SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (7)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (7)

Trad. M. T. Garutti Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa

Catania, 7 Marzo 1957 P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO VII.

GLI ASCETI CRISTIANI

Iniziatori nel IV secolo

L’ascetismo che prenderemo qui in considerazione, è una via di perfezione organizzata su un piano dottrinale e sociale ad un tempo. Bisogna quindi aspettare il IV secolo per trovare i suoi veri promotori nell’antichità. Vi furono certamente principi di perfezione per tutti nella Chiesa, sin dall’origine, semplici echi d’altronde dei precetti evangelici. Vi furono altresì ferventi Cristiani, uomini o donne, che si votarono alla ricerca di questo ideale; vissero per lo più isolati nel loro ambiente cristiano o familiare, senza formare un gruppo particolare orientato verso questo scopo. Le vergini erano, una élite delle antiche comunità « parrocchiali » piuttosto che un gruppo separato. Bisogna aspettare il IV secolo per trovare l’ascetismo organizzato che doveva caratterizzare così fortemente la vita cristiana, prima orientale, poi occidentale. Sant’Antonio è, a buon diritto, ritenuto un iniziatore e non è il caso di contestargli questo titolo. Il San Paolo eremita, descritto da San Girolamo, è in parte una edificante creazione del narratore. Ben diversa è la narrazione di Sant’Atanasio, dalla quale soprattutto conosciamo il grande monaco egiziano, morto centenario nel 356. Fin dal 360, Sant’Antonio ebbe la propria vita descritta dallo stesso patriarca di Alessandria, suo amico, e questo libro fu ad un tempo una rivelazione e un incitamento per l’intera Chiesa. Ma già tutto l’Oriente cristiano conosceva il monachesimo egiziano al principio del secolo. Fin dal 275, verso i 25 anni, Antonio aveva preso alla lettera l’invito di Cristo alla rinunzia totale, e si esercitava alla vita di preghiera nella solitudine, prima vicino al suo villaggio natio, nel medio Egitto, non lontano dal Nilo, più tardi nel deserto, in direzione del mar Rosso. Lo raggiunsero assai presto centinaia di discepoli, dei quali egli divenne il maestro e il consigliere circa i mezzi per tendere alla perfezione evangelica. – L’idea fondamentale è il disprezzo dei beni creati, che sono nulla davanti a Dio. Il principio ispiratore del movimento è il contrasto del finito e dell’infinito. Ma si sbaglierebbe riportando tutto ad una concezione filosofica. È la parola di Cristo e il suo esempio che decidevano le anime, illuminate dallo Spirito Santo: il dono della scienza, diranno più tardi i maestri, ha precisamente il compito di far comprendere la vanità del creato, mentre l’intelligenza penetra in profondità il messaggio del Salvatore. La dottrina specifica dei solitari è un’ascetica a due facce. La lotta contro il diavolo vi è in onore fin dagli inizi e questo aspetto è particolarmente illustrato sia dalla vita stessa di Sant’Antonio, sia dal discorso in cui Sant’Atanasio ha riassunto l’insegnamento del padre del monachesimo. Un vigore morale straordinario si manifesta dovunque: sia nella fermezza della fede nel Cristo e nella sua opera redentrice, che si afferma nel trionfo sul demonio; sia in una attesa della vita futura che dà un carattere escatologico molto spiccato alla dottrina, se non al senso di imminenza della venuta del Cristo — forse si esagera questo aspetto — almeno al senso di valore predominante; sia nella fiducia nella vittoria finale sulle forze infernali; sia nelle leggi piene di saggezza del discernimento degli spiriti, Sant’Antonio ebbe, nella stessa Africa, imitatori di grande levatura: nel basso Egitto, Nitiia vide migliaia di monaci raggrupparsi intorno a Sant’Ammonio verso il 325; e a Scetea, all’imbocco del deserto di Libia, San Macario il Grande ne attirò ben presto altrettanti con la sua reputazione di austerità. Una pia emulazione, a volte ardente, regnava nei due gruppi, che restavano chiaramente fedeli alla formula eremitica di Antonio. È nell’Alto Egitto, risalendo il Nilo verso l’Etiopia, che si trovano i primi grandi centri cenobitici, creati verso il 320 da San Pacomio (+ 346) a Tabenna, su un’isola del Nilo. Un’organizzazione più rigida si riscontra poco dopo, ad Atrepa, non lontano da Tabenna, ispirata dall’austero Schenudi ( + 450), mentre a qualche distanza si costituivano centri cenobitici femminili, sotto la stessa ispirazione. L’istituzione monastica doveva uscire dall’Egitto verso la metà del IV secolo e stabilirsi soprattutto in Oriente, in luoghi dal clima meno favorevole. La si vede abbastanza rapidamente prosperare in Siria, nella regione di Antiochia, dove San Giovanni Crisostomo e San Girolamo verranno a formarsi alle ardue lotte dell’ascesi. Essa era già stabilita a quell’epoca in Cappadocia e nel Ponto, ad opera di San Basilio. L’Occidente, fu raggiunto dalle rivelazioni di Sant’Atanasio, provvidenzialmente esiliato a Treviri; ma i grandi sviluppi tarderanno un poco. Nella Gallia, alla metà del IV secolo, San Martino fonda Ligugé vicino a Poitiers, poi Marmoutier, vicino a Tours, da cui derivano numerose fondazioni. Il Sud del paese seguirà ben presto il movimento, sotto questo impulso, e quello di Sant’Onorato e di Cassiano, mentre Sant’Agostino lo lancia nell’Africa latina ove raggiunge un particolare splendore. Tali fondazioni, precedendo l’arrivo dei Barbari in Occidente, furono provvidenziali: posero le basi di una formazione cristiana in profondità, che le rovine dell’impero rendevano più che mai necessaria, e prepararono da lungi quel rinnovamento cristiano che si imparò ovunque dopo il duro urto con i barbari.

I monaci, maestri spirituali per eccellenza

Il monachesimo portava in germe troppe ricchezze spirituali perché non diventasse un fuoco capace di irradiarsi. La Chiesa intera doveva ben presto beneficiarne, poiché le meditazioni solitarie avevano permesso agli spiriti migliori di penetrare a fondo il cristianesimo. Se tutte le verità rivelate ne furono approfondite, all’occorrenza, quelle che maggiormente attrassero l’interesse degli asceti furono le leggi della vita interiore: è qui senza dubbio che bisogna ricercare il migliore apporto delle loro ricerche e delle loro esperienze religiose. San Basilio, l’iniziatore del monachesimo al centro dell’Asia Minore, Ponto e Cappadocia, ha lasciato opere spirituali di prima qualità, che oltrepassano il quadro di una regola nel senso giuridico della parola. Le « Grandi Regole » fanno eco alle Piccole Regole, sul piano delle applicazioni, ma sempre collegandosi alla dottrina più che alle pratiche particolari della vita religiosa. Non c’è nel IV secolo — né in seguito, nell’epoca antica — un Ordine basiliano, come non ci sarà un Ordine benedettino. I Moralia del santo indicano, meglio che la parola Regole, il suo vero campo di osservazione e di influenza. Tutti i Cristiani potranno trarre largo profitto da questi testi tratti dalla Scrittura e commentati su un piano di perfezione evangelica universale. È chiaro tuttavia che i monaci, che ne erano i veri destinatari, ne furono anche i principali beneficiari. – L’Asia Minore, grazie a San Basilio, divenne uno dei centri di irradiamento del monachesimo in Oriente sul piano dottrinale. Il Santo trovò seguaci nella sua famiglia stessa: oltre che dalla sorella maggiore, Santa Macrina, che aveva fondato un monastero di religiose nel Ponto, sull’Iris, fu seguito dal fratello minore San Gregorio, futuro vescovo di Nissa, che scriverà, insieme con la vita di Santa Macrina, un trattato sulla Verginità particolarmente celebre e quattro altri opuscoli sulla perfezione nel mondo o nei monasteri. In altri ambienti, sempre in Asia Minore, troviamo monaci scrittori, notevolissimi per la loro dottrina ascetica. Evagro ( + verso il 399), detto il Pontico (cioè nato nel Ponto), illustrerà il grande monastero egiziano di Nitria, dove egli incarnerà un origenismo prudente e sobrio; San Nilo, l’asceta (+ verso il 430) del Sinai, veniva pure dall’Asia Minore ed era stato discepolo di San Giovanni Crisostomo, come probabilmente Marco l’Eremita, suo contemporaneo: tutti e due furono scrittori spirituali molto fecondi, e la loro influenza durò molto a lungo. – Tuttavia, nessuno di questi autori eguagliò in prestigio San Giovanni Crisostomo che, prima di essere prete di Antiochia e grande predicatore, aveva vissuto come monaco sulle montagne circostanti e si era dato ad una vita di intensa preghiera, di cui beneficiò tutta la sua opera, poiché la profondità della sua eloquenza è proporzionata al fervore della sua vita cristiana. È alla vita monacale che consacrò le sue prime opere scritte; la difese contro i detrattori che la calunniavano; l’esaltò come una vera filosofia, sul piano della sapienza, e come una condizione superiore a quella dei re sul piano umano; vi spinse i suoi migliori amici, e vi sarebbe rimasto o ritornato se l’obbedienza non l’avesse costretto ad accettare il sacerdozio e più tardi l’episcopato. Durante il suo esilio nella Tauride, abbastanza vicino ad Antiochia, continuava ad agire e vivere come monaco e fu questa fama di austerità uno dei motivi che lo fecero allontanare da una corte sospettosa, decisa a perderlo. La voce maggiore del Cristianesimo orientale si era formata alla scuola di Libanio e Demostene, ma più ancora a quella di San Paolo, letto e meditato nelle solitudini dell’alta Siria. All’epoca dei trionfi oratori di Crisostomo ad Antiochia, ritornava a Dio colui che doveva essere la voce cristiana dell’Occidente, Sant’Agostino, più giovane di lui di qualche anno e convertito nella epoca in cui l’oratore orientale cominciava la sua predicazione. Agostino stesso salì sulla cattedra episcopale nel 391 e, durante quasi 40 anni, non cessò di parlare al suo popolo, e all’intera Chiesa di Occidente, poiché la sua parola è così ricca e così cattolica che riecheggerà di secolo in secolo nel mondo latino fino ai nostri giorni. – La profondità deriva senza dubbio dal suo genio, ma anche manifestamente dalla profonda fonte cui attingeva il meglio della sua ispirazione, la solitudine monacale. Fin dalla sua conversione egli realizzava un sogno di vita contemplativa che accarezzava da lungo tempo e di cui maturò il piano nel suo lungo ritiro di Cassiciaco. Mise in esecuzione tale piano a Tagaste, poi ad Ippona, come prete, infine come Vescovo, conducendo, con tutti i suoi preti, una vita comune che era una lontana anticipazione delle forme migliori del monachesimo sacerdotale ulteriore. Egli ha scritto poco in questo campo, rispetto alla sua immensa produzione letteraria. Ma questa stessa produzione testimonia della fecondità dell’istituzione. La sua Regola è il primo codice conservato del cenobitismo occidentale: codice più spirituale che giuridico che ebbe una immensa diffusione in ambienti diversissimi. Essa serve tutt’oggi come legame efficacissimo fra comunità, del resto molto differenziate, sia di uomini che di donne. Egli stesso sapeva aggiungervi le opportune precisazioni a seconda degli ambienti: nel suo trattato sul « lavoro dei monaci » impone ad alcuni le occupazioni manuali; nei sermoni (355-356) espone come era regolata la vita comune dei chierici di Ippona raggruppati nel monastero attorno al loro Vescovo. La preghiera è l’anima di questa vita religiosa. Egli raccomandava, ad esempio, la parola e la penna, per lodare degnamente Iddio e le sue « Confessioni » sono un modello immortale. – San Girolamo non fu così segnato dal monachesimo, ma vi partecipò un poco, in Oriente all’epoca in cui San Giovanni Crisostomo si allenava nell’ascesi. Restò sempre fervente fautore dell’ascetismo e lo propagò con fervore a Roma prima, fra le matrone e le vergini, e più tardi a Betlemme. Le sue lettere ascetiche sono celebri ed ebbero un’influenza decisiva in taluni ambienti. Egli fu, nella sua azione, il legame fra l’Oriente e l’Occidente. – Nella stessa epoca, ma in senso inverso Cassiano (+ 435), antico discepolo di San Giovanni Crisostomo, venne a stabilire il monachesimo a Marsiglia. Fece conoscere al mondo latino il segreto, delle solitudini egiziane nelle sue famose « Conferenze » (Collationes Patrum), raccolta di conversazioni con i maestri spirituali più in vista in Egitto, alla fine del IV secolo. L’insieme della sua opera è eccellente, benché occorra attenuare alcune pagine della conferenza 13, in cui la necessità della grazia non è abbastanza chiaramente riconosciuta. Un’altra opera di ascesi orientale, un poco posteriore, può venir qui segnalata, poiché condensa a meraviglia l’insieme della spiritualità monastica di quei tempi : è « La scala del Paradiso » di San Giovanni Climaco, monaco del VI e VII secolo, siriano di origine e senza dubbio abate del Sinai. Il suo scritto è un vero codice spirituale, perfettamente ordinato verso l’esercizio perfetto delle tre virtù teologali e particolarmente della carità. L’opera è una bella sintesi delle direttive spirituali date alle giovani reclute della solitudine da parte dei migliori e più sicuri maestri.

Organizzatori della vita monastica a partire dal VI secolo

Il monachesimo non attese il VI secolo per organizzarsi, come abbiamo visto. Tuttavia, in quest’epoca ha fatto un particolare sforzo sotto questo punto di vista, soprattutto in Occidente. Trascuriamo le questioni dottrinali che agitarono a volte i monasteri, come l’origenismo in Oriente, o il semi-pelagianesimo in Occidente, per limitarci alle forme stesse della vita religiosa, in cui si verificò una certa evoluzione, un reale progresso. San Cesario d’Arles, senza essere monaco, ebbe sul monachesimo un’influenza considerevole per la sua posizione di primato nella vasta regione occupata dai Visigoti prima, poi dagli Ostrogoti, nel sud della Gallia, fino alla conquista franca da parte di Childeberto, il quale, nel 536, cambiò la situazione senza compromettere i vantaggi acquisiti dalla Chiesa. Egli legiferò soprattutto per i monaci e le monache, ispirandosi alla Regola detta di Sant’Agostino; ne adattò una ai monaci, l’altra alle monache, con qualche leggero ritocco che, rispetta il fondo primitivo e l’ispirazione generale, in un quadro di austerità molto accentuata. Venivano moltiplicati i digiuni e i lunghi uffici, senza riguardo per gli usi più correnti nella liturgia monacale. Questa nota di austerità si ritrova molto più accentuata nelle fondazioni derivate dal monachesimo irlandese. Il Cristianesimo si stabilì tardi nell’isola, che doveva divenire l’isola dei Santi, dopo la sua evangelizzazione da parte di San Patrizio (+ 461). La critica ha messo in discussione molti punti della sua attività, ma la sostanza resta intatta: nessuno gli contesta il suo grande apostolato come Vescovo, dal 432; i primi tentativi di un’organizzazione gerarchica, con Armagh come sede episcopale e numerosi monasteri come centri ausiliari. I neofiti si precipitarono in massa verso i conventi, che divennero ben presto fiorenti, frementi di generosità apostolica; il paese, appena conquistato alla fede, divenne un focolaio di apostoli e inviò numerosi missionari sul continente stesso che lo aveva appena evangelizzato. – Il centro principale di questa fioritura cristiana, dopo Armagh, fu Bangor sulla costa nord-orientale, di fronte alla Scozia. I monaci vi si raggrupparono a migliaia, senza detrimento per altri centri religiosi molto fiorenti. La fede irlandese sbocciò in un fervore tutto spontaneo, con le caratteristiche proprie al paese. La fiducia nel valore umano, lo slancio eccessivo verso l’ascesi spiegano la posizione di Pelagio, campione e predicatore di una austerità che giunse fino all’eresia. Tuttavia molti si mantennero immuni da tali estremismi condannati dalla Chiesa e diedero prova di una esemplare generosità nell’assoggettarsi alle più rigide pratiche di austerità. Essi furono, in questo campo, coraggiosi fino all’imprudenza e praticarono l’eroismo quasi istintivamente, stando alle tradizioni meglio affermate. La regola d’altronde vegliava alla conservazione di tale fervore, e le violazioni venivano represse molto duramente. Come in Oriente, la preghiera c il lavoro riempivano la giornata del monaco. Ma vi si aggiungeva un elemento nuovo, molto caratteristico:  lo spirito missionario. – Questa « peregrinazione per Dio » è molto diversa dai viaggi di informazione e di edificazione che i monaci d’Oriente intraprendevano spesso, da eremo a eremo, in cerca di lezioni e di buoni esempi. Se vi furono talvolta degli abusi, vi furono anche veri successi, come testimoniano le « conferenze spirituali » di Cassiano. Era un apostolato dottrinale e spirituale che i migliori di tali « visitatori » avevano in vista. I monaci viaggiatori irlandesi furono, nel significato attuale della i parola, veri missionari, senza detrimento per la vita monastica. La loro azione si esercitava per mezzo della formazione di gruppi religiosi, capaci di condurre i pagani alla fede e i Cristiani a una vita più perfetta. Tutta l’Europa occidentale, specialmente le due sponde del Reno, e i fianchi del Giura e delle Alpi, beneficiò ampiamente di tale afflusso apostolico. San Colombano resta il tipo classico del monaco missionario irlandese. Trascinato dallo spirito di zelo, a cinquant’anni creò in Gallia, intorno a Luxeuil, una vera colonia monacale, di cui fu capo e che armò di un saldo spirito apostolico.. Cacciato di là dopo trent’anni, riprese il suo peregrinare e partì verso l’Oriente, fondando ancora monasteri in Germania, Svizzera, L’Italia. La sua ultima fondazione fu quella del celebre Momonastero di Bobbio, nella valle del Po. Era il 614, un anno.prima della sua morte. Egli resta celebre, oltre che per il suo zelo infaticabile, per la sua austerità che più tardi verrà felicemente temperata dallo spirito benedettino. È a San Benedetto infatti (+ fra il 543 e il 553) che si ricollega lo sforzo più importante nell’organizzazione del monachesimo nell’antichità. L’abate di Monte Cassino attinse alle regole precedenti più conosciute, in Oriente e in Occidente; quelle di San Pacomio, di San Basilio, di Sant’Agostino, di Cassiano, come pure alle vite dei Padri. Ciò che meglio caratterizza la sua regola, è l’istituzione di una salda gerarchia, la stabilità di vita e la moderazione delle pratiche imposte, sia nella preghiera che nel lavoro; moderazione del resto relativa, perché le sue esigenze sono ancora gravi ed impongono un autentico sforzo. Il tutto è sostenuto da una spiritualità sobria, accessibile a tutti, proporzionata sapientemente al carattere e alla cultura dei monaci aggregati. L’introduzione del sacerdozio, sotto l’impulso di San Gregorio Magno, contribuì molto allo sviluppo di una spiritualità adatta ai bisogni interiori delle anime, senza attentare ai quadri stabiliti dal fondatore. Questo insieme di elementi gerarchici e dottrinali fece della Regola di San Benedetto una delle forze maggiori della Chiesa, in un’epoca in cui le élites spirituali non potevano formarsi e resistere fuori dei monasteri. – San Gregorio diede anche un forte impulso all’organizzazione liturgica, e rafforzò notevolmente su questo punto la vita monastica, specialmente nell’ordine benedettino, che ha sempre trovato nella liturgia uno dei maggiori punti di appoggio. La salmodia e il canto sono stati regolamentati, nelle loro grandi linee, sulla base dei principi posti o precisati al tempo di San Gregorio e sotto la sua ispirazione. La Chiesa ha vissuto della liturgia benedettina per dei secoli ed è ancor oggi una riserva di impareggiabili ricchezze a cui si attinge a larghe mani. – Costantinopoli, brillante capitale dell’impero d’Oriente, divenne anch’essa un vero centro monastico: i conventi, soprattutto maschili, si moltiplicarono nella città stessa, nei suoi dintorni e sulle due sponde del Bosforo. Fra di essi vi era soltanto un legame spirituale, basato specialmente sugli scritti di San Basilio, le Grandi e le Piccole Regole. Bisogna tuttavia segnalare una creazione originale che prelude da lontano a molte istituzioni posteriori del Medioevo occidentale: quella degli Acemiti, letteralmente i « non dormienti ». Si tratta infatti di una specie di adorazione perpetua fondata su un’organizzazione degli uffici liturgici tale da assicurare un canto ininterrotto. L’iniziatore in questo campo fu Sant’Alessandro il Siriano, che aveva creato un monastero del genere nel suo paese, vicino all’Eufrate. Egli tentò invano di fondarne un altro ad Antiochia, e più tardi a Costantinopoli, verso il 430, ma vi riuscì pienamente sulla costa dell’Asia, a poca distanza dal Bosforo. Raggruppò parecchie centinaia di monaci, fino a quattrocento, di diverse lingue, che furono ripartiti in gruppi che si succedevano al coro per assicurarvi la laus perennis. Per quanto interessante, tale istituzione non costituiva che una forma ausiliaria del monachesimo bizantino. L’istituzione acemita soffrì molto dell’interminabile guerra iconoclastica che, durante più di un secolo, decimò i più ferventi monasteri bizantini. Vi fu una bella ripresa con gli Studiti, i quali, fin dalla fine del VIII secolo, poterono riorganizzarla in piena capitale, precisamente allo Studion. San Teodoro vi raggruppò i monaci a centinaia, ed essi ripresero il meglio delle antiche tradizioni, aggiungendovi ora l’iconografia, di stile ieratico, caro alla pietà bizantina. Il concilio di Nicea ne aveva riconosciuto la legittimità. Questo culto si è perpetuato fino ai nostri giorni, con grande profitto della pietà monacale e di tutta la pietà cristiana. Resta ancora una delle caratteristiche della vita religiosa in Oriente, specialmente a Bisanzio.

LO SCUDO DELLA FEDE (143)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (11)

FIRENZE – DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

DISCUSSIONE XII

La Tradizione divina.

60. Prot. Per verità, Santa Bibbia, la mia causa, fin qui contro il Cattolicismo non poteva andar peggio; poiché egli in tutto ha vinto e splendidamente trionfato!… Adesso però passo, per dover di coscienza, ad accusarlo di tale un delitto, per cui sono ben certo sarà anche da voi condannato e per sempre esecrato. Voi ben sapete che Iddio ha dato alla sua Chiesa per regola della fede e dei costumi la Santa Scrittura, e non altro che la Santa Scrittura, ossia Voi stessa. Ora egli, pel suo tornaconto, insegna e sostiene che oltre la Santa Scrittura vi è e deve seguirsi come norma ugualmente sicura non so quale…. Tradizione divina! Oh iniquità! Questa sua pretesa Tradizione « è propriamente precipua origine e causa di quella mostruosità che è il Papismo nella deteriore sua forma. » (Shutteworth: Not tradition but Scripture. Lond. ediz. 2. 1839). Ma prima di passar oltre debbo spiegarmi anche meglio. « I Romanisti sostenendo la Tradizione, non rigettano perciò la Scrittura, anzi vi sono forse attaccati più di qualunque protestante, ma tengono che non è soltanto essa la parola di Dio. Quindi sostengono che il sistema della loro dottrina tradizionale deriva dagli Apostoli egualmente che la Scrittura; cosicché se questa perisse, non perirebbe perciò la rivelazione. Ora per confutare i Romanisti è necessario intenderli perfettamente. Per Tradizione intendono essi tutto il sistema della fede, e le regole che riceveranno dalla precedente generazione, e questa dall’altra precedente, e cosi di seguito…. Quindi, quando i Romanisti asseriscono di aderire alla Tradizione, altro non significano che di credere e operare nel modo che sempre crederono e operarono i Cristiani.» (Newman: (quando era protestante) Lezioni del Romanismo, e del Protestantesimo: London 1837).

Bibbia. Come mai osi asserire che Dio ha dato alla Chiesa per regola della fede e de’ costumi la sola Divina Scrittura: che deve riprovarsi la Tradizione? A buon conto, dal principio del mondo sino a Mosè, ossia per oltre duemila seicento anni, la Chiesa di Dio non ebbe altra regola, altro appoggio che la Tradizione, perché in tutto quel tempo nulla fu scritto di quanto aveva Iddio rivelato. Mosè fu il primo à scriver la Parola di Dio, e dopo di lui non pochi altri la scrissero. Ma forse scrissero tutto? No certamente ; perché se tutto avessero scritto non avrebbero raccomandato con tanta premura nei loro scritti di ricorrere anche alla Tradizione, e di custodirla e tramandarla gelosamente. Ascolta. « Narrerai al tuo figliuolo, e dirai: Questo e questo fece per me il Signore, quando io uscii dall’ Egitto, e ciò sarà quasi un sigillo nella tua mano, e come un monumento davanti a’ tuoi occhi » (Esod. XIII, 8,9).

« Informati de’ tempi antichi che furon prima di te, dal giorno in cui Dio creò l’uomo sopra la terra,… se mai cosa tale sia avvenuta, o siasi intesa, che un popolo abbia udito la voce di Dio. » (Deut. IV, 32, 33)

« Interroga il padre tuo e te ne darà novella, i tuoi avi e te lo diranno, quando l’Altissimo fece la divisione delle nazioni, etc. » (Ivi, XXXII, 7, 8).

« Dove sono le meraviglie raccontateci da’ padri nostri? (Giud. VI, 13)

« Noi, o Dio, con le nostre orecchie udimmo: i padri nostri annunziarono a noi quello che tu facesti ne’ giorni antichi. »  (Psal. XLIII, 1, 2).

« Quante cose furon da noi udite e intese, e a noi le narrarono i padri nostri, e questi non le tennero ascose ai loro figliuoli e alla seguente generazione…. Quante cose comandò egli [il Signore) ai padri nostri che le facessero sapere ai loro figliuoli; affinché la seguente generazione le sappia (e i figliuoli che nasceranno e verranno alla luce le racconteranno ai propri figliuoli » (Psal. LXXVII, 3, segg.).

Anuunzierà il padre ai figliuoli come verace sei tu (o Signore) » (Isa. XXVIII, 19) – « Udite, o vecchi, etc… discorretene co’ vostri figliuoli, e i vostri figliuoli co’ loro figliuoli, e i figliuoli di questi colla generazione che verrà dopo. » (Joel. 1, 2, 3)

« Frequenta le adunanze de’ seniori prudenti, e unisciti di cuore alla loro saviezza, affin di potere ascoltare quello che di Dio si ragiona, e non siano ignote a te le sentenze degne di lode. ». (Eccl. VI, 35)

« Non trascurare il discorrer de’ vecchi, poiché eglino hanno imparato dai padri loro. » (Ivi, VIII, 11)

61. Se poi passiamo al Nuovo Testamento, si vedrà esser tanto falso che Gesù Cristo abbia dato alla sua Chiesa la solaSanta Scrittura per regola della fede e dei costumi, che anzi Egli nulla scrisse di quanto operò ed insegnò, né fece agli Apostoli verun comando di scriverlo. Egli non fece agli Apostoli altro ornando che questo: « Andate adunque, istruite tutte le genti…. insegnando loro di osservare tutto quello che vi ho comandato. » (Matt. XXVIII, 19, 20). Onde ne avvenne che anche la Chiesa Cristiana non solamente fu stabilita, ma si governò per parecchi anni colla Tradizione, senza scrittura di sorta del Nuovo Testamento. – Scrissero dipoi gli Apostoli ed altri ispirati santi la divina parola. ma eglino pure dichiarano di non avere scritto tutto, e quindi altamente raccomandano e inculcano la Tradizione. Ascoltali.

« Or Gesù fece ancora in presenza dei suoi discepoli molti altri miracoli che non sono scritti in questo libro. » (Giov. XX, 30).

« Or vi sono ancora molte altre cose che fece Gesù, le quali se fossero scritte, credo che nemmen tutto il mondo capir potrebbe i libri che se ne scriverebbero. » (Ivi, XXI, 25).

« Io ho parlato in primo luogo, o Teofìlo, di tutto quello che sprincipiò Gesù a fare e ad insegnare sino al giorno in cui, dati per mezzo dello Spirito Santo i suoi ordini agli Apostoli che aveva eletti, fu assunto. A’ quali ancora si diede a veder vivo dopo la passione, con molte riprove, apparendo ad essi per quaranta giorni, e parlando del regno di Dio. » (Att. I, 1, e seg.). – Quanto disse loro Gesù in questi quaranta giorni, che certamente fu molto, ove mai sta scritto? Ascolta ancora.

« E poi ho apparato dal Signore quello che ho anche insegato [non l’ha scritto) A voi…. Le altre cose le disporrò quando sarò venuto. » (I Cor. XI, 23, 24). Anche queste non le scrive.

« Dì e notte lo preghiamo (il Signore) di vedere la vostra faccia, e di supplire a quello che manca alla vostra fede, » (I. Tess. IV, 1, 2) cioè, di supplire a voce alle istruzioni che non mette in iscritto, o riguardanti la fede.

« Nessuno vi seduca in tal modo; imperocché (ciò non sarà) se prima non sia seguita la ribellione, e non sia manifestato l’uomo del peccato, il figliuolo di perdizione…. Non vi ricordate voi come, quando io era tuttora presso di voi, vi diceva tali cose? » (II. Tess. II, 2 e seg.). Queste accennate istruzioni dove sono scritte?

« Quello che fu da principio, quello che udimmo, quello che vedemmo con gli occhi nostri e contemplammo, e colle nostre mani palpammo di quel Verbo di vita…. lo annunziamo a voi » (II Giov. v. 12).

« Molte cose avendo ancora da scrivervi, non ho voluto (farlo)  con carta e inchiostro, ma spero di venire a voi e parlarvi a bocca a bocca! » (III Giov. v. 13).

« Vi do lode, o fratelli, perché in ogni cosa vi rammentiate di me; e quali ve le ho date ritenete le tradizioni (I. Cor. XI, 2).

« O fratelli, vi preghiamo, vi scongiuriamo pel Signore Gesù, che conforme avete apparato da noi, in qual modo camminar dobbiate e piacere a Dio, così pure camminiate, onde siate viepiù doviziosi. Imperocché voi sapete, quali precetti io vi diedi da parte del Signore Gesù. » (I Tess. IV, 1,2).

« State dunque costanti, o fratelli, e ritenete le tradizioni che avete apparate o per le nostre parole, o per la nostra Lettera. » (II Tess. II, 14).

« Abbi dunque in memoria quel che ricevesti e udisti, e osservalo. » (Apoc. II, 14). Che te ne pare? Di più, sta scritto:

62. « Le prime e le ultime gesta di Davidde re sono scritte nel libro di Samuele profeta, e nel libro di Nathan profeta, e in’ quello di Gad profeta.» (I Paral. XXIX, 29) — « Il rimanente poi dei fatti di Salomone primi ed ultimi, sono scritti ne’ libri di Nathan profeta, nei libri di Ahìa Silonite, e anche nella visione di Addo. » (2 Paral. IX, 19).

« Salomone pronunziò tre mila parabole, e le sue canzoni sono mille e cinque. » (III dei Re, IV, 32). – Ora di queste mille e cinque canzoni non resta che la Cantica divisa in otto capitoli, onde al più, può contenere otto canzoni; tutto il resto è perduto. Delle tre mila parabole non ne resta che una piccola parte nel libro de’ Proverbi, cioè dal Capo X, alla fine: il resto è perduto. I libri dei Profeti Nathan, Gad, Ahìa e Addo sono affatto perduti. Sono egualmente perdute due Lettere di S. Paolo, una a’ Corinti, l’altra ai Laodicesi, delle quali fa menzione il medesimo Apostolo. (I Cor. V, 9) Come dunque supplire a tanta perdita senza la Tradizione? È dunque necessario ammettere la Tradizione non solo per conoscere la parola di Dio non scritta; ma anche per non subire l’intera perdita della Scrittura Santa smarrita.

63. Prot. È scritto; « Or io, fratelli, ho rivolte queste cose, per una cotal maniera di parlare, in me ed in Apollo, per amor nostro: acciocché impariate in noi a non esser savi sopra ciò che è scritto; affine di non gloriarvi l’uno per l’altro contro ad altrui.» (I Cor. IV, 6 – Traduzione del prot. Diodati).

Bibbia. L’originale dice così: Acciocché impariate in noi a non sentire (voi) di sé sopra quello che è scritto. La Versione Siriaca così si esprime: « Acciocché impariate per mezzo di noi a non sentire di voi più di quello che è scritto. » Lo stesso è il senso della Volgata, spiegato nei versetti che seguono. Che però questo testo non è a proposito; mentre dal medesimo è chiaro, ed anche più dal contesto, che ivi l’Apostolo non parla affatto di Scrittura per rapporto alla Tradizione; ma unicamente rintuzza l’orgoglio di certi sacerdoti, che si gloriavano l’uno per l’altro contro ad altrui, cioè, si credeva ciascuno ad ogni altro superiore per la diversa qualità del maestro che aveva avuto; onde dicevano: io sono di Paolo: e io di Apollo: e io di Cefa, etc. Quindi l’Apostolo li richiama al dovere, dicendo loro che imparino dall’esempio di lui e di Apollo a non sentire di sé più dì quello che è scritto, cioè a non credersi più di quello che di essi è scritto nel principio dello stesso Capitolo, ove ai medesimi dirette sono le seguenti parole. « Così noi consideri ognuno come ministri di Cristo e dispensatori de’ misteri dì Dio. »

Prot. Sta scritto: « Non aggiugnerete né toglierete alla parola che io vi annunzio. » (Deut. IV, 2) « Fa’ in onor del Signore solamente quello che io ti prescrivo, non aggiungere, e non levare. » (Ivi, XII, 32).

