I DOMENICA MOBILE: DOMENICA VI DOPO EPIFANIA (2020)

I DOMENICA MOBILE (6a dopo l’Epifania).

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Le domeniche terza, quarta, quinta e sesta dopo l’Epifania sono mobili e si celebrano fra la 23a e la 24a Domenica dopo Pentecoste, quando non hanno potuto entrare prima della Settuagesima, cioè quandola festa di Pasqua e il suo corteo di 9 Domeniche, che ad essa preparano, vengono molto presto (vedi Commento liturgico del Tempo della Settuagesima). In questo caso l’Orazione, l’Epistola e il Vangelo sono quelli delle Domeniche dopo l’Epifania e basta interpretarli nel senso del secondo avvento di Gesù Cristo invece del primo, per adattarli al tempo dopo Pentecoste che prepara le anime alla venuta del Salvatore alla fine del mondo, segnata dall’ultima Domenica dell’anno o 24a Domenica dopo Pentecoste. Quanto all’Introito, al Graduale, all’Alleluia, all’Offertorio e alla Comunione, si prendono quelli della 23a Domenica dopo Pentecoste, che fa direttamente allusione alla redenzione definitiva delle anime (Intr.), quando Gesù, rispondendo alla nostra invocazione (Alleluia, Offertorio, Communio) verrà a giudicare i vivi e i morti ed a strapparci per sempre dalle mani dei nostri nemici (Graduale). Per riferire la Messa di questo giorno alla lettura del Breviario di quest’epoca, si può leggere quello che abbiamo detto dei Maccabei alla 20a, 21a e 22a Dom. dopo Pentecoste. – Per riferire la Messa di questa Domenica alla lettura del Breviario di questo tempo leggasi quello che abbiamo detto dei Profeti dopo Pentecoste.

La Messa di questo giorno fa risaltare la divinità di Gesù attestando chiaramente che Egli ha ricevuto il potere, come Figlio di Dio, di giudicare tutti gli uomini. Gesù è Dio, poiché Egli rivela cose che sono nascoste in Dio e che il mondo ignora (Vangelo). La sua parola, che Egli paragona a un piccolo seme gettato nel campo del mondo ed a un po’ di lievito messo nella pasta, è divina, perché seda le nostre passioni e produce nel nostro cuore le meraviglie della fede, della speranza e della carità di cui ci parla l’Epistola. La Chiesa, suscitata dalla parola di Gesù Cristo, è simbolizzata mirabilmente dalle tre misure di farina, che la forza di espansione del lievito ha fatto « completamente fermentare » e dalla pianta di senapa, la più grande della sua specie, ove gli uccelli del cielo vengono a cercare un asilo. Meditiamo sempre la dottrina di Gesù (Or.), onde, come il lievito, essa penetri le anime nostre e le trasformi, e, come il grano di senapa, irradia l’anima del prossimo con la sua santità. Così il regno di Dio si estenderà vieppiù, quel regno quale Gesù ci ha chiamati e di cui egli è il Re. Egli eserciterà questa regalità soprattutto alla fine del mondo.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Jer XXIX:11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.
(Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.)

Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.

Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.
(Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.)

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

(Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.)

Oratio

Orémus.
Præsta, quǽsumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis.
(Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti.)

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Thessalonicénses
1 Thess 1:2-10

Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Achája. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Achája, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium ejus de cœlis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

“Fratelli: Noi rendiamo sempre grazie a Dio per voi tutti, facendo continuamente menzione di voi nelle nostre preghiere, memori nel cospetto di Dio e Padre nostro della vostra fede operosa, della vostra carità paziente e della vostra ferma speranza nel nostro Signor Gesù Cristo; sapendo, o fratelli cari a Dio, che siete stati eletti; poiché la nostra predicazione del vangelo presso di voi fu non nella sola parola, ma anche nei miracoli, nello Spirito Santo e nella piena convinzione: voi, infatti, sapete quali siamo stati tra voi per il vostro bene. E voi vi faceste imitatori nostri e del Signore, avendo accolta la parola in mezzo a molte tribolazioni col gaudio dello Spirito Santo, al punto da diventare un modello a tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Poiché non solo da voi si è ripercossa nella Macedonia e nell’Acaia la parola di Dio; ma la fede che voi avete in Dio s’è sparsa in ogni luogo, così che non occorre che noi ne parliamo. Infatti, essi stessi, riferendo di noi, raccontano quale fu la nostra venuta tra voi, e come vi siete convertiti dagli idoli a Dio, per servire al Dio vivo e vero, e aspettare dal cielo il suo Figlio (che Egli risuscitò da morte) Gesù, che ci ha liberati dall’ira ventura”.

OMELIA I.

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

LA VITA CRISTIANA

Tessalonica, l’odierna Salonicco, non poteva sfuggire allo zelo di S. Paolo. Era la città più importante della Macedonia, con una numerosa colonia di Ebrei. Vi avrebbe trovata l’occasione propizia di predicare la buona novella, prima nelle Sinagoghe, e poi tra i gentili. Recatosi in questa città durante il suo secondo viaggio, in compagnia di Sila e di Timoteo, in sole tre settimane vi operò un bene immenso. Costretto dall’odio dei Giudei a lasciare Tessalonica, dopo alcune soste in parecchi siti, si reca a Corinto, dove è raggiunto dal diletto discepolo Timoteo, che gli porta notizie su l’andamento della chiesa di Tessalonica.. Queste notizie diedero motivo a Paolo di scrivere una lettera in cui loda i Tessalonicesi della costanza; li conferma nella fede; biasima alcuni abusi, parla della seconda venuta di Gesù Cristo e della risurrezione dei morti, terminando con varie norme di vita cristiana. – Il principio di questa lettera forma l’Epistola di quest’oggi. Dopo il saluto, richiama alla mente dei Tessalonicesi la loro conversione al Vangelo, per mezzo della predicazione, accompagnata dai carismi dello Spirito Santo. La loro premura nell’accogliere la predicazione dell’Apostolo in mezzo a grandi tribolazioni e la loro costanza li rende esempio alle altre chiese della Macedonia e dell’Acaia. – Sull’esempio dei Tessalonicesi, conduciamo anche noi una vita cristiana che

1. Sia fondata sulle virtù teologali,

2. Non si scosti dalla via tracciata da Gesù Cristo.

3. Non tema di manifestarsi francamente.

1.

