CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (4)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA –MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa

Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR

Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944J

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

LEZIONE XIX.

Dovere per noi in seguito al peccato, di sopportare la povertà, la quale è il terzo ramo della Croce.

D. – Le umiliazioni e le sofferenze, sono dunque le due prime parti della Croce che dobbiamo portare. Ma qual è la terza parte?

R. – È la povertà, terzo ramo del crocifisso e della croce dei Cristiani; e questa non è meno dolorosa delle umiliazioni e dei patimenti. È cosa facile comprendere che, in seguito al peccato, siamo obbligati a subire la povertà nel modo più stretto che si possa concepire. Lo impariamo anche dalle leggi della giustizia umana contro i delinquenti; perché essa non fa niente di giusto se non per partecipazione della giustizia di Dio medesimo, che contiene in sé ogni giustizia.

D. – Che cosa fa dunque la giustizia umana?

R. – Quando un uomo è stato convinto del delitto di lesa maestà, viene privato di tutti i suoi beni; le sue case sono rase; egli è spogliato di tutti i suoi diritti nello Stato, anzi ne viene spogliata anche tutta la sua famiglia, tutta la sua discendenza. Così Dio trattò il nostro primo padre e, dopo lui, tutta la di lui discendenza. In primo luogo, scacciò Adamo da quella dimora, da quel luogo di delizie che era il paradiso terrestre, il quale venne come spianato, distrutto per lui e per tutti i suoi figliuoli. In secondo luogo Dio spodestò Adamo dell’impero del mondo, lo spogliò di ogni diritto e lo ridusse a una schiavitù oltremodo infelice.

D. – E perché Dio toglie i suoi beni al peccatore?

R. – Perché non è giusto che un servo ribelle, goda dei beni del suo padrone; è giusto invece che il padrone gli tolga questi suoi beni, che lo scacci dalla sua casa, che non gli permetta più di sedere a mensa in sua compagnia; così è giustissimo che Dio tolga ai suoi nemici i beni che sono suoi e di cui ordinariamente essi non si servono se non per offenderlo.

D. – Ma allora, perché si vedono i peccatori usare ogni giorno dei beni di Dio? Perché Dio li lascia vivere con tutti i loro modi e magari nell’abbondanza di ogni cosa?

R. – Perché Iddio in questo mondo non esercita sopra di loro la sua giustizia, ma si riserva di castigarli nell’altro. Il più ricco degli uomini di quaggiù, nell’altra vita non avrà neppure una goccia d’acqua per rinfrescarsi la lingua, come disse Nostro Signore; [Luc. XIV, 24] allora i peccatori saranno così miserabili e indigenti che saranno spogli di tutto, saranno persino privi dell’uso delle loro facoltà naturali per l’eccesso dei tormenti e per la sottrazione dell’aiuto di Dio, il quale non li assisterà più nell’esercizio delle loro facoltà se non perché sentano più vivamente i loro supplizi.

D. – Sono dunque ben miserabili i demoni e i reprobi?

R. – Dio solo può conoscere la loro miria, non la comprendono essi medesimi, perché la loro pena eccede ogni pensiero, né lascia loro neppur un momento di tregua, per potervi pensare seriamente. Non fanno altro che urlare senza posa per la rabbia e la disperazione. Orbene, i peccatori, secondo l’ordine della giustizia di Dio, dovrebbero fin da questa vita avere la medesima sorte e pertanto essere poveri e spogli di tutto come i demoni i quali si ritengono troppo felici di poter impossessarsi di un capello o di un fuscellino, come si vede nelle ossessioni e nei malefizi. – I peccatori dovrebbero fin d’ora essere privi di tutte le facoltà corporali e spirituali, e spogli di ogni dono di Dio.

D. – Perché non subiscono tali privazioni?

R. – Perché Gesù Cristo ha fatto acquisto a loro favore dei diritti che avevano perduto; gli uomini non hanno nessun godimento se non per i meriti di Gesù Cristo; non godono nessun bene corporale o spirituale se non per pura misericordia di Dio e di Gesù Cristo. [Da Gesù Cristo tutto abbiamo, anche i beni naturali, perché, in virtù dei suoi meriti, potessimo diventare suoi membri, Dio ci ha conservato tali beni dopo il peccato di Adamo]. – Nostro Signore, infatti, mosso a compassione per gli uomini, venne su la terra a rivestirsi Egli medesimo della loro miseria e così, con la sua povertà, soddisfece a quella che tutti gli uomini avrebbero dovuto subire. Unicamente per i meriti e l’opera di Gesù Cristo, noi abbiamo l’uso delle nostre facoltà: luce nella nostra mente, attività nella nostra volontà, mentre per il nostro peccato in Adamo, avremmo dovuto perdere tutto. Ma in Gesù Cristo abbiamo ricuperato ciò che avevamo perduto, anzi abbiamo ricevuto grazie e beni più abbondanti assai di quelli che il peccato ci aveva tolto. Così per il merito di Gesù Cristo, ove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. (Ubi autem abundavit delictum, superabundavit gratiam. – Rom., V, 20).  Perciò la Chiesa canta: Felice quella colpa che ci ha procurato tale e sì grande Redentore! « felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere redemptorem! » (Bened. del Cereo pasquale).

LEZIONE XX.

Della grazia che viene operata nell’anima dai misteri di Gesù Cristo, ai quali dobbiamo partecipare – Del santo mistero dell’Incarnazione.

D. – Per essere perfetto Cristiano, basta avere le disposizioni che mi avete spiegate finora?

R. – No, i Cristiani, per essere veramente tali, devono inoltre partecipare a tutti i misteri di Gesù Cristo [Tutto lo scopo di questo Catechismo consiste nel indurre l’anima cristiana, per gradi, alla più alta perfezione cui si possa giungere su questa terra. Perciò, il Servo di Dio, dopo aver, per cosi dire, sgombrato il terreno con la pratica dell’abnegazione secondo l’insegnamento di Nostro Signore e di san Paolo, con la rinuncia all’amor proprio e alla sensualità, in questi ultimi capitoli della prima parte, introduce l’anima nella partecipazione dei misteri di Gesù Cristo dall’Incarnazione sino all’Ascensione, per elevarla sino alla via unitiva] i quali si compirono in Lui espressamente perché fossero sorgenti, nella Chiesa, di grazie abbondanti e particolarissime. Ogni mistero, infatti, acquistò a favore della Chiesa la grazia santificante e una grande varietà di stati e di grazie particolari che Dio diffonde nelle anime purificate, quando a Lui piace, ma più ordinariamente nel tempo in cui la Chiesa solennizza tali misteri. [Il Servo di Dio insegna, seguendo San Paolo, che i Cristiani sono destinati non solo ad essere membri di Gesù Cristo e a partecipare alla sua vita, ma inoltre ad essere copie viventi dei suoi vari misteri; e siccome gli aspetti di questi misteri sono innumerabili, ogni Cristiano è destinato a vivere della grazia speciale di qualcuno di quelli. Ognuno pertanto deve cercare di scoprire i disegni di Dio su l’anima propria, riconoscere qual è il mistero al quale è consacrato e adorarlo, incominciando a fare quaggiù ciò che dovrà poi fare nell’eternità; dovrà inoltre esprimere questo mistero nella sua vita, praticando la virtù che vi è contenuta, imitando Gesù e aver sempre su le labbra quel mistero e quella virtù. Cfr.: Olier, Fiori di dottrina, Editrice Àncora, 1935].

D. – Quanti sono i misteri principali ai quali può l’anima partecipare?

R. – L’anima cristiana può e deve generalmente partecipare a tutti i misteri della vita di Gesù Cristo, ma i principali sono sei: l’Incarnazione, la Crocifissione, la Morte, la Sepoltura, la Risurrezione e l’Ascensione.

D. – Quale grazia opera in noi il mistero dell’Incarnazione?

R. – Questo mistero opera in noi una grazia di annientamento di ogni proprio interesse e di ogni amor proprio.

D. – Che significano queste parole: annientamento di ogni amor proprio?

R. – Ve lo spiego. Per il mistero dell’Incarnazione la santa Umanità di Nostro Signore venne annientata nella propria Persona, [Vale a dire privata della personalità umana], dimodoché non cercava più se medesima, non aveva più interesse particolare, non agiva più per sé, poiché aveva in sé un’altra persona sostituita alla persona umana, cioè, la Persona del Figlio di Dio, la quale non cercava se non l’interesse del Padre suo, ch’Egli unicamente considerava sempre e in ogni cosa. Parimenti, noi pure dobbiamo essere annientati rispetto a tutti i nostri disegni e interessi, per considerare unicamente i disegni e gli interessi di Gesù Cristo, il quale dimora in noi, affinché viva in noi per il Padre suo. Sicut misit me vivens Pater, ego vivo propter Patrem; et qui manducat me et ipse vivet propter me. [Come mandò me quel Padre che vive, e Io vivo per il Padre: cosi chi mangerà me, vivrà anch’egli per me – Joann., VI, 58]. Come se dicesse « Come il Padre mio, quando mi inviò su la terra, tagliò in me ogni radice di ricerca di me stesso, togliendomi la personalità umana e sostituendovi la personalità divina col suo Spirito, affinché io vivessi per Lui; così, quando vi ciberete di me, vivrete voi pure unicamente per me e non più per voi, perché Io sarò vivente in voi e riempirò l’anima vostra dei miei desideri e della mia vita, la quale consumerà e annienterà in voi tutto quanto è proprio di voi; talmente che Io vivrò e desidererò tutto in voi in luogo vostro. Così, annientati in voi medesimi, sarete perfettamente rivestiti di me ». È questa appunto una seconda grazia del mistero dell’Incarnazione. Questo mistero, infatti, opera in noi uno spogliamento intero di tutto l’essere nostro e una completa rinuncia a noi stessi: Abneget semetipsum; ma insieme ci riveste di Nostro Signore per mezzo di una completa consacrazione a Dio, in quella guisa che nostro Signore nel giorno della sua Incarnazione si offrì e si consacrò tutto al Padre suo, in se stesso e in tutte le sue membra, usando fino d’allora nel suo Spirito di tutte le occasioni ch’Egli e le sue membra avrebbero avuto per servire e glorificare Iddio.

D. – Qual mistero ammirabile è mai questo!

R. – Sì; nel santissimo giorno della sua Incarnazione, Nostro Signore Gesù Cristo offrì a Dio suo Padre non solo la propria vita ma anche quella di tutti i membri del suo futuro Corpo mistico [Gesù abbracciò in una sola offerta tutti i particolari della propria vita e tutte le azioni soprannaturali delle membra del suo Corpo mistico]. – Egli continua sempre questa offerta, perché vive sempre nelle medesime disposizioni che ebbe durante tutta la sua vita mortale, né mai la interrompe. Egli si offre dunque sempre a Dio in se medesimo e in tutti i suoi membri, in tutte le occasioni ch’essi abbiano di servirlo, onorarlo e glorificarlo. Nostro Signore, nella sua divina Persona, è un altare sul quale tutti gli uomini di tutti i tempi vengono offerti a Dio con tutte le loro azioni e sofferenze. È questo l’altare d’oro sul quale si consuma ogni sacrificio perfetto: la natura umana di Gesù Cristo e quella di tutti i fedeli ne sono l’ostia; lo Spirito Santo ne è il fuoco; Dio Padre è Colui al quale viene offerto questo sacrificio e che in quello viene adorato in spirito e in verità.

LEZIONE XXI.

Del mistero della Crocifissione e della sua grazia.

D. – E il mistero della Crocifissione quale grazia opera in noi?

R. – Ci dà la grazia e la forza di crocifiggere tutte le nostre membra [Vale a dire tutti i nostri vizi; questa parola del Servo di Dio, come nel testo di san Paolo citato più sotto, è una metafora molto espressiva. I vizi sono rappresentati come membra del corpo carnale ossia della carne di cui si deve distruggere l’impero], per la virtù dello Spirito di Dio, il quale è come il nostro carnefice e l’esecutore della sentenza di condanna pronunciata contro la carne. I Chiodi ch’Egli adopera sono le virtù che affiggono alla croce il nostro amor proprio e i nostri desideri carnali. Questo stato di crocifissione suppone che l’anima sia vivente in se stessa e combatta tuttora, e che il divino Spirito usi la violenza e la forza per mortificare il corpo e crocifiggerlo. Mortificate le vostre membra che sono su la terra, dice S. Paolo. [Mortificate ergo membra vestra quæ sunt super terram. – Coloss., III, 5]. In un tale stato pertanto, la carne resiste allo spirito; spesso anzi da queste lotte risultano agonie nelle quali si suda e si soffre con pene gravissime.

D. – Che cosa bisogna fare quando in noi sorgono desideri così molesti?

R. – Bisogna rivolgerci allo Spirito, pregandolo di voler usare della sua potenza per domare la nostra carne e fare in noi da padrone; cheda parte nostra rinunciamo a tutti i nostri desideri e ci uniamo a Lui per lottare contro noi stessi nella sua virtù, per annientarci e confonderci per distruggere in noi, per quanto possiamo tutte queste ribellioni, trattando noi medesimi come un’ostia che Dio si compiace di vedere immolata alla sua giustizia.

LEZIONE XXII.

Del mistero della Morte e dello stato di morte ch’esso opera in noi.

D. – In che modo possiamo noi partecipare al mistero della Morte di Nostro Signore?

R. – Con la partecipazione alla grazia e allo stato di morte, che Gesù ci ha meritata con questo mistero.

D. – Ma che cosa è questo stato di morte?

R. – E’ uno stato nel quale il cuore è come morto e, nel suo intimo fondo, insensibile ai beni esterni; il mondo gli presenti pure le sue bellezze, gli onori e le ricchezze sarà come presentarle a un morto, il quale, non avendo più né moto, né desideri, non si commuove per nulla. Il Cristiano nello stato di morte interiore è interiormente irremovibile e insensibile a qualsiasi lusinga dei sensi e a qualunque assalto della malignità del mondo; finché si troverà in questa vita potrà essere agitato all’esterno, al di fuori, ma nell’interno sarà sempre in pace, insensibile a tutto, non farà più caso di nulla, considerando tutto come niente, perché è morto in Gesù Cristo Nostro Signore. [Mortui enim estis – Coloss., III, 3]. – Un cadavere può essere agitato esternamente e ricevere qualche movimento nel corpo; ma è agitazione tutta esterna; non proviene dall’interno, dove non c’è vita, né forza, né vigore. Parimenti l’anima che è morta interiormente, potrà certo subire assalti dalle cose esterne ed essere commossa superficialmente, ma dentro di sé rimarrà indifferente e come morta per tutto quanto potrà presentarsi. Non avendo più essa nel suo intimo fondo, nessuna vita per il mondo, il suo interiore è tutto insensibile e morto alla vanità del secolo, perché la vita divina, come dice l’Apostolo, assorbe ciò che è mortale in lei. [Ut absorbeatur quod mortale est a vita – II Cor, V, 4]

LEZIONE XXIII.

Del mistero della sepoltura e in qual modo la sua grazia è differente da quella della Morte.

D. – Qual è la grazia meritataci dal mistero della Sepoltura?

R. – La sepoltura di Nostro Signore ci porge una grazia differente da quella della sua Morte. Un morto, infatti, presenta ancora la figura del mondo e della carne; l’uomo compare ancora come una parte di Adamo, perciò talvolta si può muoverlo e il mondo ne ritrae ancora qualche soddisfazione. Ma seppellito che sia, nessuno ne fa più parola come di una cosa che non appartiene più agli uomini; non ha più nulla che possa piacere, è puzzolente invece e mette schifo, perciò lo vedete in un cimitero sotto i piedi di tutti, senza che nessuno se ne meravigli: tanto il mondo è convinto che un uomo sepolto ormai è niente e non conta più niente tra i suoi fratelli della terra. La sepoltura di cui parla san Paolo, quando dice che siamo sepolti in Cristo nel Battesimo [Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem. – Rom., VI, 4; — Consepulti ei in baptismo – Col., II, 12], è la stessa cosa che la putredine di cui parla Nostro Signore quando dice: « Se il granello di frumento caduto in terra non muore, cioè se non sì corrompe, resterà infecondo. [Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet: si autem mortuum fuerit, multum fructum affert. – Joann., XII, 24, 25]. – La differenza pertanto tra la sepoltura e la morte consiste in questo che lo stato di morte dice soltanto uno stato di immobilità, di inconsistenza, di insensibilità e di indifferenza; mentre lo stato di sepoltura o di putredine dice distruzione completa dell’essere e produzione del germe di una nuova vita. Il grano putrefatto è una tomba donde risorge una nuova vita; [Morire ad Adamo e vivere in Gesù Cristo sono cose inseparabili]; così dalla sepoltura o putredine di Adamo rinasce la vita dello spirito; il corpo del Cristiano, già condannato in Adamo a diventar putredine, vede da questa corruzione rinascere il germe di una vita divina, che lo Spirito Santo vi produce con tutti gli effetti e movimenti di santità che a questa nuova vita sono uniti. Questo mistero ha per fondamento la Sepoltura di Nostro Signore. Questa infatti, comprese la Morte e la Risurrezione li Lui, poiché, il divin Salvatore vide la sua vita rinascere dalla tomba, dove la morte aveva posto questo ammirabile granello di frumento degli eletti.

LEZIONE XXIV.

Del mistero della Risurrezione e della sua grazia in noi.

D. – E il mistero della Risurrezione, quale grazia opera in noi?

R. – Il santo mistero della Risurrezione ci dà la grazia di un grande distacco dalle cose terrene e dalla vita presente, grazia che ci fa sospirare verso la vita futura e aspirare continuamente al Cielo. Così Nostro Signore, dopo la sua risurrezione non poteva neppur vivere più con i suoi discepoli, né sopportare la loro incredulità e la durezza del loro cuore, tanto bramava e desiderava di essere col Padre suo, come già affermava Egli medesimo, durante la sua vita, con queste parole: Padre, glorificate il vostro Figlio.[Pater, venit hora: clarifica Filium tuum. – Joann., XVII, 1].

D. – Ma per vivere in tale stato, bisognerebbe essere già fuori di questo mondo?

R. – Scusatemi tanto. Nostro Signore dopo la sua Risurrezione era ancora in questo mondo, e si manifestava ai suoi discepoli; conversava con loro, ma più raramente; anzi prendeva ancora il cibo con loro, ma con ripugnanza e senza gusto. Questo stato non soffre alcun affetto alle creature; e lo vediamo nel contegno di Gesù rispetto a santa Maddalena; Egli ne rifiuta ogni testimonianza di affetto, non vuole neppure che gli baci i piedi; ma la respinge, perché lo stato di santità, a cui si eleva l’anima risuscitata, importa separazione da ogni creatura di quaggiù. Come se Gesù dicesse: « Siate santa, o Maddalena, perché Io sono santo; scioglietevi da ogni affetto alle cose terrene, perché, santo come sono, non potrei avvicinarle, come pure dovrò star lontano anche da voi, se conserverete qualche affetto per questa terra ».

LEZIONE XXV.

Il mistero dell’Ascensione e la sua grazia; il suo stato è quello dei perfetti.

Lo stato di Risurrezione importa separazione dalle creature e quindi unione e aderenza a Dio, ma non in modo così perfetto come il mistero dell’Ascensione.

D. – Che cosa è dunque lo stato e la grazia del mistero dell’Ascensione?

R. – L a grazia del santo mistero dell’Ascensione è uno stato di perfetta consumazione in Dio; uno stato di trionfo e di gloria compiuta; uno stato in cui non appare più nessuna infermità. – Nostro Signore dopo la sua Risurrezione conservava ancora qualche traccia di infermità; sembrava talvolta spogliarsi della gloria perfetta della sua consumazione in Dio e della sua totale somiglianza col Padre suo; si rendeva ancora palpabile e visibile per gli Apostoli nella sua natura umana e mangiava talvolta con loro. [Palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere… Et cum manducasset, etc. – Luc., XXIV, 39, 43]. – Dal giorno della sua Ascensione, invece, la sua gloria non ha più né interruzione, né sospensione; il suo splendore non può più sopportarsi dagli occhi mortali. – Gesù Cristo essendo per la sua Ascensione come rientrato nello splendore di Dio suo Padre, rimane nascosto nel di Lui seno, né più cade sotto i nostri sensi. Sebbene Egli conservi nel seno del Padre le qualità della natura umana, non le adatta più alla nostra infermità: nel seno del Padre è spirito vivificante, [Ossia che comunica alle anime la vita della grazia], essendo in perfetta partecipazione della vita e della natura del Padre suo glorioso, spirituale, e onnipotente. – Ne consegue che essendo entrato negli stati più intimi e più interiori del Padre, invia insieme con Lui lo Spirito Santo; entra nella fecondità e nell’unità del Padre, per dare al di fuori lo Spirito di Lui. Siccome il Verbo Eterno infinitamente uno col Padre suo con Lui e in Lui, per un principio interno e identico, dà origine allo Spirito Santo; così Gesù Cristo Nostro Signore, che, in certo qual modo, è fuori di Dio per la sua natura umana, riunendosi a Lui e rientrando nell’unità perfetta con Lui, dà origine allo Spirito Santo e col Padre lo manda agli Apostoli; ed ecco l’ammirabile meraviglia della divina Ascensione. [Mandare lo Spirito Santo significa distribuirne le grazie; ora le grazie vengono date per i meriti di Gesù Redentore]. Donde avviene che l’anima, la quale entra in questo stato della divina Ascensione, riceve, come dice la Chiesa, la partecipazione della Divinità [Est elevatus in cœlum, ut nos divinitatis suæ tribueret esse participes. – Præf. Missæ Ascen.], secondo il desiderio che Dio ne esprime nella Sacra Scrittura. [Divinæ consortes naturæ. – II Petr., I, 4]. O stato ammirabile, in cui l’anima è resa interiormente conforme e perfettamente simile a Dio, come dicono i Santi, perfettamente deiforme, vale a dire tutta ardente di amore e tutta luminosa della gloria medesima di Dio!In tale stato l’anima non decade più dall’unione o unità con Dio, per abbassarsi nella umana infermità; non la si vede più effondersi nelle passioni o nell’amor proprio; più non ammette in se stessa la trasformazione nella creatura; non lascia più che prenda radice in se stessa l’amore delle cose periture, per il quale, infatti, noi ci trasformiamo nella creatura, la vediamo in noi stessi e ci vediamo in quella, e in tal modo decadiamo dalla perfetta somiglianza con Dio e con Gesù Cristo salito al Cielo.Gesù Cristo, dopo la sua Ascensione, essendo tutto trasformato e consumato nel Padre suo, attira noi pure con Lui alla trasformazione e consumazione in Dio; perciò diceva a santa Maddalena: Non toccarmi, perché non sono ancora salito al Padre mio (Joann. XX, 17): aspetta ch’Io sia nello stato in cui ti attirerò al Padre mio perché tu sii trasformata e consumata in Lui. Ciò appunto Egli fa nel santissimo Sacramento, dove avendo perfettamente raggiunto la consumazione della sua potenza, consuma e trasforma in se stesso le anime. [Non tu me in te mutaberis, sed tu mutaberis in me. – Aug., Conf., I. VII, cap. X]. L’anima, nello stato di Ascensione, deve temere l’affetto, e perfino il solo avvicinarsi alle creature per paura di cadere col lasciarsi trasformare in quelle e diventar partecipe della loro essenza profana.

D. – Lo stato della santa Ascensione è dunque lo stato delle anime perfette?

R. – Sì; è lo stato delle anime perfette e interiormente consumate in Dio, nell’essere e nella vita del quale sono entrate per la virtù di una unione perfetta e intimissima.

D. – O stato ammirabile!

R. – La Chiesa chiama appunto ammirabile l’Ascensione di Nostro Signore, [Per admirabilem Ascensionem tuam. – Litanie dei Santi], perchè questo mistero conferisce alle anime inconcepibili stati di santità! In questo stato l’anima è impenetrabile alle frecce del mondo, non è più suscettibile dell’imperfezione delle creature; in se stessa è perfettamente separata da ogni cosa e da ogni impressione terrena; gode di una pace e tranquillità divina; nel suo interiore è sempre immutabile e inconcussa in faccia a qualsiasi cosa. Quando sia giunta in questo stato, si possono arditamente rivolgerle queste parole del Profeta: Non ti accadrà nessun male, e nessun flagello si avvicinerà alla tua dimora. [Non accedet ad te malum, et flagellum non appropinquabit tabernacolo tuo. – Ps. XC, 10]. – Si direbbe ch’essa, per una felice anticipazione, sia già entrata nello stato dell’eternità. È questo uno stato di ammirabile purezza, nel quale l’anima non ha più nessuna aderenza alle cose profane, né effusione sopra di queste. Ella vedrà intorno a sé, cambiarsi e alterarsi il suo uomo vecchio ela sua carne; ma sempre interiore e intima a se medesima, non decadrà dal suo felice stato e resterà ferma nella sua stabilità; anzi farà sempre nuovi progressi e la sua carne soltanto soffrirà mutazione. Benché il nostro uomo, che è al di fuori – dice l’Apostolo – si corrompa, l’uomo però che è al di dentro di giorno in giorno si rinnovella. [Licet is qui foris est, noster homo corrumpatur; tamen is qui intus est, renovatur de die in diem. – II Cor., IV,16]. L’uomo esteriore è il corpo con i suoi sensi e la sua carne mortale; l’uomo interiore è l’anima con le sue facoltà. – Il primo a poco a poco si usa e si consuma nelle fatiche dell’apostolato e San Paolo lo sentiva bene, ma ogni giorno sentiva pure l’anima sua riprendere una vita nuova sotto la benefica influenza della contemplazione della felicità del paradiso che si avvicinava per lui].

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (3)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (3)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA

MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano

E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944

Approvazione del Vescovo di Pamiers.

(per la prima edizione).

LEZIONE XII.

A Dio solo è dovuto ogni onore. Come dobbiamo comportarci se ci avvenga di essere disprezzati e umiliati?

D. – Chi dunque merita di essere onorato?

R. – Dio solo. A Lui solo, dice S. Paolo, ogni lode e ogni onore;Soli Deo honor et gloria. (I Tim., I, 17). a noi la confusione, aggiunge il profeta Daniele. (Nobis autem confusio faciei. (Dan., IX, 7). Dio solo è degno di onore e di gloria, perché Dio solo è perfetto in se stesso, perciò Nostro Signore diceva: Nessuno è buono fuorché Dio. Nemo bonus nisi solus Deus. – Luc., XVIII, 19). Tutto ciò che non è Dio, da sé è niente e non ha nessun bene fuorché ciò che riceve da Dio; epperò Gesù Cristo diceva ancora: La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato. (Mea doctrina non est mea, sed ejus qui misit me. – Joan., VII, 18).