« Protesto a chiunque ascolta le parole dì profezia di questo libro, che se alcuno aggiungerà a queste cose, porrà Dio sopra di lui le piaghe scritte in questo libro. E se alcuno torrà qualche cosa dalle parole di profezia di questo libro, torrà Dio la porzione di lui dal libro della vita. » (Apoc. XXII, 18, 19). Questi passi furon sempre da me riguardati come decisivi in favore della mia causa: ma ora confessar debbo che a nulla mi giovano; imperocché « Questo detto (aggiugnere, ec.) non ripugna né alle tradizioni che interpretano la Scrittura, né ai precetti umani conformi alla legge. Diminuire altro non è che non fare ciò che è comandato: Aggiungere altro non che è fare altrimenti di quello che è comandato. » (Ugone Crozio: Critici sacri, T, 2, Annt. Super hæc Loc.).

Opponevo ancora i seguenti, l.° « Perché trasgredite il comando di Dio per la vostra tradizione? » (Matt. XV, 3)

« 2.° È paruto anche a me, dopo aver diligentemente rinvergato dall’origine il tutto, di scriverlo a te a parte a parte. » (Luc. I, 3).

Ma questi pure a nulla mi giovano; perché nel primo, « Si parla di usi umani, di tradizioni contrarie alla legge divina. » (Kuinoel: Comm. in Matt. In hunc Loc.). – Il secondo, « non deve prendersi in senso stretto, essendo nolo che molte cose sono negli altri Evangelisti, le quali non sono in S. Luca. » (Il medes. Comm. in libros hist.)

64. Bibbia. Cessa dunque di combattere la Tradizione, altrimenti, oltre quanto ti ho detto circa i danni che te ne avverrebbero, perderai affatto tutta la Santa Scrittura; poiché non puoi avere altro mezzo per conoscere che la Scrittura è parola di Dio, se non che la Tradizione.

Prot. Non sono in questo pericolo; perchè la Tradìzione riguardante l’autenticità dei libri Divini, l’ammetto ancor io. (Così i Protestanti detti Credenti.)

Bibbia. Ma o credi tu che la Chiesa nel proporre le divine verità è infallibile, ovvero che essa può ingannare. Nel primo caso obbligato sei ad ammettere tutte le tradizioni che ella propone e tiene per divine. Nel secondo obbligato sei a rigettarle tutte senza eccezione ed insieme con esse tutta la Santa Scrittura: perché non hai più sicurezza veruna che questa sia la parola di Dio.

Prot. Ammetto ancora altre tradizioni, ma non già delle verità primarie, ossia necessarie alla salute; perché queste sono tutte registrate nella S. Scrittura. (Così vari autori dei medesimi).

Bibbia. Di ciò ti smentiscono i testi che ti ho citati: che se non ti bastano, ascolta ancora S. Paolo. « Ed io, o fratelli, non potei parlare a voi come a spirituali, ma come carnali. Come a pargoletti in Cristo, vi nutrii con latte, non con cibo; imperocciocché non ne eravate capaci: ansi nol siete neppure adesso. » (I Cor, III, 1, 2). – Capisci il significato di queste parole? Se nol capisci, lo capirai dalle seguenti.

« Tu dunque, figliuol mio…. le cose che hai udite da me con molti testimoni, confidale ad uomini fedeli, i quali saranno idonei ad insegnarle anche ad altri. » (II Tim. I, 1, 2) Hai capito?

65. Prot. Stringenti sono le vostre ragioni: ma come ha potuto mantenersi nella Chiesa per tanti secoli, ed essere a noi trasmessa illibata, incorrotta una Tradizione tanto estesa, quale è la cristiana? Ciò è cosa impossibile. (Ultimò rifugio a cui si appigliano i protestanti).

Bibbia. Come ciò abbia potuto avvenire, te lo dice S. Paolo. Ascolta.

« Tieni (o Timoteo) la forma delle sane parole che hai udite da me con la fede e la carità in Gesù Cristo. Custodisci il buon deposito PER MEZZO DELLO SPIRITO SANTO CHE È IN TE. » (II Tim. I, 13, 14) Hai capito? Ha potuto mantenersi e si manterrà sempre illibata, incorrotta, per l’assistenza dello Spirito Santo che non abbandona mai la sua Chiesa.

66. Prot. « La Riforma (protestante), considerata nella sua pienezza, riconobbe ed ammesse l’appello alla Tradizione; quantunque non abbia riconosciuto l’infallibilità di singoli i Padri, e dei Concilj. Se si rigetta l’autorità degli antichi si apre la porta al deismo; perché la ragione, emancipata da ogni freno, passa a considerare la Bibbia come un’umana produzione, e a rigettare, o adottare ciò che le piace. Quindi, siccome la facoltà di raziocinare varia nei diversi individui, alcuni aggiungono, altri tolgono al Canone della Scrittura. Si porta fuori il testo come pieno d’interpolazioni, di errori, di assurdità. Si accusano i Sacri Scrittori d’ignoranza, di contraddizione e di fraudolenza: e ne segue la legittima inevitabile conclusione, che la Cristiana Religione non sia rivelazione: che Cristo non sia stato che un filosofo: e che l’uomo abbandonato sia alla sua ragione, ed a’ suoi meriti quanto alle sue speranze, alla salute!… Insomma, se si rigetta in questo fatto la testimonianza dei primitivi Dottori cristiani, si distruggono tutte le prove esteriori della Religione Cristiana. Cercano alcuni confondere la Tradizione col mezzo che a noi la fa pervenire; ma a tutti i loro argomenti noi rispondiamo che non ci appelliamo a’ Padri come a scrittori ispirati, ma come a idonei testimoni della fede che professavano i Cristiani di quell’età. » (Palmer. Tratt. della Chiesa, vol. 2, part. 3 Pref. p. 20). – La storia di Gesù Cristo non solo era conosciuta prima che scritta fosse nel Vangelo, ma tutta la Cristiana Religione era già creduta e praticata, quando ancora scritto non era alcun Vangelo. Si recitava il – Pater – prima che si leggesse nel Vangelo di S. Matteo; si usavano nel Battesimo le parole prescritte da Gesù Cristo, prima che gli Apostoli l’avessero scritte. » (Lessing, op. postuma teologica).

« I maestri dei primitivi Cristiani erano gli Apostoli, e uomini apostolici, e dalla loro bocca ammaestrati, si avevano essi assai presto procacciata la scienza de’ precetti della dottrina cristiana, e mentre non avevan forse neppure incominciato a leggere i libri divini. » (Griesbach, Curæ in historicam testus græci N. Test. P. 42)

« Il pensiero degli Apostoli, scrivendo e indirizzando le Epistole, non fu quello di manifestare a parte a parte tutti i dogmi necessari. Scrivendone, non facevan per altro modo che per via d’incidenza presentandosene loro il destro favorevole. E sebbene parlassero, come di passaggio, qualche poco dei dogmi fondamentali della fede; nientedimeno essi sapevano bene che il rimanente dei dogmi sarebbe stato di leggieri appreso per l’usanza delle Chiese da esso loro fondate. » (Grozio, Epist. 582, edict. 1763). Gli Apostoli, dunque, non insegnarono soltanto in iscritto, ma anche  a voce, e prima a voce che in iscritto, siccome la religione ne’ primi secoli fu propagata colla sola Tradizione: e Gesù Cristo medesimo né scrisse, né comandò di scrivere, ma di predicare. E narrano gli antichi presso gli Indiani, che le Chiese del1’Asia furono senza Scrittura per anni cento. » (Il medes.. Ad Consult. Cassandri. Opp. T 3, p. 688)

« Vivente Ignazio, il discepolo degli apostoli, con si buone salde credenze si vivevano i Cristiani, che orano già troppo per loro le semplici parole dei Vescovi;  né mi penso che fosse mai lecito di prendere in mano la Scrittura, e ricercarvi delle prove sopra quello che avevano udito. Tanto si stimavano i Vescovi, che ognuno gli avrebbe presi in iscambio degli Apostoli. » (Lessing, Opera postuma cit. p. 55).

« Falsa cosa ella è, e a torto intesa, il ricevere i libri biblici e la Sacra Scrittura, quasi contenessero e gli uni e l’altra completamente la Religione Cristiana. Frammenti venerandi essi sono e degni di ogni stima, i quali ci presentano alcune maniere d’insegnare adattate a quei tempi, non che parecchi punti della medesima Religione, ma nulla più. » (Tiestrunk, Critica del dogma cristiano protestante. 1799. T. I . Pref.). La Bibbia non è sufficiente a comporre e ordinare un sistema di religione, e chi ciò volesse tentare farebbe opera vana, o per lo meno di effetto dubbioso. E che ciò sia vero l’han ben dimostrato da ogni lato i Biblici [protestanti), i quali han cavato dalla Bibbia i loro dogmi pressoché sempre contraddittorii; perseguitandosi poi tra loro di continuo, e dandosi scambievolmente la taccia di eretici, e l’un l’altro offendendosi colle armi dell’autorità della Bibbia. (La Gazzetta Letteraria (protestante) di Iena, 1821, N. 48). Si aggiunga che i primi i quali statuirono un tal principio furono i nemici detta divinità di Cristo, ovvero, che è il medesimo, gli Ariani » (Il Foglio periodico –protestante- La Concordia, 1828, N. 48.)

« Non posso non udir di buon grado le voci concordi dell’intera antichità, le quali mi ripetono all’orecchio, come già i novatori giovandosi del nome di tradizione caduto in tanto odio tra loro, abbian voluto troppo assai cose gettare a terra. A questa tolsero eziandio quella divina autorità che pure si gode, secondo estima Ireneo, quella divinità, dico, che essi attribuiscono alla sola Scrittura. » (Lessing, Risposta agli errori del tempo).

« I principii d’Ireneo senza più stabiliscono si avesse la Tradizione vocale dogmatica per fonte autorevole ed autentica del conoscimento della verità; questo e non altro ne fosse il senso, come tale i fedeli ne usassero, e stessero pure agli scritti degli Apostoli. Conciossaché Ireneo, confutando la dottrina degli eretici, la dimostra contraria alla tradizione dogmatica vocale, che nata a’ tempi degli Apostoli, da quel tempo in poi nelle Chiese Apostoliche si era purissimamente conservata. » (Feder Muenter, Vescovo Luterano di Selanda in Danimarca: Compendio istorico de’ più antichi dogmi della Chiesa, 1802.). – « È fuor di dubbio che aver debbono eguale autorità tanto quelle cose che gli Apostoli scrissero, quanto quelle che dissero. Agostino ed altri credono istituite, o approvate dagli Apostoli quelle cose che in tutta la Chiesa furon sempre ricevute senza l’autorità de’ Concilj Generali…. Del resto anche quelle cose che credono i protestanti non sono tutte letteralmente nella Scrittura. Dicono che non debbono ammettersi le conseguenze, ma essi spesso le ammettono secondo il privato sentimento di ciascuno; onde le tante e tanto grandi discordie tra essi, e le quotidiane separazioni…. I Cattolici poi ammettono quelle conseguenze che ammesse furono dall’antica Chiesa con antico universale consenso, e cosi ogni parola è confermata da due testimoni – dalla Bibbia e dalla Tradizione – che con mutua face s’illuminano. Imperocché alle Scritture crediamo per testimonianza della Chiesa, come rettamente disse Agostino, cioè in forza delle tradizioni: e la Scrittura comanda le apostoliche tradizioni,… e la Tradizione interpreta la Scrittura. » (Ugone Grozio, Ad consultationem Cassandri, I . 3, p. 688.)

« Arbitrando e giudicando a sua posta Lutero, si affaticò dattorno al Cristianesimo, e malamente ne conobbe lo spirito. Gittò in mezzo un’altra religione, un’altra lettera, che vuol dire, la sacra autorità, o meglio, l’autorità universale della Bibbia, per le quali s’intramise nelle faccende, e negli officii di religione un’altra scienza, avvegnaché sommamente estranea e terrena, cioè la filosofia, la quale, come ben si pare, ha una potenza di distruzione maravigliosa. I Riformatori han messo del tutto in non cale le difficoltà che sono state loro fatte, e ne han dimenticato le necessarie conseguenze. » (Novalis, Opere varie, 1826).

« Ricercando ora questa ora quell’altra cosa, come insino adesso si è fatto, ne segue che i protestanti, perché contrari alla Tradizione, hanno una mentita dalla storia pura e libera da falsità. Mal non si appone la Chiesa Cattolica dicendo essere stata la Tradizione in grande onoranza presso i primitivi Cristiani » (Muescher, Compendio istorico della. Religione, T. I , p. 344)

« Ricever la testimonianza della Tradizione in un caso, secondo che piaccia, e rigettarla in un’altra congiuntura, come che ugualmente chiara e universale, egli è questo un rinnegare tutti i principii, e dare altresì un segno d’incostanza e malizia senza pari. » (Reeve, Les Apologies: T. I. Sul vero uso de’ Padri della Chiesa, p. 48.).

« Se insistiamo noi sulla incertezza della Tradizione in generale, ciò può produrre conseguenze assai serie, perché, l’autorità e genuinità dei libri della Scrittura riposano in grado non poco considerabile sulla testimonianza della Tradizione primitiva. » (Palmer Op. cit.p. 20).

« Quegli, il quale per niuna guisa vuol ricevere la conforme testimonianza delle antiche Liturgie, né de’ Padri della Chiesa, né dei Concilj, può egualmente rigettare l’autorità degli Scritti rivelati, il battesimo dei bambini, ed altrettanti cose, non che la natura divina di quel Signore e Redentore Nostro, che è Gesù Cristo, e gittare siffattamente di un colpo la fede e la Chiesa. » (Hibes il Sacerdote Cristiano, T 1)

« Negata la Tradizione, non vi ha più strada, per difficile che sì voglia, a dichiarare parola di Dio il Vecchio ed il Nuovo Testamento. » (Collier, Giustificazione de’ motivi, e difesa delta rivelazione, T. 1)

Bibbia. Perché mai, con tali persuasioni, osi combatter si alacremente la Tradizione divina?

Prot. « Perché, se si fa valere la Tradizione, non vi ha dubbio che la Chiesa Cattolica, la quale a lei si appella, abbia vinto la causa. » (Tzschirner, Lettere teologiche: 1820, p. 29).

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (6)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (6)

Trad. M. T. Garutti – Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa

Catania, 7 Marzo 1957 P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957 Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO VI.

MISTICI E MAESTRI DELLA VITA INTERIORE-L’INTIMITÀ CON DIO

I primi mistici cristiani

Chiamiamo mistici, nel senso stretto della parola, i Cristiani che trovano nel loro battesimo le basi di una vera intimità con Dio, presente in essi mediante la grazia santificante. Questa intimità è 1’elemento specifico del vero misticismo. Essa comporta, oltre la fede nelle tre Persone, una stretta unione con Loro per mezzo di atti di speranza e di carità così intensi da permettere di godere in qualche modo della loro presenza. Tali atti, frutto della grazia e del modo  personale di ognuno di corrispondere alle sue ispirazioni sono attribuiti in modo speciale allo Spirito Santo che abita nel battezzato nel nome di Cristo. Questi elementi fondamentali sono già presenti nell’Epistola di San Clemente di Roma, ma sono evidentissima le lettere di Sant’Ignazio d’Antiochia. Abbiamo gia fatto notare i testi più salienti dell’autore, al principio di questo lavoro; testi veramente eloquenti e illuminanti circa questo aspetto caratteristico dei Padri (Cap. IV). Sant’Ireneo non ha l’ardore di Sant’Ignazio, ma la sua opera, erudita e calda, testimonia del suo alto ideale di vita cristiana. Nella sua dottrina, come in quella di S. Paolo, lo Spirito Santo occupa un posto importante. Egli distingue, nel battezzato, oltre il corpo e l’anima, lo spirito indicando con quest’ultimo termine sia la parte superiore dell’anima che lo stesso Spirito Santo, inabitante nell’anima del Cristiano docile alla sua azione. La perfezione dell’uomo, che comincia con la prima effusione dello Spirito Santo e che sarà perfetta e consumata soltanto in cielo, si realizza già in questo mondo nell’unità armoniosa dei tre elementi, quando l’uomo aderisce allo Spirito Santo ed è docile alle sue ispirazioni. Ancora, già fin da questo mondo, tale vita dello Spirito deve tradursi nello sforzo di acquisire una vera sapienza. Il Cristiano, formato alla scuola dello Spirito, saprà giudicare ogni cosa; distinguerà la follia dei pagani e degli eretici; si legherà con tutta l’anima a Dio, a Gesù Cristo, alla sua Chiesa; riconoscerà nella vita del Verbo incarnato la realizzazione delle profezie suggerite dallo Spirito; ritroverà la sua azione nelle presenti generazioni, che devono essere guadagnate al Verbo. Questa profonda dottrina era, per il vescovo di Lione, il fondamento spirituale di una progressiva divinizzazione. Egli la collegava a torto ad una teoria millenarista — teoria falsa ma che la Chiesa non aveva ancora condannata a quel tempo — tuttavia questo legame non compromette l’insieme della sua opera. Molto più pericoloso era il rnontanismo, che annunciava una nuova incarnazione divina, quella dello Spirito Santo, realizzatasi in Frigia, nella persona di Montano, alla fine del II secolo: illuminismo aggravatogli dall’eresia. Intervennero i Vescovi dell’Asia, sostenuti dai Papi. A Roma d’altra parte questi illuminati ebbero partigiani che San Vittore dovette combattere. Essi fecero proseliti persino in Africa, e Tertulliano si lasciò conquistare da loro: egli poi morì nella setta, senza pentimento, tanto questa falsa mistica lo aveva abbacinato. Questa caduta era tanto più penosa in quanto il prete cartaginese, brillante apologista e formidabile controversista, sembrava dotato per un’azione potente, di portata generale. Egli si isolò nella sua rivolta e morì, ignorato, in età avanzata. La decade di puro cattolicesimo che aveva seguito la sua conversione, verso il 195, fu fecondissima in opere di grande valore. Una di queste è consacrata alla preghiera, e vi si trova uno dei primi commenti conosciuti sul Pater. San Cipriano vi si ispirò più tardi nel suo opuscolo su « La preghiera del Signore » (De oratione dominica). Questo tema della preghiera è uno di quelli che caratterizzano meglio la spiritualità antica ed i Padri più famosi per scienza e pietà sono sulla stessa linea dei semplici pastori. A dispetto delle apparenti differenze fra i semplici fedeli ed i Cristiani colti, tra gli autentici membri della Chiesa, vi fu sempre una vera comunità di anime. La Didachè, anonima e popolare, che è forse il più antico documento della patristica, e la Tradizione Apostolica di Sant’Ippolito (al principio del III secolo), danno largo posto alla preghiera comune pubblica, dimostrando bene che il Cristiano si unisce a Dio nell’ambito di una società e per mezzo di questa, ma questo non esclude la preghiera personale, che viene presa anch’essa in considerazione, per lo meno incidentalmente, alla fine del trattato. L’autore del III secolo che ha esaltato l’orazione con più penetrazione è il grande esegeta alessandrino, Origene, scrittore mistico nel senso letterale della parola. Le sue omelie dimostrano perfettamente che, per lui, la preghiera comporta una vera intimità personale con il Dio cristiano in tre Persone. Egli si compiace di trovarne gli annunci profetici nell’Antico Testamento e le manifestazioni nel Nuovo, attraverso Cristo e lo Spirito Santo. Le lacune della sua teologia trinitaria sono colmate dalle intuizioni della sua vita contemplativa. Di questa egli pone le basi in un eccellente lavoro d’insieme sulla preghiera: egli espone anzitutto la dottrina generale, e la completa con una spiegazione particolareggiata del Pater. Ma i suoi innumerevoli commenti della Sacra Scrittura e le sue omelie dimostrano il mistico orientamento del suo pensiero, che si appoggia appena sulla lettera, sorpassa rapidamente persino la morale, per arrivare alla contemplazione dei misteri divini, in cui indugia, per una specie di istinto superiore, segno e frutto delle sue contemplazioni. Egli ha forse esagerato talvolta; ma non si può negare il valore del principio e l’eccellenza delle applicazioni, prendendole nel loro insieme. È in lui che il misticismo cristiano prende pienamente coscienza e delle sue vere fonti, gli scritti sani illuminati da una profonda ispirazione divina, e della sua missione, che è di portare alla vita perfetta i Cristiani docili allo Spirito Santo.

I Mistici del grande secolo in Oriente

In tutti i periodi di questo grande secolo, che comprende in realtà 150 anni di intensa attività cristiana, troviamo veri uomini di preghiera che possiamo raggruppare intorno a due Dottori eminenti in questo campo come in altri, San Giovanni Crisostomo, che incarna l’Oriente, e Sant’Agostino, per l’Occidente. Lo splendore della loro azione spirituale, al centro dell’epoca studiata, non deve tuttavia farci dimenticare i loro precursori o i loro continuatori. Sant’Atanasio, incarnazione viva della fede di Nissa nel IV secolo, fu tanto un lottatore che un uomo di preghiera, nel senso letterale della parola, e la sua amicizia con Sant’Antonio, del quale egli poi scrisse la vita, ne è il simbolo, se non la prova. A questa sorgente si alimenta la sua lotta dottrinale per la divinità di Cristo. I negatori erano filosofi, ferventi discepoli di Platone o di Aristotele, di Zenone o di Plotino. Lungi dal seguirli nelle loro sottigliezze, Atanasio conosce un libro solo, la Scrittura, un solo maestro, lo Spirito Santo, ed una sola guida, la Chiesa (v. cap. II). Tutto questo però non è realizzato veramente su un piano vitale, che per mezzo dell’azione della grazia, nella preghiera. Per Atanasio, i nomi di Padre, Figlio e Spirito Santo, non sono soltanto parole, neppure semplici idee; sono vere e grandi realtà, concrete, vitali, nelle quali Dio vive e con le quali noi viviamo in Dio. A queste sole parole, tutto il suo essere vibra di emozione religiosa. Tale emozione dipende dalla profonda coscienza ch’egli ha della nostra unione, per mezzo dell’amore, con queste divine realtà, le quali si degnano, attraverso la grazia, di associarci alla loro vita trascendente, nel Verbo che si è fatto carne affinché noi diventassimo figli di Dio, secondo la parola di San Giovanni. Per Atanasio non si tratta di una semplice verità dottrinale da ammettere per mezzo dello spirito; si tratta di una realtà vissuta, sperimentata nella preghiera. E questa esperienza è come la sintesi vivente di due saggezze: la Saggezza eterna che si abbassa fino a noi nella grazia, e la saggezza creata che è la risposta del Cristiano al dono di Dio. È da puro mistico che Atanasio risponde agli eretici del suo tempo: « Dio non ha bisogno di noi: Egli possiede la propria vita in se stesso, nella eterna generazione del Figlio. Tuttavia, gratuitamente, Dio ci avvicina a tal punto a Lui da farci entrare nel più intimo della sua vita. Non solo Egli ci ha creati allo scopo di unirci tutti al Figlio unico, ma, contemplandolo eternamente, ci contempla in questa unione che il tempo deve perfezionare al punto che Egli stesso non lo vede più separatamente da noi. Nella visione integrale che il Padre ha delle cose. Sapienza divina e Sapienza creata non si confondono, come vorrebbero gli ariani, bensì si sposano » (L. Bouyer; « L’incarnation et l’Église », p. 145). I Cappadoci, che continuarono l’azione dottrinale di Sant’Atanasio contro gli Ariani, non ne sottolinearono con altrettanta cura l’aspetto mistico, pur senza trascurarlo. È soprattutto a proposito dello Spirito Santo ch’essi intervennero, valorizzando l’azione divinizzatrice, azione che suppone nel suo autore la divinità. San Gregorio di Nissa, fratello di San Basilio, il più mistico dei tre dottori del gruppo, ha spesso descritto le tappe interiori dell’ascesa dell’anima verso Dio, presente in lei per mezzo della grazia. Toccava a Sant’Agostino riprendere la dottrina di Sant’Atanasio sull’unione interiore alle divine Persone, che è la base della sapienza mistica della Chiesa. Il Vescovo di Nissa è attirato molto di più dall’aspetto psicologico delle ascensioni dell’anima verso Dio. Egli appoggia volentieri la sua dottrina sull’Antico Testamento: « La vita di Mosè » gli fornisce la materia per una classifica delle vie interiori in tre tappe: il Cespuglio ardente ne rappresenta la partenza; il Nembo, i progressi interiori fino alla contemplazione; la Tenebra del Sinai, i vertici della vita mistica. Le omelie sui Salmi, sull’Ecclesiaste, sul Cantico, conducono il Santo a precisazioni nuove. La stessa dottrina è ripresa nelle otto omelie sulle Beatitudini, e nelle cinque consacrate al Pater. Tali insistenze dimostrano bene l’orientamento dell’autore; egli doveva essere uno dei maestri del misticismo orientale. La sua influenza in Oriente fu considerevole, soprattutto a Bisanzio, dove egli beneficiava d’altronde del prestigio senza eguale del suo amico, San Gregorio Nazianzeno, con il quale fu scambiato spesso. – San Giovanni Crisostomo, gloria della Chiesa di Antiochia, fu meno attirato dal misticismo che non i maestri di Alessandria e persino quelli di Cappadocia, anche se in molte delle sue opere se ne possono trovare tracce evidenti. Il suo apostolato fu soprattutto pratico e moralizzatore, ma si basava su un alto concetto di Dio che costituiva il centro unificatore della sua vita e dava tanta forza alla sua parola. Ora questa idea vivente di Dio, questa « teologia », era il frutto dei suoi anni di vita solitaria, consacrati alla preghiera e alla meditazione della Sacra Scrittura, di San Paolo soprattutto che sarà sempre il suo autore preferito. In ogni suo discorso si richiama alla potenza ed alla saggezza di Dio, alla sua misericordia e al suo amore; ha proclamato la sua giustizia e le sue volontà; ha difeso magnificamente i suoi diritti. I suoi migliori impeti oratori sono stati forse ispirati da questo pensiero della grandezza di Dio e della fragilità delle creature, come testimoniano le omelie sulla caduta di Eutropio. Il senso della vanità dei beni del mondo, che vi si rivela con tanta forza, ha come punto di appoggio necessario la perfetta intelligenza del tutto di Dio: Dio è il porto che non conosce tempesta, la vera città, lontani dalla quale noi siamo solo viaggiatori che soggiornano un giorno in un albergo e poi se ne vanno. – San Cirillo di Alessandria, al principio del secolo V, rappresenta egli pure, a modo suo, una forma evidente di misticismo, ed è forse proprio in questa che bisognerebbe cercare il segreto della forza che lo ispirò nella sua lotta contro il dualismo nestoriano. Questa eresia minava l’essenza stessa del Cristianesimo. Ciò che Sant’Atanasio aveva fatto nel IV secolo per difendere la divinità del Verbo in quanto Persona, anche prescindendo dalla sua Incarnazione, il suo successore nel V secolo lo farà per difendere l’unità di questa Persona del Verbo nella sua Incarnazione. Egli vi era indotto dalla tradizione dottrinale della sua Chiesa e di quella Scuola di Alessandria che aveva sempre posto al primo piano delle sue ricerche dottrinali i principii concernenti la divinità, considerata non solo nei suoi diritti di natura, ma fin nelle sue alte relazioni personali. Un certo misticismo tradizionale ad Alessandria, fin da Origene, induceva i teologi di questa chiesa a porre in primo piano nel loro pensiero la divinità, le Persone divine, lo Spirito Santo, con i suoi doni più elevati. Si devono attribuire tali doni a San Cirillo? Non lo sappiamo. In ogni caso, per rifiutarglieli, non basta rimproverare l’energia della sua resistenza a Nestorio, poiché questa stessa energia ha potuto avere una altissima ispirazione, che fu provvidenziale e che troppo spesso è dimenticata da certi storici. –

I mistici del grande secolo in Occidente

Per citare ancora soltanto dei grandi nomi, ci limiteremo a due personalità di primo piano, Sant’Ambrogio e Sant’Agostino, i quali si incontrarono nella loro vita terrestre, e si ricongiunsero nel loro misticismo, nonostante le diversità di carattere e di formazione.

Sant’Ambrogio, figlio d’un prefetto dell’impero romano, egli stesso consigliere degli imperatori verso la fine del IV secolo, spesso è conosciuto soltanto per il ruolo politico nella sua vita di uomo di Chiesa; tuttavia, per quanto grande sia stato, questo ruolo rimane subordinato a quello del Pastore o del moralista, educatore del popolo cristiano, e a quello dell’asceta che trascina le anime sulla via della perfezione. Quest’ultimo tratto è fortemente marcato fino al misticismo. Ciò traspare molto bene negli scritti che trattano della Verginità, ch’egli ha più di tutti esaltata, paragonandola ad un vero « matrimonio con Cristo », matrimonio che impone degli oneri, ma che comporta molti privilegi: privilegi del tutto spirituali, poiché è un dono divino e la sua patria è nel cielo. Essa ha un modello incomparabile in Maria, che ne è l’iniziatrice e l’esemplare perfetto fino alla fine dei tempi. Tale è il tema del più commovente dei suoi quattro trattati sull’argomento, quello che ha per titolo: La formazione di una vergine (« De institutione virginis », scritto verso il 392.). Ma il vero criterio, la base solida del misticismo del santo è la profonda unione con Dio; esso è evidente principalmente nel senso ch’egli ha della presenza di Cristo nell’anima cristiana e nel modo con il quale la descrive in uno dei suoi primi trattati sulla Verginità: « Noi abbiamo tutto in Cristo — egli dice — Volete guarire una ferita? Egli è medico. Bruciate per la febbre? Egli è fontana. Vi opprime l’iniquità? Egli è giustizia. Aspettate un aiuto? Egli è forza. Temete la morte? Egli è Vita. Desiderate il cielo? Egli è la Via. Fuggite le tenebre? Egli è Luce. Desiderate il cibo? Egli è alimento. Provate dunque e vedete quanto soave è il Signore. Beato colui che spera in lui » (XVI, 96). Cristo è il principio di ogni virtù. In una lettera al Vescovo Felice che egli ha consacrato, Ambrogio descrive con emozione le ricchezze del santuario cristiano, in cui si trova, con le Scritture che contengono la dottrina della sapienza, il tabernacolo santo dove risiede Cristo, che ci parla e nel quale noi abbiamo tutto (Dove è Cristo, vi è tutto). Ambrogio continua ancora: i doni spirituali non vengono che da lui; la pace e la giustizia sono un segno che Cristo è presente (Dove c’è la pace, lì c’è Ciisto). Cristo è nell’anima; anzi, Egli la muove con il suo Spirito, con la sua santa azione; colui che lo riceve e lo riconosce con amore depone in qualche modo sui suoi piedi un bacio devoto. Questa freschezza di sentimenti, che annuncia da lontano un San Bernardo, sorprende nel serio consigliere così ascoltato dagli imperatori del grande secolo cristiano. Essa è normale in un mistico la cui anima rimane ben fissa in Dio, qualunque siano le attività che lo occupano quaggiù. Troveremo la stessa nota, e ancora più pronunciata, nel Vescovo di Ippona. È nell’operadi Sant’Agostino che si trova, in Occidente, la dottrina mistica più completa e più profonda di tutta l’antichità, pura eco di San Paolo e di San Giovanni. La filosofia è qui ben subordinata al soprannaturale, malgrado certe apparenze che non possono ingannare. L’emozione sentita da Agostino a 19 anni, al tempo della scoperta della sapienza alla lettura di un libro di Cicerone, l’Hortensius, era filosofica più che religiosa, ma la religione vi aveva già la sua parte che diverrà predominante nel fecisti nos ad Te. del primo capitolo delle Confessioni, scritte a 42 anni: « Ci hai fatti per te, Signore! e il nostro cuore è inquieto fino a quando non riposa in te ». Agostino non godette di questo riposo che a 32 anni, al momento della sua conversione. Il primo appello alla sapienza, ricevuto aventi anni, porterà solo più tardi i suoi frutti. Il giovane fu immediatamente disorientato dalla sua adesione alla setta manichea, che contrapponeva in modo brutale il bene e il male, come princìpi eternamente in lotta in ognuno di noi; rimase avviluppato per dieci anni in questa eresia. Verso i trent’anni fu tratto dall’errore dal neoplatonismo, che gli insegnò il predominio di un principio unico, essenzialmente buono nel quale il Verbo aveva un ruolo principale. Però questa filosofia, per quanto grande e pura fosse o pretendesse essere sul piano morale e religioso, gli parve presto aridissima. Egli doveva poi utilizzarne i princìpi per tutta la sua vita; però ne sentì profondamente e amaramente le lacune, sul piano religioso, morale e spirituale. Tutto ciò è, ai suoi occhi, strettamente legato al mistero dell’Uomo-Dio. – Agostino non dimenticò mai il primo orientamento verso la devozione a Cristo, ereditato dalla madre. Tuttavia ne scoprì tutta l’importanza solo quando entrò nella prima maturità religiosa, verso i trent’anni: so: sostenne la sua reazione contro l’arida speculazione platonica che rischiava allora di perderlo. È soprattutto per mezz|o di San Paolo ch’egli arrivò alla luce completa sui misteri cristiani: il mistero del peccato, che è morte, quello della grazia, che è vita, la vita di Dio in noi ricevuta per mezzo del battesimo e sviluppata dall’azione dello Spirito Santo. Ecco la sola forza che ci strappa all’esilio del peccato e ci conduce alla patria ove Diiìr|p|ci attende. t L’apostolo San Paolo rimarrà per lui il vero maestro che lo ha introdotto nelle profondità del Cristianesimo; dopo averlo strappato al peccato, gli insegnerà a vivere in unione con Dio per mezzo di una carità ardente e luminosa, di cui lo Spirito Santo è il principio e l’animatore. E questa dottrina sboccerà nella contemplazione del Verbo di cui fu rivelatore San Giovanni, e di cui i suoi scritti sono la manifestazione progressiva. Nei commenti che ne ha fatto, Sant’Agostino dimostra bene che, con San Paolo, il suo maestro preferito, è il discepolo prediletto da Gesù. – Il tratto più saliente forse della devozione di Agostino, è l’interiorità. Egli concepisce Dio presente nell’uomo: intimus cordis est! E questo vale anche sul piano naturale, poiché gli piace innalzarsi razionalmente al Creatore attraverso la vita dello Spirito. Tuttavia quel punto di vista filosofico, così vero, così profondo, non gli basta. La fede gli rivela un’altra presenza di Dio nell’anima cristiana, presenza che ha due aspetti: da un lato, essa è temibile, tanto Iddio è santo; dall’altro lato, essa è mistero ineffabile di condiscendenza e di amicizia. Frutto interiore della grazia, essa è tutta soprannaturale. È conosciuta dalla fede, ma non diventa perfetta che con la speranza e la carità, e nella misura in cui queste hanno reale presa sull’anima. Esse devono trascinare nel loro movimento tutta l’attività interiore ed esteriore del Cristiano. Questa è la vera perfezione dell’uomo, sapienza eminente, profondamente soprannaturale, contemplativa e operante ad un tempo quando è sbocciata in pienezza. – Per poter realizzare questa perfezione, Sant’Agostino fa assegnamento soprattutto sui doni dello Spinto Santo. Questi doni rispondono ad un intervento superiore della grazia nell’anima, intervento che si amplifica a mano a mano che questa si libera dai sensi e si spiritualizza. I doni di timore e di devozione, rappresentano gli inizi interiori di questa importante azione divina, di cui gode il Cristiano generoso e docile alla grazia. Lo sostengono nei suoi rapporti con il prossimo la forza ed il consiglio, mentre la scienza e l’intelligenza gli danno, sulle creature e su Dio stesso, lumi relativi, ma penetranti, che preparano lo schiudersi della sapienza. La sapienza: ecco il dono mistico per eccellenza, vera unione a Dio, profondissima, unitiva e pacificante fino al grado possibile quaggiù. La funzione di questa sapienza, dono dello Spirito Santo, è descritta ampiamente nel lavoro sulla Trinità (nel libro XIV). Essa si confonde con quella devozione mediante la quale l’anima cristiana diventa una immagine vivente di Dio in tre Persone, Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa immagine esiste solo alla punta estrema dell’anima cristiana, quando, avendo appresi per mezzo della fede che è figlia di Dio, l’anima « realizza » in spirito questa verità con un amore disinteressato che l’afferra tutta intera e consuma l’unione con Dio. L’immagine in questione, che i teologi osservano come oggetto di studio, è utilizzata dall’anima orante, non per sapere, ma per possedere quel Dio che si degna di darsi in godimento a coloro che lo amane! Là dove il teologo analizza e distingue per osservare il reale, il santo si limita ad amare guardando quel Dio trascendente e presente, Uno e Trino: Padre, Figlio e Spirito Santo. Questa contemplazione è il frutto precipuo delle virtù teologali e dei doni dello Spirito Sante! È il punto culminante della mistica agostiniana, in cui il Cristo resta la via, per mezzo della sua umanità, ma introduce le anime oranti e umili nella verità piena e nella vita, attraverso l’unione alle Tre Persone. – La mistica di Sant’Agostino, pura eco di San Paolo e San Giovanni, non dimentica la santità di Dio tanto proclamata dall’antica Legge. Essa ne precisa perfino le esigenze, moltiplicandone però le forze interiori che permettono al Cristiano di rispondervi, nel quadro delle virtù teologali, poiché tale è l’atmosfera in cui si spiegano le grandi energie. Queste forze rendono generose le anime capaci di innalzarsi a mezzo della fede al disopra delle preoccupazioni terrestri, per permettere loro di vivere già in qualche modo nel cielo, con una salda speranza ed una generosa carità.