L’Apostolo ringrazia il Signore, innanzi tutto, per le virtù teologali dei Tessalonicesi. Son memore — dice loro — della vostra fede operosa, della vostra carità paziente e della vostra ferma speranza. Il Catechismo ci insegna che Dio ci ha creati per conoscerlo, amarlo e servirlo in questa vita e goderlo nell’altra in Paradiso. La nostra meta ultima, dunque, è il godimento di Dio. E a questo futuro godimento ci conducono le virtù teologali. Noi dobbiamo raggiungere una meta soprannaturale: è necessario che abbiamo a conoscere e questa meta e i mezzi che vi conducono. Non basta, quindi, la cognizione naturale di Dio; perché questa cognizione insegna all’uomo a rendere omaggio a Dio come autore della natura e dei beni naturali. Ora, noi dobbiamo rendere ossequio a Dio, non solo come autore della natura e dei beni naturali, ma anche come autore d’una felicità soprannaturale. E ciò che riguarda la vita soprannaturale noi conosciamo per mezzo della fede, «virtù soprannaturale per cui crediamo, sull’autorità di Dio. ciò che Egli ci ha rivelato e ci propone da credere per mezzo della Chiesa». Di qui ne consegue che senza la fede non arriveremo ad conseguimento del nostro fine, come dichiara Gesù Cristo : «Chi crederà e sarà battezzato si salverà; ma chi non crederà sarà condannato» (Mc. XVI, 16). Oltre a conoscere la meta a cui arrivare, cioè il possesso della vita futura, occorre conoscere e avere i mezzi per arrivarvi; e qui abbiamo la Speranza: virtù soprannaturale, per cui confidiamo in Dio e da Lui aspettiamo la vita eterna e le grazie necessarie per meritarla quaggiù con le buone opere. La speranze di arrivare un giorno a possedere Dio ci tiene lontani dallo scoraggiamento, e ci rafforza nella vita spirituale. È vero: io non posseggo ancora Dio, mia felicita, ma lo potrò possedere un giorno. Non sono ancora nella patria, ma sono già in via. Ci sono degli ostacoli, ma c’è, anche, chi li toglie. Abbisogno di molta forza, ma la grazia di Dio me la darà. Quando Dio promette, più nessuno può dubitare. « E la promessa che Egli ci ha fatto è questa: la vita eterna» (Giov. II, 25). – La fede è come il fondamento dell’edificio soprannaturale; la speranza ne forma le pareti; il coronamento è formato dalla carità: virtù soprannaturale, per cui amiamo Dio per se stesso sopra ogni cosa, e il prossimo come noi stessi per amor di Dio. È naturale che l’uomo, destinato al possesso di Dio nell’altra vita, sostenuto dalla speranza di pervenirvi, incominci quaggiù la sua unione con Dio, mediante la carità. Se tanto si amano i beni imperfetti, tanto più si deve amare Dio, che è il sommo e il più amabile di tutti i beni. Ed è naturale che si debba amarlo sopra ogni cosa, disposti a perder tutto piuttosto che offenderlo con peccato grave. E vien da sé che in Dio dobbiamo amare il prossimo, chiamato con noi, a far parte dell’eterna felicità. Tutta la dottrina cristiana si può ridurre a quello che l’uomo deve credere, sperare e amare. Quanto più in uno sono vive le vitti della fede, della speranza e della carità, tanto più è rigogliosa tutta la sua vita spirituale. Esse sono tanto necessarie all’eterna salute, che chi facesse lunghe penitenze, soccorresse i poveri e praticasse tante opere buone, senza le virtù teologali non schiverebbe la dannazione. Chi, invece, ben radicato in queste virtù, fosse nell’impossibilità di compire le opere comandate, si salverebbe egualmente in virtù del desiderio di poterle compiere; desiderio che è, necessariamente, incluso nelle virtù teologali.

2.

