LO SCUDO DELLA FEDE (93)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (4)

CAPO IV.

Dagli effètti dimostrasi che v’è  Dio.

I. Difficilissimo, non vel nego, è provar dalla sua cagione, che Dio vi sia: anzi è del tutto impossibile, perché la prima cagione non può avere cagione da cui provenga (L’autore giustamente rigetta, siccome insussistente la dimostrazione dell’esistenza reale di Dio derivata dalla sua cagione e denominata perciò a priori. Nel che egli ha dalla sua non solo la ragione, ma altresì la forte autorità di s. Tommaso, il quale nella sua Summa contro gentiles, lib. I. cap. 10 ed il pone in chiaro,come muovendo dall’idea di Dio non si riesca se nonall’esistenza meramente ideale di Dio). Ma che rileva? Quanto nascoso è il Nilo all’Egitto nella sua fonte, tanto egli è manifesto nella sua piena. Basta però, che la cagion prima dimostrisi dagli effetti che sono a lei sì proporzionati: non già con proporzione di dignità, quale hanno le cose generato col generante; ma con proporzione di dipendenza, quale hanno le cose fatte col facitore. Che se tali effetti, in riguardo alla loro fonte inesausta, non sono più che una stilla; in riguardo a noi sono una piena bastevole ad assorbire ogni gran considerazione. Prima però ch’ella ci giunga a sorprendere, date mente.

I.

II. E indubitato, che al tutto non poté precedere il nulla. Perché, se il nulla fosse tanto antico di età, che avesse preceduto il tutto, possibile cosa alcuna. Conciossiachè, da chi potrebbe sortir mai questa il natale, cioè il passaggio dal non essere all’essere? Sicuramente lo dovrebbe sortire, o da sé, o dal nulla, anteriore a lei. Ma il nulla non può dare ciò che non ha voglio dire l’esser reale. Ed ella, se in questo punto comincia ad essere, come poté fare sé, quando ancor non era?

III. Vedete dunque, doversi a forza concedere, che ab eterno vi fu qualche essere necessariamente esistente, il quale donò l’essere a ciò che non lo godea. Ed un tal essere, necessariamente esistente, padre, produttore, fattore di quanto v’è fuori di lui stesso, è quello che noi chiamiamo la cagion prima, precedente ab eterno tutto il creato (Più in breve, esiste qualche cosa, dunque esiste un essere necessario).

IV. Ma gli ateisti sono certe bestie restie, che impuntano ad ogni passo. E però quantunque sia questo un lume sì chiaro, ricusano di guardarlo. E anzi di concedere quella eterna cagion del tutto che io vi dicea, o concedono infiniti effetti ed infinite cagioni, senza che mai si giunga a trovar la prima, e danno in altri spropositi che poi verremo a ribattere ad uno ad uno, come più folli. Però, se a questi voi non temete aderire, preparatevi pure a riportare anche voi dal braccio della ragione percosse orribili, quali appunto si sogliono scaricare su i mentecatti.

II.

V. E, per rifarci da quelle che si convengono al primo assurdo, non vedete voi, che il volere nell’assegnamento delle cagioni procedere in infinito, altro non è che atterrare il discorso umano da’ fondamenti? Innanzi a qualsisia moltitudine è necessario, come disse Platone, premettere l’unità: Necesse est ante omnem multitudinem ponere unitatem.(S.Thom): mercecchè l’uno è quello che alla fine dà legge al tutto. Se la galea, a onta della bonaccia, si muove in mare, perché ella è mossa dai remi; i remi, perché sono mossi da’ galeotti; i galeotti perché sono mossi dal comito; il comito, perché è mosso dal capitano; il capitano, perché è mosso dall’ammiraglio; l’ammiraglio, porche egli è mosso dal re: bisogna pure pervenire una volta a quell’uno primo, da cui provenga, che tal galea sia da tanti sospinta al corso; altrimenti ella si starebbe ancora oziosa nell’ arsenale. Vedete dunque, che a questa moltitudine di motori subordinati necessariamente ha da darsi il subordinante, da cui dipendano tutti, come gli strumenti dipendono dall’artefice. Ora ciò che in questa moltitudine avviene, avviene in ogni altra che sappiate voi divisare nel nostro mondo, dove nulla è di stabile, tutto è in moto. Conviene a ciascuna dare il primo motore, non mosso nelle sue opere da alcun altro: e per conseguente conviene darlo anche più a tutta la moltitudine universale delle creature, la quale come non può costare di cagioni puramente strumentali, forza è, che a queste abbia unita la principale. E tale è la cagion prima.

III.

VI. E vaglia la verità; non vegliamo noi tuttogiorno cogli occhi propri venire al mondo più cose nove, a guisa di personaggi che compariscono la prima volta in scena, su tanto palco, a fare la loro parte? A cagion di esempio. Veggiamo ogni ora nuovi uomini che seguitamento derivano l’un dall’altro per nascimento. Ora andiam col pensiero, se così è, navigando sempre a ritroso, e contra la corrente di tante generazioni, ascendiamo di padre in padre a osservar ciascuno. Converrà di certo arrivar ad un padre primo, il quale sia formato immediatamente da questa prima cagione sì necessaria che chiamiam Dio, se non vogliamo, negandolo, urtar di colpo nell’impossibile sommo, qual è – secondo Agostino – che un effetto novello produca sé. Né il ricorrere ad infiniti uomini, generati gli uni dagli altri, sopisce la difficoltà, ma la fa più viva. Perocché vi chieggo: Tra questi infiniti uomini da voi detti, evvene alcuno, il quale possegga una tal virtù, di generar se medesimo, o pur non v’è? Se direte esservi, voi dunque concedete l’assurdo massimo, dileggiato pur ora. E se voi lo negherete, dunque è di necessità assegnare a ciascuno di quella schiera (ove niuno a sé può dar l’essere da se stesso) qualcuno che glielo dia. E tal è la prima cagione, da cui dipende tutto ciò che da sé non può veder luce (Ammettere il processo all’infinito degli uomini e delle cose torna allo stesso, che ammettere e negare ad un tempo il principio di causalità. Posciachè mentre si conviene, che gli uomini sono gli uni cagione degli altri, si nega una cagion prima, che sola merita il nome di cagione, perché non è prodotta da altro essere, ma sta da sé).

VII. Figuratevi con l’immaginazione una catena smisurata di anelli sospesi in aria. Se, a sostenersi, l’ultimo di loro ha bisogno del susseguente cui sta connesso, l’altro dell’ altro, e l’altro dell’altro; converrà pure giungere ad un anello, che non sia labile come gli antecedenti, ma sia tenuto da qualche mano invisibile che non ceda, altrimenti tutta la catena composta di tali anelli cadrà a terra. Né vale, che tali anelli siano infiniti, e che perciò falli in essi questa supposizion di arrivare al primo; perché se sono infiniti, che importa ciò? Quanto più si aggiunge agli anelli di numero, tanto più si accresce alla catena di peso, non di fermezza: mentre è certissimo, che niuno però si ritrova fra tanti anelli che non sia labile; e questo basta a far che cadano tutti, ove niun li tiene. Dunque all’istessa maniera fingete uomini più e più, quanto piace a voi. Se ciascuno per essere ha bisogno di un altro che gli sia padre, converrà pure costituire un principio che dia saldezza a sì gran concatenazione, e non sia parimente un anello simile agli altri, cioè non sia bisognoso di alcuno che gli sia padre, ma sussista da sé medesimo, e possa reggere altri, senza esser retto, o, a parlar più chiaro, possa cagionare altri, senza essere cagionato, ch’è quello in che consiste al fine esser Dio. E ciò che io dissi di ciascuno individuo compreso in quella interminabile schiera di generati e di generanti, dite voi di tutta la schiera pigliata insieme, a modo di moltitudine. Come nessuno de’ suoi individui poté essere da se stesso, così né anche la schiera; non costando la schiera alfin d’altro più (comunque ella piglisi) che di quei tanti figliuoli e di quei tanti padri che andammo in essa a trascendere col pensiero per linea retta. E con ciò resta messa totalmente a sbaraglio la infinità dello cagioni efficienti al tutto chimerica, ove se ne escluda la prima.

IV.

VIII. Né perché io vi abbia qui favellato di queste cagioni sole che fanno più al caso nostro, dovete credere, che ciò in lor sole succeda. Succede in tutte. Tanto che, se nell’assegnarle, ove ci sia d’uopo, si dovesse procedere in infinito, miseri noi! che sapremmo noi mai di nulla? Il saper vero, è saper ciò che si sa dalle sue cagioni: Scire rem per causam (Arist. Metaph.). Questo è il saper di pittura, saper di musica, saper di marinaresca, sapere di agricoltura. Onde chi non sa le cagioni per cui si debba in alcun mestiere procedere di una forma, più che di un’altra, non ne sa nulla. Ma chi potrebbe tutte le cagioni trascorrere ad una ad una, per apprendere l’arte da sé bramata, se non avessero fine?

IX. Quindi, se si favelli di cagione finale, vi vuole il termine. Perché, se quel giovane indirizza l’esercizio alla sanità, la sanità allo studio, lo studio alla scienza, la scienza al dottorato, il dottorato alla cattedra più lucrosa, conviene arrivare a un limite in cui si posi l’intenzione dell’operante: altrimenti, senza un tal fine che sia qual meta, nessuno mai spiccherebbesi dalle mosse.

X. Se si favelli di cagion materiale, vi vuole il termine. Perché se la statua è fatta di stucco, lo stucco di carta, la carta di cenci, i cenci di tela, la tela di lin tessuto, convien ridursi ad una materia certa, ove alfin si resti: altrimenti mai non saprebbesi di che tale statua si avesse da fabbricare.

XI. E se si favelli altresì di cagion formale (ch’è quella da cui si prende la difinizion della cosa), vi vuole egualmente il termine, come all’altre. Onde, se si asserisce, che l’uomo è animal ragionevole, l’animale è vivente sensitivo, il vivente è quello che è atto in qualche modo a operar da sé, conviene similmente ridursi ad un costitutivo final dell’uomo, ove si compisca: altrimenti non si potrebbe da nessuno mai dimostrare ciò che egli siasi, mentre da nessuno si potrebbe mai difinire.

XII. Ora, se in tutti gli altri generi di cagioni possibili a ritrovarsi vi vuole quella prima che dia quasi il moto all’opera; come può stare, che non vi voglia anche in questo di cui si tratta, cioè nel genere delle cagioni effettive, da cui dipendono gli altri? Tolta che siasi la cagione facitrice di alcuna cosa, come di un palazzo, di un panno, di una pittura, né vi è più la finale per la qual tacciasi, né vi è la materiale costitutiva di cosa fatta, né la formale. E però vedete, come il tutto cospira a volervi di filo condurre a Dio, che è la prima cagione altissima, condannando ad un’ora la scioccheria di chi vuole anzi procedere in infinito per assicurarsi così di non dovere mai giungere a trovar nulla: che è il termine dove aspirano gli ateisti, massimamente in andarsene all’altra vita.

V.

XIII. Però, se voi, necessitato da tanti lati ad ammettere tal cagione, mi direte forse con Plinio che questa è il mondo, eccovi all’altro assurdo non meno degno di pubblica derisione, nel quale urtano addirittura coloro che vogliono, come scoglio già troppo enorme, scansare il primo: urtano in asserire (Giova notare, oltre questi due scogli, un terzo assurdo, contro il quale rompono gli atei, ed esso è che l’ammettere del mondo una cagione, e riporla ad un tempo nel mondo stesso, e solenne contraddizione. Niuna cosa è cagione di sé, perché essere cagione val quanto dare a se medesimo l’esistenza, e per darsi l’esistenza, cioè operare, bisogna già esistere. II nulla non opera, non è cagione di veruna cosa), che il mondo non sia fatto, ma sia da sé, e da sé sia stato ab eterno. Vcdiam però quanto vadano di là dal vero.

DIO IN NOI (8)

DIO IN NOI (8)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

IO SOLO

A prima vista sembrerebbe che « rientrare in se stesso », raggiungersi, costituisca un esercizio facile ed elementare. L’uomo, dopo aver accudito ai suoi interessi, non ama forse rientrare in casa? Può darsi che ami rientrare in casa, ma in se stesso, non lo sembra affatto. Quando in una via di Galilea Nostro Signore invita Zaccheo a ritornare a casa sua, dov’è Zaccheo e che fa? È salito sopra un sicomoro per guardare. Tutti somigliano a Zaccheo; siamo fuori di casa nostra, e dall’alto di non so quale osservatorio, guardiamo la folla che passa, il moto, lo strepito, ed è solo ciò che ci interessa. Zaccheo almeno aspirava a vedere il Cristo, il suo modo di fare lo dice. È forse per trovare Nostro Signore che noi siamo «usciti», ovvero per divertirci a sentire le grida, gli strepiti, a vedere gli urti e i mutamenti perpetui della strada? « Zaccheo, scendi, discendi dal sicomoro, discendi dall’alto ». Dio ci rivolge lo stesso invito. Il giudeo agile fece presto a rimettere i piedi in terra. Ma quanto la discesa non è per noi più faticosa! « Hodie, in domo tua oportet me manere » oggi voglio dimorare in casa tua. Vieni giù e va subito a casa tua. Oggi stesso, a momenti, riceverai la mia visita. Non assentarti. Fa in modo ch’io ti trovi ». Dall’alto al basso dell’albero, dal piede dell’albero alla soglia della casa: ecco la distanza. In sé, non è molto; alcuni metri. Ma per noi, oh quanto ci costa percorrere questi pochi metri! Zaccheo, nella strada, incontrerà molta gente; qualcuno vorrà fermarlo, distrarlo, occuparlo, ritenerlo, divertirlo. Le cose inutili sono così attraenti! Qual coraggio non occorre per sacrificarle! Noi lo notiamo nella vita dei Santi. – S. Pambone, ascoltando un giorno un versetto di un salmo, si rende conto che Dio non è con colui il quale vive perpetuamente al di fuori di sé, alla ricerca di parole vane. Ed esclama: « Basta. Verrò a sentire il resto, quando avrò messo in pratica questa lezione ». Dopo quarant’anni trascorsi nel deserto, qualcuno gli domanda se vi è riuscito. Risponde: « Non ancora! ». È la risposta di un umile, che ha lottato per effettuare il suo disegno e non si fa illusioni. Chi non vedesse la difficoltà apra a caso uno dei tre primi libri dell’Imitazione, ovvero l’opuscolo Dell’unione con Dio del Beato Alberto Magno, e ne sarà convinto. Fin qui la sola via conosciuta per ottenere il raccoglimento, è la rinunzia di sé. Mettiamo quindi da parte il quietismo, il riposo beato e inattivo in Dio. Noi ne siamo cento miglia lontani. È inutile insistere; da quello che abbiamo detto sopra si è dovuto capire, fino all’evidenza, che le anime raccolte sono necessariamente anime d’immolazione. – La via che conduce alla « vita interiore » è ingombra di rottami: bisognò disfarsi di tutti gli idoli che ostruivano il cammino. Rari coloro che passano pei crocicchi e si dirigono verso l’uscita: sono gli stessi a cui alludeva Agostino; capricci e passioni sbrigliate che cercano di appiccicarsi a noi e si dileguano, messe in fuga. Una via trionfale, ma che ha dovuto saccheggiare, Dio solo sa al prezzo di quanti sacrifici, per passarvi da re.

LUI ED IO

La mortificazione non è meno necessaria al secondo stadio. L’anima in grazia che riesce a raccogliersi, trova subito Dio. La divisa « Io solo », si cambia in quest’altra: « Noi due soli! ». Ma in noi, oltre noi e Dio, vi sono ancora mille altre cose, e se si guarda da vicino che gravi ingombri non si vedono! Perciò in molli accade quello che accadde a Betlem, allorché Nostro Signore andò in cerca di un ricovero per ripararsi e nascere. Sono così vacue, le cose di quaggiù! Ma noi le apprezziamo tanto! Esse invadono tutto, e allorquando Dio batte, come fece altra volta, alla porta delle anime, « non vi è per Lui posto nell’albergo» – (E. HELLO ha una pagina vibrante nelle Physionomies des saints: « Non vi era posto nell’albergo ».« La storia del mondo si racchiude in quelle tre parole;e benché breve e sostanziale, nessuno la legge: giacché leggere importa capire. E l’eternità non sarà troppo lunga per misurare l’importanza di quanto sta scritto in queste parole: Non vi era posto nell’albergo. Ve n’era per gli altri viaggiatori. Non se ne aveva per questi soli. Quello che si dà a tutti, si rifiuta a Maria e a Giuseppe; e intanto Gesù nascerà fra alcuni minuti. L’aspettato dalle nazioni bussa alla porta del mondo, e per Lui non vi èposto nell’albergo! Il Panteon, quest’albergo degl’idoli romani, dava alloggio a trenta mila demoni, prendendo nomi creduti divini. Ma Roma non accolse Gesù Cristo nel Panteon.Si sarebbe detto che indovinasse che Gesù non voleva affatto quel posto e quell’onore. Quanto più qualcuno è meschino, altrettanto gli riesce facile trovare un posto. Ma colui che ha qualche qualità degna di un uomo, prova difficoltà a collocarsi. Chi portasse qualcosa di meraviglioso e prossimo a Dio, incontrerà maggiori ostacoli. Chi porta Dio, non troverà posto alcuno.« Sembra che si indovini che gli occorrerebbe un posto molto grande, e benché si sforzi di apparire piccolo, non riesce a disarmare l’istinto di coloro che lo respingono. Non può persuadere loro che somiglia agli altri uomini. Potrà in tutti i modi nascondere la sua grandezza, questa risplenderà suo malgrado e le porte al suo avvicinarsi, si chiuderanno come per istinto… »). –  Aperta a tutti, frequentata da molti clienti, l’anima nostra non ha un posto per il Signore.Ovvero se Dio vive in noi perché siamo in grazia. per noi è lo stesso, generalmente parlando, che se non vi fosse, giacché ignoriamo, oppure trascuriamo la sua presenza. E l’Ospite divino, esiliato, in un angolo polveroso e oscuro, paria dimenticato, aspetta che qualcuno si occupi di Lui – attesa, spesse volte, vana –  e la sua preghiera silenziosa che un giorno diventerà condanna eloquente, è questa. « Hospes eram et non collegistis me. Esurivi et non dedistis mini manducare. Sitivi et non dedistis mihi potum. Io ero in te; per mancanza di raccoglimento, non mi hai accolto. Avevo fame di darmi a te; avevo questo desiderio che non s’è mutato dalla sera del Giovedì Santo, di mangiare con te perpetuamente la Pasqua, e tu non hai risposto al mio desiderio; non ti sei impensierito della mia fame, non mi hai invitalo a pranzo. Io avevo sete, sete di quell’amore che ti vedevo sciupare nelle creature, in creature vili, talvolta indegne, e in ogni ipotesi, meno belle, mille volte meno di me, Creatore, di me che sono l’Amore; e tu hai sorriso della mia sete, ovvero non l’hai neppure supposta.Avevo sete di vederti interrompere qualche tuo comodo, rinunziare a un capriccio, a tutte quelle inutilità che accaparravano l’anima tua e vi stabilivano i disordini più tristi, perché io, che sono l’Essenziale, potessi, da padrone, regnare nell’anima tua, sgombra. E tu non hai visto nulla, nulla compreso — o se hai visto e compreso,non hai voluto nulla! Ammetto pure che sia penoso abbandonare il nulla per il tutto. Ma, in fin dei conti, non ti avevo creato un essere ragionevole? Non ti avevo naturalizzato divino? Che te ne pare… ».Ogni Cristiano, per seguire Gesù, deve portare la croce e mortificarsi. Molto più l’anima che professa la vita spirituale e tende alla perfezione della vita cristiana! La grazia che riceviamo nel Battesimo diffonde in noi la vita soprannaturale, non nella sua pienezza, ma come in germe. Dio è intero, ma si riceve in modo limitato, secondo la capacità di ciascuno, giudicata con la misura delle predestinazioni provvidenziali. Questo germe si sviluppa sotto l’azione dello Spirito Santo con la cooperazione dell’anima che per mezzo « dello Spirito », deve far morire « le opere del corpo ». S. Paolo nota giustamente che nel Battesimo noi riceviamo solamente « la caparra » di questa vita divina; il che spiega come il possesso di Dio possa venire limitato ad alcune anime in grazia, e in conseguenza, come la capacità di contenere Dio possa ingrandirsi, se non si impedisce che il Cristo, « il quale una volta per sempre ci ha col suo sangue riscattati dalla schiavitù del peccato », ci liberi gradualmente, per mezzo della nostra fedeltà ai suoi inviti. Dopo avere salvato le nostre anime, senza concorso alcuno da parte nostra, santifica ciascuna di esse, valendosi dello Spirito Santo, a seconda della nostra fedeltà. Si capiscono quindi i desideri ardenti dei Santi: « Finché Dio mi dà vita, scrive Paolina Reynolds nelle note di ritiro spirituale l’anno 1902, posso progredire nell’amore, nell’unione, nella capacità di possedere Dio per l’eternità! La morte mi stabilirà nello stato in cui mi troverò. Quanta gloria per il Signore e quanti meriti per me non ho io trascurato! Forse è l’ultimo sforzo della misericordia… ». – Chi si abbandona all’influsso della grazia, non resterà stazionario nel possesso della medesima. Sarà trasportato dalla corrente. La vita dei « Tre » aumenta in lui, nello stesso modo con cui si dilaterebbe un recipiente, che rimanesse sempre ripieno del suo contenuto. « Siamo tu e io solamente », diceva Nostro Signore a una Santa. Affinché in noi si verifichi la stessa affermazione, quanto distacco da ogni cosa ci è necessario! Affinché la divisa di suor Elisabetta « Solo col Solo » non sia una semplice formola, ma diventi una realtà, quanta abnegazione ci si richiede! « Non vi sia schermo tra Dio e voi, né fra i due », consigliava il Santo Curato d’Ars. Coloro che hanno provato, possono dire quanto costi sopprimere lo schermo. S. Paolo lo scriveva a Timoteo, e la regola è formale: « Si commortui, et convivemus. Per condurre la vita in due, bisogna aver subito la morte in due » (II TIM. II).

DIO SOLO

L’anima può fare un ultimo passo: perdere di vista a segno tale se stessa, che in tutto consideri Dio solo. Ha cominciato a possedersi pienamente, anima mea in manibus meis semper. Rientrata in sé ha trovato di non essere sola. Adesso che ha trovato Dio dentro di sé stima nulla il resto, ed anche il proprio essere lo considera meno di ogni altro. È l’ultimo stadio dell’ascensione spirituale, l’ultimo della discesa in se stesso.Riepilogando tutto in una frase scultoria, un tale diceva: « Al limite mio c’è Lui ». A prima vista potrebbe sembrare che « omettersi» sia relativamente facile. Ripetuti esami di coscienza mostrano l’anima fino al fondo, e un’anima d’uomo non è qualcosa di molto bello. Le indelicatezze più varie, le fiacchezze meno onorevoli, impegni non mantenuti, preghiere raccorciate, promesse diminuite, disattenzioni inescusabili, tutto questo forma materia abbondante. Non parlo del peccato, giacché supponiamo trattarsi di un’anima in grazia, generosa con Dio o che fa sforzi per divenirlo. Si prova quasi un bisogno di fuggire il proprio essere, di lasciarsi in un angolo; di non più occuparsi di sé nella preghiera, di non stancare le orecchie del Maestro con la mostra, mille volte ripetuta, delle stesse miserie, delle medesime piccole brutture. Del resto ciò non fa meraviglia, né dispetto; ma in alcuni giorni vi è dell’eccesso, e si sente il peso di se stesso. In tal caso, che soggetto di conversazione scegliere quando si va a trovare Dio? No, si vuole tutt’altro. Si è poi così poco atti a occuparsi di sé, come si farebbe a destare l’interesse di Dio per una meschinità simile? Se invece di parlargli di me, io riuscissi a parlare unicamente di Lui? In luogo della mia povertà, delle mie miserie, della mia croce, delle mie vili ambizioni, io gli parlassi delle sue ricchezze, della sua misericordia, della sua croce, della gloria sua: « Gloria in excelsis DeoGloria al Padre, al Figlio e allo Spirito Santo Gratiam agimus tibi, propter magnam gloriam tuam» e il « cujus regni non erit finis», del Credo che S. Teresa ripeteva sempre con trasporti di gioia!Per quanto profondo e legittimo sia questo sentimento, non accadrà mai che in noi, non vi sia… il noi. Noi, «è un dio caduto che ricorda i cieli », ed è anche il « gorilla feroce » o ubriaco che ha rotto la gabbia. Noi, con le nostre tare, le nostre piccolezze e abitudini inveterate di miseria; con l’amor proprio indistruttibile, che San Francesco di Sales dice morire un quarto d’ora dopo la nostra morte. Gli autori spirituali, dopo S. Paolo, lo chiamano l’uomo vecchio, parola che si crederebbe scelta per antifrase, talmente questo personaggio singolare gode nel mondo di una giovinezza inalterabile. « Noi siamo due, diceva Giuseppe de Maistre, io e… l’altro ». Aveva ragione. Ma l’altro è strettamente unito all’«io», e l’intimità loro è la storia d’intese continue col nemico.Si attribuisce al P. de Ravignan questa risposta umoristica, data un giorno a un tale che lo interrogava sulle sue impressioni di noviziato:« Eravamo due. Ne gettai uno dalla finestra ». Si suppone facilmente quante immolazione necessiti questo gesto degno di un forte. S. Agostino l’aveva capito quando esclamava: « Eia dulcissime Deus, hoc mihi pactum erit: plane moriar mihi ipsi, ut tu solus in me vivas. Su via, Signore, ecco il nostro patto: voglio morire interamente a me stesso, perché Voi solo possa tevivere in me ».L’Olier poteva pregare nel seguente modo:« O Tutto, o mio Tutto, io non sono più io, io sono Voi unicamente». Ma per arrivare fino a tal punto si considerino i sacrifici che si era imposto, fino a quello di offrirsi a Dio come« vittima »: « Mi piaceva, o mio Dio, presentarmi dinanzi a Voi in qualità di vittima,e dirvi: O Dio del mio cuore, non mi risparmiate,tagliate, spezzate, fate in pezzi la vittima» (Vie, presso Lebel, Versailles, 1918, p. 359 e seg.). È noto quale fosse l’unione con Dio del generale de Sonis. Ma sono ugualmente noti gli accenti generosi con cui offrivasi alla rinunzia più assoluta di se stesso: « O mio Dio, siate benedetto quando mi provate. Io amo d’essere spezzato, consumato, distrutto da Voi. Annientatemi sempre più… Volgetemi e rivolgetemi. Distruggetemi e manipolatemi. Voglio essere ridotto a nulla per amor vostro… Che io sia crocifisso, ma crocifisso da Voi! ». – In una formola più breve, qualcuno diceva: « Io sono uguale a zero ». Non trattasi qui di sacrificare solo la parte più rilevante, ma le particolarità fino alle minime attrattive della natura. Ciò è così ovvio che un testo sarà sufficiente. S. Giovanni della Croce nel primo libro dell’Ascesa al Carmelo, intitola così il capitolo XI: « È necessario che l’anima domi fino le sue minime passioni, per entrare in possesso dell’unione divina ». – « La ragione ne è, egli dice, che lo stato d’unione divina consiste in questo, che l’anima sia completamente trasformata nella volontà di Dio, di modo che la volontà di Dio sia il solo principio e l’unico motivo, che la faccia agire in ogni cosa, come se la volontà di Dio e quella dell’anima non fossero che una sola volontà. Or questa trasformazione è necessaria, giacché senza di essa l’anima potrebbe inclinare verso imperfezioni che dispiacerebbero al Signore, volendo cose che il Signore non vorrebbe ». E l’Ascesa avrà un solo scopo: servire di commento al programma seguente: « Per gustare tutto, non abbiate gusto di cosa alcuna. » – « Per tutto possedere, desiderate di non aver nulla. « Per essere tutto, abbiate la volontà di essere nulla in ogni cosa. » – « Allorché vi date a qualche cosa, vi arrestate dal gettarvi nel tutto. » – « Per andare dal tutto (della creatura) al Tutto (di Dio), dovete rinunziare a voi stesso, assolutamente in tutto.» – « E allorquando sarete pervenuto al possesso del Tutto, dovete custodirlo, non cercando altro.» – « Giacché se voleste qualche cosa nel Tutto, non avreste il vostro tesoro completamente puro in Dio ». Nel suo Port Royal Sainte-Beuve riferisce la storia di un’antica abbadessa, molto santa, che depone la carica e non può risolversi a consegnare la chiave di un piccolo giardino, dove i suoi privilegi anteriori le davano diritto di recarsi. È cosa molto facile ritenere la chiave di un giardinetto, e spesso costa moltissimo distaccarsene! Noi somigliamo a un fanciullo il cui armadio è pieno di giocattoli. Invitato a darne alcuni a bimbi poveri, trova che sono appunto quelli che egli stima di più. Ovvero a quell’altro ragazzo che impara dalla madre le orazioni e che giunto al passaggio: « Dio, Dio, vi dò tutto quello che possiedo », si ferma e mormora, a voce bassa: « a eccezione del mio coniglio! » (Questo tratto di fine psicologia è narrato da P. RAYMOND, O. P., La guida dei nervosi e degli scrupolosi, 1909, p. 178). I grandi sacrifici li facciamo facilmente — beninteso con facilità relativa — ma i piccoli ci costano moltissimo. Paolina Reynolds notava, a ventitré anni, durante un ritiro mensile, nel retroscritto di un’immagine, queste parole: « Se volete essere perfetto, il vostro cuore non inclini a nulla; date a Gesù Cristo tutto il vostro amore ». « Il mio pensiero, scrive ancora, si fermò su piccole cose che conservavo come tesori. Determinai di farne un sacrificio… Avevo con me lettere care che datavano dalla mia fanciullezza. Le amavo tanto, che quasi non le lasciavo mai. Ne feci un involto, senza osare neppure fissarvi gli occhi e lo rimisi al Parroco (suo confessore) perché lo bruciasse; giacché a me sarebbe stato impossibile farlo… Quell’offerta fu per me uno strazio incredibile… Passai quindi in rivista la mia stanza, senza omettere nulla: lettere, capelli, fiori disseccati furono gettati al fuoco… Fu un sacrifizio immenso. Non credo di aver fatto mai nulla che mi sia costato tanto ». E dalla sua vita apparisce chiaro che Dio metteva appunto questo «immenso», come condizione di grazie segnalate. – Ella aggiunge: « A partire da quell’ora, non ho più sentito il minimo affetto a cosa qualsiasi. Avevo capito la gelosia divina di Colui che voleva il mio cuore, fino al punto da non soffrire l’attaccamento a una lettera o ad un fiore » (Vie, p. 76, 78). – Teresa Durnerin, fondatrice della Società degli Amici dei Poveri, aveva ricevuto in dono un crocifisso, portatole da Roma. « Molto spesso, racconta sua sorella Noemi, vedeva scorrere dalla piaga del Cuore, non sangue, ma pietre preziose, in un calice tenuto da mani invisibili. Negli anni di gravi dolori e in cui l’anima sua viveva tuffata come in un oceano di amarezze, questa visione la consolava sommamente». Per consumare la morte a se stessa, Teresa si ridusse al partito di rinunziare al crocifisso, e lo mandò alle Missioni, con un certo numero di oggetti che erano per lei altrettanti cari ricordi. « La divina gelosia» del Maestro, esigerà, a volte, un sacrifizio mollo più penoso. S. Giovanna de Chantal, per seguire la vocazione, dovrà passare sul corpo dei suoi figli che si sono posti attraverso la porta. La contessa d’Hoogvorst, Emilia d’Oultremont, per farsi Riparatrice, dovrà anch’essa rompere vincoli molto cari. – La prima — e l’ultima — parola che Dio rivolge a Mosè, alla ricerca della Terra Promessa, è la seguente: « Exi, esci… abbandona, taglia, rompi »; e tutte le anime, incamminate verso Canaan, hanno la stessa consegna, e ogni giorno più rigorosa, a misura che avanzano. Importa poco che trattisi di una gomena o di un filo sottile; se vi è qualcosa che ci ritiene, l’unione con Dio è impossibile. « Poco conta, dice nello stesso capitolo San Giovanni della Croce, se il filo con cui è legato un uccello sia grosso o debole, se in realtà impedisce che voli; ugualmente è cosa indifferente che un’imperfezione sia grande ovvero piccola, se impedisce, allo stesso modo, che l’anima voli nella perfezione e nell’unione a Dio ». – Che sia necessario misurare le proprie forze, conoscere i doveri del proprio stato, non avventurarsi senza discrezione e senza guida verso una perfezione, bella forse in sé, ma inaccessibile a noi, è cosa da non porre in dubbio. Bisogna darsi a Dio, secondo una frase prudente e vigorosa di S. Caterina da Siena, « con misura e senza misura ».