D. – Ma non si onorano forse i Santi che sono nel Cielo? Anzi Dio medesimo vuole che siano onorati.

R. – L’onore che si rende ai Santi si rende a Dio, il quale abita nei Santi; e se si onorano i giusti su la terra, lo Spirito Santo è quello che si onora in essi, perché Egli abita in loro, li santifica e dà loro la grazia e la virtù di essere fedeli a Dio. – Perciò si dice nella Scrittura che Dio è ammirabile nei suoi Santi, [Ps. LXVII, 38], perché con la sua potenza innalza la loro debolezza a cose sublimi, e la loro ignoranza a grandi lumi, e nella loro bassezza fa risplendere la sua grandezza. Dio pertanto è quello che si onora nei Santi. Nostro Signore medesimo voleva che in Lui non fosse onorato se non il Padre suo; non voleva ricevere per sé nessuna lode, ma tutto rinviava al Padre suo. A quel giovane che lo chiamava Maestro buono, disse: «Perchè mi chiami tu buono? Nessuno è buono, se non Dio solo » – Luc., XVIII, 19-20), come se dicesse: « Vedete voi questa bontà che riluce in me? Essa viene dal Padre mio, da Lui ha origine; e se Egli non la diffondesse in me, Io non l’avrei. Prima che il Padre mio me l’avesse comunicata, Io ero niente e non avevo niente, non ero che niente come gli altri uomini; e la mia umanità venne tratta dal nulla, come le altre creature. Dio si effuse in me e in me versò tutta la pienezza dei suoi tesori, talmente che a Lui solo, appartengono, e tutto quanto di buono, di bello e di perfetto vi è in me, tutto è da Lui; tutto questo non è bene mio, ma bene di Dio, il quale è l’Autore di tutte le perfezioni e di tutte le bellezze che vedete in me. Egli deve essere onorato per le sue opere e soprattutto per questo capolavoro che è la mia Umanità ». Gesù Cristo, inoltre, dichiarava di essere obbrobrio degli uomini e rifiuto della plebe  [Ps. XXI, 7], perché in se stesso» come uomo, era niente, e di più perché era caricato dei peccati del mondo intero.

D. – Come dobbiamo dunque comportarci quando siamo umiliati, disprezzati e dimenticati?

R. – Quando non siamo considerati o siamo tenuti in nessun conto, dobbiamo rallegrarci dicendo nel nostro cuore: « Mio Dio, son ben contento di non essere osservato, né considerato dalla gente, e godo che nessuno pensi a me: così almeno, o mio Dio, non usurperò il vostro posto nei pensieri e nella mente degli uomini: se non occupo nessun posto nel loro cuore e non sono oggetto dei loro sguardi, — questo è per me un gran piacere ». – Tali erano i pensieri del gran martire di Antiochia, sant’Ignazio, quando prevedeva che sarebbe stato divorato dalle bestie e seppellito nel corpo di quelle: Le bestie saranno il mio sepolcro, diceva; così almeno, dopo la mia morte non occuperò il pensiero di nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà neppure il mio corpo. (Blanditiis demulcete ferus, ut mihi sepulcrum fiant, et nihil de corpore meo relinquant; ne, cum obdormiero, molestus cuiquam sim. Tunc ero vere Jesu Christi discipulus; quando mundus nec corpus meum videbit. – S. Ignat. Mart., Epist, ad Rom., n. 4).

LEZIONE XIII.

 Il funesto desiderio di essere onorato è desiderio comune e universale; modo di combatterlo e di rimediarvi.

D. – Spiegatemi meglio ancora questo punto, poiché si tratta di un desiderio troppo naturale.

R. –  È necessario infatti, insistere su questo punto, perché il desiderio di essere stimato, onorato e amato è talmente universale e comune, che non vi è quasi nessuno che, a meno di star bene attento, non parli e non operi sempre con questo spirito. Tutti abbiamo in noi questo desiderio funesto e idolatrico di riempire di noi tutto il mondo, di godere la stima di tutti i cuori, e così essere come idoli da tutti considerati, ammirati e amati. [Desiderio veramente idolatrico, perché tenta di mettersi al posto di Dio]. Tutti, nella nostra carne, siamo pieni di desideri che lo spirito maligno ci ha inoculati col peccato di Adamo; dimodochè la nostra carne ci spinge a tentare, come il demonio, di metterci al posto di Dio nel mondo; e mentre prima l’uomo voleva essere onorato come l’immagine di Dio e raccogliere in sé tutti gli omaggi delle creature per offrirli a Dio, dopo il peccato invece, ha voluto riceverli per sé e in tal modo essere idolatrato e adorato al posto di Dio. Gli uomini, per la maggior parte, non agiscono, né parlano se non col desiderio di essere stimati e di imprimere l’amore di se medesimi nel cuore delle persone che li ascoltano.

D. – Ma come si può fare per non cader in siffatto disordine?

R. – Bisogna, quando ci mettiamo a far qualche cosa o a parlare, rinunciare a noi stessi, ciò che si può fare nel modo seguente: « Mio Dio, in questa azione o in questa conversazione, rinuncio a ogni desiderio di comparire; rinuncio a ogni desiderio di essere stimato; rinuncio a tutti i tristi desideri della mia carne, la quale in ogni cosa non cerca che se stessa; rinuncio al mio amor proprio e a tutto l’orgoglio di cui sono impastato ». – Sarà necessario, inoltre fortificarci con l’abbandonarci allo Spirito di Nostro Signore, il quale dopo il Battesimo è in noi per fare con noi le nostre azioni, affinchè per facciamo opere di Gesù Cristo e non dell’uomo vecchio, opere dello spirito e non della carne; affinché in noi Dio in ogni cosa sia glorificato dal Figlio suo Gesù Cristo.

D. – Ecco una bella dottrina; ma la troviamo noi nella Scrittura?

R. – Certo, potrei citare molti testi che stabiliscono tali verità; mi contenterò di dirvi ciò che dice quel nostro maestro in Gesù Cristo che è san Pietro: Chi parla,  parli il linguaggio di Dio, come parola di Dio; chi ha un ministero, lo eserciti come per una virtù comunicata da Dio, affinché in tutto sia onorato Dio per Gesù Cristo. (1 Piet. IV, II)

D. – Bisogna dunque far tutto nello Spirito di Gesù Cristo operante in noi?

R. – Appunto; bisogna uscire di noi medesimi [Ossia rinunciare a noi stessi e alle inclinazioni disordinate della nostra natura] per così dire, ed entrare nella virtù di Gesù Cristo, ossia unirci allo Spirito di Gesù e operare nella sua virtù (sotto la sua influenza) per onorare Iddio suo Padre; altrimenti siamo pieni di impurità e di intenzioni cattive le quali infettano tutte le nostre azioni.

D. – Quanto siamo infelici e miserabili, poiché rimanendo in noi stessi (ossia seguendo le nostre inclinazioni) non possiamo far nulla che possa piacere a Dio!

R. – La nostra carne è così corrotta che guasta e rovina tutto ciò in cui s’ingerisce. Perciò non meritiamo soltanto di essere dimenticati e disprezzati come il niente, ma ancora di essere perseguitati e calpestati. Insomma, da noi medesimi non possiamo meritare che l’inferno. (Tanquerey: De gratia, n. 30)

D. – Che dite mai? Come mi umiliate! Come annientate la confidenza ch’io avevo in me stesso!

R. – Eppure non ho detto nulla che non sia confermato dalla S. Scrittura.

LEZIONE XIV.

Del dovere di amare la sofferenza, che è il secondo braccio della Croce; perché da noi medesimi siamo peccato.

D. – Per amore di Dio spiegatemi meglio la verità che mi avete esposta, affinché sia talmente impressa nella mia mente che non ne esca mai più, e io possa amare il dolore, la sofferenza, la persecuzione, le calunnie, in una parola amare la penitenza che devo fare su la terra, la quale ne è il soggiorno.

R. – Il primo ramo della Croce sono le umiliazioni e dobbiamo sopportarle, tanto per giustizia come per spirito di Religione. Il secondo ramo della Croce è la sofferenza, e dobbiamo amare i patimenti e sopportare in pace la persecuzione, la calunnia ecc. non solo perché lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo, ci infonde tale inclinazione, ma anche per giustizia, a motivo del nostro demerito. Per essere persuasi di questa verità basta ricordarci che da noi stessi siamo peccato.

D. – Scusate; ho bensì sentito dire che siamo peccatori; ma che siamo anche peccato, non lo intendo.

R. – Eppure, non siamo soltanto peccatori, ma nella nostra carne siamo peccato (Rom. VII). [L’uomo caduto è carne (Gen., VI, 3), ma la carne è contraria alla legge di Dio, come dice San Paolo, per cui può chiamarsi peccato. L’uomo, inoltre, nasce colpevole del peccato originale, e soggetto alla concupiscenza che lo porta ad ogni sorta di peccati].

D. – Se così è, non v’è obbrobrio, né calunnia, né persecuzione che non ci sia dovuta, ma spiegatemi dunque in qual modo siamo peccato.

R. – Per questo, è necessario ricordarvi qualche punto di dottrina. L’uomo cristiano, come sempre insegna san Paolo, è composto di due cose; una si chiama carne, l’altra spirito. Così è diviso l’uomo nella Scrittura. Se non che queste espressioni non significano il corpo e l’anima. Infatti, con la parola spirito non s’intende l’anima, ma lo Spirito Santo con tutti i doni che sono nati dallo spirito, come la fede, la speranza, la carità, l’umiltà, la pazienza e altri doni, altre grazie e virtù simili: san Paolo chiama tutte queste virtù Frutti dello Spirito, (Galat., V, 22, 23), e Nostro Signore Gesù Cristo aveva già detto: Ciò che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito è spirito. (Joann., III, 6).

D. – E per la parola carne cosa intendete?

R. – Lo vedete bene dalle citate parole di Nostro Signore; la carne è ciò che non è lo Spirito Santo, o che non è nato dallo Spirito, ma dalla carne. Perciò, nella Scrittura il corpo e l’amina sono chiamati carne. L’anima soprattutto quando segue la carne e le inclinazioni della carne; e anche il nostro spirito (la nostra mente, il complesso delle nostre facoltà spirituali) sono chiamati carne quando agiscono per giungere ai fini della carne; infine, tutti i loro pensieri sono chiamati carne perché nascono dalla carne; perciò la Scrittura li condanna come degni di morte (mortiferi): La prudenza della carne, dice san Paolo, è morta; (Rom VIII, 6) e in altro luogo: Ebbimo dei pensieri di carne. Facientes voluntatem carnis et cogitationum.(Ephes. II, 2). – Ma ciò che è nato dallo Spirito Santo e che si chiama spirito, non ci appartiene, non è nostro, non è noi, perché è Dio stesso, ed effetto della sua presenza, ossia la sua luce, la sua sapienza, il suo ardore, il suo amore ecc. Non abbiamo dunque motivo di gloriarcene, né di comprendere questi doni nel numero delle cose nostre; perché in noi sono doni della pura liberalità di Dio e della sua grande misericordia, mossa a compassione dalla nostra miseria e dalla carità del Figlio suo morto per noi su la Croce.

LEZIONE XV.

Spiegazione del medesimo argomento.

D. – Ma, insomma, che abbiamo noi di noi medesimi?

R. – Da noi non abbiamo che il niente e il peccato; siamo dunque ben poca cosa, e meritevoli di ogni pena e di ogni persecuzione. Che siamo niente, l’abbiamo già detto; da tutta l’eternità, infatti, cosa avevamo? Niente. L’essere che abbiamo è forse nostro? Mai più, Dio ce ne ha coperti, ma è suo e, quantunque ce ne abbia fatto dono, è suo ancora ed Egli vuole che glielo offriamo in omaggio, usandone per orarlo.

D. – Ma come mai siamo anche peccato?

R. – Vi spiegherò anche questo con la grazia di Dio. Il nostro primo padre Adamo, era stato creato nell’innocenza, ma peccò e in lui peccarono tutti gli uomini.

D. – In che modo intendete che tutti siamo peccatori in Adamo?

R. – Se un padre avesse fatto un contratto per sé e per tutta la sua famiglia, non è forse vero che tutti i suoi figli e successori sarebbero obbligati a osservare le condizioni ch’egli avrebbe pattuite?

D. – E’ vero.

R. – Orbene, il nostro primo padre fece con Dio il primitivo accordo a nome di tutti i suoi figli e di tutta la sua famiglia. Ma col suo peccato violò il patto concluso: perciò i suoi successori, ossia i suoi discendenti, furono tutti coinvolti con lui nel suo delitto, e ne hanno giustamente subito tutto il castigo. Ne consegue che siamo peccato anche noi. – Il peccato del primo padre ha fatto in noi un tale guasto, ha instillato in noi una irruzione tale che l’uomo, dopo la colpa originale, non è che carne e peccato. Perciò Dio disse: Il mio Spirito non rimarrà nell’uomo, perché è carne, (Gen. VI, 3) ossia perché il suo essere, spirituale e corporale, è infetto dal peccato; il suo spirito è divenuto carne, materiale come la carne, cieco come la carne; non cerca che gli appetiti della carne; è animale e terreno come la carne, è depravato e ha perduto la sua rettitudine; alieno dalle sue prime intenzioni, non ha più che desideri impuri, bassi e corrotti; in una parola non ha più niente della somiglianza con Dio. – L’uomo è talmente depravato nel suo fondo, che è tutto inclinato al male e al peccato; e per la miseria e il veleno del peccato originale, è così fortemente inclinato al male che è un abisso, un baratro di peccato, portando in sé il principio non solo di qualche peccato, ma di tutti i peccati.

D. – Ahimè! cos’è questo? Perché mai ci gloriamo della nostra carne? Se il Savio proibisce all’uomo di esser superbo perché è polvere e cenere, (Eccli. X, 9) quanto più sarà da condannare la superbia nella carne, poiché questa è tutta impastata di peccato!

LEZIONE XVI.

La nostra carne non è che peccato.

D. – Non potreste spiegarmi meglio questa miseria?

R. – Vi dirò ciò che penso. La carne è talmente peccato, che è tutta inclinazione e movimento al peccato, anzi a ogni sorta di peccato: dimodoché l’anima nostra, se lo Spirito Santo non la trattenesse con la sua assistenza e con l’aiuto della sua grazia, sarebbe trascinata dalle inclinazioni della carne, le quali tendono tutte al peccato e sono tutte seminate nell’anima, attesa la sua intima e stretta unione con la carne. [Notiamo come il Servo di Dio affermi la distinzione fra l’anima e la carne. L’anima, con l’aiuto della grazia, può resistere e non lasciarsi trascinare dalla carne.

D. – Dio mio! Ma cosa è dunque la carne?

R. – La carne è l’effetto del peccato e il principio del peccato; in una parola, si può dire della carne ciò che i Giudei dicevano del cieco nato, che è tutta nata nel peccato. [Joan. IX, 24]

D. – Ma, se è così perché non cadiamo ad ogni istante nel peccato?

R. – Effetto della misericordia di Dio, che ci trattiene, e dell’assistenza del suo divino Spirito che risiede in noi per sorreggerci.

D. – Siamo dunque obbligati a ringraziare il Signore con viva riconoscenza, anche per i peccati che non commettiamo?

R. – Certo, sant’Agostino lo riconosce per se medesimo nelle sue Confessioni ed è questo il sentimento ordinario dei Santi, perché la carne è inclinata al male con tale forza che Dio soltanto può trattenere l’uomo affinché non cada nel peccato. [Conf. L. II, c. VII]

D. – Ma come! A ciò non basterebbero la sapienza umana e la filosofia?

R. – No; anticamente, infatti, i più grandi filosofi e gli uomini più sapienti che mai siano vissuti, sebbene conoscessero la virtù e avessero grande orrore per il vizio, non mancarono tuttavia di cadere in gravissimi disordini, anzi precipitarono nei vizi più sozzi e più vergognosi alla natura. [Cfr. Rom., I , 18, 32]. Dobbiamo pertanto essere oltremodo riconoscenti a Gesù Cristo, perché ci ha dato il suo Spirito onde rialzar l’anima nostra e ritirarla dal fango del peccato e dalle inclinazioni della carne nelle quali è tutta immersa. Non potremo mai esprimere né intendere di quanta riconoscenza dobbiamo essere animati verso Gesù Cristo. È bene ripeterlo, non v’è sorta di peccato, non v’è imperfezione o disordine, non v’è errore o sregolatezza, di cui la carne non sia piena; non v’è pazzia di cui non sarebbe capace a ogni ora.

D. – Ma dunque, senza il soccorso di Dio, io sarei pazzo, anche in pubblico?

R. – Ciò sarebbe poco, perché sarebbe soltanto contro la civile società; ma sappiate che senza la grazia di Dio, senza la virtù dello Spirito di Dio, non v’è impurità, sozzura, infamia, ubriachezza, bestemmia; ecc., in una parola, non v’è peccato di cui l’uomo non si renderebbe colpevole. Per poco che vogliamo entrare in noi stessi, dovremo riconoscere che portiamo in noi una strapotente inclinazione al male, e ad ogni sorta di male e di peccato. Se non fossimo sostenuti dalla grazia di Dio, cadremmo nell’abisso di ogni peccato.

LEZIONE XVII.

La nostra carne è tutta contraria e ribelle a Dio e al suo Divino Spirito.

D. – Desidererei che mi spiegaste meglio questa verità, affinché possa concepire maggiormente orrore per la carne.

R. – La carne è peccato in quanto è tutta contraria a Dio, in quanto combatte contro lo Spirito, come dice san Paolo, e lo Spirito combatte pure contro di essa [Galat. VI, 17]. Perciò la carne è simile al demonio, il quale combatte contro Dio; la carne è della natura stessa del demonio. Non dobbiamo dunque stupirci se diciamo che dobbiamo odiare la nostra carne e aver orrore di noi medesimi; non dobbiamo stupirci se diciamo che l’uomo, nello stato in cui si trova, deve essere maledetto e perseguitato; in verità non v’è male che non debba giustamente cadere sopra di lui, per causa della sua carne. L’odio, la maledizione, le persecuzioni che colpiscono il demonio devono pure colpire la carne e tutte le sue tendenze.

D. – Ma, se il demonio è maledetto, ciò proviene dal fatto che non si convertirà mai a Dio, né mai potrà essergli sottomesso.

R. – Così anche la carne; per tutto il tempo della nostra vita quaggiù, sarà sempre talmente corrotta, immonda e perversa che non potrà mai convertirsi a Dio, [Finché sussisterà il peccato originale, l’uomo porterà in sé le inclinazioni perverse che lo portano al peccato.] né  sottomettersi alla legge di Dio: Legi Dei non est subjecta, nec enim potest. [Rom. VIII, 7]

D. – Ma in tal caso come è possibile che i Santi, i quali hanno una carne simile allanostra, servano Dio nella presente vita?

R. – Lo Spirito di Dio, cui aderisce l’anima dei Santi, e dal quale viene illuminata, mossa e fortificata, padroneggia la carne, e l’assoggetta a Dio malgrado la sua resistenza. La carne, infatti, sempre resiste a Dio in questa vita: che sebbene la grazia e l’effusione dello Spirito sopra di essa talvolta facciano sì che esulti in Dio, come dice la Scrittura, [Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum Ps. LXXXIII],  tuttavia è sempre pronta a resistere e non si lascia quasi mai vincere, se non per forza.

D. – Ma i demoni cantano forse anche essi le lodi di Dio? Esultano forse anch’essi in Dio?

R. – Mai più, nella condizione in cui si trovano; Dio tuttavia, se volesse, con la sua potenza potrebbe fare che lo lodassero, malgrado la loro depravazione.

D. – Ma perché la nostra carne talvolta esulta in Dio e lo loda, mentre i demoni non lo lodano mai?

R. – La nostra carne, per l’azione dello Spirito Santo, può lodare Dio, a differenza dei demoni, perché questi non sono più in grado di sperare, né di meritare la gloria, mentre la carne viene data come compagna all’anima, la quale ogni giorno spera la gloria e la merita; dimodoché nell’uomo l’anima serve a Dio e gli aderisce nello Spirito, e la carne, suo malgrado, rimane assoggettata allo Spirito, benché non gli sia sottomessa. E qui ancora vi è una somiglianza tra la carne e il demonio. La carne, infatti, è come il demonio, il quale, malgrado la sua rabbia rimane soggetto per forza alla potenza del divino Spirito, tuttavia non vi è sottomesso; orbene la carne pure è disposta in tal modo. Mentre io prego Dio e mi sottometto a Lui, mentre mi elevo a Dio per la virtù dello Spirito Santo, in pari tempo la carne si distoglie da Dio volgendosi verso la creatura, si abbassa verso la terra e così spesso rimuove l’anima da Dio; [Deprimit sensum multa cogitantem. Il corpo corruttibile grava su l’anima, e la terrestre dimora deprime la mente che ha molti pensieri – Sap., IX, 15], mentre l’anima si mantiene nella purezza la carne si porta all’impurità e alla disonestà; mentre l’anima si investe della santità di Dio, la carne aderisce alla creatura, perciò si macchia e si guasta; insomma la carne, come il demonio, non cambia mai, né mai cessa di essere ciò che è.

LEZIONE XVIII.

La perversità della nostra carne merita ogni sorta di umiliazioni da parte di Dio e da parte di ogni creatura.

D. – Non verrà dunque mai quel tempo in cui l’uomo e la carne non saranno piùpeccato?

R. – Sì, questo avverrà nel Paradiso, nel giorno della risurrezione, quando Dio riformerà questo corpo vile, abietto e umiliato. [Reformabit corpus humilitatis nostræ. -Philip. III. 21]. Il corpo di nostra umiliazione, corpo umiliato, questa espressione di san Paolo è giustissima. L’uomo, infatti, merita ogni umiliazione; non v’è confusione che non gli sia dovuta. Se per esempio si dicesse di me, di voi e di chiunque altro : « Questo uomo è avaro », bisognerebbe sopportarlo, perché  tutti abbiamo in noi un principio di avarizia insaziabile, sebbene la grazia ne abbia forse soffocato il sentimento nell’anima nostra. Se si dicesse che siamo disonesti, lo dovremmo sopportare, perché il seme di ogni vizio e di ogni impurità si trova nella nostra carne, la quale trascinerebbe l’anima al peccato, se lo Spirito non la sorreggesse. Se si dicesse che siamo superbi, lo dovremmo sopportare, pensando che ciò è sempre vero ad onta degli effetti che la grazia di Gesù Cristo e del suo Spirito abbiano operato in noi; né ci si fa torto alcuno o ingiuria col chiamarci orgogliosi, perché la nostra carne rimane sempre la stessa, vale a dire sempre impastata di orgoglio e sempre pronta a produrre atti di superbia; talmente che non cessiamo mai di essere orgogliosi, benché non lo sentiamo, e che pratichiamo talvolta atti di umiltà. Così di tutti gli altri difetti che si possono concepire nell’uomo, perché la carne è la sorgente, la cloaca e come la fogna dove si raccoglie ogni impurità, ogni disordine e ogni peccato.

D. – Allora, non v’è sorta di ingiuria che non dobbiamo sopportare, persuasi che ci sono ben dovute. Le umiliazioni, le ingiurie, le calunnie non debbono punto turbarci.

R. – Dite vero; bisogna fare come quel Santo, il quale essendo condotto al patibolo per un delitto che non aveva commesso, non volle giustificarsi, dicendo nel suo cuore che, senza l’aiuto di Dio, avrebbe commesso quello e altri peggiori ancora. Coi medesimi sentimenti, dobbiamo sopportare ogni persecuzione. Se, come è nostro dovere, fossimo ben persuasi della malizia della nostra carne, la persecuzione ci sembrerebbe cosa ben giusta, anzi dovremmo desiderarla, per reprimere, con tali castighi, la continua ribellione di questa nostra carne contro Dio.

D. – Gli uomini, gli Angeli e Dio medesimo dovrebbero dunque incessantemente perseguitarci?

R. – Sì, così dovrebbe essere e così avverrà nel giorno del giudizio ai peccatori sopra i quali Dio eserciterà la sua vendetta per mezzo di tutte le creature nelle quali Egli abita, e delle quali ognuna sarà come uno strumento esecutore della sua giustizia. [Pugnabit cum illo orbis terrarum contra insensatos. – Sap., V , 21]. Pertanto, nelle malattie, nelle persecuzioni, nelle umiliazioni e in ogni afflizione, dobbiamo metterci dalla parte di Dio contro noi medesimi, e pensare che le meritiamo tutte e di più ancora, che Egli ha diritto di servirsi di tutte le creature per castigarci, e che adoriamo la grande misericordia ch’Egli in tal modo esercita adesso sopra di noi, sapendo che, quando verrà il tempo della sua giustizia, ci tratterà ben più rigorosamente.

D. – E quale sarà il tempo della sua giustizia?

R. – L’altra vita, sarà il tempo della sua giustizia, perché allora Dio non userà più misericordia; allora la sua giustizia non sarà più temperata dalla compassione per la nostra miseria; allora Dio ci tratterà secondo tutta la severità del suo santo giudizio. È cosa orribile, dice la Scrittura, cadere nelle mani del Dio vivente [Hebr. X, 31]. Allora non vi sarà più né croce, né afflizione, di cui l’anima e il corpo del peccatore non saranno cruciati.

D. – Ma allora non è forse più dolce portare adesso quella croce che la giustizia di Dio ci impone, in questo tempo di misericordia, in cui siamo sorretti dalla grazia e dalla virtù che la bontà di Dio ci largisce; piuttosto che aspettare quel tempo in cui il peccatore, mentre sarà oppresso da ogni sorta di tormenti, sarà privo di qualsiasi aiuto e di qualsiasi consolazione?

R. – Avete ben ragione. Nell’inferno, infatti, non vi è più nessun aiuto che sorregga, nessuna grazia che fortifichi, nessuna unzione che consoli e raddolcisca il giogo del rigore di Dio; non vi sarà più nessuno di questi beni, i quali sono, quaggiù il miglior sollievo delle nostre croci e i  nostri patimenti.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/14/catechismo-cristiano-per-la-vita-interiore-di-j-j-olier-4/

LO SCUDO DELLA FEDE (85)

LO SCUDO DELLA FEDE (85)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CAPITOLO VIII.

