IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (6)

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (6)

OTTO DISCORSI DETTI DAL P. CARLO M. CURCI D. C. D. G. NELL’OTTAVA DELL’EPIFANIA DEL 1862 IN ROMA

ROMACOI TIPI DELLA CIVILTÀ CATTOLICA – 1862

DISCORSO SESTO

ARGOMENTO

Illusione lagrimevole. L’istinto e la ragione riguardo alla sensualità. Tre gradi di corruttela. Il Paganesimo servì alla concupiscenza e l’adorò. Cristo francò il mondo da quella tirannide. La Vergine, la Sposa, la Madre: dignità conferita alla donna nel Cristianesimo. V’è onestà nel mondo, ma non è del mondo. Questo paganeggia nelle cose di costume. Segni che se ne hanno: un orrendo che se n’ebbe.

1. Una delle più compassionevoli nostre illusioni è il crederci non rade volte liberi, indipendenti, padroni assoluti di noi medesimi, quando gemiamo anzi in ischiavitudine tanto più lacrimabile, quanto meno avvertita. Mi pare di averlovi accennato altra volta; ma non vi gravi che vel ripeta, parendomi questa opportunissima somiglianza al mio proposito. Noi rendiamo allora immagine di un disgraziato, il quale, rinchiuso in prigione, costretto di ceppi, per farnetico che gli abbia preso il cervello, si creda essere un qualche gran fatto, un Principe, un Re, un Imperatore. Voi non sapreste dire se quel poveretto sia più a compassionare per la perdita della libertà, o del senno. Anzi vi dovrebbe parere questa seconda tanto più deplorabile dell’altra, quanto che per essa la persona perde l’uso della miglior parte di sé; laddove per la prima, gli si possono bene impedire alcune azioni esteriori, ma l’uso delle interne facoltà dell’anima gli resta sciolto ed intero: e può restargli nei ceppi più sciolto e più intero, che molti Re ed Imperatori sui medesimi loro troni non hanno. Or questa fu appunto la condizione dell’uomo pagano, il quale, separatosi da Dio e sconosciuto sé stesso, s’avvisò di essere signore assoluto di sé medesimo; ma ne fu punito, secondo la legge universale che fa servo il ribelle, coll’essere fatto schiavo. Né intendo già parlare della schiavitù propriamente detta, snaturata vergogna, da cui Cristo solo poté tergere la terra : quella fu condizione del massimo numero dei mortali nel Paganesimo, non fu di tutti. Parlo della schiavitù agli oggetti corporei, in cui gemea universalmente il Paganesimo: e più forse in esso quei pretesi Grandi, che si credevano padroni del mondo, in quella appunto, che servivano miseramente ad una voglia impura, ad un capriccio di orgoglio, ad una cupidità insensata e crudele. Voi lo vedeste nello alterarsene le relazioni dell’uomo colla sensibile natura, di cui divenne l’uman genere mancipio, quando pure era stato ordinato ad esserne signore. – Fia pregio dell’opera considerare quella servile condizione del Paganesimo a rispetto di due maniere di forze, che incatenarono ed oppressero l’uomo nella sua doppia qualità di persona individua, e di membro di consorzio civile, di popolo o nazione che vogliate chiamarla. E nel primo modo l’uomo servì alle forze sensuali; nel secondo servì alle forze sociali: ma nell’uno e nell’altro caso fu sempre servo della forza, colla pretensione per soprassetto di essere libero, quando si ravvolgeva come immondo animale nelle proprie sozzure, ovvero se medesimo immolava all’idolo vorace ed ampolloso, in cui il Paganesimo avea fatto degenerare l’amore della patria. Due subbietti sono questi, i quali per la loro ampiezza e rilevanza, vogliono essere trattati in due distinti discorsi; ed io, serbando a domani il secondo, mi tratterrò oggi nel primo. Pel quale intendo mostrarvi, come vergognosamente il mondo pagano servisse alla sensualità, e come Cristo lo līberasse da quel servaggio, recando ai mortali lume e forza bastevole a dominare regalmente, coi santi pensieri e coi casti affetti, quelle propensioni gagliardissime, le quali, inserite nell’uomo dall’Autore medesimo della natura, sono per la libera creatura il campo forse più fecondo di trionfi nobilissimi e d’ignominiose sconfitte. Intendo che di questo maledetto vizio, soprattutto quale fu in voga presso gli antichi, non si vorrebbe ascoltare neppure il nome in adunanza cristiana, essendo tal pece, che eziandio chi voglia tergerne altrui corre rischio di restarne imbrattato. Tuttavolta essendo non pure utile, ma necessario, che se ne favelli alcuna volta, io mi studierò di farlo per guisa, che eziandio i più schivi orecchi non ne abbiano a portare offesa, quanto che piccolissima. Incomincio.

