LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE (1)

ADOLFO TANQUEREY

LE GRANDI VERITÀ CRISTIANE CHE GENERANO NELL’ANIMA LA PIETÀ

Vers. ital. di FILIPPO TRUCCO, Prete delle Missioni

ROMA DESCLÉE & C. EDIT. PONTIF.1930

NIHIL OBSTAT: Sarzanæ, 8 Maji 1930 J. Fiammengo, Rev. Eccl.

IMPRIMATUR: Spediæ, 8 Maji 1930 Can, P. Chiappani, Del. Generalis.

A

 GESÙ VIVENTE IN MARIA

L’AUTORE SULLA SERA ORMAI DELLA VITA UMILE E GRATO CONSACRA QUESTE PAGINE SUPPLICANDOLO DI AMMETTERLO UN GIORNO ALLA CONTEMPLAZIONE DELLE ALTISSIME COSE CHE TENTÒ SPIEGARE AI FRATELLI, BRAMOSO DI INDURLI A GLORIFICARE, AMARE E SERVIRE IL PIU BUONO DEI PADRONI, IL PIÙ SAPIENTE DEI MAESTRI IL PIÙ AMABILE DEGLI AMICI IL PIÙ TENERO DEI PADRI.

AL LETTORE ITALIANO.

Il Tanquerey, della cui scienza teologica e della cui pietà è ormai superfluo far l’elogio, regala al clero, alle persone religiose, e anche a tutte le anime pie viventi nel secolo, un nuovo libro intitolato: « Le grandi verità cristiane che generano nell’anima la pietà (Les Dogmes générateurs de la piété.). – Queste grandi e così benefiche verità esposte nel nuovo libro sono tre ed è bene accennarle qui subito sinteticamente. – La seconda Persona della santissima Trinità, il Verbo divino, che, divenuto coll’incarnazione l’Uomo-Dio Gesù Cristo, ci incorpora a sé e trasfonde in noi, membra del suo corpo mistico, la divina sua vita, affinché, dotati di un organismo soprannaturale che si compone della grazia santificante, delle virtù infuse e dei doni dello Spirito Santo, e assiduamente sorretti dalla grazia attuale e dai sacramenti, viviamo quaggiù la stessa sua vita, incentrando in Lui, divino nostro Mediatore, i nostri pensieri, i nostri voleri, i nostri affetti, le opere nostre, che così acquistano con una dignità divina un merito di vita eterna e ci preparano ad essergli eternamente uniti nel cielo: ecco la prima di queste grandi verità, di cui ognun vede la mirabile complessità. Maria santissima, la creatura più vicina a Dio, più cara alle tre Persone della santissima Trinità, ,più simile a Gesù Cristo, eletta a Madre di Dio e costituita nostra Corredentrice, nostra Madre soprannaturale, nostra universale Mediatrice, nostro modello: ecco la seconda di queste grandi e dolci cristiane verità. Il sommo nostro Sacerdote Gesù Cristo, che, dopo essersi una volta cruentamente immolato sul Calvario a salute del caduto genere umano, ora quel grande ed eterno suo Sacrificio incruentamente rinnova ogni giorno sui nostri altari per mano del Sacerdote celebrante nella santa Messa, nella quale associa a sé tutti i Cristiani affinché i loro doveri religiosi riescano veramente accetti a Dio e le loro suppliche veramente efficaci, e colla santa Comunione s’immedesima con loro per trasformarli in sé e unirli più strettamente colla santissima Trinità; di guisa che alle inesauribili ricchezze di questo divino Sacrificio più largamente partecipa il Cristiano secondo che più attivamente concorre alla sua celebrazione, più intimamente si unisce in quest’offerta a Gesù, più profondamente s’investe del suo spirito di Vittima: ecco la terza delle grandi verità cristiane la cui meditazione genera nelle anime la verace pietà.

Queste tre grandi verità il Tanquerey espone con sufficiente ampiezza e bellamente illustra in questo nuovo libro; e lo fa non solo, com’era da aspettarsi, con dottrina teologica soda e profonda, in forma piana e pratica, ma soprattutto con tale unzione e con tale soave spirito cristiano che il lettore vi sente subito, oltre l’esimio teologo, l’anima sinceramente pia che vive intensamente le alte e dolci verità che viene esponendo. Come già feci, due anni or sono, del Compendio di Ascetica e di Mistica che incontrò così bene, sono ora lieto di poter presentare questo nuovo libro in veste italiana non indegna, spero; dell’originale e delle bellissime e altissime e santissime cose che vi si discorrono. Leggano dunque i Sacerdoti e i seminaristi leggano i Religiosi e tutte le anime pie, leggano e meditino queste belle e devote pagine del Tanquerey, se vogliono acquistare, in cambio di una pietà superficiale fatta di sentimentalità e di fantasia, la vera, la soda, la illuminata pietà. Oh se tutti i Cristiani conoscessero quanta luce, quanta forza scaturisce da queste verità ben meditate per nobilitare e veramente divinizzare la vita umana; per agere et pati fortia, per operare e patir da forti, con spirito, non stoico o razionalistico, ma cristiano, vale a dire con umile ossequio alla volontà di Dio, in unione di mente e di cuore con Gesù e con Maria, con l’occhio costantemente fisso alla beata eternità! Oh! Perché verità così divine e così benefiche non s’imprimono profondamente nell’anime dei sacerdoti.  onde essere poi opportunamente trasfuse nell’anime dei fedeli? – Al venerando Autore, che mi onora della sua amicizia, auguro di gran cuore che, nonostante l’età, Dio gli conceda ancora tanto di vita, da poterci dar presto su queste così importanti materie gli altri volumi promessi nell’Introduzione. Di questi nuovi regali gli saranno vivamente grate tutte le anime pie; perché a libri pieni, come questi del Tanquerey, di dottrina e di pietà tanto soave, tanto sostanziosa, tanto pratica, le anime seriamente pie si rifanno sempre con rinnovato diletto e con raddoppiato profitto.

Sarzana, Collegio della Missione, Pasqua del 1930.

FILIPPO TRUCCO, Prete della Missione.

INTRODUZIONE.

Nel 1829, Monsignor Gerbet pubblicava un libro pio e profondo sulla santissima Eucaristia intitolandolo « Considerazioni sul domma generatore della pietà cattolica ». Ma, chi ben consideri, tutti i dommi della nostra santa religione sono fatti per generare la pietà nelle anime: basta esporli bene e indicarne le conclusioni pratiche, perché le anime si sentano portate al Signore e infiammate di divino amore. – Infatti, i dommi cristiani ci dicono tutti, ognuno a suo modo, l’origine, la natura e i fortunati effetti di quella partecipazione alla vita divina che la santissima Trinità si degnò spandere nelle anime; tutti ci parlano dell’infinita bontà del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, che, comunicandoci la loro vita, ci stimolano con questo stesso fatto a sviluppare in noi e perfezionare cotesta vita, che è la perla preziosa, il tesoro dei tesori, l’unica cosa necessaria che dobbiamo cercar di possedere a qualunque costo, se vogliamo essere eternamente felici. Fra i dommi cristiani ce n’è poi uno che è nello stesso tempo centro e compendio di tutti gli altri: è il domma del Verbo incarnato che ci incorpora al suo Corpo mistico onde farci partecipare alla sua vita. – Questo domma esponiamo nella prima parte del nostro lavoro e sarà facile vedere come vi si connettono tutti gli altri. Infatti, il far conoscere il Verbo è già un entrare nel mistero della santissima Trinità, perché il Verbo è l’eterno Figlio del Padre e fonte con Lui onde procede lo Spirito Santo. Ma il Verbo si fece uomo e divenne il capo dell’umanità redenta, la testa di un Corpo mistico di cui noi siamo le membra. È quindi, nel presente disegno divino, il Mediatore necessario tra l’uomo e Dio: dal seno del Padre discende sulla terra, ricco per noi di grazie e di benedizioni, e dalla terra risale al cielo per offrire alla santissima Trinità gli ossequi nostri e i nostri ringraziamenti. – Ecco ora l’ordine con cui procediamo nella prima parte. Innanzitutto, il Verbo incarnato che attinge la vita divina nel seno del Padre ed è la fonte della nostra vita soprannaturale. Per comunicarci questa vita, il Verbo incarnato ci incorpora al suo Corpo mistico, affinché le membra prendano parte alla vita del capo. Incorporati a Cristo, noi partecipiamo veramente alla vita divina: le tre divine Persone vengono ad abitare in noi e c’infondono la grazia santificante, le virtù soprannaturali e i doni dello Spirito Santo. Perciò Maria, madre di Gesù, diventa madre nostra, « carne mater capitis, spiritu mater membrorum eius ».

Quindi quattro capitoli che s’intrecciano logicamente fra loro:

Cap. I. — IL VERBO INCARNATO FONTE DELLA NOSTRA VITA SOPRANNATURALE.

Cap. II. — LA NOSTRA INCORPORAZIONE A GESÙ CRISTO.

Cap. Ill. — LA NOSTRA PARTECIPAZIONE ALLA VITA DIVINA.

Cap. IV. — MARIA MADRE NOSTRA E NOSTRA MEDIATRICE.

A coltivar questa vita divina, Gesù, sommo Sacerdote, ci fa prender parte al suo sacerdozio e al suo Sacrificio: è l’argomento della seconda parte. Gesù sacerdote è nello stesso tempo sacrificatore e vittima. A perpetuare sulla terra il suo Sacerdozio, si sceglie tra gli uomini dei rappresentanti visibili che, per mezzo del carattere sacerdotale impresso loro nell’anima, diventano veramente altrettanti Cristi. Tra Maria, Madre di Gesù e Mediatrice di grazia, e il Sacerdote, corrono relazioni speciali che debbono essere fatte ben rilevare. Anche il popolo cristiano viene associato al Sacerdozio di Gesù e diremo in che senso e fino a qual punto. Onde appare sempre meglio che il santo Sacrificio della Messa è l’atto più grandioso e solenne della virtù della Religione, atto sociale, celebrato dal Sommo Sacerdote Gesù col ministero dei Sacerdoti, visibili suoi rappresentanti, e coll’attiva partecipazione dei fedeli. Ed è quindi chiaro che da un tal Sacrificio Dio è infinitamente glorificato, e i fedeli efficacemente santificati, a patto che vi assistano attivamente, unendosi agli interni sentimenti di Gesù sacerdote e vittima.

Quindi cinque capitoli;

Cap. I. — GESÙ NOSTRO SOMMO SACERDOTE.

Cap. II. — IN CHE MODO IL SACERDOTE PARTECIPA AL SACERDOZIO DI GESÙ CRISTO.

Cap. III. — MARIA SANTISSIMA E IL SACERDOTE

Cap. IV. — IN CHE SENSO IL POPOLO CRISTIANO È ASSOCIATO AL SACERDOZIO DI GESÙ CRISTO.

CAP. V. — DEL SANTO SACRIFICIO DELLA MESSA.

Il nostro libro è diretto innanzi tutto ai Sacerdoti e ai seminaristi per aiutarli a Stimar degnamente ed efficacemente predicare quelle grandi verità rivelate che gli Apostoli predicarono con tanto frutto ai primi Cristiani; ma è fatto anche pei semplici fedeli, specialmente se viventi in comunità religiose, i quali, come ci risulta dalle molte lettere che ne abbiamo ricevuto, prendono vivissima parte a queste verità. Ecco perché, pur esponendo la dottrina teologica, adoperiamo termini semplici e concreti che possano essere facilmente capiti da tutti. – È nostra intenzione, se il Signore si degnerà concederci vita e forze, di pubblicare ancora altri volumi di questo genere. Vorremmo mostrare come, quando noi Cristiani soffriamo, Gesù, che patisce in noi, divinizza in qualche modo i nostri dolori; vorremmo esporre come Gesù opera in noi coi santi Sacramenti; e finalmente dire come Gesù ci farà un giorno entrare a parte della sua gloria nel cielo. – Benedica la Vergine Madre queste pagine e aiuti noi e tutti i nostri lettori a metterle in pratica.

Seminario Maggiore di Aix-en-Provence, il 25 marzo 1930 z 1930. Annunziazione della SS, Vergine.

LA VITA INTERIORE (27)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (27)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA VITA D’ABBANDONO

LA VIA.

Fede, fiducia, confidenza, amore… abbandono. Ecco tracciata la via all’abbandono. Le radici sono nella fede, nello spirito di fede. L’anima che opera con fede, acquista la fiducia. Chi opera con fiducia in Dio sente la confidenza; il passo dalla confidenza all’amore, è brevissimo. L’amore puro e santo porta all’abbandono. Per raggiungere l’unione con Dio, cioè la vita interiore, è necessario abbandonarsi filialmente e umilmente alle sante disposizioni della volontà di Dio.

DIO IN NOI.

Per mezzo dello spirito di fede noi vediamo Dio in tutto, e in tutto lo sappiamo presente e operante; soprattutto in noi, nei nostri cuori. Gioiosa, consolante verità. Ma, purtroppo, quanto è ignorata questa grande verità! Possiamo ricordare, qui, le parole che Gesù rivolse a Filippo, nell’ultima cena: tanto tempo che sono con voi, e voi non mi avete ancora conosciuto? (GIOV., XIV, 9). Dio abita realmente in noi sino dall’istante in cui abbiamo ricevuto il Battesimo. Allontanati, disse, infatti, allora, il sacerdote, allontanati, o satana, da questo fanciullo, perché diventi il tempio del Dio vivo, e lo Spirito Santo abiti in lui. È certo che se noi non l’abbiamo allontanato col peccato mortale, Dio continuò e continua ad abitare in noi. Cioè: noi e Gesù facciamo una cosa sola; così, noi per mezzo di Gesù possiamo tutto; così realmente Gesù vuole che facciamo nostri e coltiviamo come mostri i suoi interessi: la gloria del Padre, del Figliuolo, dello Spirito Santo; mentre Egli fa, e considera come suoi i nostri interessi, la santificazione nostra. Ma, in verità, quanto poco abbiamo pensato all’Ospite divino che vuole vivere e vive unito con noi! Dobbiamo confessare amaramente con santa Teresa: « Io comprendo di avere un’anima, ma la stima che merita quest’anima, ma la dignità dell’Ospite divino che vi abitava, ecco ciò che non comprendevo. Le vanità della vita erano una benda che mi coprivano gli occhi. Se avessi compreso, come lo capisco ora, che un sì gran Re abitava il piccolo palazzo dell’anima mia io non l’avrei lasciato così frequente solo! ».

ITINERARIO A DIO.

E se col peccato avessimo allontanato, cacciato, perduto Dio? Delle vie che riconducono a Dio, quella più segnata d’orme è la via del dolore. Il figliuolo prodigo, ritrovò il cammino della casa paterna quando alla sua pena non diedero più lenimenti le lascivie e le gozzoviglie delle città idolatre. La gioia e le lautezze fanno obliosi. Tutti gli altari, purtroppo, hanno sempre avuto più tributo di pianto che d’inni. Il grido di sant’Agostino: Inquietum est cor nostrum, Domine, assomma un’esperienza che è di tutti i tempi. Dio prorompe dalla sventura, e mentre l’anima lo ricerca tribolata e piena d’affanno, diventa ebbra di gioia nel ritrovamento. In quei momenti l’anima avverte Dio, ancora oscuro, ma presente. Non ama interpreti né intermediari, né formule. Pare che l’anima così dica: io voglio cercarti da me… parlarti direttamente, offrirti con le mie mani il dono della mia anima così come tu l’hai fatta… Picchio a te, supplico a te. Aprimi. Il mio cuore ha sete di te… Ha bisogno di appoggiarsi a una speranza, di legarsi a una certezza. (Dio è qui. Mondadori, Milano, 1927). Questo Dio che il tribolato chiama e cerca dappertutto, nel cuore degli uomini, negli aspetti delle cose, nella tripudiante testimonianza della natura, appare, a poco a poco, preciso e radiante e splendente: è il Dio dell’amore vero, dell’amore puro, il Dio della Misericordia infinita che toglie ogni tremore, che cancella ogni angoscia, asciuga ogni lagrima, che inonda di luce, vivifica di amore e stringe paternamente al cuore le anime, le anime dei suoi figli… che tornano a inebriarsi del suo amore.

NOI CON DIO

In due modi possiamo noi « povere creature umane », accettare la santa volontà di Dio: a stento, o con piena fiducia, con sereno abbandono… La vita interiore è in questa seconda maniera, nell’uniformità del nostro col volere di Dio. Perché? Ecco: Sono creatura tua. Fa di me ciò che tu vuoi. Non chiederò perché. Accetterò i tuoi decreti come si accetta il giro delle stagioni, il pullulare del germoglio e il distaccarsi della foglia secca, l’impennarsi del cavallone schiumoso e l’abbattersi contro la clamorosa scogliera (Ibidem). L’anima comprende che il vero e unico suo bene consiste nell’eseguire la santa volontà di Dio. La volontà di Dio diventa, adunque, oggetto dei desideri e delle compiacenze della nostra anima. « Essa sa che la mente di Dio pensa a lei e il suo Cuore ordina e dispone le cose a suo profitto: perché, adunque, dovrebbe essa ancora pensarvi e occuparsene, come se non le bastasse la sapienza infinita e la immensa bontà del suo Dio? Essa si abbandona pertanto ciecamente e tranquillamente al corso delle cose, come esso viene guidato dalla Divina Provvidenza; quali si siano gli avvenimenti, essa prova uguale soddisfazione, poiché in qualunque circostanza impera il volere di Dio, suo bene e sua felicità: che si avverino piuttosto tali che tali altre cose, non è affare dell’anima, ma di Dio, per essa ciò che importa è che ogni avvenimento risponda alla volontà divina. » Questo è il vero spirito di abbandono, che costituisce l’essenza della vita spirituale e della santità » (Op. cit., p. 417). Benché i nostri cieli siano oggi sbarrati dai fili del telegrafo e nella chiarità dei nostri orizzonti spicchino molti fumaioli, i campanili non sono diminuiti né di numero né di altezza. Vogliamo dire che l’apprendimento e la pratica dell’abbandono in Dio non è, poi, una cosa tanto difficile da pretenderne la riserva per alcune anime privilegiate, e l’esclusione per le altre tutte.

MOTIVI DI QUESTO ABBANDONO.

