INFALLIBILITA’ DEL PAPA

Infallibilità del Papa.

[G. Bertetti: Il Sacerdote predicatore. – S.E.I. ed. Torino, 1919]

  1. In che consiste l’infallibilità pontificia, 2. Come si dimostra. — 3. Il nostro dovere.

1. – IN CHE CONSISTE L’INFALLIBILITÀ PONTIFICIA. — Infallibilità non vuol dire impeccabilità; .. l’impeccabilità fu propria di Gesù Cristo per natura, fu propria di Maria Santissima per grazia,… non è propria né del Papa, né di qualsiasi altro mortale… tutti possiamo mancare nell’osservanza della legge santa di Dio, e tutti più o meno manchiamo, compreso il Papa che deve riconoscersi anche lui peccatore e confessarsi anche lui some qualsiasi altro fedele! … – Infallibilità pontifìcia non vuol dire che il Papa sia immune da errore in qualsiasi argomento o materia;… anche lui si può sbagliare, come qualsiasi altro, scrivendo o ragionando d’arti profane, e in tal cosa la sua opinione è discutibile come quella di qualsiasi altro- Infallibilità pontificia non vuol dire nemmeno che il Papa sia esente da errore, quando tratta d’argomenti religiosi in qualità di persona privata nelle familiari conversazioni; … e nemmeno quando ne tratta come semplice predicatore, catechista, confessore. – Infallibilità pontificia vuol dire « che il Romano Pontefice, quando parla ex Cathedra, cioè quando adempiendo l’ufficio di Pastore e di Dottore di tutt’i Cristiani, in virtù della suprema sua apostolica autorità definisce una dottrina intorno alla fede o ai costumi, da tenersi da tutta la Chiesa, mercé dell’assistenza divina a lui promessa nella persona del Beato Pietro, è dotato di quella infallibilità, della quale il divin Redentore volle che fosse fornita la sua Chiesa nel definire la dottrina intorno alla fede, o ai costumi; e che però cotali definizioni del Romano Pontefice per sé sole, e non già pel consenso della Chiesa, sono irreformabili » (Conc. Vat., Sess. IV. c. 4)

2. – COME SI DIMOSTRA. — La Chiesa di Gesù Cristo è « la casa di Dio, la colonna e l’appoggio della verità» ( la Tim., III, 15);… stabilita da Dio nella verità mercé l’assistenza dello Spirito Santo promessole da Gesù Cristo, la Chiesa stabilisce a sua volta i fedeli nella verità, senz’ombra d’errore e d’incertezza… Ma questa casa di Dio, questa colonna e quest’appoggio ha il fondamento in Gesù Cristo e in Pietro: « E io dico a te, che tu sei Pietro e sopra questa pietra edificherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non avranno forza contro di lei; e a te io darò le chiavi del regno dei cieli; e qualunque cosa avrai legato sopra la terra sarà legata anche nei cieli: e qualunque cosa avrai sciolta sopra la terra sarà sciolta anche nei cieli » (MATTH., XVI, 18, 19)… Con queste parole il Redentore comunicava a Pietro e ai suoi successori non solo la sua suprema autorità e per così dire la sua stessa personalità, ma anche l’infallibilità nell’esercizio delle somme chiavi… Quel che Pietro avrebbe legato e sciolto sarebbe pure nello stesso tempo legato e sciolto in Cielo;… perché Pietro sarebbe sempre stato in perfetta corrispondenza col Cielo nelle cose che riguardano la costituzione stessa della Chiesa – Lo promise esplicitamente Gesù con quelle parole a Pietro: « Io ho pregato per te, affinché la tua fede non venga mai meno » ( Luc., 22, 37):… quella fede per cui Gesù Cristo l’aveva detto beato e l’aveva costituito pietra fondamentale della Chiesa… Una tale preghiera, fatta da Gesù Cristo, non a vantaggio personale di Pietro, ma di tutta quanta la Chiesa, fu certamente esaudita dal Padre;… poiché Gesù, Sacerdote eterno «nei giorni della sua carne, avendo offerto preghiere e suppliche, con forti grida e lagrime, a colui che poteva salvarlo dalla morte, fu esaudito per la sua riverenza » (Hebr., VII, 7).

3. – IL NOSTRO DOVERE. — Gesù, comandando a Pietro di pascere i suoi agnelli e le sue pecorelle (JOAN., XXI, 15-17), comanda pure a noi di credere con fermissimo assenso alla suprema autorità dottrinale della Chiesa… L’infallibilità del Papa è ora il segno di riconoscimento del “vero” Cattolico, come in altri tempi fu la consustanzialità del Verbo, la maternità divina di Maria, la giustificazione… Chi osasse anche soltanto dubitarne sia per noi eretico ed infedele… Vada tutto l’omaggio della nostra mente e del nostro cuore a Dio, infallibile per natura, e al Papa, infallibile per grazia;… fin quando staremo col Papa, staremo nella Chiesa, staremo con Gesù Cristo… Lontani dal Papa, saremo pure lontani dalla Chiesa, lontani da Gesù Cristo, lontani dalla via che conduce a salute. Siamo docili alla parola del Papa non solo quando ci parla come Maestro infallibile della Chiesa, ma anche quando ci parla piuttosto come Padre;… ricordandoci la legge del Signore,… avvisandoci dei pericoli, … esortandoci al bene,… invitandoci a partecipare ai gaudi o ai dolori della Chiesa … Chi si contenta d’obbedire al Papa nelle cose di fede, riservandosi la più ampia libertà di consenso in tutto il resto, si condannerebbe da se stesso;… poiché è di fede che si può andare all’inferno non solo per peccati commessi contro la fede, ma anche per peccati commessi contro l’umiltà e l’obbedienza… È forse un leggero peccato di superbia pretender di saperne più del Papa?… È forse un peccato leggero d’obbedienza il disprezzare la parola del Papa e collegarsi con i suoi nemici?… Son forse infallibili nostro padre e nostra madre?… Che direste di quel figlio che rispettasse i suoi genitori come certi cattolici rispettano il Papa? … -— « Chi ascolta voi, ascolta me, e chi disprezza voi, disprezza me; e chi disprezza me, disprezza Quello che m’ha mandato » ( Luc., X, 16)… queste parole, dette da Gesù ai settantadue discepoli aggiunti al Collegio Apostolico, queste parole non dovranno forse applicarsi con molto maggior rigore ai nostri doveri di sudditanza verso il Principe degli Apostoli, il Capo visibile della Chiesa, il Vicario di Gesù Cristo!

GRAZIA

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GRAZIA

[G. Bertetti: I Tesori di San Tommaso d’Aquino; S.E.I. Ed. Torino, 1922]

1. Necessità della grazia. – 2. Suoi effetti. — 3. Grazie gratis date [Contra Gent., 3, q. 147-154]

1. Necessità della grazia. — Le creature razionali, secondo la convenienza della loro natura, pervengono a una più alta partecipazione del fine che non le altre creature. Essendo di natura intellettuale, possono con la loro operazione attingere la verità intelligibile: il che non è dato alle altre creature prive d’intelligenza. Oltre l’intelletto e la ragione, per cui si può discernere e investigare la verità, furono anche date all’uomo le forze sensitive, interne ed esterne, in aiuto all’investigazione della verità. Gli fu anche dato l’uso della parola, affinché possa per mezzo di essa manifestare a d altri i suoi pensieri, e così ne risulti un vicendevole aiuto nella conoscenza della verità e in tutte le altre cose necessarie alla vita. Ma poi oltre ancora, l’ultimo fine dell’uomo è costituito in una conoscenza tale della verità da eccedere le sue facoltà naturali: cioè nella visione della stessa prima verità in se stessa. Se dunque l’uomo è ordinato a un fine che sorpassa le sue forze naturali, ha bisogno d’un aiuto soprannaturale da Dio per poter raggiungere un tal fine; ne ha bisogno per non poter esser allontanato dai molti impedimenti che vi si frappongono: impedimenti nella debolezza della ragione che facilmente è tratta in errore e disviata dal retto cammino, impedimenti nelle passioni e nelle affezioni che ci trascinano alle cose sensibili e inferiori, impedimenti anche nell’infermità del corpo che ci disturba nell’esercizio degli atti virtuosi. Questo aiuto divino rispetta però la libertà dell’uomo e non gli reca alcuna coazione a fare il bene. Dio provvede a tutte le cose secondo il loro modo: provvede dunque all’uomo e a ogni creatura ragionevole secondo il modo loro proprio d’agire volontariamente e d’essere padroni dei loro atti. Essendoci dato il divino aiuto allo scopo precipuo di farci raggiungere il nostro fine, e tendendo noi al fine per mezzo della volontà, Dio non esclude da noi l’atto della volontà, anzi ce lo forma precipuamente (Philipp., 2, 13). All’ultimo fine perveniamo con atti di virtù, e premio della virtù ci si propone appunto la felicità: ora nella virtù è essenziale da parte nostra la libera scelta, che non soffre alcuna violenza e coazione. L’aiuto divino ci è dato non per i nostri meriti (come sostenevano i Pelagiani), quasi dipendesse da noi il principio della nostra giustificazione, e da Dio ne dipendesse il compimento. L’effetto del divin aiuto è superiore alla facoltà della natura, e non è proporzionato agli atti che l’uomo produce secondo la facoltà naturale. Quella conoscenza soprannaturale del fine, che precede necessariamente il modo della volontà, non può venirci altronde che da Dio: a ciò non basterebbe la nostra ragione naturale. Di qui si spiegano quelle parole: « Non per le opere di giustizia fatte da noi, ma per sua misericordia ci fece salvi, mediante la lavanda di rigenerazione e di rinnovellamento dello Spirito Santo» (Tit., III, 5); «non è dunque di chi vuole né di chi corre, ma di Dio che fa misericordia » (Rom., IX, 16). A volere e a operare il bene noi abbiamo bisogno d’esser prevenuti col divino aiuto; noi siamo gli ultimi operatori, Dio è il primo movente; Dio è il duce, noi siamo ì soldati. Si dà gratis ciò che si dà a qualcuno senza un merito precedente: gratis dunque si dà all’uomo l’aiuto divino che previene ogni merito umano. Di qui il nome di grazia con cui è chiamato: «se per grazia, dunque non per le opere, altrimenti la grazia non è più grazia » (Rom., 11, 6). Ma non solo perché vien concessa gratuitamente si dice grazia: si dice grazia anche perché mediante essa, come una speciale prerogativa, l’uomo si rende grato a Dio, che con amore speciale ci aiuta a conseguire un bene superiore alla nostra natura, ossia il perfetto godimento non d’un bene creato, ma di se stesso. – Perché l’uomo possa, in modo quasi connaturale, facile e dilettevole, fare il bene e farlo bene, gli occorrono oltre le potenze naturali alcune perfezioni e abiti di virtù. Dio che a tutti provvede secondo la lor natura, ci dà la sua grazia come una forma o una perfezione per il conseguimento del nostro ultimo fine. Perciò la grazia di Dio si designa come una luce nella Scrittura: « Eravate tenebre una volta, ora siete luce nel Signore » (Ephes., V, 8). Luce, cioè principio del vedere, è quella perfezione che ci promuove alla visione di Dio, nostro ultimo fine. È un errore dunque il dire che la grazia di Dio non pone nulla nell’uomo, come nulla si pone in chi si dice d’aver la grazia del re, ma solo nel re che gli accorda i suoi favori. Tal errore deriva dal non badare alla differenza fra l’amor divino e l’amor umano: l’amor divino è cagione del bene che Dio ama in noi; non sempre l’amor umano.