CONCLUSIONE

Molti collocano la devozione là dove essa non è. In alcuni atteggiamenti, in certi gesti: Mons. Camus, l’amico di S. Francesco di Sales, volendo imitare la perfezione del Vescovo di Ginevra, non trovava altro da ricopiare in lui, all’infuori di un certo modo di tenere il capo inclinato. Quella non era santità; e Mons. Camus lo comprese subito. Enrico d’Alzon cadde, da giovine nello stesso difetto. Santa Teresa del Bambino Gesù ci racconta quante volte una religiosa, sua compagna, fu sul punto di farla impazientire, mormorando, accanto a lei, le preghiere a mezza voce. – La pietà non è legata a una posa qualsiasi, e Dio ascolta ugualmente bene le preghiere recitate a voce bassa e senza strepito di labbra. Altri fa consistere la devozione nella molteplicità degli esercizi: un dato numero di rosari, di piccoli offici, di letture edificanti. Sarebbe imperfezione grave non abbonarsi a quella tale rivista edificante, e diventerà un affare di stato l’invertire l’orario stabilito per le devozioni, ovvero ammettere una lacuna. Le pratiche di pietà sono certamente necessarie; ma non costituiscono né l’intera devozione, né la parte principale di essa. Altri ripone la pietà nel sentimento. Se Dio concede loro qualche consolazione, stimano ciò denaro contante e confondono la facilità con la virtù. La vera devozione consiste in uno spirito: uno spirito che anima la vita. – La pietà vera, prima di ogni altro, è questione d’intelligenza. In questo dominio, come in molti altri, molte forze vanno perdute perché malamente usate. Numerose sono le anime dotate di generosità, ma che si smarriscono negli accessori, mancando di un principio unico, sicuro, largo, comprensivo e preciso, dinamico e dogmatico. La pietà, quale noi la concepiamo, è una pietà seria. Ha per fondamento il dogma in quella parte che sostiene tutte le altre, e alla quale ogni altra si connette. Stabilita nel dogma capitale, la pietà si alimenta, mediante l’ascetismo più semplice e più tradizionale a un tempo; ascetismo basato sulla fede e non nel sentimento che richiede la più grande energia e l’abnegazione più generosa, abnegazione che esso stesso sa ispirare. La pietà che si appoggia sul dogma più fondamentale e che ha come svolgimento e come termine la rinunzia dell’io, è una pietà seria. Ed è anche una pietà profonda. Non arriva forse fino al fondo di noi stessi, fino a quell’intimo interiore che portiamo in noi, dove ci sono confidati i secreti del Re? Chi vive con Dio in sé, e di Dio in sé, sarà un uomo superficiale, col cuore attaccato al nulla e all’inutile, solo nel caso in cui vi applichi ogni sua buona volontà; chi è avvezzo a distaccarsi dal centro per ricondurvi tutto, non proverà punto la dispersione che forma il difetto delle vite volgari e dissipate. È la riduzione all’unità. Quante anime corrono da una pratica devota a un’altra, senza mai avere cercato di stabilire un legame fra ciascuna di esse! Tutto è variabile, perché nulla è indicato in modo particolare. Nessun pensiero direttivo riannoda le diverse azioni della loro vita spirituale. Si è in balia di un libro, abbandonati a una corrente di devozione. Manca un’idea dominatrice, intorno alla quale l’esistenza si cristallizzi. – La dottrina di Dio in noi è il legame per eccellenza, giacché il grande problema dell’essere nostro, l’unico anzi, è la nostra divinizzazione. Pietà larga, che non si concentra in un campo ristretto, ma si estende, senza opposizione, a ciò che è più grande e più bello. Oh com’è vero che tutto s’illumina, sotto la luce di Dio in noi! Si diviene veramente intelligenti nel senso etimologico e nobile della parola: intus legere. Come s’acquista l’abitudine di leggere al di dentro di sé, nell’anima propria, questo libro così ricco, ma spesso così chiuso! E come in tutto quello che si vede, ormai solo l’interno interessa! Fra gli avvenimenti che si svolgono nella storia dell’umanità, si ricerca il gesto, l’azione divina, la storia di Dio. Negli uomini che ci passano accanto, l’essere umano ci sembra molto piccolo, comparato a Dio che vive o che vuole vivere in esso. Si percepisce che nel mondo una sola cosa importa: la vita di Dio nelle anime. Quando sulla terra non vi sarà più nessuno capace di divenire un eletto, la terra non conterà più. Largo è anche il pensiero di Dio in noi, perché mette l’anima al cimento di far continui sforzi per crescere, dilatarsi, lasciare il posto a Dio.

« Bisogna che Egli aumenti e io diminuisca », diceva Giovanni Battista. La divinizzazione fu perfetta fin da principio nell’umanità di Nostro Signore. In noi, altri Cristo, la vita divina è suscettibile di aumento. Noi cominciamo con essere «dèi in germe», secondo l’espressione dei Padri, destinati a divenire « dèi in fiore ». Abbiamo prima l’initium substantiæ eius (Heb. III, 14); ma dobbiamo progredire fino allo sviluppo completo: crescit in augmentum Dei (Col., II, 19). Così concepita, la pietà di cui ci occupiamo, sarà anche dinamica. Agirà in noi come un perpetuo stimolo: Ecce non dormitabit neque dormiet qui custodit Israel. Come potrebbe dormire, il custode d’Israele? Qual principio potrà mai produrre la purità, migliore di questo: Dio vive in me! – « Il Cristo, dice S. Agostino, è al centro del nostro interno, e di là vede quello che la mano fa, ciò che dice la lingua, quello che la mente pensa e quali sono i nostri sentimenti intimi. Quanto bisogno quindi abbiamo di vivere molto vigilanti, pii e casti, giacché siamo sempre sotto lo sguardo di un maestro santissimo! » (De Ascens., Serm. II).E S. Anselmo aggiunge: «O Cristiano, non ti dice l’Apostolo che tu sei lo stesso corpo di Cristo? Custodisci quindi e il corpo e le membra con tutto quell’onore che ad essi è dovuto.Gli occhi tuoi sono gli occhi di Gesù Cristo; volgerai gli occhi di Gesù che è la verità, versola vanità? Le lue labbra sono labbra di Gesù Cristo, le aprirai, non dirò per pronunziare la calunnia e la maldicenza, ma anche solo per fare discorsi inutili e conversazioni frivole? Con quanta vigilanza e rispetto non dobbiamo governare tutti i nostri sensi e le membra del nostro corpo, poiché sono rette da Nostro Signore in persona, e sono possedute e dirette da lui nella loro attività! » (Medit. I). Quale altro principio produrrà, più di questo, lo zelo? Vedendo che il Cristo è scacciato dappertutto, messo alla porta dalle anime, non si avrà più quiete; ma come una volta Elia, ci si chiederà: « Quid hac agis, Elia?Elia che fai? — Altri si lanceranno al buon combattimento. Nunquid fratres vestri ibunt ad Pugnam?— E tu che fai, resti al tuo posto? Et vos hic sedebitis?». Pare impossibile non accorrere per gridare a tutti, come Giovanni Battista alle folle del Giordano: « Vi è qualcuno in mezzo a voi, dentro di voi che voi non conoscete ». « È forse troppo, si domandava Paolina Reynolds, che io vi conosca e vi ami? Oh no! Mio Gesù, manifestatevi al mondo, a tutti! Fate che i vostri amici, coloro che vi sono consacrati, vi conoscano a pieno e vi facciano conoscere! Rivelate alle anime l’incanto dei vostri santi misteri. Che tutti i vostri Cristiani siano santamente avidi di tutto ciò che può farvi dare, farvi consegnare alle anime, alle intelligenze, ai cuori! – « E poi, o Gesù, o Dio, quei milioni e milioni di uomini che non vi conoscono affatto, per i quali la vostra Incarnazione, i vostri .Misteri, l’Evangelo, la Chiesa, sono lettera morta… Oh pietà! pietà! manifestatevi al mondo » (T. II , cap. II, Médit. IV ). Pietà allegra. Esiste una sola tristezza, ed è quella di non essere santi. Quanti Cristiani sopporterebbero meglio le pene della vita, se avessero la conoscenza pratica e attuale del bene che portano, o che dovrebbero portare costantemente: Dio, nell’anima loro, mediante la grazia santificante! Possiamo perdere tutto, ma se Dio ci rimane, che altro bisogno avremo? Si può essere abbandonati da tutti; ma se da parte nostra non abbandoniamo Dio, saremo privati di poca cosa. – Vivere solo con Dio è agire da grandi; essere solo con Dio, è una solitudine ricchissimamente popolata, perché se ne possa restare contenti. Allorché S. Paolo consiglia di essere sempre allegri, che cosa dice in pratica, benché in apparenza sotto forma indiretta, se non: « siate sempre in istato di grazia »? Elisabetta Leseur scrive nel suo Diario: « Vi è una gioia che i dolori più acuti non distruggono, una luce che brilla nelle tenebre più dense, una forza che sostiene tutte le nostre fiacchezze. Soli, noi cadremmo per terra, come Cristo portando la croce; pertanto noi camminiamo, ovvero le nostre cadute sono meramente passeggere e ben presto ci rimettiamo coraggiosi in piedi. La ragione sta in questo che « noi possiamo tutto in Colui che ci fortifica ». Esseri deboli, portiamo in noi la Forza infinita, e nella profondità dell’anima nostra risplende la luce che non si estingue. Come non essere allegri, a dispetto di tutto, allegri di una gioia soprannaturale, quando possediamo Dio per la vita e per l’eternità? ». – Pietà liberatrice. Quale controsenso — che viltà — non è mai il rispetto umano: i buoni hanno vergogna di apparire buoni, e i malvagi si onorano di essere tali! Agire bene, è un difetto; agire male, è una gloria. Trionfo insolente del diavolo e aberrazione crudele dell’uomo che inverte, da barbaro, il valore delle opere. – Chi vive in colui che passa nella strada, e ride di me che vado a fare la Comunione? Ed io, che vivo di Dio, arrossirò, mi nasconderò, avrò vergogna. Il rispetto umano è il disprezzo del divino. I cadaveri che deridono i viventi, e i vivi che si preoccupano dello scherno dei cadaveri  – «Riconosci la tua grandezza, o Cristiano », diceva il Papa S. Leone: « Agnosce, o Christiane, dignitatem tuam, e apprendi a liberarti dalla schiavitù. Tu sei figlio di Dio, sei figlio di Re, e ti affliggi per il figlio di uno schiavo? Solleva il capo, cammina a fronte alta. Se vi è qualcuno che debba arrossire e nascondersi, non sei tu. Imparalo, e non lo dimenticare più ». – Noi viviamo in un mondo a rovescio (« Per una ragione misteriosa, non meno che significativa, avviene che chi stabilisce di condurre una vita onesta e regolata, è quasi sempre mal visto dai suoi antichi compagni, agli occhi dei quali è più degno di disprezzo convertirsi, che commettere il falso ». JOERGENSEN: Sainte Catherine de Sienne et ses disciples, « Revue des Jeunes » 25 nov. 1917) . Apprezziamo invece le cose al loro giusto valore. Rimanere puro, pregare, portare Dio, non sono fatti umilianti. Tradire la fede, dimenticare il cielo, darsi al peccato, ecco l’onta suprema. Credi questo, e proclamalo, all’occasione, a voce alta. – Del resto nessun disprezzo per gli altri, nessun orgoglio per te. Ciò che essi sono, lontani da Dio, tu potresti divenirlo; ciò che tu sei, senza Dio, non lo saresti per lungo tempo. Non orgoglio, ma immensa magnanimità. Tu vivi in grazia, porti Dio; questo vale. -« Forse- scriveva E. Hello – la vanità diventerebbe quasi impossibile, se gli uomini avessero un’idea della loro grandezza. La voce della gloria farebbe in loro tacere la voce dell’amor proprio. Dio vuole che viviamo della sua vita, vuole darsi a voi, Egli, l’Infinito, e vi proibisce, in vista della vostra grandezza, di contentarvi del meno. Vi ricorda il valore della vostra redenzione, affinché sappiate quanto gli costate, vi prescrive gioie e glorie il cui pensiero dovete essere capaci di sopportare, — e voi, nei più bei sogni d’ambizione, giovine, fratello di S. Giovanni, aspirate a divenire emulo di questo o di quell’altro imbecille, che da venti anni parla per non dire nulla ». — E a volte peggio. – Di questa devozione abbiamo un modello eminente nella Santissima Vergine. Cominciando a scrivere queste pagine, il nostro pensiero, naturalmente, fu rivolto a Maria; al fine del lavoro, è ancor più naturale che la nostra mente si diriga verso di Lei. Si racconta dell’Olier, che una voce gli ripeteva spesso: « voglio che tu viva in una contemplazione perpetua» (Vie, 1918, Zebel, Versailles, p. 483). Maria non aveva bisogno di un simile invito, per abitare al di dentro. Prima ancora dell’Annunziazione, che pienezza di vita divina non era in Lei! Se il grande dovere di ogni Cristiano, « consapevole di sé », istruito sulle ricchezze che porta in sé stesso, mediante la grazia santificante, dev’essere quello di « lasciarsi invadere dai Tre », quali non furono i desideri di Maria, la cui intelligenza, per i misteri divini, era così desta e che la Chiesa ci mostra « piena di grazia » fin dal suo nascere! – Ecco l’Annunziazione: « Spiritus Sanctus superveniet in te». Lo Spirito Santo farà in voi una sopravvenuta. Mediante la grazia, Egli abita già nell’anima vostra, o Maria, insieme col Padre e col Verbo. Ma in Voi avrà luogo una discesa prodigiosa di Dio, che renderà intensa, fino a un grado massimo, la vostra vita divina. Voi siete già gratia piena. Che cosa ormai bisognerà dire di voi? Superplena, ripiena in modo da traboccare. Ecco che fino al Natale voi portale in voi l’Umanità santa del Salvatore. Oh quanto vi fa grande un tal tesoro! Ma dobbiamo dir tutto: quello che vi fa grande, più che la venuta umana del Figlio di Dio, è la venuta dello Spirito Santo, il quale ha reso possibile l’altra. Il motivo della vostra bellezza presente, più che la presenza dell’Uomo Dio in voi, in virtù del mistero della maternità incomparabile, è la presenza sovraeminente di Dio in Voi, il quale permette il miracolo che il Verbo si faccia figlio vostro. Eccoci, adesso, alla Pentecoste. Durante il corso della vita umana del Salvatore, Maria perpetuamente accanto a Lui, cresceva in grazia, come suo figlio, al contatto del suo esempio, dei suoi consigli, della vita sua. È venuta, per Gesù, l’ora di lasciare la Vergine Santa, e di ascendere al Padre; e Maria, come noi tutti, ormai non avrà altra presenza umana del Salvatore, che l’Eucaristica. Ma dalla destra del Padre, il Figlio manderà lo Spirito agli Apostoli, e per mezzo loro, lo farà discendere sul mondo, e questa venuta è anch’essa una sopravvenuta di un genere speciale, della quale Maria, regina degli Apostoli, godrà nel Cenacolo, stando in loro compagnia. « Lascia il posto allo Spirito Paraclito », dice il Sacerdote al demonio, ogni qualvolta gli è presentato qualcuno per essere battezzato. In un cuore già libero, libero non solo, ma pieno di Dio, che cosa non produrrà questa terza invasione dello Spirito? Ciò che in Maria è più bello, non è tanto l’ufficio suo quanto il suo Cuore Immacolato; e la legge è per tutti la medesima. La cosa che solo conta, non è punto la nostra azione esteriore, o il nostro ufficio nel mondo, quanto il più o meno di vita divina che portiamo in noi. « Dio guarda il cuore; Deus intuetur cor »; non considera altro; con un colpo d’occhio si rende conto se Egli vi si trova, e fino a qual punto; nulla dei fatti nostri e dei nostri gesti l’interessa tanto: « Deus qui in corde Beatæ Mariæ dignum Filio tuo habitaculum preparasti,come dice la sacra liturgia; o Dio che avete preparato nel cuore di Maria, un’abitazione degna di vostro Figlio ». L’anima nostra è, sì o no, la dimora del Figlio di Dio, e se sì, in che misura e con quanto frutto per la nostra vita?L’uomo può preoccuparsi di altri affari. Ma per Iddio, al di fuori di questo, non vi è altro affare importante nel mondo. Impariamo a pensare come pensa Lui.Dopo la Pentecoste possiamo contemplare Maria in casa di S. Giovanni. Il figlio suo divino l’ha lasciata, ma non è abbandonata dalla vita divina che Ella porta con sé; sicché tutta l’esistenza della Vergine si trascorre conversando con gli ospiti divini dell’anima sua. Non vi sono episodi, eccetto quello della Messa che l’Apostolo rinnova ogni mattina,« l’avvenimento più grande della storia umana… la ripetizione dell’ora decisiva, in cui il mondo peccatore, giustamente diseredato, fu d’un tratto ricondotto verso la pienezza della vita soprannaturale » (G . GOYAU).« Non ho nulla da fare al di fuori », diceva Ruysbrock. Maria non la pensava altrimenti. Nulla da fare al di fuori, tutto al di dentro, questo è il programma di chiunque aspira a ben altro che ad una vita cristiana superficiale. La parola intus è compresa in quella di intimità. Or, intus significa al di dentro. Saremmo felici se almeno alcune anime, dopo aver letto queste pagine, provassero desiderio di non vivere più « fuori » ma, rientrando in sé stesse, cercassero Colui che si trova in loro mediante la grazia: Dio, Padre, Figliuolo e Spirito Santo. – Quante anime lanceranno un giorno un grido di sorpresa, scoprendo tutto quell’interno che portavano in sé e che ignorarono! ». Dal momento in cui le abbiamo lette, quanto, queste parole di Mons. d’Hulst, ci parvero dolorose! E come rassegnarci che sia ignorato l’interno? E non ostante le varie ragioni che ci inducevano ad astenerci, perché non tentare l’impresa di richiamarne alla mente l’esistenza e il valore? Per quanto imperfette siano queste pagine, la Guida interna che parla al fondo delle anime, supplendo a quello che manca, farà sì che esse conducano al bene almeno un cuore. Un’anima è una diocesi assai grande, diceva S. Francesco di Sales. Quale ricompensa più bella di questa: un Cristiano, una Cristiana di più, risoluti a non voler stimare in avvenire lettera morta la presenza di Dio in noi; risoluti a vivere della vita divina, la vita interiore!

DIO IN NOI (7)

DIO IN NOI (7)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

LIBRO QUINTO

Pratica dell’intimità

con Dio in noi

Abbiamo visto quale sia il nostro tesoro. Esso diventerà veramente nostro, se ci sforzeremo di:

Desiderarlo,

Proteggerlo,

Acquistarlo.

CAPO I.

Desiderare il nostro tesoro.

L’Olier, narrano i suoi biografi, spesso sentiva una voce interna mormorargli con una soavità imperiosa: « Vita divina, vita divina! ». Dalla sua seconda conversione, che fu un’oblazione assoluta di se stesso, « … la sua esistenza rassomiglia a una solennità ». La bruttezza delle apparenze svanisce dietro la grandezza delle realtà. Tutta la sua vita è espressa in questa preghiera che rivolgeva a Dio: « La vostra luce sia la sola luce che mi guidi e mi faccia vedere tutte le cose, tali quali sono in se stesse » (E. HELLO: Le Siecle, p. 400. — Alla sua volta l’Olier faceva del P. de Condren questo elogio: « Si vedeva in lui una semplice apparenza ed una scorza di ciò che mostrava essere in realtà: al di dentro era invece tutto un altro, essendo come l’interiore di Gesù Cristo, e la sua sacra vita; di modo, che piuttosto era Gesù Cristo vivente nel P. de Condren che il P. de Condren vivente in se stesso. Era come un’ostia dei nostri altari: al di fuori si vedono gli accidenti e le apparenze, ma al di dentro vi è Gesù Cristo). Abbiamo noi pure bisogno d’una voce, simile a quella che si faceva sentire all’Olier, per adottare queste due parole: « Vita divina » come nostra regola abituale? No; basta ricordare gl’insegnamenti della fede. Bisogna inoltre, essere « dotali di perspicacia », per sapere « coltivare accuratamente il proprio Battesimo » (La vie spirituelle e l’oration, di Madre CÉCILE De Solesmes, c. V). – Quando il patriarca Giacobbe scorse in una visione la scala misteriosa che dalla terra giungeva al cielo, per la quale gli Angeli salivano e discendevano, si svegliò in preda a un terrore soprannaturale e disse: «Certamente il Signore è qui, e io non lo sapevo! Questo luogo è in verità la casa di Dio e la porta del cielo » (Gen. XXXIII, 16, 17). Accadrebbe lo stesso a noi, dice il cardinale Manning, se ci svegliassimo e avessimo il sentimento intimo che lo Spirito Santo ci sta vicino, ci circonda, vive in noi, « che è tutto orecchi per ascoltare ogni palpito del nostro cuore, che è attento a ogni pensiero, che penetra la nostra immaginazione, che tutto l’essere nostro gli è manifesto ». Ma per nostra sciagura, la maggior parte degli uomini vive come se non avesse un’anima… Anche la maggior parte di coloro che più o meno hanno il sentimento del prezzo dell’anima loro, che possono salvarsi o perdersi eternamente, vivono come se Dio non dimorasse in loro. « Non pensano punto alla presenza divina, non voglio dire in tutto l’universo… parlo per adesso della presenza di Dio nell’anima. Quegli stessi che sono Cristiani per la loro fede e per i lumi spirituali, che sanno e ripetono di avere un’anima da salvare, vivono senza avere il sentimento abituale o giornaliero di non essere mai soli (Il Manning non vuol dire conoscenza sentita, ma conoscenza « effettuata » vivente):  che cioè Dio abita nell’anima come l’anima nel corpo. Questa è la verità ». « Senza provarlo, noi siamo il Paradiso di Dio; bisogna pensare e agire in maniera che Dio sia, alla sua volta, il nostro Paradiso » (SERTILLANGES: « La Vie en présence de Dieu »  R. des Jeunes, 10 mai 1918).Questo programma che potrebbe sembrare ambizioso, dovrebbe essere quello di ogni battezzato.« Il vero Cristiano si definisce, diceva Newman, allorquando lo si chiama un uomo imbevuto dal sentimento della presenza di Dio dentro di sé …, che vive del pensiero che Dio è là, nel cuore del suo cuore…, un uomo la cui coscienza è illuminata da Dio in modo che viva nell’impressione abituale che tutte le sue pene, tutte le fibre della sua vita morale, tutti i suoi motivi e desideri, sono spiegati dinanzi all’Onnipotente» (H. BRÉMOND: « Sermons choisis de Newman » sotto Il titolo: La Vie chrétienne, p. 236). Ohimè! se bisogna attenersi a questo modello, quanto pochi sono i « veri Cristiani »! Nostro Signore se ne lamenta. Non rivelava difatti, ultimamente, a un’anima santa: «Io sono in molti cuori come un tesoro infruttuoso; mi possiedono perché hanno la grazia, ma non sanno valersi di me: supplisci a questo »? (Benigna Consolata Ferrero, visitandina di Como). Come pervenire alla conoscenza pratica dell’abitazione continua di Dio in noi, mediante la grazia? In primo luogo scegliendo questa dottrina come soggetto frequente di meditazione. (Alle anime che si sentono attratte dall’argomento dell’Abitazione divina, indichiamo la nostra piccola Imitazione: Vivere con Dio, raccolta di pensieri rapidi ed atti a farci riflettere sul grande tesoro nascosto dentro di noi). È manifesto che se, volontariamente e con uno sforzo coraggioso, ogni mattina o almeno in circostanze frequenti, ci studiamo di fissare il nostro pensiero al centro dell’anima nostra, dove è il grande tesoro, subito, con l’intervento della grazia e in virtù della buona abitudine, il ricordo involontario, spontaneo, senza sforzo, di Dio presente in noi ci diventerà familiare. « Gli uomini vivono alla superficie dell’anima, senza mai penetrarne il contenuto profondo. Oh se sapessimo raccoglierci, veder chiaro in noi stessi, e capire » (ELISABETTA LESEUR) (Nel suo « Journal », p. 298). « Dio abita in noi, quale accoglienza facciamo a quest’ospite? Io mi confondo al pensiero che non appena Egli entra in me, io mi volgo e l’abbandono per attendere a bagatelle » (PAOLINA REYNOLDS). – Citiamo espressamente due persone che vissero nel mondo, l’una durante tutta la sua vita, l’altra fino all’età di cinquanta anni (Poi entrata al Carmelo. Due volumi dal titolo: Paoline Reynolds, dell’abate PICOT, Beauchesne Paris, 1916). Si crede troppo che la dottrina dell’Abitazione di Dio in noi appartenga al dominio esclusivo dei chiostri. Ma in realtà, poche anime fra lo strepito generale delle cose che passano, consentono a imporsi il silenzio necessario per ascoltare lo strepito misterioso che fanno in noi le cose divine. Dio si tiene nascosto: Deus absconditus. Si rivela nella calma, non mai fra lo strepito; non in commotione Dominus. « Io lo sento: la prima disposizione che debbo portare, scrive ancora Paolina Reynolds, è il silenzio secondo la parola di Taulero; il Padre ha una sola parola, è il suo Verbo e suo Figliuolo. Egli la pronunzia in un silenzio eterno, e l’anima la riceve e l’ascolta nel silenzio». E continua: «Silenzio, adunque, o anima mia, per ascoltare Dio. Silenzio per ricevere il Verbo; silenzio per permettere che ti parli, che si faccia capire da le e viva in te. Silenzio e preghiera! ». Per disavventura, « quello di cui più difetta la nostra generazione, è il raccoglimento». Ognuno avrà potuto fare la stessa osservazione di Elisabetta Leseur. – Il P. Gratry pensava un giorno che cosa diventerebbe il mondo se consentisse a osservare quella mezzora in silenzio, di cui parla la Scrittura; se tutti gli uomini, durante mezz’ora, consentissero ad occuparsi insieme dei loro privilegi eterni. Che cosa diventerebbe il mondo? È facile indovinarlo. Ma dove trovare questa solitudine in cui Dio, nascosto nell’interno dell’anima, si manifesterà? Un soldato, Psichari, nipote di Renan, si convertì mediante il contatto prolungato col deserto. Lo strepito scompiglia e corrompe: « Il deserto è una terra benedetta. Nostro Signore vi risiede; centinaia di religiosi ne hanno compreso la santità. Sarei per dire che le Tebaidi esistono ancora, ma mancano le anime pronte per ascoltarvi la voce di Dio ». Le Tebaidi esistono tuttora. Il deserto non difetta alle anime che non si spaventano alla vista « degli spazi infiniti », e che sono stimolate dal desiderio di esplorarli, perché sospettano anticipatamente dinanzi a quali scoperte conduce la loro pia carovana. Dovunque siano, queste anime solerti e audaci, sanno trovare un angolo silenzioso a loro vantaggio. « La solitudine non difetterà mai a coloro che ne sono degni » (Non sarebbe conveniente, con la pratica della meditazione giornaliera, consigliare qui l’uso dei « Ritiri » e specialmente dei « Ritiri chiusi »?). Il desiderio di conoscere meglio « l’interno » dell’anima nostra, genera l’amore della preghiera e del raccoglimento. L’uso della preghiera e del raccoglimento, alla sua volta, produce un desiderio più intenso per penetrare ognora più, fino al cuore « del nostro interno ». Si ha, come effetto, che ogni giorno si scoprono nuove ricchezze e il grido degli Apostoli corre alle labbra: « Qui si sta bene. Rimaniamo qui. Spieghiamo qui una tenda». Quel grido, del resto, è l’eco del grido di Dio, la cui misericordia, avendo scorto l’abitazione meschina del cuore umano, ha voluto farne la sua dimora prediletta, un succedaneo del Paradiso. « Donum est nos hic esse, ha detto la Trinità divina. Qui si sta bene. Mansionem apud eum faciemus, noi vi resteremo ! ». Ciò spiega l’ambizione invincibile di alcune anime. L’una di esse fece questo proposito:« Voglio essere continuamente la piccola occupata del grande Dimenticato ». « Quante cose possono raccontarsi, quando si vive sempre insieme, osserva la medesima anima, quando siama infinitamente, e l’uno dei due è Dio! ». Aveva scritto nel suo programma: «Sfruttare particolarmente la solitudine, è per me come un sacramento. Egli è sempre là » (Questo programma è quello di tutti i santi. La vita di S. Gregorio Magno fu riassunta dal suo biografo in una sola parola: « Secum vivebat. Era un uomo ” interiore ,, ». — S. Girolamo scriveva a Eustochio: « Semper te cubiculi fui secreta custodiant, semper tecum Sponsus ludat intrinsecus, Oras, loqueris ad Sponsum; legis, Vie tibi loquilur, ecc. ». Chiudete dietro a voi la porta della vostra cella e vivete « interiormente » là dove lo Sposo abita familiarmente con voi ». —  È superfluo ricordare che « vita interiore» non significa esame scrupoloso, ricerca continua e morbosa dei più piccoli difetti, con incessanti e inutilissimi richiami sul passato. Ciò è molto lontano dalla vera devozione. Quanto più il raccoglimento è sorgente di vita, così come l’abbiamo descritto, e perviene a trovare Dio; altrettanto il ritorno febbrile su se stessi, e gli esami di coscienza indefiniti, sono sterili, se non pericolosi, per la pietà). – Dio è sempre là; ma noi non possiamo esservi sempre; altrimenti non saremmo più in terra, ma in cielo. Possiamo, nondimeno, sforzarci di essere là il più spesso che ci sia possibile. – Per molti, un’immensa lacuna separa il tempo della preghiera da quello delle occupazioni quotidiane. Quanti Cristiani, anche non alieni dalla pietà, quante anime devote e ferventi, la cui vita è spezzata da una strana interruzione! Alcuni momenti, più o meno lunghi, sono consacrati, al mattino, alla preghiera, alla meditazione e all’orazione, se si vuole; tutto il resto del giorno si trascorre poi senza punto ricordarsi della meditazione o preghiera fatta all’aurora. Un’esistenza spezzata in due parti. Pochi minuti per pensare a Dio, tutti gli altri trascorsi senza più pensarvi. « Non confinare Gesù nelle mie comunioni e orazioni. Dirgli: non vi lascerò partire » (T. II, p. 336). Proposito fatto da Paolina Reynolds, e che tutti dovremmo fare nostro. Ella aggiungeva (T. II, p. 22): « L’uso della preghiera nelle minime occasioni, ci aiuta a effettuare la prossimità del mondo invisibile ». Diciamo meglio. Senza l’abitudine della preghiera, nelle più piccole occasioni, è impossibile ottenere la prossimità del mondo invisibile — che pertanto è una condizione indispensabile della vita « interiore ». Allorquando Marta va a chiamare Maddalena per prevenirla che il Maestro è là e aspetta, non trattasi di un’ora determinata. Dentro di noi il divino Maestro è presente. Ci chiama, ci chiama perpetuamente, dice S. Paolo. Magister adest et vocat. Egli chiama. Risponderemo noi? Perché chiama proprio noi. Vocat te. –Al pozzo di Giacobbe, quando Gesù conversa con la Samaritana, l’Evangelo riferisce: «Era l’ora di sesta ». Nostro Signore è presente alla sesta, alla prima, all’undecima, a tutte le ore. Lungo tutto il giorno — durante la vita intera — il Maestro ci aspetta. Siamo sempre in tempo per andare a Lui. Noi invidiamo la sorte della Samaritana. La Samaritana siamo noi. È l’ora sesta. Gesù sta al pozzo di Giacobbe. Ci aspetta. L’orlo del pozzo su cui il Salvatore riposa, aspettando, è l’orlo del nostro cuore. Non può fare a meno di noi. Vuole che siamo là dove Egli abita. Egli non abita all’orlo del cuore, ma nel mezzo; ecco il santuario preferito da Lui, ma poiché non possiamo stare continuamente prostrati ai piedi dell’altare, Egli si degna fare dei nostri cuori altrettanti tabernacoli. Dal fondo di essi ci invita, e perché desidera moltissimo che noi desideriamo Lui, vuole sapere se viviamo nel bisogno di Lui, o se ne siamo soddisfatti. – Quanto poche sono le anime che cercano con avidità qualche cosa, allorquando hanno bisogno del soprappiù. Si direbbe che noi abbiamo tutto quello che ci occorre. Creature singolari che ci contentiamo del nulla, che il nulla basta a colmare. Bisogna aver prima visto passare il Maestro per rivolgere la domanda: « Dove abita il Messia? ». Bisogna amarlo molto, per dire come Maddalena al pseudo ortolano del mattino di Pasqua: «Oh! Ditemi, ditemi dov’è ». Del resto chi così cerca, come Maddalena al sepolcro, lo possiede già. S. Francesco Saverio non poteva capire che vi fossero tanti mercanti, in cerca di pepe e altre droghe dell’Oriente. Noi stessi non giudichiamo forse troppo l’ardore degli scavatori d’oro fra i ghiacci dell’Alaska? Perché non sarebbe maggiore il numero di quelli che amano unicamente la perla preziosa, e che, per quanto dipende da loro, studiano i mezzi per trarre vantaggio dal tesoro che possiedono costantemente? Psichari diceva: « Si trema a scrivere in presenza della Santa Trinità ». Premettiamo a ogni nostra azione, come egli faceva, un intervallo di tempo, affine di ricordarci della presenza di Colui che vive dentro di noi. Un soldato diceva: « Non ho chiesa. Rientro in me stesso, dove si trova Dio ». Si cita anche l’esempio di un ammiraglio, morto poco tempo fa, che per vivere «interiormente», si esercitava a non perdere il sentimento della presenza di Dio. « Egli è in me, e io non vi penso. Mi porta nel suo cuore, e io duro fatica a portarlo un momento nel mio spirito », confessava, più che per conto proprio, per utilità nostra, il Padre De Gonnelieu, in un trattato suggestivo sulla Presenza di Dio. « Ogni battezzato, secondo il consiglio che dà con espressione felice il P. Sertillanges, dovrebbe fare di tutto un’aspirazione, una preghiera, una cerimonia rituale, un’azione salvatrice, un amore; della casa un oratorio, della tavola, del letto, del banco, dello scrittoio, del fornello domestico o della officina, un altare; fare della vita, dal mattino alla sera e dalla sera al mattino, del sonno, del riposo, del giuoco, della conversazione, del lavoro a un tempo e della preghiera, un avvenimento religioso, un rito d’eternità in un tempo provvisorio. Ecco il pensiero cristiano, ed anche lo sforzo di coloro che lo capiscono a dovere; nessuno può dirsi Cristiano se non nella misura in cui vi si adatta ». « Formare di tutto un’aspirazione ». Noi ripetiamo qui l’ideale di cui dicevamo al principio di questo capitolo: «Condurre una vita che rassomigli a una solennità ». Altro, in realtà è possedere Dio, per la grazia, al fondo dell’anima; altro penetrare tutte le fibre del proprio essere della grazia di Dio. È diverso il caso di chi vive abitualmente in grazia e di chi vive in grazia in un modo sempre attuale. – Sempre attuale, che cosa vuol dire? Possiamo aspirare a trascorrere la vita col pensiero costante di Dio presente? No, e non bisogna ingannarsi, per evitare gli scrupoli o i malintesi. Senza una grazia molto rara e meramente gratuita, è psicologicamente impossibile pensare a Dio costantemente. « Sempre » significa dunque non assoluta interruzione, ma continuità morale, cioè desiderio di dimenticare, il meno che ci riesca possibile, il nostro ospite divino, applicandoci ad andare a Lui, non con eccessiva costrizione della mente, ma per inclinazione consueta del cuore. E questo modo non deve sembrare a nessuno troppo rudimentale: « La pena costante di non aver Dio sempre presente, è già una presenza continua di lui » (BAUDRAND: L’Ame intérieure, p. 199).

CAPO II.

Proteggere il nostro tesoro.