COME SI DEBBANO IMPORTARE QUELLI CHE SVENTURATAMENTE SI SONO LASCIATI SEDURRE

Potrebbe per ultimo darsi il caso funesto che alcuno accostatosi troppo al fuoco, si fosse miseramente abbruciato. Voglio dire che o conversando con eretici o leggendo i loro libri si fosse lasciato sedurre, ed avesse poi o tacitamente rinunziato alle sue credenze od anche più manifestamente alla presenza di altri consumata la sua apostasia, sia con l’allontanarsi dalla S. Chiesa, sia con l’accostarsi ai templi dei Protestanti e con l’aver dato il nome a qualche setta. – Ora se un caso sì lagrimevole fosse avvenuto, quale sarebbe il rimedio opportuno? Prima d’ ogni altra cosa è necessario rientrare in se stesso, misurare con un guardo l’altezza dello stato da cui uno è caduto e l’abisso in cui si è precipitato. – Chi ha perduta la Santa Fede insieme a questo tesoro d’immenso valore ha perduta non solo la grazia santificante e la potestà di meritare, ma perfino la radice ed il principio con cui invocare il Signore a salute. Non può aspettarsi più altro che una vita di rimorsi e di colpe, una morte d’affanni e di strazi, un giudizio di collera e di rigore, un’eternità di pianti e di disperazione. E ciò per essersi cambiato in nemico quel Dio, che col dargli la S. Fede gli aveva preparato innumerabili altre grazie fino a portarlo nel più alto dei cieli. Ora il confronto di quello che ha perduto con quello che ha incontrato deve stimolare quest’anima infelice a rientrare profondamente in sè stessa ed a volere a qualunque costo ristorare la sua rovina e rimettersi nel pristino stato. Fatta questa risoluzione generosa convien mettere mano prontamente al lavoro. – S. Teresa osserva ingegnosamente, che tra gli altri peccatori e quei che han perduta la Fede corre la differenza che passa tra un cristallo intero ma appannato ed un cristallo spezzato. Il cristallo appannato, ma intero, cioè il peccatore ordinario, può con la penitenza mondarsi, tergersi, purificarsi; il cristallo rotto, cioè l’apostata , deve prima rimettersi nella fucina; che è quanto dire che deve ristorare prima in sé la Santa Fede per poter fare poi un’utile penitenza. Perciò si richiede da chi si è lasciato sedurre, che si ritragga dalla compagnia degli empi, che rompa con loro ogni tratto, ogni comunicazione: poi che messosi alla presenza di Dio con atti interni, rigetti con orrore tutte le passate infedeltà, prorompa in atti di viva fede protestando dinanzi a Dio con ogni sincerità, che egli crede tutto quello che crede la S. Chiesa, che rigetta tutto quello che la Chiesa rigetta e che in questa credenza con l’aiuto divino vuol vivere e morire. Ha poi da domandare mille e mille volte perdono di tutte le sue infedeltà. – Con queste disposizioni si presenti ad un Confessore savio e prudente, e gli manifesti con ogni sincerità tutto quello che ha commesso per essere dalla sua carità assistito, per conoscere tutto quello che gli resti da fare per la sua riconciliazione con la Chiesa e con Dio, per riparare allo scandalo dato, per premunirsi contro i pericoli avvenire. Ma questo costa non poco all’amor proprio, dirà taluno. Costi quello che vuole, che costa anche più un’eternità di fiamme penaci nell’inferno. Ma mi disprezzeranno poi quelli che furono compagni dei miei errori. Sì, ma vi loderanno e vi abbracceranno i vostri fratelli Cattolici in loro vece. Ma forse mi perseguiteranno e mi faranno del male quelli che io abbandono: sia pure, ma né tutti gli uomini, né tutti i demoni uniti insieme vi potrebbero fare un male più grave di quello che vi fate da voi medesimo stando lontano dalla Fede Cattolica. Posso almeno confidare che, se io fo tutto ciò, Iddio mi accoglierà e mi perdonerà questo grave fallo? Ma e potreste pur dubitar di quel buon Gesù che accolse con tanto amore S. Pietro che l’aveva negato, e tanti altri che nelle persecuzioni erano caduti e che fino ai dì nostri ne accoglie tanti con amore sì sviscerato? Vi dirò di più: non solo vi accoglierà, ma se voi prendete occasione da questa vostra caduta ad umiliarvi più, a fare più penitenza, ad amarlo con più fervore, potrete giungere anche ad uno stato di gran virtù, di perfezione, di santità. – Per dare animo a chiunque fosse caduto in questo fondo di mali a confidare nella misericordia, io vi ricorderò un avvenimento dei nostri giorni, raccontato da due autori anche viventi e maggiori di ogni eccezione i Padri Stoeger e Perrone. In un paese. dicono essi, che fa confine all’Alemagna settentrionale, vivevasi or sono otto o dieci lustri un prete immemore del santo suo stato e delle sue obbligazioni. Precipitando di peccato in peccato giunse tanto oltre, che fuggì dalla sua patria, apostatò dalla fede e si fece Protestante, accettò alla fine un posto di pastore Protestante e così da banditore della verità, divenne un maestro dell’errore. In questo stato d’inimicizia con Dio se la passò lo sventurato per parecchi anni. Un giorno fu egli invitato a pranzo da un predicatore di una gran città ove intervennero pure molti altri pastori di quelle contrade pure Protestanti. Mentre qui\ stavansi insieme in galloria e gaiezza venne a riferirsi al pastore padrone della casa, che era pretto a morire un pover’uomo, il quale pareva aver molto bisogno di soccorso spirituale. Un non so quale impedimento fece sì che quegli non accorresse dall’infermo, ed offrissi perciò il nostro nominato apostata a volerlo esso andare a visitare in vece sua. L’offerta fu accettata. Ei fu tosto menato in una gretta miserabile cameruccia, ove in una grande indigenza sdraiato sur un letto di paglia giaceva un vecchio, che in uno stato di disperazione era vicino a morire. Recitogli il pastore un paio di passi della Sacra Bibbia: e il moribondo non diede altra risposta che: io son perduto, guai a me, io son dannato! Confortavalo quel pastore ed animavalo ad aver fiducia. No no, soggiunse colui, non può nessuno prestarmi aiuto, io non posso andare in cielo, son troppo enormi i miei peccati, io deggio essere dannato. Ma per amor di Dio perché mai? di che vi sentite così aggravato il cuore? E il moribondo ripete sempre solo parole di disperazione. Per ultimo però si arrese alle calde istanze del pastore e soggiunse: vo’ dire perché non vi ha per me né salvazione né beatitudine: io sono un Sacerdote cattolico apostata: e tutti i peccati che con ciò vanno collegati, e tutta la resistenza alle chiamate della grazia, e tutte le misericordie che io respinsi … Ahimè! Questa mia colpa è troppo grande per potere rinvenire il perdono: io son perduto, nessuno mi può aiutare, sì non posso essere aiutato da nessuno. Un simile racconto contristò il cuore del pastore, il quale vedeasi qui dipingere lo stato della sua propria anima; gli si destò l’antica credenza e nella coscienza della potenza divina che nella Religione di Gesù è concessa all’uomo debole che è nominato Sacerdote, esclamò con gioia al moribondo: Amico, fratello! io, io posso aiutarti come è vero Iddio, io posso soccorrerti! Ebbene, io sono un prete cattolico, sì certo pur troppo! Sono un rinnegato, uno scomunicato pur io: ma col mio potere Sacerdotale posso schiudere però ad un moribondo il cielo. Allora fu pel vecchio infermo. come se dall’alto un angelo venisse a fermarglisi dappresso e gli recasse il salvamento. Vinto dalla grande misericordia di Dio che fino all’ultima ora di sua vita ancora gli offre il perdono, remissione e riconciliazione, e gli promette il cielo e la vita eterna, confessa in un sentimento del più intimo dolore e pentimento i suoi peccati, ne ottiene l’assoluzione e … muore nel bacio del Signore. Questo trionfo dell’amore di Dio che vuole beati gli uomini tutti, che anche dei più depravati va in cerca fino all’ultimo respiro della vita con la tenerezza di una madre, aveva talmente dato di piglio allo spirito di quel pastore e il suo cuore fu di repente tanto cangiato dalla onnipotenza della grazia, che in quello stesso momento risolvette la sua conversione. Ritorna dai commensali tutt’ora radunati e così parla loro. Addio, signori miei, io fo ritorno al grembo della mia Chiesa Cattolica, che io con tanta perfidia abbandonai. La misericordia di Dio mi chiama a penitenza, alla riconciliazione e . .. tanto è clemente con me Iddio, al cielo. Oltre a quelli che sono caduti, ve ne ha degli altri che vacillano e che sarebbero tentati di questo gran delitto. Or che cosa dirò a costoro? S’immaginino di stare intorno ad un pozzo anzi ad un abisso spaventosissimo e che il demonio venga a dir loro all’orecchio che vi si gettino a precipizio. Che cosa risponderebbero allora? Or lo stesso dicano qui al nemico infernale, richiamino tutta la loro virtù al cuore come si fa negli estremi cimenti, considerino un istante i Novissimi che ci aspettano, i beni che perderebbero, e con altissima indignazione rigettino tutti i dubbi che il demonio affaccia loro alla mente, protestando mille volte che non si dipartiranno dalla cattolica verità. Si ricordino che la nostra S. Fede è fondata sopra i Patriarchi ed i Profeti, sugli Apostoli ed i Martiri, sul consenso di tutte le genti, sopra miracoli senza numero, sopra la scienza di tutti i Dottori, sull’aperta protezione del cielo e sulla confermazione che loro malgrado ne han data spesse volte fino i demoni. Con queste generali considerazioni senza entrare in discussioni né con sé stessi né con le suggestioni diaboliche hanno da respingere ogni argomento che o le passioni o il demonio loro rappresenti. – Siccome però a rimuovere tutti questi dubbi intorno alla Fede vuolsi rimuoverne la cagione, le radici, il principio di essi; così ne discorreremo nei Capi seguenti.

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (2)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (2)

LEZIONE IV.

Dello spirito e delle inclinazioni di Adamo, dalle quali è ben lontana la condizione dei Cristiani.

D. – Adamo aveva dunque altre inclinazioni che i Cristiani? Aveva forse uno spirito diverso da quello di Gesù Cristo? Lo Spirito Santo operava dunque in lui altri sentimenti differenti che in Gesù Cristo?

R. – Sì, Adamo era stato creato perché fosse simile a Dio nelle perfezioni, nell’onore e nella beatitudine, perciò venne creato nel Paradiso terrestre e costituito Re dell’Universo.

D. – Non è forse questo il destino anche dei Cristiani?

R. – No.

D. – Ma dunque, non sono forse creati a immagine di Dio?

R. – Sì, sono creati simili a Dio, nella sua giustizia e nella sua vera santità. (Secundum Deum creatus est, in justitia et sanctitate veritatis. – Ephes., IV, 24).

D. – Che significa: sono creati nella giustizia e nella vera santità?

R. – Significa che sono creati in Gesù Cristo (Creati in Christo Jesu – Ibid., I , 10), rinnovati e rigenerati dal Battesimo, per vivere poi nel distacco da ogni creatura.

R. – La condizione dei Cristiani è dunque molto differente da quella di Adamo, prima del peccato?

R. – Sì: Adamo nello stato d’innocenza, cercava Dio, lo serviva e lo adorava nelle creature; e i Cristiani, al contrario, devono cercare Dio per la fede, servirlo e adorarlo in quanto è ritirato in se stesso e nella sua santità, separato da ogni creatura ed elevato al di sopra di ogni cosa.

D. – I Cristiani devono dunque essere distaccati da tutto? Debbono dunque essere santi?

R. – Sì, certamente; devono essere, almeno nel loro cuore, separati da tutto: devono cercare Dio in Lui medesimo; perciò san Paolo li chiama Santi (Vocatis sanctis.- Rom. I, 7. La santità è uno stato in cui l’anima è tutta distaccata dalle creature, e unita a Dio con tutti i suoi affetti).

LEZIONE V

Come i Cristiani sono obbligati a mortificare in se stessi le inclinazioni di Adamo e della carne, e di crocifiggere l’uomo vecchio.

D. – Che debbono dunque fare i Cristiani i quali sentono in se stessi l’inclinazione a legarsi con l’affetto alle creature?

R. – Sono obbligati a reprimere queste inclinazioni e a rinunciarvi, poiché sono inclinazioni che vengono dalla carne, e poiché non siamo più debitori alla carne, come dice san Paolo, non dobbiamo vivere secondo la carne (Debitores sumus non carni, ut secundum carnem vivamus. – Rom., VIII, 12).

D. – Dopo il Battesimo, il quale è una seconda generazione, i Cristiani non devono dunque conformarsi al loro padre Adamo per vivere come lui?

R. – No, perché Iddio, essendosi fatto nostro Padre nel Battesimo, ci impone di vivere secondo Lui e secondo le sue inclinazioni, che il suo Spirito infonde in noi.

D. – E se viviamo secondo la carne, saremo noi salvati?

R. – No; san Paolo, infatti, ci dice espressamente che morremo, se non mortificheremo la nostra carne con tutti i suoi disordinati desideri, che sentiamo in noi (Si secundum camem vixeritis, moriemini. – Rom., VIII, 13).

D. – I Cristiani sono dunque obbligati a mortificare se stessi?

R. – Certamente, poiché secondo l’Apostolo, quelli che sono di Gesù Cristo, hanno crocifisso la loro carne coi suoi vizi e le sue cupidigie; hanno crocifisso l’uomo vecchio con tutte le sue opere e se ne sono spogliati (Qui sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis. – Galat., V, 24; Expoliantes vos veterem hominem cum ætibus suis. – Colos., III, 9).

D. – Cos’è quest’uomo vecchio?

R . – È ancora la carne; ossia siamo noi medesimi l’uomo vecchio, con le inclinazioni che abbiamo ricevute da Adamo, per mezzo dei nostri genitori.

D. – Quali sono queste inclinazioni?

R. – Tutte le inclinazioni che ci portano al male e di cui siamo pieni; si possono ridurre a tre: l’inclinazione al piacere, l’inclinazione alle ricchezze e l’inclinazione all’onore.

D. – E dobbiamo noi reprimere tutti questi appetiti?

R. – Sicuramente; dobbiamo crocifiggere in noi l’uomo vecchio come i cattivi crocifiggono Gesù Cristo.

D. – Ma, insomma, cosa vuol dire propriamente crocifiggere l’uomo vecchio?

R. – Significa comprimere, anzi, soffocare nel nostro cuore tutti i desideri impuri e disordinati che sentiamo nella nostra carne.

D. – Ma cos’è questa carne?

R. – La nostra carne è tutta la vecchia creatura che noi siamo; tutto l’uomo in quanto non è rigenerato, ed è opposto allo spirito del Battesimo.

D. – Ma dunque, prima che siamo battezzati l’anima nostra in noi e il nostro spirito sono forse carne?

R. – Sì, e chiamo carne l’anima nostra perché essendo immersa nella carne, rimane partecipe di tutte le maligne inclinazioni di quella, dimodoché, se la grazia non la libera dalla carne, diventa una cosa sola con questa e perciò giustamente viene chiamata carne.

D. – Sarà forse per questo che Nostro Signore dice che dobbiamo odiare l’anima nostra? (Qui amat animam suam perdet eam; et qui odit animam suam in vitam æternam custodit eam. – Joann., XII, 25).

R. – Appunto; perché l’anima nostra, in quanto è una stessa cosa con la carne, e ne anima e vivifica l’impurità e la corruzione, è nemica di Dio e non merita altro che odio.

D. – E da sola la carne potrebbe peccare?

R. – No, poiché non può vivere senza l’anima, e l’anima, mentre dà vita alla carne, con questa cerca il male e si rende partecipe di tutta la corruzione di essa.

D. – E la nostra mente, può anch’essa essere chiamata carne?

R. – Sì, quando abbia pensieri conformi ai sentimenti e ai movimenti della carne; donde avviene che san Paolo dice che la prudenza della carne è una morte…  Prudentia carnis mors est. (Rom.. VIII, 6).

D. – Che cosa è la prudenza della carne?

R. – La prudenza della carne consiste nei pensieri e nei propositi che noi formiamo nella nostra mente, ossia nel nostro spirito, per giungere ai fini della carne, che sono le voluttà, gli onori e le ricchezze.

D. – Ma, anche la volontà sarà dunque chiamata carne?

R. – Sì, quando aderisce ai movimenti della carne (In desideriis carnis nostræ facientes voluntatem carnis. – Ephes., II, 3); san Paolo chiama appunto questi movimenti: desideri e volontà della carne.

D. – La carne è dunque di grande pregiudizio per l’uomo?

R. – Sì, perciò bisogna odiarla, crocifiggerla e farla morire. Gesù Cristo si lasciò crocifiggere, mettere a morte e seppellire per insegnarci che dobbiamo crocifiggere noi stessi nella nostra carne; che se Egli non volle risparmiare la sua carne innocente, la quale aveva soltanto l’apparenza del peccato, quanto più dobbiamo noi crocifiggere la nostra la quale è veramente peccatrice e tutta costituita nella malignità!

LEZIONE VI.

Della sorgente della grande malignità della carne, alla quale dobbiamo rinunciare.

D. – Donde viene la malizia della carne?

R. – Dal demonio, il quale istillò il suo veleno nell’anima dei nostri progenitori, che lo accolsero con piacere e in tal modo infettarono talmente la loro natura che tutta la discendenza loro nasce corrotta. I figli di Adamo sono come i figli di un lebbroso, la cui corruzione è così grande e la sostanza corrotta, che tutto quanto nasce da lui è corrotto, e tutti i suoi figli sono lebbrosi come lui. – Oppure immaginiamo una sorgente di acqua stagnante corrotta; i rivi che ne derivano sono pure tutti corrotti e partecipi della sua infezione.

D. – I nostri progenitori furono dunque viziati dalla malignità del demonio?

R. – Sì, e la nostra carne che viene da quella di Adamo come dalla sua sorgente è rimasta infetta di questa malignità.

D. – La corruzione e la malizia della nostra carne sono dunque della medesima natura di quella del demonio?

R. – Sicuramente, e Dio nutre appunto un grande odio contro la nostra carne perché essa è piena della malizia del demonio.

D. – Ma come mai? La malizia del demonio si consuma nell’inferno: la nostra carne si risente forse di una tale piena malizia?

R. – Sì, la nostra carne è capace di fare altrettanti mali come il demonio e, se fosse abbandonata da Dio e dal suo Santo Spirito, si porterebbe a tutti i mali che il demonio potrebbe fare.

D. – Dobbiamo dunque nutrire una estrema avversione e un grande orrore per la nostra carne?

R. – Dobbiamo odiarla come odiamo il demonio; anzi dobbiamo fuggirla più che non fuggiamo il demonio. Per questo motivo i Santi facevano strazio del proprio corpo, e, per l’odio che portavano alla loro carne, praticavano straordinarie macerazioni fino a scorticarsi a sangue. Così sfogavano la loro ira su la propria carne come sul nemico giurato di Dio. Oh, quanto dobbiamo fuggire la carne e rinunciare a tutto ciò che essa domanda e desidera da noi! Perciò Nostro Signore diceva che chiunque vuol essere suo discepolo deve rinunciare a se stesso. [Si quis vult post me venire, abnget semetipsum. Matth., XVI, 24).

D. – E che significa rinunciare a se stesso?

R. – Vuol dire rinunciare a tutte le cattive inclinazioni della carne, ossia al desiderio degli onori, dei piaceri e delle ricchezze, al desiderio di essere amato, ai desideri di vendetta, in una parola a tutti i desideri di peccato che sentiamo in noi e che sono contrari alla Croce di Gesù Cristo.

LEZIONE VII.

Dell’amore della croce, vale a dire, delle umiliazioni, delle sofferenze e della povertà, il quale ci viene dato dallo Spirito Santo nel Battesimo.

D. – Dobbiamo dunque portare la Croce di Gesù Cristo e far professione dellesue massime?

R. – Certamente è questa la seconda condizione che Gesù Cristo impose ai suoi discepoli e a tutti i Cristiani: portare la croce e compiacersi nelle sofferenze, nelle umiliazioni, nelle calunnie, nella povertà, ecc.

D. – Ma come mai può darsi che alitiamo l’umiliazione, la sofferenza, la povertà, in una parola la santa Croce di Gesù Cristo?. [« L’amore alla croce è un amore soprannaturale. Lo Spirito Santo ne è il principio, e la nostra volontà abbandonata a se stessa, non giungerebbe mai a produrne gli atti. Di sua natura non percepisce la sensibilità. Ama la croce chi vuole, con l’aiuto della grazia, portarla al seguito di Gesù Cristo; chi è permanentemente disposto a distruggere a poco a poco nell’animo proprio le perverse inclinazioni dell’uomo vecchio e a crocifiggerlo, secondo l’energica espressione dell’Apostolo »].

R. – Da noi medesimi non lo possiamo, sebbene per la virtù di Gesù Cristo e del suo Santo Spirito ch’Egli ci dà nel Battesimo. Lo Spirito Santo, in virtù del Battesimo, viene a riposare in noi, nel fondo del nostro cuore, per imprimervi i suoi sentimenti.

D. – Stranissimo mistero! Quali contraddizioni!

R. – È vero; perciò abbiamo da soffrire grandi lotte, quelle lotte di cui parla san Paolo quando dice che la carne combatte contro lo spirito e lo spirito combatte contro la carne. [Caro concupiscit adversus spiritum; spiritus autem adversus carnem; hæc enim sibi invicem adversantur. – Galat., V, 17]. Da una parte, lo Spirito Santo, che è in noi, ci porta all’umiliazione, alla povertà, alla sofferenza; dall’altra la nostra carne desidera onori, piaceri, ricchezze. L’anima nostra può andare da una parte all’altra a suo piacimento [Notiamo come il Servo di Dio afferma la libertà ad onta della corruzione che abbiamo ereditata dal nostro progenitore. L’anima è sempre capace di fare il bene, con l’aiuto della grazia aderire allo Spirito Santo con la grazia ch’Egli ci infonde, ovvero resistergli e aderire alla carne per causa della sua propria malizia].

D. – Ma come mai dite voi che lo Spirito di Dio ci dà l’amore dei patimenti, delle umiliazioni e della povertà? Quanto a me, non ho ancora provato il piacere di soffrire, la delizia nell’essere umiliato, il godimento nella povertà.

D. – Dite il vero; non sentite nella vostra carne questo piacere, questa delizia, questa gioia; e infatti lo Spirito Santo non è in voi per operare tali effetti nella vostra carne, per compiere un tal cambiamento nel vostro corpo, sebbene nell’intimo dell’anima vostra.

D. – E la carne, non troverà mai piacere nell’essere afflitta, nelle pene e nella croce?

R. – Mai, a meno che talvolta lo Spirito Santo estenda sino ad essa le inclinazioni che avrà effuse nell’anima e inebri il nostro corpo dei medesimi sentimenti di cui avrà riempito il nostro cuore; ma ciò accadrà raramente e per breve tempo.

D. – Il Battesimo dunque non produce nel corpo l’impressione che fa nell’anima?

R. – L’anima è quella che riceve le inclinazioni e le nuove impressioni dello Spirito: essa sola è rigenerata dal Battesimo.

LEZIONE VIII.

Della nostra prima generazione, in cui il demonio è padre delle nostre cattive inclinazioni; e della rigenerazione del Battesimo, nella quale Dio diventa nostro padre, comunicandoci la sua vita divina.

D. – Che cosa vuol dire che l’anima nostra è rigenerata dal Battesimo?

R. – Ciò vuol dire che nel Battesimo essa riceve inclinazioni e impressioni affatto nuove e differenti da quelle della sua prima generazione. – Per la prima sua generazione l’anima aveva inclinazioni perverse che l’allettavano al peccato, alle cose terrene e alle creature. Al contrario, per la rigenerazione dei Battesimo, riceve impressioni e inclinazioni affatto differenti, le quali la portano ad amare Iddio e ad adempiere verso di Lui i doveri di religione, a distaccarsi dalle creature e a ricevere le cose del Cielo. [Questi sono gli effetti delle virtù che il Battesimo infonde nell’anima, virtù delle quali tuttavia non abbiamo coscienza].

D. – Dopo il Battesimo dunque, l’uomo non è più nostro padre, né la carne, nostra madre?

R. – No, e non dobbiamo più seguirne le cattive inclinazioni, perché nostro padre è Iddio.

D. – In qual modo Dio diventa nostro Padre?

R. – Noi chiamiamo Dio nostro Padre e lo è in verità, perché nel Battesimo ci comunica, mediante il suo Santo Spirito, la sua natura e la sua vita divina. [Ut efficiamini divinæ consortes naturæ. ( II Petr., I. 4). — Ut filii Dei nominemur et simus. (I Joan., III, 1)].

D. – Ma il demonio non è egli pure il padre dell’uomo?

R. – Sì, nella prima generazione (naturale) il demonio è propriamente padre dell’uomo peccatore in Adamo, perché in esso ha seminato la sua propria vita e le proprie pessime inclinazioni, le quali ci furono trasmesse nella nostra prima nascita. Perciò Gesù Cristo disse ai maligni Farisei: Voi avete per padre il demonio e volete eseguire i desideri del padre vostro. Vos ex pntre diabulo estis, et desideria patris vestris vultis facere. (Joan., VIII, 44). – Nella seconda generazione, invece, che si compie nel Battesimo, tutto è divino, perché in questa nuova nascita l’Eterno Padre è il nostro Padre, che ci comunica le sue inclinazioni, i suoi sentimenti, la sua santità, per la virtù del suo Spirito, il quale da Lui ci viene dato ed è in noi il principio della vita santa e divina; vita divina che risplende poi nelle opere nostre, che sono simili a quelle di Dio e lo glorificano su la terra. – Pertanto, poiché nella nostra prima generazione il demonio è nostro padre e sappiamo che le sue perverse inclinazioni ci vennero trasmesse da Adamo, riconosciamo che siamo ben miserabili; la nostra miseria è tale che la parola umana non potrebbe esprimerla: Dio solo può comprenderla.

