DOMENICA IV DOPO L’EPIFANIA (2020)

DOMENICA IV DOPO L’EPIFANIA (2020)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

Il Vangelo è tratto dallo stesso capo del Santo Vangelo della terza Domenica dopo l’Epifania. È il racconto di un nuovo miracolo. Gesù manifesta la sua divinità comandando ad elementi potenti ed indocili come le acque sconvolte ed i venti scatenati. E « l’Evangelista fa risaltare l’importanza del prodigio, opponendo alla grande agitazione delle onde », « la grande calma che ne segue » (Vang.). Ma è nella Chiesa che si esercita la regalità divina di Gesù; così i Padri hanno visto nei venti che soffiano in tempesta un simbolo dei demoni di cui l’orgoglio suscita le persecuzioni contro i Santi, e nel mare tumultuoso le passioni e la malvagità degli uomini; cause delle trasgressioni ai comandamenti e delle lotte fraterne. Nella Chiesa, al contrario, regna la gran legge della carità perché, se i tre primi precetti del Decalogo ci impongono l’amore di Dio, altri sette ci impongono, come conseguenza logica, l’amore del prossimo (Ep.) Dio infatti è nel prossimo perché, mediante la grazia siamo in certo modo il complemento del corpo di Cristo. È questo il mistero dell’Epifania. Gesù si rivela Figlio di Dio e tutti quelli che riconoscendolo tale, lo riconoscono loro Capo, divengono membri del suo corpo mistico. Formando tutti un solo corpo nel Cristo, i Cristiani devono anche amarsi reciprocamente. Questa barca, dice S. Agostino, rappresenta la Chiesa la quale manifesta nei secoli la divinità di Cristo. È infatti alla protezione del Salvatore che Essa deve « malgrado la sua fragilità » (Or. Sec), se non è inghiottita in mezzo a tanti pericoli che la minacciano (Or.). Gesù, dice S. Giov. Crisostomo, sembra che dorma per costringerci a ricorrere a Lui, e salva sempre quelli che lo invocano.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XCVI:7-8 Adoráte Deum, omnes Angeli ejus: audívit, et lætáta est Sion: et exsultavérunt fíliæ Judae. [Adorate Dio, voi tutti Angeli suoi: Sion ha udito e se ne è rallegrata: ed hanno esultato le figlie di Giuda.]

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ.[Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti.]

Orémus.

Deus, qui nos, in tantis perículis constitútos, pro humána scis fragilitáte non posse subsístere: da nobis salútem mentis et córporis; ut ea, quæ pro peccátis nostris pátimur, te adjuvánte vincámus.

[O Dio, che sai come noi, per l’umana fragilità, non possiamo sussistere fra tanti pericoli, concédici la salute dell’ànima e del corpo, affinché, col tuo aiuto, superiamo quanto ci tocca patire per i nostri peccati.]

LECTIO

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Romános.

Rom XIII: 8-10

Fratres: Némini quidquam debeátis, nisi ut ínvicem diligátis: qui enim díligit próximum, legem implévit. Nam: Non adulterábis, Non occídes, Non furáberis, Non falsum testimónium dices, Non concupísces: et si quod est áliud mandátum, in hoc verbo instaurátur: Díliges próximum tuum sicut teípsum. Diléctio próximi malum non operátur. Plenitúdo ergo legis est diléctio.

Omelia I.

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1921]

L’AMOR DEL PROSSIMO.

“Fratelli: Non vi resti con nessuno altro debito che quello dell’amore scambievole; poiché chi ama il prossimo ha adempiuto la legge. Infatti: «Non commettere adulterio; non ammazzare; non rubare; non dire falsa testimonianza; non desiderare; e qualsiasi altro comandamento si riassume in questa parola: «Amerai il prossimo come te stesso». L’amore del prossimo non fa male alcuno. L’amore è, dunque, il compimento della legge»”. (Rom. XIII, 8-10).

L’Epistola di quest’oggi è tolta dal cap. 13 della lettera ai Romani. L’Apostolo, inculcata antecedentemente la soggezione alle autorità costituite, e mostrati i motivi di questa soggezione, viene a parlare del dovere di rendere a ciascuno il fatto suo. Gli uni devono essere sciolti da qualsiasi debito verso gli altri. Un solo debito deve rimanere ai Cristiani: quello della carità fraterna. Invero, questo è un debito:

1. Al quale, nessun Cristiano può sottrarsi,

2. Che deve animare tutte le sue relazioni col prossimo,

3. Senza escludere nessuno.

1.