Depositum custodi! Custodite con cura il vostro deposito. Il semplice desiderio di vivere « interiormente » non basta per creare tra noi e il tesoro che portiamo l’intimità che ci vuole. Una perla così ricca ha molti invidiosi e bisognerà custodirla con molte precauzioni. Il soldato in trincea non si appaga della sola attenzione. Per evitare le sorprese moltiplica i mezzi accessori di difesa, come rovi artificiali, razzi e altro. L’anima nostra, scrigno di Dio, dovunque deve vegliare sulle sue ricchezze, e passare,come Tarcisio, in mezzo ai giocatori di dischi e di piastrelle, respingendo gl’indiscreti e i noiosi. – Un principe dell’impero romano, abitualmente portava appesa al collo una piccola palla d’oro con quest’incisione: « Ricordati che sei di Cesare ». Noi potremmo dire assai meglio: « Ricordati che Cesare è tuo! ». Ma questo porta con sé alcune esigenze. Dobbiamo vivere in mezzo agli uomini. L’autore dell’Imitazione di Cristo, che senza dubbio ne aveva fatto l’esperienza, giudica il suo soggiorno «all’esterno» assai severamente: « Ogni volta che sono andato in mezzo agli uomini, egli dice valendosi di una parola di Seneca, ne sono tornato meno uomo ». E noi possiamo aggiungere: « Ne sono tornato meno “Dio”, meno penetrato della presenza del divino Maestro in me. Dunque eviteremo i passatempi e le occupazioni inutili, le amicizie, le intimità e le riunioni inutili. Non diciamo indispensabili ovvero utili, né dannose; ma inutili. E ciò comprende tante, tante circostanze! « La vostra conversazione, dice San Paolo, dev’essere con Gesù Cristo in Dio: Societas vestra cum Cristo in Deo». Non parla di alcun’altra. Avremo così la « conversatio in cœlis», la sola che possa permettersi in una « cappella » e vicino al « tabernacolo ». Che se la carità, lo zelo, gli obblighi del nostro stato ci ingiungono o ci invitano ad abbandonare l’«interiore», è allora il caso di non parlare se non per dire qualcosa che valga più del silenzio. Siamo più pronti ad ascoltare, e più difficili a parlare. Questo è il consiglio di S. Giacomo. Chi parla molto, ha poche occasioni di ascoltare. – S. Alfonso Rodriguez osservava: «Bisogna parlare poco con gli uomini, e molto con Dio. Avere sempre Dio presente nel fondo del cuore e stabilirvi una specie di ritiro… Non fare, né dire cosa alcuna, senza avergli chiesto consiglio ». Consiglio di un santo, dirà qualcuno, buono per i santi, o d’un religioso per religiosi! — No, ma avviso che serve a tutti, e molto più utile per coloro che non sono protetti dalla regola del silenzio contro le invasioni che vengono dall’esterno. « Ci formiamo un’idea falsa della vita soprannaturale. Quanto a me, la vita cristiana è interamente legata alla fedeltà con cui si pratica questa massima: Vivere a ogni momento la propria vita con Gesù Cristo. Sapere che Lui, l’amico, il confidente, il Maestro, sta accanto a noi e in noi ». Chi parla così? Un avvocato, presidente della Gioventù cattolica. E il direttore di un nostro grande oratorio festivo dà questo avviso: « Non tutti saremmo capaci di vivere in un chiostro o la vita sacerdotale; e tuttavia ciascuno deve vivere della vita interiore, la vita della grazia, la vita divina ». – E a coloro, cui una vita troppo esteriore impedisce di raccogliersi, consiglia il libretto dell’Imitazione. « La dottrina dell’Imitazione è in realtà la vera dottrina cattolica della rinunzia di se stesso, della vita intima con Dio. Il Cattolico di oggi non è esonerato dal praticare simile vita, benché ad alcuni sembri fuori moda, ad altri impraticabile » (E. MONTIER, direttore dei Filippini di Rouen: La culture catholique, 1913, cap. IV, p. 61).Quanto più la vita esteriore è attiva, altrettanto il consiglio di « rientrare in se stessi ». s’impone. Le Catholique d’action (Del P. GABRIEL PAPAU, Tr. Lebessou-Jury (Casterman). nota molto bene:« Se vuoi gustare le dolcezze dello spirito,ritirati in disparte, in luogo dove tu possa conversare con me liberamente.« Sii persuaso di non aver fatto nulla per Dio, finché non avrai appreso quanto sia dolce abitare da solo con me.« Non dire: non posso raccogliermi; non ne ho il tempo; se questo fosse vero, sarebbe un motivo di più per isolarti e riposarti un poco» (Il P. DE RAVIGNAN diceva: « Nei giorni in cui sono sovraccarico di lavoro e non so donde cominciare, fo in primo luogo mezz’ora di meditazione come supplemento »). Questo ideale non è chimerico. Il Maze-Sencier, facendo l’elogio di un soldato, Pietro de Morel, vittima della guerra, lo dipingeva come un’anima profonda che sapeva « raccogliersi, cioè ricercarsi, scrutarsi, ritrovarsi ». – Abbiamo già parlato di Pietro Poyet, giovine studente della rue des Postes, della sua conoscenza della « vita interiore ». « Ascoltare in se stesso la voce interna di Dio, e conformarvisi senza indugio », era il suo programma. Faceva sue le parole di S. Paolo: « Gratia Dei urget nos, la grazia di Dio ci stimola », rendendosi conto che l’acqua delle sorgenti divine agisce nell’anima come una gora sopra una chiusa; e che dipende da noi, dai nostri sforzi, di lasciarci invadere dal torrente. Quante precauzioni quindi non usava, per non perdere occasione alcuna di lasciarsi penetrare dalla grazia! Nella sua regola di vita sta scritto che per mezzo di segni convenzionali spingeva se stesso a frequenti aspirazioni verso Dio. – Il Maestro interiore risiede effettivamente, a ogni istante, nell’anima nostra, in grazia; ma la sua presenza è rivelata solo a colui che Lo cerca e si mette nelle condizioni richieste per trovarlo; sempre presente, ma sempre invisibile. E il giovine studente si applicava a rappresentarsi al pensiero, per mezzo di richiami preveggenti e di una lunga « ginnastica di ricordi », Colui verso il quale il suo cuore e la sua fede gli suggerivano di andare (Notice, dell’abate Rouzic, pp. 23-29). Lo strepito delle conflagrazioni recenti fa apparire più chiara che mai l’opportunità, la necessità della vita « interiore » : « Per riprendere vita occorre in primo luogo che la Nazione si raccolga. Vi sono molti che io chiamo nel fondo del loro cuore e che non ascoltano il mio appello » (Journal spirituel de Lucie Christine, pubblicato dal P. POULAIN, p. 85). La salvezza del mondo non è affidata allo strepito delle armi, né al fragore delle macchine; meno ancora ai fiumi della parola: « la discesa di Dio nelle sue creature con la santificazione individuale, ecco ciò che procura la salvezza dei popoli, moltiplicando gli eletti » (M.gr Moneslès, nella sua lettera d’approvazione dei Souvenirs de Soeur Elisabeth). – Forse nessuno ha dimostrato meglio di Elisabetta Leseur come praticamente si possa conciliare l’attività della vita esteriore con l’attività di quella interiore. Essa non ignora il conflitto: «Tenere l’anima sempre semi-aperta alle anime che vorrebbero confidarsi a lei; ma non aprirla interamente; riservarne sempre la parte più intima a Dio solo» (pag. 174 e seg.). «Divenire affabile… Riservarmi intanto alcuni minuti di raccoglimento più lunghi che mi sia possibile, per dare all’anima mia l’alimento che la renda più forte, più pacifica, più ripiena di vita soprannaturale ». Il primo apostolato sarà quello del raccoglimento, l’apostolato dell’esempio: « Intorno a me vi sono molte anime che io amo profondamente e ho una grande missione da compiere attorno a loro… Bisogna che attraverso all’anima mia si possa intravedere il mio Ospite adorato… Tutto in me deve parlare di Lui … Non voglio essere una chiacchierona spirituale » — oh quanto è bella questa risoluzione! — « e salvo il caso in cui la carità me ne faccia un dovere, voglio conservare questo grande silenzio dell’anima, questo solo a solo con Dio, che è il custode della forza e della virilità interna. Non bisogna dissipare nulla, — l’anima soprattutto! — ma concentrarla interamente in Dio, affinché essa mandi i suoi raggi più lontano » (pp. 61 e 139). – Quindi nell’ordine dei valori, Dio da custodire al di dentro, in primo luogo; e solo in seguito, Dio da dare agli altri; ordine che spesso è purtroppo invertito! (Leggansi le pagine penetranti di D. CHAUTARD, in L’anima di ogni apostolato: le opere senza vita interiore). – Quanti potrebbero rivolgere a se stessi il rimprovero che si rivolgeva il Cardinale Du Perron nell’atto di morire, quello di aver cercato, durante la vita, di perfezionare l’intelligenza, per mezzo dello studio, piuttosto che la volontà con l’esercizio della vita interiore! – Che regola d’oro questa: « Dare di sé unicamente quello che può riceversi con profitto dagli altri; custodire il resto gelosamente, come l’avaro fa del suo tesoro, negli angoli più reconditi dell’anima, ma con l’intenzione di sacrificarlo allorché l’ora sarà arrivata » (p. 287). « Riassumendo, notava Elisabetta alla fine di un ritiro, riservare a Dio il fondo dell’anima mia e la mia vita interiore e cristiana. Dare agli altri incanto, serenità, bontà, parole ed opere utili » (p. 147). E nel dono di sé agli altri, lasciare Dio il meno possibile, ciò che riassume il miglior modo di dare Dio. « Fare del Cristo, sempre vivo e presente in mezzo a noi, il modello della nostra vita e l’amico di ogni ora, dolorosa o benedetta. Domandargli di farsi amare da altre anime per mezzo nostro, ed essere, secondo un paragone che mi piace, il vaso rustico che racchiude una luce brillante, attraverso il quale questa luce rischiara e riscalda tutto ciò che la circonda» (p. 291). I direttori della vita spirituale non parlano altrimenti. « Imitate l’esempio, dice il P. Nouet (La Grandeur du chrétien danx ses rapports avec la Trinitè, p. 236), del Padre Eterno che continuamente si contempla nel suo Verbo e che lo manda nel mondo, ma in tal maniera da ritenerlo nel suo seno. Il vostro Verbo è la considerazione di Dio in voi, e di voi in Dio, che non dovete mai abbandonare.Se qualche volta la trasportate ad altri oggetti, dovete subito richiamarla. Sì, a volte si allontana, ma non bisogna mai permettere che si separi da voi: il suo progresso non dev’essere mai un’uscita; ovvero se esce, non deve abbandonarvi».S. Francesco di Sales unisce al consiglio un doppio paragone: « Un uomo che abbia ricevuto, in un recipiente di bella porcellana, un liquore di molto valore, per portarlo a casa cammina a passi lenti: non guardando mai di lato, ma ora innanzi a sé per non urtare contro una pietra e non fare un passo falso, ora lo stesso vaso, per impedire che s’inclini da un lato qualunque. Al termine delle vostre pratiche di devozione, voi dovete fare lo stesso. Non dovete distrarvi ad ogni momento, ma guardare semplicemente davanti a voi; e se vi occorre d’incontrare qualcuno a cui siete tenuti di parlare o siete costretti di ascoltare, non potendo fare altrimenti, adattatevi, ma in maniera che possiate guardare anche il vostro cuore, affinché il liquido prezioso della preghiera sfugga il meno possibile ». Così nell’Introduzione alla vita devota, nel libro VI dell’Amore di Dio si legge (cap. X):« Come il fanciullo che sollevata la testa dal grembo di sua madre per vedere dove ha i piedi, la rimette subito, perché si sente vezzeggiato, così noi, accorgendoci di distrarci dalle pratiche devote a causa della curiosità, dobbiamo subito rimettere il nostro cuore nell’attenzione soave della presenza di Dio, dalla quale ci eravamo sottratti ».Dio concede favori speciali ai suoi privilegiati.C’insegnano gli storici di S. Teresa che lungo i suoi viaggi non perdeva mai, per dir così, un sol momento la vista dell’Ospite interiore. Possedeva nel più intimo dell’anima sua le tre Persone divine; sentiva in modo meraviglioso la loro presenza, e se ne vedeva accompagnata sempre. Quindi non si dava mai, per la Santa, un momento in cui le mancasse la solitudine. Avrebbe desiderato di non dover mai parlare con gli uomini. Confessiamo francamente che i Santi non ci rassomigliano affatto! (nella settima dimora del Castello Interiore, la Santa descrive così le operazioni dell’ammirabile Trinità nell’anima sua: « Avendo Dio introdotto l’anima nella sua dimora, le tre Persone della Trinità Santa si comunicano a lei, le parlano e le fanno capire il senso delle parole che nostro Signore dice nell’Evangelo: Se qualcuno mi ama osserverà i miei comandamenti, e mio Padre l’amerà, e verremo a lui e stabiliremo in lui la nostra dimora. Oh, mio Dio, quanto si è lontani dall’avere l’orecchio colpito da queste parole, di vederle anche, di capirne la verità nel modo in cui ho detto! Dal momento in cui quest’anima ha ricevuto un tal favore, prova uno stupore che aumenta ogni giorno, perché le pare che le tre Persone divine non l’abbiano mai abbandonata: vede chiaramente che sono nell’interno dell’anima e nel posto più recondito, e come in un abisso molto profondo; questa persona non saprebbe dire che cosa sia quest’abisso cosi profondo, dove sente in sé stessa questa divina compagnia »). – Nella vita di alcune anime molto interiori, si nota che Dio, per ricompensare senza dubbio la loro buona volontà e il desiderio che hanno di vivere unicamente «nel loro interno», si compiace di concedere loro, in circostanze in apparenza meno favorevoli al raccoglimento, una facilità singolare a raccogliersi. – Santa Margherita Maria prova, in modo speciale, il benefizio del raccoglimento al refettorio, non ostante le letture di regola. Ed Emilia d’Oultremont, che fondò l’Istituto di Maria Riparatrice, sul più bello della danza, sente un primo attraente appello di Nostro Signore, e fa questo proposito irrevocabile: «Maestro, voi solo nella mia vita! ». Teodolinda Dubouché (Fondatrice dell’Istituto dell’Adorazione Riparatrice) un giorno è costretta ad andare al teatro dell’Opera. Durante l’intera serata, continua a tenersi unita con Dio. Privilegi speciali questi che non possiamo pretendere. – La vita divina nell’anima in grazia non implica in sé nulla di simile. E se, come accade, cerchiamo le distrazioni, aspetteremo invano l’aiuto di Dio per raccoglierci. Ma anche in mezzo allo strepito non potrebbe ognuno di noi imitare la piccola venditrice ambulante che nella sua baracca, inginocchiata in un angolo, nei giorni di comunione, diceva: «Signore Gesù, io non dimentico che voi siete in me » (Alcune giaculatorie possono aiutarci molto: « Dominus tecum. — Noi due soli. — Per ipsum, cum ipso, et in ipso. Per Lui con Lui, in Lui ». — E quante altre simili!). Con un po’ di sforzo, si acquisterà l’uso di valersi delle occasioni, anche le meno atte in apparenza, per rientrare « dentro di noi ». Dobbiamo conversare col prossimo? Tre regole s’impongono. Parlare con discrezione: io sono un tabernacolo. Parlare con sincerità:parlo a un tabernacolo, o a qualcuno che Dio destina a divenire tale. Parlare con carità: colui del quale parlo è anch’egli un tabernacolo, ovvero può divenirlo (Spontaneamente le anime di fede hanno questo rispetto, questa deferenza cristiana, questa cortesia santa per gli altri. I Superiori domandarono a San Luigi Gonzaga che limitasse le manifestazioni di rispetto verso i suoi compagni. L’Olier, quando passava accanto alla cella del P. de Condren, suo secondo superiore dopo il Card, de Berulle, soleva fare una genuflessione e a chi gliene domandava la ragione, rispondeva: « Dentro non c’è il P.de Condren, ma Dio nel P. de Condren »).E se la voce che ci chiama fuori è quella dell’apostolato, del bene che dobbiamo fare alle anime, è regola impreteribile che occorre perdere Dio di vista il meno possibile. In ogni Messa il sacerdote si rivolge ai fedeli parecchie volte, per ricordare che Dio è con loro: Dominum vobiscum. Ciò non indica forse che parecchie volte al giorno il fedele dovrà rientrare in se stesso e ripetere: Dominus tecum? Se sapesse farlo anche a ogni Ave che recita! Da vera discepola della sua Santa Madre,Suor Elisabetta scrive che « per raggiungere la vita ideale dell’anima, bisogna vivere nel soprannaturale, avere coscienza che Dio è nel più intimo di noi e portarsi dovunque insieme con Lui; allora non si agisce in modo comune, pur facendo cose molto ordinarie, giacché non si vive in esse, ma si sorpassano. Un’anima soprannaturale non tratta con le cause seconde, ma semplicemente con Dio ».E aggiunge: « Nell’azione, allorché si compie in apparenza l’ufficio di Marta, l’anima può sempre dimorare, come Maddalena, assorta nella contemplazione, tenendosi a questa sorgente come un’assetata. Io non so concepire altrimenti l’apostolato » (In ogni pagina di Santa Teresa si trova un invito. Ecco un passo fra i molti: « Voi potreste credere che allorquando le occupazioni necessarie vi sottraggono a questo ritiro interno del cuore, facciate una larga breccia al raccoglimento; disingannatevi. Purché in seguito siate fedeli a rientrarvi, il divino Maestro disporrà tutto a benedell’anima vostra. Allorquando l’occupazione ha interrotto il raccoglimento, non vi è altro rimedio che ricominciare a raccogliersi ». – Castello Interiore, seconda dimora, cap. I— Forse degni di nota particolare sono i capitoli XXIX e XXX del Cammino della Perfezione).L’apostolato così compreso, facile per una carmelitana, non è meno indispensabile a tutti, perché apporti vantaggio. Al di fuori di questa regola, potrà essere clamoroso, ma non mai fecondo.Monsignor Gay raccoglieva il suo pensiero in una frase che nello stesso tempo è un riassunto e un richiamo: « Voi siete un tempio: mettetele cose nel vestibolo, gli uomini nella navata; ma riservate a Dio il santuario ».

C A P O III.

Conquistare il nostro tesoro.

La difensiva non è mai stata la grande regola dei popoli, né delle anime che vogliono regnare. Non basta proteggere il nostro interno dove Dio alberga. Affinché quest’ « interno » ci appartenga, diventi nostro veramente, bisogna conquistarlo e spesso a forza di lotte dure e perseveranti. I maestri della vita spirituale sono unanimi nel dire, e in mancanza loro, l’esperienza personale più elementare lo attesta che allora solo si trova Dio, quando si è decisi a perdere se stessi. Sarebbe un mero sogno credere che il viaggio dalle cose esteriori all’intimo di se stesso, possa farsi in « sleeping-car », o in vettura imbottita di seta! Se aprite il libretto dell’Imitazione, il Combattimento spirituale, gli Esercizi di S. Ignazio, S. Teresa, S. Francesco di Sales o qualsiasi autore ascetico di qualche importanza, troverete ripetute le stesse espressioni: vincersi, andare contro il proprio capriccio, distruggere, sacrificare, agere contra, ut homo vincat seipsum; tutto questo annunzia la lotta. Ogni libro di devozione che non è un manuale sul modo di combattere, non sarà mai un vero libro di pietà. Ma per non avere esaminato la ragione intima di questo combattimento contro se stesso, molti si scoraggiano, inciampano, esitano. Fin dal principio risalta la parola: « vincersi », parola che è scritta in rilievo sul frontone, e che fa spavento. «Vincersi»…. bisognerà dunque combattere? arrischiare qualcosa… E poi « vincere se stesso », vi sarà quindi in me una parte che resterà vinta; sarò diminuito, amputato proprio di quanto io stimo di più! Dal punto di vista di una buona accoglienza, è meglio entrare subito nel cuore dell’edificio; svelare là dentro tutte le ricchezze contenute, l’intimità possibile, certa… e uscendone, mostrare — allora solamente le parole terribili scritte sul frontone. È semplice questione di metodo, ma che ha il suo valore. Ho bisogno di un parafuoco tra il dolore e la paura: — l’amore — un riparo tra il legno dell’olocausto e la mia timidezza — il divin Salvatore — di un risultato garantito e importante, tra gli sforzi miei e la mia oppressione supposta, premeditata, voluta — l’intimità col mio Dio. — Allora io cammino. Se ho presenti gli scopi di guerra, mi batterò finché sarà necessario! Il posto — e con esso — lo scopo della battaglia so quale è: entrare in possesso di questo « interiore » che porto in me, e dove Dio stesso abita. Tre stadi fisseranno la storia della conquista. Il primo lavoro consisterà nel ritrovare me stesso. Pervenire fino a me. In me, rendermi conto che non sono solo, siamo due: l’Ospite divino e io. Ciò verificato, capire che dei due uno è superfluo. Sforzarmi di rimpicciolire il mio posto per lasciare a Dio tutto il regno. – Riassumendo:

Io solo;

Lui ed io;

Lui solo.

[7- Continua …]

LO SCUDO DELLA FEDE (92)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884.

CAPO III.

Dal consentimento di tutte le nazioni dimostrasi che v’è Dio (1).

(1) Questa guisa di dimostrazione dall’esistenza di Dio, fondata sull’autorità del genere umano, suole denominarsi dimostrazione morale, perché l’umanità, riguardata nella dignità della sua ragione universale, ha un valore morale, e quindi un diritto ad essere creduta.

1.

I. Il maggior numero di testimoni che dalla legge richieggasi, sono sette: e questi bastano ne’ testamenti ad autenticare le disposizioni di un uomo, quantunque morto, presso chi neppur mai lo vide. Come però non basteranno tutte le nazioni del mondo a render credibile l’esistenza di un Dio vivente? Exceptis paucis, in quibus natura nimium depravata est dice S. Agostino – (In Io. tr. 106) universum genus humanum, Deum mundi hujus fatetur auctorem. Se girerete il mondo, pellegrinando, almen sulle carte, troverete popoli fra loro tanto diversi d’inclinazioni, che appena due vi saranno che si conformino nel modo di governarsi. Eppure in tale contrarietà di statuti voi non vedrete, non dirò regno, ma città, ma casale, che tolga unitamente qualunque divinità. Anzi non ha parte alcuna, ove non incontrinsi e templi, e vittime, e voti, e ministri ordinati al culto divino: tanto che vi sarà più facile abbattervi in un paese ove manchi il sole, che ove manchi ogni rito di religione: Potius conspiciendam sine sole urbem, quam sine Deo, ac religione, dicea Plutarco. Che seppure negli ultimi confini del mondo ritruovinsi mai persone così bestiali, che vivano senza leggi, non però quivi si troverà chi fra sé non vergognisi del mal fare, o non se ne vergogni al cospetto altrui: e molto meno si troverà chi non sentasi ad ora ad ora agitare dagli stimoli interni della coscienza rampognatrice, sicché operando contra il dettame di essa non si accorga tosto di offendere con quell’atto un Signor sovrano, di cui riconosce, quale ambasciata, la voce della sinderesi. – Come può essere adunque, che questo consentimento sì universale di tutti i popoli non valga presso di voi per un testimonio maggiore di ogni eccezione? Quello che sembra verisimile a tutti, dice Aristotile (L. 10. Eth.), non può stare, che non sia vero: Quod universis videtur verum est. Mai non annottasi in tutto il mondo ad un’ora, ma solamente in alcuna parte di esso. E la menzogna non può offuscar tutto insieme il genere umano, sicché sia tutto o ingannatore, o ingannato: Nemo omnes, omnes neminein, singuli singulos fallunt(Sen.). E la ragione si è perché il giudizio di tutti è giudizio della natura, la quale non può mentire: e se fece l’uomo alla scienza, non può dunque ella farsegli guida all’errore. Se però tutti, e romani e greci e giudei e assiriani ed etiopi ed egiziani e caldei e germani e galli e sarmati e iberi e indi e persiani e tartari e turchi, e cinesi, e quanti mai sono, in tante lingue differenti vi dicono, che v’è Dio; qual temerità, voler voi solo far argine a tanta piena col parer vostro? Potrete forse allegare veruna età in cui si credesse altrimenti? Anzi, più che vi applicherete con lezione attenta a riandare le antiche storie, più troverete, che la cognizione della divinità fu libera da ogni fallo. Ond’è, che innanzi al diluvio non si legge mai che regnasse l’idolatria; la cui origine riferiscono altri a Nembrotte, altri a Nino, ed altri a Prometeo, nati al pari dopo il diluvio; mercecchè innanzi di esso la notizia del Creatore fra’ popoli era vivissima, e posto ciò, come poteva allor sorgere tanto inganno di adorare una creatura? (S. Th. 2. 2. q. 50. art. 4 ad 2). Può la cometa avere adito ancora in cielo, ma non può avervelo, se non che lontana dal sole (Tutta quest’argomentazione può venir compendiata nel seguente epicherema: È vero ciò, che viene concordemente ammesso da tutto il genere umano, perché  è voce infallibile di natura; ma sempre e dovunque l’uman genere fu ed è concorde nell’ammettere l’esistenza di Dio, come ne porge irrefragabile testimonianza la storia: dunque è vero, che Dio esiste).

II.

II. Che se non vi ha memoria di verun secolo, in cui nel mondo non si credesse, esser Dio, chi non vede, quanto fuor di ragione sia l’asserire con gli ateisti, che però gli uomini sono inclinati a ciò faro, perché con tal credenza furono allevati dai loro progenitori fin dalle fasce?

III. Primieramente, come si sarebbono sempre tra sé indettati i nostri antenati, e sempre s’indetterebbono in una tal forma stessa di educazione, se questa fosse, non da ispirazion di natura, comune a tutti, ma da elezion di arbitrio? (L’educazione non crea nulla, bensì è tutta nello svolgere i germi insiti da natura nell’animo umano. Essa pertanto non varrebbe mai a destare nella mente dell’uomo l’idea di un Dio, se questa non si avesse un natural fondamento. Tant’è, che sebbene l’essenza di Dio trascenda per infinito eccesso ogni creata apprensiva, nondimeno il sentimento ed il concetto della Divinità penetrano con facilità meravigliosa nella mente del fanciullo egualmente che nell’anima di qualunque idiota ed analfabeta.). Chi ha mai veduta nelle risoluzioni arbitrarie sì grande uniformità, in tempi cosi diversi ed in terre così divise? Sicuramente, se in vece di discorrere noi ci vorremo anzi mettere a delirare, potremo affermare, con la medesima fronte, che gli uomini anticamente tutti filavano, come Sardanapalo, e che le donne andavano alla testa degli eserciti come Semiramide; ma che poi venuto al mondo un personaggio di sonno straordinario, ordinò le cose, e per bene delle famiglie obbligò le donne al fuso, e gli uomini all’aste. Eppure una fola tale sarebbe meno incredibile di quest’altra, con la quale Crizia argomentavasi di persuadere al mondo, che non v’è Dio, ma che un tal uomo, avveduto più de’ preteriti, avea per pro dei mortali introdotta il primo fra loro questa opinione giovevole, che vi fosse. E qual uomo fu questo sì fortunato, che pose in sesto tutto il genere umano con l’oppio poderoso di un tale inganno? Ove ebbe il suo nascimento? ove la stanza? ove la scuola? ove il seguito più solenne? qual fu il primiero fra’ popoli ad ascoltare la sua voce beata? su quali ali egli volò dentro tempo brevissimo in tanti lati a disseminare una menzogna sì bella, che vincea di pregio ogni vero? e ciò che è più da notarsi, ove son le statue erette poscia da’ posteri ad un eroe il qual era sì benemerito delle genti ? ove gli archi? ove gli altari? Ove i templi a lui consacrati, giacché altro bene era questo, che l’inventare, come diceasi di Bacco, la coltivazion delle viti, o come di Cerere, la seminazione del frumento; ed altro ciò, che smorbar dal mondo quei mostri i quali più vero albergo non vi ebber mai, che la fantasia de’ poeti devoti ad Ercole?

IV. Di poi domando: come avrebbe quell’uomo potuto mai propagare tanto felicemente per l’universo opinion sì nuova? Con ragione appagante, o senza ragione? Se senza ragione, dunque ritorna la difficoltà, che un inganno possa essere universale. Se con ragione, dunque non fu inganno ciò che tutti lasciaronsi persuadere uniformemente, fu verità.

III.

V. Che se puro taluno vuole talora opporsi a tal verità colla pervicacia del suo libero arbitrio, non vedete voi, che né anche può conseguirlo in qualunque stato? Basta che, come si usa co’ testimoni falsi, egli ritruovisi, quando men se lo aspetta, posto al tormento di qualche dolore insolito, o di fianchi, o di podagra, o di pietra, o di taglio acerbo; vedrete subito, come il contumace si volgerà per aiuto ad invocare il braccio di qualche nume abile a liberarlo; o almeno arrabbiato si volgerà a bestemmiarlo insolentemente, mostrando al pari con la sua lingua, o supplicatrice, o sacrilega, che egli errò, quando dubitò so v’è Dio. Certo almen è, che ne’ casi più repentini così interviene. Onde, ad un risico di naufragio imminente veggiam che tutti nella nave si uniscono ad alzare d’accordo le mani al cielo, chiedendo scampo. E pure i casi repentini sono quegli in cui secondo il filosofo, opera in noi la natura più che il consiglio. Ma se la natura ci spinge con sì grande impeto nei pericoli a confessare quel Dio cui facciam ricorso, non accade, che voi fuori de’ pericoli a forza d’arte vi affatichiate a negarlo. Questo vi rende tanto più inescusabile, mentre volete fare, che muoia in voi di morte violenta quella persuasione in voi nata con esso voi, che non vi può mai morire di naturale. Così avveniva in Caligola, il quale, all’udire dei tuoni, tremava tutto, riconoscendo uno più possente di lui, che lo poteva dall’alto mandare in cenere: e pure, acquetate le nuvole, s’ingegnava di porre sé nella stima di nume sommo.

IV.

VI. Io pertanto nel numero di coloro i quali rendono chiara testimonianza della divinità includo fin quei medesimi che la negano. Perché si scorge, che quantunque, collocando talora questi la gloria nell’empietà, si arroghino di saper tanto più degli altri, quanto ne credono meno: non è però, che mai davvero pervengano all’empietà da loro vantata, cioè al non credere nulla: e dove pur vi pervengano, è per breve ora; succedendo loro come ad un notatore, il quale può ben cacciarsi a forza sott’acqua, ma non può starvi. Se egli vuol vivere, conviene che suo malgrado dopo alcun tempo di respiro soppresso ritorni a galla.

VII. Se non che, quando ancora volessimo noi concedere, che alcuni pochi arrivino a scancellarsi affatto dall’animo ogni credenza di Dio, che rivelerebbe? (Lo scancellare presuppone la preesistenza dell’oggetto che si imprende a distruggere. Epperò i miserabili tentativi dell’ ateo e dell’empio sono nuova conferma e rincalzo dell’esistenza divina). Non possono alcuni pochi dare eccezione al sentimento di tutto il genere umano. Sono essi mostri. E però, siccome il nascere un uomo con due capi non può far prova, che non sia proprio degli uomini il nascere con un solo; così il ritrovarsi talora un cuore di concetti sì storti, che neghi qualunque divinità, non può far prova. che non sia proprio di tutto l’uman genere l’asserirla. Tanto più, che siccome i mostri. per provvidenza della natura amorevole, sono sterili, né han virtù di generare altri mostri, così costoro, rimanendosi soli nella loro opinione, non fanno popolo, né possono mai vantare di avere indotta una intera comunità a professare, come eglino, l’ateismo.

V.

VIII. Scorgo ben io ciò che voi mi potreste opporre, e non lo dissimulo: tanto son pronto anche a mettervi l’armi in mano. Se il consentimento di tutte le genti è una testimonianza della natura, alienissima da ogni frode, come dunque, direte voi, non si accordano tutte a riconoscere una stessa divinità, ed a venerarla con un medesimo culto di religione? Certo è, che in un caso la natura fallisce, mentre ella non ci determina verun culto particolare; dunque così può fallire ancora nell’altro ad inclinarci all’ universale. Ma no: l’illazione è falsa; ed eccone la riprova. Vediamo, che non tutti si accordano a cercar la felicità dove ella è riposta, ma chi la cerca nelle ricchezze, chi ne’ cibi, chi nelle carnalità, chi nella gloria, chi nella dominazione, chi nella dottrina, chi nello operazioni di gran virtù. Dunque non è la natura quella che ha inserito nel cuore di ciascun uomo all’istesso modo il cercar la felicità? Non tiene la conseguenza. E la ragione è, perché la natura ha inclinati gli uomini tutti generalmente a cercare il bene, ma non ha loro dato intuitivamente a vedere dove egli sia. Vuole, che da sé lo rintraccino col discorso, di cui dotolli a tal fine. Gli uomini però, seguendo la libertà del loro talento, si applicano variamente a pregiare più questo bene che quello, scambiando per goffaggine non di rado la copia con l’originale, il corpo con l’ombra, il reale con l’apparente. Tanto dite nel caso nostro. La natura ha inclinati gli uomini tutti a riconoscere una divinità dominante. Ma né l’ha data loro a mirare in sé, né poteva darla, mentre a ciò non sono abili gl’intelletti immersi nei sensi (Come nell’ordine religioso ogni animo umano è da natura portato alla credenza ed al sentimento di una Divinità in generale, astrazione fatta dai suoi attributi particolari e determinati, cosi nell’ordine del sapere ogni mente umana è da natura portata alla verità in generale, astrazione fatta dalle molteplici verità particolari). Vuole, che la discoprano dagli effetti. Gli uomini però, valendosi variamente di tale istinto, hanno riconosciuta questa divinità dov’ella non era, ed han fatto come i bambini, che, per la imperfezione del loro discernimento, chiamano madre la balia da cui sono allattati, e volgono le spalle alla madre dalla qual nacquero. Hanno gli sciocchi chiamato Dio il sole, Dio le stelle, Dio gli elementi che loro davano il sostentamento immediato; ed hanno rivoltato le spalle a quel sommo Bene che li cavò fin dal nulla. Pertanto la medesima idolatria che sì lungamente ha regnato per l’universo può confermare le prove della divinità, non può invalidarle: errando gl’idolatri, non nella tesi, ma nella ipotesi: cioè a dire, errando nel persuadersi in particolare, che quell’oggetto, cui supplicano, sia divino, non errando nel giudicare, che qualche nume vi sia presidente a tutto: che è ciò che sì bene intese Cicerone medesimo, dove disse: De hominibus, nulla gens est tam immansueta, quæ non, etiamsi ignoret, qualem Deum habere doceat, tamen habendum sciat (De legib.).

IX. Se però voi, girando a piacer vostro l’Europa, l’Africa, l’Asia, e fin l’America stessa, che è la più barbara parte, non troverete popolo il quale, o in un modo o in un altro, non asseriscavi, che Dio v’è; qual contrasto è mai questo che dovete voi fare al vostro intelletto, perché stia duro a non crederlo, con opporsi lui solo a tanti? Gliene dovreste forse voi fare altrettanto perché lo creda? L’autorità in ogni genere ha sì gran peso, che alfin ci opprime, quando non abbiamo qualche evidenza in contrario che ci sostenga. Ma qual evidenza potete voi mai vantare a favore dell’ateismo? L’evidenza non è dalla banda vostra, è dalla banda contro di cui militate. – Perché quantunque ad un puro apprender di termini non sia noto a ciascuno, che Dio vi sia; è nondimeno notissimo a chi gl’intendo.

X. Ma perché ciò altro non è, che un chiamarvi dal tribunale dell’autorità a quello della ragione, voi seguitemi, ed io vi precederò.

DIO IN NOI (6)

DIO IN NOI (6)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

CAPO III.

Con lo Spirito Santo.

S. Paolo domandava agli Efesini: « Avete ricevuto lo Spirito? ». A una simile domanda, noi sappiamo quale risposta dobbiamo dare. Ricordiamoci del Battesimo: « Vattene, spirito immondo, e lascia il posto allo Spirito Santo». Lo Spirito Santo abita in noi, se non abbiamo commesso peccati mortali, o se, avendone commessi per nostra sciagura, l’assoluzione del sacerdote ci ha ridonato la grazia.