II. E notate innanzi tratto onde si origini nell’uomo quella contraddizione con sé medesimo, per cui da una parte esso è sospinto con prepotente gagliardia alle opere del senso; da un’altra n’è ritratto con più tranquilla e riposata forza, la quale per questo appunto riesce molto spesso meno efficace. Io non farò, che esporvi in breve la dottrina di san Tommaso sopra questo punto. – Essendo la conservazione della specie un bene senza comparazione più rilevante, che non è quella degl’individui; a quella mira sempre la natura direttamente e per sé, ed a questi non mira che indirettamente e quasi per accidente. Pertanto se alla conservazione degl’individui fu provveduto colla propensione al cibo, pensate con quanto maggiore dovess’essere provveduto alla con servazione della specie, dovea essere tanto più gagliarda, quanto era più rilevante il bene, che per essa si voleva assicurato. Quindi in tutti gli animali furono inseriti gl’istinti che conducono alle opere richieste pel mantenimento dell’individuo e delle specie. Ma, oltre alla diversa loro intensità, è altresì diversa la maniera, onde quegl’istinti trovansi negli uomini e nei bruti animali. – In questi l’istinto è governato da una intelligenza, di cui essi non hanno né conoscenza né coscienza; e così senza poterne avere merito di sorta, in loro quegl’istinti non trasmodano mai fuori le norme, onde sono condotti, le quali finalmente sono le norme stabilite dalla Provvidenza. Il perché voi non vedete mai, che le bestie colgano, pel troppo bere o mangiare, ubriachezze, indigestioni ed altre cotali infermità che da quelle şi derivano; se non fossero di quelle bestie, le quali, introdotte in certa guisa nel consorzio civile, sogliono partecipare, come molti pregi, così alcune incomodità ed alcuni difetti della nostra cultura. Ma in generale i bruti animali non disordinano mai nel seguitare i proprii istinti. – Tutto diversamente fu ordinato per l’uomo. Anch’esso dovea avere norma e regola per gl’istinti animaleschi; ma perché questa norma potesse farsi radice di merito e di guiderdone, dovette essere liberamente assentita dall’operante ragionevole; ed alla libertà dell’assenso dovette di necessità prelucere la cognizione intellettiva della norma stessa. In somma gl’istinti hanno sempre uopo di regola: nei bruti l’hanno dalla ragione universale, che la imprime in essi necessaria; negli uomini debbono averla dalla ragione individuale, che la vede coll’intelletto, e vi aderisce colla libertà dell’arbitrio. Ora chi dice regola, dice per necessità limitazione, costringimento, disciplinata direzione di forze, le quali per sé medesime esorbiterebbero all’impazzata con proprio danno ed altrui. Né in altra maniera potreste dare regola ad un fiume, che arginandone la piena, costringendola a scorrere stretta tra limiti; senza i quali strariperebbe, dilagherebbe, perdendo perfino l’essere, il nome e la sembianza di fiume. Un tale costringimento poi negli esseri irragionevoli non reca ripugnanza o contraddizione di sorta; in quanto in essi l’istinto e la sua regola sono radicati nella medesima necessità naturale, e procedono dallo stesso principio. Di qualità che una fiera selvaggia, come è sospinta all’esca, quand’è affamata; così ne è ritratta indeliberatamente quand’è satolla: ed il sopraccaricarsi di cibo le è ugualmente ripugnante, che l’astenersene. – Per converso nell’uomo l’istinto e la regola, procedendo da diversi principii, quali sono la sensualità e la ragione, si trovano bene spesso in contraddizione tra loro; e lo scapestrare sbrigliato del senso non può avere costringimento e direzione, che dal rifrenarlo che dee fare la ragione. Dalla quale teorica di san Tommaso è spiegata ottimamente quella doppia legge, che san Paolo scorgeva e lamentava in sé medesimo, chiamando l’una legge delle membra, e legge della mente o della ragione l’altra, aggiungendo di sperimentarle in perenne ripugnanza fra loro. Video aliam legem in membris meis, repugnantem legi mentis meæ (Rom. VII, 23). La legge delle membra è appunto l’istinto, il quale in noi è sgovernato, sconfinato, cieco, violento, smisurato, in quanto non ha altro motivo di gettarsi sul proprio obbietto, se non il trovare soddisfazione in quell’obbietto stesso. La legge della mente è la ragione, è la sinderesi, è il dettame della coscienza, che vede, sente o prescrive, senza alcuna nostra deliberazione, quell’istinto non si potere lecitamente secondare al di là di certi limiti, o fuori di alcune determinate condizioni. E tra questi due elementi siede arbitra la libertà; la quale si dice libertà di arbitrio, appunto perché tocca a lei l’arbitrare tra quei due contendenti. Ma tra questi è