L’Apostolo dichiara ai Tessalonicesi: Voi vi faceste imitatori nostri e del Signore. È come dire: Voi conduceteuna vita da veri Cristiani, perché seguite la via tracciatada Gesù Cristo. «Cristiano è colui che non disprezzala via di Cristo, ma la via di Cristo vuol seguire per mezzodei suoi patimenti», insegna S . Agostino (En. 2 in Ps. XXXVI). – La via che Gesù Cristo ci ha tracciata ci guida all’adempimento dei nostri doveri verso Dio. Quando, nel tempio di Gerusalemme, Maria fa osservare a Gesù che essa e Giuseppe, addolorati, andavano in cerca di Lui, Egli risponde: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io debbo occuparmi di quelle cose che spettano al Padre mio?» (Luc. II, 49). Anche il Cristiano deve occuparsi delle cose che spettano a Dio. Non ha avuto da Lui la vita? Non è da Lui sostenuto? Non deve conoscere la sua volontà? Non deve rendergli il suo omaggio? Non deve onorarlo pubblicamente con le opere di culto, tanto più se prescritte? Eppure quanti Cristiani, tralasciano di ascoltare la Messa anche nei giorni festivi, non dicono mai una preghiera, e, forse, non si fanno mai il segno di croce. Catechismo, funzioni sacre, sono per essi parole prive di significato. La Domenica, invece dell’istruzione parrocchiale, si ascoltano mille sciocchezze, spropositi tra crocchi di sfaccendati: invece di prender parte alla sacre funzioni, si prende parte a divertimenti non sempre edificanti o, per lo meno, innocui. In chiesa c’è la predica e il canto dei salmi: fuori si passeggia, si giuoca, si beve, si alterca, si bestemmia. Gesù Cristo può dire: «Chi di voi può convincermi di peccato?» (Giov. VIII, 46). Ciò nonostante conduce una vita di grande penitenza; e prima di incominciare la vita pubblica digiuna rigorosamente per ben quaranta giorni nel deserto. Egli non aveva peccati da espiare, non aveva nessun obbligo di far penitenza per sé; ma voleva espiare i nostri peccati, voleva insegnare a noi l’obbligo della penitenza. Per il Cristiano questo della penitenza è un dovere che non si può sfuggire; tranne che si trovi nella condizione di poter ripetere le parole di Gesù Cristo: «Chi di voi può convincermi di peccato?» Ma nessuno può arrivare a un punto di demenza tale, da ripetere sul serio le parole del Divin Maestro. Solo Dio è senza difetti. Tutti lo sappiamo, come sappiamo che tutti gli uomini sono peccatori. Se siamo peccatori, dobbiamo fare penitenza. Non si richiede che abbiamo a ritirarci nel deserto, a digiunare continuamente, a flagellarci a sangue, come fecero tanti santi in ossequio al ritiro, al digiuno, alla flagellazione di Gesù Cristo. Questi eroismi, sotto l’influsso della sua grazia, Dio li chiede a dei santi particolari, perché servano a scuotere la nostra inerzia. In generale, da noi richiede molto meno; richiede lo spirito di penitenza. È spirito di penitenza accettare dalle sue mani prove che ci manda; è spirito di penitenza fare la sua volontà, anche quando richiede sacrifici; è spirito di penitenza combattere le passioni, astenerci dalle occasioni peccaminose, libere di peccato; è spirito di penitenza osservare i giorni di astinenza e di digiuno che la Chiesa prescrive, e che ormai sono ridotti a ben poca cosa. – La via tracciata dal Redentore, oltre condurci all’adempimento dei doveri verso Dio e verso noi stessi, ci conduce anche all’adempimento dei doveri verso il prossimo. L’amore verso il prossimo, il perdono delle offese, il render bene per male sono principi ripetutamente inculcati da Gesù Cristo. Per gli uomini, quantunque degni di castigo, Egli discende dal Cielo, s’incarna, soffre e muore. Noi verso i nostri fratelli non abbiam nulla da fare? Non dobbiamo noi amarli, se Gesù Cristo li ha amati al punto da morir per loro? E il nostro amore dobbiamo dimostrarlo con le opere. Nelle relazioni col prossimo dobbiamo astenerci da tutto ciò che può recar offesa, turbar la pace, suscitar discordie, provocar liti. Dobbiamo rispettare la sua roba, il suo onore, il suo focolare. Non dobbiamo lasciarci vincere dal puntiglio di dominare sui fratelli, memori dell’esempio di Gesù Cristo, «che non è venuto per esser servito, ma per servire» (Matt. XX, 28). –

3.

I Tessalonicesi, che tra molte tribolazioni accettano e professano la parola del Vangelo si dimostrano così franchi da diventare un modello a tutti i credenti detta Macedonia e dell’Acaia. Come nota il Crisostomo, l’Apostolo « non dice: Siete diventati modello nel credere, ma siete diventati modelli a quelli che credevano già. Cioè, voi che siete scesi a lottare fin dal principio, avete insegnato in che modo si deve credere in Dio» (In Ep. ad Thess. Hom. 1, 3). La lotta che dovettero sostenere sin dal principio, quando accettarono la parola del Vangelo, non li scoraggiò. Con la stessa franchezza professarono in faccia a tutti la fede abbracciata. Uno sguardo, anche molto superficiale, attorno a noi ci convince subito che non tutti i Cristiani hanno la franchezza dei Tessalonicesi nel dimostrarsi tali in faccia a tutti. L’opportunismo domina la sua parte. Oggi si inneggia alla Religione, domani la si combatte Oggi si fa omaggio ai ministri di Dio, domani si colmano di imprecazioni. Oggi si prende parte a una processione religiosa, domani la si contrasta. Si cambiano idee secondo che il vento spira; si cambiano le azioni come si cambiano gli abiti nelle varie stagioni. – Poi c’è la paura che ci riduce Cristiani a metà. Non si fa Pasqua, non si ascolta la Messa nei giorni festivi. Il motivo? — Ero indisposto — vi sentite non di rado rispondere. Non si tratta però, generalmente, che di indisposizione morale. Si tratta di paura di essere notati. Lo stesso si dica, tante volte, dei divertimenti, della moda ecc. Si ha paura di rifiutar l’invito: si ha paura di esser notati, se non si segue la moda del vicino, del compagno di lavoro ecc. Corretti in casa; leggeri e scandalosi in pubblico. – C’è anche, delle volte, una vera persecuzione. Sono ripicchi, soprusi, insulti, provocazioni, calunnie per impedirci di praticare apertamente una vita da buon Cristiano. Ma neanche queste tribolazioni devono intimidirci. Nella tempesta si conosce il navigante, e nelle tribolazioni si conosce il vero cristiano. S. Pietro Canisio fu uno dei Santi maggiormente gratificati di insulti, di ingiurie, di calunnie da parte degli eretici. Ma egli non rallentò mai il suo zelo. Quando p. e. lo chiamavano: — bestemmiatore esecrabile, zoticone, asino del Papa, animo ingannatore; — non aveva che una risposta: «Sia lodato Gesù Cristo. Siamo stati ritenuti degni d’essere ingiuriati per il suo nome». Continuava quella regola di vita che s’era prefisso fin da studente a Colonia, quando in fronte e a tergo di un quaderno, che doveva aprire frequentemente, scriveva a grandi caratteri: Persevera: Sii perseverante. – Sii perseverante. Ecco la parola che deve ripetere ogni Cristiano a se stesso nel momento della prova. Il navigante che, spaventato dalla tempesta, non si preoccupa più di arrivare in porto, finisce col naufragare. Il Cristiano che nelle difficoltà dimentica i suoi doveri, è un naufrago che non si cura di arrivare al porto dell’eterna salvezza. Sii perseverante, e vincerai. Pensa che «senza avversari non c’è corona di vittoria» (S. Ambr. Epist. 18, 30).