2. – Effetti della grazia. — La grazia che ci rende grati a Dio è in noi effetto del divino amore. Effetto proprio del divino amore è il farci amar Dio: poiché chi ama, ha come scopo principale del suo amore il farsi amare dalla persona amata. — Il fine ultimo a cui l’uomo è condotto con l’aiuto della grazia divina è la visione di Dio per essenza, visione propria dello stesso Dio: e così questo bene finale è comunicato da Dio all’uomo. – Non può dunque l’uomo esser condotto a questo fine, se non si unisca a Dio per la conformità della volontà, il che è effetto proprio dell’amore, essendo proprio degli amici il volere e il non volere le stesse cose, e il goderne e il dolersene. Per la grazia dunque che ci fa grati a Dio noi siamo diretti al fine comunicatoci da Dio e perciò diveniamo amanti di Dio. — Alla perfezione d’un’opera si richiede costanza e prontezza d’azione, e ciò s’ottiene principalmente con l’amore che ci fa apparir leggiere le cose difficili e gravi. Dovendo la grazia rendere perfette le nostre operazioni, è necessario che per essa si costituisca in noi l’amore di Dio. Con l’amor di Dio la grazia ci dà pure la fede. — Il moto per cui tendiamo all’ultimo fine con la grazia è volontario, non violento. Ora, il moto Volontario può esserci solo verso una cosa conosciuta: conosciuto dunque da noi dev’essere il fine cui tendiamo volontariamente. Ma non potendo noi aver questa conoscenza secondo l’aperta visione nello stato di mortali, quaggiù l’abbiamo per fede. — Il modo di conoscere la verità segue il modo della natura di chi conosce; ma per il raggiungimento dell’ultimo fine s’aggiunge sopra la natura dell’uomo una perfezione, cioè la grazia: è dunque necessario che sopra la cognizione naturale dell’uomo s’aggiunga in lui qualche cognizione che oltrepassi la ragione naturale. Quest’è la cognizione della fede, ch’è di quelle cose che non si vedono con la ragione naturale. In ogni amante sorge il desiderio d’unirsi per quanto è possibile con l’amato: di qui si spiega il gran piacere che si prova a vivere insieme con gli amici. Se dunque con la grazia l’uomo è fatto amante di Dio, sorge necessariamente in Lui il desiderio d’unirsi, per quanto è possibile, a Dio. La fede poi, causata dalla grazia, ci dichiara possibile questa unione dell’uomo con Dio secondo il perfetto godimento, in cui consiste la beatitudine. Dunque dall’amor di Dio deriva nell’uomo il desiderio di goder Dio; ma il desiderio d’una cosa molesterebbe l’anima del desiderante, se non ci fosse la speranza di conseguir l’oggetto desiderato: fu dunque conveniente che negli uomini, in cui l’amor di Dio e la fede son prodotti dalla grazia, fosse anche prodotta la speranza d’acquistar la futura beatitudine. – Oltre a ciò, nelle cose ordinate alla consecuzione di qualche fine desiderato, quando spuntano le difficoltà, si trova un sollievo nella speranza. Or bene, quante difficoltà spuntano sul cammino per cui ci dirigiamo verso la beatitudine, verso il fine di tutti i nostri desideri! A spianarci queste difficoltà la grazia ci dà la speranza: «Benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, il quale per sua misericordia grande ci ha rigenerati a una viva speranza, con la risurrezione di Gesù da morte: a un’eredità incorruttibile e incontaminata e immarcescibile, riservata nei cieli » ( la PETR., 1, 3, 4); « siamo stati fatti salvi dalla speranza » (Rom., VIII, 24).

3. – Grazie gratis date. — Son certi effetti di grazia ordinati all’istruzione e alla confermazione della fede, e l’Apostolo li enumera dicendo: « All’uno è dato per mezzo dello Spirito il linguaggio della sapienza, all’altro il linguaggio della scienza secondo il medesimo Spirito, a un altro la fede per il medesimo Spirito, a un altro il dono delle guarigioni per il medesimo Spirito, a un altro l’operazione dei prodigi, a un altro la profezia, a un altro la discrezione degli spiriti, a un altro ogni genere di lingue, a un altro l’interpretazione delle lingue ( la Cor.,. XII, 8-10). – Da Dio solo, che perfettamente comprende se stesso e che naturalmente vede la sua essenza, ci possono arrivare le cose di fede. Or bene, nella manifestazione delle cose di fede, come in tutte le opere divine, c’è un ordine. Alcuni ricevono immediatamente la verità di Dio, altri da questi, e così per ordine fino agli ultimi. Le cose invisibili, la cui visione forma i beati, e che sono oggetto di fede, vengono anzitutto rivelate con aperta visione da Dio agli Angeli beati; poi per mezzo degli Angeli ad alcuni uomini, non già con aperta visione, m a con una certezza che deriva dalla divina rivelazione. Questa rivelazione delle cose invisibili fatta da Dio appartiene alla sapienza, la quale consiste appunto nel conoscere le cose di Dio (Sap., VII, 27-28; Eccli., XV, 5). Ma poiché «le cose invisibili di Dio, si vedono dopo averle intese per mezzo delle cose fatte » (Rom., 1, 20), con la divina grazia non solo ci si rivelano le divine cose, ma anche alcune delle create: il che appartiene alla scienza (Sap., VII, 17; 2 ° Paralip., 1, 12). – Quei che ricevono la rivelazione da Dio devono, secondo l’ordine stabilito da Dio, istruir altri; e ciò non potendosi fare senza il linguaggio, fu necessario che loro si desse anche l a grazia, del parlare, secondo che richiede l’utilità delle persone da istruire ( ISA., 50, 4; Luc., XXI, 15). E perciò, quando per mezzo di pochi doveva predicarsi la virtù della fede fra diverse genti, furono alcuni ammaestrati da Dio a parlar diverse lingue (Act., II, 4 ). – L’insegnamento, se non è di cose per sé evidenti, ha bisogno di conferma per essere accolto; ma le cose di fede non sono per sé manifeste all’umana ragione; di qui la necessità d’una conferma per le parole di quei che predicano la fede. Non potendosi aver tal conferma per mezzo di qualche principio della ragione con modo dimostrativo, perché le cose di fede sorpassano la ragione, ci fu bisogno di alcuni indizi che chiaramente dimostrassero come da Dio erano derivate le parole dei predicatori, i quali operavano intanto cose che Dio solo poteva compiere, come la guarigione degli infermi e altre siffatte meraviglie (MATTH., X, 8; MARC., XVI, 20). Un’altra conferma si ha quando i predicatori di verità risultano aver detto il vero circa le cose occulte che possono poi manifestarsi: allora si crede anche quando dicono cose che sfuggono all’esperimento degli uomini. Necessario fu quindi il donò della profezia, per cui gli uomini possono conoscere e indicare ad altri, per rivelazione di Dio, le cose future e occulte ( la Cor., 24, 25). Quelli che ricevettero la rivelazione immediatamente da Dio, non solo la narrarono agli uomini contemporanei, ma la scrissero per l’istruzione dei posteri; dovettero pertanto esserci anche di quelli che ne interpretassero gli scritti: il che s’ha dalla grazia di Dio, come dalla grazia di Dio s’ha la rivelazione (Gen., XL, 8). – Vengono infine quei che credono fedelmente alle cose rivelate e interpretate: e questo s’ha col dono della fede. Ma poiché gli spiriti maligni fanno qualcosa di simile a ciò ch’è di conferma alla fede, tanto nei prodigi quanto nella rivelazione del futuro, è necessario che gli uomini, per non essere ingannati dalla menzogna, sappiano discernere spirito da spirito ( la JOAN., IV, 1). – In tutti gli effetti accennati della grazia occorre considerare una differenza. Benché a tutti competa il nome di grazia, perché gratuitamente e senza alcun merito anteriore si conferiscono, tuttavia il solo effetto dell’amore si merita il nome di grazia in quanto ci rende grati a Dio (Prov., VIII, 17). Perciò la fede, la speranza, e gli altri effetti ordinati alla fede, possono trovarsi anche nei peccatori, che non sono grati a Dio; invece il solo amore è dono dei giusti, perché « chi rimane nella carità, rimane in Dio, e Dio è con lui» (la JOAN. , IV, 16). – C’è ancora un’altra differenza da considerare negli effetti della grazia. Alcuni d’essi son necessari per tutta la vita dell’uomo, come il credere, lo sperare, l’amare e ubbidire ai comandi di Dio, perché non potrebbe aversi altrimenti la salvezza: e a questi effetti si richiedono in noi alcune perfezioni secondo cui possiamo operare a suo tempo. Altri effetti son necessari, non più per tutta la vita, ma in determinati tempi e luoghi, come il far miracoli, predire il futuro, e simili: e a questi effetti non si danno perfezioni abituali, ma si fanno da Dio alcune impressioni che cessano col cessar dell’atto. Si ripetono le medesime impressioni, quando sarà opportuno il ripetere l’atto: così i profeti, in qualsiasi rivelazione, sono illustrati da un nuovo lume; così in qualsiasi operazione di miracoli s i richiede una nuova efficacia della virtù divina.

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (2)

IDEALI SANTI – MODE – CELESTE PRESENZA (2)

— Ortodossia-

[Lettera pastorale scritta il 23 luglio 1963; «Rivista Diocesana Genovese», 1963, pp.192-245.] – Parte Prima: Ideali santi -B-

Verso i lontani

Il provvidenziale rifiorire dell’ideale ecumenico e dell’ideale pastorale, intesi secondo le indicazioni dell’Evangelo, porta ad una importante conseguenza pratica, la quale, pur appartenendo alle considerazioni pastorali, ha più di una ragione d’essere considerata a parte. Infatti l’ideale ecumenico è generalmente inteso verso i fratelli cristiani separati e verso i non battezzati. Esso ha addotto nuova luce e circa il dovere e circa il metodo, siccome brevemente si è visto sopra. Ma si tratta di un indirizzo che è valevole per un altro soggetto: i lontani di casa nostra, ossia i battezzati nella Chiesa cattolica che hanno perduto in diversi gradi la pratica, o la stessa fede. Chi ha spirito ecumenico e pastorale – e tutti gli ecclesiastici debbono averlo – logicamente arriva a sentire impegno e amore per questi «lontani». Rischierebbe di essere ipocrita l’afflato ecumenico che si arrestasse ai separati e ai non cristiani, E dunque argomento da trattarsi per la logica forza di quanto premesso, per se stesso ed anche per difenderne il concetto da indirizzi sospetti e pericolosi. Costituisce pur esso un ideale santo. Radice dell’obbligo di occuparsi dei «lontani» è la volontà salvifica universale di Dio, di cui si è parlato sopra, la quale diventa legge per coloro ai quali Cristo ha affidato di proseguire la sua stessa missione. – Del resto esplicitamente il codice di Diritto Canonico richiama i Pastori a tale dovere (can. 1350). Altro fondamento dell’obbligo è nella natura di società e di famiglia di Dio, propria della Chiesa; tale natura non può ammettere che qualcuno sia abbandonato a se stesso. Non si può tacere, per coloro che tengono un ufficio adeguato, il corrispondente obbligo di giustizia e, per tutti, il dettame della carità. – Vale la pena di riflettere anche su notevoli ragioni di convenienza, che da sole avrebbero funzione determinante. I lontani sono molti. Questo è vero, se si parla dei «relativamente lontani». Nella nostra città di Genova in una sola notevole parrocchia il numero di coloro che ascoltano la santa Messa arriva al 60-70%. Un’altra parrocchia si avvicina a questa consolante percentuale. Le altre stanno più basse nella graduatoria. Se prendiamo la pratica della S. Messa festiva come punto di distinzione tra i praticanti e i poco o nulla praticanti, bisogna dedurne che non esiste parroco il quale abbia la facoltà di disinteressarsi dei lontani, anche nei monti dove, in qualche paese, solo tre o quattro persone talvolta non fanno Pasqua. – I «lontani» sono in vario modo dei potenziali vicini. Più o meno profondo resta in tutti qualcosa del catechismo della infanzia o d’altro. Non possiamo dimenticare che un giorno, celebrando la santa Messa nel carcere giudiziario di Genova, alla Comunione per la sezione minorenni e non solo per quelli, abbiamo visto ritornare i comportamenti e i gesti di ex chierichetti in un numero non indifferente di detenuti. Lo abbiamo voluto dire e le lacrime, che abbiamo colto su molti visi a questo accenno, ci rassicuravano che non avevamo sbagliato. Ma era vero che l’antico chierichetto riviveva anche in prigione e riviveva per spingere alla Comunione con un sentimento forse più profondo di quello della infanzia. In molti, che si giudicano lontani, resta, magari sigillato accuratamente, l’antico membro di qualche buona scuola, di qualche buon collegio. Niente va perduto. – I lontani finiscono sempre coll’avere in qualche modo «sete di Dio», magari a modo loro, agitati e scontrosi. Non vi inganni il fatto che talvolta, cari confratelli, vi guardano male. Può essere una forma di debolezza. Ma una cosa è certa: è più facile recuperare chi ci guarda male che chi non ci guarda affatto. Chi guarda male, sente qualcosa: un contrasto, un problema; e tutto questo diventa un amore a rovescio. E più difficile ricuperare chi ha o affetta la più completa indifferenza. I lontani sentono la lima degli anni che passano, della caducità ed insufficienza di tutte le cose terrene; spesso hanno consumato la capacità di godere ed hanno così toccato il limite di saturazione. Esistono delle male azioni che si possono definire una forma di pianto. I lontani sono nella posizione di apprezzare di più quello che non hanno. Questa è del resto legge generale. Abbiamo sempre notato che il fascino della divina liturgia produce, in coloro che vanno poco o mai in chiesa, effetti maggiori che nei fedeli abitualmente praticanti. – Riassumiamo. Nella massa dei «lontani» noi possiamo trovare chi sta attendendo gli si porga la mano ad onta del suo viso ostile; chi soffre e nascostamente prega; chi ha incredibili affinità cogli ideali santi, non appena gli vengono rivelati o rinfrescati nella memoria; chi può essere tra i maggiori collaboratori nell’apostolato. – Questa massa non deve far paura, bensì deve ispirare fiducia e amore. Essa può ispirare un coraggio teso a tentativi nei quali anche i vecchi possono trovare la primaverile passione della loro giovinezza. Chi si restringe a coloro che vanno a lui, può finire in esigua e persino meschina compagnia. – Dopo una notte di lavoro insonne ed infruttuoso, Pietro il pescatore si lamentava col Signore di non aver preso neppure un pesce. Gesù diede a lui e a tutti i secoli il grande ordine: «Duc in altum» (Lc. V,4), va al largo. Pietro, ad andare al largo, ci guadagnò l’avventura di una pesca la più fruttuosa (miracolosamente) che si potesse pensare. Ma il fatto era pure un simbolo. Noi abbiamo applicato ed applichiamo tuttavia, umilmente sempre, questo ordine del Salvatore di andare al largo e potremmo, di oltre trent’anni, scrivere volumi sulla fecondità dell’«andare al largo». – Parliamo ora della «metodologia» verso i «lontani». E qui che troviamo la giustificazione al fatto di trattare l’argomento in una lettera sulla «ortodossia». Infatti il metodo deve ispirarsi a concetti giusti e deve evitare indirizzi erronei. Abbiamo conosciuto persone che hanno svisato se stessi, seguendo, in un apostolato per i «lontani», direttive e idee sbagliate. L’argomento è del massimo interesse, anche perché pensiamo che dopo il Concilio esso entrerà in una più universale ed attenta considerazione [questo naturalmente in chiave ironica! –ndr. -]. – Riassumiamo le riflessioni che ci paiono fondamentali.

