es de Virgine,

Cum Patre et almo Spiritu,

In sempiterna sæcula. Amen.

( e x Brev. Rom.).

Indulgentia trium annorum.

Indulgentia plenaria s. c. per un mese.

(S . Pæn. Ap., 22 nov. 1934).

323

Alma Redemptoris Mater,

quæ pervia cæli

Porta manes, et stella maris, succurre cadenti,

Surgere, qui curat, populo: tu quæ genuisti,

Natura mirante, tuum sanctum Genitorem,

Virgo prius ac posterius, Gabrielis ab ore

Sumens illud Ave, peccatorum miserere.

(ex Brev. Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria, s. c. per l’intero mese

(S. Pæn. Ap., 15 febr. 1941).

QUESTE SONO LE FESTE del mese di MAGGIO 2022

1 Maggio S. Joseph Opificis    Duplex I. classis *L1*

                 Dominica II Post Pascha    Semiduplex Dominica minor

2 Maggio S. Athanasii Episcopi Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

3 Maggio Inventione Sanctæ Crucis    Duplex II. classis *L1*

4 Maggio S. Monicæ Viduæ    Duplex

5 Maggio S. Pii V Papæ et Confessoris    Duplex

6 Maggio S. Joannis Apostoli ante Portam Latinam    Duplex majus *L1*

7 Maggio S. Stanislai Episcopi et Martyris    Duplex

8 Maggio Dominica III Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                 In Apparitione S. Michaëlis Archangeli    Duplex majus

9 Maggio S. Gregorii Nazianzeni Episcopi Conf. et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

10 Maggio S. Antonini Episcopi et Confessoris    Duplex

11 Maggio Ss. Philippi et Jacobi Apostolorum    Duplex II. classis *L1*

12 Maggio Ss. Nerei, Achillei et Domitillæ Virg. atque Pancratii Mart. Semiduplex

13 Maggio S. Roberti Bellarmino Episcopi Conf. et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

14 Maggio S. Bonifatii Martyris    Feria

15 Maggio Dominica IV Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I*

                  S. Joannis Baptistæ de la Salle Confessoris    Duplex

16 Maggio S. Ubaldi Episcopi et Confessoris    Semiduplex

17 Maggio S. Paschalis Baylon Confessoris    Duplex

18 Maggio S. Venantii Martyris    Duplex

19 Maggio S. Petri Celestini Papæ et Confessoris    Duplex

20 Maggio S. Bernardini Senensis Confessoris    Semiduplex

22 Maggio Dominica V Post Pascha    Semiduplex Dominica minor *I

23 Maggio Feria Secunda in Rogationibus    Ferial

24 Maggio Feria Tertia in Rogationibus    Ferial

25 Maggio Feria Quarta in Rogationibus in Vigilia Ascensionis    Ferial

                   S. Gregorii VII Papæ et Confessoris    Duplex

26 Maggio In Ascensione Domini    Duplex I. classis *I*

27 Maggio S. Bedæ Venerabilis Confessoris et Ecclesiæ Doctoris    Duplex

28 Maggio S. Augustini Episcopi et Confessoris    Duplex

29 Maggio Dominica post Ascensionem    Semiduplex Dominica minor *I*

                   S. Mariæ Magdalenæ de Pazzis Virginis    Semiduplex

30 Maggio S. Felicis I Papæ et Martyris    Feria

31 Maggio Beatæ Mariæ Virginis Reginæ    Duplex II. classis *L1*

                   Commemoratio: S. Petronillæ Virginis

LO SCUDO DELLA FEDE (201)

LO SCUDO DELLA FEDE (201)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI!.

CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (4)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878

TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA

San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§ II.

Il secondo errore eguale al primo é il negare la creazione, sognando invece le trasformazioni.

(DARVINISMO).

Spez. Io la ringrazio, signor parroco. Oh! se venissero un po’ a ragionar con lei così alla buona quei tali, intenderebbero che gli increduli li ingannano: per poi tradirli all’uopo orrendamente. Ma che vuole? par che il diavolo li aizzi come cani ad abbaiare una e poi un’altra bestialità, là a casaccio… Veda di fatto, che mentre si vantano essi di non credere più niente, si sbracciano a far credere a noi (e solo perché lo dicono essi) che tutte le creature che vediamo vennero fuori dalla terra, senza che vi sia entrato Dio a formarle!