Graduale

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
V. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in sǽcula. Allelúja, allelúja.

(Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.

V. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno. Allelúia, allelúia.)

Ps CXXIX129:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja.

(Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.)

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt XIII: 31-35
In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum cœlórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, majus est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres cœli véniant et hábitent in ramis ejus. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum cœlórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

[“In quel tempo Gesù propose alle turbe un’altra parabola, dicendo: Èsimileil regno de’ cieli a un grano di senapa, che un uomo prese e seminò nel suo campo. La quale è bensì in più minuta di tutte le semenze; ma cresciuta che sia è maggiore di tutti i legumi, e diventa un albero, dimodoché gli uccelli dell’aria vanno a riposare sopra i di lei rami. Un’altra parabola disse loro: È simile il regno de’ cieli a un pezzo di lievito, cui una donna rimestolla con tre staia di farina, fintantoché tutta sia fermentata. Tutte queste cose Gesù disse alle turbe per via di parabole: ne mai parlava loro senza parabole; affinché si adempisse quello che era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, manifesterò cose che sono state nascoste dalla fondazione del mondo”].

OMELIA II.

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la Fede

Simile est regnum cœlorum grano sinapis quod accipiens homo seminavit in agro suo.

Che significa, fratelli miei, questo grano di senapa a cui Gesù Cristo paragona nell’odierno Vangelo il regno de’ cieli? Tra le diverse spiegazioni che danno i santi padri a questa parabola, io mi attengo a quella di s. Giov. Crisostomo, il quale dice che questo grano di senapa rappresenta le fede, che fa regnar Dio in noi e ci dispone a posseder un giorno il suo regno. Infatti, siccome il grano di senapa rinchiude nella sua piccolezza la radice di un grande albero, così la fede èil fondamento delle virtù cristiane, il principio e la radice della nostra giustificazione, come dice il santo Concilio di Trento. Siccome il grano di senapa è la più piccola di tutte le sementi e diviene in appresso un albero assai esteso co’ suoi rami per servire di dimora agli uccelli dell’aria, cosi la fede ci rende piccioli umiliandoci sotto il suo giogo, ma ci innalza sino a Dio con i lumi che ci dà delle sue perfezioni e col frutto delle buone opere che ci fa produrre pel cielo, a cui ella ci conduce. Finalmente, siccome il grano di senapa ha una virtù particolare per farci trovare gusto nelle cose più insipide, così la fede ci fa superare la ripugnanza e ci anima alla pratica dei nostri doveri. Di questa fede appunto, fratelli miei , che è la prima delle cristiane virtù, senza di cui niuno può essere salvo, sono io qui per ragionarvi. – Bisogna farne conoscere la necessità, l’eccellenza, le qualità e gli effetti. La fede è un omaggio del nostro spirito, che noi sottomettiamo all’autorità di Dio per credere le verità che ci ha rivelate, ma affinché questa fede operi la nostra salute, ella deve altresì essere un omaggio dei nostri cuori per fare quel che Dio ci ha comandato. Vale a dire: la fede dee esercitare il suo impero sopra lo spirito e sopra il cuore dell’uomo; essa deve esercitare il suo impero sopra lo spirito per sottometterlo alle verità rivelate, essa dee esercitare il suo impero sopra il cuore per metter in pratica quello che è comandato. In due parole, la fede deve renderei docili a credere tutte le verità che la religione ci propone, primo punto; la fede dee renderci fedeli ad osservare le massime che questa medesima religione ci insegna, secondo punto bisogna credere, bisogna operare in una maniera conforme alla sua credenza; ecco il mio assunto, che racchiude tutte le obbligazioni del fedele.

I.° Punto. La fede è al dire del grande Apostolo, la base e il fondamento delle cose che noi abbiamo a sperare e la ferma credenza di quelle che non vediamo; essa è una virtù per cui noi crediamo fermamente Dio e tutto quello ch’Egli ha rivelato, quand’anche noi comprendiamo, perché Egli è la stessa verità. Questa virtù è si necessaria all’uomo che senza di essa è impossibile di piacere a Dio, impossibile di possederlo. – Imperciocché il primo passo che bisogna fare per avvicinarsi a Dio, aggiugne l’Apostolo stesso, è di credere che Egli è, e che ricompenserà coloro che lo cercano. Non si può giungere alla luce della gloria, dice s. Agostino, che camminando nei sentieri oscuri della fede; senza la fede niuna virtù meritoria pel cielo: colui che non crede, dice Gesù Cristo, porta nella sua infedeltà la sentenza della sua condannazione, ma colui che crede possiede nella sua fede un pegno della vita eterna. Qui credìderit salvus erti, qui vero non crediderit, condemnabitur ( Marc. XVI). Ma affinché la fede sia un omaggio degnodi Dio e vantaggioso per l’uomo,ella deve esser ferma per credere senzaesitare, semplice per credere senza ragionare, universale per credere senza riserva tutte le verità che ci sono dalla parte di Dio rivelate: fermezza della fede; semplicità della fede, integrità della fede; tali sono i caratteri ch’essa deve avere, tali sono gli effetti che essa deve produrre sopra lo spirito dell’uomo.La vostra fede, fratelli miei, ha ella queste qualità? Ecco quello che voi dovete esaminare ascoltandomi.

