LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LO SCUDO DELLA FEDE (237)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (6)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE SECONDA

L’OFFERTA

La parola di Gesù Cristo mette in relazione il mondo presente col paradiso; e la fede in Lui è come la scala veduta dal patriarca Giacobbe, che dalla terra toccava il cielo, sopra la quale andavano gli angeli a deporre le offerte sull’altare, innanzi al trono di Dio, e discendevano a recar le grazie. Per questa scala i fedeli, montando di grado in grado nella pratica delle evangeliche virtù, perverranno ad essere beati in Dio. Così ora, letto il Vangelo e professata la fede cattolica, i fedeli si vedono aperta la via del cielo: ed il sacerdote ancora li benedice col Dominus Vobiscum, affinché sian degni di venirvi a fare le loro offerte, dicendo: il Signore vi accompagni a fare l’offerta; ed il popolo gli risponde: il Signore accompagni l’anima tua nella tremenda azione.

CAPO I

ART. I.

L’OFFERTA DEI FEDELI, E L’USO CHE NE FA LA CHIESA.

Oremus.

Il sacerdote si rivolta all’altare per offrire, e manda anche di là avviso al popolo d’accompagnarlo colle sue preghiere innanzi a Dio (Ben. XIV, lib. 2, cap. 8, m. L. De sac. Miss.) col dire loro: « Oremus, preghiamo. » Ben convenendo, dice s. Bonaventura, salutare il popolo ed invitarlo a pregare, affinché al santo Evangelio tenga dietro la lode del cuore in bocca e il frutto della fede nelle opere (S. Bonav. in expos. Miss.). Confidando poi, che il popolo gli tenga appresso, egli con una viva giaculatoria nell’orazione detta « offertorio » getta il suo cuore in seno alla divina bontà. Allora i fedeli, quasi in risposta all’invito loro fatto, venivano a offrire a Dio ciò che per essi si poteva di meglio. Dovendosi sempre più avvicinare a Dio, pare che il popolo temesse venirgli innanzi colle mani vuote, povero cioè di opere buone, e senza meriti di carità, che lo raccomandassero. Perciò a questo punto consegnava le sue offerte nelle mani dei ministri minori, come il povero colono si affretta, nel presentarsi al signore che gli dà pane, ad offrire il frutto delle sue fatiche. Il diacono le riceveva da questi, e le deponeva sull’altare per essere presentate a Dio insieme col pane e col vino (Card. Bona, Rerum litur. lib. 1, cap. 7 n. 1.), che devono trasmutarsi nel Corpo e nel Sangue del suo divin Figliuolo. – A che s’adoperavano coteste offerte? Queste offerte s’impiegavano alla gloria di Dio, nel sostentamento delle vedove, dei pupilli, e massime dei poveri infermi. Sovente venivano spedite a soccorrere le chiese oppresse dalle persecuzioni, ed a sostenere nelle carceri quei generosi, carichi di catene, che erano fatti degni di patire pel nome di Gesù Cristo. Noi non possiamo a meno di confortarci anche coi buoni fedeli del tempo presente, vedendo come lo spirito di Gesù Cristo vivifica ancora le membra della Chiesa sparse in ogni parte della terra; sicché tutti si risentano della disgrazia di ciascuna chiesa in particolare, come ne hanno dato prova nella fame d’Irlanda l’anno 1846. Sanno, i nostri lettori, che l’Irlanda è nazione cattolica, cui il partito protestante in Inghilterra opprime colla più calcolata crudeltà, succhiandone il sangue e soffocandola in lenta persecuzione, che continua da 390 e più anni. Questa nazione di eroi, che sugli occhi di un mondo senza generosità sì lascia uccidere per durarla nella fede cattolica, vedeva i suoi figli morire a mille a mille alla giornata, perché falliva il raccolto delle patate: e la protestante d’Inghilterra, avara sua padrona, usurpatrice di tutte le ricchezze che possedeva la Chiesa cattolica pe’ suoi figliuoli, e signora dei mari con centomila navigli, che vanno a spandere per tutte le parti del mondo merci di lusso, e riportano tesori d’ogni maniera, stava tranquilla a vederli cadere, forse segretamente contenta, che quel popolo forte, cui non poté vincere colla prepotenza, fosse dalla fame abbattuto. Ebbene da Roma il sommo Pontefice sentì il grido de’ suoi poveri figli, e fece ricorso a tutti i fedeli (Il Pontefice romano nelle grandi disgrazie si mostrò sempre il Padre comune dei Popoli d’ogni nazione, ed in seno a lui trovarono ospizio e carità, massime i perseguitati per la giustizia. Non è luogo qui di mostrarlo colla storia dei sommi Pontefici. Ma non possiamo cessare di richiamar alla mente degli Italiani, che nell’invasione dei barbari, quando i popoli scappavano di sotto le loro mazze, che davvero ammazzavano, ebbero dal Padre dei fedeli rifugio e protezione, patria e libertà. Qui non possiamo a meno di citare un fatto tanto analogo a quello della fame d’Irlanda. Quando la peste colpiva Marsiglia l’anno 1719, ed a quella terribil peste si aggiungeva la fame, il Sommo Pontefice inviò tre mila cariche di grano (Cantù, Storia Univ. vol.18). Parlare poi dell’Angelo della bontà di Dio Pio IX, che corre a confortar di carità tutti i colpiti da grandi sciagure, è come voler dire che il sole risplende.): ed i fedeli consegnarono nelle mani del Padre comune milioni e rilioni da campare la vita di quei fedeli, figliuoli della stessa Madre. Quanto fu commovente sentire il Pontefice a pregare carità in tutte le chiese del mondo, ricordando, che i misericordiosi si troveranno beati col conseguire alla loro volta misericordia (Matth. V, 7)! Alle parole del Padre rispondevano i figli colle loro limosine; e per render grazie ai figliuoli misericordiosi, il Padre per la misericordia operata prometteva nel giubileo in quell’anno promulgato indulgenza plenaria a chi si ravvedeva, e confessava pentito le sue colpe nel fare quell’opera di carità. No, non possono essere più stretti, né più vivi, né più teneri i vincoli, che legano il cielo colla terra, gli uomini a Dio, cioè i cari vincoli della carità, che fanno di duecento e più milioni di uomini una famiglia di figliuoli intorno a quel Padre, che sulla terra rappresenta il Padre nostro che è ne’ cieli, e di là rimunera le carità fatte ai figli in terra. – Le offerte fatte nel tempo del Sacrificio servirono anche al mantenimento dei ministri dell’altare; e di qui venne il costume di dare ai sacerdoti le elemosine per la celebrazione della Messa (Mabil. pres. del secolo III degli annali. Benedet. e Bened. XIX, lib. 2, cap. d, N. 1, De Sacr. Miss.). Così si provvide al sostentamento delle persone segregate dal mondo, per dedicarsi al servizio di Dio e delle anime. – Fin dal principio della Chiesa s. Paolo apostolo faceva diritto ai ministri dell’altare di vivere dei doni sull’altare consacrati (1 Cor. IX, 14.). Perché si vide ben subito come, a rigor di giustizia, si dovesse provvedere ai bisogni materiali di quegli uomini, che dimenticano di provvedere a se stessi, per solamente consacrarsi ai bisogni spirituali del popolo. Né il popolo mancò mai di portare sull’altare il pane da mantenere coloro che dall’altare si affannano di avviarlo al paradiso. –  Quando un giovane si ascrive al clero, col dimettere le vesti del secolo, e col lasciarsi tagliar la chioma, dà segno di voler interrompere ogni interesse, che gli lega il cuore al mondo, e lo protesta col dire: La mia porzione è il Signore, e troppo grande è la eredità, che mi tocca nella sua Chiesa (S. Hier. ep. 2, ad Nepot.): e il buon senso dei fedeli comprende, come un Uomo destinato a trattare continuamente il Corpo di Gesù Cristo non deve, se non a malincuore, mischiarsi a maneggiare le cose della terra; e come per lui, a cui il Verbo Eterno si comunica personalmente, troppo mal sarebbe, che venissero ad intorbidargli la mente, per le sollecitudini per le cose del tempo. Per lui che possiede Iddio, (S. Hier. ep. 2, ad Nepot. Pontific. Romani concilii Mediolanì) e deve ardere continuamente l’incenso della preghiera innanzi a Dio nel Sacramento, sarebbe quasi un sacrilegio, se di un tempo sacro al divino servizio facesse tempo di schiave fatiche, a far guadagno per le necessità della vita. Ecco il perché con tanto fervore subito i primi Cristiani, fino nelle loro strettezze, credevano, che pensare si dovesse a mantenere coi doni dell’altare chi all’altare serviva (I Cor. XI, 14.). – Poi anche troppo importa ai fedeli, che quegli uomini, cui sono affidati i loro più cari interessi, e non che altro, le proprie coscienze, sieno liberi ed indipendenti; sicché loro non sì possa con un tozzo di pane, di che mai avessero fame, serrare in gola la parola di Dio. Quindi si stabilirono le mense, le prebende, i benefizi, donde ì ministri di Dio avessero di che vivere onestamente, e provvedere ai bisogni di carità, in cui si trovano sovente impegni nell’esercizio del loro ministero. Eppure uomini, che si vendono alla semplicità del buon popolo per liberarli, invidiano, e cercano rubare ogni legittimo possedimento alla Chiesa: e, calunniando i sacerdoti di abusare di quei beni, suscitano le passioni del popolo, affinché tolleri il vile latrocinio, che essi vorrebbero fare. Ma i politici dovrebbero intenderla, che i beni della Chiesa, tesoro conglutinato di lagrime di penitenti, e santificato dal Sangue di Gesù (Massillon Conf.), come tirano l’anatema sulle ingorde famiglie, in che mai si travasano, così accrescono in pauroso modo i debiti, e le miserie degli stati, che credono rifarsi colle sacre spoglie. I popoli poi devono ben ricordare quale abbiano fatto guadagno, lasciando spogliare le chiese, il clero ed i conventi nello scorso secolo. I popoli sanno per prova, che non hanno protettori, amici, e padri più sinceri dei sacerdoti, in seno ai quali soli, ancora a’ dì nostri, vanno confidare i loro segreti bisogni. Perché anche con tanta filantropia alla moda, è ancora adesso il Sacerdote quel solo, che penetra nei più abbietti tuguri, ove è nascosta la poveraglia, dalla miseria avvilita, e la salva l’innocenza, cui il tiranno bisogno già tradiva in mano al delitto. Ah! il povero infermo in sullo strame, e l’affamata famiglia nello squallor dello abbandonato tugurio, se si rallegrano un istante, è allora quando il sacerdote li visita, recando loro colla benedizione di Dio il pane di carità condito di grazie celesti: e la vedovella, disperata dal dolore pei figliolini che gridan pane, senza un bricciol da dare loro in bocca, non ha se non il Sacerdote, che la conforti colla carità sincera. Dove son lagrime da tergere, miserie da alleggerire, comparisce ancora un apostolo, come l’angiolo, portando i doni di Dio; e lascia i confortati a benedire una religione, che, intesa al paradiso, diffonde le consolazioni della carità sulla terra. Potrebbero forse tanti poverelli morir derelitti, anzi disperati, se aspettassero che li vadano consolare gli amici del popolo alla moderna. Del resto, ospedali, orfanotrofi, case di carità, asili per î figli dei poveri, scuole dei contadini, opere pie per vestire i poveri, per nutricarli, per soccorrerli a domicilio, per provvederli di medicine in tante città e borghi, per provveder nutrici ai bambini, cui manca il seno della madre, in tutti i principali villaggi, portano quasi sempre il nome di un fondatore o benefattore ecclesiastico, o almeno di pii, che fecero offerte a Gesù Cristo. Così mentre dobbiamo dire, che le opere di beneficenza sono generalmente mantenute coi doni offerti sull’altare della carità di Gesù Cristo, possiamo anche asserire, che nessuna classe d’uomini, in tutti i tempi dell’esistenza del mondo, è più benemerita della società, né ha fatto maggiori sacrifizi che i Pontefici, i Vescovi, i Sacerdoti, nelle cui mani sono affidati i doni dell’altare. Quando pensiamo alle meraviglie di loro carità, siam tentati a credere, che il pane si moltiplicasse nelle loro mani, come in quelle del Redentore. Per lo contrario le infuocate declamazioni d’uomini senza viscere di carità contro le ingordigie dei frati e del clero secolare sono soffocate dai gemiti e dagli urli della poveraglia crescente, che spaventevole trabocca minacciosa; cui, più che consolare, si cerca di confinare in filantropiche prigioni, certi ricoveri di mendicità alla moderna! Osserviamo ancora come con queste offerte si provvede eziandio al decoro del luogo santo. A quelli, che menano sempre per bocca l’elogio della povertà della Chiesa primitiva, quasi amor di semplicità evangelica, al culto del gran Monarca del tutto non convenissero altre cose che i cenci e lo squallore di un’abbietta miseria, regaliamo un curioso monumento d’antichità: un atto autentico scritto, quando si mise mano a spogliare, ed abbrucciare le chiese nella persecuzione di Diocleziano. Questo è l’inventario degli arredi della chiesa di Cirra, piccola città di Numidia, che non è a pezza da paragonarsi colle illustri chiese di Roma e di altre moltissime e nobilissime città, tutte già ripiene di Cristiani, i quali già inondavano fino la corte imperiale. In esso sono inscritti due calici d’oro, sei d’argento: e di quale capacità! (Servivano per la comunione di tutto il popolo, e la patena regalata da Teodorico a Cesario Vescovo d’Arles pesava sessanta libbre d’argento. Vedi ricchezza!); sei lucerne, una caldaia, sette lampade tutte d’argento; oltre gli utensili di rame e le vesti ecc. E vorremmo mandarli a visitare i tesori di tutte le cattedrali più antiche, per vedere quella ricchezza, e specialmente di calici fatti di pietre d’incalcolabil valore, che accennano l’amor degli antichi al decoro del servizio divino. Agli amatori poi del progresso, così tanto perché non abbia ad isfuggire loro di mente, ricordiamo che la pittura, la scultura, l’architettura devono tutti i loro capi d’opera alla carità dei fedeli. Basta visitare le più celebri gallerie; e trovi che le più grandi meraviglie del genio furono inspirate dalla carità di uomini religiosi, che volevano in un quadro Gesù e Maria, ed i Santi lor protettori. E doveva essere così; ché la carità, che vien dal cielo, fa riflettere sulla terra un raggio di quel bello divino, di cui risplendono le arti, solo quando sono inspirate dalla fede cristiana. – Se tu giri per tutte le città d’Italia, trovi tal magnificenza di tempii, che fanno i più magnifici inviti al Signore della gloria a discendere in terra. Roma è poi là con tutte le glorie antiche de’ Pontefici; cui tutti i re d’ogni dinastia della terra, (eppure molti se ne vanta: di mecenati degli uomini di genio, e protettori degli artisti!), posti anche tutti insieme, non hanno potuto eguagliare. Se non fosse, che i Sommi Pontefici hanno troppo maggiori titoli per meritarsi il nome di Padri comuni, questo solo di avere sempre protetto le arti belle, in un colle scienze d’ogni maniera, deve farli tenere in conto di protettori i più benemeriti, anzi di padri della civiltà dell’universo. – E finalmente, diceva S. Ambrogio (De off. lib, 2, cap. 28.), la Chiesa non ha dell’oro per farne suo tesoro; ma per Serbarlo alla necessità dei popoli, al sostentamento dei poveri e dei peregrini ( (2) Conc. gen. VII, relat. cap. 13, q. 2.). Perciò allorquando vennero le necessità, spezzò fino i calici per farne moneta da comperar pane o da redimere schiavi. Gli annali della Chiesa ricordano la carità del Vescovo Deograzia; che, da Roma invasa da Genserico essendo spinti a Cartagine dal vento (anno 485) fuggiaschi confusamente principi, patrizi e popolani, egli vendette gli ori della sua chiesa per redimere gli schiavi, mutò due chiese in ospedali, e dì e notte vegliava a dar loro conforti d’ogni maniera di carità. E in Roma il Pontefice s. Leone il grande, dopo di averla salvata due volte col proteggerla colla sua santità, fece fondere un dì sei vasi d’argento di cento libbre donati da Costantino. E quell’uomo sommo, s. Gregorio, il grande Papa, s’impegnò a liberare gli schiavi d’Irlanda, e a trasmutare l’Inghilterra barbara in una terra di santi. E Paolino, stato console, buon poeta, Vescovo di Nola e santo, convertì ad egual uso tutte le sue e le ricchezze del tempio, e finì col dare schiavo se stesso per redimere i figli di una vedova. Così quei poveri emigrati romani, cerchi a morte dai barbari, esuli in così straniere terre, e d’ogni ben sprovveduti, trovavano nelle chiese quei conforti, che sa preparare la carità, e nei Sacerdoti incontravano i padri dei popoli, che si facevano tutto per tutti in quelle necessità estreme, buoni pagatori in tal modo, ai figli delle persecuzioni fatte alla Chiesa dai pagani loro avi. La chiesa d’Alessandria va gloriosa del gran patriarca della carità, chiamato Giovanni l’elemosiniere, come le Gallie di s. Cesareo Vescovo d’Arles, che vendette calici e patene per riscattare schiavi, e Parigi di s. Germano, che dava fino la tonica in elemosina, e tutto che poteva avere, spendeva allegramente in redimere schiavi, solo melanconico, quando non aveva più che dare. Nelle incursioni dei saraceni il sommo Pontefice Zaccaria (nell’anno 750) mandava comperar ragazzi, che si vendevano pel più indegno dei lucri ai saraceni per farne eunuchi. S. Barsciario e s. Eligio poi correano per le vie dei borghi, e delle città di Francia per ricomperare gli infelici, dai be bari rapiti alle loro famiglie e tratti in ischiavitù; l’uno ne liberò sedici in una giornata, l’altro cento tra romani, galli, bretoni, sassoni, e mori (Cantù, Storia Univ. v. 7 e 9. Vogliamo ricordare per particolare divozione il beato Matteo Carriero mantovano dell’Ordine dei Predicatori, il cui corpo è venerato in Vigevano, dove diede l’esempio delle sue virtù e della sua beata morte. Egli non avendo niente a dare ad una madre, che lo richiedeva per la redenzione di una sua figlia dalla schiavitù, diede se s’esso al padrone turco: il quale meravigliato della carità, lo lasciò andare libero colla fanciulla.)! Sarebbe pure da ricordare all’Italia, madre di tanti grandi uomini e santi, che si dimentica di tante sue glorie veraci, il suo s. Epifanio, vescovo di Pavia in quel povero tempo, in cui restava deserta fino di abitanti. Mandato costui messaggero di pace tra Teodorico, re degli Ostrogoti in Italia e Godebaldo, re dei burgondi in Lione, da questi, come da Godegisilo re in Ginevra, ottenne la liberazione degli schiavi italiani. Consta essere stati da lui liberati sei mila senza riscatto, solo in merito della sua pietà: (quegli erano barbari; ma riconoscevano il merito più che certi liberali in vanto di civiltà); oltre tanti altri riscattati col danaro di Teodorico e di Singria, devota donna, chiamata da s. Eunodio tesoro della Chiesa, (vorremmo sapere il numero degli schiavi liberati da questi strombazzatori di filantropia). Le memorie storiche li fanno ascendere a tante migliaia, che si temette non restasse spopolata la Francia pel ritorno in Italia di quei poveri schiavi. Oh! l’Italia d’allora ben salutò colle lagrime il santo liberatore dei perduti suoi figliuoli (Rohrbacher, Storia Ecel. anno 495.). L’Italia poi si onorò del suo Carlo Borromeo, come la Francia del suo sacerdote della carità universale S. Vincenzo de’ Paoli, uomini che basterebbero soli a formare la gloria di una nazione. Finalmente la storia della schiavitù umana, a consolazione dell’umanità, ricorderà cogli altri eroi, che Spesso tutti si rallegravano di vendere se stessi per riscattare poveri schiavi. Quel benedetto s. Pietro Pascal, vescovo di Ioan, che, dato tutto per redimere ì Cristiani suoi figliuoli, fatti prigionieri dai turchi, alla fine vendette se stesso, e fu quindi condotto schiavo in catene. Saputolo il clero ed il popolo, offrirono sull’altare una grossa summa che gli fu subito spedita, perché comperasse in se stesso un così caro padre per la sua famiglia, più che diocesi, inconsolabile d’averlo perduto. Egli, nel ricevere quel danaro, bagnato dalle lagrime dei suoi figli, sì guarda d’intorno tante povere donne, e tanti giovani in pericolo di perdere la santità del costume e la fede in quella schiavitù; e scrive piangendo, che gli volessero perdonare, se egli lo spendeva tutto a liberare quei meschinelli! E restò là in mano ai barbari, che gli tagliarono la testa l’anno 1300. Ora dica chi ha un po’ di cuore, se vi furono mai tesori meglio impiegati, che i doni offerti sopra l’altare di Dio?

Art. II.

Le Benedizioni.

Il Sacerdote benedice all’offerta dei fedeli, come il Padre nostro, che è nei cieli, benedice alle anime, che coi voti e colle preghiere si gettano confidenti nelle braccia della sua bontà. Ad essere così benedetti i fedeli offrivano, fin dai primi secoli, oltre pane e vino, come si offeriscono ancora, agmelli, biade, cere, danaro e cibi. Offrivano anche le primizie di tutti i frutti. Un canone (Doelinger, Storia Eccl. Ben. XIV, ecc.) apostolico permette di deporre sull’altare, oltre le fresche spighe, e grappoli d’uva, olio ed incenso. Di queste offerte pigliava, e metteva da parte il Sacerdote quel tanto di pane preparato a tal uopo e di vino, che bastasse pel sacrificio; e poi tutte benediceva le offerte (Doelinger, Storza Eccl.). – Anche le benedizioni sono riti, che la Chiesa imparò dagli Apostoli stessi. Ed è bene, che i fedeli sappiano che significa questo benedire che fa a tante cose diverse. Sposa del Creatore, e madre degli uomini a lei fedeli, essa ha ricevuto la potestà al tutto divina di rinnovare ogni cosa in Gesù Cristo; e appunto di questa facoltà fa uso nelle benedizioni. La benedizione è come una purificazione e destinazione della cosa benedetta; quasi una consacrazione per servirsene a gloria di Dio, per l’uso dei Sacramenti, ed anche per gli usi della vita. Cioè col benedire libera le cose create dalla maledizione, che dopo il peccato originale pesa su tutte le creature. Poiché gli uomini ribellaronsi a Dio col peccato, entrò nel mondo il disordine; e fino le creature insensibili non si trovarono più regolarmente disposte al servizio dell’uomo, siccome le aveva ordinate Dio. Anzi di esse si può il nemico servire per stimolarci a peccare, e farne in mano di noi strumento di perdizione. Ora colla benedizione la Chiesa prega Dio di riordinare tutte le cose al servizio dei fedeli, anzi ad infondere nelle materiali cose una cotal sua forza divina, da farle divenir capaci di servire d’istrumento per la gloria sua e per la santificazione delle anime. Quindi l’acqua battesimale, l’olio ed il balsamo per la Confermazione e per la Estrema Unzione, e per altri usi santi, si benedicono e consacrano col segno di croce e con orazioni, al santo fine di servire nei Sacramenti come di materia in tal modo purificata e fatta degna di adoperarsi nel trattare con Dio. Si benedicono anche l’acqua, il sale, i rami d’ulivo, le ceneri e le candele. Di questi oggetti, consacrati al servizio di Dio, il demonio non ardisce servirsi più, né più invasarli colla sua maligna potenza. Anzi a queste cose santificate si attribuisce con ragione la virtù di cacciare i mali spiriti in certe occasioni (Vedi i riti delle varie benedizioni approvate dalla Chiesa su tutto quello che noi diciamo.); e i fatti provano, che ciò avviene sì veramente. Ecco adunque ciò che significa benedire. Essendo Gesù Cristo il Verbo di Dio, per cui furono fatte tutte le cose, divenuto col farsi Uomo, il ristoratore della creazione dal peccato disordinata (Coloss. 1, 20 — Eoh. 1 40. — Heb. 9, 23.) ; la Chiesa, incorporata in Gesù Cristo pel Sacerdote, che la rappresenta, e che, assunto al ministero con Gesù, fa quasi una sola cosa, e partecipa in Lui della virtù ristoratrice divina di rinnovellare e rimettere nell’ordine, in cui furono create, le cose: la Chiesa, dico, col benedire sottrae per questa sua virtù gli oggetti ad una potenza straniera e malefica, che ne potesse abusare a mal fine. Anzi ella infrena, allontana, e mette in fuga questa nemica potenza colla virtù di Dio, divenuta sua per i meriti di Gesù Cristo. – Perciò le benedizioni si danno in forma quasi sempre di esorcismi, (che sono i riti usati per cacciare i demoni), e le cose si segnano col segno di croce, che fu sempre dai demoni tanto temuto. Di qui i Cristiani si affrettarono di prendere il santo costume di segnarsi di croce la fronte e la persona. – S. Giovanni Grisostomo attesta, che ai suoi tempi erano così avvezzi a questo segno, che molti lo facevano spesso anche senza pensiero nell’entrare, per esempio, in un bagno, nell’accendere un lume, ed in tutte altre occasioni. Con questo segno, in nome di Gesù Figliuolo di Dio vivo, continuamente benedicevano a sé e a tutte le cose, che li circondavano. Il che si pratica tuttora dai buoni.

LO SCUDO DELLA FEDE (236)

LO SCUDO DELLA FEDE (236)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

Art. IV.

L’ OMELIA.

La spiegazione del Vangelo.

Eccoci adunque nella magione, che la Sapienza divina si ha edificata; ecco sull’altare imbandita la mensa, in cui il gran Padre nella frazione del pane si fa conoscere a’suoi figliuoli, col dare nella Chiesa celestial nutrimento. Ma come la madre con mistero d’amore trasmuta in latte il pane di che si ciba, e col latte versa il proprio sangue in cuore al suo bambino; così la Chiesa con tenerissimo cuore il pane della dottrina evangelica sminuzza e distempra in famigliare discorso per bocca de’ suoi Sacerdoti, per farlo cibo adattato alla semplicità dei pargoletti della sua grande famiglia. Nel meditare il Vangelo tutta la settimana, il Sacerdote, il buon parroco prese in seno a Gesù Cristo il sostanziale cibo dell’anima; apri la bocca nel desiderio dei precetti di Dio, e attrasse lo spirito suo (Ps. CXVIII): contemplò davvicino lo splendore del Verbo divino; e il Verbo riflesse sopra quell’anima monda la celestial sua luce. Come al cader d’un raggio di sole sopra un terso cristallo, rilucente e forbitissimo pare, che la luce si ridesti a quel tocco, si riaccenda e di nuovo splendore rimbalzi più viva, quasi lo specchio la vibri di un cotale suo colpo, e sicché si spanda rifratta su tutti gli oggetti d’intorno; così dall’anima del Sacerdote affiso in Dio la luce evangelica rimbalza sull’anime, che lo circondano, se più viva, almen più riflessa, più spezzata, e ad esse più umanamente adattata. Egli mise la bocca al costato di Gesù, bevve di quel Sangue, che gli palpita in cuore, ha sul labbro la parola di Gesù; sull’esempio del Figliuol di Dio; divinamente semplice è veramente il buon Pastore, che pascola le care agnelle. Col mezzo della sua parola ravviva tutto; e il giglio e l’albero del campo, la vite, il campicello, l’agnella, il gregge e tutta la natura sensibile, fa seco parlare. Onde collo splendore d’una celeste eloquenza fa da tutto riflettere chiarissime le più sublimi verità nella mente di tutti. Con una confidenza da padre penetra nel santuario dell’anime aperte con Dio; le abbraccia, le accarezza, le scuote, le informa mirabilmente varie, come l’industria della carità: tutto a tutti; sui fiori d’innocenza, che si schiudono appena, irrora stille di celeste rugiada: sui cuori piagati versa con unzione il balsamo che li ristora; coi commossi compunto, tenero con tutti, veramente per esso è il Verbo Divino, che si fa carne. – Osserviamo in prova che gli ingegni, che più onorano l’eloquenza, furono ispirati nell’altare dell’Evangelo: S. Giovanni Grisostomo, S. Basilio, san Leone, s. Gregorio, $. Agostino, Bourdaloue, Massillon, tutto calore, tutt’anima per la loro carità, crearono quella magia di stile, che veste con fantasia le idee più sottili, e scolpisce i pensieri colle espressioni le meglio appropriate per istruire, le più pittoresche per descrivere, robuste per esortare, patetiche per commuovere e consolare. Essi non sono mai così eloquenti, come quando si trovano, per dir così, fra le braccia di Gesù Cristo, divenuti padri divini, per versare col cuore Evangelo in cuore dei figli. Or via ci si dica: se Demostene in Atene, Cicerone in Roma avrebbero mai potuto immaginare, che tutte le feste, sul labbro del prete del villaggio, la carità del Redentore avrebbe ispirato una eloquenza troppo della loro più sublime, quanto dell’uomo è più grande Iddio? Deh! che direbbero questi sommi nell’ascoltare, come nelle chiesuole al povero popolo delle campagne, che da loro si teneva in conto d’armento, s’inculchino i precetti della carità divina; e come il rozzo villano e le sprezzate femminette del volgo si esortino ad essere come angioli in carne, per imitare il Padre loro, che è in cielo? Essi no, con tutte le ispirazioni del genio non furono mai tanto sublimi, quanto quest’uomo, che assorto in Dio non si cura delle frivole disuguaglianze di questo mondo di un’ora; e minaccia ai potenti l’eternale geenna, se ai più poveri non usano misericordia; e ai meschinelli del popolo, che non ne possono più della vita sempre in travagli, mostra la croce, e sopra il capo il paradiso aperto per chi la porta con Gesù Cristo. Quanto è commovente sentirlo ora stridere per ispavento per l’anima, che va a perdersi; e là descriverla come la pecorella, che, scappata tra le balze, e i precipizi, là per sentirla belare, e li per cadere in bocca il lupo: ed egli con lena affannata gridarle appresso: « o pecora cattiva… se ti piglio! » — E se la pigliate, o buon Pastore, che le vorrete fare? — Ed egli: « se la piglio la cattivella! L’abbraccio alla vita, me la metto sul collo! me la porto a casa!… e per castigo le medico le piaghe!… e per darle un ricordo da non fuggire più, le darò le manate d’erba più buona! » — Ah sì! qualche fanciulla amareggiata dall’inganno mette un sospiro e dice in cuore: la pecorella smarrita son io! Le vien voglia di lasciarsi al Pastore pigliare…. Oh Sì salva ancora! Talvolta grida tutto di fuoco quel padre: il mio figliuol disgraziato alzò la testa contro di me, indragato come un serpente! mi strappò via la sua porzione; e gittò ogni ben di Dio nella voragine de’ vizi! Va lo sciagurato di figlio coi mali compagni!… Ahi! è ridotto sul lastrico, la fame gli divora le viscere, disputa ai ciacchi immondi le ghiande, che van grufolando quei sozzi!… — Mi morrà disperato ! Eh! prodigo figlio, se mai ritorni!… — E se ritorna, o padre, che gli vorrete far voi? — Se ritorna!… l’abbraccio nel collo! me lo stringo al petto, me lo inondo di lagrime!…. per rimprovero lo copro di bacì!… per castigo lo vesto dell’abito mio più bello!…. e poi me lo porto al convito, e grido in casa: fate festa, è questo per la mia famiglia il più bel dì. In quel momento un peccatore piangente risolve di darla vinta alla misericordia di Dio, e di correre anch’esso a godersi di quell’accoglienze e carezze divine. Per lo più si sente sulla fine della spiegazione del Vangelo esclamare: « figliuolini miei, amatevi l’un l’altro per amore di Dio! » Deh! E chi mai rivelò a quest’umile figlio del popolo questi misteri dell’anime e dell’eloquenza?… Un solo Maestro: Gesù Cristo.

Laus tibi Christe.

Art. V.

FINE DELLA MESSA DEI CATECUMENI.

Letto l’Evangelo, era compiuta la Messa dei Catecumeni, i quali, come accennammo, a quel punto co’ penitenti ed ossessi dal luogo santo si allontanavano (Bossuet, Explic. De la Messe). Per ben intendere la qual cosa, fa d’uopo ricordare l’antica disciplina usata coi peccatori di quei tempi, le cui memorie sono così edificanti. – Uscita appena la Chiesa dalla persecuzione di Decio, trionfante anche dello scisma dei Novaziani, che, negandole la facoltà di rimettere i più gravi peccati, l’accusavano di rilassatezza, perché non lasciava i peccatori in disperazione; si stabili nelle chiese d’oriente un penitenziere particolare, incaricato di giudicare le coscienze per quei peccati che erano pubblici notoriamente, come fino allora aveva fatto il Vescovo solo, o col suo clero, secondo richiedevano le circostanze. Udiva egli le confessioni in privato; prescriveva le penitenze ed il modo di praticarle, se in pubblico od in secreto: e segnava il tempo dell’ammissione alla Comunione. Allora si divisero ì penitenti in quattro classi dette gradi o stazioni, nella 1° cioè dei Piangenti, nella 2° degli Uditori, nella 3° dei Prostrati, e nella 4° dei Consistenti.

I. I penitenti Piangenti dovevano restarsi alla porta della chiesa, nell’atrio, detto appunto il portico dei Penitenti, non essendo loro neppure concesso di assistere alla lezione, né ai sermoni. Colà prostrati, coperti di sacco e di cilizio, col capo sovente cosperso di cenere, colle mani giunte sul petto, in tanta umiliazione piangevano sopra le loro miserie, e abbracciavano le ginocchia di quelli che entravano, raccomandandosi di intercedere per loro presso al Signore ed al Vescovo, che lo rappresentava in terra.

II. Gli Uditori si fermavano vicino alla porta della chiesa, dove pure si lasciava che stessero presenti anche gl’infedeli. A tutti questi era permesso di assistere alle sante letture, alle esortazioni, che gli disponevano a conversione. Nelle chiese orientali, dopo il congedo degli infedeli, o di quei catecumeni, che erano uditori semplicemente, sì recitavano particolari orazioni per gli altri catecumeni, e pei penitenti, e per gli energumeni. Prima il diacono avvertiva di pregare tutti, fedeli e catecumeni. Congedati questi, esclamava: « pregate voi, o energumeni, e voi tormentati da spiriti immondi. » Poi, ricevuta anch’essi la benedizione, si licenziavano.

III. Quindi incominciavano le orazioni e le imposizioni delle mani pei Competenti, penitenti della terza classe, detti pure prostrati. Questi erano quelli a cui propriamente si dava il nome di penitenti, essendo le altre due classi stabilite per disporsi in esse, come per grado, alla vera penitenza; e si dicevano prostrati, appunto perché, come abbiam detto, ricevevano in ginocchio le imposizioni delle mani dal Vescovo nella chiesa, prima di essere congedati: e parimenti in ginocchio udivano l’orazione che per loro in particolare si recitava. Essi coi catecumeni e cogli energumeni avevano il loro posto in mezzo alle chiese fino al pulpito: e con essi dovevano uscire di chiesa, appena incominciata la Messa dei fedeli. Fin qui adunque erano ammessi coi catecumeni anche ì prostrati e gli energumeni; ma il maggior numero essendo dei catecumeni, da da questi, piuttosto che non dagli altri pochi, prendeva il nome la Messa, che fino a questo punto si dice Messa dei catecumeni.

IV. Ci resta di dire ancora dei penitenti del quarto grado, detti Consistenti, perché potevano consistere, cioè fermarsi a prender parte coi fedeli a tutte le orazioni della Chiesa. Assistevano essi al Sacrifizio divino; ma senza la consolazione di poter fare la loro offerta, né ricevere la santissima Comunione. In questa classe si collocavano frequentemente anche coloro, che non erano rei di colpa grave; ma con essi ponevansi per umiltà (Doelinger, Stor. Eccl.). Questi rigori di disciplina, queste distinzioni di classi sarebbe bene si conoscessero dai fedeli dei tempi nostri; ché così si potrebbe da loro comprendere la gravezza dell’oltraggio, fatta alla santità degli altari da chi, tra le dissipazioni e le irriverenze, coll’innalzare in trionfo di vanità un idolo di fango sino nel più interno del santuario, si porta il sacrilegio fino sotto gli occhi stessi di Gesù in Sacramento. – Dall’altra parte questi monumenti di storia sono una prova, che anche nei migliori tempi la Chiesa aveva peccatori da curarsi in seno. E questo giovi a dare la rimbeccata a coloro, che per non curarsi della Chiesa presentemente, appellano sempre alla santità della Chiesa primitiva. Letto il Vangelo, come abbiamo detto, il diacono si volgeva ed esclamava: « abscedite, andate. » Quindi licenziati i Catecumeni, gli Energumeni e i Penitenti non ammessi alla quarta classe, finché durò in vigore la severità della disciplina, per celebrare la Messa dei fedeli chindevansi le porte del luogo santo, e Vegliavano i ministri alla guardia di quelle, perché nessun immondo o indegno venisse colla profana presenza ad offendere la santità di così tremendi misteri, che gli angioli stessi adorano velati e prostrati sul pavimento del santuario (Caidin. Bona, lib. 2, cap. 18, n. 1). Ora è a dire qualche cosa del simbolo, detto volgarmente il Credo, che si recita, benché non sempre, nella Messa.

Il Credo.