Sono molti. Ma sia sufficiente ricordare: Gesù è buono; Gesù accoglie tutti, sempre; Gesù è misericordioso; Gesù è fedele. Basta che la nostra anima si fermi un istante su queste considerazioni e ne sarà immediatamente persuasa, convinta. Non è Gesù che disse: ego sum pastor bonus? Sì il buon pastore che cerca le sue pecorelle… Di lui, il Vangelo, dice: «percorreva la Galilea, la Samara, la Giudea, insegnando nelle sinagoghe dei Giudei e annunziando il Vangelo del regno, guariva tra i popoli ogni languore e ogni infermità (MATT., IV, 23)… E folle numerose accorrevano a Lui, conducendo seco sordi, ciechi, paralitici, malati e molti altri, che deponevano ai suoi piedi, ed Egli li guariva (MATT.; XV, 30). Poiché Gesù è buono, accoglie tutti. Questa è la prova di un buon cuore. — « Durante la sua vita terrena accoglieva tutti con la medesima benevola bontà. La sua fronte era sempre calma e il suo occhio sorridente. Tutti potevano avvicinarlo senza timore, e l’avvicinavano, infatti. » I farisei e i sadducei vanno ad esporgli le difficoltà e a tendergli tranelli. Gesù dissipa i loro intrighi con una parola luminosa, con una diversione inattesa, con un miracolo, ma non li scaccia. » I ricchi l’invitano alla loro mensa, talora per sincera ammirazione, talora per vana ostentazione, Gesù accetta l’invito e qualche volta, non invitato, s’invita da se stesso. » Frequenta la casa dei grandi come il tugurio del povero, va a riposarsi nella villa di Lazzaro, a Magdala, come nella capanna della suocera di Pietro, il pescatore. » Accoglie, con la medesima bontà, il giovane ricco, il dotto Giuseppe d’Arimatea il mendicante cieco, seduto lungo la via e lo sventurato coperto di lebbra, che da lontano implorava la sua clemenza. » Distribuisce i suoi benefizi a tutti. Resuscita Lazzaro, suo amico; e restituisce l’orecchio a Malco, suo persecutore. Richiama alla vita la figlia del gran sacerdote Giairo, e il figlio unico della vedova di Naim. Gesù è sempre buono e cortese. » Ha qualche preferenza e la rivolge ai fanciulli, ai poveri, agli umili » (Schryvers, L’amico divino, pag. 418-1 9, Torino). – È misericordioso. L’infinita sua misericordia è la principale manifestazione della sua onnipotenza. Fu la sua misericordia, che l’indusse a lasciare il cielo per la terra, a soffrire e a morire per salvarci! Ha compassione della folla che lo segue… Attende al pozzo la Samaritana, e, dolcemente, la persuade a riconoscersi colpevole. Piange sulle sventure di Gerusalemme, su la morte di Lazzaro. Libera la Maddalena dai demoni e folgora Paolo su la via di Damasco, trasformandolo in un suo invincibile atleta. Di più: Gesù è fedele. L’ha voluto dire e confermare egli stesso: Io dò la mia vita per le pecorelle (Giov., X, 15); e: Nessuno strapperà dalle mie mani coloro che il Padre mi ha dato (Giov., X, 28). – Talora Gesù ci sembra lontano lontano, o almeno, assente. Ma non è così. Risvegliamo anche noi, come gli Apostoli sul lago di Genezareth, Gesù che ci sembra addormentato. Scuotiamo le nostre ali, eleviamo il volo, corriamo alla divina sorgente; e ripetiamo la preghiera insistente a Gesù dolce, a Gesù Amore: Dammi da bere di quell’acqua che sola può dissetarmi, ché, chi ne beve una volta non ha più sete mai.

CONCLUDENDO.

La volontà di Dio, è duplice. Comprende cioè quello che dobbiamo fare noi e quello che Dio vuole fare in noi stessi. Ci richiede, cioè, il Signore, che noi operiamo, e che operando, sottomettiamo, adattiamo noi, dolcemente, all’azione sua. Tutto, però, è sempre secondo le divine disposizioni, momento per momento. Dio si serve degli avvenimenti, delle cause seconde; per mezzo di esse ci annuncia la sua volontà. Ascoltare, accettare, eseguire queste divine disposizioni è abbandono in Dio, è unione con Dio, è vita interiore. Ma questa, è vita di abbandono, non tanto della creatura verso Dio, quanto di Dio alla creatura. « In verità è più abbandono di Dio che nostro. Abbandono significa rinuncia e sacrificio. Ora che cosa noi rinunciamo, quando ci diamo a Dio? Non solo non rinunciamo a nessun bene, ma ci arricchiamo di ogni bene e di ogni fortuna » (A. Gorrino, op. c., pag. 420.)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (23)

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (23)

GIOVANNI G. OLIER Mediolani 27-11 – 1935

Nihil obstat quominus imprimetur. – Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XV

Del modo di fare le proprie azioni per il principio della vita cristiana

Rinunciare a noi stessi e al nostro amor proprio. Adorare lo Spirito di Gesù Cristo nell’anima sua santissima.- Abbandonarci allo Spirito Santo perché diffonda in noi le intenzioni medesime di Gesù. — Non è necessario sentire l’azione divina; basta la fede e la volontà. – Nostro Signore sentiva lui pure la ripugnanza nella parte interiore dell’anima. — Lo spirito della religione è spirito di rinuncia.

L’uomo vecchio, in noi, è sempre attivo e quindi sempre ricerca sé stesso, perché in noi la carne, nello stato in cui si trova, non può che cercare i propri interessi. Poiché essa non vuole punto elevarsi a Dio, né portarsi a Lui, ma unicamente e senza posa ricerca sé medesima, bisogna al principio di ogni opera, riprovarne tutte le tendenze e tutte le intenzioni. Perciò la prima disposizione che dobbiamo avere nelle nostre azioni è di rinunziare a noi medesimi e al nostro amor proprio. La seconda cosa che dobbiamo fare è di adorare lo Spirito di Gesù Cristo che ne eleva l’anima a Dio in tutta la purezza, la santità e la giustizia possibile. Lo Spirito di Dio nell’anima di Gesù infondeva tutte le intenzioni più sante e tutte le più pure disposizioni possibili, perciò vi rendeva a Dio Padre tutta la somma di onore, di lode e di gloria che il Padre poteva riceverne. – La terza cosa è di domandare a questo divino Spirito che diffonda in noi le disposizioni dalle quali Egli vuole animarci per la gloria di Dio. Infine, bisogna abbandonarci allo Spirito Santo affinché si degni elevare l’anima nostra a tutte quelle intenzioni che saranno di suo compiacimento durante tutta l’opera che incominciamo, conservandoci uniti a Lui in tutto ciò che dovremo fare. – L’interiore di Gesù Cristo consisteva nel suo divino Spirito, che ne riempiva l’anima di tutte le intenzioni e disposizioni con le quali Dio poteva essere onorato da Lui e da tutta la sua Chiesa; orbene, questo divino interiore deve starci sempre davanti agli occhi come la sorgente e il modello di tutte le interne disposizioni delle anime nostre. Anzi bisogna offrire sovente a Dio quel divino interiore di Gesù, come supplemento al nostro che è così deficiente, perché davanti a Dio serva di riparazione per le nostre colpe. Nostro Signore medesimo si è degnato di offrire spesso a Dio, a questa intenzione, i suoi interni sentimenti.

***

Bisogna notare inoltre che, per essere uniti con lo Spirito di Nostro Signore onde vivere nella vita cristiana e operare santamente, non è necessario che sentiamo in noi questo Spirito, né che gustiamo sensibilmente in noi i sentimenti e le disposizioni di Gesù Cristo; basta vi ci uniamo per la fede, ossia con la volontà e con un vero e reale desiderio. Ed è ciò appunto che lo Spirito Santo ci dà, perché operiamo conforme al desiderio di Nostro Signore medesimo e così siamo adoratori in ispirito e verità. Gesù Cristo, infatti, il vero ed unico Religioso e Adoratore del Padre, diceva che il Padre suo domandava Adoratori in ispirito e verità (Joan. IV, 23), vale a dire, veri Religiosi e Adoratori che siano veramente distaccati da sé stessi, senza ricerca del proprio interesse, e realmente siano intimamente uniti al suo Spirito: ed in ciò consiste la vera religione interiore e cristiana. – Quando abbiamo in noi lo Spirito Santo mediante la grazia e viviamo distaccati dal peccato, per operare nella vita e nella santità di questo divino Spirito, basta che l’anima nostra si tenga unita a Lui per la parte più elevata e più sottile che chiamasi col nome di spirito. Inoltre, dobbiamo dire, a consolazione delle anime pure e sante, che Nostro Signore medesimo, soprattutto nel tempo della sua Passione, serviva il Padre suo per lo spirito, ossia per la parte superiore dell’anima sua, senza nulla. sentire nella parte inferiore e sensibile. – La parte superiore, in Gesù Cristo Nostro Signore, era nella gloria, e nella pienezza della sua luce vedeva tutte, assolutamente tutte le intenzioni adorabili con cui sì poteva rendere omaggio al Padre. Egli si investiva di queste intenzioni, aderendo allo Spirito che gliele suggeriva e le operava in Lui; ma essendo l’anima sua immersa in un oceano di disgusti, di aridità e di amarezze. Egli provava ripugnanza per quelle cose cui l’anima sua nella parte superiore abbracciava con una volontà infinitamente perfetta, per la gloria del Padre suo. Così, non dobbiamo inquietarci per le aridità e le ripugnanze della carne purché facciamo il nostro dovere e che la parte superiore dell’anima nostra, ossia la nostra mente e la nostra volontà, aderisca allo Spirito Santo, che sta in noi per operare secondo le sue intenzioni e i suoi desideri. Dobbiamo tenerci uniti allo Spirito Santo con un puro spirito di sacrificio, e nella fede, vale a dire, per una conoscenza oscura e insensibile ma tuttavia certa, che Dio sta in noi col suo santo e divino Spirito onde aiutarci nella nostra debolezza per la quale da noi stessi non siamo capaci di elevarci a Dio. Quando il Signore vede che accogliamo quei buoni desideri che Egli forma in noi: quando vede che abbiamo la volontà di operare unicamente per la sua gloria, che ci diamo interamente a Lui e cerchiamo il soccorso della sua grazia, allora ci abbraccia, ci eleva, ci santifica e fa che operiamo in ispirito e verità: ma non permetterà che l’anima lo senta, e ciò per divezzarla dalla carne e conservarla in una più grande santità e in un maggior distacco da sé stessa. È questo lo spirito di tutta le religione cristiana, spirito che a tutti i fedeli dà la vita con la virtù di operare nella santità e nella giustizia. In questo spirito, adunque dobbiamo incessantemente immergerci, distaccandoci da noi stessi, giusta il precetto di Nostro Signore: Colui che vuole seguirmi, rinunci a sé  stesso, prenda la sua croce e venga dietro a me (Matth. XVI, 24). Il vero discepolo di Gesù Cristo che vuole vivere come Lui, deve rinnegare sé medesimo in tutta verità come ha fatto Gesù Cristo; deve evitare di compiacersi in sé medesimo; Cristo non ebbe riguardi a sé stesso, Christus non sibi placuit (Rom. XV, 3) ma stare interamente unito con quel divino Spirito che esso possiede in sé medesimo e seguirlo, imitando la condotta  di Gesù Cristo, che non ha mai fatto la sua volontà. Gesù Cristo viveva in una perfetta aderenza allo Spirito di Dio suo Padre, e teneva l’anima sua sempre unita a Lui nella parte superiore e principale mentre permetteva che nella sua carne e nella parte inferiore dell’anima sua sorgessero ripugnanze e contraddizioni: Tale era la contraddizione che Egli subiva in sé stesso contro sé stesso. Così, se vogliamo seguire Nostro Signore. dobbiamo aderire continuamente allo Spirito per una decisa volontà che ci mantenga sempre fermi in ogni nostro dovere in mezzo alle croci ed alle contraddizioni, e ci elevi a Dio, senza che ci prendiamo compiacenza in noi medesimi, mentre la nostra carne, la quale vuole tutto al contrario di ciò che deve volere e perciò non può star soggetta, è sempre in contraddizione con quello Spirito divino. La carne desidera il contrario di ciò che lo spirito desidera: orbene, in tale contraddizione, bisogna che quella parte di noi che è lo spirito aderisca allo Spirito Santo, con cui deve essere perfettamente unita nei desideri e nella volontà, partecipando alle qualità di Lui che sono infinitamente lontane e al disopra della carne, benché nella parte inferiore, l’anima sia ancora aderente alla carne. In tal modo dobbiamo costantemente odiare l’anima nostra in quanto essa anima la carne e deve subire in sé stessa questa contraddizione come una croce continua e perpetua. Se alcuno vuol venire con me. rinneghi sé stesso, prenda ogni giorno la sua croce e mi segua. Si quis vult post me venire, abneget semetipsum et tollat crucem suam et sequatur me (Luc. IX, 23).

FINE

LO SCUDO DELLA FEDE (204)

O SCUDO DELLA FEDE (204)

LA VERITÀ CATTOLICA

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. E libr. Sales. 1878

ISTRUZIONE I.