— La visione soprannaturale. Per essa si vedono cogli occhi della fede (continuamente esercitata): le anime, il sangue di Cristo versato per ognuna di esse, il Padre che attende ognuno sulla «soglia di casa» e che muove tutto colla sua grazia dentro ognuno (grazia interna) e dal di fuori di ognuno (grazia esterna), la Provvidenza che nel governo del nostro mondo tende supernamente a realizzare il Regno di Dio e si serve di tutto in tutta la Storia. Questa visione rassicura, incoraggia, arma; rende intraprendenti, suggerisce risorse, infonde perseveranze inaudite. Nessuno pensi che questa visione, necessaria alla partenza e a tutto il decorso della azione pastorale ed apostolica, possa resistere senza una adeguata vita di preghiera. Questa visione soprannaturale è l’abolizione della paura e dei complessi di inferiorità, dà il passo del legionario vincitore, libera dalla complicata e miserella casistica dei «sé» e delle ipersensibilità psicologiche; aiuta ad uscire dai difetti di temperamento, primo fra tutti la timidezza. Questa visione fa incontrare la grande parrocchia, dove è parroco Dio stesso e dove si vedono i balzi dal vizio al chiostro, dalla diffidenza alla dedizione eroica, dalla insignificanza al rilievo. Dio vi lavorò in un modo ineffabile! Insomma per questa battuta bisogna partire con la coscienza che non si è soli!

– Diffidare del piacere umano, credere solo al dovere. Il piacere o, se volete, la umana soddisfazione che si può provare facendo del bene, finisce col tenerci prigionieri; il dovere ci fa liberi. Ad ispirare apostolato dei lontani non può essere insomma la propria esibizione, la personale conquista, il fascino da offrire agli altri con la propria intuizione e scioltezza, l’esercitazione di una ginnastica d’avventura, deve essere solo il servizio di Dio. Così si dà agli altri la sensazione del distacco da un interesse terreno, ed è proprio il distacco a costituire il primo umano mezzo di convinzione per chi è lontano dalla pratica religiosa. Se c’è difficoltà a capire un ragionamento, la difficoltà è certamente e notevolmente minore per capire il distacco di un uomo da interessi terreni e una sua vera levatura morale.

– La verità netta, la procedura intelligente e, occorrendo, graduale. Infatti è sempre negativo l’effetto di chi si presenta nascondendo, manipolando, minimizzando qualcosa. Nei rapporti d’anima, e tutti lo capiscono, la sincerità siede regina. Guai ad offenderla.

– La dimostrazione di serena fiducia, di affettuosa attesa. Si comincia col fare il bilancio del bene. Poi, se sarà necessario, si farà nello del male.

– Passare attraverso tutti gli onesti incontri e rapporti umani, senza mai arenarsi a quelli. La strumentazione di questo umano incontro va all’infinito ed è variabile sempre; quello che importa è non scambiare lo strumento con lo scopo: lo strumento è sempre e solo un passaggio. A questo fine, la amicizia è una salita, non un piano di riposo. Molte conquiste sono impedite dalla dimenticanza di questa regola fondamentale. Dunque (una volta chiaro il criterio): strumentazione larga! Attenti, che è in sede di scelta di strumenti che si corrono i rischi maggiori di dirottamenti dalla via giusta, di complessi di inferiorità, pleonasmi, inutili a tutti e dannosi a chi li inventa. Noi pensiamo ai casi, incontrati nella nostra vita, in cui il banditore rimase egli stesso fuori della porta! Tra gli strumenti ci stanno tecniche e metodologie, anche eccellenti se usate al loro posto, tenendo fermo che nessuna tecnica sostituisce i basilari elementi coi quali si fa per volontà di Cristo l’apostolato. Quegli elementi basilari possono sostituire tutte le tecniche. Dovendosi scegliere si sa a che cosa dare la preferenza. – Non occorre qui se ne faccia un esame analitico, perché ad indicarvi quello che va e quello che non va c’è l’attenzione ordinaria delle autorità. Qui occorrono i criteri limpidi. Forse, però, non è inutile esemplificare un caso concreto. Oggi le adunanze amichevoli sotto un certo aspetto private – è il caso di Rinascita, delle Domus Christianae etc. — sono un mezzo facile di incontro. Anzi riteniamo che senza mezzi di questo tipo, in una normale parrocchia di città, non si arriverà mai da parte dei parroci a compiere tutto il dovere catechistico che a loro incombe. Però sarà sempre grave la questione del sacerdote che deve fare in tali incontri la sua parte; sia perché deve essere intellettualmente ferrato, sia, soprattutto, perché, trovandosi in facile posizione di esibirsi, di essere ammirato e seguito, ne può patire danno il suo spirituale equilibrio. Bisogna lasciare il posto a Dio solo, per camminare senza inciampi. – Nel disporre la azione pastorale verso i lontani, occorre evitare taluni notevoli errori di impostazione anzitutto mentale e poi di metodo. Ripetiamo: è questo il punto che giustifica la trattazione nella presente lettera. Prima di enumerarveli, evitiamo un equivoco. In qualunque metodologia ogni uomo entra colla sua personalità tipica, col suo temperamento, colla sua capacità, colla sua arte. Deve essere così, perché nella unità la varietà è principio della stessa natura creata. Lungi da noi pertanto il lasciare anche solo supporre che si intenda annullare questa legittima libertà. Noi parliamo solo di principi generali, ben fermi e documentati.

– È errore credere che per avvicinare i lontani si debba assumere una patina mondana o comunque scanzonata e spregiudicata. Su tutto il nostro agire pendono sempre due chiare direttive date da Gesù Cristo: «Vos estis in mundo… sed non estis de mundo»

(Gv. XIV,17). «Videant opera vestra bona et glorifìcent Patrem vestrum…» (Mt. V,16). Dunque: niente di comune col mondo e «da esibire», scegliamo le opere buone in se stesse, quelle che Gesù Cristo giudicherebbe buone; non le opere inutili, incoerenti col proprio sacro carattere, pantomimiche, sciocche, svenevoli. Non si nega che tutte queste cose possano fare degli amministratori e dare soddisfazioni a chi usa strumenti mondani. Ma questi lavorerebbero per se stessi e non per Dio. Avrebbero i seguaci, la ammirazione, la cosiddetta opinione pubblica favorevole, prenderebbero persino il ruolo di «divi» (ne abbiamo conosciuti), ma non sarebbero né apostoli, né veri sacerdoti. Molta gente ha in un primo momento il piacere di aver contatti con ecclesiastici che si avvicinino più ai loro difetti e che, parteggiandoli, in fin dei conti li scusino, emulandoli li piaggino. Certo! Ma questa gente rientra pure in se stessa e finisce sempre col provare una gioia amara ed una disillusione: il prete lo vogliono prete. La esperienza ormai lunga ci dice che quanto più sono lontani, tanto più il prete lo vogliono prete. Ci sono molti vicini che, ben provveduti spiritualmente (se pur è sempre così!), sono disposti a concedere largheggiando col contegno dei propri sacerdoti. Costoro non fanno un buon servizio. Sarà bene che chi si trova nella situazione di cui trattiamo, pensi sempre non a quello che gli concedono i vicini, ma a quello che con sacrosanto diritto esigono da lui i lontani. Non diciamo la mondanità, ma le sue stesse più innocenti lustre esterne diventano ripugnanti per i moltissimi che dal «non uso» hanno tratto in fin dei conti un alto concetto del sacerdozio (anche se questo pare un controsenso, e non lo è perché è regola generale si stimi di più quello che non si ha, sull’altro!) allo stesso modo che onesti, ma incongrui segni di affetto possono sembrare addirittura sacrileghi. – Leggete dunque bene il Vangelo ed osservate se Cristo ha fatto qualcosa per mettersi al livello della mondanità del suo tempo!

– E errore credere che per avvicinare i lontani si debba accettare un confronto ed un contegno che annulli, anche solo formalmente, la sacra ed indistruttibile differenza tra chi è consacrato con l’Ordine e chi non lo è. Il sacramento dell’Ordine è il segreto di tutto nei pastori, è di esso che tutti hanno la profonda anche se spesso incosciente percezione e l’istintivo rispetto. Non si commetta l’errore di laicizzarci di fronte a gente che non ha bisogno di noi altro che per il sacramento scolpito in noi e per la missione avuta da Cristo. Di compagnoni, di divertenti, di interessanti, di bellimbusti ne hanno di meglio altrove. E non illudiamoci quando i meno provveduti fanno le mostre di ammirarci per cose che non sono né il sacramento dell’Ordine, né il mandato evangelico. È il caso di mettersi all’erta. A fare il Diogene, il grossolano, l’imitatore, il rinunciatario, il proletario (prendendo il termine nel senso deteriore e relativo alla educazione), ci si guadagna nulla e tanto meno ci si guadagna in estimazione produttiva ai fini dell’apostolato. Si dà spettacolo, e forse si dà spettacolo di visibile ingenuità. Ciascuno rimanga se stesso.

– E errore credere che per avvicinare i lontani si debba modificare qualcosa nella nostra fede e si debba dare a taluni punti altra interpretazione e dimensione. In tal caso saremmo addirittura su una strada ereticale. Ma l’errore ci sarebbe anche a dare versioni edulcorate e infiacchite di quello che nostro Signore ha lasciato alla sua Chiesa. Qualunque lontano sa che per avvicinarsi a Cristo bisogna fare dei sacrifici coraggiosi ed arrivare ad accettazioni energiche. Ci diceva il capo di una comunità protestante: «il disagio dei nostri è nel non avere punti fermi ed un magistero indiscutibile. I migliori, quelli che si pongono seriamente il loro problema religioso, cercano quello. Guai a toccarlo». Il degno uomo che ci diceva questo fa il suo esperimento religioso ogni anno su non meno di diecimila suoi correligionari. Nella nostra lunga esperienza in proposito abbiamo sempre constatato che la stessa angolosità apparente delle verità serve. Insomma: chi si muove, non si muove per poco.