Nella Chiesa cattolica si conservano quattro professioni di fede, dette simbolio contrassegni del vero fedele, o regole di fede (August. .. De Symb. ed Cat.). Chi ammette queste formole di fede è tenuto pe figlio di lei, chi non le ammette resta da lei separato e tenuto in conto di eretico e di infedele. Sono, come spiega s. Pier Crisologo (Serm. 63, De Symb. Apost.), un cotal istrumento od atto di fedeltà, con cui l’uomo si lega a Dio nel Battesimo obbligandosi poi a regolare la sua vita secondo le norme, che in esse ha giurato di seguitare. Questi quattro simboli sono: l’apostolico, il niceno,  il costantinopolitano, l’atanasiano. Quest’ultimo, come accenna il nome, si attribuiva comunemente a s. Atannsio; ma essendo in esso l’esplicita condanna e la esplicita professione di fede contro eresie, che vennero alcuni secoli dopo; o si deve dire, che non fa da lui composto, o che almeno gli si fecero posteriori aggiunte. Si recita nell’ora di Prima nell’ufficio divino, e non è qui luogo di più estendersi intorno a questo. –  Diremo adunque dell’apostolico, del niceno e del costantinopolitano.

Il simbolo apostolico è la professione di fede compilata dagli Apostoli (Natal. Alex. Diss. 12, sæcul. 1. D. Hyeron. ep. 61 ad Pam.): ed è il credo, che comunemente si recita da tutti i fedeli per tutto l’universo. In esso le principali verità della fede cattolica sono esposte con chiarezza, semplicità ed esattezza al tutto divina: e giurando questa fede, diedero per sostegno di essa la vita, come gli Apostoli, tanti milioni di martiri per trecento e più anni. Ma nel principio del secolo quarto Ario, nativo della Libia, prete di Alessandria d’Egitto, facendosi capo della più terribile eresia, che abbia travagliata la Chiesa, ardì di affermare bestemmiando che il Figliuolo di Dio non fosse generato dalla Sostanza del divin Padre; ma creato dal nulla, benché prima del tempo, ma non ad eterno, fosse differente dal Padre nella Sostanza. E benché poi confessasse che per Lui aveva Dio Padre creato ogni cosa, diceva nondimeno che anch’Esso era un essere creato, e quantunque chiamato Dio, non era Dio per natura, ma solamente deificato. Subito si raccolsero cento Vescovi in concilio nella chiesa di Alessandria, inorriditi di quelle bestemmie e lo condannarono. Né cessò per questo lo eresiarca di disseminare l’errore e fare partito, strascinando in inganno un gran numero di quei sciagurati, che gli inspirati di orgoglio, salutano sempre come benvenute le novità che lusingano: e di orgogliosi vi è sempre abbondanza! Allora s’indisse un Concilio generale. Era la prima volta, che si vide questa adunanza di rappresentanti d’ogni nazione, e costituiti padri delle anime per divina autorità. Molti di essi portavano scolpite nel corpo le gloriose stigmate del martirio; erano altri chiari di merito, di gran santità, di dottrina o di miracoli; era fra essi Atanasio il Grande, che fu poi il più glorioso campione nel difendere la fede ortodossa. Quei Padri si raccolsero in Nicea l’anno 325 per discutere liberamente intorno agl’interessi maggiori dell’umanità; per definire, colla certezza di avere l’assistenza dello Spirito Santo, che cosa credere sì dovesse, e come operare da tutti i fedeli del mondo. Costantino il Grande vi intervenne col rispetto dovuto ai rappresentanti di Gesù Cristo, e nell’entrare andò a baciare le cicatrici di Pafnuzio Vescovo della Tebaide. Qui a finirla con quel maestro d’errore, che cercava di eludere la verità con molti sofismi ed espressioni equivoche e dubbie, quei Padri, assistiti dall’ispirazione divina, cercarono alcune espressioni, che (essendo le più precise e chiare, che formular si potessero), escludessero qualunque equivoco, e la verità mettessero innanzi colla maggior evidenza. Perciò aggiunsero al simbolo degli Apostoli queste parole: « che il Figliuolo Unigenito di Dio è nato dal Padre innanzi a tutti i secoli, che è Dio da Dio, Lume da Lume, Dio vero da Dio vero, generato non fatto, consustanziale al Padre, e per mezzo di Lui furono fatte tutte le cose. » Così fu compilato il simbolo niceno. – L’eresia di Ario intaccava, anzi distruggeva tutto il sistema delle verità cristiane, da cui dipende la salvezza dell’uomo. I Cristiani vedevansi rotto l’anello, che riunisce il cielo colla terra; essendo tolto il Mediatore divino, che si abbassa da Dio agli uomini, e coll’unirli a sé, li ricongiunge in Dio. In vero, se Gesù fattosi propiziatore e redentore nostro, non fosse Uomo-Dio, la povera umanità resterebbe sempre da Dio egualmente lontana anche dopo la redenzione, e sarebbe sempre per lei al tutto impossibile d’avvicinarsegli, come era appunto nella religione pagana. Fu questo adunque il gran servizio reso al mondo cattolico dai Padri del Concilio, l’avere cioè difesa e salvata dagli assalti dell’inferno la verità fondamentale di tutta la Religione cristiana, come di tutte le nostre speranze. Così spiegata la verità dell’eterna generazione divina del figliuolo, di una sola natura col divin Padre, in questo simbolo si va innanzi, e si espone la redenzione, operata in queste parole che seguono: « Il qual Verbo per noi uomini e per la nostra salute discese dal cielo, e si è incarnato. » Nel professare questa più di tutte consolante verità; proprio nel pronunciare le parole : « SI È INCARNATO PER OPERA DELLO SPIRITO SANTO IN SENO A MARIA VERGINE E SI È FATTO UOMO » la Chiesa fa che tutto il popolo s’inginocchi, e cattivi l’intelletto a credere con umiltà questo inconcepibil miracolo di bontà divina, e, cadendo per terra in grande umiliazione, adori il Figliuolo di Dio comparso nel mondo, e baci col cuore le vestigie, che i piedi di Dio impressero sulla terra, santificandola. Così coll’aggiungere al simbolo apostolico questa dichiarazione, in cui si professa sì precisamente la divinità del Redentore nostro, si è formato il simbolo detto niceno (S. Athan., ep. ad Jovin. De Fide.) dalla città, dove si teneva il Concilio: e questa professione esplicita è quella, che richiesero i Padri in nome di Dio da chi vuol essere ammesso nel numero dei Cattolici. A questa professione va unita la memoria di persecuzioni, che durarono secoli: quasiché il nemico di Dio dopo di essersi vendicato di Lui, per essersi fatto uomo, volesse ora vendicarsi degli uomini  che a Luì fidandosi si salveranno. – Ma vi è in natura un animale, che non è né ranocchio, né biscia, né lucertola o d altro animale comune. La coda ha di quadrupede, la pelle di serpe, le branche di coccodrillo, e la maggior meraviglia è, che muta sotto degli occhi di chi lo fissa, il color delle pelle ad ogni istante. In tante Sue varietà è costante e propria sua natura l’essere schifoso e ributtante sempre. Questo animale è il camaleonte, vero simbolo dell’eresia, che senza forma propria, nè concetto di unità si adatta a tutte forme, e varia al variar di circostanze e di convenienza. Sempre solo costante nella viltà, nei raggiri, e negli inganni d’ogni maniera, essa muta ogni dì le sue credenze secondo il variar dell’aria, che spira intorno. Ne sono la più gran prova in questi ultimi tempi le sétte dei protestanti, in cui ciascuno crede come più gli talenta; perché, senza possedere con certezza la verità, ciascun si finge ciò, che vuol credere; ed è bello osservare come il gran Vescovo Bossuet, per convincerli di errore, imprendendo a scrivere la Storia delle variazioni delle chiese protestanti, col solo titolo dell’opera li convinse di falsità (Balmes). Ora la verità non varia; ed è sempre la stessa; mentre gli ariani si sono mutati in semi-ariani, i semi-ariani in pneumatomachi o macedoniani. Cioè, dopo la guerra fatta alla Divinità del Figliuolo di Dio, attaccarono gli eretici la Divinità dello Spirito Santo. Capitanati: da Macedonio, Vescovo di Costantinopoli, negavano che lo Spirito Santo fosse la terza Persona divina. I Vescovi si raccolsero ancora a Costantinopoli, regnando allora Teodosio il Grande, in un Concilio generale l’anno 381, e col simbolo costantinopolitano confermarono la professione di fede estesa nel Concilio di Nicea, la quale, come volevano i bisogni d’allora, spiegarono ancora più diffusamente, aggiungendo contro l’errore dei pneumatomachi, che dovevasi rendere adorazione e gloria allo Spirito Santo, come al Padre ed al Figliuolo; perché col Padre e col Figliuolo è un solo Dio. Il che si espresse poi colla maggiore chiarezza nella formola di queste parole. « Credo nello Spirito Santo Signore, Vivificante, che procede dal Padre e dai Figliuolo, il quale col Padre e col Figliuolo insieme si adora, e si glorifica: il quale parlò per bocca dei Profeti. » Con questa professione di fede si ebbe finalmente il Simbolo Costantinopolitano, che è quello che si dice nella Messa. – Ma nella Chiesa Romana, perché per mille anni e più, per divina provvidenza, non fu lacerata nell’interno dall’eresia (Ab. Bern. Lib. De rebus Miss. vide Baronium ad annum 1109), non si sentì pure il bisogno di attestare la fede, e fare, che con un atto di professione i fedeli condannassero quegli errori, che la massa del popolo così felicemente ignorava. Quei buoni padri nostri d’allora erano uniti col loro Sacerdote nell’ingenua semplicità di una fede salda; e bene stava, che certi errori non si conoscessero neppure di nome. Di qui credono alcuni venuto il rito di non recitare il simbolo in tutte le messe. Ma quando vi è concorso di popolo, come nelle domeniche e nelle altre solennità, la Chiesa, coi suoi figliuoli, vuol godere della consolazione di professare, nell’atto del Sacrificio sull’altare di Gesù Cristo, quelle grandi verità che sono la nostra salvezza. Come tenerissima madre ai suoi cari raccolti intorno alla mensa, ella parla così delle passate sue amarezze, delle sue consolazioni e delle sue speranze. « Ecco, o figliuoli, par che dica loro, il tesoro di fede, che mi costa tanti combattimenti. Io ve l’ho serbato intero, l’espongo a voi a parte a parte. Sono queste verità; deh! bene mettetevele in cuore, che voi, miei figli, in Dio avete un Padre, che vi aspetta in Paradiso, rigenerati nel sangue del suo proprio Figlio coeterno: e santificati dal suo Santo Spirito, in lui dovete essere beati! Fermi in questa fede su via datemi la mano: alla patria, alla patria, a vivere nel venturo secolo dell’eternità. – Osserva s. Tommaso (3 p. q. 83, a. 4.), che il credo si canta non solo nelle principali solennità; ma eziandio, per onore di particolare privilegio, nelle feste di chi si fa menzione nel simbolo stesso, cioè di Gesù Cristo, di Maria Vergine e degli Apostoli, come dei dottori della Chiesa. Ond’è che, quando, per esempio, si celebra la memoria di un santo Mistero della vita del Redentore, la Chiesa si affretta di menargli innanzi tutta la sua famiglia e fargli professione di fede. La festa è in onore di Maria Santissima? e la Chiesa le conduce ai piedi i figli credenti, quasi a dirle: « Gran Madre di Dio, deh! Guardate qui: voi siete Madre di questi figli nel vostro sangue’, perché sono generati dal Sangue del vostro Figlio, che è sangue vostro. Si celebra una festa degli Apostoli? « Viva Dio! pare che dica la Chiesa, o Apostoli benedetti, rallegratevi pure dal paradiso; che la fede da voi predicata e seminata col vostro sangue, ancora è conservata da noi a produrre frutti di vita eterna. » Si celebra la festa di un santo Dottore? « Padre santo, pare dica la Chiesa, ecco i figli alimentati dal pane di quella celeste dottrina, che voi avete gloriosamente difesa, esposta e condita coll’eloquenza della vostra carità. » – Così, come osserva pure s. Tommaso (ibi), essendo nell’Evangelio Gesù Cristo medesimo che parla ed ammaestra; noi sorgiamo nel Credo, a professare a Lui fede solennemente. Vera e santa confessione frutto delle nostre labbra, che danno gloria a Dio nella verità, ostia di laude ben accettevole  che sale in odore di soavità dall’altare insieme col sacrificio (S. Thom. rit. recit. Credo in Miss,). – Ecco il Sacerdote, che nell’atto di fare questa insigne professione solenne, stende le mani verso il Crocifisso, come per attestare la sua fede e ricevere da Gesù questo vero pegno dell’eredità del Paradiso, cioè le verità alla Chiesa affidate da custodire e tramandare ai fedeli di tutti i tempi. Pare adunque, che nei dì di festa, a cui partecipano i beati della Chiesa in trionfo, la Chiesa di qui in battaglia tuttora e vincitrice, presenti a Dio ed alla sua corte celeste questa professione di fede storica, che tanto l’onora; e come dagli eserciti vittoriosi nelle feste trionfali si portano sollevate in aria le immagini delle prese città ed i titoli delle trionfate battaglie; così tra le sue feste la Chiesa mostra innanzi nel simbolo apostolico e nelle parole aggiunte dai Concili, quasi in altrettanti bassi-rilievi o in tavolette o coniate medaglie, le combattute guerre e le verità trionfanti in quelle espressioni sostenute e difese. da patimenti inauditi, e saldate col sangue di tanti Papi, Vescovi, Sacerdoti e fedeli. In queste ella riguarda quasi altrettanti pegni delle vittorie, che verranno appresso ai presenti e futuri combattimenti, per compiere il suo trionfo. Così a noi è dato contemplare nel petto della Chiesa, nostra buona madre le larghe cicatrici sempre umide di caldo sangue…. Ah! Troppo si è pur versato di molto sangue in tante guerre di passioni su questa povera terra: ma il sangue versato dalla Chiesa, per difenderci le verità divine, è il più puro, il più generoso, che mai si sia versato in pro dell’umanità. Ella col gridare insieme coi figli innanzi all’altare: « Credo in Dio Padre di tutti, protegge lo schiavo, il bambino, la donna, tutti gl’inermi, incutendo rispetto ai crudeli, che pretendono d’esserne padroni: per ogni diritto dei deboli ha dato del sangue, e si prepara a spargerne ancora, per difendere la famiglia col Sacramento del matrimonio, se sarà d’uopo. Oh sì! quando vediamo il suo vecchio capo, il Papa, sempre a combattere contro gli usurpatori, per difendere i più vitali interessi dell’umanità; noi dobbiamo esclamare: « Grande Iddio, proteggete l’opera vostra, e fate conoscere agli uomini il vero loro difensore! »

LO SCUDO DELLA FEDE (235)

LO SCUDO DELLA FEDE (235)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

Art. IV.

L’EVANGELO.

Preparazione per leggerlo al popolo.

Ecco finalmente il tempo salutato per tanti secoli dai Profeti (Heb. I, 1), che il videro collo spirito del Signore; ecco l’ora che ha fatto giubilare col pensiero i santi Patriarchi (Jov. VIII, 56), in cui finalmente avrebbe parlato agli uomini Iddio di sua bocca. Ecco Gesù Cristo, che parla nel suo santo Vangelo; perocché quando i fedeli ascoltano la lettura del santo Vangelo, è il Verbo eterno che riflette sui cuori un raggio diretto della Divinità; è il Verbo eterno che si abbassa, e cerca in certo qual modo ancora incarnarsi nel cuor dell’uomo (Orig. Hom. 53 in Matt,), informando l’anima colla parola divina: « Beati quelli che sono di Dio, e perciò ascoltano la sua parola (Luc. XI.).» – Una volta una buona donna, che dovette essere una madre, bevendo le parole di vita, che fluivano dal labbro di Gesù Cristo, ne andò sì ripiena di consolazione, che si mise ad e clamare: Beate le viscere che ti hanno portato; beato il seno che ti ha allattato, o Gesù! » E Gesù Cristo, forse per farle meglio gustare la sua ventura: « che anzi, le disse, beato chi ascolta la parola di Dio, e la custodisce nel cuore. » Quasi volesse dire: la mia Madre sì veramente è beata; ma la ragione più bella di tenerla per tale, è perché ha ascoltata e custodita la mia parola (Beda, Homil. Lib. 4, c. 40, in Luc. II); e questa beatitudine, o buona donna, ecco, la puoi tu pure godere. Questa beatitudine nella Messa è assicurata a ciascun di noi se vogliamo ascoltare e conservare nel cuore la lettura del santo Vangelo. Prepariamoci intanto colla devota considerazione dei riti, che la accompagnano. In quest’istante la Chiesa si prepara per godere della sua ventura. Gli accoliti portano in mano i candelabri ardenti, e si presentano dall’uno all’altro lato dell’altare per accompagnare il santo verbo di Dio, che è 1’Evangelo. Il turiferario si affretta ad agitare il braciere infuocato; affinché consumi il prezioso profumo innanzi alla Divinità nel momento, che si degna parlare cogli uomini, per accendere in essi la carità. L’accolito presenta al Sacerdote l’ardente turibolo. Il diacono, che tiene in mano affidata la navicella, che porta dalle più lontane regioni il peregrino profumo, bacia la man del Sacerdote, e lo prega di benedirlo, affinché non sia indegno di Dio. Il Sacerdote versa l’incenso a consumarsi in forma di croce, affinché quell’offerta dell’incenso, che rappresenta la povera gratitudine nostra pel gran dono del santo Vangelo, possa venire accetta a Dio per la memoria di quella grande offerta, che gli ha fatto il Figliuol suo sopra la croce. – Il diacono va a prendere il libro del santo Evangelo, e lo pone in mezzo dell’altare come in trono, sopra le spoglie dei martiri, che versarono il sangue per sua difesa, e sotto la croce su cui sta come agnello svenato Gesù, che ruppe i suggelli, e diede da leggere scritto tutto col suo sangue il gran libro dei Misteri di Dio.

Il libro del Vangelo.

Due cose sono necessarie all’anima cristiana, cioè la luce della verità, e il pane della vita; e Gesù (Imit. Chr. lib. 4) gliele provvide e amministra dall’altare. Preparato il popolo dopo l’umile confessione colla remissione dei peccati, colle benedizioni e colle preghiere, e dispostolo nella lettura dell’epistola cogli ammonimenti, colle promesse, colle figure, e colle profezie a ricevere la pienezza della verità; ora il Figliuol di Dio stesso di sua bocca vuole ammaestrarlo, per dargli poi il pane della vita. Sull’altare è il libro dell’Evangelo: in esso non più figure enigmatiche, non più segni oscuri; ma è il gran profeta della Chiesa cristiana, è il gran dottore della giustizia, il legislatore del Nuovo Testamento; anzi, molto più che profeta, dottore e legislatore, è il Desiderato delle genti, è Gesù Cristo stesso, che dice le sue parole, come amico ad amici. Oh bontà del divino Gesù! sì veramente ci si donò tutto, interamente: mentre sotto i veli del Sacramento ci vuol donare se stesso prima colla sua viva parola spira in noi l’alito della carità, affinché possiamo vivere a Lui uniti. Gesù è il Verbo di Dio, è presente in ogni luogo, e nella sua eternità i tempi altro non sono che un tutto presente. Egli è dunque qui, e nel Vangelo vivifica la sua parola, che diventa parola viva sul labbro suo. Egli è proprio Lui, che qui ora vagisce bambino, fanciulletto vive soggetto a Maria e a Giuseppe nella casa di Nazaret: ci dice beati noi, che viviamo fra le tribolazioni con quell’amabile parola: ci comunica di sua mano: ci guarda in volto grondante di sangue in passione: ci tira sotto la croce con ansioso lamento; ci piove il sangue sulle persone; ci fa metter la mano nel suo Costato; non ci abbandona più; ci piglia in Cuore, per portarci in paradiso. Ci pare adunque vedere Gesù nel Vangelo. – A differenza di ogni altra parola consegnata nei libri, che è cosa morta, e quasi scheletro di pensieri e materiale segno di alcune idee, qui la parola del Vangelo è quella medesima, che, spirando da Dio per mezzo del consostanziale suo Verbo, diede l’essere ed il movimento a tutte le cose, e che poi uscita di bocca al Verbo stesso umanato a foggia di Spirito animatore, ebbe corsa e rinnovata la faccia della terra. Qui questa parola nel libro del santo Evangelo, e dallo Spirito di Dio vivificata, è come un raggio di vera luce vivida ed immortale; ella è il verbo del Verbo divino; e, non sapendo dir meglio, diremo, che ella è come una emanazione continua, che esce dal seno della Divinità ovunque presente! La Chiesa in fatti le adopera un culto particolare, anzi le presta adorazione come a cosa divina; perciò il Sacerdote, che sempre nel pregare, pronunciando il santo Nome di Dio, si volge, e s’inchina alla croce, se gli avviene di nominarlo nel leggere il Vangelo, s’inchina al libro stesso, come a Gesù Cristo in persona, adorandolo nella sua parola. – La Chiesa poi confida così nella virtù di quella parola, che l’usa come una potenza a fugare il demonio. Quindi nel dare benedizioni e nell’assistere ai moribondi, fa che si legga porzione del santo Evangelo; perché allo scintillare di quella luce divina fuggano le potenze delle tenebre, come da fulmine che le percuota. Per questa ragione alcuni degli antichi fedeli si portavano con tenera venerazione il santo Vangelo sempre sul seno; altri ne appendevano al collo alcuni versetti; altri non contenti d’averlo avuto indivisibil compagno nel pellegrinaggio della vita, morivano stringendoselo al cuore, volevano che si ponesse sul petto seco nel sepolcro, testimonio delle fede, argomento della speranza d’aver a risorgere, e mallevadore della vita eterna. Così sul petto dell’Apostolo S. Barnaba si trovò nel  sepolcro scritto di propria mano l’Evangelo di S. Matteo. – Furono poi nelle chiese con ogni più fina cura dai fedeli guardati i sacri codici evangelici, e si conservarono in ceste d’oro tempestate di gemme (S. Greg. Turon., De glor. confess. Cap. 63); e nei tesori delle cristiane antichità li troviamo coperti d’oro e d’argento, ricchi d’ogni più prezioso ornamento e del più squisito lavoro. Come osserva s. Clemente Alessandrino, Gesù nel Vangelo non solo ci comunica la sua dottrina; ma ci si rimette sotto gli occhi quasi presente nei misteri, e in tutte le azioni della sua vita; e così continuerà quasi presente a parlare di sua bocca ai fedeli Egli stesso fino alla consumazione dei secoli. Quindi negli antichi concili, come in quello di Efeso ed in tutti i concili ecumenici (Baronius. Annal. Eccles., 325, n. 40), si collocò il libro dell’Evangelo in maestoso trono, perché fosse testimonio parlante delle verità, che con lui concordi lo Spirito Santo avrebbe coll’ispirazione dichiarato pel ministero dei Padri. Ancora al tempo presente. quando Si vuole attestare la verità con un solenne giuramento, si mette dinanzi il Vangelo, s’accendono i lumi, simbolo della fede, con cui si adora il Verbo del Dio vivente in esso, e mentre stende la mano, chi intende giurare, con quell’atto solenne fa appello alla veracità di Dio, che si adora presente chiamandolo testimonio e giudice del vero, che si protesta di dire. – Gioverà qui ricordare un bel fatto. A Cesarea di Palestina viveva s. Marino, uno dei primi ufficiali della corte del governatore; e gli toccava per ragion di grado di essere fatto centurione. Un cotale suo competitore, per escluderlo da questa carica va, e denunzia lui essere Cristiano, e perciò per legge escluso, perché non sacrificava agli imperadori. Aceo governatore il dimanda se fosse vero; e Marino a lui francamente: « Sono e mi glorio d’essere Cristiano. » Il governatore gli dà tre giorni di tempo. Era in sull’uscire dal Pretorio, e gli si fa incontro Teoteno Vescovo, che lo prende per mano, lo mena innanzi all’altare, e, sollevatagli la clamide, gli scopre la spada al fianco; e, facendogli posar una mano sull’elsa e l’altra sul libro del santo Evangelo, « Marino! gli dice quel santo Vescovo, eleggi o questa, o questo: o la spada, o l’Evangelo. » Marino, senza esitare, prende il Vangelo, se lo pone sul petto, e, « questo dice, sì, questo eleggo. » E il Vescovo: « ben sia teco, ché hai scelto il tuo migliore. Statti fermo con Dio, e va in pace. » Esciva di chiesa, e andava a versare il sangue in supplizio a difesa dell’Evangelo, che aveva scelto per sua porzione. – In tante persecuzioni i martoriati fedeli, nella consolazione di possederlo, dimenticavano il furore delle tempeste, e con esso rifugiati negli antri, gli cantavano allegre lodi d’intorno, e si lasciavano tagliuzzare le membra, ed abbruciar vivi, piuttosto che consegnare una copia di questo libro, che ci tramandarono in eredità col loro sangue (Cantù, vol. 5, Persecuzioni, Storia Univers.). Qui ci pare di vedere gli antichi fossori raccogliere le salme dei fedeli squartati, comporle nei sepolcri, e quasi a consolare quei cadaveri mutilati orribilmente, porger sul petto una particella del divin libro e dire: « riposate, povere membra, riposate per poco qui nel tempo: risorgerete presto alla vita eterna, che v’è promessa: e questo libro nel dì della manifestazione presenterete come titolo della vostra fede e dell’eredità del paradiso. »

I.

Il canto del Vangelo.

Perché, come osserva s. Tommaso nell’Evangelo s’istruisce il popolo perfettamente, la Chiesa lo fa leggere dal diacono ministro maggiore: e mentre il suddiacono sta già pronto appiè della predella per accompagnarlo alla tribuna, quegli prostrato  sui gradini dell’altare, è tutto in preparare l’anima sua. Colle mani giunte sul petto, cogli occhi fissi alla terra, tremante pel grande incarico a cui sobbarcare si debbe, quest’uomo ripieno dello spirito di Dio non sa fare altro, che dire gemendo: « mondate il cuor mio ed il mio labbro, o Dio onnipotente; voi, che al profeta Isaia avete le labbra purificate coll’acceso carbon dell’altare. Deh! colla vostra gratuita misericordia degnatevi di mondare questo uomo peccatore, e farvelo degno di servirvi d’organo a parlare al popolo vostro la vostra parola. Fatelo per i meriti di Gesù Cristo nostro Signore. » Sorge! va diritto in mezzo all’altare, s’inchina in atto di chiedere in grazia, gli sia concesso di prendere il Vangelo. Con quel pegno divino fra le mani cade in ginocchio a piedi del Sacerdote, « O padre, esclamando, o Signore, comandatemi voi affinché da un vostro cenno io prenda ardimento alla grande azione, confortato dalla vostra benedizione. » Il Sacerdote benedice con queste parole: « Dio ti possieda il cuore; Dio ti muova le labbra, affinché colla tua bocca santificata annunci con dignità, come si conviene, la sua parola. Va nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. » – Il diacono bacia la mano ripiena dei balsami del Signore, venerando nel Sacerdote l’autorità che Dio gli ha comunicata; s’inginocchia col suddiacono sotto la croce adorando Gesù; indi, preceduto dagli accoliti cogli accesi doppieri e col sacro fuoco ardente, accompagnato dal suddiacono, portasi alla tribuna, dove depone con gran religione il santo libro, e lo apre: passando esso profondamente tutti s’inchinano innanzi al Verbo di Dio (Mansi, De vero Eccl.). Alla vista di quel libro divino aperto sopra quel trono, pare ai fedeli di vedere sopra il ricco origliere trapuntato d’oro e adorno di fiori, che mai non appassiscono, riposare l’Agnello divino, ritornato a vita immortale dall’altare, su cui fu svenato. Vedon in fatti in quel libro il titolo originale della riconciliazione, la tavola del gran patto stretto tra il cielo e la terra, il pegno dell’eredità del paradiso, promesso ai figliuoli adottati nel Sangue del loro primogenito Figliuolo di Dio; insomma il libro della vita aperto per tutti. Gli splendono i lumi d’intorno, e anticamente nelle chiese d’oriente s’accendevano tutti i lumi per esprimere la letizia e la vigilanza delle anime e lo splendor di verità, che dall’Evangelo si diffonde per tutto l’orbe. – Ciò si fa ancora da noi nella festa della purificazione di Maria, forse per esprimere la luce divina, che Gesù ha portato in terra, e la fiamma della carità, di che fa ardere i cuori, e per festeggiare il Bambino Gesù, che appare nel tempio fra le braccia della Madre Santissima; come pure nella domenica delle Palme si prendono in mano le palme quasi per festeggiare in trionfo Gesù, che viene a parlarci. – Il popolo sorge in piedi come un sol uomo. Anticamente i re deponevano la lor corona, che avevano ricevuta sul capo consacrato per grazia di Dio; (ma allora potevano stare tranquilli che la mano sacrilega dei popoli in rivolta non l’avrebbe mai tocca): i guerrieri sguainavano la spada e l’appuntavano a terra, per mostrarsi assoldati all’Evangelo, e pronti sotto la croce a combattere per la patria e la famiglia, per ogni bene di Dio: monarca, milizia, e popolo sotto il vessillo di Gesù, alla lettura del Vangelo stavano in atto di chi aspetta i comandi di Colui, che li conduce alla conquista del regno de’ cieli. Il diacono grida loro: « Fratelli, il Signore sia con voi: » « e collo spirito tuo » rispondono tutti. « Eccovi ciò che vi dice Gesù nel Vangelo. » Tace un momento, si affretta d’abbruciare l’incenso, in atto di adorare Dio nella sua parola. Momento solenne! Terra, terra, ascolta Iddio medesimo! Figliuoli degli uomini, questa è la parola creatrice, che vi ritorna all’immortalità, per cui ella vi aveva creato! Beato chi l’ascolta, e la custodisce! – Qui è da notare, come il Sacerdote sta sull’altare a piè della croce. Rappresentante di Gesù Cristo, da quell’altezza, quasi dall’alto della casa del Padrone Evangelico, si vede spiegato dinanzi nell’universo il gran campo da farvi la raccolta, e vi spedisce l’operaio. Questo atto del celebrante, che manda il suo ministro a pubblicare l’Evangelo, significa, che dal divin Padre ricevette Gesù ogni potestà sulla terra, e da Gesù Cristo il sacerdozio ha il diritto ed il dovere di conquistare in essa tutte le nazioni alla verità (Natt, XXVIII, 18). Ma sì però che nessuno dei ministri abbia d’arrogarsi questo onore di predicare in nome di Dio, se non è, come l’antico Aronne (Heb. C. 5, v. 4), chiamato da Dio e delegato da chi è posto da lui a reggere la sua Chiesa, coll’ordine della Gerarchia.

La Gerarchia.

Essendo la verità il primo bene degli uomini, ed ogni bene venendo di cielo dal Padre dei lumi, che è Dio; Egli il tesoro delle sue verità affidava alla Chiesa, cioè alla congregazione da lui ordinata degli uomini chiamati a salute, e consegnata come gregge d’agnelli da pascolare e reggere a Pietro ed ai suoi successori (Jo.  XXI, 16). Questa società di fedeli con Dio, non può essere se non che una; perché uno è Dio, ed una sola è la verità, e deve essere universale, cioè cattolica, e nella sua unità abbracciar l’universo, ed illuminare, come il sole, tutta la terra. Gesù Cristo per fondarla sicura in unità, la costituiva sopra una pietra destinata a metter in pezzi coloro, che vi cadranno sopra, e quelli altresì sopra di cui ella cadesse (Matth. XXV, 44); e dava cominciamento al mistero dell’unità della Chiesa collo scegliere dodici fra i suoi discepoli. Ecco la prima separazione, questa degli Apostoli dal resto dei fedeli; ma volendo consumare il mistero dell’unità, fra dodici ne scelse uno; e per porre l’immancabile pietra, sopra la quale meditava di sollevare tutto il suo edificio, scelse Simone, a cui diede il nome di Pietro col dirgli: « Tu sei Pietro, e sopra di questa pietra edificherò la mia Chiesa. » Col mezzo di lui fondò la Chiesa, soggiungendo: « Le porte d’inferno non prevarranno contro di essa, » Poi disse: « Ti darò le chiavi del regno de’ cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra, sarà legata ne’ cieli; e qualunque cosa avrai sciolta sulla terra, sarà sciolta anche ne’ cieli. » Con questa parola qualunque ha messo sotto il potere di Pietro il mondo universale; e questo potere dato a lui solo, sopra tutti senza eccezione, porta seco la pienezza, non avendo a dividersi con alcuna altra potenza. Sin qui s. Cipriano, che saldava la sua fede con morir martire per essa l’anno 258. Quindi con tutti ì dottori conchiude Bossuet (Expos. de la Doct. Cathol. Art. 22), ecco che il sommo Pontefice è il centro necessario, è il vincolo immortale dell’unità del corpo di Chiesa santa. Dov’è adunque Pietro ed il Pontefice suo successore, là è la Chiesa (S. Ambr.): e solo in esso i Vescovi trovano l’unità dell’episcopato indivisibile (Bossuet l. c.). – Ed ecco, prosegue Bossuet, il mistero dell’unità cattolica, ed il principio immortale della bellezza della Chiesa. Essa è una nel suo tutto, ed una in ciascun membro; perché v’ha un legame divino, che unisce tutte le parti, che formano il tutto. Non basta che essa sia unita al di dentro dallo Spirito Santo; ma ha altresì un vincolo comune dell’esterna sua comunione, e dee rimaner unita con un governo, in cui l’autorità di Gesù sia rappresentata. Affinché nel governo istituito da Gesù Cristo l’autorità di Gesù fosse rappresentata, bisognava stabilirvi un capo, costituito da Gesù Cristo per condur tutto il gregge nelle sue vie (Bussuet, l. c.). Perché poi il Vangelo doveva propagarsi per tutto il mondo; e gli Apostoli dovevano istituire Vescovi e ministri inferiori in tutti i paesi, in cui avessero portata la luce; bisognava (dicono qui con s. Cipriano nella loro esposizione tutti i Vescovi di Francia dell’Assemblea del 1791), per mantenere nell’unità di una medesima fede e di uno stesso governo tutte le chiese particolari disperse sulla superficie della terra e tutto il popolo immenso delle nazioni, bisognava una potenza superiore, a cui tutte le chiese fossero subordinate, e che potesse reprimere le discordie, che fossero nate in mezzo ad essi. –  Questa potenza, questo capo di tutto il gran corpo è Pietro, l’abbandonar il quale è fonte di scismi e di tutti gli errori di quelli che dicendosi Cristiani, camminano nelle tenebre della notte. Così nell’esposizione suddetta contessano tutti i Vescovi di Francia. – Stabilito il vincolo dell’unità, fondò il ministero dell’Apostolato; cioè ordinò gli uomini destinati ad estendere la Chiesa in tutte le parti del mondo; ed ebbe così Gesù Cristo stabilita nella Chiesa la gerarchia, cioè un’adunanza di uomini subordinata ad un Capo per operare ad un medesimo fine; la quale colla diversità dei gradi e dei misteri forma l’episcopato, poi il clero cattolico. In esso è un Capo, che è il Sommo Pontefice, che con un cenno muove questo gran corpo diffuso per tutto il mondo, e lo  fa agire in ordine al disegno ricevuto da Dio. in esso pure sono i Vescovi, come capitani, che tengono l’ordine, eseguiscono i cenni, e dirigono le mosse, operano entro il cerchio, loro assegnato. Monarchia per l’unità del Papa; aristocrazia per l’unità dei Vescovi; democrazia, perché tratto dal popolo, l’Apostolato cattolico si confonde col popolo in cui trasfonde la sua forza vitale. Questo corpo abbraccia la terra, e mira a conquistar l’universo alla verità del Vangelo. Questi apostoli o missionari hanno già una storia di meravigliose vittorie in loro favore. Senza armi conquistarono i popoli conquistatori; e, quando i barbari invadono i regni, essi li adocchiano come loro facile preda, solita a conquistarli alla civiltà. Combattuti, trionfano morendo; e la loro vittoria è condurre gli uomini a salvarsi in Dio. Son la vera crociata di Dio che il Papa capitana da Roma. Intanto ecco un vero miracolo, il miracolo d’ogni di nella Chiesa Cattolica. – Questo povero vecchio, inerme, sempre guerreggiato, e sempre invincibile, sono ormai quasi duemila anni, che manda i suoi discepoli ad insegnare a tutto l’universo le verità necessarie per far migliori gli uomini. È tutto dire: quest’uomo solo ha fatto più per insegnare la verità, che non tutte le potenze antiche, e tutti i dotti di ogni tempo. Di fatto l’India, la China, l’Egitto, la Grecia, Roma; ecco ciò che ha di grande l’antichità. E che fecero mai tutte queste potenze per istruire e far migliore l’umanità? L’India se seppe alcun vero, lo tenne nascosto per la casta privilegiata; e tutto adoperò a tenere come maledette e schiave nell’ignoranza le caste dipendenti. La China fece delitto dell’uscire ad insegnare il vero agli altri, e decretò pena la testa a chi volesse a lei venire ad insegnarlo. L’Egitto del vero fece un mistero, che tenne celato nei geroglifici, e per giugner a scoprirvi qualche cosa, eh! bisogna ben esser cima di dotto. La Grecia con tutte le sue grazie, collo splendor delle sue parole, con quella potenza di genio, che pareva ispirasse il pensiero fino ai sassi, tradusse in mille forme brillanti il bello, che lusinga i sensi e pascola l’immaginazione; ma insegnò ella un nulla del vero, di che abbisognano gli uomini per divenire migliori? Roma pagana corse il mondo, ma per incatenare i popoli; e, portando seco gli errori di tutti, lasciò tutti schiavi nella più abbietta ignoranza. – Bisogna nondimeno essere sinceri, e confessare la difficoltà. Gli uomini ben sovente non vogliono il vero; e guai a chi a loro dispetto un vero che dispiaccia, voglia insenare! Allora conviene essere disposti a morire per istruirli. Ora conviene egli morire per istruire gli uomini, e farli migliori? Che cosa risponderebbero i dotti a questo quesito? Le scuole antiche avevano già data una risposta simile a quella, che danno i moderni umanitari. I dotti sono sempre usati a raccogliersi nelle loro accademie, meglio ancora sotto l’ombra del trono di un principe palpeggiato e adulato; e, gravemente sdraiati sui loro stalli, sanno leggere le loro dicerie sapute. Così se l’intendono fra loro, e tronfi del loro sapere, sprezzano un volgo ignorante; se pur, politici sino alla perfidia, come il nemico di ogni bene, non tentano i popoli a mangiar il frutto d’una scienza avvelenata, per trasfondere in essi le loro idee, dominare le masse, e strascinarle nel vortice delle rivoluzioni al loro disegno di perdizione. Del resto, i dotti di tutti i tempi, che si vantano maestri dell’umanità, ed anche, a quel che pare, ì giornalisti, che si vendono per tali al popoletto, non si sentirono mai grande vocazione al martirio; e per quanto noi sappiamo, non è mai che se n’ncontri qualcheduno incapricciato d’insegnare a fare il bene a chi vuol dare in cambio la morte. Essi credono essere meglio conservarsi al bene della patria, e lasciar andare a cimentarsi cogli antropofagi, chi? I missionari, cui il sommo Pontefice coi Vescovi di tutto l’orbe, consacrandoli  nell’ordinazione, dà in mano il Vangelo, ed, accennando alla croce, dice con Gesù: « or via andate, insegnate a tutte le creature; » e così gli spedisce colla missione.