Par. È proprio così! chi non vuole più credere in Dio, è come un navigante che ha perduta la bussola in mar torbido e fortunoso, va trabalzato dall’uno scoglio all’altro, finché si sprofonda a naufragare. Voi ricordate lor di tener l’occhio alla bussola; che è la fede in Dio, se non vogliono, pazzamente perdere fino il buon senso. Tutti che credono al Creatore, col solo buon senso vedendo come le piante son prodotte da altre simili piante, e come gli animali son generati da animali parimenti della specie istessa, guardano le diverse specie delle piante e degli animali, come tante catene in cui gli anelli discendono l’un giù dagli altri. Come tengono poi per certo, senza neppur pensarvi sopra, che i primi anelli sono fissi alla volta da cui discendono; così sono pure. Certi che la prima pianta e il primo animale scendon giù dalla mano di Dio che li sostiene a continuare la loro discendenza. Udite come l’ebbe «dimostrato una buona donnicciola colla massima. semplicità. – Si racconta che Voltaire vedendo una donna che accarezzava una gallina, si sentiva in vena di scherzare: e « buona donna; le disse, vi è ben cara questa gallina? » — Ed essa: Eh signore, mi dà lei un ovo tutti li dì? — Ed il filosofo: « Ma quella gallina, com’è che voi l’avete avuta? » — E quella: « Mi è nata in casa da un ovo. » — « E quest’ovo da chi mai? » — « Da un’altra gallina. » — « Ma e la gallina prima?… — Allora quella: « Eh, signore, lo sanno fino i bambini che vanno al catechismo, che Dio creò il cielo e la terra e tutte le cose che sono in essi. » Voltaire restò lì sopra pensiero un istante!.. Poi: « Oh la brava, perché tu credi al catechismo, parli meglio di tutti questi che pretendono di saper tutto e non sanno spiegare niente !… » Tacque qui; ma il signor di Voltaire poteva dire ancora che quella buona massaia mostrava di aver più buon senso di quel tale così dotto astronomo (lo van dicendo di Arago), il quale sopra morte interrogato, se avesse nelle vita sua adorato ben Iddio? rispose: « Non ho avuto tempo di pensarvi! » Almeno la brava donnicciola teneva d’acconto la gallina, perchè le piaceva l’ovo da lei fatto; e quel dotto senza cuore ammirava le stelle, e si dimenticava di Dio che le creò!…

Spez. Lasciate fare a me, che lo voglio raccontare anch’io, per dare una buona rimbeccata a quei superbi, che non vogliono sentir parlare di Dio. – Ma io vorrei saper rispondere proprio a tono, quando dicono là, che le piante, gli animali e fin gli uomini vengon tutti prodotti dalla terra?