Io credo in Dio

Voi siete qui per imparare le cose più necessarie, che hanno da far tanto bene alle vostre persone. Ma io, bisogna che ve lo dica subito per imparare è necessario che vi fidiate di chi v’ha da mostrare e che cominciate a credergli con un po’ di buona fede. È questa la prima disposizione che deve avere chi vuole essere istruito. Vedete che anche il Parroco quando si vuol che egli battezzi uno, e che lo ammetta tra i fedeli ad imparare la verità della Religione e a vivere da buon Cristiano, prima di tutto domanda a chi dev’essere battezzato, e ai padrini per lui: se egli crede: « credis in Deum? » Quasi gli dicesse che prima d’ogni altra cosa si debba credere, e credere in Dio. Eh! ma pensate anche voi: noi ci troviamo qui creati da Dio in mezzo a tutte le cose fatte da Lui; ben tocca a Lui dirci adunque ciò che Egli vuole da noi, e ciò che è bene che facciamo. Così il Parroco con quella semplice parola che tutti intendono: « credi tu in Dio » dà dalla parte di Dio il primo avviso e più necessario, dà la più ragionevole, la più grande lezione che viene all’uso tutti i dì, cioè, che per imparare, prima di ogni altra cosa bisogna cominciare dal credere a chi merita fede. Questo io vi spiegherò quest’oggi e vi farò vedere che, se è necessario prima di tutto credere per poter vivere in questa nostra vita, è necessario più ancora credere in Dio per salvarci. Miei fratelli, noi siamo qui radunati intorno al sacro altare nel bacio santo di carità; ed adoriamo qui in mezzo di noi nel SS. Sacramento Gesù Cristo proprio in Persona. Gettiamoci a terra a Lui dinnanzi e preghiamolo si che ci faccia conoscere come nella dottrina che facciamo in Parrocchia, Egli è il Padre che presiede al convito; e che Egli è il Signore il quale fa distribuire il pane delle anime colla sua Parola, ancora che ci faccia grazia di farcelo passare per le povere mie mani. Voi poi, o Maria Santissima, presentateci a Gesù benedetto da buona Madre ponendoci la vostra mano sul nostro capo e pregatelo si degni essere con noi, come il padre in tavola coi suoi figliuoli diletti. – Intanto tra noi, o fratelli, io vi supplico per amor di Dio e di Maria Santissima, parliamoci cuore a cuore; e voi con tutta la vostra bontà fate buon viso a me che vi parlo in nome di Gesù Cristo. Colla semplicità di buoni figliuoli, ripetetemi intanto, come faremo sempre per fissar chiaramente di che cosa abbiam da trattare; quello che noi in questa istruzione abbiam da comprendere bene: essere per noi uomini un dovere il credere; e così niente di più ragionevole e di più giusto, niente di più caro e necessario per salvarci che il credere in Dio. – Abbiamo detto ché per imparare e poter sapere qualche cosa è d’uopo credere, e avere un po’ di buona fede. La Chiesa difatti per insegnarci nella Dottrina le cose più necessarie in nome di Dio, comincia subito dal farci dire: Io credo in Dio. Così ci mostra che prima di tutto è necessario avere buona fede in Dio il quale è il Creatore del mondo; ché ogni bene viene da Lui, e tutto da Lui dipende; e  perciò niente noi possiamo far di più giusto che assoggettare la nostra ragione e volontà a Dio, riposandoci in Lui con fede; e non perché intendiamo noi colla nostra mente che siano vere e buone le cose che Egli ci manifesta; ma ci fidiamo interamente a Lui, perché Dio è somma verità e sommo Bene, non può né ingannarsi né voler ingannare. Questa fede poi è un grandissimo dono e tutto di Dio. Egli è ben vero che noi colla nostra ragione (Constitutio Dogmatica DE Fide CATHOLICA; prima sessio — Sacrosancti Oecumenici Coneilii Vaticani.) possiamo conoscere che vi deve essere il Creatore d’ogni cosa; ma è anche vero che noi colla sola nostra ragione non arriveremo mai a conoscerlo in Sé stesso, né ad abbandonarci nelle sue mani con buona fede. No, no; da noi soli non vorremo né cercar tanto di conoscerlo, né credere in Lui, e nemmeno servirlo bene ed amarlo, a fine poscia di possederlo in paradiso. Noi, senza aiuto divino tutt’altro che credere ed affidarci a Dio come al Sommo Bene nostro, noi ci occuperemmo tutti quasi solo di noi, e ben poco vorremmo pensare a Dio. Bisogna che lo confessiamo, e che diciamo chiaro, che ogni lume ed ogni ben perfetto viene da Dio, e che Dio solo può provvedere a tutto il bene per noi, e provvedere a tutto il bene per noi vuol dire salvarci. E Dio, per salvarci, comincia dal mandar a noi questo lume di fede il quale solleva la nostra ragione a pensare a Lui, comincia dal concederci questa grazia che muove il nostro cuore ad avere fede in Lui, e ad affidarci onninamente alla sua bontà. La fede adunque è un dono del Cielo, per mezzo del quale noi crediamo in Dio. – Intendete qui subito, o cari, la grande misericordia di Dio con noi Cristiani. Dio nel santo Battesimo ci comunicò questo dono di fede per sollevare la nostra mente sopra tutti i lumi della nostra ragione a conoscerlo; Dio nel Battesimo ci mise questa grazia della fede nell’anima nostra, questa virtù di credergli, e fidarci di Lui; colla ferma sicurezza che Egli, il quale fa tutto ch’è buono, per sua bontà ci farà conoscere tutto che è bene per salvarci. Questa grazia di credere a Dio, e fidarci di Lui, è la fede (Siffatto dono della fede resta come una radice fitta nell’anima nostra. E pur troppo può restare morta in mezzo a tante cose mondane pei nostri peccati: ma come una scintilla sotto la cenere se viene riscossa riluce; così la fede in noi se viene riscossa da certi avvenimenti accompagnati dai tocchi della grazia che batte all’anima, si ridesta, ed illumina la mente. Si può dire che la grazia della fede allora fa come una madre crudelmente disprezzata la quale quando il povero suo figlio non pensa neppur più a lei, in un bel momento lo abbraccia alla vita e gli dice: « figliuolo, ti hai da salvare.»  È dunque la fede il principio, il primo fondamento, la radice della nostra giustificazione: perché, credendo così in Dio, noi facciamo il primo atto di giustizia, e il Primo atto di giustizia della nostra vita è riconoscere che Dio è il Creator di tutto, è il Padre di tutti i beni, è anzi il Sommo Bene: e che niente è più ragionevole, né più giusto che credere, cioè avere fede in Dio, Padre dei lumi e di tutti i beni il quale ci fa questa grazia di credere così perfettamente in Lui.). – È dunque la fede una virtù che Dio per tutta sua bontà infonde nelle anime nostre, colla quale ci illumina, ci inspira, ci aiuta a fidarci interamente di Lui e a credere in Lui di tutti buon animo. – E qui noi abbiamo da comprendere ben subito come se non abbiamo questa fede in Dio, noi commettiamo una brutta ingiustizia quando, fidandoci più di noi medesimi, che non di Dio Santissimo; e che essendo così ingiusti e cattivi è impossibile che piacciamo a Dio e siamo ammessi nel numero dei suoi figliuoli. (Conc. Tridentino, sess. VI, c. 5, VATICANO, luogo citato). Bisogna adunque prima di tutto credere in Dio … – Deh non vi fate il broncio in sul bel principio per farmi intendere che voi eravate venuti qui per sentire di belle e buone verità, riserbandovi poi di ragionarvi sopra; quasi che non mi vogliate dire: « eh via! non siamo i bambini noi da doverci far credere subito. » No no: ragionerete finché vorrete; ma anche nelle cose del mondo, per conoscere una qualche cosa, bisogna sempre cominciare col credere: e se uomo s’incapricciasse di non voler proprio mai credere niente, non verrebbe a saper mai niente. Immaginatevi che uno volesse imparare a leggere; bisogna bene che egli creda al maestro che la prima lettera si chiama A, e che la seconda si chiama B. Ché se con superbia il testereccio si ostinasse a non credere mai, potrebbe bene star li per ispazio di tempo a larghi occhi sulla carta stampata a lampanti caratteri; ma non verrebbe mai al punto di saper leggere una sola parola. Laddove in credendo al maestro impara ad unire le lettere, comincia compitare, e si avvia alla lettura. Allora poi mano mano leggendo i libri più buoni e dotti può diventare anche uno dei più sapienti uomini del mondo. Ah si sì! vuolsi cominciare dal metter giù quella matta superbia di pretendere di cavar tutto dal nostro cervello e di voler sapere tutto da noi: s. Agostino che era sì certo, uno dei più sapienti uomini del mondo, diceva che, fossimo pur di sommo talento forniti, bisogna che incominciamo a credere con umiltà, se vogliamo intendere anche le più grandi e sublimi cose — crede ut intelligas — Vedete difatti che senza credere non potreste neppur conoscere chi voi siate. E perché sapete voi di essere i figli dei tali? Voi non vi ricordate certo di essere nati da loro…., ma lo credete. Perché tenete voi che ì vostri campi e le vostre case che non avete comprato da voi, siano vostri davvero? Perché credete ai testamenti ed alle carte di contratti. Eh, se voi vorreste avere per certo solo quello che vedete e toccate, le vostre cognizioni si allargherebbero ben pochi metri intorno a voi. E come potete essere sicuri che vi sono tante città, che forse non vedrete mai? Perché credete a chi lo dice. Come sapete voi che vi siano state altre persone, e che qualche cosa si sia fatta prima di voi nel mondo? Perché credete a chi velo narra, o a chi ve lo scrisse nei libri. Così noi crediamo ai vivi, crediamo ai morti; ma intanto sempre crediamo. Né vale il dire che ai nostri giorni anche il popoletto ha gli occhi aperti, e che non si ha più a credere, ma ragionare. No: perché anche proprio voi avete creduto alla madre che colla sua affettuosa parola fu la prima ad insegnarvi a ragionare; balzati fuori dalle braccia della mamma, correste alla scuola a credere nei maestri. Cresciuti poi tant’alti e baldi di gioventù, vi credeste di essere emancipati e di essere liberi e pensare a vostro modo? Signori no! Allora i compagni intorno a farvisi ai panni, pigliarvi all’assalto, e farvi credere tutto che vogliono, per menarvi a loro modo: e voi credere subito ai loro discorsi, prestar fede alle loro gazzette, giurare sui libri che manipolarono tanto benino, per farvene bere di quelle!….. Ora potete forse vantarvi di non creder ai buoni vostri padri, alle affettuose madri vostre, e meno al Prete (che, a conti fatti, sono coloro che vi vogliono un ben della vita); mentre vi adattate vilmente a credere ai tristi; anche quando vi accorgete che sono tali? E ve ne fate vanto voi stessi, quando vi date d’intendere di pensare e vivere alla moda: ché le mode poi non sono altro che i pensieri e capricci degli altri che vi circondano. Così gloriandovi di esser uomini del mondo alla moda, vi gloriate di credere come credono gli altri. — Oh che disgrazia! regolarvi a maniera delle pecore matte! lasciarvi menare da vili a bere, voglio dire a credere a tutti i tristi cialtroni, e forse stentare solamente a credere in Dio! Ditemi ora, che avete capito come è necessario credere, per saper qualche cosa e vivere da uomo; Così niente è più giusto che credere prima in Dio. Ora vediamo che niente è più ragionevole, niente è più necessario che credere in Dio. Ripetetemi ora in grazia adunque che cosa abbiam da considerare adesso? Noi abbiamo da considerare, che niente è più giusto, niente è più ragionevole, che niente è più necessario che credere in Dio: » – Io comincerò col raccontarvi un fatto che vi tornerà a grado.Un dì a Parigi il buon avvocato signor Guillemin disse ad un avvocatino che faceva pratica al suo studio: « signor Lacordaire, credete voi in Dio ed allasua santa religione? » Io? rispose il giovane lisciandosii baffi con una cert’aria d’ineredulo « ma,signor avvocato principale, io?….. Non credo niente,io, » E il bravo signor Guillemin : « Ah no, signor avvocatino di così belle doti d’ingegno essendo voi fornito non potete rispondermi così; poiché, se voi non credeste proprio niente, sareste simile al candi casa ed al cavallo della scuderia i quali non credonoproprio a nulla. Ma voi credete almeno che siete qui!» E l’avvocatino « Oh sì; perché io mi sento che sono qui » — « Credete che siete nato dai vostri buoni genitori: e crederete che i vostri signori genitori sono nati anch’essi dai loro padri e dalle loro madri e così via via; finché si viene al primo padre e alla prima madre, i quali non si poterono fare da se stessi quando non erano al mondo; ma dovettero per necessità essere stati formati dal Creatore » « Oh, sì, rispose. l’avvocatino coll’accento della più schietta sincerità,al Creatore io credo!» « Dunque, di ripicco a lui il grande avvocato Guillelmin, se voi credete al Creatore, dovete credere che il Creatore che noi adoriamo,è Dio; e dovete credergli quando v’insegna Egli e come dovete adorarlo, e come dovete salvarvi: ilche è tutta la Religione », L’ avvocatino vi pensòsopra…., vi pensò bene; e conoscendo che bisogna credere, e credere in Dio, questo fu il principio della sua conversione, e della sua salvezza. Abbandonata l’avvocatura si rendé frate, e divenne il celebre Padre Lacordaire che diffuse in Francia con santa eloquenza le verità del Vangelo, e morì da santo. Per salvarci anche noì dobbiamo cominciar di qui; « Io debbo credere in Dio ». – Adunque vi ho detto, che niente è più ragionevole che credere in Dio. Ascoltate, che ve ne renderete persuasi. Se noi ci vediamo dinanzi un bell’orologio, in cui le ruote e gli ordigni son così ben ordinati a segnare le ore esattamente, sì che la molla scatta a suonarle appuntino; noi non ci sogneremo mai di dire che quei pezzetti di lucido ottone e ferro di cui e ruote e molle furono fatte, quand’erano ruvidi metalli ancor là per terra si sognassero un bel dì di serrarsi a cerchio per diventar le meravigliose ruote, di stendersi e poi girarsi intorno a far le molle, d’intrecciarsi in catenelle, insomma di congegnarsi insieme, mettersi d’accordo in quel movimento, e pigliar concerto tra loro e stare tutti ben attenti a fine di segnare e scoccar le ore a tempo. Per sognare questo, bisogna anche aver perduta la testa! Ma sì veramente, diremo che quel bel lavorio fu fatto da un abile orologiere. Così pure al solo aprire gli occhi al mondo dobbiamo conoscere e credere per necessità di ragione che vi è il Creatore il quale fece ogni cosa e regola l’universo. Difatti, il profondo filosofo Platone (che non era Cristiano) a nome di tutti gli uomini ragionevoli esclamava con solenne parola: « Oh! oh! Esiste questa grande fabbrica ed architettura dell’universo; dunque, esiste il grande Architetto. Per questo la nostra Madre Chiesa a fine di cominciare a richiamare all’ordine queste teste di uomini, che vanno a vapore in sognando errori, grida, sul bel principio del Concilio Vaticano: Figliuoli, anche colla ragione tutti possono conoscere che vi è il Creatore; ma coloro che si sono perduti di buon senso stanno incapricciati a negare che colla ragione non conosciamo che vi è Dio Creatore. Guardatevi da loro, teneteli in conto di uomini scomunicati. Come abbiamo detto che niente è più ragionevole, così diciamo anche che niente è più necessario che il credere in Dio, se vogliamo alla meglio vivere in questa povera vita. Perocché, ove non si credesse in Dio, ciascun uomo potrebbe far ciò che gli salta in testa; e i capricci più sconsigliati e i più orrendi delitti metterebbero sossopra la società, e gli uomini che finirebbero coll’ammazzarsi gli uni gli altri. Ascoltate, ascoltate ciò che dice un uomo di trista memoria e grand’empio, Giacomo Rousseau, il quale si dava vanto di non volere egli credere; ma credeva che era ben necessario che tutti credessero. « Io non vorrei, diceva, avere un servo il quale non credesse in Dio; perché se gli facessero gola i miei danari, saprebbe tirare ì suoi conti, e studiato modo di farla franca, una qualche notte mi pianterebbe un coltello nel cuore e se li piglierebbe; e questo potrebbe fare tranquillamente, perché dagli uomini si è messo al sicuro, e in Dio non crede. » Poveri noi, se gli uomini non credessero più affatto in Dio! (Quì, cari miei, io che conosco bene come va il mondo, in veggendo la smania ai nostri giorni di levar via tutto che fa ricordare che abbiamo un’anima e che vi è Dio; e chiudersi Chiese e togliersi via i religiosi e le monache per non voler che si preghi, e che neppur si pensi più a Dio, vorrei dare un buon avviso a chi dirige lo stato, ed è: di non distruggere almeno; ma conservare alla men trista quei grandi luoghi in cui si faceva la Preghiera della fede: non per la ferma speranza che nutra che siano restituiti alla Religione: poiché quei grandiosi edifizi tolti alle così dette mani morte se li arraffano mani vive, vive dai lunghi artigli e sono cacciati giù in certe voragini che son le ventraie dei libertini – da cui solo la man di Dio li può trappar fuori. Neppure vorrei dar quest’avviso di conservar quelle case perché io tema che venga distrutta la Religion santa di Dio; la Religione è come un grand’albero di una gran vecchia radice approfondita dentro una Pietra contro cui chi do il cozzo, rompe sempre le corna. Se per distrugger l’augusta pianta le si taglia un qualche ramo, geme come la vite la quale subito mette tralci, più ricchi di grappoli: e, se le si strappa un germoglio che traligna, se, colla roncola le si fa cadere un ramiticcio in seccume, subito getta fuori più floridi polloni. Ma ben adunque vorrei dar il consiglio di conservare i grandi locali religiosi, per formare dei ricoveri di pazzi, e delle larghe prigioni da tenervi incatenati i ribaldi i quali escono terribilmente al mancar miserevolmente della fede in Dio. Ah!  Miei fratelli, la povera nostra famiglia umana, se non credesse in Dio proprio più, andrebbe in rovina!). – Eh sì! che ve ne accorgete troppo voi anche nelle vostre case che i vostri figli quanto meno credono in Dio, si fanno tanto più cattivi contro le povere madri e spaventano i capi delle famiglie. E perché, si potrebbe dire, han da rispettare i genitori, che rappresentano Dio, se in Dio non credono? Vedete che si disgiungono i matrimoni, sicché uomini crudeli, dopo di avere consumate e martoriate le povere mogli, le lasciano in tristo abbandono! E perché si hanno da amarle, quando non garbano più, se non credono che sono uniti insieme ad esse a fine di aiutarsi a servire Dio? Lo dite pur voi che l’uomo non si può fidare oggimai più di nessuno, che crescono i ladri, che i contadini saccheggiano le campagne, che certi signori rubano in grande. Epperché non dovranno rubare, mentre la roba è di chi se la piglia, quando non sì crede in Dio? Voi salvate, o fratelli, i figli vostri, le famiglie vostre, la roba vostra, e fin le vostre persone col credere in Dio, voi, i figli e tutti coloro che compongono la famiglia. Egli è impossibile potere salvare una società, quando affatto non si creda in Dio. Sarebbe inutile domandare alle nazioni milioni e milioni di lire per costruire fortezze da tenervi incatenati i malvagi, perché senza credere in Dio, diventerebbero malvagi tutti! Sarebbe inutile assoldare eserciti di poliziotti per metter le mani sul collo ai malfattori, perché potrebbero anch’essi diventare i manutengoli dei commettimale! Ma, mi si dirà, eh non si potrebbe fare rispettare la rispettare la giustizia?… Ma che dite Quando non si crede in Dio, ciascuno può alla sua volta dire « è giusto ch’io mi prenda tutto quello che è buono per me! » Ah! che il mondo allora diventerebbe un’aspra orrida selva, in cui gli uomini come le tigri e i leoni, si scannerebbero l’un l’altro a fine di torsi di bocca la preda; eh sì che sarebbero ben più feroci di quelle belve; perché colla ragione si farebbero più maliziosi a commettere il male. Lo vediamo noi talora, che alcuni tristi, senza più credere in Dio, compiono tali atrocità, che non farebbe niun feroce animale! Né io parlo a caso; la storia moderna ce ne dà una grande prova e spaventosa. Udite: nella rivoluzione di Francia l’anno 1799 uomini increduli alzarono l’orrido grido « Non vi è Dio, e noi siamo liberi di fare quello che ci talenta. » Allora fattisi essi orda di assassini feroci in soli tre mesi scannarono novantaquattromila persone!… Col furor di demoni furibondi ammazzavano e ammazzavano incessantemente, collo scherno e solo pel piacere d’ammazzare !!! Ma… ma subito, appresso a loro altri assassini sorsero ad ammazzar quei carnefici; finché in quell’uccidimento universale un capo carnefice galeotto d’inferno, Robespierre, alzò il suo braccio tuffato nel sangue umano e scrisse a caratteri tremendi sul frontone del palazzo della giustizia « bisogna credere che esiste Iddio »; e propose questo vero per legge fondamentale della repubblica… Ma se niente è più giusto, niente più ragionevole, niente più necessario, per poter vivere alla meglio in questa povera vita che il credere in Dio, è tanto più necessario credervi per salvare l’anima nostra. Fermiamoci un momento a pensare a noi. In mezzo a tanti dissennati, furiosi, ed assassini dei quali sarebbe pieno il mondo, ove non si credesse in Dio, tristi noi! non potremmo sapere né donde veniamo, né che cosa abbiamo da fare, né dove andiamo a terminare. Noi meschini, saremmo come un povero augellino il quale scosso chi sa da che luogo, in una notte d’inverno scura scura, al lume di una finestra vola dentro una sala; in cui, oh che incanto! spira un’aura tiepida e olezzano fiori di primavera. Batte le aline e comincia a cinguettare: girando di qua, di là, senza accorgersi si trova uscito: di fuori ahi che un augellaccio cogli unghioni l’artiglia. Ei mette uno strido!… la civetta l’ha già divorato!… Anche noi, buttati nel mondo all’improvviso qui vorremmo folleggiare allegramente; ma ve? ve’, che quando pure non vogliamo pensarvi, senza fare posa, corriamo a gettarci….. ahimé! in gola alla morte!… Alla morte!… – Eh, signori, chi non temerà della morte?… Finché siam robusti nel frastuono del mondo possiamo ben correre da matti colla benda agli occhi fino al precipizio; ma arrivativi sull’orlo, nell’orror della morte, nell’abbandono delle forze, in tremendo silenzio, al colpo che ci fa cader senza vita si spezza la benda… O allora ci rimbomba spalancato davanti l’abisso dell’eternità; e noi cadere dentro, senza conoscerla affatto! Ah diamo indietro atterriti con l’eternità davanti al pensiero! Perché, miei cari, noi possiamo sforzarci di non voler credere all’eternità ma noi ne abbiamo già tal sentore, che se ci fermiamo a pensarvi, ci soffoca l’anima: Abbracciamoci nel petto spaventati e gridiamo tra noi: « SÌ… prima di affrontare l’eternità per restarvi sempre, noi abbiam bisogno di conoscere questa eternità tremenda in cui andiamo a terminare; ma per avere idea viva dell’eternità abbiamo bisogno di credere in Dio…. il quale solo ci dice che cosa sia eternità…. Ah sia ringraziato Dio il quale fin d’ora ci fa conoscere che possiam trovarci nell’ eternità in paradiso! Eh chi, chi non sentirà ora il bisogno di dire: « io credo in Dio che mi ha creato pel Paradiso? (Voglio dirvi ancora, che se noi siamo persuasi essere il credere in Dio il più giusto, il più ragionevole, il più necessario nostro dovere per tutti. per noi Cristiani è il dovere più caro e più consolante. Oh! se sapeste al contrario in quali stranezze certi uomini, che si dan l’aria di esser più sapienti di tutti! danno la povera testa, per non voler. credere in Dio! Dicono le più spaventose, ma insieme le più matte cose che immaginar si possano. Per dirvene alcune: ebbervi dei vecchi filosofi che sognarono essere le stelle che coi loro movimenti menano in terra gli uomini al loro destino. Altri poi sognarono che l’universo fu da prima pieno di atomi, come quei granellini di polvere che girano in aria. Eglino li fecero girare nella Ior fantasia; e gira e gira quei granelli si avviacinarono, e così uniti formarono la terra; e si congegnarono a formarsì in piante, poi s’impastarono in corpi animati e si disposero in mille e mille vene, in milioni di nervi sottilissimi e così ben diramati tra le carni, tutto unendosi insieme formarono corpi vivi e diventarono così svariati animali. Ma se voi la prima cosa domandate a tutti loro: chi abbia in prima create le stelle, e chi abbia plasmato quei granelli da far andare intorno con tanto giudizio; quale risposta fanno essi? niuna ragionevole. E per vero, a che domandare la ragione di queste cose ad uomini, che non credono nella ragione di ogni cosa che è Dio? Eppure dopo tanti errori non volendo ancor niente imparare dall’esperienza anche ai nostri tempi uomini orgogliosi, e testardi nell’empietà che non vogliono in alcun modo credere a Dio. Costoro i quali si danno l’aria di saper tutto colla lor testa, proprio nei belli nostri dì sognano le più triste cose del mondo. – Inorridite sol di questa! Non hanno vergogna di dire che con tutte le cose dell’universo, noi e i sassi e le piante e le bestie, siamo tutti insieme una sola sostanza: quindi una cosa sola che si va travolgendo; e ora si fa sasso duro, poi si sviluppa in pianta; poi diventa animale; e poi si muta in nostra persona!…. Così ché, se ve la lasciate dare ad intendere da queste povere menti, noi tutti insieme siamo una sola persona; e l’anima crudele di Nerone che scannava la propria madre, e l’anima così bella e santa di s. Luigi che moriva per assistere gli appestati; e anche noi, proprio noi, qui siamo carne ed ossa e un’anima sola cogli assassini che in quest’ora aguzzano il coltello per sgozzare i nostri prossimi! Proprio adunque noi, una sola persona coi più tristi malfattori? Dio benedetto! Queste torbide menti gonfie d’orgoglio sono come dice lo Spirito Santo quasi fiotto di fiero mare in burrasca, fluctus feri maris de spumantes suas confusiones!). La Chiesa vede che la povera famiglia degli uomini anderebbe tutta in rovina, e sarebbe cosa disperata se sì desse ascolto ai cattivi che negano Dio, e siccome essa è stabilita da Dio stesso per salvare tutti, in questo ultimo tempo mise un grido d’allarme per avvisare che tutti pensino a salvarsi, fino ai suoi nemici. Proprio come gli Apostoli della Chiesa nascente, i quali, ricevuto lo Spirito Santo, uscirono sulla porta del Cenacolo con s. Pietro alla testa gridando di adorare per Salvatore Gesù Cristo affinché si salvassero tutti anche quei disgraziati che lo avevano crocifisso, medesimamente la Chiesa adunatasi nella persona dei Vescovi del mondo nel Concilio Vaticano a Roma sulla Pietra che sta sempre salda in mezzo a tutte le rovine, fin sul bel principio si ferma con essi sulla porta del Concilio, e come rivolgendosi indietro da farsi sentire anche agli infedeli che sono fuori, e fino ai suoi nemici, grida forte nella prima Costituzione che, se vogliono conservare un resto di ragione, di buon senso e di umanità e non distruggere da indemoniati ogni ben sulla terra, bisogna credano in Dio, e scappino via come dai figliuoli del diavolo e scomunicati, da coloro che dicono che la ragione umana è indipendente, e che quindi può intendere tutto da sé, senza alcun bisogno di credere in Dio. Si! Costoro sono scomunicati. (Const. 1a Concilii Vaticani, Def. de fide in CAN. 1). E perché vi sono dei poveri disgraziati che fan contro alla propria ragione, e sono così cattivi da volere fino negare che vi sia Dio Creatore e Signore di tutte le visibili e le invisibili creature, costoro, dice la detta Costituzione, siano scomunicati, e voi guardatevi da loro come dai maledetti che non fanno più bene, se non si convertono. (Conc. Vat. De fide 1. c. 1). Se poi vi saranno alcuni così svergognati da aver l’audacia di dire che non esistono che queste materiali cose: « (C — C. 2); se vi saranno uomini così perduti e senza buon senso da dire che questo mondo materiale e Dio Creatore Onnipotente ed infinito sono la istessa sostanza, fuggite, fuggite da questi che sono scomunicati; essi di fatto non son più degni di essere della famiglia dei figliuoli di Dio cui disonorano così orribilmente. A questo modo la Chiesa condannando questi orribili errori grida forte, e vorrebbe farsi sentire fin dagli infedeli, perché almeno conservino un certo resto di ragione umana e non si perda l’umana famiglia. Ma io ho già nominato varie volte la Chiesa, senza avervi spiegato che cosa ella sia; perché io tratto con voi come coi ben amati figliuoli di Lei nella candida semplicità che vuole l’Evangelio. Voi siete nati di famiglie cristiane in seno alla Chiesa e perciò la conoscete già, come i bambini la madre. Il bambino, benché non sappia la storia dei dolori e dell’amor della madre, pur in vedendola nella faccia che ella è tanto buona per lui, che le porge il seno; la conosce nel cuore dagli occhi, e le dice tutto colla prima parola « mamma »: poi s’abbandona in braccio a lei, e palpitando cuore a cuore d’accordo, si sente subito dire da lei le belle cose che gli fan tanto bene. Medesimamente anche voi, senza che io vi abbia spiegato che la Chiesa è la gran famiglia cristiana; che alla Chiesa di Gesù Cristo diede per Capo il Papa e l’assicurò, che non fallirebbe mai nell’insegnare le verità della fede; e che al Papa sono uniti i Vescovi come le membra, per regolare i fedeli, voi la conoscete già in qualche modo la Chiesa. Sicché già fin dal primo momento che i vostri genitori vi menarono in casa della Madre nostra (e noi qui vi abbiamo detto: ascoltate ché vi parliamo in nome della Chiesa,) voi vi siete accorti che i fedeli vanno d’accordo col Parroco, il parroco s’intende col Vescovo; che i parroci e i Vescovi sono uniti col Papa; e così voi conoscete che tutti uniti, come in un corpo in questa nostra gran famiglia la Chiesa, quando siete alla Dottrina, vi trovate come tra le braccia di vostra madre, la quale vi dice tutto che è bene per voi. E per dirci tutto che ci ha da far bene, in sul bel principio ci fa ripetere «io credo in Dio. » Questa gran madre nostra, la Chiesa fa come la genitrice dei Maccabei. Udite bel fatto che veramente è una edificazione. Quel crudo tiranno che era il re Antioco, il quale martoriava coi più squisiti tormenti i fedeli Ebrei, per far loro abbandonare la religione del vero Dio, aveva fatto trucidare sugli occhi di quella povera madre sei de’ suoi figliuoli. Pensate! Ella se li vedeva davanti buttati là cadaveri l’un sopra l’altro macellati orribilmente!… E qui, e qua sparsi per terra, i piedi e le mani troncate, le lingue loro strappate di gola, e fino i capelli colle pelli della testa stracciate via. Vi restava l’ultimo figliuol giovinetto. A lui quel mostro d’Antioco faceva le più lusinghiere promesse di ricchezze, di onori; assicuravagli un paradiso in terra da godersi per sempre quando attestasse di non credere in Dio… Dall’altra parte, se volesse continuare a credere in Dio, gli faceva vedere preparati coltelli e tenaglie, e un toro di bronzo infuocato da abbrucciarlo dentro vivo. In quell’orrido cimento, ecco, si slancia in mezzo la madre tra il tiranno e il figlio gridando: a me a me, che voglio dar io un buon parere al figliuol delle mie viscere… L’abbraccia nel petto e figliuol del cuor mio, non son io che ti creai; guarda, guarda al Cielo e colassù è Dio, il Creator che t’ha dato tutto! Cara la vita mia, sappi morir per Dio! » Egli morì martire; e noi li veneriamo tutti santi colla madre quei sette figli il dì primo d’Agosto. – Or miei cari fratelli, anche noi siamo in un mondo che non vuol più sentire parlare di Dio. La Chiesa vi abbraccia nel petto e vi grida: figliuoli! questa gentaglia è tutta intesa a far danari e godere, e par che vi dica in faccia con uno scherno da maligno demone: a che pensate voi a Dio? buona gente: siete ancora tanto ignoranti? E che ha da far Dio con noi? » Ma noi alla nostra volta risponderemo: stiamo a vedere che hanno creato il mondo questi miserabili! Vermi che da poc’ora strisciano nel fango e che a momenti resteranno nel loro fango schiacciati e sprofondati nell’inferno. Ah! noi un po’ di ragione l’abbiamo ancora da credere che vi è Dio che tutto creò: e noi siamo ancor tanto buoni da credere in Dio, più che a tutti ì più cattivi del mondo i quali tentano di fargli guerra. Terminerò, per farvi coraggio in questi poveri tempi, col raccontarvi un bel fatto avvenuto proprio qui in questo nostro paese d’Italia. Fuvvi un tempo, non dissimile dal nostro, in cui eretici paterini col furor di demoni in carne, per far guerra a Dio, volevano toglier via le leggi della Chiesa, sconsacrare il matrimonio, distruggere le famiglie, metter tutto a ruba, e gittar gli uomini come un branco di bestie feroci a sguazzare in orrende carnalità. Avrebbero allora, come vorrebbe fare certa bordaglia d’adesso, fatto del nostro paese il ricettacolo d’ogni ribalderia. Un fanciulletto in Verona, scivolando via di mezzo a quei tristi, che erano pure nella sua casa, spesso correva nella Chiesa cattolica alla dottrina, quale appunto noi facciamo e voi che qui venite. Un dì un cattivo della sua famiglia, disse sgridandolo; sapete voi, che questo pezzo di piccol santuccio di Pedrino usa alla dottrina dei preti? Ohé cattivello! e che cosa hai tu imparato alla dottrina? Il fanciulletto con bel coraggio: ho imparato, risponde franco, ho imparato a dire: io credo in ‘Dio! e sì veramente io credo in Dio; e perché credo in Dio, credo per conseguenza che non siete voi che mi avete creato: perché credo in Dio, voglio vivere come comanda Iddio; perché credo in Dio, voglio andar alla Chiesa, e adorarlo senza rispetto umano; perché voglio salvarmi in Paradiso con Dio. Fattosi religioso combatté poi sempre per difendere la religione, finché gli eretici assassini un bel dì da un bosco gli saltarono alla vita, e lo colpirono di coltello nella testa. Ahi! scorreva giù il sangue dalla faccia, ed egli, bagnato il dito in esso cadendo per terra scrive, (sentite, e piangete!) scrive col suo sangue: io credo in Dio Pa… Voleva scrivere ancora sulla terra il resto della parola Padre; ma volò in Cielo a ripeterla col linguaggio dei beati. Questi è s. Pietro martire. Anche voi, anche voi andate a casa dopo questa dottrina, e dite ai cattivi: non mi lascerò ingannare da voi; ho imparato che bisogna credere in Dio, e perciò voglio vivere come vuole Iddio, perché tocca a me mettere in salvo l’anima mia, per essere in Paradiso con Dio. Ecché, figliuoli? non vi sentite come di stare meglio? di avere cioè ascoltato una parola che faccia bene al vostro cuore; e quasi di aver dato un buon cibo all’anima vostra? Non è vero che la Chiesa ci ha trattato da madre in questa dottrina? Gettiamoci dunque alle ginocchia di Gesù qui con noi nel Sacramento. Ma, aspettate: ché prima di partire dalla Chiesa vogliamo fare come buoni figliuoli i quali nell’andar via dalla tavola della madre pigliano con bella confidenza un qualche bocconcino o confetto il più buono da portarsi seco ritornando a casa propria. Così noi faremo sempre, dopo la dottrina, un po’ di esame; e poi raccoglieremo le verità che abbiamo spiegato per vedere un po’ quanto abbiamo da fare dopo le cose udite. Fermiamoci adunque: io farò con voi l’esame; poi verremo alla pratica e vi farò un po” di Catechismo.