manifesto non potervi essere, che ripugnanza e contraddizione; almeno fino a tanto che la legge della mente non abbia preso il sopravvento sopra quella delle membra, imbrigliandola per forma, da non sentirne più alcuno contrasto; ed allora l’uomo si fa quasi Angelo: ovveramente fino a tanto che la legge delle membra non abbia soffocata la legge della mente; ed allora l’uomo si fa quasi bestia caso forse meno infrequente, che non è il primo. Ma nelle consuete condizioni dell’uomo quella lotta è accesa sempre, e se lascia respirare alcun poco, quel respiro ha piuttosto sembianza di tregua passeggera, che non di pace stabile e diuturna. Ora in questa condizione della nostra natura sapete voi per quali gradi si declina a poco a poco, fino ad un’abbiettezza ed avvilimento da fare scendere l’uomo bene al di sotto della bestialità animalesca, alla quale non può mai mancare la regola, perché è identificata coll’istinto stesso? Oh! miei amatissimi! così vi dia il Signore grazia da intendere questo gran vero! di quanto salutare vergogna non brucerebbe più di una fronte cristiana, da cui è forse scomparsa da un pezzo, nonché ogni dignità di Fede, ma ogni pudore di ragionevole creatura! Il primo grado adunque di cadimento è quando la libertà, benché non giunga a reggere e contenere il senso, scorge almeno il male, e lo riprova, lo condanna, lo deplora. Il secondo è quando, oscuratosi a poco a poco il lume della ragione, come il sole per fetidi e grossi vapori di sottostante palude, quella legge della mente resta mutola, inoperosa, svigorita d’ogni efficacia, non dirò a rifrenare l’istinto, che non trascorra ad opere di colpa, ma neppure a riconoscere e rimproverare, quando il trascorso è seguìto. Ma perciocchè la ragione non può rimanere lungamente inoperosa nell’ uomo; quando essa non si esercita a dirigere e governare la sensualità, o almeno a combatterla in buona guerra, avviene quasi sempre che si precipiti nel terzo ed infimo grado, nel quale la legge della mente si fa come complice della legge delle membra, ed in luogo di raffrenarla la sospinge, invece di rifrenarla la istiga. E condotta la cosa a questi termini, chi potrebbe immaginare profondo di abbominazioni e pazzi eccessi e mostruosi, a cui si arriva? Questo è precisamente il caso del proverbio, che corruptio optimi pessima; del quale san Tommaso avea assegnata la ragione in questo, che l’uomo, gettatosi alla sensualità, vi si deprava coll’aiuto di una facoltà ottima; si che quanto questa è più eccellente, e tanto la depravazione ne dee riuscire più squisita, più enorme, più sfoggiatamente abbominevole: fit malus per corruptionem optimæ facultatis.

III. E tale fu appunto la condizione del genere umano separatosi ed allontanatosi dal suo Creatore. La sensualità cominciò fin dagl’inizii a dominarlo e soggiogarlo per forma, che bene ebbe Iddio ragione di ritirare da lui il suo Spirito, come è scritto nel Genesi. Ciò importava che il lume della ragione e della rivelazione primitiva quasi più non servisse a rischiararlo; in quanto le propensioni carnali erano tanto in lui prevalute, che l’uomo oggimai non era altro, che carne. Non permanebit Spiritus meus in homine, quia caro est (Gen. VI, 3). E già sapete che le sozzure di quel mondo antinoetico andarono sì oltre, che appena poterono essere lavate colle acque di un diluvio, che, tranne otto anime, spense la vita in quante creature umane in quel tempo, ci vivevano. Al quale memorando castigo se accoppiate le fiamme piovute, per gran miracolo, dal cielo irato sopra la impura Pentapoli, voi avrete approvato dal fatto questo terribile documento: nessun umano eccesso avere Iddio punito mai con flagelli così universali e così strepitosi, come questo della concupiscenza sensuale. E ciò, credo io, per questo, che nessun altro eccesso ottenebra ed attuta e spegne così il lume della ragione, come questo fa, sospingendo. l’uomo a tutti gli altri vizi, ed alla medesima empietà contro Dio, come notò Lattanzio: ex luxuria ut vitia omnia , sic impietas adversus Deum nascitur (Div. Instit . II, 1). Tuttavolta in quel primo stadio della idolatria orientale, diciamo così, ed arcaica, la lussuria ebbe moltissima parte nel farla nascere; ma, quanto sappia io, non ne fu l’oggetto, e non ebbe culto speciale, se non fosse qualche simbolo, ordinato ad idoleggiare la fecondità della natura, ovvero in qualche piccolo popolo, come il fenicio ed il cananeo, dannato per questo da Dio allo sterminio. Ma in generale la ragione si contentava a tacersi, vinta dalla prepotenza della regnante concupiscibile, e, non che riprovare quegli eccessi, neppure avea forze da gemerne e vergognarne. Era proprio come se più non si