Par. Eh eh, adagio adagio a ma’ passi, dite loro; perché chi va saltellando tra gli abissi, cade certo a rompicollo. Ma sapete che avete fatti i grandi salti con queste poche parole! Dalla terra siete saltato alle piante, dalle piante agli animali, e dagli animali fino agli uomini. Pare a voi la poca cosa eh?…. Ma non sapete che dall’uno all’altro di questi generi di creature vi è una differenza tanto grande, un vero abisso di distanza che nessun uomo può misurarlo colla mente! Ve lo farò capire. Se aveste: voi scavata la terra in fondo in fondo (come la scavarono i geologi, cioè quegli scienziati che la vanno rovistando per conoscervi qualche cosa); avreste trovato, come. quelli, che là non vi era neppur un segno di piante e d’animali. Era dunque là la terra; e chi sa per quanto tempo? in prima come cosa morta senza produrre niente affatto.» – Ora, per cominciare poi a formar le prime piante, sì che dovette la terra pensar tanto come doveva formarsi bene le radici, i fusti e tante foglie, e stender quei filamenti sottilissimi, ed intrecciar le costoline e far i buchi da passare dentro gli elementi, e poi e poi… eh non so io, né sanno gli altri dir ben tutti come sieno formati quegli organi così minuti. Pensarlo?… Sarebbe ancora poco; e poi è più ancora mettersi a far tutto! Eppure quelle teste matte, come se niente fosse il poter fare tanti miracoli di cose, dicon li, con una parola « che la terra si è sviluppata in piante!» Come la san lunga!… Ma poi la terra quando si è fatta piante di se stessa, e le dovette venir voglia di diventare animali, bisognava che inventasse che cosa fossero gli animali dei quali non s’era mai veduto neppur uno; e poi s’andasse a provvedere chi sa dove? quelle tali cose che si chiamano anime che fan muovere e sentire. Poiché sentire e muover e muoversi spontaneamente come fanno gli animali, deve esser ben diverso dallo stare lì piantati come un albero insensibile… Aspettate!. Ma e poi quando la terra fattasi piante ed animali, questi si sentirono l’ambizione di diventare uomini da comandare a tutti; allora sì! che dovettero studiar bene di crearsi dei figliuoli un po’ migliori, e di quella bellezza che non si avevano mai veduti tra quei brutti ceffi di scimmioni d’ogni specie. E poi e poi, che inventassero delle anime capaci d’imparare a ragionare: ché di ragione gli animali non ne vollero mai sapere. Bisognava dunque che la terra, altro altro che far evoluzioni e trasformarsi da una specie all’altra come sono le creature! bisognava adunque che la terra prima se le sapesse tutte immaginare? anzi anzi, aver la potenza di far tutto e la sapienza di far tutto in così bell’ordine! Bisognava adunque che la terra fosse sapientissima, onnipotente provvidentissima da sapere, da potere crear tutto, e tutto conservare… Oh vedete che disgrazia, di coloro che se non vogliono credere in Dio Creatore. onnipotente; diventano. Così matti da credere che sia la terra creatore onnipotente, creatori anche le piante, e creatori di noi uomini siano le bestie!

Spez. Che sapienti!… Ma hanno perduto proprio la testa. Ma abbiate la bontà di darmi la risposta che io possa dare, quando diranno: che le creature, o gli esseri, come dicono essi, son così simili tra loro che certe piante si confondono colla terra e certi animali si confondono colle piante e certi uomini colle bestie, sicché dicono: che si conosce che le cose si trasformarono l’una nell’altra.

Par. Eh! ne avrebbero stavolta detta una mezzo vera, ché proprio certi uomini si confondon colle bestie, alla maniera che dicono ed operano senza ragione! È però vero che le creature terrestri si somigliano in qualche cosa che tutte hanno insieme con sé. Tutte hanno della materia di cui son formati tutti i corpi; ma oltre la materia che le piante han dentro loro, essi han gli organi che le compongono, e cogli organi la forza di vegetare, e questa forza non è cosa materiale. Così pure gli animali hanno fili, vene, organi insomma adattati a loro; ma col corpo organizzato han la forza di sentire, han l’istinto di muoversi e andar a cercare ciò che loro è necessario, e questa forza di sentire non è cosa materiale, né una conformazione di parti organizzate come sono le piante; ma è l’anima per cui essi sono animati. Così anche degli uomini poté dire un gran dotto, che è S. Gregorio, che noi uomini in certo qual modo siamo esseri materiali come la terra, vegetanti come le piante, animati come gli animali. Ma se in queste cose siamo simili agli animali, noi nel corpo animato, abbiam però poi anche l’anima ragionevole, per cui siam diversi assai assai e superiori a tutti; poiché coll’anima ragionevole siamo simili fino agli Angeli. Ma a divertirvi, voglio raccontarvi un fatterello che darebbe una lezione assai solenne, per far capire come noi uomini siam diversi da tutt’altre creature. Fu un di un maestro che nella scuola tecnica parlava di tutto e spiegava anche quello che non aveva mai studiato, credendosi licenziato in ogni scienza come un professore enciclopedico che conoscesse tutte le cose, e più altro ancora. Solo perché aveva passeggiato sotto i portici dell’Università, e udito cinguettar di Darvinismo, voleva dare prova di tutto il suo sapere con far solennemente una gran lezione. E là a sciorinare, che in tutto l’universo era materia, che si era trasformata da terra in piante e da piante in animali, eccetera, eccetera!… E siccome i paperi a gracchiare dall’oca grande, così egli aveva imparato da un grande professore a conchiudere vociando: (con divozione si direbbe) Oh metamorfosi della materia, sacra parola, al solo pronunciarti mi sento destar nel petto un senso di profonda venerazione…» poi ai suoi scolari: « Colti giovani, siate spregiudicati e non lasciatevi ingannare da qualche sentimento di debolezza!… » Quei giovani che si ridevano sotto labbra di quel sciocco buffone… ai quali bastava l’animo di fargliene delle belle, vollero mettere in pratica la lezione in un modo assai bizzarro, da cavargli la voglia di replicarla al solito. Lo aspettaron uniti insieme in corpo all’uscio della scuola, e all’uscirne fu un battere le mani a lui tutti d’intorno. Ei si ringalluzziva tutto dicendo in suo cuore: « che gran lezione ho mai fatto io! eh! Se sono un professore da esser chiamato all’Ateneo!» Ma gli arditi gli si serraron alla vita, e il sollevaron tra le braccia in alto in alto… Egli, che credeva lo portassero in trionfo, a gridar subito: « Troppo ono…. e muta il grido in «ahi! » quando lo stramazzarono per terra. Meschinello!.. rotta la testa!.. mise un gemito « son rovinato!… aiuto! » Ma gli scolari nello sghignazzio, da buoni spregiudicati senza sentimento: « È proprio terra il signor maestro! è caduto come una gran motta di terra!..» — Ma il povero maestro grida: « Aiuto! aiuto!… mi sento morire!… Ho paura!..» Ed essi a scherno: « Eh eh, signor maestro, e se si muore?… è niente è niente, è un po’ di terra che fa la sua evoluzione!..» Io credo che allora anche il maestro maledisse il Darvinismo!