— E errore ritenere che per avvicinare i lontani si debbano rilassare le briglie della morale. Non diremo che si debbano stringere più di quello che le ha strette sempre la sana accettata dottrina. Un metodo che coltivasse una simile illusione oltre l’inganno otterrebbe un successo minore, perché la vera sete interiore delle anime, la grande attrattiva è in loro verso ideali seri e più alti di loro. Il mimetismo viene bene nelle azioni tattiche di guerra, ma nel caso nostro non serve che a raccogliere sfiducia, disistima e persino disprezzo, da parte di quelli che, dopo un giudizio di inadeguatezza delle cose umane, domandano assistenza per ritrovare una solida piattaforma al piano divino. Per andare verso i lontani non bisogna partire da una disistima degli uomini, quasi che essi non possano essere capaci d’altro che di sopportare pietose bugie. Non è sull’attenuazione della legge che occorre puntare, ma su una emancipazione da linguaggi triti e formalistici, da atteggiamenti e risorse pietistiche, insincere ed artificiali, da manifestazioni interessate, da stile untuoso, da inscenature prive di convinzione, da spettacoli di debolezza propri di uomini troppo comuni. – Si osservi come molti diventano «lontani». Alle prime grandi tentazioni non hanno chi li sorregga. Quelli che sono stati avviati da una seria direzione spirituale hanno chi li sorregge. Altri ascoltano discorsi, leggono smontature e falsità e non hanno chi li riporti ad un senso critico, a risposte chiarificatrici e sufficienti. Altri sono presi nel gorgo di passioni divoratrici, di seduzioni. Altri, forse i più, mancano semplicemente di cibo spirituale e a forza di anemia sono portati alla deriva, anche non avendone una precisa coscienza. La «lontananza» comincia da qualcosa in cui noi ministri di Dio abbiamo spesso la nostra parte di negligenza colpevole. Ad ogni modo l’argomento sul come nascono le «lontananze» è tale che dovrà essere da noi ripreso. – Il ricupero dei lontani è il problema di fondo di tutta la pastorale, se si avverte che lo stato di fatto nei rapporti col mondo è di lotta accanita. Esso ha messo in opera tutto per spegnere la fede, perché gli uomini non pensino e siano suoi facili e docili strumenti, perché la materializzazione meccanica della vita arrivi a costituire od a sostituire una sorta di determinismo meccanico. Infatti il protestantesimo del XVI secolo indusse il determinismo teologico; a tappe la cosiddetta Riforma, sfuggita di mano agli stessi Protestanti, è arrivata a dare il determinismo meccanico: «gli uomini guidati dalla macchina loro creatura». In questo stato di cose – autorizzata la amoralità, quando non è oggetto di codice penale, con palese contraddizione – la battaglia è su tutto il fronte. O c’è una pastorale vitale sul modello di Cristo o le file dei lontani sono destinate ad ingrossarsi paurosamente. Ed è quello che bisogna evitare in ogni modo.

L’ideale della Chiesa

Il Concilio Vaticano II ha fatto di taluni punti pertinenti alla dottrina della Chiesa un oggetto fondamentale [ma invertendoli completamente! … questo Gregorio XVII non lo poteva scrivere! –ndr. -]. Poiché questo è derivato e dalla logica del Vaticano I e da un afflato dei Vescovi, se ne deve dedurre che la considerazione della Chiesa è impegno ed ideale sentito. – Il mondo, a modo suo, porta alla stessa conclusione; perché presta attenzione alla Chiesa; perché è sensibilissimo – cristiano e non cristiano, cattolico e non cattolico — alla presenza e funzione della Chiesa Romana. Negli ultimi tempi è significativo che tale attenzione sia rilevata, soprattutto e senza confronti per fatti similari, in occasione della morte di Papi e di elezione di Papi. Il che riguarda la Chiesa perché Romana. Si direbbe che esso, il mondo, più che in posizione di antitesi, ad onta delle sue colpe (delle quali si è parlato sopra), sia in verità in una segreta posizione di attesa. I segni non mancano. E infatti, portato ormai a considerazioni abituali sul piano mondiale, di organizzazione che si levi con unitaria imponenza spirituale, convinzione, realtà e fiamma interiore, non trova che la Chiesa cattolica apostolica romana. Forse, da questa attenzione prestata dall’esterno, noi siamo portati a considerare la Chiesa in se stessa e per se stessa un ideale. Quelli tra noi che sono, si può dire, nati colla loro vocazione, che sono fioriti sempre e solo all’ombra nella Chiesa e non hanno vissuto che pensando e volendo nei suoi termini [come il Cardinal Siri, poi dal 26 ottobre 1958 Gregorio XVII – ndr. -], non trovano nulla di strano in questo, essendo diventato per ero una seconda natura. Tuttavia l’ideale della Chiesa in un mondo che si sente monco per il suo unilaterale materialismo è cosa da considerarsi; non certo per trovare novità, ma per apprezzare e vivere il mistero del più singolare avvenimento nella vita associata umana. Noi scriviamo di questo, sia per rispondere ad una esigenza che è nei fatti; sia perché questo senso della Chiesa è potente e risolutivo fondamento della disciplina ecclesiastica e dello spirito di obbedienza; sia perché è opportuno assicurare alle formulazioni una piena esattezza dottrinale. – Intenzionalmente, invece di parlare di «piano costituzionale della Chiesa», noi parliamo di «mistero» della Chiesa ed usiamo questo termine perché il «mistero» ci porta non solo a vedere delle proposizioni di teologia come solitamente si enunciano, ma accusa delle proporzioni, delle rispondenze, dei ritmi i quali avviano ad intuire la realtà posta «oltre», e cioè il «mistero». Ecco una serie di enunciati che permettono o facilitano la percezione di tali proporzioni, ritmi, rispondenze. – Dio è vicino per presenza, essenza, potenza alle sue creature; la Provvidenza è un aspetto di questa sublime realtà. Questo è il dato fondamentale di tutto: la vicinanza di Dio alla creatura, all’uomo ed a quello che lo riguarda. Il dato (anche se non ci fosse rivelato espressamente), se si tien conto della necessità che ha la creatura del Creatore e della nessuna necessità che il Creatore ha della creatura, finisce coll’essere espressivo di un amore eterno sotto il cui calore si dipana la storia di tutte le cose. La elevazione all’ordine soprannaturale dilaterà oltre ogni misura da noi concepibile il dato di questa «vicinanza»; ma resterà nella linea di essa. La stessa elevazione non può capirsi che nella luce della verità ora enunciata. La cosa ha tale importanza che l’intelligenza degli illuministi ha cominciato di lì a demolire (in vano tentativo) il prestigio di Dio, confinandolo nella dignità di un sovrano, ma sovrano costituzionale, lontano dagli uomini e troppo grande per occuparsi minutamente delle sue creature. Tutto va posto sullo sfondo di quella «comunità divina». La «vicinanza o presenza» di Dio alle sue creature è indipendente in se stessa dal loro modo di essere, ossia dalla loro natura. Questo è ovvio; perché diversamente Dio non sarebbe più Dio. Ma l’effetto di essa nelle creature avviene secondo la loro natura anche quando la eleva. Ciò perché la «natura» delle cose rappresenta anzitutto un «ordine» di eterna sapienza e perché stabilisce la loro possibilità recettiva anche solo potenziale. E così che nel ritmo si incontra questa grande parola fondamentale e la corrispondente realtà: «Natura». – Tutte le cose che seguono correranno sempre su questi due parametri con stupendi sviluppi: vicinanza intima di Dio, natura delle cose e dell’uomo. Ma l’una e l’altra realtà non possono separarsi. – Con l’elevazione all’ordine soprannaturale, la presenza di Dio alla sua creatura acquista qualcosa di ineffabilmente nuovo. Dovunque, a studiarlo bene si troverà nell’uomo il riflesso del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Taluni elementi nel piano naturale appaiono predisposti, perché l’uomo abbia ad intendere qualcosa della superiore realtà in cui viene immesso dalla Rivelazione. Questo accade, ad esempio, coll’ordine del «relativo» nel creato, che serve da chiave per poter entrare umilmente nella analogica conoscenza del dogma trinitario. – Ma, accanto ai riflessi di una realtà soprannaturale, o superiore alla natura, perseverano le modanature richieste, in questa nuova intima vicinanza, dalla natura dell’uomo. Si comincia a vedere una «dualità» della quale troveremo tra poco una impressionante conferma. Infatti la natura umana è composta di anima e di corpo. Si capisce perché, di questa unione sostanziale, si sia occupato con fervore il Concilio ecumenico di Vienne: creature superiori spirituali creature inferiori materiali, mondo celeste e mondo terrestre si uniscono nell’uomo che acquista la caratteristica del «ponte». I ponti avvicinano e, per il fatto del corpo materiale, l’uomo non solo è legato fisicamente a tutti gli uomini (la generazione vi provvede),  porta in sé una materia che perennemente ruota, che appartiene a innumerevoli esseri successivi, che ritornerà certamente ad essere solo la sua, quella da cui si distaccherà morendo e colla quale, identica, risorgerà. Anche lui è presente a questo modo a tutti i tempi della creazione, come sta documentando la scienza genetica. Ecco come l’uomo entra nel cosmo, senza alcun bisogno, come qualcuno ha fatto, di alterare la fisionomia della verità di Cristo. Alla materia è unita l’anima, la quale è in qualche modo condizionata dalla materia. Questo condizionamento ha sempre urtato le gnosi di tutti i tempi, e le gnosi sono andate per questo fuori della realtà: la spiritualità deve accettarlo e farlo sorgente di merito, non deve rinnegarlo, o pretendere non esista. L’uomo, costituito di anima e di corpo, è per natura sociale e tende alla famiglia, e la famiglia tende alla comunità maggiore. – Quando, realizzando la Redenzione per riportare la famiglia umana alla perduta dignità e speranza, Dio volle attuare una presenza più intima tra gli uomini passò – ecco la unità del coerente disegno – attraverso il tratteggio della umana natura. Per la Incarnazione, il Figlio di Dio prese una natura umana come la nostra, ebbe un corpo ed un’anima, ebbe natura umana e natura divina. Non restò così tra gli uomini, ma dando a tutto la impronta del divino ed umano in perfetto ritmo, passò attraverso gli altri divenendo sociale: costituì la Chiesa! La Chiesa o Regno di Dio abbraccia il cielo e la terra. In terra coincide colla Chiesa cattolica. La Chiesa cattolica può essere raggiunta anche col martirio e col votum baptismi. Il disegno soprannaturale di Dio ha camminato su linee segnate dalla natura. – La Incarnazione del Verbo diventa tipo di tutto. Le due nature sono il testo sul quale si stende il fatto divino, mantenendo di questo una analogia impressionante nel ritmo. La Chiesa ha un elemento divino ed un elemento umano. Come in Cristo la natura divina non altera la natura umana e la natura umana non condiziona quella divina, così nella Chiesa. L’umanità vi è piena e può arrivare nei singoli al peccato, nei molti al difetto, all’avventura ed alla sofferenza. Ma nulla è toccato della istituzione divina. La libertà resta intatta agli individui ed alla storia. L’umanità porta con sé tutto il suo patrimonio e la sua possibile zavorra: nessuno può scandalizzarsene. Nel suo elemento di costituzione divina la Chiesa è disegnata con elementi anche noti all’esperienza umana, per quanto arricchiti di soprannaturale realtà, capacità, garanzia nonché di soprannaturali collegamenti. La costruzione della società, l’autorità, gli strumenti della autorità sono analogici a realtà terrene. Si noti bene che diciamo «analogici». La società terrena ha una comunità, una autorità centrale, ed ha società minori che sono derivanti non da diritto positivo, bensì da quello naturale: come è la famiglia che. vivendo di suo diritto inalienabile, è tuttavia subordinata alla comunità. Nella Chiesa noi abbiamo qualcosa di analogo. Le singole famiglie, le Chiese particolari poggiano sul diritto divino, e tuttavia i Vescovi loro capi, non meno delle stesse Chiese particolari, sono soggetti alla Chiesa Romana, che è quanto dire al Romano Pontefice. – Il disegno continua con lo stesso ritmo. Il Sacrificio e i sacramenti sono costituiti sempre intervenendo un elemento sensibile ed un elemento divino. La «dualità» è la misteriosa articolazione per cui tutto resta intatto alla dignità divina, tutto resta intatto alla funzione umana. La stessa Chiesa ha un’operazione ed una realtà esterna e giuridica (è società necessaria alla salvezza); ma oltre all’espressione esterna ne ha una interna: si parla infatti di appartenenza al corpo e all’anima della Chiesa. Su questa articolazione si allarga la porta del Regno di Dio, che ha una vita visibile e ne ha una invisibile, sotterranea, mirabile. – Qui occorre ritornare per un istante al punto di partenza: la presenza e la intima relazione che c’è tra le cose create e l’Increato. Nell’articolazione della «dualità» di cui si è parlato sopra, si ha la comunicazione della vita divina, la filiazione adottiva a Dio. La vita divina si dilata a tutti coloro che ne hanno i l principio e ne rispettano la legge. Ma coloro che stanno nella Chiesa acquistano una fecondità da tutti gli altri attraverso la riversibilità dei meriti. Nella comunità divina, nella grazia, nella comunicazione dei meriti per connessione a Cristo, Dio e uomo, dal cielo e dalla terra si realizza la comunione dei Santi, il Corpo Mistico di Cristo stesso. – Il Corpo Mistico sta di fronte al mondo, che corre sulla sua grande traiettoria del tempo, dello spazio, delle mutazioni. Il mondo è non solo il piccolo sfondo del grande dramma ma, constando e delle cose e degli uomini, e avendo con sé scritta la tavola della legge naturale divina, è il terreno di radicazione dello stesso dramma, il quale di quella legge ha rispettato ed impiegato le linee. Questa e non altra è la funzione cosmica rispetto a Cristo e la funzione di Cristo rispetto al cosmo, che non può andare oltre perché il cosmo è sempre ristretto nei limiti quantitativi della sua struttura. – Nel mondo e nel cosmo, la parte principale non si chiama storia delle variazioni, ma storia delle azioni degli uomini. Sì, la storia del genere umano è più grande del cosmo, e non è il caso di mettere in vergogna questa dinnanzi a quello; perché quello è solo l’ambiente ed il terreno di radicazione di questa. Anche qui il ritmo continua: la vita del cosmo non inibisce la storia del Regno di Dio che, almeno in questo ordine, ne è causa finale. Il Regno di Dio non inibisce nulla del ritmo e della libertà della storia. Influisce, certo, per amplificare i poteri di quella libertà e di quella ricchezza. – Tutte le parole che abbiamo detto, che si collegano l’una all’altra, che si riprendono in ritmo perfetto attraverso tutti gli sviluppi, hanno dietro di sé verità e realtà che si perdono all’infinito. I miracoli, la santità, l’esperienza mistica, la temerarietà delle esperienze, dalle quali solo la Chiesa esce viva, sono, come sul Tabor, piccoli sprazzi di luce rivelatrice di ben più alta grandezza. Si intravvede qualcosa oltre il disegno, si ha la certezza che esso radica all’infinito, se ne mutua lo stupore per la unità e l’articolazione, per la inalterata coerenza del ritmo; ma, ad un certo momento, si sa che la realtà continua e l’intelligenza si arresta. E il punto ove si incontra veramente il mistero. – Il mistero della Chiesa deve apparire e nella sua completezza e nell’inserzione dalla quale supera le nostre prospettive. I concetti meramente giuridici sono veri e necessari, ma solo particolari di un tutto. Dio, che solo causa senza restringere il potenziale dell’effetto creato, ha messo «dualità anche nel nostro ordine». Mondo e corpo mistico procedono di pari passo senza che sia diminuito nulla di nessuno. Come quando il Verbo entrando nel mondo lasciò vergine la Madre sua e come quando entrando nel cenacolo il giorno della Resurrezione non ebbe bisogno di aprire le porte. Così si dispiega lo stile di Dio dagli infiniti richiami in esattezza ritmica su tutti i punti della Rivelazione divina. Niente di nuovo. Ma la Chiesa bisogna abituarsi a vederla così. Se il mondo oggi ha orizzonti più ampi è anche perché noi siamo spinti dai limiti dilatati del suo paesaggio a meglio abbracciare la solennità divina del fatto che ospita. Ecco come la Chiesa diventa ideale; senza aver paura di nulla, senza mutare nulla, dando alle azioni degli uomini umili e grandi una aumentabile dimensione. Essa porta con sé il vero, unico, grande ideale della avventura umana. E per questo che sono fortunati i chiamati all’altare. Ecco perché diventano singolarmente venerabili i portatori di Cristo nel sacramento dell’Ordine, circonfusi di spirituale decoro i vescovi, di unica maestà il romano Pontefice. – Ecco perché l’arte ed il gusto non sono mai menzogneri quando, alle cose e persone di venerando decoro, di spirituale autorità, di rappresentativa maestà, prestano la loro grazia, il loro potere espressivo, il loro dignitoso commento, aiuto per la comprensione dei pellegrini in terra, modulazione d’un canto a cui solo l’eternità risponde. La Chiesa si staglia sul cosmo e non è serva del cosmo. Gli uomini, redenti da Cristo e liberi per Cristo, non hanno alcun motivo di lasciarsi impressionare dalla grandezza quantitativa del cosmo. Il mistero della Chiesa è anche il mistero della sua indipendenza dal cosmo: della sua superiorità rispetto ai confini di quello.