D. – E perchè?

R. – Perché Dio solo comprende quale sia la malizia del demonio e quale sia la miseria cui lo ha condannato la Divina Giustizia; perciò Lui solo può comprendere la miseria, la malizia e la povertà della nostra carne, la quale è ridotta ad uno stato così disgraziato che non solo è partecipe della maledizione del demonio, ma inoltre ha in sé varie debolezze, impurità e miserie di cui quello spirito maligno, per la sua propria natura, è immune.

D. – Ma se così stanno le cose, l’uomo per giustizia deve amare l’abiezione e compiacersi di essere umiliato e disprezzato?

R. – Certo; tutto ciò gli è ben dovuto.

LEZIONE IX.

Dell’obbligo di portare la croce e di conservarne l’amore, come risulta dallo spirito del Battesimo, che ha impresso in noi questo amore.

D. – La carne non può meritare che disprezzo, abiezione e contraddizioni?

R. – Non può meritare altro, e appunto per questo nel Battesimo viene infuso nel cuore dell’uomo l’amore del disprezzo, dei patimenti e della povertà. [Amore soprannaturale, per il quale dalla mano di Dio si accettano volentieri le croci e si riconosce che sono grazie e non castighi; amore tuttavia che non toglie la ripugnanza naturale per la sofferenza, le umiliazioni e la povertà]. L’uomo, infatti, non essendo in se stesso altro che niente e peccato, non deve avere altro desiderio fuorché quello di essere trattato secondo il suo merito, vale a dire di essere umiliato, povero e perseguitato.

D. – O ammirabile condotta della sapienza divina sui Cristiani! Non è senza ragione che la Scrittura chiama il mistero della Croce un mistero nascosto. (Et erat verbum istud absconditum ab eis. – Luc., XVIII, 34). Pochi intendono cosa sì giusta e ragionevole per il nostro stato e che siamo obbligati ad averne l’amore nel nostro cuore.

R. – È questa appunto la disgrazia e l’inganno del mondo; generalmente si pensa che l’amore della Croce sia una devozione riservata al chiostro, e non un obbligo per tutti i Cristiani. Ma san Paolo, come già abbiamo detto, dichiara che non siamo più debitori verso la carne sicché viviamo secondo le sue inclinazioni, ma siamo obbligati invece a vivere secondo lo spirito. Che se viviamo secondo lo spirito, dobbiamo camminare secondo lo spirito … Si spiritu vivimus, spiritu et ambulemus. – (Galat. V, 25),il quale ci imprime nel cuore l’inclinazione per la Croce e ci dà la forza di portarla.

D. – Ho sentito talvolta che questa verità ci viene insegnata dalle cerimonie che la Chiesa usa nel Battesimo; è vero?

R. – Verissimo, perché con l’Olio Santo si fanno due croci, una sul cuore, l’altra su le spalle del battezzato, per significare l’effetto dello Spirito Santo.

D. – Che rappresenta l’olio?

R. – L’olio santo rappresenta lo Spirito Santo.

D. – Che significa la croce che si fa sul cuore?

R. – Significa l’amore della croce, perché il cuore è la sede (almeno in apparenza e secondo la credenza generale) dell’amore.

D. – E quella che si fa su le spalle?

R. – Questa significa la forza di portare la croce, perché le spalle sono la sede della forza dell’uomo.

LEZIONE X.

Di un altro dovere di amare la croce, e in modo particolare l’umiliazione e l’abiezione, le quali formano il primo braccio della Croce; dovere che risulta dal fatto che l’uomo, nel suo fondo e da se stesso, è niente.

D. – E’ soltanto lo Spirito che abbiamo ricevuto nel Battesimo quello che ci obbligaad amare la Croce?

R. – No, vi siamo ancora obbligati per ciò che siamo da noi medesimi. Che cosa è l’uomo da se stesso e nel suo fondo? Ahimè, l’uomo da se stesso è niente! Che cosa era l’uomo prima che Dio vi avesse deposto il suo essere? (L’essere dell’uomo è essere di Dio in quanto viene da Dio per la creazione). Niente, assolutamente niente. — Ma il niente che cosa merita? — Niente; il niente merita il niente, quindi il disprezzo, l’abiezione, l’abbandono e la dimenticanza da parte di ogni creatura. Il niente non può essere considerato, perché non ha nulla che possa attirare lo sguardo e sul quale si possano porre gli occhi.

D. – Non dobbiamo adunque desiderare di essere considerati, veduti, stimati?

R. – No, dobbiamo desiderare di essere trattati secondo il nostro merito, perciò di essere disprezzati; ciò che è niente non merita neppure di essere disprezzato, poiché non è tale che si possa pensare a lui, né che se ne faccia l’oggetto di qualsiasi giudizio. Donde si vede che l’uomo, essendo niente per se stesso e nel suo fondo, non merita niente, nemmeno il disprezzo.

D. – Ahimè! siamo dunque ben poca cosa, mentre non meritiamo neppure che si pensi a noi, neanche per disprezzarci. Ma perché dite voi che l’uomo è niente, dal momento che ha un corpo e un’anima?

R. – Dico che l’uomo è niente in se stesso e per se stesso; ha bensì cose che ha ricevute e che appartengono ad altri (a Dio) ma, in se stesso, è sempre niente; e chi ha il merito di essere considerato e onorato, non è lui, ma quell’altro (Dio), al quale appartiene il bene che ne ha ricevuto.

D. – Donde ricavate voi queste verità?

R. – Dall’Apostolo san Paolo, il quale dichiara che se uno, mentre in verità è niente, crede di essere qualche cosa, s’inganna grossolanamente; e inoltre che non abbiamo motivo di gloriarci come se non avessimo ricevuto tutto ciò che abbiamo.(Si quis existimat se aliquid esse, cum nihil sit, ipse se seducit. – Galat., VI, 3 ). — Quid habes quod non accepisti ? Si autem accepisti, quid gloriaris quasi non acceperis? – I Cor., IV, 7).

D. – E dunque, da chi l’uomo ha ricevuto tutto il bene che possiede?

R. – Da Dio solo; perciò Dio solo deve essere onorato per qualsiasi bene che si trovi nell’uomo; in quella guisa che il pittore deve essere onorato per il quadro che ha dipinto, e non già la vecchia tela su la quale ha steso i suoi colori: così l’uomo non deve punto ricevere per sé le lodi che gli vengono date, ma tutto rivolgere a Dio, dicendo: « Mio Dio, a Voi riferisco tutte queste lodi, poiché Voi solo le meritate per tutti i vostri beni che deponete in me ».

D. – Ma quando l’uomo riconosce in sé dei doni e delle grazie di Dio, che cosa deve dunque fare?

R. – Deve fare tre cose:

1° Umiliarsi davanti a Dio, riconoscendo in Lui l’Autore di ogni bene che sia in noi;

2° Ringraziarlo della sua bontà per il bene che si è degnato di darci contro ogni nostro merito;

3° Pregarlo che glorifichi se stesso per mezzo dei suoi doni e che ne usi in noi per la sua gloria, poiché di per noi medesimi non sapremmo farne un buon uso degno di Lui.

D. – E i demoni, ebbero forse tali disposizioni quando ricevettero i doni di Dio?

R. – Mai più; se avessero usato così dei doni che avevano ricevuto da Dio, non si sarebbero dannati.

D. – Che fecero dunque per perdersi così miserabilmente in mezzo a tanti doni di Dio?

R. – Incantati dalle dolcezze dell’onore, vollero essere onorati per i doni che avevano ricevuti; e così, usurpando per sé le lodi dovute a Dio solo, vollero defraudare la sua Maestà della gloria che le era dovuta.

D. – Non dobbiamo dunque volere nessun onore per noi stessi?

R. – No, assolutamente.

LEZIONE XI.

Dell’orgoglio e del desiderio di essere onorati, al quale dobbiamo resistere.

D. – Non possiamo mai desiderare di essere onorati?

R. – No, perché chi desidera di essere onorato, desidera il bene altrui, poiché desidera il bene di Dio; è ladro e, secondo un’espressione di san Paolo, è colpevole di rapina; (Qui (Christus) cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratius est esse se æqualem Deo. (Philipp., II, 6); infatti, ruba a Dio ciò che Egli ha di più caro, quella gloria che Egli assicura di non voler cedere ad altri. (Gloriam meam alteri non dabo – Isa., XLVII, 8; XLVIII, 11)

D. – E’ dunque un furto sacrilego?

R. – Certamente, poiché è rubare su l’altare di Dio, e con mani sacrileghe rapirgli ciò che Egli non vuol dare, ciò che non darà a nessuno, come dichiara espressamente.

D. – La superbia è dunque un gran peccato?

R. – Sì, per questo nei demoni venne castigata con tanto rigore e sta scritto che Dio resiste ai superbi(Deus superbis resistit – 1 Petr. V, 5) come se volessero strappargli, a suo dispetto, il bene più caro ch’Egli abbia.

D. – Ma allora il castigo della superbia non è soltanto un effetto dell’ira di Dio, ma ben anche del suo furore.

R. – Sì, perché è una conseguenza della resistenza di Dio irritato contro il superbo, il quale vuole rapirgli il suo onore, e sul quale Egli scarica la sua ira, accesa e trasformata in furore.

D. – S’ingannano dunque molto gli uomini che ricevono gli onori, poiché non è lecito desiderarli?

R. – Verissimo; perché se ricevono qualche onore, non lo possono ritenere per sé, e non riferirlo a Dio, senza mettersi nel pericolo di offendere gravemente il Signore e di farlo entrare in furore.

D. – Che dobbiamo fare quando sentiamo in noi il desiderio di essere onorati, oppure quando sentiamo piacere per le lodi che ci vengono date o per la stima che gli altri dimostrano per noi?

R. – Dobbiamo rinunciare a tali sentimenti, e umiliarci con grande confusione, vedendo nella nostra carne desideri diabolici, sentimenti che vengono dall’inferno e sono simili a quelli che furono la causa della riprovazione dei demoni. Il demonio, infatti, fu precipitato nell’inferno perché bramava di essere stimato e onorato dai suoi compagni, anzi li spingeva a rendergli lodi e onori che riceveva con gioia. Prego il Signore che non abbiamo mai tali sentimenti, che furono la rovina degli angeli.

D. – Mi pare che non diciate bene, perché  fino alla morte sentiremo in noi il desiderio di essere onorati e stimati; e questo non è peccato, purché vi resistiamo.

R. – È vero anche questo; infatti, tutti gli Angeli furono assaliti dalla tentazione della superbia; ma gli uni cedettero, gli altri no; questi ne fecero il loro profitto e acquistarono la corona, mentre gli altri vi acconsentirono e furono condannati. Dobbiamo dunque almeno protestare che non vogliamo cedere ai sentimenti di superbia e che non ce ne compiaceremo mai.

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (1)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (1)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA

MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa

Genova, 21 maggio 1945.

On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR

Genuæ, die 25 V 1945.

STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano

E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944

Approvazione del Vescovo di Pamiers.

(per la prima edizione).

In questo libro l’eminenza e la purezza dello spirito cristiano si trovano espresse in un modo così breve e così chiaro, da non potersi dubitare che non sia stato ispirato da Dio al suo Autore e che questi non abbia ricevuto dal Padre dei lumi i pensieri sublimi e le espressioni di grazia di cui si serve per far conoscere e, in pari tempo, gustare le divine verità, che debbono dirigere e animare la vita dei veri figlioli di Dio. – Occorre soltanto che il lettore abbia cura di leggere santamente istruzioni così sante, apportando a questa lettura un cuore distaccato dall’affetto al peccato, perché l’affetto al peccato genera nell’anima certe tenebre, le quali le nascondono le verità della nostra santa fede. Occorre inoltre che legga con uno spirito ben risoluto di condurre una vita conforme alla santità della vocazione cristiana. – L’idea e le massime di tale vocazione vengono in questo libro proposte con tanta luce e tanta unzione, che il lettore si sentirà illuminato, e in pari tempo animato, a seguire Gesù Cristo per mezzo di vie così belle, così brevi e così sicure, purché si abbandoni allo Spirito di verità onde ne sia commosso, e le mediti davanti a Dio a suo bell’agio e con umiltà.

Dato a Parigi il 1 Aprile 1658.

f FRANCESCO – STEFANO DE CÀULET

Vescovo di Pamiers.

INTRODUZIONE

In questo libro il Servo di Dio Giovanni Olier espone, in forma di dialogo, i fondamenti della vita soprannaturale; lo compose nel 1656 per le anime che tendono alla perfezione e l’opera fu accolta con tanto favore che in pochi anni ne vennero pubblicate molte edizioni. L’opera è divisa in due parti e in brevi capitoli; nei primi diciannove capitoli che formano la prima parte, l’Autore insegna che il Cristiano, se vuole essere veramente tale, deve praticare l’abnegazione perfetta, ossia tenere il cuore distaccato dagli onori, dai piaceri e dai beni materiali, con le virtù di umiltà, di mortificazione e di povertà, contro le tre tendenze perverse della nostra carne corrotta dal peccato originale; anzi questa necessità dell’abnegazione, egli la deduce dalla corruzione medesima della carne, per la quale meritiamo ogni umiliazione, ogni sofferenza e ogni privazione. – Ci sembra opportuno premettere qualche schiarimento, affinché la dottrina del Servo di Dio non venga fraintesa. Cos’è questa carne di cui l’Olier dice tanto male? Non è precisamente il nostro corpo; ma il complesso, ossia la personificazione, per così dire, di tutte le nostre inclinazioni al male; è l’uomo in quanto non è rigenerato o è contrario alla grazia del Battesimo (San Paolo chiamò pure queste inclinazioni con l’espressione uomo vecchio, perché, avendole noi ricevute da Adamo peccatore, precedono l’uomo nuovo o spirituale formato in noi dalla grazia del Battesimo. (Rom., VI, 6 – Eph., II, 15; IV, 24; – Gal., VI, 15). Questa espressione non si riferisce dunque soltanto al corpo e alla parte infima dell’uomo, ma anche all’anima quando essa si abbandoni a pensieri e atti di volontà conformi alle nostre cattive inclinazioni. La parola carne viene sovente usata nel senso predetto da san Paolo, e si trova più di trenta volte nelle sue Epistole, specialmente in quella ai Romani; così pure, la usano nel medesimo senso san Pietro e san Giovanni, e anche, almeno tre volte, Nostro Signore stesso (Math. XXVI, 41 – Joan. III, 6; XI, 64; XIII, 15). Certuni, che non si sentono troppo molestati dalla concupiscenza, diranno forse che le espressioni dell’Olier sono eccessive; ma la Scrittura non parla diversamente (Per esserne convinti, basta leggere il cap. VIII dell’Epistola ai Romani). Gli Apostoli, e soprattutto san Paolo, condannano la carne come il principio e la sorgente delle concupiscenze, ossia di quelle inclinazioni disordinate che ci portano al peccato (Gal., V, 16, 17, 24, Spiritu ambulate et desideria carnis non perficietis. Caro enim concupiscit adversus spiritum; spiritus autem adversus carnem; hæc enim sibi invicem adversantur… Qui autem sunt Christi, carnem suam crucifixerunt cum vitiis et concupiscentiis. – I Joan., II. Ormne quod est in mundo, concupiscentia carnis est, et concupiscentia oculorum et superbia vitæ. – S. Pietro parla dei desideri della carne come della fonte di ogni perversità. (II Petr., II, 10, 18).

 Dio, prima del diluvio, diceva: II mio spirito non rimarrà nell’uomo perché egli è carne. (Gen, VI, 3, VIII, 21). – I figli della carne, dice san Paolo, non sono figli di Dio. (Rom. IX, 8). – Sono carnali e venduti come schiavi al peccato (Rom. VII, 14); camminano secondo la carne e ne eseguiscono i desideri; hanno la prudenza della carne che è una morte (Rom. VIII, 6). – La carne è nemica di Dio e non può essergli soggetta (Rom. VIII, 8). – Le opere della carne sono la fornicazione, i malefizi, gli odi, gli omicidi ecc. – Gal. V, 19, seg. -La carne dall’Apostolo viene chiamata peccato (Rom. VII, 17).Prima del battesimo l’uomo viveva nei desideri della carne, e ne adempiva le opere: le passioni del peccato operavano nelle sue membra (Rom. VIII, 5). – Coloro che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne, i suoi vizi e le sue concupiscenze. La carne concupiscit adversus spiritum. La carne combatte contro lo spirito e lo spirito contro la carne (Gal. V, 17, 24).Pertanto l’uomo è sollecitato da una parte dallo spirito e dall’altra dalla carne; se aderisce allo spirito è spirito; se invece segue le inclinazioni disordinate della sua natura, diventa carne. Donde una lotta intestina, di cui san Paolo, nel capo VII dell’Epistola ai Romani, ci dà una descrizione drammatica, concludendo con questo grido straziante: « Infelix ego homo! Oh me infelice! chi mi libererà da questo corpo di morte?» E risponde: La grazia di Dio, per Gesù Cristo. – Con tutta ragione quindi il Servo di Dio dichiara con grande insistenza che dobbiamo odiare la nostra carne, ossia reprimere tutte le nostre perverse inclinazioni al peccato; e chi non odia il peccato non può essere discepolo di Gesù; perciò Nostro Signore diceva: Chi ama l’anima sua (ossia l’anima sua in quanto segue l’inclinazione della carne) la perderà; chi odia l’anima sua in questo mondo la custodisce per la vita eterna (Joan. XII, 25).Per portare un giudizio esatto su la dottrina dell’Olier rispetto agli effetti del peccato originale, sarà bene ricordare che su questa questione esistono nella Chiesa due opinioni libere.Vari teologi insegnano che il peccato originale ci ha semplicemente privati del dono soprannaturale della grazia santificante e dei doni che chiameremo preternaturali, i quali costituivano l’uomo nello stato d’integrità, ossia di immortalità e di rettitudine. Pertanto, secondo questi teologi, l’uomo dopo il peccato si trova nello stato di natura pura, vale a dire nello stato in cui sarebbe stato creato se Dio non l’avesse elevato all’ordine soprannaturale; ma la privazione dell’ordine soprannaturale nell’uomo è effetto del peccato di Adamo, quindi contrario alla volontà di Dio; perciò l’uomo nello stato attuale non è nello stato voluto da Dio, ma in una condizione peccaminosa, ciò che in noi costituisce il peccato originale.Altri teologi invece sostengono che il peccato originale ha avuto anche effetti peggiori, avendo causato in noi uno stato di debolezza, di inclinazione al male, di concupiscenza, che san Paolo chiama peccato e legge di peccato (Rom. VII, 23).Secondo i primi, la concupiscenza, anche nel grado in cui si trova in noi adesso, sarebbe naturale all’uomo; mentre gli altri sostengono invece che in se stessa la concupiscenza sarebbe bensì naturale all’uomo, ma non nel grado in cui la sentiamo dopo il peccato di Adamo, per cui gli antichi teologi dicevano che l’uomo è stato dal peccato di Adamo ferito anche nella sua natura, vulneratum in naturalibus. I teologi moderni sono più inclinati ad ammettere la prima opinione; tuttavia le due opinioni sono libere nella Chiesa. Il Concilio di Trento non volle sciogliere la questione e si contentò di usare espressioni che si possono adottare tanto nell’una come nell’altra opinione.Il Servo di Dio si appigliò alla seconda Opinione (Questa venne pure seguita, prima dell’Olier, dal Cardinale de Bèrulle e in generale dalla scuola che a lui fa capo. L’espressione: Non siamo altro che niente e peccato, che venne usata dal Condren, dall’Olier e da San Vincenzo de’ Paoli, è del Bérulle; e il dotto e santo Cardinale insegna espressamente che l’uomo. nello stato attuale, trovasi in condizioni peggiori dello stato di natura pura.) e la spinse – dice Padre Faber -sino al punto in cui era possibile senza oltrepassare i limiti dell’ortodossia; e soggiunge: « Ho creduto bene di disapprovare certe espressioni di cui si è servito l’Olier, senza la minima intenzione di mancare di deferenza verso un uomo del quale ho detto altrove, che fra tutti i Servi di Dio non ancora canonizzati, di cui ho letto la vita, egli è quello che rassomiglia di più ad un Santo canonizzato » (Progresso dell’anima, cap. XX, in nota). – Il pessimismo dell’Olier, in questa questione si spiega facilmente. Egli, infatti aveva concepito un orrore profondo verso ciò che san Paolo chiama la carne, un po’ in seguito alla lettura abituale delle Epistole del grande Apostolo e delle opere di sant’Agostino, ma principalmente a motivo di una terribile crisi alla quale era stato sottoposto all’inizio della sua vita sacerdotale. Durante questa prova, che durò due anni, « Dio sembrava avergli tolto la virtù naturale che sorregge il corpo; la sua anima era come incapace di governare i sensi; egli era ridotto ad uno stato di stupidità per cui non si ricordava di nulla, non poteva imparar nulla, non trovava parola per esprimere qualsiasi concetto. Peggio ancora, era privo anche di ogni dono soprannaturale sensibile, e inoltre oppresso da ogni sorta di tentazioni, a segno che si considerava come riprovato da Dio » (Faillon, Vie de M. Olier, Tom. I, lib. VII). Uno stato così triste e desolante all’eccesso, era ben adatto a ispirargli l’idea dell’impotenza della natura per operare il bene e della corruzione dell’uomo decaduto. – Per altro è da notare che la dottrina del Servo di Dio, è essenzialmente opposta alle aberrazioni di Baio e del Giansenismo, di cui egli fu uno dei primi e più temuti avversari. Benché abbia espressioni fortissime contro la carne e la corruzione nativa dell’uomo, tuttavia sempre insegna che l’uomo può fare il bene con l’aiuto della grazia, e possiede il libero arbitrio (v. cap. XVI e XVII). – Inoltre, l’Olier parla il linguaggio non solo di san Paolo, ma della maggior parte degli autori mistici del suo tempo e dei tempi anteriori. San Vincenzo de’ Paoli diceva: « Che cosa abbiamo noi, da noi medesimi, fuorché il niente e il peccato? – Teniamo dunque per certo che in tutto e dappertutto siamo meritevoli di ogni disprezzo, per l’opposizione che da noi medesimi abbiamo contro la santità e le perfezioni di Dio, come contro la vita di Gesù Cristo e le operazioni della grazia; la propensione naturale e continua che abbiamo al male e la nostra impotenza per il bene ci devono maggiormente ancora persuadere di tale verità » (Abelly, Vita del Santo; Lib. III, cap. XXX). San Giovanni Eudes scriveva: « Da noi medesimi non siamo che tenebre e peccato, morte e inferno… Il peccato ha tutto pervertito in noi, nel corpo e nell’anima; ha riempito di oscurità e di malizia la parte superiore dell’anima nostra… Abbiamo in noi la sorgente di ogni male e siamo noi medesimi un abisso di perdizione e un vero inferno » (Memoriale della vita ecclesiastica. Su l’abnegazione di noi medesimi). Così parlano i Beati Grignon de Montfort (Lettera circolare agli amici della Croce, n. 6 e 9), e de la Colombière (Ritiro spirituale, 3a settimana). – Ricordiamo pure ciò che cantiamo noi nel giorno della Pentecoste, rivolgendoci allo Spirito Santo: Sine tuo numine, nihil est in homine, nihil est innoxium. – Da ultimo, notiamo che il Concilio Arausicano (di Orange) definì contro i semipelagiani che Nemo habet de suo, nisi mendacium et peccatum, ossia che l’avere dell’uomo, se egli fosse abbandonato a se stesso, senza la grazia di Dio, non sarebbe altro che errore e peccato.

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Negli altri sei capitoli della prima parte, il Servo di Dio spiega come dobbiamo partecipare ai misteri di Gesù Cristo. Ogni azione del Divin Redentore può chiamarsi un mistero in senso mistico e spirituale, perché contiene per noi una lezione e una grazia e quindi è un simbolo efficace della vita cristiana; in ciascuna Gesù Cristo ci presentò un modello per la nostra vita e insieme ci meritò una grazia speciale per imitarlo (Mistero, in senso spirituale e secondo l’etimologia della parola, significa una cosa nascosta. Tutte le azioni della vita di Gesù, anche le più ordinarie, contenevano sensi nascosti che i discepoli medesimi non erano capaci di penetrare. Tuttavia il Servo di Dio considera soltanto i sei misteri principali: l’Incarnazione, la Crocifissione, la Morte, la Sepoltura, la Risurrezione, e l’Ascensione, i quali costituiscono il sacrificio completo del Salvatore. «Nell’Incarnazione, Gesù si offre al Padre suo; si immola nei misteri della Passione, della Morte e della Sepoltura; nella Risurrezione riceve nel sepolcro una vita nuova e nella sua gloriosa Ascensione viene consumato in Dio. L’anima che vuole giungere alla perfezione segue questa via; prima si offre a Dio; poi crocifigge le sue cattive inclinazioni… così progredisce nella perfezione e infine giunge ad operare abitualmente per motivo di carità, imitando Gesù Cristo risorto e salito al Cielo » (Introduzione scritta da un prete di san Sulpizio). In tal modo l’anima percorre le tre vie: purgativa, illuminativa e unitiva.