La Missione ed i Gesuiti.

Sono mille ottocento e più anni, che per eseguire questo comando, gli apostoli non aspettano che gli uomini vengano a chiedere; ma si gettano per tutte le contrade, attraversano i mari, si arrampicano sulle più dirupate montagne, si inselvano nelle foreste in cerca degli uomini dovunque, d’ogni colore, d’ogni clima per avviarli al Padre loro in Cielo. Corrono essi per ogni verso la terra, assalgono gli uomini, che da sé li ributtano, si attaccano a loro; predicano opportunamente; s’affannano,, gridano tanto e fanno tanto, che impongono a credenza, e mettono dentro, per dir così, a questi per forza la dottrina, che gli ha da salvare. – Ma quali fanno guadagni questi franchi predicatori del vero? Non sapremmo, sé forse questi a certa morte devoti avessero già il bel piacere di essere attaccati al patibolo, come S. Pietro e Perboyfre, o d’essere ammozzati del capo, come san Paolo e il Padre Bernard, o d’essere scorticati vivi, come s. Bartolomeo e Coinay. Sarà forse stato loro gusto particolare il goder dentro in quei raffinati martori d’indescrivibili morti. Certo con quel loro programma, vogliam dire l’Evangelo, da far adottare in pratica, dovettero e dovranno scontrarsi nel mondo con fieri nemici ed accaniti. Eh! ci voleva bel coraggio per venire a Roma, quando gl’imperatori Romani si facevano adorare per déi, ed intimare predicando al Giove del Campidoglio: « uomo di fango, umiliati al Crocifisso, che ti prepara l’inferno, se non diventi di cuore come l’ultimo dei tuoi schiavi. » Gli offesi imperatori, che non si piccavano d’umiltà, gridavano subito: « tagliate la testa a questi nemici, rei della nostra maestà divina. » Venire a dire in mezzo al popolo d’allora: « uomini, rispettate le donne, che sono le sorelle della Madre di Dio; e Dio stringe indissolubile in cielo il matrimonio, che a loro vi lega. » Quegli sguinzagliati, che mutavan le mogli col mutarsi dei consoli, (che alla più lunga a quei dì duravano un anno), gridavano subito: « alle tigri, ai leoni questi perturbatori del popolo romano. » Venire a quei tempi in nome di Dio e dell’umanità oltraggiata ad intimare ai prepotenti padroni, che tenevano due terzi degli uomini in conto di cose da scapricciarsene a volontà: « gli schiavi che tenete in catene, son vostri fratelli; rispettateli, ché son membra del corpo del Figliuol di Dio. » Quei feroci, che trucidavan nel lago Fucino diciannovemila servi per giuoco in una festa data all’imperatore Claudio, e che degli uomini facevan carne da ingrassare le anguille nei serbatoi, gridavano subito furiosamente: « La croce, la croce a questi congiuratori »contro lo stato romano. » Sì, la verità tira addosso l’odio, lo disse il filosofo, lo ripete il volgo, ed il Sacerdote lo prova sempre: perché la verità assale i pregiudizi, combatte le passioni, e ferisce l’egoismo; e pregiudizi, passioni ed egoismo sono gli elementi, che del potente fanno il tiranno. Quindi imperatori, legisti, filosofi, tutti si collegarono per soffocare nel sangue questi predicatori di un vero tanto abborrito. La Palestina, la Grecia, le Gallie, la Spagna, l’Africa, l’Asia e l’Europa tutta sono bagnate dal sangue dei martiri. Roma, basta nominarla, era il macello dei martiri (macellum martyrum). Si scoprono mondi novelli, le due Americhe e 1’Oceania; ed i Sacerdoti sono già là col predicare il vero e farsi ammazzare. La  enumerazione è inutile qui; perché l’odio della verità non è negli uomini un eccesso di furore, che passa; ma è una malattia cronica, che dura da Adamo a noi. Odiare il vero, calunniarlo e tratto tratto rispondere col pugnale alle ragioni, che non si possono altrimenti combattere, è la solita impresa che ha un’antichissima storia, e sempre nuova. Gli annali del mondo sono sempre lì a dire, che da s. Pietro a questo di i Sacerdoti ebbero sempre a combattere; sempre combattuti e sempre freschi, strascinati sul patibolo, muoiono col sorriso del trionfatore sul labbro, guardando sotto il patibolo una turba di prodi, che corrono a raccogliere l’eredità di sangue, successori all’impresa. Ricorderemo gli ultimi tempi, in cui Voltaire: « mi arrabbio, diceva, di sentire sempre a dire, che dodici uomini hanno potuto fare il mondo cristiano; io ho voglia di mostrare, che basta un solo a distruggere il Cristianesimo; » e poi invece stringeva in lega tutti i filosofi e letterati, molti potenti, ministri, e fino alcun re. Allora impaziente vantava già il trionfo, gridando: « Morte ai preti, schiacciamo l’infame (Gesù Cristo !): da qui a cinquanta anni Dio avrà fatta la bancarotta. » E i preti?…. Sentasi ciò che scrive Violet (Barruel), commissario presidente dei carnefici, nell’occasione che vedeva tagliare la testa, e scannare alla rinfusa in una volta 197 preti: « Io mi smarrisco, io strabilio; io non intendo più nulla: i vostri preti vanno alla morte dei carnefici colla medesima gioia come si cercava di salvarne, buttandone dietro ad un uscio .quanti poteva. Bene! I preti nella morte per la verità van proprio a nozze, vanno di fatto a sposare l’anima coll’Eterno Verbo, in seno al Padre in Paradiso. – Questo è il miracolo d’ogni dì nella Chiesa cattolica. In questo istante l’aere è negro; la bufera romba; guizzano or qua or là certi lampi, che la fan vedere spaventosa sul capo: fischiano certe urla che dicono: « Preti, il dì della vendetta è vicino… a momenti!… e il vostro sangue!… » E i preti? I preti sempre al posto. Anzi provocano, per dire così, i nemici; e pare che dicano: « all’erta. all’erta, voi, che ci minacciate la morte dai vostri club: sorprendeteci in chiesa, e ci troverete al posto, a che fare? a predicarvi di salvare l’anima vostra. » I politici adoratori dello stato gridano ai preti: « usurpatori! che volete mettere la mano fino sopra la corona dei re, e disporre delle leggi del matrimonio; » e i preti al loro posto predicano alto: « frenate la carne, e poi andremo d’accordo. » Or ora dappertutto dai nemici si chiamavano i preti avari, sozzi e trafficanti; e i preti da per tutto al loro posto a guadagnarsi, se vien bene, la peste per convertir quelli almeno alla morte. Si, proprio oggi (anno 1854) ì predicatori della cattolica Chiesa, minacciati in Inghilterra, affamati in Irlanda, perseguitati nella Nuova Granata, scannati nella Cina, nel Tonchino, nella Polinesia, questa fazion clericale, così temuta, così calunniata, che fanno? Là ed in certi altri paesi d’Europa… che macchinano?… a che si preparano? Macchinano di salvar tutti, e colgono il momento dell’invasione del colera-morbus per correre al letto dei moribondi ad eseguire il disegno;… e si preparano al martirio!… Anzi il martirio, che taglia la gola, è la breve cosa; ma durarla in mezzo agli insulti e alle calunnie dei vili, alle minacce dei truci, in mezzo alle persecuzioni ipocrite alla sordina; quando col dare un passo indietro, come fa per lo più il ministro protestante, col dire sempre ai dominanti: « va bene, » si potrebbe inebriare ai vapori della popolarità; ed invece trangugiare il calice delle amarezze ogni dì: sia lode a Dio, questa è politica inusitata, questa è virtù che viene dal cielo! « Sì eh! dirà taluno; ma se venisse la persecuzione davvero… allora? » Allora, noi rispondiamo, i predicatori dell’Evangelo, come hanno sempre fatto, esclamerebbero ancora: « Emmanuele! Dio è con noi! » E gli aiuterebbe Iddio. Ecco un bel fatto. – Era appena scoperta l’America, e alcuni missionari colle navi formate di scorza d’alberi si cimentarono sopra il gran fiume, il Rio della Plata, e remigando contro acqua adagino penetrarono in mezzo alle negre selve del Paraguay. I selvaggi, color di rame, stupiti al comparir di quei bianchi in veste nera, s’arrampicavano su per gli alberi, o guatavanli tra le fronde paurose. Quegli europei sapienti incantatori suonavano il flauto, cantavano e facevano graziose moine, per attirare i selvaggi appresso; e intanto vogavano innanzi. Ma i selvaggi nel vederli avanzarsi correvano, come orsi, a rinselvarsi tra le macchie più folte, e nei più oscuri buscioni. Così non veniva loro mai fatto di averne pur uno per convertirli. Eppure prendon terra alla fine. Ora che sarà mai di loro? Essì attraversano foreste e paludi nell’acqua fino alla cintura, s’arrampicano a rocce scoscese, corrono presso ai selvaggi negli sconosciuti deserti, costretti a mangiarsi fino le vesti per non morir di fame: penetrano nei precipizi, frugano per gli antri, dove trovavano spesso serpenti invece di uomini, di cui vanno in cerca, e lì restano divorati dai selvaggi… Ed ecco una delle molte avventure. Un bel di trovano sopra una rupe tutto crivellato di frecce un cadavere, già mezzo dilaniato dagli avvoltoi. Lo riconoscono; era del compagno padre Lisardi gesuita… « Oh sciagura, sciagura! avrebbe esclamato più d’uno di noi.. Che fare adunque in mezzo a queste belve umane, le mille miglia lontani dagli Europei? Chi vuol fermarsi ancora per far Cristiani questi feroci? » In simil frangente il padre compagno col suo breviario sotto del braccio, col Crocifisso fuor della cinta sul cuore, corre sulla rupe vicina, e canta: « Te Deum laudamus etc. »Vi lodiamo o Signore, confessando la vostra bontà! L’America si farà cristiana, perché è bagnata del sangue dei Martiri missionari. » Dunque, se venisse la persecuzione, i Sacerdoti vincerebbero morendo, perché viene da Gesù la virtù della missione. – Per mostrare tradotto in atto nella più splendida maniera il disegno della missione, vorremmo poter esporre qui in compendio la storia di un solo Istituto cattolico, quello della Società di Gesù. « Che cosa è il sacramento dell’Ordine? È il sacramento incaricato di operare e continuare sino alla fine dei tempi il prodigio dei prodigi. Così nella preziosa operetta: La sveglia del popolo (Lez. X). E gli annali delle missioni dell’universo sono lì, per attestare splendidamente questa verità. Ma qui senza nulla sminuire dei meriti luminosi di tutti gli altri apostoli innumerevoli degli Ordini secolari e regolari del clero cattolico; poiché contro quello dei Gesuiti fervono tutt’ora, come quasi sempre, più acre le ire maligne dell’empietà, fermiamo per poco appunto sopra le loro missioni, siccome le più combattute, il nostro sguardo; e si parrà più manifesta la prova, che veramente divina è la virtù che vigoreggia nell’apostolato di quegli uomini, che si assumono la generosa missione di far conoscere il Nome di Dio nella redenzione dell’umanità. Sono più di tre secoli che alla guida del guerriero sant’Ignazio da Loyola questa eletta di prodi sì stringe sotto il vessillo, che ha per impresa — ALLA MAGGIOR GLORIA DI DIO — e per conseguirla si dà in mano al gran Vicario del suo regno in terra. –  Nel lungo tirocinio passando gli ascritti per le molteplici ingegnose prove degli Esercizi di quella Perfezione, che traduce nel Cristiano l’immagine della perfezione celeste, come assunsero il nome, tendono a vivere della vita di Gesù, non avendo altro che un solo volere, fare la volontà del Padre celeste in quella del Superiore. Questi in ogni maniera di disciplina, per tutti i gradi di scuola, come il sacerdotal ministero, forma di essi in segreto ed educatore dei pargoli del Signore, ed il maestro potente in sana dottrina, e l’accademico colto; e il Sacerdote della carità, come il martire delle missioni straniere, gli uomini insomma del più deciso eroismo, strumenti della grazia ad operare i prodigi dell’apostolato. Eccoli nell’esercizio delle svariate loro missioni; collocati nei collegi e nelle scuole, in mezzo ai bimbi sono i padri della tenerezza, gli amici più confidenti dell’altera gioventù, che si tempera al vigor di loro pietà. Diffusi nelle campagne consolano i popoli coll’unzione di lor santità; dappertutto, dove è ignoranza da istruire, e vizio da correggere, virtù da sostenere, e povertà da pascere, dove sono perseguitati da proteggere; e patimenti da dividere, là il gesuita ha la sua porzione. Nelle missioni straniere lo trovi antiquario illuminato, dotto filologo in Oriente, accurato naturalista in cento luoghi delle Americhe, difensore temuto dell’umanità dei poveri schiavi in mezzo alle colonie di quei tiranni europei, che mercanteggiano la carne umana. Di essi introdotti nella Cina, chi si dà maestro dell’imperatore celeste, e in mezzo alla sua corte gira tra le mani i pianeti, accenna le costellazioni, per far dire dalla grandezza del firmamento una parola di gloria al Creatore; chi svolge o disegna carte geografiche, per coglier occasione di parlar del regno di Cristo in terra; chi dà lezioni di geometria, o d’architettura per intromettervi un’osservazione sulla morale cattolica. Perseguitati si ritirano, per ritornare sotto forme novelle; or son merciaioli, che colle loro ceste girano per tutti i viottoli, e trovano da battezzare a migliaia i bambini gettati pascolo gi cani; ora sono medici solleciti al letto dei morenti, per aprir loro, almeno all’uscir dalla terra, le porte del paradiso; penetrano da per tutto; par che si ridano del mandarino, che spia, come del doganiere europeo; che sta a guardia, perché non entrino nei regni. Mirabilmente vari come la carità, che gli inspira, sono invitti e potenti piucché la morte, perché nel morire trovano il loro trionfo; e pure spenti pare che godano il privilegio della risurrezione. Colla irrevocabile decisione del martire in animo, corrono per mille vie al loro scopo. E il loro scopo? Solo si lasci un campo nelle foreste, colla mirabile loro repubblica del Paraguay ne danno prova, è fare il Cristianesimo felice. – Ma il nemico degli uomini, che s’arrabbia d’ogni ben di Dio, come già dalle latebre della terra trasse fuori invasato il serpente, spinge contr’essi da tenebrosi antri arrovellate le segrete società, che dovunque gli assalgono alla vita. Se gli scacciano dai paesi d’Europa, scuotono la polvere della civiltà, che si corrompe avvelenata da quelle, e vanno a crear popoli novelli in mezzo alle orde dei selvaggi antropofagi. Per richiamarli a più miti costumi, facendosi artigiani, coltivatori, tutto a tutti si dedican sconosciuti a benefici ignorati, si consumano della vita in sacrifici inauditi di carità, secondo i nomadi, ridotti nelle loro emigrazioni a mangiarsi fino le vesti; nel pericolo di momento in momento di essere abbruciati vivi trovano in compenso degli indescrivibili stenti nel guadagnar un’anima a Dio, e tengono le persecuzioni in conto di premio. –  Oh! poteva il cielo a questi, che pigliarono a seguire Gesù colla croce così generosi, negar di compiere con Gesù il sacrificio? Ecco che accorda le palme tanto da loro desiderate, e nell’intrepidità dei suoi apostoli si manifesta la gloria di Gesù Cristo. Il padre Daniele corre in mezzo ai suoi neofiti, e li battezza mentre cadono trucidati dai loro assalitori, coperto di frecce come s. Andrea in patibolo predica, minaccia ai barbari la collera di Dio (Charleroix, Hist le la nouv. France, tom. I). Il padre Garnier colpito da due palle sorge di terra, per dare l’assoluzione ad un neofito, che gli spira non lungi, e ricade percosso di scure (ivi). Brèbveuf predica colle labbra tagliate a quelli, che con torchi accesi gli abbruciano tutte le parti del corpo, mentre altri gli divorano le proprie carni sugli occhi; e al giovane padre Lallemant alquanto atterrito dal fuoco, che già l’abbruciava , sorride dai mutilati suoi labbri, per incoraggiarlo dal martirio a volare in cielo. Il padre Bobola spira alla fine tra i barbari, furiosi per non sapere come più spietatamente tormentarlo dopo tali crudeltà, che per ribrezzo rifugge l’animo di ricordare, quasi tardasse a morire in quegli indescrivibili martiri per provare tutta la potenza della grazia nell’apostolo di Gesù Cristo. – Noi non andiamo più in là. Questi sono una vera recluta di venduti alla morte per la crociata di Dio, guardie avanzate, sempre in mezzo al minaccianti pericoli in tutti gli attacchi contro alla Chiesa cattolica. Le prime lance sì rompono in loro; hanno già dato settemila martiri al paradiso; possono essere (dicono taluni) politici, ma la loro politica è diversa da quella del mondo.

Virtù della Missione.

Ma d’onde viene tanta virtù nei missionari dell’Evangelo? Dall’altare noi rispondiamo, dall’altare! Dove i giovani preti vanno a sposare la loro casta colla Persona di Gesù Cristo. La santa Messa è un atto di solenne testamento, saldato coll’effusione del Sangue di Gesù, che a loro lega l’eredità dei suoi patimenti. Che fecero e che fanno madunque gli apostoli di tutti i tempi? Alla mattina posando il capo sul petto a Gesù, mettono la bocca al suo Costato; e ne attingono col suo Sangue quel coraggio, quella fortezza sacerdotale, eredità di eroi. Discendono colla croce in mano, colla fiducia del trionfator sulla fronte, e colla irrevocabile decisione del martire in cuore; invincibili, come chi non teme la morte, gridano agli uomini col fervore della carità: « vogliamo salvarvi! di noi scapricciatevi fino al delirio, imprigionateci; calunniateci; fate di noi come d’agnel da macello: noi neppur zittiremo; ma voi intanto pensate, che mai vi giovano tutte le cose, se voi perdete l’anima per tutta l’eternità? » – Il seme è gettato, la verità ha la forza di attecchire, e dal cielo vien l’incremento. Come l’acqua che cade dal cielo, e per mille canali scorre ad irrigare la terra con un’immensa rete di fiumi, di torrenti, ruscelli e gorelli, e porta d’alto in basso la vita; e l’arida terra ride del più bel verde, e s’abbella di fiori, e lussureggia di porporine e dolcissime frutta, di biade dorate, così per tutto il mondo si diffonde la dottrina del santo Vangelo a ristorare l’umanità riarsa, e consunta dai vizi. L’impero romano n’è subito invaso; Cesare, Pompeo e Crasso, che tanto s’avventurarono colle trionfatrici legioni, sono lasciati indietro da questi avventurieri di nuovo genere, la cui parola si burla dei doganieri della verità. Una mano di ferro al collo del missionario tenta di strascinare oggi in carcere la verità, e la verità corre per le piazze a scorno del carceriere. Ella è luce, calorico, magnetismo, un po’ di tutto, come il fluido elettrico, che si diffonde colla rapidità del baleno e dà scossa a tutto. – Sull’altare adunque mangia il Pane dei forti quest’invincibile generazione d’eroi, i quali, ricevendo il Corpo di Gesù, e bevendo il suo Sangue, diventano inebbriati di carità. La gente, che non intende il mistero, quando li vede affannarsi, venire noiosi a disturbare chi gode i piaceri, e tanto fare e gridare, al tutto di sé spensierati, va dicendo talvolta: « Eh! sono fanatici, o pazzi questi frenetici? » Ed hanno in qualche modo ragione. L’amore è una vera pazzia; ma pazzia sublime, che ispira il coraggio al sacrificio di tutto se stesso. Hanno sì, hanno dentro di sé un fuoco, che li abbrucia, e offusca la mente, e fa loro vedere dappertutto Gesù: vedono Gesù nei poveri più disgraziati e più abietti, e si affrettano a raccoglierli nelle case di carità e li trattano con religioso rispetto; vedono Gesù negli infermi derelitti, e creano gli ospedali, innalzandoli a modo di templi, e collocato sull’altare in mezzo il Crocifisso, in quello adorano il Capo, e tengono in conto di membra gl’infermi stesi sui letti d’intorno; vedon Gesù negli schiavi cui tutte le umane leggi davan diritto di trattare come bestie, e per liberarli da quella legale catena s. Paolino di Nola si vende, S. Pietro Nolasco, San Raimondo di Pennafort, san Felice di Valois, San Pietro Pascal e S. Giovanni di Matha si obbligavano con tutti i loro seguaci a darsi in pegno e restare per essi in catene; vedono Gesù anche nei bambini buttati pascolo ai cani, e corrono a raccoglierli, e li consegnano in braccio alle madri di Carità, perché n’abbiano cura, come del Bambino di Maria Santissima; vedono Gesù negli appestati, e non sapendo staccarsi da quelli, cadono morti sopra i loro cadaveri, e ne portano l’anime abbracciate in paradiso. Insomma credono di vedere Gesù negli afflitti d’ogni maniera, e a tutte le miserie e a tutti i dolori umani consacrano con riti di religione ordini di persone, che servono devote al loro Dio incorporato cogli infelici. E perché non basta l’uomo a tutte le tenerezze della carità, chiamano in aiuto le spose di Gesù Cristo. Oh! al veder timide verginelle in mezzo all’oceano ridere delle tempeste, cui affrontano intrepide per seguire i missionari fino tra i patiboli, come Maria tenne appresso a Gesù fino sotto alla croce; o quando sì scorgono nel manicomi e nelle prigioni, o quando nelle infermerie al letto di chi agonizza msenza una sposa, senza una figlia, senza un parente che s’interessi per loro, sì fanno vedere le notti come apparizioni celesti, tu le diresti angeli, cui Dio impresti un corpo, per portare le consolazioni di madre a quei sofferenti. Che voglion dunque cotesti, che si piglian tanta faccenda? Qual è lo scopo di questa loro missione così svariata ed immensa? Che vogliono? Vogliono chiamare a Gesù, unire a Gesù, consolare in Gesù i loro prossimi sull’altare in terra, per portarli come membra del suo Corpo con Gesù in paradiso. Ecco perché non curati, sprezzati e ributtati corrono appresso ai mondani fratelli, con loro frammischiati in tutte le condizioni della vita. Hanno questa speranza, che gl’incoraggisce fino alla morte. Al tutto, al tutto per loro non vi è condizione, né stato di uomo perduto così, che non sperino di farne ancora un figliuolo da serbare a Dio; e fino quando la terribil giustizia umana col suo braccio di ferro strascina sul patibolo il malvagio, che ella dispera di fare migliore; mentre la fiera vibra il giusto, ma terribile colpo, gridando « muori, o uom di delitto, indegno di vivere in terra; » ancora là corre il Sacerdote, ed abbracciandolo gli grida: « Figliuol del pentimento e del perdono, pel sangue di Gosù Cristo vola in paradiso. » – Ah! s’egli è ver che siamo circondati da tante miserie in vita, s’egli è ver che moriamo, e alla morte ci troviamo sopra l’abisso dell’eternità; è pure Vero, che abbiamo bisogno di un uomo di grazia, qual è il Sacerdote di Gesù Cristo, che ci aiuti con carità! Ma l’uomo della Carità invano si cerca nelle storie di tutte le opere, tra i prodigi di invenzione dell’ingegno umano. Ben, a dir vero, la filosofia, senza il merito di aver mai asciugato una lagrima ad un infelice, avrebbe detto di possederlo quando i filosofi del secolo passato nel Direttorio di Parigi decretavano (Cesari, Fiori di storia ecclesiastica, Ragionamento: S. Vincenzo de’ Paoli.): « una statua all’uomo della carità, a Vincenzo de’ Paoli filosofo. » Che?… Vincenzo de’ Paoli fra quegli alteri sapienti?… Quel rozzo prete? Con quell’ariona di bonomia? Raffazzonato alla grossa? Con quei bimbi raccolti dal fango, involti nella nera sottana, come nel grembiule di una mamma? Il buon uomo Vincenzo farebbe troppo cattiva figura in mezzo a quei filosofi in largo paludamento, dal truce sguardo di tigri, sitibondi di sangue; che ha da fare con quei filosofi quel prete, che non se ne intende? Quegli avevano la lor parola d’ordine: « Schiacciamo l’infame; » e volevano dire Gesù Cristo! Questi predicava ogni dì: « niente altro fuorché Gesù Salvatore del mondo! » Perché quest’uomo della carità era un missionario dell’Evangelio.

VIVA CRISTO-RE (3)

CRISTO-RE (3)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

CAPITOLO IV

CRISTO, RE DELLA PATRIA TERRENA

« Il mio regno non è di questo mondo », ci dice Gesù. Il suo regno è il Regno dei Cieli. Pertanto, Cristo è il Re del cielo, della patria eterna. Inoltre, sappiamo che questo mondo che conosciamo finirà un giorno, le stelle si spegneranno… Se un giorno questa terra scomparirà, la cosa più importante per noi è il cielo, la patria eterna. Questo significa che non dobbiamo amare la nostra patria terrena? No, certo che no. Non esiste una religione che insegni l’amore per la propria patria come il Cattolicesimo. Perché i Cattolici cercano di imitare l’esempio del Signore e perché è un comando esplicito della Sacra Scrittura. L’esempio del Signore: mentre un giorno Gesù Cristo guardava la città di Gerusalemme dalla cima del Monte degli Ulivi, pochi giorni prima della sua Passione, improvvisamente non riuscì a contenere la sua emozione ed i suoi occhi si riempirono di lacrime. Pianse per la sua patria e per il suo amato popolo, per non aver risposto all’invito di Dio e per essersi ostinatamente allontanato da Lui. E piangeva anche per ciò che sapeva sarebbe accaduto alla città di lì a pochi anni: Gerusalemme sarebbe stata assediata e distrutta. E con il suo pianto ci mostra il grande amore che aveva per la sua patria. – Il comando esplicito della Sacra Scrittura. In primo luogo, la frase categorica di GESÙ CRISTO: « Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio » (Mt XXII, 21; Mc XII, 17; Lc XX, 25). Una cosa non è in contrasto con l’altra, perché come ci dice l’apostolo SAN PAOLO: « Non c’è autorità se non da Dio » (Rm XIII,1). « Date a Cesare quel che è di Cesare ». Cesare significa il potere terreno, il potere dello Stato. Il Signore ci obbliga a dare allo Stato, alla patria terrena, ciò che gli spetta. Che cosa dobbiamo dargli? Il rispetto che merita, il contributo materiale e l’obbedienza in tutte le questioni in cui ha il diritto di esigere da noi. « Non c’è potere che non venga da Dio ». Vale a dire: si deve obbedire finché il potere terreno non comanda nulla contro la legge di Dio. Si capisce quindi quanto giustamente il Santo Padre abbia scritto nella sua Enciclica, quando ha istituito la festa di Cristo Re: « Pertanto, se gli uomini riconoscono pubblicamente e privatamente l’autorità regale di Cristo, ciò porterà necessariamente incredibili benefici a tutta la società civile, come la giusta libertà, la tranquillità e la disciplina, la pace e la concordia. La dignità regale di Nostro Signore, come rende sacra in un certo modo l’autorità umana dei capi e dei governanti dello Stato, così nobilita i doveri e l’obbedienza dei sudditi ». E il Papa continua: « E se i principi e i governanti legittimamente eletti sono persuasi di governare, più che per diritto proprio, per comando e rappresentanza di Gesù Cristo, non si nasconderà a nessuno quanto dovranno usare santamente e saggiamente la loro autorità, e quale cura dovranno avere, nel dare e nell’eseguire le leggi, per il bene comune e per la dignità umana dei loro inferiori ». – Ma in cosa consiste il vero amore per la patria? È l’attaccamento alla casa in cui siamo nati? Sì, questo è amore per la patria, ma non è sufficiente. Consiste forse nell’amare il nostro popolo, la nazione a cui apparteniamo, il paese che consideriamo nostro? Anche questo è amore per la patria, ma per un Cattolico non è sufficiente. Il patriottismo consiste forse nel combattere per gli interessi della nostra nazione? Anche questo. Ma l’amor patrio di un Cattolico va anche oltre. In cosa consiste l’amore patriottico per un Cattolico? Consiste nell’impegnarsi e lavorare affinché il mio Paese progredisca e si sviluppi il più possibile, materialmente e spiritualmente. L’amore per la patria non degenera in una cieca idolatria della propria, né cerca di annientare le altre Nazioni o di dominare il resto del mondo. L’amor di patria, stimando il proprio popolo, non aborre i popoli stranieri, perché sa che siamo tutti figli dello stesso Padre. Se l’amor patrio è così, se solo ci fossero più persone che amano la propria patria! Allora non ci sarebbero tanti iniqui trattati di pace…. Non c’è dubbio che la Religione Cattolica insegni come si debba amare veramente la patria. L’amore per la patria non consiste tanto nel battere i tamburi, nello sventolare le bandiere e nel gridare “hurrah” fino alla raucedine, ma nel sapersi sacrificare nella monotona esecuzione di un lavoro ben fatto, affinché la patria possa progredire. – Cosa chiede sempre la Chiesa a ciascuno di noi? Uomo, fratello, sii onesto, non macchiare le tue mani e la tua anima. Dimmi, allora, amico lettore: non è questo l’amore patriottico? Oggi che vogliono sistematicamente demolire le fondamenta della società, la famiglia, attraverso il divorzio e la dissolutezza sessuale… né lo Stato né le istituzioni più serie si sentono abbastanza forti per fermare tanto male. Solo il Cattolicesimo osa gridare, consapevole della sua forza: Uomini, fratelli, non è lecito per voi, Cristo lo vieta, non distruggete le vostre case! Ditemi: non è amore patriottico questo? – Oggi, quando il mondo frivolo disprezza la sublime missione dei genitori nella trasmissione della vita, e le leggi civili sono incapaci di porre fine agli orrori dell’aborto e del controllo delle nascite, la sola Chiesa Cattolica preserva il santuario della famiglia dalla profanazione e dall’infanticidio: non è questo amore patriottico?  Oggi, quando i giovani si lasciano corrompere dall’edonismo della società […], e né la scuola, né lo Stato, né spesso la stessa autorità parentale sono in grado di preservarli da tanto male, la Religione Cattolica è l’unica che grida efficacemente: Figli, voi siete la speranza della patria, conservate la purezza delle vostre anime; che ne sarà della patria se la lussuria vi ha reso schiavi? Rispondiamo con la mano sul cuore: non è questo l’amore patriottico?  – E in tempo di guerra? Quando è necessario difendere il Paese sotto attacco, cos’è che dà fermezza agli spiriti?  Non sarò io a rispondere a questa domanda. Ecco un esempio del 1914. Le truppe ungheresi erano stanziate da diverse settimane nelle trincee umide e allagate del fronte serbo. La pioggia cadeva a dirotto, insistente, persistente… È una delle più grandi prove del campo di battaglia, rimanere per settimane in trincea, sotto una pioggia autunnale… Un uomo ha tirato fuori il suo rosario… e in pochi istanti tutti i presenti nella trincea cominciano a pregare con lui. È da qui che i nostri soldati traggono la loro forza di resistenza! Questi uomini amavano la loro patria; davano veramente a Cesare ciò che era di Cesare. – Non dimenticherò mai la grande fede di un soldato gravemente ferito, quando, dopo l’amputazione della gamba, stava morendo nell’ospedale militare. « Padre – disse il povero uomo, gemendo – ah, se fossi morto e stessi vedendo la Vergine Maria! » Nelle parole di questo soldato ferito si rivela la fonte da cui si alimenta il patriottismo.  – Su cosa si basa l’amore dei Cattolici per il loro Paese? Le parole memorabili del Signore non dicono solo « rendete a Cesare quello che è di Cesare », ma anche: « … e a Dio quello che è di Dio ». In altre parole, se diamo alla Patria ciò che le è proprio, lo facciamo perché Dio ce lo chiede. È l’amore per Dio che più ci spinge ad amare la nostra patria terrena. Spesso si sente dire la seguente falsità: il Cattolicesimo parla sempre dell’altro mondo; ammonisce incessantemente, dicendo: « salva la tua anima », e non si preoccupa del mondo terreno. Ma un Cattolico ha non uno, ma due doveri, uno verso la sua patria terrena e, allo stesso tempo, un altro verso la sua anima, per fornire i mezzi per salvarla. Deve dare a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. In questo modo, il Cattolicesimo è un grande valore patriottico, non solo perché ci impone di pagare le tasse, ma perché ci chiede, allo stesso tempo, di essere onesti e buoni cittadini, obbedendo a Dio. Ci ricorda infatti che se sul “denaro” c’è l’immagine di Cesare: « Rendete a Cesare ciò che è di Cesare », nella nostra anima è incisa anche l’immagine di Dio, che dobbiamo rispettare: « Rendete a Dio ciò che è di Dio ». – Nell’Antico Testamento, il saggio re Salomone chiude il libro dell’Ecclesiaste con queste parole: « Basta con le parole. Tutto è stato detto. Temete Dio e osservate i suoi Comandamenti, perché questo è essere un uomo giusto. Dio infatti sottoporrà a giudizio ogni opera, anche quella nascosta, per vedere se è buona o cattiva » (XII: 13-14). Il Signore non insegna altro quando dice: « Rendete a Dio le cose che sono di Dio ». Niente può darci la felicità perfetta se non una coscienza retta, la convinzione che l’anima sia in ordine e che possa sopportare lo sguardo di Dio con tranquillità.  – L’intera dottrina di Nostro Signore Gesù Cristo è piena di questo pensiero: Salva la tua anima! Non una sola delle sue parole, non una sola delle sue azioni, ha avuto altro scopo che quello di instillare questo grande pensiero nei nostri cuori: Non avete che un’anima, un’anima eterna. Se la conservate per l’eternità, avete salvato tutto; ma se la perdete, a cosa vi servirà guadagnare il mondo intero?  Date a Dio ciò che è di Dio. Tutto ciò che abbiamo è Suo; tutto, quindi, dobbiamo darGli. È nota la similitudine del « Libro della vita », in cui tutte le nostre buone azioni sono scritte per il giorno del giudizio. È solo una similitudine, ma una similitudine profonda, che ci dice che tra il cielo e la terra c’è davvero una contabilità segreta: Dio ci presta un capitale (talenti corporei e spirituali), ed un giorno esige la restituzione del capitale, ma maggiorato degli interessi.  In quale giorno? Non dipende da me. Dove ho vissuto? Non ha importanza.  Quanto tempo ho vissuto? Non importa. Ho avuto un ruolo importante o ho vissuto come uno dei tanti che passano inosservati? Non verrà preso in considerazione! L’unica cosa che conta è se ho dato o meno a Dio ciò che gli appartiene. L’importante non è la quantità o l’entità delle opere realizzate nella mia vita, ma la buona volontà con cui lavoro. – Non è difficile dedurre l’immensa forza che scaturisce da questi pensieri per adempiere ai piccoli doveri della vita quotidiana. E va notato che l’adempimento di tali doveri è spesso più difficile del martirio improvviso; la vita eroica e perseverante in mezzo alla miseria, alle prove, è più difficile della morte in trincea. – Sì, la nostra Religione parla costantemente di vita eterna, di un’altra patria; ma bisogna ammettere che non ci sia pensiero migliore di questo per inculcare l’amore per la patria terrena: Verrà l’ora in cui Dio chiederà la restituzione di tutto ciò che ho, di tutto ciò che mi ha dato; della mia persona e dei miei parenti, amici e conoscenti. La mia persona. Prima che nascessi, Dio aveva elaborato nella sua mente un bellissimo piano per me. Lui mi ha creato. Il dovere che mi incombe è quello di lustrare e realizzare questo bel progetto di Dio nella mia persona giorno dopo giorno. Mi chiederà anche di rendere conto delle persone con cui ho trattato. Non posso passare accanto al mio vicino senza fargli del bene. Dio ha disposto che tutti gli uomini siano al suo servizio. Agli Apostoli ha affidato la fondazione della sua Chiesa; ai confessori l’esempio eroico dell’amore per Lui; ai dottori la lotta contro le false dottrine. A San Francesco d’Assisi, il dare un esempio di povertà… E io?  – Dio vuole che io sia una luce per coloro che vivono nelle tenebre intorno a me; che eserciti la carità verso il mio prossimo, verso coloro che mi sono più vicini. Così facendo, avrò dato a Dio ciò che gli appartiene. E verrà il giorno in cui Dio mi chiederà: sei stato la luce del mondo, il sale della terra, il balsamo delle ferite?  Facciamo un piccolo esame di coscienza: Dio mio, ti ho dato finora ciò che è tuo? Forse la mia vita sta per finire e non me ne rendo conto. Quando verrà il momento in cui Dio mi chiamerà a sé, come mi porrò davanti a Lui? Ho dato a Dio tutto ciò che è di Dio? Rivedo la mia vita: quanto lotto, quanto soffro, quanto lavoro…  per cosa? E perché? Quanto mi sforzo, soffro e lavoro per avere comodità…, per godere…, per accumulare denaro! Ma mi sono curato abbastanza della mia povera, unica anima? Ho dato allo stomaco ciò che gli spetta, non ho risparmiato il corpo, forse gli ho dato più della sua parte…; ma ho dato a Dio ciò che è di Dio? Ho tempo per tutto: divertimenti, amicizie, feste; e per la mia anima…, non ho nemmeno mezz’ora al giorno? Forse ho vissuto così fino ad oggi… Come sarà d’ora in poi?