Spez. La ci andava una simile lezione a questo sciocco che voleva fare lo scienziato! È tanto spiritoso il brutto giuoco, che muove più il riso che la compassione! Ma mi dica ancora, perché io possa rispondere a’ miei signori: Non potrebbero le piante e gli animali diventar migliori per la coltura e collo svilupparsi sempre in meglio farsi col tempo di una razza più bella?

Par. Rispondete che per diventare migliore una cosa, deve essere in prima già la cosa che la si debba migliorare. Così voi potete nel vostro orto; come il Darwin nel suo, coltivare le cipolle, e diventeranno più grosse; saranno però sempre cipolle; coltivate i cavoli, ma non si cambieranno in. Bestioline di nessuna sorta; coltivate i piccoli polli, non diventeranno mai le graziose colombine. Da tutte piante, come da tutte bestie, vengon su piante e nascon sempre bestie della stessa natura di quelle che le hanno prodotte. Questo si è sempre veduto dacché mondo è mondo. Si trovan diffatti negli antichissimi sepolcri di mille e mille anni fa grani; serpenti e scimmie che erano stati imbalsamati coi cadaveri umani; ebbene, son proprio gli stessi grani, i quali, ancor seminati da noi, danno grani come quelli antichissimi, e sono gli stessi serpenti che strisciano ancor là nelle sabbie abbruciate dell’Africa, gli stessi gatti delle cucine nostre e le istesse scimmie colle quattro zampe istesse che s’arrampicano sugli alberi oggidì; le quali poi, si vede, che mai non si sognaron, almen per sei mila anni, di farsi scimmie un po’ migliori. Insomma, le piante e gli animali vengon su coi loro caratteri particolari dal seme o germoglio, come l’ha creato Iddio. Così spunta una piantolina dal suo guscio, ma essa è già il piccol albero che potrà diventar grande come il castagno della regina Giovanna da tener all’ombra i cento cavalieri; ma più o men grossa, è sempre la pianta istessa. – Degli animali poi è da dire lo stesso. Nasca pur piccina la bestiolina, ma in sé ha già tutte quelle ossa che si vanno consolidando, e tutti quei muscoli e nervi e le più minute vene; sicché può diventar crescendo un grosso elefante; ma non cambierà mai: perché pel trasformarsi, cioè mutarsi in altro, sol cambiasse un osso solo, non potrebbe vivere come elefante, quale fu creato da Dio.

Spez. Oh! le belle cose che mi spiegate chiaramente! Ma essi piglian tutto in grosso, e dicono che certi animali si cambiano in altri animali più perfetti, migliorando la loro specie.