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AMORE DEL PROSSIMO

Amore del prossimo.

[G. Bertetti: I tesori di San Tommaso d’Aquino – SEI ed. Torino, 1918]

1. Amore che dobbiamo avere per tutti gli uomini del mondo, indistintamente. — 2. Amore che dobbiamo avere per alcuni uomini in particolare. — 3. Amore verso i nemici. — 4. Amore verso i peccatori. — 5. Eroismi d’amore (De perfect. Vitæ spirit., c. 13 e t 14; — De cantate, art. 7, 8, 9; — Sent., 3, dist. 28, art. 4; dist. 29, art. 6; dist. 30, art. 1-4; — S. Th, 2 a 2ae, q. 25, art. 6; q. 26, art. 11; — in Matth., 9).

1. Amore che dobbiamo avere per tutti gli uomini del mondo, indistintamente. — Essendo Dio il bene universale esistente sopra di noi, la perfezione dell’amore verso Dio richiede che tutto il cuor dell’uomo in qualche modo si volga a Dio, perciò la misura dell’amore verso Dio s’esprime convenientemente con queste parole: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore ». Invece il nostro prossimo non è un bene universale esistente sopra di noi, ma un bene particolare costituito sotto di noi: e perciò non ci si determina la misura d’amare il prossimo con tutto il cuore, sebbene d’amarlo come noi stessi. Il nostro amore per il prossimo deve avere tre qualità: vuol essere vero, giusto, santo.

Amor vero. — Amare una persona per l’utilità che a noi possa derivarne non è un amarla come noi stessi: perché amiamo naturalmente noi stessi per davvero volendo il bene a noi stessi. Così dobbiamo amare il prossimo, desiderando il suo bene, la sua utilità, il suo diletto: e non desiderando da lui il nostro vantaggio e il nostro diletto. Chi cerca dal prossimo il bene utile o dilettevole, non ama il prossimo, come non ama precisamente se stesso, ma ama l’utile e il diletto: s’ama il prossimo nella stessa guisa che amiamo il cavallo e il vino, a cui non desideriamo il bene che desideriamo a noi stessi; ma piuttosto desideriamo di far nostro ciò che di buono essi hanno. Amar il prossimo come noi stessi vuol dire adunque amarlo di quel vero amore che si trova nella carità cristiana: poiché la carità procede « da un cuor puro, da una buona coscienza, da fede non simulata » (la Tim., 1, 5); l a carità «non cerca il proprio interesse», ma il bene di quegli che ama.

Amor retto. — Se amiamo il prossimo come noi stessi, gli desidereremo i beni nello stesso ordine onde li dobbiamo a noi desiderare: anzitutto i beni spirituali, poi i beni corporali, finalmente i beni esteriori. Desiderare al prossimo beni esteriori contro la salute del corpo, o beni del corpo contro la salute dell’anima, non è un amarlo come noi stessi.

Amor santo. — Santo è l’amore che s’ordina verso Dio, come sommo principe di tutti gli uomini, come fonte di beatitudine, come legislatore di tutta la giustizia. E poiché ciascun uomo deve considerarsi come una parte della comunità per cui tutti gli uomini convengono nel fine della beatitudine; e poiché il bene comune di questa grande comunità è Dio stesso in cui consiste la beatitudine di tutti: secondo la retta ragione e l’istinto di natura ciascuno ordina se stesso in Dio, come la parte s’ordina al bene del suo tutto. Questo si compie mediante la carità, per cui l’uomo ama se stesso per amor di Dio. Quando adunque amiamo il prossimo per amor di Dio, lo amiamo come noi stessi, e di qui l’amore diviene santo; « e questo comandamento ci è stato dato da Dio: che chi ama Dio, ami anche il proprio fratello» (la IOANN., 4, 21) . Vero, retto, santo dev’esser il nostro amore per il prossimo. Ma l’amore non si nutre solo d’affetto: vuole anche l’effetto; l’amore vuol essere efficace e operoso. Nessuno si contenta d’amare se stesso augurandosi che gli vengano tutti i beni e che se ne stiano lontani tutti i mali: ma ognuno si studia con tutte le forze di procacciarsi i beni e di tener lontani da sé i mali. Ebbene, noi ameremo il prossimo come noi stessi, se non solo con l’affetto gli desidereremo il bene e l’allontanamento del male, ma all’affetto faremo seguire l’effetto con l’efficacia delle opere. Perciò sta scritto: « Figliolini miei, non amiamo in parole e con la lingua, ma con l’opera e con verità » (la JOANN., 3, 18).

2. Amore che dobbiamo avere per alcuni uomini in particolare.

— Il precetto della carità non ci obbliga ad amare in atto e in modo speciale qualsiasi prossimo e a fargli del bene in modo speciale. A nessuno basterebbero le forze per pensare a tutti gli uomini e ad amarli tutti in atto e in modo speciale; a nessuno basterebbero le forze per far del bene e render servizi a tutti in particolare. La carità non ci obbliga né a uno speciale affetto di cuore né a uno speciale effetto d’opere verso chi non è congiunto a noi da qualche vincolo speciale, salvo quando lo vedessimo in necessità d’essere soccorso e non potesse aver soccorso da altri. Siam però tenuti da quell’affetto e da quell’effetto di carità, che ci porta ad amar tutti e a pregar per tutti, siam tenuti a non escludere neppur uno di coloro che non hanno con noi alcun vincolo speciale, come quei che sono nell’India o nell’Etiopia. Siam poi tenuti ad amare e a beneficare in modo speciale chi ci è unito per qualche ragione speciale d’amore. Essendo tutti i beni dell’uomo ordinati alla beatitudine eterna come a ultimo fine, l’amor di carità comprende sotto di sé tutte le affezioni umane, salvo quelle che si fondano sul peccato, il quale non può essere ordinato alla beatitudine eterna. In tal modo la carità ci comanda atti particolari di queste affezioni lecite e oneste: e quanto più profonde saranno queste affezioni, tanto più sensibili saranno gli effetti della carità. « Non potendo tu giovare a tutti, devi provvedere principalmente a quelli che, per ragione di luogo, di tempo o di qualsiasi altra cosa, ti sono per avventura più strettamente congiunti; ed è per te una fortuna che ci sia qualcuno a te più intimamente legato nelle cose temporali, per far cadere su di esso la scelta nelle tue opere di carità » ( S. AGOSTINO, De doctr. christ., 1, 28). Per altro, la carità inclina l’animo nostro in proporzione della necessità che abbiamo di tendere in Dio, come a nostro ultimo fine. A tale scopo ci è anzitutto necessario l’aiuto di Dio; poi la nostra cooperazione; in terzo luogo, la cooperazione del prossimo; infine, solo a mo’ di strumento, il nostro corpo e ciò ch’è necessario al nostro corpo. Perciò il nostro affetto sarà dalla carità inclinato in guisa da farci amare anzitutto e principalmente Dio, poscia noi stessi, in terzo luogo il prossimo, e fra i prossimi chi ci è più congiunto e che da natura è più atto ad aiutarci nella consecuzione del nostro fine. – Dunque secondo l’affetto e secondo l’effetto la carità vuole che sopra gli altri amiamo i nostri congiunti: « che se uno non ha cura dei suoi e massimamente di quei della sua casa, ha rinnegato la fede ed è peggiore d’un infedele » (1a Tim., V, 8). Dobbiamo amare noi stessi più degli altri; dunque quanto più uno è vicino a noi, tanto più dobbiamo amarlo. E in questo ci conformiamo a Dio, perché amiamo quelli che son più uniti a noi, come anche Dio ama di più quelli che son più uniti a lui.