trovasse la ragione nell’uomo, dominato, come questo era, dagli appetiti bestiali e sfrenati; ma almeno non se ne era dichiarata complice, avvocata, apologista ed adoratrice. Un privilegio cotanto obbrobrioso era serbato alla raffinata cultura del Paganesimo posteriore, e specialmente del forbitissimo mondo grecoromano. Questo, non pago ad avere la ragione mutola ed inerte per questa parte, la volle aiutatrice all’opera nefanda di corruzione; e l’ebbe per forma, da farne vergognare per lunghi secoli qualunque fronte non sia di bronzo. E qual cosa più ignominiosa di questa, che recare alla piena luce quelle turpitudini, di cui il cinismo più sfrontato arrossirebbe? Né recarle solamente alla luce, ma personificandole in questo o quell’essere fantastico o reale, costituirle in dignità di numi, e innalzare a loro onore are e delubri, e offerire sacrifizii e celebrare feste solenni e solenni riti. Dio immortale! e quale dovea essere una società, il cui supremo Nume, il Nεφεληγερέτα Zεύς [= Nefeleghereta Zeus]  di Omero, il Pater hominumque Deumque di Virgilio, il sommo Giove, era tale cima di sozze furfanterie, di ratti incestuosi e di snaturate libidini, che nessun galantuomo tollererebbe a dì nostri, che gliene fosse appiccata addosso la centesima parte? Ed intendo galantuomo nell’antico significato della parola; chè nel nuovo sarebbe un altro discorso. Certo Arnobio chiedea ai sapienti del Gentilesimo del suo tempo, qual mai colpa avessero essi trovata nel loro Giove, sicchè volessero condensato sul capo di lui una così sformata congerie d’ignominie mostruose? Quid tantum quæso de vobis Iuppiter iste, quicumque est, meruit, quod genus est nullum probri infame, quod in eius non caput, velut in aliquam congeratis vilem luteamque personam? (ARNOB. V, 22). Ma all’Apologista cristiano non sarà certo sfuggita larisposta a quel suo dubbio. Il mondo pagano s’era fabbricato un così turpe Nume supremo, per onestarne, giustificarne, ed all’uopo ancora magnificarne tutte le proprie più abbominevoli turpitudini.Sarebbe lungo troppo e poco dicevole alla santità di questo luogo, ed alla onestà delle vostre orecchie svolgere alquanto la tela di quegl’inverecondi misteri, di quei sozzi arcani, di quegli osceni amori, onde la mitologia antica formicolava; ma voi certo ne saprete giàtanto, che vi basti per inorridire al pensiero di una società , di cui quella mitologia era la religione, il culto,la teologia, la teogonia, la morale, ogni cosa; sicché sacro presso quei miseri dovea suonare poco altro, che lascivo. Basti dire che, secondo ricorda Minucio Felice, vi avea delle sacre solennità, per cui celebrare era più acconcia la donna, che potesse mostrare di avere più spesso violata la fede coniugale; sì che le cosiffatte cercavansi a grande studio: Magna religione conqueritur quæ plura possit adulteria numerare . Basti ricordare dallo stesso Minucio, non avere avuto il Gentilesimo architetti più industri di nefandezze, di quello che fossero i pretesi suoi sacerdoti; né luogo avevano a ciò più acconcio dei loro templi: Ubi aulem magis a sacerdotibus conduntur stupra, tractantur lenocinia , adulteria meditantur, nisi in templis? Sicché,com’egli medesimo osserva, ed io ricordai altra volta,a quelle oscene abbominazioni meglio servivano i templi che non i medesimi lupanari: Frequentius in ædituorum cellulis, quam in ipsis lupanaribus flagrans libido defungitur? (OCTAVIUS, Cap . XXV).Via! nondimeno. E che serve dimorarci a rimestare cotesto lezzo, da cui altro non possono venire, che impuri miasmi e fetide esalazioni? Il pochissimo, che ne ho toccato, vi può ben condurre a formarvi un concetto abbastanza adeguato di quello che fosse il Paganesimo per questo capo. Poco sarebbe il qualificarlo per un immenso postribolo, da cui era sequestrata ogni più languida idea di verecondia o di pudore; bisognerebbe definirlo una smisurata accozzaglia di sozzi animali, a cui la ragione serviva solamente per adorare codardi quelle infami propensioni, ond’erano dominati; senza che vi avesse filosofo, o sapiente, o moralista, il quale non dirò condannasse quegli eccessi, ma che solo ne recasse in dubbio la lecitezza, e che anzi non li credesse legittimissimi. Che se il Senato fece alcune leggi per questo rispetto, ciò fu per attenuare in qualche modo i disastrosi effetti della scostumatezza, non per ombra di riverenza che si avesse alla onestà del costume. Leggete il primo capo di san Paolo ai Romani (Rom. I, 14-19); e da ciò che l’Apostolo gettava in viso ai Gentili, senza che questi potessero, non che giustificarsi, neppur zittire, voi intenderete che lo schizzo, da me delineatone, non è poi condotto con tratti troppo severi.