I. Siccome non v’ha che una Religione, perché non v’è che un Dio così non può esservi che una fede, che deve sempre avere le medesime verità a credere, la medesima regola a seguire, il medesimo motivo che la determini. Basta dunque sapere qual è il motivo e la regola della fede, per essere convinto che essa non deve variare, che deve essere ferma e costante nella sommissione alle verità che ci sono rivelate. Ora qual è il motivo della fede? Quale ne è la regola? Il suo motivo è la somma veracità di Dio; la sua regola è l’autorità delia Chiesa. Mentre, perché crediamo noi le verità, che la Religione ci propone? Perché Dio, che è la stessa verità, le ha rivelate, e come siamo noi accertati che Dio ha rivelate alcune verità? Per l’autorità della Chiesa, che è il suo oracolo. Ora questo motivo e questa regola essendo infallibili, la fede che è appoggiata sopra sì saldi fondamenti, non deve ella essere ferma ed immobile? Non è cosa sorprendente che la fede appoggiata sopra la testimonianza degli uomini sia incerta e vacillante. Questa incertezza viene da due difetti cui sono soggetti gli uomini; cioè dalla mancanza di lumi e dalla mancanza di sincerità. Siccome le cognizioni degli uomini sono limitate, si formano spesse fiate false idee sugli oggetti che si presentano al loro spirito; o se pure discoprono la verità, non sono sempre fedeli per comunicarla quale la conoscono, in una parola possono ingannarsi o ingannare gli altri: quindi ne viene che le cognizioni che s’appoggiano sopra la testimonianza umana non sono sempre sicure. Ma non è così del nostro Dio: infinitamente perfetto, conosce la verità e parla sempre il linguaggio della verità; Egli conosce le cose come sono e le annunzia come le conosce. Si, fratelli miei, Dio non può ingannarsi né ingannarci; Egli non può ingannarsi, perciocché se fosse fallibile nelle sue cognizioni cesserebbe di essere Dio, poiché gli mancherebbe una perfezione; né meno può ingannarci, perché è infinitamente buono e fedele, e se ci inducesse in errore, questo errore cadrebbe su Lui, il che non si può pensare senza far ingiuria alla sua infallibile veracità. – Perciò non appartiene che a Dio l’esigere dalla creatura ragionevole un consentimento perfetto a tutto ciò che Egli ha rivelato. Sebbene oscure, sebbene impenetrabili siano allo spirito umano le verità che Dio gli propone di credere, quantunque siano esse combattute dalla testimonianza dei sensi, basta sapere che Dio ha parlato, per credere senza esitare; ragionamenti, sottigliezze, testimonianze dei sensi, tutto deve piegare sotto l’autorità di Dio e sotto il giogo della fede. E certamente, fratelli miei, per prendere la cosa nel suo principio, non è egli forse giusto che l’uomo faccia a Dio quest’omaggio del suo spirito, sacrificando i suoi lumi a quelli di Dio? Nulla evvi nell’uomo che non dipenda dal Creatore e che non debba riceverne la legge. Ora, avendo Dio dato all’uomo due facoltà: l’intelletto che conosce gli oggetti, e la volontà che li ama o li odia, non è egli giusto che l’uomo faccia a Dio il sacrificio di queste due facoltà? Sacrificio che Dio domanda e che ha diritto di esigere. La volontà dell’uomo deve esser sommessa in tutto a quella di Dio per fare le cose ancora che non sono di suo genio, bisogna che l’intelletto sia esso pure sommesso all’autorità di Dio per credere cose che gli sono incomprensibili. La volontà dell’uomo non sarebbe in una perfetta dipendenza da quella di Dio, se far volesse se non ciò che è conforme alle sue inclinazioni; parimente l’intelletto non sarebbe abbastanza umiliato sotto l’autorità di Dio, se non volesse credere che quello che è proporzionato alle sue cognizioni. Bisogna dunque, affinché il sacrificio sia intero e perfetto, che lo spirito dell’uomo sia tenuto schiavo sotto il giogo della fede, come la volontà lo è per la legge. Tale è l’omaggio che Dio ha diritto di esigere dalla creatura ragionevole: omaggio il più giusto e il più indispensabile per riguardo all’uomo, ma altresì il più glorioso per riguardo a Dio; perché l’uomo, credendo sulla sola testimonianza di Dio ciò che egli non comprende, fa trionfare la verità di Dio sopra il suo spirito e la sua ragione, che sono naturalmente portati ad accertarsi delle cose per mezzo delle proprie cognizioni. Non crediamo con tutto ciò, fratelli miei, che questa sommissione di spirito che Dio domanda da noi alle verità della fede sia una servitù cieca o tirannica, contraria alla ragione. Se Egli impiega la sua autorità per sottometterci al giogo della fede, ci permette altresì di usare di nostra ragione dice s. Agostino, per giungere alla prima verità. Vuole che la nostra ubbidienza sia giusta e ragionevole, come dice l’Apostolo: Rationabile obseqaium vestrum (Hom.22). Per la qual cosa se ci propone verità incomprensibili alle nostre deboli cognizioni, ciò è per averle rendute credibili coll’evidenza della rivelazione che ne ha fatta. Ma è egli vero, mi direte voi, che Dio ha parlato agli uomini e ha rivelato loro delle verità che li obbliga a credere? Ah! fratelli miei, la santa Religione che professiamo ce ne somministra prove senza replica. Questa Religione, che è la parola stessa di Dio manifestata agli uomini, porta con sé caratteri di divinità sì evidenti, e il suo stabilimento miracoloso, i cui fatti sono sì bene provati che il metterli in dubbio non può essere che l’effetto di un ostinata incredulità. Come la Religione cristiana sì oscura nei suoi misteri, sì austera nelle sue massime, sarebbe stata abbracciata da tanti popoli diversi di costumi e di sentimenti? Come avrebbe ella fatto piegare sotto il suo giogo i potentati della terra, i più grandi ingegni del mondo, se Dio non l’avesse renduta credibile con segni che ne dimostrassero la verità, e se i miracoli non avessero sostenuto, come dice s. Paolo, i discorsi di coloro che predicavano il Vangelo? Evangelium nostrum non fuit in sermone tantum, sed in virtute et plenitudine multa (1 Thess. 1). Se la religione si è stabilita senza miracolo, è, dice s. Agostino, il maggiore di tutti i miracoli che ciò sia in tal guisa accaduto; non appartiene che a Dio di operare una tal meraviglia e di sottomettere gli spiriti e i cuori a tutto quello che è capace di disgustarli. Qui, fratelli miei, vi è permesso di ragionare. Una Religione confermata da infiniti miracoli non può venire che da Dio, potete voi dire, una Religione il cui autore è Dio non può insegnare che la verità; perciò quando io credo ciò che la Religione cristiana insegna, io credo tante verità. A questo semplice raziocinio, voi comprendete senza dubbio la solidità di nostra fede; altro motivo. – Carattere di divinità nella santità della religione interamente pura negli insegnamenti della sua morale, che l’uomo alla più alta perfezione conduce. Noi tutti saremmo Angeli sulla terra, se fossimo fedeli osservatori delle sue massime. Ora si può egli ragionevolmente dubitare che una tal Religione non venga da Dio? E siccome essa è la via di cui Dio si è servito per parlare agli uomini e rivelar loro alcune verità a credere, ecco il motivo di nostra fede bene stabilito per indurci a credere queste verità. Ma perché vi sono più sette nel mondo, le quali, benché opposte le une alle altre, si vantano di seguire la religion Cristiana, che nulladimeno non può trovarsi in tutte perché la verità non è che una sola, noi abbiamo bisogno di una regola che diriga la nostra fede, per fare un giusto discernimento della vera Religione. Or qual è questa regola? È l’autorità della santa Chiesa Romana, in cui abbiamo noi avuta la buona sorte di nascere, che sola può vantarsi di custodire ad esclusione d’ogni altra setta il deposito della parola di Dio, sia per la sua antichità, sia per la sua infallibilità e santità. Antichità della Chiesa, che sussiste sino da Gesù Cristo per una successione non interrotta di pastori, la quale non si trova in nessuna delle sette, delle quali tutte si sa l’origine. Infallibilità della Chiesa, contro cui, secondo la testimonianza di Gesù Cristo, le porte dell’inferno non hanno mai prevalso; non è forse al suo tribunale che tutti gli errori comparsi nel mondo hanno ricevuta la loro condanna? Santità della Chiesa che ha formato e che forma ancora tanti santi discepoli. Non è forse dal suo seno che sono uscite quelle schiere innumerabili di martiri che hanno sigillato col loro sangue le verità della fede, quel gran numero di Dottori che hanno rischiarato il mondo, quella prodigiosa moltitudine di santi la cui memoria è in venerazione anche tra i nostri nemici? Egli è dunque nella santa Chiesa romana che si trova la vera Religione, la parola di Dio. Ella sola è l’appoggio e la colonna della verità; a questa colonna bisogna attaccarsi per non cadere. Chiunque non è nella nave di s. Pietro, dice s. Girolamo, è sicuro di perire: chiunque non ascolta la Chiesa dee esser riguardato come un pagano ed un pubblicano. Ecco dunque, fratelli miei, la regola infallibile che deve terminare ogni litigio su ciò che dobbiamo credere: regola infallibile che bisogna seguire non solo con fermezza e senza esitare, ma ancora con semplicità e senza ragionare.