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Nella seconda parte, il Servo di Dio ci indica i mezzi per stabilirci nella vita soprannaturale, i quali sono la preghiera, le sante Comunioni e l’invocazione della Santissima Vergine e dei Santi. Prima tratta della preghiera che è il mezzo principale per acquistare e conservare la vita cristiana. Dopo aver spiegato le condizioni perché la preghiera sia fatta bene, insiste particolarmente su la necessità di pregare in unione con Gesù Cristo ossia in comunione spirituale con le sue disposizioni; nell’ultimo capitolo termina con belle considerazioni su la santa Comunione e su la divozione alla Madre di Dio. – Ci sembra opportuno riportare qui un brano dell’Introduzione scritta da un sacerdote di San Sulpizio. « La perfezione cristiana consiste essenzialmente nell’esercizio abituale della carità. Orbene, da una parte non si può giungere a questo abituale esercizio se non mortificando in noi l’uomo vecchio, ossia la carne; dall’altra, chi mortifica la propria carne per la virtù dello spirito, esercita necessariamente la carità: ne consegue che i maestri della vita spirituale si dividono, per così dire, in due scuole. Gli uni, san Francesco di Sales, per esempio, con l’Apostolo dell’amore san Giovanni sembrano non parlare se non di carità; gli altri come san Carlo Borromeo, seguendo san Paolo, parlano soprattutto di crocifissione e di morte. Non già che i primi perdano di vista la necessità della mortificazione; sono troppo convinti che mai potrà operare abitualmente per Dio, chi non abbia rinunciato alla sua vecchia natura: ma conducono le anime dal distacco delle creature per la via del divino amore. Perciò, diceva una delle figlie spirituali di san Francesco di Sales, che questo gran Santo tagliava il collo all’uomo vecchio con un coltello di zucchero, ma effettivamente lo tagliava. « I secondi non dimenticano che la carità costituisce l’essenza della perfezione, perciò suppongono sempre che il loro discepolo possegga lo Spirito Santo nell’anima sua e cercano pertanto i mezzi di dilatare l’impero di questo Spirito di amore col distruggerne i nemici. Tale è il compito dell’Olier in questo opuscolo, il quale può chiamarsi un commento di questa massima del Maestro: Chi vuol venire dietro a me, rinunci a se stesso ecc. (Matth. XVI, 24).« I due metodi hanno i loro vantaggi, secondo il tempo e secondo le persone. Un carattere generoso preferirà la scuola della Croce; un animo dal cuor tenero preferirà quella della carità. In un tempo come il nostro, certuni sono scoraggiati dalla severità della scuola della Croce… altri invecene sono edificati, perché comprendono che la mortificazione è indispensabile. « I Santi non separano mai la mortificazione dall’amore. Quanto alle anime pusillanimi che si spaventano della mortificazione, sono incapaci di fare grandi progressi nella carità. Tuttavia se desiderano sinceramente andare a Dio e togliere gli ostacoli che finora le hanno trattenute, speriamo che dalla lettura attenta e dalla meditazione di questo libro, con la grazia di Dio otterranno luce e generosità secondo i loro voti. Questo libro infatti produsse grandi frutti quando venne pubblicato, e sembra che sia ancora destinato a rendere grandi servizi alle anime cristiane, richiamando loro le forti dottrine in esso contenute, in questi tempi in cui l’egoismo e la sensualità tendono a invadere ogni cosa e in cui sono così numerosi i nemici della Croce di Nostro Signore per i quali San Paolo versava amare lagrime » (Phil. III, 18).

A. M.

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE

PRIMA PARTE

LO SPIRITO CRISTIANO

LEZIONE I.

Dello Spirito e delle due vite di Nostro Signore Gesù Cristo.

D. – Chi merita veramente di essere chiamato cristiano?

R. – Colui che ha in sé lo Spirito di Gesù Cristo (Si quis Spiritium Christi non habet, hic non est ejus. – Rom., VIII, 9).– (Lo stato del Cristiano non è una semplice professione esterna, ma consiste in una vita nuova interiore: non implica soltanto quella trasformazione, diremo, fisica che viene operata dal Battesimo per la grazia santificante; perché il Cristiano sia veramente degno di tal nome, si richiede anche quella trasformazione morale operata in noi dallo Spirito Santo).

D. – Che intendete voi per spirito di Gesù Cristo?

R. – Non intendo la sua anima, ma lo Spirito Santo che abita in Lui. San Paolo – (Rom. VIII, 9) chiama lo Spirito Santo (Spiritus Dei) Spirito di Gesù Cristo (Spiritum Christi), e con tutta ragione, 1° perché lo Spirito Santo procede da Gesù Cristo, seconda Persona della SS. Trinità, come procede dal Padre; 2° perché lo Spirito Santo venne infuso in tutta la sua pienezza nell’anima di Gesù, come in un oceano donde si diffonde in tutti i fedeli nel Battesimo; perciò san Giovanni dice che dalla pienezza di Gesù tutto abbiamo ricevuto (Ioan., I , 16); 3° perché Gesù ci ha meritato lo Spirito Santo, lo inviò alla Chiesa nel giorno della Pentecoste, e ce lo invia nel Battesimo. Notiamo poi che tutte le grazie vengono attribuite allo Spirito Santo, perché sono effetto dell’amore di Dio per noi e lo Spirito Santo è l’Amore personale nella SS. Trinità.

D. – Come potrà conoscere il Cristiano se ha in sè lo Spirito di Gesù Cristo?

R. – Lo saprà se riconoscerà di avere inclinazioni simili a quelle di Gesù Cristo, per le quali si vive come Egli viveva.

D. – Qual è questa vita di Gesù Cristo della quale parlate?

R. – È quella vita santissima che ci viene descritta nella Scrittura, soprattutto nel Nuovo Testamento.

D. – Quante sono le vite in Gesù Cristo?

R. – Ve ne sono due, la vita interiore e la vita esterna.

D. – In che consiste la vita interiore di Gesù Cristo?

R. – Consiste nelle sue disposizioni, nei suoi sentimenti rispetto a tutte le cose: per esempio, nella sua religione verso Dio, nel suo amore verso il prossimo, nel suo annientamento rispetto a se medesimo, nel suo orrore per il peccato, nella condanna del mondo e delle massime del mondo.

D. – E la sua vita esterna, in che consiste?

R. – Consiste nelle sue azioni sensibili e nella pratica visibile delle virtù che abbiamo accennate, emanate dal fondo del suo divino interiore.

D. – Per essere vero Cristiano, bisogna dunque aver in noi lo Spirito Santo, il quale ci faccia vivere interiormente ed esternamente come Gesù Cristo?

R. – Sì! (Lo Spirito Santo in noi è principio di una vita nuova, che è la vita medesima di Gesù Cristo; ci comunica i sentimenti e le disposizioni di Gesù Cristo onde si verifichi il precetto di san Paolo: Hoc sentite in vobis quod et in Christo Jesu: Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo. (Philip., II, 5). Per essere veramente Cristiani dobbiamo, sotto l’azione dello Spirito Santo, imitare Gesù nella sua vita esterna, ma più ancora nella sua vita interiore, ossia nei suoi sentimenti).

D. – Ma questo è assai difficile!

R. – Certo, ma soltanto per chi non ha ricevuto il santo Battesimo, nel quale ci viene dato il Santo Spirito di Gesù Cristo affinché viviamo come Gesù.

LEZIONE II

Della perdita della grazia dopo il Battesimo, e del lavoro della penitenza per ricuperarla.

D. – Chi ha perduto la grazia dello Spirito Santo dopo il Battesimo, può forse riacquistarla?

R. – Sì; mediante la penitenza, ma con grande fatica e pena.

D. – Forse per questo il Sacramento della penitenza viene chiamato battesimo laborioso?

R. – Senza dubbio; nel Battesimo in cui siamo generati in Gesù Cristo, Dio nostro Padre ci dà, Egli stesso, la vita del Figlio suo, senza che la sua divina giustizia esiga da noi alcuna pena; ma così non avviene nella penitenza.

D. – Perché una tale differenza?

R. – Per ricuperare le virtù che Iddio solo ci aveva date da sé medesimo, e, con la sua mano onnipotente, aveva piantate nel nostro cuore, occorre affaticarci e penare; ci vuole il sudore della nostra fronte, affinché lo Spirito Santo renda di nuovo feconda la terra sterile e ingrata del nostro cuore, dove prima la grazia faceva germinare le virtù senza fatica e senza pena.

D. – E’ dunque un grave danno perdere la grazia del Battesimo?

R. – Certo; né si saprebbe esprimerlo a parole; e come mai si potrebbe riparare un tal capolavoro di grazia e di misericordia?

D. – Questa perdita non è forse riparata dalla penitenza?

R. – No, non è riparata in modo perfetto; possiamo paragonare l’anima penitente, a un novizio nell’arte della pittura, il quale voglia rinfrescare un quadro insigne molto sbiadito; l’opera nuova sarà ben lontana dal raggiungere la perfezione dell’originale.

D. – Ma perché mai ci vuole tanta fatica per ricuperare la grazia?

R. – Perché chi la perde si rende colpevole di una estrema ed incredibile ingratitudine, calpestando il Sangue di Gesù Cristo e soffocando lo Spirito Santo ch’esso aveva ricevuto nel Battesimo.

D. – Ma come mai? In che modo colui che offende Dio con un peccato mortale,  dopo il Battesimo, calpesta il Sangue di Gesù Cristo? –

R. – Dapprima, perché disprezza i meriti e il Sangue di Gesù Cristo, il quale ha acquistato per noi lo Spirito Santo e tutte le sue grazie. Inoltre, perché chi commette peccato mortale diventa un medesimo spirito col demonio, il quale in tal modo calpesta Gesù-Cristo nell’anima del peccatore e trionfa di Lui, persino nel suo proprio trono.

D. – E’ dunque per questo che il peccatore, secondo la parola di S. Paolo, crocifigge in se stesso Gesù Cristo?

R. – Sì. Come i Giudei, spinti dalla rabbia dei demoni, legarono e inchiodarono Gesù Cristo sulla Croce, di modo che non aveva più l’uso delle sue membra, né alcuna libertà per agire; così, per il peccato, Nostro Signore viene legato e ridotto all’impossibilità di agire in noi; l’avarizia rende inutile la sua carità; l’impazienza, la sua pazienza; la superbia la sua umiltà. In tal modo il peccatore, coi suoi vizi, lega, attanaglia e, per così dire, fa a brani Gesù Cristo che abita in lui.

LEZIONE III.

Dignità del Cristiano, in cui abita Gesù Cristo per animarlo dei suoi sentimenti e della sua indole, in una parola, della sua vita.

D. – Gesù Cristo abita in noi?

R. – Sì, Gesù Cristo per la fede abita nei nostri cuori, come c’insegna espressamente San Paolo dopo Nostro Signore stesso. (Ego in vobis – Joan., XIV, 29. — Christum habitare per fidem in cordibus vestris. – Ephes., III, 17).

D. – Non mi avete voi detto che anche lo Spirito Santo si trova in noi?

R. – Sì, lo Spirito Santo è in noi insieme col Padre e col Figlio, e diffonde in noi, come abbiamo detto, i medesimi sentimenti, le medesime inclinazioni, la medesima indole, le medesime virtù di Gesù Cristo.

D. – Il Cristiano è dunque qualche cosa di grande?

R. – Non v’è nulla di più grande, di più augusto, né di più magnifico; il Cristiano è un altro Gesù Cristo vivente sulla terra ». (Christianus alter Christus).

D. – E’ dunque ben disgraziato il Cristiano che perde tali tesori, col peccato mortale. Ma spieghiamoci meglio: Voi dite che Gesù Cristo abita in noi e che siamo noi pure unti della medesima unzione della quale venne unto Egli stesso (*), vale a dire dell’unzione dello Spirito Santo , e che diffonde in noi le sue inclinazioni e i suoi sentimenti; ma come sapete voi questo?
(*) (La Chiesa, nel Veni Creator, chiama lo Spirito Santo unzione spirituale = spiritalis unctio)

R. – Lo sappiamo da san Paolo, poiché ei vuole che abbiamo in noi gli stessi sentimenti di Gesù Cristo, il quale si annientò e si umiliò sulla Croce, sebbene fosse eguale al Padre suo (Hoc sentite in vobis quod et in Christo Jesu. Qui cum in forma Dei esset, non rapinam arbitratus est esse se æqualem Deo, semetipsum exinanivit … humiliavit semetipsum, factus obediens usque ad mortem, mortem autem crucis. (Philipp., II, 5-8).

D. – Che significa avere in sé i medesimi sentimenti di Gesù Cristo?

R. – Questo vuol dire avere nel nostro cuore e nell’anima nostra i medesimi desideri, per esempio, di essere umiliati e crocifissi come Lui.

D. – Dovremo noi avere tali desideri in un modo così perfetto come Gesù Cristo?

R. – Non dico questo; dico soltanto che dobbiamo avere desideri simili, sebbene non uguali, a quelli di Gesù Cristo.

D. – Possiamo noi davvero avere desideri simili a quelli di Gesù?

R. – Certamente, per la virtù dello Spirito Santo, il quale può darci inclinazioni affatto contrarie e opposte a quelle che abbiamo nella nostra carne in forza della nostra nascita da Adamo.

[1 – Continua …] http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/07/catechismo-cristiano-per-la-vita-interiore-2/

LO SCUDO DELLA FEDE (84)

L[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CONSEGUENZE DEL PERDERE LA S. FEDE E MODI DI PREVENIRLE

CAPITOLO VII.

COMI SI DEBBANO IMPORTARE QUELLI CHE SONO TENTATI DAI PROTESTANTI COL DANARO.

Quando tutte le astuzie precedenti non bastano a pervertire un’anima Cattolica, sapete a che ricorrono specialmente coi poverelli? Depongono ogni vergogna dal volto, fanno luccicare qualche moneta e cercano di corrompere col danaro. S’ introducono però a poco a poco, s’informano del vostro stato, Fingono di compatirvi nelle vostre necessità, lamentano che la vostra Religione ed i vostri Sacerdoti non si prendono cura di voi, perché non vi è carità. Dopo tutte queste doglianze e queste compassioni soggiungono che essi diranno, che essi faranno per voi ogni cosa, e poi vi porgono qualche denaro pel presente e vi promettono molto più per l’avvenire se volete farvi dei loro. Questa è l’arte che hanno impiegata molte volte e che impiegano tuttodì. – Ora che cosa debba fare un Cattolico che si senta fare una tal proposta? Ve lo dirò io, ma fate di comprenderlo bene. La prima cosa che dovrebbe fare chi fosse tentato così, sarebbe andare sulle furie contro un mostro che ha coraggio di fargli tale proposizione. – Imperocché chi parla così ad un Cattolico, gli fa il più grande insulto che gli possa fare. Un uomo che si offre ad un altro per comperarlo mostra che non ha veruna stima di lui: ma chi si esibisce a comprarne la fede e l’anima mostra di averlo in conto d’un infedele e di un sacrilego. Fa con lui quel che fecero già con Giuda gli anziani ed i seniori del popolo Ebreo. Vi daremo tanti danari e voi ci venderete Gesù. Ora se non si risente un cuore cattolico ad essere stimato capace di un tal delitto, quando si risentirà? – Il S. Martire Policarpo era venerando per la sua canizie e per la sua santità. Trascinato dinanzi al Giudice per confessare la S. Fede di Gesù Cristo, gli venne posto dinanzi un monte d’oro e d’argento perché dovesse rinnegare la S. Fede. Ma quel S. vecchio andò sulle furie alla sola proposta e tutto inorridito non sofferse neppure di rimirare quei beni con una occhiata. Ora questo orrore, questo disprezzo è quello che debba avere un Cattolico che riceve l’esibizione di danaro per vendere la sua fede. Né basta solo l’orrore e l’indignazione, bisogna levarsi arditamente d’intorno chi ha potuto farci tal proposizione. Bisogna non accettare la loro compassione, non lasciar dinanzi a noi maltrattare la nostra Madre la Chiesa, come di poco amorevole, bisogna ricordare loro che noi siamo figliuoli di quei gran Padri che piuttosto che offendere Gesù, abbandonando la sua Fede, si sono lasciati pestare, lacerare, sbranare con tutte le più orride carneficine, bisogna protestare che siamo disposti a morire mille volte, piuttosto che portare alla bocca un tozzo di pane che ci costi l’anima, la Fede, l’eternità, l’amore di Gesù Cristo: e con questi sentimenti generosi levarceli risolutamente d’intorno. Ecco quello che bisogna fare. Se non che ripigliano alcuni: Io non ho abbandonata la S. Fede, la conservo tuttavia nel cuore, solo fingo di essere Protestante per ricevere quell’aiuto. Ah sì fingete solamente? E credete questa una scusa che vi possa salvare? E non sapete voi che vi è l’obbligo di professare all’esterno quel che si crede nel cuore? Non sapete voi che S. Paolo dice che col cuore si crede per essere giustificati, con la bocca se ne fa la confessione per giungere alla salute? (Rom. X, 40). Peccato che non conoscessero questa bella ragione i santi Martiri di Gesù Cristo! A loro nessuno domandava che rigettassero dal cuore la S. Fede, sì chiedeva solo che facessero qualche segno esterno di non credere: ed erano gli stessi persecutori che spesse volte consigliavano loro di fingere per un momento e così salvarsi la vita da tanti strazi. Ma essi udivano con orrore queste proposizioni, negavano di arrendervisi e protestavano che avrebbero incontrato prima mille morti che consentire ad una finzione così sacrilega. Eppure quella finzione poteva sembrare più tollerabile, perché essi non l’avrebbero fatta per guadagnare denaro, ma solamente per iscampare da una morte crudelissima e non meritata. – E tuttavia non furono mai ammesse per buone queste inique ragioni. Che cosa dunque dovrassi dire di quelli che non per timore di perdere la vita, ma per guadagnare due paoli al giorno vendessero la Fede? Che cosa potranno rispondere queste anime vili a Gesù Cristo che ci ha assicurati che non riconoscerà davanti ai suo Padre celeste quelli che non hanno riconosciuto Lui davanti agli uomini, quando verrà a giudicarli? Che cosa diranno quando li metta in confronto di una S. Agnese per esempio, di una S. Cecilia, di S. Agata e di tante altre S. Verginelle, le quali vinta la debolezza dell’età e del sesso, si presentavano ai tiranni con tanto ardore e si lasciavano tormentare con tanti strazi piuttosto che rinnegare la S. Fede? Che diranno in faccia a S. Ignazio, a S. Policarpo e ad altri vecchi venerandi, che si consolavano tutti di poter mostrare a Gesù la loro fedeltà a costo anche della vita? Che diranno in faccia a S. Felicita ed ai suoi sette figliuoli, giovani nel fior dell’età, che tripudiavano di gioia perché potevano morire in compagnia della santa loro madre, per testimoniare così la S. Fede? Ah io credo che correranno da sé medesimi a nascondersi negli abissi prima che Gesù Cristo getti loro sul volto quei quattro denari fecciosi che furono il prezzo dell’infame loro apostasia. – Imperocché quale sarà la loro sentenza? Quella che toccò a Simone il mago, che per danaro aveva voluto sacrilegamente comperare lo Spirito Santo. L’Apostolo S. Pietro disse a costui: «Il tuo denaro sia teco in perdizione. Or questa condanna sarà pur quella che da Gesù verrà pronunziata contro chi avrà venduta la propria fede. Giuda venduto che ebbe il suo Maestro divino, non ebbe più pace dai suoi rimorsi, finché disperato non s’impiccò da sé stesso e se n’andò con l’anima in fondo all’inferno; cosi ancor questi apostati straziati dai rimorsi, non godranno mai tranquillamente il frutto del loro peccato, e poi tosto o tardi presentandosi al giudice divino, la cui fede hanno venduta, saranno gettati nel baratro dell’eterna perdizione.

LA PERFEZIONE NELLE OPERAZIONI ORDINARIE (3)

[P. Alfonso RODRIGUEZ S. J.: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane – S. E. I. Torino; rist. 1948]

TRATTATO II.

DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (3)

CAPO VII.

D’un altro mezzo, che è assuefarsi uno a far bene le opere proprie.

1. Come praticare questo mezzo. — 2. Ci viene insegnato dalla

S. Scrittura, — 3. Efficacia del buon abito.

1. Quel grande ed antichissimo filosofo, Pitagora, dava un consiglio molto buono ai suoi discepoli e ai suoi amici per diventar virtuosi e per rendersi loro facile e soave la virtù. Diceva loro così: Eleggasi ciascuno un modo di vivere molto buono, e non si sgomenti, per parergli da principio faticoso e difficile; perché di poi, con la consuetudine, gli riuscirà molto facile e molto gustoso. Questo è un mezzo molto principale, e del quale ci abbiamo da valere, non tanto per essere di quel filosofo, quanto perché è dello Spirito Santo, siccome or ora vedremo; e perché è mezzo molto valevole pel fine che pretendiamo. Già noi abbiamo eletto il buon modo di vivere, o per dir meglio, già il Signore ci ha eletti per questo: « Non siete voi che avete eletto me, ma io ho eletto voi » (Joan. XV, 16). Siane egli eternamente benedetto e glorificato. Ma in questa vita e in questo stato, nel quale il Signore ci ha posti, vi può essere il più e il meno: perché puoi esser perfetto, e puoi essere imperfetto e tiepido, secondo che andrai operando. Ora se vuoi far profitto e acquistare la perfezione in questo stato e nelle tue operazioni, procura di avvezzarti a far le opere e gli esercizi della religione ben fatti e con perfezione. Avvezzati a far bene l’orazione e gli altri esercizi spirituali; avvezzati ad esseremolto puntuale nell’ubbidienza e nell’osservanza delle regole e a far conto delle cose piccole; avvezzati al ritiramento, alla mortificazione e penitenza, alla modestia e al silenzio. Non dubitare; se nel principio sentirai in ciò qualche difficolta, dopo, con la consuetudine, ti si renderà non pur facile, ma soave e gustoso, e non ti sazierai di render grazie a Dio dell’esserti a ciò assuefatto.

2. Questa dottrina ci viene insegnata dallo Spirito Santo in molti luoghi della sacra Scrittura. Dicesi nei Proverbi: « Ti indirizzerò per la via della Sapienza » (Prov. IV, 11). Io t’insegnerò a prender sapore nella cognizione di Dio; che tanto appunto, per detto di S. Bernardo e di S. Bonaventura, vuol dire nella sacra Scrittura la parola sapienza, una « saporita cognizione di Dio ». – Or io t’insegnerò, dice lo Spirito Santo, la strada, per la quale tu venga ad aver sapore e gusto in conoscere, amare e servir Dio. « Ti condurrò nei sentieri della giustizia; e quando in essi sarai entrato, non troverai angustia ai tuoi passi, né inciampo al tuo corso » (Prov. IV, 11-12). Ti condurrò prima per i sentieri stretti della virtù, i quali chiama così, perché la virtù nei principi ci si rende difficile, per la nostra mala inclinazione, e ci pare uno stretto sentiero; ma passate che avrai quelle prime strettezze camminerai alla larga molto gustosamente e a piacer tuo; ed anche correrai senza inciampare, né troverai difficoltà in cosa alcuna. Lo Spirito Santo c’insegna elegantemente con questa metafora che, quantunque nei principi sentiamo difficoltà in questa strada della virtù e della perfezione, non abbiamo per questo da perderci d’animo; perché di poi, camminando avanti in questa strada, non solo non avremo difficoltà, ma vi troveremo molto gusto e grande contentezza ed allegrezza, e verremo a dire: « Io faticai per un poco ed ho trovato molto riposo » (Eccli. LI, 35). Lo stesso si replica nel capo sesto dell’Ecclesiastico: « Con un po’ di lavoro nella sua cultura ben presto ne godrai i frutti » (Eccli. VI, 20). E il glorioso Apostolo S. Paolo c’insegna anch’egli questo medesimo: « Ora qualunque disciplina sembra pel presente apportatrice non di gaudio, ma di tristezza: dopo però rende un tranquillo frutto di giustizia a coloro che in essa si sono esercitati » (Hebr. XII, 11). E così vediamo in tutte le arti e scienze. Quanto difficile non si rende ad un giovinetto lo studio nel principio! Molte volte bisogna condurvelo per forza, e si suol dire che l’apprender le lettere costa sangue; ma dopo con l’esercizio, quando va facendo profitto e imparando qualche cosa, gusta tanto dello studio, che alle volte tutto il suo trattenimento e la sua ricreazione è lo starsene studiando. Or così avviene ancora nella via della virtù e della perfezione.

3. S. Bernardo va dichiarando molto bene questa cosa sopra quelle parole di Giobbe: « Quelle cose che io per l’avanti non avrei voluto toccare, sono adesso nelle mie strettezze mio cibo » (Iob. VI, 7) . Vuoi tu sapere, dice egli, quanto fa l’esercizio e la consuetudine, e quanta forza ha! Al principio ti parrà una cosa molto difficile e insopportabile; ma se ti assuefai ad essa, coll’andar del tempo non ti parrà tanto difficile né tanto pesante: da lì a poco ti parrà cosa leggiera e facile; indi ad un altro poco non la sentirai più affatto: e in breve non solo non la sentirai più, ma ti darà ella tanto gusto e tanta contentezza, che potrai dire con Giobbe: Quello che prima l’anima mia aborriva, e non lo poteva vedere, ma mi cagionava orrore, adesso è mio cibo e nutrimento molto dolce e saporito (S. Bern. De cons. ad Eug. L. 1, c. 2)- Di maniera che ogni cosa riesce secondo che la persona si assuefà ad essa. Perciò a te riesce difficile l’osservar le addizioni e gl’indirizzi dell’orazione e dell’esame, perché vi sei poco assuefatto: perciò hai tanta difficoltà nel fissare e tener raccolta la tua immaginativa, acciocché non se ne scorra ove vuole subito che ti svegli e nel tempo dell’orazione, perché non hai fatto mai sforzo, né ti sei avvezzo a fissarla e a tenerla a freno, affinché non trascorra a pensar in altro che in quello che hai da meditare. Per questo ti cagiona tristezza e malinconia il silenzio e il ritiramento, perché poco l’usi. « La cella, dice il devoto Tomaso da Kempis, se ci si abita di continuo, riesce dolce; se male la si custodisce, ingenera noia » (De Imit. Chr. l. I, c. 20, 5) . Avvezzati tu adunque a startene in essa continuamente, che ti diventerà soave e gioconda. Per questo riescono difficili al secolare l’orazione e il digiuno, perché non vi si è assuefatto. E re Saul vestì Davide delle sue proprie armi, perché con quelle andasse a combattere col Filisteo; ma perché quegli non era avvezzo, non si poteva muovere con esse, e le lasciò: si assuefece poi alle armi, e con esse combatteva molto bene. – E quel che dico della virtù e del bene, dico anche del vizio e del male. Che se ti lasci trasportare dalla cattiva consuetudine, crescerà il male e piglierà forze maggiori; onde sarà poi più difficile il rimedio, e così te ne resterai tutta la tua vita. Oh se da principio tu ti fossi assuefatto a fare le cose bene, quanto ricco ti troveresti adesso e quanto contento, vedendo la virtù e il bene esserti ornai divenuti cotanto facili e soavi! Comincia ora ad assuefarti bene; che è sempre meglio tardi, che mai. Piglia a petto il far bene coteste cose ordinarie che fai, poiché tanto importa il farle bene, ed applica a questo, se sarà di bisogno, l’esame particolare, che sarà dei buoni esami che tu possa fare; e in questa maniera ti si andrà rendendo facile e soave il farle e il farle bene.

CAPO VIII.

Quanto importi al religioso il non allentare nella virtù.

1. Difficile dalla tiepidezza tornare al fervore. 2. Stato infelicedel tiepido. — 3. Diventa infermo con quello onde dovrebbeconservarsi sano. — 4. Rimedio.