IV. Dalla quale tirannide, che pesava così ignominiosa sopra il mondo pagano, come Cristo affrancasse le generazioni redente, voi potrete intendere di leggieri, se ripeterete colla memoria ciò, che ieri discorremmo intorno al dominio, che cella grazia può acquistarsi dal Cristiano sopra tutte le cieche propensioni dell’istinto. Ciò che dicemmo della generalità di queste, deve applicarsi con tutta ragione alla particolarità di quella, da cui è sospinta la natura animata alle opere di senso; ed è manifesto che alla sua gagliardia dev’essere ammisurato un aiutorio divino, il quale, a trionfarlo pienamente, non ha bisogno che della cooperazione della nostra volontà. Ma quando questa vi è, la vittoria è più facile e più frequente di quello, che gli uomini carnali non mostrano di voler credere; i quali, col negare perfino la possibilità della continenza, pensano di avere apparecchiata una scusa valevole alla propria vita in viziata ed oscena. E pure ciò che si legge, ciò che si sa, ciò che si vede nella società cristiana ci dovrebbe convincere della verità, che si acchiude in questa parola di un filosofo cristiano, nessuna propensione essere così difficile a dominare, quanto questa del senso, chi non lo voglia davvero: nessuna essere così facile, chi davvero lo voglia; perché, supposta questa risolutezza del volere, la grazia aiutatrice non può mancare; e la grazia è onnipotente. È poi notevolissimo che, a rispetto delle cupidità sensuali, il medesimo principio, onde si deriva la prepotente loro forza, ne rende possibile un pieno ed assoluto trionfo, quale negli altri istinti indarno si cercherebbe. – Io vi dissi fin da principio, quella gagliardia originarsi da questo, che una tate propensione è ordinata alla conservazione della specie, bene sommo e direttamente e per sé voluto dalla natura. Or quinci appunto nasce, che quel bene, non essendo commesso a veruno particolare individuo, ma alla specie, alcuni di questa possono non pigliarvi parte nessuna, non pure senza riprensione, ma con laude nobilissima di serbata purezza. Da questa fortunata radice germinò quel giglio intatto di verginale candore, che è l’ornamento, il decoro, quasi la gemma della Chiesa, e del quale il Giudaismo ebbe quasi dispregio, il Paganesimo non giunse neppure a formarsi il concetto, se non fosse nella microscopica, temporanea e molto problematica continenza delle Vestali. Né solo lo stato della verginità ebbe merito e decoro uguale nel Cristianesimo, ma nel sesso minore la condizione medesima di sposa e di madre furono nobilitate e direi quasi consecrate: quella nella indissolubilità del matrimonio fatto grande Sacramento ed onorabile in tutto, come parlò san Paolo: questa nel sublime uffizio di allevare ed educare cittadini pel Paradiso. Ma quando fu rivelato ai mortali quel tramirabile fra i portenti, operato dalla divina Onnipotenza, la quale in Maria da Nazaret volle riuniti i caratteri nobilissimi di Vergine, di Sposa e di Madre, e ciò a rispetto del Verbo Incarnato; allora il sesso, che diciamo minore, ne acquistò onore tanto e tanto decoro, che nulla non ebbe più quasi ad invidiare al più forte. Oh! sì! Non è a dubitarne! La persona più nobile, che sia nell’universo, a comprendervi gli stessi Angeli; la creatura più eccelsa, che sia uscita dalle mani dell’Onnipotente (e notate che Cristo, benché abbia una creata umana natura individua, né persona umana non è, né creatura); quella persona, dico, di tutte la più nobile, e quella creatura di tutte la più eccelsa, è una donna. Tant’é! – Quando Iddio volle riversare in certa guisa fuori di Sé tutti i tesori delle ineffabili sue ricchezze, togliendo quasi a sé stesso la possibilità d’innalzare a maggiore altezza una creatura, non ne trovò più degno ricettacolo, che il seno castissimo d’una fanciulla giudea. Cosi quello Spirito di Dio, che dall’uomo fatto carne fu ri tirato: non permanebit Spiritus meus in homine, quia caro est; quello Spirito fu ridonato al mondo, in maniera ben altrimenti amplissima, quando venne a riposare nel grembo immacolato di Colei, in cui fu il Verbo fatto carne: Spiritus Domini superveniet in te ….. et Verbum caro factum est. La quale meravigliosa dignità, conferita alla donna nel Cristianesimo, apparisce tanto più preziosa, quanto era più depressa ed avvilita la sua condizione nel mondo pagano. Questo, essendo la tirannide assoluta della forza dovea per conseguenza conculcare