II. Ed invero, fratelli miei, dopo che Dio ha parlato e noi siamo assicurati della sua divina parola per l’autorità della Chiesa che n’è la voce, lungi da noi ogni raziocinio, ogni curiosa ricerca sopra gli articoli che la fede ci propone a credere. I misteri di questa fede siano pure incomprensibili, sorpassino pure i nostri deboli lumi; la ragione, appoggiata sopra la certezza della rivelazione, non deve più disanimarsi né per l’oscurità dei misteri, né per difficoltà che prova a credere: perciocché due cose convien distinguere nella rivelazione che Dio ci ha fatta della fede; e i misteri in sé stessi e i segni di credibilità che Dio ce ne ha dati. I misteri, è vero, sono nascosti sotto dense nebbie, che li rendono incomprensibili allo spirito umano: è questo precisamente ciò che fa il merito della fede: mentre qual merito vi sarebbe nel credere ciò che è evidente e che facilmente s’intende? L’evidenza toglie la libertà e dove non è libertà non è merito. È dunque necessaria l’oscurità per esercitare la nostra fede, che non può coll’evidenza sussistere, dice san Gregorio: Fides non habet meritum ubi umana ratio experimentum præbet. Ma Dio ancora ha renduti credibili i misteri della religione con segni capaci di convincere ogni spirito scevro di pregiudizi ed esente da passione: ecco ciò che rende ragionevole la sommissione della fede. Poteva l’uomo chiedere di più a Dio? Poteva egli esigere da Lui che gli desse una intelligenza intima dei misteri o che li rendesse evidenti in se stessi? Ma qual sacrificio l’uomo avrebbe fatto a Dio della sua ragione? Qual merito, dico, avrebbe egli avuto di credere? Bastava dunque che questi misteri fossero evidentemente credibili nella rivelazione che Dio ne ha fatta all’uomo e nella autorità che egli ha data alla sua Chiesa per fissare la nostra fede, come abbiam dimostrato. Ecco in poche parole ciò che deve dissipare tutti i dubbi sopra la fede, ciò che bandir dee ogni raziocinio e ciò che dovrebbe bastar all’incredulo per sottomettersi, se fosse ragionevole. Se i misteri della fede sono impenetrabili ai nostri deboli lumi (lo credereste, fratelli miei?), gli è in questa debolezza medesima del nostro spirito che io trovo una ragione capace di farci piegare sotto il giogo della fede. – Imperciocché sventuratamente noi non siamo che tenebre, ed il nostro spirito è sì limitato che non può neppure arrivare alla conoscenza di molte cose naturali; ve ne ha infinitamente più di quelle che sorpassano il suo intendimento che di quelle che esso può comprendere. Sappiamo noi forse come si formi anche soltanto un pensiero nella nostra mente? Come un piccolo grano di semente produca infiniti altri? Ohimè! un granello di sabbia, un atomo è uno scoglio ove i più grandi ingegni vanno a naufragare. Noi siamo costretti ogni giorno di confessare la nostra ignoranza su mille segreti della natura; e perché non li comprendiamo, saremmo ben fondati a non crederli? Non sarebbe una follia il metterli in dubbio? Perché dunque non crederemo i misteri della Religione, sebbene incomprensibili? Tutto giorno crediamo, sulla testimonianza degli uomini, avvenimenti che non abbiamo veduto, e perché non aderiremo a quella di Dio, che ha maggior autorità? Si testimonium hominum accipimus, testimonium Dei maius est (1 Jo. 5). Voi non comprendete il mistero della santissima Trinità, dell’Incarnazione del Verbo, dell’adorabile Eucaristia; e per questo appunto non dovete aver difficoltà di crederli, poiché credete molte cose che non comprendete. Quindi è, o fratelli miei, che possiamo noi trarre vantaggio e dall’oscurità dei misteri delle fede e dalla debolezza delle nostre cognizioni. Impariamo a dimorare dentro i limiti circoscritti dei nostri lumi, senza voler elevarci a cose che sono superiori al nostro intendimento. Camminiamo colla semplicità della fede nei sentieri oscuri pei quali ella ci conduce; rammentiamoci che il semplice fedele il quale si sottomette ciecamente è più grande avanti a Dio che i più grandi ingegni del mondo che non vogliono credere. Ah! se si seguissero esattamente le regole della fede che ho pur ora prescritte, si vedrebbero forse, come si veggono al dì d’oggi, tanti Cristiani vacillanti nella loro fede, che dubitano, che esaminano, che vogliono accertarsi coi loro propri lumi delle verità cristiane, invece di rapportarsene alla testimonianza dell’adorabile Verità e alle decisioni della Chiesa? Si vedrebbero tanti temerari scrutatori dei divini misteri che, per troppo avvicinarsi alla maestà di Dio, non potendo sostenerne lo splendore, cadono nell’accecamento, nell’infedeltà, mentre un’umile sommessione li condurrebbe sicuramente al porto? Perciocché tale è il disordine del secolo; ciascheduno vuol ragionare in materia di religione; quei medesimi che ne sanno meno son quelli che si scatenano di più contro di essa. Non si veggono forse persone senza talento, senza cognizioni, parlare con la maggior franchezza sopra ciò che v’è di più elevato nella Religione? Presuntuose a tal segno che credono saper tutto, perché hanno letti alcuni cattivi libri. Per arrivar all’altezza delle verità cristiane, s’innalzano sopra le proprie forze, e perché con la tenuità del loro ingegno non possono comprenderle, pigliano arditamente il partito di combattere, come dice s. Agostino, le verità celesti con armi terrene; bestemmiano ciò che ignorano, mettono scioccamente in ridicolo quanto abbiamo di più santo e di più sacro nella Religione, e ciò che è ancora più degno di condannazione si è, che, non contenti di scuotere il giogo della fede, si sforzano coi loro discorsi perniciosi di strascinare gli altri nel proprio accecamento, di distruggere la fede nel loro spirito, con dei dubbi che vi fan nascere sulle verità le meglio stabilite. Che tal peste sia per sempre bandita dalla società dei fedeli! Possiate voi, fratelli miei, non trovarvi giammai con costoro! Checché dirvi possano, voi avete più ragione di credere che non ne hanno essi di dubitare; siate dunque fermi nella vostra fede, credete con semplicità e senza esame tutte le verità che ella propone: poiché chi dubita, dice s. Giacomo, è simile alle onde del mare, che a forza di essere agitate vengono finalmente a rompersi contro le rupi; laddove chi è fermo nella fede e ciecamente si sottomette, cammina coll’aiuto di una calma tranquilla ed arriva felicemente al termine della sua navigazione. Se la vostra fede è ferma senza esitare, semplice senza discutere, ella sarà intera ed universale, per credere senza riserva tutte le verità della Religione. Non ho bisogno quivi di darvi lunghe prove.