* * *

Questo è il modo di pensare della Chiesa quando si tratta dell’amore per la patria terrena. Apparentemente non dice molto sull’amor patrio; ma, se riflettiamo profondamente, ci rendiamo conto che religiosità e patriottismo, amore per la Chiesa e amore per la patria, cuore cattolico e cuore patriottico…, non sono incompatibili. – Ancora di più: siamo costretti a confessare che le maggiori benedizioni per lo Stato derivano dalla Religione Cattolica…. Non c’è nessun potere, nessuna istituzione, nessuna società, nessun’altra religione che possa vantare un così lungo elenco di meriti per il bene della patria terrena come il Cattolicesimo. – DANIEL O’ CONNELL è stato il più grande patriota irlandese e, allo stesso tempo, uno dei più ferventi figli della Chiesa Cattolica. E così scrisse nel suo testamento   « Lascio il mio corpo all’Irlanda, il mio cuore a Roma, la mia anima a Dio ». Tutti i Cattolici dovrebbero essere pronti a fare lo stesso: « Lascio il mio corpo al mio Paese, il mio cuore alla santa Chiesa Cattolica romana, la mia anima a Dio ».

VIVA CRISTO-RE (4)

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VIVA CRISTO-RE (2)

CRISTO-RE (2)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

 CAPITOLO II

CONCETTO DI REGALITÀ DI CRISTO (II)

Perché gli uomini rifiutano Cristo? Perché non vogliono accettare la regalità di Cristo.

Ricordiamo la scena di Betlemme: i tre Magi sono prostrati davanti alla mangiatoia…. Questo Bambino, che essi adorano ed a cui portano in dono, è il Figlio del Dio vivente, il Verbo incarnato, il Sovrano del genere umano. In altre parole, Gesù Cristo è Re, è Figlio, ma è anche Legislatore! Ci ama, ma è anche il nostro Giudice. È gentile, ma allo stesso tempo esigente. E se Lui è il mio Re, allora non posso vivere in modo frivolo come ho fatto finora. Gesù Cristo deve avere voce in capitolo nei miei pensieri, nei miei progetti, nei miei affari, nei miei divertimenti. Ah, ma questo è troppo impegnativo per noi! È troppo difficile per noi e non vogliamo ammetterlo! Perché la semplicità, la povertà, l’umiltà di questo Cristo di Betlemme è un’inesorabile accusa al nostro modo di vivere. Perché se Cristo ha ragione, è chiaro che noi abbiamo torto; il mio orgoglio, il mio incommensurabile desiderio di gloria, la mia smania di piaceri, la mia idolatria di tante cose terrene, la mia adorazione del vitello d’oro non sono giusti. Ecco perché siamo riluttanti a sottometterci al giogo di Cristo. Non voglio Cristo, perché la sua umiltà condanna la mia vanagloria. Non voglio Cristo, perché la sua povertà rimprovera il mio desiderio di ricchezza e di piacere. Non voglio Cristo, perché la sua fiducia nella Provvidenza condanna il mio materialismo e la mia autosufficienza. Ma se Cristo è il mio Re, allora la ragione, il piacere ed il denaro non possono essere i miei idoli. Se Cristo è il mio Re e il mio Dio, non posso fare della ragione o della scienza un idolo. Devo rispettare la scienza, sì, ma non elevarla al rango di divinità. La scienza non può spiegarmi tutto, tanto meno soddisfare il mio desiderio di felicità. Non ci sono mai state così tante scuole e università, così tante biblioteche, così tante risorse per la conoscenza e l’istruzione. Eppure, gli omicidi, la corruzione e la decadenza morale dilagano. La scienza, i libri, la cultura non possono supplire a tutto. E non è forse l’angelo che sapeva di più, lucifero, ad essere precipitato negli abissi più profondi? E non leggiamo forse ad ogni angolo che tra i grandi criminali ci sono uomini altamente istruiti, altamente qualificati, molto astuti e abili? Sappiamo molte cose, sì, ma cosa sappiamo? Costruiamo grattacieli, sfruttiamo le risorse naturali, ci divertiamo, ce la godiamo molto bene… ma non sappiamo essere onesti, non sappiamo perseverare nel fare il bene, non sappiamo essere felici, non sappiamo vivere una vita degna dell’uomo. Cristo è il nostro Re! Che cosa significa? Significa che l’anima è superiore al corpo; che l’integrità morale è più preziosa della conoscenza. Questa fede religiosa vale più della mia carriera o del mio lavoro professionale. Che la Santa Messa ha un valore infinito, che non può essere paragonata a un film. Che un momento di preghiera vale molto di più di un banchetto mondano! Tutto questo significa la regalità di Cristo. – Se Cristo è il mio Re, la moda non può essere il mio idolo. Dove regna Cristo non c’è spazio per la frivolezza. Chi ha Cristo come Re, non può vestirsi, ballare o divertirsi con tanta superficialità e leggerezza…. Molte donne ingenuamente non si rendono conto che il paganesimo sta cercando di rifarsi strada attraverso la moda: attraverso l’abbigliamento indecente, i balli osceni, il veleno diffuso da certi film, il lusso esorbitante…, tutto questo è paganesimo. Se Cristo è il mio Re, non posso bandirlo dalla vita pubblica, che è proprio ciò che il secolarismo sta cercando di fare: espellere il Cristianesimo dal maggior numero possibile di luoghi, strappare sempre più fedeli a Cristo. Se Cristo è il mio Re, non posso adorare il denaro o i piaceri. Perché lo spirito è al di sopra della materia, perché la mia anima è chiamata a vivere la vita di Dio. Ma ci dimentichiamo di Cristo e non abbiamo tempo per nutrire il nostro spirito. E poiché non mettiamo il nostro cuore in Cristo, finiamo per metterlo nelle religioni esoteriche orientali e abdichiamo alla fede cattolica. Ma queste religioni non hanno nulla di nuovo da dirci e sono piene di molti gravi errori. – Ecco, dunque, il motivo del rifiuto della regalità di Cristo…. Non accettiamo Cristo Re perché condanna il nostro stile di vita pagano. Secondo una leggenda, quando il Bambino Gesù era in viaggio verso l’Egitto, in fuga da Erode, tutte le statue di idoli che incrociavano il suo cammino crollarono al suo passaggio… È la stessa cosa che dovrebbe accadere a noi oggi: davanti a Cristo devono cadere tutti gli idoli! Davanti all’umile Gesù Cristo, il mio orgoglio altero deve cadere. Davanti al povero Gesù Cristo, la mia presuntuosa vanagloria e la mia smania di piacere devono scomparire. E quando adoreremo Cristo come Re, allora – solo allora – la società umana sarà guarita dai suoi innumerevoli mali. Tu sei il nostro Sole, che ci dà la vita, che ci dà luce e calore.

CAPITOLO III

I DIRITTI DI CRISTO ALLA REGALITÀ

Che cosa intendiamo per “regalità di Cristo“? Quali sono i diritti di Cristo alla regalità?

Pensiamo che la festa di Cristo Re metta in luce una grande verità: Cristo sarebbe ancora il nostro Re, anche se non l’avesse mai detto, perché ha davvero diritto alla regalità. Cristo è il nostro Re, perché è il nostro Redentore e il nostro Dio. Come Redentore, ha acquistato i suoi diritti su di noi a un prezzo molto alto. “Siete stati riscattati…, non con cose deperibili, non con oro o argento…, ma con il prezioso sangue di Cristo, come di un agnello senza difetti e senza macchia” (I Pietro I:18-19). Nostro Signore Gesù Cristo ci ha comprati “a caro prezzo” (I Cor VI, 20), così che i nostri corpi sono diventati membra di Cristo (I Cor. VI,15). Cristo è il nostro Dio. E Dio è “l’unico Sovrano, il Re dei re e il Signore dei signori” (I Tim VI,15). Dio ha dei diritti su di noi. E notate: la promulgazione dei diritti di Dio è la prima impresa che Nostro Signore Gesù Cristo ha compiuto quando è sceso in questo mondo, quando ha fatto sì che i cori angelici proclamassero la gloria di Dio nella notte della sua nascita. – La prima rivoluzione del mondo, attuata da Adamo ed Eva in Paradiso e ispirata da satana, non fu altro che la proclamazione dei diritti dell’uomo contro i diritti di Dio. Gli stessi fini sono stati perseguiti da molte altre rivoluzioni, come quella francese. Per questo la Redenzione è iniziata facendo il contrario, proclamando innanzitutto i diritti di Dio. Dio è il mio Signore, il mio Sovrano assoluto. Ma non è solo su di me che esercita il suo diritto sovrano. È anche il Signore della famiglia, della scuola, degli enti pubblici, dei media, dei luoghi di divertimento, insomma: il Signore di tutta la società! Accettare di nuovo questo fatto, farlo vivere alle anime, questo è il significato sublime della nuova festa di Cristo Re. Per questo è stata istituita, affinché i Cristiani dimostrino che Dio ha dei diritti sull’uomo e l’uomo ha dei doveri nei confronti di Dio: se Cristo è il nostro Dio, allora è il nostro Re. – Inoltre, la regalità di Cristo è in accordo con lo spirito del Vangelo, come chiariscono molte citazioni della Sacra Scrittura. Nel 2° Salmo è già annunciato che Cristo è consacrato “dal Signore re su Sion, il suo monte santo“, e riceve “in eredità le nazioni e il suo dominio si estende fino ai confini della terra“. GEREMIA dice che Cristo “regnerà come re, sarà saggio e governerà la terra con giustizia e rettitudine” (Ger XIII,5). – Nel prologo del Vangelo di San Giovanni si dice: “In principio era il Verbo…, senza di lui non è stato fatto nulla di ciò che è stato fatto” (Gv I,1.3). All’Annunciazione, l’Angelo Gabriele dice alla Vergine Maria: « Sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, al quale il Signore Dio darà il trono di Davide suo padre e regnerà sulla casa di Giacobbe per i secoli dei secoli”. E il suo regno non avrà fine » (Gv 32-33). E ricordiamo soprattutto il dialogo tra Pilato e nostro Signore Gesù Cristo: “Sei dunque un re?”, chiede il procuratore romano. E il Signore gli risponde con dignità regale: “Rex sum ego!” “Io sono il Re!” (Gv XVIII,37). È vero che prima aveva detto: “Il mio regno non è di questo mondo. Se il mio regno fosse di questo mondo, il mio popolo avrebbe combattuto perché non fosse consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di qui” (Gv XVIII,36). Cosa intende Gesù Cristo con queste parole? Cristo è Re, ma non acquisisce i suoi diritti con la forza delle armi e della dinamite; “sfila la spada” (Mt XXVI, 52.), disse a Pietro. Vuole essere il Re della nostra anima, il Re che governa la nostra volontà – Lui è la “via” -, la nostra comprensione – Lui è la “verità” – e i nostri sentimenti – Lui è la “vita”. Sì: Cristo Re è “il sovrano dei re della terra” (Ap I,5), come “ha scritto sulla veste e sulla coscia: Re dei re e Signore dei signori” (Ap XIX,16). Il Padre lo ha costituito “erede universale di tutte le cose” (Eb 1,2), e perciò “deve regnare finché non avrà messo tutti i nemici sotto i suoi piedi” (I Cor XV, 25). – Così vediamo che la Sacra Scrittura proclama esplicitamente la regalità di Cristo. Potremmo fare altre citazioni, ma per me spiccano due frasi del Signore. Voglio insistere su di essi, perché so per certo che avranno una profonda influenza su tutte le anime. Qual è la prima frase? Una frase nota e spesso ripetuta del Signore: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Mt XXIV, 35; Mc XIII, 31). Che frase impressionante! Osserviamo il contesto. Era notte. Il Maestro era seduto con i suoi discepoli sulle pendici del Monte degli Ulivi…. Davanti a loro c’era il Monte Moriah, coronato dal tempio di Gerusalemme. Stavano riposando, dopo una dura giornata… Uno dei discepoli indica con orgoglio il tempio: “Maestro, guarda le pietre e il magnifico edificio“. E il Signore risponde: “Vedi tutto questo? In verità vi dico che non resterà qui una pietra su un’altra che non venga buttata giù“. Pietro, Giacomo, Giovanni e Andrea lo presero in disparte e gli chiesero: “Maestro, quando accadrà questo? E quale segno ci sarà che tutte queste cose stanno per compiersi?”…. Questa è la domanda che il Salvatore stava aspettando. Era una notte tranquilla…; il gregge stava intorno al pastore, attento. E il Signore cominciò a parlare loro. Quali persecuzioni dovevano subire per la loro fede! Ma prima li avverte che non devono essere turbati. Poi racconta della distruzione della distruzione del tempio di Gerusalemme. Infine, con molta delicatezza, passa alla catastrofe finale e tira fuori la morale, per la quale aveva detto tutte queste cose: Tutto, tutto ciò che vedete in cielo e in terra perirà: C’è solo una cosa che resiste trionfalmente alla distruzione dei secoli: Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno. Nessuna frase esprime meglio la regalità di Cristo. Sono passati più di venti secoli da quando Egli ha pronunciato questa profezia e, una dopo l’altra, le sue parole si sono realizzate. Alcuni Apostoli potevano ancora vedere la distruzione di Gerusalemme. L’impero greco è morto: il tempo lo ha spazzato via. Il colossale Impero romano, che, per così dire, conteneva tutto il mondo conosciuto, perì. La stessa cosa è accaduta al Sacro Romano Impero, che è andato in pezzi. Così come l’impero di Napoleone, che comprendeva praticamente tutta l’Europa. E alla fine? Napoleone finì esiliato in un isolotto…. Ed era così anche nei tempi precedenti a Gesù. Pazienti scavi hanno portato in superficie antiche rovine: quelle di Babilonia, Alessandria… Popoli, nazioni, individui, sono nati, cresciuti e passati attraverso la fase della storia… Cosa ci dicono gli antichi imperi in rovina? Il cielo e la terra passano, ma le parole di Cristo Re non passano. E se il Signore apparisse oggi in mezzo a noi e ci conducesse su un promontorio da cui ci mostrerebbe una delle città più popolose del mondo? È una bella notte, e io dico con orgoglio al Signore: “Guardate, Signore, quanti magnifici edifici…, il Parlamento, le chiese, i bei monumenti…. Guardate come sono illuminati… Guardate i grandi stadi e i centri di intrattenimento, come si agitano le folle…”. E il Signore dice: “Tutti questi alberghi, palazzi, monumenti, musei, così magnifici…, tutto, tutto perirà; di tutto questo non resterà che il ricordo…, anzi, non si conserverà nemmeno il ricordo”. E quando sentiamo queste parole, esclamiamo sorpresi: “Signore, non può essere. C’è voluto tanto lavoro…”. Ma così è successo nel corso della storia. Quindici o sedici secoli fa c’era una vita fiorente in Nord Africa, dove oggi non c’è altro che un deserto sabbioso e una o due rovine, dove un tempo c’era un popolo numeroso! Può accadere che tra qualche secolo i popoli dell’Asia invadano l’Europa…; ma anche loro porteranno in sé il germe della morte. Perché tutto ciò che l’uomo può vedere, udire e sentire perirà….. Il cielo e la terra passeranno….. – Ma, Signore, anch’io perirò senza lasciare traccia? Tutto il mio essere desidera vivere per sempre; devo forse perire senza soddisfare il mio desiderio di vita eterna? No. È il Signore che dice: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno…”. E chi osserva le parole del Signore vive per sempre. E « chi osserva la mia parola non vedrà mai la morte » (Gv VIII, 51), cioè vivrà per sempre. – O Cristo! Tu sei il Re del tempo e dell’eternità. Le sue parole mi riempiono di fiducia e di incoraggiamento. Cristo è il Re della vita eterna e io voglio cercare in tutti i modi di essergli fedele. Questo è uno dei pensieri che mi colpisce di più quando medito sulla regalità di Cristo. – C’è un’altra frase del Signore che mi affascina molto. Una che mi mostri in tutto il suo splendore le pretese di regalità di Cristo. La frase è questa: « A me è stato dato ogni potere in cielo e in terra… » (Mt XXVIII,18), tanto che poteva arrivare a dire: « Quando sarò elevato in alto sopra la terra, attirerò a me tutte le cose » (Gv XII, 32). O Signore, come avete potuto dire una cosa del genere? Sembra che non pensiate secondo la prudenza umana. Perché, umanamente parlando, cosa ci si può aspettare? Avevate davanti a Voi la croce, le folle piene di odio, e solo dodici comuni pescatori vi hanno seguito? E questi sono coloro che devono estendere il suo regno? – Vediamo cosa ne è stato della dottrina di Cristo, come si è realizzato parola per parola ciò che Gesù ha proclamato! Il grano seminato da Gesù Cristo crebbe costantemente: Samaria, Cilicia, Cappadocia, Frigia, Atene, Roma, tutti i popoli finirono per schierarsi con Cristo. Allora i popoli barbari piegarono il loro collo rigido sotto il giogo di Cristo… Seguono nuove scoperte: coraggiosi marinai portano la croce sulle rive del Mississippi, nella regione del Gange, presso i discendenti degli Incas, presso le tribù del Rio de la Plata, nei domini della Cina e del Giappone, nelle isole del Mare del Nord, nelle regioni del Polo Sud…. Ovunque si canta lo stesso inno: “Ti adoriamo, o Cristo, e ti benediciamo…”. In verità, su tutta la terra sventolano i vessilli del Re. In verità, Egli è stato elevato in alto e ci ha attirato a sé. E se, dopo aver contemplato il passato, dessimo uno sguardo alla situazione attuale? Dove, nella storia del mondo, c’è stato un uomo, un sovrano, che ha avuto tanti vassalli come Cristo? Un dominio così vasto, che ha coperto paesi e continenti? Devo citare Cesare, Alessandro Magno, Carlo V, Napoleone? Ma i domini di questi non sono che cumuli di sabbia rispetto a quelli di Cristo. Devo ricordare la marcia trionfale del grande Costantino? Ma non è altro che una passeggiata di bambini se la confrontiamo con le processioni moltitudinarie dei Congressi Eucaristici Internazionali, in cui i bambini di tutte le nazioni del mondo, cinesi e americani, eschimesi, negri, ungheresi, italiani, spagnoli, tedeschi, francesi, inglesi, sfilano insieme, e tutti ci prostriamo con la stessa fede davanti a Cristo Re. – E non dimentichiamo i grandi ostacoli che si sono frapposti al trionfo di Cristo: l’esigente morale cristiana! Gli enormi ostacoli frapposti da ebrei, pagani, turchi, miscredenti, socialisti, massoni… Diplomazia e violenza, astuzia e inganno, falsa scienza e cattiva stampa… da duemila anni fanno di tutto per sconfiggere Cristo. Amico lettore, dimmi un solo fondatore di una religione la cui dottrina abbia combattuto battaglie così dure come quella di Cristo! – Ha solo dodici Apostoli, uomini semplici. Il Venerdì Santo, anche questi sono spaventati e turbati…. Ma arriva la Pentecoste e i suoi discepoli sono già migliaia. Erode giustizia Giacomo, gli Apostoli devono fuggire dalle persecuzioni, eppure il Cristianesimo comincia a diffondersi. Contro di essi si scaglia il più furioso dei persecutori…; ma presto Saulo diventa Paolo, che subito conquista tutta l’Asia Minore per Cristo. A Roma iniziano le persecuzioni: il sangue dei Cristiani viene versato ovunque… e, alla fine, il Cristianesimo conquista Roma e converte tutta l’Europa. – In Francia Voltaire dà l’ordine: “Écrasez l’infâme“: “Schiacciate l’infame”, riferendosi al Cristianesimo. Ma non ci riescono; al contrario, il Cristianesimo si diffonde nel Nuovo Mondo e negli altri continenti…. E come! Non c’è potere, non c’è astuzia, non c’è forza che possa fermarlo. È la marcia trionfale di Cristo Re. “Quando sarò elevato in alto, attirerò a me tutte le cose“. Tutte le cose saranno attratte da Me! E con quale potenza, con quale amore sottomette i cuori! Nessun re può essere paragonato a Lui nell’influenzare i suoi sudditi…. Cristo ha comandato: “Andate e insegnate a tutte le nazioni“; il suo comando è stato adempiuto. Anche oggi risuona la parola di Cristo. Risuona nei palazzi, nei tuguri, ovunque. Gli analfabeti e i saggi lo ascoltano. Il pescatore del villaggio norvegese, il mercante olandese, il contadino della grande pianura ungherese, il minatore inglese, l’operaio industriale tedesco, il “fazendeiro” brasiliano…, tutti ascoltano e leggono le parole di Cristo. Le leggono, le ascoltano… e diventano migliori, e riempiono la loro vita di significato. In verità, vediamo realizzate le parole del Salmista: “La giustizia e l’abbondanza di pace fioriranno nei suoi giorni… ed egli regnerà da un mare all’altro e dal fiume fino all’estremità della terra” (Salmo LXXI: 7-8).

* * *

La notte del 31 del quinto mese dell’anno 737 della fondazione di Roma, l’imperatore Augusto lasciò il suo palazzo in una brillante processione e, alla luce delle torce, attraversò le strade buie di Roma… e si diresse verso il campo di Marte. In mezzo a guerre e problemi continui, il popolo attendeva l’alba di una nuova epoca…, ed ecco che una nuova cometa apparve nel cielo: era il segno che un’epoca migliore stava arrivando, e quella stessa notte il suo avvento doveva essere solennizzato. L’imperatore uscì per offrire un sacrificio agli dei. La notte è illuminata da innumerevoli torce… Una folla addobbata a festa si accalca intorno ai tre altari eretti in onore delle dee della fortuna… Un’intera folla di sacerdoti… Le fiamme si agitano, le trombe risuonano… Improvvisamente ogni rumore cessa, arriva il momento solenne: l’imperatore si alza, va all’altare e offre il suo regno e il suo popolo alla divinità. Il popolo torna con gioia alle proprie case: “È iniziata una nuova epoca, un’epoca migliore!”. Avevano ragione. Ma non nel modo in cui lo immaginavano. – Non fu la cometa a portare un tempo migliore, ma un Bambino che nacque qualche anno dopo alla periferia di Betlemme. Un bambino povero, ma da allora gli dei pagani sono crollati e il mondo misura gli anni in base alla sua nascita. Da allora, ovunque ci siano Cristiani, si sente la preghiera fiduciosa e solenne della Chiesa: Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum, qui vivit et regnat per omnia sæcula sæculorum… Per il nostro Signore Gesù Cristo, che vive e regna nei secoli dei secoli… – Sì, Cristo ha un diritto su di noi, ha un diritto di regalità. Per questo motivo, il giorno di Cristo Re non deve essere solo una festa della Chiesa, ma anche di tutta la nazione, di tutta l’umanità: “Non c’è salvezza in nessun altro, perché non c’è altro nome sotto il cielo dato tra gli uomini per mezzo del quale dobbiamo essere salvati“, si legge negli Atti degli Apostoli (IV, 12). Per questo il Santo Padre Pio XI aggiunge giustamente: « È Lui che dà la vera prosperità e felicità agli individui e alle nazioni: perché la felicità della nazione non viene da nessun’altra fonte che dalla felicità dei cittadini, perché la nazione non è altro che l’insieme concorde dei cittadini ».

È dimostrato. Senza Cristo non possiamo fare nulla. Andiamo a Lui e con Lui vinceremo.

VIVA CRISTO-RE (3)

VIVA CRISTO-RE (1)

CRISTO-RE (1)

TOTH TIHAMER:

Gregor. Ed. in Padova, 1954

Imprim. Jannes Jeremich, Ep. Beris

INTRODUZIONE

L’11 dicembre 1925, gli annali della Chiesa registrarono un evento di grande importanza: Sua Santità Papa Pio XI, nella sua enciclica Quas primas, istituì una nuova festa; ordinò che una domenica dell’anno fosse consacrata come festa della “Regalità di Cristo”. È un tema così importante che gli dedichiamo questo libro. E nello sceglierlo come tema di questo libro mi sono basato su due considerazioni. La prima è il rispetto filiale e l’omaggio che noi, fedeli Cattolici, dobbiamo mostrare a tutte le parole e le azioni del Papa. È il Capo visibile della Chiesa. E mi preoccupa anche l’importanza del tema. Il tema della nuova festa è così inesauribile che temo non ci sia abbastanza tempo e spazio per svilupparne i punti necessari, cioè per spiegare correttamente la “Regalità di Cristo”. In che cosa consiste la nuova festa e qual è stato l’obiettivo del Papa nell’istituirla? Che cosa significa la Regalità di Cristo e che cosa possiamo aspettarci da essa? Come è migliorata la società da quando si è lasciata guidare da Cristo e che cosa sarebbe senza il Redentore? Cristo è il Re di tutti noi: è il Re della Chiesa, il Re del sacerdozio, il Re dei confessori, il Re dei tribolati, il Re dell’individuo e della società. Politica, matrimonio, sport, educazione, vita morale, infanzia, gioventù, donna, famiglia, dove arrivano quando seguono Cristo e qual è il risultato se fanno a meno di Lui? Questi sono i punti che intendo sottolineare. Chiedo ai miei gentili lettori di seguire il ragionamento con l’interesse e l’attenzione che la parola del Papa e l’importanza dell’argomento meritano.

CAPITOLO UNO

IL CONCETTO DI REGALITÀ DI CRISTO

I

Quando Pio XI istituì questa nuova festa, lo fece pensando al bene che avrebbe portato al mondo intero. Nel farlo, il Papa ha dichiarato esplicitamente che ciò che si aspettava da essa era un “rinnovamento del mondo”. Ha vissuto un’esperienza molto triste. La guerra mondiale si è conclusa con un trattato di pace, per il quale il Papa non è stato chiamato a collaborare. Che “patti di pace” sono quelli in cui il nome di Dio non viene nemmeno menzionato! E le assemblee di pace continuano, ma nessuno pronuncia il nome di Dio? Da qui i risultati che vediamo! Non viviamo in pace e non siamo in pace. Il nostro male sta proprio nel fatto che non siamo abbastanza Cristiani. – Il Papa è la sentinella della torre di guardia vaticana; spetta a lui indicare la strada. È lui che conosce meglio di tutti la salute spirituale del mondo. Cosa ci dice il Papa quando pubblica la festa di Cristo Re? Non avete la pace? Non l’avete perché lo cercate nei modi sbagliati. Si fa a meno di Cristo, quando Egli è il punto focale di tutta la storia. La peste è scoppiata nel mondo, la peste che distrugge le coscienze e la vita morale. Uomini! Questa peste sta corrompendo il mondo! Vi infettate quando bandite Cristo dalla vostra vita! Se continuate così, perirete….. – E ciò che dimostra quanto il Santo Padre abbia ragione è il fatto che non ci spaventiamo nemmeno quando sentiamo il suo grido d’allarme. Quanto poco se ne parla nei media, nelle riunioni, nelle conversazioni…! Dove sta accadendo davvero? Dove se ne parla? Da nessuna parte. E questo dimostra quanto la società sia gravemente malata. Dalle più alte cariche, la nostra attenzione viene attirata dalla malattia mortale di cui siamo affetti e non ci facciamo prendere dal panico, non alziamo nemmeno un dito. – A questo proposito, mi viene in mente un caso curioso. Un medico esperto portò i suoi giovani studenti in un grande reparto ospedaliero, li mise al centro della stanza e fece loro questa domanda: “Ditemi, da lontano, qual è il paziente più gravemente malato?”. Non riuscirono a scoprirlo e nessuno osò rispondere. Quale? Guardate laggiù, in quell’angolo, quell’uomo che è pieno di mosche. È lui. Perché se un malato soffre in pace, con totale apatia, e le mosche gli atterrano sul viso, è segno che la sua fine è vicina…”. – La malattia della società non può più essere nascosta; le ulcere incancrenite stanno già apparendo; ma nessuno cambia posizione, nessuno ha paura…. – Ma dov’è il male, mi chiederanno alcuni, è che la Chiesa è perseguitata, è che non c’è libertà religiosa, è che il patibolo o la prigione attendono il credente? No, non ci sono più persecuzioni come quelle degli antichi Nerone e Diocleziano. La peste di oggi funziona in modo diverso. I suoi bacilli assottigliano l’aria intorno a Cristo e non ci permettono di essere Cattolici nella vita pubblica. Il mondo è un libro immenso; ogni creatura, una sua frase; l’autore, la Santa Trinità. Ogni libro ruota attorno a un tema fondamentale; se volessimo riassumere in una sola parola il pensiero fondamentale del mondo, dovremmo scrivere questo nome: Cristo! Ora non lo vediamo ancora chiaramente; lo capiremo solo quando il segno del Figlio dell’uomo apparirà nel cielo…. Allora vedremo senza nubi e nebbie che Egli era l’Alfa e l’Omega, il principio e la fine, il centro e la meta. Ma anche se ora non lo vediamo chiaramente, noi crediamo; crediamo che dove manca il segno del Figlio dell’uomo, lì regna l’oscurità, lì il mondo spirituale è eclissato. Il Sole è eclissato per le anime! “Ma noi confessiamo Cristo! Ci consideriamo Cattolici”, potrebbe dirmi il mio amico lettore. Sì, chi altro, chi altro. Ma sono così pochi quelli che vivono Cristo! Cristo è Re nel mio cuore, è vero; Cristo è Re nella mia casa, è vero, ma non basta! Cristo è Re… anche nella scuola, nella stampa, nel Congresso, nella fabbrica, nel comune? Guardiamoci intorno: dove regna la Santa Croce di Gesù Cristo? Lo vediamo sui campanili delle chiese, in alcune scuole, sui letti di alcuni Cattolici. Ma nella vita pubblica, dove regna la Croce di Cristo? Non lo vediamo. – Una notte fredda, una notte senza Cristo avvolge le anime. Cristo, anche per molti di coloro che sono stati rigenerati dal santo Battesimo, non è che un vago ricordo che influenza appena la loro vita. Capite, dunque, qual è lo scopo della nuova festività? Per chiarire questa terribile verità: che Gesù Cristo, il Sole del mondo, non brilla in questo mondo. Nessuno perseguita la Religione di Cristo. Come ci suona questa frase: “non c’è posto per Lui”… Dove l’abbiamo sentita? Ah, sì… La notte di Betlemme: anche lì non c’era nessuno che perseguitasse Gesù…; solo le circostanze politiche, sociali ed economiche erano tali che non c’era posto per Lui. Oggi Cristo non è perseguitato, forse, ma…. “Non c’è posto per Lui”. Dove si può trovare Cristo oggi? Solo in Chiesa. Ma questo non è sufficiente. Ci chiede tutto, perché gli appartiene. Nel momento in cui lasciamo la Chiesa non abbiamo più l’impressione di vivere tra Cristiani. Cristo è il Re, ma noi lo abbiamo spogliato della sua corona e quindi non può regnare.

II

Come siamo arrivati a questo punto? Come il ragno sciocco della parabola di Jörgensen. In una bella mattina un piccolo ragno, attaccato con un filo sottile alla cima di un albero molto alto, scese a terra. Lì trovò un cespuglio di dimensioni più che regolari ed iniziò il suo lavoro: iniziò a tessere una tela. Legò l’estremità superiore al lungo filo con cui era sceso; le altre estremità le fissò ai rami del cespuglio. Il risultato del suo lavoro fu una magnifica ragnatela con la quale riusciva a catturare le mosche con grande facilità. Ma dopo qualche giorno la tela non sembrava abbastanza grande e il ragno cominciò ad allargarla in tutte le direzioni. Grazie al forte filo che scendeva dall’alto, il lavoro poteva essere eseguito alla perfezione. Quando nelle prime mattine d’autunno le perle scintillanti della rugiada mattutina coprivano l’ampia ragnatela, sembrava un velo di pietre preziose che scintillavano ai raggi del sole. – Il ragno era molto orgoglioso del suo lavoro. Stava bene, tanto che ingrassava di giorno in giorno e sfoggiava un addome di tutto rispetto. Non si ricordava più di quanto fosse affamato e stravaccato in cima all’albero qualche mese prima… Una mattina si svegliò di pessimo umore. Il cielo era nuvoloso, non si vedeva una mosca in giro; cosa avrebbe fatto in una giornata autunnale così uggiosa? “Farò almeno il giro della rete”, pensò infine; “vedrò se c’è qualcosa da riparare”. Esaminò tutti i fili, per vedere se fossero sicuri. Non riuscì a trovare il minimo difetto, ma il suo malumore non se ne andò. Mentre brontolava da una parte all’altra, notò all’estremità superiore della rete un lungo filo di cui non ricordava la destinazione. Degli altri fili sapeva molto bene: questo viene qui, alla fine di questo ramo spezzato; quello va laggiù verso la spina laggiù. Il ragno conosceva tutti i rami, l’intera trama della sua tela; ma cosa ci fa qui questo filo? E come se non bastasse, è del tutto incomprensibile che salga verso l’alto, semplicemente in aria. Che cos’è? Il ragno si alzò sulle zampe posteriori e, spalancando gli occhi il più possibile, guardò verso l’alto. Non c’è altro da vedere! Questo filo non finisce mai; da qualsiasi punto di vista lo si guardi, sta salendo dritto verso le nuvole! Più il ragno cercava di trovare la soluzione all’enigma, più si irritava. Ma a cosa serviva quel filo che saliva verso l’alto? Naturalmente, nel mezzo del continuo banchettare con la carne delle mosche, aveva completamente dimenticato che una mattina di mesi fa egli stessa fosse sceso su questo filo. Né ricordava quanto lo stesso filo l’avesse aiutato a tessere la rete e ad allargarla. Aveva dimenticato tutto. Non vide altro che un inutile, interminabile filo che portava verso l’alto; un filo inutile, un filo che pendeva nell’aria…. – Giù! – gridò infine, completamente fuori di sé, e con un solo morso spezzò il filo. La ragnatela crollò all’istante… e quando il ragno riprese i sensi giaceva a terra, paralizzato, ai piedi del cespuglio; la rovina di ciò che era diventata – una splendida ragnatela intessuta di perle e d’argento – l’avvolgeva come un umido brandello di straccio. In quel mattino nebbioso divenne un povero mendicante; in un secondo aveva gettato via tutto il suo lavoro, perché non capiva l’utilità del filo che lo guidava verso l’alto. – Questo per quanto riguarda la parabola di Jörgensen, una parabola dal significato profondo, una parabola che denuncia chiaramente quella colpa, quella malattia radicale di cui la società moderna soffre una crisi così acuta. Non c’è rispetto per l’autorità, non c’è rispetto per la legge. Non c’è rispetto per la conoscenza, per la virtù, per l’esperienza, per l’età. C’è una contraddizione incredibile: mentre c’è un enorme progresso tecnico, l’uomo è sempre più infelice! Perché? Perché solo una parte del nostro essere si è sviluppata. – Se a qualcuno dovessero crescere solo le mani, sarebbe un uomo distrutto. Questo è ciò che sta accadendo alla società: la scienza, la tecnologia, l’industria… si sono sviluppate molto, ma non c’è stato alcun progresso nell’integrità morale! Non c’è da stupirsi che sia un disastro. Che cos’è la storia dell’ultimo secolo se non una triste e sempre più nota apostasia? Nel Medioevo, tutte le manifestazioni della vita erano dominate da Cristo. Oggi non è più così, perché l’alto grado di sviluppo della scienza e della tecnologia ci ha reso orgogliosi e storditi…; da allora il nostro sguardo si è posato esclusivamente sulla terra. – E così continuiamo a vivere, e ci vantiamo! Ma arriva un momento in cui una miniera crolla, un’esplosione distrugge diverse fabbriche, un tornado devasta una regione e uccide centinaia di uomini… Allora l’uomo rabbrividisce per un attimo nella sua piccolezza, vedendo la mano potente di Dio; ma questo dura solo un attimo. Sentiamo quello che sentiva l’Invincibile Armada, il soffio di Dio, capace di disperdere gli eserciti più potenti; ma un attimo dopo, sopra le miniere in rovina, tra le pulsioni di morte dei moribondi, l’uomo senza Dio continua a vantarsi delle sue prodezze. Immaginate la scena: se Cristo scendesse di nuovo sulla terra, sarebbe di nuovo rifiutato come nella notte di Betlemme, quando i suoi genitori cercarono un alloggio per lui.

