ERESIA

Nelle attuali foschie/follie dottrinali, comuni alle diatribe inutili e ridicole tra gruppi o corpuscoli settari filo-modernisti o filo-[pseudo-] tradizionalisti, si può rilevare, specie tra laici autoreferenziati “teologi-fai-da-te”, l’ignoranza abissale delle più elementari definizioni teologiche, oltre che delle verità dogmatiche e magisteriali, per cui si usano impropriamente termini e locuzioni, senza comprenderne il reale significato ed usandole a sproposito tale, da non sapere se ridere o piangere, specie se utilizzate nei confronti della Chiesa Eclissata o del Papa “impedito” Gregorio XVII, già Cardinal Siri. Si è così sentito il bisogno di compensare almeno approssimativamente qualche lacuna tra le più marcate. Parliamo oggi di:

ERESIA

[Da: Enciclopedia cattolica vol. V, coll. 487-490]

ERESIA. – Parola greca, che significa « scelta », « elezione ».

SOMMARIO: I. Nozioni generali. – II. Nella dogmatica : l’e.-dottrina. – III. Nella morale: l’e.-peccato. – IV. Nel diritto canonico : l’e.-delitto. –

I. NOZIONI GENERALI. – Il termine assai frequente nell’uso profano, originariamente serviva soprattutto a indicare la preferenza per una data dottrina religiosa, filosofica o politica, poi i seguaci di tale dottrina e infine la dottrina stessa, senza però includere alcuna nota di biasimo o di condanna. Nel Nuovo Testamento, dove ricorre per 9 volte, è usata in senso di setta o dottrina da riprovarsi: così S. Paolo respinge il titolo di e. applicato dai Giudei al Cristianesimo nascente (Act. XXIV, 14).

I Padri Apostolici, gli apologisti e specialmente Tertulliano (De Præscr.., 6) ne precisano ulteriormente il significato, qualificando per eretici quanti vogliono introdurre una variazione personale in seno al Cristianesimo in contrasto con l’insegnamento tradizionale della Chiesa. Finalmente con S. Girolamo il termine fu usato solo per indicare gruppi separati dalla Chiesa per false dottrine, mentre si chamò scisma il distacco per rifiuto di obbedienza  alla gerarchia: « Inter hæresim et Schisma, hoc arbitror interesse, quod hæresis perversum dogma habeat, schisma autem quod ab Ecclesia separet » (In Epist. Ad Titum: PL 26, 598). Resta  così ormai fissato che nell’eresia prevale un dissenso dottrinale, nello scisma un dissenso disciplinare. Termini e concetto, elaborati in tal modo dai Padri, passarono nell’uso ecclesiastico successivo. L’e. presenta molteplici problemi per la teologia, da esaminare considerandone l’aspetto dogmatico, morale, canonico e storico.

II. NELLA DOGMATICA: L’E.-DOTTRINA. – Oggettivamente considerata, l’e. può definirsi « una dottrina che contraddice direttamente a una verità rivelata e come tale proposta dalla Chiesa ai fedeli ». Un triplice elemento viene dunque a comporla: 1. Una verità rivelata, contenuta cioè implicitamente esplicitamente, ma formalmente in una almeno delle due fonti della Rivelazione. Non potranno costituire materia di e. né le verità dedotte da principi rivelati mediante una premessa di naturale (conclusioni teologiche), né quelle verità filosofiche o quei fatti che sono intimamente e necessariamente connessi con la dichiarazione e la sicurezza della Rivelazione stessa. Tali verità e fatti rientrano bensì nell’orbita dell’infallibilità della Chiesa, da cui potrebbero ricevere anche certezza e immutabilità assoluta, non per questo però diventano rivelati, da credersi cioè sull’autorità di Dio, o come si suol dire, con fede divina. 2. Un intervento del magistero infallibile della Chiesa che attesti il carattere rivelato della dottrina, per cui ciò che prima era solo oggetto di fede divina viene ad assumere la qualifica di verità da credersi per fede divina e cattolica. 3. Un’opposizione alla verità rivelata; e tale opposizione deve essere immediata, diretta e contraddittoria. Mancando uno di tali elementi, una proposizione non potrà dirsi propriamente eretica, ma, secondo i casi, si chiamerà: prossima all’e., se contraddice a una dottrina prossima alla fede, cioè a quella che, pur non essendo ancora definita, è considerata dai teologi come definibile; erronea, se nega una conclusione teologica o in genere una verità intimamente connessa con il dogma; sapiens hæresim, se la forma dell’espressione in certe circostanze genera sospetto di e. .

III. NELLA MORALE: L’E. – PECCATO. – S. Tommaso la riduce ad una specie di infedeltà positiva (Sum. Theol., 2a – 2æ, q. 11, a. 1). Quindi come peccato si suole definire: « l’errore volontario e pertinace di un cristiano contro una verità divino-cattolica ». Si dice: Errore volontario. Il peccato di e., infatti, corrispondendo in senso contrario all’atto di fede, è anzitutto un atto dell’intelletto costituito da un giudizio erroneo contro la regola della fede. Esso può manifestarsi in una negazione oppure anche in un dubbio positivo che riduca la certezza a semplice opinione. Il dubbio negativo che si limita a una sospensione di giudizio, quantunque possa essere gravemente peccaminoso, non si oppone ancora direttamente alla fede. Il dubbio positivo invece, appunto perché infirma l’adesione all’insegnamento della Chiesa, è già una rivolta formale contro la fede stessa, che importa un assenso fermo e incrollabile. Oltre l’elemento intellettuale, nella genesi dell’e. interviene pure un impulso da parte della volontà, analogamente a quanto avviene per l’atto di fede: solo per mezzo di tale influsso infatti si spiega come l’intelletto possa liberamente determinarsi a dare il suo assenso erroneo circa la Rivelazione. 2. Pertinace. Questa pertinacia costituisce l’elemento specifico della sua colpevolezza morale. – Non consiste in una ostinazione speciale, ma nella consapevolezza che uno ha di opporsi alla regola della fede, per cui, mancando questa, l’e. sarà puramente materiale, non formale. 3. Di un cristiano, per cui il soggetto capace può essere solo chi per mezzo del Battesimo è entrato a far parte della società ecclesiastica: il catecumeno quindi, o chi è stato invalidamente battezzato, potrà commettere peccato di infedeltà, non di e. 4. Contro una verità, ecc. Queste parole si riferiscono all’elemento oggettivo già sopra trattato. Il peccato di e. si suddivide in: 1. formale e materiale, se è congiunto o meno con la pertinacia; 2. Interno ed esterno, se risiede solo nell’animo oppure si manifesta anche esteriormente; 3. occulto e pubblico, se viene manifestato o a nessuno o a pochi e in segreto, oppure davanti ad un numero considerevole di persone. Tra i peccati di infedeltà è il più grave, perché più di ogni altro si oppone alla virtù della fede: anzi per tale opposizione supera la gravità di qualsiasi peccato, ad eccezione dell’odio contro Dio. Tale gravità si riflette nelle molteplici conseguenze che vengono a colpire l’eretico nei rapporti con la vita interiore cristiana e con la società ecclesiastica. Le più importanti sono : 1. la perdita della vita della Grazia; 2. la distruzione della virtù infusa della fede; 3. la separazione dal corpo della Chiesa nel caso di e. pubblica, per cui l’eretico viene a costituirsi membro avulso e separato, anche se, come vuole la dottrina più comune, aderisce all’è, solo materialmente. Non è certo che altrettanto possa dirsi dell’eretico occulto, di chi cioè ancora non si è professato tale ufficialmente.

IV. NEL DIRITTO CANONICO: L’E.- DELITTO. – L’e., in quanto rompe l’unità della Chiesa, è per sua natura un fatto eminentemente antisociale: non può quindi sottrarsi al potere coercitivo della medesima. Per quanto grave però sia nei confronti della dottrina e della morale, il peccato di e., se rimane un fatto puramente interno, non costituisce ancora un delitto nel senso giuridico della parola, passibile quindi di sanzioni canoniche. Per divenire tale, è necessario che l’e. rivesta anche un carattere esterno, pubblico od occulto che sia. Tale manifestazione esterna può esprimersi in qualsiasi maniera, con segni, scritti, parole e azioni, purché risulti sufficientemente che si tratta di un’adesione vera e propria e per di più pienamente deliberata, cioè formale. Vario fu il modo usato lungo i secoli dalla Chiesa nella repressione dell’e. Severissima da principio, più tardi temperò alquanto il primitivo rigore, pur riservando a tale delitto penitenze molto gravose. Divenuto cristiano l’Impero, alle pene ecclesiastiche si aggiunsero ancora sanzioni civili come l’esilio, la confisca dei beni e anche la morte. Particolarmente aspra fu la lotta contro gli eretici dopo il Mille, per l’insorgere di nuovi movimenti ereticali. Rimonta a quest’epoca l’istituzione dell’Inquisizione. – Le pene oggi in vigore sono le seguenti (can. 2314 del CIC): 1. Gli eretici incorrono ipso facto nella scomunica. – 2. Se ammoniti non si ravvedono, saranno privati dei benefìci, dignità, pensioni, uffici e altri incarichi ecclesiastici; saranno dichiarati infami e, se chierici, dopo una seconda ammonizione, deposti. – 3. Gli ascritti o aderenti pubblicamente a sètte acattoliche sono per ciò stesso infami, e, se chierici, dopo essere stati ammoniti inutilmente, devono esser degradati. – A chi è sospetto di e., inutilmente ammonito, saranno proibiti gli atti legittimi ecclesiastici, e, se chierico, sarà sospeso a divinis; se entro 6 mesi non si emenda, sarà considerato eretico (can. 2315). – L’assoluzione dalla scomunica è riservata alla Sede apostolica; se però il delitto fu deferito all’Ordinario in foro esterno, anche per libera confessione, questi, previa abiura, può assolvere il delinquente in foro esterno; questi quindi potrà dal confessore ricevere l’assoluzione dal peccato (can. 2314 § 2). …

CHE COS’E’ LA FEDE CATTOLICA

“Che cos’è la fede cattolica” di p. Michael Müller, C.SS.R

Fonte: “IL DOGMA CATTOLICO”

Di Michael Müller, C.SS.R

New York, Cincinnati e Chicago:

FRATELLI BENZIGER

Stampanti per la Santa Sede Apostolica

Permissu Superiorum, 1888 d.C.

[da TCWblog.]

CHE COSA È CATTOLICO.

Nessuno può andare in paradiso se non conosce la via per il paradiso. Se vogliamo andare in una determinata città, la prima cosa che facciamo è chiederci come fare per arrivarci, quale strada prendere. Se non conosciamo la strada, non possiamo aspettarci di arrivare in quella città. Allo stesso modo, se desideriamo andare in paradiso, dobbiamo conoscere il modo per arrivarci. Ora, la via che conduce ad essa è la conoscenza e il fare la volontà di Dio. Ma è Dio solo che può insegnarci la sua volontà, cioè, ciò che ci richiede di credere e di fare per essere beati con Lui in cielo. Il fine per il quale l’uomo è stato creato – la sua unione eterna con Dio – dice il Concilio Vaticano , è di gran lunga al di sopra della comprensione umana. Era quindi necessario che Dio si facesse conoscere all’uomo per insegnargli il fine per il quale è stato creato e ciò che deve credere e fare per diventare degno della felicità eterna. – “Se vuoi conoscere bene un grande edificio, devi studiare in dettaglio la sua forma e le sue dimensioni, devi esaminare minuziosamente il suo stile di architettura e sforzarti di comprendere il progetto dell’architetto. Tutto ciò ti causerà molti problemi e genererà impazienza, ed in ogni caso la tua conoscenza dell’edificio non sarà completa. – “Ma se l’architetto stesso ti spiega il suo piano e, oltre alla conoscenza che hai già acquisito dell’edificio, ti dà pure sufficienti informazioni sulla sua prima causa, allora sarai in grado di poter fare una descrizione completa e distinta dell’intero edificio. – “Allo stesso modo, sebbene un uomo istruito possa sforzarsi sempre e comunque con tutti i mezzi naturali in suo potere, che gli sono molto problematici, di conoscere la causa prima del grande edificio della Creazione, il suo piano e il suo obiettivo, eppure la sua conoscenza dell’opera della creazione sarà largamente incompleta fintanto che non avrà appreso la sua prima causa, il piano e l’obiettivo dallo stesso Architetto divino. ” (San Tommaso d’Aquino). – Ora, Dio stesso, nella sua infinita misericordia, è venuto a dirci perché ci aveva creati; è venuto e ci ha insegnato le verità che dobbiamo credere, i Comandamenti che dobbiamo osservare ed i mezzi di grazia che dobbiamo usare per ottenere la nostra salvezza. – Conoscere la volontà di Dio è conoscere la vera Religione o la vera via verso il paradiso. Come Dio non è che uno, così la sua santa volontà non è che una, e quindi la sua Religione è solo una, volontà di Dio e vera Religione sono quindi la stessa cosa. Per poter apprendere, con infallibile certezza, questa unica vera Religione, Dio Onnipotente nominò una sola autorità che possiede un insegnamento infallibile – la Chiesa Cattolica Romana – e comandò a tutti di ascoltarla e credere alla sua dottrina infallibile, sotto pena dell’esclusione dalla vita eterna. – “Dio Onnipotente ha nominato un’unica autorità il cui insegnamento è infallibile: la Chiesa Cattolica Romana” – Ora, Dio è la stessa verità infinita. Conosce soltanto Lui come sono le cose, e può parlarne perché solo Lui le conosce. Come Autore sovrano e Signore di tutte le cose, Dio ha un’autorità assoluta su tutti gli uomini, – un’autorità che può essere esercitata direttamente e personalmente, oppure attraverso un Angelo, o un Profeta, o una o più delle sue creature ragionevoli. Dio, quindi, ha il diritto di comandare, sotto pena della dannazione eterna, alla comprensione umana sta invece il credere a certe verità; Dio ha il diritto di comandare alla volontà umana di svolgere certi doveri ed ai sensi di fare certi sacrifici. Niente può essere più ragionevole che sottomettersi a un tale comando di Dio. Questa sottomissione della comprensione e della volontà alla rivelazione di Dio si chiama fede, che, come dice san Paolo, “…distruggendo i ragionamenti e ogni baluardo che si leva contro la conoscenza di Dio, e rendendo ogni intelligenza soggetta all’obbedienza al Cristo” porta in cattività ogni comprensione all’obbedienza di Cristo”. (II Cor . X. 5.) Non appena, quindi, l’uomo ascolta la voce del suo Creatore, è obbligato a dire: Amen, così sia, … ci credo, non importa se lo capisco o no. Il Signore del cielo e della terra è Egli stesso verità infallibile, non può né ingannare né essere ingannato. Lui è il solo perché e l’unico perché della mia convinzione. – Quindi, San Basilio dice: “La fede, sempre potente e vittoriosa, esercita sulle menti un ascendente maggior rispetto a tutte le prove che la ragione e la scienza umana possono fornire, perché la fede sorpassa tutte le difficoltà, non con la luce delle prove manifeste, ma per il peso dell’autorità infallibile di Dio, che le rende incapaci di ammettere qualsiasi dubbio “.

“C’è,” dice Tommaso d’Aquino , “più certezza nella fede che nella scienza umana e in tutte le altre virtù intellettuali; noi dobbiamo considerare la certezza di una cosa o nella sua causa, o nell’oggetto che la riceve. Essendo Dio, la fonte e l’origine di ogni verità quindi, secondo questo principio, nessuna certezza è paragonabile a quella della fede. – “Si potrebbe dire che colui che sa percepisce meglio di colui che crede; ne conseguirebbe dunque che la conoscenza naturale abbia maggiore certezza della fede? No, perché una cosa deve essere considerata piuttosto per la sua causa che per la disposizione di colui che la riceve. – “La scienza umana e l’arte sono solo contingenze, ma l’oggetto della fede è la conoscenza delle verità eterne: la prudenza e la conoscenza procedono dalla ragione e dall’esperienza, ma la fede viene dall’azione dello Spirito Santo. Tutti i nostri organi sensibili e le nostre facoltà intellettuali sono esposte all’ errore, ma la fede è infallibile, poiché è fondata sulla parola di Dio: “… accolta non quale parola di uomini, ma, come è veramente, quale parola di Dio, che opera in voi che credete “. “(2 Tess. II, 13. )

Il Dottore Angelico, San Tommaso d’Aquino

Ora, Gesù Cristo, il Figlio di Dio, ha rivelato la nostra Religione e ha investito di tutte le verità della sua rivelazione un corpo Insegnante infallibile – la Santa Chiesa Cattolica Romana, attraverso la quale ha fatto conoscere e continua a farle conoscere, a tutte le nazioni, fino alla fine dei tempi, nel modo più facile e infallibile. La Chiesa è l’erede dei diritti di Gesù Cristo. Essa è la fedele depositaria dei tesori spirituali di Gesù Cristo. Essa è l’infallibile Maestra delle dottrine di Gesù Cristo. Essa esercita l’autorità di Gesù Cristo … vive della vita e dello spirito di Gesù Cristo., … gode della guida e dell’aiuto di Gesù Cristo. Parla, ordina, comanda, concede, proibisce, definisce, scioglie e lega nel nome di Gesù Cristo. Alla luce della fede divina, che il cattolico ha ricevuto nel Battesimo, il fedele crede all’autorità divina della Chiesa, e perciò crede ed obbedisce a tutte le cose; e credendo e obbedendo ad Essa, crede ed obbedisce a Dio Onnipotente stesso, che disse agli Apostoli e ai loro legittimi successori nella Chiesa Cattolica: “Chi ascolta voi ascolta Me, e colui che vi disprezza, disprezza Me”. (Luca, X. 16.) La fede cattolica, quindi, è divina, perché è basata sull’autorità divina: il Cattolico sa e crede che Gesù Cristo gli parla attraverso la sua Chiesa, e quindi crede tutte le verità che Essa gli insegna, con la massima fermezza e semplicità, con una convinzione incrollabile della loro veridicità. Il fatto che Gesù Cristo abbia detto, abbia fatto, abbia insegnato alla sua infallibile Chiesa e le abbia comandato di insegnarlo a tutte le nazioni, è per lui il più ponderoso di tutti i motivi per credere. La famosa parola degli gnostici Pitagorici, “il maestro ha detto”, era una sciocca idolatria credendo, essi, che nessuno potesse essere da lui ingannato … come lo erano essi! Applicato, invece, a Gesù Cristo, è un principio assoluto, un assioma sacro per ogni Cattolico. I cieli e la terra passeranno, ma … veritas Domini manet in æternum – la verità del Signore rimane per sempre” (Ps. CXVI, 2). Il buon cattolico sopprime ogni obiezione alla sua fede dicendo: “Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, ce lo ha rivelato dalla sua Chiesa, e non abbiamo più domande da porre”.

Quindi san Tommaso d’Aquino dice:

“I principi e le regole della fede dipendono dall’autorità e dalla dottrina della Chiesa una, santa, cattolica e apostolica, quindi secondo la vera Chiesa non c’è fede o salvezza se non quando la luce della fede e della grazia  risplende nell’anima dell’uomo che crede fermamente tutto ciò che Dio ha rivelato e propone alla nostra fede attraverso la sua Chiesa; un atto di fede quindi differisce da tutti gli altri atti dell’intelletto umano per discernere ciò che è vero o falso “. – Questo è il motivo per cui la Chiesa non permette a nessuno dei suoi figli di rimettere in discussione la sua missione divina. La luce della fede che risplende nella mente di un cattolico consuma così completamente il dubbio, che, da quel momento in poi, non può essere ritenuto se non con sua grande colpa. – “La fede”, dice Sant’Alfonso, “è una virtù, o un dono, che Dio infonde nelle nostre anime nel Battesimo, dono mediante il quale crediamo alle verità che Dio stesso ha rivelato alla Santa Chiesa, e che essa propone alla nostra credenza. – “Per Chiesa si intende la Congregazione di tutti coloro che sono battezzati e professano la vera fede sotto un Capo visibile, cioè il Sommo Pontefice. – “Dico, la vera fede, per escludere gli eretici che, sebbene battezzati, sono separati dalla Chiesa. – “Io dico: “sotto un capo visibile”, per escludere gli scismatici, che non obbediscono al Papa, e per questo motivo passano facilmente dallo scisma all’eresia.” San Cipriano dice bene: “Eresie e scismi non hanno altra origine che questa: il rifiuto di obbedire al Sacerdote di Dio, e alla nozione che ci possa essere un prete che presiede la Chiesa, che sia, in più nello stesso tempo, un giudice che occupi l’ufficio del Vicario di Cristo “. – “Abbiamo tutte le verità rivelate nelle Sacre Scritture e nelle Tradizioni gradualmente comunicate da Dio ai suoi servi, ma come possiamo essere in grado di accertare quali siano le vere Scritture e le vere Tradizioni, e qual è il loro vero significato, se non avessimo la Chiesa ad insegnarcelo, … questa Chiesa che Gesù Cristo ha stabilito come pilastro e fondamento della verità? A questa Chiesa il nostro stesso Salvatore ha promesso che non sarà mai conquistata dai suoi nemici. ‘Le porte dell’inferno non prevarranno contro di Essa’ (Matteo XVI, 18). Le porte dell’inferno sono le eresie e gli eresiarchi che hanno fatto sì che tante anime illuse deviassero dalla retta via. Questa Chiesa è quella che ci insegna, attraverso i suoi pastori, le verità che dobbiamo credere. Sant’Agostino al proposito dice: “Non crederei al Vangelo se non fossi mosso dall’Autorità della Chiesa”. La causa, quindi, che impone l’obbligo di credere alle verità della fede è, che Dio, la verità infallibile, le ha rivelate, e che la Chiesa le propone alla mia fede. La nostra regola di fede, quindi, è questa: “Mio Dio, poiché Tu, che sei la verità infallibile, hai rivelato alla Chiesa le verità della fede, io credo tutto ciò che la Chiesa propone alla mia fede. “. – Tale è la fede che Dio prescrive nel primo comandamento. È solo con tale fede che Dio è veramente onorato ed adorato, poiché, con tale fede, lo riconosciamo come l’Essere Sovrano delle infinite Perfezioni, rese note a noi per rivelazione; e come Verità Sovrana, non può né ingannare né essere ingannata. … Senza questo inestimabile dono di grazia che è la luce della fede divina – è impossibile essere salvati …. (FINE)

LO SCUDO DELLA FEDE: I. LA FEDE

I.

L A FEDE.

Il dovere di credere. — La fede in accordo con la ragione. — Con la libertà. — Con la scienza. — Perché taluni non credono. — Ciò che bisogna fare per credere.

 [A. Carmignola: Lo scudo della Fede, S.E.I. Ed. Torino, 1927]

 [Avviso il lettore che i dubbi, le difficoltà, le obbiezioni, le parole tutte dell’avversario saranno segnate con una lineetta, che serve pure ad indicare il meno, il difetto, il mancamento; e le risposte si indicheranno con una stelletta, simbolo della luce e della verità.]

– E quali cose ho io il dovere di credere?

Hai il dovere di credere a molte cose, ma qui annunziandoti il dovere di credere intendo di dire che devi credere alle verità, che insegna la Chiesa Cattolica.

— Io penso di compiere benissimo questo dovere, perché io suppongo che la più parte delle cose che la Chiesa Cattolica insegna, siano verità, e talune di esse non ho nessuna difficoltà a crederle tali.

Ed io debbo dirti invece che se tu fai così, adempì malissimo, anzi non adempì affatto il dovere di credere.

— E perché?

Primieramente perché tu pensi che in quanto alle verità della fede cristiana si possa prendere la parola credere nel senso del linguaggio ordinario, in cui tale parola per lo più non vuol dir altro se non supporre, immaginare, ritenere come possibile, non escludendo per tal guisa il dubbio e il timore dell’inganno. E poi perché tu ritieni che basti credere solamente alcune delle verità, che la Chiesa insegna.

— Che cosa vuol dunque dire in quanto alle verità che insegna la Chiesa la parola Credere?

Vuol dire confessare e tenere una cosa senza esitazione di sorta, senza assecondare il minimo dubbio, senza concepire il fin piccolo timore di non essere con la mente abbracciati alla verità.

— Ed è per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica che si deve credere cosi?

Per tutte le cose insegnate dalla Chiesa cattolica come verità di fede, cioè da doversi assolutamente credere, pena a non essere cristiano cattolico. Se tu negassi .anche una sola verità, o di una sola dubitassi, sarebbe lo stesso come se le negassi o ponessi in dubbio tutte.

— E perché mai?

Supponi un po’ che tornato tu da un viaggio mi raccontassi molte cose da te vedute con tutta certezza, e che io a talune di esse credessi e a tali altre ti dicessi di non voler credere, non ti darei più o meno gentilmente del bugiardo o dell’imbecille? e non ti recherei un’offesa come se non credessi a nulla di quanto tu narri?

— È… offesa durissima.

Allo stesso modo chi rigetta anche una sola delle verità della fede dà dell’ingannatore o dell’ingannato a Dio stesso, nega la sua sapienza ed infallibilità.

— A me pare però che sia difficile credere così a tutte le cose, che la Chiesa insegna come verità di fede.

Ti pare a primo aspetto, ma così non è. Dimmi, tu sei cristiano, non è vero?

— Sì perché ho ricevuto il Battesimo.

Dunque se sei cristiano, avendo ricevuto il Battesimo, sei anche atto a credere tatto ciò, che il cristiano deve credere. E quello che è di te, lo è di tutti gli altri cristiani.

— Non capisco.

Col diventar cristiani nel ricevere il Battesimo si riceve altresì da Dio in dono, senza alcun nostro merito, la virtù della fede, ossia una forza, una potenza, una capacità di credere a Dio e a tutte le verità, che Egli ci ha rivelate e che ci insegna per mezzo della Chiesa; virtù, forza, potenza, capacità, che l’uomo può e deve mettere in atto col concorso della sua volontà appena sia giunto all’uso di ragione col prestare il suo assenso alle verità suddette.

— Ed è questo un dovere assoluto?

Senza dubbio, perché sebbene tra le verità della fede ve ne siano di quelle, che noi con la stessa ragione possiamo riconoscere, come ad esempio che Dio esiste, che Egli è il Creatore dell’universo, che premia i buoni e castiga i cattivi, ed altre simili, non di meno ve ne sono molte altre, come ad esempio la Trinità e la reale presenza di Gesù Cristo nell’Eucaristia, che con la nostra ragione non potremmo riconoscere, se Dio non ce le avesse rivelate, e che quantunque rivelate non possiamo comprendere. – Ma tanto le une come le altre Iddio vuole assolutamente che le crediamo, e solo a questa condizione noi saremo salvi, avendo detto San Paolo a nome di Dio che « senza la fede è impossibile piacergli » (V. Lettera agli Ebrei, capo XI, versetto 6), ed essendo stato insegnato esplicitamente da Gesù Cristo che « colui il quale non avrà creduto sarà condannato » (V. Vangelo di S. Marco, capo XVI, versetto 10).

— Se è così, i bambini che muoiono prima dell’uso della ragione, andranno perduti?