AVVISO.

Terminata la predicazione, mentre il popolo è tutto impressionato delle grandi verità che il buon predicatore ha scolpito nei loro cuori in questo istante di solenne silenzio si fa fare l’esame. Noi non abbiamo pretensioni di sorta: ma, del frutto che se ricava ci appelleremo all’esperienza di quelli che lo praticheranno. Dopo un momento di silenzio, quando il popolo è in ginocchio si ripiglia come per formulare il fato esame.

1° Voi ben vi accorgete che tutto il male viene nel mondo dal non credere in Dio.

2° Vedete troppo anche voi che il demonio e il mondo cercano tutte le maniere per impedire che pensiamo a Dio, sì, che di Dio non si parla ormai più nelle nostre famiglie e neppur anco nelle scuole alla gioventù studiosa.

Pratica.

1° Noi, sì, crediamo in Dio Creatore di tutto: e vogliamo sempre credere in Dio, e non lasciarci ingannar dai tristi che non vorrebbero che noi credessimo in Dio.

2° Ringraziamo Dio che ci ha dato la grazia di credere in Lui. Crediamogli: Egli è il Sommo Bene, faremo quello che Egli ci farà conoscere di dover fare per essere poi con Lui beati in Paradiso.

Catechismo.

Se dunque prima di tutto bisogna credere in Dio ed aver la fede in Lui, ditemi se vi ho spiegato bene fin da principio, e rispondetemi:

D. Prima di tutto che cosa è necessario fare per salvarci?

R. Prima di tutto per salvarci è necessario credere in Dio, cioè avere fede in Dio. (s’insegna a ripetere).

D. Che cosa è la fede?

R. La fede è una virtù infusa da Dio nelle anime nostre, con cui Dio ci illumina, ci inspira, ci aiuta a fidarci interamente a Lui, a credere in Lui e a credere tutte le verità che ci fa insegnare dalla Madre Chiesa. Ora andremo a casa e ci ricorderemo sempre, ditelo neh!! con me, che siamo ben contenti di essere Cristiani, e di credere tutto quello che Dio ci fa insegnare dalla Madre Chiesa: e, in ogni luogo fuggiremo dai cattivi, che parlano contro di Dio e contro la nostra Santa Religione.

LA VITA INTERIORE (26)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (26)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

LA POVERTÀ DI SPIRITO

Su la Patria, ottimo mensile degli emigrati  italiani nell’Argentina, è stato pubblicato, anni or sono, il seguente articolo:

NECESSITÀ DI VITA REGOLATA E CALMA.

«Il milionario americano Wheeter Arturo, straordinariamente seccato dal rumore delle automobili, che va facendosi sempre più intenso negli Stati Uniti, ha comprato dai monaci di Cerne, per 750.000 dollari, l’Isola di Browsea, ove si recherà a vivere, il più presto possibile, lontano da tutti i rumori. » Questo. milionario, odiatore del fracasso, della velocità, dei records sportivi ed assetato di silenzio; merita d’essere ricordato ai posteri, non tanto per l’esempio — che potrà essere difficilmente imitato da coloro che non hanno la fortuna di possedere la bellezza di 750 mila dollari per comperarsi un’isola — quanto per il significato profondo del suo gesto.

» Chi non ricorda gli inni, americani e non americani, alla vita intensa, avida di tutte le soddisfazioni e di tutte le gioie, in movimento perennemente in corsa sulle piste rumorose della felicità ricercata nelle scoperte della tecnica e nell’apoteosi della Natura?

» Il clamore assordante, diabolico, senza posa, dei veicoli in corsa non era che la espressione esteriore caratteristica dell’ansia terribile che padroneggiava e tormentava le anime, assumendo via via impeti di dramma e bagliori di tragedia.

» La guerra mondiale fu lo sbocco logico di quell’ansia terribile.

» Dal crollo immane popoli e individui si levano ora, cercando confusamente la propria pace. I popoli risalgono verso le antiche fonti, riannodano con doloroso amore le vetuste tradizioni già bestemmiate e infrante; gl’individui, sempre più numerosi, riposano appagati nella ritrovata pienezza della vecchia fede.

» E dai rumori delle strade, degli sports, della perenne dissipazione delle anime si anela al silenzio.

» Senza fuggire la vita, che non è sempre possibile né consigliabile, anche l’uomo moderno deve seguire il monito della sapienza antica, sequestrarsi qualche volta e qualche istante dal turbine umano, fare un’isola intorno al proprio cuore, rifugiarsi nella parte migliore di sé, ascoltare se stesso e Dio. Da questa solitudine e da questo silenzio nascono i grandi pensieri e le grandi forze che governano il mondo ».

ISOLARSI DALLE COSE CREATE.

È una verità conosciutissima quella che afferma, come la molteplicità e la soverchia estensione nella ricerca delle cose, sia contraria alla profondità della conoscenza delle cose stesse. La citrullissima teoria dell’americanismo, secondo la quale le virtù passive — a differenza delle attive — meritano disprezzo, è relativamente di fresca data; da che mondo è mondo; però, molti, troppi sono vissuti e vivono dominati dalle inezie, infatuati dei beni effimeri; avvinti da sciocchezze, da tutto ciò. che si esprime nella parola « leggerezza ». Poco tempo fa, a mensa di conoscenti, con parecchi invitati, ho compianto un povero Legale che, mentre gli altri compivano lodevolmente l’ufficio che a mensa si compie, continuava a esaltarsi nel riferire l’elenco vario e numeroso delle sue… conoscenze! — Ah! il generale X? È un mio amico di lunga data!… Il prefetto della provincia? Lo conobbi ai bagni!… Sì, conosco il nipote di S. Em. il Cardinale!… Feci il servizio di permanente alle dipendenze dirette di S. E. il Generale Cadorna!… — E chi più ne ha più ne metta. Chi sa quando avrebbe terminato di esaltare la sua prosopopea se uno de’ commensali, quasi sottovoce, non fosse uscito in questa dichiarazione: «Lo dirò al babbo, ch’è il questore di…; affinché, occorrendo, si rivolga a lei, egregio signore, per le sue informazioni ». Parlasse questi sul serio, come si dice, o con ironia, fatto sta ed è che il millantatore, o venditore di fumo, si tacque mortificato, e cercò di rifarsi in parte sulle diverse vivande che vennero presentate in seguito. Questo è uno dei sintomi. Oggi, si può ben dire, l’austerità, la severità, i digiuni, le mortificazioni, la temperanza, non trovano più il loro clima. A questo clima si cerca e si vuole sostituire il coronemur nos rosis di oraziana e pagana memoria. V’è poi un’altra categoria di persone, simile a questa, la quale nella via del bene, nella ricerca di Dio, vuole troppe cose… Perché l’anima possa veramente progredire nella ricerca e nel possesso di Dio, deve, riconoscendo la completa e assoluta vanità delle cose create, distaccarsi da esse e legarsi sempre più intimamente con tutto quello che riguarda direttamente Dio stesso. Lavorandosi, come si suol dire, energicamente su questo punto, l’anima giunge a disinteressarsi quasi completamente di tutto ciò che è creatura, per concentrare e fissare tutta la sua attività nel Creatore. Nulla più di questo giova al progresso della vita spirituale. Come per gli interessi della vita naturale il raccogliere la propria attività su pochi propositi e pochi oggetti, è condizione assoluta di prospero successo, così, e tanto meglio, per gl’interessi spirituali. I troppi pensieri, le troppe idee, gli eccessivi desideri inaridiscono lo spirito e snervano l’attività umana. L’uomo di poche idee, ma precise e ben chiare; di pochi desideri, ma decisi e risoluti, trionfa senza difficoltà di tutti coloro che, volendo troppe cose, finiscono con stringerne nessuna.

« La forza della volontà, frazionata e diluita su troppi oggetti, non riesce a condurne in porto nessuno; non è volere molte cose, ma volere molto poche cose ed anche una cosa sola, che assicura l’esito dell’impresa » (A. Gorrino, o. c., pag. 421).

RENDERE LIBERO IL CUORE.

Quando il nostro spirito si trova ingombrato e preoccupato da troppi desideri, da soverchio numero di pensieri e di preoccupazioni, pure essendo tutti e tutte di ordine sovrannaturale, è impedito di muoversi con libertà nel servizio di Dio. – Avviene lo stesso di quanto accade a un fiore delicato e fine se avvolto da un denso e intricato fogliame. Il fiore presto avvizzisce. Ma se il fiore viene liberato dall’efflorescenza esuberante che lo circonda, riprende presto la sua vita, si sviluppa, emana soavissimo profumo, rivela il suo essere prezioso e gradito. Così è della vita del nostro spirito. Non molte cose, ma poche, anzi, magari una sola, ma bene. Quando sentiamo di amare intensamente e realmente Gesù, allora sentiamo pure nausea per tutte le cose della terra. Conosciamo allora la necessità del concentramento del nostro io, delle nostre attività, delle nostre dedizioni… Riconosciamo, in quel caso, molto facilmente, quanto poco valgano i mille umani accorgimenti e infingimenti; proviamo, anzi, ripugnanza per le mille frivolezze e futilità cui, purtroppo, la maggior parte delle creature umane dà tanto peso…; riconosciamo che il nostro cuore ha bisogno d’essere liberato dalle soprastrutture ingombranti, dall’inutile vegetazione che lo soffoca.

BEATI I POVERI DI SPIRITO.

Quando il cuore si è reso libero da tutto ciò che è fragile e insipido, da tutte le vanità illusorie, da tutte le foglie secche portate e riportate dal vento, allora non abbiamo più bisogno di nulla, all’infuori di Dio. La povertà di spirito ci fa possedere l’unica ricchezza. Iddio è questa unica vera ricchezza. Se adunque, ci esorta S. Gregorio Magno, volete divenire ricchi tendete al Regno celeste… ». « Quanto più eviteremo di crearci esigenze, di essere schiavi della comodità e del lusso, e procureremo di ridurre, a francescana semplicità, la nostra vita, tanto più ci sentiremo invasi da un senso di vera libertà, apportatrice di gioie intime e veraci » (A. Cavagna. Squilli di gioia, pag. 351). Così possiamo ben comprendere come la prima delle beatitudini predicata da Gesù sia quella della povertà di spirito. Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli (MATT., V, 3). «La povertà di spirito è più che lo spirito di povertà poiché con questo si rinuncia ai beni materiali della vita, mentre la prima importa la rinuncia anche ai beni superiori alla materia, come l’onore, la stima, la libertà, l’indipendenza, la gioia del successo, ecc. ecc.