Dove potrebbe nascere Cristo?

San Giuseppe attraversa molte città e bussa alla porta di molte case. “Non possiamo accoglierne altri, non abbiamo spazio”. Bussa agli studi degli artisti. “Assolutamente no; l’arte non dovrebbe essere influenzata dalla morale”. Bussa agli uffici dei giornali; bussa nei cinema e nei teatri. Non lo lasciano entrare… “Non c’è posto per Lui. Bussa ai cancelli delle fabbriche. “È iscritto al sindacato?” è la domanda con cui viene accolto. “No? Allora perché sei qui?”. Cristo non conta nulla in questo mondo. “Cristo Re!” Oh povero Re senza terra! – Secoli fa i bacilli della pestilenza dell’immoralità si sono infiltrati subdolamente nel sangue dell’umanità; a costo di diluire sempre più la dottrina di Cristo, ora la troviamo tutta corrotta! Il bando di Cristo è iniziato nel mondo delle idee. Giorno dopo giorno pensavamo a tutto tranne che a Dio. La nostra fede diventava sempre più debole. Non è ancora morta, è vero – siamo ancora Cristiani – ma è addormentata. – Se avessimo una lampada di Aladino per scoprire cosa pensano gli uomini! Osservate, dunque, i pensieri di molti Cristiani durante la giornata; sono tanto diversi da quelli che i pagani onesti, i pagani retti, potevano avere prima della venuta di Cristo? Un po’ di gentilezza naturale, di onestà esteriore, di educazione; ma, in fondo all’anima, un mondo gelido, un mondo senza Cristo. E la grande apostasia continuò a parlare. – Parliamo delle cose che pensiamo, delle cose che ci riempiono il cuore. Dall’abbondanza del cuore la bocca parla. Non pensiamo a Cristo, alle sue leggi, alla sua Chiesa; per questo non entrano nemmeno nei nostri argomenti di conversazione. Di quante cose si parla anche tra Cattolici! Lo sport, le vacanze, il divertimento, le acconciature, le mode, il clima, la politica, la viticoltura, il dollaro, il cinema, la salute, le diete, gli studi… ma che dire di Cristo? Non parliamo di Lui, semplicemente perché non ci pensiamo. Siamo pronti a parlare a lungo di qualsiasi sciocchezza, ma arrossiamo a parlare di Dio, che ci ha creati. Facciamo un elenco dei nostri meriti e quando arriva il momento di parlare di Colui davanti al quale tutte le ginocchia devono inchinarsi, quando è il nostro turno di parlare di cose della Religione, ci tiriamo indietro. Nella cosiddetta Europa cristiana, quante volte all’anno si pronuncia il nome di Cristo, per non parlare del nome di Cristo Re! O povero Re bandito!

* * *

Questa è la triste condizione della società moderna. Abbiamo bandito il Re. “Non vogliamo che regni su di noi”. La politica ha detto: “Perché Cristo viene qui? La vita economica ha esclamato: gli affari non hanno nulla a che fare con la moralità. L’industria proclamava: Con Cristo non avremmo fatto tanto profitto. Agli sportelli bancari hanno detto: “Andate via, non avete nulla da cercare tra noi”. Nei laboratori e nelle università: Fede e scienza si escludono…. E, infine, siamo arrivati alla situazione attuale, che sembra scrivere un grande INRI: Cristo non esiste! Il Re è morto! – Poi Papa Pio XI proclama: Alleluia! Gesù Cristo non è morto, ecco il Re, Cristo vive e regna nei secoli dei secoli! Lungi da noi l’idea di annacquare il Cristianesimo! Proclamiamo che Cristo ha un diritto assoluto su tutte le cose: ha un diritto sull’individuo, sulla società, sul mondo e sul mondo, sull’individuo, sulla società, sullo Stato, sul Governo. Tutto è soggetto a Cristo: la stessa politica, la stessa vita economica, lo stesso commercio, la stessa arte, la stessa famiglia, lo stesso bambino, lo stesso giovane, la stessa donna…, tutto, tutto! – Sì, Cristo è il Re di tutti gli uomini, il Re dei Re, il Presidente dei Presidenti, il Governo dei Governi, il Giudice dei Giudici, il Legislatore dei Legislatori! La bandiera di Cristo deve sventolare ovunque: nella scuola, nell’officina, nella redazione, nel Congresso. Viva Cristo Re!

Il miracolo di Cana deve essere ripetuto: Signore, non abbiamo vino, stiamo bevendo acqua putrida a causa di tanto materialismo. Concedici di avere occhi diversi, di guardare tutto in modo diverso, di avere un cuore diverso ed altri desideri…; di vivere un Cristianesimo autentico. – Signore, sii con noi quando preghiamo, affinché sappiamo pregare come hai pregato Tu! Signore, sii con noi quando lavoriamo, affinché sappiamo lavorare come hai lavorato tu! Signore, vogliamo ricordarci di Te quando mangiamo e gioiamo, come Tu hai gioito con gli uomini alle nozze di Cana! Signore, sii con noi quando camminiamo per strada, come hai camminato con i tuoi discepoli sulle strade della Galilea! Signore, vogliamo essere presenti a te quando siamo stanchi e sofferenti, affinché tu possa confortarci e lenirci come hai fatto con i malati! Signore, sii di nuovo il nostro Re! Voi siete la nostra Vita!

VIVA CRISTO-RE (2)

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

Art. IV.

L’Istruzione e la Fede.

La Fede è la radice della giustificazione, perché senza la fede non si e piacere a Dio (Hebr. X, Conc. Trid. Sess. 6, c. 8). Ma per avere la fede è necessaria l’istruzione, cioè la lettura dei libri santi e la predicazione del santo Vangelo, coi lumi della grazia del Signore. Ora essendo l’altare, come la mensa sopra la quale il Signore dispensa con abbondanza il pane della vita a’ suoi figliuoli nella santa Messa, prima di ammetterli alla sacra mensa, loro parlando come in famigliare confidenza, li mette a parte dei suoi secreti, loro rivela i suoi giudizi e coll’istruirli li dispone a ricevere e gustare il dono, che prepara a vita eterna. Ond’è che prima di incominciare l’oblazione, la Chiesa alle preghiere fa seguire la lettura dell’Epistola e poi dell’Evangelo, affinché ammaestrati e confermati nella fede, i Cristiani siano resi degni di presentare le loro offerte all’Altissimo, e dall’Altissimo ricevere la più grande misericordia. Eccoci adunque alla lettura dell’Epistola.

Epistola.

S. Giovanni Grisostomo (Hom. 2 in Gen.) e dopo lui san Gregorio Magno (2) con tutti i Padri, guardavano le sacre Scritture, come lettere mandateci da Dio. Dalle sacre Scritture sono appunto tratte le Epistole, che si leggono nella Messa, e sono capitoli dell’antico e nuovo Testamento. E perché per lo più sono tratte dall’Epistole di s. Paolo, credono alcuni, che per questo siano chiamate generalmente Epistole. – Antichissimo è l’uso di leggere nelle sante adunanze le sacre Scritture. Anche gli Ebrei le leggevano nelle loro sinagoghe; e Gesù Cristo prese occasione (Luc, IV) di farsi conoscere pel Redentore mandato a salvare gli uomini, nel fare la lettura di esso. Entrata nella sinagoga di Nazaret un sabato, si alzò per dar principio alla lezione, ed essendoli porto il libro, dispose in provvidenza che il Profeta, di cui occorreva in quel giorno la lettura, fosse Isaia, Evangelista, più che Profeta, di Gesù Cristo, come lo chiamò Gerolamo; perché ciò che predice di Gesù, è così chiaro e preciso, che par ne scriva la storia tanti secoli prima. Appunto il passo, di cui si doveva fare lettura, era una magnifica profezia risguardante il Salvatore stesso, che si aspettava. Lesse e chiuse il libro, e cominciò a dire loro: « Oggi colle vostre orecchie di questa scrittura avete udito l’adempimento. » Spiegò la profezia, e l’applicò a se stesso in modo, che non sapendosi che rispondere sì dovette ammirarlo. ll santo Martire Giustino prendendo a difendere i Cristiani accusati di commettere orribili delitti nelle loro adunanze, (in cui si diceva che mangiassero le carni dei bambini involti nella farina e nelle paste, così travisando indegnamente la consacrazione e comunione del SS. Corpo di Gesù Cristo, per ragion di difesa, come abbiam già detto, esponendo i riti della santa Messa, fa cenno della lettura, che vi si faceva delle sante Scritture, per preparare i fedeli al Sacrificio. Nella Chiesa Greca ai tempi di s. Giovanni Grisostomo (Hom. 36 in 1 Cor.), il diacono imponeva silenzio, e leggevasi prima un capitolo dell’antico e poi del nuovo Testamento: costume ritenuto nella Chiesa Ambrosiana della diocesi di Milano, e di cui nella Chiesa Romana si conserva una reliquia ancora nelle quattro Tempora, nelle Ferie, nella quarta domenica di Quaresima e nella Settimana Santa. Per confortare nella fede i Cristiani si vanno così esponendo le figure e le profezie del vecchio Testamento; e, riscontrandole coi fatti e misteri del Testamento nuovo, si vedono avverate nella vita di Gesù, e si mostrano sì esattamente in Lui stesso adempiute e nella Chiesa da Lui istituita. – Nel sabato delle Ordinazioni ancora se ne leggono cinque del vecchio Testamento, una poi in fine del nuovo, per significare (Gav. in Rub. Missal. p. 4, lib. 2, n.2.), che nelle cinque età del mondo in varie occasioni e in vari modi avendo Iddio parlato per bocca dei profeti, finalmente nella sesta parlò per mezzo del suo Figliuolo, che apparve fatto uomo (Hebr. I, I.). – Il lettore, che leggeva anticamente, e poi il suddiacono, che ora la legge innanzi al Vangelo, figurano s. Giovanni Battista Precursore, e i discepoli, che andavano innanzi a preparare la via nelle terre, per cui passava in seguito Gesù, ad istruire il popolo di propria bocca (Onor. Aug. Gem. Anim. et Innocent. IIL Mist. NT. lib. 2, cap. 3 et 29 De ep.).. – Vogliamo ancora notare, che, quando celebra il sommo Pontefice, si legge un’Epistola in greco e l’altra in latino dai rispettivi suddiaconi dell’uno e dell’altro rito. Perché Principe degli Apostoli, sommo Vicario di Cristo in terra, Capo universale e Padre comune, il sommo Pontefice, quando celebra, istruisce l’una e l’altra porzione di una sola Chiesa, la latina e la greca. Talvolta si leggeva pure ai fedeli nelle Chiese le lettere del sommo Pontefice, e pareva loro di ascoltare lo stesso beato Apostolo Pietro (Baronius Annal. Chr. 173, n. II.), e di sentirsi abbracciare dalla carità del Padre comune, conoscendo nelle lettere a loro lette la cura amorosa, che egli in tutti i tempi è solito prendersi di tutta la Chiesa sparsa in ogni parte della terra. – Si leggevano talvolta gli atti dei santi Martiri; e, mentre gli esempi di quegli eroi facevano intendere quali si potessero anche da femmine imbelli e fino dai fanciullini operare prodigi di valore colla grazia di Gesù Cristo, quei buoni fedeli nell’ascoltarli si stringevano la mano a vicenda, s’incoraggiavano alle battaglie imminenti; e rendendo grazie a Dio per la vittoria concessa ai fratelli, che li precedettero nell’arena, speravano, e pregavano l’assistenza ed il trionfo per sé medesimi. Talvolta poi erano lettere, che i martiri spedivan loro dalle carceri e dai patiboli, come pietosi ricordi, e come l’addio, che mandavano quei santi in procinto di essere gettati in mezzo alle fiamme o sotto la mannaia; che già pendeva sul capo, e alle fiere frementi per brama di divorarli, come avvenne ai due Vescovi e padri s. Policarpo e s. Ignazio. S. Policarpo scriveva ai Romani: « Io sono in guardia a tali soldati, che dire li posso tigri e leopardi; » e veniva poi subito abbruciato. Già l’aere risuonava del ruggito delle feroci belve frementi nelle gabbie di ferro, e s. Ignazio scriveva ancora una lettera alla Chiesa di Roma, in cui diceva: « Sono frumento di Cristo, cari fratelli; a momenti sarò macinato dai denti di queste fiere per divenire pane mondo. » Nel leggere queste lettere calde del sangue di que’ santi, non è a dire come s’infervoravano al martirio i fedeli. – Questa lettura si faceva in un luogo eminente detto tribunale; nella Chiesa di S. Clemente in Roma (una delle più conservate in tutte le sue parti tutt’ora intatte, come servivano all’antica liturgia) ancor si vede questo tribunale, da cui uscivano gli oracoli celesti. Il lettore leggeva forte, il popolo ascoltava: si domandavano schiarimenti sopra certi punti di cristiana dottrina; il lettore rispondeva, ed i fedeli così venivano soddisfatti ed illuminati. Queste letture erano come il latte, che in tutte le Messe, comunicato con amore, e succhiato con avidità, faceva nel popolo buon sangue cristiano, restandone assai bene istruito. Allora uomini ripieni dello Spirito del Signore, dottissimi in religione e scienze umane, stavano taciti ad ascoltare con umiltà; e s. Ambrogio sotto la clamide di governatore civile, s. Alessandro sotto le vesti d’un povero carbonaio, e s. Martino sotto l’usbergo del guerriero, tenevano celati i tesori d’una sapienza più che umana. Quando poi il buon senno dei fedeli li veniva a scoprire, e li proponeva per sacerdoti, e colla missione, che loro dava nell’ordinazione la Chiesa, li costituiva maestri; allora si facevano innanzi, e consolavano il popolo con meravigliosa dottrina; infondendo nel cuore degli uditori con carità ciò, che prima avevano nel proprio assorbito con umiltà. Ora eccoti invece missionari di nuovo conio, dal proprio capriccio costituiti: uomini vergini della scienza dei Santi e della religione, trattano e bistrattano le cose più sacrosante, più profonde; con troppo grande orgoglio e non minor tristizia, si vendono maestri in tutto, fino in divinità, alla goffa ignoranza d’un popoletto, che si dà l’aria di spregiudicato, col vanto di comperar scienza a buon mercato nei fogliuzzi da trivio, beve le. loro ribalderie invereconde. Beatitudine di tempi! Il popolo nostro non avrà più bisogno né di lettere sante, né di catechismi in Chiesa; valgono per tutto i giornaletti, che dicono di tutto il peggior male. Così, quando avrà il popolo imparato a maledir a tutto e conculcare ogni più santa autorità, allora sarà redento! – Ma la Chiesa, per redimere l’universo, pratica il contrario. Insegna ella a pregare per tutti, amare tutti ed obbedire a chi ci sta sopra, per obbedire al volere di Dio, e redime il mondo davvero. Si fa dunque nell’Epistola lettura della parola di Dio. Il sacerdote, a nome del popolo e col popolo, ha parlato a Dio nell’orazione; ora Dio si abbassa qual padre a dare avvisi, a seconda dei bisogni, a’ suoi figliuoli col far leggere la scrittura da Lui dettata. Egli coglie l’occasione dalla solennità del mistero, che si va celebrando per ispirarci sentimenti di confidente umiltà, e di salutare terrore. Ci spaventa; ma poi ci consola, ci minaccia l’inferno; ma è per darci il Paradiso. Così l’Epistola vuol dire che la parola di Dio è come una lettera, che il Signore ci scrive dal Cielo, per mostrarci la strada del paradiso…Oh! ascoltiamo questa amabile parola, quando ce la fa leggere e predicare; è parola di un Padre: lo comprendiamo nei detti! Egli ci parla del suo amore, ci fa la storia della sua bontà; ci tratta coi maggiori riguardi, e piuttosto che rimproverarci le infedeltà presenti, senza toccare direttamente un argomento per Lui di troppa amarezza e di troppa confusione per noi, espone coi più vivi tratti le infedeltà dell’antico suo popolo incirconciso di cuore; e nel ricordare le misericordie usate ai passati, cerca d’intenerire noi presenti col sentimento delle nostre miserie e della sua bontà. In tante finezze d’amore, Dio sì ci pare proprio un padre, che ha bisogno che siano salvi i suoi figliuoli! – Ben viene all’uopo qui raccontare un bel fatto, che contiene una grande lezione. Un dì san Francesco da Paola riceveva dal re di Francia, Luigi XIII, una lettera scritta di sua mano. I suoi discepoli, meravigliando l’alto onore, che ne veniva al loro buon Padre, facendogli festa intorno, gli ripetevano ammirati: » Deh! che gran degnazione? Un gran re scrivere a Voi, o Padre! ve? la lettera è scritta proprio di suo pugno! che gloria pel Padre nostro! » Ma egli « O uomini di poca fede, disse loro, voi fate le meraviglie, che un re uomo abbia scritto ad un altro uomo suo fratello; e che mai sono i re più grandi innanzi a Dio? Sono coronata polvere! e poi voi non vi meravigliate, piangendo per consolazione della bontà del Signore del Cielo, che ha scritto le sue lettere a noi, poverine sue creature? » – Ecco il rito della lettura nella Messa solenne. Il suddiacono colle mani giunte, preceduto dall’accolito, si avvia a prendere dalla credenza al fianco dell’altare, con tutto rispetto, il santo libro dell’Epistola; torna mostrandolo, sollevato fra le mani, quale oggetto della più grande venerazione; s’inginocchia dinanzi alla Croce, come per chiedere la benedizione, e in mezzo al silenzio e all’attenzione di tutti legge questa lettera di Dio. Il popolo siede; e questa comoda posizione esprime l’intenzione della Chiesa, la quale voleva che i fedeli, per ascoltare la parola di Dio, cessassero da qualunque altra occupazione, avendo in altri tempi pure i Concili generali espressamente proibito di far altra orazione, e di altrimenti distrarsi mentre si leggeva l’Epistola. Noi dobbiamo eseguire qui quanto ci suggerisce lo Spirito Santo: cioè sederci solitari, e nel silenzio del tempio meditare le verità, che Dio ci ha fatto conoscere. – Compiuta la lettura, il suddiacono porta con ugual rispetto a consegnare il santo libro al Sacerdote, il quale è il vero depositario della parola di Dio. Gli s’inginocchia dinanzi, e gli bacia la mano per esprimere, con quell’atto di riverenza e di tenerezza, la gratitudine di tutti i fedeli, e per la grazia ricevuta d’aver avuto fra le mani, da poter leggere ed ascoltare, la lettera loro spedita dal Cielo. – Ora almeno il buon Cristiano ascolti questa lettura, perché talvolta un’espressione, un accento di quella parola divina, accompagnata dalla grazia, tocca vivissimo, qual dardo d’amore, il cuor del fedele in un istante di misericordia: talvolta è come un lampo che scopre nell’anima l’orizzonte dell’eternità, e manda in dileguo gl’inganni del tempo. Potrà pure accompagnare la lettura dell’Epistola con leggere la lezione stessa nelle traduzioni in lingua volgare, approvate dalla Chiesa e commentate dai Santi; od almeno in santo raccoglimento gemere col cuore con Dio così: « Ecco, l’anima mia è come una povera terra senz’acqua, che sì consuma nella sua aridità! Deh! dalla lettura della vostra parola ci cada solo una stilla di celeste consolazione a conforto di vita spirituale. » Non accontentiamoci d’assistere in Chiesa alla lettura dell’Epistola, ma nelle nostre case prendiamo la benedetta usanza di leggere in famiglia qualche buon libro spirituale. Così noi potremo ascoltare sovente il gran Padre nostro celeste, che nel parlarci pel suo Verbo, ci comunica le sue grazie. – Nei secoli di fervore, quando non sì conosceva questo meraviglioso trovato della stampa, si credeva di non potersi altrimenti spendere meglio il tempo di una vita devota a Dio negli eremi e nei monasteri, che nel fare copia di questa grande, preziosissima lettera di Dio, agli uomini, che è la santa Scrittura. La bellezza dei manoscritti sulle pergamene, abbellite dalle miniature più preziose e del più finito lavoro, è il monumento della pietà di quegli uomini, che, vivendo una vita da angeli, e, tenendosi stranieri al mondo, pure s’interessavano tanto del bene delle anime di tutti i loro fratelli. Anzi non si deve il mondo scordare, che noi andiamo debitori della conservazione di quasi tutti gli antichi libri, massime dei classici più pregiati, alla pietà di quei buoni, che passavano la vita nel copiar manoscritti per esercizio di divozione. Veramente intenerisce il leggere come nel monastero fondato da s. Cesario ad Arles, duecento Verginelle (Cantù, Storia Univer., vol 7, an. 526) sposate a Dio, mentre si pascolavano delle celesti delizie col cuor in paradiso, si occupavano a trascrivere libri per istruzione dell’umanità. Ora le nazioni moderne incivilite sì sentono in seno una meravigliosa potenza, che si va propagando, e prende possesso delle intelligenze: compenetra le masse dei popoli, crea in essi le opinioni e li spinge a tradurle in atto, e così la si vede a pigliare sinora nel mondo, perché il mondo è sempre di chi se lo Piglia. Qual è questa potenza? È la stampa, con che si fanno proseliti; e si esercita un apostolato, che a differenza dell’Apostolato della viva parola, non esige grandi sacrifizi, né grandi virtù; eppure vorrebbe farsi più potente di quello. A dir vero, ella spaventa pel modo, che corre a disfreno, mena fragore, e crolla gl’imperi, e minaccia tutto sommergere. La navicella di Pietro non fu mai sbattuta da più terribil bufera. E noi? Saremmo noi gli uomini di poca fede da temere, come i discepoli sul burchiello di Genezaret, d’una soffiata di vento?… Noi no! Perché noi crediamo alla Provvidenza di Dio; sappiamo, che quando ella lascia, che si sviluppi una potenza e comparisca nel mondo, questa arriva sempre per una grande ragione, certamente per soddisfare un bisogno della verità e prestare servigi al suo Verbo. Coraggio; il Verbo di Dio è con noi, la tempesta che freme, è sotto il suo piede, e sol che parli, è ai cenni obbediente. Egli procede, e il turbine che sconvolge la società, è polvere che gli fugge innanzi. Non venga meno l’opera nostra; ché il concorso del nostro lavoro è un elemento voluto nell’ordine della Provvidenza, e deve entrare nell’eseguire il suo disegno. Mano all’opera: siamo tanti milioni! I più studiosi sono ancora gli uomini dell’apostolato divino. I seminari e gli Ordini religiosi, centri della pietà e della dottrina, sono ancora come cenacoli, da cui usciranno uomini, che si faranno udire nelle forme di tutti i linguaggi; mentre della parola di Dio possiamo far echeggiare tante voci, quanti sono molteplici i cenci, che si trasformano in fogli propagatori del pensiero colla stampa. Perciò si spiri la grande parola di essi; e questa, forte della potenza di Dio, rinnoverà la faccia della terra. Diffusa in quei modi, che disponeva Iddio in altri tempi, essa penetrò nella scuola dei dotti, e, mentre s°aggiravano confusamente nell’oscuro cerchio del tempo, li sublimò a contemplare, l’Eterno: animò l’eloquenza, e divenne nei Padri fiamma di carità ispiratrice d’eroismo: illuminò le lettere, e creò le meraviglie dal gran poema cristiano: s’infuse nella legislazione, e nella legge di ferro dell’ingiusta umana giustizia spirò il senso dell’umanità, che ne fece la legge dei popoli inciviliti, che pur con tutti i loro vizi ora si vergognano della poligamia e della schiavitù: insegnò alla storia, e l’ha fatta interprete della Provvidenza di Dio: fece riflettere un suo raggio dentro le arti del bello, e donò alle figure quello sguardo celestiale, e compartì tali grazie, che le sguaiate del paganesimo dovettero appiattarsi in vergogna. Diffondiamo ancora per questo mezzo, che la Provvidenza ci mette in mano questa parola, vera catena, che scende dal trono di Dio, e collega le intelligenze, e le innalza; ponte gettato sul vastissimo abisso, che separa l’intelletto umano dalla ragione divina; germe perpetuo di affetti santissimi, potenza creatrice di pensieri sempre nuovi, tutti belli, e rivelatrice di mondi ideali; luce, che fa comprendere, mentre fa piovere dal Cielo sui cuori le virtù per operare. Le verità che dobbiamo propagare sono fortissime, trovano già un’eco in fondo all’umana, natura, ed un testimonio, che le conferma nelle coscienze. Pubblichiamole coll’accento della pietà, versiamoci dentro il cuore, che il cuore trova sempre un cuor che l’intende. Come siamo nell’unità della fede, così conferiamo insieme la molteplicità dei mezzi, di che possiamo disporre. Tutti Cattolici, facciamo una santa lega, consacrando a difesa della verità l’ingegno, i sudori, le sostanze, la vita; usciamo alla luce del sole a compiere l’alta impresa, che ha per iscopo la sconfitta dell’errore ingannatore, e della corrompitrice viltà. Per mezzo d’associazioni diffondiamo buoni libri in tutti i formati, ed a così minimi prezzi, che possa la domenica averli fra le mani, coll’obolo di che può disporre, la contadinella, ringalluzzita di saper leggere anch’essa. La bellezza delle forme, la vivacità del racconto, l’interesse che vi si trova dentro, anche l’offrirli in dono facciamo che si spargano ovunque. Si dirà per avventura: non li leggeranno. Noi risponderemo: «aspettate, cadranno nelle mani nell’istante provvidenziale, come le vite dei Santi al guerriero Ignazio di Loiola, gettato sul letto colla gamba infranta; come il libro devoto che a consumar la noia dell’indugiar della mensa, leggeva il mercante Giovanni Colombini; libri che furono per essi il principio di loro santità. Così seminata dappertutto darà il frutto al tempo suo, e sarà la parola di Dio nelle famiglie il lievito dell’ Evangelo. Al vitupero ed alle infamie delle stampe in figura, contrappomiam le immagini così care alla cristiana pietà, così eloquenti al cuor del popolo; ed il popolo, che vive in sì gran parte nei sensi, quando si vedrà le immagini dei misteri di Gesù e di Maria, che mai non l’hanno saziato, quando si vedrà nelle immagini dei martiri, negli atti della eroica carità dei santi più sublimi tratti della storia, che onorano l’umanità, il popolo, che pur finalmente non ha voglia di ridere continuamente, resterà annoiato di schifose caricature, con che si vilipende il pudore. Anche quando comparvero i creatori dell’arte cristiana, che irraggiò tante divine bellezze nei quadri di nostra religione, se qualche pedante artista volle ancora far all’amore colle vecchie bellezze del paganesimo, i suoi capi d’opera mandarono troppo fiacco lume, per farsi ancor ammirare. Abbiam detto questo, perché siam nella ferma fiducia, che anche in questi tempi, per la grazia di Dio, e per la nostra cooperazione, la luce l’abbia da vincere sulle tenebre, e che pur finalmente la parola di Dio abbia da ricreare l’umanità. Teniamo caro questo pane delle anime. Senza il conforto della parola di Dio resteremmo abbandonati in questo povero mondo, come soldati senz’armi, come navi senza remi, come augello spennato dell’ali, come cieco che erra all’abbacchiata senza guida che lo meni in via sicura. – Leggiam le vite dei Santi, e troveremo in essi incarnata la parola divina e dipinti i modelli, da cui far ritratto di vita cristiana. Leggiamo le opere scritte dai Santi; familiarizzando colle loro idee, e, conversando pei loro scritti con questi uomini ripieni dello spirito di Dio, ci informeremo del loro spirito di santità. Chi tratta coi Santi diventa migliore. – Mentre il suddiacono depone il libro, ricordiamoci che quel libro ci sarà rimesso innanzi nel gran dì del rendiconto; e vi leggeremo, se non ne approfittiamo adesso: « Vi ho chiamato, e voi non mi ascoltaste; vi ho scritto, e voi non vi curaste delle mie lettere; vi ho offerto il mio aiuto, e voi sprezzaste le mie grazie. Non voleste la parola mia per vostra scorta, l’avrete per giudice » O mio Dio, allontanate da noi questa disgrazia, e fateci accogliere, come il gran dono di vostra misericordia, la santa Scrittura, e i buoni libri spirituali: e noi ve ne rendiam grazie colla Chiesa, che fa alla lettura rispondere:

Deo gratias.

« Grazie a Dio, » risponde il popolo. Questa tenera espressione, insegna s. Bonaventura, noi abbiamo imparata da Maria SS. Era questo il saluto usato colle persone da lei benedette (Tom. 2. op. Med. vit. Christ. cap. 3), che c’insegnava ad avere il cuore pieno di tenera gratitudine verso la bontà, con che Iddio ci circonda dei suoi benefizi continuamente. Veramente nelle solenni e care istruzioni Dio si è fatto conoscere nella frazione del pane, come padre alla mensa coi suoi figliuoli: e noi col cuore sulle labbra ringraziamolo della sua parola, che ci ha fatto leggere e predicare. Noi non abbiamo bisogno della vostra alleanza, scriveva Gionata a quelli di Sparta (Macc. XII) a nome del popolo giudeo; giacché avendo noi il tesoro dei libri Santi, essi ci valgono ogni consolazione, e possiamo fare a meno di tutti gli altri tesori umani. E quei generosi erano scampati appena dalla crudeltà di Antioco; erano costretti d’intorno da nazioni nemiche, non avendo più né Arca, né Tabernacolo di Dio, in pericolo di cader vittima dei loro nemici; pure in quegli estremi bastava loro tenersi stretti alla parola di Dio. Noi dobbiam dunque ringraziarlo vivamente col Deo gratias di poter leggerla ogni dì, e farne pascolo delle anime nostre; più di loro fortunati, che dappertutto ci riscontriamo in uomini di Dio, che ce l’annunziano in nome suo, noi, che stiamo serrati intorno al Papa, l’immancabile, depositario del Verbo Divino. – Qui vien bene di ricordare un bellissimo costume di cristiana pietà (s. Bonav. loc. cit.), di cui troviamo ancora una traccia nelle nostre campagne. Anche in oggi i poveri contadini, ricchi di evangelica semplicità, quando battono alla porta del ricco, mettono innanzi questa parola: « Deo gratias. » È un segnale di rispetto? O è la grazia, che domandano, di poter entrare, quasi sappiano di poterla ottenere, mettendo innanzi la memoria di Dio fatto uomo? Con questa parola d’introduzione pare a noi, che dicano con umile ma dignitoso contegno: « Se io ardisco di presentarmi a trattar con voi, lo faccio, perché mi ricordo, che il Signore ci ha mostrato che grandi e piccoli siam tutti fratelli in Gesù Cristo. » In alcuni paesi ancor si comincia col Deo gratias il saluto a Maria alla mattina, a mezzodì e alla sera; e come l’Epistola figura i discepoli, che precedevano Gesù ed anche il Precursore s. Giovanni Battista, così questa parola significa pure il saluto e le benedizioni e le grazie che portò Maria nella casa di s. Elisabetta; grazie che porta ancora all’anime nostre il Signore che discende a parlar con noi in questa occasione. Troviamo pure, che il Deo gratias era come parola d’ordine ed il segno di convenzione, con cui s’intendevano i Cristiani cerchi a morte nel tempo della persecuzione. Quando s’incontrava alcuno, che si credeva potesse essere seguace di Gesù Cristo, quegli a cui premeva conoscerlo, gli si faceva presso, e dicevagli adagio all’orecchio: « Deo gratias. » Se quegli era Cristiano, gli rispondeva con una stretta di mano, sottovoce: « Deo gratias. » Ringraziavano quei buoni l’un per l’altro il Signore, che gli avesse eletti all’onore di seguirlo in quel tempo di prove. E una tenerezza il pensare a quei generosi, che, stipati nelle prigioni, e già consacrati alla morte, quando si aprivan quelle porte di ferro, ed un nuovo compagno entrava in quelle carceri orrende, facevano festa, ringraziando, e benedicendo il Signore. S. Ilariano (Surius, Vita ss. Satur. ecc. 11 Feb.), giovinotto in fior di vita, tornava dal combattimento carico di catene per aver confessato intrepido di essere Cristiano. Presentato sulla porta della prigione grondando sangue, mandò col saluto il cuore ai suoi fratelli, esclamando: « Deo gratias: Grazie a Dio; » perché gli concedeva di divider con loro i ceppi e la morte. E tutti a gara a stendergli le braccia incatenate, non potendo pei ceppi muoversegli incontro, accoglierlo colle grida di giubilo. Era una lietissima festa, dice la storia, un’esultanza che mai la maggiore, era un cotal gaudio da non potersi dire, che esprimevano quelli col ripetere misto alle lacrime « Deo gratias Deo gratias. » Che belle grazie, e quanto eran gradite a Dio!

Graduale.

Il Graduale è come una conseguenza della seguita lettura dell’Epistola. Commossi dalla ascoltata parola di Dio tutta piena di altissimi sensi, pieni di cuore delle ispirazioni dello Spirito Santo, davano sfogo per alcun tempo alla comunione dell’animo. Erano accenti di meraviglia o di gaudio; o erano espressioni di dolore, che si scambiavano tra loro a vicenda; od era un applauso alla virtù, che si commemorava in quell’istante. La Chiesa si fa ora col Graduale interprete dei pensieri, in cui lavora in segreto l’anima nostra, quando gusta il cibo della parola di Dio dentro di sé. Il graduale adunque fu introdotto nella Messa per acclamare la santa lezione; e molti pensano che Graduale s’appelli, perché costumavasi cantare nel tempo in cui ascendeva il diacono su pei gradini del pulpito: o perché forse veniva cantato sui primi gradini di esso (Raban. De iust. cler. lib. I, cap. 33, de ord. miss.); intrattenendosi con questo il popolo, mentre sì preparavano i ministri per la lettura dell’Evangelo.

Tratto.

Nei tempi poi di duolo e di penitenza, al Graduale s’aggiunge il Tratto, il quale è un lamento, una querimonia, un’elegia, che si canta n modo stridulo, perché esprime il mesto gemito di quei fervorosi Cristiani, che tutti compresi nei giorni di compunzione e di penitenza, sfogano il dolore a piè dei gradini dell’altare, alimentandosi colle preghiere nel digiuno, gementi con clamore (Tertull., De Pœn. cap. 9) dì e notte al Signore: e di quelli non men fervorosi penitenti, che a questo punto erano costretti ad uscir di Chiesa a piangere le loro colpe. Perciò questa parola Tratto significherebbe la tristezza di quelli, che a malincuore abbandonavano il santo altare, da cui venivan come trascinati lontano dai propri peccati; essendo fatti uscire dal santuario dopo la lettura, per ascoltare la quale, solo si permetteva restassero finora. – Innocenzo III dice che il Tratto esprime le miserie della vita presente (Miss. Mis. lib. 2.). Per entrare a parte dei sentimenti della Chiesa, noi non potremo far meglio, che procurare di intendere e mandare a memoria questi gemiti di compunzione devota, queste espressioni energiche suggerite dallo Spirito Santo, e farne oggetto delle nostre meditazioni in quei giorni che l’ascoltiamo. Ah! quanto diverso era il costume degli antichi fedeli, che vegliavano le notti, nonchè passavan gran parte del giorno nelle chiese, e si preparavano or con sante lezioni, or con canti, or con mistiche benedizioni, or con lagrime di vivissima contrizione, a celebrare le più grandi solennità, ed onorar la memoria dei misteri di nostra salute.

Sequenza.