Nulla è più validamente ammesso di questo: « Non sapete dunque che lo Spirito Santo abita in voi? » — « Le vostre membra sono tempio dello Spirito Santo ». — « Noi siamo contrassegnati e portiamo in noi il pegno della salvezza, lo Spirito ». — « Noi siamo partecipi dello Spirito ». Così parla l’Apostolo e lo ripete a non più finire. S. Giovanni a sua volta: « In hoc cognovimus quoniam in eo manemus, et ipse in nobis, quoniam de Spiritu suo dedit nobis. Riconosciamo di dimorare in Lui, ed Egli in noi a questo segno: che ci ha dato lo Spirito Santo » (I Giov., IV, 13).I Padri della Chiesa trattano spesso questa dottrina. Tutti i grandi teologi vi insistono. San Bonaventura dichiara fuori della fede cattolica,chi non l’ammette. « L’uomo non sarà accetto a Dio che nella misura in cui riceve lo Spirito Santo, dono increato. Chiunque ha un’idea esatta della grazia santificante, riconosce che lo Spirito Santo, dono increato, abita realmente nelle anime giuste. E se qualcuno pensa il contrario, deve considerarsi eretico ».S. Tommaso l’afferma con uguale certezza (S. Theol, P. I, q. XLIII, a, 3).Del resto questo punto fu messo fuori discussione dal Concilio di Trento. È fuori dubbio che nella grazia v’è un elemento creato, cioè le facoltà soprannaturali che ci permetteranno di fare atti soprannaturali; ma nulla è affermato con tanta energia dalla Chiesa come quest’altra verità, cioè che lo Spirito Santo, ipsissima persona Spiritus Sancti, come dice Cornelio a Lapide, accompagna questo dono creato. Il divino Spirito non si dà nella stessa misura a tutte le anime in grazia, ma tutte lo ricevono con la medesima realtà. È inutile far notare, dice il P. Ramière (Divinisation, p. 246), che la presenza dello Spirito Santo nelle anime è al tutto diversa dall’altra, che risulta dall’immensità di Dio, in virtù della quale le Persone della Santa Trinità sono dappertutto, non escluso l’inferno. « Lo stesso Figlio di Dio è immenso e presente dovunque: ciò non impedisce che noi l’adoriamo nell’Eucaristia, giacché sappiamo che Egli è là presente in modo speciale per darsi a noi. Così, mediante la grazia lo Spirito Santo è in noi, per unirsi a noi e santificarci.

« È questa una presenza particolare in qualche modo indipendente dalla prima. Il Suarez spiega il fatto, dicendo che se per impossibile l’immensità divina non rendesse il divino Spirito presente in noi, vi sarebbe, nondimeno condotto dalla grazia. Possiamo supporre l’uomo più povero accanto a un immenso tesoro, senza che questa prossimità lo renda più ricco. Non è la vicinanza che fa la ricchezza, ma il dominio. La stessa differenza si nota tra l’anima di un giusto e quella di un peccatore. – Il peccatore, lo stesso dannato, hanno accanto ad essi ed in essi un bene infinito e intanto vivono nell’indigenza, perché quel bene non appartiene loro; mentre il Cristiano in grazia possiede in se stesso lo Spirito Santo, e con Lui la pienezza delle grazie celesti, come un tesoro del quale è proprietario e in cui può attingere senza misura. – Di qui l’espressione della Chiesa nel giorno di Pentecoste: « dulcis hospes animæ, dolce ospite dell’anima», perché lo Spirito Santo si reputa fortunato d’abitare nei nostri cuori. Ma noi Cristiani, ci reputiamo fortunati di questa abitazione dello Spirito Santo nell’anima nostra? Povero « dolce ospite » ! La liturgia Vi applica forse ironicamente questo nome? Voi abitate nell’anima nostra, ma chi di noi vi fa attenzione e se ne preoccupa? – La vostra presenza in noi costituirebbe dunque un dono ordinario, senza virtù e senza valore? No, certo, poiché Voi siete lo Spirito Santo, lo Spirito che vive nel Padre e nel Figlio, o meglio lo Spirito del Padre e del Figliuolo. Non vi sarebbe posto per alloggiare il grande condottiero nel vasto accampamento, per così dire, dell’anima, accampamento dove entrano, e donde, a ogni istante, escono in folla soldati con carriaggi, fardelli e strepito incessante? No. Supponiamo che l’anima sia in grazia; dunque lo Spirito Santo vi risiede come nella sua dimora. Ma perché non vi è una guardia d’onore, o almeno un semplice piantone? Lo Spirito vorrebbe forse abitare da incognito? È proprio il contrario; Egli desidera moltissimo di essere riconosciuto, salutato dai passanti, circondato di simpatia, festeggiato; desiderio che pochissimi Cristiani, anche fra i migliori, cercano di soddisfare. Scriveva il Manning che « se vi è cosa che torni a nostro disdoro, che dovrebbe farci piegare le ginocchia a terra e abbassare la fronte nella polvere, si è che viviamo l’intera giornata come se lo Spirito Santo non esistesse. Siamo come gli Efesini che risposero a S. Paolo, quando loro chiese se avessero ricevuto lo Spirito Santo: « Non abbiamo mai inteso dire che vi sia uno Spirito Santo » (MANNING: La Mission du Saint Esprit dans les àme p. 18). Dirà qualcuno che non vale la pena di pensarci, ovvero che altri oggetti più importanti, a ogni minuto, debbono assorbire la nostra attenzione? Lo Spirito Santo non è dunque l’amore increato, il termine della Santa Trinità « il limite di ciò che non ha limiti, il confine di quello che non ha confini » ? Secondo il linguaggio della liturgia, non è Egli l’autore della prima creazione? Spiritus creator, e, l’autore della seconda, giacché gli dobbiamo la vita soprannaturale, resa all’umanità in genere per il fatto della sua «sopravvenuta» in Maria, e la vita soprannaturale, resa a ciascuna di noi con la sua venuta nel Battesimo? Non vi si pensa! Bella scusa, invero, è la seguente: Io non penso mai all’essenziale! Quando un personaggio d’importanza, un re, va in una città, anche per una visita passeggera, la città vi pensa. Trattasi di un re della terra. Ma noi, Cristiani, non facciamo nulla per il re del Cielo! Ospite del suo cielo immenso, sceglie come cielo l’anima nostra. E noi non vi badiamo! S. Paolo, di cui possiamo fidarci, non stimava come avventizia o facoltativa la devozione allo Spirito Santo; egli ci ha tracciato, nei riguardi dei nostri doveri verso il dulcis hospes, un programma che dovremmo meditare. Prima di tutto dobbiamo evitare il peccato mortale. « Spiritum nolite extinguere, non spegnete lo Spirito! » (1 Tess., V, 10). Non spegnete la luce divina; non la spegnete né i n voi, né in altri con lo scandalo. Cacciare lo Spirito, metterlo alla porta, mandarlo via da sé e dagli altri, ecco l’ingiuria più grande (Spiritui gratiæ contumeliam facitis, Heb., X, 21) che si possa commettere contro di Lui. Esiste il modo di fare ingiuria allo Spirito:esiste anche quello di contristarlo: « Ipsi vero afflixerunt Spiritum Sanctum eius(Is. LXIII). Afflissero lo Spirito Santo », diceva già Isaia, e San Paolo, ai primi Cristiani, dava un esempio della maniera con cui lo si può amareggiare. « Omnis sermo malus ex ore vestro non procedat, et nolite contristare Spiritum Sanctum. Evitate ogni parola offensiva, cattiva, non affliggere lo Spirito» (Ephes. IV, 10). Ogni nostra colpa veniale rattrista certamente lo Spirito che è presente a tutti i nostri passi, testimonio di ogni nostra parola, delle nostre azioni, dei nostri pensieri e desideri. Ma solleviamoci ancora più in alto: vi è una consegna da mantenere. Come allo Spirito si può arrecare ingiuria — col peccato mortale,— e si può affliggerlo mediante il peccato veniale, così si può resistere alle sue ispirazioni.« Vos semper Spiritui Sancto resistitisi (Act. VII, 51), dicono gli Atti degli Apostoli. Quante volte l’« ospite delle anime nostre» ci incita dolcemente a fare il bene, e i suoi sforzi restano vani,perché omettiamo o rifiutiamo di corrispondere!Internamente lo Spirito non cessa di farci sentire la sua voce, di stimolarci. Dove siamo quando Egli ci parla? E se non siamo usciti di noi stessi e Lo sentiamo, in qual modo rispondiamo ai suoi inviti?Questo programma, puramente negativo, è lontano dal racchiudere tutti i nostri dove riverso lo Spirito, come sono intesi da San Paolo, come la conoscenza dello stato di grazia li prescrive e la devozione ben compresa li esige. Qui, come in tutto, il punto di vista ricco è quello positivo. La presenza dello Spirito Santo in noi, non solo ci invita a « non fare »; ma ci spinge a «fare»… A fare che cosa? A dare un posto sempre più largo all’Ospite divino, a ricercare, con tutti i mezzi, il profitto che questa presenza meravigliosa apporta, a penetrare, ogni giorno più profondamente, nella sua amicizia e intimità. Lo Spirito è in noi, vivo e operoso; ma vi è qualcuno che può limitare la sua azione, e siamo noi. Da parte sua vuole darsi, unirsi a noi quanto più è possibile. Ma noi limitiamo lo spazio allo Spirito di Amore. Egli è l’« ospite», noi siamo i « padroni », dipende quindi da noi che Egli possa poco o molto. A « Se voi conosceste il dono di Dio, diceva Monsignor Gay, il valore e la importanza della minima luce interiore, del minimo tocco del divino Spirito, della più piccola occasione favorevole! Se voi sapeste come Dio è là, come si offre, si dona, e quindi quello che ciò importa per voi e per gli altri, e quali conseguenze conduce con sé nel tempo e nella eternità! Oh! chi ci farà finalmente capire le cose soprannaturali, stimare, al loro giusto valore quei beni, il minimo dei quali, a giudizio di S. Tommaso, è superiore a tutti i beni naturali riuniti! ». Senza la bontà preveniente di Dio che ci ha condotti al fonte battesimale, prima ancora chela nostra ragione fosse sviluppata, e al sacro fonte ci ha dato « la carità, sparsa in noi dallo Spirito Santo», come dice l’Apostolo ai Romani (Rom., V, 5); — senza la sua bontà che continuamente ci aiuta, e dispone in noi quelle ascensioni perpetue che ogni anima, avvezza all’esame di coscienza, richiama alla mente con tanta gioia: ispirazioni nella preghiera, forza nelle tentazioni, incoraggiamento in certe circostanze;— senza la sua bontà meravigliosamente paziente, che ci ha rialzato ogni qualvolta siamo caduti, che ci ha tratti dall’abisso, allorquando abbiamo ceduto al peccato; e ogni qualvolta abbiamo ripetuto le nostre indelicatezze, ha aggiunto, a tutte le altre, una nuova delicatezza, che cosa sarebbe di noi? Si può supporre un fatto più strano di questo: l’applicazione singolare dello Spirito Santo a divinizzarci, e da parte nostra l’applicazione ardente a rifiutare il suo concorso, ovvero a passare accanto a Lui senza neppure sospettare la sua presenza o capire il suo valore? Ah! se avessimo lo stesso ideale che Dio ha verso di noi! Ma il punto importante non consiste tanto nel fatto che lo Spirito Santo ci comunica la forza, ci manda buone ispirazioni, ci concéde il suo amore; quanto nel fatto che Egli dà se stesso, e vedremo subito con quale intimità. Non si capisce perché un timore segreto impedisca di considerare l’unione dello Spirito Santo con l’anima nostra, per quello che essa è— o almeno come potrebbe e dovrebbe essere— unione tanto intima, dice Cornelio a Lapide, nel Commentario degli Atti, che non se ne dà un’altra più grande: Est enim summa unio inter Deum et animam sanctam qua nullius creaturæ puræ potest esse major. S. Paolo dichiarava: « Colui che vive in grazia, forma un solo spirito con Dio. Qui adhæret Deo, unus Spiritus est» (I Cor. VI).Cornelio a Lapide dice ancora: « In quella maniera con cui l’anima, quando assume il corpo per vivificarlo, gli comunica con la vita un soffio che non aveva; così lo Spirito Santo quando prende un’anima per unirsi a lei, le comunica una nuova vita, anzi la sua stessa vita; in una parola, la deifica. Sicut anima, dum assumit et quasi osculatur corpus, ipsum exanime animat et vivificat; sic Spiritus Sanctus gratia osculatur animam, eam vivificat, imo deificat» (In Cant., I). È fuori dubbio che l’unione dello Spirito Santo con l’anima nostra, mediante la grazia,non va fino a formare di Lui e di noi una sola persona. Fatta questa riserva, si può dire che sotto un certo aspetto sia più intima di quella dell’anima nel nostro corpo, « giacché, nota il P. Ramière (Divinisation), questo Spirito divino penetrale facoltà dell’anima nostra meglio di quello che l’anima nostra non penetri le membra del nostro corpo. « E questa unione è soprattutto assai più indissolubile. L’unione dell’anima col corpo è così fragile che si dissolve continuamente. Ad ogni momento perdiamo una qualche parte della nostra sostanza, finché l’intero corpo non ci sia strappato dall’urto irresistibile della morte. Quando lo Spirito Santo si è unito ad un’anima, non vi è sulla terra, né nell’inferno, una forza capace di strappargliela; l’anima solamente ha il potere di distruggere in sé la vita divina col più tremendo dei suicidi ». I Santi Padri, più audaci di noi, o a dir meglio, più veri, affermano che l’unione dello Spirito Santo con l’anima in grazia è così intima, da costituire un vero matrimonio. Non « ospite » solamente, ma « sposo ». E alcuni di essi vanno fino al punto, da chiamare l’anima in grazia: Spirita Sancta, dal femminile di Spirito Santo (1) Vedi lo sviluppo che il P. MESCHLER fa di questa parola: Le Don de la Pentecòte, t. II, p. 139), per dimostrare meglio che l’unione del divino Paraclito e dell’anima senza peccato, è un’unione simile, ma ancora più bella, all’unione dell’uomo e della donna nel Sacramento che dei loro due corpi ne fa uno solo, e delle due anime un’anima sola; un’unione simile, benché non ipostatica, a quella del Verbo con l’Umanità Santa; simile a quella di Gesù Cristo con la Chiesa, unione che il matrimonio cristiano simbolizza. – Si legge nella vita di S. Angela da Foligno che la santa andò un giorno in pellegrinaggio alla tomba di San Francesco d’Assisi. Ed ecco che una voce le risuona all’orecchio: «Tu hai fatto ricorso al mio servo Francesco, ma ti farò ora conoscere un altro appoggio. Io sono lo Spirito Santo che sono venuto a te e voglio darti una gioia che ancora non hai gustata. E io ti accompagnerò, sarò presente in te… ti parlerò sempre… e se tu mi ami, non ti abbandonerò mai. O sposa mia, io ti amo; ho stabilito in te la mia dimora; mi riposo in te; alla tua volta, stabilisciti in me e cerca in me il tuo riposo ». – S. Angela, paragonando i suoi peccati con questi favori straordinari, esitava, credendosi trastullo di un’illusione: « Se foste veramente lo Spirito Santo, ella dice, non potreste dirmi simili cose: esse non sono fatte per me. Ma se foste proprio Voi, la gioia che ne avrei sarebbe così grande che non potrei provarla senza morirne ». E le fu risposto: « Non sono forse padrone dei miei doni? Io ti dò la gioia che voglio, né più né meno ». E la santa termina dicendo: « Io non posso esprimere la gioia che provai, specialmente quando mi disse: io sono lo Spirito Santo che vive interiormente in te ». – Ciò che lo Spirito Santo per un favore speciale rivelava a S. Angela, la Chiesa, col suo dogma, l’insegna a tutti i Cristiani. Lo Spirito Santo vive in noi e ha un solo desiderio, quello di trovare nell’anima nostra la corrispondenza di sentimenti che Egli vuole avere per noi. Da parte sua, l’unione con noi quanto non è intima! – Ma da parte nostra, questa unione con Lui di qual natura è? Siamo dunque senza intelligenza o senza cuore? Quanto si è prodigiosamente incoscienti, o miserabilmente chiusi nell’amore dell’Amore Infinito: come uscire da questo dilemma? Alcune anime, pertanto, più raccolte o più avide d’intimità, intravedono ciò che bisogna ricercare in questa familiarità. Ma ben presto perché conoscono meglio di altre la loro debolezza, esitano, non osano, indietreggiano. Quando lo Spirito Santo si offre per un’unione incomparabile, per un vero matrimonio, esse hanno vergogna di stendere la mano e di dare il loro cuore. Questo non sembra che sia per loro; pare cosa troppo bella. Il loro corpo, polvere di peccato; l’anima loro, ulcus et apostema, secondo la forte espressione di S. Ignazio nella meditazione sul peccato, « un cancro e una ulcera », a ogni modo, una tomba dei benefizi di Dio; e benché animate da un desiderio ardente di unirsi all’Ospite divino, provano un tale sentimento di repulsione, nel riguardo di se stesse, che praticamente rifiutano di credere alla realtà delle offerte divine. – Il noli me tangere di Gesù a Maddalena, risuona al loro orecchio e ricordano il grido di Pietro, vedendo Gesù avanzarsi per lavargli i piedi, o di Elisabetta scorgendo Maria che viene a Lei: « Tu mihi?Voi da me!… Unde hoc… ut veniat? Donde questa maraviglia? ». Non trattasi di sapere se sia cosa troppo bella, ma piuttosto se sia vera o no. Lo Spirito Santo abita realmente, con tutta verità, nell’anima? Desidera unirsi con essa? Sì; questo è oggettivamente vero. Non potrei opporre nulla contro questo fatto. Sono libero di credere che questo fatto è straordinario, incomprensibile, e inaudito; ma ancora una volta, se è vero, bisogna ch’io mi inchini. Ora il fatto è vero e s’impone. Lo straordinario, l’incomprensibile, l’inaudito sarebbe che io non provassi di compenetrarmi di questa presenza di persuadermene e di viverne. « Per quanto grandi siano le grazie che portiamo in noi, scrive l’Olier (Vie de M. Olier, 1818, Lebel, Versailles p. 498-499), restiamo sempre gli stessi vasi di argilla, il misero nulla e nient’altro: habemus thesaurum istum in vasi fictilibus. Le specie del pane e del vino, nel SS. Sacramento, non hanno ragione di gloriarsi delle grazie che racchiudono, e dei beni che la S.Eucaristia opera nelle anime, giacché esse non ne sono la causa, ma solamente leggere e fragili scorze, benché siano così vicine alla divinità. Lo stesso avviene alle anime più sante e più ripiene di Spirito Santo: sono come bucce che in pochissimo tempo si guastano e si corrompono. E come il corpo e il sangue di Nostro Signore finisce di essere presente, sotto le specie, quando queste sono corrotte; così alla prima corruzione e impurità, lo Spirito Santo si allontana, lasciando questi poveri vasi nella loro corruzione. – Da ciò può dedursi se un’anima abbia ragione d’inorgoglirsi e di credersi più di quello che era prima, per il solo fatto di ricevere grazie così preziose, come i Sacramenti, di portare in se stessa Nostro Signore, come le specie del pane e del vino, ovvero lo Spirito Santo, come l’olio consacrato e il balsamo nella Cresima. – Non deve invece temere che Nostro Signore, non trovandola abbastanza pura per dimorare in essa, si ritiri? ». – E giacché abbiamo accennato alla Comunione, la presenza del divino Spirito — e di tutta la Trinità — nelle nostre anime, è forse più incomprensibile, più straordinaria e inaudita della presenza eucaristica? Che matrimonio meraviglioso — gli autori usano spesso questa parola, per parlare dell’unione dell’anima con Gesù Cristo, nella divina Comunione, — non è quello del Cristiano alla Sacra Mensa, con Gesù che scende nel cuore! – E se la presenza eucaristica non urta, non ci fa indietreggiare, perché dovremmo fermarci alla presenza che risulta dall’essere in grazia? In un dato senso, questa non è meno prodigiosa dell’altra, o meglio, presenta questa superiorità, di non essere ostacolata, dopo gli altri misteri, dal mistero di un Dio che si è fatto uomo e pane. – Procedendo oltre, San Bernardo all’obiezione netta: « Io non oserò mai entrare in una simile familiarità… Dio in me… Non è possibile!…» — risponde: « Quello che vi trattiene è il rispetto, reverentia; e nella parola rispetto (vereor), è compresa l’idea di timore. Voi dimenticate che amare, significa amare e non venerare. Temere, meravigliarsi, ammirare, ecco in che consiste venerare; ma ciò non ha nulla da fare con l’amare. Dove c’è l’amore, ogni altro sentimento sparisce. Colui che ama, ama. Ama e nient’altro. Sposo con sposa. Or qui, lo Spirito Santo non è lo sposo dell’anima, qualcuno che ama, senz’altro; molto meglio, lo stesso Amore? « Dio, come Dio, esige il timore; come Padre vuole essere onorato; come Sposo vuole essere amato… Quando Dio ama, non vuole altro che essere amato… È fuori dubbio che nell’amore vi sono diversi gradi: Sposa è il grado più elevato. Non vi è nulla al disopra.« Ora, l’unione dello Spirito Santo con l’anima è un’unione di quest’ordine, spinta al più alto grado: unione non di due carni in una,ma di due spiriti in uno solo, secondo l’espressione energica di S.Paolo: Qui adhæret Deo unus spiritus est » (S. BERNARDO: In cantic, S. LXXXIII.).E siccome l’anima si nasconde nella sua umiltà e si rifiuta dicendo: « Io non potrò mai amare abbastanza. Come lottare col gigante? Come amare nella misura in cui sono amata?Dovrò rinunziare all’impresa? » — « No, risponde; senza dubbio la creatura ama meno. Purché ami senza riserve. Manca forse qualcosa là dove si dà tutto? » (Ib. Ibid.).S.Giovanni della Croce compie la spiegazione, dandone la ragione ultima e la più profonda: l’anima può giungere ad amare molto, perché in essa è l’amore che ama (Si è già vista sopra la spiegazione del testo di S. Paolo: « In noi il solo che può gridare: Padre, è lo Spirito del Padre ». Qui vale lo stesso ragionamento.). Ecco quindi la proporzione, l’equivalenza voluta e supposta impossibile. Se l’anima non fosse fortificata, raddoppiata, centuplicata nella sua facoltà di amare, l’equazione necessaria non si stabilirebbe; ma tutto si spiega se l’amore col quale noi amiamo è lo stesso amore di Dio. Ora accade proprio così, e S. Fulgenzio lo dice assai bene: « Per amare Dio, il cuore dell’uomo non basta; bisogna avere il cuore di un Dio. Che cosa significa questo? Possiamo dunque amare Dio col cuore di Dio? Sì, perché la carità di Dio è sparsa nei nostri cuori dallo Spirito Santo che « ci fu donato » e noi possiamo amare Dio solamente per mezzo dello Spirito Santo; non ho ragione di dirvi quindi: Amiamo Dio col cuore di Dio? » (S. GIOVANNI DELLA CROCE: La notte oscura dell’Anima, L. II, C. XIII).

CAPO IV.

Con tutta la Santa Trinità.

La devozione al Padre, la devozione al Figlio, la devozione allo Spirito Santo, presenti in noi per la grazia, possono considerarsi sotto aspetti molteplici, secondo le ispirazioni soprannaturali e le inclinazioni diverse delle anime. Da ciò deriva l’originalità molto varia, nei giusti, che taceva esclamare Davide: « Mirabilis Deus in sanctis suis, Dio è mirabile in coloro, in mezzo ai quali abita». (Ps. LXVII, 36). Invece di fermarsi alla considerazione della presenza in noi dell’una o dell’altra delle divine Persone, ovvero dell’aspetto particolare dell’una delle tre presenze, alcuni preferiscono considerare la Santa Trinità nel suo complesso.« Il Cristo, vero Dio e vero uomo, vero uomo quanto è vero Dio, generato dal Padre negli splendori dell’Eternità, ci ha generato, in qualche modo, sul Calvario. Divenuto in virtù del suo sacrificio capo di tutta l’umanità, ci rende partecipi della vita divina che Egli ha ricevuto dal Padre. « Egli innesta sopra la nostra vita naturale la sua stessa vita e ci comunica il suo essere divino.Mentre abita realmente in noi, è necessariamente inseparabile dal Padre e dallo Spirito Santo.« Il Padre, in noi, genera il Figliuolo, e lo Spirito divino procede dal Padre e dal Figliuolo. L’intero mistero, tutte le operazioni, lutto l’amore e la beatitudine della Santissima Trinità si compiono e dimorano in noi.

« Sono queste le realtà sublimi dello stato di grazia… » (Paolina Reynolds, t. II, cap. III, § 4). – Il P. Lessio, autore del bellissimo libro: I nomi divini, è fra coloro che più studiarono la Trinità adorabile, e sappiamo che la sua devozione personale amava di considerare Dio vivente e presente nell’anima sua: « Signore, ve ne prego, diceva, attirate il mio cuore a voi nell’interno dell’anima mia. Qui, lontano dagli strepiti del mondo e dalle preoccupazioni che accasciano, dimorerò vicino a voi, per godere di voi, per amarvi, venerarvi e intendere la vostra voce. Qui vi racconterò le tristezze della mia vita d’esilio; qui, vicino a voi, troverò le consolazioni necessarie! Fate che io non dimentichi mai la vostra presenza in me, Voi che siete luce e dolcezza dell’anima mia! Che io non vi dimentichi mai, ma che sempre e dappertutto lo sguardo dell’anima mia vi incontri ». – Le Memorie della Carmelitana di Digione, suor Elisabetta della Trinità, sono un’esposizione continua di quello che può — o che dovrebbe essere — in noi la devozione ai « Tre ». Le abbiamo già citate abbastanza, perché ognuno possa convincersene, qui ci contenteremo di dare due tratti della sua preghiera favorita. Nulla di più dogmatico e più lirico, e ad un tempo, di più esalto e più elevato: « O mio Dio, Trinità che io adoro, aiutatemi a dimenticare interamente me stessa, per stabilirmi in Voi, immobile e pacifica, come se già l’anima mia fosse nell’eternità! Nulla turbi la mia pace, né mi faccia uscire di Voi, o mio Immutabile, ma ogni minuto mi trasporti più lontano, nell’abisso del vostro Mistero. « Rappacificate l’anima mia, fatene il vostro cielo, la vostra dimora amata e il luogo del vostro riposo; che io non vi lasci mai solo, ma sia là tutta quanta, svegliatissima nella mia fede, in profonda adorazione, interamente abbandonata alla vostra azione creatrice ». – Questo è il principio, ma ecco la fine: « O mie Tre Persone, mio Tutto, mia Beatitudine, Solitudine infinita, Immensità in cui mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda; seppellitevi in me, affinché io mi seppellisca in Voi, aspettando il giorno di contemplare, nella vostra luce, l’abisso delle vostre grandezze » (21 novembre 1904). Sarebbe un errore credere che occorra essere una religiosa, insignita di favori straordinari, o un dotto provvisto d’una scienza teologica prodigiosa per pregare a questo modo. Chiunque abbia compreso la vera natura dello stato di grazia, può avere la devozione ai «Tre», viventi in noi. Non è punto una devozione fuori posto, riservata a pochi. Il dogma e l’uso del dogma è per tutti. –  Pietro Poyet lavora alla rue des Postes. È uno studente come tanti altri, ma molto legato alla sua fede. Prende occasione della preghiera ordinaria che si recita al mattino per rientrare in se stesso, e trovarvi gli Ospiti divini dell’anima: « Mettiamoci alla presenza di Dio e adoriamolo ». Dove mai Dio è più presente che nel suo cuore, nel cuore del giovine che vive in grazia? Tutta la spiritualità dei suoi vent’anni riluce intorno a questa grande idea: l’Abitazione della Trinità nelle anime nostre. A un compagno di scuola scrive un giorno: « Dio è in te al posto che deve occupare? ». Nel suo programma di vita intima, inserisce questo proponimento: «Avere l’anima tormentata dalla magia dell’assenza divina. Temere il peccato più di ogni cosa, perché caccia Dio dal nostro cuore. Ricercare soprattutto lo stato di grazia perché mette e mantiene Dio in noi ad ogni minuto » (Cfr. Notice, dell’abate Rouzic). – Chi non può imitare — o almeno studiarsi d’imitare — questo studente, e vivere d’un simile desiderio e d’una simile fede? – È certo che, inclinati come siamo alla materia, occorrerà più d’uno sforzo — e lo diremo fra non molto —. « Il poco essere che abbiamo — secondo una frase profonda di Pascal — ci nasconde la vista dell’infinito ». Ma dal momento in cui abbiamo visto e compreso chiaramente tutto quello che portiamo «dentro di noi», non dovrebbe nascere nell’anima l’ambizione di acquistare a qualsiasi prezzo l’evidenza di quelle cose che non si vedono, di non passare accanto alla più grande meraviglia senza scorgerla, o di non possederla senza viverne? – In questa nostra opera abbiamo omesso, a bello studio, le questioni controverse o troppo sottili, utili a discutersi nelle scuole, ma che servono poco a chi se ne sta a pregare e a chi cerca la vita interiore. Vogliamo solamente accennare a due punti per prevenire una difficoltà e rispondere a un quesito. Nel mistero della nostra santificazione, lo Spirito Santo esercita forse un ufficio particolare che non esercitano con Lui, allo stesso grado, il Padre ed il Figliuolo? Secondo alcuni autori che si fondano sopra una tradizione molto rispettabile, dovuta specialmente ai Padri Greci, fra i quali primeggia S. Cirillo Alessandrino, il Padre ed il Verbo sarebbero in noi mediante lo Spirito Santo. Vi sarebbero due stadi, non nell’ordine cronologico, ma solo nell’ordine logico, e come suol dirsi, della causalità formale. Il divino Spirito, col Battesimo, prenderebbe possesso dell’anima nostra; primo stadio. In virtù del privilegio della circuminsessione, per la quale il Padre ed il Verbo sono là dove è lo Spirito, subito dopo la venuta dello Spirito Santo, il Padre ed il Verbo diventerebbero ugualmente presenti. – Questo è il primo quesito, d’ordine piuttosto storico; ma ecco il secondo di ordine piuttosto filosofico: In qual modo esattamente si effettua l’unione di Dio con noi, e la nostra con Dio? Noi diciamo: Dio è presente, abita, vive in noi. Il fatto è assolutamente certo; è un dogma. Ma il modo? Quale spiegazione si dà del « modo »?Colui che ha spinto più lontano lo studio del « modo. », a nostra conoscenza, è il P. Jovene, nel suo trattato De vita deiformi. Lo si legge nella speranza di trovare un punto che soddisfi, si percorrono le pagine con avidità; ma giunti al termine si rimane delusi. Abitazione, presenza, possesso, vita intima, familiarità tutto questo ridotto ad alcune spiegazioni troppo smilze, ad alcune formole che sembrano troppo brevi. Ma si avrebbe torto a meravigliarsene. Il « come » della mia « deiformazione », della mia « deificazione », mi sfugge. Non capisco nulla, ovvero non capisco tutto… Se si riflette bene, che cosa vi è in ciò di strano? Non è invece naturale? Se io arrivassi a capire, sarebbe questo un fatto meraviglioso? Non siamo forse avvezzi a ignorare molti « come » dell’opera di Dio? Quello che conosco, non è già sufficiente per riempirmi d’ammirazione e, se lo voglio, per santificarmi più di quello, a cui i miei buoni desideri non giungono? E poi, forse che le difficoltà non sono identiche, in simili materie? Consideriamo l’Eucaristia. Si ha forse una luce maggiore sul modo in cui si opera la transubstanziazione? E sarò più avanti — sotto l’aspetto della mia devozione, s’intende — dopo lo studio dei differenti sistemi: adduzione, riproduzione, semplice conversione, ecc.? E tuttavia, nulla è più certo del fatto. – Dirà qualcuno che nell’idea della nostra « deificazione » si può eccedere, oltrepassare la misura, cadere nell’errore. No, perché abbiamo dei capisaldi. Io so che debbo escludere qualsiasi concetto panteistico: Dio rimane Dio, e io rimango io. So che la mia unione con Dio non è ipostatica, cioè della stessa natura dell’unione del Verbo con l’Umanità del Salvatore. Pure ammessi questi limiti, il dogma della vita di Dio in noi, mediante la grazia, resta sempre bello e consolante.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/31/dio-in-noi-7/

DIO IN NOI (5)

DIO IN NOI (5)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

CAPO I.

Col Padre.