Altri mistici antichi

Accanto ai veri maestri della preghiera che abbiamo indicato altri nomi possono essere segnalati che, per titoli diversi, hanno una certa parentela con la loro ispirazione. Non tanto quelli dei poeti cristiani, come Efrem Siro, Paolino da Nola e Prudenzio: la loro religiosità è purissima, ma la loro ispirazione non propriamente mistica, quanto quelli di due personaggi meno noti e che non sono venerati come santi: Diadoco, il più antico, Vescovo di Fotiké, in Epiro, all’epoca di San Leone e Giuliano Pomere, monaco e prete di Arles nel V secolo. Ambedue hanno una mistica solida e persuasiva. Il primo ha lasciato una bella esposizione « sulla perfezione » cristiana in cui insiste, più degli altri antichi maestri spirituali, sopra un senso interiore o un gusto spirituale che strappa l’anima alle dolcezze terrestri e la incammina verso una esperienza vitale di Dio legata alla sapienza. Questa è d’altronde legata strettamente ad una « teologia », che è meno uno studio che una « contemplazione », vale a dire una misteriosa unione a Dio, frutto della grazia e della carità. Il secondo, spirito colto, filosofo e asceta, è conosciuto solo per l’unico suo scritto conservato, La vita contemplativa, che tratta d’altronde più di Pastorale che di Mistica. La vita spirituale viene considerata dall’autore in due tappe, una attiva, in cui domina lo sforzo per acquistare la perfezione; l’altra contemplativa, in cui l’anima assapora qualcosa delle realtà eterne e vi trova forze per l’apostolato interiore, di cui Pomere sembra avere avuto il gusto maggiore. – È alla fine dello stesso secolo che appare, in Oriente, l’opera d’un puro mistico che si spaccia per « Dionigi l’Areopagita ». Lasciamogli questo nome, anche se egli non è altro che uno pseudo-Dionigi. Egli credeva di esporre una dottrina conforme alla tradizione — e lo è sostanzialmente — anche se la forma è nuova. L’autore scriveva fra il 480 ed il 520. Questo misterioso personaggio è, senza alcun dubbio, un Vescovo palestinese di Maiouma, nella regione di Gaza, Pietro detto l’Iberiano, dal nome del suo paese di origine, l’Iberia o la Georgia. L’impiego del nome del convertito di San Paolo (Dionigi, vescovo di Atene, secondo gli antichi. La tradizione che ne fa il primo Vescovo di Parigi è più recente lo confonde con il Dionigi mandato in Gallia dal papa San Fabiano, nel III secolo) mirava probabilmente ad accreditare, se non una nuova dottrina, almeno una nuova presentazione delle verità cristiane correnti. – L’opera « aeropagitica » utilizza abbondantemente in effetti, la filosofia neo-platonica di Proclo, in onore della scuola di Gaza alla fine del V secolo. Essa comprende una breve Teologia mistica (in cinque capitoli e tre grandi opere di teologia generale: i Nomi divini la Gerarchia celeste e la Gerarchia ecclesiastica. L’aver ricorso al plotinismo nell’esposizione, non vizia queste tesi che, nell’insieme, riposano su una base rivelata abbastanza solida. – La nota mistica è dovunque molto accentuata nell’opera di « Dionigi », il quale ha goduto di una larga autorità nel Medio Evo. L’aspetto dottrinale, tuttavia sempre presente, anche nelle pagine consacrate all’esperienza religiosa più alta che è la contemplazione. Questa è considerata, ora sotto un aspetto negativo (silenzio, tenebre), ora sotto un aspetto positivo (conoscenza di Dio, di origine superiore, e quindi divina); il mistico riceve più di quanto non guadagni con lo studio (non solum discens sed et patiens divina). Le gerarchie stabilite dall’autore riposano sulla contemplazione. Questa produce « un costante amore verso Dio e le cose divine… la visione e la scienza della verità sacra; una partecipazione divina alla semplice perfezione di Colui che è sovranamente semplice, il godimento della contemplazione, che nutre lo spirito e deifica chiunque è innalzato fino a lui » (Gerarch. eccl. I, 3). La « teologia » che « Dionigi » ha soprattutto di vista, è una semplice e profonda presa di possesso di Dio, indipendente da ogni elaborazione attiva dello spirito, ricevuta da Dio come una partecipazione soprannaturale alla vita divina. È, in una parola, una profonda vita teologale, più celeste che terrestre. – La « Teologia » di « Dionigi l’Areopagita » fu introdotta negli ambienti spirituali latini e bizantini da San Gregorio Magno (+ 604) e San Massimo il Confessore (+ 662). La forte personalità di questi grandi discepoli attenuò quanto vi era di troppo filosofico nell’opera dionigiana. Essi ne moderarono l’aspetto teorico con una felice insistenza sulle condizioni pratiche della perfetta vita cristiana. – San Gregorio Magno ha lasciato nelle sue omelie, e soprattutto nei Moralia, delle ricchissime trattazioni riguardanti la contemplazione, che è soprattutto sapienza soprannaturale, capace di dare una certa percezione di Dio, sotto forme d’altronde molto diverse. Egli la paragona ora ad una visione lontana, come nella notte, ora a una parola, o meglio, a un mormorio. Essa è rapida, e talvolta non dura che un istante: semplice preludio (initia) della visione beatifica. Tuttavia i suoi effetti sono possenti: umiltà profonda, pentimento efficace, pace e gioia celesti, ardore generoso nella ricerca di Dio.

San Massimo il Confessore (580-662) mette l’accento su due punti che hanno poco rilievo nell’opera dionigiana: Cristo da una parte, la carità dall’altra. Cristo occupa, in lui, un posto centrale, principalmente sul piano della vita cristiana. Non solo è l’autore della grazia, ma è il nostro modello per eccellenza: l’imitazione di Cristo è la grande legge della vita cristiana nella lotta contro il male, nella preghiera e nella contemplazione, nell’esercizio delle virtù, principalmente la carità. Questa è la regola della vita perfetta. E include evidentemente l’amore del prossimo, ma nella sua essenza, l’amore di Dio, principio della forza come dei suoi privilegi. È la carità che deifica veramente le anime, dando loro i sentimenti che si pone la filiazione adottiva, unendole moralmente a Dio fino a quell’intimità rivelata dal titolo « di sposa». È da Cristo che vengono tutti questi doni; egli abita infatti nelle anime per mezzo della fede, e con lui vi sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza, e se tanti Cristiani non li scoprono è perché sono pigri e negligenti nella loro vita spirituale.

LO SCUDO DELLA FEDE (143)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (10)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA

1861

DISCUSSIONE XI

Il Celibato ecclesiastico: i Voti monastici.

Prot. Sta bene pertanto, che la Chiesa abbia ed eserciti una piena potestà per imporre ai fedeli precetti disciplinari, purché si contenga entro i limiti di una conveniente moderazione. Ma la Cattolica Chiesa, o come voglia dirsi, il Papa, passa veramente agli estremi; imperocché ha stabilito una certa qualità di digiuni, di vigilie, che io credo contrari non meno alla parola di Dio che alle sante leggi della natura. Mi spiego: Ella ha ordinato che tutti i Sacri Ministri del culto vivano e muoiano nel celibato: che tutti i claustrali Monaci, Frati e Monache si leghino con voto perpetuo di castità! È questo un eccesso inaudito d’iniquità, essendo certo che Gesù Cristo o S. Paolo hanno di tal maniera disapprovato, e dissuaso questo infelicissimo stato, che il vivere nel celibato per piacere a Dio è una vera empietà: i voti fatti a tale oggetto sono empi, irriti e nulli. (Lutero. Lib. de Votis monastici!- Calvino: Lib. 4. Instit, cap. 3.- Confess. Augustana, Art. 27. etc.)

Bibbia. Dice Gesù Cristo : « V i sono degli eunuchi che si sono fatti eunuchi da loro stessi per amore del regno de’ cieli…, » Chi può capire capisca…. » Capisci tu o no? Se non capisci ascoltane dal medesimo una spiegazione. «Chiunque avrà lasciata la moglie per amor del mio nome, riceverà il centuplo, e possederà la vita eterna. (Matt. XIX, XII. 29)  » Ascolta adesso S. Paolo. « È cosa buona per l’uomo non toccar donna…. Bramo che voi tutti siate qual son io; ma ciascuno ha da Dio il suo dono, uno in un modo, uno in un altro. A quei che non hanno moglie, e alle vedove io dico, che è bene per loro che se ne stiano così come anch’io (sto così). Intorno poi alle vergini non ho comandamento dal Signore: ma ne do consiglio come avendo ottenuto dal Signore misericordia, perché io sia fedele…. Sei tu legato a una moglie? Non cercar di essere sciolto. Sei tu sciolto dalla moglie? Non cercar di moglie. Chi è senza moglie (N. B.) ha sollecitudine delle cose del Signore, del come piacere a Dio. Chi poi è ammogliato ha sollecitudine delle cose del mondo, del come piacere alla moglie, ed è diviso. E la donna non maritata, e la vergine ha pensiero delle cose del Signore, affine di esser santa di corpo e di spirito. La maritata poi ha pensiero delle cose del mondo, del come piacere al marito. – Chi ha risoluto fermamente nel suo cuore, non essendo astretto da necessità, ed è padrone della sua volontà, e ha determinato in cuor suo di serbare la sua vergine, ben fa. Dunque chi marita la sua vergine fa bene, e chi non la marita fa meglio. Ma sarà più beata se resterà così, secondo il mio consiglio: penso poi di avere io pure lo spirito di Dio. » (I. a’ Cor. VII, 1, 7, 8, 25 e seg.) – Finalmente sta scritto: « E udii una voce del cielo…. quasi di citaristi che suonavano le loro cetre, e cantavano come un nuovo cantico dinanzi al trono :… e niuno poteva dire quel cantico, se non quei cento quaranta quattro mila, i quali furono comperati di sopra la terra. Questi son quelli (N. B.) che non si sono macchiati con donne; imperocché sono vergini. Questi seguono l’Agnello dovunque vada. Questi sono comprati di tra gli uomini, primizie a Dio, e all’Agnello. (Apoc. XIV, 2 e seg) » – « Vi scongiuro, o fratelli, per la misericordia di Dio, che offriate i vostri corpi ostia viva, santa, gradevole a Dio, (che è) il razionale vostro culto. » (Rom. XII, 1) – Eccoti dunque dichiarato per divina sentenza che lo stato del celibato è migliore e assai più perfetto dello stato matrimoniale: che non solamente è da Gesù Cristo promessa la eterna vita in premio del celibato; ma che i vergini sono in Paradiso i suoi prediletti, che sempre, ovunque vada, lo seguono quali sue care primizie, e che la castità corporale tanto a Dio piace che l’ha per una specie di sacrifizio, di culto divino grandemente a lui accetto. Dopo ciò oserai dire ancora che – i voti sono empj, che chi li fa per piacere a Dio commette un’empietà? – È vero che Dio non avendo costretto alcuno a vivere in perpetuo celibato, la Chiesa non può costringere chicchessia ad abbracciare lo stato ecclesiastico, o monacale a cui tale obbligo è annesso; ma è pure altrettanto vero che poté annettere a tale stato quest’obbligo stesso per chiunque si sente di volontariamente abbracciarlo, per la potentissima ragione che i soli celibi sono veramente atti a servire Iddio, ed esercitare il culto divino; perché i soli celibi – hanno pensiero, sollecitudine delle cose del Signore, del come piacere a Dio, mentre i legati in matrimonio, hanno pensiero, sollecitudine delle cose del, mondo, e del come piacere alla comparte. –

58. Prot. Se la Chiesa ha questa potestà, perchè gli Apostoli non ne han fatto uso? Forse che il Papa ne sa più di essi? Qui ti voglio!

Bibbia. Chi ti ha detto che non ne han fatto uso? Ascolta. « La vedova si elegga di non meno di sessant’anni…. Ricusa le vedove più giovani; imperocché dopo che hanno lussuriato contro di Cristo, vogliono maritarsi: avendo condannazione, perché  hanno rotta la prima fede. (I. a Tim. V, 9, 11, 12) » Dimmi adesso, cos’è questa prima fede rotta rimaritandosi, se non la violazione del voto di perpetua castità? Che se altra cosa significasse, come avrebbe potuto dire S. Paolo che tali vedove maritandosi avevano la dannazione; mentre il medesimo altrove insegna che la vedova è libera di maritarsi con chi le piace? « La moglie è legata alla Legge tutto il tempo che vive il marito: che se muore il marito, ella è in libertà: sposi chi vuole: purché secondo il Signore. (I Cor. VII, 39) » Che ne dici? Su via da bravo: rispondi.

59. Prot. « Io vi confesso che non posso leggere questi passi: vi sono eunuchi che si son fatti tali pel regno de’ cieli: chi può intenderlo lo intenda. – Io vi dico in verità che chi avrà lasciato padre, o madre, o moglie, etc. pel mio nome, etc. Quegli che sta fermo in cuor suo, e non avendo alcuna necessità, ma ha potestà sul proprio volere, ed ha così stabilito nell’animo suo di serbare la sua vergine, fa bene. – Io dico: non posso legger questi ed altri passi senza riconoscere, che, sebbene il matrimonio non solo è permesso, ma onorevole, anzi Nostro Signore ha santificato colla sua presenza il rito nuziale, sollevandolo ad un mistero, e ad un’immagine della sua unione con la Chiesa, nondimeno una via più eccellente è indicata a quelli a’ quali ciò è dato. Egli è il carattere stesso della fede che mentre nobilita l’uso del benefizio promesso da Dio, addita a quelli che posson riceverla una strada più sublime, coll’andar loro innanzi. Così dichiara che ogni creatura di Dio è buona, e la consacra a nostro uso con la parola di Dio e l’orazione, eppure mostra una via più eccellente nel digiunare – Quegli che vede in segreto vi ricompenserà in palese. – Essa insegna che le nostre terre sono in poter nostro, eppure promette il centuplo a quelli che abbandonano case e terre per amor del suo nome e del Vangelo…. Ma perché gli uomini, precipitando le cose, dovranno saltare al lato opposto, ed esercitar la tirannia in senso contrario sulle coscienze degli uomini? Perché diffamare e spregiare come papistico ciò che è primitivo? Perché non dovrebbe il celibato usarsi da quelli a cui è dato per legare più fermamente gli affetti del cuore a Nostro Signore, anziché a Roma?

« La Scrittura dice: Quegli che non è maritato pensa alle Cose che sono di Dio: perché dunque recidere le aspirazioni di quelle anime più ardenti, che speran così di attendere al loro Signore senza distrazione? Perché non esser riconoscenti pei beni che godiamo, senza contendere a quelli che li hanno lasciati per amor di Dio la benedizione annessa alla propria annegazione, affinché possano darsi al meglio, totalmente a queste cose e al servizio del loro Signore?… Perché noi (protestanti) invece delle nostre società visitatrici non dovremo avere le nostre Suore della Carità, la cui immacolata religiosa purezza fosse il lor passaporto in mezzo alle scene della miseria e del vizio, recando intorno a se quel rispetto che anche il peccato sente verso l’illibatezza, e imprimendo un salutar senso di vergogna alla colpa colla loro stessa presenza? 1(L’anglicano dott. Pusey: Lettera al vescovo protestante di Oxford, 1839) ». – « I voti  (monastici) formano (nella vita monastica) una parte del culto divino.  (Melantone, Professione di fede, citata (V. n. 38) Art. X.) ». Sentite come ne scrissi una volta a certi miei seguaci: « Vi amo voi altri Wittemberghesi, allorché vi vedo assalire con tanto coraggio il Papa; ma i vostri matrimoni di Monache e di Frati sono veri incesti. (Lutero: Epist. ad Munzer: Ved. Audin, Storia della vita di Lutero, T. 1. p. 81. ediz. di Milano 1842.) »

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (28)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (28)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vic. Gen

TESTIMONIANZE DEI CONCILI ECUMENICI DEI ROMANI PONTEFICI, DEI SANTI PADRI E DELLE SACRE CONGREGAZIONI ROMANE CHE SI CITANO NEL CATECHISMO

DOMANDA 543a

S. Agostino, In Epist. Joannis ad Parthos, VIII, 1:

« Le opere di misericordia, i sentimenti d’amore, la retta devozione, la purezza di castità, la moderazione della sobrietà, sempre devon essere praticate…. son tutte virtù interiori. E chi è in grado di enumerarle tutte? È come un esercito del condottiero, che risiede nell’anima tua. Ebbene, a quel modo che un condottiero fa per mezzo dell’esercito quel che gli pare, così Gesù Cristo Signore, nel metter dimora nell’uomo, vale a dire nell’anima, per la fede (Agli Efes., III, 17) si vale, come coadiutori suoi, di codeste virtù ».

(P. L., 35, 2035 ss.).

DOMANDA 547a

S. Ambrogio, De Mysteriis, 42:

« Hai ricevuto l’emblema spirituale, spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di prudenza e fortezza, spirito di scienza e di pietà, spirito di timor santo: e tu conserva quel che hai ricevuto. T’ha contrassegnato il Padre, t’ha confermato Cristo Signore e ti ha dato pegno in cuore lo Spirito ».

(P. L., 16, 419).

Il medesimo, De Sacramentis, III, 8:

« Segue (il Battesimo) contrassegno spirituale…. perché dopo esso, rimane il perfezionamento, quando per invocazione del sacerdote viene infuso lo Spirito Santo, Spirito di sapienza e d’intelligenza, spirito di prudenza e fortezza, spirito di scienza e pietà, spirito di timor santo: quasi le sette virtù dello Spirito ».

(P. L., 16, 453).

DOMANDA 549a.

Leone XIII, Encicl. Divinum illud munus, 9 mag. 1897:

« All’uomo giusto, inoltre, se cioè vive la vita della grazia divina ed esercita colle virtù, per così dire, le sue facoltà, occorrono assolutamente que’ sette cosidetti doni dello Spirito Santo, grazie a’ quali l’anima è armata e fortificata, sicché più facilmente e più prontamente obbedisce a’ suoi cenni e impulsi. Perciò questi doni hanno tanta efficacia da sollevarlo alla vetta della santità e sono così eccellenti da sussistere tali e quali, benché in modo più perfetto, nel regno de’ cieli ».

(Acta Leonis XIII, XVII, 141).

DOMANDA 552a.

Leone XIII, Encicl. Divinum illud munus, 9 mag. 1897:

« E per opera appunto di tali carismi l’animo è destato e trasportato a desiderare e conseguire le beatitudini evangeliche, le quali, come i fiori della primavera, son segno e annunzio dell’eterna beatitudine ».

(Ibid.).

DOMANDA 566a.

S. Girolamo, Adv. Jovinianum, II, 30:

« Ci son peccati leggeri e ci sono i gravi. Altro è il debito di diecimila talenti, altro quello d’un quadrante…. Tu vedi perché otteniamo perdono, se l’imploriamo per peccati piccoli, mentre è difficile ottenerlo per peccati gravi: vedi che c’è gran distanza tra peccati e peccati ».

(P. L., 23, 327).

S. Cesario d’Arles, Serm. 104, 2:

« E, benché l’Apostolo enumeri parecchi peccati capitali, noi però diciamo in breve quali sieno, per non sembrar di ridurre a disperazione: il sacrilegio, l’omicidio, l’adulterio, la falsa testimonianza, il furto, la rapina, la superbia, l’invidia, l’avarizia; e, se a lungo covata, l’ira; e l’ubbriachezza abituale è pur computata nel numero di essi. Difatti chiunque sa d’essere schiavo di qualcuno di essi, se non si corregge degnamente e, avendo tempo, non ne fa assai lunga penitenza e non abbonda in elemosine e non si astiene da essi per l’appunto, non potrà purgarsi soltanto in quel fuoco transitorio, di cui parla l’Apostolo, ma lo tormenterà senza rimedio l’eterna fiamma. È utile anche, benché a tutti sia noto quali sieno, accennare alcuni almeno de’ peccati veniali, che dirli tutti sarebbe troppo lungo. È peccato veniale prender cibo e bere più del necessario, parlare senza misura o tacere più di quel che occorre…. Non crediamo che all’anima rechino morte simili peccati; però la contaminano con una specie di pustole e di orribile scabbia, sicché non può presentarsi che a stento, o almeno con grande confusione, all’abbraccio dello Sposo celeste… Se poi non ci ricordiamo di ringraziar Dio nella tribolazione, nè di redimere i peccati colle buone opere, staremo al purgatorio fino a quando que’ peccati veniali, come legna, stoppia o fieno, sien consumati. Ma qualcuno potrebbe dire : Non m’importa quanto vi starò, purché giunga alla vita eterna. Nessuno dica così, fratelli carissimi, perchè quel fuoco purgativo sarà più doloroso d’ogni pena che a questo mondo si può pensare, o vedere, o sentire ».

(P. L., 39, 1946).

DOMANDA 570a.

S. Pio V, Costit. Ex omnibus afflictionibus, 1 ott. 1567, prop. 20 tra quelle condannate di Baio:

Non c’è alcun peccato che di natura sua sia veniale; ma ogni peccato merita la pena eterna ».

(Du Plessis, 1. c. III, II, 110)

DOMANDA 583a.

S. Basilio M., Homilia in Psalm 33:

« Quando t’invade bramosia di peccato, vorrei che pensassi al terribile e intollerabile tribunale di Cristo, nel quale siederà il giudice sopra un altissimo trono e assisteranno tutte le creature, tremando alla gloriosa vista di lui. Vi sarem condotti anche ciascuno di noi, a rispondere delle azioni compiute in vita. Ai grandi peccatori si faranno subito intorno angeli terribili e deformi, con facce infiammate e spiranti fuoco, palesando così la crudeltà del proposito e del volere, simili in volto alla notte, per il dolore e l’odio contro il genere umano. Inoltre vorrei tu pensassi al baratro profondo, alle fitte tenebre, al fuoco senza splendore, capace di bruciare, ma privo di lume; poi una specie di vermi che inoculan veleno e divoran le carni, non mai sazii di rodere e per la furia del rodere intollerabilmente tormentosi. Finalmente, supplizio più di tutti molesto, quell’ignominia e confusione senza fine. Temi queste cose e preso da questo timore poni un freno nell’anima e reprimi il desiderio del peccato.

(P. G., 29, 370-1).

DOMANDA 585a.

Concilio di Trento : Vedi D. 74.

DOMANDA 586a.

Benedetto XII; Vedi D. 62.

S. Agostino, De anima, II, 8:

« Insomma ignoravi proprio quel che (Vincenzo Vittore) crede giustamente e salutarmente cioè che le anime son giudicate all’uscir da’ corpi, prima di presentarsi a quel giudizio, dov’esse dovranno esser giudicate, dopo rivestito il proprio corpo, e o patire o gioire in quella carne, colla quale han vissuto? Chi insordì contro il Vangelo con tanta ostinazione della mente da non intendere o non credere intese tali verità nel povero che, dopo morte, fu accolto in seno ad Abramo e nel riccone, di cui è descritto il tormento giù nell’inferno? »

(P. L., 44, 498).

DOMANDA 588a

Concilio di Firenze, Decretum prò Græcis:

« Similmente, le loro anime son purificate dalle pene del purgatorio, se muoiono davvero pentiti nell’amor di Dio, prima d’aver sodisfatto con degne opere di penitenza ai peccati in opere ed omissioni; e che, per esser alleviate da tali pene, giovano loro i suffragi de’fedeli che sono ancora in vita, cioè le S. Messe, le preghiere e le elemosine e le altre opere di pietà, che, secondo le norme della Chiesa, sogliono farsi da’ fedeli per gli altri fedeli. Inoltre son subito accolte in cielo a contemplare apertamente Dio uno e trino, com’è, l’uno più perfettamente dell’altro in proporzione de’ meriti, l’anime di quelli, che dopo ricevuto il battesimo non si macchiarono affatto di colpa, oppure si son purificate o in vita o, spoglie de’ loro corpi, come s’è detto quassù. Ma l’anime di quelli, che muoiono in peccato mortale attuale o nel peccato originale soltanto, subito scendono agl’inferi per una punizione però diversa ».

(Mansi, XXXI, 1031).

S. Giovanni Damasceno, De fide ortodoxa, IV, 27:

« Dunque risorgeremo coll’anima ricongiunta di nuovo al corpo, esente ormai da corruzione, e ci presenteremo dinanzi al tremendo tribunale di Cristo, e allora il diavolo e i suoi ministri e l’uomo suo, cioè l’Anticristo, e gli uomini empii e delittuosi saran dannati al fuoco eterno; fuoco, cioè, non a somiglianza del nostro, ma quale Dio sa. Invece quelli che hanno fatto bene rifulgeranno come il sole in compagnia degli Angeli nella vita eterna, col Signor nostro Gesù Cristo, per vedere ed esser veduti sempre e godere perciò d’una gioia che non verrà mai meno, lodandolo col Padre e collo Spirito Santo per infiniti secoli di secoli. Così sia ».

(P. G., 94, 1228).

DOMANDA 589a.

Concilio IV di Laterano: Vedi d. 179;  Concilio di Firenze, d. 585; Benedetto XII, d. 62; Pio IX, d. 162.

Papa Vigilio, Adv, Origenem, can. 9:

« Sia scomunicato chi dice o pensa ch’è temporaneo il castigo de’ demonii e degli empii e che avrà una fine, oppure che avverrà la riabilitazione e la reintegrazione de’ demonii e

degli empii ».

(Mansi, IX, 534).

DOMANDA 59la.

Concilio di Firenze : Vedi D. 588.

S. Gregorio Magno, Dialogus, IV, 43:

« Unico è il fuoco dell’inferno, ma non tormenta nelmodo medesimo tutti i peccatori, perchè laggiù ciascuno patisce tanto quanto esige la sua colpa ».

(P. L., 77, 401).

S. Agostino, De Fide, spe et caritate, 3:

« Dopo la risurrezione, compiuto i l giudizio universale, avranno fine le due città, cioè quella di Cristo e quella del diavolo, quella de’ buoni e quella de’ cattivi, l’una e l’altra però di angeli e insieme di uomini. Agli uni mancherà il volere, agli altri il poter peccare, o qualsiasi mezzo di morire; e gli uni vivranno davvero una vita perpetuamente felice, gli altri saranno per sempre infelici nell’eterna morte senza poter morire, perchè vivranno gli uni e gli altri senza fine. Ma gli uni godranno della felicità l’uno meglio dell’altro, gli altri patiranno l’uno meno dell’altro ».

(P. L., 40, 284).

DOMANDA 592a.

Concilio II di Lione (1274): Professio fidei Michaelis Paleologi:

« …. Che se davvero moriranno pentiti nell’amore, prima d’aver sodisfatto alle colpe commesse o alle omissioni con degne opere di penitenza, le anime di essi dopo morte son purificate dalle pene del purgatorio, come ci ha spiegato il fratello Giovanni: e ad esse giovano, per sollievo da siffatte pene, i suffragi de’ fedeli che sono ancora in vita, cioè le S. Messe, le preghiere e le elemosine e le altre pratiche di pietà che, secondo le norme della Chiesa, sogliono i fedeli fare per altri fedeli ».

(Mansi, XXIV, 70).

Concilio di Firenze: Vedi D. 588.

Concilio di Trento, sess. XXV, Decretum de Purgatorio:

« Siccome la Chiesa Cattolica, ammaestrata dallo Spirito Santo, ha insegnato, sulla scorta delle sacre scritture e dell’antica tradizione de’ Padri, tanto ne’ Sacri Concilii quanto recentemente in questo sacrosanto Sinodo, che il purgatorio esiste e che le anime ivi relegate aiutate co’ suffragi de’ fedeli, specie poi col sacrificio dell’altare, il Santo Sinodo prescrive ai Vescovi di curare con ogni premura che sia creduta e professata da’ fedeli cristiani e insegnata e predicata dappertutto la sana dottrina intorno al Purgatorio, com’è tramandata da’ sacri Padri e da’ sacri Concilii…. Procurino inoltre i Vescovi che si adempiano con pietà e devozione i suffragi de’ fedeli vivi, cioè le sante Messe, le preghiere e le elemosine e le altre pratiche di pietà che, secondo le norme della Chiesa, sogliono i fedeli fare per altri fedeli; e quelle che son d’obbligo per essi, secondo le disposizioni testamentarie o per altro titolo, siano compiute con cura e diligenza, non per burocrazia, da’ sacerdoti della Chiesa e dai ministri e dalle altre persone che vi son obbligate ».

Benedetto XII; Vedi D. 62.

Leone X, Costit. Exsurge Domine, 15 giug. 1520, propp. 37-40 tra le condannate, contro gli errori di Martin Lutero:

a 37. I Purgatorio non può esser dimostrato in base a sacra Scrittura, compresa nel canone.

« 38. Le anime nel Purgatorio non son sicure della loro salvezza, almeno tutte: e non è dimostrato da alcuna ragione o da passi scritturali qualsiasi ch’esse son fuori dalla condizione di meritare o di accrescer la carità.

« 39. Le anime in Purgatorio peccano ininterrottamente ogni volta che invocano riposo e inorridiscono delle pene.

« 40. Le anime liberate dal Purgatorio per i suffragi de’ viventi godono minor beatitudine che se avessero sodisfatto per conto proprio »

(Bullarium Romanum, 1. c. 751).

Pio IV, Costit. Injunctum nobis, 13 nov. 1564, Professione di Fede Tridentina:

« Fermamente credo che c’è il Purgatorio e che le anime ivi relegate sono aiutate co’ suffragi de’ fedeli; similmente che si devono venerare e invocare i Santi che regnano insieme con Cristo e ch’essi presentano a Dio preghiere per noi e che devono esser venerate le loro reliquie. Affermo con sicurezza che si devon tenere e conservare le imagini di Cristo e della Madre di Dio sempre Vergine, nonché degli altri Santi, e che ad esse deve tributarsi debito onore e riverenza; inoltre che da Cristo fu lasciata alla Chiesa la facoltà delle Indulgenze e l’uso di esse è oltremodo salutare al popolo cristiano».

(Mansi, XXXIII, 221 s.).

S. Gregorio Magno, Dialogus, IV, 39:

« Ognuno, quale si parte dal mondo, tale si presenta al giudizio. Si deve credere però che prima del giudizio vi è un fuoco purificatore di certe colpe lievi, in forza di quel che dice la Verità che non sarà perdonato nè in questo nè nel mondo futuro (Matt. XII, 32) chi bestemmierà contro lo Spirito Santo. Da questa espressione si può capire che certe colpe si possono cancellare in questo mondo, certe altre invece all’altro mondo. È logico infatti che, se qualcosa si nega di uno, s’intenda concessa per altri. Però, come ho detto, s’ha da credere che ciò può accadere per i piccoli e minimi peccati ».