Quel ritmo, o canto, od inno, che si canta alcune volte in seguito all’Epistola, chiamasi, Sequenza, appunto perché segue l’Epistola. Credesi introdotta dal beato Nogero abate di S. Gallo nella Svizzera; che molti distinguono da un altro Nogero di Liegi, il quale pur dedicò un libro di Sequenze a Lituardo Vescovo di Vercelli, che furono poi approvate da Nicolò I sommo Pontefice, a cui furono da lui inviate. Si chiamavano le Sequenze anche giubilazioni. Or se ne cantano cinque solamente: una nell’Ottava di Pasqua, di cui si crede autore Roberto Re de’ Franchi (Card. Bona, Pi. lit. lib. 2, cap. 6, n.9.), ed è tutta piena di santa letizia; è un giubilare vivace per la risurrezione. Essa incomincia: Victimæ paschalis ecc. ecc. L’altra nell’ottava di Pentecoste, che incomincia: Veni, Sancte Spiritus; ed è una delle più soavi e più devote orazioni, piena della maggiore unzione; degna proprio d’essere presentata all’autore della grazia, come un vero inno all’Eterno Amore. Da alcuni n’è detto Autore lo stesso b. Roberto, da altri il b. Ermanno nel secolo XI (Durandus, lib. 4, et Bened. XIV, De sac. Miss. lib. 2, cap. 5, n. 18.): ed alcuni la dicono opera del Papa Innocenzo III (Card. Bona, loc. cit.), il quale compì la gloriosa sua carriera nel celebre concilio di Laterano (nell’anno 1215 da lui convocato e presieduto), dopo di avere dato solenni lezioni ai re sui loro doveri. –  La terza è per l’ottava del Corpus Domini, composta da s. Tommaso con tale semplicità di linguaggio, e tanta esattezza teologica di espressioni, che è  al tutto degna di quella angelica mente. –  La quarta è il Dies iræ nella Messa dei morti. Di questo sublime grado di terrore vuolsi autore il Card. latino Orsino Frangipane (Bened. XIV, loc. Cit.), o Tommaso di Celano discepolo di s. Francesco (Cantù). Essa è una terribile elegia, e forse il cantico più imponente che si possieda. Certo non si poteva meglio interpretare il gemito del popolo, che crede, che spera e sente il terrore l’ira di Dio pel dì del tremendo giudizio, nell’atto che prega sulle tombe de’ suoi morti, come sulle tombe dell’eternità. Diresti che di là si vede ai piedi spalancato l’inferno sopra il capo il terribile Giudice, e tutto l’orrore della vendetta divina innanzi. Col tremito dello spavento si slancia alla Croce di Gesù Cristo, per trovare uno scampo alla perdizione, che minaccia di divorarlo: or questo canto è un grido di terrore che termina in un gemito di pietà, con cui i fedeli cercano uno scampo fra le braccia del Salvatore di tutti. – Finalmente i dolori della Madre divina a piè del patibolo è lel suo Figlio potevano mancare di un cantico nella poesia del popolo, che n’è sì tenero? Essi l’ebbero nello Stabat mater, che inspirarono.  In esso il Pontefice Innocenzo III (Cantù), espresso i più veri sentimenti della gran famiglia, di cui era capo e il più degno interprete. In esso il popolo colla più viva immaginazione vede la Madre sua Maria addolorata, 3bagnata del sangue, che gronda della croce del suo Gesù; in esso il popolo le si getta a’ piedi, e si sprofonda con lei in quel suo mar di dolori; in esso il popolo caramente l abbraccia; ed è una pietà il sentirlo col pianto supplicarla, che stampi nei cuori le piaghe del suo e del loro Gesù, e chiederle colle lagrime, che nell’ora dell’agonia metta le anime in quel costato, che ha comune la sua piaga col cuor trafitto di lei; affinché dalla morte le porti salve in paradiso! –  Deh! se il canto è dell’affetto del popolo la più naturale e più viva espressione, qual impronta di grande verità sentita, quali concetti sublimi e teneri in questi cantici, che dovevano un dì essere in bocca di tutti! Che popoli dovevano essere quelli, che si esprimevano così! Ora il popol nostro in quali canti esprime la poesia dell’affetto suo? E quale !… Siam pure poverini per ogni riguardo! Ma è sempre ricca la Chiesa in santità di affezione, e beato a chi vi partecipa. Come intanto debba essere benedetta la Religione, che le consolazioni, i dolori ed anche lo spavento compone in celeste armonia! – Ella termina i graduali e le sequenze, tranne quella del Dies iræ, coll’alleluia.

L’ Alleluia.

In tutti i giorni dalla Pasqua alla Pentecoste la Chiesa esulta per la risurrezione di Gesù Cristo. Rapita tutta nella solennità del mistero non vuol essere distratta da altro pensiero; e tutta piena di esultanza, appena si lascia andare ad una aspirazione o giaculatoria nella lettura fatta, e subito negli slanci del cuore altro non fa che ripetere: « Alleluia Alleluia: Lode a Dio. » Questi sono altrettanti evviva allo Sposo divino, che della morte ha trionfato. A questo pensiero la Chiesa si abbandona come ad un santo delirio; e fra gli impeti di tanta esultazione ha più brevi i graduali ed interrotti dai gioviali Alleluia. Anzi in questo tempo pasquale non solamente tra l’una e l’altra azione nella Messa, ma pure anche in tutte le funzioni tra l’uno e l’altro coro, tra l’una prece e l’altra, e fino tra l’una e l’altra espressione si esilara in tanti Alleluia. È bello il considerare qui, che l’amor di Dio, come nella Cantica, prende una cotale forma umana da poterlo assomigliare all’amore d’una casta sposa terrena. Questa affettuosa, quando derelitta dallo sposo, cui lo squillo di guerra chiamò sul campo delle battaglie, nella sua cameretta solinga e mesta, col fervore della immaginazione vede in mezzo all’orrida mischia, tra il fischiar dei globi infuocati ed il tempestar della morte lo sposo diletto, e se lo figura innanzi ahi! squarciato nel fianco da una fulminea palla versare per terra le viscere insanguinate; allora si straccia i capelli, corre forsennata per la cameretta, e chiama lo sposo morente. Ma quando appunto come per incanto esso le appare dinanzi glorioso della vittoria, ella mette un grido, che non è una parola; ma dice assai più d’ogni parola umana. Così pure mentre la Chiesa è tutta nel meditare la passione e morte del suo Gesù; e Gesù all’improvviso le appare Innanzi nella gloria di Pasqua risorto; ella mette un grido di gioia nel fervoroso Alleluia; ed in tutto il tempo, in che lo festeggia in trionfo, nell’estasi del celestiale suo gaudio, il cuore le batte sì vivo che non ne può frenare gli slanci; e la gioia con impeto scoppia ad ogni istante in Alleluia; onde pare dica tratto tratto: « E risorto, si veramente! evviva, evviva! lode a Dio, Alleluia! ». – Giacché abbiam toccato degli Alleluia, che si cantano nel tempo pasquale, appunto dell’Alleluia daremo qui una breve storia, che è bene conoscere per comprendere il senso di questa vivace espressione, con che la Chiesa pur nel corso dell’anno, conversando con Dio, spesse volte si va espandendo. Gli Israeliti usarono fin dagli antichi tempi di cantare « Alleluia » « Lode a Dio » (e si vuole che primo l’usasse David nell’iscrizione del Salmo 104). Per quel popolo così prediletto dal Signore, per cui Dio era duce, difensore, pastore, re, padre e tutto, gli evviva dovevano naturalmente terminare tutti in Dio. Oh sì! quando alcun sentimento di tenerezza commoveva quel buon popolo vivamente, egli doveva esclamare: « giubiliamo: ma con chi mai giubileremo noi meglio, che in seno al Dio de’ padri nostri, che tanto ci predilige? » E l’Alleluia veniva appunto a dire così. Quanto conviene adunque alla Chiesa questo cantico con Dio, che le è Sposo. Emanuele, cioè Dio è con noi: Alleluia; a lui la lode del più sentito amore! Lodiamo adunque anche noi, dice s. Agostino (De temp. serm. 151, cap. 6), o carissimi, il Signore; diciamo Alleluia, cioè lodiam non solo colla voce, ma diamogli lode col buon costume, lode colla lingua, lode colla vita. Egli è vero che per noi poveri peccatori starebbe meglio aver sempre in bocca: « misericordia, perdono, abbiate pietà, o Signore! » ma noi cantiamo Alleluia, e due volte Alleluia, osserva pure lo stesso s. Agostino (Enarr. in Psal. 106.), perché se reo e cattivo è l’uomo, fedele e misericordioso è Iddio; e queste ripetizioni esprimono il desiderio vivissimo, che si avveri ciò, che tanto ci fa esultar col pensiero, appunto come si dice: « Amen, amen, sì, si; fiat, fiat, avvenga e sia fatto. » Riccardo di S. Vittore dice o ancora (Sup. Apoc. lb. 6, cap. 3.) che si usa ripetere questa acclamazione, e pare che la Chiesa non finirebbe mai di dire: « Alleluia, » per significare l’eternità, e l’armonia del cielo colla terra. Perché, come dice ancora s. Agostino (Enarr. iu Psal. 106), in cielo si danno lodi a Dio, come qui sono lodi a Dio: là dagli Angioli in sicurtà; qui dall’animo in timore, ma pur confortate dalle più care speranze. « Alleluja » cantano essi nella patria del cielo; « Alleluja » cantiamo noi qui sopra via per arrivarvi; « Alleluia » essi in gloria; noi « Alleluja » nel combattimento, che ce l’acquista; « Alleluja » essi in beatitudine in seno a Dio; « Alleluja » noi qui con Gesù sull’altare, che è la scala per arrivarvi. E intanto illi canentes jungimurAlmæ Sionis æmuli. Cioè concittadini del cielo, candidati del paradiso, uniamo fino da quest’ora coi loro i nostri cantici, che speriamo di pur cantare insieme con essi in beatitudine con Dio. –  Qui s’intende perché l’Alleluia si tace dalla Settuagesima sino a Pasqua; quel tempo significa il tempo trascorso dalla caduta del genere umano, che ebbe la morte col peccato in Adamo, sino al tempo da risorgere alla vita per la risurrezione di Gesù Cristo (Rubertus Abbas, De dir. Off. lib. 1, cap. 14): quando comincia appunto il vero tempo di evviva, e di lode a Dio per l’intiera umanità, destinata a glorificare Dio in paradiso.

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LO SCUDO DELLA FEDE (234)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. III.

Le Campane.

Solo la Chiesa Cattolica poteva, e doveva inventare le campane, od almeno introdurle al grande uso, per cui sono destinate. Abbiamo detto: almeno introdurle al grand’uso; perché troviamo antiche memorie de’ campanelli; ma le campane propriamente dette, come ora le abbiamo, pare s’introducessero sol dopo cessate le persecuzioni. Quando la Chiesa di Dio vivente non era altrove sicura che nell’oblio, possiam esser certi che non si convocavano i fedeli a suon di campane o di crotali. Dice taluno, che usassero di quella vece le raganelle; e potrebbe esserne un indizio il vederle anche fra noi adoperate nella settimana santa: pei quali giorni si conservarono ancora in uso i riti più antichi. Ma anche questo non si poteva fare, se non dopo ottenuta la pace. Nel tempo delle persecuzioni bisognava che si avvertissero i fedeli, di casa in casa, con rapidità, con modi che non gli scoprissero. – Troviamo presso i Romani fatta menzione di segni, che si davano con bronzi sonanti, e presso i Cristiani di segni, con cui si raccoglieva il popolo in Chiesa: e dagli storici di Venezia abbiamo, che il Doge Orso Partecipazio nell’anno 865 mandò le prime campane all’Imperatore Michele da mettere a Santa Sofia. Non se ne conosce però l’inventore. Il nome poi di campana pare venisse loro dato dalle fonderie, che si stabilirono nella Campania, celebre per l’eccellente bronzo, o forse anche perché là furono prima adoperate. Questo indicherebbe il nome loro dato indi aes Nolanum o Nolæ, cioè bronzo di Nola, da Nola città di Campania, a dodici miglia da Napoli (Cantù: Storia Universale). Certo è però che la Chiesa, questa società dei fedeli, sposata a Dio, quando uscì alla luce e poté respirare in libertà, e spiegare nei maestosi suoi riti i disegni della carità di Dio, da cui è informata, non poteva trovare strumento meglio adatto per comunicare continuamente, come in famiglia ai figliuoli sparsi d’intorno, i suoi pensieri. E in vero quanto sublime è questo concetto! Questa sposa del Signore, e ne diffonde il suo spirito per tutto 1° universo, dove trova un gruppo d’abitazioni, alcuni uomini raccolti in società, li lega in famiglia, e vi colloca in mezzo il centro dei suoi affetti, ponendovi da adorare nella loro chiesuola Gesù Cristo, amante nascosto sotto i veli del Sacramento nella misteriosa celletta del sacro ciborio. Quivi col cuore suo nel suo Tesoro, è dove propriamente vive d’amore. Ora, come il cuore dell’uomo diffonde coi suoi battiti per le membra quel calore di vita, di cui è focolare, così dalle chiese colle ripetute scosse delle campane si spandono intorno con rapida onda sonora in tutti i medesimi pensieri, i medesimi affetti; e si trasfonde sull’istante, come elettrica un’aura di carità. Oh si, la carità sa pure inventare i belli ingegni e più industriosi e delicati! Ella in mille arcane maniere infonde la vita anche nelle più morte cose, e, informandole, le travolge nei suoi movimenti, come il vortice della vita animale assorbe le molecole dei corpi inanimati, e se le incorpora alla vitalità, assimilandole. Ecco che qui obbliga sino il metallo, a dire parole, a cantare, a sospirare con essa; anzi costringe fino a pigliare sopra le loro ali a portare intorno a tutti i fedeli, colle soavi emozioni, ì cenni della Madre Chiesa. Dalla parte dell’arte poi (Chateaubriand.) non vi è più sublime cosa di questo suono di maestosa armonia. Un flauto ti molce l’animo, e lo riempie di soavità: un violino pare che assottigli un fil di voce delicatissimo per sposarsi al tuo pensiero e corrergli flessibile come esso, agile e presto; ma il suono di molte campane ti scuote potentemente, e ti rapisce in più sublime atmosfera, e ti fa sentire nella persona una vibrazione, che cerca inquieta d’intonarsi con un’armonia, la quale indovini dovere esistere, ma più in su, fuori della sfera di attrazione di questa bassa terra. – Hanno alcuni fatto prova d’introdurre la campana sulle scene dei teatri; ebbene, anche là, in mezzo agli svariati concerti, che ti rubano l’animo obbligato a correre dietro ed una scherzevole melodia; se si sente il rintocco d’una campana, l’animo ne resta sorpreso, è tarpato il volo ai fugaci pensieri; l’uomo è richiamato in se stesso da un’armonia più possente, che manda a nullo ogni altra impressione. Che se, nel silenzio di quel sublime incanto, l’uomo interrogasse sé stesso: anche là sul teatro, in mezzo a que’ spettacoli il cuor suo gli risponderebbe di grandi verità. E per vero quali segrete relazioni non ha il suono delle campane col nostro cuore? Quante volte in un’ora di mesta quiete, ti rimbombano intorno i rintocchi di un’agonia rassomiglianti alle lente pulsazioni di un cuor, che si spegne, e ti portano il pensiero agli aneliti di un boccheggiante morente! Tu ti segni di Croce, e corri colla tua preghiera a dare la mano al tuo fratello, che, sfinito di forze, sta nell’abbrivo dal tempo all’eternità! Hai pregato; ma la campana sospira ancora, e ti ripete all’orecchio: « dunque si more… si more… e dopo la morte?… Suono di terrore! eppure misto di tenerezza, anche quando senti l’intronar a stormo, con che la trepida campana grida ululando: « accorrete! » Allora ti pare in essa di udir la madre che grida: « coraggio, coraggio, o figliuoli; accorriamo, portiamo aiuto ai fratelli, in chi sa qual terribil frangente. » Ma poi, all’alba d’un di solenne, per cui l’aurora pare mandi una luce più gaia ad ornare di rose a festa il firmamento; mentre gli Angeli forse discenderanno in terra in devoto pellegrinaggio a visitare i benedetti luoghi consacrati dai divini misteri, e vedranno la luce rapida come il baleno inondar via via paesetti e campagne e città; le campane destano col suono di festa i fedeli a salutare con vergini pensieri insieme cogli angeli Maria. Maria, (la più bella idea di Dio incarnata in donna) ti sorride dinanzi come una visione di paradiso. Oltre a ciò non hai provato mai a trovarti sopra la vetta di un monticello sotto limpido cielo, quando tutti gli oesetti risplendono d’una cotal luce color di rosa, dalla quale pare che il sole accarezzi la terra per consolarla del suo partire? In quell’ora solenne e soave, da tutti quei paesetti, che incoronano i colli d’intorno, le campane in un istante, come se le inspirasse un comun pensiero, gareggian fra loro a salutar Maria. Allora l’anima tua con un casto affetto stende la mano a Maria, chiamandola soavemente come la bambina chiama di sera la mamma, perché la metta a riposo in seno a Dio. Sì, nella quiete dei campi, quando senti quell’argenteo tintinnio dalla torre della chiesuola, ti par che la religione ti spedisca l’Angelo della misericordia a quei popolani affaticati, per dir con essi: « Ave Maria; o Maria, il Figliuol di Dio è nato Bambino, ed abita qui tra noi poverini; » o mandi l’Angelo della giustizia a tuonar nel rintocco sul tumulto della città. » Sciagurati! voi correte a perdervi, se non date la mano alla Madre, che vi meni a salvarvi in seno a Gesù, che non curate d’avere con voi ». Ah! finalmente, se hai fede ancora, quando il suon di molte campane all’improvviso proclama nelle regioni delle nubi il trionfo del Dio delle battaglie; e quando in terra intuona gloria; o acclama tre volte santo il Dio fatto uomo, che abbiam tra le mani, od invita ad accogliere le benedizioni della sua bontà; allora colla potenza delle sacre onde sonore ti rapisce in cielo quell’armonia divina. – Ah! i protestanti quando non vollero più invocare per madre Maria, quando infransero il vincolo della carità, staccandosi dalla Madre Chiesa, allora abolirono le campane. Per loro 1’individuo basta a se stesso: e’ si foggia la religione che gli piace, e i figli della stessa famiglia possono aver diversa credenza: non hanno comunione, né società di spirituali interessi, non più relazioni cogli antichi amici in cielo, non più la comunione dei Santi: non più Gesù Cristo nel Sacramento. È spento tra essi il cuore della Chiesa; e non suona più la campana, che ne esprimeva il palpito. Vogliam dire che un avanzo di religione ammiserita, e spoglia di così care credenze, dovette rifiutare alla campana che le esprimeva sì bene. Ah! son forse i figli, che non vogliono più ascoltare la madre coloro, che fan guerra al suon delle campane nel nostro paese cattolico, in questa… miseria di tempi.

Dominus vobiscum.

Cessato il cantico della gloria di Dio, il Sacerdote si volta al popolo, e lo saluta, dicendo: Dominus vobiscum, » cioè: « il Signore sia con voi; » e il popolo gli risponde: « Et cum spiritu tuo; » ed anche collo spirito vostro. – Solo chi ha sortito dalla natura un cuor ben fatto, e chi è ritornato all’evangelica semplicità, è capace di gustare tutta la poesia d’un così caro saluto. Ella è questa una preghiera quanto più usitata e in bocca di tutti, altrettanto non curata e meno compresa. Perché col mal costume di esercitar le opere di Religione come pratiche esterne, senza che il cuor vi abbia parte, si mandano a male le istituzioni più sante. Noi ci fermeremo su questo saluto: e 1° ne daremo la storia; 2° studieremo le cerimonie che lo accompagnano, ed i suoi significati, per poterlo praticare collo spirito della Chiesa, che l’ha sempre in bocca. « Dominus tecum: il Signore sia con voi, o benedetta tra le donne; » disse anche 1’Angelo a Maria Santissima, quando entrò ad annunziarle, che ella era eletta da Dio all’altissima dignità di essere Madre del Figliuol suo. La grazia di Dio, la carità di Gesù Cristo, la comunicazione dello Spirito Santo sia con voi; questi e simili saluti usavano gli Apostoli, quando mandavano ai fedeli quelle loro lettere inspirate da Dio. Di qui adunque la pratica della Chiesa, che fa i suoi figliuoli salutare dal Sacerdote con questa bella orazione: « Dominus vobiscum. » Questo saluto fu già usato dai Patriarchi dell’antico testamento, uomini santi, che, camminando continuamente innanzi a Dio, pieni di Dio la mente e il cuore, col nome di Lui su tutto invocavano la benedizione celeste (Ruth II, 4; Judic. VI, 12.). Fino dai più antichi secoli fu in uso nella Chiesa. – I Vescovi nondimeno, ancora al tempo presente, invece di dire: « il Signore sia con voi, »- dicono: « Pax vobis, la pace sia con voi. » Questa differenza vuol essere derivata da ciò, che il Gloria în excelsis era nei tempi antichi riserbato da poterlo cantare nel Sacrificio, quando celebravano i Vescovi, i quali, finito il cantico, pregavano appunto sul popolo quella pace, che erasi dagli Angioli annunziata. Forse gli antichi Vescovi si ricordavano del beato Giovanni, apostolo della carità, quando, cadente di vecchiezza e stremo di vita, barcollando fra le braccia dei suoi discepoli e tremante di tenerezza si faceva portare in mezzo alla chiesa. Egli là non potendo predicare più a lungo; « 0 figliuoli miei, diceva, amatevi l’un l’altro, » e taceva; tornava ancora l’altro di a dire per tutta istruzione: « figliuoli miei, amatevi l’un l’altro; » e pensava aver detto tutto, che bastasse a farli buoni: quando i suoi discepoli, forse alquanto annoiati della solita predica: Maestro, dissero, diteci altre cose sublimi, voi che tante ne avete gustato, dormendo sul petto del Salvatore! No, risponde da uomo inspirato l’Apostolo d’amore, voglio dirvi solo questo, perché, se lo praticherete, vi basterà a tutto (S. Hier., De script. Eccl.). E voleva dire che la pace nelle famiglie, e la carità del prossimo, è l’anima di tutte le virtù. Osserviamo che il saluto, che fa qui il Sacerdote al popolo, e questo d’invocar Dio sopra di lui col « Dominus vobiscum » si prepone dal Sacerdote in tutte le pratiche di religione, e tutte le orazioni che deve recitare. Come una volta non pure i fedeli, ma anche i pagani non si vergognavano di pregare l’assistenza divina in tutte le pratiche della vita, e fino all’incontrarsi si salutavano, invocando un Dio, che li proteggesse; così la Chiesa ancora tiene vivo questo costume piissimo; e, quando il Sacerdote ha da innalzare in suo nome una preghiera, ella vuole che si ricordi essere egli costituito quale ambasciatore tra Dio e gli uomini, interprete dei voti suoi, ed incaricato di portar innanzi a Dio i bisogni di tutti i suoi figliuoli. Mentre adunque anche in privato recita le sue orazioni, il Sacerdote, rivestito dell’augusto carattere di ministro di Dio, si solleva tra il cielo e la terra, e prima di trattare con Dio, si rivolge al popolo, che in Dio vede tutto presente; abbraccia, per dir così, in unione di spirito colla Madre Chiesa in seno a lei i suoi fratelli, e dice loro tratto tratto: « Dominus vobiscum, » il Signore sia con voi, senza di cui voi non altro avrete che miserie, osserva qui s. Agostino; adunque non vi affannate dietro l’ombra dei beni, che vi lusingano i sensi; vi ricordi, o fratelli, che la vostra felicità voi troverete in Dio solo, innanzi a cui porto i voti, effondo i gemiti per me e per voi: « Dominus vobiscum, » il Signore sia nei vostri pensieri, e vi faccia a sé dirigere tutte le operazioni della vostra vita « Dominus vobiscum, » il Signore sia nel vostro cuore, e questo amore riscaldato dal santo amor suo arda dinanzi alla Divinità, ovunque presente, come il braciere dell’incenso davanti all’altare: « Dominus vobiscum; » il Signore sia nei vostri travagli della povera vita, e, quando sarete stanchi delle schiave fatiche della terra d’esilio, levate gli occhi alla Gerusalemme celeste, ché la redenzione vostra si avvicina: « Dominus vobiscum: » il Signore vi accompagni nelle vostre tribolazioni, e, mentre vi strascinate sulle spalle il peso delle vostre croci, confortatevi guardando il gran capo Gesù, che vi precede colla croce sul Calvario: « Dominus vobiscum » sia con voi il Signore, o fratelli, e, pensando sempre alla divina presenza, apritegli i vostri pensieri; comunicategli le vostre intenzioni; versategli in seno il vostro cuore: e mentre anche il peccatore vive spensierato alla divina presenza, e commette fra le braccia di Dio stesso le sue iniquità, voi nelle vostre case, di mezzo ai vostri sollievi, in mezzo alle vostre fatiche, nelle prospere e nelle avverse cose, in tutte le più minute azioni abbiate di mira la gloria di Dio, la salute dell’anima; così camminando voi sempre con gran rispetto dinanzi a Dio, vi accompagni dovunque la sua grazia. – Ora cercheremo di spiegare le cerimonie, che accompagnano il Dominus vobiscum, che sono queste:

1. Giunge le mani sul petto innanzi al Crocefisso; 2. Si ferma in mezzo all’altare, e s’inchina alla Croce; 3. Bacia l’altare; 4. Si volge al popolo; 5. Allarga le braccia; e le stende verso di lui; 6. Stringe ancora le mani sul petto, e colle braccia strette così, torna all’altare.

1. Giunge adunque le mani sul petto innanzi al Crocefisso; il che significa che egli col popolo si guarda innanzi a Dio come tutta cosa di Lui, e come vittima legata dalla luce divina e morta alla propria volontà, si dà tutta in mano al voler divino, in unione della gran vittima, che va col popolo ad offrire.

2. Si ferma in mezzo all’altare, e s’inchina. L’altare, che rappresenta Gesù Cristo, è come la gran coppa ripiena dell’abbondanza delle divine misericordie da diffondere sopra del popolo. In mezzo adunque all’altare, donde scaturiscono tutte le grazie, il Sacerdote s’inchina; e vuol significare, che da un luogo così santo, così sublime, mentre dev’egli benedire il popolo, prima di tutto ha bisogno di chiamare sopra se stesso colla sua Umiltà le celesti benedizioni.

3. Bacia l’altare: è un trasporto d’amore, con cui bacia di cuore le piaghe di Gesù Cristo, e, quasi mettendo il labbro al santo Costato, attinge a quella fonte del Salvatore quell’acqua, che, mista al santissimo Sangue, sale sino a vita eterna.

4. Si rivolge al popolo. Da quell’altare ci pare di vedere l’uomo del Signore circondato da una aureola di Divinità, che lo rende venerando al popolo prostrato ai piè. Si legge di Mosè, che scendendo dal monte, coronato aveva il capo di raggi fulgenti, così che il popolo non poteva fissarlo in volto. Il Sacerdote invece rappresentante di Gesù Cristo, più che della maestà di Dio, rende immagine della mite dolcezza del Salvatore; e dimostra la carità di Lui, che colle mani aperte sulla Croce, con grida potenti e lagrime per noi al Padre, meritò di essere esaudito (Hebr. V, 7); e si volge ai redenti per consolarsi con essi.

5. Stende le mani allargate verso il popolo. Con questo rivolgersi al popolo, gli fa invito a ricevere Gesù Cristo, che gli porta i doni (Mansi, Del vero ecc. v. 2, lib. 4. Dove osserva che si replica sette volte nella Messa il Dominus vobiscum, per esprimerei sette doni dello Spirito Santo.) dello Spirito Santo. Ah! non ci pare egli di vedere qui Gesù desideroso di effondere nelle anime nostre i tesori della sua misericordia nel Sacerdote, che con Gesù sulla Croce allarga le braccia, le sue mani quasi adattando sulle mani piene di sangue dell’Amor Crocefisso in quella forma disteso? Ecco il Sacerdote dinanzi a Dio: anche Egli venerato pel suo carattere in Cielo sotto le sue braccia protegge il popolo fedele. Avendo Egli questi figliuoli generati alla Chiesa colla virtù del sangue di Gesù Cristo, con Gesù divide i diritti e le tenerezze di padre; e come tale nel salutarli li vuole accogliere in braccio per dar loro la sua santa benedizione, e dice: Dominus vobiscum.

6. Poi serra le braccia al seno, dando vedere con quell’atto, come egli col cuor largo in carità, con Gesù Cristo, tutti teneramente ci abbraccia e con tutti i nostri bisogni ci porta in petto sull’altare innanzi a Dio. Deh! vi può essere pratica più mdevota, più tenera di questo saluto comunissimo della Chiesa? – Il popolo risponde al Sacerdote: « Et cum spiritu tuo: e sia collo spirito tuo. » Questa risposta è l’espressione naturale d’un sentimento di gratitudine, ed è una preghiera che fa il popolo pel Sacerdote, che ne ha gran bisogno in quel momento in mezzo a quei tremendi misteri (S. Jo. Crys. Hom. 18, in 2 Cor.). Qual risposta è più all’uopo di questa, con cui il popolo risponde al gran saluto del Sacerdote, pregando che lo Spirito del Signore l’assista, e lo accompagni? Santa unione nel Signore! Il Sacerdote allarga le braccia al popolo per eccitarlo ad aprire le anime a ricevere i doni di Dio; il popolo gli corre fra le braccia, e prega Dio d’investir l anima del sacerdote col suo Santo Spirito. Ah! sì diciamo anche noi: « il Signore sia collo spirito tuo! » Lavori la perfezione dell’anima tua, ché la perfezione del Sacerdote è un tesoro pel popolo fedele. Egli ti doni tal santità, quale è conveniente al più che angelico tuo ministero. Et cum spiritu tuo. Il suo spirito ti spiri sul labbro la parola di vita, che ha da pascolar l’anima nostra: Egli t’investa lo spirito, e sii tu l’operator di miracoli di carità, col dare la vita alle anime infracidite nel vizio. Et cum Spiritu tuo: o uomo del Signore, sull’altar del Dio vivente rinnoverai il prodigio della verginal purità di Maria Santissima; nelle tue mani discenderà il Verbo eterno per l’onnipotenza della parola divina, che ti ha comunicata. Scambiatesi così tra Sacerdote e popolo le benedizioni, il Sacerdote si mette da un lato dell’altare, ai piedi della Croce, in atto di presentare coi suoi i voti raccolti da tutto il popolo. Prega come Mosè colle braccia alzate; ma più di Mosè fortunato, perché nel suo pregare ripara a sicurtà sotto l’ombra della Croce di Gesù, e non ha più paura di cadere morto sfolgorato dalla presenza della Divinità; e dice con confidenza:

Oremus.

Innalza le mani nel dire « Oremus, » come il condottiere del popolo del Signore sul monte Raphidim, esortando anche s. Paolo di pregare in ogni luogo con alzare le mani pure (I Tim. II). Il sacerdote colle mani levate a capo di tutti presenta coi suoi i voti di tutti i fedeli, i quali pure colle mani giunte, pregano il Padre della bontà, con confidente abbandono attaccatisi alla Croce, disposti a lasciarvi la vita; e qui egli s’inchina per eccitare tutti ad appoggiarsi al Crocefisso, e come vittime anch’essi mettersi colle mani legate nelle mani della giustizia divina sotto di essa. – Ecco l’uomo chiamato da Dio sul monte Santo, che nel momento di entrare in colloquio col Signore, prova il peso della sua infermità, e prega il popolo di tenerlo sollevato fra le braccia della preghiera comune, e dice ad alta voce, perché  loda « Oremus: preghiamo, » invitandolo così a pregare con lui. Egli adunque, come Mosè, si sente mancare la lena in tenere sul santo monte alzate al cielo le mani; poiché uomo infermo anch’esso, in quell’atto, tra i fedeli e il Crocefisso, gli tremano le braccia nell’invocare la benedizione e le vittorie sopra il popolo, nella fiera battaglia intorno allo stendardo di Gesù Cristo. Teme non forse la sua indegnità frapponga ostacolo alle grazie di Dio, e si raccomanda alla carità di tutti, perché lo confortino con le loro supplicazioni. In certo qual modo, dicendo « Oremus, » par voglia dire: « sì io pregherò; ma promettetemi di accompagnarmi voi pure colle vostre suppliche, mentre vado a rappresentare innanzi a Dio ì comuni nostri bisogni. » Quindi recita orazioni volgarmente dette gli « Oremus, » che nella Liturgia sono chiamate collette. – Santa carità di Gesù Cristo! Il Sacerdote per essa comprende i bisogni di ciascuno dei fedeli. Anzi lo stesso Spirito di Gesù Cristo si fa interprete di tutti i cuori, e formola quelle suppliche, che rispondono ai bisogni di tutti. Negli antichi tempi il Sacerdote recitava pubblicamente quella preghiera, che gli suggeriva la sua pietà. Tutta piena la sua mente dei misteri della santa Fede, che si celebravano, rapito in ispirito nell’ammirazione delle virtù di Maria SS. e dei Santi, commosso dalle pubbliche e private necessità gli fluivano bene sul labbro le più devote preghiere, piene di unzione e di carità. Accadeva una disgrazia? I nemici minacciavano di devastare l’Impero? La mano del Signore scuoteva il flagello sulle teste del popolo, coi suoi castighi già lo colpiva? Una sventura anche particolare opprimeva in modo un fedele da far rumore? Ecco i gemiti dell’uomo di Dio esprimevano coi sentimenti i voti del popolo, di cui era l’umile e dignitoso rappresentante (Microlog. De Eccles. obsecr.). – Quando il popolo si sente interpretare i suoi bisogni per bene così, e pubblicamente trattare col Signore i suoi più cari interessi dal ministro della Chiesa, quando sente a chiamare sopra l’anima propria, sopra la sua famiglia, e fino sopra le sue sostanze terrene le benedizioni celesti, ed interporre per lui i meriti dei Santi, della Regina del Cielo; e a tutte queste suppliche, non che altro, aggiungere ì meriti e il sangue di Gesù Cristo, quasi sigillo, che le rende autorevoli ed efficaci; il popolo risponde in armonia d’affetto; « Amen: così sia. » Avete ben detto quello che ciascun di noi voleva. La Chiesa formulò poi e compose, e ora mette innanzi già preparate per tutte queste brevi orazioni o collette od oremus che dir vogliamo. – Quelli, che hanno spirito di orazione, troveranno un gran pascolo in meditarle. Oltre ad essere le più belle forme di preghiera, piene di spirituale unzione e soavità, sono pure le espressioni più genuine e sincere dei sentimenti e della credenza della santa Chiesa Cattolica. Anche da queste ben si comprende come con Dio non è da andare in molte parole, poiché i gemiti, in che si sfoga un’anima compenetrata dai santi misteri, sono le preghiere migliori. Di fatto per lo più la Chiesa presso a poco prega così: « Padre celeste, vedete ciò che ha operato il Figliuol vostro qui sulla terra, e la vostra beatissima Sposa e nostra Madre Maria bagnata di sangue sotto la Croce! Ecco le virtù dei vostri servi: per i loro meriti, e tutto sempre per i meriti di Gesù Cristo, concedeteci che, nell’imitare così sante azioni, giungiamo con essi alla gran mercede, che siete Voi in paradiso. » Ecco ciò che ben dicono insomma gli Oremus. –  Queste collette e benedizioni, o sommarii, come si chiamarono talvolta, perché contenenti i voti di tutti (Bened. XIV, lib. 2, cap. 5, n. 1, De sac. Miss.), erano in uso fino dai primi secoli. A queste preghiere s. Pietro deve la liberazione miracolosa dal carcere (Act. X1.). Insieme pregando si confortavano i fedeli perseguitati. S. Giustino martire nell’Apologia presentata all imperator Adriano diceva: (Apol. I) « noi preghiamo (prima dell’offerta) fervidamente in comune così per voi, come per tutti quelli, che sono dei vostri, sparsi per le varie parti del mondo, affinché, venuti in conoscimento della verità, possiamo tutti per mezzo dell’opera e dell’osservanza dei Comandamenti conseguire l’eterna salute. » – Tertulliano nel suo Apologetico a diversi magistrati dell’impero Romano: « Noi Cristiani, diceva, noi Cristiani alzando gli occhi al cielo, colle braccia aperte, perché innocenti, col capo scoperto, perché non abbiamo di che arrossire; senza bisogno di rammentatore, perché l’orazione nostra la facciamo di cuore; preghiamo sempre lunga vita a’ Cesari tutti, impero sicuro, casa senza disgrazia, eserciti forti, senato fedele, popolo costumato, l’universo intero in pace. Laonde, gli uncini di ferro ci sbranino pure, così a Dio rivolti ci tengan sospesi ed inchiodati le croci, ci scannino le spade, le fiere ci assalgano… il Cristiano sta orando. Via, voi fate questo da bravi, o presidenti, cacciateci di corpo l’anima, che supplica Dio per l’imperatore; sarà questo il nostro delitto. » Poi dice ancora: « Dio ci ha posto il comando di pregar per tutti, anche per i nostri persecutori: massimamente pei re e per le podestà. » Scena commovente! Popoli intieri di perseguitati alla morte, appiattavansi nelle caverne: spiati che erano, venivano strascinati sui patiboli.. Lì piegavano il collo sotto la mannaia; morivano senza una parola, se non per dire al manigoldo, che tagliava la testa: « taglia pure, o fratello, ché io continuerò in cielo a pregare Gesù, che salvi l’anima tua! » Codardi i Romani! colla spada che aveva vinto il mondo, tagliavano la gola a femminette, a fanciulli, che nel morire pregando vincevano i vincitori del mondo. Oh, se Dio accettava quel priego suo/… Sì, abbiamo detto suo, perché gli uomini non avrebbero mai pregato pei loro nemici così, senza la grazia dell’Uomo-Dio, che moriva pregando per chi l’aveva inchiodato in croce… Ecco il carattere più evidente dei veri Cristiani. Intanto rovinavano i tempii delle disoneste divinità, si piantava la Croce sulle rovine dell’idolatria. L’impero pagano diventava cristiano. Sì; questi prodigi operavano forse più che altro i voti, e le suppliche di coloro, che andavano il di vegnente a morire condannati da quelli, per cui avevano così pietosamente pregato la notte passata. – Ora noi dobbiamo ben essere vilissimi, se ci lasciamo mancare dinanzi tanta eredità di fede, e di virtù; se nel pericolo non facciam violenza al cuore della divina bontà, perché ci salvi per sua misericordia. Santi Sacerdoti, infervorate il popolo a pregare con voi. Della Chiesa le necessità sono estreme: e noi in tanta pressura staremo tranquilli, freddi, vuoti di desideri? senza sentire un bisogno? senza una grazia da chiedere intorno all’altare? Già le nazioni si agitano, si arrovellano, sì battono, rivolgono già le armi parricide contro il Cristo di Dio in terra; e noi?… Noi soffriamo, perdoniamo: ed accusandoci i primi per peccatori, popoli e Sacerdoti preghiamo insieme. Viva Dio! Il Signore regna ancora nei cieli, e tiene in mano il cuor delle nazioni e dei re: e il braccio della sua onnipotenza non è per niente accorciato. Egli ha fatto sanabili le cristiane nazioni, che col progredire senza religione si getterebbero nell’abisso della distruzione. Preghiamo che le ristori tutte nel seno della Chiesa Cattolica, intorno al medesimo altare, fra le braccia dell’istesso Padre comune, del sommo Pontefice. Chi non prega renderà forse conto un dì di tanti mali sofferti, di tante anime perdute per mancanza di quelle grazie, che erano promesse alle sante preghiere nel Sacrifizio. – Avvertiamo ancora che queste collette nei giorni di penitenza, o di maggior compunzione, sono più abbondanti. Anche nei giorni di maggior dolore il diacono invitava, come ancor adesso, il popolo a prostrarsi in ginocchio. « Flectamus genua, buttiamoci in ginocchio. » Il popolo sì gettava in ginocchio sul pavimento delle basiliche, ed in quella umiliazione supplicava il Signore che esaudisse il Sacerdote. Il suddiacono poi dava avviso di levarsi, dicendo: « Levate. » Nei giorni poi solenni si dice una sola orazione, perché troppo preme alla Chiesa che noi stiamo raccolti, e coll’anima tutta nei santi misteri, cui ella celebra con solennità. Perciò ella desidera in certo qual modo che ci dimentichiamo di tutto, perché le potenze del nostro spirito si concentrino in meditare, e gustare il santo mistero, che assorbir deve, per dir così tutti i nostri pensieri, come occupa di sé tutta la Chiesa a celebrarlo. – Noi abbiamo accennato, come il Sacerdote conchiude l’orazione o colletta colle parole, che mettono innanzi i meriti di Gesù Cristo, e come il popolo le ratifica, e quasi sottoscrive, dicendo: Amen, e così conferma la preghiera fatta a nome suo dal Sacerdote. Ma questa conclusione, questa conferma, essendo preghiere, le quali la Chiesa ha quasi ad ogni momento in bocca, vogliam dirne pure qualche cosa, per entrar meglio nello spirito di questa piissima madre; affinché queste parole che ella ci mette, come a bimbi sul labbro, valgano ad ottenerci tutto il bene che ella desidera. Termina adunque gli Oremus colle parole: Per Dominum nostrum Jesum Christum etc. – Quando il Sacerdote mortale porge a Dio le supplicazioni dei congregati fedeli che assistono all’altare, non è più l’uomo solo che prega; ma con lui è il Pontefice invisibile ed eterno, che intercede per noi, santo, innocente, immacolato, dai peccatori diviso, e più sublime dei cieli, unico mediatore tra Dio e gli uomini (Heb. V, 1.) Gesù, il quale aggiunge il suo merito ai sospiri della nostra povertà. Ma noi non comprendiamo l’ordine della divina provvidenza ed i disegni della misericordia, con cui il Signore da tutti i mali della terra cava il bene de’ suoi eletti. Perché noi uomini siamo proprio, come miopi; e non vediam più lungi d’una spanna nell’avvenire. Perciò, quando noi preghiamo, non si può far meglio per noi, che gettarci ai piedi di Gesù Cristo, e rimettere nelle sue mani tutti i nostri interessi, raccomandandoci ai meriti suoi; affinché per esso ponga Iddio quel che per noi sia il migliore: certi che ciò che cercheremo dal Padre in nome suo con queste disposizioni, per lo migliore ci sarà concesso (Jo. XVI, 26.). Quindi nel dire « per Dominum nostrum Jesum Christum etc., » veniamo a dire che Gesù Cristo ci ama infinitamente più che noi non amiam noi stessi, che sa, e conosce e porta scritto nel suo Cuore il nome nostro e tutte le cose nostre, e perciò ci rimettiamo a Lui, che Egli faccia secondo la nostra preghiera, se è bene quello che noi chiediamo: o che la corregga, come Egli è nostro avvocato, e raddrizzi i nostri desiderii, ed interpreti le nostre domande. Perché altro finalmente noi non desideriamo, che la nostra eterna felicità, a cui speriamo di giungere per i meriti di Gesù Cristo. Così pregare è pregare nella maniera più utile e santa, e vuol dire: ABBRACCIARCI A GESU’ NEL SS. SACRAMENTO QUI CON NOI, E GRIDARE: « PADRE; QUESTO CUORE DI GESU’ SQUARCIATO VI DICE TUTTI I NOSTRI BISOGNI. » Allora confidiamo, che ne abbiam ragione. Egli promise, che qualunque cosa chiederemo al Padre in Nome suo, ci sarà data. Le parole adunque « Per Dominum nostrum Jesum ChristumPer Christum Dominum nostrum etc., » cioè per li meriti di nostro Signor Gesù Cristo, che vive, e regna con voi, o Divin Padre, in unità dello Spirito Santo, con cui si terminano tutte le orazioni della Chiesa, sono come una certa quale autentica, o come una sottoscrizione apposta alle nostre suppliche, fatta col sangue di Gesù Cristo; e vogliamo dire: « il suo cuore qui in mezzo di noi vi dice tutto quello che noi non sappiamo dire. »

Amen.