3. Amore verso i nemici. — Dio è l’oggetto proprio e per se stesso della carità; e tutto ciò che s’ama di carità, s’ama perché è cosa di Dio: come quando amiamo un uomo, amiamo per conseguenza anche coloro che gli appartengono, fossero pure nostri nemici. Ora tutti gli uomini appartengono a Dio, perché tutti furono da lui creati e tutti son capaci di quella beatitudine che consiste nel godimento di Dio. In tutti gli uomini adunque si rinviene questa ragione d’amore. Due cose pertanto noi troviamo in chi ha per noi qualche inimicizia: una, la ragione dell’amore, ossia quello che s’appartiene a Dio; l’altra la ragione dell’odio, ossia quello che è contrario a noi. In qualunque uomo noi troveremo questa duplice ragione d’amore e d’odio, è evidente che, se noi tralasceremo l’amore e ci appiglieremo all’odio, la ragione dell’odio prepondererà nel nostro cuore sulla ragione d’amore, l’inimicizia prepondererà sull’amore divino; e noi più di quanto amiamo Dio odieremo l’amicizia del nostro nemico, e tanto più odieremo questa amicizia quanto più ameremo il bene che c’è stato sottratto dal nostro nemico. Chiunque pertanto odia il nemico, ama qualche bene creato più di quanto ami Dio: il che è contrario alla carità. Dunque contrario alla carità è odiare il nemico. Dunque se dalla carità siamo obbligati a far preponderare in noi l’amor di Dio sull’amore di qualsiasi altra cosa, ne segue che da necessità di precetto siamo tenuti ad amare i nostri nemici. – Ma poiché la carità non ci obbliga ad amare i n modo speciale quei che non sono a noi uniti con vincoli speciali, e poiché coi nemici più nessun altro vincolo ci tiene avvinti, fuorché quello della carità, l’obbligo è soltanto di amarli, e con l’affetto e con l’effetto, in modo comune. Perciò, quanto all’affetto, noi dobbiamo desiderare ai nemici i beni eterni; ma non siamo obbligati ad augurar loro beni temporali. Anzi, richiedendo l’ordine di carità che amiamo noi stessi più degli altri, i congiunti più degli estranei, gli amici più dei nemici, il bene comune di molti più che il bene privato d’un solo, noi possiamo, senza offender la carità, augurar qualche male temporale ad alcuno, e godere se questo male gli accade; non in quanto è male toccato a costui, ma in quanto un tal male serve a impedire il male d’altri che siamo tenuti maggiormente ad amare, oppure il male della comunità o della Chiesa. – Quanto all’effetto siamo tenuti a cooperare anche coi nemici, come con qualsiasi altro uomo, in quelle cose che riguardano la vita eterna, secondo che il tempo, il luogo, il modo lo richiedono; siamo tenuti a non escluderli dalle nostre preghiere, senz’essere però obbligati a farne speciale menzione, come non siamo obbligati a farla neppure per gli amici. Così pure non siamo obbligati a cooperare coi nemici nei beni temporali, salvo il caso di necessità imminente: non dobbiamo però far loro del male, se non in quanto serva a impedire un male maggiore o a promuovere un bene maggiore.

4. Amore verso i peccatori. — Il peccato è contrario a Dio, ed è ostacolo alla beatitudine eterna. Perciò, secondo il peccato con cui essi fanno contro a Dio, son da odiarsi tutti i peccatori, anche il padre, la madre, i congiunti, (Luc., 14, 26). « Ho odiato gl’iniqui» (Ps. CXVIII, 113), diceva Davide, e lo diceva con perfetta carità. Odiava gl’iniqui come iniqui; ne odiava l’iniquità, ch’è il loro male. Questo è l’« odio perfetto », di cui dice lo stesso Davide: « gli odiai con odio perfetto » (Ps. CXVIII, 22). S’appartiene al medesimo ordine di cose, e ha la medesima ragione d’esserci, l’odiare il male d’alcuno e l’amare il suo bene. Appartiene alla carità e l’amore perfetto e l’odio perfetto. Ma se dobbiamo odiare nei peccatori il peccato, dobbiamo in pari tempo amare in essi la natura umana, per cui son fatti a immagine di Dio e son capaci di beatitudine eterna. Soltanto i demoni e i dannati dell’inferno non hanno più la possibilità di pervenire alla beatitudine eterna; una tal possibilità ce l’hanno tutt’i peccatori fin quando sono in vita. E quantunque sia proprio dell’amicizia il godere dei medesimi diletti, non perciò si deve sciogliere subito l’amicizia per chi da buono è diventato cattivo, fin quando c’è speranza di rinsavimento; anzi bisogna porgergli per il riacquisto della virtù maggior soccorso di quel che gli si porgerebbe per il riacquisto del denaro perduto. Amiamo i peccatori, non già volendo ciò ch’essi vogliono o godendo di ciò ond’essi godono; ma facendo in modo ch’essi vogliano ciò che noi vogliamo e godano di ciò onde noi godiamo. Aver però famigliarità coi peccatori allo scopo di convertirli, è cosa lodevole soltanto per gli uomini perfetti, di cui non c’è a temer pericolo di perversione: così il Signore, medico superiore a ogni pericolo di contagio, usava mangiare e bere coi pubblicani e coi peccatori. È cosa invece da evitarsi per gli uomini deboli nella virtù: a cagione appunto del pericolo prossimo di rovina spirituale in cui verrebbero a trovarsi. Quando poi certi peccatori cadono nell’estremo della malizia e diventano insanabili, allora bisogna troncar con essi ogni famigliarità. In questo ci dà esempio la legge divina e umana, le quali condannano a morte quei peccatori, da cui si presume piuttosto l’altrui danno che la loro emendazione. E il giudice li colpisce, non per odio contro di essi, ma per quell’amore di carità che ci fa anteporre il bene pubblico alla vita d’una singola persona. Tuttavia la morte inflitta dal giudice giova al peccatore, se si converte, a fargli espiare la colpa; e se non si converte, a fargli mettere almeno il colmo alle sue iniquità, togliendogli la possibilità di commettere altre colpe. – S’eviti pure la compagnia di quei peccatori pieni di superbia e di disprezzo, che dicono col loro contegno: « Alla larga da me, che non m’imbratti » (ISA., 65, 5). Talora, lo scansar i peccatori ci è suggerito dalla stessa loro utilità, affinché si vergognino e si convertano, come scrisse l’Apostolo: « Lo dico per farvi arrossire» ( l a Cor., VI, 5). Sempre poi e da tutti si deve fuggire la compagnia dei peccatori, quando fosse compagnia di peccato: « Uscite di mezzo ad essi, e separatevene (dice il Signore) e non toccate l’immondo » (2 a Cor., VI, 17).

5. Eroismi d’amore. — Fin qui abbiamo considerato ciò che la carità richiede da tutti per la perfezione dell’amore: vediamo ora ciò che oltrepassa nell’affetto e nell’effetto la comune perfezione, e cade non più sotto il comandamento, ma sotto il consiglio. Quanto all’affetto, la perfezione eroica si distingue dalla perfezione odinaria della carità:

Nell’estensione. — Quanto più s’estende a molti l’amore, tanto più è perfetto. Ebbene l’amore h a nell’estensione tre gradi: Il primo grado consiste nell’amar quelli che ci fecero benefìzi o che sono con noi uniti con qualche vincolo di naturale o di civile parentela; e di questo grado, determinato da legge d’amicizia, dice il Signore: « Se amerete quelli che vi amano, che premio avrete voi? non fanno forse altrettanto anche i pubblicani? E se saluterete solo i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? non fanno forse altrettanto i gentili? » (MATTH., V, 46, 47). – Il secondo grado estende l’affetto anche agli estranei, purché in essi non si rinvenga qualcosa di contrario a noi; e questo grado d’amore è determinato da legge di natura, perché, essendo tutti gli uomini della medesima natura, ogni uomo è naturalmente amico degli altri uomini; e noi naturalmente rimettiamo sul retto cammino chi ha sbagliato strada, solleviamo chi è caduto, e usiamo, anche verso sconosciuti, consimili altri servigi. Ma, poiché l’uomo ama naturalmente se stesso più di qualsiasi altro e naturalmente aborre ciò che s’oppone al suo amor proprio, ne deriva che l’amore speciale dei nemici sfugge ai limiti della natura. – Il terzo grado d’amore s’estende appunto anche ai nemici, secondo le parole del Redentore: « Amate i vostri nemici; fate del bene a quelli che vi odiano » (MATTH., V, 44), e a dimostrare che qui si tratta di perfezione d’amore, conchiude: « Siate dunque perfetti, com’è perfetto il  ch’è nei cieli» (ib., 45). E che ciò sia oltre la perfezione comune l’afferma sant’Agostino: « Queste son cose proprie dei figli perfetti di Dio; a queste cose ogni fedele deve certamente aspirare, a questo affetto deve ciascun fedele trascinar l’animo suo pregando Dio e lottando contro se stesso. Tuttavia un bene sì grande, d’amare i nemici, non è dato a una moltitudine così grande come quella che c’immaginiamo sia esaudita, allorché preghiamo: « Perdona a noi i nostri debiti, come noi perdoniamo ai nostri debitori » (Enchir., 73). Non escludere il nemico dall’amore dovuto a tutti e non conservare in cuore alcun che di contrario a quest’amore generale, è cosa di precetto: ma che il nostro cuore si porti con atti positivi ad amare il nemico, anche fuor del caso di necessità, è cosa di perfezione, che solo può derivare dal divino amore. Poiché, mentre nelle altre affezioni noi siamo spinti ad amare da qualche altro bene, come da benefizi ricevuti, da comunanza di sangue e di patria, nient’altro che Dio solo ci può spingere ad amare i nemici, come creature di Dio fatte a sua immagine e somiglianza, capaci di beatitudine eterna.

2 ° Nell’intensità. — Quanto più intensamente si ama, tanto più facilmente si disprezza il resto per amor della persona amata. Da ciò che l’uomo disprezza per amor del prossimo, possiamo scorgere se vi sia la perfezione dell’amore e assegnare a questa perfezione tre gradi. Primo grado: disprezzare per amor del prossimo i beni esteriori, facendoli servire alle altrui necessità nei casi particolari (la Cor., XIII, 3 ) o spogliandocene del tutto ed erogandoli ai poveri (Cant., VIII, 7). Quest’è il consiglio dato dal Signore al giovane dell’Evangelo: « Se vuoi essere perfetto, va, vendi ciò che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo: vieni e seguimi » (MATTH., XIX, 21). Così pure è perfezione il non ricusare di soffrir danno nei beni esteriori per amor di Dio e del prossimo (Hebr., X, 34; Prov., XII, 26). Si scostano da questo grado di perfezione coloro che non si curano di sovvenire con le loro sostanze alle necessità del prossimo; di qui il rimprovero mosso dall’Apostolo della carità: « Chi avrà dei beni di questo mondo e vedrà il suo fratello nella necessità, e chiuderà le sue viscere alla compassione di lui, come mai avrà ancora la carità di Dio?» (1a JOAN., 3, 17).  Secondo grado: esporre ai travagli il corpo per amor del prossimo, secondo l’esempio dell’Apostolo: « Non mangiammo a ufo il pane di veruno, ma con fatica e stento, lavorando giorno e notte, per non essere d’aggravio ad alcuno di voi » (2a Thess., III, 8). Così è perfezione il non ricusare di soffrir tribolazioni e persecuzioni per amor del prossimo (2a Cor., I, 6; 2a Tim., II, 9). Si scostano da questo grado di perfezione coloro che non sono disposti a rinunziare aver una comodità e a incontrare qualche incomodo per amor del prossimo (AMOS, VI , 4-6; EZECH, XIII, 5). Terzo grado: dare la vita per i nostri fratelli: « da questo abbiam conosciuto la carità di Dio, perché egli ha posto la sua vita per noi: e noi pure dobbiamo porre la vita pei fratelli » (la JOANN., III, 16). Quest’è l’estremo limite dell’amore: « nessuno ha carità più grande della carità di chi dà la sua vita per i suoi amici » (JOAN., 15, 13). Quanto all’affetto della carità, s’osservi che quanto più grandi sono i beni spesi per il prossimo, tanto più perfetto sarà l’amore. Anche qui abbiamo tre gradi. – Primo grado: esercitar opere di misericordia corporali. (MATTH. XXV). – Secondo grado: esercitar opere di misericordia spirituali, che però non eccedono l’umana condizione, come istruire gl’ignoranti, consigliare i dubbiosi, correggere gli erranti (JOB, IV, 3). Terzo grado: dispensare al prossimo beni spirituali e divini che eccedono la natura e la ragione, ossia l’insegnamento delle cose divine, guidar le anime a Dio, la comunicazione spirituale dei sacramenti (Gal., III, 5; 1a Thess., XI, 13; 2a Cor., XI, 2-4). Il dispensare beni siffatti è perfezione tutta singolare di fraterno amore, perché essi ci uniscono al nostro ultimo fine, in cui consiste la somma perfezione dell’uomo. Aumenta questa perfezione di fraterno amore, se i beni sovrannaturali si dispensano non solo a una persona o a due, ma a tutto quanto un popolo: perché, anche secondo i filosofi, il bene della moltitudine è più perfetto e più divino che il bene d’un uomo solo (Ephes., IV, 11; la Cor., XIV, 12).

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE IL MODERNISTA APOSTATA DI TORNO: IL SYLLABUS di PIO IX

Tutto quanto il “Syllanus” degli errori condanna, è oggi attualità tenacemente proposta dalla setta vaticana del “novus ordo”, la setta che usurpa il gregge dei fedeli e tutto ciò che appartiene alla Chiesa di Cristo, la Chiesa UNA, Santa, Cattolica, Apostolica, Romana. Non ce n’è uno tra gli 80 articoli che non sia stato ribaltato, non c’è errore che non venga oggi approvato con entusiasmo. Basta questo unico documento magisteriale per rendersi conto dell’inganno funesto nel quale sono caduti, e si ostinano a rimanere con colpevole ignoranza, coloro che si reputano cattolici perchè freuentano sacrilegamente riti blasfemi. E allora: o la Chiesa è quella del Syllabus, o è quella della “setta vaticana” … una terza possibilità non esiste: l’una è Chiesa di Cristo-RE, l’altra è obbligatoriamente sinagoga di satana. O Vicario di Cristo è Pio IX, o l’altro [anzi gli “altri”, i due “sepolcri imbiancati”] è/sono vicario di satana: non c’è altra soluzione, escludendo le ridicole ed eretiche tesi [assolutamente mai contemplate dalla retta teologia cattolica, dalla tradizione apostolica o dal Magistero pontificio] gallicano-fallibiliste, sedevacantiste, feeneyste, o cassiciache, e chi più ne ha …. [ma si sa che per il demonio ci sono tante “verità” contrastanti tra loro, scimmiottamento e parodie dell’unica VERITA’!]. Pertanto chi ha ancora qualche dubbio, si faccia animo e coraggio, respiri forte, con calma, conti fino a tre, dica un salmo di lode al vero Dio Sabaoth e legga attentamente!