spietatamente quella metà dell’uman genere, la quale per antonomasia è detta debole. Deh! che era la femmina presso i Pagani? Devo dirlo? era strumento morto di vili servigi, era animale da razza, era materia abbietta di voluttà più abbiette. Che è essa divenuta nel Cristianesimo? È divenuta donna, cioè domina, cioè signora: nome che io non so se le sia stato attribuito da alcuna lingua antica; e mi pare difficile, perchè mancando esse del concetto, non ne poteano avere la parola. Certo i Giudei la dissero נּשּׁהּ (=nascha), cioè dimenticata, perché di lei non si tenea ricordo nelle genealogie; i Greci la chiamarono γυνή [=gune], forse da γίνομαι [=ghinomai], genero, i Latini l’appellarono mulier, quasi mollior, come pensa sant’Isidoro. Noi, nella nostra lingua cristiana, la chiamiamo domina, perché il Cristianesimo fu il primo ad introdurre nel mondo il nuovissimo, e mai più non udito sentimento del rispetto alla debolezza; ed esso che pelprimo alle infinite turbe degli schiavi avea fatta udirela dolce appellazione di fratelli, fu altresì esso il primo,che fece sentire alla porzione più gentile della umana famiglia quella di signora. Ed è davvero signora la donna, chi consideri il soave impero, che essa nelle famiglie cristiane può esercitare, ed esercita molto spesso col mite ingegno, colle pietose virtù, colla tenerezza del cuore nelle care relazioni dei domestici affetti; chi consideri come la donna, chiamata ad essere anima e perno della famiglia, compagna di amore dell’uomo, e quasi necessario suo lenimento nei bisogni e nelle tempeste della vita, è stata sortita a simboleggiare niente meno, che la Chiesa nella mistica esacramentale significazione del cristiano connubio. E dove è più dunque la tirannide della concupiscenza,quando quella, che n’è il precipuo obbietto, trovasinel Cristianesimo innalzata a tanto eccelsa e tutto spirituale altezza?

V. Piuttosto vi potrebbe parere difficile a dimostrare siccome la società moderna, eziandio per questo capo, rinverté miseramente e di buon passo alle idee pagane. – Oh! che? in un mondo così forbito e che ha in tanto pregio la onestà, la morigeratezza, il buon costume pubblico e privato, diremo riprodotti i mostruosi concetti e le turpi abitudini del Paganesimo? Io, signori miei, riverisco ed inchino tutto quello che la moderna società ha di bene: me ne rallegro, e fo voti che ne divenga ognora più ricca. Tuttavolta, a non torre abbaglio, converrebbe nelle nostre città e nelle nostre famiglie accuratamente sceverare ciò che è cristiano, da ciò che non è, e professa apertamente di non essere. Se questa cernita si facesse, lo so ben io che in ogni condizione si troverebbero uomini di vita morigeratissima nel connubio, od anche fuori di quello; si troverebbero matrone specchiatissime, che sono ornamento o decoro delle famiglie; si troverebbero caste ed innocenti fanciulle che, pur vivendo nel mondo, sanno tenersi separate dal mondo, e, come la mammola nascosa sotto il cespuglio, imbalsamano l’aria della loro fragranza; si troverebbero giovani, pieni di rigoglio e di vita, intemerati e puri, mostrare col loro intatto candore di neanche sentire le fiamme sordide e cocenti della seduzione e dello scandalo. Non fosse altro, si troverebbero a mille a mille quei fortunati di ambi i sessi, i quali, avendo pure alcun poco aleggiato sovresso le sozzure di questo mondo, e non trovato ove posare il piede senza lordarsi, come già la colomba noetica ritornò all’Arca, ed essi, di lei non meno schivi, ripararono nei claustri solitari; ed ivi in quelle caste dimore, alternando la loro vita tra gli scarsi riposi ed il salmeggiare prolisso, attendono di essere fatti consorti dell’immacolato Agnello. Ma tutta questa purezza, che, la Dio mercé, pure alberga nel mondo, non ha nulla che fare col mondo: è cosa tutta cristiana e celeste, e per serbarsi intatta, dee separarsi dal mondo; deve aiutarsi di mezzi sconosciuti, derisi, calunniati dal mondo; deve perfino rassegnarsi a vedersi conculcata, spogliata, proscritta, assassinata dal mondo. E l’Italia, se non lo sapesse , sta avendo tutto l’agio d’impararlo. Che se a siffatto mondo ci restringiamo, ahimè! quanto è vero! alla foga, onde lo vediamo precipitare nei pensieri e negli amori, esso cammina a gran passi, per ridivenire pagano. Né già, vedete, innalzando templi ai Giovi adulteri ed alle Veneri lascive: questo, lo capisco anch’io, non si usa più; ma