(P. L . , 77, 396).

DOMANDA 595a;

S. Agostino, De Civitate Dei, XXI, 13, 16:

« Alcuni scontano le pene temporali solamente in questa vita, altri dopo morte, altri in questa vita e dopo morte, ma prima di quel severissimo ed ultimo giudizio patiscono. Non vanno però tutti alle pene eterne, che ci saranno dopo quel giudizio, coloro che dopo morte scontano quelle temporali. « Si creda pure che non ci saranno pene purificative, tranne che prima dell’ultimo e tremendo giudizio. Però non si deve negare che lo stesso fuoco eterno, a seconda delle colpe, sarà per gli uni meno, per gli altri più tormentoso, sia che ne varii la forza e l’ardore in proporzione alla pena, sia che pur ardendo egualmente per tutti, non tutti sentano eguale tormento ».

(P. L . , 41, 728, 731).

DOMANDA 596a.

Concilio IV di Laterano: V. D. 179; Concilio di Firenze, D. 585; Benedetto XII, D. 62.

Concilio di Vienna (1311-12) contro gli errori dei Beguardi e delle Beghine:

« 5. Ogni natura intellettiva è in sè stessa naturalmente beata e l’anima non ha bisogno del lume di gloria che la elevi a veder Dio e a goderne beatamente ».

(Mansi, XXV, 410).

DOMANDA 597a.

Concilio di Firenze: Vedi D. 588; Concilio di Trento, D. 282.

S. Gregorio Magno, Moralia, IV, 70:

« Poiché in questa vita c’è per noi discernimento di opere, nell’altra ci sarà senza dubbio un discernimento di dignità sicché chi nel merito supera qui un altro, lassù lo superi nel premio. Perciò dice la Verità nel Vangelo: In casa del Padre mio son molte le dimore (Gio. XIV, 2). Ma proprio nella diversità delle dimore sarà in qualche senso concorde la diversità stessa de’ premii; perchè in quella pace ci unisce tal forza che uno gioisce d’aver ricevuto in altri quel che non ha egli stesso ricevuto. Per questo ricevono egualmente un denaro tutti senz’aver lavorato egualmente nella vigna (Matt., XX, 10). In verità presso il Padre le dimore son molte e pure lavoratori differenti ricevono il medesimo denaro; perchè c’è un’unica beata letizia per tutti, benché non identica per tutti sia l’altezza di vita ».

(P. L., 75, 677).

Afraate, Demonstrationes, XXII, 19:

« Ascolta ora l’Apostolo che dice: Ognuno riceverà il premio a norma della sua fatica (I ai Cor., III, 8). Chi avrà lavorato poco, riceverà secondo la fatica sostenuta. Chi avrà corso mólto, avrà premio in misura della sua corsa…. E dice ancora l’Apostolo: Una stella supera l’altra di splendore; così sarà pure la risurrezione de’ morti (I ai Cor., XV, 41-2). Sappi perciò che, anche quando gli uomini entreranno nella vita, una mercede sarà pure più grande dell’altra e più insigne una gloria dell’altra e più cospicuo un premio dell’altro ».

(Patrologia Syriaca, I, I, 1030).

S. Efrem, Hymni et Sermones, 11:

« Chi avrà ben operato, entrerà in un luogo pieno di beni; rimarranno invece nell’inferno i cattivi per esser pasto al fuoco e in balìa delle fiamme, sicché ciascuno se n’andrà al suo posto; qui uno sarà immerso nel fango, donde più non si solleverà, là un altro sarà immerso nel fuocc per rimanervi in eterno; chi sarà avvolto nelle tenebre e non vedrà mai lume; chi scenderà nell’abisso e non lo risalirà più; chi ancora entrerà in luogo santo per rimanervi sempre. Chi siederà sul secondo gradino, chi sul terzo, altri saran levati fino al qunto, altri al decimo, altri al trentesimo, altri più su…. perché ciascuno avrà dalla divina giustizia in proporzione della sua fatica ».

(Lamy, o. c, II, 424).

S. Girolamo, Adv. Jovinianum, II, 32, 33, 34:

« Tocca a noi prepararci premii differenti secondo il differente sforzo…. Se dovessimo essere uguali nel cielo, inutilmente qui ci umilieremmo per poter essere là più grandi…. Perchè perseverano le vergini? perchè s’affaticano le vedove? Perchè sono continenti le maritate? Per quanto tutti abbiam peccato, tuttavia dopo il pentimento saremo come gli Apostoli ».

(P. L., 23, 329, 330, 333).

S. Girolamo, Adv. libros Rufini, I , 23 :

« Come non è detto arcangelo se non chi è primo tra gli angeli, così non si direbbero principati podestà e dominazioni se non vi fossero altri al disotto di loro e di grado inferiore…. Come anche tra gli uomini l’ordine delle dignità è diverso a seconda della diversa fatica, avendo il vescovo e il prete e ogni dignità della Chiesa il suo posto, pur essendo tutti uomini; così (sappia) che ci son meriti diversi fra gli angeli, e tuttavia tutti appartengono alla dignità angelica ».

(P. L., 23, 416-17).

S. Agostino, Sermo, 87, 6:

« Saremo dunque uguali in quel premio, primi gli ultimi e ultimi i primi; perchè il famoso denaro (Matt., XX, 2) è la vita eterna e tutti saranno uguali nella vita eterna. Splenderanno sì uno più, uno meno secondo i meriti diversi; ma, in ordine alla vita eterna, tutti saranno uguali ».

(P. L., 38, 533).

Il medesimo, In Joannem, LXVII, 2:

« Uguale per tutti è quel denaro, che il padre di famiglia comanda di dare a tutti gli operai della vigna, senza distinguere tra chi ha lavorato di più e chi meno (Matt., XX, 9); ora con quel denaro si allude alla vita eterna dove nessuno vive più di un altro, perchè nell’eternità non è diversa la misura del vivere. Ma le molte dimore (Gio., XIV, 2) alludono alla diversa ricompensa de’ meriti nell’unica e identica vita eterna ».

(P. L., 35, 1812).

ALCUNI PUNTI DISCUSSI CHE S’INCONTRANO NEL CATECHISMO

(PER I CATECHISTI CHE SPIEGANO IL TERZO CATECHISMO)

I.

DOMANDA 112a.

Discutono i teologi a proposito degli uomini che saran vivi nell’ultimo giorno. Alcuni ritengono che non moriranno prima del giudizio universale, ma saranno giudicati da vivi: e s’appoggiano tanto alle parole del Simbolo « di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti » quanto a quelle dell’Apostolo Ia ai Cor., XV, 51, che si leggono in molti codici greci: « Non tutti dormiremo, ma tutti saremo trasformati ». Però i più pensano che anch’essi moriranno per risorgere subito e poi subire, insieme con tutti gli altri, il giudizio universale. Difatto la Scrittura insegna: La morte passò in tutti gli uomini, perchè in lui tutti peccarono (Paolo, Ai Rom., V, 12); come in Adamo tutti muoiono, così pure tutti torneranno a vita in Cristo (I ai Cor., XV, 22). Giustamente ritengono più sicura e più probabile questa sentenza S. Tommaso, la, IIæ, q. 81, a. 3, ad I um; il Billot, De novissimis, tesi XII: P. Hugon, De novissimis, q. 1, n. 4; il Lépicier, De novissimis, p. 19 segg. Se la competente autorità dichiarerà certa la seconda opinione, nella risposta alla cit. Dom. 112 sarà facile, dopo le parole: ancor vivi aggiungere: per morir subito.

II.

DOMANDA 151a.

Se la Chiesa sia con giudizio solenne sia per ordinario e universale insegnamento propone da credere a tutti una verità come divinamente rivelata è certo per tutti (Dom. 148) a) che la Chiesa è infallibile nel proporre questa verità in questo modo; 6) che tutti devono accettare, e per fede divina e cattolica questa verità; (La parola cattolica sembra dal Concilio Vaticano aggiunta per significare che è necessaria tal fede se uno vuol esser membro della Chiesa cattolica, perchè chi nega o dubita d’una di queste verità con ostinazione è eretico e perciò più non appartiene alla Chiesa cattolica.) c) che perciò è un eretico chi la nega o ne dubita con ostinazione. Se la Chiesa, nel modo sopraddetto, propone da credere a tutti una verità per sè stessa non rivelata, ma connessa con quelle rivelate, come sono i fatti dogmatici e le censure contro le proposizioni che dalla Chiesa sono state proscritte e proibite (Dom., 150, 151) tutti del pari ammettono a) che la Chiesa è infallibile nel proporre anche questa verità in questo modo; b) che tutti debbono accettare, con interiore consenso, questa verità, sicché chi la nega o ne dubita con ostinazione commette peccato grave; c) che però costui non è in senso stretto eretico. Dunque noi accettiamo questa verità per fede, benché non cattolica, ma per qual fede? I più sostengono che l’accettiamo per fede ecclesiastica, perchè le verità di cui si parla non sono dette da Dio, ma soltanto dalla Chiesa, sotto l’assistenza di Dio (Il Card. Billot, De Ecclesia thes. 18 e De virtutibus infuses thes. 13; P. Palmieri, P. Schultes….). – Altri insegnano che accettiamo anche tal verità per fede divina, inquantochè l’accettiamo per l’infallibilità della Chiesa; ma siccome l’infallibilità della Chiesa poggia sulla parola di Dio che le promette la sua assistenza, primo e ultimo fondamento della nostra fede è la parola di Dio; e questa è fede divina. Altri, con altre parole, intendono questa fede (P. Schiffini S. J . , De virtutibus infusis, disp. III, sez. IV; P. Marin Sola O. P., La evolución homogénea, cap. V.)

Noi tralasciamo nel catechismo questa controversia de’ teologi, come si può vedere nella risposta alla cit. dom. 151.

III.

DOMANDE 158a . E SEGG.

Si domanda se la scomunica, massima tra le pene spirituali, comporti l’esclusione dal corpo della Chiesa, sicché lo scomunicato più non sia un membro della Chiesa.

Ci son tre pareri:

Il primo è affermativo per tutti gli scomunicati, non soltanto pei vitandi, ma pure pei tollerati. Sembrano appoggiar questo parere le parole della sacra Scrittura in Matt., XVIII, 17: Se non ascolterà la Chiesa, sia per te come un gentile e un pubblicano e quelle di parecchi santi Padri e Dottori e le formole della scomunica e dell’assoluzione, applicate a tutte le scomuniche.

Il secondo è negativo per i tollerati, affermativo per i vitandi: parere più in voga presso i moderni teologi, che intendono il riferito argomento d’autorità soltanto per i vitandi.

Finalmente il terzo è negativo per tutti gli scomunicati, anche pei vitandi, perchè nel Codice di D. C. can. 2257-2267, dove sono elencate tutte le pene contro gli scomunicati, non si legge nemmeno a proposito de’ vitandi questa gravissima pena, cioè l’esclusione dal corpo della Chiesa.

Noi abbiamo seguito il secondo, più in voga, come si è detto, presso i teologi moderni; ma se la competente autorità dichiarerà che il primo o il terzo hanno almeno una qualche probabilità, sarà facile correggere quel ch’è stato detto alle dom. 158 e segg.

IV.

DOMANDE 175a 296a.

Si domanda se possiamo pregare le anime del Purgatorio affinchè intercedano per noi dinanzi a Dio. L’opinione affermativa non soltanto è più accetta presso i teologi, specie moderni, ma è anche conforme, cosa più importante, alla pratica ordinaria de’ fedeli, alla quale fin qui la Chiesa in nessun modo ha contraddetto. Son contrari però teologi autorevoli, alcuni de’ quali citano in favore della loro opinione anche S. Tommaso, il quale insegna nella 2.a, 2æ, q. 83, art. 11, a l3° punto che le anime del Purgatorio non sono in condizione di pregare, ma piuttosto che si preghi per esse. Ma pure fra i tomisti non mancano quelli che intendono in altro senso le parole di S. Tommaso, cioè nel senso che il S. Dottore nega alle anime del Purgatorio una preghiera meritoria, quale risponde al nostro stato di vita, e la preghiera d’intercessione propriamente detta, che ha origine dallo stato di gloria, non però la preghiera che compete a tutti quelli che hanno carità e consegue alla comunione de’ Santi.

Noi riteniamo certa l’opinione affermativa, soprattutto perchè, come s’è detto, è conforme alla pratica dei fedeli, alla quale non mai contraddisse la Chiesa; di qui la risposta alle dom. 175 e 296. Che se la competente autorità dichiarerà erronea o in qualche modo dubbia quest’opinione, sarà facile correggere le citate risposte.

V.

DOMANDA 359a

A proposito de’ bambini, che muoiono col solo peccato originale, la dottrina insegnata nel catechismo è oggi comune, vale a dire che son privi della beatifica visione di Dio e così subiscono la pena del peccato originale, cioè quella del danno, non invece la pena del peccato personale, cioè quella del senso. Ciò posto, si domanda se abbiano cognizione della mancanza della visione beatifica e, se sì, patiscano o no dolore per questa consapevolezza. Qui son discordi i teologi.

Viene dapprima l’opinione di S. Tommaso. L’Angelico in 2. dist. 33, q. 2, a 2, aveva insegnato che le anime dei bambini conoscono d’esser prive della vita eterna e la cagione di essere così escluse e che tuttavia non se ne affliggono affatto. Ma poi nel De Malo, q. 5, a. 3 mutò parere, benché rimanga tal quale la conclusione, cioè che le anime dei fanciulli son punite unicamente colla privazion della visione beatifica e che per cagion d’essa, da loro ignorata, non hanno affatto dolore. « Le anime dei bambini non mancano, peraltro, della cognizione naturale, qual è propria dell’anima separata conforme alla sua natura, ma non hanno la soprannaturale, innestata qui in noi dalla fede, perché qui essi non ebbero in atto la fede, nè ricevettero il Sacramento della fede. Orbene appartiene alla cognizione naturale che l’anima sappia d’essere stata creata per la felicità e che la felicità consiste nel conseguire il bene perfetto. Ma è al disopra della cognizione naturale il sapere che quel bene perfetto, per cui è fatto l’uomo, consiste nella gloria, che i Santi possiedono. Perciò dice l’Apostolo che occhio non vide, nè orecchio udì, nè in cuor d’uomo fu capito mai quel che Dio ha preparato per chi lo ama e poi soggiunge: A noi fu rivelato da Dio per mezzo dello Spirito Santo; ora questa rivelazione riguarda la fede. Dunque le anime dei bambini non sanno d’esser private di tal bene e perciò non ne hanno dolore, ma possiedono senza dolore ciò che hanno per natura ». Quest’opinione non fu accettata da altri teologi. Così il Bellarmino De omissione gratiæ et statu peccati t. VI, cap. 6 pensa come probabile che « i bambini, morendo senza Battesimo, avranno dolore nell’anima perchè capiranno d’esser privi della felicità, esclusi dalla compagnia de’ fratelli e genitori giusti, relegati al Limbo, come in una prigione, e destinati a vivere nel buio sempiterno; però che questo dolore è in loro leggerissimo e mitissimo…». E i Virceburgensi Theol. Dogm., De Pecatis, n. 134 e segg., espongono queste tesi: i bambini, morendo senza Battesimo, son puniti colla privazione della felicità soprannaturale — son puniti anche colla privazione della felicità naturale — sembra più probabile che non sieno puniti colla pena del senso — son tristi per la privazione della felicità. Tralasciamo altre più severe opinioni di teologi. — In questa controversia noi, nel catechismo, insegniamo quel che è comunemente ammesso da’ teologi, appoggiati all’autorità di Innocenzo III, Pio VI, Pio IX.

VI.

DOMANDA 513a,

Per tutti è certo che le virtù teologali (fede, speranza, carità) sono infuse da Dio, com’è affermato espressamente nel catechismo, dom. 513, e che per via naturale non si possono conseguire. E delle virtù morali? C’è discussione tra i teologi; ma per ben intenderla bisogna notare alcune cose. Non si discute degli atti di virtù morale diretti a ottenere un fine d’ordine naturale; perché tutti ammettono che per compiere questi atti basta la virtù morale naturale, anzi nemmeno è necessario l’aiuto della grazia attuale. Così pure tutti ammettono che gli atti di una virtù morale diretti a ottenere un fine di ordine soprannaturale — per es. quando uno fa il digiuno per castigare e render docile il suo corpo — se si è in istato di peccato mortale, possono esser compiuti per la virtù morale naturale sotto l’influsso delle virtù teologiche (fede e speranza) e coll’aiuto della grazia attuale; e che a compierli non occorre una virtù morale infusa; però questi atti non son meritorii di vita eterna, per quanto dispongano alla giustificazione. Ma, e se si ha la grazia santificante? Allora questi atti hanno merito di vita eterna, donde il dubbio se anch’essi possono compiersi per virtù morale naturale sotto l’influsso delle tre virtù teologali, e col sussidio della grazia attuale, oppure occorra una virtù morale infusa. I Tomisti dicono che per compiere questi atti occorrono assolutamente le virtù morali infuse e che queste sono infuse insieme colla grazia santificante e insieme pure si perdono per causa del peccato. S’appoggiano all’autorità di Innocenzo III e del Catechismo per i parroci e alla ragione teologica. (Innoc. III in cap. 3 Majores, Sul Battesimo: Non tutti concedono in senso assoluto ciò che dicono gli objettanti che cioè la fede o la carità e le altre virtù non sono infuse ai bambini, in quanto non consentono: perchè a tal proposito si disputa fra i dottori di teologia. Alcuni affermano che in forza del Battesimo è rimessa la colpa ai bambini, ma non è concessa la grazia; altri dicono che son rimessi i peccati e infuse le virtù, possedendole quanto all’abito, non quanto all’uso, fino a che giungano a età competente. Il catechismo per i parroci, p. II, c. II, n. 51: « Allora sopraggiunge (nel Battesimo) il nobilissimo corteggio di tutte le virtù, che sono in fuse all’anima da Dio insieme colla grazia »). – Difatti le potenze dell’anima, benché agiscano sotto l’influsso delle virtù teologali e col sussidio della grazia attuale, non possono, abbandonate alle forze di natura, compiere atti proporzionati a quel bene soprannaturale, ch’è la vita eterna. È dunque necessario che Dio infonda nelle potenze dell’anima gli abiti operativi di quegli atti; ora tali abiti son le virtù morali infuse. Questa opinione dei tomisti è la più comune tra i teologi. Invece i scotisti pensano che non sia necessario ammettere, nel caso presentato, le virtù morali infuse da Dio. S’appoggiano all’autorità del Concilio di Trento sess. VI, cap. 7, dove il Concilio insegna che nella giustificazione s’infondono le virtù teologali, senza far cenno delle morali; e c’è anche la ragione teologica. Non si può dubitare, dopo conseguita la giustificazione, che l’uomo giusto può, sotto l’influsso delle virtù teologali e col sussidio della grazia attuale, compiere questi atti colle forze di natura; se infatti poteva ciò prima della giustificazione, cosa ammessa da tutti, lo potrà anche meglio dopo la giustificazione. Che, inoltre, dopo la giustificazione questi atti sieno meritevoli di vita eterna si deduce dal Con. di Trento, sess. VI, can. 32 (Tra le Testimonianze vedi questo canone tridentino, dom. 282 e le parole di S. Agostino, dom. 66) e dalla dottrina teologica sulla grazia santificante. – Difatti in virtù della grazia santificante l’uomo è sollevato a tal’altezza da diventar membro vivo di Gesù Cristo, tempio dello Spirito Santo, partecipe della divina natura, figlio di Dio (adottivo). « E se figlio, dice Paolo, ai Gal., IV, 1, anche erede per bontà di Dio » (La stessa cosa ripete l’Apostolo, Ai Rom., VIII, 16 ss.); ossia quegli atti, in virtù della grazia santificante, sono atti ormai di figlio; e, se son atti di figlio, sono atti di erede della gloria celeste; e, se son atti di erede della gloria celeste, sono anche atti meritevoli della vita eterna. Tutti i catechismi non fanno parola di tal questione (e di parecchie altre, circa le virtù acquisite o infuse, in discussione presso i teologi).

VII.

DOMANDA 583 E SEGG.

Non sarà fuor di proposito toccar qui brevemente de’ varii insegnamenti e opinioni sui Novissimi, segnatamente sull’Inferno e sul Purgatorio. Dell’Inferno s’ha da credere per fede divina:

1) C’è l’Inferno, costituito dai demonii e da quelli che son morti nel peccato mortale, anche se commesso una volta sola.

2) Nell’Inferno i dannati son puniti con doppia pena, cioè quella del danno e quella del senso, specialmente del fuoco.

3) Sono eterne, nè avranno mai fine o sollievo, le pene sofferte all’Inferno dai dannati.

4) Tuttavia non sono identiche per tutti, ma differenti conforme al numero e alla gravità de’ peccati, che meritarono l’eterna dannazione. È certo di certezza teologica, benché non sia di fede, che il fuoco, da cui son puniti nell’Inferno i dannati, è fuoco reale, ossia fisico, non metaforico. Il P. Hugon, De novissimis, q. 3, I, n. 7:

« Non c’è una definizione della Chiesa sulla natura del fuoco, ma l’insegnamento de’ teologi sul fuoco non metaforico, bensì reale, è talmente accettato nella Chiesa che sarebbe gravissima temerità pensare il contrario ». Così ripete il Lépicier. De novissimis, q. 4, a. 2; e il Card. Billot, De novissimis, q. 3, tesi 4. Si cita pure una risposta della S. Penitenzieria, che alla domanda « se si debbano assolvere i penitenti, che ammettono nell’Inferno soltanto un fuoco metaforico, ma non reale » rispose il 30 aprile 1890 « che siffatti penitenti bisogna con cura istruirli e gli ostinati non si devono assolvere ». Finalmente c’è libera discussione fra i teologi come possa un fuoco reale tormentar puri spiriti, quali sono i demonii e le anime de’ dannati prima della risurrezione; di qual natura è il fuoco d’Inferno, dove si trova l’Inferno, se sulla terra, o sotto, se è un luogo, oppure una condizione…

Riguardo al Purgatorio è di fede:

1) Che esiste il Purgatorio, dove son prigioniere l’anime di coloro, che morirono senza peccato mortale, ma debbono ancora espiare qualche debito di pena temporale.

2) Che nel Purgatorio le anime son punite sia colla pena del danno sia con quella del senso, cioè colla temporanea esclusione della visione di Dio beatifica e con altre gravi pene.

3) Che son differenti le pene delle anime in Purgatorio, riguardo alla durata e all’asprezza, a seconda del debito di pena temporale, che ciascuno deve scontare.

4) Che le lor pene possono esser fatte e più brevi e più miti coi suffragi che si offrono per esse. Non è di fede che le anime nel Purgatorio son punite con fuoco reale ossia fisico e non metaforico. Il Concilio di Firenze non ha voluto definir questo punto, perchè i Greci eran del parere che in Purgatorio le anime soffrano la pena del senso e non per fuoco reale e fisico, ma piuttosto per le tenebre e la tristezza del soggiorno… Anche oggi nella Chiesa Orientale tutti i catechismi non parlano di fuoco purificatore, così nella Chiesa latina il catechismo di PP. Pio X e molti altri. Ma d’altra parte il senso comune de’ fedeli nelle Chiese latine e l’insegnamento teologico (Cfr. il P. Hugon, 1. c. 9 q, a. 5, n. 3; Lépicier 1. e, q. 5, a. 2, n. 1; Billot, 1. e, tesi 7, col Bellarmino, col Suarez…. ) accettano la pena del fuoco reale, sull’autorità di S. Gregorio M. e di S. Gregorio Nisseno (S. Gregorio M., Dialogus IV, 39: « Però si deve credere che c’è prima del giudizio un fuoco purgativo per certe colpe lievi – P. L., 77, 396 -. S. Gregorio di Mssa, Orat. de mortuis: lo spirito «uscito dal corpo non potrà diventar partecipe della divinità, se non avrà tolto le macchie il fuoco purgativo inflitto all’anima » – P. G., 46, 530 -).

Così stando le cose, anche noi nel nostro catechismo (dom. 590) non parliamo del fuoco purificatore; ma se l’autorità competente giudicherà che si debba credere alla sua esistenza, sarà facile aggiungerne menzione alla citata risposta.

C’è libera discussione, finalmente, se, data l’esistenza del fuoco purificatore, esso sia della stessa natura del fuoco infernale, benché abbia minor violenza di tormento; come possano esserne toccate le anime separate dal corpo; dove si trovi il Purgatorio; se sia un luogo, oppure una condizione; se i peccati veniali sian rimessi, riguardo alla colpa, in virtù del fuoco purificatore. Il Dottore Angelico, De Malo, q. 7, a 11 insegna, a tal proposito, che i peccati son rimessi non in virtù del fuoco, ma d’un atto di carità verso Dio con detestazione de’ peccati veniali commessi in questa vita.

Il nostro catechismo, in conformità di quanto è detto nel Prœmio, tace completamente di tutte queste discussioni agitate liberamente fra i teologi. Piuttosto di consumar tempo nella disamina di tali questioni, sforziamoci con tutto l’impegno, come s’addice ai Cristiani, di evitare col viver bene, i castighi dell’inferno e, per quanto ce lo permette l’umana fragilità, colle penitenze e con le opere di misericordia sfuggire, o almeno abbreviare e mitigare, anche le pene del Purgatorio.

F I N E

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (4)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (4)

Trad. M. T. Garutti

Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa

Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur Catanæ die 11 Martii 1957

Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO IV

I CONTEMPLATORI DEI «GRANDI MISTERI»

Iniziatori alla vita profonda.

Tutte le verità rivelate sono dei « misteri », in quanto la ragione da sola non può stabilirne l’esistenza; esse non sono conosciute che attraverso la rivelazione. Questo è il primo significato della parola e delle realtà dette « Misteri »: Dio solo può accordarli ed anche rivelarli con i mezzi che Egli giudica bene impiegare e che sono infinitamente vari. Da una parte, queste verità non ci sono accessibili fino in fondo; lo sono tuttavia in parte, ed è per questo motivo che siamo invitati a prenderli come temi delle nostre riflessioni e dei nostri studi in vista della preghiera. – Tutte le verità rivelate sono atte ad alimentare in qualche modo la vita cristiana. Alcune tuttavia hanno a questo riguardo uno speciale valore, ed è per ciò quindi che noi le chiamiamo grandi misteri; grandezza relativa, fondata sulle nostre lacune, e grandezza reale proporzionata alle aspirazioni del cuore verso l’infinito, aspirazioni che i grandi misteri colmano con una abbondanza superiore, divina. Dottori che troviamo nel grande secolo patristico furono appunto attirati, più che in altri tempi, per un’azione della Provvidenza, verso quelle grandi realtà divine, non per vana curiosità, ma per la profonda comprensione che ne ebbero: essa fu molto penetrante, anche se relativa. Per scoprire tutta l’importanza di questi misteri nella nostra vita, ci vuole un particolarissimo dono divino. Fra coloro che in quel tempo beneficiarono di tale dono, i migliori furono Vescovi, ed aggiunsero di fatto, senza cercarlo, al loro titolo di Pastori, quello di Maestri nelle scienze divine, poiché vissero intensamente la dottrina nella preghiera. Si può dire di tutti i più grandi Dottori che furono dei «contemplativi » dei più alti misteri, prima di esserne i propagatori. – Sant’Ireneo (+ 201) fu in questo campo un vero iniziatore. Prima di lui, senza dubbio, Sant’Ignazio di Antiochia aveva dimostrato una profonda conoscenza di Cristo, ma non gli fu dato di esporre le ricchezze di questo mistero alla maniera dei Dottori. Egli fu un mistico ed un uomo di azione più che un maestro del pensiero. Da questo punto di vista, il Vescovo di Lione, venuto anche lui dall’Oriente, aprì ben più vasti orizzonti al nascente pensiero cristiano. Asiatico, venne in Gallia come missionario, succedendo nel 178 a San Potino, anch’egli venuto dall’Oriente. Egli consacrò la maggior parte del suo tempo, fino alla sua morte, avvenuta verso il 201, a combattere gli gnostici. La gnosi eretica veniva anch’essa dall’Oriente; seguiva dappertutto il movimento cristiano e lavorava a penetrarlo delle sue teorie dualiste, colorate di religione. Ireneo scriveva soprattutto in greco, sua lingua materna, e la sua opera principale, Contro le eresie (« Adversus hæreses », o « Contra hæreses » – II sec.-) è da distinguere bene da « Hæreses » (Panarion) di Sant’Epifanio (IV sec.), uno dei monumenti della letteratura cristiana in questa lingua. L’opera comprende cinque libri. Lo stile semplice, ma l’informazione è abbondante e di prima qualità; il trattato rimane per noi la principale delle nostre informazioni sulla gnosi eretica d’Occidente, le sue origini e le sue forme. Egli svolge contro di essa una argomentazione serrata nei tre ultimi libri di quest’opera, compiendo nello stesso tempo una magnifica esposizione di tutto il mistero cristiano. San’Ireneo sarebbe stato iscritto nella prima fila della lista ufficiale dei Dottori della Chiesa, se il suo titolo di Martire, liturgicamente superiore, non vi fosse finora opposto. Questo carattere dottrinale del Vescovo di Lione è ancora rinforzato, da cinquant’anni a questa parte, dalla scoperta di una: Dimostrazione della predicazione apostolica, in cui il santo espone, senza polemica, la fede tradizionale, con il solo scopo di istruire e di edificare. Si ritrova qui la sostanza del primo, ed i teologi vi si richiamano, senza dimenticare però il grande trattato contro le eresie che, dal punto di vista dottrinale, rimane l’opera capitale di quel tempo. – Il III secolo ne vedrà apparire altre dovunque, ed alcune di vasta portata, ma quasi tutte testimoniano, con qualche palese lacuna, che la cultura religiosa dell’epoca è ancora in formazione. I pensatori cristiani cercano la loro via e bisognerà aspettare il IV secolo perché appaiano, in ogni campo, opere definitive dal loro punto di vista. Queste prime esposizioni dottrinali mostrano che le sfumature del pensiero non sono ancora esattamente servite da quelle di una lingua tecnica ben adeguata al soggetto. Talvolta, anche, bisogna dirlo, i Padri di quel tempo non hanno ancora potuto accorgersi dei possibili abusi di una formula felice dal loro punto di vista, ma equivoca per altri spiriti meno provveduti. Da ciò molte debolezze di dettaglio, corrette però da una leale visione dell’insieme. – Queste lacune sono clamorose in Tertulliano, una delle più grandi figure del III secolo cristiano. Fin dalla sua conversione, egli s’impegna a fondo nell’apologetica, e ancora di più nella controversia dottrinale nonché nell’azione morale o spirituale. Egli ha intuizioni geniali e tratti folgoranti, ma troppo spesso l’equilibrio fa difetto a quest’uomo, che è così grande e che sa di esserlo. Ricordiamo qui solo le sue posizioni dogmatiche essenziali. La base è salda: la rivelazione contenuta nei Libri santi di cui riserva, con energia, tutto il controllo alla gerarchia. La sua tesi acquista un rigore giuridico imponente nella Prescrizione (contro) gli eretici: solo la Chiesa può dire della Scrittura: « Essa mi appartiene; da lungo tempo la possiedo; ho la priorità; ho solide basi, che risalgono ai primi proprietari. Io sono l’ereditiera degli apostoli » (c. XXXVII). – Gli eretici non hanno che il diavolo ed i suoi ministri per garanti. Questi princìpi sono invocati soprattutto contro gli gnostici di ogni colore, e in modo particolare contro i partigiani di Marcione, Ermogene e Valentino. Tertulliano raggiunge e completa Sant’Ireneo, ma in modo tutto diverso, nella lotta per mantenere l’unità di Dio compromessa da questo paganesimo rinnovato dalla speculazione orientale, abbastanza forte per poter invadere l’Occidente. Il dottore africano affronta anche il problema trinitario, che era rimasto in secondo piano nelle discussioni, preoccupati come si era di assicurare innanzitutto la vittoria del monoteismo sull’idolatria, ma che non poteva sfuggire alla curiosità di taluni spiriti. I più audaci spiegavano la diversità delle persone in Dio, particolarmente quella del Padre e del Figlio, come semplici divergenze di punti di vista (modalità), il Figlio essendo soltanto un modo speciale di considerare Dio, unico nella persona come nella natura: le persone, dicevano essi con Sabellio, sono aspetti diversi della stessa natura, non vere realtà. Questo modalismo fu spesso chiamato Sabellianesimo, dal nome di Sabellio, il suo principale promotore. Tertulliano fu particolarmente duro nelle sue reazioni contro Prassea, uno dei grandi rappresentanti della setta in Occidente, e trovò, per reagire contro di essa, delle formule splendide, ingegnose e accorte. Il pensiero latino ne doveva beneficare più tardi, e, per mezzo di esse affrontare nel secolo seguente, con più decisione dell’Oriente, le sottigliezze ariane. Il maestro africano si accanì tanto più in questa discussione in quanto vi trovava impegnata una dottrina che gli era particolarmente cara, ma in cui egli stesso cominciava a divagare, per un attaccamento eccessivo alla persona dello Spirito Santo.