«SYLLABUS»

SILLABO DEGLI ERRORI PRINCIPALI DEL NOSTRO TEMPO
CONTENUTI NELLE ALLOCUZIONI CONCISTORIALI,
NELLE LETTERE ENCICLICHE
E NELLE ALTRE LETTERE APOSTOLICHE
DEL SANTISSIMO SIGNOR NOSTRO PIO PP. IX

I.

PANTEISMO, NATURALISMO E RAZIONALISMO ASSOLUTO.

1. Nessun supremo, sapientissimo e provvidentissimo Nume divino esiste distinto da questa universalità di cose, e Dio altro non è che la natura stessa delle cose e perciò soggetto a mutazioni, e diventa Dio realmente nell’uomo e nel mondo, e tutte le cose sono Dio, ed hanno la stessissima sostanza di Dio; ed un’identica cosa è Dio con il mondo, e per conseguenza lo spirito con la materia, la necessità con la libertà, il vero col falso, il bene col male, e il giusto con l’ingiusto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

2. Devesi negare ogni azione di Dio sugli uomini e sul mondo.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

3. L’umana ragione, senza tener verun conto di Dio, è l’unica arbitra del vero e del falso, del bene e del male, e legge a se stessa, e con le naturali sue forze basta a procacciare il bene degli uomini e dei popoli.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

4. Tutte le verità della religione derivano dalla forza ingenita dell’umana ragione, quindi la ragione è norma precipua, per cui l’uomo possa e debba conseguire la cognizione di tutte le verità di qualsiasi genere.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862

5. La divina rivelazione è imperfetta e perciò soggetta a un continuo e indefinito progresso, che corrisponde al progresso dell’umana ragione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

6. La fede di Cristo urta la ragione; e la rivelazione divina non solo non giova a nulla, ma nuoce altresì al perfezionamento dell’uomo.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862,

7. Le profezie ed i miracoli esposti e narrati nelle Sacre Scritture sono invenzioni poetiche, e i misteri della fede cristiana sono la somma delle investigazioni filosofiche; nei libri dei due Testamenti si contengono invenzioni mitiche, e lo stesso Gesù Cristo non e che una mitica finzione.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

II.
RAZIONALISMO MODERATO.

8. Equiparandosi la ragione umana alla stessa religione, perciò le discipline teologiche si hanno da trattare come le filosofiche.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.

9. Tutti i dogmi indistintamente della religione cristiana sono oggetto della scienza naturale, ossia della filosofia; e l’umana ragione, storicamente soltanto coltivata, può in virtù delle proprie forze e principi naturali giungere alla vera scienza di tutti i dogmi anche i più reconditi, purché questi dogmi siano stati proposti come oggetto alla stessa ragione.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.

Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

10. Altro essendo il filosofo ed altra la filosofia quegli ha diritto e dovere di sottomettersi a quell’autorità che egli medesimo abbia provata vera; ma la filosofia non può né deve sottomettersi a veruna autorità.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1862.
Epist. ad eundem Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

11. La Chiesa non solamente non deve metter bocca giammai in filosofia, ma deve anzi tollerare gli errori della filosofia medesima e lasciare che da se stessa si corregga.
Epist. ad Archiep. Frising. Gravissimas, 11 dicembre 1882.

12. I decreti della Sede Apostolica e delle Romane Congregazioni impediscono il libero progresso della scienza.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

13. Il metodo e i principi coi quali gli antichi Dottori scolastici coltivarono la Teologia non corrispondono alle esigenze dei tempi nostri e al progresso delle scienze.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

14. La filosofia vuolsi trattare senza avere nessun riguardo alla rivelazione soprannaturale.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.
N.B. Col sistema del razionalismo combinano in gran parte gli errori di Antonio Gunther condannati nella lettera al Card. Arcivescovo di Colonia: Eximiam tuam, del 15 giugno 1847, e nella lettera al Vescovo di Breslavia: Dolore haud mediocri 30 aprile 1860.

III.
INDIFFERENTISMO E LATITUDINARISMO.

15. Ogni uomo è libero di abbracciare e professare quella religione, che, col lume della ragione, reputi vera.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1831.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

16. Gli uomini nel culto di qualsiasi religione possono trovare la via dell’eterna salute e l’eterna salute conseguire.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846
Alloc. Ubi primum, 17 dicembre 1847.
Epist. Encicl. Singulari quidem, 17 marzo 1856.

17. Almeno si deve sperare bene dell’eterna salute di tutti quelli, che affatto non si trovano nella vera Chiesa di Cristo.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1854.
Lett. Apost. Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

18. Il protestantesimo non è altro che una forma diversa della medesima vera religione cristiana, nella qual forma, del pari che nella Chiesa cattolica, è dato di piacere a Dio.
Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849

IV.
SOCIALISMO, COMUNISMO, SOCIETÀ CLANDESTINE,
SOCIETÀ BIBLICHE, SOCIETÀ CLERICO-LIBERALI.

Tali pestilenze sono condannate più volte e con gravissime espressioni nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846; nell’allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nella Lettera Enciclica Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849; nell’Allocuzione Singulari quadam, 9 dicembre 1854; nella Lettera Apostolica Quanto conficiamur, 17 agosto 1863.

V.
ERRORI SULLA CHIESA E I SUOI DIRITTI.

19. La Chiesa non è una vera e perfetta società completamente libera, né ha diritti suoi propri e permanenti a lei conferiti dal suo divino Fondatore; ma spetta alla civile potestà definire quali siano i diritti della Chiesa e i limiti dentro i quali possa esercitare i medesimi diritti.
Alloc. Singulari quadam perfusi, 9 dicembre 1834.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

20. L’ecclesiastica potestà non deve esercitare la propria autorità senza il permesso ed il consenso del civile governo.
Alloc. Meminit unusquisque, 30 settembre 1861.

21. La Chiesa non ha potestà di definire dogmaticamente che la religione della Chiesa cattolica è la sola ed unica vera religione.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

22. L’obbligazione da cui sono assolutamente legati i maestri e gli scrittori cattolici, si restringe a quelle cose soltanto, che dall’infallibile giudizio della Chiesa vengono proposte a credersi da tutti come dogmi di fede.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

23. I Romani Pontefici e i Concili ecumenici oltrepassarono i limiti della loro potestà, usurparono i diritti dei principi, e sul definire eziandio le cose di fede ed i costumi errarono.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

24. La Chiesa non ha potestà di usare la forza, ne alcuna potestà temporale diretta o indiretta.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

25. Oltre la potestà inerente all’episcopato, vi è altra temporale potestà, data dal civile governo o espressamente o tacitamente concessa, e quindi revocabile a talento del medesimo.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

26. La Chiesa non ha un ingenito e legittimo diritto di acquistare e di possedere.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.
Epist. Encicl. Incredibili, 17 settembre 1863.

27. I sacri ministri della Chiesa e lo stesso Romano Pontefice si debbono al tutto rimuovere da ogni cura e dominio delle cose temporali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

28. Non è lecito ai Vescovi senza il permesso del governo promulgare neppure le stesse Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

29. Le grazie concesse dal Romano Pontefice si debbono ritenere per nulle, se non furono implorate per organo del governo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

30. La immunità della Chiesa e delle persone ecclesiastiche trasse origine dal diritto civile.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

31. Il foro ecclesiastico per le cause temporali dei chierici, siano civili, siano criminali, si deve assolutamente sopprimere, anche non consultata e reclamante la Sede Apostolica.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

32. Senza veruna violazione del diritto naturale e dell’equità si può abrogare l’immunità personale, con cui i chierici sono esonerati dal peso di subire e di esercitare la milizia. Simile abrogazione poi è domandata dal civile progresso massimamente in una società costituita a forma di più libero regime.
Epist. ad Episc. Montisregal. Singularis Nobisque, 29 settembre 1864.

33. All’ecclesiastica potestà di giurisdizione non appartiene esclusivamente per proprio ingenito diritto, dirigere l’insegnamento delle materie teologiche.
Epist. ad Archiep. Frising. Tuas libenter, 21 dicembre 1863.

34. La dottrina d coloro, che pareggiano il Romano Pontefice ad un Principe libero e operante nella Chiesa universale, è dottrina che prevalse nel medio evo.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

35. Nulla vieta, sia per sentenza di qualche Concilio generale, sia per fatto di tutti i popoli, che il Supremo Pontificato, dal Vescovo di Roma e da Roma stessa, si trasferisca ad altro Vescovo e ad altra città.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

36. La definizione del Concilio nazionale non ammette verun’altra disputa, e la civile amministrazione può esigere la cosa a questi termini.37.Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

37. Possono istituirsi Chiese nazionali sottratte e al tutto divise dall’autorità del Romano Pontefice.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.
Alloc. Jamdudum cernimus, 1S marzo 1861.

38. I soverchi arbitrî dei Romani Pontefici produssero la divisione della Chiesa in orientale ed occidentale.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

VI.
ERRORI INTORNO ALLA SOCIETÀ CIVILE
CONSIDERATA IN SE STESSA
E NEI SUOI RAPPORTI CON LA CHIESA.

39. Lo Stato, come origine e fonte di tutti i diritti, gode di un diritto tale che non ammette confini.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

40. La dottrina della Chiesa cattolica è avversa al bene e ai vantaggi dell’umana società.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

41. Alla civile potestà, sebbene esercitata da un sovrano infedele, compete un potere indiretto negativo riguardo alle cose sacre; quindi le spetta non solo il diritto noto col nome di exequatur, ma altresì il diritto d’appellazione, che chiamano ab abusu.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

42. Nel conflitto fra le leggi delle due potestà prevale il diritto civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

43. Il potere laicale ha autorità di rescindere, interpretare e annullare le solenni convenzioni, ossia concordati, intorno all’uso dei diritti spettanti all’ecclesiastica immunità stipulata con la Sede Apostolica, e non solo senza il consenso di questa, ma non ostante eziandio le sue proteste.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

44. L’autorità civile può immischiarsi delle cose concernenti la religione, i costumi e il regime spirituale. Quindi può giudicare delle istruzioni che i Pastori della Chiesa pubblicano per loro uffizio a regola delle coscienze; ed anzi può decretare sopra l’amministrazione dei Santi Sacramenti, e sopra le disposizioni necessarie a riceverli.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

45. Tutto il regime delle pubbliche scuole, in cui si istruisce la gioventù di qualsiasi Stato cristiano (eccettuati solamente per certi motivi i Seminari vescovili) può e deve essere affidato alla civile autorità; e per siffatta guisa affidato, che non si riconosca verun diritto di altra qualunque autorità diimmischiarsi nella disciplina delle scuole, nel regolamento degli studi, nel conferimento dei gradi, nella scelta ed approvazione dei maestri.
Alloc. In Concistoriali, 1 novembre 1850.
Alloc. Quibus virtuosissimis, 5 settembre 1851.

46. Anzi negli stessi Seminari dei chierici il metodo da seguirsi negli studi si assoggetta alla civile autorità.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

47. L’ottimo andamento della società civile richiede che le scuole popolari, aperte ai fanciulli di qualunque classe del popolo, e in generale tutti i pubblici Istituti destinati all’insegnamento delle lettere e delle discipline più gravi, non che a procurare l’educazione della gioventù, siano sottratte da ogni autorità dall’influenza moderatrice o dall’ingerenza della Chiesa, e vengano assoggettate al pieno arbitrio dell’autorità civile e politica, a piacimento dei sovrani e a seconda delle comuni opinioni del tempo.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

48. Ai cattolici può essere accetto quel sistema di educare la gioventù, il quale sia separato dalla fede cattolica e dalla podestà della Chiesa, e che riguardi soltanto la scienza delle cose naturali e i soli confini della terrena vita sociale, o almeno se li proponga per iscopo principale.
Epist. ad Archiep. Friburg. Quum non sine, 14 luglio 1864.