Par. Più perfetti?… ma ogni specie di animali ha tutte le parti necessarie per esser perfetta nella sua qualità; Dite loro: che l’uomo che più s’intende dell’anatomia degli animali, perché studiò tanto ciascun organo del loro corpo, il signor Cuvier, osservò che tutte le parti degli animali sono così create per servire all’animale di quella specie. Per esempio, dice egli, l’animale che mangia carne, non solo si conosce dagli artigli e dagli unghioni, ma ogni piccol muscolo del suo corpo è proporzionato alla forza, all’agilità, insomma a tutto ciò che si richiede dalla sua maniera di vivere. Sicché (lo dice egli) il dire che un animale possa trasmutarsi in altro, è un mostrar di avere, (notate, son sue parole,) la più grande ignoranza.

Spez. To? che me li ha bollati, in regola questi che pretendono, senz’aver studiato, darsi il vanto di mostrarsi gli scienziati, solo perché si vantano di non credere. Diede loro la patente di solenni ignoranti.

Par. Ma raccontate un fatto che darà prova che il signor Cuvier gliela poteva dare. Un dì nelle cave di calce di Montmartre presso Parigi furon « trovate delle  ossa, che egli conobbe non poter essere d’alcun degli animali che vivono ai nostri dì. Quindi pensò che quelle grand’ossa dovevano averne altre corrispondenti per far andare insieme il corpo degli animali. Pensò che sopra quelle ossa si dovevano stendere dei muscoli di carne in un tal modo; e così via via si mette a disegnare l’animale intiero come se l’immaginava egli che doveva essere. Fu poi trovato l’animale intiero; e si vide, meraviglia! era proprio simile al disegnato. Replicò poi la prova; da altre poche ossa di animali sconosciuti disegnò esattamente quali dovean essere quegli animali, e non la sbagliò mai. E sapete il perché? Perché conobbe esattamente che ciascun animale ha tutte le sue parti da Dio create per poter vivere. secondo la sua specie e la sua natura; né un animale potrebbe vivere, se mutasse un proprio osso, un nervo nella forma di un osso o d’un nervo che hanno animali di altra specie.

Spez. Eppure avrebbe da udirli come quei creatori a fantasia essi sanno la maniera, per cui gli animali di una vanno adagino mutandosi in animali di un’altra specie. E vanno dicendo che la inclinazione e la gran voglia di arrivare a pigliarsi qualche cosa, di godere e far sempre migliore vita fanno sviluppare negli animali le membra che hanno; e perfino, ma la senta una bella! perfino fanno lor nascere le membra che non si avevano prima.

Par. Oh oh! è proprio bella bella; ma però la potrebbe mutare in brutta pei poveri galantuomini… Ma sa egli, che se le inclinazioni, le brame potessero crear le membra che non si hanno, molti furfantoni che hanno tanta inclinazione, una brama viva viva, una calda foia ch’abbrucia a lor le carni addosso, oh se vel dico io! come metterebbero fuori certe alacce sulle spalle, da volare da grifoni nelle finestre ad arraffare nelle stanze l’oro che fa a loro tanta gola!… Quante si dicono stoltezze, mio caro, quando si ha perduto il ben di Dio ?…. Voi potete far intendere a chi ha ancora un po’ di ragione, che l’esercizio può bensì far diventare più robuste e grosse le membra che il Signore ha dato agli animali… ma non farne venire delle nuove?… Oh oh non mai! Io credo che neppur quando uom sogna, ei fantastica di aver le ali.

Spez. Sì, veramente sono. anch’io ben persuaso che col non credere più in Dio, si perde proprio la testa! Ma ascolti ancora quest’altra; e mi suggerisca come possa far loro credere che diventano ridicoli! Volendo dire che nell’universo tutto è materia e forza, non han vergogna di dire anche: che aggiungendo forza a forza si compongono le ragioni degli uomini, come io compongo i miei impiastri!

Par. E voi pigliate subito loro di bocca le loro parole istesse. O i miei belli scienziati, troppo bene mi avete detto, che tutto essendo materia e forza solamente, ogni atomo è sempre unito colla sua forza, e che ogni forza, la sia pur piccina piccina, ha sempre unito il suo granellino di materia. Adunque per far di un animale irragionevole un uomo ch’abbia la ragione, bisognerà metter nella bestia un’altra forza. Così aggiungendo forza a forza, aggiungeremo materia a materia… L’avete fatta la gran bella scoperta! Da bravi, avanti avanti, e per formare un uomo più dotto, fate un bestione ancor più grosso del mammouth… Ah ah sarà questo il sapientone, proprio il vero vostro Salomone!