Oh! no, caro mio, se essi hanno ricevuto il Battesimo. Perché essi, ancorché non arrivati all’uso della ragione, per il Battesimo posseggono la fede, di cui sono capaci. Già te l’ho detto che con questo sacramento riceviamo il dono della fede. È vero che fino all’uso della ragione rimane in noi mia virtù abituale, cioè un’attitudine a credere, senza che si sia ancora capaci di metterla in esercizio; è vero altresì che appena giunti all’uso di ragione dobbiamo renderla attuale col prestare l’assenso nostro alle verità cristiane, che impariamo a conoscere; ma precisamente perchè il bambino non ha l’uso della ragione per prestare tale assenso, può, morendo, salvarsi lo stesso e realmente si salva col dono della fede abituale.

— Ho inteso.

Ecco dunque come la fede ci è assolutamente necessaria e doverosa per salvarci.

— Ma la fede non è forse contraria alla ragione?

Così si dice, ma così non è. Non t’ho io appreso che la fede è dono di Dio? E la ragione non è data all’uomo dallo stesso Iddio, che ci ha creati ragionevoli?

— Così è senza dubbio.

E vuoi dunque che Iddio, il quale è l’autore sì della fede come della ragione, le metta in urto tra di loro? E poi non risiedono tutte e due nella stessa casa, che è l’intelletto? E non hanno forse per oggetto la stessa cosa, ossia la verità? La fede adunque e la ragione sono due sorelle nate dà un medesimo padre, abitanti nel medesimo luogo, aventi lo stesso oggetto, con questo solo divario che la ragione ha per oggetto le verità naturali, la fede quelle soprannaturali, la ragione ad un certo punto s’arresta e la fede invece si spinge più innanzi a contemplare un orizzonte più elevato e più vasto.

— Ma appunto perché la fede va assai più in là che non possa andare la ragione, non l’avvilisce forse?

Oseresti tu dire che i telescopio avvilisca l’occhio umano, perché lo aiuta a discoprire quegli astri, che sono invisibili ad occhio nudo?

— Eh! no. Tutt’altro!

Dunque non devesi neppur dire che la fede avvilisca la ragione, mentre invece l’aiuta a discoprire e conoscere tante verità, a cui di per sé non potrebbe giungere. « Non avete mai visto, dice a questo proposito un illustre apologista, in giorno di festa pubblica qualche buona e robusta figlia del popolo pigliare la sua piccola sorella tra le braccia e sollevarla al di sopra di una moltitudine di teste curiose, affinché potesse a suo agio contemplare una maestà che passava? Ecco la fede: allo stesso modo essa piglia tra le sue gagliarde braccia la sua piccola sorella, la ragione, e la solleva al disopra del mondo oscuro della natura, affinché possa contemplare il mondo luminoso del soprannaturale. » (Monsabrè). -E non solo la Fede aiuta la ragione a discoprire le verità soprannaturali, ma l’aiuta, eziandio a conoscere più presto e con tutta certezza le verità d’ordine naturale, le quali altrimenti non potrebbero conoscersi se non con grande difficoltà e dopo lungo studio, massime trattandosi di gente del popolo. – Ma anche la ragione rende dei servigi alla fede. È a lei che spetta di stabilire la verità della fede, cioè « è dessa che deve informarsi diligentemente del fatto della rivelazione, onde essa sia certa, che Dio ha parlato, e così possa offrirgli una sommissione ragionevole, come sapientemente insegna l’Apostolo » (Pio IX, Enciclica del 9 novembre 1846). Essa inoltre illustra e dilucida le parole oscure della fede, scioglie le difficoltà che si possono fare, trae le conseguenze da principii dalla fede stabiliti, coordina tra di loro tutte le verità rivelate, eccetera, eccetera. – Di modo che si deve dire, che quantunque la fede sia al di sopra della ragione, tuttavia non può esistere tra loro né dissenso, né separazione, essendo esse ordinate ad aiutarsi scambievolmente.

— Vuol dire adunque che ognuno affine di pervenire alla fede potrebbe e dovrebbe valersi della ragione.

Adagio, caro mio. Qui bisogna distinguere. Se si tratta di un pagano, di un buddista, di un mussulmano, di un razionalista, allora sì, affin di pervenire alla fede potrà e dovrà usare della ragione. È dessa che lo deve illuminare e disporre a ricevere la luce delle verità rivelate. Ma se si tratta di un cristiano cattolico, che crede, non gli è certamente lecito di sospendere l’assenso alle verità della fede o di mettere in dubbio la loro certezza per ricostruirne l’edificio con la sola ragione.

— Dunque se io, che son cristiano cattolico, le muovo difficoltà contro la fede unicamente per averne più che sia possibile le prove razionali faccio male?

In questo caso non fai male, purché tu tenga sempre salda la fede; giacche è pur certo che il cristiano cattolico, senza dubitare minimamente della sua fede, può con la ragione ricercare ed esaminare tutte le prove razionali, su cui le verità della fede si appoggiano, ossia pur tenendo fermissimamente tali verità cattoliche può, per confermarsi sempre più in esse e difendersi dagli assalti contro di esse, farne una specie di controprova.

— Ho inteso. Vuol dire adunque che possiamo continuare nei nostri ragionamenti.

Anzi faremo cosa utilissima.

— Non si potrà negare tuttavia che la fede sia contraria alla libertà dello spirito umano. Ho letto in un libro queste parole : « Bisogna serbar la mente integra. La integrità della mente ne richiede la libertà. È dovere trovarsi libero nel proprio pensiero. Pensiero violentato, tiranneggiato, è pensiero distrutto; il pensiero vuole la libertà come i nostri polmoni l’ossigeno, come la pianta la luce ». E dunque?

Senti, caro mio, le parole che tu hai lette, sono molto altisonanti. Ma se siano giuste è altra cosa. E qui facciamo bene ad intenderci. Se chi dice che lo spirito, il pensiero umano dev’essere libero, intende di dire che esso non può essere in alcun modo fisicamente forzato ad ammettere qualsiasi proposizione vera o falsa, dice cosa di tale evidenza, che non ha da farne poi tanto chiasso. Lo capisci questo?

— Lo capisco benissimo. È più che certo che nella mia mente posso fare i pensieri che voglio, e posso pensar bene e giusto o pensar male e falso senza che alcuno con la forza materiale, magari con la spada alla mano, possa impedirmelo.

Hai capito perfettamente. Ma se invece chi dice che il pensiero deve essere libero, che non deve essere violentato, tiranneggiato, intende di dire che la mente umana è in diritto di respingere qualsiasi proposizione, non solo le false, ma anche le vere, pare a te che dica giusto, o non piuttosto che abbia perduto il senno? Hai tu la libertà morale, vale a dire conforme a giustizia, di dire che una camera quadrata è rotonda? che il sole è buio pesto? che due più due fanno tre? che truffare il prossimo è cosa ottima? che ammazzare un innocente è l’azione più meritoria?

— Se io pretendessi d’avere tale libertà, temerei di essere mandato al manicomio.

  E perché?

— Perché se sono fisicamente libero di pensare quelle assurdità, non lo sono moralmente.

Benissimo. Ora ciò che è delle verità d’ordine naturale, lo ha da essere altresì di quelle religiose e d’ordine soprannaturale. Quando la ragione stessa ci ha fatto conoscere che si tratta propriamente di verità, perché rivelateci da Dio, che non s’inganna né può ingannarci, la mente non è più nella libertà morale di respingerle. Se non vuole infrangere la stessa legge di natura, che impone all’uomo di star soggetto a Dio in tutto il suo essere, non solo nella sua volontà, ma eziandio nel suo intelletto, nella sua mente, nel suo spirito deve assolutamente credere alle verità, che Dio gli ha rivelate come tali. E se non ci crede, ben sì capisce che fa male, malissimo. Del resto credendo alle verità, che Dio ci ha rivelate e che la Chiesa c’insegna, è vero che si faccia cosa contraria alla integrità, alla libertà dello spirito? è vero che si subisca una violenza, una tirannia? Di’ un po’: la strada è contraria al viandante, perché lo guida alla sua meta? le vene e le arterie sono tiranne al sangue, perché lo fanno convenevolmente circolare? e per servirmi dei paragoni del libro che hai letto, l’ossigeno è nemico ai polmoni, perché li fa ben respirare? e la luce è violenta contro la pianta, perché la disseta de’ suoi gaz e la incolora?

— Oh! tutt’altro

Così nessuno mai potrà dire, che la fede sia contraria alla integrità e libertà del pensiero, che lo violenti, che lo tiranneggi, perché lo conduce alla integrità del vero e lo fa vivere in esso. Sai che cosa è contrario allo spirito umano, che cosa lo violenta, e tiranneggia? È l’errore e l’ignoranza. Queste sì che sono catene che impediscono alla mente di levarsi su a spaziare liberamente nel campo della verità. Epperò coloro, che non vogliono saperne di credere, sono dessi propriamente, che nell’atto che si proclamano liberi pensatori, si rendono pensatori incatenati.

— Ciò è verissimo. Ma ho pur inteso varie volte a dire che la fede è contraria alla scienza.

E lo si dice e si scrive tanto, che questa insensataggine in certi libri, che pure passano per opere scientifiche, è diventato un luogo comune. Ma io ti dico invece che la fede è contraria all’ignoranza, perché ci fa conoscere le più grandi verità, che senza di essa non conosceremmo.

— Ma non è forse vero che la fede arresta la mente nelle cognizioni e impedisce il progresso scientifico?

La fede arresterà la mente, perché non cada negli errori e nelle falsità, ina non le impedirà mai di far acquisto della scienza e di progredire in essa.

— Dunque anche chi crede può studiare e diventare sapiente?

Perché no? Mancano forse i sapienti tra i credenti? Lo stesso D’Alembert, che fu miscredente, ha detto che la lista dei sapienti, che s’inchinarono alla fede, sarebbe interminabile. Non furono preti e frati, che nel medio evo oltre all’aver mantenuto in vita la classica letteratura scopersero la bussola, la polvere, la rotazione della terra, il movimento del cielo? E sempre, come anche oggidì, a far corona alla fede non si trovano un gran numero di filosofi, di poeti, di letterati, di scienziati d’ogni maniera? Potresti leggere a questo proposito una erudita conferenza del Padre Zham, che ha per titolo La Chiesa e la scienza, e vedresti come i più esimi cultori della scienza furono o ecclesiastici o fervidi credenti.

— E non c’è pericolo, che la scienza nel suo progredire arrivi a dimostrar falso qualche insegnamento della fede?

Quante volte si è pensato ciò dai nemici della fede! Ma poi… sempre furono scornati. Senti che cosa scrive in proposito il Canchy, uno dei più illuminati cultori della scienza: « Coltivate con ardore le scienze astratte e naturali; decomponete la materia, mettete in mostra le meraviglie della natura, esplorate se è possibile ogni angolo del creato; sfogliate in seguito gli annali delle nazioni, la storia degli antichi popoli, consultate dovunque gli antichi monumenti dei secoli passati. Ben lungi dallo spaventarmi per queste ricerche io provocherò di continuo gli scienziati, li spingerò a farlo con ogni sforzo; io non temerò che la verità, si levi a contraddire la verità o che i fatti e i documenti raccolti siano mai in urto coi nostri libri rivelati ». Ecco la bella sfida che un uomo di fede fa alla scienza. Credilo, amico mio, qui l’esito del passato è garante dell’avvenire, e in ogni passo che continuerà a dare la scienza la fede acquisterà una nuova e più solenne conferma della verità.

— Come mai adunque, per quel che sento a dire, vi sono tanti professori, tanti uomini d’ingegno, che disprezzano la fede nei libri che scrivono e dalle cattedre da cui insegnano?

Anzi tutto non devi credere che costoro siano veramente tanti come si dice. Non di meno ve ne sono, e sommandoli insieme fanno un certo qual numero. Di essi ve n’hanno di coloro, che sembrano provare un gusto matto, se a proposito ed a sproposito nelle loro lezioni possono entrare a sparlare di preti, di Chiesa, di fede per lanciarvi contro qualche vieta calunnia o per coprire tutto ciò del loro ridicolo. Costoro pur troppo dimostrano di essere dominati dalla brutta superbia, che li fa credere uomini superiori anche ai più grandi geni del Cristianesimo, e che pensano di avvilirsi nel rispettare quella fede, che tali gemi hanno creduto e seguito. Ma taluni di essi, negli errori che insegnano contro la fede e nel disprezzo, a cui la fanno segno, non sono altro che povere vittime dell’ignoranza, in cui si trovano rispetto alle sue verità. Certamente, essi conosceranno molte cose, ma non conoscono quel che più importerebbe di conoscere, sicché per questo riguardo un bambino, che crede a Dio suo creatore, e sa perché Dio l’ha creato, è di gran lunga più sapiente di loro. Non conoscendo la fede la snaturano e la combattono.

— Forse però nel combatterla saranno convinti di far bene?

Non credo. Perché ordinariamente al punto di morte si mostrano convinti di aver fatto male e mutano sentimenti. Un professore della città di Parigi, non sono molti anni, il senatore Littré, dopo essere stato maestro di materialismo, dopo avere fatta esplicita professione di sfacciata incredulità, nei suoi ultimi giorni ritornò a Dio, ed abiurati i suoi errori, morì pieno di fede.

— E perché vi sono ancora al mondo tanti altri che non credono?

È sempre la stessa cosa. A superbia ed ignoranza, aggiungi indifferenza, rispetto umano, passioni e scostumatezza, ed avrai le cause principali e vere della incredulità.

— Dunque: superbia…

Sì, vi sono alcuni talmente dominati da sì detestabile vizio, che non vogliono saperne di credere, solo perché non vogliono fare ciò che i più fanno. Crederebbero di abbassarsi, di avvilirsi ad essere uomini di fede, epperò van predicando che la fede è buona per le donne, pei fanciulli e per il popolo, quasi che non avessero anche gli uomini, gli adulti e le persone colte un’anima da salvare e che non si può salvare senza la fede. Ma anche per costoro si avvera, che chi si esalta sarà umiliato. E non è una umiliazione il credere che essi fanno, per lo più, alle sonnambule, ai mediums, agli spiritisti, alle tavole parlanti, al diavolo? Non è un’umiliazione il mettersi alla fin fine a paro delle bestie? Ascolta: Un giovane reduce da Parigi, ov’era stato agli studi, trovandosi in conversazione in casa d’una buona e brava signora, faceva superba mostra di miscredenza. E siccome non lo si approvava, prese a dire: « Come? sareste voi di quegli imbecilli, che credono all’insegnamento del prete? » « Scusi, rispose prontamente la padrona di casa, se non siamo tutti del suo parere. Vi sono due individui però, che al pari di lei non credono a nulla, e senza che siano andati a Parigi. « Chi sono dessi? li voglio tosto abbracciare ». « Sono il mio cane ed il mio cavallo ». – È facile immaginare con quanti palmi di naso rimanesse quel giovane.

— E dopo la superbia, l’ignoranza.

Sì, altri vi sono, una specie di semisapienti, che di religione non sanno se non ciò che hanno letto su pei romanzi e nei giornali, che danno scherni invece di prove e con ciò solo in nome di quella tintura di scienza, si credono in diritto di impancarsi a dottori e giudicar favole le verità della fede. A ciascuno di costoro però si potrebbero rivolgere i versi di Dante:

Or tu chi se’ che vuoi sedere a scranna

Per giudicar da lungi mille miglia

Con la veduta corta d’una spanna?

(Paradiso, Canto XIX) .

Al qual proposito si racconta che un uomo trovandosi un giorno in ferrovia con una signora, uditala vantarsi della sua incredulità, le domandò: « Ma avete voi studiata la religione? » e che quella rispose: « Perfettamente! Ho letto l’enciclopedia, le opere tutte di Voltaire, Diderot, d’Alembert ». « E Bossuet, Fénelon, Wiseman li avete Letti? » « Le pare!… Leggere quelle cose! Non le ho neppur mai vedute ». « Allora, o signora, perdonate, ma non avendo letto il prò e il contro, non potete più essere un’incredula, ma un’ignorante ». Risposta dura, ma vera.

— E dopo la superbia e l’ignoranza anche l’indifferenza.

Precisamente. Taluni pur troppo della fede non si danno alcun pensiero. I comodi della vita, l’amore sfrenato ai guadagni, il godimento dei piaceri, gli affari, i viaggi, i negozi, gli studi, gli uffizi, le preoccupazioni soverchie dei materiali interessi, e cose simili li inchiodano in una massima indifferenza per le cose di Dio e dell’anima. E se loro ne spunta in mente un pensiero, lo scacciano tosto come importuno, dicendogli quel che dissero taluni degli Ateniesi a S. Paolo, quando nell’Areopago prese a predicare le verità della fede: « Ti ascolteremo sopra di ciò un’altra volta ». – Altri ancora respingono la fede per viltà, per paura del rispetto umano. Al vederla tanto schernita, al sentir chiamare sciocchi ed ipocriti quelli che la seguono, al riconoscere che l’empietà è considerata come diploma di capacità per ottenere impieghi, favori, eccetera, taluni si spaventano e benché in fondo al cuore sentano il dovere di credere, al di fuori mostrano tuttavia di non credere, e non di rado si atteggiano ad increduli peggiori degli altri.

— Questo è vero. Non capisco però come anche le passioni…

Le passioni anzi sono la sorgente precipua della incredulità. Chi ha corrotto il cuore avrà altresì guasta la mente. Volendo continuare nella sua mala vita fa ogni sforzo per non credere alle verità della fede affine di non averle a temere. Rousseau diceva: « Datemi un uomo, che viva in modo da desiderare che il Vangelo sia vero, ed egli crederà nel Vangelo ». Oh! se tra le verità della fede non ci fosse quel Decalogo,- specie con quei due comandamenti 6° e 7°, si crederebbe dalla più parte con la massima facilità! L’incredulità invece è un guanciale comodo per la disonestà e per l’ingiustizia.

— Dunque se tanti non credono, non è propriamente perché siano intimamente persuasi di non dover credere.

No, non è propriamente così. La realtà dolorosa è questa, che costoro sono divenuti

miseri schiavi di qualche turpe passione e ne sono crudelmente signoreggiati.

— E se io non potessi credere?

Ti risponderò che questa sarebbe una pura illusione, che non ti scuserebbe un dì al tribunale dell’inesorabile Giudice. So bene che c’è chi dice: Io vorrei credere, ma non posso. Ma io gli domando: Che mezzi hai tu usato per giungere alla fede? Chi vuole il fine vuol pure i mezzi, e chi non cura i mezzi mostra evidentemente, che poco gl’importa del fine. Or questo è il caso tuo, se non hai la fede. Hai tu studiato la religione con amore sincero della verità? – Ti rechi ad ascoltare umilmente la parola di Dio, dalla quale appunto, come insegua S. Paolo, viene la fede? (V. Lettera ai Romani, capo X, versetto 17). Hai consultato qualche bravo sacerdote per esporgli i tuoi dubbi, per sciogliere le tue difficoltà? Hai preso tra mano qualche libro di religione, di apologetica cristiana? Hai smessa la lettura di certi romanzi, di certi giornali, pieni zeppi di errori, di accuse, di calunnie contro la fede? Ti sei liberato da certe compagnie, da certi convegni, da certe conversazioni, ove la fede è posta in ludibrio? – Hai cominciato a mondare il tuo cuore da certi vizi, da certe passioni? – Ti sei rivolto a Dio a pregarlo che illumini la tua mente? Fino a che non avrai fatto nulla di ciò, se non puoi credere la causa non è che tua.

— Ho inteso. E in quanto a me, fra l’altro, desidero appunto che ella continui ad illuminarmi.

 

INDULGENZE

INDULGENZE

[G. Bertotti: I Tesori di S. Tommaso d’Aquino; S.E.I. Ed. Torino, 1918

1- Valore delle indulgenze. — 2. Chi può concederle. — 3. Condizioni per lucrarle (Sent, 4, dist. 20, q. 1).

1 . Valore delle indulgenze. — Tutti ammettono un valore nelle indulgenze: sarebbe empio il dire che la Chiesa fa opere inutili. Ma alcuni dicono ch’esse non valgono ad assolvere dal reato di pena che si possa secondo il giudizio di Dio meritare in purgatorio: ma che valgono soltanto ad assolvere dall’obbligo della penitenza imposta dal confessore o dalle disposizioni canoniche. Ma contro questa opinione sta anzi tutto il privilegio dato a Pietro che sia rimesso in cielo ciò ch’egli rimette in terra: quindi la remissione fatta innanzi alla Chiesa vale anche innanzi a Dio. Oltre a ciò la Chiesa concedendo le indulgenze arrecherebbe un danno maggiore dell’utilità, perché, assolvendo dalle penitenze ingiunte, ci riserberebbe a più gravi pene da scontarsi in purgatorio. – Le indulgenze valgono, e di fronte alla Chiesa e di fronte al giudizio di Dio, per la remissione della pena che rimane dopo la contrizione, la confessione e l’assoluzione sacramentale. La ragione poi per cui le indulgenze possono valere è quell’unità del corpo mistico, nella quale molti fecero opere di penitenza oltre la misura dei loro debiti e sostennero anche molte tribolazioni innocentemente e pazientemente, che avrebbero potuto servir d’espiazione a una moltitudine di pene, se loro fossero dovute. Tant’è l’abbondanza di questi meriti. che eccedono tutte le pene dovute ai viventi: sovra ogni altro merito, il merito di Gesù Cristo: merito, che, lungi dall’esaurirsi nei Sacramenti, sopravanza con la sua infinità l’efficacia esercitata nei Sacramenti. Ora si sa che uno può soddisfare per un altro. Ebbene i Santi, in cui si riscontra sovrabbondanza d’opere satisfattorie, compirono queste opere non a determinato vantaggio di chi avesse bisogno di remissione (la quale in tal caso s’otterrebbe senza bisogno d’alcuna indulgenza), ma le compirono a vantaggio comune di tutta la Chiesa, come l’Apostolo (Coloss., 1, 24) dice d’adempire nel suo corpo ciò che manca alla passione di Cristo a beneficio della Chiesa a cui scrive. Dunque tali meriti sono comuni a tutta la Chiesa. Le cose comuni a tutta una moltitudine son distribuite a ciascuno degli individui a piacimento di chi presiede alla moltitudine: perciò, come noi conseguiremmo la remissione della pena se un altro soddisfacesse per noi, altrettanto ci accadrà se la soddisfazione di un altro ci sarà distribuita da chi ne ha il potere. Le indulgenze dunque non tolgono la quantità della pena dovuta alla colpa, ma applicano la soddisfazione d’un altro che spontaneamente sostenne la pena dovuta alla nostra colpa. Chi riceve le indulgenze non è assolto, a rigor di termini, dal debito di pena, ma gli è dato di che pagare il suo debito. Benché le indulgenze molto valgano per la remissione della pena, tuttavia le altre opere di soddisfazione sono più meritorie rispetto al premio essenziale: il che è infinitamente meglio che la remissione della pena temporale. Nel conceder le indulgenze i ministri della Chiesa esercitano la loro potestà, non a distruzione, ma ad edificazione dei fedeli. Certo, ad evitare i peccati, la grazia ci presenta un maggior rimedio di quello che ne possa derivare dalla consuetudine delle buone opere. Ma acquistando le indulgenze, noi ci sentiamo portati con l’affetto verso la causa per cui furono concesse: perciò le indulgenze ci dispongono alla grazia e in tal modo riescono anche di rimedio per evitare i peccati. È tuttavia da consigliar sia quei che lucrano le indulgenze, che non s’astengano per questo dalle opere ingiunte di penitenza, trovando così anche in esse il rimedio per evitare i peccati, posto pure che si sia immuni dal debito di pena:, tanto più che talvolta s’è debitori più di quanto si creda. Nelle indulgenze, causa di remissione di pena non è altro che l’abbondanza dei meriti della Chiesa: abbondanza ch’è sufficiente a espiare tutta la pena. – Perciò la quantità di remissione non vuol essere proporzionata né alla divozione di chi acquista l’indulgenza né alla causa estrinseca per cui l’indulgenza fu accordata: ma ai meriti della Chiesa che sempre sovrabbondano. La remissione sarà conforme alla misura onde questi meriti sono applicati. Le indulgenze valgono senz’altro tantum quantum prædicantur, purché ci sia l’autorità in chi le concede, ci sia la carità in chi le riceve, ci sia nella causa la pietà che comprende l’onor di Dio e l’utilità del prossimo. – Essendo l’effetto dei Sacramenti determinato non dall’uomo, ma da Dio, il sacerdote non può in confessione tassare con la chiave dell’ordine quanto s’abbia a rimettere di pena dovuta, la quale invece si condona nella misura voluta da Dio. Ma la chiave di giurisdizione non è cosa sacramentale; soggiace all’arbitrio dell’uomo il suo effetto, ch’è la remissione per mezzo delle indulgenze: sta dunque all’arbitrio di chi concede delle indulgenze il determinare quanto si rimetta di pena.

2. Chi può concedere le indulgenze. — Le indulgenze hanno effetto in quanto le opere satisfattorie di uno si computano a un altro, non solo per forza di carità, ma anche per l’intenzione dell’operante diretta in qualche modo a tale scopo. Ora in tre modi può esser l’intenzione d’uno diretta a un altro: in modo singolare, in modo speciale, in modo generale. In modo singolare, quando uno soddisfa determinatamente per un altro, e così ciascuno può comunicar le sue opere ad altri. In modo speciale, come quando si prega per la propria congregazione, per la propria famiglia, per i benefattori, e a tale scopo s’ordinano anche le proprie opere satisfattorie: e così chi presiede a una congregazione può comunicar ad altri le opere satisfattorie applicando direttamente le intenzioni di quei che appartengono alla congregazione. In generale, quando si coordinano le opere al bene della Chiesa in generale: e così quei che presiede alla Chiesa, può in generale, applicandovi la sua intenzione, comunicar le opere a questo o a quello. E poiché l’uomo è parte della congregazione, e la congregazione è parte della Chiesa, nell’intenzione del bene privato sta in chi usa l’intenzione del bene della congregazione e del bene di tutta la Chiesa; quindi chi presiede alla Chiesa può comunicare le opere degl’individui che vi appartengono: ma non viceversa. Né la prima comunicazione in modo individuale, né la seconda in misura speciale, si chiama indulgenza, ma solo la terza in modo generale. E ciò per due ragioni: — 1° perché con le due prime comunicazioni l’uomo, benché sia sciolto dal reato di pena quanto a Dio, non è sciolto però dal debito di compier la soddisfazione ingiunta dal precetto della Chiesa, mentre che è sciolto anche da quesito debito con la terza comunicazione; — 2° perché in una sola persona o in una sola congregazione non v’è indeficienza di meriti da poter valere anche per tutti gli altri: ma nella Chiesa v’è un’assoluta indeficienza di meriti, principalmente per il merito di Gesù Cristo: perciò solo chi è capo della Chiesa può largire indulgenze. – Il Papa ha la pienezza della potestà pontificale, come il re nel regno: perciò la potestà, d’accordare indulgenze risiede pienamente nel Papa. Ma il Papa si assume i Vescovi a partecipar della sua cura, come il re mette i suoi giudici in ogni città: perciò il Papa nelle sue lettere chiama i soli Vescovi col nome di fratelli, gli altri col nome di figli. Anche i Vescovi dunque possono dar indulgenze, ma solo secondo la misura determinata loro dal Papa. – Essendo cosa di giurisdizione il dare indulgenze, e non perdendosi col peccato la giurisdizione, le indulgenze accordate da chi fosse in peccato mortale hanno il medesimo valore che avrebbero se fossero accordate dal più santo fra gli uomini: perché chi concede le indulgenze non rimette la pena in forza dei suoi meriti, ma in forza dei meriti riposti nel tesoro della Chiesa.