49. La civile autorità può impedire che i Vescovi e i popoli fedeli abbiano libera e reciproca comunicazione col Romano Pontefice.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

50. L’autorità laica ha per se stessa il diritto di presentare i Vescovi, e può da essi esigere che assumano l’amministrazione delle Diocesi prima di ricevere dalla Santa Sede l’istituzione canonica e le Lettere Apostoliche.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

51. Anzi il governo laico ha diritto di deporre i Vescovi dall’esercizio del pastorale ministero, e non è tenuto ad obbedire il Romano Pontefice nelle cose concernenti l’Episcopato e l’istituzione dei Vescovi.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852,

52. Il governo può di suo diritto commutare l’età stabilita dalla Chiesa per la professione religiosa degli uomini e delle donne, e può intimare a tutte le religiose famiglie di non ammettere veruno senza il di lui permesso alla solenne professione dei voti.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

53. Debbonsi abrogare le leggi spettanti alla sicurezza dello stato delle famiglie religiose, non che ai loro diritti e doveri; anzi il governo civile può prestar mano a tutti quelli che volessero abbandonare l’intrapresa vita religiosa, e infrangere i voti solenni; può eziandio sopprimere le stesse religiose famiglie del pari che le Chiese collegiate e i benefizi semplici, anche di giuspatronato, e i loro beni o redditi sottoporre ed assegnare all’amministrazione e all’arbitrio della civile potestà.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Probe memineritis, 22 gennaio 1855.
Alloc. Cum sæpe, 26 luglio 1855.

54. I Re e i Principi non solo sono esenti dalla giurisdizione della Chiesa, ma di più, nello sciogliere le questioni di giurisdizione sono superiori alla Chiesa.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1551.

55. Si deve separare la Chiesa dallo Stato, e lo Stato dalla Chiesa.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

VII.
ERRORI INTORNO ALL’ETICA
NATURALE E CRISTIANA.

56. Le leggi dei costumi non abbisognano di sanzione divina, né punto è mestieri che le leggi umane si conformino al diritto di natura, e ricevano da Dio la forza obbligatoria.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

57. La scienza delle materie filosofiche, e dei costumi, del pari che le leggi civili, possono e debbono declinare dalla divina ed ecclesiastica autorità.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

58. Altre forze non debbonsi ammettere fuori di quelle, che sono riposte nella materia, ed ogni regola ed onestà dei costumi collocar si deve nell’accumulare e nell’accrescere per qualsiasi materia le ricchezze, nonché nel contentare la voluttà.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.
Lett. Apost. Q&uanto conficiamur, 17 agosto 1863.

59. Il diritto consiste nel fatto materiale; tutti i doveri degli uomini sono un vuoto nome e tutti i fatti umani hanno forza di diritto.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1882.

60. L’autorità non è altro se non la somma del numero e delle forze materiali.
Alloc. Maxima quidem, 9 giugno 1862.

61. La fortuita ingiustizia di un fatto non reca verun detrimento alla santità del diritto.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

62. Devesi proclamare ed osservare il principio denominato del “Non intervento“.
Alloc. Novos et ante, 28 settembre 1860.

63. È lecito negare obbedienza ai legittimi Principi, anzi ribellarsi a loro.
Epist. Encicl. Qui pluribus, 9 novembre 1846.
Alloc. Q&uisque Vestrum, 4 ottobre 1847.Epist. Encicl. Noscitis et Nobiscum, 8 dicembre 1849.
Lett. Apost. Cum catholica, 26 marzo 1847.

64. Tanto la violazione di qualsiasi santissimo giuramento, quanto qualunque scellerata e criminosa azione ripugnante alla legge eterna, non solamente non è da condannare, ma sibbene torna lecita del tutto, e degna di essere celebrata con comune lode, quando ciò si faccia per l’amore della patria.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.

VIII.
ERRORI CIRCA IL MATRIMONIO CRISTIANO.

65. In verun modo si può sostenere che Cristo abbia sollevato il Matrimonio alla dignità di Sacramento.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

66. Il Sacramento del Matrimonio non è se non un che d’accessorio al contratto e da esso separabile, e il Sacramento medesimo è riposto nella sola benedizione nuziale.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

67. Per diritto di natura il vincolo del Matrimonio non è indissolubile, e in vari casi il divorzio, propriamente detto, può essere sancito dalla civile autorità.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.

68. La Chiesa non ha potestà di stabilire impedimenti dirimenti del Matrimonio, ma tale potestà spetta all’autorità civile, per mezzo della quale si hanno da rimuovere gli impedimenti esistenti.
Lett. Apost. Multiplices inter, 10 giugno 1851.

69. La Chiesa cominciò a creare gli impedimenti dirimenti nei secoli di mezzo, non per diritto proprio, ma usando di quel diritto che aveva ricevuto dal potere civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

70. I Canoni Tridentini, fulminanti la scomunica a coloro che osano negare alla Chiesa la facoltà di stabilire gli impedimenti dirimenti, o non sono canoni dogmatici, o si debbono intendere nel senso di questa sola ricevuta potestà.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

71. La forma del Tridentino non obbliga sotto pena di annullamento, quando la legge civile prescriva un’altra forma e voglia, con l’intervento di questa nuova forma, render valido il Matrimonio.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

72. Bonifazio VIII fu il primo ad asserire che il voto di castità emesso nell’Ordinazione rende nulle le nozze.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

73. In virtù del semplice contratto civile può sussistere fra cristiani un vero Matrimonio; ed è falso che o il contratto di Matrimonio fra cristiani sia sempre Sacramento, o che nullo sia il contratto, se il Sacramento si escluda.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Lettera di S. S. Pio Pp. IX al Re di Sardegna, 9 settembre 1852.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
Alloc. Multis gravibusque, 17 dicembre 1860.

74. Le cause matrimoniali o degli sponsali spettano di loro natura al foro civile.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1852.
N.B. Qui possono richiamarsi due altri errori intorno all’abolizione del celibato clericale, e alla preferenza dello stato di Matrimonio sopra lo stato di verginità. Il primo fu condannato nella Lettera Enciclica Qui pluribus, 9 novembre 1846, e il secondo nella Lettera Apostolica Multiplices inter, 10 giugno 1851.

IX.
ERRORI INTORNO AL PRINCIPATO CIVILE
DEL ROMANO PONTEFICE.

75. Sulla compatibilità del regno temporale con lo spirituale disputano fra di loro i figli della cristiana e cattolica Chiesa.
Lett. Apost. Ad Apostolicæ, 22 agosto 1851.

76. L’annullamento del principato civile che possiede la Sede Apostolica gioverebbe assaissimo alla libertà e felicità della Chiesa.
Alloc. Quibus quantisque, 20 aprile 1849.
N.B. Oltre questi errori espressamente notati, altri moltissimi implicitamente se ne condannano nella proposta e difesa dottrina, che tutti i Cattolici debbono fermissimamente ritenere intorno al civile principato del Romano Pontefice. Tale dottrina è splendidamente sviluppata nell’Allocuzione Quibus quantisque, 20 aprile 1849; nell’Allocuzione Si semper antea, 20 maggio 1850; nella Lettera Apostolica Cum Catholica Ecclesia, 26 marzo 1S60; nell’Allocuzione Jamdudum, 18 marzo 1861; nell’Allocuzione Maxima Quidem, 9 giugno 1862.

X.
ERRORI RIGUARDANTI
IL LIBERALISMO ODIERNO.

77. Ai tempi nostri non giova più tenere la religione cattolica per unica religione dello Stato, escluso qualunque sia altro culto.
Alloc. Nemo vestrum, 26 luglio 1855.

78. Quindi lodevolmente in parecchie regioni cattoliche fu stabilito per legge, esser lecito a tutti gli uomini ivi convenuti il pubblico esercizio del proprio qualsiasi culto.
Alloc. Acerbissimum, 27 settembre 1552.

79. Infatti è falso che la civile libertà di qualsiasi culto o la piena potestà a tutti indistintamente concessa di manifestare in pubblico e all’aperto qualunque pensiero ed opinione influisca più facilmente a corrompere i costumi e gli animi dei popoli e a propagare la peste dell’indifferentismo.
Alloc. Numquam fore, 15 dicembre 1856.

80. Il Romano Pontefice può e deve col progresso, col liberalismo e con la moderna civiltà venire a patti e conciliazione.
Alloc. Jamdudum cernimus, 18 marzo 1861.

 

 

 

 

BAMBINI MORTI SENZA BATTESIMO

Bambini morti senza battesimo.

[G. Bertetti: “Il sacerdote predicatore” – S.E.I. Torino, 1919]

1. Non godranno la gloria celeste. — 2. Non saranno condannati all’inferno. —

3. Godranno una felicità naturale.

  1. NON GODRANNO LA GLORIA CELESTE, salvo che abbiano sofferto il martirio per causa di Gesù Cristo, come i Santi Innocenti… Fuori del martirio, essi non potranno essere elevati alla beatitudine sovrannaturale… La legge di Gesù non ammette eccezioni: « Chi non rinascerà per mezzo dell’acqua e dello Spirito Santo non può entrare nel regno di Dio » (JOANN., III, 5)… Come non si salvano gli adulti senza battesimo, così non si salvano i bambini. – Ma può accadere che un adulto si salvi col battesimo di desiderio …. non così i bambini che non hanno ancor raggiunto l’uso di ragione… E questo un pensiero che non dovrebbe più lasciare un momento di tranquillità a quei genitori che per loro colpa non « lasciarono che i bambini venissero a Gesù » e li privarono per sempre del regno dei cieli. Gesù ha proferito una tremenda minaccia contro chi danneggerà le anime dei bambini: « Meglio per lui sarebbe che gli fosse appesa al collo una macina da asino e che fosse sommerso nel profondo del mare » (MATTH., XVIII, 6)… E qual danno maggiore si potrebbe recare all’anima d’un bambino, che privandolo della felicità del paradiso!…
  2. NON SARANNO CONDANNATI ALL’INFERNO. — « Né la celeste gloria, né l’eterno supplizio dell’inferno essi avranno dal giusto ed eterno giudice, perché, quantunque non battezzati, mancano di malvagità e di malizia e non di propria volontà subiscono la perdita del battesimo;… non subito è degno di supplizio chi non merita onore e gloria; viceversa, non subito merita onore e gloria chi non è degno del supplizio » (S. GREGORIO NAZIANZENO, or. 40 in s. bapt). — È poi insegnamento di S. Tommaso (S. TH., ‘8up.pl., q. 1, a. 1) che la privazione della vista di Dio è l’unica pena riservata dopo morte al peccato originale; non già la pena del senso, ch’è dovuta soltanto a colpe personali e ch’è proporzionata al diletto che si prova nel commettere la colpa, come dice lo Spirito Santo (Apoc, XVIII, 7): « Quanto s’innalzò e visse nelle delizie, tanto datele di tormento e di lutto »; ora, nel peccato originale, come non c’è nessun’opera, così non c’è alcun diletto, perciò nessun castigo sensibile da soffrire dopo morte”. Queste considerazioni valgano a lenire, per quanto si può, l’angustia di quei genitori cristiani che, senz’alcuna loro colpa, ebbero dei bambini morti senza battesimo; e più valgano le considerazioni seguenti:
  3. GODRANNO UNA FELICITÀ TEMPORALE. — I bambini morti senza battesimo «non si trovarono mai in uno stato di proporzione per la vita eterna, perché, oltrepassando questa ogni facoltà della natura, non era loro dovuta in forza dei principii naturali, e perché essi non poterono avere atti loro propri per conseguire un sì gran bene. Perciò non sentiranno alcun dolore per la privazione della vista di Dio: anzi godranno molto nella partecipazione della divina bontà e delle perfezioni naturali ». Né li angustierà il pensiero che altri bambini, battezzati per opera e per merito d’altri, raggiunsero la felicità soprannaturale: « l’essere premiati senza il concorso dell’opera nostra è una grazia sovrabbondante: perciò la mancanza d’una grazia siffatta non cagiona nei bambini morti senza battesimo una tristezza maggiore di quella che nei sapienti cagioni il fatto di non veder fatte a sé molte grazie che son fatte ad altri simili ». (S. TH., Suppl, q. 1, a. 2). – «Vivranno contenti del loro stato» (S. BONAVENTURA, De damn.): « Meneranno una vita più gioconda e più dilettevole di quella che naturalmente può trovarsi in questo mondo » (LIRANO, in Eccles.) – « Avranno una conoscenza di tutte le cose naturali di gran lunga più estesa di quella che n’ebbero tutti i filosofi insieme» (SCOTO, 1. 2, dist. 33, 1). — «Conosceranno chiaramente e distintamente l’essenza della loro anima e anche, in un modo però meno perfetto, le nature angeliche; loderanno eternamente Dio in riconoscenza della creazione loro e di tutto l’universo ». (LESSIO, De perfect., 13, 2).