Grandi dottori in Oriente

Per grandi che siano, i maestri del III secolo non sono che dei precursori, paragonati a quelli dei secoli successivi, decisivi in un certo senso per il cristianesimo. I dogmi fondamentali saranno messi in causa da grandi spiriti, più ragionatori che credenti. Questa prova di forza metterà precisamente in più viva luce l’importanza capitale di quelle verità, sulle quali ripossa, in definitiva, non soltanto il credo cristiano, ma tutta la vita cristiana. – Il caso di Sant’Atanasio, da questo punto di vista è particolarmente suggestivo. Egli non ha nulla dello specialista che si ferma su un punto preciso per approfondirlo con una riflessione solitaria. Ha tuttavia, di fatto, quasi da solo, a un dato momento, tenuto in scacco tutto l’arianesimo coalizzato contro il concilio di Nicea, poiché aveva capito la funzione capitale che aveva, nella fede cristiana, la presenza di un Uomo-Dio, nel senso letterale del termine; egli seppe mantenere tale dottrina con una forza invincibile, contro tutti gli avversari che tentavano di intaccarla. Manifestamente Dio sosteneva la sua azione. Egli afferma anzitutto, o piuttosto venera, tre Persone in Dio, e proclama la sua fede con una forza fino ad allora ineguagliata: Tre Persone ben distinte, senza detrimento tuttavia per la loro fondamentale unità, in una sostanza indivisa. Basandosi sulla Scrittura, senza alcuna riserva speculativa, da lui ritenuta superflua in tale campo, e in presenza di pensatori orgogliosi e sottili che nulla riuscirà mai a metter d’accordo, egli ripete senza posa i dati della fede negli stessi termini della Scrittura o con l’aiuto di paragoni familiari nell’ambiente alessandrino. Non è l’homoousios che è il punto unificatore della sua dottrina, né il Verbo, e nemmeno il Verbo incarnato preso in se stesso; è il Verbo incarnato in quanto si prolunga in questa umanità rigenerata che San Paolo chiama « corpo del Cristo » (Corpus Christi: I Cor., XII, 27). Tale dottrina è la sostanza del De incarnatione, in cui si trova questa dichiarazione: « Il Verbo si è fatto uomo perché noi diventassimo dei », e ciò deve intendersi in senso letterale, « poiché noi siamo nel Cristo tanto realmente quanto il Verbo è nella nostra natura a partire dell’Incarnazione ». – Questa audacissima tesi intuita prima ancora di diventare Vescovo, Atanasio la approfondisce nei suoi Discorsi contro gli ariani, e si può dire che sia l’anima della sua predicazione. Egli associa strettamente, fisicamente, l’Incarnazione del Verbo e la nostra divinizzazione. Ciò che proverà la divinità del Verbo incarnato, è che noi siamo per suo mezzo divinizzati. In Gesù il Verbo penetra l’umanità della sua divinità. « Per questo, egli la assume con tutti i suoi mali, ma, per il fatto stesso che è lui che la assume, ne trionfa, poiché essi non provenivano che dalla sua separazioni da lui ». Gli uomini gli sono strettamente legati: « In essi come in Lui, grazie alla partecipazione del suo essere dovuta al fatto che sono “concorporati a Gesù”, l’incarnazione e la divinizzazione si uniscono come due aspetti complementari di una stessa realtà ». D’altronde, « per il fatto stesso che l’Incarnazione del Verbo in Gesù e la nostra divinizzazione in Lui sono, non solo tanto solidali, ma fondamentalmente unite, l’Incarnazione e la redenzione lo sono egualmente ». Il secondo e il terzo discorso confermano questa dottrina. La conclusione generale di questi dati è molto precisa: la Chiesa, corpo del Cristo, è la sola spiegazione valida:. del fatto che in Gesù il Verbo fatto uomo ci abbia tutti « verbificati »; 2. del fatto che la redenzione appaia come inclusa nell’Incarnazione, senza affatto dissolvervisi. – I Cappadoci riprenderanno alla fine del IV secolo l’opera cominciata all’inizio dal patriarca di Alessandria. Andranno diritti al grande mistero trinitario, tanto per approfondirlo in se stesso, quanto per esporlo senza equivoci, essendovi impegnata la vita cristiana. – Per rifare l’unità compromessa dalla secessione dei semi ariani, così numerosi al suo tempo in Oriente, San Basilio adottò e finì col fare adottare anche da altri la formula ipostasi nel senso di persona, a dispetto dell’etimologia, che evoca piuttosto la sostanza. Si scartava così, il modalismo sabelliano, che aveva tanto turbato l’Oriente, e l’eventuale pericolo della parola persona, che poteva anche condurre al modalismo. Ma, al di là di queste questioni speculative, è il fondo vitale della religione che il Vescovo di Cesarea intende salvaguardare, poiché la pietà riposa fondamentalmente su questo mistero. La nostra santità non è reale se non nel misura in cui la divinizzazione che essa implica è realizzata in e per mezzo di una persona che è veramente essa stessa Dio. Evita la parola « Dio » per non portare delle innovazioni; ma la rende necessaria con tutta la sua esposizione: il Figlio e lo Spirito Santo sono un solo Dio con il Padre. – Il fratello di San Basilio, San Gregorio di Nissa, gli fa eco, nelle sue teorie e meglio ancora nei suoi trattati spirituali, tutti legati al grande mistero trinitario. – Il loro amico comune, San Gregorio Nazianzeno, condensa tutto il pensiero di questo gruppo scelto di pensatori, nei suoi cinque mirabili « discorsi » detti « teologici », ma « trinitari » di fatto, che mostrano come la nostra vita cristiana sia intensamente legata al mistero del Dio in tre Persone. La religione è sospesa a questa rivelazione, che si prolunga nel senso che ciascuno deve applicarsi a tradurre nella sua pietà qualche cosa delle realtà divine di cui il mistero è l’espressione. San Cirillo d’Alessandria sarà, nel V secolo, per il Verbo incarnato, ciò che fu Sant’Atanasio nel IV secolo per la Trinità. È un altro aspetto del grande mistero cristiano che si presenta qui. Già, fin dalla fine del IV secolo, un vecchio amico di Sant’Atanasio, Apollinare, l’aveva abbordato e vi aveva fallito, rifiutando al Cristo un’anima umana completa, per paura di compromettere la sua unità personale: un’umanità completa, pensava, sarebbe una persona. Era un errore: un’umanità completa è una natura. La persona, è il possessore della natura; e nel caso del Cristo, il possessore è il Verbo, il quale, con l’incarnazione, assunse l’umanità, un’umanità completa. – Appunto per meglio mantenere questo carattere completo del Cristo sul piano umano, Nestorio, rigido antiocheno, arrivò a distinguere troppo nettamente, in lui, l’uomo e Dio, al punto di affermare che Maria era « madre dell’uomo », ma non « madre di Dio » (Teotokos). Da Antiochia egli portò tale dottrina a Costantinopoli, quando ne divenne vescovo, nel 428. Fin dalla fine dell’anno vi scoppiava una crisi e, lontano successore di S. Atanasio, San Cirillo, patriarca di Alessandria, prese immediatamente posizione contro di lui con lettere in Egitto, a Bisanzio e a Roma. Il Papa gli diede mandato per agire e approvò attraverso i suoi legati, a Efeso, nel 431, le iniziative prese dal Santo fin dalle prime riunioni. San Cirillo fu il provvidenziale difensore dell’unità personale del Cristo, unità che è, di fatto, il fondamento dell’Incarnazione. Egli ebbe, più di chiunque altro, il senso del mistero e della sua importanza capitale nella vita cristiana, incarnando al tempo stesso la cattolicità in Oriente, in un’epoca decisiva della storia della Chiesa (v. cap. precedente).

Grandi Dottori in Occidente

L’Occidente ebbe anch’esso mirabili contemplatori dei grandi misteri nel IV secolo; ricordiamo specialmente Sant’Ilario. Doveva essere il Sant’Atanasio latino. Come questi, egli fu un uomo di fede viva e un lottatore più che uno speculativo. La sua grande opera sulla Trinità è più che una raccolta di testi scritturali; è la testimonianza di un Vescovo, esiliato per la fede tradizionale e preoccupato, non soltanto di difenderla, ma di ricercarne le basi, specialmente nel grande mistero del Dio in tre persone. Dopo la sua conversione, dovuta alla meditazione del Prologo di San Giovanni sul Verbo e sulla sua Incarnazione (De Trin. I, 10 sq), egli fu costantemente ossessionato dal grande mistero trinitario; egli può separare dal Padre e dal Figlio lo Spirito Santo, che « riceve » tutto da Questi e quindi anche dal Padre. Non è la stessa cosa ricevere dal Figlio e procedere dal Padre? « Ciò che riceverà lo Spirito Santo, sia il potere, o la virtù, o la dottrina, il Figlio dichiara che lo Spirito Santo lo riceverà da lui e dichiara al tempo stesso che lo riceverà anche dal Padre » (ibid, VIII, p. 20). Di conseguenza egli dichiara che lo Spirito procede e dal Figlio e dal Padre. Ora, tale dottrina non è solo per lui un dogma di fede da ammettere d’autorità, ma una regola di vita da realizzare nella propria condotta con un vero amore cristiano. Sant’Ilario aveva presentito ciò che il «più grande dottore dell’Occidente doveva sviluppare con una abbondanza che nessuno ha finora eguagliato. – Sant’Agostino superò tutti i Padri, non soltanto dell’Occidente ma dell’Oriente, per la sua profonda contemplazione dei grandi misteri, grazie alla eminente pietà che acuiva il suo sguardo. Il Cristo è indubbiamente il punto di partenza, il sostegno e il termine, ma non lo è e non può esserlo che grazie alla sua personalità divina; Egli è veramente Figlio di Dio, al tempo stesso che Uomo-Dio e Re nel significato più alto del termine. – Il presentimento della natura di Dio che Agostino ebbe a 19 anni mentre studiava a Cartagine, in seguito alla lettura dell’Ortensio, aprì la sua anima a un grande ideale: ma non fu che un lampo nella tempesta. Dieci anni più tardi, dopo l’uragano, egli ebbe altre illuminazioni dello stesso ordine a Milano, attraverso la scoperta del platonismo, ma più ancora al contatto con il vero Cristianesimo, largamente aperto e vivo, rappresentato da S. Ambrogio. Senza trascurare gli apporti della saggezza umana, optò definitivamente, a 32 anni, per il Dio che sentiva nella sua anima, insieme trascendente come verità e presente per mezzo della grazia. – L’insistenza su questa duplice « interiorità » di Dio, una naturale, l’altra soprannaturale, è forse il tratto più saliente della dottrina di S. Agostino. L’elemento naturale è d’altronde secondario: l’essenziale, ai suoi occhi, è di ordine soprannaturale; un Dio unico e trascendente, ma in Tre Persone. Queste si sono manifestate l’una dopo l’altra; si sono rivelate progressivamente, l’una e l’altra: il Padre attraverso la Creazione e l’Antico Testamento; il figlio con l’Incarnazione e la Redenzione, lo Spirito Santo attraverso la Chiesa e la santità dei fedeli in cammino verso il cielo. Solo là si compirà la città di Dio in formazione sulla terra. – Questo mistero della SS. Trinità è davvero per Sant’Agostino il culmine della realtà cristiana, il punto più alto, al di là e al di sopra della realtà naturale. Una simile trascendenza della Santissima Trinità, non la rende inaccessibile all’uomo? Sì, se si parla dell’uomo naturale; no, se si tratta della fede. Questa realtà si presenta in termini comprensibili per noi che possiamo, grazie ad essi, afferrare molti aspetti del mistero, anche se non penetriamo nel suo fondo, I Dottori della Chiesa hanno avuto precisamente, quale missione, di esprimerne qualcosa per nutrirne le anime. Sant’Agostino è colui che ha fatto di più in tal senso, nella sua grande opera sulla Trinità, che corona in modo magistrale le ricerche di parecchi secoli. Nei primi sette libri fa la sintesi di quanto è stato rivelato su questo punto, aggiungendovi una teoria suggestiva sulla relazione, fondamento della persona in Dio. Nei sette libri seguenti (VIII – XIV), egli si sforza di costituire una serie di immagini del grande mistero, immagini che vanno dall’esteriorità all’interiorità dell’uomo, risalgono dal sensibile allo spirituale secondo la natura, poi allo spirituale divino o soprannaturale, fino al punto più alto, alla perfetta sapienza teologale. Questa, frutto dei doni dello Spirito Santo, può realizzare una purissima unione a Dio nella preghiera dei santi (libro XIV, c. XIII, 15), e può anche condurre indirettamente a una scienza eminente del grande mistero; ed è coll’esposizione di questa scienza e dei suoi più alti vertici che si compie, nel libro XV, questo capolavoro di fede, di preghiera e di sapienza. – Mentre approfondiva il grande dogma cristiano, Sant’Agostino ne doveva seguire le partecipazioni create che sono la base del mistero della Grazia, nella sua lotta contro Pelagio e i suoi difensori, dal 411 fino alla sua morte. Il fondamento della sua dottrina in questo campo è un’altra trascendenza di Dio, ma tale che non possa essere raggiunta senza una vera condiscendenza da parte sua, si tratti di adozione divina o di collaborazione umana: la prima è un puro dono di Dio, e la seconda è inconcepibile senza un appoggio costante ed efficace della sua mano, che previene e sostiene l’azione della creatura in ogni campo. Questo appoggio divino è particolarmente necessario nell’ordine della grazia, che è, per essenza, un dono di Dio, in vista della santità e della vita eterna. Lungi dall’escludere lo sforzo personale della creatura, esso la richiede e la sostiene. – Gli uomini « sono spinti ad un’azione, e non per averne qualcuna personalmente », dice Sant’Agostino. L’influenza divina viene da lui chiamata « azione », piuttosto che mozione; essa è molto efficace (efficacissima), ma adeguata al soggetto (congrua) per mezzo di un adattamento che è non esterno ma interiore, profondo, come tutto ciò che è divino, più profondo anche del godimento che ordinariamente l’accompagna, ma che non si confonde con essa. Lungi dal compromettere la libertà (libertas), la grazia l’amplifica, avvicinando l’anima a Dio, ad immagine del quale essa è fatta e verso il quale essa tende. Questo cammino verso Dio è garantito e facilitato precisamente da grazie speciali, che Sant’Agostino ricollega ai sette doni dello Spinto Santo, i quali rappresentano le modalità più alte dell’azione divina nelle anime sante: timore filiale e pietà anzitutto; forza e consiglio in seguito, poi scienza e intelligenza; infine, la sapienza che completa il tutto in una sintesi vivente della fede, della speranza e della carità. Solo un’azione particolarissima dello Spirito Santo può realizzare questo nelle anime sensibili alla grazia e abbastanza generose e docili allo Spirito. Coloro che parlano del pessimismo di Santo, a proposito della sua dottrina della grazia, insistono troppo, manifestamente, sui punti secondari, a detrimento delle basi fondamentali, che sono quelle dei migliori testimoni della vita cristiana al tempo dei Padri. La Chiesa non ha mai mutato su tali punti, anche se talvolta alcuni dottori più recenti li hanno dimenticati. –  San Leone Magno, Papa dal 440 al 461, fu provvidenzialmente destinato a dirimere d’autorità le controversie sollevate, alla morte di Sant’Agostino, dal problema della grazia, e soprattutto da quello della personalità del Cristo, problema che si pose quando San Cirillo di Alessandria denunciò l’errore di Nestorio al Papa San Celestino, il quale, di fatto, aveva condannato la dualità cristologica. Ma si abusò di certe formule del patriarca di Alessandria, e sorse allora in crisstologia un monofisismo, sia reale, sia verbale, molto pericoloso, che negava o diminuiva la natura umana del Salvatore. Il Papa intervenne e al concilio di Calcedonia fece emettere dai suoi rappresentanti la formula dottrinale che si impose definitivamente nella Chiesa: « un solo e medesimo Cristo (contro il dualismo nestoriano), Figlio, Signore, Figlio unico, in due nature, senza mescolanza, senza trasformazione, senza divisione, senza separazione » (contro il monofisismo eutichiano o altro). San Leone, che si ispirava largamente a Sant’Agostino, dovette superare certe formule del santo Dottore per affrontare le nuove eresie che minacciavano il mistero cristiano per eccellenza, l’incarnazione del Verbo. La pietà cristiana trovava là il suo punto d’appoggio totale: non solo il Cristo è Uomo-Dio, ma, per il fondamento unico del suo essere, è una sola Persona. Nella sua personalità trascendente troviamo dunque miracolosamente associate e la sua immutabile natura divina, e una natura umana espressamente creata per essere un legame permanente fra Dio e gli uomini, che, quaggiù, attendono una vita eterna di cui il soggiorno terrestre è la preparazione provvidenziale. Ecco il mistero cristiano per eccellenza, quello che dona alla vita dell’uomo il suo orientamento decisivo, su tutti i piani, ma anzitutto sul piano della vita eterna. Tale è la dottrina essenziale di cui i Padri furono, fin dall’origine, i più ardenti promotori.

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (27)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (27)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vic. Gen

TESTIMONIANZE DEI CONCILI ECUMENICI DEI ROMANI PONTEFICI, DEI SANTI PADRI E DELLE SACRE CONGREGAZIONI ROMANE CHE SI CITANO NEL CATECHISMO

DOMANDA 469°

Concilio di Lione (1274), Professio fidei Michaelis Paleologi:

« La medesima Santa Chiesa Romana crede inoltre ed insegna che son sette i Sacramenti della Chiesa…. un altro l’Estrema Unzione, che, secondo la dottrina del beato Giacomo, si amministra agl’infermi ».

(Mansi, XXIV, 70).

Concilio di Firenze, Decretum prò Armenis:

« Il quinto Sacramento è l’Estrema Unzione, materia del quale è l’olio d’oliva benedetto dal Vescovo. Questo Sacramento non si deve dare che all’infermo, di cui si teme la morte: e l’infermo si deve ungere sugli occhi per la vista, sulle orecchie per l’udito, sulle narici per l’odorato, sulla bocca per il gusto o la parola, sulla mani per il tatto, sui piedi per i passi, sulle reni per il diletto che lì ha sede. Ecco la forma di questo Sacramento: Per questa santa unzione e la sua pietosissima misericordia il Signore ti perdoni tutto ciò che per la vista etc. E similmente sulle altre membra. Ministro di questo Sacramento è il sacerdote; e l’effetto è la salute dell’anima e, in quanto è giovevole, anche del corpo. Dice di questo Sacramento l’Apostolo Giacomo: S’ammala alcuno di voi? Chiami i preti della Chiesa perché preghino per lui ungendolo coll’olio nel nome del Signore; e la preghiera salverà l’infermo e il Signore lo consolerà; e, se è in peccato, gli sarà rimesso.

(Giac, V, 14 ss.).

(Mansi, XXXI, 1058).

Concilio di Trento, Sess. XIV. Dottrina dell’Estrema Unzione, cap. 1:

« Ora questa sacra Unzione degli’infermi fu istituita come vero e proprio Sacramento, da Cristo nostro Signore; e ve n’è cenno già in Marco; Giacomo poi, Apostolo e fratello del Signore, lo raccomanda e promulga ai fedeli, dicendo: S’ammala alcuno tra voi? Mandi a chiamare i sacerdoti della Chiesa affinché preghino per lui nel nome del Signore; e la preghiera salverà l’infermo e il Signore lo consolerà; e. se è in peccato, gli sarà rimesso. (Giac, V, 14 ss.). la Chiesa con queste parole, come per tradizione apostolica imparò, insegna la  materia, la forma, il ministro competente e l’effetti di questo salutare Sacramento, intendendo che materia è l’olio benedetto dal Vescovo (difatti l’unzione significa benissimo la grazia dello Spirito Santo, da cui è invisibilmente imbalsamata l’anima dell’infermo); forma son poi quelle parole: per questa unzione, etc. ».

Innocenzo III, Epist. Eius exemplo 18 dic. 1208, Professione di fede ai Valdesi:

« Veneriamo l’unzione degl’infermi coll’olio consacrato ».

(P. L., 215, 1512).

Pio X, Decreto Lamentabili, 3 lug. 1907. Prop. 48 tra le condannate:

« Giacomo nella sua epistola (Giac, V, 14 ss.) non intende promulgare un Sacramento di Cristo, ma raccomandare una pia pratica; e se, in questa pratica vede un veicolo della  grazia, non lo considera nel senso rigoroso dei teologi, che stabilirono la definizione e il numero dei Sacramenti ».

(Acta Apostolicæ Sedis, XL. 473).

Concilio di Trento, Sess. XIV, Dottrina sul sacramento dell’Estrema, Unzione, cap. 2:

« La sostanza e l’effetto di questo Sacramento è dunque spiegato da quelle parole: E la preghiera salverà l’infermo e il Signore lo consolerà; e, se è in peccato, gli sarà rimesso. Infatti questa essenza è la grazia dello Spirito Santo, perché l’unzione sua deterge, se ancora ce n’è, i peccati e le reliquie de’ peccati e consola e conforta l’anima del malato coll’eccitarne la fiducia nella divina misericordia; sicché l’infermo, come più agevolmente sopporta i disturbi e gli affanni della malattia, così resiste più facilmente alle tentazioni del demonio, che insidia al calcagno, e talvolta ottiene la salute del corpo, se conviene a quella dell’anima ».

S. Cesario di Arles, Sermo CCLXV, 3:

« Ogni volta che sopravviene qualche infermità, il malato riceva il corpo e il sangue di Cristo e poi riceva sul suo corpo l’unzione, di modo che s’adempia quel che sta scritto: Cade malato alcuno? etc. (Giac, V, 14, ss.). Riflettete, fratelli, che chi ricorrerà alla Chiesa nella sua infermità, merita di ricuperar la salute del corpo e di ottenere il perdono de’ peccati ».

(P. L., 39, 2238).

DOMANDA 473a.

Concilio di Trento: Vedi D. 470.

DOMANDA 479a.

Concilio II° di Lione (1274), Professio fidei Michaelis Paleologi:

« La medesima Santa Romana Chiesa crede inoltre ed insegna che son sette i Sacramenti della Chiesa…. un altro è il Sacramento dell’Ordine ».

(Mansi, XXIV, 70).

Concilio di Firenze, Decretum prò Armenis:

«Sesto è il Sacramento dell’Ordine: sua materia è ciò per la cui consegna vien conferito l’Ordine: come il Presbiterato si amministra porgendo il pane col vino e la patena col pane; e il Diaconato colla consegna de’ Vangeli; e il Suddiaconato colla consegna del calice vuoto con sopra la patena vuota; e così per gli altri, cioè colla consegna degli oggetti che spettano al loro conferimento. La forma del Sacerdozio è: Ricevi la potestà di offrire il sacrifìcio nella Chiesa per i vìvi e per i morti, nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo. E così è delle forme degli altri ordini, com’è detto largamente nel Pontificale Romano. Ministro ordinario di questo Sacramento è il Vescovo. Effetto è l’accrescimento di grazia sicché uno sia idoneo ministro ».

(Mansi, XXXI, 1058).

Concilio di Trento, Sess. XXIII, Del Sacramento dell’Ordine, can. 3:

« Chi afferma che l’Ordine, o la sacra Ordinazione non è vero e proprio Sacramento istituito da Cristo Signore, o che è un’invenzione umana di uomini malpratici di cose di Chiesa, e solamente un rito qualsiasi di eleggere i ministri del verbo di Dio e de’ Sacramenti: sia scomunicato ».

Pio X, Decreto Lamentabili, 3 lug. 1907, propp. 49-50 tra le condannate:

« Quelli, ch’eran soliti presiedere alla Cena, assumendo essa a poco a poco la natura dì azione liturgica, acquistarono carattere sacerdotale.

« Gli anziani, che nell’adunanza de’ Cristiani avevano incarico d’invigilare, furono dagli Apostoli costituiti sacerdoti e vescovi per provvedere al necessario buon ordine delle crescenti comunità, non propriamente per continuare in perpetuo la missione e l’autorità Apostolica ».

(Acta Apostolicae Sedis, XL, 473).

DOMANDA 480a

Concilio di Trento, sess. XXIII, Del Sacramento dell’Ordine:

« Can. 2. Sia scomunicato chi afferma che, oltre al Sacerdozio, non ci sono nella Chiesa Cattolica altri Ordini, tanto maggiori quanto minori, per i quali, come per gradini, si sale al Sacerdozio ».

« Con. 6. Sia scomunicato chi afferma che nella Chiesa Cattolica non v’è una gerarchia istituita per divina ordinazione, che consta di Vescovi, di Preti, di Ministri ».

« Cann. 7. Sia scomunicato chi afferma che i Vescovi non sono superiori ai Preti o che non hanno potestà di cresimare e di ordinare, o che l’hanno in comune co’ Preti; o che siano invalide le ordinazioni da loro conferite, senza consenso o appello del popolo o del poter secolare; oppure che sono legittimi ministri della parola e de’ Sacramenti quelli, che non furono validamente ordinati, nè incaricati dalla ecclesiastica e canonica autorità, ma vengono d’altronde ».

DOMANDA 482a.

Pio XI, Lett. Officiorum omnium, 1 ag. 1922:

« Di tutti i compiti santissimi compresi nell’ampia missione Apostolica, nessuno davvero è più singolare nè più vasto che pensare e procurar di garantire alla Chiesa un numero agevole di buoni ministri pel disimpegno de’ suoi divini ufficii. Esso è infatti di tal natura che non solo si connette strettamente con la dignità e la vita stessa della Chiesa, ma della massima importanza per la salvezza del genere umano; in quanto che gl’immensi beneficii, guadagnati da Cristo Gesù Redentore per il mondo, non vengono partecipati agli uomini se non per mezzo de’ ministri di Cristo e dispensatori de’ misteri divini ».

(Acta Apostolicae Sedis, XIV, 449).

DOMANDA 487a.

Concilio di Firenze, Decretum prò Armenis:

« Settimo è il sacramento del Matrimonio, simbolo dell’unione di Cristo con la Chiesa, secondo le parole dell’Apostolo; Questo Sacramento è grande; ma in Cristo e nella Chiesa, dico io (Agli Efes., V, 32). Causa efficiente del Matrimonio è il reciproco consenso espresso di presenza con parole. Triplice il beneficio del Matrimonio. Anzitutto la figliuolanza da allevare ed educare al culto di Dio. Secondo la dovuta fedeltà scambievole de’ coniugi. Terzo l’indivisibilità del Matrimonio, perchè appunto significa l’unione indivisibile di Cristo con la Chiesa. Per motivo di adulterio è lecita la separazione di letto, ma non è lecito contrarre un altro Matrimonio, perchè il vincolo d’un Matrimonio, contratto legittimamente, è perpetuo ».

(Mansi, XXXI, 1058 s.).

Concilio di Trento: Vedi D. 325.

Il medesimo, sess. XXIV, Del Sacramento del Matrimonio, can. 1:

« Sia scomunicato chi afferma che il Matrimonio non è veramente e propriamente uno dei sette Sacramenti della legge evangelica, istituito da Cristo Signore, ma un’invenzione degli uomini, e che non conferisce la grazia ».

Leone XIII, Encicl. Arcanum divinae sapientiae, 10 feb. 1880:

« Si devono riportare all’insegnamento apostolico le verità che « i Padri nostri, i Concilii e la tradizione della Chiesa universale sempre insegnarono » (Concilio di Trento, sess. XXIV, a pr.): e cioè che Cristo Signore elevò a dignità di Sacramento il Matrimonio e insieme fece sì che i coniugi, coll’aiuto e la custodia della grazia celeste, guadagnata per suo merito, raggiungessero la santità propria nel matrimonio; che inoltre perfezionò in esso, modellato mirabilmente sul mistico suo connubbio colla Chiesa, l’amore, che è consentaneo a natura, e col vincolo della carità divina strinse più fortemente l’unione indivisibile per sua stessa natura dell’uomo e della donna ».

(Acta Leonis XIII, II, 16).

S. Cirillo d’Alessandria, In Joan. Evang., II, 1:

« Alla celebrazione delle nozze, naturalmente caste e decorose, è presente la Madre del Salvatore, ma egli pure interviene, invitato, insieme co’ suoi discepoli, non tanto per banchettare quanto per operare il miracolo e santificare inoltre il principio, per sè tutto carnale, dell’umana generazione ».

(P. G., 73, 223).

DOMANDA 488a.

Leone XIII, Encicl. Arcanum divinæ sapientiæ, 10 feb. 1880:

« Nè alcuno si lasci muovere da quella distinzione tanto decantata dai Regalisti, in forza della quale separano il contratto nuziale dal Sacramento con l’intenzione invero, di lasciare il contratto in arbitrio dei capi dello Stato, riservando alla Chiesa le ragioni del Sacramento. Non si può infatti approvare una siffatta distinzione, o più veramente separazione, essendo chiaro che nel matrimonio cristiano il confratto non può scompagnarsi dal Sacramento: e però non può darsi un vero e legittimo contratto, che non sia al tempo stesso Sacramento. Il matrimonio infatti venne arricchito della dignità di Sacramento da Cristo Signore; e il matrimonio è lo stesso contratto, quando sia fatto secondo le norme volute…. Perciò è chiaro che ogni giusto matrimonio tra Cristiani è in sè e per sè sacramento: e nulla è più contrario alla verità di questo che il sacramento sia un certo ornamento aggiunto, od una proprietà estrinseca, la quale si possa ad arbitrio degli uomini disgiungere e separare dal contratto »

(Acta Leonis XIII, II, 25-26).

DOMANDA 491a.

Leone XIII, Encicl. Arcanum divinæ Sapientiæ, 10 feb. 1880:

« Affinchè rispondesse meglio ai sapientissimi consigli di Dio quella prima unione dell’uomo e della donna, essa ebbe fin da quel momento sopratutto due nobilissime qualità, profondamente impresse, per così dire, e scolpite, cioè l’unità e la perpetuità…. Ciò vediamo chiaramente dichiarato e confermato dal Vangelo per la divina autorità di Gesù Cristo, il quale dinanzi a’ Giudei e agli Apostoli proclamò che, per sua stessa istituzione, il Matrimonio deve esistere soltanto tra due, cioè l’uomo e la donna; che dei due si forma, per così dire, una sola carne e che il vincolo nuziale, per volontà di Dio, è così intimamente e fortemente stabilito che da nessun uomo può essere disciolto nè spezzato. L’uomo starà unito alla sposa sua e saranno due in una carne sola. Dunque non son più due, ma una sola carne…. (Matt., XIX, 5-6).

(Acta Leonis XIII, II, 12-13).

S. Agostino, De nuptiis adulterinis, I, 9:

« Dunque, se dicessimo: Pecca di adulterio chiunque sposerà una donna respinta dal marito, senza motivo di adulterio — certamente diciamo la verità, senza però assolvere da colpa chi sposasse la donna respinta per motivo di adulterio; anzi non dubitiamo per nulla che sono ambedue adulteri. Alla stessa stregua dichiariamo adultero chi, senza motivo d’adulterio, respinge la moglie e ne sposa un’altra, senza però difendere dall’imputazione di questa colpa colui, che, sia pure per motivo di adulterio, respinta la moglie, ne sposa un’altra. Riconosciamo che ambedue sono adulteri, benché l’uno più gravemente dell’altro ».

(P. L., 40, 456).

Il medesimo, De nuptiis et concupiscentia, I , 10:

« Se ai fedeli sposati si raccomanda non soltanto la fecondità, di cui è frutto la prole, nè soltanto la pudicizia, di cui è vincolo la fedeltà, ma pure un Sacramento del matrimonio, come dice l’Apostolo: Uomini, amate le vostre mogli, come anche Cristo amò la Chiesa (Agli Efes., V, 25); senza dubbio essenza di questo Sacramento è che maschio e femmina, congiunti dal matrimonio, seguitino uniti finché vivono, nè sia lecito, tranne il caso d’adulterio, separar coniuge da coniuge (Matt., V, 32)… Se qualcuno fa ciò, secondo la legge evangelica (e non secondo la legge positiva di questo mondo, la quale, ammesso il ripudio, permette che si possano celebrare senza peccato altre nozze, come per testimonianza del Signore, Mosè lo permise agli Israeliti per la durezza del loro cuore) commette adulterio; così pure la donna quando passi ad altre nozze. Così rimane tra loro vivi un vincolo coniugale che non può essere tolto nè da separazione nè da unione con altri. Ma rimane per rimprovero della colpa, non per legame di contratto; come l’anima dell’apostata, ritraendosi, per così dire, dalle nozze di Cristo, non perde, anche se perduta è la fede, il Sacramento della fede, ricevuto nel lavacro di rigenerazione ».

(P. L., 44, 420).

DOMANDA 492a

Concilio di Trento, Sess. XXIV, Del Sacramento del Matrimonio, can. 2:

« Sia scomunicato chi afferma che a’ Cristiani è lecito aver più mogli e che ciò non è proibito da nessuna legge divina ».

Innocenzo III, Epist. Gaudeamus in Domino, princ. Del 1201, al Vescovo di Tiberiade:

« Siccome i pagani dividono l’affetto coniugale contemporaneamente fra più mogli, non a torto si affaccia il dubbio se, convertiti, possono conservarle tutte oppure quale di tutte. Cosa assurda e contraria alla fede cattolica se pensiamo all’unica costa cangiata in unica donna e al detto della Scrittura divina: perciò l’uomo abbandonerà padre e madre e starà unito a sua moglie e saranno due in una sola carne (Gen. II, 24; Matt., XIX, 5; agli Efes., V, 31). Non ha detto tre o più, ma due; nè ha detto starà unito alle mogli, ma alla moglie. Non fu mai lecito ad alcuno d’aver più mogli, se non a chi fu permesso per divina rivelazione; ciò talvolta è ritenuto un costume, talvolta persino pratica legittima; in forza di essa com’è scusato da menzogna Giacobbe e Israele da furto e Sansone da omicidio, così pure tanto i Patriarchi quanto altri uomini giusti, di cui si legge ch’ebbero più mogli, sono scusati da adulterio. Per certo questa sentenza riceve conferma di verità dalla testimonianza della Verità, che dice nel Vangelo: Chiunque respinge la moglie sua, (se non) per causa di adulterio, e ne prenda un’altra, è adultero (Matt., XIX, 9; Marc. X, 11). Dunque, se non è lecito, respinta la moglie, prenderne un’altra, meno ancora, se si ritiene anche la prima; di qui è evidente che in materia di Matrimonio la pluralità deve essere esclusa per ambo i sessi, che non si giudicano a differente stregua. Chi d’altra parte ha ripudiato, secondo la sua religione, la moglie legittima, non potrà mai, viva questa, prenderne un’altra, nemmeno dopo convertito alla fede di Cristo, a meno che, dopo la sua conversione, quella ricusi di coabitare con lui o, se pure consente, non senza offesa del Creatore o per tirarlo a peccato mortale. In questo caso si rifiuterebbe la restituzione a chi la esige, benché risultasse ingiusta la spogliazione. È parola dell’Apostolo: A questo proposito nè fratello nè sorella è soggetto a schiavitù (I ai Cor., VII, 15). Se invece, anch’essa convertita, segue il marito convertito alla fede, prima ch’egli, per le ragioni predette, prenda una moglie legittima, bisognerà costringerlo ad accoglierla. Ancora, sebbene sia adultero chi sposa una ripudiata (Matt., XIX, 9), secondo la verità del Vangelo, non potrà però chi l’ha respinta obiettare l’adulterio della respinta, per il fatto che ha sposato un altro, dopo il ripudio; se d’altronde non abbia commesso adulterio ».