  1. Per lucrare le indulgenze bisogna far quello per cui fu data l’indulgenza. Se non s’adempie la condizione, non s’ottiene ciò che si dà sotto condizione: dandosi l’indulgenza sotto la condizione che si faccia una qualche determinata cosa, se non la si fa, non s’acquista l’indulgenza. – E non s’acquista neppure quando si tralascia d’adempire la condizione, non perché non si voglia, ma perché non si può: come quando l’indulgenza è accordata per qualche elemosina che un povero non può fare e che pur farebbe volentieri. La buona intenzione gli sarà computata per il premio essenziale, come se avesse fatto l’elemosina, non per gli altri premi accidentali, come sarebbe la remissione della pena temporale, e simili. – Possiamo con l’intenzione applicare le opere nostre a chiunque vogliamo e perciò possiamo soddisfare per chiunque vogliamo. Ma l’indulgenza non si può applicare fuorché con l’intenzione di chi la concede: ora l’intenzione di chi la concede è che si applichi a chi fa una determinata cosa. Chi dunque fa l’opera prescritta riceve l’indulgenza, ma non può trasferire ad altri l’intenzione di chi la concede; dunque uno non può acquistare l’indulgenza per un altro: Tuttavia se l’indulgenza fosse esplicitamente accordata per colui che fa e per quello a cui vantaggio si fa, varrebbe anche per quest’ultimo: ma allora chi fa quella determinata opera non darebbe ad altri l’indulgenza: la dà chi concede l’indulgenza sotto tal forma (L’odierno Diritto Canonico -C.J.C., can. 630- stabilisce che « nessuno, acquistando indulgenze, le può applicare ad altri viventi; alle anime poi del Purgatorio sono applicabili tutte le indulgenze concesse dal Romano Pontefice, salvo che consti altrimenti). – Per chi si trova in peccato mortale le indulgenze non valgono alla remissione della pena, perché a nessuno può esser perdonato il castigo, se prima non gli è perdonata la colpa: poiché chi non ha ottenuto l’opera di Dio nella remissione della colpa, non può conseguire la remissione della pena dal ministro della Chiesa né nelle indulgenze né nel foro penitenziale. Valgono almeno per ottenere la grazia? Potrebbero valere a ottener la grazia per il peccatore quei meriti che gli si comunicano mediante le indulgenze, come potrebbero valere per ottenergli la grazia e molti altri beni i meriti applicatigli anche da un semplice fedele. Ma non per questo fine s’accordano le indulgenze, sebbene per la remissione della pena, perciò non hanno valore per quei che si trovano nel peccato mortale. Un membro morto non riceve l’influsso dagli altri membri vivi: chi si trova nel peccato mortale è un membro morto, dunque non può con le indulgenze ricevere l’influsso derivato dai meriti dei membri vivi.

 

INFERNO -2-

INFERNO [2]

[E. Barbier: I tesori di Cornelio Alapide, S.E.I. Ed. Torino – vol. II, 1930]

3. Il reprobo è maledetto da Dio, dal demonio, e dagli altri reprobi. — 4. Morte nell’inferno.— 5. Come i demoni trattano i reprobi. — 6. Disperazione nell’inferno. — 7. Gradazioni di supplizi. — 8. Eternità delle pene infernali. — 9. L’inferno è conforme alla giustizia di Dio. — 10. Mezzi per schivare l’inferno.

3. – IL REPROBO È MALEDETTO DA DIO, DAL DEMONIO E DAGLI ALTRI REPROBI. — Dall’istante in cui il Giudice supremo avrà pronunziato contro i peccatori che entrano nell’eternità macchiati anche di un solo peccato mortale la terribile, irrevocabile sentenza: Partitevi da me, o maledetti, e andate al fuoco eterno: — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum (MATTH. XXV, 41), la maledizione di Dio non si allontanerà mai più da loro, ma li pigerà e li travolgerà per tutti i secoli. Della maledizione di Dio leggiamo nella Scrittura: « Amò la maledizione e gli pioverà sul capo; non volle la benedizione e si scosterà da lui. La maledizione lo coprirà come vestimento, entrerà come acqua nelle sue interiora, penetrerà come olio nelle sue midolla. Diventerà per lui come abito che mai non si depone, come fascia che gli cinge le reni » — Dilexit maledictionem et veniet ei; noluit benedictionem et elongabitur ab eo. Et induit maledictionem sicut vestimentum, et intravit sicut aqua in interiora eius. Fiat ei sicut vestimentum quo operitur; et sicut zona qua semper præcingitur (Psalm. CVIII, 16-18). Ecco dunque designati quattro terribili effetti della maledizione di Dio: 1° essa circonda all’esterno il reprobo…; 2 ° entra nell’interno e si appiglia alle potenze dell’anima …; 3 ° si spinge ancora più innanzi e la ferisce fin dentro la sua sostanza, come olio che penetra fino alle midolla…; 4° questa maledizione non l’abbandonerà mai un momento … Tale è l’infelice condizione del dannato sotto l’incubo della maledizione divina! . . . Un’anima creata a immagine di Dio, redenta col sangue di un Dio, essere maledetta dal suo Dio, dal suo Creatore, dal suo Redentore, dal suo solo ed unico bene! Chi può comprendere, chi può spiegare questo sommo, indefinibile male?… Mentre i peccatori sono in questo mondo, i demoni non cessano di adularli, per sedurli e precipitarli nell’inferno. Come già ai nostri progenitori, essi offrono loro ad ogni ora dei frutti vietati, dicendo: « Non morrete, ma diventerete come altrettanti dèi » — Nequaquam moriemini; eritis sicut dii (Gen. III, 4-5). Ma nell’inferno invece di adularli, malediranno senza fine quei ciechi che trangugiarono il veleno della seduzione… Nell’orribile prigione dove si scontano fra supplizi atroci le colpe della vita, si troveranno radunati insieme i compagni di dissolutezza che gareggiavano a chi più facesse onta al pudore. Là gli amici diventeranno carnefici degli amici; si svillaneggeranno a vicenda, si oltraggeranno, si caricheranno di amari rimproveri, si scaglieranno sanguinose ingiurie e orrende maledizioni. Là il padre negligente e scandaloso si troverà col figlio scapestrato che griderà furioso: Padre maledetto, sei tu che mi mettesti nella via del delitto; tu mi hai insegnato ad ingannare il semplice e l’incauto, a frodare l’artigiano; tu mi hai seminato in cuore i funesti germi dell’ambizione, tu mi hai insegnato a profanare la domenica, a bestemmiare, ad ubbriacarmi, a disprezzare i precetti della Chiesa. Tu sei l’autore della mia disgrazia; io ti maledico e ti maledirò in eterno! La figlia si avventerà quale furia contro sua madre, urlando: Madre disgraziata, perché darmi alla luce, se volevi prepararmi un’eternità di supplizi? Il tuo esempio mi fu continua scuola d’immodestia, di civetteria, di libertinaggio; la tua colpevole e frivola noncuranza, la tua rilassatezza mi ha perduta! Perché non mi hai strozzata di tua mano, in culla? Sii maledetta per sempre! E tutti gli echi dell’inferno ripeteranno: Sii maledetta per sempre! Là, o libertini scandalosi, vi troverete con le vittime delle vostre seduzioni; esse vi staranno sempre ai fianchi per pungervi e dilaniarvi e ciascuno dei loro rimproveri sarà acuta e ardente saetta che vi trafiggerà il cuore. – Corruttore abbominevole, assassino crudele, seduttore ipocrita, tu mi hai tolto la mia innocenza, rapito la mia verginità, rubato l’onore, involato la corona; mi hai ucciso l’anima e fatto perdere il mio Dio! Va, diavolo incarnato! in che ti aveva offeso l’anima mia immortale, destinata alla vita della eterna gloria, da meritare che tu le vibrassi il colpo di eterna morte? Soffri e disperati, o crudele, soffri per sempre! Nell’implacabile odio mio, ti maledico in eterno!

4. – MORTE NELL’INFERNO. — Dice il profeta che i reprobi saranno stipati come pecore nell’inferno e la morte ne farà suo pasto: — Sicut oves in inferno positi sunt; mors depascet (Psalm. XLVIII, 14). « Ottimo paragone è questo, scrive S. Bernardo: perduto il vello delle ricchezze, i reprobi duramente e interamente spogliati, sono gettati ad ardere nudi tra le fiamme eterne. La morte ne farà suo alimento, perché moriranno sempre alla vita e vivranno sempre per la morte; il loro corpo è abbandonato ai vermi, l’anima al fuoco fino al giorno in cui nuovamente congiunti in un’infelice unione, patiranno insieme i supplizi, essi che furono compagni nei vizi ». – « La morte, soggiunge S. Gerolamo, commentando le citate parole del Salmista, la morte sarà il mandriano dei dannati; è giusto che siano guardati e pasciuti dalla morte coloro che non vollero avere per buon pastore il Cristo ». « Il peccato consumato genera la morte » — Peccatum cum consummat um fuerit generat mortem ( IACOB. I, 15). « E non vi è morte, dice S. Agostino, tanto terribile e disgraziata, quanto la morte che non muore mai (Lib. VI, De Civ. cap. ultimo) ». – Quaggiù in terra, osserva anche S. Gregorio, il peccatore muore alla vita, nell’inferno vivrà della morte. La morte vive per voi, o reprobi sventurati, e la vostra fine è sempre sul cominciare. Il dannato sconterà tutti i suoi delitti, ma non sarà distrutto. La morte non lo annichila, perché se la vita di questa morte fosse distrutta, egli cesserebbe di esistere; ma affinché sia tormentato senza fine, è costretto a vivere nei supplizi; è giusto che quegli la cui vita su la terra fu una morte nel peccato, soffra nell’inferno una morte che sia una vita nei castighi (Mor. 1, XV, c. XII). «Nell’inferno, ripete altrove il medesimo santo, l’anima perde la vita della felicità, ma non il suo essere; di qui la dura necessità per lei, di soffrire la morte senza morire, di perire senza perire, di finire sempre senza finire mai; perché per essa la morte è immortale; è una consunzione senza consumazione, un fine senza termine. La morte è dunque per i dannati una morte immortale, un fine infinito, una distruzione indistruttibile (Dialog. 1. IV, 45) ». Come triste e terribile è la sorte dei reprobi! Poiché, come i cadaveri servono di pastura ai vermi, così le anime riprovate servono di alimento alla morte per tutta l’eternità e la loro vita sarà un nutrirsi della morte!… Nell’inferno la morte è sempre vivente; là è il suo regno, il suo trono; là trova una fecondità immancabile. Se dunque volete sapere che cosa sia l’inferno, udite: l’inferno è la dimora, il regno della morte; perché la morte eterna vi domina assoluta, regna su tutti i dannati, uomini e demoni e il suo impero non vedrà mai fine. Sulla terra, i peccatori stanno nel vestibolo dell’abitazione della morte, ma nell’inferno stanno nei più segreti appartamenti, nelle stanze più interne del suo palazzo. Il cielo è il regno della vita, perché ne è il re Iddio; l’inferno è il regno della morte, perché essa vi comanda e signoreggia sola padrona. « Mi fa spavento, esclama inorridito S. Bernardo, la morte sempre vivente; rabbrividisco al pensiero di cadere preda di quella morte che sempre vive, di quella vita che sempre muore; è questa la seconda morte che mai non toglie i sentimenti, eppure sempre uccide. O Dio! chi darà tal grazia ai peccatori, che muoiano una volta, perché non muoiano in eterno! (De consid. I, V. c. XII) ». – E poi a proposito di quelle parole d’Osea: « Diranno ai monti, rovesciatevi addosso a noi ed alle colline, seppelliteci » (OSE. X, 8), così continua: « Che vogliono i dannati se non la morte della morte, perché possano finalmente morire, o fuggire la morte”? Ma per quanto essi invochino la morte, la morte non verrà mai a liberarli ». (De Consid. I. V) – « Poiché nell’inferno, dice S. Gregorio, l’anima è immortalmente mortale, e mortalmente immortale. E immortale in modo però che può morire, ed è mortale in modo che non può morire: il vizio ed il tormento le tolgono bensì la vita beata, ma le lasciano la vita che dipende dalla sua essenza ( Moral. Lib. IV, c. VII ) ».

5. – COME I DEMONI TRATTANO I REPROBI. – — Udite come Isaia descrive l’accoglienza che si fa al reprobo nell’inferno: « Al suo primo comparire su la soglia dell’inferno, la casa della morte ne va sossopra; i demoni che v’imperano, gli si slanciano incontro a dargli il benvenuto e tutta la turba dei dannati, battendo a palma e levando orrende, altissime strida, gli dice: Anche tu sei stato ferito come noi! Anche tu sei divenuto simile a noi! La tua alterigia è caduta in fondo all’abisso, il tuo corpo giace in terra e i vermi saranno il tuo vestimento » — Infernus subter conturbatus est i n occursum adventus tui. Omnes principes surrexerunt de soliis suis, universi dicent tibi: Et tu vulneratus es sicut et nos, nostri similis effectus es. Detracta est ad inferos superbia tua, concidit cadaver tuum; subter te sternetur tinea, et operimentum tuum erunt vermes ( ISAI. XIV, 9-11). Tutti i demoni si attruppano alla porta dell’abisso e al presentarsi di un dannato, gridano con gioia infernale: Vieni, o reprobo, a dimorare con noi, in mezzo al fuoco, tra fiamme eterne; vieni a bearti del fumo dei tormenti, che ascende nei secoli. Vieni, che nulla tanto ci preme quanto premiarti dell’obbedienza con cui accogliesti le nostre sollecitazioni. Tu ci hai ascoltati e seguiti allorché ti andavamo susurrando: Bevi di questo liquore della voluttà, inebriati di collera, di bestemmia, ecc. … Tu ci porgevi orecchio su la terra, ascoltaci anche adesso che ti diciamo: Bevi il calice del fuoco misto a zolfo; tracanna la coppa della collera del Dio vivente; tuffa le labbra nel vaso del nostro furore… Tutti i demoni sono accaniti nel perseguitare e malmenare e straziare il reprobo. Vittima sulla terra delle loro suggestioni, diventa nell’inferno vittima del loro incessante furore… Meditate, o peccatori, queste terribili, ma salutari verità.

6. – DISPERAZIONE NELL’INFERNO. — I reprobi sono scomunicati e separati per sempre da Dio, dagli Angeli, dalla Chiesa. Essi né ricevono né possono ricevere aiuto né da Dio, né dagli Angeli, né dagli uomini, né da altra creatura di sorta. Dimenticati e abbandonati da Dio, dal cielo e dalla terra, ormai non hanno più modo di fare penitenza; le loro preghiere non hanno più valore, la redenzione non può più essere loro applicata; esclusi per sempre dalla misericordia sono condannati, per irrevocabile giudizio, a non vedere mai più Iddio, a dimorare eternamente con i demoni, in un fuoco che non sarà mai spento; tutte le creature visibili ed invisibili, corporali e spirituali sono loro nemiche; si odiano e si maltrattano a vicenda; sono privi di ogni carità e di riconciliazione; chiarissimamente comprendono e vivissimamente sentono quello che hanno perduto per sempre e quello che si guadagnarono col peccato; si vedono stremati di ogni mezzo, chiusa ogni via di giungere ad amare Dio … – In quest’orrendo stato, il reprobo digrigna i denti e si abbandona alla più desolante e crudele disperazione. Nella rabbia della sua irrimediabile disgrazia, va ripetendo: Il mio fine è perduto, non vi è più per me filo di speranza: — Periit finis meus, et spes mea a Domino (Lament. III, 18). Il mio smarrimento è senza uscita, non più scampo, non più vita; vana, impossibile è ogni speranza di vedere la fine delle mie disgrazie; esse non avranno più termine; non ne sarò mai più liberato; non avrò mai più minuto di riposo, di libertà, di gioia, di consolazione! L’orribile carcere donde non uscirò mai più, non ha porta! — Periit finis meus, et spes mea. — E non è questo, un argomento da invelenire la loro rabbia, da costringerli a digrignare i denti! – « In braccio all’orribile disperazione, essi fanno udire, dice S. Efrem, questo doloroso addio: Addio, apostoli, profeti, martiri, giusti tutti quanti! addio, senato dei patriarchi! addio, esercito degli anacoreti! addio, croce preziosa e vivificante! addio, eterno regno dei cieli, bella Gerusalemme, madre degli eletti, paradiso di delizie! addio anche a voi, Signora nostra, madre di Dio, genitrice di Colui che ha tanto amato gli uomini! Addio, padri e madri, figli e figlie, sposi e spose; addio, noi non ci rivedremo mai più! •> (Tract., de Abrenunt. et variis inferni poenis).

7. – GRADAZIONI DI SUPPLIZI. — « Giudizio severissimo aspetta quelli che sovrastano », dico la Sapienza, e quindi un castigo più rigoroso sta preparaper costoro nell’inferno: — Iudicium durissimum his qui præsunt fiet (VI, 6). I più famosi nei delitti, i più astuti nelle seduzioni, i più scandalosi nei costumi, i più furfanti negli impieghi, saranno condannati a più duri tormenti, sottoposti a più atroci supplizi, un fuoco più ardente, una notte più buia, un freddo più intenso, strazi più orrendi, angosce più cocenti, insomma un inferno più spaventoso dovranno provare quelli che nel mondo ebbero più facoltà di fare il male: — Potentes potenter tormenta patientur… Fortioribus fortior instat cruciatio (Ib. 7-9). « Molti appartamenti vi sono nella casa del padre mio », disse Gesù Cristo: In domo Patris mei multæ mansiones sunt (IOANN. XIV, 2); poiché i giusti hanno una gloria adeguata ai loro meriti, essendo da Dio premiati ciascuno secondo le sue opere. Or bene, il medesimo avviene nell’inferro: vi sono colà molti e diversi stalli; quanto più ree sono le anime che vi cadono, tanto più in basso e vicina ai demoni è la loro dimora, tanto più gravi sono i loro supplizi. La giustizia di Dio regna nell’inferno come nel cielo. Gli Apostoli tengono lassù u n luogo distinto dagli altri eletti, il loro seggio è vicino al trono dell’Agnello; Giuda, l’apostolo traditore, occupa nell’inferno uno stallo ben diverso da quelli della folla dei reprobi. Ogni peccato mortale merita l’inferno; perciò chi vi precipita carico di cento, di mille colpe gravi, deve incontrare tormenti cento, mille volte più gravi di quelli che soffre il reprobo il quale fu condannato per un solo peccato mortale; supposto che un peccato di quel primo reprobo sia in gravità affatto uguale a quello di questo secondo; perché vi sono peccati molto più gravi gli uni degli altri, ed i più gravi vanno soggetti a pena più grave… – Dio infinitamente saggio e giusto pesa tutto scrupolosamente e dà a ciascuno quello che gli tocca, sia premio o sia castigo… Come cieco ed infelice si mostra l’uomo che non cerca di accrescere ogni istante il tesoro dei meriti, lo splendore della sua corona; aumenta invece ogni momento i suoi peccati e l’acerbità dei suoi supplizi! …

8. – ETERNITÀ DELLE PENE INFERNALI. — Per quanto gravi, orribili, insopportabili siano i tormenti infernali, essi sarebbero ancora poca cosa se dovessero finire, ma l’eternità loro è il peggiore dei supplizi. Quel fine che sempre comincia, secondo l’espressione di S. Agostino: — Finis semper incipiet, — è ciò che propriamente forma l’inferno e dà alle pene che là si soffrono, l’ineffabile, indefinibile qualità che le distingue da tutte le altre pene, ancorché atrocissime. Tutti i reprobi soffriranno tra l’orrore e l’affanno, sempre vivranno della morte, sempre disperati di misericordia e di perdono. Eccola disgrazia delle disgrazie, l’inferno dell’inferno. Tormenti eterni! … Non vedere mai più Iddio, né la Santa Vergine, né i santi, né gli amici, né i fortunati parenti, né il cielo; e quel che è più, non poter nemmeno figurarsi una lontana ombra di speranza di vederli: ecco il sommo dei supplizi, ecco la più atroce delle torture! « Partitevi da me, o maledetti, e andate al fuoco eterno, sentenzierà il Giudice supremo, e a quell’intimazione, andranno i reprobi nel supplizio eterno e gli eletti nella vita eterna » — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum. Et ibunt hi in supplicium æternum, iusti autem in vitam æternam (MATTH. XXV, 41, 46). Già vediamo accennata questa sentenza in quelle parole di Daniele: « Quelli che dormono nella polvere della terra si sveglieranno; gli uni per la vita eterna, gli altri per l’ignominia la quale si vedranno sempre dinanzi » — Qui dormiunt in terræ pulvere evigilabunt; alii in vitam aeternam, et alii in opprobrium ut videant semper (DAN. XII, 2). – Oh! se almeno a tutti i mali dell’inferno vi fosse un termine! Ma no; non vi sarà mai né termine, né fine, né sospensione, né diminuzione di pena; o Dio! che disgrazia, che infelicità è mai quella!… No, non vi è redenzione per il reprobo: « Il sangue che Gesù Cristo ha sparso sulla terra non penetra nell’inferno, dice S. Cipriano, perché tutto lo bevvero i peccatori (Serm.) » i quali pertanto, dice l’Apostolo, sconteranno la pena di un’eterna dannazione: — Pœnas dabunt in interitu æternas (Thess. II, I, 9). – «La miseria della pena, scrive Ugo da S. Vittore, cadrà sulla miseria della colpa, affinché restino insieme congiunte e fino a tanto che rimarrà la colpa, durerà la pena; ora siccome nell’inferno la colpa resta in eterno, così in eterno ancora restano la pena e il castigo » (Lib. de Anima). « E non è forse giusto, dice S. Gregorio, che coloro i quali avrebbero voluto sempre vivere per peccare sempre e dimostrarono questo loro desiderio col peccare sempre, finché vissero e non vollero mai separarsi dal peccato durante la vita, non siano mai dopo morte separati dal supplizio? (De pœnitentia, can. LX) ». «Bene sta, ripiglia S. Agostino, che la volontà la quale volle l’eterno godimento del peccato, sia punita con un’eterna severità di vendetta (In Spec. peccat.)», – Ogni peccato mortale importa di sua natura una punizione eterna. L’uomo, cadendo in colpa grave, si uccide per l’eternità e non può più risuscitare senza l’onnipotenza di Dio. Ora questo miracolo di risurrezione, a cui Dio punto non è tenuto, quando avviene, non avviene che nel tempo: ma giunto che sia l’uomo nell’inferno, il miracolo non ha più luogo: chi passa all’eternità macchiato di peccato mortale, vede la sua colpa e la pena di questa colpa diventare eterne… Dio è buono; ma appunto perché infinitamente buono deve odiare il peccato finché ne rimane traccia; ma non essendo mai distrutto il peccato nell’eternità, ne segue che sarà eternamente punito in forza dell’odio eterno che gli porta Iddio… La Scrittura ci dice che Dio ha viscere di misericordia per gli uomini, ma si dichiara ancora nel medesimo tempo che vi è un fuoco eterno, che Dio ha decretato eterne pene al peccato non cancellato dalla penitenza. Oseremo dire che Dio non è giusto! È vero che l’azione colpevole dura poco; ma il male più che nell’azione, sta nella malizia, nella disobbedienza, nella volontà. Accuserete voi d’ingiusta la legge umana, che punisce nel malfattore il delitto di un momento con lunghi anni di pena infamante?… « L’uomo peccatore, dice S. Gerolamo, deve soddisfare eternamente a Dio, perché era sua volontà di resistere eternamente a Dio» (In Psalm. XVIII). «In una volontà perversa non si deve tanto guardare all’effetto, dice S. Agostino, ma all’affetto del cuore; quantunque l’effetto fallisca, perché non dipende dall’uomo, è giusto che la volontà sia punita con pena proporzionata alla sua malvagia disposizione (De Civ. Dei)». Ora che altro vorrebbe il peccatore ostinato, se non che sempre vivere per burlarsi sempre di Dio e della sua coscienza? L’atto del peccato non dura, ma l’affetto al peccato dura sempre in fondo al cuore… Inoltre nell’inferno il peccatore è privo della grazia e senza di questa è impossibile ottenere il perdono dei peccati… Il peccato è un allontanamento volontario da Dio, è un disprezzo formale della Maestà divina, è l’amore della creatura preferita al Creatore, ossia un adulterio spirituale, è quindi la più enorme ingiuria che si possa fare a Dio. Misurate la gravità di una tale ingiuria con la grandezza del Dio ch’essa oltraggia e vedrete che è infinita nel suo oggetto perché intacca una grandezza infinita. Ma un essere finito nella sua essenza, non può sopportare una pena infinita in intensità; ne segue dunque la necessità di una pena infinita in durata. Le parole di Geremia: « Il peccato (dei reprobi) sta scritto con penna di ferro a punta di diamante e scolpito su tutta l’ampiezza dei loro cuori » — Peccatum scriptum est stylo ferreo, ungue adamantino, exaratum super latitudinem cordis eorum (XVII, 1), mentre denotano l’ostinata volontà dei peccatori nel mal fare, significano ancora che le loro colpe stanno scritte nel libro della morte a lettere di fuoco e che né acqua, né lagrima basteranno per tutta l’eternità a raderle o cancellarle. Sono scolpite nella memoria e nella coscienza dei reprobi e come verme roditore non cesseranno mai dal morderlo e divorarlo. Che disgrazia è mai questa eternità dei tormenti! Che sventura, essere condannato a vivere sepolto nelle fiamme eterne! O insensatezza degli uomini che per un vile piacere di un istante si precipitano in torture senza fine! O eternità di fuoco, di disperazione! O eternità, tormento incomparabile! O morte che non si trova mai compita! O vita che è un’eterna morte!… Si beve, si giuoca, sì scherza un momento; questo passa veloce ed ecco succedergli immantinente una calamità eterna! Così si va ridendo all’inferno, all’eterna infelicità! Vi si va, ma più non se ne torna; perché la fine della vita presente è il principio dell’eternità e questo principio è la fine delle cose di quaggiù. O fine che non termini! o morte che non sei la morte, mentre chiudi il tempo, apri l’eternità che non ha mai più fine!… Viviamo dunque in questo mondo così, che meritiamo di vivere eternamente…

9. – L’INFERNO È CONFORME ALLA GIUSTIZIA DI DIO. — Iddio non è autore del peccato, ma giusto estimatore e conservatore dell’ordine; punisce il disonore della colpa coll’onore della giustizia. « Tutte le cose fatte da Dio sono ottime», dice la Sacra Scrittura. (Gen. I , 31), egli non h a dunque fatto quello che si trova di malvagio nell’uomo. Quello che vi è di cattivo nell’uomo, è un disordine; ora ogni disordine merita castigo; ma chi si deve punire, domanda S. Agostino, se non l’autore? e chi è l’autore del peccato nell’uomo, se non lo stesso uomo ribelle a Dio? Questa punizione dell’uomo ribelle a Dio non è un disordine, anzi è l’ordine: la pena è l’ordine del misfatto. Quando io dico peccato, dico disordine, perché esprimo la ribellione; quando poi dico punito, dico cosa ordinatissima, perché è retto ordine che l’iniquità abbia castigo. Il peccatore, come un pazzo, si uccide per l’eternità; ammonito fa il sordo; vuole giustizia che sia punito… Qui viene a proposito l’avviso di San Paolo ai Galati: «Non illudetevi, con Dio non sì scherza. L’uomo raccoglierà di quello che h a seminato: se carne, mieterà dalla carne corruzione; se spirito, mieterà dallo spirito vita eterna » — Nolite errare, Deus non irridetur. Quæ enim seminaverit homo, hæc et metet. Quoniam qui seminat in carne sua, de carne et metet corruptionem; qui autem seminat in spiritu, de spiritu metet vitam æternam (Gal. VI, 7-8). – La vera, la propria causa dell’inferno è il peccato: — Persecutionem passi ab ipsis factis suis (Sap. XI, 21). Quello che forma l’inferno, non è la pena, ma il peccato. Infatti, in che cosa consiste essenzialmente l’inferno? Nella privazione della vista e del godimento di Dio, ossia nell’essere separati da Dio, che è la felicità suprema; ora solo il peccato è la causa della separazione dell’uomo da Dio. Voi dunque, o peccatori ostinati, voi vi portate l’inferno nelle viscere, perché portate dentro di voi il peccato che vi fa di scendere vivi nell’inferno. Dio non sarebbe Dio se non fosse giusto; egli deve pagare ciascuno secondo i fatti propri… A chi dunque oppone: perché un inferno, sotto un Dio buono? la risposta viene chiara e facile: Appunto perché Dio è buono, è necessario l’inferno, come perché è infinitamente buono, vi dev’essere un inferno eterno; infatti dove sarebbe la bontà, l’equità, la rettitudine sua, se il disordine morale andasse impunito? Se i tribunali non punissero, non ostante la evidenza delle prove, il parricidio, l’omicidio, il furto, l’incendio, che ne sarebbe della giustizia e della società? Se piace un paradiso per ricompensare i buoni che patirono negli stenti e nelle avversità, perché non ammettere un inferno dove siano puniti i malvagi che vissero nell’empietà e nei delitti? Dio è buono e giusto; ma ognun vede che molte virtù anche eroiche, come il martirio, non hanno in questo mondo, o nessuna o certo una inadeguata ricompensa; vi sono non pochi delitti che su questa terra sfuggono ad ogni castigo; vuole dunque giustizia che vi sia e un paradiso e un inferno.