III. Infatti, se voi credete alcune verità che Dio ha rivelate, non dovete voi credere tutte le altre con fermezza giacché avete lo stesso motivo e la medesima regola così per le une come per le altre? Questo motivo, che è la verità e la parola di Dio, si estende a tutti gli oggetti della fede; vi sono essi proposti dalla medesima regola, che è l’antichità della Chiesa: la vostra fede deve dunque essere la medesima per tutti. Ricusare di credere qualche verità è un non crederne alcuna. E qui appunto si può benissimo applicare quel che dice l’apostolo s. Giacomo, che chi manca in un punto è colpevole in tutti: Qui peccat in uno, factus est omnium reus (Jac. II). Perché, io vi chiederò, perché credete voi alcuni articoli di fede? Perché, rispondete, li ha rivelati Iddio. Or tutti gli articoli che la Chiesa vi propone sono muniti dello stesso sigillo di verità, vi sono intimati dalla medesima autorità; dunque voi dovete crederli; altrimenti la vostra fede non è diretta dallo spirito di Dio, ma da uno spirito privato, che non è sommesso alla Chiesa. Tale è stata e tale è ancora al giorno d’oggi la sorgente fatale delle eresie che hanno desolata la Chiesa di Gesù Cristo; uno spirito privato guidato dall’orgoglio; riposando più sui propri lumi che sulla testimonianza rispettabile della sposa del Salvatore, ha sparso la zizzania nel campo del padre di famiglia, si è innalzato da sé un tribunale per giudicare definitivamente della verità della fede:quindi spiega le parole più chiare della Scrittura in un senso forzato ed immaginario, e rigetta il senso che la Chiesa loro attribuisce; quindi gli scismi e le ribellioni; quindi le variazioni nella dottrina, inseparabili da quello spirito privato, che si è moltiplicato in tanti individui quanti furono da esso guidati: quindi la rovina totale della fede. Con una guida cosi cieca, si può non cadere nel precipizio ? A Dio non piaccia, fratelli miei, che vi abbandonate giammai alla sua condotta! Voi ne avete una più sicura, che è la Chiesa di Gesù Cristo, cui Egli ha promesso la sua assistenza sino alla consumazione dei secoli, per condurre il gregge. alle sue cure affidato. Laonde nulla voi avete a temere; ascoltando la Chiesa voi siete nella via di salute; credendo ciò che crede la Chiesa, voi credete ciò che bisogna credere per esser salvi.