(P. L., 216, 1269 ss.).

DOMANDA 493a

Concilio di Trento, sess. XXIV, Del Sacramento del Matrimonio.

« Can. 6. Sia scomunicato chi afferma che il matrimonio rato, non consumato, non si sciolga per la solenne professione religiosa dell’uno dei coniugi ».

« Can. 7. Sia scomunicato chi afferma che la Chiesa è in errore quando insegnò ed insegna, secondo la dottrina evangelica ed Apostolica, che per l’adulterio d’uno dei coniugi non può assere sciolto il vincolo del matrimonio e che ciascun coniuge, anche innocente, non avendo dato occasione all’adulterio, non può, vivo l’altro, contrarre nuovo matrimonio, e ch’è adultero chi, ripudiata l’adultera, ne sposa un’altra, e adultera colei che, ripudiato l’adultero, ne sposa un altro ».

Pio IX, prop. 67 delle condannate nel Sillabo:

« Per diritto di natura non è indissolubile il vincolo del matrimonio e in casi svariati dall’autorità civile può essere sancito il divorzio vero e proprio ».

(Acta Pii IX, I, III, 103).

Leone XIII, Encicl. Arcanum divinæ Sapientiæ, 10 feb. 1880:

« Inoltre richiamò il matrimonio alla primitiva dignità di origine, sia col rimproverare agli Ebrei i lor costumi, perché abusavano tanto della facoltà del ripudio quanto del numero delle mogli; sia sopratutto col prescrivere che nessuno s’attentasse di sciogliere il vincolo perpetuo stretto da Dio stesso. Perciò, liquidate tutte le opposizioni, frapposte dalle istituzioni mosaiche, così volle sancire, con autorità di supremo legislatore, a proposito dei coniugi: Ora io dico a voi, che chiunque ripudierà sua moglie, se non per motivo d’adulterio, e ne sposerà un’altra, è adultero; ed è adultero chi sposa la ripudiata (Matt. XIX, 9) »..

(Acta Leonis XIII, II, 15).

DOMANDA 497a.

Concilio di Trento, sess. XXIV, Del Sacramento del Matrimonio, can. 4:

« Sia scomunicato chi afferma che la Chiesa non poteva costituire gli impedimenti dirimenti del matrimonio: o errò nel costituirli ».

DOMANDA 507a.

Concilio di Trento, sess. XXIV, Del Sacramento del Matrimonio, can. 12:

« Sia scomunicato chi afferma che le cause di matrimonio non sono di competenza dei giudici ecclesiastici ».

DOMANDA 514a

Concilio di Trento, Sess. VI, Decretum de justificatione, cap. 7:

« Perciò, proprio nell’atto della giustificazione, l’uomo riceve, per l’unione con Gesù Cristo, insieme colla remission de’ peccati, queste virtù infuse tutte a un tempo, fede speranza e carità. Difatti la fede, senza speranza e carità, non ci unisce perfettamente a Cristo, nè ci fa membra vive del suo corpo. In questo senso con tutta verità si dice che la fede senza le opere è morta e inutile ».

Clemente V, Costit. De Summa Trinitate et fide catholica, nel Concilio di Vienna, 1311, contro gli errori di Pier Giovanni Oliva:

« Quanto all’effetto del Battesimo ne’ fanciulli s’incontrano alcuni maestri di teologia d’opinione contraria. Gli uni sostengono che, per virtù del Battesimo, vien sì rimessa la colpa, ma non è conferita la grazia ai bambini; gli altri invece che, come vien loro cancellata la colpa nel Battesimo, così sono infuse le virtù e la grazia santificante, almeno come abito, se non come uso, per quell’età. Ora noi, riflettendo all’efficacia generale della morte di Cristo, che grazie al Battesimo è applicata parimenti a tutti i battezzati, abbiamo deciso, coll’approvazione del sacro Concilio, di scegliere, come più probabile e più consentanea e concorde all’espressioni de’ santi e dottori moderni di teologia, la seconda opinione, cioè che nel Battesimo è conferita ai bambini non meno che agli adulti la grazia informante e le virtù.

(Clement., I , 1).

S. Policarpo, Epist. ad Philippenses, 3:

« (Paolo) da lontano vi scrisse lettere, comprendendo le quali resterete edificati nella fede che v’è stata data e che è madre di tutti noi (ai Gal., IV, 29) seguita dalla speranza, preceduta dalla carità verso Dio e Cristo e il prossimo. Difatti chi si tiene in queste virtù, ha adempiuto al suo compito di santificazione, perchè chi possiede la carità è lontano da ogni peccato ».

(P. G., 5, 1007).

S. Giovanni Crisostomo, In Actus Apostolorum, XL, 2 :

« Nel Battesimo abbiamo la sorgente de’ beni: abbiamo cioè ricevuto la remissione de’ peccati, la santità, la partecipazione dello Spirito, l’adozione, la vita eterna. Che volete di più? I segni? Ma son cessati. Hai la fede, la speranza, la carità che sopravvivono: queste chiedi: queste son superiori ai segni. Niente pareggia la carità: prima fra tutte, la carità ».

(P. G., 60, 285).

DOMANDA 516a.

Benedetto X III; Vedi D. 62.

S. Clemente Romano, Epist. ad Corinthios, I, 49:

« Chi può esprimere il vincolo della carità di Dio? chi, come conviene, sa perfettamente parlare della stupenda sua bontà? È indicibile l’altezza, cui trasporta la carità. La carità c’immedesima con Dio, la carità copre il cumulo dei peccati (I di Piet., IV, 8), la carità tutto sostiene tutto sopporta con pazienza: nella carità non c’è sordidezza nè superbia; la carità non ammette divisioni, non suscita sedizioni, ma compie tutto in concordia; nella carità raggiungono la perfezione tutti gli eletti di Dio e senza carità niente a Dio è gradito. Il Signore ci sollevò a sè nella carità; per la sua carità verso noi il Signor nostro Gesù Cristo, con atto di volontà divina, versò per noi il suo sangue e la sua carne per la nostra carne e l’anima sua per la nostra ».

(P. G., I , 310 s.).

DOMANDA 517a,

Alessandro VII, prop. la condannata il 24 sett. 1665:

« L’uomo non è obbligato in nessun momento della sua vita a esprimere un atto di fede, di speranza, di carità, in forza de’ precetti divini riguardanti tali virtù ».

(Du Plessis, III, II, 321).

Innocenzo XI, propp. 6, 7, 16, 17 tra le condannate il 2 marzo 1679:

« Prop. 6. È probabile che il precetto dell’amore verso Dio non obbliga per sè stesso rigorosamente nemmeno ogni quinquennio.

« Prop. 7. Obbliga solo quando siam tenuti a giustificarci e non abbiamo per giustificarci altro mezzo,

« Prop. 16. La fede non si considera che cada sotto precetto speciale a sè.

« Prop. 17. Basta che Fatto di fede sia espresso una volta in vita ».

DOMANDA 518a.

Concilio Vaticano, Costit. Dei Filius, c. 3, De fide:

«Siam obbligati a prestar con fede pieno ossequio di mente e di volontà a Dio rivelante, perchè l’uomo dipende totalmente da Dio come suo creatore e Signore e la ragione creata è affatto suddita della Verità increata. La Chiesa Cattolica professa che questa fede, principio dell’umana salvezza, è virtù soprannaturale, per la quale crediamo vere colla grazia di Dio che ispira e aiuta, le cose da Lui rivelate non in virtù d’una verità intrinseca in esse conosciuta col lume naturale della ragione, ma per l’autorità di Dio stesso che rivela e che non può nè ingannarsi nè ingannare. Dice infatti l’Apostolo: Fede è sostanza delle cose sperate e argomento delle non apparenti (Agli Ebr., XI, 1) ».

S. Leone Magno, Sermo, XXVII, 1:

« Accostandoci a intendere il mistero della natività di Cristo, perchè nacque da una madre vergine, allontaniamo da noi la nebbia dei ragionamenti umani, e dallo sguardo della fede illuminata il fumo della mondana sapienza; perché è divina l’autorità, alla quale crediamo, e divino l’insegnamento che seguiamo ».

(P. L., 54, 216).

S. Giovanni Crisostomo : Vedi D. 373.

DOMANDA 519a.

Innocenzo XI, propp. tra le condannate dalla S. Congregazione del S. Ufficio, il 12 mar. 1679:

« Prop. 22. Di necessità di mezzo sembra necessaria la fede soltanto in Dio uno, non esplicitamente in Dio Rimuneratore.

« Prop. 64. È capace di assoluzione l’uomo, quantunque ignori i misteri di fede e benché per negligenza, sia pure colpevole, non sappia il mistero della SS. Trinità e dell’Incarnazione del Signor nostro Gesù Cristo ».

(Du Plessis, 1. c).

S. Congregazione del S. Ufficio, Decreto del 25 gennaio 1703:

« 2. Si domanda se, prima di dare il Battesimo a un adulto, il ministro sia in obbligo di spiegargli tutti i misteri della nostra fede, specie se moribondo, che in tal caso gli turberebbe l’anima. Non potrebbe bastare che il moribondo promettesse, superata la malattia, di procurarsi l’istruzione per tradurre in pratica i precetti impostigli?

« Al 2. Non basta la promessa, ma il missionario è in obbligo di spiegare all’adulto anche moribondo, che non sia incapace del tutto, i misteri della fede, che son necessari per necessità di mezzo, quali principalmente i misteri della Trinità e dell’Incarnazione ».

(Codicis iuris canonici Fontes IV, 41-42).

DOMANDA 520a.

Concilio Vaticano, Costit. Dei Filius, c. 4, De fide et ratione:

« Ma, benché la fede sia sopra la ragione, non vi può mai esser vero contrasto tra fede e ragione, perché il medesimo Dio, che svela i misteri e infonde la fede, ha acceso il lume della ragione nell’animo umano. Ora Dio non potrebbe negar sè stesso nè la verità contraddire mai la verità. Ebbene, l’inconsistente apparenza di siffatta contraddizione nasce specialmente perchè o i dogmi della fede non sono stati compresi od esposti secondo il pensiero della Chiesa, oppure si stimano per buone ragioni i trovati delle varie opinioni, Dunque definiamo affatto falsa ogni asserzione contraria alla verità della fede illuminata ».

DOMANDA 521a .

Concilio Vaticano: Vedi D. 520.

Pio IX, Encicl. Qui pluribus, 9 nov. 1846:

Sapete purtroppo, Venerabili Fratelli, che questi accaniti nemici del nome cristiano, trascinati come da un cieco impeto di pazza empietà, a tal punto di avventatezza giungono nel ragionare che, aprendo la lor bocca alle bestemmie contro Dio (Apoc. XIII, 6) con affatto inaudita audacia, non arrossiscono d’insegnare in pubblico e apertamente che sono storielle, invenzioni umane i sacrosanti misteri della nostra santa religione, che la dottrina della Chiesa contrasta il bene e i vantaggi della civiltà umana; anzi non si peritano di rinnegare Cristo stesso e Dio. E per illudere più facilmente i popoli e ingannare sopratutto gl’incauti e gl’ignoranti e travolgerli seco nell’errore, danno a intendere di conoscer essi soli i mezzi della prosperità e non dubitano di attribuirsi la nomea di filosofi, come se la filosofia, che consiste tutta nell’investigare la verità di natura, dovesse respingere quel che Dio stesso, clementissimo e supremo autore proprio di tutta la natura, s’è degnato manifestare agli uomini per singolare beneficio e misericordia allo scopo ch’essi raggiungessero la vera felicità e salvezza. « Perciò non cessano mai, con ragionamento impertinente affatto e falsissimo d’invocar la forza e l’eccellenza della umana ragione, di esaltarla contro la fede santissima di Cristo; anzi blaterano con tutta impudenza che contraddice all’umana ragione. Non si può immaginare o escogitare nulla di più strambo, di più empio, di più ripugnante proprio alla ragione. Difatti, benché la fede sia superiore alla ragione, tuttavia non si può mai trovar tra loro vero contrasto, vero dissidio; perchè tutt’e due sgorgano dall’unica e medesima sorgente della verità immutabile ed eterna, cioè Dio ottimo massimo: anzi talmente s’aiutano tra loro che la retta ragione dimostra la verità della fede, la custodisce, la difende; e a sua volta la fede libera la ragione da ogni errore e l’illumina meravigliosamente nella cognizione del divino, la rafforza, la perfeziona. « E certamente non minore inganno commettono, Venerabili Fratelli, codesti nemici della rivelazione esaltando esageratamente il progresso umano, che vorrebbero con atto di audacia temeraria e davvero sacrilega introdurre nella Religione Cattolica, quasi che proprio la Religione non fosse opera di Dio, ma degli uomini oppure una qualsiasi elucubrazione filosofica suscettibile di perfezione, per vie puramente umane. Contro costoro, che così miserabilmente delirano, cade opportuno davvero il giusto rimprovero di Tertulliano a’ filosofi del suo tempo « i quali misero in voga un cristianesimo stoico e platonico e dialettico » (De Præscript. c. 8). E invero, poiché la nostra santissima Religione fu non invenzione di mente umana, bensì rivelazione di Dio clementissimo agli uomini, ognuno può facilmente comprendere che per l’appunto la Religione attinge dall’autorità del medesimo Dio, che parla, tutta la sua forza, nè può esser mai dedotta o perfezionata dalla ragione umana. « Proprio la ragione umana, per non ingannarsi e sbagliare in cosa di tanta importanza, bisogna che indaghi con ogni cura il fatto della rivelazione divina, sicché si accerti che Dio ha parlato e si presti, secondo l’insegnamento sapientissimo dell’Apostolo, un ragionevole ossequio (Ai Rom., XII, 1). Chi difatti ignora o può ignorare che a Dio, quando parla, bisogna prestar fede intera e che nulla è più consentaneo precisamente alla ragione quanto consentire e creder con fermezza alle cose rivelate da Dio, che non può nè ingannarsi nè ingannare, se tali constano?

« Ma quanti e splendidi e meravigliosi argomenti per convincere a luce meridiana la ragione ch’è divina la Religione di Cristo e che « ogni principio de’ nostri dogmi ha radice lassù nel Signore de’ cieli » (S. Giovanni Crisost., Om. I in Isa.), e che perciò non esiste nulla di più certo, di più sicuro, di più santo della fede, nè di più ben fondato. Questa fede, maestra di vita, insegna di salvezza, nemica d’ogni vizio, madre feconda e provvida di virtù, confermata dalla nascita e dalla vita, morte, risurrezione, dalla sapienza, dai prodigii, dalle profezie di Gesù Cristo suo divino fondatore e perfezionatore, tutta circonfusa dallo splendore della celeste dottrina e arricchita dai tesori delle celesti ricchezze, dalle predizioni di tanti profeti, dalla luce di tanti miracoli, dalla costanza di tanti martiri, splendentissima e famosa per la gloria di tanti Santi, che squaderna le leggi salutari di Cristo e persino dalle più crudeli persecuzioni attinge forza, coll’unico vessillo della Croce penetrò in tutto il mondo per terra e per mare, da oriente a occidente e, abbattuta l’idolatria, dissipata la nebbia dell’errore e sgominati nemici d’ogni sorta, riempì di luce divina e sottomise al giogo soavissimo di Cristo, annunciando a tutti pace e bene (Isa. LII, 7), tutti i popoli, le genti, le nazioni per quanto barbare e crudeli, per quanto diverse di carattere, di costumi, di leggi, d’istituzioni. E questo fatto splende di tanta sapienza e potenza divina da persuadere ogni mente, ogni pensiero che la fede cristiana è opera di Dio. « Pertanto la ragione umana conoscendo, da questi argomenti fulgidi e insieme solidissimi, con chiarezza e manifestamente che Dio è autore della fede medesima, non può procedere oltre, ma — messo da parte affatto ogni difficoltà e dubbio — conviene che presti intero l’omaggio alla fede, tenendo ben fermo che, quanto la fede propone da credere e da operare agli uomini, è rivelazione di Dio ».

(Acta Pii IX, I, 1 6-9).

DOMANDA 522a.

Concilio di Laterano V, Vedi D. 60.

Concilio Vaticano, Costit. Dei Filius, c. 4, De Fide et rottone:

« E non soltanto fede e ragione non possono mai tra loro discordare, ma si recano vincendevole aiuto, perchè la retta ragione dimostra i fondamenti della fede e illuminata dalla sua luce coltiva la scienza delle divine verità, mentre la fede libera e protegge dagli errori la ragione e l’arricchisce di molteplici cognizioni. Perciò la Chiesa non è contraria alla scienza delle arti e discipline umane, tutt’altro; anzi la promuove ed aiuta in molti modi. Difatti non ignora o disprezza i vantaggi che ne provengono alla vita umana; anzi ammette che esse come sono venute da Dio, Signor delle scienze, così a Dio conducono, con l’aiuto della sua grazia, se rettamente si studiano. E in verità essa non proibisce a queste discipline di adoperare, ciascuna nel suo ambito, principii e metodi proprii; ma, riconoscendo questa giusta libertà, sta bene attenta che, riluttanti all’insegnamento divino, non incappino negli errori, oppure, violando i proprii confini, invadano e turbino il campo della fede ».

DOMANDA 527a.

Benedetto XII; Vedi D. 62a

S. Giovanni Crisostomo, In Epist. ad Romanos, XIV, 6:

« Che cosa dunque t’ha salvato? la sola speranza in Dio e l’aver fede in lui per le promesse fatte e i benefici compartiti: nè alro hai avuto da offrire. Se dunque t’ha salvato questa fede, anche adesso conservala: essa, che ti ha procurato tanti beneficii, senza dubbio non si smentirà in avvenire. Essa difatti d’un morto, d’un perduto, d’un prigioniero e d’un nemico ha fatto un amico, un figlio, un libero, un giusto e un erede e l’ha favorito tanto quanto nessuno avrebbe potuto aspettarsi: or come non ti proteggerà in futuro, dopo così liberale benevolenza?… Che cos’è dunque la speranza? È un confidare nelle cose future ».

(P. G., 60, 532).

DOMANDA 530a.

S. Gregorio Magno, In Evangelia, II, 30, 1, 2:

« Ma ecco: se ciascun di voi fosse richiesto se ama Dio, risponderebbe con tutta fiducia e sicura coscienza: Io l’amo. Ora, proprio a principio della lettura avete udito quel che dice la Verità: Se uno mi ama, osserverà la mia parola (Gio., XIV, 23). La prova dunque dell’amore è la pratica delle opere. Perciò il medesimo Giovanni dice nella sua lettera: Chi dice: Amo Dio e non ne osserva i comandi è bugiardo (I di Gio., II, 4). In verità noi amiamo Dio, se ci sappiamo trattenere dai nostri piaceri a norma de’ suoi precetti. Chi difatti è ancora naufrago de’ suoi illeciti desideri, certo non ama Dio, perchè nella sua volontà è in contrasto con Lui. « …. Chi dunque ama Dio davvero e ne osserva i precetti, il Signore entra nel cuore di lui e vi fa dimora, perchè talmente lo penetra l’amor di Dio che non se ne distacca poi al momento della tentazione. Dunque ama davvero colui, che non si lascia vincere a consentir coll’anima nel cattivo compiacimento. Infatti tanto più ci si distacca dall’amore, quanto più si accoglie il basso compiacimento. Perciò è anche detto subito dopo: Chi non mi ama non osserva i miei precetti (Gio., XIV, 24) ».

(P. L., 76, 1220 ss.).

DOMANDA 535a.

Concilio di Trento, Sess. VI, Decretum de justificatione, cap. 15:

« Bisogna affermare, contro le sottili trovate di certa gente, che con dolci parole e le lusinghe ingannano la coscienza degli innocenti, questa verità: che si perde la grazia ricevuta della giustificazione, non soltanto col peccato contro la fede, che distrugge la fede stessa, ma con qualunque peccato mortale, pur non perdendo la fede. Bisogna difender l’insegnamento della legge divina, che respinge dal regno di Dio non solamente gl’infedeli, ma pure i fedeli colpevoli di fornicazione, d’adulterio, di sensualità, di sodomia, di furto, di avarizia, di ubbriachezza, di maldicenza, di violenza e così via, perchè da siffatti peccati mortali possono astenersi coll’aiuto della grazia e a cagione di essi si separano dalla grazia di Cristo.

Can. 27. Sia scomunicato chi afferma che non v’è peccato mortale se non quello contro la fede; oppure che la grazia, una volta ricevuta, non si perde per nessun altro peccato, sia pur grave ed enorme quanto si vuole, se non per quello contro la fede ».

« Can. 28. Sia scomunicato chi afferma che, perduta col peccato la grazia, sempre si perde insieme anche la fede; oppure che la fede superstite non è vera fede, per quanto non sia più viva: oppure che non è Cristiano chi ha fede senza la carità ».

DOMANDA 537a.

Innocenzo XI, propp. 10, 11 tra le condannate dalla S. Congregazione del S. Ufficio, il 2 marzo 1679:

« Prop. 10. Non siamo in obbligo di amar il prossimo con atto interno e formale ».

« Prop. 11. Possiamo sodisfare al precetto di amar il prossimo con i soli atti esterni ».

(Du Plessis, III, II, 348).

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (28)

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (3)

F. CAYRÉ:

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (3)

Trad. M. T. Garutti

Ed. Paoline – Catania

Nulla osta per la stampa Catania, 7 Marzo 1957

P. Ambrogio Gullo O. P. Rev. Eccl.

Imprimatur

Catanæ die 11 Martii 1957

Can. Nicolaus Ciancio Vic. Gen.

CAPITOLO III

I PADRI, ORGANI QUALIFICATI DELLO SPIRITO NEL CORPO MISTICO

Chiesa, tempio del Dio vivente

È chiaro che la denominazione « Uomini di Chiesa » è la prima da far valere parlando di coloro che vengono comunemente chiamati « Padri della Chiesa ». Deve anzitutto intendersi in senso spirituale, non perché  escluda l’aspetto dottrinale, ma perché lo oltrepassa, almeno nei primi testimoni che dobbiamo qui presentare. Sant’Ignazio di Antiochia, che morì verso il 107, dopo un lungo episcopato in quella città, dove San Pietro aveva risieduto per qualche anno, non ci è noto che per sette lettere scritte a varie chiese nel corso del suo viaggio verso Roma, dove subì il martirio ardentemente desiderato. Esse non sono capolavori classici, ma il fervore religioso che le ispirò al Santo è così nobile e ardente che esse raggiungono in molte pagine, la più alta eloquenza, sia che egli esalti il Cristo e la Chiesa, sia che attacchi gli eretici, sia che esorti i fedeli ad una vita spirituale più pura. Il cuore, l’idea centrale di tale dottrina, è chiaramente la Chiesa, ma considerata specialmente come tempio del Dio vivente. La comunità cristiana si mostra già bene organizzata, con l’essenziale della sua gerarchia (vescovi, preti, diaconi), ivi compresa l’autorità della Sede centrale, situata nella « nobile e santa Chiesa, che ha la presidenza », che viene apertamente indicata: Roma. Il Santo infatti ha già un chiaro senso dell’universalità, e usa per primom la parola « cattolica » per esprimerlo. Ma per quanto ricco sia un tale messaggio dal punto di vista istituzionale, per usare un termine tecnico, sono il fervore e la potenza dell’eloquenza del grande martire siriano che più ci colpiscono. La generazione di cui S. Ignazio è il più illustre rappresentante è meno preoccupata dell’attesa della Parusia di quanto non lo fosse quella della Didachè; essa si richiama di preferenza alla presenza spirituale e mistica del Salvatore. Da ciò una bella serie di formule suggestive. « Facciamo tutte le nostre azioni con il pensiero che Dio abita in noi: saremo così i suoi templi e lui stesso sarà il nostro Dio che risiede in noi » (Et. XV, 3). Chiama anche i cristiani teofori, naofori, cristofori, agiofori (Et. IX), ed è per questo, senza dubbio, che gli piace ricordare all’inizio di ogni lettera il suo secondo nome di Teoforo. La sua presenza in noi, Dio la manifesta a coloro che l’amano (Et. XV); essa è il frutto della fede e della carità; « la fede e la carità, dice, sono il principio e il fine della vita; la fede ne è il principio, la carità ne è la perfezione, l’unione delle due è Dio stesso » (Et. XIV). – Questa vita interiore si appoggia su una profonda conoscenza del Cristo, non soltanto come uomo, ma come Dio, conoscenza talmente viva e penetrante che assomiglia alla visione. È questa conoscenza, perfezione della fede, che i mistici chiameranno contemplazione. Sant’Ignazio non ne ha fatto la teoria, come faranno Clemente d’Alessandria o Sant’Agostino, ma l’ha vissuta, ed è questo che importa anzitutto, essendo tali conoscenze spirituali destinate a favorire lo sbocciare della perfetta vita cristiana. Questa si espande in zelo apostolico: a tutti, nelle sue lettere alle Chiese orientali, dà delle direttive di una potenza e di una fecondità sorprendenti. Nessuna sufficienza del resto in quest’uomo; egli usa, parlando di se stesso, formule umilianti, che non possono ingannare sull’intimo dell’anima: in tutta verità si giudica un aborto indegno di essere contato fra i membri di Cristo. Queste espressioni sono frequenti dovunque; il suo ardore vibra tuttavia potentemente soprattutto nell’Epistola ai Romani, ai quali Sant’Ignazio domanda con forza di non sbarrargli la via del martirio: «morire», per «andare al Cristo», ecco il suo unico desiderio. – Davanti a questa foga, l’Epistola ai Corinti di San Clemente di Roma (+verso il 100) appare scialba. Ci si ingannerebbe tuttavia se si accentuasse troppo questo contrasto. Quel documento del vescovo di Roma è stato scritto in tutt’altre condizioni e con uno scopo del tutto speciale. Si trattava di porre le basi per la riorganizzazione interna di una Chiesa turbata da fazioni; da qui il largo richiamo dei principi in una lunga esposizione quasi didattica, ma che non manca di calore; poi un netto richiamo dell’ordine stabilito da Dio sulla comunità cristiana, seguito da un fermo invito a rinunciare ai partiti che hanno smembrato Cristo. Questo aspetto dottrinale è abbondantemente esposto lungo tutta l’Epistola. La pratica delle virtù è fondata sull’esempio del Salvatore che ci ha riscattati con la sofferenza (c. 16), sulla missione del Cristo prete e redentore (c. 36), sull’istituzione stessa, per suo mezzo, di una gerarchia (c. 42), precisamente quella che è stata violata a Corinto e che bisogna ristabilire (c. 45-40). San Clemente parla qui, come vero capo, che ordina e minaccia (c. 51-53); ma più ancora come prete che fa appello ai più alti sentimenti religiosi, in una preghiera che è un’evocazione della liturgia primitiva e mostra l’alta coscienza che aveva il santo della presenza viva del Cristo nella Chiesa. Non vi è traccia, come del resto in Sant’Ignazio, della credenza in una prossima Parusia (ritorno imminente di Cristo). Cenni invece a questa credenza si possono trovare nella Didaché (c. 16) o nell’Epistola detta di S. Barnaba (c. 21), scritti da riportare a un’epoca un po’ anteriore (fine del I secolo), Si può d’altronde scorgervi un’impressione, una speranza o un desiderio o un’aspirazione, più che una salda dottrina. Questa sarà formulata nettamente verso la fine del II sec., ma avrà allora una fonte diversa dalla parola del Cristo: la dottrina montanista che si appoggerà su una pretesa rivelazione, quella dello Spirito, parlante in un nuovo profeta, Montano. Un neo-convertito come Tertulliano ne sarà anch’egli affetto, dopo qualche anno di feconda e pura attività nel senso classico tradizionale. Fin nel suo errore, egli testimonia del posto importante che aveva, nella concezione primitiva della Chiesa, la dottrina e il senso della presenza di Dio, vivente in essa attraverso il Cristo e lo Spirito. – San Cipriano (+ 258), compatriota di Tertulliano suo discepolo, non lo  segue nel suo errore su questo punto. Vescovo di Cartagine, egli insistette, al contrario, contro i lapsi, quei Cristiani che si erano piegati nella persecuzione di Decio (nel 250) e che pretendevano di farsi assolvere dai soli « spirituali ». Tuttavia lui stesso, per quanto concerneva l’unità dell’intera Chiesa, non sembra aver chiaramente capito le esigenze della dottrina tradizionale. Egli riconosce l’importanza unica della Sede di Roma ed ha persino trovato, per esprimerla, le più belle formule della tradizione. Tuttavia, in modo inconscio, senza dubbio, contava troppo esclusivamente sullo Spirito Santo, per fare questa unità, quando la tradizione, già molto precisa al suo tempo, aggiungeva, a questa azione dello Spirito, quella di una sede particolarmente designata per assicurarne la salvaguardia. –