10. – MEZZI PER SCHIVARE L’INFERNO. — I mezzi che abbiamo per evitare l’inferno sono:

La preghiera. Volgiamoci a Dio gridando col profeta: « Deh! o Signore, non mi sommerga la tempesta delle onde, non m’inghiottisca l’abisso, non si chiuda sopra di me la bocca della voragine » — Non me demergat tempestas aquae neque absorbeat me profundum, neque urgeat super me puteus os suum (Psalm. LXVIII, 16).

Il pensiero ed il timore dell’inferno. « Discendiamo nell’inferno mentre siamo vivi, dice un santo padre, se non vogliamo andarvi dopo morte ». – « Quanto si mostra sensato ed è felice, esclama S. Agostino, colui che in vita si dà tanto pensiero del supplizio, da scampare a pericolo di subirlo, dopo morte. Volesse Iddio che intendeste e comprendeste quello che è il mondo e quello che è l’inferno! Certamente voi allora temereste Iddio, desiderereste le cose celesti, disprezzereste il mondo e avreste orrore dell’inferno (In Spec. peccat.) » . – Infatti chi di voi può dimorare in mezzo a un fuoco divoratore, tra vampe ardenti e sempiterne? — Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante? quis habitabit ex vobis cum ardoribus sempiternis? — domanda Isaia (XXXIII, 14).

3 ° Il pentimento delle colpe, la detestazione e confessione dei peccati, la conversione della vita. « Chi darà al mio capo, gemeva S. Bernardo, un torrente di pioggia; ai miei occhi una fonte di lagrime; affinché prevenga col mio pianto e con i miei gemiti, il pianto unito allo stridore dei denti? (Serm. in XVI Cantic.) » .

INFERNO -1-

INFERNO [1]

[E. Barbier: I tesori di Cornelio Alapide, S.E.I. Ed. Torino – vol. II, 1930]

– 1. Che cosa è l’inferno? — 2. Pene dell’inferno: 1ª il fuoco; 2ª le tenebre; 3ª il verme roditore; 4ª la schiavitù; 5ª la separazione da Dio; 6ª ogni sorta di mali. — 3. Il reprobo è maledetto da Dio, dal demonio, e dagli altri reprobi. — 4. Morte nell’inferno.— 5. Come i demoni trattano i reprobi. — 6. Disperazione nell’inferno. — 7. Gradazioni di supplizi. — 8. Eternità delle pene infernali. — 9. L’inferno è conforme alla giustizia di Dio. — 10. Mezzi per schivare l’inferno.

1. – CHE COSA È L’INFERNO! — L’inferno, a definirlo in una parola, è la privazione di ogni sorta di beni e l’abbondanza di ogni sorta di mali; la privazione di ogni piacere, il colmo di ogni tormento… Nell’inferno, non più ricchezze…, non più onori…, non più libertà…, non più gioia…, non più consolazione…, non più lumi …, non più speranza…, non più carità…, non più felicità…, non più riposo…, non più grazie…, non più Dio …, ecc., ecc. … Ma a farcene una sbiadita idea chiamiamo a breve rassegna le varie pene che costituiscono quello che si chiama inferno.

2. – PENE DELL’INFERNO. lª Il Fuoco. — « I reprobi, dice S. Paolo, sono condannati a stare in mezzo alle fiamme vendicatrici perché non vollero conoscere Iddio, né obbedire al Vangelo — In fiamma ignis dantis vindictam iis qui non noverunt Deum, et qui non obediunt Evangelio (II Thess. I , 8). La mano del Signore, come annunziava il Salmista, si stenderà sopra i suoi nemici e la sua destra afferrerà coloro che l’odiano; li getterà in un forno ardente: — Inveniatur manus tua omnibus inimicis tuis; dextera tua inveniat omnes qui te oderunt. Pones eos ut clibanum ignis (Psalmi. XX, 8-9); l’ira sua ha acceso un fuoco che avvamperà fino al fondo dell’inferno: — Ignis succensus est in furore meo, et ardebit usque ad inferni novissima (Deuter. XXXII, 22); e durerà, a tormento dei maledetti, per tutti i secoli, senza mai né spegnersi, né scemare: — Discedite a me, maledicti, in ignem æternum (MATTH. XXV, 41). Il fuoco dell’inferno fa patire all’anima, separata dal corpo, gli strazi medesimi che sentirebbe, se gli fosse unita e quando dopo il giudizio universale, lo avrà compagno, daranno ambedue continuo alimento al fuoco, senza che ne restino distrutti. « Il fuoco divino, dice Lattanzio, brucerà e ribrucerà sempre con la medesima attività ed energia gli empi e quanto toglierà ai corpi, tanto vi rimetterà per consumarli di nuovo; somministrando così a se medesimo un pascolo eterno (Divinus ignis, una eademque vi atque potentia, et cremabit impios, et recremabit, et quantum e corporibus absumet, tantum reponet; ac sibi ipsi aeternum pabulum subministrabit – Lib. VII, c. XXI) ». – Quindi il fuoco infernale, come supplizio ed effetto della vendetta divina, è il sommo dei mali; tanto più se si consideri: 1° che esso è un fuoco ardentissimo, cocentissimo, penetrantissimo… 2° Che abbrucia le anime non meno che i corpi, senza mai annientarli … 3° Che è un fuoco tenebroso, puzzolente, il quale tormenta i dannati non solamente con la sua intensità, ma ancora con la sua oscurità, col suo fumo densissimo, con l’intollerabile suo fetore di zolfo. « Pioverà (Iddio) sopra di loro i suoi lacci; il fuoco, lo zolfo, il vento delle tempeste saranno il calice che loro prepara » — Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum, pars calicis eorum (Psalm. X, 6). S. Giovanni li vide affondare vivi in uno stagno di fuoco e zolfo e vomitare dalla bocca fiamme, iumo e zolfo: – Vivi mìssi sunt in stagnum ignis ardentis in sulphure (Apoc. XIX, 20): — De ore eorum procedit ignis et fumus et sulphur (Id. IX, 17). E più oltre: « In quanto ai vili, agli increduli, agli abbominevoli, agli omicidi, ai fornicatori, agli avvelenatori, agli idolatri, ai mentitori, essi toccheranno per loro eredità lo stagno ardente di fuoco e zolfo, che è la seconda morte » — Timidis, et incredulis, et execratis, et homicidis, et fornicatoribus, et veneficis, et idolatris, et omnibus mendacibus pars illorum erit in stagno ardenti igne et sulphure, quod est mors secunda (Id. XXI, 8). 4° Finalmente, questo fuoco sarà eterno; non può né spegnersi, né diminuire mai e tiene in continua agitazione, in un tremito incessante, gli adoratori della bestia, dall’ira di Dio colà confinati: — Et fumus tormentorum eorum ascendet in sæcula sæculorum, nec habent requiem die ac nocte, qui adoraverunt bestiam (Id. XIV, 11). « Meditate, esclama qui S. Agostino, queste verità e di questo fuoco dell’inferno fatevi schermo contro le fiamme della concupiscenza che vi tormentano nella vita presente. Il fuoco materiale che serve ai nostri usi investe gli oggetti a cui si appicca e li consuma; ma il fuoco dell’inferno divora i reprobi, e ciò nulla meno sempre li conserva interi per sempre castigarli. Perciò si chiama inestinguibile, non solamente perché non si spegne mai, ma anche perché non uccide e non distrugge coloro che consuma. La potenza poi e l’efficacia di quella pena e di quel fuoco, non vi è né lingua né parola che possa esprimerla (Serm. CLXXXI) ».Venite a contemplare l’orrendo spettacolo delle vittime del fuoco infernale! Entrate in ispirito in quelle prigioni ardenti, osservate quegli schiavi legati con catene di fiamme! Essi non stanno semplicemente nel fuoco, nota Gesù Cristo, ma vi stanno sepolti: — Sepultus est in inferno ( Luc. XVI, 22). Guardate quel fuoco che divampa da quegli occhi ebbri di lascivia, o che si dilettarono tante volte di fermarsi in oggetti osceni! Mirate quel fuoco che entra ed esce a onde da quelle bocche che vomitarono tanto spesso canti impuri, parole sconce, esecrabili bestemmie e velenose maldicenze! Guardate come quelle fiamme avvolgono tutte le membra, come penetrano nelle midolle, come scorrono per tutte le vene per fare del reprobo un carbone acceso! Giustizia del mio Dio, quanto sei tremenda! Quelle vittime sciagurate non vedono che fuoco, non toccano, non inghiottono, non sentono, non sono che fuoco: — Crucior in hac fiamma (Luc. XVI, 24). Ah! « chi di voi, esclama Isaia, potrà dimorare con quel fuoco divoratore? Chi sosterrà quegli ardori sempiterni? » — Quis poterit habitare de vobis cum igne devorante? quis habitabit ex vobis cum ardoribus sempiternis? ( ISAI. XXXIII, 14). Il fuoco di quaggiù, già tanto ardente, è il fuoco della bontà di Dio; pensate, quale sarà il fuoco infernale che è il fuoco della giustizia e della vendetta del Signore!…

Le tenebre. — I reprobi non vedranno più raggio di luce in eterno: — In æternum non videbit lumen (Psalm. XLVIII, 19), perchè sprofondati nell’abisso, nel regno delle tenebre, nella notte della morte: — Posuerunt me in lacu inferiori, in tenebrosis, et in umbra mortis (Psalm. LXXXVII. 6), vi staranno come morti sempiterni: — In tenebrosis collocavit me, quasi mortuos sempiternos (Lament. III, 6). Il peccatore in vita, andava cercando l’oscurità delle tenebre per abbandonarsi senza ritegno alle brutali sue passioni e trova nell’inferno tenebre senza misura e senza fine, in punizione dei suoi misfatti … L’inferno, regno di satana, è regno di tenebre, di oscurità, di notte densissima ed eterna… Rappresentatevi un disgraziato incatenato in oscurissimo carcere, condannato a non uscirne più mai e a non più vedere un barlume di luce: o Dio, che desolante, disperata condizione sarebbe mai questa! meglio cento volte la morte. Lontana immagine dell’infelice stato dei reprobi, stipati nell’orrendo buio dell’inferno, nei densi vortici del fumo, che si alza dallo stagno del fuoco e dello zolfo, meno orribile e puzzolente delle colpe dei dannati! …

Il verme roditore. — Nell’inferno, nel fuoco che sempre brucia, si mantiene tuttavia, dice Gesù Cristo, sempre vivo in seno ai reprobi un verme che li rode del continuo senza mai consumarli: — Vermis eorum non moritur (MARC. IX, 43); adempiendosi in loro quel detto della Scrittura: « Il Signore darà la loro carne alla fiamma e ai vermi, affinché siano tormentati e straziati per sempre » —- Dabit ignem et vermes in carnea eorum, ut urantur et sentiant usque in sempiternum ( IUDITH. X V I , 21). Questo verme roditore indica i rimorsi e gli inutili rammarichi dei dannati. – S. Cirillo dice: « I reprobi gemono continuamente e nessuno ha pietà di loro; gridano dal fondo dell’abisso e nessuno li ode; si lagnano e nessuno li soccorre; piangono e nessuno li compassiona. O peccatori riprovati, dove è ora la superbia del secolo? dove sono l’alterigia, le delicatezze, gli ornamenti, la potenza, il fasto, le ricchezze, la nobiltà, la forza, la seduttrice avvenenza, l’audacia altera ed insolente, la gioia nel misfatto? » (De exitu animæ). Il medesimo linguaggio tiene S. Efrem: « I dannati versano fiumi di amaro pianto e tra gemiti, singhiozzi e strida vanno gridando: Noi infelici! come mai abbiamo potuto sciupare in tanto torpore e negligenza il nostro tempo? Perché lasciarci cogliere così goffamente alle reti delle passioni? O come lo scherno e il disprezzo che noi facevamo delle cose sante si è riversato sul nostro capo! Dio ci parlava e noi ci turavamo le orecchie! ora noi gridiamo ed Egli è sordo. Che vantaggio abbiamo ora delle grandezze del mondo? Dov’è il padre che ci ha generati? dove la madre che ci mise alla luce? dove i figli, gli amici, le ricchezze, i poderi? dove la turba dei clienti, lo sciame dei parassiti e degli adulatori; dove i balli, i festini, le danze, i divertimenti, i conviti, le geniali conversazioni? » (Serm.). « In tre modi, osserva Innocenzo III, il verme roditore della coscienza lacera ì dannati: col ricordo, col pentimento troppo tardo e con le ambasce. I reprobi rammentano con un rammarico ed un rimorso ineffabile, infinito, quel che fecero nel mondo con tanto diletto; il pungolo della memoria punge tormentosamente coloro che lo stimolo del peccato aveva spinto al male » (In lib. Sap.). – « Il verme roditore, dice anche S. Bernardo, è la memoria del passato; nato nell’anima insieme col peccato, così tenacemente vi si aggrappa, che portato da lei con se nell’interno, più non se ne distaccherà in eterno; ma incessantemente rodendola e nutrendosi di questo alimento inconsumabile, prolungherà i n eterno la sua vita ». E poco dopo fa esclamare al reprobo: «Misero me! Perché, o madre mia, hai tu dato alla luce un figlio di dolore, di amarezza, di sdegno, di pianto e di rammarico eterno! ». Quindi conchiude tremante: «Ah! io inorridisco al pensiero di questo verme roditore! (De Consider. Lib. V) ». Il verme della coscienza, che rode fino al midollo e roderà eternamente i dannati, farà loro risonare del continuo agli orecchi queste lugubri, strazianti parole: Come avete voi venduto a prezzo così vile l’anima vostra così preziosa, l’anima unica ed immortale”? Come, per un breve ed abbietto piacere, vi siete gettati in queste fiamme spaventose ed inestinguibili? Voi potevate servirvi, secondo la volontà del Signore, di quanto possedevate e farvene scala per meritare la gloria eterna, per ascendere i seggi degli angeli e dei beati; ma voi stolti voleste abusare di tutto, perciò la vostra sorte sarà di abitare eternamente coi demoni. Poveri pazzi! perché siete stati così crudeli verso di voi medesimi? Perché cambiare la beatitudine eterna contro un sozzo alimento? Perché comprarvi, per un istante di vile piacere, un’eternità di sventura e di pianto? Che vi resta dei vostri colpevoli diletti? Tutto svanì come ombra, come sogno, come fumo. I dannati vedono i loro traviamenti e se li rimproverano essi medesimi dicendo gemebondi e inveleniti: Ah! se almeno, vittime di un destino inesorabile, noi non avessimo potuto evitare la fatale nostra sorte, sapremmo adattarci alla forza della necessita e meno dolorosa ci riuscirebbe l’infelice nostra condizione; ma il pensare che era in nostra facoltà il salvarci e che ci siamo perduti per nostra colpa, questo ci tormenta più di tutto! A noi soli dobbiamo l’orribile nostra disgrazia. Noi siamo gli artefici della nostra sventura, a noi soli dobbiamo imputare l’infinita, irreparabile perdita che abbiamo fatto di Dio. Da noi dipendeva il possederlo eternamente in cielo, il regnare con i santi; a noi stava aperta non meno che agli altri la porta di quel beato soggiorno; ma noi ci siam rifiutati d’entrarci e abbiamo abbandonato la strada che conduce lassù, per tenerci alla via spaziosa che ci ha condotti a perdizione: « O Israele, la tua perdita vien da te stesso » — Perditio tua ex te, Israel (OSE. X III, 9). Ah! ciechi ed insensati che fummo! valeva la spesa che per beni così fragili e così fugaci, quali sono i terreni, per insipidi e abbietti piaceri, dei quali non ci rimane che la memoria e l’onta, facessimo getto dei beni eterni, delle ineffabili delizie di cui ora godremmo nel regno della gloria? Conveniva che ci affezionassimo ad un’indegna creatura anziché al Creatore il quale solo poteva soddisfare i nostri immensi desideri? – Oh! che acutissima spina per i reprobi la perdita volontaria di Dio, del cielo, della salvezza eterna; che amaro cordoglio, che cocente rimorso strazierà loro le viscere! I n quell’inferno, dove l’anima ristretta in se stessa, non avrà più modo di uscire né mezzo di stordirsi, di distrarsi, ella sentirà tutta l’acerbità e lo strazio di questi rimorsi; ne sarà come cinta, assediata, punta da tutte le parti; su qualunque lato si volga, incespicherà in queste spine le quali penetreranno così profondamente in lei, che le sarà impossibile strapparle. Non passerà momento ch’ella non si rappresenti, si rimproveri i peccati commessi e quelli di cui fu cagione; l’abuso da lei fatto delle grazie concessele dal suo Dio: né già confusamente, o le une dietro le altre le si presenteranno innanzi le sue colpe, ma distintamente, tutte a un tratto e in tutta la loro deformità e le diranno: Ci riconosci? sei tu che ci hai fatte, noi siamo l’opera delle tue mani. Questo crudele pensiero — Io ho perduto Dio per mia colpa — non lascerà mai un istante il dannato che ne sarà incessantemente travagliato, afflitto, tormentato. Me disgraziato, andrà dicendo a se stesso, che ho mai fatto? Ho sacrificato il mio Dio, la mia anima, la mia eternità; ho attirato sopra di me supplizi eterni! ho abusato del sangue di Gesù Cristo e calpestate le sue grazie! io mi vedo ai fianchi il Calvario, vedo il sangue di Gesù gocciolarmi dalla croce sul capo e

alimentare la fiamma che mi divora! O reprobi sciagurati, voi ora vedete i vostri misfatti e ne avete orrore, ma è troppo tardi! Infelici! nessuno vi sforzava a peccare; il mondo, il demonio, le passioni vi invitavano e sollecitavano, ma non vi violentavano. Siete voi che avete liberamente scelto la morte in cambio della vita, il demonio invece di Dio, l’inferno in luogo del cielo!…

4ª La schiavitù. — I dannati, sono legati e incatenati tutti insieme, e cIascuno alla propria catena: ceppi particolari, ceppi universali; ma tutti arroventati ad un medesimo fuoco, tutti temprati nelle loro stesse lacrime, affinché non si spezzino e non si logorino. – Il Savio vide i disertori della divina Provvidenza giacere tutti legati ad una medesima catena di tenebre: — Una catena tenebrarum omnes erant colligati… Vinculis tenebrarum, et longœ noctis compediti… fugitivi perpetuæ Providentiæ iacuerunt (Sap. XVII, 17,2); li vide come covoni di paglia, legati insieme, consumarsi nel fuoco: — Stuppa collecta synagoga peccantium, et consummatio illorum fiamma ignis (Eccli. XXI, 10); la medesima similitudine f u adoperata da Gesù Cristo, quando simboleggiando i cattivi nella zizzania, disse che sarebbe stata falciata e, legata in covoni, gettata ad ardere: — Colligite primum zizania, et alligate ea in fasciculos ad comburendum (MATTH. XIII, 30). – Nelle galere, i condannati erano legati parecchi insieme, per modo che, quando un galeotto cammina, si ferma, monta, discende, imprime agli altri i medesimi movimenti. Scolorita imagine di quello che avviene nell’inferno! Tutti i reprobi, legati gli uni agli altri, sono costretti a subire tutti i movimenti, le agitazioni, i contorcimenti dì ogni reprobo; e ciascun condannato gli scotimenti e le agitazioni di tutti i dannati. In conseguenza di questa furiosa e incessante scossa, tutti gli echi dell’inferno rimbombano del continuo del confuso, assordante rumore prodotto dallo strascico delle pesanti catene dell’innumerevole torma dei demoni e dei reprobi. – Come leone incatenato e furibondo si agita, addenta rabbioso la sua catena e la rode ruggendo, così il dannato si travaglia continuamente a limare coi denti le sue catene, cerca di romperle senza che gli venga mai raggiunto lo scopo…

5ª La separazione da Dio. — L a privazione della vista di Dio forma la principale e più acerba pena dei dannati. Un Dio perduto! questo bene per eccellenza, l’autore, la sorgente di ogni bene; o cielo, che perdita! Può mai l’uomo sentirne tutta l’amarezza, misurarne tutta l’estensione? Non vi è mente che possa comprenderla. Chi vuole farsene una qualche idea, ricordi quell’invincibile brama di felicità di cui siamo tutti assetati. Questa brama è un sentimento profondo che ci signoreggia e ci segue dovunque; è il movente di tutti i nostri disegni, di tutte le nostre imprese e azioni. Questo desiderio è l’opera di Dio medesimo; è Lui che l’ha inserito nel cuore dell’uomo nell’atto medesimo che lo creava. Ora Dio solo può soddisfarlo; Egli ha fatto per sé il cuore dell’uomo ed Egli solo può contentarlo: perciò questo cuore chiama Iddio suo unico e sommo bene. Ma intanto l’uomo, distratto dalle inclinazioni e dal solletico dei sensi, si discosta da Dio e cerca altrove la soddisfazione dei suoi desideri; siccome però è fuori di strada, si sente agitato e conturbato per la mancanza di quell’oggetto che solo può formare la sua fortuna. E chiunque l’ha per poco provato ben può dire quanta inquietudine e quanto affanno gliene venne nei giorni di tale sventura. Viaggiatore sulla terra, se invece di alzare lo sguardo al cielo, lo fissa su ciò che lo circonda, se pone nelle ricchezze, negli onori, nei piaceri l’oggetto della sua felicità, con quanta foga non si getta dietro a queste chimere! Niente lo impedisce e lo trattiene; egli corre al vagheggiato oggetto, i rischi e i pericoli, invece di spegnere le sue voglie, le infiammano, gli ostacoli ne irritano l’ardore. Vedete il guerriero che affronta mille volte la morte sui campi di battaglia, per cingere una corona di quercia! Il mercadante si allontana dalla famiglia, dalla patria, dagli amici, valica monti, passa mari sconosciuti, sfida tempeste e naufragi, in cerca di fortuna. Chi può dire l’impeto violento delle brame di colui che è dominato dall’amore delle creature? La passione s’impadronisce di tutte le sue facoltà; il più breve indugio lo impazienta; il bisogno di possedere quello che ama lo assorbisce per tal modo, che qualche volta diventa più forte che lo stesso amore della vita; non di rado si vedono di quelli che si tolgono la vita per mania amorosa. I disgraziati si uccidono perché non sono riusciti a raggiungere quel fantasma che essi credevano dover formare la loro felicità. O ciechi e stupidi mortali, non vedete voi che niente di ciò che è in terra può soddisfare i desideri del vostro cuore? Mettete pure insieme tutti quanti i diletti, cambiateli, variateli a talento, moltiplicateli senza fine, ma non tardate a sentirne l’insufficienza e il vuoto. Incapaci a sbramare la fame del cuore, questi frutti della terra incantano e seducono all’apparenza, ma appena gustati danno amarezza e putredine. I piaceri, le affezioni del mondo si consumano ben presto e con dolore. Tutto passa e non si lascia dietro se non disgusto, angoscia, ansietà, inquietudine e quella vaga, indefinibile noia che forma, si può dire, la trama della vita umana. No, no, niente può quaggiù riempire il cuore umano; egli è troppo più grande che il mondo; domanda il suo Dio, vuole il suo Dio; cercava il suo Dio anche allora che un oggetto ingannatore lo sedusse e l’illuse… Quaggiù in terra l’uomo distratto e ingannato da ciò che lo circonda, non riflette su questa verità; agli occhi dei mondani poi passa del tutto inavvertita; ma nell’inferno non vi saranno più distrazioni, perché non vi saranno più illusioni. L’anima del peccatore che su la terra dormiva, si sveglia nell’inferno e vi si sveglia per non più addormentarsi. Ella vede, non più accecata e illusa, il suo Dio; lo vede come suo unico bene, come il solo oggetto che possa renderla felice. Ella vi si slancia allora con la celerità del lampo; ma un invisibile braccio la ferma, la respinge, un intervallo immenso la separa dal suo Dio; secondo quel che rispose Abramo dal cielo al ricco malvagio, che lo pregava di una goccia di acqua dall’inferno: « Figliuol mio, un grande abisso sta scavato tra noi e voi: chi vuole passare di qua a voi, non può, né da codesto luogo venire fin qua» — Fili … inter nos et vos chaos magnum firmatum est: ut hi, qui volunt hinc transire ad vos, non possint, neque inde huc transmeare (Luc. XVI, 26). Tuttavia l’anima piombata nell’inferno non cessa di volgere gli occhi al cielo; essa ci vede sempre il suo Dio, ne conosce la grandezza, ne scorge le perfezioni. Gran Dio, va gridando, non c’è dunque più riparo, io vi ho perduto e perdendo voi ho perduto tutto! Bel paradiso, per il quale io era fatta, mai, mai più non ti vedrò! O beato soggiorno; o patria di delizie, le tue porte mi stanno chiuse in faccia per sempre! Un trono di gloria mi stava in te preparato ed ora ne sono sbalzato in eterno! Cari parenti, diletti amici, che ne siete i fortunati abitatori, io vi ho dunque dato un eterno addio! non godrò mai più con voi della vista e della presenza del mio Dio! non gusterò mai di quel torrente di delizie, dal quale voi siete inondati! non sarò mai a parte con voi della vostra gloria! Sul vostro capo splende la corona dell’immortalità e quella ch’era a me destinata l’ho lasciata cader dal mio capo per sempre! Non vi è rimedio; io ho perduto ogni cosa e la mia perdita è irreparabile! – E intanto quest’anima s’infiamma di nuovo ardore, prende nuovo slancio, ma invano! Ella si sente stringere e inchiodare nell’inferno dalle catene che non può spezzare. Chi può immaginarsi l’acerbità di questa tortura; sentirsi attratta e spinta senza posa verso il cielo e vedersi del continuo risospinta e ricacciata nell’inferno! Essa tende a Dio come a suo centro, si porta a Lui con foga impetuosa; le onde di un mare in burrasca che si accavallano, si urtano, si sospingono e rompono senza tregua contro gli scogli, sono una debole immagine dell’agitazione, del turbamento di quell’anima. Dove vai tu, anima colpevole”? Bada che tu voli dinanzi al tuo giudice, tu ti getti nelle braccia del tuo nemico, sotto i colpi di un Dio onnipotente e punitore! Ma no; né questi riflessi, né queste apprensioni, né i castighi che si prepara possono frenare il violento impulso che la trascina. Ella si slancia per necessità di sua natura e il peso della sua iniquità la fa ricadere sopra se stessa; trova nei suoi peccati un muro insuperabile ai suoi più impetuosi desideri. – Ella s’innalza portata dal bisogno immenso che ha del suo Dio e tutti i divini attributi da lei oltraggiati la respingono; Dio la respinge per l’odio necessario che porta al peccato. Ella tenta nuovamente la prova di slanciarsi verso Dio e la rapidità e persistenza dei suoi sforzi le fanno comprendere che era fatta per godere Dio; ne è rigettata e il peso del colpo che la stritola, le fa meglio intendere che ha obbligato Dio a respingerla. Tutto il suo essere, tutte le sue tendenze la trascinano al seno della divinità e quella mano medesima che imprime questi movimenti alla sua volontà, con invincibile forza la respinge da sé. Ella s’innalza per disperazione, Dio la respinge per giusta vendetta. Due terribili movimenti se la palleggiano continuamente: di qua è tratta irresistibilmente verso Dio per possederlo, lontana dai demoni e dal fuoco per schivarlo; di là è costretta a ricadere, respinta da Dio e tirata dai demoni. Essa si spinge senza posa verso Dio e Dio la respingo continuamente; essa fugge sempre dai diavoli e i diavoli la tengono sempre incatenata in fondo all’abisso. Dio al quale essa tende, la fugge; i demoni, ch’essa abbomina, l’abbracciano. Ella fugge se stessa senza potersi fuggire; sospesa tra Dio e i demoni, tra il colmo della felicità e il sommo della miseria; egualmente infelice e quando si sforza d’avvicinare la sorgente di ogni bene e quando n’è violentemente strappata; tanto tormentata quando esce di se stessa, come quando è obbligata a rientrarvi, ella trova il suo Dio senza poterlo possedere, lo desidera senza poter gustare la dolcezza dei suoi desideri; l’odia, senza assaporare il triste conforto che dà talora l’odio; passa dalle tenebre alla luce, dalla luce alle tenebre; va di abisso in abisso, di orrore in orrore; porta l’inferno verso il cielo e riporta l’immagine del cielo fin nell’inferno medesimo. 0 crudele tormento!