» È il vero impoverimento dell’anima, la quale diventa indifferente e incapace di formare ed esprimere desideri per qualsiasi cosa che non sia Dio e il suo volere.

» Il povero di spirito non desidera nulla delle cose del mondo; la vita, l’intelligenza, le attitudini, il successo sono per lui cose indifferenti, quando non coincidono col volere divino. È sempre lo stesso, va sempre bene, poiché si compie sempre la volontà di Dio.

» Avere la povertà di spirito significa avere lo spirito povero e mancante di ogni sorta di bene proprio ed anche dei desideri stessi di tale bene; vuol dire non solo non possedere beni tra le vanità terrene, ma neppure desiderabili, od anche pensarci solamente.

» È quel sentimento espresso da S. Francesco di Sales il quale diceva di se stesso: Io voglio poche cose e quelle cose stesse le voglio molto poco e, se dovessi rinascere, vorrei non avere alcun desiderio» (A. GORRINO, 0. C., pag. 423).

DIO SOLO, UNICO VERO BENE!

La povertà di spirito non si applica solo ai beni materiali. Si applica, anche, ai beni spirituali più di quanto vi si pensi, ed espone l’anima alla ricerca assoluta dell’unico vero bene, Dio. Ah! se questa verità fosse ben compresa da tutte le anime e, in modo particolarissimo, dalle anime religiose! Suole accadere che molte anime spendono energie preziose non per cercare Dio, ma per raggiungere i doni spirituali, le virtù, le grazie che avvicinano a Dio. È necessario amare e cercare Dio per se stesso; se Dio, poi, disporrà che noi lo vediamo e lo possediamo per mezzo de’ suoi doni, noi saremo disposti a fare come piacerà a Dio… E qui, data l’occasione, affermiamo chiaramente il principio: TUTTO deve servire a Dio, per Dio…; nulla dobbiamo cercare all’infuori di Dio. Egli è un Padre: non pretende l’esito felice, la riuscita vittoriosa…: pretende, invece, soltanto il mostro sforzo che deve accompagnare la mostra volontà nella ricerca di Lui solo, o dei mezzi, da Lui solo disposti, per giungere a Lui. – Ogni anima che riflette con serietà su di se stessa, non può fare a meno di conoscere la sua assoluta miseria, la sua abbiettezza, e di essa, come della sua povertà, non si avvilirà. Ne godrà, anzi, perché così il Signore le apparirà tanto più grande ed amabile e tanto più l’avvicinerà a Dio… quanto più il sentimento della propria indegnità le sembrerà allontanarla. Santa Teresa del Bambino Gesù così, a questo riguardo, scrisse: Oramai mi rassegno a vedermi sempre imperfetta ed anzi trovo in questo la mia gioia! (Storia, VII). Ma noi, nel constatare le nostre imperfezioni, diciamo anche così? No. Non diciamo così. Noi, ordinariamente, viviamo di amor proprio, e ci lamentiamo, e facciamo disperare coloro che, per divina disposizione, preposti al nostro bene, diventano i bersagli del nostro egoismo. Ma seguiamo ancora la Santa: Più tardi, può darsi che il mio tempo mi appaia ancora pieno di molte miserie, ma io non mi stupisco più di nulla, né io mi affliggo nel vedermi essere la stessa debolezza; al contrario è in questo che io trovo la mia gloria e mi attendo ogni giorno di scoprire in me nuove imperfezioni (Storia IX). Ora, queste parole piene di umiltà e di santa rassegnazione, hanno già la loro radice in quelle che l’Apostolo Paolo scriveva ai Corinti: Volentieri troverò la mia gloria nelle mie infermità, perché risieda in me la virtù di Cristo (II Cor., XII, 9). Ma non è a queste anime, forse, che suole rivelarsi Gesù? Ecco le parole precise di Matteo (XI, 20): Hai celato le tue verità ai sapienti e ai prudenti per rivelarle ai bambini. Le predilezioni sono per questi piccoli: Chi è bambino, venga da me (Prov., IX, 4). Su questa piccolezza come ognuno bene deve sapere, il Signore pone la base della sua grandezza: Chiunque si sarà umiliato come questo bambino, sarà maggiore nel regno dei cieli (MATT., XVIII, 4).

CONCLUDENDO.

È necessario, adunque, possedere Dio, vivere uniti a Lui; e, perciò, poter fare a meno di tutti gli aggeggi e le sovrastrutture di questa vita. Un solo pensiero, un solo affetto può e deve riempire la nostra anima: Dio! Ogni altra cosa è aridità, fumo, fango, parvenza, NON REALTÀ. Perciò:

1) Anima fedele, non turbarti se ti senti povera e meschina.

2) Onori, stima, considerazioni, agiatezza e fortuna, sono illusioni.

3) Se gli uomini pensano male, e ti giudicano male, non dartene pena. Tu, potresti pensare assai peggio di te, poiché ti conosci.

4) Non attenderti nulla da nessuno, mai. Non la riconoscenza, non la comprensione, non la benevolenza. Non angustiarti se altri ti passano avanti, e, vilmente favoriti, occupano il tuo posto. Qualunque angolo… è sufficiente per la tua pochezza.

5) «Se ti senti arida e distratta nelle preghiere e negli atti di pietà: se il servizio di Dio ti parrà arido e freddo senza alcuna consolazione; se il tuo spirito rimane vuoto e inerte durante la meditazione dei misteri della bontà divina, non affliggerti per questo e pensa che non sei buona a niente e rimani ferma nel dare a Dio quel poco di cui sei capace » (A. Gorrino, o. c., pag. 427). – Non temiamo adunque.

Beati i poveri di spirito, perché di essi è il Regno dei Cieli. Risorti con Gesù Cristo, nostro capo, non dobbiamo più cercare e gustare le cose della terra, ma quelle del cielo, ove Gesù ci aspetta.

S. Paolo, Ai Col., III, 1-2.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 22

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (22)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

II.

Segni della vera e perfetta carità verso il prossimo.

La vera carità è universale, senza sensibilità, instancabile e senza egoismo. – Si rallegra dei beni altrui come se fossero suoi. – esempio di Gesù Cristo, — di santa Elisabetta. – di di Maria SS.; dei Beati; — della Chiesa della terra.

La vera e perfetta carità si fa conoscere dal grande amore che si ha per tutti gli uomini. Essa vorrebbe tutto infiammare, a segno di trasformarsi in fuoco, ardore e zelo per portar dappertutto la conoscenza e l’amore di Dio. Questa carità universale non deve essere una chimera, come si vede in molti che si mostrano infiammati di zelo generoso, ma per ispirito di superbia; il loro amor proprio si compiace nelle cose grandi e vuole occuparsi in opere appariscenti e straordinarie. La vera carità deve mostrarsi verso qualunque prossimo in particolare, a tutti si deve voler bene e far del bene per quanto si può, prestando a ciascuno, nelle sue necessità, l’assistenza dei nostri beni e dei nostri conforti, e procurando di accontentare, con dolcezza e con cordialità cristiana, tutti  coloro che ci domandano qualche sollievo. – La pura carità è scevra di tenerezza esteriore e sensibile, di estrema espansività. Essa attira i cuori a sé con tale purezza che, mentre li conquista tutti, e per una segreta azione di Dio, se li tiene intimamente vincolati e uniti, pure esternamente non li tiene legati: è questo un effetto della libertà dell’amor santo e puro che tiene liberi da legami sensibili ed esteriori coloro che sono legati ed uniti in Dio. Questa divina carità non si esaurisce né si stanca mai; essa dà modo al prossimo di ricorrere a noi in qualunque luogo e in qualunque occorrenza, senza timore di ripulsa. – Un altro effetto meraviglioso che sempre l’accompagna e ne è un segno infallibile, è questo ch’essa mantiene tutto nella unione, senza mai attrarre nessuno a sé stessa in modo da separarlo dagli altri, né distratto dai propri doveri né dai propri obblighi. Essa nel suo amore mantiene tutte le cose in una vicendevole unione, è come un centro dove tutte le linee convergono e vengono a riunirsi. Mentre la falsa carità divide le persone unite onde attirarle esclusivamente a sé medesima, la vera carità tiene unite le persone più distanti per le loro inclinazioni; e per opera delle sue cure le persone più divise sono mantenute in società.

***

La perfetta carità verso il prossimo ci fa godere, con Lui, per i suoi beni come se fossero nostri. In quella guisa che Dio si compiace nei beni del Figlio suo, e il Figlio suo si compiace pure dei beni dello Spirito Santo come di beni suoi propri: così dobbiamo rallegrarci del bene di Dio nel prossimo, considerandolo come bene nostro. Donde avviene che, se abbiamo in noi la carità perfetta veramente operata da Dio nel nostro cuore. Dio gioirà e si dilaterà in noi in presenza dei beni del prossimo.

***

Così Nostro Signore, per l’operazione dello Spirito Santo (In Ipsa hora exultavit Spiritu Sancto. Ecc. X, 21) provava una grande gioia interiore alla presenza dei suoi Apostoli che gli riferivano gli effetti ammirabili che il Padre suo operava sopra le loro persone; godeva di vederli rivestiti dei doni e delle ricchezze del suo Spirito, godeva inoltre Gesù Cristo in anticipazione, per tutte le operazioni di cui, per i meriti della sua morte, la sua Sposa sarebbe un giorno da quel divino Spirito ornata ed arricchita. Era questo un mistero nascosto agli occhi dei sapienti e dei prudenti; esso non sarebbe conosciuto che dai piccoli, perché questi, essendo sottomessi alla direzione della Chiesa e dei suoi Capi, vedrebbero che la cosa più debole nella natura, vale a dire, il Figlio di un operaio, povero, meschino e miserabile agli occhi del mondo, muoverebbe tutto il mondo e rovescerebbe tutti gli Stati, le monarchie e gl’Imperi, per la virtù e l’efficacia del suo dito, che è lo Spirito Santo nei- suoi. doni; questi doni, riguardo allo Spirito Santo considerato nella sua sostanza, non sono che come il dito dell’uomo in confronto di tutto il corpo.

***

Così in San Giovanni Battista (Luc. I) e in Sant’Elisabetta, lo Spirito di Dio godeva per la gloria della Vergine Santissima. Stupenda grandezza di Maria innalzata alla dignità di Madre di Dio e di Sposa nell’Eterno Padre! Principio insieme col Padre della generazione temporale del Verbo, essa operò con Lui nell’Incarnazione ciò che Egli fa da solo nell’eternità. L’eterno Padre l’ha associata alla propria fecondità nella generazione reale del Figlio suo, ed è questa l’operazione più ammirabile, la grandezza più divina di cui una creatura possa essere onorata. La più alta, più sublime e più perfetta virtù dell’Altissimo è la sua fecondità. Ed è questa ch’Egli comunicava alla Vergine, come alla sua Sposa, per operare in essa la generazione temporale del Verbo Eterno. In pari tempo Maria era costituita Tempio dello Spirito Santo, nella pienezza più pura e più abbondante che fosse possibile. Siccome era destinata ad essere Madre di Gesù Cristo, essa aveva ricevuto la pienezza della grazia, come l’Angelo dichiarava con queste parole: Ave gratia plena, Vi saluto piena di grazia (Luc. I, 28). Perciò Maria è la creatura più pura, più divina e più perfetta che possa esservi. Da tale pienezza e perfezione procede appunto la sua fecondità materna, come la fecondità di Dio nasce dall’esuberanza della sua perfettissima sostanza e del suo Essere divino. In tal modo, le piante non producono il frutto che dalla sovrabbondanza e dal sovrappiù della linfa che possiedono. – Ma questa Madre ammirabile, benché fosse già ripiena della perfezione necessaria alla fecondità divina, riceveva ancora grazie e doni in una sovrabbondanza oltremodo prodigiosa. Per questo l’Angelo le diceva: Spiritus Sanctus superveniet in te, Lo Spirito Santoscenderà sopra di voi (Luc. I, 35), per operare invoi cose grandi, che sorpassano tutta lapienezza dei beni che Egli vi ha già comunicati.Era questo l’oggetto della gioiadi Sant’Elisabetta che si rallegrava dellagloria e della esaltazione della sua cugina,come se fosse sua fortuna propria. Parimenti,la Vergine SS.. contemplando nelsuo seno Gesù Cristo presente con la pienezzadella divinità del Padre, esultavapure in ispirito; si rallegrava dei beni conferitia Gesù Cristo in virtù della pienezzadi Dio che stava in Lui e lo aveva rivestitodei tesori della sua sapienza e della suascienza. Era questo il grande oggetto dellagioia di Maria: Esulta il mio Spirito inDio mio Salvatore! (Luc. I, 27).La Vergine si rallegrava e godeva, inoltre, perché il Figlio suo rivestirebbe poie riempirebbe la Chiesa della sua pienezza(Joan. I, 16), poiché, col suo divino Spirito, renderebbetutti i fedeli partecipi della suagloria e dei suoi doni.

***

Così ancora i Santi tutti del cielo si rallegrano dei doni che possiedono e se ne rallegrano gli ini per gli altri; ciascuno di essi prende parte alla felicità di tutti come se fosse la sua propria. Infatti, quei doni sono tutti comuni in virtù della comunicazione vicendevole, reale e perfetta che se ne fanno gli uni agli altri; avendo essi una dimora comune gli uni negli altri, si comunicano a vicenda tra loro i doni di Dio. Per un’ammirabile somiglianza con la SS. Trinità, i Santi fruiscono di una specie di circuminsessione, dimorando gli uni negli altri, come le Persone divine ed eterne dimorano l’una nell’altra per la loro circuminsessione. Nostro Signore c’insegnava appunto questo mistero con queste parole « Come io sono nel Padre mio e mio Padre è in me (Joan. XVII, 23) per la comunicazione della sua sostanza e della sua vita, e che nondimeno il Padre rimane tutto ciò che è ed io pure rimango tutto ciò che sono: così pure di voi. Io sono similmente in voi e voi siete tutti consumati in me, come mio Padre ed io siamo identificati nella semplicità ed unità di una medesima essenza. – E come mio Padre ed io siamo distinti per il nostro carattere personale, benché i nostri beni siano comuni e che dei tesori e delle ricchezze della sostanza divina che ci è comune, nulla sia da noi posseduto in proprio: così di voi, benché siate tutti consumati in me, ciascuno però rimane ciò che è, ciascuno conserva il suo essere particolare, ciascuno conserva la distinzione dei suoi doni, delle sue grazie e del suo carattere proprio ». Tale è lo stato dei Santi; essi possiedono tutto Gesù Cristo, il quale è la loro sostanza comune; ciascuno possiede tutto lo Spirito e tutta la vita di Gesù Cristo, purtuttavia uno non è l’altro, ma ciascuno conserva il suo carattere proprio e il suo dono proprio.

***

Così, nella S. Chiesa della terra non meno che in quella del Cielo, tutti i fedeli in particolare possiedono Gesù Cristo nella sua pienezza, tutti sono partecipi dei suoi doni, tutti ricevono comunicazione delle sue intime disposizioni, tutti hanno parte al suo Spirito, il quale è uno Spirito di gioia che si dilata nel darsi e nel diffondersi nel cuore dei fedeli; perciò tutti devono rallegrarsi dei beni di tutti, come se fossero propri. Così vediamo che quando questo Spirito viene dato a qualche anima in particolare, tutte le anime pure ne risentono e ne provano gioia. S. Antonio al suo tempo era appunto una di quelle anime in cui lo Spirito di Dio si prendeva le sue maggiori compiacenze; perciò la sua morte riempì la Chiesa di dolore, perché quel medesimo Spirito cessò di comunicarsi a lui, su la terra, in quella gioia e in quella effusione di cui le anime della Chiesa militante erano rese partecipi, quando egli lo riceveva. – Dio in tutto sia benedetto, per i beni che fa alla Chiesa nel Cielo, come di quelli che comunica alla Chiesa della terra, e dei quali ciascuno in particolare viene reso partecipe!

LA VITA INTERIORE (25)

LA VITA INTERIORE E LE SUE SORGENTI (25)

Sac. Dott. GIOVANNI BATTISTA CALVI

con prefazione di Mons. Alfredo Cavagna Assistente Ecclesiastico Centr. G. F. di A. C.

Ristampa della 4° edizione – Riveduta.

TENEBRE DISSIPATE

L’ALLEGRIA

Dopo aver trattato del dolore come fonte di vita interiore, è bene mettere in risalto che anche l’allegria vera ci conduce a una vita di stretta relazione con Dio.

ERRORE COMUNE.

«Due sono gl’inganni principali, con cui il demonio suole allontanare i giovani dalla virtù. Il primo è far loro venire in mente che il servire al Signore consista in una vita malinconica e lontana da ogni divertimento e piacere. Non è così, cari giovani. Io voglio insegnarvi un modo di vita cristiana, che vi possa nel tempo stesso rendere allegri e contenti, e additarvi quali siano i veri piaceri, talché voi possiate dire col santo Profeta Davide: Serviamo al Signore in santa allegria: Servite Domine in lætitia. Tale appunto è lo scopo di questolibretto: insegnare a servire il Signore e astare allegri». Così il santo don Bosco in:Il Giovane Provveduto, indirizzandosi ai giovanetti…Questo inganno non è, però, solamente presentato ai giovanetti. Il demonio si sforza di presentarlo, orpellato più o meno bene, a tutte le anime e molte, purtroppo,ne rimangono prese. La persuasione,errata, che ne consegue, rimane, purtroppo,la seguente: il peccato e la colpa sono apportatori di gioia; la gioia vera consistenell’assaporare il frutto proibito; e quindi, la pratica della vita cristiana, l’eserciziodelle virtù sono sinonimi e fonte di malinconia e di tristezza.La dottrina cattolica insegna tutto il contrario:il peccato è fonte di mestizia e di avvelenamento spirituale: la pratica della virtù porta all’allegria santa e serena.

LA « SOCIETÀ DELL’ALLEGRIA ».

Quando il santo don Bosco, giovinetto, riuscì, dopo tanti stenti e sacrifici, a stabilirsi nella cittadina di Chieri per iniziarvi gli studi regolari che gli avrebbero poi aperte le porte del seminario, del sacerdozio, del suo apostolato grande quanto il mondo, seguendo le divine aspirazioni, raccolse intorno a sé tutti i compagni di scuola… « La carità in lui era fin d’allora diffusiva. Desiderava, voleva, anzi, darsi davvero tutto a tutti ». Per questa sua spontaneità nel dare e nel darsi generosamente, e con la narrazione spigliata di piacevoli racconti, con l’attrattiva dei giochi ordinari e di altri di prestigio, e, soprattutto, coll’aiuto nell’indirizzo per lo svolgimento dei compiti scolastici, gli avvenne anche a Chieri quello che già eragli accaduto ai Becchi, alla Cascina Moglia, a Murialdo, a Castelnuovo. A questo si aggiunga la parola viva e scolpita, la parola affabile, il tratto affettuoso, avvincente… e non si proverà più nessuna meraviglia se diremo che si vide presto circondato da un numero discreto di compagni, di amici, docili e pronti al suo cenno e alla sua parola. Tanto docili, tanto obbedienti, che, per mezzo di essi e con essi, fondò la Società dell’allegria. La società dell’allegria aveva uno statuto proposto da Giovannino Bosco e approvato dai soci, di due soli articoli, la cui osservanza garantiva la buona condotta religiosa e morale de’ singoli soci. Ecco i due articoli nella loro semplice ed esatta espressione:

1) Ogni membro della società dell’allegria deve evitare ogni discorso, ogni azione che disdica ad un buon Cristiano.