« Ritenete per certo che voi non siete l’uomo che Dio vi vuole e che voi stesso pensate, quando in certi momenti di luce il vostro ideale viene a rispecchiarsi sull’anima vostra. Come avete impiegato la vostra vita, fino ad ora? Che cosa avete fatto dei vostri titoli di adozione divina? Siete veramente figlio di Dio nelle opere e nel modo di pensare? No. Ebbene, piangete sulla vostra vita, profanata, sterile e vana e alla prima lacrima ritroverete Dio ». Così parla il P. Gratry all’uomo che vive in peccato. Ma le anime che sono abitualmente in grazia, pensano talvolta a quali risorse procura loro l’adozione divina per mezzo del Padre che sta nei cieli, adozione che li rende partecipi della stessa vita del Padre, presente in esse, ben inteso, in quella copia che è permessa a una creatura, lasciando libera entrata a Dio? L’adozione umana è d’ordine giuridico e legale. Essa permette di aver comune il nome, il blasone e l’eredità di chi adotta, ma non può infondere il vincolo naturale del sangue. L’adozione divina ci fa vivere la stessa vita di Dio… Le parole di San Pietro sono esplicite: « Ut per hæc efficiamini divinæ consortes naturæ, partecipidella natura divina » (II Petr. I, 4la liturgia all’Offertorio rammenta la stessa verità; « divinitatis consortes, partecipi della divinità »).« Che la vita superiore, promessa e data alleanime nostre da Gesù Cristo, scrive un autore(Exortation à un jeune homme chrétien dell’Abate CHABOT, Beauchesne. 1909. p. 212), sia la partecipazione alla stessa vita di Dio, non possiamo metterlo in dubbio: l’origine ci viene indicata assai chiaramente. Proviene dal seno del Padre, come il Verbo medesimo; ci fu preparata ed elaborala dal Figliuolo che dovette inoltre meritarcela col prezzo del suo Sacrificio; lo Spirito Santo distribuisce la vita, da questa sorgente, come vuole; e la mette in attività nelle anime con impulsi misteriosi. In questo modo tutti coloro che la ricevono, diventano figli di Dio, nati, non dal sangue e dalla volontà della carne, né dalla volontà dell’uomo, ma da Dio. Noi siamo veramente partecipi della vita di Dio, un seme divino è in noi, portiamo Dio nel nostro corpo, lo spirito di Dio ci anima e ci conduce, il divino ci trasforma come il fuoco fa del ferro, e ripieni di divinità noi siamo templi del Dio vivente ». – Non si potrebbe riassumere meglio la storia della nostra esistenza soprannaturale, né la natura dei rapporti che possiamo avere — e che

dovremmo avere — con la divina Trinità, con Dio Padre in modo particolare. Una parola spiega ogni cosa. Non in un senso metaforico, ma reale, noi siamo divenuti filii Dei, figli di Dio. Se quindi abbiamo capito in qualche modo ciò che riguarda il dogma della grazia santificante, ne risulta una conseguenza importante: l’amore filiale verso il Padre. – Quanto è grande la differenza fra un padrone sovrano che si contenta dei rapporti di Creatore con la sua «creatura», ed il Padre amantissimo che noi abbiamo; fra un Dio lontano che profitta della sua lontananza per farci comprendere la distanza infinita che ci separa da Lui, e il Dio vicinissimo, quale è il nostro, che si è talmente avvicinato a noi, da stabilire la sua dimora dentro di noi! L’uomo era schiavo. Adesso fa parte della famiglia. Dio, in realtà, potrà essere chiamato da lui, non Padre, ma mioPadre. È divenuto fratello di Gesù Cristo, e può dire insieme con Lui: Padre nostro. È dello stesso lignaggio di Gesù, e Gesù tiene il suo da quello del Padre. Gesù è il Figlio, ma anch’egli può, con tutta verità, dirsi figlio: figlio d’adozione, è vero, giacché a Gesù Cristo l’essenza divina è propria per natura, mentre a lui solo per grazia; ma figlio, nondimeno, a un titolo autentico e scelto fra i mille, « avendoci Dio generati liberamente per mezzo del suo Verbo di verità » (Giov. I, 18 ). Ugualmente, perché siamo i figli di Dio, « ci manda lo Spirito del suo Figliuolo che provochi, nei nostri cuori, il grido: “Padre, Padre!,, » (Rom. VIII, 15); e perché siamo figli, per legittima conseguenza, abbiamo diritto all’eredità. Il primogenito non vuole per sé tutta l’eredità. Anzi Egli è venuto sulla terra solo per mettercene in possesso, rendendoci partecipi del suo gaudio. Non disse forse, prima di lasciare gli uomini, che ritornava al Padre, per prepararci un posto? Un giorno tornerà per condurci con sé, poiché vuole che noi siamo là dove Egli si trova. Non sarà allora più l’abbraccio oscuro nel cielo ristretto dell’anima nostra in questo interno divino in cui si degna abitare; sarà la intimità a viso aperto, nella luce piena, e la gioia illimitata d’un cielo senza confini: « Intra in gaudium Domini tui» (Matth. XXV, 21). Che cosa è mai la morte — domandava a se stessa una Santa — se non un salto sulle ginocchia del Padre? Il nostro stato è ora provvisorio e tutti coloro che sono assai vigili, ne soffrono: « Expectatio creaturæ revelationem filiorum Dei expectat… quia et ipsa creatura liberatur a servitute corruptionis in libertatem gloriæ filiorum Dei. Scimus enim quod omnis creatura ingemiscit et parturit usque adhuc» (ROM., VIII, 19-22: « Le creature attendono la manifestazione dei figli di Dio… nella speranza che saranno liberate dalla servitù della corruzione, per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio. Esse gemono fino a quest’ora nella fatica del parto ») . « Ancora non si vede ciò che noi siamo» (Giov. III, 2). Un giorno il provvisorio finirà, e noi vedremo spiegarsi, nel possesso dell’eredità, « la libertà gloriosa dei figli di Dio ». Verrà l’ora in cui ciò che in noi è soggetto a perire, sarà assorto dalla vita: « Ut absorbeatur quod mortale est a vita». Dio ha preparato ogni cosa a questo modo, per la nostra glorificazione. Ce ne ha dato una caparra nello Spirito, principio della nostra vita superiore: « Qui autem efficit nos in hoc ipsum, Deus qui dedit nobis pignus Spiritus» (II Cor., V, 4, 5). Sarà allora « la fusione completa nell’unità ». Il Cristo è venuto sulla terra a questo solo scopo: infondere in noi, a partire dalla vita presente, la vita del Padre, affinché insieme, eternamente, in un’unità radiosa, la vita del Padre dimori e si dilati in noi. Questo era l’oggetto delle preghiere che il Salvatore rivolgeva al Divin Padre: « Padre mio, fate che come Voi siete in me e Io sono in Voi, così essi sieno una cosa sola in noi. Io in Voi, Voi in me, affinché essi sieno perfetti nell’unità » (Giov. XVII, 21-23).Può esistere un altro fatto più meraviglioso, più degno di tutta la nostra stima e il nostro affetto, un’altra storia più bella della vita di Dio nelle anime, vita nascosta sulla terra, ma luminosa nei cieli? Può darsi una geografia — diciamo cosi —più importante di quella dei mille fiumi di grazia che, circolando senza strepito nel mondo, scaturiscono da sorgenti abbondanti, spesso invisibili, e malgrado ostacoli di ogni natura, sabbie e detriti che si ammucchiano, lordure che contaminano, seguono il loro corso verso uno ceano senza limiti?Può mai concepirsi un dramma più strano di questo: un’anima che mette alla porta Dio che vuole entrare per vivere in lei e con lei: ovvero un’anima che avendolo perduto, cerca con sollecitudine, e lungo la strada incontra quel Dio che anch’Egli si era messo a cercarla da un pezzo, aspettando un minuto di pentimento, ovvero un palpito di amore, per rientrare nella città morta?Purtroppo, quanto pochi sono i Cristiani che pensano a queste verità! Quanto limitato è il numero di coloro i quali hanno questa devozione filiale al Padre di famiglia, devozione che la nostra qualità di figli adottivi o ci permette o c’impone e che sarebbe facile ottenere, se avessimo una idea profonda della preghiera insegnataci da Nostro Signore, il PaterHo accennato al Pater, e con ragione. Nostro Signore, insegnando agli Apostoli la formola del Pater, non disse: Ecco una fra le molte preghiere che potrete fare, un esempio, un modello di preghiera; ma disse: «Quando pregherete,voi pregherete così » (Matth. VI, 9). Così, e non altrimenti. Non vi sono diverse mostre, diversi saggi di preghiera cristiana. La preghiera cristianaè la preghiera del Cristo, il Pater, composto da Lui, a nostro uso. « Voi pregheretecosì ». Il modo di esprimersi è esplicito e imperativo. In conseguenza, il Pater noster è non solo la prima, ma l’unica preghiera. Non intendiamo dire con ciò che il Pater sia preghiera invariabile nella forma, che debba interdire ogni slancio spontaneo, qualsiasi elevazione personale e vivente di ogni anima inparticolare. Ma importa la preghiera, di cui tutte le altre, perché possano dirsi cristiane, non devono essere che la riproduzione e lo sviluppo: preghiera che non ammetterà mai alcun mutamento nella sostanza, né alcuna aggiunta capitale; preghiera tipo di tutte le preghiere, preghiera fondamentale le cui orme tutte le altre devono ricalcare e sulla quale devono modellarsi. Preghiera che deve racchiudere le altre, e riflettersi in tutte senza alterarsi. Quando pregherete, direte così: « Padre nostro… ». Il Pater è l’arma protettrice delle nostre orazioni particolari, l’anima di ogni devozione personale, della nostra vita interiore, come anche della pietà liturgica e della vita della Chiesa, il tema ispiratore e vivificante di ogni nostro passo nella vita cristiana.« Padre nostro… ». In queste parole commoventi, molti non scorgono che un’introduzione insinuante, per attirarci la benevolenza di Colui che regna nei cieli. Queste parole significano qualcosa di più. Esprimono una verità fondamentale, il centro intorno al quale gravita ogni vita religiosa e dal quale si irradia tutta la vita cristiana. Una volta eravamo figli d’ira, filii iræ; il Pater ci ricorda che l’opera di Gesù Cristo ci ha resi « figli di Dio ». Per l’abitudine contratta, questa espressione non ci colpisce. Essere « figli di Dio »; non sembra a noi un fatto straordinario, crediamo invece di averne quasi il diritto. Poter chiamare Dio, Padre, quando si è un nulla; Padre, quando si personifica il peccato: non lo si dovrebbe poter fare tanto facilmente. Sempre la stessa ignoranza: noi non ce ne meravigliamo affatto, mentre S. Paolo ne era ripieno di stupore: Io posso dire a Dio: Abba, Pater. Io, a Dio, « Padre » ; dirgli « Padre »! Oh! giammai, per me stesso, ciò sarebbe possibile! Ma io possiedo lo Spirito Santo, lo Spirito del Padre, ed è Egli il primo a riconoscere in Dio la Paternità che io acclamo. Persuadersi che il Padre è un essere paterno, più ancora, un essere veramente materno, darebbe grande coraggio nella vita! Nostro Signore si studiava di farcelo capire. « Una madre ama molto; ma il Padre che è nei cieli, ama cento volte di più. Osservate come sono vestiti i gigli del campo. Lo splendore di Salomone non uguaglia lo splendore dei gigli. Riconoscete, nella loro bellezza, il dono del Padre. Guardate gli uccelli dell’aria. Colui che li ha creati lilascia forse senza nutrimento e senza ricovero? Riconoscete, in tali soccorsi, il dono del Padre. E se Dio spiega tanta generosità per i gigli e per gli uccelli, quanta non ne spiegherà per noi! ». – « Padre nostro », due parole che proclamano! il titolo più bello di Dio, quello che conviene! collocare prima di ogni altro, come un prefisso esplicativo, un richiamo evocatore, un correttivo prezioso. Giusto, sì, ma Padre. Terribile, sì, quando non può farne a meno, ma anche allora, e sempre, Padre. – E qual tristezza non dovrebbe produrre il vedere che molti Cristiani, molti buoni Cristiani, hanno pochissimo spirito filiale e mancano di confidenza verso Dio, quasi in tutte le occasioni! Un dolore sopraggiunge. Se ne getta la colpa contro Dio e manca poco se non lo si tratta da barbaro. Barbaro, Dio? Abbiamo mai posto mente alle due prime parole del Pater? Si commette una colpa, quindi tante altre. Segue lo scoraggiamento. Si era fatto un proposito fermo; e si cade di nuovo! Dio non perdonerà più. Dio capace di conservare rancore? Ciò può mai concepirsi in un padre terreno? No. Ebbene, come poterlo concepire in Colui che ha plasmato il cuore dei padri della terra, nel Padre del cielo? Oh! la grande insipienza! Se abbiamo avuto la disgrazia di peccare, non aggiungiamo alle nostre colpe una nuova colpa, mille volte più grave, quella che ci farebbe dubitare del perdono del Padre. Ciò indicherebbe che noi abbiamo perduto ogni sentimento di figli. Il prodigo ammise forse un sol momento l’idea che suo padre potesse rigettarlo? No, No! In piedi, e subito alla volta del Padre, Surgam… ad Patrem! – Il vero spirito filiale, in primo luogo, importa il desiderio della grandezza e della gloria del Padre, della grandezza di Colui al quale apparteniamo in qualità di figliuoli, e questo sotto la triplice forma che ci viene indicata dai seguenti ottativi che seguono le parole: Padre Nostro. Sia santificato il vostro nome! Quale grave peccato commettono i bestemmiatori! — vi sono le bestemmie degli individui e quelle dei governi — e chi non bramerebbe compensare queste gravi ingiurie, con altrettanti alti di riparazione e di amore! Venga il vostro regno! Quando Dio sarà visto altrimenti che con un atto puramente astratto, oh! allora come si vorrà che la Paternità divina si estenda a tutti gli uomini, a ogni famiglia, su tutte le nazioni! Sia fatta la vostra volontà! Quanto dilata il cuore e lo consola questo pensiero: Dio è « NostroPadre ». Gli avvenimenti ci sconcertano.

— Che cosa fa dunque Dio? — La sua volontà.

— Ma è una volontà di tiranno! — No, è una volontà di Padre.

— Ma dai fatti non risulta. — Se io guardassi attentamente, vedrei meglio, capirei che fra lo svolgersi degli avvenimenti, che sono opera di giustizia ovvero di misericordia, una cosa è certa: ed è che il Padre vuole che io mi faccia santo: « Hæc est voluntas Dei, sanctificatio vestra », che Egli vede cose che io non vedo; e che della vera devozione al Padre, nostro Signore stesso mi diede un giorno un esempio ideale nel giardino degli olivi, durante la sua agonia, quando mormorò il suo fiat voluntas tua. Oh, Padre, io voglio ciò che voi volete, perché lo volete, come lo volete e nella misura in cui lo volete! – « Carta » dei diritti di Dio, il Pater lo è anche dei diritti del Cristiano. Noi siamo figli: da questa premessa dipendono le conseguenze. Siamo figli, dunque possiamo parlare al Padre come figli, ed esigere — Egli ce ne dà il potere — tutto quello al quale i figli hanno diritto. – Fin qui, nel Pater, l’uomo esprimeva desideri; ripeteva gl’imperativi divini. Il Padre diceva: «Che il mio nome sia santificato», e il figlio ripeteva: « Sì, o Padre, sia santificato il vostro nome », e così di seguito. Ora l’uomo enumera alcuni imperativi che sono a suo vantaggio. Fa prevalere i suoi diritti, in qualità di figlio. Essendo figlio, ha diritto di essere nutrito dal Padre: « Padre, dateci oggi il nostro pane quotidiano! ». Ha diritto all’indulgenza del Padre: « Padre, perdonate le nostre colpe! ». Ha diritto alla protezione del Padre: « Padre, liberateci dal male! ».Questo importa pregare: « Vivere in casa sua », non solo, cioè, nell’intimità dell’anima propria, ma nel seno della famiglia divina che abita in noi; vivere nella gioia, nell’abbandono, nella certezza di essere compresi, esauditi, prevenuti anzi, nei nostri desideri, e circondati di tenerezza.Non ci si taccia di « sentimento ». È pura fede, semplice conseguenza del dogma. Fra piccoli ammalati, a Villepinte, si era stabilita un’associazione, consacrata alla Madonna della «riconoscenza». Una fanciulla aveva adottato la formola seguente: « Madre mia, io so che voi siete molto buona, che mi amate e che siete potente. Ciò mi basta ». Nessuno c’impedisce di parlare con Dio allo stesso modo: «Padre, so che Voi siete molto buono, che mi amate e che siete onnipotente. Questo mi basta ». Ecco in che cosa deve consistere il vero spirito filiale. Possiamo dire di essere sempre animati da questo spirito? Se no, che cosa attendiamo per animarcene?

CAPO II.

Col Figlio.

Il Verbo discese sulla terra, per apportarci la Vita, la Vita soprabbondante, la sua Vita propria, la Vita di Dio che Adamo aveva perduto. – La sua venuta non ebbe altro fine. Unicamente questo. Oh magnificenza della Vita divina in noi! Grandezza dell’anima nostra « naturalizzata divina! ».

« Al principio era il Verbo, seconda Persona della Trinità adorabile, e il Verbo era in Dio, e il Verbo era Dio» (Giov. I, 4). Nel Verbo era 1° Vita, quella Vita di cui Dio aveva voluto rendere partecipe l’uomo, in origine, e che ora vuole, con un prodigio di amore, restituirgli, malgrado il peccato. – Il Verbo s’incarna. La Vita lontana diventa prossima. Troppo elevata per poterla ricevere, racchiude la sua pienezza in una umanità simile alla nostra, e forma con essa la Persona del Cristo. La Vita del Verbo diviene la Vita dell’Uomo Dio, la Vita si trasmetterà negli altri uomini, chiamati tutti a divenire « simili a Lui » (Rom. VIII, 29), vero Figlio del Padre. Ed eccoci per la grazia, divenuti fratelli di Gesù Cristo, « primogenito di molli fratelli » (Ibid.). L’idea — che noi siamo fratelli di Gesù, che Egli è il Primogenito, il grande fratello — colpisce molto alcune anime. Coloro che hanno seguito o letto semplicemente un certo triduo del P. Longhaye, sul tema che ci occupa, hanno potuto constatare quale ricchezza trovasi racchiusa in questa considerazione, per chi voglia alquanto approfondirla. – Alcuni sentono quasi ripugnanza a considerare Nostro Signore sotto quest’aspetto. Sembra loro che così non vi sarebbe più bastante differenza tra essi e Lui. Si rappresentano abitualmente Dio, il terribile Jave, circondato di fulmini e tuoni, il quale non lascia avvicinare alcuno che non siasi tolto i calzari e non abbia sprofondato la testa nella polvere. La giustizia di Dio, la grandezza di Dio è l’unico puntello su cui poggia il loro ascetismo. L’abitudine di meditare la loro debolezza e le loro cadute, la tendenza naturale della loro anima, un ricorso più costante all’Antico Testamento, un modo di pensare e di agire giansenistico, ovvero il ricordo di fatti terribili intesi, una volta, nelle prediche degli esercizi o letti in certi libri; tutto ciò li inclina e li conferma in questa idea. Altre anime, non meno rispettose, ma colpite dai tentativi che fa Dio per nascondere la sua onnipotenza e avvicinarsi a noi, preferiscono considerare in Lui l’amico, pur non avendo difficoltà di riguardarlo come giudice. – Costoro, poiché non si dà intimità senza presenza e senza una certa uguaglianza, e d’altra parte questa uguaglianza si trova in loro, fanno dell’amicizia l’idea principale della loro vita, l’idea dominatrice. Ciò si scorge nel libretto dell’Imitazione di Cristo — almeno nei due ultimi libri. — Ce ne dà un saggio il bel capitolo XIII del libro IV: « Quis mihi det, Domine, ut inveniam te solum et aperiam tibi totum cor meum… Tu in me et ego in te, et sic nos in unum pariter manere concede. Chi mi concederà, Signore, di trovare Voi solo, e di aprirvi completamente il mio cuore… Voi in me e io in Voi, e così potere rimanere uniti per sempre».Quasi lo stesso aspetto, benché sotto un riguardo un po’ speciale, presenta il dogma della Comunione dei SantiLo studio di Gesù, Fratello maggiore, c’insegna a considerare, intorno a noi, i nostri fratelli, che sono suoi veri fratelli.

— Questi non sono innestati sul Cristo e non ne conoscono la vita? In tal caso, aumenta il desiderio di dir loro ciò che bisogna fare perché abbiano la Vita. « Non de vestra tantum sante, sed de universo mundo ». Alla vista di tanti cadaveri, la fiamma dello zelo si accende, perché in loro vece dovrebbero aversi altrettanti viventi: « Nonne vivent ossa ista? ». Il mondo ha l’aspetto della pianura che vide Ezechiele in visione… Quante ossa disseccate, quante anime in cui la vita del Cristo non circola affatto! – A che valse dunque la venuta in terra del Fratello maggiore e la sua morte sulla Croce, se l’universo, dopo molti secoli, resta ancora popolato di tanti infedeli, e, letteralmente, si è sotto l’impressione della responsabilità della salvezza del mondo? Sembra che si cammini in un deserto, in un immenso deserto e che dalle sabbie aride venga fuori un lamento fioco. « Di chi è questa voce? », domanda il viaggiatore alla sua guida araba che lo conduce attraverso il Sahara. « È il deserto che piange, si lamenta perché vorrebbe divenire una prateria ». Non so quale spinta irresistibile vi inciti a partire più lontano che si potrà, per narrare a tutti la storia della Samaritana, dell’acqua misteriosa che zampilla fino alla vita eterna, dell’acqua viva e vivificante destinata a estinguere ogni sete; a partire con quest’acqua divina, portandone quanto più se ne potrà, per abbeverarne il maggior numero d’anime che vi riesca possibile, tutte le anime. – Un giovine ufficiale aviatore, resistendo a due nemici, fa una caduta terribile col suo apparecchio: resta ventisei ore fra le linee. Ma il desiderio di darsi a Dio si fa strada nell’animo suo. Viene raccolto con una frattura alla colonna vertebrale: è il primo venerdì del mese. Il suo proposito è ormai irrevocabile. Egli così scrive: « Resto sempre immobile sulla mia povera schiena: la paralisi tenace diminuisce poco a poco. Guarirò completamente, bisogna che sia così, Dio lo vuole, giacché mi ha messo nell’anima un’ambizione immensa e delle aspirazioni gigantesche » (Abbiamo raccontato la caduta e la protezione meravigliosa dell’aviatore, nel Messager du Coeur de Jesus, novembre 1917, e in Immolations Fécondes, Blond et Gay, p. 3-11). Può darsi che la vista delle anime lontane alle quali il Vangelo non è stato ancora predicato, sia meno impressionante di quella delle anime a noi vicine, le quali un tempo possedevano la vita del grande Fratello, ma ora l’hanno perduta, dopo d’averla sciupata in compromessi rincrescevoli e sono così divenute anche esse dei cadaveri, in mezzo ad un mondo creduto vivente. – Un uomo che vediamo passare… è vivo?… o morto?… Che cosa potrei fare a suo bene? Farò come Caino con Abele? Non ho contribuito per nulla alla sua rovina? E se posso rispondere di no, il mio compito è finito? Non avrebbe forse bisogno di me per rivivere, e avrei il coraggio di far mia questa parola glaciale: «Non mi curo della sorte di mio fratello?». – Sono pochissimi coloro che a un titolo qualunque non abbiano cura d’anime. Ma quanti se ne preoccupano? Tante persone di cui mi valgo, che mi circondano, che dipendono da me, che abitano con me, aiutandomi o servendomi, hanno la vita? Quale esame di coscienza più grave di questo: « Voi affidate, Signore Gesù, una missione tremenda e divina a chiunque si occupi dell’anima di un fanciullo: con l’esempio e con la parola, con discrezione e rispetto profondo, dovuti a un’intelligenza e a una volontà libera, egli deve produrre Voi in quest’anima. Ogni educatore è un profeta che annunzia e prepara il Natale nell’anima del fanciullo. Per quei giovani dei quali oggi mi ricordo dinanzi a Voi, seppi trovare le parole, i gesti, i silenzi che annunziano, preparano e compiono la vostra nascita? Signore Gesù, vi prego per loro, perché Voi fissiate pienamente il vostro sguardo su di essi. Fatene dei veri Cristiani » (Bullelin des Professeurs catholiques de l’Université, Pierre Pacary; Natale 1921).A questo modo, la solidarietà misteriosa, mareale, che unisce l’anima nostra a Gesù Cristo,alla Vita, conduce spontaneamente a considerarela solidarietà misteriosa, ma ugualmentereale, che unisce, fra loro, tutte le anime cristiane. « Ut sint… unum » (Ego in eis, et tu in me, ut sint consummati in unum. L’Unità è perfetta tra Dio. Gesù Cristo e noi; noi siamo« perfetti nell’unità della vita». Giov. XVII, 23). Bisogna che di tutte queste vite se ne formi una sola. Essendo tutte « innestate » sul Cristo, sono sottoposte alla legge dei vasi comunicanti, a cui abbiamo accennato. Se in un’anima la vita diminuisce o termina, l’insieme resta privato di una porzione più o meno grande di Vita. Se invece in un’anima la vita aumenta, e ciò avviene nella misura in cui le si lascia libero il posto, l’insieme ne risente un beneficio. Ut sint unum. Si legge in un sermone di Sant’Agostino, che la Chiesa inserisce nel breviario il giorno della Dedicazione: Tutti i Cristiani compongono il corpo mistico del Cristo; Gesù, la pietra angolare, noi le altre pietre viventi dell’edificio. Gesù, e noi, anime in grazia, formiamo un solo blocco, un solo Uno, una medesima cattedrale, un unico cuore, un solo amore, un tutto, il solo tutto, l’unica cosa che conti. Alle anime è dato di vivere insieme econ Dio. I palpiti di un cuore si dirigono a un altro; la forza ela virtù di un cuore passano in un altro cuore; un’anima è santificata perché un’altra si santifica. Ogni membro agisce per la forza di tutto il corpo. – « Quel movimento della grazia che mi salva, poté essere determinato da quell’alto di amore compiuto stamattina, ovvero cento anni fa da un uomo oscuro che così riceve il suo guiderdone. Eccovi una povera fanciulla che prega in una chiesa diroccata. Non sa nulla, eccetto che Dio esaudisce immancabilmente, avendo promesso di concedere quello che gli si domanda con confidenza… Vi accade di sentire, in una notte, un immenso strepito di fanteria di cavalleria, di carri in moto. Quello strepito rappresenta il movimento delle labbra di quell’innocente fanciulla, alla quale Dio è certamente sul punto di obbedire ». – Quale grande stimolo, per santificarci, è il pensiero che il minimo atto di virtù, non solo nell’anima mia, ma anche in tutte le anime che sono in grazia, e alle quali io sono unito nel Cristo, fa scorrere un po’ più di vita divina. Altri sfruttano diversamente il gran concetto del Corpo mistico. Il Verbo venne sulla terra e prese un corpo, per farsi Mediatore. Come compagni dell’opera redentrice vuole tutti coloro che accettano di partecipare al suo compito. Vuole avere bisogno di noi, non perché da solo non possa compiere tutto, ma perché l’amore lo spinge a chiedere con sollecitudine il nostro concorso. Egli è il Primo e vuole che noi gli siamo i « secondi ». Da solo poteva salvare tutte le anime. In realtà vi saranno delle anime che non si salveranno che per mezzo nostro. – Dignità singolare — e responsabilità tremenda — del Cristiano. Da questo proviene, in molti, il desiderio di vedere riprodotto, in qualche modo, in se stessi, ciò che effettuò il Verbo nell’Umanità del Salvatore; e di offrirsi, secondo l’espressione singolare di Suor Elisabetta della Trinità, a divenire come « un’umanità aggiunta ». Soltanto alcune anime privilegiate possono comprendere ciò che importa una simile offerta in certi momenti di dolore. Esse sanno bene che supplire, ultimare la sua missione, significa: « Completare la Passione del Cristo». Ed ecco in qual modo la conoscenza dello stato di grazia, dal primo stadio, che è lo spirito fraterno nelle nostre relazioni col Signore, conduce al secondo, che è lo spirito di vittima. – Donde questa strana ambizione, nelle anime, di divenire vittime? — « Vittima con la Vittima, Vittima per la Vittima, mi pare debba il riassunto della mia vita » (Une Ame Réparatrice: Simone Denniel, Vitte, 1916) — noi ci siamo studiati di mostrarlo altrove (L’idea riparatrice, ed. Marietti). – La visione del Cristo in Croce, il bisogno di mettere qualche cosa dentro le piaghe aperte sul corpo del Salvatore, il pensare che esse possono offrire nel loro cuore un ricovero al Divino Maestro, per fargli dimenticare a furia di amore, generosità e sacrifizio, le abbominazioni dei peccatori; il pensiero che il loro sacrifizio può, in qualche modo, riparare per tutti coloro che dimenticano ed oltraggiano Dio, che il loro corpo può diventare uno strumento destinato a soffrire con Gesù, in vece di Gesù, per conto di Gesù; tutti questi sono forti motivi capaci di stimolare nelle anime l’ardore, più di quanto non si immagini. Inoltre tutto ciò che di terribile affermano gli autori spirituali sullo spirito di morte, esse l’accolgono come il fatto più naturale, ovvio, obbligatorio. Il « Quotidie morior» dell’Apostolo per queste anime non è che una fòrmula, una frase che si legge con aria disinvolta, e si ripete ad altri perché abbiano la cura di rendersela propria. S. Paolo non sente il bisogno di supplicarle con molte istanze. « Spogliatevi – dice egli – dell’uomo vecchio, conforme al quale avete vissuto nella vostra prima età, e rivestitevi dell’uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità » (Eph. IV, 22-24). Ed esse sono pronte a dire con S. Paolo: « Con Gesù Cristo io mi sono inchiodato alla Croce » (Gal. II, 19), e ancora: « Io mi glorio della Croce di Gesù Cristo » (Gal VI, 14). – In un’opera celebre, per scoraggiare l’Aquilotto, il ministro austriaco Metternich gli mostra che non ha nulla delle doti di suo padre, nulla che lo renda capace di governare. « Voi avete il cappello, ma non la testa! ». Anche la coscienza ripete continuamente una espressione simile, non per scoraggiare, ma per stimolare: Guarda, dice, l’immagine del divino Maestro che soffre. Rassomigli a Lui? Paragona il tuo viso al suo. Il tuo volto è proprio quello di un crocifisso?… La vista del Salvatore dilaniato, toglie il coraggio di vivere senza la Croce, e ad ogni costo si vuole appartenere al numero di coloro che « Dio ha conosciuto in precedenza, e ha predestinato ad essere conformi all’immagine del suo Figliuolo » (Rom. VIII, 29). – Del resto ogni anima che vive « interiormente » è sempre un’anima più o meno destinata al martirio. Con ciò non intendiamo dire che le siano riservate, come a S. Lidwina, le sofferenze fisiche; ma che a ogni minuto vi sarà nel suo interno un pensiero che la tortura, il pensiero della crocifissione. Ella constata la grande sproporzione fra quello che vorrebbe essere e quello che è in realtà. Sente che l’Ospite divino vorrebbe tutto, e sa quante cose si sottraggono all’olocausto. Vorrebbe che tutto fosse di Gesù, e intanto non gli cede la parte migliore. E se in certi momenti di maggiore generosità ha coscienza di dare tutto, sente nondimeno quanto sia poco ciò che dà: sa troppo bene che il tutto è quasi niente. L’anima non è capace di rivaleggiare: Gesù è troppo ricco, essa è troppo povera. Capisce che si tratta di giocare una partita, dove perde sempre: Giacobbe lotta contro l’Angelo. L’Angelo riesce sempre vittorioso. Intorno a lei e in lei, il Cristo è così poco conosciuto e sì mal servito! La piena del peccato si solleva e minaccia di sommergere tutto; e quello spazio di terreno risparmiato dall’inondazione, non è che una pianura, ovvero uno scoglio d’indifferenza. Che fare? Il cuore è pieno di desideri, ma i mezzi, per realizzarli, sono inefficaci ed ecco il supplizio di Francesco Saverio che muore di fronte alla immensa Cina, dove non gli è dato di entrare. Ecco ancora la stretta del cuore di un missionario, che dopo cinquanta anni di lavoro, muore sfinito nella sua dimora, guardando in alto, sulla montagna, una pagoda gigantesca, dove il rivale di Gesù Cristo, un budda grasso e spregevole, regnerà con orgoglio! Il tormento del Serafino d’Assisi, quando percorre le solitudini di Alvernia, donde fissa gli sguardi sulla campagna umbra — sull’universo intero! — e mormora: « Gesù non è amato! Gesù non è amato! ». « Perché non posso incoraggiare tutti ad amare Gesù Cristo, mio divino Maestro, e spingere tutti gli uomini al suo servizio? » scriveva M. Olier. « Sia benedetto Dio che supplisce, con tanta dolcezza e carità, allo zelo dei suoi poveri servi i quali languiscono di non poter servire che per poco tempo, e in modo imperfetto, il loro grande Padrone. Mille milioni di uomini, ripieni del vostro amore e dello zelo di servirvi, darebbero alla mia gioia, o mio Dio! ciò che le manca. Cento mila anni, e più ancora, da me impiegati a propagare la passione santa di cercare la gloria vostra, la gloria del vostro Figliuolo e della sua Madre divina sarebbero almeno un principio di appagamento dei desideri che mi tormentano. Oh, se avessi tanti cuori quanti sono gli spiriti sciagurati e maledetti che vi bestemmiano, come li impiegherei volentieri a vostra lode e a rendervi gli onori che essi vi negano! Moltiplicherei la mia lingua in altrettante creature, quante voi ne avete create sulla terra per glorificarvi! Ma per supplire, o mio Dio! Fate che io mi perda in Gesù, vostra eterna lode, il quale vi rende onori infinitamente infiniti; che io m’immerga e mi inabissi nei cuori dei vostri santi; che, come David, io inviti tutte le creature a benedirvi; che faccia concorrere il mondo intero, per quanto dipende da me, a glorificarvi! Nell’universo ogni cosa fu creata per il mio Gesù e per le sue membra, per Lui e per me; e in Gesù Cristo, Figliuol vostro e nelle sue membra fu tutto disposto a essere una vittima di lode, per tutta la gloria del nome vostro durante tutta l’eternità. O Dio, amor mio! fate che io cominci fin da ora per non finire mai più » (OLIER, Vie, Lebel, Versailles, pp. 608-82).La devozione è svariata nelle sue forme. Alcuni preferiranno considerare, in Nostro Signore, il Verbo, altri l’Umanità sacrosanta. La preghiera di S. Ignazio torna opportuna: « O amantissimo Verbo di Dio, insegnatemi ad essere generoso, a servirvi come lo meritate, a donare senza contare, a combattere senza preoccuparmi delle ferite, a lavorare senza ricercare il riposo, a spogliarmi di me stesso senza attendere altra ricompensa che di sapere che sto facendo la Vostra santa Volontà ».Suor Elisabetta aveva anche la devozione « all’amantissimo Verbo di Dio », ma sotto l’aspetto di cui specialmente ci occupiamo, cioè del Verbo presente nell’anima in grazia. La sua bella preghiera non sfigura accanto a quella di S. Ignazio:

« O eterno Verbo, Parola del mio Dio, voglio trascorrere la mia vita ad ascoltarvi, voglio divenire perfettamente capace d’imparare, per potere da Voi apprendere ogni cosa. Attraverso tutte le notti della mia vita, tutte le privazioni e impotenze, voglio fissarvi sempre e vivere sotto la vostra luce. – « O Fuoco consumatore, Spirito di amore, venite in me, perché si faccia, nell’anima mia, come un’incarnazione del Verbo; ch’io sia per Lui come un’umanità aggiunta, nella quale Egli rinnovi tutto il suo Mistero. E Voi, o Padre, inchinatevi sulla vostra piccola creatura, considerate in lei il solo amantissimo Gesù, nel quale avete posto ogni vostra compiacenza… ». Alcune anime preferiranno, nella Umanità del Signore, meditarne l’Infanzia. Molti avranno letto l’autobiografia di un’altra carmelitana, Santa Teresa del Bambino Gesù. Sarebbe grave torto stimare mancanza di virilità la freschezza che emana da queste pagine. Offrirsi a Gesù per divenire, nelle sue mani, come una palla elastica nelle mani di un bambino, una palla che si possa buttare a terra, forare con spille e chiodi, farla saltare, abbandonarla in un angolo, sono concetti molto più profondi di quello che non sembrino a prima vista. – La fondatrice del Carmelo non ebbe forse un amore particolare per il Bambino Gesù, a partire dalla celebre visione, in cui la Santa chiese:

« Chi sei tu? ». « Io sono Gesù di Teresa ». « E io, Signore, sono Teresa di Gesù ». S. Antonio di Padova, giovine ancora, ebbe una simile visione, come si legge nelle sue biografie. Vide un giorno, davanti a sé, un bambino con un grembiale rilevato, in atto di volere raccogliere qualcosa di prezioso: « Che cosa vuoi? » gli dice il Santo. «Voglio il tuo cuore ». « Che cosa fai? ». « Tu lo vedi, vado in cerca di cuori che vogliano consentire ad amarmi ». – Il P. de Condren, sul punto di morire, nell’ultima visita fattagli dall’Olier, diede quest’ultimo consiglio: « Prendete come vostro direttore il Bambino Gesù » – « parole, aggiunge l’Olier, che sono state per me molto utili e assai care ». Spirito d’infanzia, spirito abituale alle anime interiori, per le quali la contemplazione dei primi anni della vita di Gesù non è sterile, ma perviene a un abito di fede rapida e spontanea, alla sottomissione completa, all’intero abbandono, necessario perché a Dio sia permesso di vivere in noi, come vuole e quanto vuole. « Nostro Signore, l’intera mattina mi ha occupato in questo pensiero, che il mio bisogno più importante era quello di ottenere lo spirito del santo Bambino…, d’essere un fanciullo che non può né parlare, né camminare, né aiutarsi, che si lascia volgere e rivolgere a piacere senza che sia consultato, né gliene siano detti i motivi. E io mi sono lasciata compenetrare questa verità, ascoltando Gesù Dottore: « In verità nessuno, se non rinasce, non può veder il regno di Dio… Bisogna che voi nasciate di nuovo… Lasciate che i piccoli vengano a me giacché di questi è il regno dei cieli e di chi loro rassomiglia ». Io ho guardato Gesù modello; Gesù dell’Incarnazione, del presepio, della fuga in Egitto, di Nazareth. Che silenzi quanta sottomissione, quale abbandono! » (Paolina Reynolds, inglese convertita e fattasi carmelitana, della quale parleremo più oltre). – I Cristiani che acquistano la semplicità dei piccolini, nella contemplazione del Bambino Gesù, sanno meglio degli altri, dove tenda e ciò che esiga, questa « seconda nascita », la nascita di Dio nei nostri cuori per la grazia, che fa di noi « i figli del Regno ». Meglio che lo spirito d’infanzia, la conoscenza dell’ « Inabitazione » sviluppa lo Spirito eucaristico. A prima vista potrebbe sembrare che la devozione a Dio, presente nell’anima, debba nuocere alla devozione a Dio, presente nei tabernacoli delle nostre Chiese. Poiché già godo della vera presenza spirituale, l’Eucaristica è meno utile, meno desiderabile, e più facilmente mi dispenserò di ricevere in me Dio, poiché già lo possiedo in me. Modo di vedere falso e superficiale. Quanto più un’anima vivrà di Dio che abita in lei, altrettanto ambirà di diventare un’anima eucaristica. Anima eucaristica, non solo perché apprezzando di più il divino tesoro che porta con sé, vivrà in « atti di ringraziamento », parola che traduce alla lettera il nome « Eucaristia » (Il postcommunio della Messa di S. Luigi Gonzaga ci fa domandare, ad imitazione del modello offerto alla nostra pietà, di vivere come « eucaristia », cioè di restare « in azione di grazia », « in gratiarum actione manere »); ma anche perché logicamente si sentirà avida della Comunione. – Chi ama, brama amare di più; chi possiede, vuole possedere ancora e in tutti i modi possibili. Possedere Dio, l’Uomo Dio, è certamente la cosa più importante; ma la Comunione questo lo suppone, giacché esige l’assenza del peccato grave, lo stato di grazia. Ora, aggiungendo il possesso dell’Umanità del Salvatore, qual privilegio insigne si acquista, in quanto, con l’Umanità Santa riceviamo per così dire una maggiore dose di Divinità! – Le anime interiori lo sanno, ed ecco perché, lungi dall’essere portate a comunicarsi rare volte, anelano a ricevere l’Ostia divina il più spesso possibile. Esse sanno che una sola parola basta a trasformare il pane sull’altare, ma per trasformare noi, occorre più di un’ostia, occorreranno ripetutissime visite del Figliuolo, per renderci come ci è richiesto, perfetti — nientemeno — sicut Pater cælestis, come il Padre celeste. – Ma vi è di più; le anime che hanno maggiore conoscenza dell’Abitazione divina capiranno a perfezione l’Eucaristia, cioè non solo come una vittima che si riceve, ma anche come vittima che si offre. Meditando il templum Dei quod vos estis (I Cor., III, 17), si avrà presto l’intuizione che il nostro cuore dev’essere il luogo di un’offerta liturgica, un santuario intimo, dove, secondo l’invito di S. Paolo, che dice d’immolarci col Cristo e di essere una vittima santa e grata a Dio (Rom., XII, 1. – Vedi Videa Riparatrice), si apporteranno, in olocausto, tutti gli atti dell’anima, e che perciò ogni Cristiano è rivestito, come affermano S. Pietro e l’Apocalisse, di un vero sacerdozio (Fecisti nos sacerdotes, ci avete fatto veri sacerdoti. – Apoc. V. 10;  1 Petr. II, 5 e 9). Se il pensiero di Dio in noi dà al culto eucaristico il suo vero senso, può dirsi anche che lo stesso concetto, ed esso solo, dia una spiegazione profonda della vera devozione al Cuore di Gesù. Il P. Ramière nel suo libro: Il Cuore di Gesù e la Divinizzazione del cristiano ne apportauna prova perentoria. La nostra deificazione è l’opera di tutta la SS. Trinità. La prima e la terza delle Divine Persone non certo vi partecipano meno della seconda, perché questa deificazione consiste nell’adozione che Dio Padre fa di noi, e nella unione delle nostre anime con lo Spirito Santo. Ma questo divino Spirito ci è dato per mezzo di Gesù Cristo e, unicamente a causa della nostra incorporazione a Gesù Cristo, Dio Padre ci riconosce e ci ama come suoi figli. La nostra giustificazione è l’opera di Gesù. Potremmo dire, domanda il P. Ramière, opera del Cuore di Gesù? E risponde: Lo possiamo e lo dobbiamo.Infatti, Nostro Signore ci ha procurato la giustificazione per un atto libero o per un atto necessario? Per un atto libero. Il Verbo è venuto liberamente: « Quia voluit ». E l’Umanità santa del Salvatore ratificò liberamente questa volontà libera. « Dio ci ha generato volontariamente », dice S. Giacomo; e S. Paolo Dilexit me, tradidit se. Mi ha salvato per puro amore, per un puro slancio del suo Cuore.« Gesù Cristo, continua il P. Ramière, ci dà il suo spirito e ci fa membri del suo corpo mistico, con un atto di amore perfettamente libero e continuamente rinnovato. Noi siamo quindi debitori della nostra vita divina e di tutte le nostre ricchezze soprannaturali al suo Cuore che è l’organo (o meglio il simbolo) del suo amore » (Dinisation p. 565).Nostro Signore ci ha salvati, dando tutto il suo sangue per un primo ed eccessivo trasporto del suo divino amore. Per un altro trasporto di amore incessante, facendo valere i suoi meriti, ci ottiene, ad ogni momento, la grazia santificante di cui abbiamo un bisogno continuo; da ciò trae la sua ragione la parola di S. Paolo, quando dice che « Egli è la nostra giustizia (colui che ci rende giusti) la nostra santificazione e la nostra redenzione » (I Cor., I, 30). In cielo Nostro Signore trascorre il tempo, o a dir meglio, passa l’eternità mandandoci lo Spirito Santo. Una volta, un’iniziativa dell’amor suo — del suo Cuore — valse la prima, la grande Pentecoste. Ogni Pentecoste particolare, ciascuna discesa dello Spirito Santo nelle anime nostre, è anche l’affetto degli slanci amorosi del suo Cuore. « Allorquando dico: Gesù — aggiunge l’autore della Divinizzazione — io vedo Dio fattosi accessibile. Quando dico Cuore di Gesù, vedo il Salvatore ancora più vicino, guardo in Lui il punto dal quale vuole unirsi con me, e m’invita ad unirmi a Lui». Di questa fontana che zampilla fino alla vita eterna — fons aquæ salientis in vitam æternam — il Cuore di Gesù è l’organo propulsore. Per mezzo suo il divino influsso, lo Spirito Santo, perviene in ogni membro del corpo mistico. Ciascuna delle nostre azioni soprannaturali è un’azione del Cristo, giacché il Cristo mistico è il Cristo personale (il Capo), più il Cristo mistico (noi Cristiani, sue membra); e grazie al suo Cuore, la vita circola dalla testa alle membra; da Lui a noi. – Presso tutti i popoli, il cuore simbolizza l’amore. Gesù poteva quindi dire a Santa Margherita Maria, poiché noi dobbiamo la nostra salvezza al suo amore: « Ecco il mio cuore, che ha fatto tanto per gli uomini ». – Separando la devozione al Sacro Cuore dal dogma dell’Inabitazione divina, si corre il rischio di farne una devozione di mero sentimento, una devozione della quale non si capisce, né l’origine., né lo scopo. Un’anima, invece, che ha compreso in che consista lo stato di grazia e la vita con Dio dentro di sé, sarà immancabilmente un’anima che ha una devozione fervente al Cuore di Nostro Signore, a quel Cuore al quale deve i preziosissimi tesori che porta in se stessa.

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LO SCUDO DELLA FEDE (91)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884 (2)

CAPO II.

Quanto sieno indegni di credito gli ateisti.

I.

I . Non par possibile, che l’uomo introdotto in questo mondo, quasi in un tempio, affinché in nome di tutte le creature offerisca alla divinità sacrifizio di lode eterna, degeneri poi del suo grado sì enormemente, che di’ sacerdote si rivolga in ribelle, né solo contenda al suo sovrano l’omaggio, ma infino l’essere. Eppur così non prevaricasse più d’uno! Dixit insipiens in corde suo: Non est Deus(Ps. XIII. I ). Vero è, che se all’uomo è difficile l’avanzarsi al più alto della virtù, non gli è forse meno difficile l’difficile l’arrivare al più profondo del vizio. Ond’è che innanzi che uno divenga ateista vi vuole assai: dovendo egli a tal effetto, non solo perdere il senno, ma voler perderlo. Ora, perché il rinvenire l’origine de’ malori è gran parte della lor cura, facciameli a rinvenir quella dell’ateismo, per pura brama di convertire, a chi ne sia per sorte infetto, la vipera in medicina.

II.

II. La sorgente più consueta della vertigine non è nel cerebro, come la gente si crede, ella è nello stomaco, il quale pieno di maligni umoracci, manda alla testa quegli aliti impetuosi che, sconvolgendola, le danno insino a stimare che i monti ballino. Tanto accade nel caso nostro. La origine di questa incredulità sì caliginosa non si ha da cercare immediatamente nell’intelletto alterato, ma nella volontà, la qual carica di ogni fracidume di vizio, solleva dal suo seno lumi nerissimi, per cui viene alla mente quel capogiro che non le lascia tenere per saldo e stabile né anche il primo motore (Talvolta la corruzione discende dal cervello al cuore, tal’altra monta dal cuore al cervello. Le passioni della volontà ed i traviamenti dell’intelligenza sì rispondono mutuamente, e si dividono amichevolmente il dominio dell’anima).

III. Io certamente non so chi vi siate voi che avete pigliato a scorrere queste carte. Mi giova credere, che senza fallo voi siate fedele a Dio. Ma se foste uno di quei che neppur lo ammettono, deh contentatevi, che da solo a solo io vi chiegga in segreto sommo (giacché qui parliamo a quattr’occhi!, come avete mai fatto a scancellare dal fondo della vostra anima quei sentimenti più pii che vi stimolavano a riconoscere un Fabbricatore supremo dell’universo, ed a venerarlo (Queste parole ci ricordano quelle altre ragguardevoli di Tertulliano: « Oh! testimonium animæ naturaliter christianæ! »)? Non potete già dire, che siate nato ateista; vi siete fatto, e fatto, se si consideri, a poco a poco. Confessatemi dunque per quella divinità, cui non date fede: quali sono quei gradi per cui veniste a cadere in sì gran delirio? Non credo io già, che la integrità de’ costumi, la continenza, la carità, la pazienza, e molto meno la mortificazione indefessa di voi medesimo vi abbiano persuaso, che Dio non v’è (Un animo morigerato, e casto, ed adorno di elette virtù non può non sentire Iddio, che è santità e purezza infinita, ed in sentirlo ne riconosce e ne adorala viva presenza. Un cuore ben fatto non fu ateo giammai). Ve l’ha persuaso la vaghezza di vivere, come fan le bestie, a capriccio. E una dottrina sì misera, che si apprende unicamente nel lezzo e ne’ lupanari, sarà la vera? Dove mai si trovò, che a penetrar a più bella di tutte le verità fosse di mestieri mettersi sotto i piedi la temperanza? Anzi fu perpetuo parere di tutti i saggi, che ad indagare qualunque verità, non pure alta, ma comunale, nulla giovi più che l’avere libero il cuore dalle passioni troppo abili ad ingombrarlo (Come le passioni ci presentano le cose ben altre da quel, che sono, ossia alterate, così la mente spassionata non può non vedere gli oggetti quali sono effettivamente in se stessi, ed accogliere la schietta luce della verità). E come dunque chi più si lasci dominare dall’ira, dall’ambizione, dall’astio e dalle dissolutezze più vergognose, più ancora intende di ciò che appartiene a Dio? – Quando a contemplar meglio il cielo sarà più spediente ad un astronomo il chiudersi in una stufa colma di fumo, che non sarebbe l’uscire in campagna aperta: allora si potrà giudicare, che la vita menata fra mille crapule e mille carnalità vi abbia dato a vedere, che sulle stelle non v’è quel Dio che si pensa la gente credula. E se così è, permettetemi dunque, che io vi soggiunga: Qual quiete d’animo volete voi mai promettervi in una setta, nella quale avete sì forte la presunzione di non apporvi, dal mirar solamente chi siate voi?

III.

IV. Ma quando anche foste di vita non sì perversa, su che fondamento stabilite voi quella torre di confusione, dalla cui cima vi affacciate a trasmetterci sì gran nuova, che Dio non v’è? Non est Deus (Come Iddio è il primo essere, cagione dì tutti gli altri esseri, ed il primo Vero, ragione di tutti gli altri veri, cosi il Non est Deus dell’ateo nell’ordine della realtà mena al nullismo, perché senza Dio niente più sussiste, e nell’ordine del sapere riesce al massimo degli errori e degli assurdi, perché si risolve in questo pronunciato: l’essere, che non può non esistere (Deus), non esiste (non est); ossia il necessario è nulla). Aspetto, che mi diciate con quegli sciocchi già confutati da Tullio, (De nat. Deor.) che Dio non v’è, perché non è visibile agli occhi nostri. Ma da quando in qua si ha da curare la testimonianza degli occhi in cercar Dio? Si veggono con gli occhi le cose soggette agli occhi, quali son le corporee: le spirituali s’intendono, non si veggono. Di poi, perché state a dirmi di non vederlo? Noi vedete in sé, ve ‘l concedo; ma lo vedete (se non volete accecarvi da voi medesimo) ne’ suoi effetti. Ditemi un poco. Come vedete voi l’anima di quell’uomo che vi è presente? La vedete forse in se stessa? No certamente. Voi la vedete nelle sue operazioni. Eppure queste vi fanno abbastanza credere, ch’ella v’è: né mai vi cade in pensiero di sospettare, che il corpo di quell’artefice il quale intaglia, scrive, stampa, dipinge per eccellenza, non sia corpo animato, sia corpo morto da mandare alla sepoltura. Che sciocchezza dunque è mai questa? dalle operazioni del corpo conoscere che v’è l’anima da cui sgorgano; e dalle operazioni di tanto cose create non sapere conoscere, che v’è Dio! Stulte(diceva appunto il grande Agostino (In Ps. LXXIII) ad un uomo del taglio vostro) Stulte, ex operibus corporis agnoscis vicentem, ex operibus creaturæ non potes agnoscere Creatorem? Questo è il sapere arguir da’ suoi giri il rivo, e non sapere arguire dal rivo il fonte. I postumi mai non videro il loro padre, eppur di lui sono certi, né solo ne son certi, ma di più l’amano nei ritratti, l’amano nelle rendite, l’amano nella casa di tanto costo da lui fabbricata per essi non anche nati. E a voi non basta mirar quanto Dio vi diede, e quanto vi dà, per credere che ei vi sia, se non per amarlo? Voi dunque non crederete (se così è) né tanto che vi è noto per pura autorità di persone degne di fede, che ve lo affermano, come è, che il sole sia mille e mille volte maggior di tutta la terra (purtroppo anche il Segneri non credeva alle parole della Bibbia, quando riportava l’esempio degli eliocentristi dediti al culto di Mitra, che immaginavano – essi sì – che il sole fosse mille volte più grande della terra, senza avere avuto mai uno straccio di prova, ma solo per  argomentare contro le parole di Dio delle sacre Scritture – Errore grave di tutti i chierici sette-ottocenteschi ed oltre, che evidentemente non credevano al dogma dell’inenarranza biblica!); né crederete tanto altro che la ragione vi sforza a credere con le sue violente illazioni.

IV.

V. A questi due tribunali voglio io pertanto citarvi per vostro bene: a quello dell’autorità, ed a quello della ragione (Autorità e ragione tornano entrambe necessarie allo studio non della Religione soltanto, ma di qualsiasi ramo dello scibile umano. Il discente non può muover un passo senza piegar docile l’intelletto alla parola autorevole del maestro, perché non est discipulus supra magistrum; ed il dotto anch’esso mal può penetrare più addentro nelle profondità della scienza sua, se non piglia ad imprestito dalle altre scienze, senza punto discuterli e dimostrarli, quei principii, di cui come di postulati abbisogna la propria). E se ad ambo voi rimarrete convinto, che Dio vi sia, come più fissarvi a contenderlo? Sarebbe questo un non volere altra regola in giudicar delle cose, che il proprio orgoglio. Onde potremmo conchiudere, che se la corruzion della volontà, è la madre, come si disse, dell’ateismo; l’orgoglio dell’intelletto ne è il vero padre. Tale è l’origine degli animali più vili. Sono eglino schiusi in vero dalla putredine, ma non senza il concorso di quel poco di spirito che ivi intorno se ne va volando per l’aria. Quindi è l’osservare in ogni ateista un cervello, non pure altero, ma indomito, tanto che recansi fino a sapienza l’errare, ed a sapienza massima l’errar soli, singolarmente dappoi che l’amore della novità gli ha impegnati a stimarsi tanto più liberi, quanto più se ne vanno fuori di strada. Allora, crescendo in essi per la libertà l’alterezza, divengono incorreggibili. Imperciocché siccome nel calore della battaglia non si accorge taluno di esser ferito; cosi essi non si accorgono di quei colpi che dà loro la verità per ridurli in via, né se ne risentono, o sia l’autorità quella che più li percuote, o sia la ragione. Non vorrei già, che voi dimostraste esser uno di questi miseri. Però arrendetevi in prima all’autorità.

DIO IN NOI (4)

DIO IN NOI (4)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

LIBRO TERZO

Il peccato mortale e l’inimicizia con Dio in noi

Un modo di concretare i nostri privilegi soprannaturali consiste nel domandarci quali doveri c’incombono, allorquando, per il peccato mortale, disprezziamo questi doni e li rigettiamo lungi da noi, come fardello inutile. Abbiamo considerato l’Abitazione di Dio in noi, dal punto di vista positivo; — studiamola adesso in che consista dal punto di vista negativo — di che cosa viene privato chi non la possiede. In virtù della grazia, Dio vive in noi, Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo. Vediamo ciò che il peccato mortale è capace di produrre nelle nostre relazioni:

Col Padre,

Col Figlio,

Con lo Spirito Santo.

Faremo così un passo innanzi nello studio del mistero adorabile di cui ci occupiamo.

CAPO I.

L’inimicizia con Dio Padre.

Un ricco incontra un giorno un fanciullo povero sulla via. Lo raccoglie, l’adotta, lo educa, lo nutrisce, lo circonda di cure. Il fanciullo ha diritto di partecipare alla stessa mensa di famiglia, alle gioie della famiglia, profitta delle relazioni della casa e di tutti i vantaggi che la sua posizione di « figlio di Re » gli procura. Più tardi, se resterà fedele, sarà ammesso dal padre adottivo all’eredità. La condizione è una sola: non deve abbandonare il focolare domestico, né tradire la persona o gl’interessi del benefattore al quale egli deve l’educazione e la nobiltà. – Il fanciullo divenuto grande, si lascia persuadere di abbandonare il padre adottivo e rifiuta i beni e l’eredità promessagli. Fa anche peggio. Cerca disfarsi di suo padre, per assumerne la dignità, volendo così divenire padrone. Il tentativo dello sciagurato non riesce. Conseguenze: il padre conserva i suoi titoli, la sua potenza e i beni di fortuna, ma il figlio adottivo è cacciato per sempre dalla famiglia: « Va’ via, non ti riconosco più! ». Questo esempio descrive assai bene quello che la teologia chiama l’Adozione divina, e il modo in cui l’uomo corrispose all’adozione, fondata nell’amore infinito di Dio. In principio Dio gratifica l’uomo della vita soprannaturale, dono meraviglioso aggiunto a quelli di natura; gli promette l’eredità celeste, da conseguirsi più tardi, se sarà fedele, e la possibilità di godere, fin da questa vita, l’usufrutto dei favori divini. Ma l’uomo ingannato dal demonio: « eritis sicut dìi », aspira a scoronare Dio col preferire il suo capriccio all’obbedienza. Il suo gesto audace lo caccia dal paradiso terrestre e lo priva di tutti i doni divini. – Monsignor de Ségur, nelle Semplici Storie, racconta questo fatto: Un padre in una fiera smarrisce sua figlia. Lungo tempo la cerca, ma invano. Quattro anni dopo, a Londra, riprendendo le indagini, scorge sopra un palco di lottatori una fanciulla. Non ha dubbio alcuno: è sua figlia! Penetra nel palco… « Figlia mia » le dice; ma la piccina, guasta per il soggiorno prolungato coi saltimbanchi, contaminata dai loro cattivi discorsi, aveva dimenticato i suoi primi anni. Risponde senz’altro: « Voi, mio padre?… Non vi conosco! Il mio vero padre è questo qui ». E accennava a un sinistro ciarlatano, che voleva intervenire per non lasciarsi sfuggire la preda. Quante volte accade anche all’uomo, attirato da una curiosità colpevole e da una gioia di bassi istinti, ingannato dal demonio, grande ladrone di anime, di abbandonare la dolce casa del padre di famiglia. Divenuto preda del demonio, si lascia trascinare lungi, molto lungi, sforzandosi di sfuggire alle ricerche di Dio. Non già che Dio non sappia dove trovarci; ma diciamo che quando Egli batte alle porte del cuore e chiama con la voce del rimorso o le esortazioni del sacerdote, il demonio raddoppia le suggestioni, insinua i suoi orpelli, cattiva l’attenzione, paralizzando la volontà. – Se almeno l’uomo rinunziasse alla amicizia di Dio per un oggetto degno di stima! Ma no, per una bagatella la riflessione cede; ci lasciamo sedurre da un nonnulla: uno sguardo, una lettura, una parola, un desiderio. « Che stranezza, dice S. Agostino al peccatore: tu basti a Dio, e Dio non ti basta. Sufficis Deo et Deus non sufficit tibi? Tu cerchi fuori di te il nulla, cerca piuttosto dentro di te il sommo bene! » (Quid vagaris o homuncio, quærendo diversa corporis et animæ bona, quære summam bonum quod in te est). – In te; ecco ciò che rende più gravi le nostre colpe. Offendere da lontano è un’ipocrisia, ma un’ipocrisia che infine si spiega facilmente. Offendere però in faccia, offendere qualcuno, intimamente unito a noi, che vive ed è tutt’uno con noi è una colpa così strana, che il sentimento di onore più elementare dovrebbe preservarcene. Non solo il sentimento dell’onore, ma anche quello dell’amore. La fanciulla rubata non era responsabile. Aveva potuto conoscere appena il vero padre. Ma noi quale scusa potremo addurre? Diremo che Dio era un incognito? che non era buono abbastanza? Dal momento in cui un’anima si è svincolata dalle sue braccia, Dio ne va alla ricerca. Segue questa disgraziata che non vuole più saperne del suo amore. Moltiplica gli appelli, ripete gli inviti. Sa bene in quali braccia miserabili ci siamo abbandonati, a quale tiranno ci siamo affidati; si aggira attorno a noi, aspettando il momento del ritorno. Eccolo con le mani aperte, con le braccia tese; Egli ci chiama,ci sollecita in tutte le maniere. Dentro e fuori ci grida: « Figliuolo mio, eccomi, sono io,tuo Padre. Ritorna, te ne supplico! Oh, se sapessi quanto io bramo di riaverti come mio figliuolo! ».Che magnifico raffronto presenta, con la parabola del Figliuol prodigo e i passi che questi fa per ritornare al padre, la storia di quell’altro padre e le sue ricerche per ritrovare la figlia! E tuttavia l’esempio addotto non riproduce che in modo lontano la sollecitudine del Padre divino in cerca dell’anima che lo fugge.Nella misericordiosa tenerezza del Padre celeste nulla è più significativo, quanto il suo modo di agire col popolo prediletto nell’antico Testamento. Questo popolo miserabile rifiuta continuamente le premure affettuose dell’Altissimo. Dio cerca di richiamarlo al dovere, ora con gli avvisi, ora con premurose sollecitudini,ora con minacce. Qualche volta Israele si arrende, ma quanto raramente! Accade più spesso che si ostina nel suo peccato, ovvero, pentitosi cade e ricade fino a non più intendere la voce di Dio e dei Profeti. Iawè si attrista profondamente, di una tristezza che giunge fin alla nausea, vedendo la poca gloria che il suo popolo gli procura. Allora esclama, stanco:« Basta, o Israele, fino adesso ti ho chiamato mio popolo; ormai tu non sei più il mio popolo ». Si volta la pagina della Scrittura, credendo di leggervi la collera di Iawè; invece si nota il perdono. Israele mostra di correggerli dei suoi falli e Dio non ha la forza di restar fedele al suo proposito. Vuole perdonare il suo popolo. E questo non una volta, ma dieci, cento tutte le volte…Nostro Signore moltiplica le similitudini per descrivere la sollecitudine angosciosa del Padre di famiglia nel voler ritrovare il figlio che si è da Lui allontanato peccando. Quando una donna perde una moneta, si affretta a cercarla dappertutto! Accende la lampada, cerca sotto i mobili, spazza tutti gli angoli. E il pastore, eh cosa non fa quando una sua pecorella si è smarrita? Parte subito, fruga i cespugli, interroga, ne segue le tracce sulla montagna, attraverso i precipizi, si stanca senza darsi vinto…, finché non l’abbia ritrovata accanto ad un macigno lungi dal pascolo, tremante di paura. Con quanta gioia la chiama col suo nome, la raccoglie, se la pone sulle spalle e la riconduce all’ovile! È una felicità tale che Nostro Signore, per esprimerla, usa parole che si direbbero quasi di una esagerazione singolare. « Si fa più festa in cielo per un solo peccatore che si converte, che per novantanove giusti i quali perseverano nel bene ».- Ecco come Dio agisce per renderci la vita divina. Un bravo operaio, dopo una predica sulla parabola del Buon Pastore, andato a trovare il predicatore per confessarsi, gli dice:« Questa storia del Buon Pastore che va in cerca della sua pecorella mi ha commosso. Io ho detto fra me: la pecora smarrita sono io ».Sì, ciascuno di noi è la pecora smarrita, allorché ha abbandonato il Padrone del gregge.

CAPO II.

L’inimicizia col Figlio di Dio.

Il peccato mortale è un’immensa ingratitudine nei riguardi del Padre. Ma nei riguardi di Nostro Signore è un tradimento e uno spergiuro. Non mantenere un impegno, violare liberamente un trattato, si tratti di una nazione verso un’altra, dello Stato verso la Chiesa, dell’uomo verso Dio, è grande fellonia.Ora noi abbiamo assunto impegni solenni e sacrosanti con Nostro Signore!Il giorno della prima comunione promettemmo che volevamo rinunziare a satana perseguire Gesù Cristo. Ma quanto tempo intendevamo restare fedeli a questa promessa? Forse un giorno, una settimana, un anno, fino a vent’anni, fino al matrimonio? No. Noi promettemmo:« Io mi unisco a Gesù Cristo per sempre». Per sempre; dunque per tutta la vita, per tutta l’eternità. Passano alcuni giorni in cui si resta fedeli. Ma l’ora della prima tentazione suona. E, io suppongo, si soccombe… mortalmente. Avevamo stabilito con Dio un contratto bilaterale. Chi lo straccia? Un giorno avevamo affermato:« Rinunzio a satana. Mi unisco per sempre a Gesù Cristo». E adesso: «Rinunzio a Gesù Cristo, e aderisco a satana. Non voglio più saperne di Gesù. Lo rinnego. Voglio satana,che da questo momento scelgo come mio padrone ».E’ vero che, a meno di una malizia straordinaria,nessuno dice esplicitamente: «Aderisco a satana per sempre », ma praticamente si fa così. Nel momento della colpa grave, fra Gesù e il suo nemico si sceglie, con un gesto netto e reciso, il nemico di Gesù Cristo.Quale grande angoscia non sarà per il peccatore, dover rispondere del delitto di alto tradimento! Quando la mobilizzazione generale delle coscienze sarà suonata, quando, non più in un angolo della trincea e per alcuni solamente,ma su tutta la terra, senza eccettuare un solo vivente o un solo cadavere rintronerà la parola tremenda: « Levatevi, o morti! » che. tremito per tutti coloro la cui vita cristiana fu un tessuto di bassezze! Tutte le debolezze consentite e non riprovate riceveranno la triste ricompensa: « O Cristiano, hai degradato te stesso. Sia fatta la tua volontà. Fiat voluntas tua, homo, in æternum! Mi hai cacciato per sempre. Io ratifico: per sempre. E ormai vattene! Non ti riconosco! L’impronta divina tu l’hai strappata. In te non vi è altri che te solo, mentre dovremmo esservi tu e Io. Rimani quello che sei. Custodisci quello che hai, cioè te solo. Io me ne vado, o piuttosto, resto lontano poiché tu lo hai voluto! ». Nei primi tempi del Cristianesimo, per imprimere nella mente dei nuovi battezzati il ricordo degli obblighi contratti, si adottò questo rito: Il neofita indossava una veste bianca che portava durante i primi otto giorni della sua ammissione nella Chiesa. Quest’uso antichissimo la sacra liturgia lo rammemora, imponendo la stola bianca sul capo del fanciullo che è stato battezzato. Nell’atto di fare il gesto simbolico, il sacerdote pronunzia una prescrizione severa e ad un tempo una raccomandazione affettuosa che è la seguente: « Accipe vestem candidam quam immaculatam perferas ante tribunal D. N. Jesu Christi. Ricevi la veste dell’innocenza. Ma riportala senza macchiaimmaculatam — al tribunale di Dio ». Nel giorno della prima comunione la veste candida o il nastro bianco che si porta al braccio, hanno lo stesso significato. Che cosa abbiamo fatto della nostra purezza promessa in quelle dati solenne? La stoffa allora era senza macchia. L’abbiamo custodita Immacolata? Durante la persecuzione dei Vandali, l’apostata Elpidoro perseguitava un diacono rimasto fedele. Irritato dalla condotta d’Elpidoro, il diacono prese con sé la veste, di cui l’aveva rivestito il giorno della sua ammissione nella Chiesa e gli andò incontro. Davanti a lui spiegala veste, l’agitò come un vessillo ed esclamò: «Prendi, guardala: riconosci quest’abito! oggi tu lo profani. Esso ti accuserà il giorno del giudizio. Pensa bene a quello che fai! ». Se quegli che viene sacrificato con una disinvoltura così maligna, per noi non fosse altro che una persona alla quale si è data la parola, non vi sarebbe gran male. Invece è quel Dio al quale dobbiamo tutto il nostro essere, quel Dio che ha dovuto soffrire per ridurci allo stato in cui ci troviamo. Abbiamo già considerato il prezzo della nostra Redenzione e quale parte di torture essa rappresenta. Tutti i dolori del Cristo, il Sangue sparso sulla croce, le angosce della Passione, diventano inutili per il peccato! Diciamo meglio, e in un senso molto reale: i dolori di Gesù sono rinnovati dal peccato! I veri carnefici di Gesù non sono i soldati romani, dalle maniche rovesciate, che nel corpo di guardia della città della Antonia flagellano le spalle del Cristo, gli sputano in viso, lo vestono di un manto di porpora, ovvero percuotono a colpi di canna la testa trafitta di spine, gl’inchiodano le mani e i piedi sul Calvario. I veri carnefici del Cristo siamo noi.In una parrocchia un grande crocifisso dimissione minacciava staccarsi dal legno; il curato chiama un fabbro per fare ribadire i chiodi che sostengono l’immagine sacra del Salvatore.Il fabbro appoggia la scala alla parete, e sale.Giunto al Crocifisso subito sente risvegliarsi quella fede che da molto tempo non aveva praticata, e prova un senso di rammarico. Il dolore invade il suo cuore, gli si gonfiano gli occhi di lagrime, e la mano, con cui sostiene il martello rimane inerte: « Signor Parroco — esclama, voltandosi verso il sacerdote rimasto a pie’ della scala — non posso; no, veramente non posso ».Se nell’ora della tentazione fosse vivo nella nostra mente il pensiero delle sofferenze di Gesù Cristo, le nostre cadute sarebbero meno numerose.Una vecchia biografia di S. Domenico riferisce il seguente fatto: Una donna di costumi dubbi, contrariamente alle sue abitudini, una sera trovavasi sola in casa. A un tratto sente bussare alla porta. Va ad aprire. Un uomo di bellissimo aspetto, ma in preda a una tristezza profonda, le chiede ospitalità. La donna gli offre parte della sua cena. L’uomo accetta. Ma ecco che sui panni dell’ospite, sulla sedia dove è seduto, appariscono macchie di sangue. La donna cambia il tovagliolo; ma dopo alcuni istanti esso è di nuovo coperto di sangue. Allora la misera capisce. L’uomo seduto non è un essere ordinario; è il Crocifisso del Golgota; e il sangue che gli scorre… è il prezzo del peccato.Fatto vero o leggenda? Importa poco! Reale o simbolico, ha in ogni caso, un senso molto vero. Il peccato mortale, nei riguardi di Nostro Signore, è uno spergiuro e una crudeltà.

CAPO III.

L’inimicizia con lo Spirito Santo.