6ª Ogni sorta di mali. — Dice S. Cipriano: « Il reprobo, spoglio di ogni vestimento, sarà bruciato da fiamme incorruttibili; il ricco, oggi vestito di porpora, sarà abbandonato nudo all’attività di un fuoco divoratore. Le passioni troveranno il loro supplizio e il loro alimento eterno nei loro propri ardori; i miseri dannati saranno consumati in caldaie roventi. Ahi! Che luogo crudele è l’inferno! luogo di pianto, di gemiti, di singhiozzi. Il reprobo aspira e respira l’orribile incendio dell’abisso e delle fiamme che si slanciano furiose come da un cratere, nell’orrenda notte delle tenebre. Da monti di fuoco franano macigni ardenti su tutti e su ciascuno dei dannati e li schiacciano. Lave bollenti ed infiammate di zolfo e pece e bitume formano un torrente impetuoso che li trascina e travolge in fondo all’abisso, dove restano annegati e seppelliti, come Faraone e il suo esercito nei gorghi del Mar Rosso. Le fiamme ardenti che riempiono l’inferno ne uscirebbero, se trovassero uno spiraglio, ma siccome l’inferno è ermeticamente chiuso col sigillo del Dio vendicatore, le fiamme che ne arroventano la volta si curvano e ricadono su se stesse, avviluppando in mille guise i dannati» (Serm. de Ascens. Domin.). – « Il ricco venne a morte e fu sepolto nell’inferno», disse Gesù Cristo — Mortuus est dives et sepultus est in inferno ( Luc. XVI, 22). Vivendo, aveva sepolto l’anima nella gozzoviglia; eccolo ora morto, giacere nel sepolcro dell’inferno e chiedere per grazia una goccia d’acqua. « O ricco miserabile! esclama il Crisostomo, tu supplichi Abramo e tu t’inganni! Abramo non può darti nulla, né concederti nulla, ma può soltanto ricevere. Specchiamoci in questo ricco che abbisogna del povero!» (Concio. I, de Lazaro). Io brucio in quest’incendio, deh, mi sia data una sola goccia d’acqua! grida il crapulone disgraziato. Ma se il fuoco dell’inferno ti accende tutto intero, gli risponde S. Pier Crisologo, se le fiamme ti circondano, perché non domandi altro sollievo se non refrigerio alla lingua?… Ah, risponde il santo, perché è la sua lingua, quella lingua che insultava il povero e negava l’elemosina, è troppo più atrocemente tormentata che tutte le altre membra (Serm. CXXIV). « Egli implora, dice S. Agostino, una goccia d’acqua da colui che lo aveva pregato di una briciola di pane; la misericordia gli è negata a proporzione della sua avarizia. Questo ricco, sempre duro, sempre spietato, vuole ora venire in aiuto dei suoi fratelli; ma troppo tardi tenero e pietoso, non otterrà nulla di quello che domanda. Il povero Lazzaro si acquista la beatitudine con la stessa sua povertà; il ricco malvagio si procura l’infelicità col suo oro. O ricco! con che fronte implori tu una stilla d’acqua, tu che rifiutasti una briciola di pane? Tu avresti quello che domandi, se avessi donato quello che ti era chiesto» (Serm. CX, de Temp.). – Nell’altra vita, il ricco malvagio ha per palazzo l’inferno medesimo; per vivande il fuoco, lo zolfo, il fiele e rettili di ogni sorta; per profumi la più nauseante e insopportabile puzza; per amici, i demoni; per adulatori, manigoldi che lo flagellano; per sinfonia, pianti, strida, urli orrendi; invece di porpora è cinto di fiamme; zolfo e pece gli servono di vestimenta; ha per luce le tenebre, per compagnia i demoni i quali come cani arrabbiati, si mordono e lacerano tra di loro. Insomma tutti i membri del corpo, tutte le facoltà, tutte le potenze dell’anima, che furono strumento ai piaceri, sono tormentate da castighi e flagelli propri a ciascun senso e a ciascuna facoltà… – « Il reprobo, dice l’Apocalisse, beverà del vino dell’ira di Dio, mescolato col vino schietto nel calice della sua vendetta e sarà tormentato con fuoco e zolfo » — Bibet de vino iræ Dei, quod mixtum est mero in calice iræ ipsius, et cruciabitur igne et sulphure (Apoc. XVI, 10). Meditino i peccatori su queste frasi e vi troveranno i frutti e i castighi del peccato in queste pene: 1° Il dannato beverà il fiele della collera del Signore… 2° Questo fiele sarà senza goccia d’acqua, ossia di consolazione e farà le veci di ogni genere di supplizio… 3° Il reprobo si ciberà di fuoco e zolfo… 4° Sarà oggetto di scherno e di vitupero agli angeli ed ai santi, in presenza dell’Agnello… 5° Il fumo dei suoi tormenti esala per i secoli dei secoli… 6° Non godrà un istante di tregua… Considerando queste cose, dicano a se stessi: vorremo noi essere così pazzi, che per un sorso di miele ingannatore, per un piacere passeggero, ci anneghiamo in un mare di fiele? saremo così storditi, che per una soddisfazione vergognosa ci gettiamo a occhi chiusi per sempre nell’inferno? Ah no! non sia mai! quello che quaggiù diletta, passa in un attimo, quello che nell’inferno tormenta, dura in eterno: — Momentaneum quod delectat, æternum. quod cruciat (AUG., Serm. XC). – «L’inferno, scrive Ugo da S. Vittore, è un luogo che non si può misurare, è un baratro senza fondo, pieno di ogni sorta di dolori e di tutti i tormenti immaginabili» (Lib. IV, de Anim.). In esso è lo scolo di ogni feccia di ribaldi, di assassini, di adulteri, di ladri, ecc. … La vista è del continuo funestata da orribili spettri, da spaventosi fantasmi; la carne è assiderata dal più intenso freddo mentre divampa accesa d’inestinguibile fuoco. Oltre ciò, ogni passione vi trova il suo speciale castigo: il beone sarà arso da una sete divorante, e avrà per bevanda il fiele; l’orgoglioso sarà coperto di onta e di ignominia, di fango, di marciume; l’impudico ingoierà fuoco; il vanitoso vestirà sudici cenci; l’avaro sarà nella miseria; l’accidioso sarà eternamente stimolato, punzecchiato e senza riposo; la bellezza si muterà in ributtante laidezza; la potenza in schiavitù; la gloria in vitupero… Dio, secondo le energiche allegorie del Salmista, pioverà lacci sui miseri dannati, assegnerà per loro porzione il fuoco, lo zolfo e il turbinìo delle procelle, li abbevererà alla coppa di un’amara mistura; e della feccia di quel calice, che andrà qua e là spargendo, saranno costretti a bere tutti quanti i peccatori: — Pluet super peccatores laqueos; ignis et sulphur, et spiritus procellarum pars calicis eorum (Psalm. X, 6). — Calix in manu Domini vini meri plenus misto; fæx eius non est exinanita; bibent omnes peccatores terræ (Psalm. LXXIV, 7-8). Ecco l’orrendo quadro che dei terribili spettri infernali ci dà il Savio: « Là sono animali di generi non più veduti, di sconosciute forme, di inaudita ferocia; dalla bocca vomitano fuoco, dalle nari sbuffano nubi di denso fumo, sprizzano dagli occhi fiamme ardenti; con i morsi uccidono, col fiato appestano, la sola vista fa allibire di spavento » — Novi generis, ira plenas, ignotas bestias, vaporem igneum spirantes, fumi odorem proferentes, horrendas ab oculis scintillas emittentes, quarum non solum læsura poterat illos exterminare, sed et aspectus per timorem occidere (Sap. XI, 19-20). « Là tonfi di pietre che rotolano, muggire di belve, scorrazzare di animali, da cui rintrona fra quei monti di fiamme, un’eco spaventosa » — Sonus præcipitatarum petrarum, animalium cursus, mugientium valida bestiarum vox, resonans de altissimis montibus echo, defìcientes faciebant illos præ timore (Ib. XVII, 18). Tutto si rivolta contro i reprobi e muove loro accanitissima guerra… Nel mondo, il peccatore abusava di ogni cosa, tutto insozzava, tutto profanava; nell’inferno tutto gli si convertirà in istrumento di supplizio e di tortura … Immaginate quanti generi di tormenti, di strazi, di pene può inventare la più raffinata barbarie e pensate che, messe a confronto del fuoco e dei patimenti dell’inferno, non danno che una smorta immagine, un’ombra leggera della realtà. Là si avvera in tutta la sua crudezza ed estensione quella minaccia del Signore: « Accumulerò sopra di loro tutti i mali, lancerò contro di essi tutte le mie saette » — Congregabo super eos mala, et sagittas eas complebo in eis (Deuter. XXXII, 25). Li darò in cibo alle belve, li getterò preda al furore dei serpenti; saranno consunti dalla fame e serviranno di pasto agli uccelli di rapina (Ib. 24). – Nell’inferno è un continuo piangere, gemere, urlare, tremare della persona e digrignare i denti. E un oceano immenso di fuoco che si agita, s’innalza e si sprofonda; sono ondate di fiamme che s’incalzano, si accavallano, mugghiano e trascinano una turba di uomini e di demoni, che si sfiatano senza posa in strazianti e disperati lamenti. Bruciare nel fuoco, gridando mercé senza speranza; non poter né uscire, né muoversi di quella nera prigione, di quel tenebroso caos; essere guardato da manigoldi feroci, carico di catene, inseguito continuamente dai demoni con artigli da sparviere, flagellati a colpi di frusta; tuffati nelle fiamme, annegati i n un torrente di pece e zolfo; distesi su letti di carboni ardenti, inestinguibili; perseguitati dal verme roditore, da un giudice inesorabile; non trovare scampo, non sperare difesa da nessuna creatura, ma da tutte essere accusato: ecco la condizione dei dannati, esclama S. Cirillo Alessandrino (Orat, de Animæ excessu). I reprobi nell’inferno sono rosi dall’invidia, dalla, gelosia, dalla collera, dall’odio, dalla tristezza, dalle angosce, dai rimorsi, dalla disperazione… – La pena dell’inferno è pena lunghissima che si perde nell’eternità; è pena estesissima, che affligge tutti i sensi, tutti i membri del corpo, tutte le potenze, tutte le facoltà dell’anima; è pena altissima, che priva di Dio, del cielo, della felicità degli eletti; è pena profondissima, che crocifigge l’interno dell’anima, la inchioda in fondo all’abisso infernale… « O quanto è grande, esclama S. Prospero, la disgrazia di essere estraneo dall’ineffabile gioia della divina contemplazione, venire escluso dalla beata società dei santi, di non giungere mai alla cittadinanza del paradiso, di essere morto alla vita del cielo, di vivere per l’eterna morte; di essere cacciato per sempre, col dragone e con gli angeli suoi, nello stagno del fuoco, dove si trova la seconda morte, l’esilio, la dannazione, il supplizio della vita; di stare sepolto in mezzo a fiamme tenebrose, in un lago di fuoco che arde e non consuma mai, che abbrucia e agghiaccia a un tempo; di non vedere nulla e di soffrire tutti i tormenti immaginabili! Là sono gemiti incessanti, crocifissione perpetua, dolore infinito! Pensare a queste pene, vuol dire dare l’addio a tutti i vizi e ripudiare tutte le seduzioni delle passioni » (De Vita contemp. lib. III). – Nell’inferno, il fuoco punisce la lussuria dei reprobi; una tempesta di pietre infiammate fiacca la loro boria e il loro fasto; la fame castiga la loro golosità; la morte colpisce la loro vita empia e scandalosa; le zanne delle bestie feroci dilaniano la violenza e la tirannia con cui oppressero i poveri e le anime pie. Il leone li sbrana; lo scorpione li strazia; il serpente fa loro scontare la malignità e la gelosia che li ha travagliati. Onta, confusione eterna! Là i più ricchi non si distinguono dai pezzenti; i più alti giacciono nell’infimo luogo; i più saggi sono convinti di essere stati i più stolti; coloro che si stimarono di più sono i più disprezzati; i più vanitosi della loro bellezza sono i più schifosi; quelli che furono più profumati saranno i più fetenti; quelli che amavano dominare su tutti sono calpestati da tutti, ecc…. [1- Continua]

BUON ESEMPIO

BUON ESEMPIO

[E. Barbier: “I Tesoti di Cornelio Alapide”; S.E.I. Ed. Torino, 1930 – vol. I]

