DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (14)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (14)

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù c ristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO XXXI.

Della conformità alla volontà di Dio che abbiamo d’avere circa i beni della gloria.

Non solamente dobbiamo conformarci alla volontà di Dio circa i beni di grazia, ma anche circa i beni di gloria. Il vero Servo di Dio ha da essere tanto alieno dal suo interesse, ancora in queste cose, che si deve rallegrar più, che si faccia e adempisca la volontà di Dio, di quello che si potesse mai rallegrare per qualunque suo altro maggiore vantaggio. Questa è una molto gran perfezione, al dir di quel Santo (Thomas a Kemp. lib. 3, c. 25, a. 4), il rassegnarsi alla divina volontà, senza cercare il proprio interesse né nel poco, né nel molto, né nella vita temporale, né nell’eterna: e la ragione si è, perché, come egli aggiunge in un altro luogo, La tua volontà, o Signore, e l’amor del tuo onore dev’essere anteposto ad ogni cosa; e questo a chi ti ama dev’esser di maggior consolazione e piacere, che quanti benefizi egli abbia ricevuti, o possa ricevere. Questa è la contentezza e l’allegrezza de’ Beati. Più si rallegrano i Santi in cielo dell’adempimento della volontà di Dio, che della grandezza della gloria loro (Tract. 3. C. 14). Stanno tanto trasformati in Dio e tanto uniti alla sua volontà, che la gloria che hanno e la buona sorte che è toccata loro non la vogliono tanto per l’utilità che ad essi ne proviene e per la contentezza che ne ricevono, quanto perché Dio così gusta e perché quella è la sua divina volontà. E quindi è, che ciascuno sta tanto contento ed allegro con quel grado di gloria che ha, che non desidera di vantaggio, né gli rincresce che l’altro abbia di più; poiché dal vedere uno Dio, resta talmente in Lui trasformato, che lascia di più nulla volere colla privata sua volontà, e comincia a volere colla volontà sola di Dio: e siccome vede, che quello è il gusto e il beneplacito di Dio, così quello stesso è anche il gusto e beneplacito suo. Questa perfezione veggiamo che risplendeva in que’ gran santi, un Mosè ed un S. Paolo, che per la salute delle anime e per la maggior gloria di Dio pare che si dimenticassero e non facessero conto alcuno della propria lor gloria: Aut dimitte eis hanc noxam; aut si non facis, dele me de libro tuo, quem scripsisti (Exod. XXXII, 31, 32), diceva Mosè a Dio: Signore, o perdona al popolo, o scancellami dal tuo libro: e S. Paolo (Ad. Rom. IX,3): Optabam ego ipse anathema esse a Christo prò fratribus meis. Dal quale impararono poi un S. Martino (S. Mart. in ejus Vita et Eccl. In Off.) e altri Santi che protestavansi con Dio: Si adhuc sum necessarius populo tuo, non recuso laborem. Posponevano il loro riposo, e contentavansi di buona voglia, che venisse loro differita quella gloria ch’era già vicina, e s’offerivano di nuovo alla fatica pel maggior servigio e gloria di Dio. Questo è fare la volontà di Dio qui in terra come si fa in cielo; che dimenticati d’ogni nostro interesse, mettiamo ogni nostro gusto nello adempimento della volontà di Dio; e che stimiamo e facciamo più conto del gusto di Dio, che di ogni nostra utilità e del posseder i cieli e la terra. – Da questo potrà ben vedersi la perfezione che ricerca quest’esercizio della conformità alla volontà di Dio. Se dall’interesse de’ beni spirituali, e ancora de’ beni eterni, e dell’istessa gloria, abbiamo da distorgli occhi per metterli nel gusto e nella volontà di Dio; che cosa s’avrà poi da fare circa gl’interessi e i beni temporali ed umani? Dal che s’intenderà ancora quanto è lontano da questa perfezione colui che ha difficoltà nel conformarsi alla volontà di Dio in quelle cose che dicevamo .da principio; nell’esser io posto in questo, o in quell’altro luogo, in questo, o in quell’altro ufficio; nell’esser sano, o infermo; nell’esser