questo non era propriamente la sostanza, il midollo e, come a dire, la parte formale del Paganesimo, per ciò che riguarda le propensioni del senso. Quella dimorava propriamente nel tacere che facea la ragione, a guida e corregimento di quelle propensioni stesse; dimorava più ancora nell’abuso che faceasi della ragione, per giustificare, per onestare, per irritare, e fino per divinizzare le cupidità sensuali. Ora tutto questo pur troppo si vede avverato nella società moderna; la quale, avendoci, per mezzo dei suoi sapienti umanitari, insegnato l’unico supremo bene dell’uomo essere posto nel soddisfacimento delle proprie propensioni, a satisfare e blandire questa, che è la più prepotente, pensate se non si dovesse mettere a giocare di mani e di piedi! E chi non conosce la indifferenza, onde sono oggimai guardate queste faccende attenentisi a costume, dagli uomini che si pregiano di progresso? E voi lo avrete sentito da loro le cento volte; che quelle soddisfazioni sono finalmente debolezze, a cui si vuol compatire: sono peccatuzzi, a cui si vuol perdonare, e per cui non si vede, come mai la giustizia divina debba tanto inseverire. E questo, signori miei, non è avere condannata al silenzio la ragione? la quale, quando ve ne potesse parlare alto e chiaro, ve ne direbbe ben tutt’altro nel rossore onde, voi quasi inconsapevoli, vi tinge la fronte; nei rimorsi onde, voi ancora renitenti, vi agita la coscienza; nei danni privati e pubblici, che non potete non iscorgere negli effetti della regnante scostumatezza. Ma se, oltre a ciò, volete vedere, come a’ di nostri si abusa altresì la ragione ad aizzare le fiamme impure, quando anzi essa ci fu data per temperarle, voi non dovete che portare attorno lo sguardo per le città nostre, e per quelle segnatamente, dove i nuovi padroni intrusi, ai miseri popoli, estenuati dalle gravezze, scompigliati dalle ire civili, insidiati nella Religione dei padri loro, non sanno dare altro lenimento o compenso di tante calamità, che la licenza degli scandali, e gli scandali della licenza. Girate, dico, per le città nostre: scorrete coll’occhio le poesie, le novelle, i romanzi che più vi sono in voga; osservate, non che negli studii degli artisti, ma nelle private case e nei pubblici ritrovi, le opere di scalpello, di pennello o di bulino che più vi sono celebrate; assidetevi ai teatri o ascoltandone i drammi, o godendone le armonie, o mirandone le danze artificiose e seducenti. In questa rassegna voi vedrete la letteratura, le arti belle e le meccaniche a loro modo, direi quasi le scienze medesime congiuratesi a soffiare in un fuoco, che già per sé medesimo avvampa abbastanza, senza che siavi bisogno di attizzarlo, perché infellonisca più furibondo e più vorace. Ma quello, che propriamente costituisce il carattere speciale del nostro secolo, razionalista ed utilitario, è l’abbandono, lo spregio, la calunnia stessa di tutti quei presidi, onde la pietà cristiana avea assiepata la onestà, appunto perché la conosceva somigliante a specchio tersissimo, cui ogni fiato men che puro può appannare; somigliante a canna fragilissima, cui ogni aura benché leggiera può inchinare. Questi presidii (nessun Cristiano può ignorarlo) sono la purità del cuore, l’uso dei Sacramenti e della preghiera, la devozione filiale alla Beata Vergine, la fuga delle occasioni, la mortificazione della carne: ecco i mezzi che la Chiesa ci fornisce, per trapiantare in terra questo giglio di paradiso, per educarlo all’aura della Fede, e quinci tramutarlo un’altra volta al natio suo luogo, che è il cielo. Ora io non dico che in tempi e paesi credenti tutti adoperavano siffatti mezzi; ma tutti certo li riverivano almeno nella teorica, ed anche nella pratica che altri ne facea per sé; laddove quale è di questi mezzi, cui il nostro secolo miscredente ed orgoglioso non screditi cogli scherni; non vilipenda col disprezzo, non denigri colle calunnie? – Preghiere, Sacramenti, pratiche pietose, e soprattutto mortificazione, sono parole poco meno che barbare pei nostri sapienti: sono cose da idioti, da vecchiarelle scimunite, da fanciulle superstiziose. Per essi oh! Per essi, ne hanno d’avvanzo dalla filosofia e dalla ragione! La filosofia e la ragione, avete detto? Or bene: sostenetemi un istante, fin che respiri, e poscia vi farò un cenno del quanto meravigliosamente la filosoſia e la ragione sogliano, in opera di costume, servire bene i loro cultori.