Spez. Bisogna ridere per forza, anche quando non si ha voglia!

Par. Deh non ridete. Poiché è cosa che fa piangere il pensare che con tanti spropositi non solo si fa’ perdere la fede ed il buon senso, ma si fa spegnere ogni sentimento di bontà! Perché assuefandosi anche coloro che non sono malvagi ancora, a dir sempre così cattive cose alla spensierata, si finisce poi per crederle senza pensarvi più che tanto. Quindi col parlar sempre di materiali cose, coll’aggiungervi che tutto è sola Materia, si guardan fino le persone come fossero cose materiali, da servirsene, quando sì possa, a volontà. Avvisate i vostri amici, che avran forse da pentirsene. Quand’avranno i loro figli educati a queste scuole, ed in famiglie non sentiranno che parlar d’interessi e di far servire le persone a far meglio gl’interessi loro proprii… potranno poi far certi calcoli fin sulle persone dei loro padri…  Raccontate questo fatto per far intendere a quella buona gente, che « cosa si potrebbe volere far finanche di questa povera carne umana. Inorridite alla crudeltà di questo calcolo innanzi alla pietà cristiana, udendo solamente a raccontarlo. Un dì una giovine sposa in un santo cimitero inginocchiata sulla tomba della buona sua madre, deponeva appié della croce. una corona di violette del pensiero con in mezzo un cuor fatto di rose, e a quella pietà il suo giovine sposo col cappello in mano dietro a lei pregava anch’esso. Poco lontano appoggiato le spalle ad una colonna un tale cupo cupo, col cappello all’americana giù sulla fronte, segnava alcune cifre sopra un suo portafoglio; e in quella dava di sbieco un’occhiata su quei due ridendo. A quel segno di confidenza lo sposo a lui: « Signore, disse, voi forse scrivete un qualche bel pensiero venuto anche a voi in questo luogo d’inspirazioni così care e sublimi?… » E l’altro crollando il capo con un far di beffa: « Superstizioni, esclama, superstizioni tanto dannose al progresso… Eh eh,. signore; bisogna elevarsi. Sopra questi bassi sentimenti… La scienza, la scienza, e non più superstizioni! Ora la scienza insegna che tutto quello che succede. non è che evoluzione della materia… Che mi parlate d’inspirazioni dell’anima? Se tutto è materia, egli bisogna trar partito dalla materia… Io faccio appunto il calcolo che il corpo di un cadavere pesa in media tanti chilogrammi: dunque da un cadavere si può cavare tanti chilogrammi di olio e tanti di colla; e poi colle ossa spolpate tanti chilogrammi di calce… Che gran capitale va perduto per la superstizione della Religione cristiana! » – Il giovine sposo diede in dietro un passo per ribrezzo, e la signora atterrita nascondevasi dietro al consorte, parendole in quel grifo uno sguardo da iena, che agognasse cogli unghioni di ferro a dissotterrare il cadavere della santa sua madre!

Spez. Mi sento venirmi fredda anch’io la vita, quando io penso che se la scienza di quei sapienti va innanzi ancor un poco, ve’ che mi vorranno gettare in una gran caldaia; pu pu!… fan troppo orrore. – Ma costoro, signor parroco, se non si credon di essere che materia, perché fan tanti calcoli per far l’interesse di un pizzico di materia?

Par. Mio buon signor amico, bisogna conoscerli per bene, e vorrei lo capissero tutti i cari nostri, come costoro guardano tutti gli altri come cose materiali da maneggiarsi senza sentimento; ma solo riserbano a se stessi di potere servirsi di tutti, per fare il proprio interesse. Pur vantandosi d’esser i soli sapienti, vanno dicendo d’esser filantropi, che amano tanto il popoletto!

Spez. L’ho sempre detto io:

DIO CI LIBERI!… CHE SAPIENTI?… CI VORREBBERO: FAR PERDERE LA TESTA … Ma dirò anche sempre : CHE FILANTROPI… FAN L’AMORE AL POPOLO COLLE UNGHIE E CO DENTI!….