1. – Necessità del buon esempio. — 2. Eccellenza e vantaggio del buon esempio. — 3. Sublimi esempi di Gesù Cristo e dei Santi. — 4. Quanto sia vantaggioso il buon esempio dei superiori. — 5. Perché gli scandalosi criticano le persone edificanti. — 6. In che consiste il buon esempio. — 7. Ricompense dei buoni esempi.-
1. – Necessità del buon esempio. – S. Gregorio dice: « Insegna con autorità colui che predica prima con l’esempio, poiché non si ha confidenza in colui le cui opere contraddicono alle parole ». Pastori, padri di famiglia, maestri, magistrati, padroni, superiori, che forza avranno le lezioni, gli avvisi, le correzioni vostre, se mentre insegnate agli altri, non riformate voi medesimi? (Rom. II, 21). « Parlar bene e viver male è forse altra cosa, dice S. Prospero, che condannarsi di propria bocca? ». E S. Bernardo soggiunge: « Cosa mostruosa è l’accoppiare un’alta posizione ad una vita vituperosa; una bocca eloquente a mani oziose; molte parole a poco frutto; un volto grave ad un operare leggero; una grande autorità ad uno spirito incostante; una faccia seria ad una lingua frivola ». Chi insegna e non fa ciò che insegna, veniva dall’abbate Pastore (Vit. Pat.) rassomigliato ad un pozzo che fornisce acqua a chi ne vuole, che lava le immondezze, e non può purificare se medesimo. È ancora simile alle pietre che lungo le strade indicano ai viaggiatori il cammino che devono seguire ed esse intanto se ne rimangono sempre fisse al loro luogo: « Bisogna, secondo l’avviso di S. Paolo, che noi rinunciamo alle opere delle tenebre, e ci vestiamo delle armi della luce » (Rom. XIII, 12) : « poiché siamo fatti spettacolo agli occhi del mondo, degli Angeli, degli uomini » (I Cor. IV, 9). « Noi siamo debitori, scrive S. Bernardo, del buon esempio verso il prossimo, e della buona coscienza verso noi medesimi ». La stessa cosa già inculcava S. Paolo ai Tessalonicesi, esortandoli a camminare per la via del bene per edificare coloro che erano tuttora fuori della Chiesa (1 Thess. IV, 12). E scrivendo agli Ebrei, insiste che si esortino vicendevolmente al bene finché dura quello che la Scrittura chiama, Giorno d’oggi, affinché non avvenga che alcuno sedotto dal peccato dello scandalo, rimanga indurato nella seduzione della colpa (Hebr. IlI, 13). Bisogna predicare Gesù Crocifisso più con l’esempio che con le parole. Viviamo di buone opere, perchè invano possederemmo la terra, se non la coltivassimo; essa non ci porterebbe frutto. « Comandiamo con l’esempio, dice S. Atanasio, e persuadiamo con la lingua ». « Quando le nuvole sono piene, scaricano piogge su la terra », leggiamo nell’Ecclesiaste (Eccle. XI, 3). Queste nuvole figurano gli uomini che non cessano di dare buon esempio. Fecondati dalla grazia del Signore, essi fanno il bene, spandono la vita sul loro cammino, mitigano l’ardore delle passioni, irrorano le anime aride e fanno loro produrre frutti abbondanti ed eccellenti di vita. « Chi ha l’ufficio di ammaestrare e guidare ed educare alla virtù i popoli, deve mostrarsi santo in tutto, ed in nulla riprensibile. Infatti chi ha da biasimare i peccati altrui, dev’essere senza macchia; perciò lasci d’insegnare il bene, colui che non si cura di praticarlo ». Anzi v’ha ben di peggio per questo tale; perché, come bene osserva S. Giovanni Crisostomo, « malamente vivendo egli indica, per così dire, a Dio il modo con cui deve condannarlo. Severo giudizio toccherà a colui che si studia di parlare bene, ma non pensa a viver bene. Comandare e non eseguire è un atteggiarsi a ipocrita e buffone. Dio ci ha scelti perchè risplendessimo: noi dobbiamo essere modelli. Sia lo splendore della nostra vita una pubblica scuola ed esemplare d’ogni genere di virtù ». Chi non pratica le cose che va insegnando, non è utile agli altri; anzi nuoce loro e condanna se stesso, perché, come dice la Scrittura, il Signore ha imposto a ogni uomo il dovere di procurare la salute del prossimo col buon esempio (Eccli. XVII, 12).» Bisogna che la pubblica stima renda testimonianza delle nostre azioni», dice S. Ambrogio; perché, come soggiunge S. Tommaso, « non si può a meno che disprezzare le parole di colui che ha costumi spregevoli ». Quindi S. Agostino esclama: « O voi che siete cristiani, date al prossimo degli esempi che diano la vita non la morte ».
2.- Eccellenza e vantaggio del buon esempio. — Su quelle parole del Cantico: «Io sono il fiore dei campi ed il giglio delle valli» S. Bernardo lasciò scritto: « Anche i costumi hanno i loro colori e i loro odori : il colore agli occhi della coscienza, l’odore nella fama. Il colore viene all’opera tua dalla bontà e dalla purità d’intenzione, l’odore dall’esempio di modestia e di virtù. Il giusto è in sè un giglio candido, e per il prossimo, un giglio odoroso ». Che cosa è la rosa? è la grazia della primavera: Che cosa è il buon esempio? la grazia della virtù, o, come lo chiama S. Paolo, « una parola di vita che mena alla gloria » (Philipp. II, 16). Dagli atti del corpo si conosce l’anima: i movimenti dell’uno sono la voce dell’altra. Col buon esempio si stimolano coloro coi quali si vive, a vigilare sul loro esteriore ed interiore; su gli occhi, su la lingua, su le orecchie, su le mani, sui piedi, su la mente, sul cuor loro. L’uomo che edifica gli altri col suo esempio è, al dire di S. Bernardo, un serbatoio riboccante, un canale che mena in abbondanza le acque della virtù (Serm. in Cantic.). Ed il pagano Seneca già notava nelle sue Lettere che « breve ed attraente è la strada dell’esempio, lunga e disgustosa quella dell’insegnamento ». Nulla può paragonarsi al modello che offre il cristiano virtuoso. A lui ci è lecito applicare quel detto del real Profeta a Dio: «Nella vostra luce noi vedremo la luce » (Psalm. XXXV, 10); infatti alla luce dei buoni esempi l’uomo scorge la bellezza della virtù e si sente stimolato a praticarla. Può dirsi del buon esempio che, a somiglianza di Gesù Cristo, esso rischiara ogni persona che viene in questo mondo; e di colui, che coi buoni esempi esala il profumo delle virtù, si può ripetere ch’egli è la via, la verità, la vita. Come del sole il quale diffonde nel suo corso per ogni dove torrenti di luce (Eccle. I, 6), il buon esempio risplende di meravigliosa bellezza, riscalda, feconda, vivifica tutto ciò che avvicina: è, come dice il Crisostomo, un’argomentazione a cui non si può contrastare. Quindi S. Gerolamo vede nella vita dei Santi una interpretazione chiara e incontrastabile delle Scritture sante. Tertulliano chiama il cristiano, un compendio del Vangelo; e S. Gregorio vede un gran dottore in colui che splende di molta santità p. La luce che spandono i giusti riempie di gioia il cuore (Prov. XIII, 3) e sgomina e atterra il demonio, il mondo, le passioni, perché le tenebre non possono sostenere la luce, dice S. Bernardo. Gedeone nascose delle lampade in vasi di creta, ma all’ora del combattimento rompe i vasi, e con la luce che improvvisamente risplende, spaventa il nemico, lo vince e lo mette in fuga. Le sorgenti d’acqua viva zampillano continuamente per dissetare e rinfrescare quelli che se ne vogliono giovare; ma se alcuno non vuole approfittarne, non lasciano perciò di scaturire. Il medesimo avviene del buon esempio… Il Concilio di Trento chiama il buon esempio una specie di predicazione continua; e S. Agostino dice che « la vita del cristiano ha da essere una predica di salute, perché i buoni esempi mandano fuori una voce più sonora e più potente che qualunque tromba ». E Gesù Cristo disse: «Risplenda la luce vostra in faccia agli uomini, sì, che essi vedano le vostre buone opere e diano gloria al Padre vostro che è ne’ Cieli » (Matth. V, 16), Il buon esempio dissipa le tenebre, apporta viva luce, traccia la retta strada. La virtù e le buone opere sono chiamate luce, 1° perché sono nate per la luce divina e illuminano gli uomini; 2° perché hanno origine da Dio, vera luce. Il buon esempio, dice S. Paolo, apporta la pace e la felicità e a chi lo dà e a chi lo riceve (Philem. 7) : trae a conoscere, amare, servire e glorificare Dio, soggiunge S. Pietro (1 Petr. II, 12). Per il buon esempio si osservano, si fanno osservare i comandamenti divini, aggiunge la Sapienza, e quindi l’uomo conserva se stesso e gli altri, illesi da ogni male (Sap. XIX, 6).
3.- Sublimi esempi di Gesù Cristo e dei Santi. — Gesù Cristo ha dato, in ogni istante della sua vita, al mondo intero i più sublimi esempi d’ogni genere di virtù; perciò l’Apostolo ci sprona a rivestirci di Gesù Cristo (Rom. XIII, 14). Gesù Cristo è nostra forza, nostra vita, nostro sposo, nostro cibo, nostra bevanda, nostro padrone e padre e fratello, nostro coerede e nostra eredità, nostra dimora ed ospite ed amico, nostro medico e medicina, nostra salute, ricchezza, luce e gloria, il sacerdote per antonomasia, la sorgente della grazia, della vita e della verità (Ioann. XIV, 6); sorgente da cui scaturisce l’abbondanza delle acque divine che dissetano le anime dei fedeli; visita la terra, l’innaffia e la feconda. Imitiamolo con una santa vita, così che possiamo ripetere, con S. Paolo, a chi ci vede: « Siate imitatori miei, come io lo sono di Cristo » (I Cor. XI, 1). Inspiriamoci agli esempi del Redentore e saremo di edificazione al nostro prossimo. « Teniamo fisso lo sguardo, dice l’Apostolo, nell’autore della nostra fede » (Hebr. XII, 2). « Gesù Cristo cominciò a fare, poi a insegnare », ci dicono gli Atti Apostolici (Act. I, 1). Così deve regolarsi il cristiano affinché ognuno si specchi in lui con piacere, desideri stargli dappresso, intenderlo, imitarlo, ed affinché gli uomini, vedendolo, credano di vedere un altro Gesù Cristo. Il cristiano è degno di questo nome, a misura che imita e presenta in sè Gesù Cristo; fuori di questo, il nome che porta è una parola vana… Il Redentore attestò di S. Giovanni Battista, che egli era « una lampada ardente e splendida » (Ioann. V, 35). E S. Bernardo fa la seguente osservazione : Vana cosa è il risplendere solamente, ma nulla il solamente ardere; ma ardere e risplendere insieme è la perfezione. S. Giovanni Battista era una lampada ardente e splendente; e non prima splendente poi ardente, ma prima ardente e poi splendente. La sua luce proveniva dal fervore che l’infiammava, e non già il fervore nasceva dalla luce che diffondeva. Per ciò vanità ed errore è il brillare per io splendore dell’ingegno, ed intanto essere privo del fuoco della pietà. S. Gregorio Nazianzeno dice di S. Basilio, che la parola di lui era tuono, perchè la sua vita era folgore ». I Santi spandono il buon odore di Gesù Cristo; e questo è « odore di vita che risuscita i popoli », come si esprime S. Paolo (lI Cor. II, 15-16). Più si pestano gli aromi, e più spandono all’intorno grato odore; così, più Gesù Cristo, gli Apostoli, i Martiri, i Confessori, e tutti i Santi furono pigiati e pesti dalle tribolazioni e dalle persecuzioni, più abbondante sparsero il soave e divino odore del buon esempio e d’ogni virtù. Ad imitazione del grande Apostolo, tutti i Santi hanno fatto il bene non solamente innanzi a Dio e per Iddio, ma ancora in faccia agli uomini e per la salvezza loro (Il Cor. VIII, 21). S. Bernardo racconta del santo vescovo Malachia, che non muoveva membra senza che lo spingesse una ragione, e mirasse all’edificazione del prossimo. S. Luciano, prete e martire, convertì un gran numero di pagani con la modestia, serenità e pietà del suo sguardo. E di lui si narra, come essendo venuto alle orecchie dell’imperatore Massimiano per relazione di parecchie persone, che il volto suo inspirava tanto rispetto ed amore, che se egli l’avesse veduto si sarebbe fatto cristiano, gli fece velare il capo, per timore che quella vista convertisse lui e gli assistenti (Babon. Ann.). Udite S. Gregorio: In Abele contemplate uno specchio d’innocenza, in Enoch un modello di purità d’intenzione. Noè ci stimola col suo esempio a perseverare e non lasciarci mai cadere di speranza; Abramo ci addita fin dove deve spingersi la nostra obbedienza; Giobbe ci insegna la costanza nelle traversie; Mosè quale dev’essere la dolcezza e la mansuetudine. Così i Santi splendono, come stelle nel firmamento, per illuminarci e additarci la via delle buone opere, che è quella del Cielo. Quanti Santi Dio ha fatto, altrettanti astri splendenti ha creato per fugare le tenebre che avviluppano i peccatori (Lib. moral). Dopo ciò s’intende il senso di quelle parole di S. Paolo agli Ebrei: « Poiché siamo circondati da così gran numero di testimoni, liberiamoci di tutto ciò che ci pesa, spezziamo i legami del peccato, e corriamo mediante la pazienza, nell’arena che ci sta aperta dinanzi» (Hebr. XII, 1). Chi aspira alla santità, consideri la vita dei Santi, imiti i loro esempi, attinga al fuoco ed alla smagliante chiarezza di questi astri divini la luce dello spirito e la fiamma del cuore. A imitazione de’ Santi il cristiano procura, come dice S. Gregorio, di difendere con le parole il suo modo di vivere, e di far parere belle, con l’esempio della vita, le sue parole, non guardando in tutto questo alla sua gloria, ma a quella di Dio e alla salute del prossimo; e appunto perchè mira soltanto a questo doppio scopo, la gloria gli tien dietro e lo circonda, come dice S. Gerolamo di Santa Paola: Ella fuggiva la gloria, e la gloria la seguiva… «La vita del giusto, leggiamo ne’ Proverbi, somiglia al sole nascente il quale s’avanza e cresce fino alla pienezza del giorno » (Prov IV, 18). « Il cristiano persuade ancora prima di parlare, soggiunge il Crisostomo, a quel modo che lo splendore del sole fuga le tenebre al primo suo spuntare sull’orizzonte ». « I giusti sono gli angeli della terra, sono divinità provviste di corpo… L’occhio di Dio li contempla amoroso, dice l’Eaclesiastico, li esalta a misura che s’abbassano : e molti, dopo di averli osservati, cominciarono a onorare Dio » (Eccli. XI, 13). Il Papa Clemente VI nota, ad elogio di S. Tommaso d’Aquino, come egli fosse l’esemplare d’ogni virtù, perché ogni suo membro dava un insegnamento particolare : gli si leggeva la semplicità negli occhi, la bontà sul viso, l’umiltà nel suo modo di ascoltare; aveva la sobrietà nel gusto, la verità nella bocca; tutto all’intorno spandeva un profumo di virtù; irreprensibili ne erano le azioni, liberale la mano, grave il portamento, riserbato e grazioso il tratto, pietoso il cuore, splendido e acuto l’ingegno. La sua bontà era affettuosa, l’anima santa e ardente di carità. Fu, in una parola, il ritratto del cristiano esemplare, l’immagine vivente della virtù. S. Bernardo dice di S. Andrea apostolo, che « su la croce predicava Gesù Cristo crocefisso »; e Tertulliano, parlando dei primi cristiani, afferma che « coprivano di vergogna il vizio, con la sola loro presenza ».
4. – Quanto sia vantaggioso il buon esempio dei superiori. — Del Centurione sta scritto nel Vangelo, che credette lui e tutta la sua famiglia (Ioann. IV, 53). « L’anima mia, cantava il Salmista, servirà Dio e i miei posteri m’imiteranno » (Psalm. XXI, 31). Un pastore, un re, un magistrato, un padre di famiglia, un padrone, ecc. che danno buon esempio, procurano la gloria di Dio…, il trionfo della religione… la salute delle anime…; vedete Costantino…, Carlomagno…, S. Luigi.,. Portatevi a quella casa governata da un padre, da una madre edificanti… Che ordine, regolarità, felicità, ecc. Quanto disastrose non sono, al contrario, le conseguenze del cattivo esempio!
5. Perché gli scandalosi criticano le persone edificanti. — « Non vi prenda meraviglia, o fratelli, diceva S. Giovanni, se il mondo vi odia » (I Ioann. III, 13). Cinque sono i motivi che spingono i malvagi a criticare e condannare le persone edificanti. Il primo è la dissomiglianza de’ costumi; perchè se la somiglianza inclina all’amore, la difformità induce all’odio. II secondo è l’invidia… Il terzo è il dispetto che provano i mondani, vedendo i cristiani separarsi da loro e fuggire la loro compagnia. Il quarto è che non possono sostenere i rimproveri delle persone virtuose, poiché queste, con la loro vita, sono una severa condanna della malvagia condotta. Il quinto sta nell’opposizione che esiste tra i figli del secolo ed i santi; quelli son gonfi d’amor proprio, questi non si muovono che per amor di Dio.
6. In che consiste il buon esempio. — La perfezione del buon esempio si trova in quella esortazione di S. Paolo ai Romani: «Vestitevi di Gesù Cristo » (Rom. XIII, 14); e vestirsi di Gesù Cristo vuol dire, insegna il Crisostomo, rappresentare Gesù Cristo in tutte le nostre azioni con la santità e la mansuetudine (Homil. ad pop.). Sia dunque il cristiano un ritratto fedele, una viva immagine di Gesù Cristo; è questo per lui un sacro dovere solennemente contratto al fonte battesimale : là egli si è obbligato a rappresentare Gesù Cristo nella sua vita, nelle sue opere, nel suo esteriore, in tutto se stesso insomma. È cosa certa che tutti i cristiani dovrebbero essere altrettanti Cristi per l’imitazione e l’esempio; poiché ci avverte S. Gerolamo : « dover la vita e la conversazione del cristiano essere ordinata in modo che ne’ suoi gesti, nei portamenti, nelle azioni tutte traspiri la grazia celeste ». « Fate ogni cosa senza mormorazioni né dispute, scriveva il grande Apostolo ai Filippesi; affinché siate irreprensibili e sinceri figli di Dio, scevri di colpa in mezzo ad una nazione prava e perversa tra cui risplendete come luminari nel mondo, portando la parola di virtù » (Philipp. II, 14-16). S. Ambrogio così commenta queste parole: L’Apostolo avverte i cristiani e loro intima che ricordino la loro professione e vi corrispondano, affinché splendano tra gli increduli, come il sole e la luna in mezzo alle stelle, e servano con la vita, con le parole, con i costumi, di modello a chi li guarda (In Epl. ad Philipp.). «L’Apostolo, dice il Crisostomo, esorta i cristiani a gettare luce e splendore nelle tenebre del secolo, come altrettanti astri ». « Vuole, soggiunge S. Anseimo, che siano astri i quali, fissi nel Cielo, non sono punto solleciti di quello che avviene su la terra, ma intendono unicamente a compiere il loro corso e a illuminare il mondo ». Noi dobbiamo essere fari che rischiarano e guidano al porto i navigatori erranti nella notte e fra le tempestose vicende del mondo aiutarli ad evitare il naufragio e a tener la prora volta alla città santa: dobbiamo somigliare a quella donna dell’Apocalisse, immagine della Beata Vergine e della Chiesa, la quale è vestita di sole con la luna sotto i piedi ed una corona di dodici stelle attorno il capo (Apoc. XII, 1). Sia calma la voce, modesto il portamento, decente l’atteggiamento, circospetto il tratto, dimesso lo sguardo, la mente nutrita di buoni pensieri, l’anima al Cielo. Imitiamo i Tessalonicesi a cui lode S. Paolo scriveva: « Voi siete stati esempio a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. Poiché da voi si divulgò la parola di Dio non solamente per la Macedonia e l’Acaia, ma di più per ogni luogo si propagò la fede che voi avete in Dio, tanto che non occorre che ne parliamo… Tutti raccontano il buon successo da noi ottenuto in mezzo a voi, e come vi convertiste dagli idoli a servire il Dio vivo e vero e ad aspettare il Figliuolo di lui dal Cielo (cui Egli risuscitò da morte), Gesù, il quale ci sottrasse all’ira che è per venire » (I Thess. I, 7-10). Dei Romani il medesimo Apostolo attestava che la loro fede era celebre su la bocca di tutto il mondo (Rom. I, 8); esortava il discepolo Timoteo ad essere esempio di carità, di fede, di castità ai fedeli, nei discorsi e nel tratto (I Tim. IV, 12); e animava gli Ebrei a vigilarsi vicendevolmente per provocarsi alla carità e alle buone opere (Hebr. X, 24). Finalmente suggeriva a Tito che si mostrasse modello di buone opere in tutto, con la dottrina, con la purità dei costumi, con la gravità (Tit. II, 7). Anche Socrate ordinava a’ suoi discepoli di acquistare e praticare queste tre virtù: 1° la prudenza; 2° il silenzio; 3° la modestia (Anton, in Meliss.). Quando per la prima volta si trattò di scegliere e stabilire de’ diaconi, gli Apostoli ammonirono i fedeli che cercassero e scegliessero di mezzo a loro sette persone d’integra fama, piene di Spirito Santo e di prudenza (Act. IV, 3). Il buon esempio richiede che noi viviamo in qualche modo come S. Bernardo il quale così ci fu dipinto da uno storico : La serenità brillava sul suo viso, la modestia regolava il suo portamento, la più consumata prudenza informava le sue parole: cauto nelle imprese, assiduo nell’orazione, pio nella meditazione, grande nella fede, fermo nella speranza, infiammato di carità, egli portava come speciale contrassegno un’umiltà profonda ed una pietà tenerissima. Prudente nei consigli, utile negli affari, lieto tra gli insulti, sempre pronto a far servigi, di costumi soavissimi, santo per i suoi meriti, egli era pieno di saggezza, di virtù e di grazia presso Dio e presso gli uomini. « Bisogna, dice S. Agostino, che gli adoratori e servi di Dio siano così mansueti, gravi, prudenti, pii, irreprensibili, immacolati, che chiunque li incontri li ammiri, e dica: Costoro son tutti dei ». Non per gli ornamenti del corpo, ma per quelli dell’anima, che sono la modestia e l’innocenza, noi dobbiamo distinguerci. A proposito di quella sentenza di Gesù Cristo, « portate nelle vostre mani lampade ardenti» (Luc. XII, 35), S. Gregorio scrive: « Noi abbiamo in mano lampade ardenti, quando per mezzo di buone azioni porgiamo agli altri luminosi esempi ». Udite ancóra S. Giovanni Crisostomo e S. Martino, il primo de’ quali ci dice che, « bisogna condurre una vita incolpata, affinché chi ci osserva, veda in noi e nella vita nostra uno specchio tersissimo. Potremmo quasi far a meno delle parole, se la nostra vita splendesse di santità ». Il secondo poi vorrebbe che dalla bocca nostra non uscissero che parole di pace, di castità, di carità, di religione; che il mondo vi trovasse ben di rado eco, e spesso vi risuonasse Cristo. Si possono anche applicare ai laici quelle prescrizioni che indirizzava al Clero il Concilio di Trento: «E assolutamente necessario che i chierici, chiamati al servizio del Signore, regolino così rettamente la vita ed i costumi loro, che e nel vestire, e nel trattare, tutto in essi spiri gravità, compostezza, religiosità, affinché quanti li osservano si sentano attratti dalle loro azioni a venerarli ».
7. Ricompense dei buoni esempi. — « Quelli che hanno la scienza, leggiamo in Daniele, rifulgeranno come la luce del firmamento, e quelli che insegnano a molti la giustizia, risplenderanno come stelle per tutta l’eternità» (Dan. XII, 3). Ora, il segno più incontrastabile e chiaro della vera scienza, ed il miglior mezzo d’istruire, consiste nel menare una vita esemplare… Per il buon esempio noi otteniamo quaggiù la pace, la grazia, una buona morte, e, nell’altro mondo, una felicità imperitura.

L’AGONIA DI GESU’: Primo VENERDI’ di Quaresima

Soldati di Cristo, ma … con la “spada dello Spirito”!

Ci sono taluni che pensano sia il caso di ripristinare gli “Ordini Militari” dell’epoca medioevale, allo scopo di difendere la Fede cattolica e la Chiesa dai suoi nemici, con l’impiego di armi letali. – Ora è ben noto che gli Ordini Militari nel Medioevo abbiano svolto un  ruolo importante allorquando la Chiesa Cattolica aveva milioni di fedeli, ed i monarchi che li sostenevano erano Cattolici. Di solito il sostentamento degli Ordini Militari era fornito mediante la direzione ed il contributo generoso di persone facoltose, le quali offrivano le loro proprietà ed i loro beni diventando cavalieri, e dalle autorità civili che erano davvero zelanti cattolici. – Inoltre, quando parliamo di Ordini Monastici Militari del Medioevo, dovremmo ricordare una sfumatura importante: sì, è vero che i Papi talvolta approvavano gli Ordini Militari, e persino chiedevano agli uomini, ad esempio, di difendere la Terra Santa e gli Stati Cristiani in Europa dall’invasione dei musulmani. Ma altre volte i Papi proibivano e persino scioglievano gli Ordini Monastici già esistenti. I Papi hanno fatto questo, perché gli Ordini Militari non sono un dogma di Fede, e non c’è un grave dovere per i fedeli di diventare membri di tali ordini. Gli Ordini Militari non erano un mezzo di salvezza delle anime, bensì uno strumento temporale per l’una o per l’altra situazione terrena. – Ma, oggi, nella situazione cioè in cui la Chiesa Cattolica è in minoranza e persino “in eclissi”, tutte le sue chiese, i monasteri, gli ospedali, le scuole, le terre ecc. sono già state espropriate, usurpate, e non sono più di proprietà della Chiesa stessa, ed inoltre non c’è nemmeno un Monarca cattolico che sarebbe in grado di sostenere la Chiesa Cattolica; la situazione pertanto è completamente diversa, e quindi ciò che era possibile nel Medioevo, oggi è assolutamente impossibile. – Ma le circostanze storiche nelle quali ci troviamo, hanno una relativa importanza! Dio non ha bisogno di difendere la Sua Chiesa e la sua fede per mezzo di una spada, di una pistola o di un plotone di artiglieria. In realtà Dio non ha bisogno del nostro aiuto, vuole solo la nostra umile collaborazione per diffondere il Suo Vangelo. Egli vuole non che lo difendiamo, ma vuole difenderci Lui stesso dai nostri peccati. Non noi, ma Lui è venuto per salvarci dai nostri peccati. – Nostro Signore Gesù Cristo stesso non ha tollerato l’attività “cavalleresca” di San Pietro, che, anche per motivi soprannaturali, ha voluto difenderlo con la spada: “Ed ecco, uno di quelli che erano con Gesù, allungando la mano, estrasse la sua spada; e colpendo il servo del sommo sacerdote gli tagliò l’orecchio destro. Allora Gesù gli disse: Rimetti la tua spada al suo posto; poiché tutti coloro che metteranno mano alla spada periranno per mezzo della spada (chi di spada ferisce di spada perisce!). Pensa, non potrei Io forse chiedere aiuto al Padre Mio, Lui manderebbe immediatamente più di dodici legioni di Angeli?”(San Matteo XXVI: 51-53). – “Allora Simon Pietro, impugnando una spada, la estrasse e colpì il servo del sommo sacerdote tagliandogli l’orecchio destro. E il nome del servo era Malco. Quindi Gesù disse a Pietro: riponi la spada nel fodero. Il calice che mio Padre mi ha dato, non lo berrò?”(San Giovanni XVIII: 10-11). – Gesù Cristo non solo ha comandato a San Pietro di “riporre la spada nel fodero”, ma ha anche guarito il servo del sommo sacerdote, che era suo personale acerrimo nemico: “E quando gli toccò l’orecchio, lo guarì” (San Luca XXII:51). Sembra incredibile, ma quello è stato un fatto vero della vita terrena del Nostro Salvatore. – Ai nostri giorni, i doveri di difendere la Fede e di sconfiggere i nemici della Fede, della Chiesa e di Dio stesso, sono principalmente di matrice spirituale, da attuarsi mediante le armi spirituali. – E a tal proposito, vediamo come gli stessi doveri obbligavano i Cristiani fin dall’inizio della Chiesa. San Paolo Apostolo, “un ambasciatore in catene”, insegna: “In tutte le cose prendi lo scudo della fede, con cui potresti essere in grado di spegnere tutti i più feroci dardi infuocati. E prenditi l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito (che è la parola di Dio)” (Agli Efesini VI: 16-17). – Nostro Signore non ha dato alla Sua Chiesa un comandamento per uccidere le persone, ma ha dato alla Sua Chiesa il sommo Comandamento: “Andando, dunque, insegnate a tutte le nazioni; battezzando nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando ad osservare tutte le cose che vi ho comandato.” (San Matteo 28: 19-20). – Inoltre, il Catechismo Cattolico, la Teologia Morale, la Teologia dogmatica, ecc. non dicono nulla sugli Ordini Militari come mezzo di salvezza delle anime. – Ad esempio, il Catechismo Cattolico insegna che la cosa principale per l’uomo sia la salvezza mediante le buone opere e l’unione dell’anima a Dio. “Le buone opere sono necessarie per la salvezza. Le opere buone più gradite agli occhi di Dio e le più raccomandate sono queste: la preghiera, il digiuno e l’elemosina. – La preghiera, il digiuno e l’elemosina sono i mezzi principali per raggiungere la perfezione, perché combattono i tre appetiti malvagi: la concupiscenza della carne, la concupiscenza degli occhi e l’orgoglio della vita; così l’anima è in grado di elevarsi più liberamente a Dio!

Le virtù che uniscono la nostra anima a Dio sono le tre virtù teologali: Fede, Speranza, Carità. Riceviamo le tre virtù teologali per renderci capaci di eseguire buone opere contemporaneamente con la grazia santificante.

Le principali virtù morali sono le sette virtù capitali: umiltà, obbedienza, mitezza, liberalità, temperanza, castità, benignità. – Tutte le virtù morali derivano dalle quattro virtù cardinali: la prudenza, la giustizia, la temperanza e la fortezza (Sap. VIII).

La più grande e più nobile di tutte le virtù è la carità”.

Quindi, per essere salvati e per difendere la Fede, cioè per praticarla nella vita quotidiana, i Cattolici non sono obbligati ad unirsi a nessun Ordine Militare, devono semplicemente osservare i Comandamenti di Dio ed i precetti della Sua Chiesa. – Coloro che vogliono essere soldati di Cristo, zelanti difensori della fede cristiana, dovrebbero ricevere il Sacramento della Cresima. La teologia morale infatti, insegna riguardo al Sacramento della Cresima: “La Confermazione o Cresima è il Sacramento per mezzo del quale, attraverso l’imposizione delle mani, l’unzione del Sacro crisma ed il proferimento di determinate parole sacre, un battezzato riceve lo Spirito Santo per confessare fermamente la sua fede con parole e azioni” – “Gli effetti della Cresima sono: un aumento della grazia santificante e dei Doni dello Spirito Santo, un rafforzamento della fede per combattere i nemici della salvezza e l’impressione di un carattere indelebile che segna il destinatario come un Soldato di Cristo” . “… Peccano gravemente, tuttavia, coloro che rifiutano  di essere confermati per disprezzo”. – Quindi, come vediamo, secondo l’insegnamento di Nostro Signore Gesù Cristo e della Sua Chiesa Cattolica, è possibile ed anzi è obbligatorio essere un Soldato di Cristo, ma non c’è alcun obbligo  di essere membri di un Ordine Militare di stampo medievale. Inoltre è assolutamente chiaro e comprensibile dall’insegnamento dottrinale, che al di fuori di tali Ordini Militari c’è la salvezza, ma non c’è salvezza al di fuori della Chiesa Cattolica. – Qualcuno potrebbe forse obiettare che, essendo cittadini di uno stato terreno, abbiamo il dovere di difendere le nostre famiglie e la nostra patria terrestre, prendendo parte ad un servizio militare. – Sì, è questa un’affermazione corretta. I cittadini, in particolare gli uomini atti, soggetti al servizio militare, hanno il dovere (o in certi casi la vocazione) di difendere i confini di uno stato terreno mediante una spada mortale. Ma questo è un altro tema. – Al di sopra di tutti i doveri e delle vocazioni terrene, attraverso il Sacramento del Battesimo abbiamo ricevuto la vocazione soprannaturale di diventare cittadini dello Stato Celeste, e inoltre, tramite il Sacramento della Confermazione, di essere Soldati di Cristo, il cui compito è difendere il Regno di Cristo senza confini mediante “la spada dello Spirito”. – Essere difensori della madrepatria temporale per mezzo delle micidiali armi di guerra, è una nobile e grande vocazione per gli uomini Cattolici che siano in grado di svolgere questo servizio militare. Ma la più nobile e la più grande vocazione di ogni Cattolico in tutti i tempi, è essere cavalieri e crociati per mezzo della “spada dello Spirito” per diffondere il Regno Perpetuo di Cristo. Questa Vocazione era un obbligo all’inizio, e tuttora ancora lo è, e lo sarà fino al compimento del mondo, fino alla Seconda Venuta di Nostro Signore Gesù Cristo.

Fr. UK [sac. della Chiesa Cattolica, una cum Gregorio XVIII].

(trad. redaz. di G. d. G.)

MEDITAZIONI: II settimana dopo l’EPIFANIA

Nella seconda settimana dopo l’Epifania

[A. Carmagnola: “Meditazioni”, vol. I, SEI ed. Torino, 1942]

MEDITAZIONE PER IL LUNEDI.

Sopra la santificazione delle nostre azioni.

Mediteremo sopra la santificazione delle nostre ordinarie occupazioni, e riconosceremo come da essa specialmente dipenda la nostra santificazione, essendo questa la volontà di Dio, avendo a ciò l’esempio di Gesù Cristo e dei Santi, e così insegnandoci la stessa ragione. C’immagineremo il benedetto Gesù, che adempie così perfettamente ognuna delle sue ordinarie azioni da attirare le compiacenze del suo Padre celeste. Lo adoreremo pregandolo di concederci la grazia che possiamo compiere anche noi così perfettamente le nostre consuete occupazioni da meritare la compiacenza sua.

PUNTO 1°.

Volontà di Dio per la nostra santificazione.

Il Signore, chiamandoci a vivere una vita in modo speciale consacrata a Lui e somministrandoci perciò specialissimi aiuti, non l’ha fatto per altro fine se non perché ci facciamo santi. – E per farci santi dobbiamo fare le opere buone. Ma queste buone opere non sono già principalmente le straordinarie e grandi, ma bensì le ordinarie e comuni; poiché, volendo Iddio la santificazione di tutti e non essendo da tutti il compiere opere straordinarie e grandi, nelle buone opere ordinarie e comuni deve star riposta anzitutto la santificazione nostra. È dunque volontà di Dio che noi ci santifichiamo santificando le nostre consuete occupazioni. Potrebbe Egli renderci più facile l’opera della nostra perfezione, dal momento che per essa Egli non vuole altro se non che facciamo bene ciò che abbiamo da fare tutti i giorni? Ricordiamoci bene essere scritto che si chiederà di più da chi ha ricevuto di più. Avendo noi ricevuto la vocazione ed elezione ad una vita perfetta, ed essendo forniti da Dio di tanti aiuti per conseguirla, saremmo ben ingrati se non eseguissimo la volontà di Dio, attendendo seriamente a farci santi col santificare le nostre ordinarie occupazioni.

PUNTO 2°.

Esempio di Gesù Cristo e dei santi.

Gesù Cristo e i santi in generale hanno messo la loro santità nella santificazione delle occupazioni ordinarie convenienti al loro stato e alla loro condizione. Gesù Cristo durante i trent’anni della sua vita privata non fece niente di straordinario agli occhi del mondo; ma dal mattino alla sera attendeva a lavori e ad occupazioni assegnatigli da Maria e da Giuseppe, e il tutto Egli compiva perfettissimamente, mostrando sempre così negli atti esteriori, come nelle disposizioni interiori, quella sublime santità, che era l’oggetto della compiacenza del suo Padre celeste. – Dopo Gesù Cristo non vi furono santi maggiori di Maria e di Giuseppe; ma la loro santità attese massimamente a far bene le azioni comuni e semplici del loro stato. Tutti gli altri santi in generale si sono studiati di santificare le opere consuete della loro vita, facendole in modo che fossero veramente grate a Dio. In ogni occupazione, in ogni atto, in ogni pratica di pietà mettevano la massima cura, come se non avessero mai avuto da compiere e non avessero più da compiere altra azione fuori di quella che compivano. Se adunque Gesù Cristo e i santi col loro esempio c’insegnano a mettere la santità nella perfezione delle nostre consuete azioni, come non ne seguiremo noi l’insegnamento e l’esempio?

PUNTO 3°.

Insegnamento della stessa ragione.