La Sede apostolica, centro della Chiesa

 Fin dall’inizio del II sec., la Sede di Roma ha una funzione eminente nella Chiesa, testimoni Sant’Ignazio e San Clemente. Alla fine di quello stesso secolo, le attività del papa Vittore I (189-199) la mettono in grandissimo rilievo. Ma il principio stesso viene formulato in termini esatti in un testo di una chiarezza incomparabile. È di Sant’Ireneo, vescovo di Lione alla fine del II sec. (+ verso il 201). Questo testo è dato all’inizio del libro III, in un trattato Contro le eresie che comprende cinque libri. È dunque centrale, e di fatto pone una regola di portata universale. Eccone la sostanza: « Noi esponiamo la fede della grandissima e antichissima chiesa fondata a Roma dai due gloriosissimi Apostoli Pietro e Paolo, per confondere tutti coloro che prendono posizione contro il diritto. A questa Chiesa, in effetti, a causa del suo eminente principato, bisogna che si ricolleghi ogni Chiesa in cui è stata conservata la tradizione che viene dagli Apostoli ». Questa regola è di una luce abbagliante per gli spiriti non prevenuti. Non bisogna intenderla in modo da sopprimere la Scrittura: il legame con gli Apostoli afferma esattamente il contrario. Ma essa mira a semplificare ed a generalizzare il richiamo alla Scrittura con un mezzo tradizionale sicuro e universale: l’unione dottrinale con la Sede Apostolica. Questo aspetto teologale non è tutto, e non viene esclusa la disciplina; ma il pensiero che domina nell’opera del vescovo di Lione è palesemente dogmatico. Precisamente San Cipriano, nell’Africa latina, cinquant’anni più tardi, faceva eco a Sant’Ireneo, in termini quasi altrettanto netti per quanto riguarda i principi. Nel trattato sull’Unità della Chiesa (251) il vescovo di Cartagine pone dei principi che fanno eco a quelli di Sant’Ireneo, ma applicati qui alla disciplina oltre che al dogma: ricorda che la Chiesa universale è fondata su Pietro, secondo l’ordine stesso di Cristo, il quale « stabilisce la Chiesa su un solo » Apostolo (super unum ædificat Ecclesiam); questa formula gli ha valso il titolo di « primo teorico della cattolicità ». Più importante ancora forse è quest’altra formula dello stesso scritto: « Non si può avere Dio per Padre se non si ha la Chiesa per Madre ». In un’epistola quasi contemporanea (Ep. 59) parla della « cattedra di Pietro » come della « Chiesa principale », almeno nel senso che « l’unità sacerdotale deriva da essa ». Non sembra, è vero, che il Santo abbia compreso esattamente tutto ciò che tale principio comportava in fatto di esigenze; da cui certi conflitti penosi con i Vescovi stessi di Roma. Ma il principio non fu mai rinnegato: egli stesso del resto non era stato il primo a proclamarlo, ma faceva eco a Sant’Ireneo e alla tradizione. Nello stesso periodo, in Oriente, San Dionigi, Vescovo di Alessandria, grande avversario degli eretici del paese, usava per combattere il modalismo di Sabellio formule pericolose quanto le sue da un altro punto di vista, perché esse arrivavano, a dispetto delle intenzioni dell’autore, attraverso una vera subordinazione del Figlio, alla negazione della sua divinità. Il vescovo di Roma, San Dionigi, ne fu avvertito e impose una messa a punto al grande Vescovo alessandrino. Questi gli diede piena soddisfazione, senza mettere in campo l’apostolicità della sua Chiesa, una delle più grandi della cristianità dopo Roma. È evidente che l’apostolicità della Sede di Pietro comportava una proporzionata autorità effettiva. Nel secolo successivo un altro grande Vescovo di Alessandria, Sant’Atanasio, si trovò in difficoltà con gli ariani; esiliato, ricorse a Roma, dove il Papa lavorò efficacemente e di autorità per farlo rientrare nella sua città episcopale. Per tutta la vita rimase attaccato alla Sede Apostolica, nella quale vedeva un prolungamento del Verbo incarnato, poiché è questo l’aspetto che lo colpiva maggiormente nel Cristianesimo. Questo grande avversario degli ariani, ferrato in filosofia, non seguì quegli eretici sul loro terreno preferito: non aveva contro di loro che un’arma, l’Incarnazione del Verbo, di cui considerava gli effetti nella persona del Cristo e in ciascuno dei Cristiani. Di qui l’interesse che egli ebbe sempre per la Chiesa, opera del Cristo, e suo Corpo stesso. Quest’ultimo carattere è centrale nella dottrina di Atanasio. Ne aveva poste le basi fin dai suoi primi scritti e le lotte contro l’arianesimo lo condussero a importanti approfondimenti. Egli associò strettamente, in maniera fisica, si è detto, l’incarnazione del Verbo e la divinizzazione dell’uomo. In Gesù, il Verbo penetra la sua umanità e anche, in qualche modo, la nostra. Gli uomini gli sono dunque strettamente legati. In lui, il Verbo ci ha « verbificato », in modo che la nostra divinizzazione è associata alla sua incarnazione. Tale è la trama generale di una dottrina che associa strettamente il dogma e la vita, come associa la sapienza eterna e la sapienza creata. A tali altezze, la teologia vivente di Atanasio sfuggiva alle arguzie dei filosofi battezzati e faceva trionfare la dottrina cattolica della divinità del Verbo incarnato (Cfr. L. Bouyer, « L’Incarnation et l’Église, corps du Christ »). La sua azione provvidenziale fu decisiva. La Cattolicità della Chiesa antica Il messaggio di Cristo, che invia i suoi Apostoli a predicare al mondo intero, in universum mundum (Mc. XVI, 15), è stato condensato dai Padri nella parola « cattolico ». Sant’Ignazio la usa già all’inizio del II secolo, per designare sia la Chiesa universale, sia una Chiesa particolare in relazione di anima e di spirito con il mondo intero, per mezzo della fede comune a tutti. L’uso della parola « cattolico » si generalizza nel IV sec.; entra nei simboli, quello di Nicea, di Gerusalemme o di Costantinopoli in Oriente, o quello di Roma; San Cirillo di Gerusalemme la usa nelle sue Catechesi (XVIII, 25). In Occidente, Sant’Ireneo, nel testo citato (Cfr. L. Bouyer, 1943 ibidem, p. 29), aveva ricollegato la cattolicità all’unione con Roma, senza usare la parola. In compenso, Sant’Agostino vi ricorse con forza, dopo Sant’Ottato: egli grida trionfalmente contro i donatisti: « Noi, cattolici, siamo nel mondo intero, poiché comunichiamo con tutta la terra, ovunque la gloria del Cristo è penetrata » (In Ps. 56, n. 13). Sant’Epifanio associava le due formule, « Chiesa cattolica ed apostolica », nel simbolo che termina la sua grande opera sulla fede (Anchoratus, p. 119) e difatti esse sono su per giù sinonime, secondo la regola di fede ben conosciuta dall’antichità. Forse la vera sfumatura della parola cattolico deve esser ricercata meno nella sua reale portata che nell’attitudine ad abbracciare il mondo intero. Con ciò la parola completa la nota di apostolicità, rivolta verso il punto di partenza del movimento cristiano. La cattolicità esclude i legami locali esagerati, che si oppongono alla reale universalità del messaggio evangelico. – Gli scismatici donatisti si vantavano di essere africani, e Sant’Agostino mostra il ridicolo delle loro pretese. Altrove, egli costata con nobile fermezza quale forza sia, per il Cattolico, questa coscienza di aver con sé il mondo intero: « È per questa ragione che, con sicurezza, il mondo intero non giudica buoni quelli che si separano dal mondo intero, in qualsiasi regione del mondo ». Il tono grave di questa semplice frase fece un’impressione salutare su Newman, e finì per deciderlo agli ultimi sacrifici del ritorno alla fede integrale. Anch’egli, come molti altri, era stato bloccato dagli eccessivi legami locali, che appesantiscono l’anima rendendola incapace di innalzarsi fino a quegli orizzonti universali che il puro Cattolicismo apre. Sono questi alti orizzonti che contemplavano generalmente le anime al tempo dei Padri; fu questa convinzione che sostenne i Padri stessi nella dura lotta contro scismi ed eresie. Bisogna citare soprattutto Sant’Agostino, il cui zelo ebbe alfine ragione del donatismo che flagellò l’Africa latina per un secolo intero. – La nota cattolica in un Sant’Ambrogio presenta una sfumatura tutta particolare. Prima consigliere degli imperatori d’Occidente, poi di Teodosio il Grande, ottiene il riconoscimento della totale indipendenza della Chiesa sul piano religioso, d’altronde senza detrimento per il potere imperiale, che resta solo giudice nel suo campo. Il grande Vescovo, ex-alto funzionario dello Stato, ottiene per la Chiesa dei privilegi che sono un omaggio del temporale allo spirituale, senza usurpazione e senza abuso di potere, poiché, scomparendo il paganesimo, gli antichi privilegi della religione di Stato vanno logicamente alla Chiesa; la vera religione si trova ora ad essere, di fatto, quella dei più alti funzionari dello Stato, fino all’apice della gerarchia imperiale. Questo aspetto del cattolicesimo di Sant’Ambrogio non deve, del resto, farci dimenticare l’essenza della sua anima profondamente religiosa, preoccupata dell’apostolato morale e spirituale, pia fino al misticismo, come testimoniano i suoi scritti sulla verginità, che hanno stimolato e sostenuto durante secoli il fervore delle giovani cristiane consacrate a Dio. La nota di pietà mariale è tradizionalmente ricollegata al nome di San Cirillo di Alessandria, a causa della difesa della maternità divina di Maria contro Nestorio, che a Costantinopoli la negava. La formula Teotokos, Madre di Dio, era popolare a Bisanzio, e quando questo nuovo Vescovo, venuto da Antiochia, la lasciò pubblicamente biasimare e la biasimò lui stesso, vi fu un vero conflitto che mise di fronte i due grandi prelati e, per la seconda volta, un vescovo di Costantinopoli venuto da Antiochia, venne deposto da un Vescovo alessandrino, o almeno con il suo attivo intervento. È chiaramente imprudente voler vedere in tutto ciò solo dei conflitti di influenza e di amor proprio regionale. È sul piano cristiano che si svolge questa partita: la si vede ben presto montarsi e snodarsi rapidamente come un dramma, a Efeso nel 431. San Cirillo, vero teologo, uno degli spiriti più profondi della tradizione alessandrina, vede, fin dall’inizio, tutta l’importanza del conflitto. Rifiutare a Maria il titolo di Madre di Dio (Teotokos) significa negare l’Incarnazione, poiché, se il Verbo si è veramente incarnato, è Dio Uomo (o Uomo-Dio in una sola persona; ma non Dio e uomo, come se vi fossero due persone). Maria è madre dell’Uomo-Dio, e non solo dell’uomo. Tutta una teologia dell’Incarnazione viene così iniziata, e San Cirillo ne incatena una ad una tutte le maglie. Fa approvare le sue tesi dal Papa San Celestino I e si fa dare mandato per ottenere l’adesione dell’Africa orientale alle sue formule. Essendosi riunito ad Efeso un Concilio, sotto il suo impulso e sotto quello del Papa, egli vi si reca con un rilevante gruppo di suffraganti, che gli assicurano una solida maggioranza. Maneggiando abilmente, farà approvare il suo operato dagli inviati del Papa e condannare Nestorio. Maria è proclamata « Madre di Dio », e San Cirillo, trionfante, parla di unione « fisica » di Dio e dell’uomo nel Cristo. – Ma il monofisismo di Eutiche è la maldestra e grossolana espressione di un semplicistico realismo, che tende a trascurare nel Cristo la natura umana per meglio esaltare la natura divina, identificata con la persona. I veri teologi di questo gruppo non evitano le confusioni se non attraverso sottili sottintesi. Il papa interviene ancora una volta: San Leone contribuì direttamente lui stesso alla scelta della formula definitiva: « Un solo e medesimo Cristo… in due nature », così la Chiesa finì con l’esprimere, con il minimo di parole, la sostanza del mistero dell’Incarnazione. La espressione era felice nella sua brevità; finì con l’imporsi ma non senza difficoltà. Intere popolazioni cristiane dovevano resistere, meno preoccupate dell’ortodossia che della politica. Esse uscirono dalla cattolicità per attaccamento a formule locali o a punti di vista personali, a detrimento della fede cattolica, che San Leone rappresentava con un prestigio incomparabile e un’autorità senza uguali. Egli incarnò veramente l’intera Chiesa Cattolica in questa circostanza e nell’insieme del suo Pontificato. Per la sua azione dottrinale come per quella pastorale, meritò veramente il nome di Grande. – L’Impero d’Occidente cadde poco tempo dopo la sua morte, ma il Papato, che egli aveva tanto onorato, beneficiò ancora per lungo tempo del suo prestigio, e questa forza fu una benedizione per i popoli nuovi che dovevano a poco a poco entrare nel Cattolicesimo. – I Papi conservavano un’alta autorità spirituale nell’universale disordine causato dall’arrivo dei barbari. Un altro Papa, San Gregorio, chiamato anche lui Grande, doveva lavorare con successo a introdurli, ad uno ad uno, in seno alla cattolicità, e questa trovava nella sua fedeltà alla fede tradizionale una forza capace di trasformare i costumi di invasori senza cultura. La grandezza dei Vescovi di quel tempo e specialmente degli scrittori chiamati Padri, per quanto modesta potesse essere la loro cultura letteraria, fu proprio nel loro attaccamento a questa profonda tradizione religiosa che noi chiamiamo cattolica: essa ebbe la forza di trarre fuori un certo ordine dal caos occidentale. L’Impero di Oriente resistette provvidenzialmente nel suo centro, a forza di coraggio e di senso politico, alla pressione persiana, poi a quella degli Arabi, non senza abbandonare importanti provincie. Allo scopo di difendere il loro dominio, vero bastione della cristianità, gli imperatori attrassero a volte i Vescovi verso predominanti preoccupazioni terrene, a detrimento dell’universalità, specialmente nel VII e nell’VIII secolo, ma il senso cattolico non fu mai soffocato nei migliori, e i Padri di quel periodo ne furono ancora, a Bisanzio, eminenti difensori, particolarmente nel campo della teologia mariana, di cui restano i migliori testimoni, e nella difesa del culto delle immagini, con San Germano, San Giovanni Damasceno e San Teodoro Studita.

La Chiesa e la Città di Dio

I diversi aspetti della Chiesa che abbiamo richiamato evocando i loro migliori testimoni sono, tutti e tre, eminentemente spirituali. Ma ve n’è uno ancora più elevato e più vasto, che li sintetizza, arricchendoli, su un piano tutto particolare: è il tema della Città di Dio, cui Sant’Agostino ha consacrato la più grande e la più celebre delle sue opere, dopo le Confessioni e il De Trinitate. In queste, il Santo mostra Dio, il Dio in tre Persone, che prende possesso della sua anima, a dispetto delle sue resistenze: poiché, se il peccato ha abbondato in lui, la grazia ha sovrabbondato. Ciò che aveva costatato lui stesso e potentemente descritto in lunghe meditazioni, preghiere e ricerche, all’inizio del suo episcopato, Agostino lo ritrovò, su un piano più vasto, quindici anni più tardi, dopo il 410, quando meditò sulla sorte dell’impero e dell’umanità intera, dopo la presa di Roma da parte dei Visigoti, poiché la Città di Dio è anzitutto una prolungata riflessione sul posto dell’uomo nell’universo e il profondo orientamento verso una vita eterna che sola merita veramente il nome di « Città di Dio ». Questa città è caratterizzata da uno spirito, che trae la sua vera forza dall’amore di Dio, predominante al punto di abbracciare tutte le aspirazioni dell’uomo e di guidare tutte le sue attività. Egli vi riesce, nella misura in cui contiene l’egoismo o la ricerca dei piaceri inferiori. Per meglio fissare i caratteri di questa città « celeste », egli l’oppone ad una forza, senza dubbio meno costruttiva, ma capace anch’essa di orientare le attività umane: è la città «terrestre», considerata nei suoi principi, in particolar modo l’amore di sé. Di qui l’affermazione fondamentale, che costituisce la tesi dell’opera: «Due amori hanno dunque costruito due città: una terrestre, frutto dell’amore di sé fino al disprezzo di Dio; l’altra celeste, frutto dell’amore di Dio fino al disprezzo di sé » (Città di Dio, 1. XIV, e. 28). Già fin dalle prime parole dell’opera, la Città di Dio è chiamata da Agostino « gloriosissima ». Per lui, l’essenziale di questa città è nella vita futura, « in questa stabilità della sua condizione eterna ch’ella aspetta con pazienza (Rom., VIII, 25). Tuttavia, egli dovrà considerarla anzitutto e a lungo « nell’attuale corso del tempo in cui essa cammina vivendo della fede fra gli empi » (Città di Dio, 1. I, c. 1). E nei primi libri, in modo particolare nei cinque che formano un lungo portico del vasto monumento in costruzione, egli segnalerà le tendenze delle città terrestri, il cui spirito è così diverso dall’altro, poiché in esse trionfano l’orgoglio ed il desiderio di dominare (ibid). Il primo libro è una risposta generale destinata a far risaltare la fede dei Cristiani che sono stati turbati, da una parte, dagli orrori commessi dai Visigoti nella città da loto conquistata, e dall’altra, dai lamenti dei pagani che rimpiangono i loro dei. Agostino mostra loro che nulla di definitivo è stato compiuto, agli occhi della fede, fino a che non vi è una vera debolezza morale, e che le lagnanze degli idolatri sono ancor meno fondate di quelle dei Cristiani, poiché il paganesimo non ha prevenuto in passato alcun disordine. Questo tema è sviluppato nei tre libri seguenti, in cui i vizi degli antichi romani sono descritti con un’abbondanza eloquente e troppo giustificata. Nel libro V, Agostino passa da questa argomentazione ad hominem a questioni generali sulle cause della grandezza romana, indiscutibile, ma che bisogna giudicare alla luce di Dio. Arriva così a stimolare i Cristiani con il ricordo delle virtù sulle quali si è stabilita la forza imperiale capp. XV-XVI). Se Dio ha così ricompensato virtù umane radicalmente viziate dall’amor proprio, a ben maggior ragione terrà conto delle virtù soprannaturali nella misura in cui saranno pure. L’impero romano è stato opera della Provvidenza (e. XXI). E il libro si chiude nell’elogio dei due grandi imperatori cristiani lel IV secolo, Costantino e Teodosio (capp. XXV-XXVI). – In questa complessa apologetica, Sant’Agostino ha simultaneamente di vista i due ordini, e più ancora le due epoche, se così si può dire: quella del tempo che passa, in cui viviamo, quella dell’eternità che si prepara e verso cui noi andiamo. Questa magistrale esposizione prosegue nei libri VI – X, con un’altra sintesi che nasce da una apologetica superiore, soprattutto d’ordine dottrinale. Agostino vi fa una critica delle antiche speculazioni filosofiche e della religione greco-romana. Ma non dimentica di farvi notare molti elementi superiori di cui la rivelazione cristiana ha saputo felicemente trar partito. La filosofia platonica ha tutta la simpatia dell’autore, che vi indugia nel libro VIII. Egli attribuisce persino a Platone, il suo maestro preferito, molte precisazioni personali che il suo genio, illuminato dalla fede, reca alle vedute del pensatore ateniese, ritrovato attraverso Plotino. – I dodici seguenti libri, che, in effetti, espongono, in tre parti, l’origine (XI-XIV), lo sviluppo (XV-XVIII), e la fine (XIX-XXII) della città di Dio, sono consacrati in modo particolare a descrivere l’ordine soprannaturale voluto da Dio nel seno dell’umanità. Gli aspetti naturali o filosofici dell’argomento non vi sono trascurati, soprattutto nello studio delle origini; ma il divino vi domina in tutto ed ha la sua preponderanza, fino alla famosa nozione delle due città, che è la conclusione della prima tappa (l. XV, c. 28). La storia ha la prevalenza nella seconda fase, e di nuovo la dottrina riprende i suoi diritti nella terza. Per quanto il pensiero del Santo si libri così in alto, si ammirano in modo particolare, nel XIX libro, le sue penetranti vedute circa la collaborazione di due città, in vista di una pace ch’egli considera non solo sopra un piano metafisico universale (tranquillitas ordinis), ma sopra un piano umano e sociale (ordinata concordia). Quest’ultima formula contiene tutto un programma di azione cristiana in questo mondo. Ma tale punto di vista, per quanto importante, resta secondario, paragonato alle supreme realtà verso le quali la fede orienta invincibilmente l’umanità e di cui trattano i tre ultimi libri: fine del mondo e giudizio universale, castigo dei dannati in inferno, beatitudine degli eletti in un Cielo che è la vera città di Dio (l. XX-XXII); solo questi alti e vasti orizzonti rispondono alle preoccupazioni religiose e umane del grande dottore. – La Chiesa ha appunto la responsabilità diretta e esclusiva dell’ordine soprannaturale che abbiamo ora descritto. La sua stessa costituzione, stabilita da Cristo, l’adatta perfettamente ad esso. Non è una società angelica ma una società umana, corporea sotto certi riguardi, ma spirituale sotto altri, e questo punto di vista predomina sempre. Essa è apostolica, fidando di una tradizione che risale alle origini cristiane; è cattolica, cioè universale, per il campo nel quale agisce, che trascende gli interessi nazionali; e infine supera persino gli Stati, sul piano soprannaturale che è il suo oggetto proprio, senza d’altronde mirare a dominarli, anche se esige da essi il riconoscimento cui le dà diritto la sua missione. La Chiesa ha potuto, nel Medio Evo, accettare o esigere una autorità di ordine umano, permettendoglielo o anche imponendoglielo le condizioni sociali del tempo, per rassicurarsi l’indipendenza necessaria. A torto, senza dubbio, si appoggiarono queste esigenze sulla Città di Dio, poiché il punto di vista agostiniano si tiene ad un livello molto superiore, ma i motivi invocati e le condizioni sociali potevano, a quel tempo, giustificare questo richiamo a dottrine d’un altro ordine: « l’agostinianesimo politico » non è agostiniano se non in un senso molto largo, più spirituale che politico.

SPIRITUALI E MISTICI DEI PRIMI TEMPI (4)

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (26)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (26)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vic. Gen

TESTIMONIANZE DEI CONCILI ECUMENICI DEI ROMANI PONTEFICI, DEI SANTI PADRI E DELLE SACRE CONGREGAZIONI ROMANE CHE SI CITANO NEL CATECHISMO

DOMANDA 413a.

Concilio di Trento, sess. XIV, Sul Sacramento della Penitenza, cap. 1:

« Se c’era in tutti i rigenerati tal gratitudine a Dio, da custodire costantemente la giustificazione ricevuta nel Battesimo per suo benefizio e favore, non c’era bisogno d’istituire proprio dopo il Battesimo un altro Sacramento per la remissione de’ peccati. Ma, poiché Dio, ricco di compassione (Agli Efes., II, 4), conobbe la nostra fragilità (Salm. CII, 14), ecco ha disposto un rimedio vitale anche per coloro, che poi sarebbero caduti nella schiavitù del peccato e in poter del demonio, vale a dire, il Sacramento della Penitenza, col quale ai peccatori, dopo il Battesimo, è applicato il beneficio della morte di Cristo. A dir vero, la penitenza fu in ogni tempo necessaria per ottener grazia e giustificazione a tutti quanti gli uomini, che si fossero macchiati di qualche colpa mortale, anche a coloro, che avesser chiesto d’essere purificati col sacramento del Battesimo; sicché, rinnegata e corretta la loro cattiveria, detestassero coll’odio del peccato e con pio dolore dell’anima la grave offesa di Dio. Perciò il Profeta disse: Convertitevi e fate penitenza di tutte le vostre iniquità e non vi sarà di rovina la vostra iniquità (Ezech., XVIII, 30). Anche disse il Signore: Se non farete penitenza, tutti del pari perirete (Luc., XIII, 3). E Pietro, il capo degli Apostoli, raccomandando ai peccatori ammessi al Battesimo la penitenza, diceva: Fate penitenza, poi ciascuno di voi sia battezzato (Atti, II, 38). Orbene la penitenza nè era un Sacramento prima della venuta di Cristo, nè è, dopo la sua venuta, per nessuno prima del Battesimo. Ma il Signore istituì il Sacramento della Penitenza, specialmente nell’occasione che, risuscitato da morte, alitò su’ suoi discepoli, dichiarando: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, saran rimessi; a chi li riterrete, saran ritenuti (Gio., XX, 22). E con quest’atto così augusto e con tali parole così chiare l’unanime consenso de’ Padri sempre intese che fu comunicata agli Apostoli e ai lor successori legittimi la facoltà di rimettere e ritenere i peccati per riconciliare i fedeli caduti dopo il Battesimo. Con buona ragione la Chiesa cattolica colpì e condannò d’eresia i Novaziani, che negavan ostinatamente una volta la facoltà di rimettere. Perciò questo sacro Sinodo, approvando e accogliendo tal verissimo significato di quelle parole del Signore, condanna le false interpretazioni di coloro che stortamente piegan quelle parole a indicare la facoltà di predicar la parola di Dio e di bandire il Vangelo di Cristo, contro l’istituzione di questo Sacramento.

« Chi afferma che, nella Chiesa Cattolica, la Penitenza non è vero e proprio Sacramento, istituito da Cristo nostro Signore per riconciliare con Dio i fedeli, ogni volta che, dopo il Battesimo, cadono in peccato, sia scomunicato ».

DOMANDA 414a.

Concilio di Trento : Vedi D . 413.

Pio X, Decr. Lamentabili, 3 luglio 1907, prop. 47 tra le condannate :

« Le parole del Signore: Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati, saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti (Gio., XX, 22 s.) non si riferiscono affatto al Sacramento della Penitenza, checché sia piaciuto d’affermare ai Padri del Concilio di Trento ».

(Acta Apostolicæ Sedis XL, 473).

S. Giovanni Crisostomo, De Sacerdotio, III, 5:

« Difatti essi, che abitano la terra e v i dimorano, sono incaricati di dispensar le cose del cielo e hanno ricevuto un potere che Dio non diede nè agli angeli nè agii arcangeli. Difatti a questi non fu detto: Qualunque cosa legherete sulla terra sarà legata anche in cielo e qualunque cosa scioglierete in terra sarà sciolta anche in cielo. A dir vero, i principi della terra hanno pure il potere di legare, ma soltanto i corpi; mentre quest’altro vincolo tocca l’anima e trascende i cieli; e tutto quel che i sacerdoti fanno quaggiù, Iddio ratifica lassù e il Signore stesso conferma la sentenza de’ servi suoi. Poiché, che altro diede loro se non giurisdizione delle cose celesti? Difatti disse: A chi rimetterete i peccati saranno rimessi, a chi li riterrete saranno ritenuti. Qual potere più grande di questo? Il Padre al Figlio diede ogni potere giudiziario e io osservo che tutto fu trasmesso ad essi dal Figlio ».

(P. G., 48, 643).

DOMANDA 417a.

Concilio di Trento, Sess. XIV, Sul Sacramento della Penitenza, cap. 3:

« Inoltre il santo Sinodo insegna che la forma del Sacramento della Penitenza, nella quale principalmente ne consiste la validità, è compresa in quelle parole del ministro: Io ti assolvo ecc. A esse, in verità, s’aggiungono, secondo consuetudine della santa Chiesa, alcune preghiere e lodevolmente; però non fanno parte affatto dell’essenza della forma nè son necessarie per l’amministrazione del Sacramento stesso.. Poi sono quasi materia del Sacramento stesso gli atti del penitente, cioè Contrizione, Confessione e Sodisfazione. Essi son detti parti della Penitenza, in quanto, secondo l’istituzione di Dio, si richiedono nel penitente per l’integrità del Sacramento e per la piena e perfetta remissione dei peccati. Orbene è sostanza ed effetto di questo Sacramento, per quel che concerne la sua virtù ed efficacia, la riconciliazione con Dio, che talvolta, negli uomini pii e che ricevono con divozione questo Sacramento, s’accompagna colla pace e serenità di coscienza e forte commozione del cuore. Il Santo Sinodo, insegnando così circa le parti e l’effetto del Sacramento, condanna insieme la sentenza di quelli, che sostengono, come parti della Penitenza il terrore della coscienza e la fede.

« Can. 4. Sia scomunicato chi nega che per la remissione integra e perfetta dei peccati si richiedono tre atti nel penitente, quasi materia del sacramento della Penitenza, cioè Contrizione, Confessione e Sodisfazione, che son dette le tre parti della Penitenza; oppure afferma che le parti della Penitenza sono solamente due, vale a dire i terrori eccitati nella coscienza, in seguito al riconoscimento della colpa, e la fede concepita dal Vangelo, oppure l’assoluzione, in forza della quale uno creda che per merito di Cristo gli sieno stati rimessi i peccati ».

DOMANDA 422a.

Concilio di Trento, Sess. XIV, cap. 3: Vedi D. 417.

« Can. 7. Sia scomunicato chi afferma che nel Sacramento della Penitenza non è necessario di diritto divino per la remissione de’ peccati il confessare tutti e singoli i peccati mortali, di cui si abbia memoria dopo la dovuta e diligente ricerca; anche quelli occulti e che si oppongono ai due ultimi precetti del decalogo, e le circostanze che mutano la specie del peccato; ma che tal confessione è semplicemente utile per istruzione e consolazione del penitente e che anticamente si osservava soltanto per imporre una penitenza canonica: oppure afferma che chi si dà pena di confessare tutti i peccati non vuol lasciar nulla alla divina misericordia da perdonare; o, finalmente, che non è lecito confessare peccati veniali ».

DOMANDA 428a

Concilio di Trento, Sess. XIV, Del Sacramento della Penitenza, cap. 4:

« La contrizione, cui spetta il primo posto tra gli atti ricordati del penitente, è un dolore dell’anima e la detestazione del peccato commesso col proposito di non peccare più. Ora questo atto di contrizione fu sempre necessario per impetrare il perdono de’ peccati e, nell’uomo caduto in colpa dopo il Battesimo, prepara finalmente alla remissione dei peccati purché sia congiunto colla fiducia nella divina misericordia e col desiderio di eseguire tutto quello che esige per ricevere degnamente questo Sacramento. Dunque il santo Sinodo dichiara che questa contrizione comprende non soltanto il proposito di non peccare più e d’incominciare una vita nuova, ma include pure l’odio di quella trascorsa, secondo il detto: Respingete da voi tutte le vostre iniquità, colle quali avete prevaricato, e fatevi un cuor nuovo e un’anima nuova (Ez., XVIII, 31). E davvero chi medita quelle grida de’ santi: Contro te solo ho peccato e fatto male nel tuo cospetto (Salm., L, 6); Fui pieno d’affanno nel mio gemere, ogni notte inonderò di lacrime il mio giaciglio (Salm. VI, 7); Ricorderò dinanzi a te la mia vita, in amarezza di spirito (Isa., XXXVIII, 15) e altre siffatte, capisce subito che sono sgorgate da un odio potente contro la vita trascorsa e da una profonda detestazione de’ peccati. Inoltre insegna che, sebbene questa Contrizione talvolta sia carità perfetta e riconcilii l’uomo con Dio prima di ricever questo Sacramento, la riconciliazione stessa però non deve attribuirsi alla Contrizione senza il desiderio del Sacramento, che è in essa implicito. Ancora dichiara che la Contrizione imperfetta, chiamata Attrizione, poiché comunemente si concepisce o per la riflessione sulla bruttezza del peccato, o pel timore dell’inferno e de’ castighi, qualora escluda la volontà di peccare e vi sia la speranza del perdono, non soltanto non fa ipocrita e più colpevole l’uomo, ma è invece un dono di Dio e un impulso dello Spirito Santo, che in verità non ancora abita nell’anima, ma soltanto la eccita e col quale, il penitente si prepara l’adito alla giustificazione. Essa non può per se stessa, senza il sacramento della Penitenza, condurre a giustificazione il peccatore; però lo dispone a ottener la grazia divina nel sacramento della Penitenza. Difatti, salutarmente scossi da questo timore, i Niniviti, grazie alla predicazione di Giona piena di spaventi, fecero una penitenza e ottennero da Dio misericordia. (Cfr. Giona, III). Perciò son calunniati a torto gli scrittori cattolici, da certuni, come se avessero insegnato che il sacramento della Penitenza conferisca la grazia senza la buona disposizione di chi lo riceve — ciò che non fu mai insegnato nè pensato dalla Chiesa cattolica — ed insegnano falsamente che la Contrizione è estorta e imposta, non libera e volontaria ».

S. Gregorio Magno, In Evangelia, II, 34, 15:

« Noi non possiamo far degna penitenza, se non ne conosciamo anche il modo. In realtà, far penitenza è un piangere le colpe commesse e un non commetter ciò ch’è da piangere. Infatti chi le deplora con l’intenzione di commetterne delle altre ancora, o finge o ignora di far penitenza ».

(P. L., 76, 1256).

S. Agostino, Sermo, 351, 12:

« Non basta cambiar in meglio i costumi e romperla colle cattive azioni, se non si sodisfa a Dio per quelle già commesse col dolore del pentimento, col gemito dell’umiltà, col sacrificio d’un cuore contrito, col sussidio di elemosine ».

(P. L . , 29, 1549).

DOMANDA 436a.

Concilio di Trento : Vedi D. 428.

DOMANDA 438a.

Concilio di Trento: Vedi D. 428.

S. Pier Crisologo, Sermo 94:

« Bada, uomo, di non disperare; ti è rimasto di che sodisfare a un creditore pietosissimo. Vuoi il perdono? Ama. La carità coprirà un cumulo di colpe (I di Piet., IV, 8). Qual peggior colpa del rinnegamento? Eppure Pietro soltanto coll’amore fu in grado di distruggerla, coll’approvazione del Signore, là dove dice: Pietro, mi ami? (Gio., XXI, 15). Tra tutti i precetti di Dio ha il primo posto l’amore ».

(P. L., 52, 466).

DOMANDA 439a.

Concilio di Trento: Vedi D. 428.

Leone X, Bolla Exurge Domine, 15 giug. 1520, contro gli errori di Lutero, prop. 6 tra le condannate:

« La contrizione, che si acquista coll’esame, col confronto e colla detestazione de’ peccati, mediante la quale uno ricorda la sua vita in amarezza di spirito, misurando la gravità, il numero, la bruttezza de’ peccati, la perdita dell’eterna felicità e l’eterna dannazione meritata, questa contrizione fa diventar ipocrita anzi più colpevole ».

Pio VI, Costit. Auctorem fìdei, 28 ag. 1794, prop. 23, 25, 36 tra le condannate, contro gli errori del Sinodo di Pistoia:

« 23. La dottrina del Sinodo, concernente il duplice amore della passione dominante e della carità dominante, quando dichiara che l’uomo, senza la grazia, è in dominio del peccato e che il medesimo, in quello stato, contamina e guasta tutti i suoi atti per il generale influsso della passione dominante; in  quanto vuol insinuare che nell’uomo, finché si trova, nella schiavitù o stato di colpa, privo della grazia per esser liberato da tal servitù e rifatto figlio di Dio, la passione ha tale dominio da contaminare e guastare in sè stessi, per questo suo generale influsso, tutti gli atti di lui, ovvero da esser peccati tutte le opere, per qualunque motivo sien fatte, compiute prima della giustificazione, quasicchè in tutti i suoi atti il peccatore sia schiavo della passione dominante, è dottrina falsa, dannosa, che conduce all’errore già condannato dal Concilio di Trento come eretico e di nuovo condannato in Baio, all’art. 40.

« 25. La dottrina, la quale sostiene genericamente che il timore delle pene unicamente non può esser detto un male, se almeno riesce a frenar la mano; come se il timor dell’inferno, che è, secondo fede, castigo del peccato, non sia per se stesso buono e utile, qual dono soprannaturale e impulso proveniente da Dio, che prepara all’amore della giustificazione: è falsa, temeraria, dannosa, ingiuriosa alla munificenza divina, altre volte condannata, contraria alla dottrina del Concilio di Trento e insieme al pensiero comune de’ Padri: che occorre, conforme all’ordine solito di prepararsi alla giustificazione, che prima entri il timore per aprir la strada all’amore: un timor medicina, un amore salute….

«36. La dottrina del Sinodo, premesso che : «l’uomo potrà esser giudicato degno d’esser ammesso a partecipare il sangue di Cristo, ne’ Sacramenti, quando s’avranno segni non dubbii che l’amor di Dio domina nel suo cuore » soggiunge che « le conversioni fittizie, per via di attrizione, non soglion esser né efficaci, nè durevoli » sicché « deve il pastor d’anime esigere segni non dubbii della carità dominante, prima di ammettere ai Sacramenti i suoi penitenti »; e questi segni, come segue a insegnare « potrà il pastore desumerli da una stabile astensione dal peccato e dal fervore nelle buone opere »; e di più considera questo « fervore di carità » come una disposizione che « deve andar innanzi all’assoluzione »; tal dottrina, intesa nel senso che, per ammettere l’uomo ai Sacramenti e in particolare i penitenti al beneficio dell’assoluzione « si richiede assolutamente » e generalmente non soltanto la contrizione imperfetta, talora indicata col nome di attrizione, anche se congiunta coll’amore per il quale l’uomo comincia ad amar Dio come sorgente d’ogni giustificazione, nè soltanto la contrizione informata dalla carità, ma pure « il fervore della carità dominante » e per di più messo a prova di lunga esperienza col fervore nelle buone opere — è falsa, temeraria, atta a turbare la tranquillità delle anime, contraria alla prassi sicura e approvata nella Chiesa, dannosa all’efficacia del Sacramento e ingiuriosa ».

(Bullarii Romani continuatìo, 1. e, 2711, 2714).

S. Gregorio da Nissa, In Cantica Canticorum, homilia I:

« Difatti chi vuol che tutti sien salvi e vengano alla conoscenza della verità (la Tim., II, 4) indica qui un mezzo perfettissimo e felice di salvezza, dico quello della carità. Perché a taluni salvezza è fatta anche per via di timore, quando ci stacchiamo dal male, considerando le pene dell’inferno. Ci sono anche di quelli che, per la speranza del premio riservato a chi avrà piamente vissuto, si diportano con rettitudine e conforme a virtù, praticando il bene non per amore, ma per l’aspettativa della ricompensa ».

(P. G., 44, 766).

DOMANDA 442a.