2) Dev’essere esatto nell’adempimento dei doveri scolastici e dei doveri religiosi.

Potremmo trarre diverse e molteplici conseguenze. Ne trarremo una sola, e diremo che i soci della società dell’allegria avevano nell’osservanza dei due articoli dello statuto della loro società il mezzo di fuggire il peccato, ogni peccato, e di praticare bene il proprio dovere, tutti i loro doveri. Il peccato porta il rimorso, che toglie la gioia, la pace, l’allegria; per contrario la pratica della vita cristiana nell’adempimento dei nostri doveri genera la pace, la gioia, l’allegria santa. I piaceri del mondo portano amarezza e malinconia, desolazione, angoscia; la preghiera, il raccoglimento, il sacrifizio, l’esercizio della virtù porta la felicità, l’allegria.

IDDIO È GIOIA.

Chi ha gioia vera, possiede Dio, poiché Dio è gioia, è allegria. Se noi potessimo dire, osserva molto finemente il padre Faber, che la vita di Dio consiste in un attributo piuttosto che in un altro, dovremmo dire che consiste nella sua gioia. Gesù lasciò il cielo per la terra, per portarci quella gioia, quell’allegria sana e santa che il peccato ci aveva tolto. « Ma gli uomini non vogliono sapere della sua gioia. Le porte di molti cuori, come quelle di Betlemme, si richiudono sgarbatamente per non accogliere la sua insistente offerta di vera gioia. Ed egli è stanco. Sono duemila anni, che ripete, con la medesima delicata e imperturbabile premura, la sua offerta di gioia. » Altri invece, a suo posto, sono ascoltati; proprio e solo quelli che portano il rimorso, l’infelicità, la tristezza. » Vedetelo seduto vicino al pozzo di Giacobbe e in ciascheduno dei nostri tabernacoli, in un atteggiamento dignitosamente triste. Iddio, esclama il S. Curato d’Ars, vuol renderci felici e noi non lo vogliamo! Noi ci stanchiamo di lui, e ci diamo al demonio! Noi fuggiamo il nostro amico e noi cerchiamo il nostro carnefice! Noi commettiamo il peccato, noi sprofondiamo nel fango… Non è una vera follia, che potendo godere le gioie del cielo in vita unendoci a Dio coll’amore, ci rendiamo degni dell’inferno legandoci al demonio? » (A. M. Cavagna, Squilli dî gioia, pag. 167, Milano, 1933). – Concludendo: il piacere non dà la vera gioia. Perfino D’Annunzio deve confessare: « come tutti i fiumi sboccano nell’acqua amara del mare, così tutti i piaceri sboccano nell’amarezza del disgusto ». Parole tremende che meritano tutta la meditazione di ogni anima nel peccato. Renato Bazin, nella vita di Carlo De Foucauld, ricordando il periodo passato nei piaceri, osserva: Egli era triste, in fondo al cuore, triste, di un’antica tristezza. Aveva ben potuto vivere nel piacere: la tristezza non era che aumentata. Ma quando si trovò nel deserto, divenuto eremita e penitente, Carlo De Foucauld esclamò con gioia riconoscente: Io sono l’uomo più felice del mondo. È necessario che confessiamo anche noi con S. Agostino: Non sarà più, o Signore, che io mi reputi beato quando una gioia qualunque allieterà il mio cuore. Vi ha una gioia, che non è concessa agli empi, ma soltanto a coloro che ti servono con amore disinteressato e questa gioia sei tu. Ecco la vita beata; godere in te, di te, per te; la felicità è questa e non altra.

VITA DI GIOIA.

Enumerando l’apostolo Paolo i frutti che porta la venuta dello Spirito Santo, dopo la carità, così asserisce: Fructus Spiritus Sancti gaudium et pax: i frutti dello SpiritoSanto sono la gioia e la pace (Gal., V, 19).Queste parole dell’Apostolo trovano unaddentellato in queste altre di Gesù riferiteda san Giovanni (XIV, 26, 27): La pacelascio a voi, dò a voi la mia pace; ve la doio, non in quel modo che la dà il mondo. Nonsi turbi il vostro cuore e non s’impaurisca.Le parole dell’apostolo Paolo e quelle di S. Giovanni ci persuadono che la vita nostra spirituale dev’essere permeata da un senso di pia allegrezza. Tutto questo, anzi, risulterà chiaro alla nostra mente e alla nostra anima, ricordando quanto sopra abbiamo riferito. Qui, però, desideriamo riaffermarlo, ponendo a base della nostra affermazione, l’idea della Provvidenza divina, sapiente e amorosa, che ci fa considerare tutti gli avvenimenti della nostra povera vita in questa valle di lagrime con serena confidenza, con tranquillità e sicurezza. Dio ci assiste e guida sempre amorosamente, come un padre; e noi non dobbiamo preoccuparci di nulla, tranne che di essere docili nel lasciarci guidare. Egli vuole solo e sempre il nostro bene. Ecco le parole di Davide che, con molta proprietà e precisione, sviluppano questo pensiero: Aveva sempre il Signore dinanzi agli occhi miei poiché Egli sta alla mia destra, affinché io non vacilli. Per questo ha gioito il mio cuore ed esultò la mia lingua; di più: anche la mia carne riposerà nella speranza. Poiché tu non abbandonerai l’anima mia nel soggiorno dei nostri morti; né permetterai che il tuo santo vegga la corruzione. Tu mi hai fatto conoscere le vie della vita; mi ricolmerai di gioia col tuo volto; vi sono delizie senza fine alla tua destra. Certamente, dobbiamo essere santamente allegri per questa paterna e divina assistenza, nonostante î dolori fisici e morali, nonostante la pena per i peccati commessi, nonostante tutte le presenti, possibili afflizioni. Anche questo ha radice nelle affermazioni di Gesù: In verità, in verità vi dico: voi piangerete e gemerete e il mondo godrà; ma la vostra tristezza si muterà in gioia (Giov., XVI, 20). Questa affermazione di Gesù è fin d’ora dolce e amabile conforto nelle nostre pene, di modo che le anime desiderose della vita interiore godono del loro pianto e de’ loro dolori, secondo l’Apostolo Paolo: quasi tristes, semper autem gaudentes (II Cor., VI, 10).

Rimani con me, o Signore, e si la mia vera gioia (300 giorni di ind.).

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 21

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (21)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935, Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIV

Della carità verso il prossimo

Essendo noi creati a somiglianza di Dio, dobbiamo amarlo come Egli ama sé medesimo. — L’amore vicendevole delle divine Persone, motivo, tipo e modello della carità verso il prossimo. – Amare il prossimo come Gesù Cristo è amato dal Padre e ama noi.

Dio. nel creare l’uomo a sua immagine e somiglianza non gli ha comunicato soltanto il proprio essere, la propria vita e le proprie divine perfezioni; ma ha voluto ancora che esso fosse simile a Lui nelle operazioni. Perciò Dio, come ama se medesimo in tutto quanto è, e in tutta l’ampiezza del suo Essere e del suo potere, non potrebbe avere per sé medesimo, un amore maggiore: così ha fatto all’uomo il comando espresso di amarlo con tutto il cuore, con tuta l’anima, con tutta la mente e con tutte le forze. Dio vuole che l’uomo, tutto quanto, sia interamente impegnato ad amarlo, e in questo amore si perda e si consumi. E siccome Egli, per sè stesso, è tutto Amore, e fuori di sé tutto ha fatto per amore di sé medesimo, così vuole pure che l’uomo unicamente per amore di Dio usi delle sue proprie forze ed eserciti la sua propria attività. Orbene, Dio non solamente ha creato l’uomo a sua immagine e somiglianza, ma ha pure formata la società umana sul modello della società delle persone della SS. Trinità. Perciò. nell’istesso modo che, in questa adorabile società, il Padre ama il Figlio suo come sé stesso e ama sé stesso nel Figlio suo, e lo stesso è da dirsi dell’amore del Figlio verso il Padre e verso lo Spirito Santo, come dell’amore dello Spirito Santo verso il Padre e il Figlio: così Dio vuole che l’uomo ami il prossimo suo come sé medesimo. Donde avviene che ci ha dato questo comandamento: amerete il vostro prossimo come voi stessi (Deuter. VI, 6), comandamento che Gesù chiama simile al primo (Matth., XXII. 36) perché è conforme alla vita divina ed eterna delle persone della SS. Trinità. In tal modo appunto, Nostre Signore ci ha amati; parlando dell’amore che porta agli uomini, dice che è simile all’amore che il Padre porta a Lui: Come mio Padre mi ama, così vi ho amati (Giov. XV, 9), ossia il medesimo amore che il Padre ha per me, io l’ho per voi; ciò che ci dimostra che l’amore che Egli ha per noi è sul modello di quell’amore che il Padre porta a Lui medesimo, ed è un’imitazione di quell’amore che ciascuna Persona divina porta all’altra, amandola come un’altra sé medesima. Nostro Signore vuole pure che gli uomini si amino tra loro allo stesso modo. Perciò diceva ai discepoli: Amatevi l’un l’altro come vi ho amati, Sicut dilexi vos (Giov. XV, 12). Come l’amore che il Padre ha per me è la forma dell’amore che ho avuto per voi, così voglio che voi pure vi amiate l’un l’altro sul modello dell’amore che io stesso ho per voi, affinché il vostro amore sia tutto conforme e simile a quello di mio Padre.

I.

Condizioni della carità verso il prossimo.

Amare il prossimo come Dio ama se stesso in Lui. — Amare Dio nel prossimo come lo amiamo in noi. La carità non deve aver limiti, ad imitazione dell’amore con cui Dio ama se stesso nel suo Verbo. — Come ci ha amati Gesù Cristo.

Le qualità e condizioni dell’amore verso il prossimo, devono essere simili a quelle dell’amore con cui Dio ama se stesso nel Figlio suo e con cui il Figlio ama gli uomini: dobbiamo amare gli uomini come Dio ama il Figlio suo e come il Figlio ama gli uomini. – Perciò, gli esempi esterni dell’amore di Gesù Cristo verso gli uomini devono essere il modello di ciò che la carità ci obbliga di fare esternamente per il prossimo; e il suo Spirito interiore ch’Egli ci ha dato deve reggerci ed animarci interiormente di quella medesima carità. Perché non si può né praticare né adempiere perfettamente quel santo precetto, senza l’opera di quello Spirito che è Dio medesimo. Dio abita in noi,  ma abita anche nel prossimo, e nel prossimo, mediante il suo Spirito, ama pure sé stesso; perciò, ci fa amare il prossimo come Egli ama sé medesimo. Egli si trova tutto nel prossimo, e siccome dappertutto ama sé medesimo secondo il suo proprio merito, perciò nel prossimo Egli ama sé stesso infinitamente. Epperò, siccome Egli anima il nostro cuore e lo riempie del medesimo suo amore, quindi ci stabilisce nella sua vita, nei suoi movimenti e nelle sue medesime inclinazioni; perciò l’anima cristiana, assecondando i sentimenti e le disposizioni del divino Spirito, ama il suo Dio, nel prossimo, del medesimo amore e con lo stesso ardore con cui ama Dio in sé medesimo. L’anima deve amare sé stessa unicamente in Dio, vale a dire, in quanto Dio l’anima e la riempie: deve amare sé stessa in Dio, come Dio ama sé stesso, perché è resa partecipe della vita di Dio. Così essa deve amare col medesimo amore il suo Dio e sé medesima; e siccome Dio trovasi pure nel prossimo, amare con l’amore medesimo con cui ama Dio in sé medesima.

****

Dio, amando sé stesso nel suo Verbo, si dà infinitamente a Lui, in tutta pienezza, senza nulla riservare né dei suoi beni né della sua gloria; Egli è tutto nel Verbo, in Lui stabilisce la sua dimora, in Lui trova la propria beatitudine come in sé medesimo; e benché ciò faccia per necessità, non lascia però di farlo per amore, tantoché lo fa per amore necessario: la necessità in Dio non può essere un impedimento all’amore, perché Dio è Amore in tutto sé stesso. Così dobbiamo fare, noi pure, riguardo al prossimo: dobbiamo amarlo con tutta la nostra persona, comunicarci a Lui di cuore e d’anima, con l’aiuto e con l’assistenza; in una parola, non dobbiamo avere nulla che non siamo disposti a dargli, senza nessuna riserva. – I primi Cristiani, perché vivevano della vita di Dio, secondo la regola dell’amore che Dio prescriveva loro e che lo Spirito Santo faceva lor seguire, avevano tutto in comune come Gesù Cristo ha tutto in comune col Padre suo: Tutte le cose mie sono tue, e tutte le cose tue sono mie (Joann. XVII, 10). E come in Dio non v’è che un solo Spirito, una sola volontà vivente in tre Persone con perfetta unità di sentimenti, di pensieri e di desideri, così i primi Cristiani, come sta scritto, non avevano che un’anima, un cuore e una stessa volontà (Act, IV, 32). In tal modo i Santi in Cielo vivono in una perfetta unità: tale deve essere pure quella di tutti i fedeli sulla terra.

***

Nostro Signore, in questo, ha mostrato che Egli per il primo praticava quanto prescriveva agli uomini, e che adempiva la legge del Padre suo. Essendo il primogenito tra i suoi fratelli, Egli doveva per il primo ubbidire perfettamente al Padre e servire a noi di modello e di forma per la condotta perfetta della nostra vita. Egli imitava il Padre suo nell’amore eterno che il Padre gli porta; quindi, nella sua vita, manifestava che ci ama come suo Padre l’ba amato da tutta l’eternità (Joan. XV, 9). Vi ho amato come il Padre mio mi ha amato. Mio Padre mi dà tutta la sua sostanza, ed Io vi comunico la mia nel mio santo Sacramento e nella Comunione. – Mio Padre mi comunica e mi dà la sua vita: ed Io vi dò la mia vita, non solo l’ho sacrificata sulla Croce, non solo vi ho dato il mio sangue sino all’ultima goccia, ma pure vi comunico anche il mio Spirito che è la mia vita. – Mio Padre mi comunica le sue ricchezze e i suoi tesori, ed io vi comunico i doni del mio Spirito. – Mio Padre mi dà la sua fecondità, cosicché dò origine ad una persona divina, e Io vi dò la mia stessa fecondità per produrre e generare dei figliuoli a Dio ed alla vita eterna. – Mio Padre mi ha dato ogni potere in Cielo e sulla terra, mi ha dato potere sopra la natura per farne ciò che voglio e cambiarne l’ordine quando e come mi piace; ed Io. con la presenza del mio Spirito, vi ho dato la forza e la virtù di compiere gli stessi prodigi ed altri più grandi ancora. quando ne sia bisogno per la gloria del Padre mio e per il bene della sua Chiesa. Non ho nulla ch’Io non vi doni; tutto quanto è in me, tutto desidero vi sia comune con me, nello stesso modo che tutto quanto il Padre mio possiede, tutto mi è comune in Lui. – Infine, come il Padre mio mette in me tutto quanto ha e tutto quanto è in sé medesimo, così Io metto in voi tutto quanto ho e tutto quanto sono. Ecco la legge della vera e perfetta carità verso il prossimo.

LO SCUDO DELLA FEDE (203)

LO SCUDO DELLA FEDE (203)

DIO GI LIBERI CHE SAPIENTI!. CI VORREBBERO FAR PERDERE LA TESTA! (6)

PER Monsig. BELASIO

TORINO, 1878 – TIPOGRAFIA E LIBRERIA SALESIANA San Pier d’Arena – Nizza Marittima.

§ III.

Il terzo inganno è il voler darsi d’intendere che gli uomini sono nati dalle bestie molti secoli e secoli prima che li creasse con amore Dio benedetto.

 (I PREISTORICI).

(2)

La parola preistorico vuol dire esistente prima della storia. In questo senso si posson dire quegli abitatori in mezzo ai laghi, preistorici per loro: perché essi non voglion credere alla storia dell’origine di tutti gli uomini. Già per tutte le nazioni che non credono alla Parola santa di Dio, i primi uomini che le formarono, debbono essere tutti preistorici. Poiché senza il lume della nostra santa fede, intendetelo, tutte e tutte le origini delle nazioni del mondo antico sono involte nelle tenebre tra le nebbie di incredibili racconti favolosi: e quindi quegli uomini che esistettero prima che si scrivesse la loro storia, sono per loro preistorici. Per noi credenti, grazie a Dio, non vi sono uomini preistorici in quel senso. Perché Dio stesso si fece scrivere da Mosè nella Scrittura Sacra la Storia del principio di tutto il genere umano. È inutile vantarsi di non credere. Ormai tutti i più dotti uomini del mondo colla loro giudiziosa e sana critica riconoscono che la Scrittura Sacra nostra contiene le più antiche memorie e tradizioni di tutto il genere umano. Fatta scrivere dal Signore molto tempo prima di tutte le vere storie del mondo. Essa sola dà il filo in mano che guida i dotti a cavarsela dal laberinto della confusione di tanti errori favolosi (Lenormand nel — Manuale di storia antica dell’Oriente — Opera coronata dall’Accademia di Francia). Sicché la Sacra Scrittura è il Libro che contiene più verità storiche antiche che non tutti libri, storie, frammenti, di tutta l’antichità. Essa sola ha il racconto dell’origine del mondo che più soddisfa la ragione. Le scoperte poi delle scienze lo vanno sempre più confermando.

Spez. Finalmente intendo anche io come in fatto non vi sieno stati mai uomini preistorici, prima cioè dalla Storia Sacra fatta scrivere da Dio. Il primo uomo che fu creato è Adamo, di cui ci è dato di conoscere la vera storia. – Ora a noi: che cosa si ha da dire adunque di queste abitazioni che già da tanto tempo erano in mezzo alle acque; e che si chiamano lacustri?

Par. Vi dirò che corsi anch’io a visitare quei laghi; e dovetti, come chiunque, essere bene persuaso, che quegli uomini che le costruirono in lontanissimi tempi, erano tutt’altro che selvatici. Mi pare anzi che vivessero proprio nei tempi stessi delle nazioni, di cui noi conosciamo la storia, come vi dirò. Avreste a vedere come furono ben costruite. In alcuna, come nel Lago di Zurigo, si contano fino a quattro mila travi conficcate in fondo al lago tra macigni ben gettati come si fa dai nostri ingegneri nelle costruzioni dentro il mare, per formarvi i moderni porti; sicché resistettero per migliaia d’anni a tutte le burrasche. Potete ben immaginarvi come sopra quelle palafitte dovettero sicuramente aver formato le travate e i parapetti, perché fino i figliuoli: almeno non sprofondassero nelle acque. E pensare che quegli antichissimi non avevano i nostri ferri, né gli altri stromenti! dovremo dire che coloro diedero prova di perizia, e son più da ammirare che i costruttori delle antiche città che avevano tanti mezzi. Intanto vi dirò che se son da dire preistorici e selvatici quegli uomini, perché costrussero le loro abitazioni in mezzo ai laghi, si dovranno da lor dire preistorici e selvatici quei signori che fabbricarono le delizie delle isole Borromeo; preistorici e selvatici fino i Vescovi che edificarono il Seminario sul lago d’Orta; preistorici e selvatici poi fino quei prodi Italiani che nelle lagune della Venezia fabbricarono sulle palafitte quei marmorei palagi per difendersi dai barbari come quegli antichi per difendersi dalle fiere e dai nemici di quel tempo.