1. Da quello che si è detto si verrà a conoscere assai bene, quanto importi al religioso il conservarsi nella devozione, l’aver sempre fervore negli esercizi della religione e il non lasciarsi cadere in tiepidezza, in lentezza e in rilassatezza; perché gli sarà di poi molto difficile l’uscire da essa. Potrà ben fare Iddio che ritorni dopo a vita infervorata e perfetta; ma questo sarà quasi come un miracolo. Dice questa cosa molto bene S. Bernardo, scrivendo ad un certo Riccardo, abate Fontanense, e ai suoi religiosi, coi quali aveva Dio fatto questo miracolo, che, avendo quelli menata sino a quell’ora una qualità di vita tiepida, lenta e rilassata, li aveva cangiati e trasferiti ad una molto infervorata e perfetta. Maravigliandosene e rallegrandosene assai, e congratulandosene con essi il Santo, dice cosi: « Qui vi è il dito di Dio: chi mi concederà che io colà mi trasferisca e veda, come un altro Mosè, questa prodigiosa visione? » Perché non è cosa meno meravigliosa questa che quella che vide Mosè nel roveto che bruciava e non si consumava. « È cosararissima e molto straordinaria il veder passar uno avanti e trascendere quel grado nel quale una volta si è fissato nella religione. Più facil cosa sarà ritrovare molti secolari, i quali dalla mala vita si convertano alla buona, che incontrarsi in un religioso, il quale da vita tiepida, lenta e rimessa passi a vita migliore » (S. Bern. Ep. 96; M. PL. V. 182, col. 22). E la ragione di ciò è perché i secolari non hanno i rimedi tanto continui quanto i religiosi; e così quando odono una buona predica, o vedono la repentina e disgraziata morte di un qualche vicino od amico, quella novità cagiona in essi spavento ed ammirazione, e li muove a mutare e ad emendare la loro vita. Ma il religioso, che ha questi rimedi tanto famigliari, tanta frequenza di Sacramenti, tante esortazioni spirituali, tanto esercizio di meditar le cose di Dio e di trattar della morte, del giudizio, dell’inferno, della gloria; se con tutto ciò se ne sta tiepido, lento e rimesso, che speranza si può avere che sia per mutar vita, essendo che già ha fatto l’orecchio a queste cose? E così quello che avrebbe da aiutarlo e muoverlo, e quello che suol muovere altri, non muove lui, né gli fa impressione alcuna.

2. Questa è anche la ragione di quella sentenza tanto celebre del glorioso S. Agostino: « Da che cominciai a servir Dio, siccome non ho conosciuti altri migliori di quelli che hanno fatto profitto nella religione; così non ho conosciuti altri peggiori di quelli che in essa sono caduti ». – S. Bernardo dice che di costoro, che sono caduti e che hanno mancato nella religione, molto pochi ritornano allo stato e grado di prima; ma più tosto vanno peggiorando (S. Aug. Ep. ad Cler. Et pleb. Hipon n. 9). Sopra dei quali, dice egli, piange il profeta Geremia: « Come mai si è oscurato l’oro! il suo bel colore si è cangiato? Quelli che erano stati allevati nella porpora, hanno brancicato lo sterco » (S. Bern. Serm. 3 in fest. App. Petri et Pauli, n. 2). Quelli cioè che erano tanto favoriti e accarezzati da Dio nell’orazione, e dei quali tutto il trattare e conversare era in cielo, si sono ridotti ad abbracciare lo sterco e a sguazzare nel fango e nelle pozzanghere.

3. Sicché, parlando secondo quello che ordinariamente accade, poco buona speranza si può avere di quelli che cominciano a dar indietro e a diventar cattivi nella religione. Cosa che ci dovrebbe cagionare grandissimo terrore. E la ragione di ciò è quella che abbiamo toccata; perché questi tali cadono infermi con le stesse medicine e rimedi, coi quali dovrebbero migliorare e guarire. Or se con quello con cui altri migliorano e guariscono, essi ammalano e peggiorano, che speranza si può avere della loro salute? L’infermo, nel quale non fanno operazione alcuna le medicine, ma più tosto si sente star peggio con esse, si può ben dare per disperato e spedito. Perciò facciamo tanto caso del peccato e della caduta di un religioso, e ne abbiamo tanta paura; mentre nei secolari non ne concepiamo tanto orrore. Quando il medico vede in una persona infermicela e debole uno svenimento, ovvero una gran debolezza di polso, non se ne piglia molto fastidio; perché quella cosa non è stravagante rispetto all’ordinaria disposizione di colui: ma quando vede una cosa simile in una persona molto sana e robusta, lo tiene per molto mal segno; perché tale accidente non può procedere se non da qualche umor maligno predominante, pronostico di morte o d’infermità molto grave. Così avviene nel caso nostro. Se un secolare cade in peccati, questi non sono casi molto disusati ed insoliti in quella vita tanto trascurata di chi si confessa una volta l’anno e di chi sta in mezzo a tante occasioni, che a tal vita lo portano; ma nel religioso, sostenuto da tanta frequenza di Sacramenti, da tanta orazione e da tanti santi esercizi, quando viene a cadere, è segno di virtù molto scaduta e d’infermità grave; onde v’è ragione di temere assai.

4. Non dico però questo, dice S. Bernardo (S. Bern. loc. cit. n. 3), perché nella disgrazia di qualche caduta ti abbia da disperare, specialmente se pensi a subito rialzarti; poiché quanto più lo differirai, tanto più si renderà difficile; ma lo dico acciocché non pecchi, acciocché non cada e acciocché non ti rallenti. Ma se alcuno cadesse, abbiamo un buono avvocato in Gesù Cristo, il quale può quello che non possiamo noi. «Figliuolini miei, scrivo a voi queste cose affinchè non picchiate. Che se alcuno avrà peccato, abbiamo nostro avvocato presso del Padre Gesù Cristo giusto » (1Joan., II, 1). Perciò nessuno si disperi, perché se si converte a Dio di cuore, senza dubbio conseguirà misericordia. Se l’Apostolo S. Pietro, dopo aver seguitato tanto tempo la scuola di Cristo ed essere stato tanto suo favorito, cadde sì gravemente, e dopo così grave caduta, come fu negare il suo Signore e Maestro, ritornò a tanto alto ed eminente stato; chi si dispererà? Peccasti tu colà nel secolo, dice S. Bernardo, più forse che 8. Paolo? Hai tu peccato qui nella religione più forse che S. Pietro? Or questi, perché si pentirono e fecero penitenza, non solo ottennero perdono, ma anche una santità e perfezione molto alta. Fa tu ancora cosi, e potrai ritornare non solo allo stato di prima, ma anche a perfezione molto maggiore.

CAPO IX.

Quanto importi ai novizi il valersi del tempo del noviziato e l’assuefarsi in esso a far bene; e come debbono esser fatti gli esercizi della religione.

1. Due ragioni di questa importanza. — 2. Quale in noviziato tale di poi. — 3. Difficile a vincere una passione invecchiata. — 4. Inganno di chi differisce l’emenda. — 5. Dalla buona educazione dei novizi dipende tutto  il bene della religione. — 6. Vantaggio di chi si dà alla virtù da giovane. — 7. Esempio.

1. Da quello che si è detto possiamo raccogliere per i novizi quanto importi a loro di valersi bene del tempo del noviziato e l’assuefarsi in esso a far gli esercizi della religione ben fatti: e questo potrà ancora servire per tutti quelli che cominciano a camminare per la via della virtù. La prima regola del Maestro dei novizi, che abbiamo nella Compagnia, ce lo dichiara molto bene e con poche parole, le quali non solo parlano a noi altri, ma anche a tutti i religiosi. « Persuadasi il Maestro dei novizi essergli stata commessa una cosa di molto grande importanza », dice detta regola, e ne rende due ragioni molto sostanziali, acciocché un tal Maestro apra gli occhi e conosca di quanto peso e momento è quel carico che ha sulle spalle. La prima è « perché da questa istituzione e prima educazione dei novizi dipende in maggior parte tutto il loro profitto per l’avvenire » : la seconda, perché in questa sta riposto il maggior capitale, essendo in essa « fondata tutta la speranza della Compagnia », e quindi dipende il benessere della religione (Reg. I Mag. Nov.). E per discendere a dichiarare più in particolare queste due ragioni, dico primieramente, che da questa prima instituzione e dalla positura nella quale uno si metterà nel noviziato, dipende, comunemente parlando, ogni suo o guadagno o scapito per l’avvenire. Se nel tempo del noviziato, come dicevamo nel capo antecedente, cammina uno tiepidamente e negligentemente nel suo profitto spirituale, tiepido se ne resterà sempre, senza far maggior frutto. Non occorre pensare che dopo, generalmente parlando, sia per camminare con maggior diligenza e fervore; perché v’è poca ragione per credere che dopo vi sia per essere questa mutazione e questo miglioramento; mentre ve ne sono molte per temere che non vi sarà.

2. Acciocché si possa veder meglio quello che dico, andiamo un poco parlando particolarmente col novizio, ponderando le ragioni e convincendolo con esse. Ora che è il tempo del noviziato, hai molto tempo per attendere al solo tuo profitto spirituale, e hai molti mezzi che in esso ti aiutano, perché a questo solamente attendono i Superiori, e questo è il principale ufficio loro. Ora hai molti esempi di tanti i quali non si occupano in altro che in questo; ed è cosa che dà grande animo e grande lena lo stare fra persone che non trattano d’altro, e il vedere che gli altri camminano avanti; sicché per pigro che uno sia, è come necessitato ad uscir di pigrizia. Ora hai il cuore sgombrato e libero da ogni altra cosa, e che pare desideroso della virtù; non hai occasione alcuna che ti dia disturbo né impedimento, ma molte che ti aiutano. Ora, se adesso che stai qui solamente per questo e non hai altro che fare, non attendi a far profitto e a stabilire per tuo capitale la virtù; che sarà, quando il tuo cuore si trovi imbarazzato e diviso in mille parti? Se adesso che stai tanto disoccupato e hai tante comodità e aiuti, non fai bene la tua orazione e i tuoi esami, né usi diligenza in osservare le tue addizioni e in far bene gli altri esercizi spirituali; che sarà quando ti trovi, con mille pensieri e sollecitudini di studi, e poi di negozi, di confessioni e di prediche? Se adesso con tanti ragionamenti ed esortazioni spirituali e con tanti esempi e stimoli non fai profitto; che sarà quando abbia occasioni e impedimenti che ti disturbino? Se adesso, nel principio della tua conversione, quando la novità delle cose dovrebbe cagionare in te maggiore divozione e fervore, te ne stai tiepido; che sarà poi quando ti trovi aver già fatto l’orecchio a tutto quello che ti potesse muovere ed aiutare? Di più, se adesso che la passione comincia appena a germogliare e la mala inclinazione non ha ancor forza, per essere nei suoi principi, non ti basta l’animo di farle resistenza, per la difficoltà che vi senti; come resisterai ad essa e la vincerai dopo, quando essa si sia fortemente radicata e abbia prese forze colla consuetudine?

3. Dichiarava S. Doroteo questa cosa con un esempio, che era solito raccontare di uno di quei Padri antichi. Stava questi coi suoi discepoli in una campagna piena di cipressi d’ogni sorta, alcuni grandi, altri piccoli, altri mezzani; e comandò ad uno dei suoi discepoli che sradicasse uno di quei cipressi; il quale, avendolo tirato, si svelse subito, perché era piccolo. Indi gli disse: Sradica ancora quell’altro, il quale era un po’ più grandicello; e lo sradicò, ma con maggior sforzo e fatica e con ambedue le mani. Per il terzo ebbe necessità di compagno: ma il quarto non lo poterono svellere tutti insieme. Allora il vecchio disse loro: Così sono le nostre passioni: nel principio, quando non sono ancora radicate, è facile estirparle; basta per farlo ogni poca forza che vi si metta: ma se mai avvenga che gettino profonde radici col lasciarle invecchiare, allora l’estirparle sarà molto difficile: gran forza sarete in necessità di mettervi, e ancora non so se vi riuscirete. (S. Doroth. Doct. 11, n.3)

4. Si vedrà quindi quanto grande inganno e quanto grave tentazione è il differire uno il suo profitto, e pensare che dopo si mortificherà e si vincerà in quelle cose, nelle quali adesso non gli basta l’animo di mortificarsi e di vincersi per la difficoltà che vi sente. Se quando la difficoltà è minore non ti basta l’animo di combattere contro di essa, come ti basterà quando sia maggiore? Se adesso, mentre la tua passione è un piccolo leoncino, contro esso sei sì codardo; che sarà quando sia cresciuta e fatta una grande e fiera bestia? Resta dunque persuaso che se adesso sarai tiepido e lento, tale sarai ancor dopo. Se adesso non sarai buon novizio e buono scolaro devoto e spirituale, non sarai dopo né buon veterano né buon operaio nella vigna del Signore. Se adesso sarai negligente nell’ubbidienza, o nell’osservanza delle regole, molto più negligente sarai per l’avvenire. Se adesso sarai trascurato negli esercizi spirituali e li farai malamente e a rappezzi, rappezzatore te ne resterai tutta la tua vita. Tutto il punto sta nella forma la quale adesso tu prendi. – Dicesi che nel mischiar l’acqua colla farina sta la facilità o la difficoltà del maneggiare e far bene la pasta. – Per questo S. Bonaventura dice: « Quella formazione, che uno prende da principio, a stento la smette. Chi sul bel principio della nuova maniera di vivere trascura la disciplina, difficilmente in seguito vi si adatta » (S. Bonav. In spec. disc. prol. N. 1). È proverbio questo, ed è proverbio dello Spirito Santo. « Il giovinetto, dice egli per bocca di Salomone, presa che ha la sua strada, non se ne allontanerà nemmeno quando sarà invecchiato » (Prov. XXII, 5). E perciò venne a dire S. Giovanni Climaco, che è cosa molto pericolosa e molto da temere che uno cominci tiepidamente e lentamente; perché, dice, è indizio manifesto della futura caduta (S. Io. Clim.: Scal. Parad. Grad. 1) . Per questo dunque è di somma importanza l’assuefarsi uno da principio alla virtù e a far bene gli esercizi spirituali. E così ce ne avverte lo Spirito Santo per mezzo del profeta Geremia: « Buona cosa è per l’uomo l’aver portato il giogo fin dalla sua adolescenza » (Ger., Thr. III, 27) perché sotto questo durerà poi sempre e gli sarà facile la virtù ed il bene: e quando no, la cosa gli riuscirà molto difficile, «Quello che tu non radunasti nella tua gioventù, come lo troverai nella tua vecchiezza? » ci domanda ancora lo stesso Spirito Santo nell’Ecclesiastico (Eccli. XXV, 5).

5. Da questa prima ragione viene in conseguenza la seconda: perché se tutto il profitto del religioso pel tempo avvenire dipende dalla prima sua istituzione, tutto il benessere della religione dipende altresì da essa. Poiché la religione non consiste nelle mura delle case o delle chiese, ma nell’adunanza dei religiosi: e quelli che stanno nel noviziato sono quelli che hanno successivamente a formare tutta la religione. Per questo la Compagnia non si contentò d’istituire i Seminari dei Collegi, nei quali si allevano i nostri in lettere e in virtù insieme; ma istituì a parte i Seminari di sola virtù, nei quali si attende solamente all’annegazione e mortificazione di se stessi, e all’esercizio delle virtù vere e sode, come a fondamento di più importanza che non sono le lettere. A questo servono le Case di Probazione, le quali, come dice il nostro Padre S. Francesco Borgia, sono per i novizi come una Betlemme, che s’interpreta « casa di pane »; perché quivi si fanno i biscotti e le provvigioni per la navigazione e per i pericoli grandi, incontro ai quali dobbiamo andare (S. Fr. Borgia. Epist. ad Soc.). Questo è il nostro agosto, questo è il tempo dell’abbondanza, questi sono gli anni della fertilità, nei quali avete da fare la provvigione delle vettovaglie e metter da parte per gli anni della carestia e della sterilità, come fece Giuseppe. Oh se quelli d’Egitto l’avessero preveduto e, con accorgersi della cosa, vi avessero fatta riflessione; di sicuro non avrebbero così facilmente lasciato uscire dalle case loro quello che Giuseppe radunava e riponeva nei granai Oh se ti accorgessi quanto t’importa l’uscire ben provveduto di vettovaglia dal noviziato, al certo non avresti desiderio d’uscire sì presto da esso, ma bensì dolore quando n’esci, considerando quanto poco provveduto vai di virtù e di mortificazione! E così il nostro Padre s. Francesco dice, che quelli i quali desiderano, o gustano d’uscire presto dal noviziato, mostrano difetto di cognizione e di non esser bene capacitati della necessità che hanno d’andare ben provveduti; e stimano poco la battaglia, poiché tanto poco temono l’uscire ad essa mal premuniti ed armati. – Oh quanto ricchi ed abbondanti di virtù si persuase il nostro Santo Padre che saremmo noi usciti dal noviziato. Così certamente lo presuppone egli nelle Costituzioni (Const. P. 4, c. 4, 1).Assegna due anni di prova e di esperimenti per questo, acciocché un novizio per tutto un tal tempo attenda al suo profitto, senza veder altri libri e senza far altro studio, che in quello che l’aiuta ad annegarsi maggiormente e a vieppiù crescere in virtù e perfezione. E poi, supponendo che il novizio esca dal noviziato tanto spirituale e infervorato, tanto amico della mortificazione e del ritiramento e tanto affezionato all’orazione e alle cose spirituali, che sia di bisogno ritenerlo; dà per avvertimento ai novizi, quando passano nei Collegi, che temprino i loro fervori durante il tempo degli studi, e che non facciano tante orazioni né tante mortificazioni; perché presuppone che la persona esca dal noviziato con tanto lume, con tanta cognizione di Dio e con tanto disprezzo del mondo, con tanta tenerezza di cuore e devozione, e tanto dal suo interno portata alle cose spirituali, che sia necessario andarla temperando con sì fatti avvertimenti. Procura tu dunque d’uscirne tale. Cava frutto da questo tempo tanto prezioso, che forse non ne avrai un altro tale in tutta la tua vita pel tuo profitto e per acquistare e radunare ricchezze spirituali. Non lo lasciar passare in vano e non ne perdere un punto. « Non ti privare di un buon giorno, e del buon dono non perdere nessuna parte » (Eccli. XIV, 14).

6. Una delle singolari grazie che il Signore fa a quelli che tira alla religione nella loro tenera età, e per la quale sono obbligati a ringraziarlo infinitamente, è perché allora è molto facile l’assuefarsi alla virtù e alla disciplina religiosa. L’albero, quando al principio è tenero, facilmente può essere raddrizzato, per farsi molto alto e bello; ma se si lascia crescere storto, più tosto che raddrizzarsi si romperà, e così se ne resterà per sempre. Nello stesso modo, quando uno tuttavia trovasi in età tenera, è facilmente raddrizzato e facilmente egli si applica al bene: e assuefacendosi a ciò da piccolo, vi va del continuo acquistando maggiore facilità, e così vi dura e persevera sempre. È gran vantaggio per una tintura l’essere fatta in lana, perché mai non smonta in colore. S. Girolamo dice: chi potrà mai rimettere nella sua bianchezza un panno tinto in porpora? Ed è del poeta Orazio quel detto che vaso uscito di fresco dalle mani del vasaio conserverà a lungo l’odore di quel liquore che per primo vi si pose dentro La divina Scrittura loda il re Giosia perché cominciò a servir Dio da fanciullo. « Essendo tuttora giovinetto cominciò a cercare il Dio di Davide suo padre » (II Paral.XXXIV, 2).

7. Racconta Umberto, uomo insigne e Maestro Generale dell’Ordine dei Predicatori, che un religioso dopo la sua morte apparve per alcune volte di notte molto bello e risplendente ad un altro religioso suo compagno, e che in una di queste, menandolo fuori della sua cella, gli mostrò un gran numero d’uomini vestiti di vesti bianche e molto risplendenti, i quali portando su le spalle alcune croci molto belle, con esse andavano processionalmente verso il cielo. Poco dopo gli fece vedere un’altra processione più vistosa e più risplendente della prima, nella quale ciascuno portava in mano, e non su le spalle come i precedenti, una croce molto ricca e molto bella. Poco appresso gli fece vedere un’altra terza processione, senza comparazione più vistosa delle precedenti, e le croci di quelli che andavano in questa processione superavano di gran lunga in bellezza quelle degli altri; e non le portavano essi su le spalle, né in mano, ma a ciascuno portava la sua croce un Angelo, che andava loro innanzi, acciocché essi allegri e gioiosi lo seguissero. Meravigliato il religioso di questa visione, ricercò il compagno, da cui gli era stata mostrata, che gliela dichiarasse; ed esso gliela dichiarò dicendo, che quelli che aveva veduti portare le croci su le spalle, erano quelli che già d’età matura erano entrati in religione; i secondi che le portavano in mano, erano quelli che vi erano entrati nell’adolescenza; e gli ultimi che andavano tanto allegri e leggiadri, erano quelli che da piccoli avevano abbracciata la vita religiosa.

(Fine.)

LA PERFEZIONE NELLE OPERAZIONI ORDINARIE (2)

LA PERFEZIONE NELLE OPERAZIONI ORDINARIE (2)

[P. Alfonso RODRIGUEZ S. J.: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane – S. E. I. Torino; rist. 1948]

TRATTATO II.

DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (2)

CAPO IV.

D’un altro mezzo par far le opere bene che è farle come se non avessimo altro da fare.

1. Fa quel che fai. — 2. Arte del demonio per impedircelo.

1. Il terzo mezzo per far le cose bene è far ciascuna cosa come se non avessimo altro che fare. Far l’orazione, celebrare la santa Messa, dire il nostro Rosario, recitar le nostre ore come se non avessimo da far altra cosa; e così di tutto il resto. Nel mentre che stiamo occupati o in questa o in quella cosa, chi ci è alle spalle? chi ci rincorre? Non ci confondiamo dunque, né ci affrettiamo nelle nostre operazioni, né l’una c’impedisca l’altra; ma teniamoci sempre attenti a quella cosa che stiamo facendo di presente. Mentre facciamo orazione non pensiamo allo studio, né all’impiego, né al negozio; che questo non serve ad altro che ad impedir l’orazione e a non far bene né l’una né l’altra cosa, Tutto il rimanente del giorno serve per l’impiego, per lo studio, pel ministero. « Ogni cosa ha il suo tempo » e « basta a ciascun giorno il suo affanno » [Matth. VI, 34]. Questo è un mezzo tanto proprio e tanto ragionevole, che ancora i pagani, privi di fede, l’insegnavano, per trattar con maggior riverenza quelli che essi pensavano fossero dei, donde ebbe origine quell’antico proverbio: « Quelli che avranno da trattare con Dio, lo facciano sedendo » [Paul. Minut. In adag Plutarc.] e con attenzione e quiete, e non di passaggio e con trascuraggine. Plutarco, parlando della stima e riverenza con cui i sacerdoti del suo tempo stavano avanti ai creduti lor dei, dice che, mentre il sacerdote faceva il sacrificio, non cessava mai un trombettiere di gridare e dire ad alta voce queste parole: « Fa quello che fai »; sta con la mente fissa in cotesto affare, non ti divertire in altra cosa. Guarda bene al negozio che in quest’ora hai per le mani. Or questo è il mezzo che inculchiamo adesso, il procurar noi di stare tutti attenti nella cosa che facciamo, pigliandola a far di proposito e con sodezza, facendo ogni opera come se non avessimo altro che fare: « fa quello che fai ». Fissati in questo; metti tutta la tua cura e diligenza in cotesta cosa che ti è presente: licenzia per allora ogni altro pensiero di qualsiasi cosa; e a questo modo farai ogni cosa bene. Dicendo un filosofo: «Facciamo quello che ora preme » [Aristippus ex Æliano, 1, 14 hist.], intendeva dire che solamente abbiamo da stare attenti a quel che facciamo di presente, e non alle cose passate, né a quelle che han da venire. E apportava questa ragione: perché la cosa presente è quella che sola sta in mano nostra, e non la passata, né la futura; perché quella già passò, e così non sta più in nostra mano; e l’altra non sappiamo se verrà, Oh chi potesse ridursi a tal termine, e fosse tanto padrone di se stesso, dei suoi pensieri e delle sue immaginazioni, che non istesse mai fisso in altra cosa che in quella che sta facendo! Ma da un canto è tanta ristabilita del nostro cuore, e dall’altro è tanta la malizia e l’astuzia del demonio che, prevalendosi egli della nostra debolezza, ci reca pensieri e sollecitudini di quello che abbiam da far poi, per impedirci quello che di presente stiamo facendo.

2. Questa è una tentazione del nemico molto comune e molto pregiudiziale e nociva; perché con questo egli pretende ridurci a non far mai cosa ben fatta. A questo fine nell’orazione il demonio ti mette in capo pensieri del negozio, dello studio, dell’ufficio, e ti propone il modo da far bene quell’altra cosa, acciocché non faccia bene l’orazione nella quale stai di presente. E pur che questo gli riesca, non si cura punto di rappresentarti mille modi e maniere da poter di poi far bene l’altra cosa, perché non la fai adesso: ma quando poi sarai per farla, non gli mancherà qualche altra cosa da proporti, acciocché né anche quella tu abbia da far bene. E in questa maniera ci va ingannando, acciocché non facciamo bene cosa alcuna. « Non ci sono ignoti i disegni di lui » [2 Cor. II, 11] : gliele conosciamo ben tutte le sue astuzie. – Lascia stare le cose avvenire e non aver ora pensiero di esse; perché quantunque queste siano buone per altro tempo, non è bene pensarci adesso. E quando ti venga questa tentazione sotto colore che di poi non ti ricorderai di quell’altra cosa che allora ti si rappresenta; in questo medesimo vedrai che non è cosa che venga da Dio, ma tentazione del demonio; perché Dio non è amico di confusione, ma di pace, di quiete e d’ordine: e così quegli che ti toglie la quiete, la pace e l’ordine e concerto delle cose non è Dio, ma il demonio, il quale è amico di confusione e d’inquietudine. Scaccialo via e confida in Dio, che facendo tu quel che devi, Egli ti porgerà a suo tempo ciò che ti sarà spediente, e te lo porgerà con molto larga mano. E ancor che ti sovvenga una qualche buona ragione, o un buon punto, un bell’argomento, o il modo di scioglierlo, nel tempo degli esercizi spirituali, ributtalo, e credi pure che per far così non perderai niente, ma più tosto guadagnerai molto. S. Bonaventura dice: «La scienza che si lascia per la virtù, si ritrova di poi più compiutamente per mezzo della stessa virtù » [In pec. discipl.]. E il B. Giovanni D’Avila dice: Quando ti verrà nella mente qualche premuroso pensiero fuor di tempo, di’ pure: il mio Signore non mi comanda adesso niente di questo; e perciò non occorre che io vi pensi: quando il mio Signore me lo comanderà, allora v i penserò.