Pratica. Benedite il Signore che v’abbia fatto nascere nel seno di questa Chiesa, che v’abbia fatto parte del dono prezioso della fede: supplicatelo di conservare in voi questo deposito e di non trasportar altrove la fiaccola che vi rischiara. Ma per conservarla voi medesimi, lungi da voi ogni divisione, ogni distinzione frivola in materia di fede. Tosto che la Chiesa ha parlato con la voce dei suoi pastori, dovete sottomettervi; voi non potete traviare seguendo la strada che v’insegnano; se v’insegnassero l’errore, questo ricadrebbe sopra Gesù Cristo medesimo che vi ha detto di ascoltarli, come se egli stesso vi parlasse: Qui vos audit, me audit ( Luc. XVI). Convien dunque credere indistintamente tutto ciò che i pastori della Chiesa vi propongono di credere, sia nelle Scritture, sia nel simbolo, sia nella tradizione, sia nelle loro decisioni. Del resto, fratelli miei, di qualunque natura sieno queste decisioni ed in qualunque modo sieno state portate, voi dovete sottomettervi; sicché i pastori della Chiesa, incaricati del deposito della fede, v’instruiscano radunati, in Concilio o dispersi nelle loro sedi, meritano egualmente la vostra credenza, perché hanno sempre la medesima autorità, e perché il Signore è continuamente con loro: Vobiscum sum omnibus diebus. Ma non basta credere in generale tutto ciò che la Chiesa crede, voi siete obbligati a fare di tempo in tempo atti di fede sopra alcune verità particolari la cui conoscenza è necessaria alla salute; tali sono i misteri della santissima Trinità, dell’incarnazione del Verbo, della morte di Gesù Cristo sofferta per la salute di tutti gli uomini. Fate sovente la professione di fede rinchiusa nel simbolo degli Apostoli, recitandolo mattina e sera, alla santa Messa, e fermandovi ad ogni articolo. Istruitevi ancora delle verità che concernono i Sacramenti, i comandamenti di Dio e della Chiesa, e perciò assistete assiduamente alle istruzioni che a questo fine vi si fanno. Inviatevi i vostri figliuoli, i vostri servi; perciocché la fede si nutrisce e si rassoda con le buone istruzioni e colla lettura dei buoni libri. Ma guardatevi bene di leggerne o di ritenerne di quelli che siano contro la fede, evitate la compagnia di coloro che parlano contro la Religione; e se qualcheduno l’attacca in via ostra presenza, difendetela quanto potete, secondo i talenti che Dio vi ha dati. Sostenetela sopra tutto questa fede con una vita santa ed esemplare, che fa spesse fiate maggiore impressione che i discorsi più eloquenti. Con questo voi sarete non solamente i discepoli della fede, ma ancora gli Apostoli, e si potrà rendervi la medesima testimonianza che s. Paolo rendeva, ai primitivi Cristiani, quando si rallegrava con essi di aver data nel mondo una tale estensione alla fede che non aveva bisogno egli stesso di parlarne: In omni loco fides vestra, quæ est apud Deum, profecta est, ita ut non sit nobis necesse quidquam loqui (1 Thess. 1). Chiamatela vostra fede in vostro soccorso se voi siete tentati, ella vi sosterrà nelle tentazioni; se siete afflitti, ella vi consolerà nelle afflizioni; se voi formate qualche progetto ella vi guiderà nelle vostre imprese per nulla fare che sia contrario alla salute. Così è che il giusto vive della fede e che, dopo aver camminato nei sentieri oscuri, arriva alla luce di gloria che io vi desidero.

CREDO …

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Ps CXXIX1, 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

(Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.)

Secreta

Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quǽsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat.

(Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga.)

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Marc XI: 24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

(In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.)

Postcommunio

Orémus.
Cœléstibus, Dómine, pasti delíciis: quǽsumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus.
(O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo.)

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.

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