« Il popolo, (diceva sino dal fine del secondo secolo s. Giustino martire) (Ap. I), il popolo conferma l’orazione e il rendimento di grazie coll’Amen, che è una parola della lingua ebraica, e significa: « così va bene, così è: approviamo ciò che si dice: accettiamo per noi ciò che si è detto, e proposto or ora: così sia: Sì, sì che noi abbiamo in somma per Gesù Cristo il paradiso! S. Giovanni (nell’Apocalisse) sentì, che, quando i ventiquattro misteriosi seniori e misteriosi animali, la Chiesa, gli Angeli ed i mille e mille segnati, tutte le legioni di Dio, caddero in ginocchio innanzi all’Eterno, chiusero il Cantico celeste, che orecchio e cuor di uomo mortale non può comprendere, coll’Amen. Anche quando Mosè innanzi all’altare di Dio, chiamando testimonio il Cielo e la terra, scongiurava il popolo di dire schietto, se voleva essere di Dio o degli idoli, e così scegliere tra la morte e la vita, e pregava da Dio benedizioni ai fedeli, e imprecava le più terribili maledizioni a chi non volesse alla legge obbedire; il popolo cosperso del sangue della vittima, accettava colla legge le benedizioni, e si sottometteva, in caso d’infedeltà, ai tremendi anatemi, ed a tutte le maledizioni, col dire: Amen. Che facciamo noi, quando rispondiamo « Amen ?» Noi, ai piè dell’altare, da cui sgorga sulle anime nostre niente meno che il Sangue di Gesù Cristo, accettiamo per detto da noi quel che dice il Sacerdote. Il Sacerdote chiede lagrime di contrizione, chiede aiuto e forza di cessare il peccato e rompere le catene per cui il demonio ci trascina a perdizione: ciascuno di noi risponde: « Amen. » Con ciò vuol dire: così mi aiuti Iddio, che v’impegno la mia parola, che darò mano a far tutto con la sua grazia. E una virtù, che egli presenta a Dio come un fiore germogliato sulla terra innaffiata dal Sangue divino, e chiede grazia a riprodurlo in ciascuno di noi? E noi col risponder « Amen » promettiamo a Dio di regolare i nostri costumi in ordine a quelle virtù, e di coltivarle con tutto l’impegno. Talora poi il Sacerdote ricorda un mistero, e professa di crederlo e ne chiede merito per noi di vita eterna, o si solleva coll’anima al paradiso, e di là confessa, che tutte le cose della terra cadono a nulla dinanzi a quelle del Cielo. Allora noi diciamo « Amen » cioè lo crediamo anche noi, e da quest’esilio alla beata patria andiamo sospirando. Così coll’Amen diamo parola di dare gloria a Dio coll’operare, come esigono le verità, che gli professiamo di credere. (S. August. ad Prosp. et Ilar. de Don Pers. Orig. in Ep. ad Rom. lib. 10. — S. Just. Apocal. 2. — S. Jeron. in Jerem.). –  Ora nel ripetere così facilmente col labbro questa protesta, è forse il cuore lontano, lontano da Dio? Ipocriti! L’Amen, allora sarebbe una solenne bugia, quando alle tante proteste fosse in contraddizione il costume! Qual menzogna sarebbe nel confessare coll’Amen, che Dio è tutto per noi; e poi con tutta l’anima a razzolare nella terra un po’ di polvere? Promettere coll’Amen di voler seguire Gesù, al mondo ed alla carne con Lui crocifissi; e poi ai sozzi vituperi della carne sacrificare l’anima e Dio: gridare coll’Amen, si, o Signore, Voi siete tutto il nostro bene, che sospiriamo di possedere in paradiso; ed intanto, abbietti in vita bestiale, quasi quasi desiderare, che non vi fosse né paradiso, né Dio, perché piace il goder sempre sulla terra? Santo Iddio! noi vogliamo forse accettar per nostre, le maledizioni scagliate contro coloro, che pur conoscendo il bene, fanno vista di approvarlo; ma poi corrono al male? Ah! diciamo dunque « Amen » con cuor sincero ed umiliato, e se non possiamo altro, almeno sia il nostro Amen l’espressione dei desideri di un’anima, che chiede aiuto: almeno una confessione della nostra miseria; volendo dire confidenti con questa parola: « Ah! Signore ispirateci la buona volontà, benedite ai nostri proponimenti, e colla vostra grazia adempite ciò, che non possiamo noi colle nostre forze così meschine. » Così gli Amen dal cuor compunto ci fluiranno sul labbro come gemiti di confusione salutare.

SANTO NATALE (2022) – MESSA ALL’AURORA

SANTO NATALE – (2022) SECONDA MESSA ALL’AURORA

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Stazione a S. Anastasia.

La Messa Dell’Aurora si celebrava a Roma nell’antichissima chiesa di S. Anastasia. La sua posizione ai piedi del Palatino, dov’era la residenza dei Cesari, ne faceva la Chiesa degli alti funzionari della Corte. Il nome di S. Anastasia è inserito al Canone della Messa. Santa Anastasia, di cui oggi si fa memoria, è la celebre martire di Sirmio. – La liturgia della Messa ci fa salutare « con gioia il santo Re che viene » (Com.) « il Signore che è nato per noi » (Intr.), « il Bambino adagiato nella mangiatoia » (Vang.). Ci dice che « colui che è nato uomo in questo giorno, si è rivelato anche ai nostri occhi come Dio » (Secr.). Perchè Egli è « il Verbo fatto carne (Or.) si chiama Dio (Intr.) ed « esiste sino dall’eternità » (Off.). E, se Egli viene, è per salvarci (Ep. Com.) e « per farci eredi della vita eterna » (Ep.) della quale noi godremo nel cielo, quando questo Principe della pace, tornerà alla fine del mondo rivestito di forza» (V. dell’ Intr., Alleluia) e in tutto lo splendore della sua Maestà. Allora « il Re dei cieli, che s’è degnato nascere per noi da una Vergine per richiamare al Regno celeste l’uomo che ne era decaduto» (1° resp.)» regnerà per sempre «(Intr.)sugli uomini di buona volontà (Gloria) che lo avranno accolto con fede e amore al tempo della sua prima venuta. Le feste di Natale hanno dunque lo scopo di prepararci al 2° Avvento « giustificandoci per la grazia di Gesù Cristo » (Ep.) « distruggendo in noi il vecchio uomo » (Postcom.) « conferendoci ciò che è divino » (Secr.) e aiutandoci « a fare risplendere nelle nostre opere ciò che per la fede brilla nelle nostre anime » (Or.). – Con i pastori, ai quali il Signore manifesta l’Incarnazione del Suo Figlio, « affrettiamoci di andare» (Vang.) ad adorare all’Altare, che è il vero presepe, il Verbo, nato nell’eternità dal Suo Padre celeste, nato da Maria sopra la terra, e che deve nascere sempre più colla grazia nelle nostre anime, in attesa che ci faccia nascere alla vita gloriosa nel cielo.

Incipit

In nómine Patris, ✠ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.
Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Is IX:2 et 6.
Lux fulgébit hódie super nos: quia natus est nobis Dóminus: et vocábitur Admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sǽculi: cujus regni non erit finis.

La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine.]

Ps XCII:1
Dominus regnávit, decorem indutus est: indutus est Dominus fortitudinem, et præcínxit se.

[Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza.]

Lux fulgébit hódie super nos: quia natus est nobis Dóminus: et vocábitur Admirábilis, Deus, Princeps pacis, Pater futúri sǽculi: cujus regni non erit finis.

[La luce splenderà oggi su di noi: poiché ci è nato il Signore: e si chiamerà Ammirabile, Dio, Principe della pace, Padre per sempre: e il suo regno non avrà fine.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.
Da nobis, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui nova incarnáti Verbi tui luce perfúndimur; hoc in nostro respléndeat ópere, quod per fidem fulget in mente.

[Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente: che, essendo inondati dalla nuova luce del Tuo Verbo incarnato, risplenda nelle nostre opere ciò che per virtù della fede brilla nella nostra mente.]

Orémus.
Pro S. Anastasiæ Mart:
Da, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, qui beátæ Anastásiæ Mártyris tuæ sollémnia cólimus; ejus apud te patrocínia sentiámus.

[ Concedici, Te ne preghiamo, o Dio onnipotente: che, celebrando la solennità della Tua Martire Anastasia, possiamo godere presso di Te il beneficio del suo patrocinio.]

Lectio

Lectio Epístolæ beati Pauli Apostoli ad Titum.
Tit III: 4-7
Caríssime: Appáruit benígnitas et humánitas Salvatóris nostri Dei: non ex opéribus justítiæ, quæ fécimus nos, sed secúndum suam misericórdiam salvos nos fecit per lavácrum regeneratiónis et renovatiónis Spíritus Sancti, quem effúdit in nos abúnde per Jesum Christum, Salvatorem nostrum: ut, justificáti grátia ipsíus, herédes simus secúndum spem vitæ ætérnæ: in Christo Jesu, Dómino nostro.

[Carissimo: Apparsa la bontà e l’umanità del Salvatore, nostro Dio: Egli ci salvò non già in ragione delle opere di giustizia fatte da noi, ma per la Sua misericordia: col lavacro di rigenerazione e il rinnovamento dello Spirito Santo, diffuso largamente su di noi per i meriti di Gesù Cristo, nostro Salvatore: affinché, giustificati per la Sua grazia, divenissimo eredi, in speranza, della vita eterna: in Cristo Gesù, Signore nostro.]

Graduale

Ps CXVII: 26; 27; 23
Benedíctus, qui venit in nómine Dómini: Deus Dóminus, et illúxit nobis.

[Benedetto Colui che viene nel nome del Signore: Il Signore è Dio e ci ha illuminati.]

V. A Dómino factum est istud: et est mirábile in óculis nostris. Allelúja, allelúja

V. Questa è opera del signore: ed è mirabile ai nostri occhi. Allelúia, allelúia

Ps XCII: 1
V. Dóminus regnávit, decórem índuit: índuit Dóminus fortitúdinem, et præcínxit se virtúte. Allelúja.

[V. Il Signore regna, si ammanta di maestà: Il Signore si ammanta di fortezza, e si cinge di potenza. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum S. Lucam.
S. Luc II:15-20
In illo témpore: Pastóres loquebántur ad ínvicem: Transeámus usque Béthlehem, et videámus hoc verbum, quod factum est, quod Dóminus osténdit nobis. Et venérunt festinántes: et invenérunt Maríam et Joseph. et Infántem pósitum in præsépio. Vidéntes autem cognovérunt de verbo, quod dictum erat illis de Púero hoc. Et omnes, qui audiérunt, miráti sunt: et de his, quæ dicta erant a pastóribus ad ipsos. María autem conservábat ómnia verba hæc, cónferens in corde suo. Et revérsi sunt pastóres, glorificántes et laudántes Deum in ómnibus, quæ audíerant et víderant, sicut dictum est ad illos.

[In quel tempo: I pastori presero a dire tra loro: Andiamo sino a Betlemme a vedere quello che è accaduto, come il Signore ci ha reso noto. E andati con prontezza, trovarono Maria, e Giuseppe, e il bambino giacente nella mangiatoia. Dopo aver visto, raccontarono quanto era stato detto loro di quel bambino. Coloro che li udirono rimasero meravigliati di ciò che i pastori avevano detto. Intanto Maria riteneva tutte queste cose, meditandole in cuor suo. E i pastori se ne ritornarono glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e veduto, come era stato loro detto.]

OMELIA

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI ediz. – Soc. Ed. Vita e pensiero.- Milano 1956)

IL MISTERO DEL SANTO NATALE

La notte tenebrosa gravava come una lunga maledizione sul mondo assopito nel sonno. Tutti dormivano: si dormiva a Roma, si dormiva a Gerusalemme, si dormiva a Betlem, dove una moltitudine era accorsa da ogni villaggio per dare il nome al censimento di Cesare Augusto. Solo qualche pastore vegliava nei dintorni, accanto a fuochi morenti, mentre custodiva il gregge. – Ed ecco squarciarsi l’oscurità e sfociare giù dall’alto fiumi di luce e tutto il cielo ardere come una fiamma e sopra i paesi assonnati passare cori invisibili, cantando parole non mai udite sopra la terra: « Gloria a Dio nei cieli più alti; pace agli uomini di buona volontà ». Balzarono attoniti i pastori vigili presso il loro branco di pecore ed una luce li investì. Nella luce videro l’Angelo fulgidissimo del Signore. Si spaventarono; ma l’Angelo disse loro: « Non temete: è una gioia grande per voi e per tutti, che noi portiamo: è nato il Salvatore ». Dunque, il tempo di piangere era finito, la maledizione era passata, la schiavitù del demonio era infranta. – « Gioia grande!» diceva l’Angelo ai pastori prostrati nella luce celeste. « Gioia grande: è nato nella città di Davide Cristo Signore. Vi dò un segno per trovarlo: vedrete un bambino involto in pochi panni, adagiato in una greppia ». Come gli Angeli sparirono, i pastori si guardarono l’un l’altro muti, poi dissero: « Andiamo a Betlem, e vedremo ». Transeamus usque in Betlehem et videamus. Lasciarono le pecore a ruminare sotto la rugiada presso i fuochi ormai spenti,e corsero.Lasciamo ogni altra cura anche noi e corriamo dietro a loro col cuore pienodi fede, col cuore pieno di gioia.Giungono, ansimanti. Et venerunt festinantes. Trovano Maria, trovano Giuseppee, in una greppia, un Bambino. Gioia grande! Dio si è fatto bambino. La divinitàofferta e l’umanità peccatrice si sono abbracciate nel corpicino di Gesù Cristo. Gaudium magnum.Adoriamo anche noi il Bambino e pensiamo:Il padrone del mondo s’è fatto povero, senza casa, senza culla.Il forte, il Dio delle armate, s’è fatto debole e infermo.L’infinito, per il quale son troppo piccoli i cieli, è raccolto in una greppia.Chi ha dato alla terra la virtù di produrre il pane, e alle piante la virtù di produrrefrutti, patisce la fame.Il regolatore delle stagioni e del freddo nasce d’inverno, intirizzito dall’ariarigida.  Quelle piccole mani arrossate dalla gelida notte hanno sollevato nei cieli il sole, la luna e tutte le stelle. Ed è per noi, sapete che Dio s’è reso così; per noi Propter nos egenus factus est, cum esset dives (II Cor., VIII, 9). S’è reso così perché noi gli volessimo bene: è il pensiero di S. Pier Crisologo: « sic nasci voluit qui voluit amari ». S’è reso così perché l’imitatissimo: è il pensiero di Tertulliano: « ut homo divine agere doceretur ».Allora diciamogli, con le lacrime agli occhi: « Bambino Gesù! noi ti ameremo,noi ti imiteremo ».NOI TI AMEREMOElena imperatrice, la madre di Costantino il grande, aveva avuto da Dio labella missione di ritornare al culto dei fedeli i luoghi santificati dalla vita e dallamorte di Nostro Signore.Quando arrivò a Betlem ed entrò nella grotta della santa nascita, emise ungrido d’indignazione. Quel luogo santo era stata profanato: al posto della greppialà dove Cristo aveva vagito per la nostra salvezza s’ergeva la statua infamedi Adone.L’imperatore Adriano, acre nemico di nostra fede, con un gusto diabolico l’avevaeretta là, perché il demonio ridesse dove Cristo aveva pianto.La pia regina, con le lacrime, comandò che abbattessero quel diabolico simulacro;ed ella stessa, con le sue mani, godeva di frantumarlo. Poi vi fè edificareun sontuosissimo tempio, che custodisse quell’umile posto, scelto da Dio per venireal mondo. –  È Natale: Dio nasce nei cuori. E c’è forse qualcuno che nel suo cuore, nelluogo dove Cristo deve nascere tien eretto il simulacro del demonio, il peccato?Alessandro il Macedone per conquistarsi l’animo dei Persiani, ha voluto vestirsicome loro, imitare in tutto quelle barbare costumanze; Dio per conquistare ilnostro cuore, per farsi amare dagli uomini si è fatto uomo in tutto come noi: habitu inventus ut homo; ha voluto patire come noi e più di noi, e noi non gli vogliamobene? Noi daremo il nostro cuore al demonio, ma non a lui?Nessuno sarà così pazzo e crudele da far questo. Come Elena regina frantumiamoil peccato dentro di noi, ed una bella confessione purifichi l’anima nostra,e la nascita di Cristo segni il principio di una nuova vita d’amore, di preghiera,di purezza.« Bambino Gesù! » diciamogli sinceramente « io t’amo ».Se la nostra vita passata ci dicesse che queste parole sono una bugia, perchénon siamo capaci d’amarlo con le opere, diciamogli così: « Bambino Gesù, se nonti amo, desidero però d’amarti assai ». E se anche questo non fosse vero, perché  il nostro cuore è più attaccato alla roba di questo mondo che al Signore, diciamoglialmeno: « Bambino Gesù! mi piacerebbe tanto desiderare d’amarti ».NOI TI IMITEREMO.A Giovanni II, re di Portogallo, annunciarono che stava male un servo, a luitanto caro.Il re si turbò, poi volle egli stesso scendere dal suo palazzo nella casa del servo.Nel varcare la soglia dell’ammalato, chiese, come si suole, dello stato dell’infermo.Gli risposero che il male era gravissimo, ma il peggio era che l’ammalato non silasciava indurre a prendere medicine.Quel mattino stesso i medici gli avevano imposto una medicina amara ma tanto salutare. La prese nelle sue mani, e senza indugio, egli stesso ne bevve parecchi lunghisorsi. Poi, accostandola alla bocca del malato gli disse: «Io il re, sanissimo, ho preso quest’amara bevanda solo per tuo amore, e tu, il servo, ammalato, non prenderai questo poco che resta per amor mio e per tua salute? ».  Il vassallo tese di slancio le mani verso la medicina, e disse: « Datemele: ora la berrei d’un fiato, foss’anche tossico ». Noi siamo servi ammalati: ammalati di superbia perché ci crediamo un gran che e siamo niente; ammalati di collera perché non vogliamo dimenticare e perdonare le offese; ammalati d’avarizia perché non pensiamo che a roba e a danaro; ammalati nella mente, nel cuore di pensieri e di desideri cattivi. È necessaria la medicina amara dell’umiliazione, della povertà, della mortificazione. Il nostro re, il Bambino Gesù, oggi è venuto a trovarci in casa nostra e ce ne dà l’esempio. Egli santissimo Dio, s’è fatto umile nel presepio, povero in una stalla, mortificato dal freddo. E noi non vorremmo portare la nostra croce? Ci lamenteremo ancora della Provvidenza? – Simone Maccabeo, una notte che conduceva l’armata contro i nemici, si trovò la strada tagliata da un torrente gonfio per le piogge recenti. I soldati s’arrestarono, poiché nessuno osava guardare in quel posto. Simone non fece parola, slanciò il cavallo nell’acqua e passò per il primo: transfretavit primus (I Macc., XVI, 6). Tutti allora gli andarono dietro. Ebbene: il nostro capitano Gesù oggi, per il primo, si slancia attraverso il torrente del dolore, della povertà, della mortificazione: a noi non resta che andargli dietro. Bambino Gesù! noi ti imiteremo. Disse l’Angelo ai pastori: « Evangelizo vobis gaudium magnum ». Vi porto una gioia grande. Lungi da noi, dunque, ogni pensiero di tristezza. Che cosa possiamo temere se il Verbo si è fatto carne, se Dio s’è fatto bambino? Quando Dio è con noi, chi può essere contro di noi? Gioia grande! – Il capitano Alfonso d’Albuquerque fu sorpreso da una procella furiosa, in mezzo al mare. La povera nave flagellata dalle onde rabbiose, squassata dal vento, cigolava in ogni connessura quasi volesse sfasciarsi. Le nubi basse e cupe avevano fatto l’oscurità sull’acque; i lampi guizzavano in quella tenebra con un bagliore di sangue. Le donne urlavano; perfino i vecchi marinai piangevano di paura. Il capitano, pazzo dal terrore, strappò dal seno d’una madre un bambino di pochi mesi, salì sulla tolda in alto, e protese verso la rabbia delle nubi quella fragile creaturina: «E se, — diceva — siam tutti peccatori, questo bimbo, o Dio, risparmialo perché è senza peccati ». Subito tacque il vento, si chetò l’acqua, s’aperse il cielo: e attraverso lo squarcio d’una nube discese l’arcobaleno. – Nelle disgrazie della vita, nelle tentazioni, nell’ora della morte e nel giorno del giudizio, quando intorno alla navicella della nostra anima sarà come una fragorosa burrasca, ricordiamoci di questo Bambino che oggi c’è dato, che oggi per noi è nato; innalziamolo a Dio e si farà la pace e la gioia intorno a noi. Tra pochi istanti, quando la Messa sarà all’elevazione, io stesso tra le mie mani prenderò Gesù Bambino ed elevandolo verso il cielo, mi ricorderò delle parole di Alfonso d’Albuquerque: « Se tutti noi siamo peccatori, o Dio, questo Bambino risparmialo perché è senza peccati! ». Per la sua innocenza noi tutti saremo salvati. – – Da Nazareth, dove avevano messo su casa, il censimento di Cesare Augusto obbligò Giuseppe e Maria a recarsi fino a Betlemme città dei loro antenati. Per tal modo mentre il padrone dell’Impero col suo decreto metteva in moto umili persone, inconsapevolmente dava compimento alla profezia che annunciava Betlemme come luogo di nascita per il Messia. « Che fate voi principe del mondo! Credeste d’agire secondo le vostre voglie e finite per eseguire i disegni di Uno che è sopra di voi » (BOSSUET). – Quattro giorni viaggiarono i due pellegrini: e si era nella stagione delle piogge e le condizioni della Vergine estremamente delicate. A Betlem, gremita di forestieri accorsi per farsi iscrivere, non trovarono alloggio conveniente; neppure all’albergo. Sicché, quando fredda fredda discese la sera, Giuseppe e Maria andarono a ripararsi in una grotta dove gli uomini del paese cacciavano il bestiame e qualche volta essi pure pernottavano. Unico arnese vi era una mangiatoia per i foraggi e biadumi degli animali. In questa stalla, nel cuor della notte, nacque il Figlio di Dio, Salvatore del mondo. Sua Madre, la sempre Vergine, lo prese nelle sue mani, lo ravvolse in pannicelli, e lo accomodò nella mangiatoia. Di lì, come da un trono prescelto, cominciò a regnare il Signore dei potenti, il Re dei re. E vagiva, con un filo di fiato. E non seppe ch’Egli era nato, Erode il feroce Iduneo che abitava in una fortezza non lontano dalla grotta, e che forse in quell’ora adagiato fra gli ori e la porpora accoglieva gli omaggi de’ suoi cortigiani o si assideva al banchetto sontuose di un festino notturno. E non lo seppe neanche Cesare Augusto: eppure il Dio dei Cieli era nato suddito del suo impero. Invece lo seppero alcuni poveri e buoni pastori che vegliavano a custodia della greggia. Un’improvvisa luce sbocciò davanti ad essi sbalorditi ed un Angelo disse loro: « Non temete, che vi annunzio una gran gioia: è nato il Salvatore. Eccovi il segno per riconoscerlo: troverete un bambino avvolto in panni e posto in una mangiatoia ». In quel momento sulla terra oscura ed ignara, i cieli parvero spalancarsi; stormi innumerevoli d’Angeli trasvolarono lasciando indietro un canto di speranza: « Gloria a Dio! Pace agli uomini! ». Quando disparvero e la notte si ricompose nel silenzio e nelle tenebre, i pastori rinvenuti un poco dalla stupefazione dissero: « Corriamo a Betlemme, e vedremo ciò che il Signore ci ha fatto conoscere ». Vi giunsero in fretta, verificarono il segno preannunciato dall’Angelo, e adorarono Dio in quella creaturina di carne, messa è in un greppia, come un oggetto di rifiuto. Cristiani! l’eco del canto angelico ripassa ancora sulle nostre anime, sulle nostre case, sulle nostre chiese: «A Dio gloria, agli uomini pace ». È vero che il fatto della nascita di Gesù dal seno verginale di Maria, avvenuto una volta per sempre venti secoli or sono, più non si ripete. Ma gli effetti di quella nascita, i suoi frutti di grazia e di vita, come un fiume celeste, ancora inondano la terra: oggi specialmente passano accanto a noi. Apriamo i cuori ad accoglierli! Quelli che come Erode si ostinano nelle loro passioni di egoismo e nelle abitudini sensuali, quelli che come Augusto si abbandonano a sogni d’orgoglio e a bremosie di possedere, non sentiranno nel loro animo che è nato il Salvatore. Beati quelli che, come i pastori dalla semplice vita, deposta ogni ingombrante preoccupazione terrena, accorreranno alla culla divina e gusteranno i frutti del santo Natale. Tre sono i principali frutti del ministero che celebriamo:

1) comprendere il sentimento che faceva palpitare il cuore al celeste Bambino: l’Amore;

2) raccogliere dal suo esempio l’insegnamento che illumina ogni uomo che viene al mondo: la Verità;

3) attingere alla sorgente che nascendo ha dischiuso per noi: la Vita divina della Grazia.

Insomma, ciò che provarono e videro allora i pastori, noi dobbiamo provarlo e vederlo ora: l’Amore, la Verità, Dio che si fece carne e s’attendò tra noi. – È APPARSO L’AMORE. Dopo il peccato una profonda separazione distaccò l’uomo da Dio. Se Dio parlava, la sua voce faceva tramortire di spavento. « Udii la tua voce — balbettava Adamo — e per la paura mi sono nascosto » (Gen., III, 10). Se Dio s’avvicinava alle punte della terra, i tuoni e le folgori lo avvolgevano. Il popolo atterrito alle falde dei Sinai, supplicava Mosè: « Parla tu a noi; ma non ci parli il Signore, perché morremmo » (Es., XX, 19). Gli uomini sentivano d’essere sotto una maledizione e di non poter pensare a Dio se non con terrore. « Le nubi e le tempeste gli stanno intorno; l’incendio lo precede ad abbruciare i suoi nemici. S’egli guarda, la terra sussulta; s’egli guarda, i monti si struggono come fossero di cera » (Ps., XCVI, 2-5). – E sarebbe stato sempre così, perché l’uomo solo doveva riparare, e l’uomo da solo non poteva. Infatti « qual mai tra i nati all’odio, qual era mai persona che al Santo inaccessibile potesse dire: « perdona? » (MANZONI). – Ma un amore infinito, incomprensibile, spinse il Figlio di Dio a prendere la nostra carne umana, che era condannata e che trascinava a morte. Eppure alla morte Egli innocente non doveva nulla. Egli onnipotente avrebbe potuto sottrarsi. Ma non l’ha fatto. E nasce un bambino appunto per morire d’amore e liberarci dal terrore. Perciò dissero gli Angeli ai pastori: « Non temete più… È nato il Salvatore e lo troverete bambino in fasce ». – Sentite. Un antico capitano di nome Temistocle, fuggiasco e sfinito, fu costretto ad approdare alla terra d’un re che aveva un giorno offeso e da cui era ricercato a morte. Folle di spavento entrò nella reggia e corse a nascondersi in una sala. Ecco un rumore dietro a lui: si voltò disperato e deciso a lasciarsi uccidere. Vide un bambino, incerto sui suoi passi, che lo guardava, e gli sorrideva e gli tendeva le manine bianche…: era il figlio del re. Temistocle non seppe resistere allo spettacolo inatteso di quella innocenza: lo prese tra le sue braccia e cominciò a tremare e a piangere. Così, in quest’atteggiamento lo sorprese il re. Come l’ira del re avrebbe potuto colpire, se tra la punta della spada e il nemico c’era di mezzo il suo bambino? Il monarca adunque ripose la spada, e corse ad abbracciare il suo piccolo: ma stretto a lui, fatto quasi una sol cosa con lui, era il colpevole. Non poté disgiungerlo, e se li strinse entrambi al suo cuore confondendoli in un unico amore. O uomo, — grida S. Bernardo, — perché paventi? Perché temi davanti al Signore che viene? Non disperarti, non fuggire! Rivolgiti e guarda: è un Bambino che ancora non sa parlare, che ancora, non sa camminare, solo già sa piangere d’amore (Migne, P. L., «In Nativ. Dom. », Sermo I, 3). Detestando sinceramente le nostre colpe, abbracciamo il piccolo Gesù che nasce per noi; con la fede aderiamo a Lui fino a far con Lui una cosa sola. Se Dio vorrà poi giudicarci a morte, noi gli diremo: « Signore fra me e il tuo giudizio, io metto in mezzo quest’innocente creaturina, che è tuo Figlio ». – È APPARSA LA VERITÀ. Pochi anni prima che nascesse Gesù, Ottaviano il futuro padrone del mondo che avrebbe ordinato il censimento, prima di salir sulle navi e muovere a battaglia incontrò un asinaio col suo somaro; la bestia si chiamava Vittorioso. Dopo la battaglia l’imperatore fece innalzare nel tempio una statua di bronzo a quell’asino perché fosse adorato in ricordo della sua vittoria. Quanta superstizione e quanta immersione nella materia vi era negli uomini anche tra le persone più cospicue e civili, perfino nello stesso Imperatore. Il demonio che si faceva adorare negli idoli, traviava l’umanità proponendole come supremo bene il piacere dei sensi, gli onori umani, il possesso del danaro e della roba. – Ma la divina Sapienza si fece carne, e pose la cattedra in una mangiatoia: di lì la Verità illumina ogni uomo che viene al mondo. Alla sensualità il Bambino Gesù oppone l’esempio delle sue sofferenze. Soffre nel corpo il rigore della notte, l’ispidità di quella strana cuna; soffre nell’anima per i nostri peccati, i quali già cominciano a strappargli dagli occhi le lacrime e poi gli strapperanno dalle vene tutto il sangue. – All’orgoglio il Bambino Gesù oppone l’esempio della sua umiliazione. L’uomo vuol sempre apparire da più di quello che è fino a ribellarsi a Dio, e anteporre il suo capriccio al comandamento dell’Eterno. Gesù, vero Dio, si nascose nella natura umana, si annientò facendosi come uno di noi. Gesù, immenso, Dio, che i cieli non possono contenere si restrinse in piccole membra ad avvolgere le quali bastarono pochi decimetri di fasce. Gesù, eterno Dio, che vive nei secoli apparve fragile creatura di poche ore. Gesù l’onnipotente Dio che guida gli astri, sostiene l’universo, giudica i vivi ed i morti, s’abbandonò incapace di reggersi nelle mani di Giuseppe e di Maria, si lasciò prendere e portare dovunque desiderassero, sempre a loro sottomesso. – All’avarizia il Bambino Gesù oppone l’esempio della sua povertà. La bramosia di possedere muove quaggiù individui e popoli, ma il Figlio di Dio nascendo ci ha disillusi, insegnandoci che ogni cosa terrena è una fugace bagatella. Il re dei secoli infatti non volle un palazzo, neppure una camera affittata nell’albergo, neppure una cuna: gli è bastato una mangiatoia e pochi pannicelli. È apparsa dunque la Verità in forma visibile per entusiasmarci dei beni invisibili. I poveri e gli umili non devono più lagnarsi del loro stato che tanto somiglia al suo; i ricchi e i fortunati devono preoccuparsi di aiutare i bisognosi, altrimenti non assomiglieranno mai a Lui, che «da ricco che era, si è fatto per noi povero » (II Cor., VIII, 9). – È APPARSO DIO. Che mirabile scambio è mai avvenuto tra la divinità e l’umanità nel Santo Natale! 1) Dio è apparso in mezzo a noi, si è fatto uomo. Noi gli abbiamo prestata la nostra natura. Contemplate il celeste Bambino, ci sono in Lui due vite: quella di Dio e quella d’uomo. Come uomo giace sul fieno, come Dio regna nei cieli e giudica le anime che compariscono davanti a lui. Jacet in præsepio, et in cælis regnat. Badiamo bene di non macchiare coi peccati quella natura umana che Egli s’è degnato di prendere in prestito da noi. 2) Dio è apparso in mezzo a noi, si è fatto uomo perché l’uomo si facesse Dio. Nascendo Egli ci ha fatto partecipare alla sua natura divina. Considerate, Cristiani, la nostra realtà: ci sono in noi due vite. L’una naturale che ci fu data attraverso l’opera dei nostri genitori; l’altra soprannaturale, divina, che ci fu comunicata nelle acque del battesimo. Non siamo appena figli d’uomini, ma siamo anche figli di Dio, fratelli di Gesù Bambino, degni di godere in paradiso la sua stessa beatitudine e la sua stessa gloria. Di queste due vite, è quella divina che deve dominare in noi, benché noi non la vediamo. Anche in Gesù Bambino la sua vita divina era nascosta, sembrava soltanto un fanciullo come tutti gli altri. Ma un giorno Cristo apparirà nella sua gloria, e noi appariremo con Lui nella nostra realtà divina se non l’avremo soffocata nei peccati. Bisogna finirla una buona volta con tutto ciò che distrugge e intisichisce la vita divina in noi: cioè coi peccati, cogli affetti illeciti alle creature, con le preoccupazioni sregolate per le cose che passano, coi meschini desideri del nostro orgoglio! – Nell’anno 135 l’imperatore Adriano, con empio proposito, profanò la grotta della santa nascita collocandovi la statua di Adone, l’impudico idolo dei pagani. Dove Cristo infante aveva vagito per la salvezza nostra, ivi era tornata a dominare l’immagine della perdizione. Ma più vergognosa profanazione avviene nel cuore di molti Cristiani, nei quali Dio s’è degnato di nascere colla sua grazia, e dai quali è poi discacciato orrendamente e sostituito dalle più basse passioni. –  Sarebbe ingratitudine concludere senza un pensiero amoroso a Colei che fu degna di donarci il Bambino Redentore. Tra i ricordi che della sua infanzia S. Bernardo raccontava, il più dolce era questo. Era giunta la vigilia del Natale, attesa con quel fascino che solo sanno i fanciulli dall’anima bianca. Egli volle ad ogni costo che i suoi lo prendessero seco alla Messa di mezzanotte. Ma quando fu nella chiesa, cullato dal mormorio delle preghiere, avvolto nel tepore della folla, tardando la Messa ad uscire, vinto dal sonno s’addormentò. «Nel sonno vide attraversare i cieli la Vergine Maria che teneva stretto al seno il bellissimo Bambino, appena nato. Con materna mossa curvata su di lui, diceva: « Guarda fra quella gente il mio piccolo Bernardo! ». Il Bambino aprì le palpebre, girò gli occhi, e lo vide. Si sorrisero scambievolmente. O dolce, o santa Madre, quella parola che un giorno dicesti per S. Bernardo, ripetila al tuo Bambino, oggi, anche per noi! Digli che ci guardi. Digli che tu lo rivestisti di poveri panni, perché Egli rivestisse noi con la gloria dell’immortalità. Digli che lo ponesti nell’angusta mangiatoia, perché Egli collocasse noi nella reggia dei cieli immensa. Digli che tu lo adagiasti fra il fiato di due animali, perché Egli sollevasse noi tra il canto degli Angeli.