Spez. Eppure quei miserabili ridon di Mosè e della Santa Scrittura.

Par. Ma il ridere di ciò che non si vuole studiare, perché non si vuole conoscere per non volere far bene, è segno di superba ignoranza e di corruzione del cuore. Tenete sempre in mente poi quel che vi dissi già, che coloro che non vogliono credere in Dio col vagare orgogliosi dietro alle lor fantasie, vanno a terminare in un abisso di confusione da non intender più niente. Invece, per la santa Parola di Dio è dato ai dotti veri di conoscere in fondo alle false religioni in cui furono confusi coi favolosi racconti, gli avanzi della verità che Dio aveva in sul principio fatto rivelare a tutta l’umana famiglia. Siccome poi quando una inondazione passò attraverso a un edifizio e lo rovinò, se si levano via le ghiaie e il fango di mezzo, si vedono ancora i ruderi che mostrano coi loro avanzi in qualche modo qual doveva essere in prima il bell’edifizio; così se si levano via dalle false religioni, dai lor racconti favolosi tutto ciò che gli ingannatori e la superstizione vi misero dentro di falso e di cattivo o di irragionevole affatto, si viene a conoscere e si deve ammettere che è vero ciò che racconta la storia di Mosè nella Scrittura Sacra dettata da Dio medesimo. Ma il Signore faceva raccontare la storia del genere umano, affine di far conoscere la storia delle sue misericordie, con cui voleva salvare gli uomini col mandare il suo Figliuolo, il nostro Divino Gesù; perciò, quando ebbe raccontato come Egli, il Signore castigò l’orgoglio di quegli antichi che pretendevano innalzare una torre, stolti! per toccar fino al cielo, colla confusione delle lingue, a quel punto cessa la Parola di Dio di raccontare la storia delle altre nazioni, e parla solamente in modo particolare del popolo ebreo, a cui affidava la promessa di venire a salvare il mondo, nascendo uomo nella famiglia d’Abramo. Delle altre nazioni dice solo: che si divisero e andarono in dispersione per le varie parti della terra. Come però narra ancora che tutta la gran famiglia del genere umano era divisa in tre rami dai discendenti dei tre figliuoli di Noè di Sem, di Cam e di Iafet; così la Parola di Dio dà ancor un filo per giungere in quella oscurità di tempo a capir qualche cosa della storia delle altre nazioni antiche. Ora tutte le scoperte che si van facendo da tanti secoli, provano proprio che i discendenti di Sem restarono nell’interno dell’Asia intorno alla torre di Babele, la Babilonia. I discendenti di Cam dall’Asia andarono diffondendosi nell’Egitto e nelle altre parti dell’Africa; mentre i figliuoli di Iafet emigrarono nei più lontani paesi, per estendersi nell’Europa nostra. Eccovi la ragione, che par giusta, per cui, massime presso agli abitatori dispersi in Europa, erano in uso stromenti ed armi, utensili di osso e di pietra; mentre tra i discendenti di Sem, di Cam che là fermatisi formarono subito grandi nazioni, erano in quel tempo stesso in uso le armi e gli stromenti di bronzo e ferro.

Spez. Dica, dica che io la spiegherò ai miei, che spero farà loro piacere ad udirla; perché quei miei buoni amici dicono sol quel che lor si mette senza pigliarsi la briga di studiare se sia la verità.

Par. Ebbene vi dirò quel che pare solamente ragionevole assai, perchéne abbian tante prove. Adunque i figliuoli di Iafet emigrando in lontani paesi forse prima di aver conosciuto come si lavorassero già i metalli, certo là sulle creste degli altissimi monti che dividono l’Eutopa dall’Asia, non trascinavano seco le fucine per fondere, e lavorare i metalli, né poi là avevan in pronto le cave conosciute da estrarli.

Spez. Questo mi par ragionevole e mi fa già intendere una qualche cosa.

Par. Quando poi si trovarono tra le montagne dove abitarono in prima, tra quelle orride foreste di cui vi sono ancora gli avanzi, là in quelle selve dei nostri in mezzo a quelle belve feroci, fu una bella grazia per loro aver trovato le caverne da rifugiarsi dentro e farne le loro abitazioni. Là trovarono in pronto le ossa da poter lavorare, con le pietre focaie da formar ancor ben affilati stromenti. Di metalli non vi dovette neppur venire un pensiero. E mentre abitavano in quelle grotte nella pace delle loro famigliole, facevano in osso ed in pietre quei loro lavoretti. Se ne trovano armi e utensili di cucina, anzi fin oggetti di lusso così belli che è grazia a vederli ancora nei nostri musei. Si direbbe che furono diligentati con amore e buon gusto d’arti. Quasi si direbbe che sin d’allora lasciarono in eredità l’arte di far quei gentili lavori ai Germani e Svizzeri de’ nostri dì, in legno ed osso. Per vivere poi insieme quasi in piccole borgate studiaron bene di costruirsi in mezzo all’acqua al sicuro le loro abitazioni lacustri. Per poco che, visitandole, vi giriamo in quelle col pensiero, come s’aggirano ancora gli Europei su quelle abitazioni e giardini pénsili che i Cinesi vanno estendendo sull’acque del mare. Che ne dite or voi? Eran barbari questi uomini, eran selvatici come gli orsi e preistorici da milioni di secoli?

Spez. La ringrazio; ella mi dice cose, che questa gente che non pensa mai bene, poiché dimenticato il catechismo che hanno gustato da fanciulletti, bevon giù alla grossa ciò che gli increduli dan loro ad intendere.

Par. Voi dunque potete a loro far capire chiaramente, che poterono quegli antichi abitatori della montagna usare le pietre per formarsi i loro stromenti; sicché si può chiamare in buon senso quel tempo, l’epoca della pietra; mentre nell’istesso tempo nelle nazioni dell’Asia e nell’Egitto in Africa si lavoravan già tanto bene i metalli. – Ne abbiam le prove più chiare che questi usi erano contemporanei nel gran Libro delle verità storiche più sicure. Diffatto, si legge egli è vero, che Abramo comprò una grotta da seppellirvi la sua Sara; ma vi sborsò fin d’allora sicli d’argento ben sonanti. Sefora moglie di Mosè, poi Giosuè, usavan nel circoncidere i coltelli di pietra; ma Mosè nello stesso tempo scelse gli artisti più stimati per lavorare il bronzo, l’argento e l’oro pel Tabernacolo di Dio. Anche Davidde non sapeva usar altr’arme che i sassi del torrente; ma Golia aveva la spada con cui Davidde gli tagliò la testa. Eppoi eppoi anche ai di nostri, salite sulle cime degli Appennini, là vedrete. che quei buoni montanari han tutti gli utensili di legno, di osso e fino le pentole di pietra; ma dalla vetta dei loro monti potete veder Genova, in cui si lavora l’oro e l’ argento a finissima filigrana. Immaginatevi adesso che un figliuol di quei mandriani, mandato a Genova alle scuole, diventasse fino un gran ministro dello Stato. Se costui ritornasse poi al nativo monte per respirare aria più pura, la sua cugina pastorella, a lui solito a centellare il caffè in dorate porcellane, presenterebbe il latte con bel garbo in una ciottola di legno. Ebbene, potranno dire coloro che la pastorella è preistorica o almen selvatica?.. Però se avessi da dir io qual è fra questi due la persona di più pulita civiltà… non esiterei un sol momento!… Non è dunque da credere che le epoche della pietra, del bronzo e del ferro fossero divise da secoli l’una dall altra; quando abbiam tante prove che eran contemporanee.

Spez. Oh! che le spiegassero un po’ bene, massime nelle nostre Scuole Tecniche, queste cose, se però prima le avessero studiate i maestri! Verrebbe su la nostra gioventù ben più sodamente istruita, e quindi meglio educata! Ma son tanto nuove per noi queste osservazioni, che vorrei mi faceste ancor meglio intendere come queste tre epoche, che si menan sempre per bocca da chi meno profondamente studia, potessero esser vicine, anzi, come avete detto, contemporanee in diversi luoghi.

Par. Potrei darvene le tante prove; ma vi dirò che si provano ravvicinate queste epoche da tante scoperte, di cui mi accontenterò di accennarvi almeno le principali, fatte nella nostra Italia. La crosta terrestre continuamente si muta. Le alluvioni e le eruzioni dei vulcani ebber coperto le tante volte di nuovi strati di terra i terreni primitivi. Ebbene, nella caverna detta di Tiberio tra Imola e Faenza, sì eran trovati cocci di vasi mal composti e mal fatti; mentre sì sarebbe detto da chi ha la smania di gridar subito: ecco una prova contro la Storia di Mosè; ecco le prime prove di quegli uomini che cominciavano appena ad incivilirsi; poiché vi si son trovati fin cultri di selce. Ebbene si trovarono subito appresso antiche monete romane, anzi anche una statuetta di bronzo! Si direbbe poi che la Provvidenza abbia voluto conservare sotto depositi alluvionali vicino al lago Sabbatino un vero piccol museo, per mostrar come tanto si avvicinano le tre epoche tra loro. Si trovarono degli oggetti in ordine di tempo deposti. Dalle acque. In basso stromenti di selce lavorati, poi oggetti di bronzo, poi anche monete ben coniate, fin monete e vasi dei tempi dei romani imperatori. Ora dirassi che gl’imperatori romani fossero preistorici?… Però dovranno credere anche gl’increduli che sieno nati un qualche anno almeno dopo Adamo! – Tenetelo ben fisso in mente che tutte le scoperte col tempo vengono sempre a dimostrare la verità della nostra santa Religione; e così le vere scienze e il tempo vanno sempre a terminare per render più splendido il trionfo della nostra santa fede. Voglio aggiungere una osservazione tutta mia, ed è: che siccome nelle abitazioni lacustri, nelle alluvioni, e sotto le eruzioni vulcaniche si è trovato che l’uso della pietra, poi del bronzo e poi del ferro erano così vicini nel tempo: così quegli oggetti sono prova che i così detti tempi preistorici erano vicini assai agli storici contemporanei. Ecco un anello fra loro. Bene appare questo da una scoperta di un’abitazione lacustre in questa Lombardia, in cui si sono trovati fino ami, aghi, una spilla di ornamento. Laonde vorrei dire: che per la vicinanza della Toscana, queste nostre provincie, gli antichi abitanti delle montagne e dei laghi nostri furono dei primi ad avvicinarsi ai Pelasgi, e agli Etruschi. Tra lor trovato l’uso di quel metallo, se ne sarebbero provveduti degli oggetti più utili pei laghisti, gli ami e i primi oggetti di lusso per le lor donne. — Pregheremo il Signore di concedere che si vada innanzi nelle scoperte; perché è vicino il tempo in cui i loro tempi preistorici diverranno storici anche per loro, come sono storici per grazia della Parola di Dio tutti i tempi del genere umano. La santa Religione nostra sola ha la storia dell’umanità; e per saper qualche cosa bisogna cominciare a credere in Dio.

Spez. Permettetemi ancora questa. Mi mostrano stampato che ancora adesso vi sono degli uomini che restarono sempre selvaggi; e che quindi tali bestie-uomini sono di una razza alle bestie superiore appena per un grado: e che i tentativi di noi uomini per farli più civili finiscono collo sterminarli.

Par. Amico! fa troppo male al cuore che quei nostri a noi sì cari sempre lontani dalla Chiesa senza mai una parola che loro inspiri un buon pensiero, leggano tutto che si manda per le stampe a loro dinanzi, colla più fina astuzia preparato per ingannarli; e poi lo dicono su alla spensierata. Così le povere pecorelle lontane dal pastore pascolano le erbe avvelenate ed appestano anche le altre! Lasciatemi sfogar del cuore: mi salgono le fiamme dello sdegno al volto nel leggere in certi libri che si fan girare in mano a tutti, sotto una scienza apparente con maligna moderazione come si danno orribili insegnamenti. Anche voi lo avete detto, che si vuol far credere che vi sieno razze d’uomini selvaggi poco diverse dalle bestie, e di un grado appena superiore, e come una razza degli altri mammiferi un po’ più fina. Oh i tristi! altro che abolire ai nostri dì, si potrebbe metter su la schiavitù più dura; e questa loro teoria giustificherebbe le più atroci crudeltà! E perché i Romani credevano poter fare sgozzare a lor dinanzi nei conviti l’un coll’altro i loro servi? ed ahi! al misero che cadeva trafitto barcollando, dicevano col bicchiere in mano: «Fatti in là, bestia, che non mi brutti la tunica di sangue!… » È perché leggevano scritto nei loro libri, come in questi libri ai nostri di, che gli schiavi eran d’una razza diversa inferiore alla nostra! Perché quei pagani crudelmente cavavano fino gli occhi agli schiavi, affinché facessero girare più quieti le loro macine da mulino? E perchè insegnavano nelle scuole che gli schiavi erano cose, e come bestie da lavoro! Se quei poveri selvaggi fosser bestie solo d’una razza un po’ più fina, potranno dunque i celada (chiamano celada quei pezzi di galera, udite, udite, che me lo raccontano tante volte i moretti e le morette riscattati) potranno quegli orribili celada andare a dare loro la caccia tra le povere capanne e sulle rive dei ruscelli, abbrancar per la gola quei poveri fanciulletti, e pigiarli dentro un sacco per portarli a vendere sui mercati di carne umana! Eh via! che la scienza moderna di quei tali scrittori insegnerebbe che sono scimmie di una razza un po’ più fina! E quegli uomini scampa-forche, che si dicono mercanti della tratta degli schiavi, possono ancora sguinzagliare alla vita dei selvaggi i grossi cani, per raccoglierli a torme in sulle spiagge e stiparli nelle stive dei bastimenti, e così far buoni affari! Ahi! che l’intendon la lezione certi padroni che fan lavorare i poveri sudditi nelle campagne senza lasciare un dì di festa da sentirsi dire che anch’essi hanno ancora un Padre in cielo! E si Stampa sopra un libro: che questo è il risultato della scienza! Ah! maledetta questa scienza, con cui forse si vuol preparare il popolo a lasciarsi trattare come le bestie… Se questi empi la vincessero, non credendo né a Dio, né all’anima, né alla povera umanità, potranno ammazzarci come bestie! E potran fare!… (vel voglio dire: quel che fecero coloro che nella grande rivoluzione passata proclamarono che non esiste Iddio!…) potranno far conciare certe pelli!.. come più morbide di tutte quelle delle bestie di una razza alla nostra inferiore! E ci dicono che scrivono da filantropi per istruire il popolo!

Spez. DIO CI LIBERI DA QUESTI FILANTROPI!  FAN L’AMORE AI POPOLI.. COI DENTI! … Ma in quei libri si dà per certo che molte orde di selvaggi sono tali per natura sempre state per tutti i secoli selvatici d’allora che apparvero sulla terra.

Par. Vedete come la danno da bere a coloro che pretendono d’essere istruiti senza avere studiato, e credon tutto ciò che leggono nei libri stampati apposta per ingannarli! Le tradizioni, le storie, i monumenti e tutto dimostra, che quel miserabile stato di selvatichezza in cui si trovano, è uno stato di decadimento. – Questi poveri. popoli selvaggi conservano ancora le memorie dei loro antenati, che erano tanto più di loro civili: cui tengono sino come figliuoli dei loro sognati Dei. – I nomi poi conservati dalle storie degli antichi regni tanto fiorenti in quei paesi, in cui van ora vagolando misere nazioni mezzo selvatiche, mostrano che in prima furono fondati proprio fin dai figliuoli di Noè, come la santa Scrittura ricorda. I Persiani, detti anche Elamiti, discesero da Elam, gli Assiri da Assur, i Lidii da Lut, tre figlivoli di Sem. Da Canan gli antichi Cananei, da Misraim gli abitanti d’Egitto, detto anticamente Misraim; gli Etiopi, detti anche anche Cussiti, da Cus, figliuoli di Cam. I quali discepoli di Noè eran tutt’altro che selvatici, ma erano colti di quella civiltà primitiva, che si mostrò così grande nelle grandi opere eseguite subito nei primordi dei loro regni. Diffatto, in Asia nel nostro tempo i Persiani e gli Arabi nell’Africa, gli Etiopi ed anche molti Egiziani, van errando sui ruderi di antichissime città e rizzano le lor catapecchie sui palazzi e templi, le cui grandiose rovine si van tuttora scoprendo; e quando gli Europei scoprirono il Nuovo Mondo, si credeva che le orde di quegli indigeni fosser sempre state selvagge; ma si scoprirono e si scoprono ancora presentemente gli avanzi di antichissime città e dimostrano come gli Americani selvaggi, ora è ormai certo, discesero dagli Asiatici dell’antichissima civiltà. Questi, e si può dire tutti i popoli selvaggi, adunque sono decaduti da una primitiva ed antichissima civiltà.

Spez. Ma com’è adunque, mi diranno, che son diventati selvaggi così?

Par. Son contento che me lo domandate, poiché mi porgete occasione di dirvi cose che mi pesano sul cuore. Sono tre le cause che fecero e che farebbero diventar selvaggio tutto il genere umano, se non lo conservasse civile la bontà di Dio. La prima è pur troppo il perdere l’idea di Dio Creatore e Padre, che creò gli uomini per farli seco beati. La seconda, la tirannia dei conquistatori. La terza, la corruzione dei costumi. Voi siete uomo di buon giudizio; e lascio pensare a voi a queste tre cause se non fan diventare peggio che selvatici anche certi increduli dei nostri dî, che par sentano tanto la brama d’imbestialirsi, affannandosi a far credere che siamo figliuoli di bestie.

Spez. Ma perdonatemi; essi si mostrano filantropi e compiangono i poveri selvatici perché non si possa render migliore la lor condizione; poiché tutti i tentativi per civilizzarli, non fanno che sterminarli.