da altri dispregiato, o stimato. Stiamo ora dicendo, che abbiamo da stimar più la volontà e il gusto di Dio, che quante eccellenze possono essere ne’ beni spirituali, e ancora negli eterni; e tu, più che alla volontà di Dio vuoi mirare a queste cose basse e transitorie, le quali rispetto alle altre sopraccennate sono come immondezze. A colui che desidera tanto il gusto di Dio e l’adempimento della volontà di lui, che di buona voglia rinunzia alla propria gloria e si contenta di un luogo più basso in essa, non perché gli manchi desiderio d’affaticarsi e di far opere di gran merito, ma solamente per voler più tosto il gusto e beneplacito di Dio, riusciranno molto facili tutte quest’altre cose: poiché rinunzia quella cosa somma che può rinunziare per amor di Dio. Questo è il più che uno possa cedere per conformarsi alla volontà di Dio: se Dio vuole ch’io muoia subito e abbia manco gloria, più tosto voglio questo, che morir di qua a venti o trent’anni, ancorché allora io avessi da avere molto maggior gloria: e per lo contrario ancorch’io avessi certezza della gloria morendo adesso, se Dio vuole ch’io stia in questo carcere e in questo esilio molti anni, patendo e travagliando, più tosto voglio questo, che andar subito alla gloria: perché il gusto di Dio e l’adempimento della volontà sua è il gusto mio e la mia gloria. Tu es Gloria mea, et exaltans caput meum (Psal. III, 4). Si racconta del nostro S. P. Ignazio un esempio ben raro a questo proposito (Lib. 5, cap. 2 Vitæ S. Ignat.). Stando egli un giorno col padre maestro Lainez e con altri, domandò in certo proposito: Ditemi un poco, maestro Lainez, che cosa vi pare che fareste se Dio Signor nostro vi proponesse questo partito, e dicesse: Se tu vuoi morir subito, io ti caverò dalla prigione di questo corpo e ti darò la gloria eterna; ma se vuoi ancora vivere, non ti assicuro di quello che sarà di te: resterai alla tua ventura: se vivrai e persevererai nelle virtù, io ti darò il premio; se mancherai e lascerai di far bene, come io ti troverò, così ti giudicherò. Se il Signore dicesse questo, e voi credeste, che restando per qualche tempo in questa vita, poteste far qualche cosa che ridondasse in grande e singolar gloria della Divina Maestà Sua; che cosa eleggereste? che cosa rispondereste? Il padre Lainez rispose: Io, Padre, confesso a Vostra Reverenza, che eleggerei l’andarmene subito a goder Dio e l’assicurar la mia salute con liberarmi da tutti i pericoli in cosa che importa tanto. Allora il nostro S. Padre disse : Io certamente non farei così: ma se giudicassi, che restando in questa vita potessi far qualche cosa di gran servigio e gloria del Signore, lo supplicherei che mi lasciasse in vita sin a tanto che l’avessi fatta; e metterei gli occhi in essa, e non in me, senza aver riguardo al mio pericolo, o alla mia sicurezza. Né pareva a lui che con tal elezione se ne potesse restar in forse la sua salute, anzi che sarebbe quindi stata questa per lui e più certa e più vantaggiosa, per essersi egli fidato di Dio per quel tempo di più che eletto si fosse di stare in questo mondo per interesse della sua gloria. Perciocché qual è quel Re, o Principe nel mondo, il quale offrendo qualche gran grazia ad alcuno de’ suoi servitori, e non volendo quegli accettar di goderla subito, per potergli far prima qualche notabil servigio, non si tenesse obbligato a mantenere, anzi di più ad aumentare quella grazia ad un tal servitore; poiché egli se ne privò per amor suo e per poterlo meglio servire? Ora se questo fanno gli uomini, i quali sogliono essere sconoscenti e ingrati; che cosa abbiamo da sperar noi dal Signore che talmente ci previene colla sua grazia e ci fa tanti favori? come potremmo mai temere che ci abbandonasse e ci lasciasse cadere, per aver noi differita la nostra beatitudine ed aver rinunziato di godere più presto lui per amore di lui? Non si può credere né temere tal cosa da un tal Signore.