Se così gli dici, così sarà.

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps XCII:1-2
Deus firmávit orbem terræ, qui non commovébitur: paráta sedes tua, Deus, ex tunc, a sǽculo tu es.

[Iddio ha consolidato la terra, che non vacillerà: il Tuo trono, o Dio, è stabile, fin dal principio, fin dall’eternità Tu sei.]

Secreta

Múnera nostra, quǽsumus, Dómine, Nativitátis hodiérnæ mystériis apta provéniant, et pacem nobis semper infúndant: ut, sicut homo génitus idem refúlsit et Deus, sic nobis hæc terréna substántia cónferat, quod divínum est.

[Le nostre offerte, o Signore, riescano atte ai misteri dell’odierna Natività e ci infondano pace duratura: affinché, come il Tuo Figlio nascendo uomo rifulse quale Dio, così queste offerte terrene conferiscano a noi ciò che è divino.]

Pro S. Anastasia.

Acipe, quǽsumus, Dómine, múnera dignánter obláta: et, beátæ Anastásiæ Mártyris tuæ suffragántibus méritis, ad nostræ salútis auxílium proveníre concéde.
[O Signore, Te ne preghiamo, accogli favorevolmente i doni offerti: e concedi che, per i meriti della beata Anastasia, Martire Tua, giovino a soccorso della nostra salvezza.]

Prefatio

de Nativitate Domini


Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Quia per incarnáti Verbi mystérium nova mentis nostræ óculis lux tuæ claritátis infúlsit: ut, dum visibíliter Deum cognóscimus, per hunc in invisibílium amorem rapiámur. Et ideo cum Angelis et Archángelis, cum Thronis et Dominatiónibus cumque omni milítia coeléstis exércitus hymnum glóriæ tuæ cánimus, sine fine dicéntes: Sanctus …

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Poiché mediante il mistero del Verbo incarnato rifulse alla nostra mente un nuovo raggio del tuo splendore, cosí che mentre visibilmente conosciamo Dio, per esso veniamo rapiti all’amore delle cose invisibili. E perciò con gli Angeli e gli Arcangeli, con i Troni e le Dominazioni, e con tutta la milizia dell’esercito celeste, cantiamo l’inno della tua gloria, dicendo senza fine:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Zach IX:9
Exsúlta, fília Sion, lauda, fília Jerúsalem: ecce, Rex tuus venit sanctus et Salvátor mundi

[Esulta, o figlia di Sion, giubila, o figlia di Gerusalemme: ecco che viene il tuo Re santo, il Salvatore del mondo.]

Postcommunio

Orémus.
Hujus nos, Dómine, sacraménti semper nóvitas natális instáuret: cujus Natívitas singuláris humánam réppulit vetustátem.

[Ci restauri sempre, o Signore, la rinnovata celebrazione del Natale di Colui la cui nascita singolare scacciò l’umana decrepitezza.]

Orémus.
Pro S. Anastasia.
Satiásti, Dómine, famíliam tuam munéribus sacris: ejus, quǽsumus, semper interventióne nos réfove, cujus sollémnia celebrámus.

[Hai saziato, o Signore, la tua famiglia con i sacri doni: confortaci sempre, Te ne preghiamo, mediante l’intercessione della Santa di cui celebriamo la festa.]

PREGHIERE LEONINE

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (1)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (233)

LO SCUDO DELLA FEDE (233)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. III.

La Preghiera.

E che cosa è la preghiera? Pregare vuol dire, creati che siamo da Dio, circondati da tutti suoi benefici, con tutti ì nostri bisogni, gettarci in braccio al padre di tutti i beni, e gridargli in seno: « Gran Dio! provvedetecì Voi nella vostra bontà ». Pregare vuol dire, creati che siamo pel paradiso, e caduti in terra in queste miserie, guardare il cielo esclamando: « Signore! non ci possiamo arrivare! » pregare vuol dire con tante colpe sull’anima, sopra l’abisso di una eternità Spaventosa, e lì lì per precipitarvi, mettere un grido atterriti; « buon Dio della. misericorda! Salvateci Voi; o che noi siamo dannati! » pregare vuol dire: con tante piaghe, che ci straziano il cuore, (e tristo chi non le sente; egli sta mal di morte!) gettarsi ai piedi del gran medico delle anime, e gridar con gemiti: « Caro Gesù! pioveteci dalle vostre piaghe sulle piaghe nostre il balsamo del vostro Sangue, o che noi moriamo di mala morte! » – Sì, sì, l’intendiamo! Pregare vuol dire, gettarci ai piedi del Crocefisso, (e guardiamo bene che dai piedi al cuore la distanza è poca cosa: e vogliamo dire che quando ci gettiamo ai piedi di Gesù, Gesù ci accoglie in cuore); e noi possiamo dal seno di Gesù gridar forte: « O Signore della pietà! Il Cuore squarciato di Gesù Cristo vi dice tutti ì nostri bisogni. » In somma tutti i beni vengono da Dio: e noi dobbiamo tutto domandar a Dio e rendergli omaggio di tutto: così la preghiera è il cantico della creazione. Dio creava le stelle, la terra, le piante, gli animali. Erano queste le grandi e belle cose; ma non lo benedicevano: creò noi uomini, che partecipiamo di tutto. Noi siamo di terra colla terra, vegetanti colle piante, animati cogli animali; a capo di tutte queste cose create, se l’universo è come un grande edificio, noi uomini siamo come la statua che lo coroniamo, e dobbiamo le palme levare al cielo: se l’universo è come una piramide, noi uomini siamo come la fiammella in cima, che si slancia verso del Cielo: noi dobbiamo dunque nel visibilio di tutte le cose lodare Dio a nome di tutte, unire i nostri voti ai profumi dei fiori, i nostri cantici ai canti degli augelletti, i nostri gemiti al grido degli animali, accordare le nostre voci all’armonia dell’universo, che è l’inno sublime che tutte le creature intonano al Padre e Signore del tutto. – Noi poi che collocati in cima alle creature del mondo della materia, con quest’anima nostra apparteniamo anche al mondo degli spiriti, candidati del cielo, di qui dalla terra dobbiamo far eco al cantico degl’immortali al paradiso (Illi canentes iungimuralmæ Sionis æmuli. L’inno della Chiesa). Siamo dunque noi l’anello che unisce il Cielo colla terra: e così l’uomo che non prega rompe quest’armonia dell’universo, turba l’ordine della creazione, è un fuor d’opera, ed è come un mostro disordinato. – Gli uomini di tutte le nazioni sparse sull’orbe hanno sempre sentita questa necessità di pregare. Girisi pur la terra, diceva Plutarco storico, filosofo pagano antico, (e lo possiamo ripetere noi moderni, che con tanta facilità facciamo il giro del mondo), girisi pure la terra; ci è dato trovar gente d’ogni colore, nazioni senza codici, senza città, senza case; ma dove troviamo un gruppo di uomini, là troviamo in mezzo di loro un altare; un segno della preghiera. pigliamo scandalo dalla apparente incredulità dei nostri di: non è questo stato normale della società; è come uno stato morboso, di cui è cagione il veleno del razionalismo, che tradotto in pratica, getta le nazioni in uno stato d’orgasmo, nel vortice delle rivoluzioni; e questi che si dan del fiero di non curarsi di Dio, non sono poi il genere umano, no! ne sono la minima porzione. Poiché anche ai dì nostri la donna, il fanciullo, il popolo, ed in certe ore!… fino gli empi solidari; l’umanità insomma lascia cinguettare gl’increduli, ma prega pur sempre! – A farla intendere alla filosofia beffarda, Dio faceva dare la lezione da un fanciullo. Il filosofo Sintennis, quando nel secolo passato la filosofia bugiarda asseriva che il popolo prega Dio, perché il prete ne ha inventata l’idea, pigliò a farne prova un bimbo appena divezzato dal latte. Bisogna dire che quel bimbo non avesse la mamma, perché la mamma anche turca parla col bambino di Dio; la madre, quando bacia il bambino stretto al seno con quel bacio calcato vuol dire: « vita mia, ti voglio tutto il bene per sempre! » lo vuol beato col Sommo Bane! Così il bacio della madre è come il primo sacramento nell’ordine naturale, poiché è un segno sensibile del desiderio di aver il bimbo felice in Dio. Sintennis portò quel bambino in una sua villeggiatura; prese ad educarlo da solo, e guardò ben che non parlasse con altri, né gli cadesse mai sott’occhi il nome di Dio. Il fanciullo veniva su svegliatello, e Sintennis diceva forse in cuor già: « a momenti io presento all’Accademia di Parigi un giovane uomo, che non ha mai sognato che Dio vi sia. » Un bel dì passeggiava il filosofo nel boschetto, quando scorge il giovinetto a scendere giù nel giardino, e gir sulla vetta di un monticello, che s’innalzava sulla riva di un piccolo lago, nel cui quieto cristallo sì specchiava il cielo color di rosa. Era l’ora quando gli augelletti salutano col canto il sule che nasce; era l’ora quando i fiorellini aprono le loro boccucce ridenti di rugiada, e mandano profumi al cielo; ed il sole sorgeva incoronato di raggi nello splendore dell’aurora. Il giovinetto si volge al sole d’oriente: O Sole, esclama, oh quanto sei tu bello! quanto ti ha fatto grande e splendido il Creatore del tutto, a cui obbedisci nella tua carriera! 0 sole, lo vedi, lo conosci tu il creator del tutto? Se tu lo vedi, digli, che vorrei conoscerlo anch’io; digli che gli voglio bene: se tu lo vedi, stampagli sull’eterna fronte a mio nome un bacio. » Così espandendosi quel cuor ingenuo sì baciava la mano, e mandava al sole i baci da dare a Dio…. Sintennis, come da sonno riscosso, corre sul monte, ed abbraccia il giovinetto, e tutto tremante gli dice: « e chi ti ha detto che vi sia il Creatore?… Chi me l’ha detto? risponde il giovine; me l’ha detto questo sole; ché non siete voi che lo gettaste lassù nel cielo; siete troppo piccino!… Chi me l’ha detto? queste erbe; ché non siete voi sotto terra, che col vostro dito le fate spuntare! Chi me l’ha detto? questo cuore me lo dice, che batte; e non siete voi, né io, che lo facciamo battere! » Sì, sì, esclama allor ricreduto Sintennis, la preghiera a Dio è un bisogno del cuore umano. Cade qui una osservazione mortificante pei meschini, che vantansi intrepidi di non aver questo bisogno: ed è quel fanciullo, benché disgraziato di non aver avuto la madre, né il prete che gli parlasse di Dio, fu fortunato almeno di non aver avuto un corrotto, che gli guastasse il cuore: perché quando il cuor è corrotto, n’esce una nebbia fetente, che oscura la mente da non pensar più a Dio! – Se la preghiera è un bisogno per tutti, per noi Cristiani, raccolti sotto l’ali della misericordia di Dio, l’orazione è il grido dei figliuoli al gran Padre della bontà, è il gemito dei nostri cuori sconsolati di averlo offeso, è il sospiro dell’anime innamorate dello Sposo celeste, è uno slancio delle nostre persone al sommo nostro bene, che è Dio. Poi in mezzo a tanti pericoli è l’arma a poterci difendere (S. Ambr. In obitu Valen). Formiamo in terra il regno di Dio, e la città dei Santi? La preghiera è il muro che ci mette al sicuro (Io. Gr. De orand. Deum. L. l). Al Cielo in Dio è il nostro destino? La preghiera è la scala (S. August. Sermon. 22 al frat. eremit.) a poterci elevare, è l’ala a volarvi speditamente (S. Greg. Naz. De Orat. S. Alfons., s. Joan. Gris.). Diremo tutto in breve che per noi pregare vuol dire UNIRCI COL CUORE IN GESU’, E GRIDARE: O PADRE, IL CUORE SQUARCIATO DI GESU’ VI DICE TUTTI I NOSTRI BISOGNI.

La Preghiera in comune.

Per questo da buona madre la Chiesa ci vorrebbe sempre intorno a sé con Gesù a dirgli tutti i nostri bisogni e le tenerezze nostre, e cogli omaggi delle nostre preghiere ad immagine in terra del beato regno dell’eternità. Poiché che cosa fanno i beati in paradiso? Assistono, risponde s. Ambrogio indivisibilmente alla presenza di Dio: e Dio, irraggiandoli coi celesti fulgori dell’esser suo divino, li comprende, gli assorbe, gli accende di carità: ed essi in quell’incendio ardono di prezioso timiama spirituale, adorando, e pregando sempre. E che facciamo noi pure quando preghiamo nella chiesa? Associati all’immortal adunanza di quei beati, e già col cuore cittadini della celeste Gerusalemme, illuminati per la fede della verità, ch’è la luce del cielo, mentre lo Spirito del Signore spira gli inenarrabili gemiti della preghiera in noi; poi con essa, sull’ali del Divino Amore, tra le braccia della madre nel Cuor di Gesù, con confidente abbandono versiamo il cuor nostro nel cuore di Dio. Dunque l’orazione è l’accompagnamento necessario del Sacrifizio, culto accettevole, che santifica le anime, e, poco men che non diciamo, le india. Così elevati in seno a Dio possiamo tutto ottenere; tale è la potenza della preghiera.

La potenza della Preghiera.

Ci assicura Gesù che potremo coll’orazione tutto il bene ottenere. Domandate, e riceverete; cercate, e troverete; battete alla porta, e vi sarà aperta: e in tanti luoghi dell’Evangelio pare che ci dica: « pigliate coraggio, o miei figliuoli, lassù nel Cielo abbiamo il Padre della bontà, ch’è nostro: ed oh se vi ama! Egli è, che mi ha mandato per salvare le vostre persone! e questo quando ancor gli eravate nemici; pensate: che vi potrà mai negare il Padre di tutti i beni ora che gli siete figli? Io son qui, non vi abbandono, prego Io con voi, faccio con voi causa comune. È da piangere di consolazione nel sentire come l’ha studiata bene nel suo amore per confortarci a tutto aspettare dal Padre celeste. Ecché? dice Gesù; se venisse pur in sulla mezzanotte alcuno a bussare, e sotto la finestra gridasse: amico! mi giunge or ora da lunga via un amico: ed io non ho un pane da mettergli innanzi; deh imprestamene qualcheduno da apporgli! Voi gli direste: ma la mala creanza di disturbarmi a quest’ora! Vedi: io, i figli, i servi, siam già coricati….. Ma egli batte ancora alla porta: amico, non negarmi un po’ di pane per carità! Se non fosse per altro, almen per togliervi quell’importuno, voi vi levereste da letto, e non pur del poco pane, ma lo vorreste fornir di tutto. E voi non siete poi tanto buoni! Pensate, che non vorrà fare il Padre nostro divino! » Ah! Stiamo alla parola di Gesù; che Gesù sel conosce bene il Padre suo. Tra Padre e Figlio se l’intendono divinamente, e dispongono salvarci, se noi vogliamo pregare. Egli è Dio, che ha dato alla preghiera tale potenza, fino sopra di noi, che siamo cattivi (S, Luc. XI), da non resistere contro i più deboli. Difatti pensiamo, se un povero insettuccio per terra, nell’atto che poi stiamo per schiacciarlo col piede, ci potesse pregare, è dirci: abbiate compassione di me, per carità, lasciatemi la vita, è questo tutto il mio bene… vivere qualche giorno qui…, poiché io non aspetto altra vita; mettete il piede da un’altra parte; a voi non vien alcun vantaggio dallo schiacciarmi: e chi di noi non risparmierebbe l’insetto? Ebbene, noi siamo come poveri insettucci nella polvere innanzi a Dio, e se grideremo, piangeremo pregando sempre, noi faremo sforzo al suo cuore paterno. – Non ci resta adunque, che pigliarci sul cuore Gesù e star sempre con Gesù sulle braccia. Quando una poverina di madre, nella miseria di ogni cosa, vede il bambino, che le muore di fame; ella piglia il bambino delle viscere sue, e se lo reca alla porta del ricco, che conosce di cuor buono, e sta fuori in una brezza fredda, che le taglia la vita, il bambino le piange sul petto. L’uom del buon cuore sente un bambino che piange alla porta, apre subito l’uscio, e vede il meschinello, che si consuma: le braccioline che cadono giù, gli occhietti annebbiati, quelle povere ossicine in quei cenci; non pure egli di buon cuore: ma qualunque avesse un boccone di pane, se lo torrebbe di bocca per darlo al meschinello. Pensiamo adesso che non vuol fare con noi il buon Dio, quando sente noi, o meglio il Figliuol suo tra le braccia di noi, gemere in basso in questa povera terra tra le fasce o le miserie della nostra umanità, e battere alla porta, o meglio battere colla sua parola al suo cuore paterno! Oh Padre, oh Padre! il Figliuolo gli grida di fuori…. Oh se la conosce il Padre la voce! è il gemito della parola, che gli è uscita dal seno eterno!…. Sì, v’ha da ascoltare, vorremmo dire, per forza! – Non ci resta adunque altro che pigliar sul cuore nostro Gesù qui nel Sacramento sulla porta del cielo, e mostrarlo Bambino, che vagisce tra le fasce, che sono le angustie della povera umanità; o presentarlo tutto bagnato di sangue con affannoso lamento in passione con le sue piaghe e le nostre miserie; o colle braccia elevate additarlo in Cielo e in gloria col cuor, che palpita qui sul nostro cuore! Grande Iddio! noi vogliamo giurare che possiamo con Gesù tutto ottenere. Comprendiamo adesso un mistero! Quando Gesù tutto bagnato di sudore di sangue, col tremito dell’agonia, tirossi gli Apostoli appresso, stampava loro sul cuore sopra morte, diremmo, il suo avviso più caro, diceva: « pregate, pregate sempre, » e subito allora si avviava a morire: voleva dire, che andava sulla Croce a tutto ottenerci! – Bene dunque mentre il Sacerdote si accinge a rinnovare il sacrifizio di Gesù Cristo, rapito nel pensiero della bontà di Dio, in mezzo all’altare, in sulle prime non sa far altro che esclamare: « Kyrie! Kyrie! Signore! Signore!… » ed assorto nel Signore della misericordia, sentendo il peso delle umane miserie, grida subito: « abbiate pietà, eleison! eleison! » – Poi tutto giubilo per l’ottenuta pietà: « Gloria in excelsis, gloria a Dio, esclama, negli altissimi Cieli. » Quindi pare che dal seno di Dio corra in seno al popolo a comunicargli le sue grazie, esclamando: « Dominus vobiscum.- » Poi ancora abbracciato col popolo, o meglio coi figliuoli suoi e figliuoli di Dio, grida: « preghiamo confidenti insieme con Gesù: Oremus…. per Dominum nostrum Jesum Christum. » I quali devotissimi slanci del cuore della Chiesa noi ci faremo ad esporre.

Kyrie eleison.

Il Sacerdote, quando tutti sono all’ordine, portando sempre sul cuore il peso de’ peccati propri e di quelli del popolo, venuto in mezzo all’altare, colle mani giunte innanzi al Crocefisso, par che voglia dire: figliuoli, ecco l’opera dei nostri peccati; il Figliuol di Dio ha dovuto morire per salvarci!!! Grande Iddio, poi esclama, abbiate pietà di noi: Kyrie eleison: » Gesù Cristo tocca a voi coprire colle vostre piaghe le nostre miserie e guarire le nostre infermità! Christe eleison. » Il popolo risponde: Signore, pietà e misericordia! Le parole Kyrie eleison sono voci greche. La Chiesa conserva (Ben. XIV, lib. 2, cap. 4, n. 7 De sac. Miss.) ne’ suoi riti alcune parole ebraiche, Amen, Alleluia, ecc. ed alcune greche, come questa Kyrie eleison; e questa pratica significa, che è sempre una e la medesima Chiesa quella, che fu radunata prima dai Giudei, dai Greci e dai Latini, finalmente da tutti i popoli della grande umana famiglia. Si cantano queste preghiere nove volte da questo coro terrestre, per corrispondere in qualche modo ai nove ordini o cori degli Angeli in Paradiso. Si grida in esse tre volte al Padre, tre volte al Figlio, tre volte allo Spirito Santo per confessare l’augusto mistero delle tre Persone divine in un solo Dio. S. Tommaso (In 3, p. q. 85, a. 4) osserva, che, invochiamo le Persone della SS. Trinità tre volte per ogni Persona, per indicare, che una Persona è colle due altre indivisibile: e per invocare un rimedio alla triplice nostra miseria, la miseria della ignoranza, la miseria della colpa, e la miseria della pena; tre volte al Padre, adorando nel divin Padre il Figliuolo, e lo Spirito Santo; tre volte al Figlio, adorando nel Figliuolo il Padre e lo Spirito Santo; tre volte allo Spirito Santo, adorando nello Spirito Santo il Padre ed il Figliuolo. Così mentre il Cristiano s’innalza a contemplare colla fede nell’augusto Mistero ì segreti della vita interiore di Dio, e beve, dirò così, un saggio della Divinità, mentre porta seco in quell’altezza di contemplazione l’immagine di Dio stesso nell’anima sua, e la mostra colle piaghe, che noi le abbiamo fatto, grida confidente: Kyrie, Kyrie eleison. » Grande Iddio, abbiate pietà! « ristorate questa povera immagine vostra, figlia del tro amore. » Notiamo ancora, che, invocando il Padre, ed invocando lo Spirito santo, li chiamiamo Kyrie cioè Signore. Ma parlando col Figlio lasciamo questo sublime titolo, e lo chiamiamo nostro Re e nostro Pontefice. Quasi si dicesse, secondo l’osservazione di S. Tommaso: » con Voi, o divin Figliuolo, parleremo con maggior confidenza, perché in seno alla vostra divinità noi scorgiamo qualche cosa del nostro. Voi siete, è vero, grande, Consostanziale Verbo divino: ma siete pur nostro fratello, e Sopra di Voi, che siete nostro, noi appoggiamo tutte le nostre speranze; ah! vedete in questa povera umana natura consorella della vostra in paradiso, quante miserie! Deh! finché non ci ristoriate col vostro sangue, noi grideremo sempre: pietà, o Signore, Kyrie, Christe, eleison. – Ora che conosciamo il perché si replichi tante volte questa preghiera, anche noi prostrati a piedi della Croce intorno al Sacerdote dobbiamo, a sfogo di compunzione del cuore, gemere in unione di spirito con quegli antichi padri nostri, da cui abbiamo questo tenerissimo rito ereditato, i quali prolungavano (Marteny De aut. Voelles rit. lib. 1, cap. 4, a. 3) questo grido di pietà, finché il sacerdote non lo faceva cessare. – A quei tempi, quando il Sacerdote cominciava sull’altare ad esclamare: « Kyrie eleison, Signore pietà; » a quel grido da una parte del coro si rispondeva gemendo: « Ah! sì, o Signore, pietà, » dall’altra si ripeteva, misericordia, o Signore! » Quei buoni dovevano l’un l’altro guardarsi a quel lamento, che faceva sentire più vive a ciascuno le proprie e le comuni necessità; e, tocchi tutti i più vivamente, gridavano ancor più forte: « Misericordia, o Signore, misericordia! » – A noi par di assistere alla Messa ancor nei sotterranei delle catacombe con quei cari fratelli destinati alla morte; quando il fondo della grotta, in cui mettevano cento viottoli della città dei morti per Dio, il Sacerdote dai piè della Croce metteva il gemito: « Kyrie eleison, gran Dio, misericordia! » e i fedeli più vicini s’udivano ripetere gemendo: « misericordia » e gli altri più discosti dispersi in quegli antri gridare anch’essi: « Signore! misericordia, misericordia! » In tutti quegli anditi e buchi, diffondendosi in quel labirinto di mille sepolcri, tra quei morti e vivi santi, quel gemito pareva andasse morendo e confondersi nell’abisso dell’eternità. Più che pregare era un gemere di tutti, che si volgeva in acute strida d’inconsolabile dolore di quei compunti, che contemplavano sulla croce l’opera dei loro peccati! –  Ecco il perché nel sacro rito ancor oggi, quando si canta il Kyrie dall’una e dall’altra parte del coro si ripete Kyrie; quasi con una coral gara di farsi sentire di più; ed ecco il perché ancor adesso, cantandosi l’ultimo Kyrie, s’alza più forte la voce; ed il canto allora volge allo strido, per significare quel gemito universale cresciuto fuor di misura, in che si sfogava quel popolo santo compenetrato dalle cattoliche verità, che dinnanzi alla Croce colle proprie colpe ricordava la meraviglia della bontà di Dio. Erano le strida di poveri figli, che colla coscienza dei meritati castighi, abbracciati alla croce, mostravano sopra di essa chi per loro pagò! – Anche noi gridiamo: « Kyrie, Padre Santo, misericordia; Voi, che ci avete dato il Figliuol vostro per salvatore; Christe, misericordia, Voi, Gesù Cristo, Figliuol di Dio fatto uomo, che siete morto in croce per noi: Kyrie, Spirito Santo, misericordia, Voi, che operaste il mistero dall’Amore divino, coronate l’opera della misericordia vostra; » e, benché lontani dal fervore dei santi, allarghiamo il cuore a tutto sperare da Dio con noi. Gridiamo, gridiamo arditamente fino all’importunità; e possiamo dirgli: « Signore, anche il povero cieco (S. Luc. XVIII) gridava forte, quando Voi passavate a lui davanti, il perché la gente della turba lo garriva di quel suo noioso strillare; ma ei gridava più forte, seduto là sulla terra: e Voi a quelle grida importune rispondeste col dargli la vista. » Abbiamo inteso: noi non cesseremo di gridare, finché non ci abbiate esauditi: noi ci rammentiamo pur anche di quella, che la gente del mondo avrebbe detto imprudente Cananea (S. Matt. XV, 22), che gettatasi in ginocchio, vi tendeva le mani: e, « Signore esclamava, mi dovete guarir la figliuola: » e Voi faceste mostra di ributtare la preghiera, tirando innanzi, quasi negaste far grazia. Ma si! ella vi tenne dietro con insistenza a tutte prove. « Me la dovete guarire, gridava forte, me la dovete guarire! » Voi foste allora dal vostro cuore obbligato ad esaudirla. La Chiesa ha imparato da lei; prega; scongiura; piange nel Kyrie, ed in mezzo a questi accenti di compunzione, tra le grida ed il pianto universale il Sacerdote nell’altare accenna al Crocefisso; e par che dica: « Su via, calmatevi, pigliate cuore, vedete qui il Figliuol di Dio in croce colle braccia larghe per voi! E che poteva fare di più per mostrarci che ci vuole salvi? » Qui con un confidente abbandono allarga le braccia, stende le mani, come se volesse accogliere l’abbondanza della misericordia di Dio, per la quale guadagniamo di più, che non abbiamo per la colpa perduto. Anzi fra i trasporti della vivissima gratitudine, dai gemiti del dolore pare, che trapassi in tale eccesso di giubilo, che giunga sino ad esclamare con la Chiesa (Vedi la benedizione del Cereo Pasq. nel Sabbato Santo): « Oh fortunate anche le colpe nostre, che tale si meritarono e così gran Redentore! » – Nel bisogno di esilarare lo spirito esterrefatto, che vorrebbe, e non sa dire, perché non trova parola umana per ringraziare il Signore, egli prende in prestito il cantico degli angioli, ed esclama con essi: « Gloria a Dio nell’eccelso de’ Cieli. »

Gloria in excelsis Deo.

Noi su cantiamo redenti appiè della Croce questo inno, che gli Angeli cantarono nella notte più avventurata per questa povera terra, nella stalletta di Betlemme intorno al Bambino Gesù appena nato: e che i fedeli solleva, e rincora colla speranza del paradiso. « Gloria » (dicevano essi; e con essi ripete il Sacerdote, alzando gli occhi, le mani e il cuore), « Gloria a Dio nel più alto de’ Cieli, e pace in terra agli uomini di buon volere. Noi vi lodiamo e benediciamo, noi vi adoriamo, e vi rendiamo gloria, o Signore, ecc. ecc. » Questi sono accenti, che scoppiano interrotti da troppo gran piena di affetti. – Somigliante ai profeti d’Israello il Sacerdote rapito in santo entusiasmo d’amore, compreso da un fuoco divino consuma gli spazi del tempo, vola dell’animo dall’altare al presepio, dal presepio al cielo, e tra il cielo e la terra elevato, intuona « Gloria » cogli Angeli in cielo, a cui fan eco gli uomini in terra; e canta insieme sì veramente il cantico nuovo! Ben il profeta Ezecchiello udì esterrefatto in paradiso le legioni degli Angeli, che cantavano: « Gloria a Dio, all’Eterno, al Santissimo, al Signore degli eserciti; » ma quando essi videro l’Eterno Iddio fatto Bambino, in quella greppia, in sulla paglia, e lo adoravano; allora tremanti di tenerezza si dovettero abbracciare fra loro quei beati, ed accennandolo lì in basso, nato per noi, all’immortal cantico della gloria di Dio in cielo dovettero aggiungere l’inno di pace agli uomini sulla terra. Scendevano in fatto gli Angeli a cantare « pace in terra agli uomini di buona volontà! » –  Prosegue poi il cantico, che noi qui cerchiamo di spiegare. Continua adunque: « Ah! Signore, rendiam grazie a Voi per la vostra gloria ecc. ecc. » Voi grande Iddio, Signor dell’universo, re dei Cieli! Ah! Voi, Dio onnipotente, Voi ci siete Padre? Santa Fede! Vi abbiamo conosciuto per tale dall’ora, che ci vedemmo innanzi il vostro Figlio, fattosi per noi nostro fratello. Vi rendiamo grazie adunque per la grande gloria, che per noi sì volge in infinita misericordia (Ben. XIV. De sac. Miss. lib. 2, cap. IV, n. 17). « Ah! Divin Figliuolo unigenito, Gesù Cristo, Signore nostro, Agnello di Dio, Figliuolo del Padre, che togliete i peccati degli uomini, abbiate di noi pietà. Voi che togliete i peccati del mondo accogliete le nostre suppliche ecc. ecc. » Voi ci avete comprati col vostro Sangue, o grande Iddio, che state qui sulla Croce agnello sacrificato innanzi al Padre vostro. Ora intendiamo che avremo pace col Cielo, poiché abbiamo di che pagare i debiti nostri col sacrifizio vostro. Compite adunque l’opera della vostra misericordia, togliete i peccati del mondo. –  « Voi che sedete alla destra del Padre, abbiate di noi pietà ecc. ecc. » Verbo eterno, alla destra del Padre con Voi avete pure sollevato in seno al Padre la vostra umanità, avete portato in Voi quelle piaghe, che gridano per noi pietà! Aprite le viscere della vostra misericordia divina con noi che tutto osiamo aspettarci da Voi, c il solo Santo, il solo Padrone di tutto, il solo Altissimo Gesù Cristo, col Santo Spirito nella gloria Dio Padre. Amen. È così, o Signore, e noi siamo già di tutto lo speranze in voi confortati. – Ma la Chiesa ha i suoi giorni di rammarico, e di dolore, che ella consacra a piangere sugli infelici, che, abbandonato Dio, fonte solo di vera felicità, si dànno in braccio al peccato, e trovano la miseria, e poi la disperazione e la morte eterna. Povera madre! invano per alcuni de’ suoi figliuoli ancora sospira la pace annunciata dagli Angiolì; invano la prega per tutti gli uomini, perché non tutti sono di buona volontà! I peccati, adunque tolgono quel beato accordo tra il cielo e la terra che Gesù ristabiliva col suo nascere al mondo, e fanno della terra un luogo d’esilio e di maledizione. Allorché gli Israeliti prigionieri in Babilonia, stanchi delle schiave fatiche, sedevano desolati la sera sulle rive dell’Eufrate, e cogli occhi al cielo contemplavano muti la luna, e la invidiavano, ché di là ella almeno potesse riflettere un mesto raggio sulle rovine della cara Gerusalemme; quando i loro padroni andavano ad essi dicendo: « Su via rallegrateci con uno di quei cantici di Sion, che voi dovete cantare così bene: fateci sentire i belli inni delle vostre solennità; » essi accorati di cupa tristezza in quella misera schiavitù, mentre invece del canto usciva loro di gola un angoscioso sospiro, chinando lo sguardo sulla terra straniera, la bagnavan di lacrime! (Canon. Hi duc. de consecrat. Dist. 1). Così pure la Chiesa in queI giorni, in cui ella piange in modo particolare i peccati degli uomini, nega ai suoi figli di cantare in giocondità l’inno degli Angioli, per far intendere che mal s’addice alla terra, finché è insozzata di peccati, il cantico del paradiso. Per questa ragione non si canta il Gloria dalla domenica di Settuagesima fino alla Pasqua, e nel tempo dell’Avvento, (tranne nelle feste particolari, che corrono in questi tempi); come pure non si canta nella Messa pei defunti, perché ancora non hanno pace quelle anime benedette, e sospirano nell’esilio la gloria, che le aspetta. – Crediamo bene anche di avvertire che il Gloria in excelsis si cantava dai catecumeni, perché intendesserola grande loro ventura di rinascere figliuolidi Dio con Gesù Cristo nel santo Battesimo.Essi uscivano dal Battesimo vestiti di bianco, coigigli sulla fronte, colla candela accesa in mano,e cantavano la gloria di Dio e la consolazione diessere rinati a vita eterna. Pigliamo animo noi,e col Sacerdote innalziamo gli occhi al cielo, confortandocicol pensiero che là abbiamo un Padrein Dio, che ci ama come figliuoli, un Redentoreche ci salva, uno Spirito santificatore, amor sostanzialedel Padre e del Figlio, che ci vuole beatiin seno a Dio. E coll’anima così elevata « è là,diciamo, la patria nostra! » Apriamo i nostri cuoridavanti al Padre delle misericordie, acciocché Eglici piova di cielo lacrime di contrizione; diamocitutti in mano al Signore nostro, offrendo la vitanostra temporale tutta sacra a sua gloria per l’acquistodell’eterna. Oh sì, dai pié della croce, mostrandoGesù quasi agnello sacrificato sopra di essa,possiamo bene guardare lassù, pieni di speranzadel paradiso! Sarà questa la disposizione più conveniente,con cui da questa terra sì bassa potremocantare l’inno cogli Angioli in cielo. – Nelle Messe dei sabati avanti le domeniche diPasqua e di Pentecoste si amministravasolennemente il Battesimo, uscendo dal sacro fonte i novelli rigenerati, intonavano il cantico « Gloria. » Allora suonavansi le campane a giubilo, come ancora adesso si pratica per festeggiare la loro mistica risurrezione dalla morte alla vita eterna; anche per proclamare la gloria del trionfatore della morte, e la discesa dello Spirito Santo, che infuse la vita alla Chiesa novella.