S. Giovanni Crisostomo, De Lazaro, IV, 4:

« Se siamo stati fin qui negligenti, uccidiamo subito la malizia che è trascesa ad azione, colla confessione, col pianto, coll’accusa de’ proprii peccati. Niente infatti è così nemico del peccato quanto l’accusa e la condanna del peccato, congiunta col pentimento e col pianto. Hai condannato il tuo peccato? Ti sei liberato da un fardello. Chi dice così? Lo stesso giudice, Dio: Di’ tu per primo i tuoi peccati, se vuoi esser giustificato (Isa., XLIII, 26). Perché dunque — rispondi — hai vergogna e arrossisci di confessare i tuoi peccati? Forse dunque li dici a un uomo perché ti svergogni? Forse li confessi a un compagno perché li sciorini al pubblico? No, ma scopri le piaghe a chi è Signore e ha cura di te ed è pietoso ed è medico…. Se non dichiarerai l’enormità del debito, non sperimenterai la sublimità della grazia. Dice: non ti costringo a presentarti in mezzo a un teatro nè a raccogliere molti testimonii; di’ a me soltanto e a tu per tu la tua colpa, affinché guarisca la piaga e ti liberi dal dolore ».

Il medesimo, Homilia: Quod frequenter sit conveniendum, 2:

« Dunque, perchè hai peccato, non ti vergognare di accostarti: anzi accostati appunto perciò. Nessuno infatti dice: Poiché ho una piaga, non chiamo il medico, nè voglio medicine; anzi appunto per questo si devono chiamare i medici e bisogna ricorrere all’efficacia delle medicine. Sappiamo perdonare anche noi, perchè proprio noi siam soggetti ad altre mancanze ».

(P. G., 63, 463).

DOMANDA 445a.

Concilio di Trento, Sess. XIV, Sul Sacramento della Penitenza, cap. 5:

« Secondo l’istituzione, già spiegata, del Sacramento, la Chiesa sempre ha pensato che dal Signore fu anche istituita integra la confessione de’ peccati e ch’essa è necessaria di diritto divino per tutti i peccatori dopo il Battesimo; perchè il Signor nostro Gesù Cristo (Gio., XX; Matt. XVIII) prima di salire al cielo, lasciò per suoi vicarii i sacerdoti, come direttori e giudici ai quali accusare ogni colpa mortale, in cui cascano i fedeli di Cristo; affinché essi, usando della potestà delle chiavi, pronuncino sentenza di ritenere o perdonare le colpe. È chiaro infatti che i sacerdoti non avrebbero mai potuto esercitare questa funzione di giudici, senza cognizione di causa, nè potuto nemmeno osservare l’equità nell’imporre la penitenza, se i penitenti avessero essi stessi messo in chiaro i loro peccati soltanto genericamente e non piuttosto nella specie e a uno a uno. Di qui si desume che i penitenti debbono manifestare nella confessione tutti i peccati mortali, di cui, dopo una diligente indagine, hanno ricordo, per quanto siano occulti e commessi, per es., unicamente contro gli ultimi due precetti del decalogo: questi anzi, talora, fanno più grave piaga nell’anima e son più pericolosi di quelli che si commettono in pubblico. Quanto a’ veniali, che non ci privano della grazia di Dio e in cui si cade più frequentemente, possono senza colpa esser taciuti ed espiati con molti altri mezzi, benché se ne può far la confessione saggiamente e salutarmente e senza alcuna sorta di presunzione, come dimostra la pratica di uomini pii. Ma poiché tutti i peccati mortali, anche di semplice pensiero, rendono gli uomini figli dell’ira a Dio nemici, sì deve pure chieder perdono di essi a Dio, con aperta e compunta confessione. E così, se i fedeli di Cristo stanno attenti a confessare tutte le colpe, che ricorrono alla memoria, evidentemente le manifestano per essere perdonati in tutto dalla divina misericordia. Chi fa al contrario e, consapevole, ne tace alcuni, non presenta nulla a Dio, per mezzo del sacerdote, da esser perdonato, Difatti se l’ammalato arrossisce di scoprire al medico la sua piaga, non può la medicina guarire quel che ignora. Inoltre si conclude che si devono confessare anche le circostanze, che mutano la specie del peccato; senza di esse nè il penitente fa integra la confessione de’ peccati, né questi vengono a cognizione del giudice, il quale non potrà nè giudicar rettamente la gravità delle colpe, nè imporre congrua penitenza al penitente. È dunque irragionevole insegnare che tali circostanze furono escogitate da persone oziose; o che un’unica circostanza si sia in obbligo di confessare, poniamo, d’aver peccato contro il fratello. Di più è un’empietà sostenere che una confessione, qual è comandata con questo metodo, sia impossibile oppure una carneficina delle coscienze. Si sa bene che la Chiesa dal penitente nient’altro esige tranne che dopo essersi ben esaminato e aver esplorato ogni piega e nascondiglio della sua coscienza, confessi que’ peccati, co’ quali ricorda d’aver offeso mortalmente il suo Signore e Dio: quanto poi agli altri peccati, che dopo esame diligente non tornano alla mente, s’intendono compresi, in generale, nella medesima confessione; per essi noi diciamo, con sentimento di fede, insieme al Profeta: Signore, liberami dalle colpe nascoste (Salm. XVIII). A dir vero, la stessa riluttanza di confessarsi così e la vergogna di rivelar le colpe potrebbe sembrar molesta, se non fosse alleggerita da tanti vantaggi e consolazioni, che con ogni certezza consegue, per mezzo dell’assoluzione, chi s’accosta degnamente a questo Sacramento.

« E ora del costume di confessarsi, in segreto, ad un solo sacerdote. Cristo non proibì che, per castigar sè stesso e umiliarsi, uno possa confessare in pubblico le sue colpe, o a esempio altrui, o ad edificazione della Chiesa contristata: ma esso non è stato comandato per precetto divino; nè verrebbe saggiamente comandato da una qualsiasi legge umana che si dovessero manifestare in pubblica confessione le colpe, specialmente quelle segrete. Ora, siccome dai più santi e antichi Padri, con cordiale e unanime consenso, fu sempre raccomandata la confessione sacramentale segreta, venuta in uso fin da principio e tuttora usata nella santa Chiesa, risulta chiaramente vana la calunnia di coloro, i quali non si vergognano d’insegnare ch’essa è contraria al comando di Dio e ch’è un’invenzione umana e che precisamente fu introdotta dai Padri riuniti nel Concilio di Laterano. Difatti col Concilio di Laterano la Chiesa non determinò che i fedeli di Cristo si confessassero: essa sapeva bene che quest’è obbligo e istituzione di diritto divino; determinò invece che il precetto di confessarsi fosse adempiuto almeno una volta l’anno da tutti e da ciascuno, dopo raggiunti gli anni della discrezione; di qui, con immenso frutto per le anime de’ fedeli, quell’usanza salutare universalmente osservata nella Chiesa, di confessarsi nel sacro e più accettevole tempo della quaresima. Quest’usanza il sacro Sinodo l’approva di tutto cuore e l’accoglie perchè conforme a pietà e degna d’essere conservata ».

Il medesimo, ib., can. 7:

« Sia scomunicato chi afferma che nel Sacramento della Penitenza non è necessario di diritto divino, per la remissione dei peccati, confessar tutte e singole le colpe mortali, di cui s’ha ricordo in seguito a doverosa e accurata riflessione, anche quelle occulte e che offendono gli ultimi due precetti del Decalogo e le circostanze, che mutano la specie del peccato: che invece tal confessione è puramente utile per istruzione e consolazione del penitente e che fu anticamente osservata soltanto per imporre una sodisfazione canonica: oppure afferma che chi si studia di confessare i peccati non vuol lasciar nulla da perdonare alla divina misericordia, o finalmente che non è lecito confessare i peccati veniali ».

S. Gregorio Magno, In Evangelia, II, 26, 4-6:

« (I discepoli) hanno il primato del giudizio dall’alto, sicché a taluni ritengono, ad altri perdonano i peccati, facendo le veci di Dio. Era conveniente che fossero da Dio tanto inalzati coloro, che per amor di Dio avevan consentito di esser tanto abbassati. Ecco, quelli che temono il rigoroso giudizio di Dio diventano i giudici delle anime e quelli, che

temevano d’andar dannati, o condannano o liberano gli altri. Proprio di essi ora tengono il posto nella Chiesa i vescovi, i quali, giunti a questo gradino di giurisdizione, rivestono l’autorità di legare e di sciogliere. Grande onore! ma grande anche il peso di quest’onore…. Bisogna conoscere assai bene le cause e allora solo ha da esercitarsi la potestà di sciogliere e di legare. Convien considerare quale colpa abbia preceduto, o qual pentimento è seguito alla colpa, affinché sieno assolti dalla sentenza del pastore quelli, che Dio onnipotente visita colla grazia della compunzione ».

(P. L., 76, 199 s.).

S. Cipriano, De lapsis, 28-29:

« Finalmente, quanto son più fermi per la fede e migliori pel timore coloro, che, pur non contaminati di sacrilegio, se però n’ebbero anche solo il pensiero, lo confessino con dolore e semplicità al sacerdote di Dio, aprano la loro coscienza, depongano il peso dell’anima loro, chiedano salutare rimedio anche per le piccole piaghe, pensando che sta scritto: con Dio non si scherza! (Ai Gal., VI, 7). Non si può schernire e raggirar Dio nè ingannarlo con qualsiasi astuzia…. Ognuno, dunque, vi prego, o fratelli, confessi le sue mancanze, mentre si è ancor vivi, mentre è ancor concesso di confessarsi, mentre la sodisfazione e il perdono impartiti dal sacerdote sono ancor accetti dinanzi a Dio ».

(P. L., 4, 503).

S. Girolamo, In Matthæum, III, al XVI, 19:

« Leggiamo nel Levitico (XIII, 2 ss.) de’ lebbrosi, che si comanda loro di presentarsi a’ sacerdoti e, se hanno avuto la lebbra, devono dal sacerdote esser fatti immondi: non perché i sacerdoti sian destinati a fare lebbrosi e immondi, ma perchè abbian conoscenza di lebbroso e non lebbroso e possano distinguere il mondo dall’immondo. Dunque, come lì un sacerdote fa mondo o immondo un lebbroso, così anche qui un sacerdote o un vescovo lega o scioglie non quelli, che sono innocenti o peccatori; ma, conforme all’ufficio suo, dopo aver udito le varie colpe, sa chi legare e chi sciogliere ».

(P. L., 26, 122).

DOMANDA 447a.

Alessandro VII, Decret. del 24 sett. 1665, prop. 11 tra le condannate:

« Non siamo in obbligo di manifestare nella seguente confessione i peccati tralasciati o dimenticati in una confessione per imminente pericolo di vita o per altra causa ».

(Du Plessis, III, 11, 321).

DOMANDA 452a.

Concilio di Trento, sess. XIV, Sul sacramento della Penitenza, cap. 8-9:

« Eccoci alla Sodisfazione. Di tutte le parti della Penitenza essa, che fu sempre raccomandata da’ nostri Padri al popolo cristiano, massimamente poi al nostro tempo, è combattuta, sotto colore di gran pietà, da gente che sembra aver la pietà, ma ne ha rinnegato il valore. Orbene il santo Sinodo dichiara che è del tutto falso e contrario alla parola di Dio che dal Signore non siano mai rimessi peccati, senza che ne sia pure condonata tutta la pena: nelle sacre Scritture si incontrano evidenti e notissimi esempii, da’ quali, oltre che dalla tradizione divina, è chiarissimamente refutato questo errore. In verità anche il criterio della giustizia divina sembra esigere che diversamente siano accolti da lui in grazia quelli, che peccarono prima del Battesimo per ignoranza, da quelli che, una volta liberati dalla schiavitù del peccato e del demonio, e ricevuto il dono dello Spirito Santo, non temettero di violare il tempio di Dio (I ai Cor. III, 17) e di contristare lo Spirito Santo (Agli Efes., IV, 30) consapevolmente. E s’addice proprio alla divina clemenza che noi non siamo così assolti da’ peccati senza una sodisfazione, affinchè, abusando dell’occasione e pigliando alla leggiera i peccati, non cadiamo da ingiusti oltraggiatori dello Spirito Santo (Agli Ebr., X, 29), in peccati più gravi, accumulandoci ira pel giorno dell’ira (Ai Rom., II, 5). Senza dubbio queste opere di sodisfazione penale distolgono energicamente dal peccato e servono come di freno; esse rendono i penitenti più cauti e vigilanti per l’avvenire; portano un rimedio pure ai rimasugli del peccato e cogli atti delle virtù opposte distruggono gli abiti cattivi contratti col viver male. E davvero nessuna via più sicura fu giudicata nella Chiesa di Dio, per allontanare il castigo imminente di Dio quanto la pratica frequente tra gli uomini di queste opere di penitenza unite a vero dolore dell’anima. Inoltre, mentre si soffre col render sodisfazione, ci conformiamo a Cristo Gesù, il quale sodisfece per i nostri peccati e dal quale proviene tutto il nostro bene (II ai Cor., III, 5): e ci conquistiamo anche la più sicura caparra, perché se soffriamo insieme a Lui, insieme a Lui saremo anche glorificati (Ai Rom., VIII, 17). D’altra parte questa nostra sodisfazione, data per i nostri peccati, non è nostra in guisa che non sia per mezzo di Cristo Gesù: difatti se niente possiamo noi, per quel che riguarda le nostre forze, possiamo tutto con la cooperazione di Lui, che ci conforta (Ai Philipp., IV, 13); così l’uomo non ha di che vantarsi, bensì ogni nostra gloria è in Cristo, nel quale viviamo e meritiamo e diamo sodisfazione; quelli che, operano degni frutti di penitenza, ne derivano da lui la forza, e da lui sono offerti que’ frutti al Padre e, per suo riguardo, dal Padre accettati. I sacerdoti dunque del Signore devono, a seconda che lo spirito e la prudenza suggerisce, ingiungere salutari e opportune riparazioni, a norma delle colpe e della possibilità de’ penitenti, per non rendersi partecipi dell’altrui peccato, col chiudere un occhio sulla colpa e trattare con troppa indulgenza i penitenti, imponendo per gravissimi peccati certe pene leggerissime. Tengano presente che la sodisfazione da imporre non serva soltanto di presidio alla nuova vita e di sostegno alla fragilità, ma pure di punizione e di mortificazione de’ peccati commessi; perché le chiavi furono concedute ai sacerdoti non soltanto per liberare, ma anche per vincolare, come credono e insegnano gli antichi Padri; non per questo però considerarono il sacramento della Penitenza come un tribunale d’ira e di vendetta; e, non fu mai pensiero di nessun cattolico, che per tali nostre riparazioni si offuschi e si diminuisca la virtù meritoria e sodisfattoria del Signor Nostro Gesù Cristo; e i Riformatori novelli, perché così non vogliono capirla, insegnano che la miglior penitenza è la vita nuova per eliminare così ogni valore e pratica della sodisfazione.

« Inoltre insegna che la divina misericordia è larghissima; tanto da metterci in grado di sodisfare al Padre, per merito di Gesù Cristo, non soltanto colle penitenze, spontaneamente praticate da noi per castigarci, oppure imposte a giudizio del sacerdote in proporzione della colpa, ma pure (oh, prova suprema d’amore!) colle sventure temporali da Dio inflitte e da noi pazientemente sopportate ».

DOMANDA 457a.

Concilio IV di Laterano (1215), cap. 21, Sull’obbligo di confessarsi e sul segreto confessionale, e sull’obbligo di comunicarsi almeno alla Pasqua:

« Si guardi bene dal tradire il penitente con parole, con segni o con altro mezzo qualsiasi e per qualsiasi riguardo; ma, se avesse bisogno di un consiglio migliore, lo domandi con cautela, escluso ogni accenno a persona; perchè chi presumerà di manifestare un peccato rivelatogli nel tribunale di confessione, non soltanto sia sospeso dal ministero sacerdotale, ma di più rinchiuso in un monastero di clausura a far perpetua penitenza ».

(Mansi, XXII, 1007).

DOMANDA 461a.

Concilio di Trento, Sess. VI, Decretum de justifìcatione, cap. 14:

« Chi, per il peccato, è decaduto dalla grazia della giùstificazione, si può ancora riabilitare se, coll’aiuto di Dio, procurerà, di riacquistare la grazia perduta, mediante il Sacramento della Penitenza. Questo mezzo di giustificazione difatti è una riabilitazione dei caduti, che i santi Padri chiamarono giustamente la seconda tavola dopo il naufragio della grazia perduta. Difatti per quelli, che cadono in peccato dopo il Battesimo, Gesù Cristo istituì il sacramento della Penitenza allorché disse: Ricevete lo Spirito Santo : a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi li riterrete saranno ritenuti (Gio., XX, 23 – 23). Perciò bisogna insegnare che, dopo la caduta, la riparazione dell’uomo cristiano è ben differente da quella battesimale; e che vi si comprende non soltanto la cessazione dei peccati e la loro detestazione, cioè la contrizione e l’umiliazione del cuore, ma in più la sacramentale confessione di essi, almeno col desiderio di farla a suo tempo, e l’assoluzione del sacerdote; inoltre la sodisfazione con digiuni, elemosine, preghiere ed altre pie pratiche di pietà, non proprio in compenso della pena eterna, rimessa insieme colla colpa dal Sacramento o dal desiderio del Sacramento, ma della pena temporale. Questa infatti, secondo l’insegnamento della sacra Scrittura, non sempre, come nel Battesimo, è condonata totalmente a coloro che, ingrati alla grazia da Dio ricevuta, hanno contristato lo Spirito Santo e non si sono peritati di violare il tempio di Dio. Sta scritto di questa Penitenza: Ricordati donde sei caduto e fa penitenza e ritorna alle opere di prima (Apoc. II, 5). E altrove: Difatti la tristezza che è secondo Dio produce una penitenza stabile per la salvezza (II ai Cor., VII, 10). E ancora: Fate penitenza e producete degni frutti di penitenza (Matt. III, 2, 8).

« Can. 30. Sia scomunicato chi afferma che, dopo ricevuta la grazia della giustificazione, viene rimessa la colpa a qualunque peccatore pentito e cancellato il reato di pena eterna in tal misura che non rimanga nessuna responsabilità di scontar pena temporale, o a questo mondo o in avvenire nel Purgatorio, prima di poter entrare nel regno de’ Cieli ».

Il medesimo, sess. XIV, Dottrina del sacramento della Penitenza: Vedi D . 452 e:

« Can. 12. Sia scomunicato chi afferma che tutta quanta la pena vien rimessa insieme colla colpa e che la sodisfazione del penitente non è diversa dalla fede, colla quale apprende che Cristo ha sodisfatto per lui ».

DOMANDA 462a.

Concilio di Trento, sess. XXV, Decreto sulle Indulgenze:

« Poiché la facoltà di elargire indulgenze fu conferita da Cristo alla Chiesa ed essa fin dai primi tempi ne ha usato come potere divinamente conferitogli, il santo Sinodo insegna e prescrive che dev’essere conservato e approvato dall’autorità de’ sacri Concilii, l’uso delle indulgenze; e scomunica chi sostiene che esse siano inutili, o nega alla Chiesa la facoltà di concederle. Però desidera che nel concederle sia usata, conforme all’antica e saggia pratica della Chiesa, moderazione, affinchè non si snervi per troppa facilità, la disciplina ecclesiastica. E, volendo emendare e correggere gli abusi in proposito, col pretesto de’ quali gli eretici strapazzano questo nome d’indulgenze, col decreto presente stabilisce in linea generale che devon esser tolte tutte le questue di cattivo genere per conseguirle, perché di lì ebbero origine gli abusi tra il popolo cristiano. Non è agevole poi vietar in particolare gli altri abusi che son derivati da superstizione, da ignoranza, da irriverenza o da altra qualsiasi causa, che tante sono le degenerazioni da paese a paese, da provincia a provincia: per ciò incarica i vescovi di raccogliere insieme, ciascuno con ogni cura, siffatti abusi della propria Chiesa e di riferirne al prossimo Sinodo provinciale, affinché, udito il parere anche degli altri vescovi, siano denunciati al Romano Pontefice: così coll’autorità e prudenza, che a lui compete, sia ordinato ciò che giova alla Chiesa universale affinché sia dispensato a tutti i fedeli piamente, santamente e incorrottamente il tesoro delle sacre Indulgenze ».

Clemente VI, Costit. Unigenitus Dei Filius, 25 genn, 1343:

« L’Unigenito Figlio di Dio…. fatto da Dio sapienza, giustizia, santificazione, redenzione per noi (I ai Cor., I, 30); operata l’eterna redenzione, entrò una volta per sempre nel Santuario non per merito del sangue di capro o di vitello, ma in virtù del proprio sangue. (Agli Ebr., IX, 12). Difatti ci ha redento col suo stesso prezioso sangue di agnello intatto e immacolato, non a prezzo d’oro o d’argento corruttibile (I di Piet., I, 18 ss.); e sappiam bene che, sull’altar della croce, vittima innocente, versò egli non una stilla di sangue (che, grazie all’unione col Verbo, bastava per redimere tutto il genere umano) ma senza risparmio tutto un fiume, per così dire, sicché dalla pianta de’ piedi fino al vertice de’ capelli parte sana (Isa., I, 6) in lui non si poteva trovare. Il Padre pietoso volle tesoreggiare pe’ suoi figli tutto quanto il tesoro immenso che conquistò così per la Chiesa Cattolica, affinchè la misericordia di tanto sacrificio non si rendesse inutile, vana o superflua: perciò rimase per gli uomini un tesoro infinito, giovandosi del quale si è fatti partecipi dell’amicizia di Dio ». « E questo tesoro…. l’affidò da dispensare per salvezza de’ fedeli al beato Pietro, custòde del paradiso, e a’ suoi successori e vicarii sulla terra, per motivi degni e ragionevoli, ora in remissione parziale della pena temporale dovuta per i peccati, ora totale; coll’applicazione sia generale sia speciale; conforme credessero conveniente dinanzi a Dio, ai veramente petiti e confessati. « Inoltre si ammette che accrescono il cumulo di questo tesoro, come un’aggiunta, i meriti della beata Madre di Dio e di tutti gli eletti dal primo all’ultimo santo: nè c’è da temere che si esauriscano nè, in qualsiasi misura, scemino, sia per gli infiniti meriti di Cristo, come s’è già detto, sia perchè col crescere della santità, per l’applicazione di essi a un maggior numero di fedeli, cresce pure il cumulo de’ meriti stessi ».

(Extr. comm., V, 9, 2).

Leone X, Bolla Exsurge Domine, 15 giug. 1520, propp.

17-22 tra le condannate, contro gli errori di Martin Lutero:

« 17. I tesori della Chiesa, donde il Papa elargisce le Indulgenze, non sono i meriti di Cristo e de’ Santi.

« 18. Le indulgenze son pie frodi ai fedeli e rilassamento delle buone opere; e si annoverano tra le cose lecite, non tra le giovevoli.

« 19. Le indulgenze non giovano, a chi davvero le ottiene, per rimettere la pena de’ peccati attuali dovuta alla giustizia divina.

« 20. Chi crede che le Indulgenze siano salutari e utili al profitto dello spirito, è un illuso.

« 21. Le indulgenze son necessarie soltanto per le colpe pubbliche e si concedono propriamente soltanto agl’induriti e intolleranti.

« 22. Le Indulgenze non sono necessarie nè utili a sei sorta di persone: cioè ai morti o moribondi, agl’infermi, a chi è legittimamente impedito, a chi non ha commesso colpa, a chi ha commesso colpe, ma non pubbliche, a chi opera il meglio ».

(Bullarium Romanum, 1. c., 751).

Pio VI, Costit. Auctorem fidei, 28 ag. 1794, prop. 40 tra le condannate, contro gli errori del Sinodo di Pistoia:

« La tesi, che l’Indulgenza, secondo la sua precisa definizione, sia nient’altro che remissione d’una parte della penitenza, qual’era stabilita da’ canoni per il peccatore, nel senso che l’Indulgenza, oltre alla semplice remissione della penitenza canonica, non giovi anche a rimetter la pena temporale dovuta per i peccati attuali alla giustizia divina, è falsa, temeraria, ingiuriosa ai meriti di Cristo, testé condannata nell’art. 19 di Lutero ».

(Bullarii Romani continuatio, 1. c. 2715).

Pio XI, Bolla Infinita Dei misericordia, 29 mag. 1924,

Proclamazione del Giubileo universale dell’Anno Santo 1925:

« …. Difatti chiunque per sentimento di penitenza adempie, durante questo gran Giubileo, le prescrizioni della Sede Apostolica, come rimedia e ricupera interamente il tesoro di meriti e doni, che col peccato avea perduto, così si sottrae alla schiavitù durissima di Satana per riprender la libertà di cui Cristo ci fece liberi; finalmente si proscioglie affatto da ogni pena, che per le colpe e i vizi suoi avrebbe dovuto scontare, grazie ai meriti abbondantissimi di Gesù Cristo, della B. Vergine Maria e de’ Santi ».

(Acta Apostolicæ Sedis, XVI, 210).

LO SCUDO DELLA FEDE (142)

P. F. GHERUBINO DA SERRAVEZZA

Cappuccino Missionario Apostolico

IL PROTESTANTISMO GIUDICATO E CONDANNATO DALLA BIBBIA E DAI PROTESTANTI (9)

FIRENZE DALLA TIPOGRAFIA CALASANZIANA 1861

DISCUSSIONE IX

Titoli e ossequii tributati al Papa.

35. Prot. Ecco dunque terminata anche la questione, la causa sul regno temporale del Papa. Si appelli pure e sia il Papa Re, io più non mi oppongo. Ma come potranno mai tollerarsi certi altri titoli, certi ossequi che i Cattolici con tanto trasporto e attenzione gli tributano, né egli si degna punto di ricusarli? Lo appellano SANTO PADRE, e BEATISSIMO, SANTISSIMO PADRE! e persino il VICE DIO !!!… Egli pure non manca talvolta di appellarsi IL VESCOVO DE’ VESCOVI!… Gli ossequi poi corrispondono a’ titoli, poiché non solo la plebe, non solo la nobiltà, etc, ma persino i regnatiti Principi, Re, Imperatori, Regine si prostrano dinanzi a lui, hanno per grazia speciale il baciargli il piede o il ginocchio; e se in necessità lo vedono, obbligati si credono a sovvenirlo in ogni maniera, ed anche senza necessità gli presentano talvolta doni, regali di sommo pregio e valore, quasi fossero suoi umilissimi tributari! Dove mai trovasi nella parola di Dio una sentenza, o un fatto, un esempio che tali cose autorizzi, o almeno coonesti? Non ledono anzi tali cose quell’onore ed ossequio che a Dio solo è dovuto?

Bibbia. È scritto: « Eleazaro figliuolo di Aronne sacerdote, principe de’ principi de’ Leviti? » (Num. III, 32). Ora se il figlio del Gran Sacerdote Israelita, poté avere senza inconveniente il titolo di principe de’ principi de’ Leviti; quale inconveniente vi è mai che il Papa si dia il titolo assai più modesto di Vescovo de’ Vescovi, titolo assolutamente dovutogli come a Capo Supremo dì tutta la Chiesa? – Il titolo di Vice Dio è un sinonimo di quello di Vicario di Gesù Cristo; e che tale sia, tu medesimo ne hai già convenuto. Di più, avendo detto i Giudei al Redentore che volevano lapidarlo: « perché che essendo tu uomo, fai te stesso Dio: 3 » ( Giov. X, 34, 35) rispose loro che se anche non fosse stato tale, avrebbe potuto ciò asserire in senso affatto innocente irreprensibile, così dicendo: « Non è egli scritto nella vostra Legge: Io dissi: siete dii? Se dii chiamò quelli a’ quali Dio parlò, e la Scrittura non può essere abolita, etc. » (Giov. X, 34, 35), non può riprendersi di errore. Da ciò è chiaro non esservi colpa di sorta, se anche (nel debito senso, in onore di colui che rappresenta) appellassero il Papa – il Dio in terra; – e quindi molto meno vi è colpa appellandolo – Santissimo, Beatissimo Padre. Anzi quest’ultimo titolo l’ha espressamente avuto da Gesù Cristo nella persona di S. Pietro, quando a questo Egli disse, nell’atto di eleggerlo Capo Supremo di tutta la Chiesa: « BEATO SEI TU SIMONE BAR IONA. » (Matt. XVI, 17).

54. Riguardo poi agli ossequi, parimente sta scritto: « Queste cose dice il Signore Dio: Ecco che io…. alzerò a’ popoli il mio vessillo (la Croce), e tuoi nutricatori saranno i re, e tue o nutrici le regine: COLLA FACCIA PER TERRA TI ADORERANNO, E BACERANNO LA POLVERE DE’ TUOI PIEDI. » (Isa. XLIX. 22, 23) Se riscontri adesso tutto il contesto evidentemente vedrai che Dio in questo luogo non parla che alla Chiesa Cristiana, e che tali onori ed ossequi a lei promette, nella persona sicuramente de’ suoi primari rappresentanti. Onde i Cattolici prestando tali onori di ussequi al Vicario di Gesù Cristo, altro non fanno che la volontà di Dio, il loro preciso dovere.

Prot. Ciò posso accordarvi rapporto ai buoni Papi: ma ì Cattolici li onorano tutti nel modo stesso indistintamente buoni e cattivi.

55. Bibbia. È scritto: « E mirato fissamente il sinedrio, disse Paolo etc,… Ma il Principe de’ sacerdoti, Anania, ordinò ai circostanti che lo percotessero nella bocca. Allora Paolo gli disse: Percuoterà te Iddio, muraglia imbiancata…. Ma i circostanti dissero: Tu oltraggi il Sommo Sacerdote di Dio? E Paolo disse: Fratelli, io non sapeva che egli è il Principe de’ sacerdoti. Imperocché sta scritto: Non oltraggerai il principe del popol tuo. » (Act. XXIII, 1 e segg.). Ora dir non potrai che questo Anania fosse uomo dabbene; eppure S. Paolo, domanda scusa per avergli mancato di rispetto, e con ciò t’insegna che tali onori ed ossequi non sono annessi ai costumi, ma al grado, alla dignità della persona.

Prot. Giustissime sono le vostre ragioni, ed io medesimo anche per lo innanzi ne era talmente persuaso che scrivendo a lui così espresso mi sono: « AL BEATISSIMO PADRE LEONE PONTEFICE MASSIMO: « Martin Lutero: Prostratomi a’ piedi della tua Beatitudine, etc. » (Lutero, Epist. ad Leonem Pap. Præf. Thesium, edict. 1519) Ed infatti, «Che cosa è il Papa?… Esso è un Vescovo, IL PADRE SANTO, IL SOMMO SACERDOTE…. Egli benefica e benedice…. Esso è il beneaccetto a milioni di cuori da lui santificati: esso si manifesta grande nella più alta maestà sino alle menti de’ potenti, i quali onorano il Papato; esso è il possessore di una potestà; dinanzi a cui nello spazio di 1700 anni ora 1860), a cominciare dalla Casa di Cesare insino alla stirpe di Asburgo, son passate e cadute molte grandi nazioni. » (Giov. Muller, Opp. Tom. 8, p. 56).

DISCUSSIONE X

I Precetti della Chiesa.

56. Prot. Sì: antica e grande è la potestà del Papa, ma più grande ancora è 1’abuso che egli ne fa. Ed invero: chi mai gli ha dato il potere di aggiungere ai divini Comandamenti i propri disciplinari precetti, e di obbligare gravemente i fedeli alla osservanza di essi? Eppure ha egli ciò fatto sino a comandar digiuni, a proibire in certi giorni e tempi dell’ anno i cibi di grasso! Non è egli questo un arrogarsi l’inaudito potere di correggere la legge santa di Dio, e violare in pari tempo i diritti più sacri dell’uomo?

Bibbia. Sta scritto: «Gli Apostoli e i seniori…. ai fratelli…. È parso allo Spirito Santo ed a noi…. che vi asteniate dalle cose immolato agli idoli, e dal sangue, e dal soffocato. – E Paolo elettosi Sila,… fece il giro della Siria e della Galilea, confermando le Chiese: comandando che si osservassero i precetti degli Apostoli. » (Act. XV, 28, 29, 40, 41). « E passando di città in città raccomandavano di osservare i regolamenti decretati dagli Apostoli. » (ivi, XVI, 4). Potrai adesso negare che non possa fare il Papa ciò che poteron fare gli Apostoli? Che se domandi quando il Papa, e da chi abbia ricevuto tal potestà: ti dico che l’ha ricevuta da Gesù Cristo, quando disse al primo Papa S. Pietro: « Tuttociò che avrai legato sopra la terra, sarà legato anche in cielo. » (Matt. XVI, 19) Dipoi disse ancora, per far conoscere di quanta forza siano tali precetti, di quanta reità si aggravano i trasgressori di essi: «Se non ascolta la Chiesa, abbilo come per un pagano e pubblicano. » (Matt. XVIII, 17) Hai ben capito?

Prot. Ho capito benissimo: Sono ancor io del medesimo sentimento.

57. « Senza la disciplina non può sussistere famiglia, né Chiesa, la dottrina di Cristo è l’anima della Chiesa, la disciplina tiene il luogo dei nervi che saldano tra loro i membri. Infrangere la disciplina è un uccider la Chiesa. La disciplina è il freno che doma l’anima ribelle, il pungolo che eccita la volontà infingarda, la sferza paterna che mite punisce l’indocile fanciullo. Gesù ha detto – Matt. XVIII – colui che dopo due rimproveri, fattigli dinanzi a tre testimoni, non si sarà emendato, verrà tradotto dinanzi al tribunale della Chiesa, da cui verrà pubblicamente rimproverato. Se il rimprovero rimane senza effetto, egli sarà espulso e scacciato dalla società de’ fedeli. » (Calvino: lib. 4, Instit. cap. 3). « Noi crediamo che i digiuni e le mortificazioni della carne, alle quali l’uomo volontariamente si sottopone, sono utilissime cose per avanzare nella pietà; e che dobbiamo esortarvi i Cristiani come fecero gli Apostoli. » (Melantone: Professione di fede mandata, anche a nome della Germania, a Francesco I, re di Francia: Art. 3). (Gli Apostoli non solo esortarono, ma comandarono.)