CAPO XXXII.

Della conformità, unione ed amor perfetto con Dio: e come in questo abbiamo da esercitarci.

Per poter meglio vedere la perfezione ed eccellenza grande che rinchiude in sè questo esercizio della conformità alla volontà di Dio, e per poter sapere sin dove possiamo arrivare con esso, per conclusione di questo Trattato diremo qualche cosa dell’esercizio più alto che mettono i Santi e i Maestri della vita spirituale, dell’amor di Dio, il quale par che venga qui a proposito: perché uno de’ principali effetti dell’amore, come dice S. Dionigio Areopagita (D. Dionys. c. 4 de Div. Nom.), è fare, che le volontà degli amanti siano una soia,  cioè a dire, che abbiano un istesso volere

e un istesso non volere: e così quanto uno sarà più unito e più conforme alla volontà di Dio, avrà tanto maggiore amor di Dio; e quanto maggiore amor di Dio avrà, e quanto maggiore sarà quest’amore, tanto più sarà egli unito e conforme alla volontà di Dio. Per dichiarar meglio questa cosa bisogna che ascendiamo in cielo colla considerazione, e veggiamo come stanno colà i Beati amando e conformandosi alla volontà di Dio, con avere un’istessa volontà ed un istesso volere con lui; perché quanto più ci avvicineremo a questo, tanto più sarà perfetto il nostro esercizio. Il glorioso apostolo ed evangelista S. Giovanni nella sua prima Epistola Canonica dice , che la vista di Dio fa i Beati simili a lui: Quoniam cum apparuerit, similes ei erimus, quoniam videbimus eum sicuti est (I. Jo. III, 2.): perocché subito che veggono Dio, restano di tal maniera uniti e trasformati in Dio, che hanno una medesima volontà e un medesimo volere con Lui. Or veggiamo un poco qual è il volere e la volontà e l’amor di Dio, acciocché così possiamo vedere qual è il volere e la volontà de’ Beati; e da questo poi possiamo ricorrere qual ha da essere il volere, l’amore e la volontà nostra perfetta. Il volere e la volontà di Dio, e l’amor suo sommo e perfettissimo, è il compiacimento e l’amore della sua medesima gloria e del suo essere sommamente perfetto e glorioso. Ora questo medesimo è il volere, la volontà e l’amor de’ Beati; di maniera che l’amor de’ Santi e Beati e un amore e un volere con cui amano e vogliono con tutte le loro forze che Dio sia quegli che è, e sia in sé tanto buono, tanto glorioso e tanto degno d’onore, quanto è: e come veggono in Dio tutto quello ch’essi desiderano, ne siegue in essi quel frutto dello Spirito santo che dice l’Apostolo, Fructus autem Spiritus est gaudium (Gal, V, 22), che è un gaudio ineffabile di veder quello che tanto amano, così pieno di beni e di tesori in se stesso. Con quel che veggiamo di qua possiamo congetturar qualche cosa di questo divino gaudio che in ciò provano i Beati. Guarda quant’è grande l’allegrezza che prova di qua un buon figliuolo per vedere il suo padre, ch’egli grandemente ama, onorato e ben voluto da tutti, savio, ricco, potente e molto stimato e amato dal Re. Veramente vi sono figliuoli tanto buoni che diranno, che non v’è cosa alla quale si possa paragonare 1’allegrezza che sentono al vedere il proprio padre in tanta stima. Ora se quest’allegrezza è tanto grande di qua ove l’amore è tanto debole e i beni tanto bassi e limitati; qual sarà l’allegrezza de’ Santi, veggendo il lor vero Signore, Creatore e Padre celeste, in cui sono tanto trasformati per amore, veggendolo, dico, tanto buono, tanto santo, tanto pieno di bellezza, e in tal modo infinitamente potente, che dal suo solo volere ogni cosa creata ha essere e bellezza, e senza di esso non si può muover una fronda nell’albero? E così S. Paolo dice, che questo è un gaudio tanto grande, che né occhio l’ha mai veduto né orecchio udito, né può cadere in cuore umano (I. ad Cor. II, 9). Questo è quel fiume fecondante che vide S. Giovanni nell’Apocalisse (c. XXII, 1 – Ps. XLV, 5) uscir dalla Sedia di Dio e dall’Agnello, che rallegra la Città di Dio, del quale bevono i Beati in cielo, e inebbriati di quest’amore cantano quel perpetuo Alleluja che dice ivi S. Giovanni, glorificando e benedicendo Dio: Alleluja, quoniam regnavit Dominus Deus noster omnipotens. Gaudeamus, et exultemus, et demus glorìam ei (Apoc. XIX, 6 et 7). Stanno rallegrandosi e facendo festa della grandezza della gloria di Dio, e congratulandosene seco con gran giubilo e gaudio.