Il Sacramento che ci rende figli di Dio e ci mette in possesso dell’Abitazione divina, è il Battesimo. Si « attuerebbe » meglio la presenza di Dio in noi per la grazia, se qualche volta meditassimo il rito del Sacramento che ci unisce al Cristo. Abbiamo accennato a una parola molto eloquente della sacra liturgia. Altre ve ne sono non meno ricche di sante riflessioni. Il bambino è condotto alla Chiesa; ma gli è interdetta l’entrata e deve aspettare nell’atrio, perché egli è sempre « fuori della Chiesa ». Ma ecco il sacerdote rivolgergli domande importantissime, le cui risposte, date dal padrino e dalla madrina, manifestano la volontà esplicita del futuro « figlio di Dio ». L’affettuoso interrogatorio si svolge così: «Volete essere battezzato? » — «Lo voglio», ecc. Allora il ministro di Dio dice al demonio: « Va via, spirito immondo, esci da questo fanciullo, per lasciare il posto allo Spirito Santo. Exi ab eo, immunde spiritus, et da locum Spiritui Sancto». Forse nessuna parola, qui, come nella consacrazione e nell’assoluzione, rivela meglio la potenza del sacerdote. Quanta forza nella sua affermazione, per la certezza d’essere ubbidito! Parallelismo commovente. Vi è qualcuno che abita nell’anima del bambino a causa del peccato originale. Il suo nome è satana, il demonio. Ma questo nome non muove ancora tanto al disprezzo che merita; bisogna che pubblicamente venga chiamato col nome che per eccellenza caratterizza il suo modo di agire, la liturgia non indietreggia: «Va via spirito immondo, immunde spiritus». « Vattene e lascia il posto » — a chi? « allo Spirito Santo! E nell’istesso momento, in virtù di questa parola divina, splendida come tutte le parole creatrici, satana fugge, e lo Spirito Santo penetra per abitare in eterno nell’anima, in quanto dipende da Lui: « Veniemus et mansionem apud eum faciemus. Noi verremo… e resteremo » S. Luigi, re di Francia, amava sottoscriversi Luigi di Poissy dal luogo in cui aveva ricevuto il Sacramento che aveva in lui messo la vita di Dio. Chi ha ragione, noi che pensiamo così poco al nostro Battesimo, ovvero i Santi che pensano con tanto amore? Il demonio giudica meglio di noi. Non ha preso la fuga senza guardare indietro. È partito; non poteva fare a meno: l’ordine era formale, imperioso. Ma ritornerà, appena gli sarà possibile. Adesso lo Spirito Santo regna da padrone in questo fanciullo; ma satana non avrà requie finché non sarà riuscito, con la connivenza di colui che oggi abbandona, a riavere il domicilio che stima sua possessione. Non può fare torto a Dio nella sua natura. Può combatterlo nel suo «dominio» umano; e suo unico ideale è di allontanare lo Spirito Santo dal cuore dell’uomo, perché riesca a possedere le nostre anime e ad abitarvi da padrone. Qual è lo scopo della lotta fra satana e Dio? I nostri privilegi soprannaturali, la vita di Dio in noi, né più né meno. E consideriamo bene che il demonio si dichiara pronto a rubarci questa ricchezza divina che portiamo in noi. Sperando d’indurre al peccato lo stesso Figliuolo dell’Uomo, lo trasporta, dice il Vangelo, sopra un’alta montagna, e là, mostrandogli, con un gesto l’universo intero: «Tutto questo io ti darò, gli dice, se cadendo a terra, mi adorerai ». E queste promesse seducenti non le fa alle sole anime straordinarie, come era quella di Gesù Cristo, ma a tutte. Per acquistare un’anima, o meglio, i tesori che l’anima possiede, il demonio è pronto a dare, in cambio, i beni materiali. Non può essere altrimenti, perché, in fondo, la mancanza di proporzione è completa, ed egli sa di guadagnare (Notiamo pertanto che il demonio promette, ma è deciso di mancare alle promesse. In ogni tentazione presenta il miraggio di un paradiso terrestre: « Consenti alla colpa… proverai quanti piaceri ti procurerò ». — E dopo commesso il peccato, l’uomo s’accorge che quest’universo, hæc omnia, il paradiso di piaceri era pochissima cosa — meno del nulla! L’oggetto è lo stesso prima e dopo che s’è consentito alla tentazione; ma la stima che se ne ha è proprio la stessa?). – Supponiamolo vincitore un momento. Si cadens una colpa rappresenta sempre una caduta. L’anima è caduta gravemente. All’esterno nulla apparisce. Di due persone che si vedono passare per la strada, l’una è in grazia, l’altra in peccato mortale; ma chi vede la differenza? Nessuno. In realtà essa è immensa! In questo interno oscuro, ma reale, del fondo dell’anima, è avvenuta una strana rivoluzione. Dopo il ribollimento delle passioni, gl’istinti, trionfando sulle ragioni della fede e incatenando la volontà, sono stati causa d’una sentenza di espulsione. Mentre al Battesimo il prete aveva detto: « Va’ fuori, spirito immondo, lascia il posto allo Spirito Santo », il peccatore rivoltando la frase che l’aveva reso Cristiano, pronunzia: « Va’ via, Spirito Santo! Vattene, io non voglio più nulla aver da fare con te! Va’ via, io ti caccio, esci di qui, allontanati da me!… cedi il posto ». — A chi, Dio benedetto!… — «Cedi il posto allo spirito immondo! ». Appunto, il demonio sarà lo strano usurpatore che dimorerà là, dove Dio regnava. – Le ossessioni manifeste del demonio, all’epoca nostra e nei nostri paesi, sono rare. Solo i missionari, nei paesi infedeli, le constatano qua e là. Le manifestazioni esterne della presenza del diavolo nell’anima del peccatore, Dio le permette unicamente per ragioni eccezionali. Ma questo poco importa. A rigore di termini, chi commette un peccato grave è posseduto dal demonio. Non vogliamo dire ossesso, giacché l’ossessione ha un senso specialissimo; ma diciamo – poiché ciò è assolutamente vero, e non ne saremo mai convinti abbastanza — preda del demonio (satana entra nell’anima del peccatore non sostanzialmente, ciò che appartiene a Dio, ma per mezzo della sua azione, cioè per le cattive suggestioni. Questa è la dottrina di S. Tommaso, quando commenta l’introiuit in eum Satanasdel Vangelo (Giov. XIII, 27). Contra Gentes, lib. iv, cap. XVIII. Il P. FROGET scrive: « È privilegio esclusivo e inalienabile di Dio… poter penetrare, sostanzialmente, fino al più intimo dell’essere. Quanto al demonio può penetrare nel corpo, muoverne le membra, malgrado la resistenza della volontà, come avviene agli energumeni, ma non potrebbe invadere l’intimo del nostro essere, né penetrare, almeno direttamente, nel santuario dell’intelligenza e della volontà; se dunque entra nel cuore di qualcuno, non lo fa sostanzialmente, ma per gli effetti della sua malizia: suggerendo pensieri cattivi e atti colpevoli che riesce spesso a far compiere ». De l’Habitation du St. Esprit dans les ames justes, p. 59). Il penoso periodo di tempo in cui lo Stato aveva prescritto gl’Inventari — fu il periodo « della grande miseria della Chiesa di Francia— tristo gesto di alcuni senza coscienza, che forzarono all’esilio Dio, facendolo uscir fuori di parecchie chiese, col demolirne le porte a colpi di scure, ed espellerne i fedeli, riunitisi per difenderla — meritò il nome di profanazione».Ma non meno tragica è la profanazione di colui che fa un gesto per scacciare Dio non da un tempio inanimato, da una Chiesa fatta di pietre e calce, ma da un tempio vivente, dall’anima propria! – Lo Spirito Santo non è meno degno di adorazione che il Corpo santissimo di Nostro Signore. Delle due presenze reali, quella della Terza Persona della Santa Trinità, non è al certo meno reale dell’altra, di Gesù nel Tabernacolo. La facilità con cui noi lasciamo saccheggiare, e saccheggiamo noi stessi, il tabernacolo santo del nostro cuore, non è forse indizio della dimenticanza disastrosa e incomprensibile della verità che, più d’ogni altra, San Paolo inculcava ai primi Cristiani, per persuaderli a condurre una vita pura, santa, per rendere odioso e direi impossibile, agli occhi loro, il peccato, verità espressa in queste parole: «Dio vive in noi, noi siamo le chiese di Dio »? (Quest’idea dell’anima, considerata come tempio, era familiarissima ai primi cristiani. L’Epistola attribuita a S. Barnaba, consola coloro che rimpiangono la distruzione del Tempio di Gerusalemme, ricordando che se il tempio fu distrutto, non è più; ma vi è un altro tempio di Dio. Prima di abbracciare la fede, il nostro cuore rassomigliava veramente ai templi elevati dalla mano degli uomini, dimora di corruzione e di debolezza. Dedicati al culto degli dei erano il soggiorno del demonio. In essi tutto era ostile a Dio. Ma ecco che il Signore si è costruito un tempio, degno della sua magnificenza. Per la remissione dei peccati noi siamo divenuti uomini nuovi, creazione del tutto nuova. Di modo che Dio abita veramente in noi, nel tempio del nostro cuore… Ecco il tempio spirituale che il Signore si è costruito ». – Cap. XVI). Ci resta adesso da esaminare, non più in qual  modo la conoscenza dell’Abitazione divina, aiutandoci a schivare il peccato, ci permetta l’intimità fondamentale; ma in qual modo il pensiero di « Dio in noi », aiuti, nel grado più elevato, lo sviluppo della stessa intimità. Questo è il soggetto che ci studieremo di svolgere, insistendo sulle particolarità che può assumere la nostra famigliarità con gli Ospiti divini dell’anima nostra, a seconda che si scelga di preferenza l’uno o l’altro aspetto della presenza divina, l’una o l’altra Persona della Trinità santa che abita in noi per la grazia.

LIBRO QUARTO

La grazia e le nostre relazioni possibili con Dio in noi

Dal poco che abbiamo detto fin qui, si prevede già che noi possiamo, che noi dobbiamo avere per il Signore, il quale in virtù della grazia abita in noi, una familiarità avida di parlargli, sempre e dovunque. Il libretto dell’Imitazione di Cristo non ha difficoltà di chiamarla: « familiarità eccessiva», degna di quella che conviene a Dio, familiaritas stupenda nimis. Come abbiamo notato sopra, non intendiamo occuparci di quelle relazioni che appartengono all’unione mistica. Trattiamo soltanto delle relazioni normali — o che dovrebbero essere tali — di ogni anima cristiana con l’Ospite divino che vive in lei. E per evitare confusioni determiniamo il senso della parola: mistico. Limitandoci alla materia che trattiamo, mistico può avere due significati: Che le nostre facoltà, in virtù di un’elevazione miracolosa, vengono rese capaci di percepire, in modo eccezionale, l’Abitazione divina e in tal caso la presenza di Dio in noi sarà normale, se riconosciuta semplicemente dalla fede; sarà mistica se si ottiene per una conoscenza diretta, più o meno viva e duratura, più o meno elevata. Oppure che Dio, presente in noi per la grazia nel modo che abbiamo spiegato, si manifesta come presente in altra maniera, per esempio con la sua Umanità. – Da ciò risulta, che sarà mistico ogni fenomeno il quale ha per oggetto di intensificare in maniera eccezionale la presenza normale o di modificarla, aggiungendo ad essa e sempre in via eccezionale, un’altra presenza. Noi prescindiamo da questi casi (Per rendere chiaro il soggetto e trovare paragoni adatti, qualche volta abbiamo citato esempi in cui la presenza divina era del tutto speciale, extra-normale. Ma in questo caso, abbiamo sempre menzionato quello che appariva come straordinario.): tuttavia facciamo notare che se in teoria la linea di divisione si stabilisce facilmente tra la devozione ordinaria e lo stato straordinario, in pratica la vita mistica, almeno in principio, non sarà che l’efflorescenza della vita di grazia, comune a tutte le anime esenti di peccato mortale; in altri termini, un’anima non sarà, il più delle volte, mistica perché possiede qualche cosa che noi non abbiamo, ma perché possiede meglio, e in grado più eminente, l’Ospite divino. – La vita di Dio in noi è base della pietà normale e base ugualmente della pietà mistica. « Supponiamo, nota i l P. L. de Grandmaison, un Cristiano in grazia che coi suoi mezzi naturali riesca a darsi una specie d’intuizione intellettuale dell’anima sua; godrebbe di una visione, simile, materialmente, a quella che è l’aurora dello stato mistico, ma senza scorgerne la dolcezza e i benefizi soprannaturali » (Recherches de Sciences religieuses, t. I, 1910 p. 204 in nota). Premesse queste considerazioni, esaminiamo quali sono le relazioni normali che ogni Cristiano può e deve mantenere:

Col Padre,

Col Figlio,

Con lo Spirito Santo.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/12/24/dio-in-noi-5/

DIO IN NOI (3)

DIO IN NOI (3)

[Versione p. f. Zingale S. J. – L. I. C. E. – Berruti & C. – Torino, 1923; imprim. Torino, 7 aprile 1923 Can. Francesco Duvina]

CAPO III.

“Alter Christus,,

Essere « tabernacolo », essere « cielo », ecco la splendida realtà di un’anima in stato di grazia. Possiamo adesso far un passo innanzi. Il Cristiano, nella cui anima abita Dio, è, letteralmente, un altro Gesù Cristo, alter Christus. In primo luogo perché ha accettato la dottrina e la professione esterna, visibile del Vangelo. Difatti, bisogna che la nostra fede non sia unicamente per noi soli; deve avere una irradiazione. Bisogna che costituisca il suggello, la divisa, che ci faccia distinguere: « Induimini Christum. Rivestitevi di Gesù Cristo». Ohimè, quanti battezzati non si curano punto di questo: Cristiani di nome e nulla più! Inoltre il Cristiano dev’essere Alter Christus, perché deve vivere o studiarsi di vivere, prendendo ad imprestito — invece dei giudizi e dei sentimenti del mondo — i pensieri ed i sentimenti di Nostro Signore: Hoc sentite in vobis quod et in Christo Jesu. Ma il battezzato, può e deve essere « un altro Cristo » per ben altre ragioni, immedesimandosi cioè con Lui nel modo più intimo possibile. S. Paolo intendeva questa intimità quando diceva: « Vivo ego, jam non ego, vivit vero in me Christus. Io vivo, ma non sono io che vivo, è invece Gesù Cristo che vive in me ». Molti autori spiegano queste parole della presenza di Nostro Signore — Uomo-Dio — in noi, per mezzo della Comunione. E perché, presa alla lettera, questa frase pare esprimere una realtà troppo bella, molti indietreggiano, e come chi non osa farsi avanti, si provano a diminuirla, raddolcirla, rimpiccolirla. – I buoni commentatori non amano tali alterazioni. Bisogna spiegare la frase letteralmente: « Perché parlare d’imitazione, scrive il Padre Prat, quando l’Apostolo ha in mira l’identità mistica? ». Dobbiamo rassomigliare al Cristo non solo perché assunse un’umanità simile alla nostra, ma perché ha dato alla nostra umanità, individualmente presa, una vita simile, identica alla sua, la stessa vita di Dio. In conseguenza, come Cristiano debbo indossare la sua livrea, condividere i suoi sentimenti; e, meglio ancora, prendere e custodire la sua Persona, fare di me un altro « Lui ». Il Cristo vive la vita del Padre. Ego et Pater unum sumus. Noi dobbiamo vivere la vita del Figlio. Ut sint unum. Questa è la formola divina con cui si esprime la nostra vita soprannaturale. Le correzioni necessarie che indicheremo, non la muteranno nella sua parte sostanziale. Egli vive unicamente della stessa vita di Dio e noi dobbiamo solamente vivere della sua. Giacché la sua è la stessa vita di Dio; la nostra, per la grazia, è anch’essa la vita di Dio. – Nostro Signore per spiegare la realtà di cui ci occupiamo, apportava questo paragone: « Guardate la vite. Nei tralci e nel ceppo circola lo stesso succo. I tralci vivono la vita del tronco. Il ceppo, il tronco, sono Io; i tralci siete voi. In me la vita divina, totale; in voi, finché restate a me uniti, la vita divina per partecipazione » (S. GIOVANNI, XV, 1-6. — S. Agostino, colla sua ampiezza ordinaria, sviluppa, in molti passi, il paragone del Salvatore. Alcuni testi fra i molti: Unius naturœ sunt vitis et palmites. Propter quod cum esset Deus, cujus naturæ non sumus, factus est homo, ut in illo esset vitis natura humana, cujus et nos palmites esse possemus. (Tract. 80 in Joan.) —  (Id.. Tract. 81). – S. Paolo sceglie un altro esempio: « Considerate un corpo con le sue membra. Le membra non hanno la vita che dal corpo; separate dal corpo, non sono più nulla; si disseccano e muoiono. Finché restano unite al corpo, questo le fa vivere e permette ad esse il movimento. La stessa cosa avviene di Gesù Cristo e dei Cristiani. Il Cristo è il corpo, voi Cristiani ne siete le membra. La vita di Gesù diventa vostra vita; e siccome la vita del Cristo è divina, la vostra, in virtù della vostra unione al Cristo, ormai è una vita divina. Rimanete dunque sempre membra del Cristo » (EPH., 1 , 2, 3). – Possiamo immaginare il Padre, il Figliuolo elo Spirito Santo: la Trinità, simile a un oceano senza limite. Per un mistero della bontà infinita di Dio, questo oceano viene a racchiudersi in una capacità finita, in un serbatoio, per dire così, immenso, ma anche esso limitato, la Umanità di Nostro Signore Gesù Cristo. Nel Cristo è contenuta tutta la vita del Padre, del Verbo e dello Spirito Santo. Lo scopo del Battesimo è quello di formarci come condotti di questo serbatoio divino che è il Salvatore, nel quale trovasi la pienezza della Divinità (Avviene questo in due maniere: in virtù, primieramente, dell’unione ipostatica, privilegio che Egli solo possiede; in secondo luogo, perché possiede in grado massimo la grazia santificante, privilegio al quale noi partecipiamo per i Suoi meriti). Un tubo che comunica con un serbatoio, contiene il medesimo liquido fino alla stessa altezza; la differenza sia nella misura, giacché questa dipende dalla capacità che è diversa nei due. Messi in comunicazione col Cristo nel giorno del nostro Battesimo, abbiamo ricevuto da Lui la vita divina; essa è passata da Lui a noi: la medesima circola in noi ad ogni minuto, finché restiamo in grazia. Ma commesso un peccato mortale, la comunicazione tra il serbatoio divino e noi viene interrotta. Sarà necessario il Sacramento della Penitenza per stabilire di nuovo il passaggio fino a noi. Questo paragone, benché troppo ordinario, mostra, con qualche inesattezza facile a correggere, l’insieme delle nostre relazioni con Dio per mezzo di Nostro Signore. Spiega, in particolare, come mai ci basti che restiamo uniti al Cristo, perché Dio viva in noi. Le orazioni della liturgia ci affermano questa verità, quando esprimono la formula: Per Dominum nostrum Jesum Christum. Noi siamo deificali permezzo di Gesù, e nel dominio spirituale nulla ci accade senza Gesù Cristo.L’esempio del Salvatore sulla vigna e i tralci rappresenta più fedelmente ciò che l’uomo diventa quando la vita divina non scorre più inlui. Tralcio secco, privo di succo: legno per l’inferno. La morte temporale coincide con la privazione dell’influsso divino? La dannazione eterna! Aut vitis aut ignis, come dicono energicamente i Padri: o ramo vivo, unito al tronco,ovvero legno morto; non c’è via di mezzo.« Il Cristiano, dice S. Agostino, non deve nulla temere quanto l’essere separato dal corpo di Gesù Cristo. Separato a questo modo, non è più membro, non è quindi vivificato dallo Spirito Santo; e chiunque non ha lo spirito di Gesù Cristo, dice l’Apostolo, non è con Lui » (Tract. 27, in Joan).Una sola cosa adunque importa, che noi custodiamo il contatto, che restiamo — secondo l’espressione di S. Paolo — « innestati sul Cristo». In questo modo la vita che circola in Lui,penetra in noi e la vita del Cristo è la medesima vita di Dio (per non generare confusione, è meglio evitare le espressioni: « Nostro Signore in noi, Gesù in noi ». Alcuni autori, Monsignor de Ségur in particolare, nei suoi bellissimi volumetti, le usano. Le parole Gesù, Nostro Signore, secondo la terminologia ordinaria, indicano l’Uomo-Dio. Per la grazia santificante, il Figlio è in noi allo stesso titolo che il Padre e lo Spirito Santo, cioè a dire, come Verbo. Con la sua Santa Umanità, Nostro Signore abita in noi solamente dopo la Santa Comunione, durante il tempo in cui durano le sacre specie. Ma se la vita di Dio, in Gesù Cristo e in noi, è sostanzialmente la stessa, abbiamo notato che differisce nella misura e nelle condizioni della sua esistenza).

Egli la possiede intera — noi per partecipazione.

Egli per natura — noi per adozione.

Egli per il fatto della sua Incarnazione — noi perché abbiamo ricevuto il Battesimo.

Egli non può perderla — e noi possiamo perderla.

Nondimeno conviene insistere meno sulle differenze della vita divina, quale è in Nostro Signore e in noi, che sui punti di somiglianza.

Il pericolo non consiste nel crederci troppo « altri Gesù Cristo », ma piuttosto a non voler consentire di crederci tali, nella misura in cui lo siamo. – A chi volesse trovare in ciò un motivo di orgoglio; si potrebbe facilmente rispondere quello che diceva S. Bernardo ai suoi monaci: « Il giumento, su cui cavalcò il Signore la domenica delle palme, rimase sempre un giumento ». Creature, esseri finiti, la nostra partecipazione alla vita divina non ci trasforma in Dio; ci lascia creature.

– Il dogma cristiano, ben compreso, non ha nulla da fare col panteismo. –

Del resto, le anime avvezze a meditare sulla Abitazione divina, sanno quanto costi il comporre, con la propria vita, « il poema prodigioso di un povero uomo che voglia configurarsi a Gesù Cristo ». Piuttosto che inorgoglirsi, si confondono nell’umiltà. « La contemplazione delle grazie ricevute fa loro conoscere meglio la propria miseria, dice S. Teresa. Sembra loro di essere come una nave che affonda per il troppo peso che porta ». E poi, il timore di poter perdere l’ospite benedetto, diminuisce ancor più la fiducia che potrebbero avere in se stesse: « La impressione che loro fa questo pensiero è così viva, che le eccita a camminare con una vigilanza estrema e a trarre nuove forze dalla loro stessa debolezza, per non perdere, per propria colpa, una sola occasione di rendersi più accette a Dio. Quanto più si vedono colmate di grazie dal divino Maestro, altrettanto temono di offenderlo e quindi dubitano di se stesse ». Il motivo che più fa soffrire la maggior parte dei Cristiani non è certo quello di avere esagerato la presenza di Dio in noi. « Molti Cristiani, osserva con tristezza il P. Ramière, anche credendo alle promesse divine, non possono, nondimeno, risolversi ad accettarle nella loro magnificenza. « Temono di riconoscere troppa bontà in Colui che non hanno difficoltà di chiamare il buon Dio. E si persuadono che Egli abbia esagerato le sue promesse, quando sentono ripetersi che sono invitati ad associarsi alla natura divina, ad essere fratelli adottivi di Gesù Cristo, membra del Suo Corpo, figli del Padre celeste, a vivere, anche quaggiù, della vita di Dio, per goderne in eterno la suprema felicità; in Tutto questo la maggior parte non trova che figure e pie iperboli » (Divinisation du chrétien, p. 4). – Nel paradiso terrestre, il serpentedice alla donna: « Eritis sìcut dii, sarete come dei », e mentisce. Ma per la grazia santificante, con tutta verità, noi diventiamo figli di Dio, « filii Dei, uomini divini, altrettanti Gesù Cristo ». – « Sono figlio dell’uomo e della donna, secondo ciò che mi è stato detto», scriveva un tale. « Questo mi fa meraviglia, perché io credevo essere qualcosa di più ». E intanto, quanto sono numerosi coloro i quali non si meravigliano punto e non sospettano affatto di essere qualcosa di più! – Il dogma della Presenza e dell’Abitazione di Dio — poiché è il dogma fondamentale — mette tutto a suo posto. E allora, che cosa rispondere a coloro che ci potrebbero rivolgere il seguente rimprovero: A voler soprattutto considerare Dio in noi, nell’anima nostra, non si corre il rischio di perdere di mira Gesù Cristo, il personaggio storico, il Galileo di un tempo, nato due mila anni fa in Betlem? Ciò appunto che S. Teresa, i cui consigli in materia d’ascetismo fanno legge, dice di se stessa; che avendo cioè lasciato per qualche tempo la meditazione dei misteri dell’Umanità Santa del Salvatore, se l’ebbe a rimproverare per tutto il resto della sua vita. – La devozione a « Dio presente in noi », non esclude punto la devozione all’Umanità di Nostro Signore. Al contrario la comprende, la suppone, le dà la sua ragione di essere e costituisce il motivo ultimo di ciascun passo di Gesù Cristo. Il Verbo, facendosi carne, non ebbe altro scopo che quello di vivere in noi, rientrando nelle nostre anime insieme col Padre e lo Spirito Santo: facendo sì che noi potessimo vivere con Lui della vita divina. « Societas vestra cum Christo in Deo! » (Osea, II, 14).Gesù Cristo come Verbo è, allo stesso titolo del Padre e dello Spirito Santo, causa efficiente della nostra salvezza. Allo stesso titolo del Padre e del Divino Spirito vive, come Verbo, nell’anima nostra giustificata.Come Uomo Dio, è causa strumentale della nostra redenzione, vale a dire strumento benedetto che ci ha riscattati, e che per la sua dottrina, la sua Chiesa, i Santi Sacramenti, ci dà i mezzi di restare fedeli. Come Uomo Dio, è causa meritoria della nostra salvezza; giacché noi dobbiamo alle sue fatiche e alla sua immolazione compensatrice la vita soprannaturale. Finalmente, come Uomo Dio, è causa esemplare della nostra redenzione, essendo il modello divino che dobbiamo tener presente, per imitarlo e seguirlo, onde conservare la grazia e pervenire alla gloria.Alcuni autori e commentatori isolano troppo Gesù Cristo. Bisogna integrare il Salvatore, personaggio storico, in tutta la nostra storia soprannaturale, senza dimenticare che questo Gesù lontano è venuto per renderci Dio vicino; per ristabilire nelle anime nostre la Trinità Santa che noi dobbiamo sforzarci di trovare, poiché veramente si trova in fondo a noi.Senza dubbio, per molti la contemplazione del Cristo lontano, separato dal tempo e dallo spazio, del Cristo «storico» e «geografico», basta a render loro facile l’intimità. Agiscono come se la vita del Salvatore fosse presente e vicina. Noi abbiamo l’uso di dire che trattasi di paragone, di immaginare il luogo, di ricostruire gli avvenimenti; giacché, se è vero che per Gesù di Galilea noi, di adesso, eravamo presenti allora; per noi, di adesso, il Gesù di allora non è realmente presente.  Invece, è in realtà presente, attualmente, ed è vicino a noi — dentro di noi— Dio Padre, Figliuolo, Spirito Santo, se siamo in grazia. Considerata sotto questo rispetto, quanto, l’intimità, non riesce più facile! Per parlare con Dio e vivere con Lui non ci occorre uno sforzo di immaginazione che ci porti lontano, in un angolo remoto; ma basta un atto di fede. Dio non è lontano. Egli vive in noi, al di dentro, « intus ». Dopo questo, siamo inescusabili se non perveniamo a l’intimità.

CAPO IV.

“Attuare,, i nostri privilegi soprannaturali.

Nelle note intime del grande universitario cattolico Ollé-Laprune, stanno scritte queste riflessioni: « Io sono Cristiano per grazia di Dio. Ma capisco io che cosa voglia dire essere Cristiano?… Non è molto essere Cristiano per abitudine, per sentimento. Io voglio esserlo nella luce, con riflessione, per scelta. Voglio pensare seriamente quello che sono, vederlo bene… Richiamare alla mente i principii, meditarli, approfondirli ». – Pochi, molto pochi sono coloro che hanno un’idea sì seria della vita cristiana, da non contentarsi d’una fede di sentimento o d’abitudine, ma che vogliono rendersi conto dei tesori soprannaturali conferitici col Battesimo. I buoni Cristiani si mostrano così poco Cristiani, perché  non hanno « attuato » i loro privilegi divini. Dio abita in noi per la grazia. Ma praticamente per noi è come se non ci fosse. « Attuare », è vedere che ciò che possediamo si trovi realmente in noi. Non è questione di mettervelo, ma di scoprirvelo, di fare in modo che quello che già esiste sia per noi una realtà. In qual modo il possesso di un tesoro di cui non conosciamo l’esistenza, può diventare uno stimolo di vita cristiana? – Si dirà: non è affatto necessario penetrare la natura dello stato di grazia, purché se ne viva. Io non ho peccati; questo mi basta. Quindi, indipendentemente da qualsiasi atto riflesso per spiegarmi il fatto e misurarne le conseguenze e l’importanza, la mia vita è meritoria, le mie azioni sono buone, l’anima mia è unita a Dio. – No, certo, non occorre per condurre la vita di tutti gli altri. Ma può dirsi cristiana la vita di molti Cristiani? Alcune pratiche, di cui spesso s’ignora il senso profondo; una cornice puramente esteriore e niente altro: quindi nessuna vita, perché non vi è vera conoscenza di questa vita.