Alla voce della fede, che ci mostra la nostra santità dipendere massimamente dal santificare le ordinarie occupazioni, si aggiunge la voce stessa della ragione. Difatti la ragione ci mostra che a mantenere l’ordine, l’armonia, la pace, in una comunanza di persone è necessario che ciascun membro adempia fedelmente i doveri ordinari del suo stato. Come un orologio non può servire al suo scopo di segnare con precisione il tempo, se ciascuna delle sue ruote non agisce perfettamente, così la vita comune non procede regolata, prospera e soddisfacente se si tralascia anche da pochi di compiere con esattezza i propri ordinari uffici. Il far bene adunque le consuete azioni e i giornalieri esercizi, il compiere nel miglior modo possibile le ordinarie occupazioni e i soliti doveri del proprio stato mantiene l’ordine e la regola, serve efficacemente alla prosperità della vita comune, e giova nel tempo stesso alla propria santificazione, perché chi pratica fedelmente il proprio dovere si fa santo. Persuadiamoci adunque, che la nostra santificazione, come dice S. Bernardo, consiste nel fare le cose comuni, ma non comunemente: communio facere, sed non communiter.

 

MEDITAZIONE PER IL MARTEDÌ.

Sopra le qualità delle nostre azioni.

Mediteremo sopra le qualità, che devono avere le nostre ordinarie e comuni azioni, perchè siano santificate e abbiano merito, e cioè siano tali che piacciano a Dio, rassomiglino a quelle di Gesù Cristo, edifichino il prossimo. C’immagineremo che Gesù c’inviti a farci santi col dirci: Siate santi, perché Io sono santo: Sancti estote, quia ego sanctus sum (Lev., XI, 44). – Prostrandoci in ispirito ai suoi piedi e adorandolo gli prometteremo di seguire il suo invito col cominciare a fare santamente tutte quante le nostre azioni. Preghiamolo di benedire la nostra promessa.

PUNTO 1°.

Le nostre azioni piacciano a Dio.

A santificare le nostre ordinarie occupazioni è necessario anzitutto attendere ad esse per piacere a Dio, non già per piacere a noi o agli uomini, non hominibus placentes, sed in simplicitate cordis… ex animo… sicut Domino (Col., IIII, 22), vale a dire con la massima semplicità e rettitudine d’intenzione. Gesù Cristo dice: Se il tuo occhio è semplice, tutto il tuo corpo sarà lucido; ma se il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso (MATTH., VI, 22, 23). Quest’occhio è la nostra intenzione nelle occupazioni cui attendiamo. Se essa è semplice, pura, diritta, ha di mira cioè di far piacere a Dio e glorificarlo, tutte le occupazioni nostre saranno lucide, vale a dire, belle e buone e sante; ma se al contrario la intenzione nostra è cattiva, ha di mira cioè o la soddisfazione del nostro amor proprio, o il guadagno della stima altrui, o l’acquisto della riputazione e della lode dei nostri superiori, o qualche altro fine umano, tutte le nostre occupazioni saranno tenebrose, vale a dire prive affatto del carattere della santità e senza alcun merito. E ciò anche allora che le nostre occupazioni fossero le più grandi e le più nobili per sé. Oh quanto importa adunque che nelle nostre occupazioni non abbiamo mai altro di mira che fare il gusto di Dio e ottenere la sua glorificazione, giacche da ciò anzitutto dipende la santificazione delle opere nostre!

PUNTO 2°.

Le nostre azioni siano simili a quelle di Gesù Cristo.

Volendo noi santificare davvero le nostre azioni, oltre al compierle con retta intenzione, dobbiamo modellarle sul nostro divino Maestro Gesù. Egli si pose davanti a noi come l’esemplare da riprodurre. Ha voluto perciò compiere tutte le azioni più ordinarie e comuni per mostrarci come in tutto e per ogni dove si può essere santi. Ha lavorato, ha pregato, ha conversato, ha riposato; si è recato nel tempio, è andato per le strade e per le piazze, è stato nella solitudine e nella società, ha insegnato, ha predicato, si è occupato dei gravi affari che riguardavano il suo Padre celeste, si è assoggettato persino a mangiare, a bere, a dormire, a starsene in famiglia, a obbedire a Maria e a Giuseppe, e di poi a convivere con i suoi discepoli e servirli ben anche. Quindi sembra dirci: Guardate le mie azioni, fatele con quello spirito, con cui le ho fatte io, e le santificherete tutte. E lo spirito era di compiere in tutto e per tutto la volontà del mio Divin Padre. Questo invito di Gesù Cristo come fu bene seguito dai Santi! S. Vincenzo de’ Paoli, fra gli altri, in ogni sua occupazione si domandava: Come si comportava Gesù in quest’opera? Come farebbe in vece mia? Ah! caro Maestro, quanto purtroppo mi sono allontanato finora dai vostri insegnamenti e dai vostri esempi! Quante volte anziché operare per fare la volontà di Dio, ho operato per impulsi istintivi, mosso unicamente dall’utile o dal piacere, intento solo a fare la mia volontà! Fate, o mio amato Gesù, che d’ora innanzi io non abbia più a perdere così malamente il frutto delle mie fatiche.

PUNTO 3°.

Le nostre azioni edifichino il prossimo.

Per santificare le nostre ordinarie azioni dobbiamo compierle in modo che riescano di edificazione al prossimo. Gesù Cristo ha detto chiaro che la luce nostra deve risplendere dinanzi agli uomini, affinché vedano esser le nostre opere buone e glorifichino il Padre nostro che sta nei cieli (MATTH., V, 16). Con le quali parole il nostro divino Maestro ci impone l’obbligo di dare in tutto buon esempio, epperò anche nelle nostre ordinarie e consuete occupazioni, affinché anche questo buon esempio stimoli i nostri prossimi a seguirlo e li spinga a onorare anch’essi il Signore. Che se questo buon esempio nelle proprie occupazioni è obbligatorio per tutti i cristiani, quanto più si impone a coloro che si sono consacrati a Dio nella professione religiosa! Essi non solo devono nelle loro ordinarie azioni edificare i loro fratelli, ma altresì gli uomini del mondo, e massimamente i loro discepoli e alunni che tengono continuamente gli occhi aperti sulle loro opere e sul modo con cui le compiono. Consideriamo pertanto se a tutto questo badiamo nelle nostre azioni. Indarno pretenderemmo dai nostri discepoli e dipendenti l’adempimento fedele dei loro doveri, qualora noi non li animassimo con l’esempio, adempiendo bene i doveri nostri. Essi per lo meno in segreto ci direbbero che altro comandiamo ed altro facciamo, e che non è giusto volere dagli altri quello che non facciamo prima noi.

MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDÌ.

Sopra il modo delle nostre azioni.

Mediteremo sopra il modo di compiere le nostre ordinarie azioni perché siano santificate, che è di farle con diligenza, con sacrificio, con allegrezza. C’immagineremo che Gesù, ci rivolga questa parola: È mia volontà che vi facciate santi: Hæc est voluntas mea, sanctificatio vestra. Questa parola riconosceremo che non è semplice invito, ma formale comando; epperò prometteremo a Gesù di fare d’ora in avanti tutto il possibile per ottemperarvi col santificare le nostre ordinarie occupazioni.

PUNTO 1°.

Le nostre azioni devono farsi con diligenza.

A santificare le nostre ordinarie e comuni azioni è necessario farle con diligenza. Il Signore dichiara maledetto colui che fa le opere di Lui con fraudolenza: maledictus qui facit opus Domini fraudulenter (Jer., XLVIII, 10), e per opere di Dio non dobbiamo intendere soltanto le opere del culto e gli esercizi di pietà, ma tutte quante le nostre occupazioni, perché tutte devono aver di mira la gloria di Dio. Dunque è benedetto solamente colui, che compie le sue occupazioni senza frodare il Signore, senza omettere cioè alcunché della diligenza necessaria a compierle bene. Infatti non possono essere gradite al Signore, epperò santificate, quelle occupazioni cui si attende con svogliatezza, con pigrizia, con noia, oppure in tutta fretta, con precipitazione, fuori del tempo e del luogo assegnato per esse. Eppure quanto è facile cadere in questo mancamento di compiere con negligenza le ordinarie occupazioni! Si metterà forse tutta la diligenza possibile in un’opera particolare, di nostro gusto, ma le occupazioni ordinarie facilmente o si trascurano, o si compiono comunque. Sì, è vero purtroppo, mio Dio; io talora ometto le mie pratiche di pietà e le opere del mio uffizio, o le compio con tanti difetti perché sono pigro, indolente, privo di buona volontà di farmi santo. Aiutatemi voi a scuotermi da questa accidia.

PUNTO 2°.

Le nostre azioni devono farsi con sacrifizio.

A santificare le nostre ordinarie azioni è necessario alla diligenza aggiungere lo spirito di sacrifizio. Il regno de’ cieli, dice Gesù Cristo, si acquista con la forza: regnum cœlorum vim patitur (MATTH., XI, 12); il che significa che solo con lo spirito di sacrificio nelle occupazioni ordinarie potremo santificarci e meritare il paradiso. Vi sono occupazioni che piacciono e occupazioni che dispiacciono. Il compiere le prime con gusto non toglie loro la bontà e il merito se le indirizziamo alla gloria di Dio, anzi quel gusto può essere un soave eccitamento datoci dal Signore a operare il bene. Se però noi le compiessimo unicamente per nostro gusto senza riferirle a Dio, queste occupazioni ancorché gravi, sarebbero puramente umane, epperò  sprecate in riguardo alla vita eterna. Le altre poi che ci dispiacciono, anziché cercare di esserne esonerati, si devono compiere altresì con animo generoso e con abnegazione, ricordando che si lavora per il Signore, il quale premia la buona volontà quando non può premiare la buona riuscita, e per il quale deve tornar leggiera ogni pena,, avendone Egli sofferte tante per noi. È questo lo spirito con cui operi? Forse a certe occupazioni attendi di buon animo, perché soddisfano il tuo amor proprio, e altre ne tralasci o le fai forzatamente, perché gravose o poco appariscenti. Umiliati davanti a Dio e chiedigli maggior generosità.

PUNTO 3°.

Le nostre azioni devono farsi con allegrezza.

A santificare le nostre occupazioni è pur necessario compierle con allegrezza. S. Paolo dice che Iddio ama l’allegro donatore: Hilarem enim datorem diligit Deus (II Cor., I X , 7): e il santo re David ci raccomanda di servire al Signore lietamente: Servite Domino in lætitia (Ps., 99, 2). E come non servire al Signore lietamente, se servire a lui è regnare: Servire Deo regnare est? Sì, il servizio di Dio è regnare, perché chi serve a Dio si unisce con Lui, identifica la sua volontà con la sua, e regna così sopra le sue passioni, sopra il mondo, sopra il demonio. Or ecco ciò che fa chi compie allegramente le sue occupazioni. In esse vede il volere di Dio e vi si sottomette con amore e con gioia, e non già per forza, per timore di rimproveri o castighi, per paura di danno materiale o morale. O anima mia, con questo spirito di santa allegrezza hai sempre compiuto le occupazioni del tuo stato? o non le hai compiute molte volte per sola necessità, per viste umane, come per non avere osservazioni e biasimi, per conservare posto, onori e comodità, per non scapitare nella stima? Se finora hai avuto tali sentimenti nelle tue occupazioni rigettali tosto e lavora soltanto per Iddio.

MEDITAZIONE PER IL GIOVEDÌ.

Sopra la regola delle nostre azioni.

Mediteremo sopra la regola da seguire nelle nostre ordinarie azioni affine di santificarle, che è compiere ciascuna di esse come se fosse l’unica, l’ultima, la più importante da compiere. C’immagineremo che Gesù, sommamente sollecito della nostra perfezione, ci dica quella parola dell’Imitazione: In ogni tua azione e in ogni tuo pensiero dovresti comportati come se subito fossi per morire: Sic te in omni facto et cogitatu deberes tenere quasi statini esses moriturus (7 Imit., XXIII, 1). Benedicendolo e ringraziandolo della sua immensa bontà per noi studieremo il modo di seguirne costantemente il grande avvertimento.

PUNTO 1°.

Fare ogni azione come se fosse l’unica.

Lo Spirito Santo dice che ogni cosa ha il suo tempo: Omnia tempus habent (Eccle., III, 1), e Gesù Cristo ci raccomanda di non darci pensiero per quello che faremo domani, bastando a ogni giorno il suo affanno: Nolite sollieiti esse in crastinum… sufficit diei malitia sua (MATTH., VI, 14). Ora, ottimo mezzo per santificare le ordinarie azioni è mettere in ciascuna di esse tutta la diligenza e l’attenzione, come se quella fosse l’unica azione da compiere. È tempo di pregare? preghiamo come se non avessimo più altro a fare. Attendiamo alla meditazione? Meditiamo come se a questo solo dovessimo attendere. Si lavora, s’insegna, si assiste, si studia? vi si metta tutta la sollecitudine, come se prima non fossimo stati altrimenti preoccupati e come se dopo ogni nostro compito fosse esaurito. A che serve pensare ad altro nel corso di un’occupazione? Che giova richiamare alla mente le occupazioni passate? O bene o male che siano state compiute, non si possono più cangiare. Che vale darsi affanno per le occupazioni, che avremo da compiere in seguito? Non sappiamo neppure se le potremo ancora compiere. Lo spirito così distratto non si applica abbastanza a quello che ora deve fare, e le nostre azioni, mancando la dovuta diligenza, non restano neppure santificate e grate al Signore. Dio ama l’ordine, e quindi gradisce e benedice soltanto ciò che si fa ordinatamente.

PUNTO 2°.

Fare ogni azione come se fosse l’ultima.

Gesù Cristo dice che la morte verrà a noi come un ladro di nottetempo; nulla perciò di più incerto che il momento della morte: dunque essa ci può cogliere non appena terminata l’azione che stiamo compiendo. La prudenza vuole che ci comportiamo in ogni azione come se fosse l’ultima della nostra vita. Beato quel servo del Signore, che Egli, chiamandolo a sé repentinamente, troverà aver compiuta bene l’opera sua: Beatum ille servus quem, cum venerit Dominus eius, invenerit sic facientem (MATTH., XXVI, 46). S. Francesco Borgia raccomandava a’ suoi religiosi di mettersi ventiquattro volte al giorno nella condizione di un uomo che sta per morire e di fare ogni cosa come se subito dopo si dovesse renderne conto a Dio. Il pensiero che la morte ci può cogliere da un momento all’altro, è mezzo efficacissimo a farci rettamente operare in ogni nostra occupazione. Con quanta divozione pregheremmo, se sapessimo essere questa l’ultima nostra preghiera! Con quale fervore faremmo la Comunione, se dopo di essa dovessimo rendere l’anima a Dio! Con quale diligenza attenderemmo a quell’insegnamento, a quell’assistenza, a quel lavoro, se dopo avessimo a presentarci al divin tribunale! Se al mattino un Angelo ci avvertisse che in sulla sera moriremo, come santificheremmo tutta la giornata! come riuscirebbero sante tutte le nostre azioni! – Ebbene, a questo pensate ogni mattino, dice l’Imitazione, che forse non vedrete la sera, ed ogni sera che non arriverete al mattino, e vi regolerete in tutto da santi.

PUNTO 3°.

Fare ogni azione come se fosse la più importante.

A conseguire il paradiso, a sfuggire o a renderci più breve e meno penoso il purgatorio servono tutte quante le nostre azioni, non solo le più appariscenti e straordinarie, ma anche le più piccole e comuni. Ciascuna di esse sarà vagliata da Dio nel suo giudizio, e vagliata in se stessa, nelle sue intenzioni, nelle sue circostanze, nella sua maniera di adempimento, giacche Gesù Cristo c’insegna che anche solo di una parola oziosa da noi profferita dovremo rendere conto nel dì del giudizio: omne verbum otiosum, quod locuti fuerint homines, reddent rationem de eo in die iudicii (MATTH., XII, 36). È dunque sommamente importante ogni nostra azione; bisogna dunque compierla come se da essa dipendesse la nostra eternità felice o infelice, o per lo meno lo stare maggiore o minor tempo in purgatorio a soffrirvi maggiori o minori pene. È dunque sapiente regola di condotta la seguente: agire in ogni nostra opera come se con questa avessimo a stabilire la nostra eternità felice o infelice; come se con essa avessimo a darci tanti anni più o tanti anni meno di purgatorio. Questi gravi pensieri accompagnino ciascuna delle tue azioni. Ogni tua occupazione sarà compiuta con perfezione, e tutte insieme formeranno la tua santificazione quaggiù, la tua felicità eterna in cielo.

MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ.

Sopra la vita di lede nelle nostre azioni.

Mediteremo sopra un gran mezzo per santificare le nostre ordinarie occupazioni sia rispetto a Dio, sia rispetto al prossimo, sia rispetto a noi: la vita, di fede. C’immagineremo che Gesù dica anche a noi: In verità vi dico: Se avrete fede quanto un granello di senapa, potrete dire a questo monte: passa da questo a quel luogo e passerà, e nessuna cosa sarà a voi impossibile (MATTH., XVII, 19); come per dirci: se un po’ di vera fede fa compiere dei miracoli, quanto più il vivere di fede vi aiuterà a santificare le vostre ordinarie occupazioni! Ringrazieremo Gesù della bontà che ci mostra con questo ammaestramento, e gli prometteremo di seguirlo fedelmente.

PUNTO 1°.

La vita di fede ci aiuta rispetto a Dio.

L’apostolo dice che l’uomo giusto vive di fede. Se l’uomo vizioso vive vita brutale, se l’uomo naturalmente onesto vive vita umana, l’uomo giusto vive vita divina, perché in tutto ciò che pensa, dice, opera, egli segue i dettami della fede soprannaturale. Così visse il patriarca Abramo, di cui S. Giacomo dice che la fede serviva mirabilmente alla santificazione delle sue operazioni: fides cooperabatur operibus illius (Jac, II, 22). Giova anzitutto prendere la fede come regola di quelle occupazioni che si compiono rispetto a Dio. Mercé la fede, nel pregare crederemo che Dio è presente, che ascolta con piacere le nostre preghiere, che fedele alle sue promesse certamente le esaudirà nel modo per noi più vantaggioso; nel fare la meditazione saremo persuasi che Dio ci guarda amorosamente, che si degna farci da maestro, che ci parla al cuore; nella lettura spirituale ci parrà che Dio stesso dall’alto de’ cieli ci invii le sue lettere per farci conoscere i suoi voleri. Mediante la fede, nella confessione vedremo il sangue preziosissimo del Redentore, che discende a lavare le anime nostre, e nel confessore chi tiene le veci di Gesù Cristo e ci dirige a suo nome nella via della virtù e della santità; nella Comunione gusteremo l’unione intima di Gesù con noi; nelle visite al SS. Sacramento scorgeremo Dio presente con le mani piene di grazie per distribuircele. Insomma la fede c’infonderà raccoglimento, divozione, fervore, tutto ciò che è necessario per fare santamente ogni pratica di pietà.

PUNTO 2°.

La vita di fede ci aiuta rispetto al prossimo.

La vita di fede serve a farci compiere santamente le azioni, che riguardano il prossimo, siano i nostri superiori, i nostri eguali, i nostri inferiori. Nei rapporti coi superiori, la vita di fede ci farà pensare a quelle parole di Gesù Cristo: Qui vos audit, me audit: chi ascolta i superiori, ascolta me ( Luc., X, 16); e nella volontà dell’uomo ci farà riconoscere il volere espresso di Dio. Nei rapporti con i fratelli, la vita di fede ci metterà innanzi l’esempio di Gesù Cristo, che per tre anni soffre con pazienza i difetti degli apostoli, trattandoli sempre con la massima carità. Nei rapporti con inferiori, la vita di fede ci ridurrà alla mente l’asserzione del divin Redentore: Quod uni ex minimis meis fecistis, mihi fecistis, ciò che avrete fatto ad uno dei miei meschini, lo avrete fatto a me (MATTH, XXV, 40), e ci farà usare dolcezza, carità, compassione vera. Se abbiamo una missione educatrice, la vita di fede ci farà ricordare come Gesù Cristo abbia assicurato che chiunque riceverà un fanciullo in suo nome e ne avrà cura, sarà lo stesso come se avesse ricevuto Lui e di Lui si fosse preso cura, e facendoci vedere in quell’anima lo stesso Gesù ci indurrà a trattarla con tutto l’affetto e con tutto il rispetto che Gesù stesso si merita. Così la vita di fede, nel trattar col prossimo per fargli del bene, sempre c’insegnerà che la carità, ancorché esercitata verso gli uomini, è tuttavia virtù teologale, che riguarda lo stesso Iddio. Come santamente adunque noi adempiremo i nostri uffici vivendo vita di fede!

PUNTO 3°.

La vita di fede ci aiuta rispetto a noi.

La vita di fede giova mirabilmente a rendere sante tutte quante le altre operazioni, fatte per noi stessi, fuori delle pratiche di pietà e delle relazioni coi prossimo. Sia che ci applichiamo agli studi o al lavoro, sia che attendiamo ad una lettura o ad uno svago, sia che stiamo da soli nella nostra stanza o usciamo al passeggio, sia che mangiamo, beviamo, dormiamo o facciamo qualsiasi altra cosa, la vita di fede santificherà sempre queste nostre operazioni, ancorché indifferenti, basse e vili, e le renderà meritorie e degne di premio eterno. Perciocché la vita di fede ci mostrerà sempre Iddio presente al nostro operare e ci farà indirizzare sempre a Lui ogni nostra azione e ci darà animo a compierla nel debito modo. E non sarà mai che le nostre operazioni si compiano solo per umani riguardi, per cattivarci la stima degli uomini, o per sola educazione, e neppure per onestà naturale. La vita di fede ci farà compiere ogni nostra più ordinaria azione con la mente fissa in Dio, per suo amore e per la sua gloria. Risolviamoci adunque per questa vita, che è mezzo così potente a santificarci, sicché ciascuno di noi possa essere davvero il giusto del Signore, che vive di fede: Justus autem meus ex fide vivit (Hebr., XIX, 38).

MEDITAZIONE PER IL SABATO.

Sopra l’eccellenza della vita interiore.

Mediteremo sopra tre grandi vantaggi delle nostre azioni santificate dalla vita di fede e dall’amor di Dio, che sono l’acquisto di grandi meriti, l’unione con Dio, la ricompensa eterna. C’immagineremo che Gesù nel dì della nostra morte venga incontro a noi per dirci quella dolcissima parola: Bene sta, servo buono e fedele! Perché sei stato fedele nel poco, io ti costituirò sopra il molto: entra nel gaudio del tuo Signore: Euge. serve bone et fidelis, quia in pauca fuisti fidelis super multa te constituam: intra in gaudium Domini tui (MATTH., XXV, 21, 23). In questo consolante pensiero adoreremo il nostro Divin Salvatore e Giudice e ci conforteremo nella pratica di santificare tutte quante le nostre azioni.

PUNTO 1°.

Primo vantaggio: acquisto di grandi meriti.

Anche le opere nostre più grandi, quali sarebbero convertire molte anime o sacrificare la vita, di loro propria natura non avrebbero alcun valore, se non fossero fatte con spirito di fede e per amor di Dio; solo in tal modo si arricchiscono dei meriti infiniti di Gesù Cristo e si rendono degne del paradiso. Ma per acquistare tali meriti non è necessario compiere opere straordinarie: basta fare bene le azioni ordinarie e comuni, poiché le nostre azioni diventano meritorie non per la grandezza loro, ma per la grandezza della carità con cui si fanno. La povera vedova mise nel gazofilaccio due piccole monete, mentre molti ricchi vi gettavano denaro in copia; eppure Gesù disse che quella donna aveva dato più di tutti (MARC., XII, 41, 43); e ciò perché la sua piccola offerta era accompagnata dalla carità, il che non era delle offerte vistose degli altri. Gesù ha detto ancora che chiunque avrà dato un bicchier d’acqua fresca ad un poverello per suo amore non resterà senza ricompensa (MATTH., X, 42). Ecco dunque che, pur passando la vita in occupazioni ordinarie e comuni, noi possiamo farci grandi meriti. Se non ti vedi o non sei ritenuto capace di fare cose grandi, tu, compiendo per amor di Dio il tuo umile ufficio, compiendolo anche per anni interi senza crescere di onore e di grado, potrai nella tua ordinaria occupazione farti meriti senza numero per la beata eternità e forse di gran lunga maggiori che se ti fossi applicato a opere più ammirande. Opera per Iddio e conforme al suo volere, e i tuoi giorni saran pieni di tesori celesti.

PUNTO 2°.

Secondo vantaggio: unione con Dio.

L a santificazione delle nostre ordinarie occupazioni ci procaccia la più bella felicità della vita presente, che è di unirci a Dio. L’anima che vuole davvero sante le sue azioni, nutre di Dio la mente, perché offre a Lui tutto quello che fa; ha pieno di Dio il cuore, perché opera per suo amore e per la sua gloria; ha gli stessi suoi sensi compenetrati di Dio, perché li immola nella mortificazione a Lui; vive in Dio e per Iddio e con Dio, perché vive nella sua carità. Oh paradiso anticipato! L’anima intenta a santificare le sue azioni comuni e consuete può dire continuamente a se stessa: Sono in compagnia di Dio, sotto la protezione di Dio, tra le braccia di Dio. Anche nelle occupazioni, che richiedono fatica e sacrificio, il pensiero e l’affetto di questa anima essendo tutto in Dio, da Dio riceve forza, consolazione e gaudio. Ella si ripete allora le parole di Davide: Il Signore è alla mia destra perché io non mi turbi, epperò il mio cuore gode una grande allegrezza: A dextris est mihi, ne commovear, propter hoc lætatum est cor meum, (Ps., XV, 8, 9). O mio caro Gesù, datemi di esperimentare questa felicità coll’aiutarmi a santificare tutte le mie ordinarie occupazioni.

PUNTO 3°.

Terzo guadagno: la ricompensa eterna.

Il Signore promette la ricompensa alle nostre ordinarie occupazioni, che avremo santificate facendole per lui. Nel libro della Sapienza è detto che il Signore rende ai giusti la mercede delle loro fatiche (Sap., X, 17). S. Paolo ci assicura che Iddio renderà a ciascuno secondo le opere sue (Rom., II, 6), e lo stesso Gesù Cristo nel Vangelo ci fa sapere con la parabola dei talenti, dati da un padrone a trafficare a’ suoi servi, che ci ricompenserà di quanto di bene avremo fatto secondo la nostra attitudine, la quale è quella riconosciuta dai nostri superiori nelle occupazioni da loro assegnateci. Chi promette, qui, è Iddio, vale a dire, Colui che non vien meno mai alla sua parola e che premia sempre, non in conformità alla pochezza delle nostre azioni, ma secondo la sua infinità bontà e magnificenza. E la ricompensa che ci darà, sarà la gloria e la beatitudine eterna! Oh mio Dio! per qualche po’ di attenzione nel pregare, nel meditare, nell’udire una lettura, una predica, per un po’ di fervore nel fare la Comunione e la visita al SS. Sacramento, per un po’ di umiltà nel sottomettermi all’ufficio assegnatomi dall’obbedienza e per un po’ di diligenza nel compierlo, per un po’ di fatica, di sacrificio, di abnegazione nel fare lavori difficili e di poca apparenza avrò un onore immortale e un gaudio senza fine! Oh, ripeterò dunque spesso le parole di S. Francesco d’Assisi: Tanto è il bene che m’aspetto, che ogni pena mi è diletto.