- Benedictio, et claritas, et sapientia, et gratiarum actio, honor, et virtus, et fortitudo Deo nostro, in sæcula sæculorum, Amen (Ibid. VII, 12).Questo è l’amor de1 Santi verso Dio nel cielo e l’unione e conformità che hanno alla sua divina volontà, parlando secondo la piccolezza del nostro intelletto. Questo dunque è quello che noi altri dobbiamo procurare d’imitare di qua in quel modo che ci può esser possibile, acciocché si faccia la volontà di Dio in terra come si fa in cielo. Inspice, et fac secundum exemplarquod tibi in monte monstratum est, disseDio a Mosè quando gli comandò che facesse il Tabernacolo (Exod. XXV, 40): Avverti di far tutte le cose secondo il disegno che t’ho mostrato nel monte. Così noi altri abbiamo da far qui ogni cosa ad imitazione di quel tanto che si fa colà in quel sovrano monte della gloria; e così abbiamo da star amando e volendo quel che stanno amando e volendo i Beati nel cielo, e quel che sta amando e volendo l’istesso Dio, che è l’istessa sua gloria e il suo essere sommamente perfetto e glorioso. Acciocché meglio possa ognuno far questo, metteremo qui brevemente la pratica di quest’esercizio (M. Avil. Tom. 1, epist.; P. Franciscus Anas p. 2 profectus spirit. Tract. 5, c. 3, 4; P. Luduv. de Puente tom. 2 suarum medìt. p. e.). Quando stai nell’orazione considera coll’intelletto l’essere infinito di Dio, la sua eternità, la sua onnipotenza, l’infinita sua sapienza, bellezza, gloria e beatitudine; e colla volontà statti rallegrando, godendo, compiacendo e gustando che Dio sia quel che Egli è; che sia Dio; che da se stesso abbia l’essere e il bene infinito che ha; che non abbia bisogno di nessuno e tutti abbiano necessità di Lui; che sia onnipotente, e tanto buono, tanto santo, e tanto pieno di gloria, quanto Egli è in se stesso: e così dicasi di tutte le altre perfezioni e de’ beni infiniti che sono in Dio. Questo dicono S. Tommaso (D. Thom. 2 2, q. 28, art. 5 ad a et art. 2) e i Teologi che è il maggiore e più perfetto atto d’amor di Dio ; e così ancora è il più alto e più eccellente esercizio di conformità alla volontà di Dio. Perciocché non vi è maggiore né più perfetto amor di Dio che quello che l’istesso Dio porta a se stesso, che è della medesima sua gloria e del suo essere sommamente perfetto e glorioso: né vi può esser volontà migliore di questa. Dunque tanto migliore e più perfetto sarà l’amor nostro, quanto più s’assomiglierà a questo amore col quale Dio ama se stesso; e tanto maggiore e più perfetta sarà la nostra unione e conformità alla divina volontà sua. Di più dicono colà i Filosofi, che amar uno è volergli e desiderargli bene: Amare est velle alicui bonum (Arist. Reth. lib. 2, c. 4). Dal che viene in conseguenza, che quanto maggior bene desideriamo ad uno, tanto maggiormente lo amiamo. Ora il maggior bene che possiamo volere e desiderare a Dio, è quello ch’Egli ha, cioè il suo infinito Essere, la sua Bontà, Sapienza, Onnipotenza e Gloria infinita. Quando amiamo qualche creatura, non solo ci compiacciamo del bene che già ella ha, ma possiamo inoltre desiderarle qualche bene che ancora non ha; perché ogni creatura è sempre capace di maggior bene e di crescere in esso; ma a Dio non possiamo desiderargli in se medesimo bene alcuno ch’Egli non abbia, perché è totalmente infinito; onde non può aver in sé maggior potenza, né maggior gloria, né maggior sapienza, né maggior bontà di quella che ha. E così il rallegrarci, il gioire, il compiacerci, il gustare, che Dio abbia questi beni che ha, e che sia tanto buono quanto Egli è, tanto ricco, tanto potente, tanto infinito e tanto glorioso, è il maggior bene che gli possiamo volere, e conseguentemente il maggior amore che gli possiamo portare. Di maniera che siccome i Santi che stanno in cielo, e l’Umanità santissima di Cristo nostro Redentore, e la gloriosissima Vergine Signora nostra, e tutti i Cori degli Angeli si stanno rallegrando di vedere Dio tanto bello e tanto ricolmo di beni, ed è tanto grande l’allegrezza e il giubilo che in ciò provano, che non si soddisfano se non con prorompere nelle lodi di questo Signore, e non si saziano di starlo lodando e benedicendo eternamente, come dice il Profeta: Beati, qui habitant in domo tua, Domine: in sæcula sæculorum laudabunt te (Ps. LXXXIII, 5): così noi abbiamo da unir i nostri cuori e da elevare le nostre voci colle loro, come ce l’insegna la Chiesa nostra Madre: Cum quibus, et nostras voces, ut admitti jubeas, deprecamur, supplici confessione dicentes: Sanctus, Sanctus, Sanctus, Dominus Deus Sabaoth. Pieni sunt cœli et terra gloria tua (Eccl. in Præfat. Miss.). Sempre, o quanto più spesso potremo, abbiamo da stare lodando e glorificando Dio, rallegrandoci e gioendo del bene, della gloria e del dominio che Egli ha, dandogliene il buon prò, e congratulandocene seco; e in questa maniera ci rassomiglieremo di qua, nel modo a noi possibile, ai Beati e all’istesso Dio; e avremo il più alto amore e la più perfetta conformità alla volontà di Dio che possiamo avere.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (15)