Par. Ah che dite? tutti i tentativi! Vi dirò io quali si fecero e si fanno tentativi da certi filantropi, per civilizzare i poveri selvatici! Quando questi filantropi mercanti toccano qualche spiaggia abitata da’ selvaggi, la prima cosa vi fabbrican i loro forti per pigliar di là il possesso del paese; e se quei miserabili abitanti accorrono a difender le loro terre, predicano loro la civiltà da’ fortilizii colla bocca dei cannoni. Con quei terribili catechisti, come v’ho detto, che sono i lor grossi mastini, invece di raccoglierli intorno ad una cappelletta (come facevano quei monaci nostri per ammansare i barbari in Europa che convertirono nelle più civili e floride nazioni del mondo) li spinsero sui bastimenti per poi venderli in sui mercati. Quando appena poterono comandare, a far subito leggi per togliere ai selvaggi il possesso dei loro terreni che coltivavano alla meglio… misero fino la taglia: « Avrà tanto di mercede chi porterà la testa d’un Indiano; »  e si spesero delle grandi somme per toglier quelle teste, invece di farle battezzare. Ah! sì, che vel dico io, che con questi tentativi non si fece che sterminarli. Deh! si lascino almeno andar in pace i Missionari di Gesù Cristo, e non si corra appresso a perseguitarli sin in mezzo alle Missioni! Dite anche ai vostri signori che li aiutino almeno colle loro preghiere. – Quando adunque vediamo stampato che, p. es., gli Indiani dell’America hanno un carattere selvaggio e fiero, che resistono a tutti i tentativi di civilizzazione, noi gridiamo altamente: è indegna questa ingiuria fatta a quei poveri nostri fratelli che sono ancora selvaggi. Se con certi tentativi non si fa che sterminarli, vi sono altri tentativi che danno i più consolanti risultati. Più che tutte le spedizioni commerciali e le scientifiche; più che tutte le colonie stabilite da avventurieri trafficanti, ha potuto un povero frate, san Francesco Solano. Ma egli non andava tra i selvaggi a rubare il loro oro, ma offriva tutto se stesso, e col coraggio da eroe per proteggere i suoi convertiti in un’invasione di altri selvaggi correva incontro a quelle orde col petto ignudo e col Crocifisso in mano: e ammansatili colla carità, li convertiva a milioni. Il dir che gl’Indiani d’America non possano rendere civili è una calunnia contro cui protestano tutti gli Americani inciviliti più che forse molti Europei. Ora mentre tutte le nazioni civili distruggono tutte le barriere che dividono l’umana famiglia sparsa sulla faccia della terra, per formare la gran famiglia nell’unione della civiltà cristiana Universale, si debbon ricordare quegli scienziati che stamparono questi libri ai nostri dì, che già altri scienziati in Europa tenevano le orde di abitanti del Paraguay in conto di uomini-bestie. Ebbene, pochi Gesuiti obbedendo alla Parola di Gesù Salvatore che comanda d’istruire tutte le genti per salvare tutti, si cimentarono tra quelle orde di feroci e li ammansarono colle industrie di carità. Essi là a lavorare per mostrare a lavorare, essi là a piantare alberi fruttiferi e coltivare erbaggi per lasciar cogliere ai selvaggi; essi là a conciar pelli, a tessere le lane; essi là mutati in sarti, calzolai, falegnami, fabbri, muratori; poi far da medici e sempre a far da padri con tutti. Così mentre gli scienziati qui disputavano seriamente se fosser uomini da battezzare, essi avevano quei selvatici educati a tal modello di civiltà, da far dire ad un letterato con una sublime espressione: «Ecco là nel Paraguay il Cristianesimo felice. » – Ancora adesso, mentre tanti Missionari di varii Ordini religiosi consumano la vita in ignorati benefizi e..riescono così bene nei tentativi benedetti da Gesù Cristo, udite ciò che mi scrivono gli amici Salesiani fino dai Pampas: « Oh quanto sono disposti, quanto sono capaci, anzi proprio desiderosi di diventare migliori e buoni cristiani, questi poveri selvaggi !… ».

Spez. Dio la rimeriti, mio buon signor Parroco! Mi pare proprio di esser con lei come.col padre della nostra grande famiglia, a trattare degl’interessi di tutti i nostri fratelli, anche di quelli che noi abbiamo tanto lontani! Ma io non posso capire quali ragioni possano avere ancora da far contro la fede in Dio?

Par. Mio carissimo, ne hanno due ragioni, contro cui non valgono le verità delle ragioni della fede: e sono l’orgoglio della mente e la corruzione del cuore che rendono gli uomini amanti sol di se stessi, nemici di Dio, e crudeli coi loro fratelli. Io ho il cuor troppo pieno, ed ho bisogno di sfogarmi con voi che m’intendete così bene. Ben vi ricorderete, che quando il demonio soffiò nell’orgoglio di quei superbi dell’antico tempo, che vollero costruire la grande Torre per tentare di elevarsi in cielo fino a Dio, essi tirarono sopra di sè il castigo della confusione delle lingue; e dovettero andare dispersi? Ora ecco che vi sono degli uomini altrettanto superbi, ma di coloro più vili, i quali, anch’essi dal diavolo, e maggiormente tentati di propria concupiscenza, così perdutamente guasti che tutt’altro che cercare di alzarsi al cielo sino a Dio, si abbassano ad avvoltolarsi nel fango, © tutti ingolfati in putridume, niente più agognano che d’imbestiarsi colle bestie, vantandosi di esser nati da loro. Però almen quegli antichi si mostrarono grandi fin nell’audacia del loro delitto; e con quel resto di sentimento della loro grandezza raggranellarono ancora i fratelli dispersi e formarono grandi nazioni da regnarvi quasi come déi: ma questi increduli moderni senza cuore e vili da schifo si studiano di sbrancare la famiglia umana quasi noi fossimo torme di bestie per poco dalle altre diverse. E che? vorranno forse tosarci come pecore matte e farne carne? Eh lo darebbero da sospettar col preparare come fanno l’Internazionale e la Comune! Così se quei superbi col tentare di farsi eguali a Dio fabbricarono la Babele della confusione delle lingue; questi vili coll’imbestiarsi vorrebbero buttarci nella Babele della distruzione. Pigliamo animo, o caro. Poiché se tutti che fanno guerra a Dio van vagabondando nella Babele, noi che l’amiamo come figliuoli, siamo nella Pentecoste; perché il miracolo della Pentecoste conrinua ancora per noi. Vi voglio partecipare una mia consolazione che provai proprio questo anno nel di di S. Giovanni in Torino. Nell’Oratori dei Salesiani, come gli apostoli nel Cenacolo raccolti intorno a Maria Ausiliatrice, quei buoni giovani per festeggiare il dì onomastico del loro pio istitutore accorrevano da tutte le parti a leggergli i più cari indirizzi, in tante lingue diverse; italiani, francesi, inglesi, irlandesi, scozzesi, tedeschi, polacchi, spagnoli, americani e fin cogli accenti dei selvaggi, degli Indii, Pampas e Patagoni: allora io in uno scoppio di pianto esclamava « ecco il miracolo della Pentecoste! » Ebbene, ebbene udii allora D. Bosco, questo uomo provvidenziale colle mani al cielo esclamare come il Salvatore: oh quanto è abbondante la messe! preghiamo il padrone ci mandi tanti operai: affinché si possa dare pane di vita eterna agli uomini nostri fratelli di tutti i colori che il Padre nostro invita al convitto del figliuol suo Gesù … ed io ripetevo singhiozzando: Oh, gran Padre della misericordia, affrettatevi a far di tutti gli uomini come un solo ovile di pecorelle sotto un solo buon Pastore! Oh amico, voi tante volte con ragione esclamavate: DIO CI LIBERI DA QUESTI SAPIENTI, DA QUESTI FILANTROPI!.. Deh! deh! Esclamate pregando con me: Dio salvi tutti gli uomini per Gesu Cristo suo Figliuolo unico Salvatore del mondo.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 20

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (20)

GIOVANNI G. OLIER

Mediolani 27-11 – 1935 Nihil obstat quominus imprimetur. Can. F. LONGONI

IMPRIMATUR: In Curia Arch. Mediolani die 27 – II – 1935 F. MOZZANICA V. G.

CAPITOLO XIII.

Dell’ obbedienza

Suppone il distacco dalle creature e soprattutto dal proprio spirito.

L’obbedienza è quella virtù che ci inclina a seguire in tutto la volontà di Dio. Il grande ostacolo a questa virtù è l’attacco alle creature, e soprattutto a noi medesimi, perché tali attacchi ci fermano e ci impediscono di correre nella via dei comandamenti di Dio. Per questo motivo, nell’ordine dei voti di religione, si incomincia dalla povertà e dalla castità e si finisce all’obbedienza, perché è necessario essere sciolti e liberi dai beni esteriori del mondo e dai piaceri della carne, per poter camminare liberamente nelle vie di Gesù Cristo Nostro Signore. Per questo ancora, S. Paolo ci avverte di offrire prima i nostri corpi come vittima e poi di prestare una ubbidienza ragionevole (Rom. XII, 1), così egli suppone che la morte al corpo e a tutti i piaceri del corpo, come cosa indispensabile, per la perfetta obbedienza. Oltre questo grande ostacolo all’ubbidienza che è l’attacco ai beni del mondo e ai piaceri della carne, ve n’è un altro ancora più funesto, ed è l’attacco allo spirito proprio, attacco che impedisce la volontà di sottomettersi agli ordini superiori. È questo ciò che Nostro Signore chiama la prudenza della carne, di cui parla per bocca dell’Apostolo, come della nemica giurata di Dio: La prudenza della carne è morte; essa è nemica di Dio; non è né può essere sottomessa alla legge di Dio (rom. VII, 6-7).

Motivi dell’obbedienza.

..perché creature; perché  figliuoli di Dio; — esempio di Gesù Cristo, che vivendo in noi vuole continuare in noi per mezzo nostro l’obbedienza al Padre suo; – perché schiavi redenti da Gesù Cristo cui apparteniamo; — perché vittime, essendo noi incorporati a Gesù Cristo; — perché templi dello Spirito Santo; — perché come Cristiani siamo in stato di morte.

Il primo motivo dell’ubbidienza è la nostra qualità di creature; perché in questa qualità, dobbiamo stare in un’intera dipendenza dalla volontà di Dio, che dà ad ogni cosa vita, movimento e esistenza (Act. XVII, 28). Dio, essendo /l’Essere universale e sovrano, governa tutto il mondo: tutto ubbidisce al suo Impero e alla sua voce. Bisogna dunque che ogni creatura sia sottomessa a Lui come all’Essere supremo. Quando noi si ubbidisce a qualche superiore, dobbiamo sempre tenere davanti agli occhi della fede l’Essere divino, rappresentato dalla creatura che ci parla e ci governa. Quando sentiamo qualche comando che ci viene fatto o troviamo qualche regola da osservarsi non dobbiamo sentite altre che la voce di Dio.

***

Il secondo motivo è la nostra qualità di figliuoli di Dio; è proprio d’un figlio ubbidire al padre suo, perciò Nostro Signore, come Figlio perfetto dell’Eterno Padre, gli ubbidì dal primo istante di sua vita sino alla sua morte (Fil. II, 8). Egli visse trent’anni nell’ubbidienza a S. Giuseppe ed alla sua santissima Madre, considerando l’uno e l’altra come immagini di Dio suo Padre. Il Vangelo non fa cenno per tutto quel tempo di nessun’altra virtù, in Gesù Cristo, che della sua sottomissione e della sua ubbidienza; Egli uscì dal mondo nel modo con cui vi era entrato: era entrato nel mondo e vi era vissuto per ubbidienza: per ubbidienza ancora ne uscì con la morte. Nostro Signore, nel rigenerarci, ci riempie del suo spirito e della sua vita; viene a vivere ed operare in noi alla gloria del Padre suo in quella stessa maniera che operava in sé medesimo; Egli viene a vivere in noi per muoverci secondo la direzione degli ordini del Padre suo e secondo il desiderio che vede nel Padre in riguardo a ciascuno di noî (Joan. V. 19). Nella sua vita mortale Egli teneva sempre l’occhio fisso in Dio suo Padre, e con la massima precisione aspettava i momenti della di Lui divina volontà. Orbene, il suo disegno è di continuare in noi la stessa esattezza, eseguendo con la medesima puntualità gli ordini del Padre suo. Egli vuole quindi tenerci soggetti al suo divino Spirito, onde operiamo sotto di Lui nella medesima dipendenza; perciò ci dà quello Spirito divino che ci fa operare, sotto la sua mozione, come veri figli di Dio.

***

Il terzo motivo è la nostra qualità di schiavi riscattati, per effetto della redenzione, dal giogo del peccato e dalla dominazione, del demonio. Nostro Signore nel redimerci, liberandoci da tale funesta e maledetta schiavitù, ci ha assoggettati al Padre suo e ci ha ristabiliti sotto il suo benefico dominio. Apparteniamo dunque a Gesù Cristo come a Colui che ci ha redenti. Non appartenete più a voi stessi, ha detto l’Apostolo, Jam non estis vestri (1 Cor. VI, 26). Siete, infatti, proprietà di Gesù Cristo che vi ha riscattati col prezzo del suo sangue, perciò non potete più pretendere di vivere indipendenti, perché non avete più diritti propri; da un dominio siete passati in un altro; dalla tirannia del demonio siete passati nel dominio di Gesù Cristo, essendo diventati familiari della sua casa e sudditi del suo Regno. Il Cristiano adunque, per l’inclinazione dello Spirito e della grazia di Gesù Cristo, deve star sottoposto alle leggi di Lui, che è il suo Re, e deve gloriarsi di esserne vassallo; perciò deve vivere per Lui e non per sé. Non sapremo, infatti, vivere per noi stessi, senza infedeltà, senza ingiustizia, senza fellonia, senza che Gesù Cristo abbia il diritto di muoverci severissimi rimproveri.

Il quarto motivo è la nostra qualità di vittime. Nel medesimo tempo, infatti, che Gesù Cristo Nostro Signore ci conquista a sé stesso, ci offre pure a Dio, ci dà al Padre suo e ci consuma con sé medesimo come vittime di Lui. Dimodoché in quella guisa che una vittima consacrata a Dio e destinata al sacrificio, perde ogni diritto sopra di sé medesima, noi pure non abbiamo più nessun diritto sopra di noi. Dal momento infatti che Nostro Signore ci ha legati a sé, ci ha incorporati in sé medesimo mediante il battesimo, noi siamo consacrati, in Lui, agli altari del Padre suo, siamo come morti a noi stessi e viventi a Dio in Gesù Cristo. – Consideratevi, dice Paolo, come morti al peccato, ma vivi a Dio in Gesù Cristo Signor nostro (Rom. VI, 11). Non apparteniamo dunque più a noi, ma solo a Dio, in attesa della immolazione e del sacrificio, in quella maniera che le vittime aspettavano dal sommo sacerdote il momento della loro morte e del loro sacrificio. Non abbiamo più nessun diritto su la nostra vita, né sul nostro essere; le nostre facoltà non sono più nostre né possiamo più usarne a nostro piacimento, ma devono essere come morte in noi; abbiamo anche perduto il diritto di usare dei nostri sensi. – Dio solo ha diritto a tutto quanto vi è in noi. Dio solo ha potere di usarne come vuole per il suo servizio, perché a Lui apparteniamo in virtù di una consacrazione particolare: Egli solo ha diritto di disporre di noi, come il sommo Sacerdote aveva diritto di disporre delle vittime.

***

Il quinto motivo è la nostra qualità di templi dello Spirito Santo. Solo lo Spirito Santo deve essere l’anima nostra e la nostra vita; solo deve muoverci e dirigerci (Rom. VIII, 14). Dobbiamo dunque rinunciare completamente alla nostra volontà propria e annientarla per lasciarne il posto allo Spirito Santo, affinché, nel suo potere supremo, Egli solo ci vivifichi e ci diriga come membri di Gesù Cristo. – Nostro Signore avendo scacciato lo spirito maligno del demonio dal suo tempio che siamo noi, ci ha riempiti dello Spirito Santo, perché la sua casa sia da Lui occupata e quel divino Spirito sia il governatore fedele di tale fortezza. Per mezzo dello Spirito Santo, il Cristiano diventa una nuova creatura; perciò quel medesimo Spirito distrugge e consuma la volontà per prenderne ed occuparne stabilmente il posto. Dimodoché, come Egli è la volontà personale di Dio, vuole pure riempire la volontà umana della sua presenza onde renderla divina, ed annientarvi così quella maledetta facoltà che è la micidiale rovina del Cristiano. La volontà propria è nemica giurata della salvezza; essa si mette al posto di Dio. Dio solo ha diritto di reggerci e la volontà invece vuole essa disporre di noi; così essa prende ed occupa davvero il posto di Dio.

***

Il sesto motivo è il titolo di morti che noi portiamo come Cristiani. Voi siete morti, dice S. Paolo; dobbiamo dunque essere morti a tutto il nostro essere proprio e soprattutto alla nostra volontà propria, la quale è la sorgente e la radice della vita di Adamo in noi. Questo ci fa intendere il grande obbligo che sopra tutto ci incombe di annientare la nostra volontà, perché dalla sua morte dipende la morte di tutte le nostre operazioni proprie. Con questa morte, tutto è vivente; senza di essa, nulla può vivere. Perciò dobbiamo esaminare senza posa i nostri desiderii propri onde annientarli, impedire che diventino attacchi. Il desiderio non costituisce l’attacco; ma se lo assecondiamo e volontariamente ci lasciamo andare a quelle cose esso ci porta, allora si trasforma in attacco. Se poi siamo indulgenti per l’attacco e lo rinforziamo con frequenti compiacenze, allora si forma l’abitudine; dimodoché la volontà si concentra e si perde in sé stessa come in un abisso, né potrà, senza grandi difficoltà, rialzarsi e trarsi fuori dal precipizio. – Bisogna dunque aver gran cura di soffocare i desideri che sono i primi attacchi della vita della volontà propria; appena nati, i desideri sono ancora deboli e senza vigore, e si possono facilmente distruggere perché non sono ancora cambiati in abitudini precise e forti. Le abitudini e gli attacchi trascinano la volontà e se ne impadroniscono a tal segno che essa non sa come difendersene; i desideri invece sono come bambini che essa soffoca a suo piacimento.

***

Il settimo motivo è la mostra qualità di peccatori, che ci obbliga ad essere senza volontà propria; perché, come penitenti, dobbiamo, con zelo di giustizia, distruggere quel posto dove venne commesso il  delitto di lesa Maestà. Nella giustizia umana, ai briganti si taglia la mano o la testa, si rasano le loro fortezze e i loro castelli. Così bisogna distruggere la volontà propria che è il luogo di rifugio per tutti i rivoltosi e i delinquenti, vale a dire per tutti i nostri desideri e tutte le nostre passioni. Essa è la potenza che ha commesso il delitto, che lo ha deciso, combinato e ordinato; quindi deve avere la testa tagliata. Essa è la madre che ha concepito tutti questi maledetti mostri, che sono i nostri desideri maligni; e questi, li dobbiamo ad ogni ora soffocare appena compaiono, e ciò sino alla terza ed alla quarta generazione. Chi non odia l’anima sua, vale a dire, la volontà propria, non può essere discepolo di Gesù Cristo (Luc. XIV, 26). Non v’ha nulla che dobbiamo temere e fuggire come la nostra volontà propria; essa tutto deruba a Dio perché in ciò che fa non può mai guardare a Lui. Sempre è rivolta a sé stessa e occupata di sé stessa; non produce nulla che per sé medesima. Lo Spirito Santo, il quale è quella volontà personale in Dio che incessantemente e inflessibilmente considera e cerca Dio, con la sua presenza in noi raddrizzerà la nostra volontà; Egli solo nella sua virtù la innalzerà sino a Dio. Dobbiamo dunque aver gran cura di lasciarci possedere e reggere da questo divino Spirito di rettitudine e di santità; dobbiamo lasciare che la nostra volontà si riempia della volontà di Gesù Cristo che abita in noi e dà vita all’anima nostra. Così noi adempiamo quanto dice l’Apostolo: Riformatevi col rinnovamento della vostra mente per ravvisare quale sia la volontà di Dio, buona, gradevole e perfetta (Rom. XII, 2). In Gesù Cristo noi adempiamo tutti i voleri di Dio, sia quelli che Dio ci manifesta coi suoi precetti, sia quelli che esprime coi suoi consigli, sia quelli che opera Egli medesimo nel suo proprio volere e nella sua propria volontà vivente in noi, la quale è la volontà perfetta.

VITA E VIRTÙ CRISTIANE (Olier) 21