IL MATRIMONIO CATTOLICO – 5 –

IL MATRIMONIO (5)

[ENCICLOPEDIA CATTOLICA, vol. VIII, Coll. 407 e segg.  – Ente per l’Enciclopedia Cattolica e per il libro cattolico – Città del VATICANO – impr. 1952]

VIII. USO DEL M.

1. Principi. – L’uso del M., anche dopo il peccato originale, nonostante il fervore della concupiscenza che ad esso si accompagna, è del tutto onesto (cf. Gen. 1, 28; cann. 1111, 1081 § 2, 1015 § 1). La rettitudine obiettiva di tale uso è necessariamente subordinata alle finalità intrinseche del M. e alla gerarchia degli stessi fini. Pertanto, essendo la procreazione e l’educazione della prole alla base dell’ordine da Dio stabilito per l’incontro dei due sessi, tutto ciò che si dimostra a quest’ordine direttamente contrario, privando l’atto coniugale della sua naturale tendenza alla generazione, è intrinsecamente illecito, e quindi per nessun motivo giustificabile. Al contrario, ove quest’ordine sia rispettato, l’atto non è illecito, anche se infecondo, potendo egualmente raggiungere le altre finalità che lo giustificano. È infatti da tener presente, a tale riguardo, che all’uomo è imposta l’osservanza dell’ordine, non già il raggiungimento del fine cui esso tende: ciò infatti non dipende solo dall’azione dell’uomo, ma anche da quella della natura, la quale non solo non è sottoposta all’arbitrio dell’individuo, ma sfugge molte volte alla sua stessa conoscenza. – La considerazione obiettiva non è la sola sulla valutazione etica concreta dell’uso del M. nei casisingoli: come in tutte le altre attività dell’uomo, è necessario tener presenti le circostanze dell’atto; sotto l’aspetto soggettivo è preminente la considerazione del fine.

2. Alcune applicazioni. – A richiesta dell’altro coniuge si è obbligati alla prestazione del debito coniugale sotto pena di peccato grave (1 Cor. 7, 3); il rifiuto è si tanto peccato veniale (a meno che l’altro coniuge venga esposto al pericolo di incontinenza), quando la parte richiedente rinuncia facilmente alla sua domanda o la prestazione è soltanto differita per breve tempo, oppure il rifiuto avviene di rado. Di più, a volte, il rifiuto può essere legittimo, data l’esistenza di determinate cause scusanti, quali l’adulterio volontario e non condonato dal richiedente, la grave trascuratezza negli obblighi di mantenimento della famiglia, la mancanza anche temporanea dell’uso di ragione, l’esagerazione nelle richieste. – Nell’uso del M. non si può non tener conto, anche in ragione della sua finalità primaria, della sanità fisica della prole futura e dei diritti della prole concepita. Il giudizio nei singoli casi va fatto tenuto conto di tutte le circostanze. – Si può, in genere, dire che quanto più grave è il pericolo ed il danno che si teme, tanto più grave deve essere la causa che ne giustifichi la permissione. Così a parità di condizioni, il probabile danno della prole già concepita pesa di più sulla valutazione etica dell’atto che non il probabile danno del futuro prodotto del concepimento; e ciò sia per la stessa incertezza di questo, sia perché non si può parlare di lesioni di diritti di chi ancora non esiste; che anzi, se si dovesse tener conto unicamente di un tale futuro soggetto, si potrebbe, nei suoi confronti applicare il principio melius est esse quam non esse. Senonché c’è anche da tener conto della sanità della stirpe, ossia del bene comune; e qualora alla prole futura si possa provvedere in maniera migliore, la stessa primaria finalità del M. impone che a ciò si badi. – Altra circostanza da valutare per il retto uso del M. è il pericolo di danno per la salute di uno dei due coniugi. Anche in questo caso, in cui non urge il diritto derivante dalla mutua traditio propria del M., la soluzione concreta delle innumerevoli situazioni che possono crearsi va ricercata nella prudente applicazione dei principi, che disciplinano l’attività umana e ne definiscono la responsabilità. Soprattutto è necessario non perder mai di vista la gerarchia dei valori e l’ordine della carità. – Una questione assai dibattuta in questi ultimi tempi è quella relativa alla liceità della cosiddetta continenza periodica, ossia all’uso del M. riservato ai periodi o cicli che, secondo alcuni calcoli e particolari teorie, si prevedono infecondi (tempo agenesiaco). Di natura assai diversa è la continenza temporanea suggerita dal concorde desiderio degli sposi di dedicarsi più liberamente alla preghiera, cui si riferisce il discreto consiglio dell’Apostolo, seguito, però, immediatamente dal prudente richiamo alla concreta ed ordinata realtà della vita (« ma poi di nuovo siate come prima »), affinché non si muti in tentazione ciò che era ordinato al perfezionamento dello spirito (I Cor. 3-6).

3. Peccati dei coniugi. – Tutto ciò che non è effettivamente ordinato o non è obiettivamente ordinabile al fine primario stabilito da Dio per l’unione dei due sessi, costituisce una violazione sostanziale dell’ordine ed è quindi peccato. Trattandosi, d’altra parte, di ordine essenziale per l’uomo, dato che dipende dal medesimo la coservazione e propagazione del genere umano, il peccato è grave, perché direttamente ed essenzialmente opposto alla carità. – L’ordine può essere violato sia nell’ambito della vita coniugale ed in contrasto con i suoi diritti e le sue leggi, o al di fuori di essa. Nell’ambito della vita coniugale costituiscono colpa grave tutte le pratiche anticoncezionali, malthusiane, qualunque sia il mezzo o il modo usato per rendere sterile l’unione. La loro diretta opposizione al fine primario del M., le rende intrinsecamente illecite, e quindi ingiustificabili, qualunque sia il motivo che le suggerisca. – Quanto poi al coniuge innocente, il quale non di rado soffre il peccato piuttosto che esserne causa, egli non commette colpa, se, per ragione veramente grave, permetta la perversione dell’ordine dovuto, purché l’atto non sia fin dal principio intrinsecamente corrotto, ma ripeta la sua malizia dalla successiva frode dell’altro coniuge, e purché, memore anche in tal caso delle leggi della carità, non trascuri di dissuadere il coniuge dal peccato. Che se, invece, l’atto fosse fin dal principio intrinsecamente viziato, è dovere opporvisi positivamente e respingere l’inedia non altrimenti che qualsiasi altro attentato alla virtù. – Qualunque esperienza extra-coniugale da parte di uno dei due coniugi, anche se incompleta, è colpa grave e costituisce il peccato specifico di adulterio. E siccome non può considerarsi estraneo al M., ossia alla mutua traditio, l’affetto, che anzi esso ne è l’elemento spirituale ed in un certo senso principe, la fedeltà coniugale può essere tradita anche solo spiritualmente, mediante relazioni affettive di ordine non sessuale con altre persone (adulterio spirituale). [BIBL.] – Pietro Palazzini.

V. LITURGIA DEL M.

Nella Chiesa cristiana antica non esisteva un rito speciale per la celebrazione del M. Gli sponsali e le cerimonie nuziali si svolgevano senza l’intervento attivo di un sacerdote, in famiglia, con il rito usato nella vita civile. Soltanto, in sostituzione del sacrificio pagano, si aggiunsero in presenza dei fedeli la Messa e la benedizione solenne nuziale. Più tardi, il contratto matrimoniale si fece con l’intervento del sacerdote, prima fuori, poi dentro la chiesa, la quale innovazione si traeva dietro gli antichi riti nuziali. Nel rito attuale dunque si distinguono due parti: la prima è costituita dai riti che accompagnano e solennizzano la manifestazione del consenso, la seconda, complementare, si compone della Messa e della benedizione. Già s. Ignazio martire desidera che il M. dei cristiani si faccia con il consiglio del vescovo (secondo H. Lietzmann, anche con l’intervento attivo di lui). Tertulliano (Ad uxor., 11, 8) distingue bene l’approvazione del M. da parte della Chiesa (« Ecclesia conciliat »), l’offerta degli sposi (« confirmat oblatio ») e la loro benedizione (« obsignat benedictio »), cioè gli sponsali familiari approvati dalla Chiesa, e la Messa con la speciale benedizione nuziale; accenna all’anello pronubo, al bacio degli sposi, alla coronazione e all’accompagnamento nella casa dello sposo. S. Ambrogio parla del velo (flammeum) che si impone alla sposa. Da questo velo, l’azione vien denominata « velario nuptialis », ed anche la voce « nuptialis » sembra derivarsi da questa azione « nubere » (« obnubilatio »). I Sacramentari offrono non i riti, ma le preghiere della Messa nuziale e della benedizione; ad es., il cosiddetto Sacramentario Leoniano, il Gelasiano antico, contenuto nel cod. Reginensis 316 della Biblioteca Vaticana. La prima descrizione dei riti si trova nella risposta del papa Niccolò I (m. nel 867) ai Bulgari (Responsa ad consulta Bulgarorum, 3). Si distinguono gli atti preliminari e gli atti complementari. Gli atti preliminari che si facevano a casa contengono tre cose: a) gli sponsali, cioè la promessa mutua del futuro M., la manifestazione del consenso dei fidanzati e dei genitori, b) la consegna delle arre, ossia dell’anello dello sposo alla sposa, c) la sottoscrizione dei patti in presenza dei testi, la consegna delle tavole nuziali o assegnazione della dote. Gli atti complementari o le parti propriamente nuziali sono: a) la celebrazione della Messa davanti ai fidanzati che prendono parte alla offerta ed alla Comunione, b) la benedizione congiunta con la velazione, c) all’uscita di chiesa, la coronazione. – Tutti questi riti corrispondono bene ai riti degli antichi Romani, cioè ai riti degli sponsali, della preparazione al M. ed ai riti del M. stesso. La Chiesa ha accettato i costumi già in uso, purificandoli da ciò che era sconveniente e rendendoli più augusti. Ma questi riti erano soltanto la solennità del M., la solennizzazione del M. contratto fuori della chiesa per « il solo consenso reciproco » (Niccolò I). – Questi riti si osservano anche oggi nella celebrazione del M., con questa differenza che il rito del M. oggi comprende tanto i riti degli sponsali quanto quelli nuziali. Particolare rilievo ha la manifestazione del consenso, l’unico elemento sostanziale del M. Nei tempi antichi, sia precristiani che cristiani (ad es., da Papa Niccolò I), il consenso si dava tra le cerimonie degli sponsali, non tra quelle delle nozze. Ma dopo il 1000 (non si sa precisare quando), si incominciò ad introdurre la manifestazione esplicita del consenso nell’atto del M. stesso, con una certa varietà: o i contraenti pronunciavano (o da soli o insieme con il sacerdote benedicente) il consenso, o il sacerdote interrogava (una o tre volte) i contraenti ed essi rispondevano. All’interrogazione e risposta dei contraenti il sacerdote aggiungeva una formola solenne di ratifica in nome di Dio: « Ego coniungo vos in matrimonium in nomine… » ( E . Martène, Ordo Rotomag. sec. XIII, in Antiquæ Ecclesiæ ritus, II, p. 367). – Un rito usato già dagli antichi, non ricordato da papa Niccolò I, era la congiunzione delle destre. In Tob. 7, 15 Raguel congiunge le mani di Tobia e Sara; presso i Romani nel giorno della solennità del m., la « pronuba » diceva agli sposi di darsi le mani. Anche oggi, nella Chiesa, alla manifestazione del consenso, il sacerdote dice agli sposi di darsi la destra; poi, secondo alcuni riti, egli li avvolge con la stola, pronuncia le solenni parole della ratifica ed asperge con l’acqua benedetta. La consegna dell’anello, presso i Romani ed anche sotto papa Niccolò I, facendo parte degli sponsali, passò tra le cerimonie del M., prima o dopo il consenso; il sacerdote benediceva l’anello, lo consegnava allo sposo per infilarlo al dito della sposa e poi ratificava il consenso. In alcune regioni non solo lo sposo mette l’anello alla sposa, ma anche la sposa allo sposo. – L’intervento della Chiesa alla celebrazione del M. cominciò quando cessò il M. tutorio, ossia quando la sposa stessa poteva darsi in M. senza l’intervento del tutore nato, cioè del padre. Una triplice fase si deve rilevare: il M. davanti o fuori della chiesa in presenza di un sacerdote che recitava un’orazione, poi con l’intervento del sacerdote come tutore eletto invece del tutore nato, e finalmente con l’intervento del sacerdote per constatare e domandare la manifestazione del consenso. Dal sec. XII sinodi o concili locali (Treviri 1227, Praga 1350, Magdeburgo 1370) proibiscono i M. laicali senza l’intervento della Chiesa. Finalmente il Concilio Tridentino prescrive l’assistenza del parroco; il nuovo CIC (can. 1095 § 1 ad 3) ordina che il parroco domandi e riceva il consenso (« requirant excipiantque contrahentium consensum »). L’atto di M. si compone di due parti : a) dell’interrogazione del sacerdote in ordine alla manifestazione del consenso, b) del consenso stesso degli sposi. L’anello sponsalizio è divenuto anello nuziale o coniugale. Seguono le parti religiose e complementari, la Messa e la benedizione solenne nuziale. Prima si diceva la Messa votiva, ad es., della S.ma Trinità, aggiungendovi le orazioni proprie per gli sposi, poi la Messa votiva prò sponsis. La benedizione nuziale, prerogativa delle prime nozze della sposa, si trova già negli antichissimi Sacramentari; si faceva dopo il Pater noster. Durante la benedizione s’imponeva alla sposa il velo, la cerimonia più appariscente del M. presso gli antichi Romani, ritenuta anche dagli sposi cristiani, mentre poi andò cedendo il primo posto alla consegna dell’anello. Ed anche la cerimonia, assai antica, dell’incoronazione degli sposi con fiori scomparve; si compiva dopo la Messa, quando gli sposi uscivano di chiesa. Oggi vive nei fiori, con cui si suole adornare la sposa nel presentarsi alla chiesa. Dopo il Benedicamus Domino, il sacerdote pronuncia di nuovo una benedizione speciale agli sposi per la loro felicità terrena ed eterna. Dove si sono conservati riti speciali o locali nel contrarre il M., si possono adoperare. – Un rito antico è la benedizione e l’uso della bevanda nuziale, presentata agli sposi come simbolo della carità cristiana. Alla sera del giorno nuziale vien poi benedetto il loro talamo, usando fin dal sec. X una formola che si trova già nel Messale di Bobbio (sec. VIII). [BIBL.] Pietro Siffrin.

M. NELLE LITURGIE ORIENTALI. –

Nei riti matrimoniali odierni si vedono ancora chiaramente distinte, sebbene congiunte, le due antiche parti che li compongono: la prima può chiamarsi fidanzamento, sposalizio ed è caratterizzata dalla tradizione dell’anello; la seconda sono le nozze con il rito particolare dell’incoronamento. Anticamente, e ancora recentemente nel mondo semitico, queste due parti erano celebrate separatamente e poteva intercorrere fra le due cerimonie un tempo assai lungo, anche di molti anni. E quel fidanzamento non era una promessa rescindibile di un futuro M., ma con quel rito si aveva l’inizio del M. già con la sua proprietà di indissolubilità, mentre il diritto di coabitazione si otteneva soltanto con il rito dell’incoronamento. Prima ancora di procedere al rito dell’anello, il sacerdote si assicurava del consenso degli sposi; in Occidente questa espressione del consenso seguito dal rito dell’anello diventò il rito sacramentale, perché il consenso di due cristiani costituisce il contratto elevato alla dignità di Sacramento, e la benedizione nuziale data durante la S. Messa fu considerata come un sacramentale non obbligatorio. – Al contrario in Oriente anche l’incoronamento è stato riguardato sempre almeno come una conditio sine qua non del Sacramento, e il nuovo Codice orientale (can. 85 § 2) tiene conto di questo concetto dove esige per la validità del M. l’intervento del sacerdote adsistentis ac benedicentis (cf. AAS, 41 [1949], p. 107). – Nel rito bizantino, secondo l’Eucologio dei Greci, la prima parte è composta dalla grande colletta con domande speciali seguita da due preghiere, poi dalla tradizione degli anelli con una formola, e da una preghiera finale. La seconda parte comincia anche con la grande colletta, con altre domande speciali, seguita da tre preghiere nuziali; allora il sacerdote impone le corone con una formola e dà una triplice benedizione; dopo questo si ha una specie di Messa dei presantificati, cioè: Epistola, Vangelo, Litanie, Pater Noster con preghiera d’inclinazione, anticamente l’ammonizione: « Præsantificata sanctis » con la S. Comunione, oggi la sunzione di una coppa di vino; segue la processione intorno alla tavola davanti alla quale si fa la cerimonia, poi la deposizione delle corone, ciò che anticamente si faceva l’ottavo giorno dopo il M ; ancora due preghiere, il bacio dei novelli sposi e il congedo. – L’Eucologio di Benedetto XIV (Roma 1754), nella rubrica iniziale, prescrive al Sacerdote di interrogare gli sposi sul loro libero consenso. Il Trebnik dei Russi e dei Serbi dà la formola di tale domanda ma la pone all’inizio della seconda parte (la prima volta nel Trebnik di Moghila, Kiev 1646). Nel Trebnik dei Ruteni (dall’edizione riformata di Leopoli 1720 in poi) la struttura del rito fu sconvolta (soppressione della prima parte; ma un rito abbreviato dell’anello è intercalato fra le preghiere nuziali e si aggiunge un giuramento sul libro del Vangelo prima dell’incoronamento); il Malii Trebnik di Roma (1946) ristabilì la netta divisione fra le due antiche parti. Negli altri riti orientali, sebbene molto diversi fra loro, si può osservare uno sviluppo, che sembra oggi esagerato, di preghiere e di inni nella cerimonia dell’incoronamento, ma che mette bene in rilievo la solennità di questo atto costitutivo della famiglia cristiana. [BIBL.] Alfonso Raes. –

 

Diamo ora un cenno al c. d. Privilegio Paolino, riservandoci una trattazione più particolareggiata in seguito. [ndr.]

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PRIVILEGIO PAOLINO

[Enc. Catt. vol IX COLL. 49-50]

 – Il p. p. è il caso di scioglimento di matrimonio legittimo, concesso a favore della fede dal diritto positivo divino; privilegio proclamato da s. Paolo (1 Cor. 7, 1 2 – 1 5 ) da cui perciò ha preso l’appellativo. È detto anche casus Apostoli, privilegium Christi, privilegium fidei. Il matrimonio degli infedeli (matrimonio legittimo, cui non si opponga nessun impedimento di diritto divino o naturale è valido e indissolubile e non si può sciogliere per l’arbitrario abbandono di una delle parti o per mutuo consenso e volontà dei coniugi ( S . Uffìzio, 18 sett. 1824 ad 3; S. Uffizio, 18 giugno 1866 ad 8). – Dai matrimoni misti, però, in nessuna maniera cautelati da previ accordi, possono derivare dei gravissimi inconvenienti, poiché spesso per la cattiva volontà di colui che rimane infedele non è più possibile la convivenza pacifica, la fede del neofita si trova in pericolo e i figli divengono oggetto di conquista dell’uno o dell’altro dei coniugi per essere attratti a diverse e opposte forme di educazione morale e religiosa. Allora, nel concorso di un bene di ordine superiore, il mantenimento dell’indissolubilità non rimane più obbiettivo principale, ma passa automaticamente in second’ordine; e lo stesso diritto naturale dà al neofita il diritto e il dovere di andarsene, piuttosto che perdere il dono della fede. Questa legge ha interpretato s. Paolo per far sì che l’uomo non fosse allontanato dalla fede o dal perseverare in essa dalla prospettiva di dover osservare la castità perfetta e per questo promulgò l’eccezione, in base alla quale il matrimonio degli infedeli, quando l’uno dei coniugi solamente si converta alla fede e non sia più possibile la pacifica convivenza, è solubile dall’esterno.

I. NOZIONE. – In vista di questo p., dunque, il matrimonio dei non battezzati o infedeli, sebbene consumato, si può sciogliere nel caso in cui una parte, non battezzata, o non voglia coabitare con la parte convertita o non voglia coabitare pacificamente, cioè senza offesa al nome di Dio o disprezzo del Creatore. Il disprezzo del Creatore si può avere in vari modi, o trascinando la parte convertita al peccato mortale o impedendo l’educazione cattolica della prole (S. Uffizio, 14 diC. 1848) o perseverando nel concubinato (S. Uffizio, 4 luglio 1853 ed 11 luglio 1866), ecc. Né cessa il p., se i coniugi, dopo il Battesimo di uno di essi, coabitarono ancora ed in seguito la parte infedele (senza che il convertito però abbia dato ragionevole motivo di andarsene) non solo ricusi di convertirsi, ma inoltre, mancando alla parola data di coabitare pacificamente, si allontani o per odio alla religione o per altri motivi, o non voglia più stare insieme senza il disprezzo del Creatore, o abbia tentato di trascinare la parte fedele al peccato mortale o all’infedeltà. Ma questo p. non ha più ragione di essere, se tutti e due i coniugi convertiti e battezzati abbiano poi usato del matrimonio. Il p. vale per il matrimonio valido di due infedeli, uno dei quali si converta alla fede; non comprende però il matrimonio di due eretici, di cui uno abbracci la fede cattolica, perché il matrimonio di questi ultimi è rato (Sacramento), e perciò, una volta consumato, per nessun motivo si può più sciogliere. Il p. non si applica al matrimonio che un fedele, ottenuta regolare dispensa, contrae con un infedele, sebbene poi la parte infedele non voglia più coabitare pacificamente (can. 1120 § 2). Così pure non ha luogo il p. nel matrimonio contratto fra due parti battezzate, di cui una sia passata all’apostasia o all’infedeltà. Neppure si applica, se si tratta di un matrimonio invalido tra due infedeli. Quando si applica il p. p., il vincolo matrimoniale si scioglie, appena il convertito contragga un altro matrimonio valido (can. 1126)..

IL FONDAMENTO DEL P. – Il fondamento è nel testo scritturistico della 1 Cor., 7, 12 : «Agli altri poi dico io, non il Signore. Se un fratello ( = un cristiano cioè) ha una moglie infedele e questa è disposta a coabitare con lui, non la ripudi. E se una moglie fedele ha un marito infedele, che è contento di abitare con essa, non lo abbandoni. Che se l’infedele si separa (discedit), si separi (discedat): poiché non soggiace a servitù il fratello o la sorella in tal caso: ma Iddio ci ha chiamati alla pace ». Che con quest’ultimo versetto l’Apostolo permetta l’allontanamento della parte fedele o lo scioglimento del vincolo stesso, lo si prova: dal contesto della lettera ai Corinti, dalla comune interpretazione di Padri e teologi, dai decreti dei Romani Pontefici e dalla prassi della Chiesa.

1. Il contesto della lettera ai Corinti. – Mentre l’Apostolo nei versetti precedenti, parlando della separazione di coniugi cristiani, comanda che la moglie non sposi più, rimanga cioè senza sposare: in questi versetti invece permette che si allontani, senza più porre alcuna restrizione; e quindi senza neppur più porre la condizione che rimanga non sposata, altrimenti non ci sarebbe più nessuna differenza dal caso precedente. Questa interpretazione è confermata anche dalle parole che seguono, « perché in tal caso il fratello o la sorella non soggiace alla servitù ». La servitù in questione non è che il vincolo coniugale che legava i due coniugi. Se ora il coniuge fedele non soggiace più a servitù, vuol dire che non soggiace più al vincolo matrimoniale verso l’infedele che non voglia pacificamente coabitare. In altre parole il vincolo, in caso, è solubile. […] Pietro Palazzini.

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Chi ha avuto la pazienza di consultare la voce MATRIMONIO dell’Enciclopedia Cattolica pubblicata sul blog, si è sicuramente reso conto della complessità della materia. Ma le domande più ovvie e frequenti che si pongono i residui Cattolici della Chiesa “eclissata”, che hanno a cuore la salvezza della propria anima innanzitutto, e dei loro cari familiari, e che in buona fede hanno aderito alla setta modernista del novus ordo, setta vaticana che si spaccia per Chiesa Cattolica [e sono la maggior parte], o alle sette scismatiche degli eretici fallibilisti-gallicani, sedevacantisti, sedeprivazionisti della tesi manichea, degli eretici Feyneisti, dei monasteri virtuali e via discorrendo, riguardano la validità e liceità del loro matrimonio. È evidente che, essendo il matrimonio contratto da due fedeli o infedeli, o addirittura pagani, che hanno avuto intenzione di sposarsi, con qualunque rito, pure laico, è sempre e comunque valido e quindi indissolubile, fatti salve le eccezioni già considerate. Il problema grave si pone per la sacralità e sacramentalità del matrimonio, che praticamente è, da 1958, sempre illecito e quindi senza che apporti la grazia santificante che ogni Sacramento valido e lecito comporta, in vista della eterna salvezza. Per rendere il Sacramento lecito ed operante, è sufficiente rientrare nella Chiesa Cattolica, quella “vera” guidata da Gregorio XVIII, legittimo successore di Gregorio XVII, canonicamente eletto il 26 ottobre del 1958. Importante è la distinzione tra i battezzati validamente da un prete cattolico, o illecitamente o invalidamente da un prete cattolico apostata delle setta scismatica roncallo-montiniana, o addirittura da un mai-prete, mai-ordinato da un mai-vescovo a sua volta mai-consacrato prima del 18 giugno del 1968, non tonsurato e senza che sia passato per gli ordini minori, come stabilito nel Sacrosanto Concilio tridentino. Ogni caso va quindi innanzitutto valutato su questo presupposto: una volta ricevuto validamente il Battesimo, in forma ordinaria o condizionale e rimosse le censure contratte per aver partecipato ad un culto acattolico, gli sposi automaticamente recuperano anche la grazia sacramentale del loro matrimonio, senza dover rinnovare il rito o le cerimonie prescritte. Del fatto che il matrimonio non conferisca alcuna grazia santificante, se contratto nella falsa chiesa dell’uomo, ne è prova il fallimento pressoché sistematico di tali unioni, la cui percentuale è anche superiore alle unioni laiche o di fatto, o ai pseudo-matrimoni contratti nelle sedi municipali. Il “recupero” del Sacramento, incide naturalmente su tutti i componenti del nucleo familiare e soprattutto sulla prole, che passa finalmente nello stato di legittimità canonica davanti a Dio. Sono infatti i giovani a pagare maggiormente questa situazione di illegittimità, oltre ad essere per la maggior parte non validamente battezzati, confessati, comunicati e cresimati. Si spiega così il deplorevole stato spirituale della gioventù dei Paesi un tempo cattolici oggi invasi da modernisti e scismatici! Tutte le altre questioni, soprattutto quelli inerenti alla solvibilità matrimoniale, restano immutate, non c’è spazio per “divorzi” o separazioni fuori dal “rato non consumato” o dal privilegio paolino, ed eventuali casi controversi devono essere sottoposti alla valutazione della Gerarchia Cattolica in esilio ed al Santo Padre a cui spetta unicamente la decisione finale..  –  [Nota redazionale].