Si scires donum Dei! Se conoscessimo un poco di più, un po’ meglio il dono di Dio! Se ne avessimo solo il sospetto! Disgraziatamente, un grave ostacolo si oppone alla conoscenza del dono divino. Tutte le realtà soprannaturali fanno parte del mondo invisibile: e corrono facilmente il rischio di passare inosservate. – Quindi un primo passo è indispensabile: convincersi della vera esistenza delle realtà che sono dentro di noi. Esse esistono in realtà, ma bisogna che noi le facciamo nostre. È inutile far risaltare l’obbiezione: « Io non sento nulla, dunque non esiste nulla ». Molti fenomeni d’ordine materiale accadono in noi e sfuggono alla nostra coscienza: digestione, assimilazione, circolazione. Ci meraviglieremo dunque, se nel dominio dell’anima e quando trattasi di fenomeni di ordine spirituale e soprannaturale, nulla viene percepito, né sentito? Bisogna convincersi che esiste un altro mondo, benché noi non lo vediamo, e che questo mondo appartiene ad un ordine superiore a quello che cade sotto i nostri occhi. Dio, invisibile da tutta l’eternità, non si fece visibile e palpabile che per lo spazio di trentatré anni. Ha Egli esistito solo trentatré anni? Noi non abbiamo l’esperienza sensibile della sua presenza, ma Egli « vive eternamente ». Le anime dei nostri morti, allorché esulano da questa terra, non lasciano di esistere per il solo fatto che si ritirano dietro la scena delle cose sensibili e non agiscono più sui nostri sensi. Quando un uomo perde l’uso della favella, non perde la possibilità di pensare, ma solo la facoltà di comunicarci il suo pensiero. Dunque, oltre il mondo corporale che vediamo, esiste anche un mondo spirituale. Di questi due mondi, quello che ha maggiore realtà non è il secondo, ma il primo. E poiché solo il primo conta, S. Paolo c’invita ad occuparci esclusivamente di esso. Non vivete sulla terra, ma in cielo: Nostra conversatio in cœlis est. La vostra vita sia nascosta in Dio: Vita abscondita in Deo, e poi: Invisibilia tanquam videns. Fissate i vostri sguardi soltanto sulle cose che non si vedono. Mondo invisibile, in realtà, non significa mondo che esiste lungi e dopo di noi; ma vicinissimo e di adesso: bisogna quindi considerarlo ad ogni istante come un’attualità permanente, sotto pena di non vivere che a metà, trascurando la più bella parte del mondo reale e del mondo intero. – Newman (In più di una pagina della Grammatica dell’Assentimento, della quale non è qui nostra intenzione dare un giudizio completo e in una conferenza d’Oxford dal titolo: Il mondo invisibile) insiste spesso su queste idee, e riconduce tutto a queste due proposizioni: Molte cose esistono e sappiamo che esistono, benché non le consideriamo in realtà come esistenti; sentiamo molte parole le quali esprimono una verità che riconosciamo come tale, ma perché puramente schematica, in pratica la stimiamo nulla e come non accaduta. – Spieghiamoci con qualche esempio. Ecco questa semplice parola: un’ora. Per chi non la realizza, non rappresenta che un totale matematico di sessanta minuti. Ma per colui che la realizza, è considerata diversamente, secondo le direzioni abituali del pensiero, secondo i temperamenti, le circostanze, ecc.. E allora, per esempio, l’ora che passa potrebbe essere considerata come il succedersi di sessanta minuti primi… Un minuto, come l’istante in cui, presso a poco, cento persone muoiono e altrettante ne nascono: Un centinaio di vagiti e un centinaio di ultimi aneliti… Un’ora, come uno spazio di tempo che ci dà sei mila cadaveri e sei mila culle. Ognuno vede la differenza. – Ecco un’altra parola: La Croce. Non «concretata» non dice altro che due sbarre di legno perpendicolari, ovvero il segno algebrico più. «Concretata», però, dice le idee seguenti, più o meno: « Una croce servì un giorno; una vera croce di legno, fu adoperata una volta sopra una montagna… Quale giorno memorabile!… Accanto alle altre croci che portano l’immagine di Gesù morto, vi fu una volta una croce, sulla quale fu appeso Gesù vivo, Gesù inchiodato, Gesù sanguinante, Gesù morto per me…». Molte parole, appunto perché le usiamo continuamente non impressionano. Un giorno, bruscamente, a caso, ovvero grazie ad una maggior riflessione, diventano luminose, splendide, ripiene di un senso profondo, dotate di una realtà che fino allora non si era neppure sospettata. – S. Ignazio raccomanda di non sorvolare premurosamente, col pensiero, sopra una verità che si voglia fare propria; ma di riflettere con posa, di ripetere, di fissare più da vicino la verità, fino a gustarla: gustare res interne. Non potrebbe esprimersi meglio la natura della riflessione, tanto necessaria, di cui parliamo. – « Occorre mollo tempo, dice Newman, per percepire e capire le cose come sono in se stesse, e noi impariamo a farlo gradatamente ». Se questa osservazione ha la sua importanza allorquando trattasi del mondo visibile, più ne deve avere allorquando trattasi dell’invisibile. – Un’idea che non esprima una realtà capace di essere percepita dai nostri sensi, perché sia capita a dovere, deve rassomigliare ai resti che si vedono galleggiare sulla superficie dell’Oceano. A lungo resteranno ad agitarsi sulla superficie delle onde; in seguito, poco a poco, alghe, sale, coralli e conchiglie aderiranno ad essi… finché, lentamente, quei resti sprofonderanno in seno all’Oceano. Ecco quale dev’essere il gustare interne. Alla superficie della nostra mente vi sono molte idee, per così dire, galleggianti, fluttuanti, non ancora approfondite. Perché  diventino parte di noi stessi, perché penetrino al fondo dell’anima, bisogna che ne aumentiamo il peso con mezzi tratti dal nostro fondo medesimo, coll’unione di tutti i nostri ricordi, dei nostri pensieri più cari, dei sentimenti più delicati e penetranti, di tutte le particelle di vita o di cose viventi atte a rendercele familiari per sempre. – Non può negarsi che certe anime in questo lavoro di assimilazione siano più capaci di altre, nondimeno tutte possono giungere al minimum necessario e sufficiente, esercitando la fede. Noi qui intendiamo di occuparci soltanto della devozione possibile a tutti. È certo che Dio ricolma alcune anime di favori speciali. Santa Margherita Alacoque godeva abitualmente di una presenza sentita di Nostro Signore. — Una volta l’Angelo Custode disse al Beato Susone: «Fissa gli sguardi sul tuo petto, e vedrai ». Il Beato vide che la sua persona diventava quasi diafana: Dio era in lui. — « Tu sei colei che non esiste, e io sono Colui che è »^ dichiarava Nostro Signore a Santa Caterina da Siena. E aggiungeva: « Contemplami al fondo del tuo cuore, saprai che sono il tuo Creatore, e sarai felice ». Questi casi, in cui trattasi di grazie speciali e di anime privilegiate, non sono l’oggetto del nostro lavoro il quale, invece, si limita alla presenza di Dio in tutte le anime che vivono in grazia, per il solo fatto che sono in grazia. Chi potrà impedire a qualsiasi Cristiano di applicarsi, con la fede, a scoprire Dio vivente in lui (Alcuni autori usano l’espressione: « Acquistare coscienza » di Dio in noi. Non essendo rigorosamente esatta, la frase può produrre confusione. Chi dice prendere coscienza, suppone una conoscenza immediata — e dello stesso soggetto. Ma qui trattasi di una conoscenza indiretta per mezzo del ragionamento e della fede, — della presenta di un essere diverso dal soggetto in cui si trova) ? – Monsignor Ugo Benson descrive così l’attitudine di un suo eroe: «Cominciò e continuò con costanza a fare un atto di rinunzia al mondo sensibile », — diciamo meglio, cominciò con un atto di fede alla realtà del mondo invisibile. —  Si sforzò di scendere fino al fondo di se stesso; e subito il suono dell’organo, il rumore dei passi, la rigidità del banco su cui era inginocchiato disparvero davanti a lui, ed egli ebbe l’impressione di non essere altro che un cuore che batteva, uno spirito in cui le immagini si succedevano l’una all’altra ». — Non è necessario simile sforzo, che del resto riesce difficile. — Poi fece una nuova discesa: il suo spirito ed il suo cuore, dominati dalla presenza sublime che si ergeva, si sottomettevano docilmente alla volontà del loro padrone… rimase così lungo tempo… Si trovava adesso in un luogo secreto, del quale aveva appreso la via per mezzo di uno sforzo ostinato; in quella regione singolare in cui le realtà si fanno visibili e la Chiesa, nei suoi misteri si vedono dalla parte interna di noi stessi… » ( Le Maitre de la terre, p. 54). –  Dio vive in me. Io lo credo. Ecco l’atto di fede. Lo spirito di fede va più lontano di un’adesione pura e semplice ad una formula,la cui realtà può essere invisibile e che a molti pare priva di sostanza e senza valore dinamico,fa un’adesione generale ad una formula, la cui realtà ormai apparisce nel suo intero complesso,piena di quella vita che le è propria.È forse esigere troppo, se a ogni battezzato che voglia vivere la sua fede, si domanda di interrogare, di quando in quando, se stesso come Ollé-Laprune: « Io sono Cristiano, per grazia di Dio; ma capisco che cosa importi essere Cristiano; vi penso? ».Oh, quale sostegno interiore troveremmo in quest’atto di convinzione: « Dio non mi abbandona,Dio è con me e in me, mi ama; io sono unito al suo Cristo cuore a cuore; il suo spirito aleggia in me come la brezza leggera di cui parla il profeta. Non mi resta che ascoltare e seguire, conoscere e gustare, confidare e sperare;la mia vita non è da abbandonarsi perseguire il divino Maestro; Egli stesso l’adatta e la fa sua accettandomi come suo discepolo; io vado insieme con essa e con Lui, ripudiando il solo male, separando quello che è meno bene; e la presenza dell’amico celeste, in luogo di distrarmi dalle occupazioni giornaliere, mi vi applica con gioia e costanza, perché le opere mie sono sue » (SERTILLASNGE: La vie en présence de Dieu, Revue des Jeunes, 10 mai 1918, p. 550. — Vedere altresì id., ibid., 10marzo 1919: La vie de silence). E difatti, la grandezza suprema dell’uomo non è forse Dio, Dio che vive in lui, ovvero che desidera vivervi se non ci vive, o che vuole vivervi di una vita sempre più piena, se ci vive?Qualcuno si meraviglia e rabbrividisce al pensiero che nella società contemporanea tutto sia « laicizzato » : governo, servizi pubblici, amministrazione,ecc. A tal punto, che se ci domandassimo:« Che cosa cambierebbe nel nostro mondo se il soprannaturale non esistesse, se la Redenzione e la Croce fossero un mero sogno,Gesù Cristo un semplice mito, senza realtà né consistenza? », non si saprebbe che cosa rispondere,ovvero bisognerebbe dire: nulla, assolutamente nulla muterebbe, o così poco!La responsabilità di questo stato deplorevole ricade sopra molti; e una parte non piccola su di noi, Cristiani, buoni Cristiani, che possedendo tesori sublimi, abbiamo dimenticato dipensarvi o di esplorarli. Nel 1834, Ozanam si faceva questo rimprovero:« Ho sentito che finora non avevo portato abbastanza nei mio cuore il pensiero del mondo invisibile, del mondo reale, benché non avessi smesso le pratiche religiose ». Egli parlava così per umiltà; ma noi, che diremmo di noi stessi? È tempo ormai di « attuare » i nostri privilegi divini: «La vita intima della grazia con Gesù. Tu non sei sola, anima mia; vive in te Colui che ti deifica! Tu fosti naturalizzata divina ». Questo è il linguaggio di un convertito. I convertiti vedono spesso meglio di noi: quello che a noi non fa meraviglia, li colma d’incanto. Oh, magnificenza dell’anima più semplice, racchiusa nel corpo più miserabile, vestito poveramente,— prosegue a dire Loewengard, —splendore di quest’anima, tocca dalla grazia,divenuta dimora immortale, dove abita il Re dei re, il Signore dei signori, Dio in tre Persone!« È possibile? È credibile? L’anima in grazia possiederebbe dunque sostanzialmente la SS. Trinità, la saprebbe (egli dice «sentirebbe», ma noi correggiamo) presente nel suo spirito e nella sua carne, potrebbe amarla come una sposa ama il suo sposo?Oh! se l’uomo è infinitamente meschino in ragione del suo corpo, tratto dal fango…, è infinitamente grande, infinitamente forte e nobile in quanto partecipa, per la grazia, alla vita di Dio ».Perché ci affatichiamo a diminuire noi stessi,perché, essendo grandi, ci ostiniamo a vivere da piccoli? Che peccato tremendo di omissione, che disprezzo grossolano del « realismo » più elementare: — le società, le quali si organizzano, o cercano di organizzarsi, con la volontà esplicita di non voler tenere in alcun conto il soprannaturale — noi stessi, che viviamo nella dimenticanza pratica e quasi completa di ciò che è l’uomo, tale quale Dio l’ha creato, cioè, non solo con un corpo e un’anima,ma secondo la bella e vera espressione di Tertulliano — che bisogna ben comprendere— con « un corpo, un’anima e lo Spirito Santo »!Che grande orgoglio, e al medesimo tempo,che grande decadenza non è quella di considerare nell’uomo soltanto l’uomo! Naturalizzati divini, noi non possiamo, né dobbiamo vivere« indifferenti », « laicizzati » ; non possiamo,né dobbiamo, assistere impassibili o inattivi,alla laicizzazione di tutto. Bisogna che Dio abbia nella nostra vita un posto, come ha diritto di averlo nella vita della società e delle nazioni. Ogni giorno più si vuole espellere Dio, ometterlo, far credere agli uomini che noi siamo soltanto « umani ». Ma imporre ai popoli e agli individui la dimenticanza o la privazione del soprannaturale, è lo stesso che imporre loro una dannazione anticipata. I dannati non sono altro che esseri i quali hanno perduto la loro naturalizzazione divina, creature per sempre disorientato. L’inferno non è altro che il paese della laicizzazione generale, la regione dove Dio non vuole contare più nulla, perché  l’angelo e l’uomo hanno voluto così. Figli di Dio, noi non dobbiamo vivere da volgari figli dell’uomo. È nostro dovere vivere da esseri divini e lavorare per ottenere che anche attorno a noi si viva la vita divina. È nostro dovere attuare i nostri privilegi soprannaturali e aiutare le anime perché capiscano che esse sono chiamate a « vivere del Dio che abita in loro ».I profani, notava a ragione un autore, sarebbero attirati più facilmente, se invece di lasciare nell’ombra i tratti caratteristici del Cristianesimo,

si mostrassero loro in tutto lo splendore e l’incomprensibile verità che è in essi. – Il P. Gratry, parlando dei nostri doni soprannaturali scriveva: «Se gli uomini fossero davvero compresi della loro realtà, vi penserebbero assai di più. Ma essi, lo so, hanno l’abitudine di passare attraverso le meraviglie senza neppure sospettarne l’esistenza. La presenza di Dio nei nostri cuori non è forse la più grande meraviglia? E chi vi pensa, chi se ne occupa? Non dite loro nulla, osserva Fénelon, essi non vedono e non pensano a nulla » (La philosophie du Credo, p. 220). E intanto! « La vita dell’Ospite divino del cuore è lo stato normale in cui dovrebbero mantenersi tutti i battezzati. Perché non avviene così? Forse appena uno su mille, uno su dieci mila corrisponde al dono di Dio! » (Mons. DE SEGUR: Le Chrétien vivant en Jesus, p. 269).Chi non vede, in ciò, un fatto scoraggiante,un disordine che dovrebbe finire? Che cosa aspettiamo da parte nostra per vivere nello « stato normale » di battezzati, e fare in modo che molti corrispondano al « dono di Dio » ?

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LO SCUDO DELLA FEDE (90)

(Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA –

Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884) (1)

PARTE PRIMA

CAPO I.

Fine dell’autore in quest’opera, e via che tiene.

I

I. Nulla con maggiore studio coltivano i giardinieri nelle loro piante, che la radice. Questa innaffiano, questa impinguano, questa amano d’internar sempre più nel suolo, perché sia forte. Beati però i fedeli, se tutti con ansia simile coltivassero in sé la radice di ogni loro felicità, che è la fede! Sarebbero tutti quell’albero di vita non deficiente, di cui, non pure le frutta, ma insin le frondi, son sì salubri alle genti, per lo esempio di ogni virtù. Ma la notizia contratta in cinque lustri già di missioni, mi ha fatto scorgere, quanto sia grande il bisogno che tengon molti di attendere a tal cultura; mentre essi, in vece di procurar che la fede alligni profondamente dentro il cuor loro, lasciano che per poco ella giunga ad inaridirvi. Se non arrivano a tenerla per falsa, arrivano a sospettarne, che è quanto basta a darle tosto una morte, meno vergognosa all’aspetto, ma non men cruda: Dubius in fide infìdelis es (Cap. I . hæret.) né può non esser tale, mentre egli tien per incerta, col dubitarne, una fede certa (Come nell’ordine della rivelazione chi dubita della fede è infedele, come nell’ordine della ragione chi pone in forse il Vero, è scettico. Il dubbio è morte dell’anima, perché uccide d’un colpo e scienza e fede).

II. Né questo eccesso è sì rado, come alcun pensasi. Mercecchè l’impegno serve a più d’uno, come quei vetri di prima vista, che quanto più fedelmente espongono all’occhio tutti gli oggetti vicini, tanto più alteratamente lo informano de’ lontani. Quel sapere con qualche spezial perizia ciò che appartiene alle verità naturali, confinanti co’ sensi, altera ad alcuni tanto la mente piena di sé, che fa loro concepire disordinatamente le verità che oltrepassano la natura (Profonda osservazione, che si avvera segnatamente a’ di nostri, in cui il culto smodato delle scienze fisiche, chimiche e naturali, non sorretto dal culto dello discipline ideali e speculative, minaccia di ingoiare in un brutale materialismo la società e la scienza). Tanto più, che spinto da vana curiosità di girare il mondo, viaggia bene spesso più di uno di questi per province infettate dalla eresia, ne osserva i riti, ne ode i ragionamenti; e ritornando alla patria con opinion che finalmente tutto il mondo è paese, vi riporta il veleno che concepì nell’incauto pellegrinaggio: sicché, non diversamente di chi fu morsicato da can rabbioso, si manifesta indi a poco non solo avvelenato dentro di sè, ma avvelenatore: Tantum remanet virus, excepto semel malo, ut venefici fiant, venena passi: (Plin. L. 28, c. 3) Quindi il motteggiare continuo sopra la fede e sopra la vita di là ch’ella rivela, ricercandone prove alquanto più chiare, per darle assenso; e quindi parimente il recarsi a gloria un intelletto non pago agli oracoli usciti dal Vaticano, e il reputarsi un miracolo di saviezza, perché sa dubitare di quei miracoli più famosi che da altri sono riveriti a chius’occhi, ed anche, se bisogni, sa dileggiarli.

III. Tali sono i turbini e le tempeste che si generano, dirò così, in questa mezzana region dell’aria, di una mente, né ignorante a sufficienza, né dotta; è sollevata sopra il saper comunale, ma non più su di ciò che lo dettino i sensi, comuni ai bruti, tempeste e turbini, che scendono con rovina su le campagne soggette: tanto un sol di costoro, né eretico, né cattolico, ma già candidato dell’ateismo, è talvolta bastevole a dare il guasto a gran parte del suo paese, e malmenare mille anime, con poca speranza ormai di loro ristoro, mentre in esse marcisce quel primo germe di ogni ravvedimento qual è la fede.

II.

IV. Adunque per desiderio di riparare a tanta rovina mi sono indotto a dar fuori un piccolo libro, da cui si additi a questi traviati il sentier diritto a trovare la verità: che è capir bene l’evidentissimo merito che ha la Fede Cattolica sopra ogni altra, di essere riputata infallibilmente quella che essa è, cioè data dal cielo. Dissi il sentier diritto a trovare la verità: perché il cercar questa nel lungo esame de’ suoi principali articoli ad uno ad uno, è il cercarla per un laberinto piuttosto di tanti giri, che l’uscir da uno sarebbe l’entrar nell’altro più interminabile ad un cervello contenzioso. – La Religione non ha mestieri di provare gli arcani della sua dottrina celeste, ma solamente di esporli. Ciò che ella debbo provar di necessità è che Dio stesso ne sia stato l’Autore. Dopo tal prova rimane affatto evidente che senza altro esaminamento si hanno a credere tutti gli articoli di essa con più fermezza di quella che si rende alle stesse dimostrazioni scientifiche, mercecchè nel credere quelli fermiamo i pie’sopra una base più immota e più incontrastabile, qual è la divina veracità.

V. E questa è la differenza della fede dovuta alle parole di Dio, e alle parole dell’uomo: che all’uomo, siccome a quello che agevolmente può ingannar per malizia, o essere ingannato per ignoranza, non si deve credere, se non si è prima esaminato il suo detto: Non omni verbo credas. Quis est enim, qui non deliquerit in lingua sua? (S. Thom.) Ma a Dio, nella cui lingua non può cadere né fallo, né falsità, si deve questa giustissima riverenza, che ove Egli ci porga indizi già sufficienti di aver parlato, ricevasi ciecamente la sua dottrina senza obbligarlo a provarcela: Quis est adeo impius, et a Deo alienus, qui Deo non credat, et probationem postulet, sicut ab hominibus? , (Clem. Alex. I. 5. Strom. sub init.) Un bambino innocente, certificato di stare in seno alla madre, non cerca più. Sugge, ad occhi ancor dormigliosi, l’alimento vitale che da lei sgorga.

VI. Pertanto la vera Religione cammina fra due estremi tra loro opposti, l’uno di una supina ignoranza, l’altro di una insaziabil curiosità (Questo, che qui l’autore dice della vera Religione, va, a mio avviso, ripetuto del vero sapere umano, il quale si tiene in un giusto punto di mezzo tra la crassa ignoranza e l’insaziabile brama di sfondare i misteri dell’universo). Onde nel credere ella non è né corriva né calcitrosa. I turchi sono sì lungi dal saper dar ragione della lor fede; che anzi han pena la vita a disaminarla; mostrando in questo medesimo di che panno sia quella pezza, che non si può né vendere da veruno, né comperare, se non a botteghe scure. I filosofi puri vogliono, che la fede serva alla scienza, negando con Abailardo di assentire a punto di ciò che essi non capiscono (Ex s. Bern. epist. 190. ad Innoc.) il che è fare alla fede un torto maggiore di quel che farebbe all’oceano chi si ostinasse a contendere se si trovi, mentre nol può comprendere verun fosso; là dove questa dote medesima della sua vastità tanto sterminata gli dà merito di riportare tributo da tutte le acque.

VII. La vera Religione però tiene la via di mezzo che è la reale. Né si arroga di porre in chiaro a veruno con ragioni naturali la verità de’ suoi misteri (siccome quelli che per la sublimità della loro sfera trascendono la capacità natia di ogni intelletto, non pure umano, ma angelico), né lascia di dimostrare quello che basta ad obbligar che si credano fermamente; e ciò è che sono rivelati dal cielo. Il che fa ella con tale evidenza di credibilità, che gli argomenti, su cui la fonda, né convengono ad altra setta, né si può dare mai caso che le convengano, almeno tutti: donde ne segue che, come sapientissimamente ella è confessata da’ suoi fedeli per vera; così stoltissimamente è negata dagl’infedeli, degni per tal capo di piangere in una notte perpetua la ribellione che usarono a tanto lume.

VIII. Questi argomenti però andremo qui disponendo in tale ordinanza, che facciano alla verità, non sol corteggio, ma guardia; mentre ciascun da sé, e molto più tutti insieme, dovran costringere qualunque sano intelletto a ravvisare la Religione verace tra mille false: sicché chi mai non l’ha trovata la trovi; e chi la trovò, e poi per sua disgrazia venne a smarrirla, di subito la ricuperi, e tranquillato ogni dubbio, doni finalmente al suo credere quella pace, di cui l’Apostolo ci voleva pieni in un atto di tanto prò: Repleti pace in credendo (Rom. XV, 13).

III.

IX. Ma per non tralasciare veruna difficoltà, che qual piazza nimica, rimasta alle spalle, porga ai miscredenti occasion di fortificarvi si a loro danno, noi ci faremo da capo con provar ciò, che sarebbe noto dai termini (come sono i principi), se i termini si apprendessero con chiarezza, ed è che v’è un Dio, unico, universale, prima cagione di tutto l’esser creato. Appresso noi mostreremo che di tal esser creato ne ha Dio provvidenza; ma che speziale Egli l’ha ancora dell’uomo, la cui anima faremo poi vedere di proposito che è immortale. E quindi conchiuderemo la prima parte dell’opera col dedurre che dunque su la terra vi sia qualche Religione, e religion vera, sotto cui conviene arrolarsi. Nella seconda parte ci avanzeremo a manifestare che questa Religion vera altra non può essere al certo, che la Cattolica: il che perché meglio apparisca, non faremo altro che metterla al paragone con quelle religioni che a lei fan guerra (Il processo tenuto qui dall’autore è all’intuito logico e naturale, siccome quello, che va dalla ragione alla fede, e giustifica di tutto punto il titolo posto in fronte all’opera, l’incredulo uopo è pigliarlo sul terreno medesimo, in cui è collocato, quello cioè della ragione, per fargli toccar con mano, che se egli si ribella alla guida della ragione, che lo conduce alla fede, è proprio senza scusa. La ragione pronuncia l’esistenza e la provvidenza di Dio, l’immortalità dell’anima umana, la necessità di una Religione vera; e da questi re solenni pronunciati della ragione debbe pigliare le mosse la polemica e l’apologetica cristiana).

X. Dove è da considerare che la infedeltà può al presente commettersi in tre maniere. o contra la fede di Cristo già ricevuta nel suo perfetto chiarore di verità; e così mancano gli eretici, i quali ammettono, o fanno almanco professione di ammettere ambo i testamenti, il vecchio ed il nuovo, e poi li vogliono interpretare a capriccio, per non seguirli. O contra la fede di Cristo ricevuta solo nel suo chiarore imperfetto, e piuttosto in ombra; e così mancan gli ebrei, i quali ammettono il testamento vecchio, ma non il nuovo, quantunque al nuovo fosse da Dio, qual figura, ordinato il vecchio. O contra la fede di Cristo non ricevuta in modo alcuno; e così mancano finalmente i pagani, che non ammettono né il testamento vecchio, ne il nuovo, ma per legislatori hanno gli uomini, non han Dio.

XI. Al paragone dunque del paganesimo, dell’ebraismo, della eresia, noi metteremo la Religione Cattolica, affinché il confronto faccia spiccar più chiara la verità, sino alle menti più deboli. La porpora adulterata può agli inesperti da lontano piacere a par della vera, ma non d’appresso: Et lana tincta fuco, citra purpuram placet, non si contuleris. Se non che non altro paganismo oggimai pare aver più nome, che quello de’ maomettani annoverati ancor loro, e dalle leggi civili, e dalle canoniche, in detta classe. E però invece del paganismo, pigliato in più largo senso, noi più individualmente verremo sempre a ferire, dove abbisogni, il maomettanismo. E dissi dove abbisogni; perché non andremo con ordine ad investire prima l’uno di questi tre generi di infedeli, e poi l’altro e poi l’altro, quasi in tre duelli distinti; ma ora tutti insieme gli assaliremo, ora a corpo a corpo, secondo la varia forza degli argomenti che si porranno in opera al nostro fine.

XII. Il modo di argomentare sarà indi proporzionato al modo di discorrere che ha ciascuna di tali sette. Nella prima parte, pugnando con gli ateisti, i quali non conoscono religione di alcuna guisa, ma le deridono tutte, non addurremo altre prove, che le conformi al dettame della ragione. E così ancora faremo nella seconda coi maomettani, i quali nella religion loro non fanno caso delle scritture divine, superiori ad ogni ragione. Delle scritture divine, congiunte in lega con la ragion naturale, noi ci varremo contro gli ebrei e contro gli eretici, giusta quella parte di esse che nessuno di loro può ripudiare, se non va a militare sotto altro culto, qual è quello del paganismo.

IV.

XIII. Vero è che in questa mia qualunque fatica non ho io per fine di giovare solamente agl’increduli, anzi molto più l’ho di giovare ai fedeli. Conciossiachè quantunque tutta quella evidenza di credibilità, di cui la nostra Religione va adorna, non basti ad ingenerar quell’assenso immobile in cui consiste la fede; ma si richiegga per esso un dono infuso da Dio soprannaturalmente nel cuor dell’uomo, conforme a quel dell’Apostolo a’ Filippensi (1. 29): Vobis donatum est prò Christo, ut in eum credatis, contuttociò quella evidenza conferisce in estremo a ricevere un dono tale. Mercecchè la volontà dopo aver bene appreso dall’intelletto il merito sommo che ha la Religione di Cristo ad esser creduta, comanda all’intelletto con pieno impero che credala fermamente cattivando, dov’egli non arrivi, ogni ritrosaggine, in ossequio della suprema verità, (che ne sa tanto più di lui), e così pone (quantunque non da sé sola, ma col favore quivi ancor della grazia), pone, dico, quasi l’ultima disposizione per ricevere il dono eletto, ch’è l’atto infuso di fede: Donum fidei electum. (Sap. III. 14).

XIV. Anzi è certissimo che senza un giudizio saldo di tal credibilità, conosciuta per evidente, se può darsi una fedo ancora divina (cioè una fede che superi di fermezza qualunque assenso possibile naturale), non suole darsi (È legge psicologica questa, che il volere e l’amare abbisognano di essere preceduti ed illuminati dal conoscere; epperò nessun Cristiano, per quantunque idiota, può, in via ordinaria, volere ed amare la religione sua, se non conoscesse in qualche modo i motivi, che la dichiarano veracemente divina. Indi il rationabile obsequium vestrum dell’Apostolo). Onde conviene, a concepir detta fede, che ancora gli uomini più idioti conoscano in qualche modo questa grande apparenza di verità, che ella porta seco, intendendo, almeno per fama, che la Religione cristiana viene insegnata da personaggi santissimi e sapientissimi, che la tengono tutti per infallibile, e che la predicano, come scesa dal cielo, a tutte le genti, e come testificata con segni tali, che non si può dubitare se sian dall’alto: fama, alla quale alluse l’Apostolo, dove disse: Et quidem in omnem terram exivit sonus eorum, per denotare che se era fama sì vasta, non poteva essere senza gran fondamenti. E la ragione di questa previa disposizione da Dio richiesta, si è, perché quantunque Egli da sé solo possa nelle anime semplici supplire ad ogni illustrazione esteriore che loro manchi, con la sua pura illuminazione interiore; contuttociò, di legge almeno ordinaria, non lo vuol fare, come quivi accennò il medesimo Apostolo in quelle voci: Quomodo credent ei, quem non audierunt? etc. Mercecchè Dio, tanto soave in ogni sua opera, quanto forte, vuole che la sua r Religione non sia credibile solo per fede divina a tutte le genti, ma ancora per fede umana; che è ciò che toglie finalmente ogni scusa a chi non l’accetti, mentre non l’accettando, egli non pure si dimostra infedele, ma irragionevole (Gran verità questa, che chi è volontariamente infedele, è irragionevole, è l’incredulo senza scusa: verità che fonda sull’interiore armonia della ragione e della fede. Quest’armonia viene posta in bella luce nella seconda parte di quest’opera, al capo 1°, numero 15. Il lume di ragione guida alla scoperta della vera e divina Religione il pagano, che vive ancora fuori della fede di Cristo, e la fede alla sua volta dilata e sublima la ragione del credente, che già la possiede. Indi la fides quærens intellectum di S. Anselmo). Nel resto chi fa che il cedro dia pomi così odoriferi? Sicuramente non è quel giardiniere che lo piantò, che lo potò, che adacquollo. È Dio, che dentro il vivifica con vigore a lui solo noto: Est qui incrementum dat Deus (I. Cor. III, 7). E nondimeno Iddio di legge ordinaria non dà vigor sì vivifico a verun cedro, se il giardiniere non vi operi dal suo canto. Così quantunque al credere fermamente, e non solo probabilmente che la nostra r Religione è la vera, non siano i motivi della credibilità quelli che danno all’atto sì gran coraggio, ma sia lo Spirito Santo che parla dentro le anime al modo suo, quando per Lui v’è chi loro parli al di fuori; contuttociò non suolo lo Spirito Santo parlar di dentro in modo sì vivo, se non vi sia chi parli insieme al di fuori, o che abbia almeno parlato: Fides ex auditu (Rom. X. 17).

V.

XV. E da ciò potrà di leggieri arguirsi l’immenso prò che arrecano al popolo cristiano quei sacri predicatori, i quali dal pergamo discorrono ad ora ad ora su questo evidente merito, che ha la nostra fede ad essere da tutti anteposta a qualunque setta. Formano con essi nei cuori de’ fedeli quasi un embrione, cioè a dire una fede umana, e con ciò porgono l’opportunità, allo Spirito Santo d’infondere in un tal feto, ancora imperfetto, l’anima di una fede divina (Giusta ed importante è questa distinzione tra la fede umana e la divina. La prima è frutto di nostra ragione naturale, la seconda è dono della grazia sovrannaturale. Quella mette capo a questa, e tutte e due insieme armoneggiate compiono il congiungimento dell’uomo con Dio), che è quella finalmente che vince il mondo: Hæc est Victoria, quæ vincit mundum, fides nostra (I. Io. V. 4). Vero è che se i predicatori sacri apportano di gran bene con tali ragionamenti; maggiore credo io che lo apportino tuttavia gli scrittori sacri. Attesoché quelle ragioni dotte, che son proprie di sì giovevole tema, molto meglio si apprendono a vista fissa, che ad udito fuggente: onde nessuno vi sarà, che, in leggendole, non ne divenga più facilmente padrone, che in ascoltandole, poco men che di furto. Eppure tal padronanza sembra che qualunque fedele sia tenuto ad averne più che egli possa, affine di corrispondere al suo dovere, che è di star pronto, come gl’impone san Pietro, a rendere sempre conto della sua speranza, e conseguentemente della sua fede: Parati semper ad satisfactionem omni poscenti vos rationem de ea quæ in vobis est, fide et spe (I. Petr. VIII, 15). Dove è da notarsi bene che egli non dice de iis quæ sunt fidei et spei, in particolare, ma de ea, quæ in vobis est, fide et spe, in generale (V. Lorin. hic. S. Th. 2. 2. q. 2. art. 10), perché il saper esporre la convenienza di questo o di quell’articolo in individuo da noi creduto, è sol da uomini grandi, in trattati scientifici, da non andare per le mani di tutti; ma il saper esporre la convenienza di quella fede in universale, che ci obbliga alla credenza di tali articoli, dev’essere comune, più che si può, a quali sia dei fedeli nel grado suo essendo vergogna somma, come osservava San Giovanni Grisostomo, che il medico, che il coiaio, che il calzaiolo, che il tesserandolo, che qualunque altro artiere sappia dar conto della sua professione, e il Cristiano non lo sappia ancor egli dar della sua (Saviissime parole del Grisostomo queste, che inculcano al Cristiano la necessità di conoscere i fondamenti razionali di sua divina Religione. Il Cristiano non teme la luce, sicuro che quanto più la ragione esamina i motivi di credibilità del Cattolicesimo, tanto più è portata a riconoscerne la divina origine): Absurdum est, quod medicus, coriarius, textor et omnes generatim opifices, quoque prò artis suæ professile pugnet: christianus autem non possit ullam religionis suæ afferre rationem.(S. Chrysost. hom. 16. in Ioan.). E se è così, non sarà qui chi non vegga di quanta lode si rendessero meritevoli tutti quei servi di Dio, i quali, affine di addestrare il popolo cristiano a maneggiar bene questi argomenti di credibilità che gode a proprio favore la nostra fede sopra di ogni altra, li compilarono in libri da loro scritti avvedutamente in lingua materna, perché chi non era atto di apprenderli dalle estranee (quale per molti nel Lazio stesso può correre la latina) gli apprendesse dalla domestica.

XVI. Così fece il venerabile padre fra Luigi di Granata domenicano, cui, se per alcuno dei suoi trattati di spirito, tutti eccelsi, si conveniva quel breve di congratulazione che gli inviò dal suo trono Gregorio XIII, sì benemerito e della Religione e delle buone arti, da cui la religion viene amplificata, sicuramente sarebbe egli convenuto, più che per altro, per la introduzione al simbolo della fede, libro trasportato oramai dalla spagnola in tutte lo lingue, ancora orientali, per l’alto bene che per tutto ha operato in cuori anche barbari. E così altri scrittori avevan fatto prima di lui, e dopo lui finalmente han seguito a fare: ond’io non dovrei temere ora alcun biasimo dall’unirmi con questi alla stessa impresa, quando non potesse apparire che io giunga tardi, nel giugnere dietro a tanti i quali già con molta lode han detto abbondantemente innanzi di me, ciò che io non potrò dir dopo loro, se non con poca. Tuttavia non mi sbigottisco: perché i soccorsi freschi, per piccoli che sieno, son sempre a tempo, sinché fervo la mischia; e questa nel caso nostro, non si può dire che ancor non ferva, e non sia per fervere, sinché l’inferno odierà quella Religione che è l’unica a svergognarlo. Si aggiugne, che vari di tali libri sono, o di metodo arduo, o di mole alta, e però men atti a trascorrere per le mani di chi n’ha maggiore il bisogno. La speditezza dell’armi è sì vantaggiosa, che nelle guerre si temono più i moschetti comunemente, che le bombarde.

VI.

XVII. Né già in un argomento tanto agitato mi si vuol domandare la novità. Primieramente se non avessimo a dire se non ciò che mai non fu detto da verun altro, ci converrebbe ammutire: Nihil sub sole novum. Neppure l’api, simbolo dell’industria, nel dare il loro miele, il danno per nuovo. Esse non professano altro, se non che di andare a raccoglierlo qua e là faticosamente da vari fiori. Eppure nessuno nella natura le ha mai dannate d’inutili, ma lodate, mercé la forma con cui lo danno distillato in un favo. Di poi nella materia che ho per le mani voglio anzi protestare liberamente di avere a bello studio sfuggita la novità, poco amica alla Religione. Conviene qui mirar solo all’onor di lei, non mirare al proprio. Però se io metterò in campo ragioni, use altre volte, a difenderla bravamente, stimerò la vittoria tanto più certa, quanto più io me la posso promettere da un corpo di veterani esperimentati, che da una leva di venturieri novelli. Salvo che il medesimo fine, il qual mi propongo della maggior brevità che mi sia possibile, mi obbliga a non dare la mossa a tutto l’esercito, ma a fare come un distaccamento degli argomenti più validi, e questi spignere alla difesa del vero.

XVIII. Ho desiderato di formare lo stile, ove mi riesca, più colto, che no; perciocché io non ho capito mai che la ruggine giovi all’armi. Che se ne’ fulmini temiamo ancora del lampo, chi riputerà che certa energia di dire sia nelle cause meno opportuna a far colpo, perché lo fa balenando? Infìn l’armonia del numero io loderei, dove ella somigliasse il batter dei fabbri, musica insieme e lavoro.

VII.

XIX. Rimane l’ammonire por ultimo il mio lettore, che legga tutto il libro con attenzione e senza passione. Leggalo tutto, se egli ne vuol dar giudizio accertato, da che incivile est, nisi tota lege perspecta, una aliqua eius particula proposita indicare. (L. incivile est, ff. de legibus). Leggalo con attenzione, perché ad un quadro può bastare un’occhiata, ma non può bastare ad un libro: e la nostra mente, a conseguire il vero, è rete bensì, ma rete da pesca (la qual non fa buona preda, se non affondasi), non è rete da paretaio. Leggalo finalmente senza passione, perché ciò bastami, quando in lui ben mancasse la pia affezione. L’occhio, perché sia ben disposto al vedere, convien che trovisi né troppo abbondante di umore, né troppo scarso. Mi contento che sia così parimente il vostro intelletto: né troppo pieghevole al credere, per non esser tacciato dal Savio di leggerezza: Qui credit cito, levis est corde (Eccl. XIX. 4); né troppo restio, per non udirsi rimproverare da Cristo di ostinazione: O stulti, et tardi corde ad credendum! (Luc. XXIV. 25). È lieve al credere chi crede quando ha più ragion di non credere, che di credere. È ostinato chi non crede quando all’incontro ha più ragione di credere, che di non credere. Non ricevete però i miei detti, come lo schermitore riceve i colpi cioè per ribatterli ad ogni modo, o giusti o non giusti che a lui si mandino; riceveteli come il solco ammollito riceve i semi per affomentarli: dacché non altri semi spero io di gettare in voi, che di vita eterna.

XX. E perché veggiate con quanta discretezza io voglia procedere in chiedere il vostro assenso, l’assunto di tutta la presento opera, grande o piccola che ella sia, ha da essere sempre questo: di mostrarvi, che voi con la volontà avete da fare una forza molto maggiore al vostro intelletto, per trattenerlo dal credere quelle cose che io vi dirò a favor della nostra Religione, di quella che gli avreste a fare per indurlo a credere. E posto ciò, eccovi già (se voi non vi arrenderete), che voi siete l’incredulo senza scusa, che è il titolo che questa opera porta in fronte. Conciossiachè quale scusa avrà al tribunal di Dio chi non volle credere, quantunque tanto più agevole gli sarebbe sempre riuscito il volerlo, che il non volerlo? Non potrà egli dir altro, se non che al certo fu stolto e tardo di cuore: Stultus et tardus corde ad credendum. Tardo, perché non si arrese alla verità, quale incredulo: stolto, perché, nel ricusare di arrendervisi, operò contra ogni lume ancor di ragione, quale imprudente.