CAPO V.

D’un altro mezzo, che è far ogni operazione come se avesse ad esser l’ultima di nostra vita.

1. È mezzo suggerito dai Santi. — 2. Vantaggi per l’ora della morte. — 3. Disposti in ogni ora a morire, gran contrassegno d’essere in grazia. — 4. Pronto sempre a morire. — 5. Incerta è l’ora della morte. — 6. Astuzia del demonio.

1. Il quarto mezzo che danno i Santi per far le opere ben fatte, è il far ciascuna di esse come se quella avesse ad essere l’ultima di nostra vita. S. Bernardo, istruendo il religioso circa la maniera di portarsi bene nel far le opere sue, dice: « Ognuno s’interroghi in ciascuna sua operazione, e dica a se stesso: se or ora avessi da morire, faresti tu questo? lo faresti tu in questo modo? » E S. Basilio dice: « Abbi sempre dinanzi agii occhi tuoi l’ultimo tuo giorno. Quando ti alzerai al mattino, non riprometterti di arrivare alla sera; e quando alla sera poserai le stanche tue membra a riposare nel letto, non voler confidare di veder la luce del giorno dopo, affinché tu possa più facilmente astenerti da tutti i difetti » [S. Bas. Admon. Ad fil. Spir. C. 20] Il che del pari si legge nel libro dell’Imitazione di Cristo. « È mattina? Fa conto di non arrivare alla sera. È sera? Non osare di riprometterti la mattina. Sii sempre preparato. Vivi in modo che la morte non ti trovi impreparato mai. Molti muoiono di morte subitanea e improvvisa » [De imit. Chr. L. 1, c. 23-24]. Seneca pure, dopo aver invitato Lucilio a vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, aggiunge: « Se Iddio ci darà il domani, riceviamolo contenti Chiunque ha detto (la sera innanzi): ho vissuto, sorge ogni mattino ad un nuovo guadagno ». Anche Orazio disse: « Pensa che ogni giorno sia per te l’ultimo » [Sen. Ep. 12, n.2 – Horat. L. 1, ep. 4]. Questo è un mezzo molto efficace per far le cose bene. E così leggiamo di S. Antonio, che dava spesso questo ricordo ai suoi discepoli per inanimarli alla virtù e a fare le cose perfettamente. Se noi facessimo ciascuna cosa come se subito avessimo da morire e quella avesse da esser l’ultima, tutte certamente le faremmo d’altra maniera e con altra perfezione. O quanto devota Messa io direi o ascolterei se mi persuadessi che quella fosse l’ultima operazione della mia vita, e che non mi restasse più tempo da operare né da meritare! Oh quanto attenta e fervente orazione io farei se sapessi che quella fosse l’ultima e che non vi avesse da esser più tempo per chiedere a Dio misericordia e perdono dei miei peccati! Perciò dice bene quel proverbio: « Se vuoi imparar ad orare, mettiti in mare ». Allora quando sta la morte alla gola si fa orazione d’altra maniera.

2. Raccontasi d’un religioso sacerdote servo di Dio, che soleva confessarsi ogni giorno per dir Messa e che finalmente cadde infermo; e vedendo il suo Superiore che l’infermità era mortale, gli disse: Padre, voi state molto male, confessatevi per morire. Al che rispose l’infermo, alzando le mani al cielo: Benedetto e lodato sia il Signore, che già sono trenta e più anni che mi son confessato ogni giorno come se subito avessi avuto a morire: onde non avrò ora bisogno d’altro che di riconciliarmi come per dir Messa. Questi camminava bene; e così abbiamo da camminare noi altri ancora. Ogni volta abbiamo da confessarci, come se allora fossimo per morire; al modo stesso abbiamo da comunicarci, e così abbiamo da fare in tutte le altre nostre operazioni: che con questo nell’ora della morte non vi sarà di bisogno che ci sia detto, confessatevi per morire, ma riconciliatevi come per comunicarvi. – Se camminassimo in questa maniera, la morte ci troverebbe sempre ben preparati, né mai ci coglierebbe all’improvviso. E così questa è la miglior orazione e la miglior devozione per non morire di morte subitanea. « Beato quel servo, cui il padrone, venendo, troverà diportarsi così » [Mattg. XXIV, 46], dice Cristo nostro Redentore. Tal vita menava il santo Giobbe. « In tutti i giorni di mia vita sto aspettando che venga il mio cangiamento » [Job. XIV, 14], diceva egli; ogni giorno fo conto che sia l’ultimo per me. «Mi chiamerai, ed io ti risponderò » [Ib. V, 15] . Chiamatemi, o Signore, in quel giorno che più vi piace, che io sto disposto e preparato per rispondervi e per venir pronto alla vostra chiamata in qualsiasi tempo ed ora che vi piacerà di chiamarmi.

3. Uno dei buoni contrassegni che vi sono per conoscere se una persona cammini bene e drittamente con Dio è appunto questo, se sta ella sempre preparata e all’ordine per rispondere a Dio quando a sé la chiamasse in qualsivoglia tempo e in qualsivoglia azione che stia facendo. Non parlo di certezza infallibile, che questa non si può avere nella vita presente senza particolare rivelazione; ma di congetture probabili e morali, che è quanto si può avere, Una di queste congetture molto grande e molto principale si è il considerare, se ti contenteresti che la morte ti cogliesse in questo tempo, in questa congiuntura, in quest’azione che stai facendo. – Considera se stai disposto come il santo Giobbe per rispondere a Dio, se in questo punto egli a sé ti chiamasse. Prendi spesso di te questa prova e fa a te stesso questa interrogazione: Se adesso venisse la morte, l’avresti tu acaro? – Quando io mi metto a pensare e a far a me medesimo questa domanda, se trovo che avrei caro che adesso, in questo punto e in quest’azione che io fo venisse la morte, posso giudicare di camminar bene, e restarmene con qualche soddisfazione; ma quando trovassi che non vorrei che venisse la morte adesso, né che mi cogliesse in quest’ufficio, in questa occupazione, né in questa congiuntura; ma che tardasse un poco, sin che avessero fine questi disegni che ora ho per capo, i quali mi tengono distratto; questo non è buon segno, anzi ho a tenerlo per chiaro indizio che son trascurato e negligente in quel che tocca il mio profitto e che non cammino come si conviene a un buon religioso. Perché, come dice il libro dell’Imitazione, « se tu avessi buona coscienza, non temeresti molto la morte » [De imit. Chr. l. 1, c.23, n.1]; poiché la temi tanto, è segno che ti rimorde in qualche cosa la tua coscienza, e che non puoi render buon conto di te. Meglio è temere il peccato che la morte. Il maggiordomo che tiene ben registrati i suoi conti, sta desiderando che gli siano riveduti; ma chi li tiene imbrogliati, sta con timore che gli siano domandati, e va ciò schivando e dilungando quanto mai può.

4. Il nostro Padre S. Francesco Borgia diceva che il buon esercizio del religioso ha da essere il prepararsi alla morte ventiquattro volte il giorno, e che allora stava egli bene quando poteva ogni giorno dire: « I o muoio ogni giorno » [Ribadeneira, Vita di s. Fr. Borgia l. 4]. Entri dunque ciascuno a far i conti con se medesimo, e con questo si esamini spesso. E se vi pare di non trovarvi ancora in buona congiuntura per morire, procurate di mettervi ben all’ordine per questo passo, e fate conto di chiedere al Signore come alcuni giorni di vita di più per tal effetto, e che Egli ve li conceda; e valetevi bene di questo tempo, procurando di vivere in esso come se immediatamente dopo aveste da morire. Beato chi vive qual desidera esser trovato nell’ora della morte!

5. Questa è una delle più utili cose che siamo soliti di predicare ai prossimi; cioè che vivano quali desiderano esser trovati nel punto della morte, e che non differiscano la conversione e la penitenza loro ad altro tempo; poiché, al dire di quel sant’uomo sopracitato, « il domani è incerto: e che sai tu, se avrai il giorno di domani? » [De Imit Chr. l. 1, c. 23,1]. San Gregorio dice: « Il Signore, il quale ha promesso il perdono al peccatore se farà penitenza, non gli ha mai promesso il giorno di domani » [S. Greg. Hom. 12 in Evang.]. Si suol dire che non v’è cosa più certa della morte, né più incerta dell’ora di essa, Ma Cristo nostra Redentore dice più ancora di questo, come leggiamo nel Vangelo: « E voi state preparati, perché nell’ora che meno pensate, verrà il Figliuolo dell’uomo » [Luc. XII, 40]. Che, sebbene va parlando del giorno del giudizio, possiamo con ragione intenderlo anche dell’ora della morte; perché in essa si farà il giudizio particolare di ciascuno; e quel che quivi si sentenzierà, non sarà alterato, ma confermato nel giudizio universale. – Dice dunque Cristo nostro Redentore, che non solo quest’ora è incerta, e che non sai quando essa abbia da venire, ma che verrà quando tu meno ci pensi, e forse quando più starai spensierato: che è quello che dice San Paolo: « Verrà come un ladro di notte » [1 Tess. V, 2]; e S. Giovanni nell’Apocalisse: « Verrò a te come un ladro, né saprai in quale ora verrò a te » [Apoc. III, 3] . Il ladro non avvisa, anzi aspetta che tutti stiano più spensierati ed anche addormentati. E così con questa medesima similitudine Cristo nostro Redentore c’insegna come ci abbiamo da portare acciocché la morte con subitaneo assalto non ci colga sprovveduti. « Or sappiate che se al padre di famiglia fosse noto a che ora fosse per venire il ladro, veglierebbe senza dubbio e non permetterebbe che gli fosse sforzata la casa » [Luc. XII, 39]. Se il padrone di casa sapesse l’ora nella quale ha da venire il ladro, basterebbe che stesse avvertito per tal ora: ma perché non sa l’ora, né se sarà o nell’entrar della notte, o a mezza notte, o la mattina; sta sempre vigilante, acciocché non gli sia scalata e rubata la casa. Or in questo modo, dice il Signore, avete da star preparati e vigilanti voi altri sempre e in ogni tempo per l’ora della morte, poiché ha da venire quando meno ve la pensate. – Notano su questo i Santi, che è stata grande misericordia del Signore l’averci lasciata incerta l’ora della morte, acciocché stiamo sempre preparati ed all’ordine per essa. Se infatti gli uomini ne sapessero il quando, una tal sicurezza sarebbe loro occasione di grande trascuraggine e negligenza e di molti peccati. Se con tutto che ne siano incerti e non sappiano la loro ora, vivono tanto trascuratamente, che farebbero se sapessero di certo, non aver a morir così presto? S. Bonaventura dice che il Signore volle che fossimo sempre incerti dell’ora della morte, acciocché facessimo poco conto delle cose temporali, né sì alla balorda c’immergessimo in esse; che ad ogni ora e ad ogni momento le possiamo perdere. Come appunto disse Dio a quel ricco avaro, riferito in S. Luca: « Stolto, in questa notte sarà ridomandata a te l’anima tua: e quel che hai messo da parte, di chi sarà? » [Luc. XII, 20]. E di più perché, avvertiti di questo, mettessimo il nostro cuore in quelle ricchezze che non avranno mai fine.

6. Sarà dunque ragionevole che quello che predichiamo ad altri lo pigliamo anche per noi medesimi, come ce ne fa avvertiti l’Apostolo: « Tu adunque, che insegni ad altri, non insegni a te stesso » [Rom. II, 21]. Una delle più comuni tentazioni, con cui il demonio inganna gli uomini, è il tener loro nascosta questa verità tanto chiara e manifesta, levandola loro dagli occhi e facendo che se ne scordino e non vi pensino, e dando loro a credere che vi è assai tempo per l’uno e per l’altro, e che di poi si emenderanno e vivranno d’altra maniera. E con questa medesima tentazione inganna anche molti religiosi, facendo che differiscano il profitto loro ad altro tempo. Quando saran finiti questi studi, quando io esca da quest’ufficio, concluso che sia questo negozio, ordinerò i miei esercizi spirituali, le mie penitenze, le mie mortificazioni. Misero te! e se tu muori negli studi, che ti serviranno le lettere, per cagion delle quali ti sarai allentato nella virtù, se non di paglia e di fieno, come dice S. Paolo [1 Cor. III, 12], per ardere maggiormente nell’altra vita? Vagliamoci dunque di quel che diciamo ad altri: « Medico, cura te stesso » [Luc. IV, 23]. Medica te stesso ancora con cotesto rimedio, poiché ne hai bisogno.

CAPO VI.

D’un altro mezzo per fare bene le opere nostre che è non far conto se non del giorno d’oggi.

1. Vivere giorno per giorno. — 2. Esempio d’un monaco tentatodi gola. — 3. Non avrebbe bisogno di questo mezzo chiamasse Dio davvero.

1. Il quinto mezzo che ci aiuterà e animerà grandemente a far le cose ordinarie ben fatte e con perfezione è, che non facciamo conto se non del giorno d’oggi. E sebbene pare che questo mezzo non sia differente dal passato, differisce nondimeno da quello, come si vedrà nell’esporlo che faremo. Una delle cose che suole far perdere d’animo ed allentare e rilassar molti nella strada della virtù, e una delle tentazioni con le quali il demonio lo va procurando, è il rappresentar loro: E come sarà possibile che per tanti anni tu possa camminare con tanta circospezione, con tanta puntualità, con tanta esattezza nelle cose, mortificandoti sempre, raffrenandoti, negando il tuo gusto e soffocando la tua volontà in tutte le cose! – Eciò rappresenta il demonio come cosa al sommo difficile; e che questa non è vita in cui poterla durar tanto a lungo. Così leggiamo del nostro S. Padre Ignazio l [Ribad. Vita S. P. Ign., l. 1 c. 6], che quando si ritirò in Manresa a far penitenza, tra le altre tentazioni, con le quali il demonio ivi l’assali, questa fu una: Come è possibile che tu possa tollerare una vita così aspra come è questa lo spazio di settantanni, che ancora ti restano avivere? – Or questo mezzo è per diritto volto a combattere questa tentazione. Tu non hai da far conto di molti anni, né di molti giorni, ma solamente del giorno d’oggi. Questo è un mezzo molto proporzionato alla debolezza e fragilità nostra; perché chi sarà quegli che per un giorno non si faccia animo e forza per viver bene e per far quanto può dal canto suo, acciocché le cose riescan ben fatte? Un modo è questo simile appunto aquello con cui il nostro Santo Padre ci propone di fare l’esame particolare, nel quale anche di mezzo in mezzo giorno ci comanda che facciamo i nostri proponimenti: da questo punto sino all’ora di pranzo almeno voglio usare modestia, ovvero osservare il silenzio, o esercitare la pazienza. In questa maniera si rende facile e tollerabile quel che forse ti si renderebbe molto difficile se lo pigliassi assolutamente, come sarebbe considerando che mai non avessi da parlare, ovvero che sempre avessi da star raffrenato e molto composto e ritirato.

2. Di questo mezzo si valeva quel monaco, di cui nelle Vite dei Padri si legge ch’era molto combattuto dalla gola, sorprendendolo la mattina a buon’ora tanta fame e tanta languidezza, che gli era intollerabile. Egli per non trasgredire la santa usanza dei monaci, di non mangiare se non tre ore dopo il mezzo giorno, usava questa industria: la mattina a buon’ora diceva fra se stesso: per molta fame che tu abbia, che gran cosa è aspettare sino all’ora di terza? allora potrai mangiare. Giunta l’ora di terza, diceva: in verità che mi ho da sforzare e non ho da mangiare sin all’ora di sesta; che, come ho potuto aspettare sin all’ora di terza, così potrò anche farlo sino a quest’altra. All’ora di sesta buttava il pane nell’acqua e diceva: Mentre s’inzuppa il pane, bisogna aspettare sino all’ora di nona; che, già che ho aspettato sin adesso, non voglio per due o tre ore di più trasgredir l’usanza dei monaci. Arrivata l’ora di nona, mangiava, dopo aver dette le sue orazioni. Fece così per lo spazio di molti giorni, ingannando se stesso con questi certi termini, sin a tanto che un giorno, sedendosi a mangiare a ora di nona, vide alzarsi un fumo dalla sportello, nella quale teneva il pane, e uscirsene per la finestra della cella, che dovette esser lo spirito maligno che lo tentava. E per l’avvenire non sentì mai più quella fame né quella falsa mancanza, come prima soleva; tanto che alle volte se ne stava due giorni interi senza mangiare e senza sentirne fastidio. Così gli fu pagata dal Signore la vittoria, che egli aveva riportata del suo nemico, e la guerra che aveva sofferta.

3. Perciò abbiamo detto, e non senza ragione, che questo mezzo è molto proporzionato alla debolezza e fragilità nostra; perché finalmente, come infermi e deboli, ci va questo confortando a poco a poco, acciocché in questo modo non ci spaventi il travaglio e la fatica. Ma se noi altri fossimo forti e infervorati e portassimo grande amore a Dio, non avremmo bisogno d’essere confortati in questa maniera, tanto poco a poco, con andarcisi nascondendo il travaglio e la difficoltà; perché al vero servo di Dio niuna impressione fa il molto tempo, né i molti anni; anzi ogni tempo gli par breve per servir Dio, ed ogni travaglio e fatica assai piccola. E così non v’è bisogno che venga in questa maniera animato e fortificato a poco a poco. S. Bernardo lo dice molto bene: Il vero giusto non è come il mercenario, o lavorante a giornate, che s’obbliga a servire per un giorno, o per un mese, o per un anno, e non più; ma per sempre, senza limite e senza termine, si offerisce a servir Dio con gran volontà! [S. Bern.: Epist. 253 ad Abb. Guar. N. 2]. Ascolta, dice, la voce del giusto, che esclama: « Non mi scorderò in eterno delle tue giustificazioni, perché per esse mi desti la vita … Inclinai il mio cuore ad eseguire eternamente le tue giustificazioni » [Ps. CXVIII, 93 e 118] . « Quindi la sua giustizia non è cosa del momento, non dura per qualche tempo, ma rimane per tutti i secoli » [S. Bern. l. c.] . E perché si offerì e deliberò di servir Dio assolutamente e senza termine, e non pose limite di un anno, o di tre anni, a fare tal cosa; perciò il suo premio e il suo guiderdone sarà anche senza termine ed eterno. « La fame sempiterna del giusto, conclude egli, merita una refezione sempiterna » [S. Bern. l. c.]. E in questa maniera dichiara il medesimo S. Bernardo quel passo del Savio: « Perfezionatosi in breve, compì una lunga carriera » [Sap. IV, 13]. Il vero giusto in poco tempo e in pochi giorni di vita vive molti anni; perché ama tanto Dio e ha tanto desiderio di servirlo, che se vivesse cent’anni, e anche cento mila, sempre s’impiegherebbe in servir maggiormente Dio. E per rispetto di questo tal suo desiderio e deliberazione anche un breve spazio di vita se gli computa come se per tutto questo tempo fosse vissuto in tal maniera; perché Dio lo premierà proporzionatamente al desiderio e alla deliberazione sua. Questi sono veramente uomini da qualche cosa, questi sono uomini forti, come Giacobbe, a cui per il grande amore che portava a Rachele parve poco il servir per essa sette anni, e dopo servirne altri sette: « Pochi gli parvero quei giorni per il grande amore » [Gen. XXIX, 20].

(2 – continua …)

LA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (1)

[P. Alfonso RODRIGUEZ S. J.: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane – S. E. I. Torino; rist. 1948]

TRATTATO II.

DELLA PERFEZIONE DELLE OPERAZIONI ORDINARIE (1)

CAPO I.

Come il nostro profitto e la nostra perfezione, consiste in far le nostre operazioni ordinarie ben fatte.

1. L’abito non fa il monaco – 2. Ma le opere. – 3. Quali opere ci facciano santi.- 4. In una stessa opera quanta diversità di meriti. – 5. Perfezione è fare quel che Dio vuole e come vuole. – 6. Visione di S. Bernardo.

1. Juste, quod justum est, persequeris disse il Signore al suo popolo (Deut. XVI, 20): Quel che è giusto e buono, fa che sia fatto bene, giustamente e compiutamente. Il negozio del nostro profitto e della nostra perfezione non consiste in far le cose, ma in farle bene: siccome né anche consiste nell’esser uno Religioso, ma nell’essere buon religioso. S. Girolamo, scrivendo a Paolino, dice: Non Jerosolymis fuisse, sed Jerosolymis bene vixisse laudandum est(D. Hieron. ep. ad Paul. de instit. mon.] Grande stima aveva questo Paolino di San  Girolamo: e assai lo lodava per questo stesso, perché abitava in quei santi luoghi  nei quali Cristo nostro Redentore operò i misteri della nostra Redenzione: e S. Girolamo su questo gli risponde: Non è da lodarsi il vivere in Gerusalemme, ma il vivere in essa bene; e va comunemente attorno questo detto, per avvertire i Religiosi, che non si diano per contenti per questo solo, perché stanno nella Religione: perché siccome l’abito non fa il Monaco, così né anche lo fa il luogo, ma sì bene la buona e santa vita; di maniera che tutto il punto sta non in essere Religioso, ma in essere buon Religioso; e non in far esercizi della Religione, ma in farli bene. In quel Bene omnia fecitche, come tra l’evangelista S. Marco, si diceva di Cristo (Marc. VII, 37); cioè aver Egli fatte tutte le cose bene; sì in quel Bene omnia fecitche dir si possa anche di noi consiste ogni nostro bene.

2. Certa cosa è, che ogni nostro bene ed ogni nostro male sta nell’esser buone o cattive le opere nostre: imperocché tali saremo noi, quali saranno le nostre operazioni. Queste parlano e manifestano chi è ciascuno. Dal frutto si conosce l’albero: e S. Agostino dice, che l’uomo è l’albero, e le opere sono il frutto che l’albero produce; e così dal frutto delle opere si conosce ciascuno chi è (D. Aug. de serm. Dom. in monte, secundam Matth. 1. 2). E perciò Cristo nostro Redentore disse di quegl’ipocriti e falsi predicatori: A fructibus eorum cognoscetis eos(Matth. VII, 16): Dal frutto delle opere loro conoscerete quel ch’essi siano. E per lo contrario dice di sé medesimo: Opera, quæ ego facto in nomine Patris mei, hæc testimonium perhibent de me(Jo. X, 25): Le opere ch’io fo rendono testimonianza di me: Et si mihi non vultis credere, operibus credite(Ibid. 38). E se non volete credere a me, credete alle opere mie, ch’elle dicono chi sia io. E non solo dicono e mostrano le opere quel che ciascuno è in questa vita; ma anche quei che di lui ha da essere nell’altra: imperciocché tali saremo eternamente nell’altra vita, quali saranno in questa le nostre operazioni; avendo Dio N. S. da premiare e rimunerare ciascuno secondo le opere sue. siccome la divina Scrittura lo replica tante volte sì nel vecchio come nel nuovo Testamento: Reddes unicuique juxta opera sua(Psal. LXI, 13; Matth. xvi, 27): e l’apostolo S. Paolo: Quæ seminaverit homo, hæc et metet(Ad Rom., II 6; I. ad Cor. III, 8; ad Gal. vi, 8): Quel che l’uomo avrà seminato, quello raccoglierà.

3. Ma veniamo più al particolare, e vergiamo un poco che opere sono queste, nelle quali sta ogni nostro bene e ogni nostro profitto e perfezione. Dico, che sono quelle operazioni ordinarie che facciamo ogni giorno: in fare, che la nostra orazione ordinaria sia ben fatta; che gli esami che facciamo siano ben fatti: in udir Messa, o in dirla come dobbiamo: nel dir le nostre Ore e le nostre divozioni con riverenza ed attenzione; in esercitarci continuamente nella penitenza e nella mortificazione: nel soddisfar bene al nostro ufficio e a quello che l’ubbidienza c’impone. Sefaremo queste opere con perfezione, saremo perfetti; e se le faremo imperfettamente, saremo imperfetti. E così questa è la differenza che passa fra il buono e perfetto Religioso, e l’imperfetto e tiepido: non istà la differenza nel far uno altra sorta di cose o più cose che l’altro; ma nel far quel che fa con perfezione o con imperfezione. Perciò quegli è buono e perfetto Religioso, perché fa queste cose bene; quell’altro perciò è imperfetto, perché le fa molto tiepidamente e negligentemente: e quanto più la persona si estenderà e andrà in avanti in questo, tanto sarà più perfetta o più imperfetta. –

4. In quella Parabola del Seminatore, che uscì a seminare la sua semenza, dice il sacro Evangelio (Matth. XIII, 8, 23), che anche la semenza buona è buttata in buon terreno, in qualche luogo fe’ frutto a ragione di trenta, in qualche altro di sessanta, e in qualche altro di cento. Nel che dicono i Santi, che si denotano i tre gradi di coloro che servono Dio; cioè di Principianti, di Proficienti e di Perfetti. Tutti noi altri seminiamo una medesima semenza; perché tutti facciamo le medesime opere ed osserviamo una medesima regola; tutti abbiamo un istesso tempo di orazione e di esami; e dalla mattina sino alla sera stiamo occupati per ubbidienza; ma con tutto ciò. nomini homo quid præstat? quanta differenza vi è, come suol dirsi, da Pietro a Pietro? e quanta da un Religioso ad un altro? Perciocché in uno queste opere che semina rendono il centesimo, atteso che le fa con ispirito e con perfezione; e questi tali sono i Perfetti: in un altro non rendono tanto, ma il sessagesimo; e questa sono i Proficienti, che vanno profittando: in un altro rendono solamente il trigesimo: e questi sono i Principianti, che cominciano a servir Dio. Guardi ora ciascuno da quali egli sia. Guarda, se tu sei di quelli del trigesimo; ed anche, piaccia a Dio, che nessuno sia di quelli che dice l’Apostolo (1 ad Cor. III, 12,13) che sopra il fondamento della Fede alzano legne, fieno e paglia, da esser tutto gettato sul fuoco nel giorno del Signore. Guarda, che tu non faccia le cose per vanità e per rispetti umani, per dar gusto agli uomini, e per esser tenuto da qualche cosa; perché questo è fabbricare con legne, fieno e paglia, acciocché arda almeno nel purgatorio; ma procura di far bene e perfettamente quel che fai; e sarà questo un alzar la fabbrica con argento, oro e pietre preziose.