VI. Se vi è qualità di colpa, che più studiosamente gli uomini si argomentano di coprire, è appunto questa della disonestà, forse per la speciale ignominia che essa racchiude. E nondimeno se vi ha qualità di colpa  che meno si possa coprire, è appunto questa, che ammorba ed appesta, quasi carogna imputridita, un miglio da lungi. Non è dunque ridicolo venirci innanzi con coteste superbie di onestà naturale, quando appena ci è carità cristiana, che basti a coprirne in parte o dissimularne le turpitudini? Ma se io, smessi un poco siffatti riguardi, a questi presuntuosi barbassori del progresso umanitario volessi tastare il polso, od anche solo osservare la lingua, vi mostrerei davvero le febbri ignominiose, onde bollono le vene, ed i sintomi della gangrena che li divora fino nelle midolla delle ossa. Vi mostrerei i connubi male assortiti, peggio trattati e pessimamente conchiusi farsi seminario di cupi rancori, di prolungati dissidi, di gelosie smaniose, per riuscire alle separazioni scandalose, ed ai pubblici svergognamenti. Vi mostrerei un celibato, alla maniera musulmana, essersi fatto di moda tra uomini, che, portando tutti i pesi del matrimonio, le sante e caste delizie ne ignorano, e che avendo pure femmina e nati, né sposa né figli non hanno; ma dopo avere imbizzarrito, lascivi puledri tra vagabonde cavalle, si partono da una terra per essi contaminata, lasciando ad esseri inconsapevoli ed infelici, in perpetuo retaggio, la propria infamia. Vi mostrerei a cento a cento le sventurate fanciulle che, porgendo orecchio inconsulto a fallaci promesse, restarono, come madreperle abbandonate sull’arena spoglie della loro gemma, e piangono e trambasciano e si pentono, ma di tardo, d’inutile pentimento, e resterà inesaudito il loro pianto, come il lamento di tortora solinga sopra ramo vedovato di foglie: intanto che il perfido seduttore le disonesta colle calunnie, e più non le conosce, che per beffarle. Vi mostrerei una mano di fiorente gioventù; speranza che potrebb’essere della società e della Chiesa, gettatasi a disfreno al mal costume, rendersi zimbello e ludibrio di venali amanze, avvicendare la neghittosa loro vita tra la bisca ed il bordello, ed ivi disperdere le paterne sostanze, contaminare la sanità nel suo germoglio, manomettere la riputazione, e finire forse giorni vituperosi e tempestati nello squallore di uno spedale, nelle disperazioni incompiante di una prigione, e forse ancora nella infamia di un patibolo. E non vi basta questo, per convincervi, che l’uomo non ha alcun bisogno del timor di Dio per serbarsi onesto, e che la sola ragione e la filosofia sola a tant’uopo gli possono bastare? E non vi pare che la filosofia e la ragione abbiano serviti bene, e rimeritati meglio questi adoratori non tanto loro, quanto delle proprie animalesche propensioni? E adoratori veramente! ché se fossero essi soli al mondo, non dubito che, Pagani redivivi, innalzerebbero templi ed altari alla concupiscenza. E forse che non fu fatto a memoria dei nostri padri? forse che non ne corse un fremito immenso dall’un capo all’altro dell’Europa? fremito che nelle anime cristiane ancora non posa. Oh! che avranno detto i Santi del Paradiso! come gli Angeli della pace non si saranno velate delle eterne loro penne le lagrimose pupille! quando, nel maggior tempio che segga sulla Senna, sopra l’altare.augusto del Dio vivente, rimossane la effigie benedetta della purissima tra le creature, da mostri sbucati d’inferno, fu collocata (inorridisco a dirlo, e in petto mi trema il cuore! ma il pur dirò!) fu collocata la nudità nefanda d’una prostituta! E i successori di quei mostri, o certo i parteggiani delle coloro dottrine dovranno rigenerare le patrie nostre cristiane e credenti? — Oh! Dio grande! abbiate pietà di questa povera e conquassata Italia! Essa vi offese, è vero, vi oltraggið! ma la dolorosa non ha cessato mai di confessarvi; ed ora vi confessa e v’invoca forse con maggiore affetto, che non fece giammai. No! no! non la vogliate abbandonare, né tutta né lungamente, alla balia dei vostri e dei suoi nemici. Ne tradas bestiis animas confitentes tibi (Psalm. LXXIII, 19).

IL PAGANESIMO ANTICO E MODERNO (7)