5. Si conoscerà bene, che in questo sta il profitto e la perfezione nostra dalla seguente ragione. Ogni nostro profitto e perfezione consiste in due cose, in fare quel che Dio vuole che facciamo, e in farlo nel modo ch’Egli vuol che sia fatto; parendo, che più di questo non vi sia che potersi pretendere né desiderare. Or la prima cosa, cioè il far quel che Dio vuole che facciamo, già per sua divina misericordia l’abbiamo nella Religione: e questo è uno de’ maggiori beni e una delle maggiori consolazioni che godiamo noi altri che viviamo sotto ubbidienza; perché siamo certi, che quello che facciamo e quelle cose nelle quali ci occupiamo per l’ubbidienza, sono quelle che Iddio vuole da noi: e questo è come Primo principio nella Religione, cavato dall’Evangelio e dalla dottrina de’ Santi, come diremo quando tratteremo dell’ ubbidienza.Qui vos audii, me audit(Luc. X, 16): Ubbidendo al Superiore, ubbidiamo a Dio, e facciamo la sua divina volontà; perché quello è quel che Dio vuole che facciamo allora. Non vi resta se non la seconda condizione, di far le cose nel modo con cui Iddio vuole che le facciamo; cioè di farle bene e perfettamente; perché in questa maniera vuole Egli che si facciano: e questo è quello che andiam dicendo.

6. Nelle Croniche dell’Ordine Cisterciense si narra, che stando a Mattutino il glorioso S. Bernardo co’ suoi Monaci, vide molti Angeli, i quali stavano notando e scrivendo quel che ivi i Monaci facevano e in che modo lo facevano; e che di alcuni quei che scrivevano lo scrivevano con oro, di altri con argento, di altri con inchiostro, di altri con acqua, secondo l’intenzione e lo spirito con che ciascuno orava e cantava; e d’altri non iscrivevano niente, perché sebbene stavano ivi col corpo, nondimeno col cuore e col pensiero stavano molto lungi e divertiti in cose impertinenti. E dice ancora, che vide, come principalmente al Te Deum laudamuserano gli Angeli molto solleciti, acciocché si cantasse molto devotamente; e che dalle bocche d’alcuno che lo cominciavano, usciva come una fiamma di fuoco. Veda ora ciascuno qual sia la sua orazione; e se merita d’essere scritta con oro, o con inchiostro, o con acqua, o di non essere scritta in nessuna maniera. – Vedi se quando stai in orazione, escono dal tuo cuore e dalla tua bocca fiamme di fuoco; o pure non fai altro che sbadigliare e stiracchiar i nervi. Vedi, se stai ivi solamente col corpo, ma con la mente stai nello studio, o nell’ufficio, o nel negozio, o in altre cose niente allora appartenentisi.

CAPO II.

Che ci deve animar grandemente alla perfezione l’avercela Iddio posta in una cosa molto facile.

1. La perfezione è facile. — 2. Prove della Scrittura e dei Santi. — 3. Rinnovarci nelle azioni ordinarie ottima fra le preparazioni alle solennità.

1. Il P. Natale, uomo insigne della nostra Compagnia per la sua grande dottrina e virtù, quando venne a visitare le provincie di Spagna, tra le altre cose che più raccomandate lasciò, questa fu una, che s’insegnasse spesso questa verità: che ogni nostro profitto e perfezione consisteva nel far bene le cose particolari ordinarie e quotidiane che abbiamo per le mani. Di maniera che il profittare e il migliorare la vita non sta nel moltiplicare altre opere straordinarie, né in fare altri uffici alti ed eminenti; ma nel fare perfettamente le opere ordinarie della religione e gli uffici nei quali ci metterà l’ubbidienza, ancorché siano i più vili del mondo; perché questo è quello che Dio vuole da noi. Onde in questo abbiamo da metter gli occhi, se vogliamo fargli cosa grata e acquistare la perfezione. Or qua consideriamo e ponderiamo quanto poco ci abbia a costare l’esser perfetti; poiché colla stessa cosa che facciamo, senza aggiunta d’altre opere, possiamo esser tali. Questa è una cosa di grande consolazione per tutti e che ci deve animare grandemente alla perfezione. Se si ricercassero da te, per esser perfetto, certe cose squisite e straordinarie, certe elevazioni e contemplazioni molto alte; potresti aver qualche scusa e dire che non puoi, o che non ti basta l’animo di salir tant’alto. Se si ricercasse che ti disciplinassi ogni giorno a sangue, o che digiunassi a pane ed acqua, o che andassi scalzo, o che portassi perpetuamente un cilicio, potresti dire che non ti senti forze da far cose simili. Ma non ti si ricercano queste cose né sta in esse la tua perfezione; sta solo in far bene quello che fai. Colle medesime opere che fai, se tu vuoi, puoi esser perfetto: già è fatta la spesa, non hai bisogno d’aggiungere altre opere. Chi sarà che con questo non si faccia animo per procurare di essere perfetto, consistendo la perfezione in cosa tanto alla mano e domestica, facilmente eseguibile?

2. Diceva Dio al suo popolo, per animarlo al suo servizio e all’osservanza della sua legge: « Questo comandamento, che oggi io ti intimo, non è sopra di te, né  lungi da te, né è posto nel cielo, onde tu possa dire: Chi di noi può salire al cielo per recarcelo, affinché lo ascoltiamo e lo mettiamo in opera? Né è posto di là dal mare, onde tu trovi pretesto e dica: Chi di noi potrà traversare il mare e portarcelo, onde possiamo udirlo e fare quello che è comandato? Ma questo comandamento è molto vicino a te, è nella tua bocca e nel cuore tuo, affinché tu lo eseguisca » (Deut. XXX, 11 e segg.). Lo stesso possiamo dire della perfezione, della quale ora trattiamo. E così Sant’Antonio, con questo esortava e animava i suoi discepoli alla perfezione. I Greci, diceva, per far acquisto della filosofia e delle altre scienze, fanno grandi viaggi e lunghe navigazioni, esponendosi a fatiche e pericoli grandi; ma noi altri, per acquistar la virtù e la perfezione, che è la vera sapienza, non abbiamo bisogno di esporci a queste fatiche e pericoli, né meno d’uscire fuori di casa nostra, perché dentro di essa la troveremo, ed anche dentro di noi medesimi. Il regno di Dio è dentro di voi. In coteste cose ordinarie e quotidiane che fate sta la vostra perfezione.

3. Si suol domandare molto ordinariamente nelle conferenze spirituali, quando s’avvicina qualche tempo di devozione, come di Quaresima, d’Avvento, di Pentecoste o di rinnovazione dei voti, di che mezzi ci varremo per disporci e prepararci a questa rinnovazione, o per questa Quaresima, e per ricevere lo Spirito Santo, o il Bambino Gesù, nato di fresco. Ti sentirai propor molti mezzi e molte considerazioni, e tutte buone: ma il mezzo principale, nel quale dobbiamo insistere, è questo del quale andiamo trattando: perfezionarci in quello che ordinariamente facciamo. Va tu levando via i tuoi difetti e le tue imperfezioni circa le cose ordinarie e quotidiane, e procura d’andarle facendo ogni dì meglio e con meno difetti; e questa sarà una buonissima preparazione, o la migliore, per qualsivoglia solennità. Metti in questo principalmente gli occhi, e tutti gli altri mezzi e considerazioni siano indirizzate per aiutarti a far questo.

CAPO  III.

In che consiste la bontà e la perfezione delle nostre opere e d’alcuni mezzi per farle bene.

1. Farle con buona intenzione. — 2. Il meglio che possiamo. —3. Alla presenza di Dio. — 4. Gran mezzo questo. — 5. Epraticato dai Santi. — 6. Così sta del continuo in orazione.

1. Ma vediamo un poco in che cosa consista il far bene le nostre opere, acciocché possiamo ricorrere a i mezzi che ci aiuteranno a farle bene. Dico brevemente che consiste in due cose. La prima e principale è, che le facciamo puramente per Dio. S. Ambrogio dOmanda qual è la ragione, per cui nella creazione del mondo, creando Dio le cose corporali e gli animali, subito le lodò tutte. Crea le piante, e subito dicesi: « E Dio vide che ciò era buono ». Crea gli animali, gli uccelli, i pesci, e subito dicesi: « E Dio vide che ciò era buono ». Crea i cieli e le stelle, il sole e la luna, e dicesi subito: « E Dio vide che ciò era buono » [Gen. I, 10 e segg.]1 Tutte queste cose loda il Signore subito che ha finito di crearle: ma arrivato che è alla creazione dell’uomo, pare che esso solo se ne resti senza lode; perché qui il sacro testo non soggiunge: « E Dio vide che ciò era buono », come lo soggiungeva dopo la creazione di tutte le altre cose. Che mistero è questo, e quale sarà di ciò la cagione? Sai quali? dice il Santo: la cagione si è, che la bellezza e la bontà delle altre cose corporali e degli animali sta in quell’esteriore che apparisce al di fuori, e non vi è maggior perfezione di quella che si vede cogli occhi, e perciò viene subito la lode; ma la bontà e la perfezione dell’uomo non sta in quell’esteriore che apparisce al di fuori, ma nell’interiore, che sta nascosto colà dentro. « Tutta la gloria della figlia del re è interiore » [Ps. XLIV, 14 filiæ regis ab intus ];cioè tutta la bellezza dell’uomo, il quale è figliuolo di Dio, sta dentro; e questo è quello che piace agli occhi di Dio. « L’uomo infatti vede le cose che danno negli occhi, ma il Signore mira il cuore » 3, come disse Dio a Samuele [I Reg. XVI, 7]. Gli uomini vedono solamente le cose esteriori che appariscono al di fuori, e queste piacciono o dispiacciono loro; ma Dio vede l’intimo del cuore, guarda il fine e l’intenzione con cui ciascuno opera; e per questo non loda l’uomo subito che l’ha creato, come fa delle altre creature. L’intenzione è la radice e il fondamento della bontà e della perfezione di tutte le opere nostre. Le fondamenta non si vedono, ma esse sono quelle che sostengono tutta la fabbrica; e così è dell’intenzione.

2. La seconda cosa che si ricerca per la perfezione delle opere è, che facciamo in esse quanto possiamo e quanto è dal canto nostro per farle bene. Non basta che la tua intenzione sia buona, non basta che ti dica, che le fai per amor di Dio; ma bisogna che procuri di farle quanto meglio potrai, per piacere più a Dio con esse. Sia dunque questo il primo mezzo per far le opere bene, cioè il farle puramente per Dio; perché  questo ce le farà far bene e nel miglior modo a noi possibile, per poter con esse piacere maggiormente a Dio, ancor che non ci vedano i Superiori, e ancor che non siamo veduti dagli uomini: in una parola, farle come chi le fa per amore di Dio. Domandò una volta il nostro S. Padre Ignazio ad un fratello, il quale era alquanto negligente nel suo Officio: Fratello, per chi fai tu questo? E rispondendo egli, che lo faceva per amor di Dio, gli replicò il santo Padre: Or io t’assicuro, che se per l’avvenire lo farai in questa maniera, ti darò una molto buona penitenza. Perché se tu lo facessi per gli uomini, non sarebbe gran mancamento il farlo con cotesta negligenza; ma facendolo per un Signore tanto grande, è troppo gran mancamento farlo nella maniera che fai

3. Il secondo mezzo che i Santi propongono come molto efficace per questo, è il camminare alla presenza di Dio. Perfin Seneca diceva che l’uomo desideroso della virtù e di far le cose ben fatte si ha da immaginare d’avere avanti di sé qualche persona di grande venerazione, alla quale portasse gran rispetto; ed ha da fare e dire tutte le cose come le farebbe e direbbe se realmente stesse alla presenza di quella tal persona [Sen. Ep. 25] . Or se questo sarebbe un mezzo bastante per far le cose bene; quanto più efficace mezzo sarà il camminare alla presenza di Dio, e l’averlo sempre dinanzi agli occhi, considerando che Egli ci sta mirando. Specialmente non essendo questa una immaginazione, come quella di Seneca, ma cosa la quale veramente e realmente passa così; come tante volte ce lo replica la Scrittura. « Gli occhi del Signore sono più luminosi assai del sole, e mirano attorno tutte le vie degli uomini e l’abisso profondo, e vedono i cuori umani fino nei luoghi più riposti » Eccli. XXIII, 28].

4. Tratteremo appresso distintamente e più a lungo di questo esercizio di camminare alla presenza di Dio, e diremo quanto eccellente ed utile sia e quanto stimato e raccomandato dai Santi: adesso solamente ne caveremo al nostro proposito, di quanta importanza esso sia per far le opere ordinarie ben fatte. È di tanta importanza che, come ivi diremo, il camminare alla presenza di Dio non serve per fermarci in essa, ma perché ci sia mezzo per far bene le opere che facciamo. E se per istar noi attenti all’essere Dio presente ci trascurassimo e fossimo negligenti nelle opere che facciamo e commettessimo in esse mancamenti, questa non sarebbe buona divozione, ma illusione. E anche aggiungono alcuni qualche cosa di più, e dicono che quella presenza di Dio con la quale abbiamo da camminare, e quella che dalla sacra Scrittura e dai Santi ci viene tanto raccomandata; è il procurare di far le opere in tal maniera e tanto ben fatte, che possano comparire dinanzi a Dio, e che non sia in esse cosa indegna dei suoi occhi e della sua presenza. In una parola, che siano fatte come da chi le fa dinanzi a Dio, che lo sta rimirando. – E questo pare che ci volesse significare l’Evangelista S. Giovanni nella sua Apocalisse [Apoc. IV, 8], ove, riferendo le proprietà di quei santi animali, che vide stare dinanzi al trono di Dio, pronti ai suoi comandamenti, dice che dentro e fuori e all’intorno erano pieni d’occhi: occhi nei piedi, occhi nelle mani, occhi nelle orecchie, occhi nelle labbra e occhi negli stessi occhi; per significarci che quelli i quali vogliono servire Iddio perfettamente ed esser degni della sua presenza, hanno in ogni cosa a tener gli occhi aperti a mirar bene, per non far cosa indegna della presenza di Dio. Hai da esser pieno d’occhi dentro e fuori, e vedere come operi, come cammini, come parli, come odi, come vedi, come pensi, come vuoi, come desideri; acciocché in tutte le cose tue non ve ne sia alcuna che possa offendere gli occhi di Dio, nel cui cospetto stai.

5. Questo è un modo molto buono di camminare alla presenza di Dio. E così l’Ecclesiastico e l’Apostolo San Paolo, a proposito di quello che si dice nel Genesi di Enoch, che « camminò con Dio e disparve, perché il Signore lo rapì » [Gen. V, 14], dicono:, « Enoch fu caro a Dio, e fu trasportato nel paradiso » [Eccli. XIV, 16]; dimostrandoci chiaramente che è una cosa stessa il camminar sempre con Dio, o alla presenza di Dio, ed il piacere a Dio, poiché dichiarano una cosa con l’altra. E S. Agostino e Origene [Quæst. In Pentat.] dichiarano in questa stessa maniera quel che dice la sacra Scrittura nell’issopo, che quando Jetro andò a vedere il suo genero Mosè, si unirono Aronne e tutte le persone più gravi d’Israele « per mangiare con lui dinanzi a Dio » Lo dichiarano, dico, in questa maniera, dicendo: Non vuol dire che si unirono per mangiare dinanzi al Tabernacolo, o dinanzi all’Arca, perché non v’era ancora; ma che si unirono per far festa e mangiare e bere e passarsela lietamente con Lui; ma però con tanta pietà e santità, e con sì religiosa compostezza, come chi mangiava dinanzi a Dio; procurando che non vi fosse cosa che potesse offendere i suoi occhi divini. In questo modo camminano i giusti e i perfetti alla presenza di Dio in tutte le cose loro, anche nelle indifferenti e nelle necessarie alla vita umana. « I giusti banchettino e giubilino alla presenza di Dio, e godano nell’allegrezza », dice il Profeta [Ps. Lvii, 4]. Sia ciò di maniera tale, che ogni cosa possa comparire dinanzi agli occhi di Dio, né vi sia cosa indegna della sua presenza.

6. In questo modo anche dicono molti Santi che si adempie quello che nel Vangelo si legge che disse Cristo nostro Redentore: « Si deve sempre pregare, né mai lasciar di pregare » [Luc. XVIII, 1]; e S. Paolo ai Tessalonicesi: « Pregate senza intermissione » [1 Tess. V, 17]. Dicono cioè che sempre prega colui il quale sempre opera bene. Così pure S. Agostino sopra quelle parole del Salmista: « E la mia lingua andrà celebrando la tua giustizia, le tue lodi tutto il giorno » [Ps. XXXIV, 28]; vuoi, dice egli, un mezzo molto buono per stare tutto il giorno lodando Dio? « Tutto ciò che farai, fallo bene; e così starai tutto il giorno lodando Dio » [S. Aug. En. in Ps. XXXIV]. Lo stesso dice S. Ilario: « In questo modo avviene che da noi si preghi senza interruzione, quando, per mezzo delle opere che a Dio siano gradite e compiute sempre per la sua gloria, la vita tutta d’un qualsiasi sant’uomo diventa orazione; e per tal modo vivendo di giorno e di notte secondo il prescritto della legge, la stessa vita notturna e diurna si converto in meditazione della legge » E S. Girolamo, sopra quel verso: « Lodatelo voi, sole e luna; lodatelo tutte, o fulgide stelle » ]Ps. CXLVIII, 3], domanda in che modo lodano Dio il sole e la luna, la luce e le stelle? e risponde: Sai come lo lodano? Perché mai non cessano di far molto bene l’ufficio loro: sempre stanno servendo Dio e facendo quelle cose per le quali furono creati; e questo è star sempre [Hieron. Brev. In Ps CXLVIII, 3] lodando Dio 19. D i maniera che colui che fa molto bene le cose quotidiane e ordinarie della religione, sempre sta lodando Dio e sta sempre in orazione. E possiamo confermar questo con quel che dice lo Spirito Santo per mezzo del Savio: « Fa molte oblazioni chi osserva la legge: sacrifizio di salute è il custodire i comandamenti e allontanarsi da ogni iniquità » [Eccli. XXV, 1]. Con questo dunque si vedrà bene di quanta importanza e perfezione sia il far le cose ordinarie che facciamo ben fatte; poiché questo è moltiplicare l’orazione, e questo è uno star sempre in orazione e alla presenza di Dio, e questo è un sacrificio molto salutifero e che piace grandemente a Dio.

(1- continua …)

LO SCUDO DELLA FEDE (83)

LO SCUDO DELLA FEDE (83)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CONSEGUENZE DEL PERDERE LA S. FEDE E MODI DI PREVENIRLE

CAPITOLO VI.

COME DEBBONO DIPORTARSI QUEI CHE SONO TENTATI DAI PROTESTANTI CON LIBRI MALVAGI.

Oltre ai discorsi, impiegano i Protestanti anche il mezzo dei libri per trascinare nell’errore. Vi presentano certi libricciuoli galanti, pieni zeppi di veleno e ve li danno anche gratis, tanta è la loro carità. Questi libri sono: primieramente la Scrittura Sacra, ma tradotta male dal Diodati, come già vi ho detto; poi certi scritterelli di varii Apostati come il De Sanctis, il Borella e simili: libri che contengono molte empietà, contro la Chiesa, il Sommo Pontefice, il Sacerdozio, i Sacramenti, ec. che mettono in derisione le cose più sante della fede e della pietà. Ora voi potreste facilmente essere presi di curiosità a volerli almeno conoscere, almeno percorrere. Però ricordatevi che non si possono né leggere né ritenere. Se Eva non cominciava a rimirare il pomo con curiosità, non sarebbe stata alfine sedotta come purtroppo fu. Né vi muovano la eleganza, la bellezza ed i titoli pomposi con cui si inorpellano, perché sono veleno e non meno micidiale perché racchiuso in coppa d’oro. – Il solo ritenere quei libri è già un peccato, ricordatevene bene, è un altro peccato il leggerli, è un altro peccato il farli leggere anche ad altri. La S. Chiesa che ha legittima autorità sopra di noi, li ha proibiti sotto grave colpa e così non si possono tenere. – Il dire che la S. Chiesa non ha autorità di proibirceli è già un errore da Protestanti. Ma infine non sarebbe meglio il conoscere anche quel che dicono i nemici della S. Chiesa? Così sapremmo l’una e l’altra parte. Né la dottrina Cattolica, se è vera, deve temere il confronto. A questi sofismi ecco quello che io vi replicherò. Se voi trovate che è un’ingiustizia il non lasciarvi conoscere gli errori, perché non dite anche che è un’ ingiustizia il non lasciarvi assaggiare il veleno? E che? se noi prendiamo il veleno, abbiamo anche in pronto il contravveleno. Vi acconcereste voi a lasciarvi mordere da uno scorpione, perché avete in casa l’olio che ve ne guarirà? Mangereste volentieri un’insalata di cicute, quando sapeste di avere poi in pronto la panacea? Vi fareste così per trastullo una ferita in una mano o in un braccio, perché avete del balsamo che vi può risanare? Eh sono queste proposizioni da pazzo. Ma e perché non dite l’istesso rispetto alla vostra fede? Mentre per misericordia di Dio l’avete sana ed intatta nel cuore, si ha da permettere che essa riceva una ferita dalla lettura di quei libracci sul pretesto che sentirete l’una e l’altra parte? Chi ha mai detto che per istar meglio in salute bisogna provare anche l’infermità? Eppure si dice così rispetto all’anima. Che pazzia è mai questa! Molto più che forse pei mali del corpo potrete trovare un qualche rimedio: ma se leggete quei libri il rimedio forse non lo troverete mai: perocché, parliamo chiaro, siete voi tanto istruiti che possiate render conto dei misteri che credete, dei dommi che professate, di tutte le verità che vi propone la S. Chiesa? Ma e quando avete fatti cotesti studii? Avete imparato da fanciullo un poco di Catechismo e l’avete appreso con molta svogliatezza e però con molta superficialità. Fatta poi la prima Comunione avete sentito qualche spiegazione di Vangelo, qualche poco di Predica, e dico poco perché il più delle volte anche non v’interveniste, e non vi ricordate già più quasi di niente: e con questo bel corredo di scienza vi mettete a leggere un libro perverso? Ma come farete a scoprire le frodi e le fallacie che sono in essi senza una cognizione alquanto ampia della dottrina Cattolica? Se avete in mano un orologio che non cammina, conoscete voi perciò il motivo per cui non cammina? Eh bisogna aver pratica di tutto il suo meccanismo interiore per iscoprire dove stia il difetto. Lo stesso è a dirsi nel caso nostro. Dovreste conoscere tutta la Scrittura con tutti i suoi fondamenti per ravvisare subito in che siano riposti gli errori che essi v’insinuano, e non avendo voi mai fatti quegli studii, beverete grosso yutto quello che essi vi presenteranno; troverete buoni tutti i sofismi, vi parranno verità tutti gli errori, e riuscendovi al tutto impossibile di conoscere le frodi, le arti, le insidie che quei perversi mettono in campo, rimarrete alla fine miseramente sedotti. Ecco quello che è accaduto ad altri, ed ecco quello che avverrà anche a voi. Aggiungete che voi dite di voler conoscere l’una e l’altra parte: ma nel fatto poi non è vero. Vi conducete volentieri a leggere quei sofismi, ma quando è che leggete poi la verità? Su qual libri, a quale scuola l’apprendete? Anche nelle città dove vi è maggior copia di libri e d’istruzione, l’esperienza insegna che non si leggono né punto né poco i libri che espongono la S. Fede, che la illustrano, che la difendono, che ne mostrano i saldissimi fondamenti, che questi libri non si conoscono e non si vogliono conoscere: tanto che si giudica sempre della S. Fede da quel che ne dicono i nemici di lei: ma nelle campagne non solo non si fa nessuno studio della Religione, perché non si trova il tempo, ma non vi è pur possibilità alcuna di farlo perché mancano al tutto i libri opportuni. Laonde se si beve il veleno, il contravveleno affatto non vi è. – E ciò per non dir nulla di quel che accade molte volte, che Dio per gastigo della disobbedienza fatta alla Chiesa quando si legge quello che essa divieta, permette poi che chi si fidava di sé provi con l’esperienza la sua debolezza e venga a prevaricare. Che se non si giunge sino a quest’ultimo eccesso, la Fede rimane almeno indebolita, sorgono poi dei dubbi, delle angustie, e così o l’anima resta molto tempo travagliata oppure si apre una strada funesta che può mettere col tempo sino all’incredulità. Ma le vostre precauzioni in fatto di libri non si hanno a restringere solamente a quelli che apertamente malvagi assaltano senza riguardo la S. Fede; si deve stendere anche a quelli, che il fanno forse con maggior efficacia, perché più copertamente. Iovoglio significare con ciò una turba di Romanzi i quali avventano qua e là come di passaggio i loro colpi contro la Chiesa, certe storie maligne che mettono sotto false vedute le gesta dei Romani Pontefici, certe novelle scostumate che deridono i Sacerdoti ed i Religiosi, certe gazzette maligne che ne’ racconti infami delle loro appendici non rispettano nulla di quello che è più venerando in cielo ed in terra: tutte queste letture feriscono se non sempre direttamente, almeno indirettamente la S. Fede e le tolgono la vivezza, il lustro e lo splendore che dovrebbe avere. Il perché ricordatevi bene che avete obbligo strettissimo di rigettare quei libri funesti non accettandoli né conservandoli presso di voi, non leggendoli né prestandoli a leggere a veruno. E se siete padroni di casa, capi di bottega, padri di famiglia o in qualunque modo superiori ad altri, non dovete e non potete permettere ai vostri figliuoli. ai vostri subordinati e dipendenti che li tengano o comunque li leggano. Sapete quel che dice il proverbio? Tanto ne va a chi ruba quanto a chi tiene il sacco: tanto ne va a chi tiene come a chi scortica. E questo giudizio si pronunzia nell’altro mondo non meno che in questo.