Fratelli: non vi resti con nessuno altro debito che quello dell’amore scambievole. Dopo gli obblighi versole autorità costituite, vengono gli obblighi verso gli individui. Come abbiamo dei debiti verso la società, così neabbiamo verso i singoli membri che la compongono. Se si considerano i debiti soltanto dal lato materiale, tanti potranno dire: Io non ho debiti con nessuno. Felice chi può dire così; perché di questi debiti non si dovrebbe averne. E se, caso mai, ce ne fosse qualcuno, la giustizia obbliga a pagarlo subito, se è possibile; o a mettersi in grado di poterlo pagare il più presto che si può.L’Apostolo, però, non considera solamente questi debiti, che nessuno dovrebbe avere. Considera anche un debito d’una natura tutta particolare: il debito della carità. Nessuno a questo debito può sottrarsi. L’uomo deve amar Dio. Nessuno, per altro, è così insensato da dire che ami Dio colui che non vuol amare ciò che Dio ama. E che Dio ami il mio prossimo è cosa più chiara della luce. Per tutti gli uomini, nessuno escluso, fu spinto dal suo amore a versar il sangue sulla croce. Sarebbe, dunque, un assurdo affermare che io ami Dio, quando escludo dal mio amore, coloro che Dio amò fino a morir per essi. «Infatti — dice S. Giovanni— chi non ama il suo fratello che vede, come può amar Dio, che egli non vede?». (I Giov. IV, 20).«L’uomo deve amare ciò che è caro a Dio». (S. Cipriano. De bono patientiæ, 3). E il prossimo è tanto caro a Dio, che il Discepolo prediletto ci assicura che chi ama il proprio fratello è quasi certo di vivere nella grazia del Signore. «Noi sappiamo che siam passati dalla morte alla vita, perché amiamo i fratelli». (I Giov. III, 14). E tanto più dobbiamo amare i propri fratelli, quanto più sono meschini, diseredati, sofferenti. Questi erano i prediletti da Gesù Cristo. E i santi, considerando in essi le membra sofferenti di Gesù Cristo, li facevano oggetto particolare del loro amore. Il Beato Andrea Umberto Fournier, rimproverato una volta dalla sorella, perché aveva dato parte dei suoi abiti a un poverello, risponde:« Che vuoi, ho incontrato Nostro Signore Gesù Cristo, potevo rifiutargli qualche cosa? ». Un’altra volta, preso un bicchiere, che aveva servito a un povero, dice: « Ch’io beva dopo Nostro Signore Gesù Cristo! » (Il Beato Andrea Umberto Fournier, Milano, 1926, p, 361). – Il soldato si conosce dalla divisa, e le varie armi tra i soldati si conoscono dai distintivi particolari di ciacun’arma. Qual è il distintivo del buon cristiano? È l’amore disinteressato verso i propri fratelli. Ciò afferma il Redentore stesso : « Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avrete amore l’uno per l’altro » (Jov. XIII, 35). Può capitare che uno, con tutta la sua buona volontà, non sia in potere di concorrere a un’opera di beneficenza; che sia nell’impossibilità di concedere un favore, che gli si chiede; e sia costretto a dire: «Mi dispiace, ma non posso accontentarvi». Chi è il Cristiano che osi dire: «Non posso amare il mio fratello?». Chi ha questi sentimenti, si pone da se stesso fuori del numero dei buoni Cristiani, e dimostra di non voler seguire Gesù Cristo.

2.

Non commettere adulterio: non ammazzare; non rubare; non dire falsa testimonianza: non desiderare, e qualsiasi altro comandamento si riassume in questa parola: «Amerai il prossimo come te stesso».

Chi ama il prossimo non desidera che al proprio fratello accada ciò che non vorrebbe accadesse a se stesso. Così, nessuno desidera che a proprio danno si commettano quelle mancanze che qui enumera S. Paolo, e altre simili. Naturalmente, non deve desiderare che si commettano neppure a danno del proprio fratello. Comincia a non commetterne da parte sua, e, per quanto sta da lui, s’adopera per impedire che si commettano dagli altri. E qui, quanto è vasto il campo! Se tutte le nostre azioni fossero informate dalla carità, non recheremmo mai offesa a persona qualsiasi. Chi ama il proprio fratello non lo critica, senza un giusto motivo; non lo giudica precipitosamente, non fa strazio della sua fama.Le visite, i convegni, le passeggiate porgono facile occasione di parlare del prossimo con grande leggerezza. Se si tratta di azioni apertamente cattive, non c’è pericolo che, pur condannando il male, il cattivo esempio, lo scandalo,si abbia a trovare qualche attenuante per il peccatore. Se si tratta di azioni a cui si possono dare diverse interpretazioni, siano pronti a dare, senz’altro, l’interpretazione peggiore. Se si tratta di azioni manifestamente buone, andiamo a cercare i secondi fini. Se si tratta di falli ancora nascosti, non ci par vero di essere i primi a farli palesi. Ben diversamente si comportano quelli che, nelle loro relazioni col prossimo, sono guidati dalla carità. Essi procurano di coprire i difetti del prossimo, non di rivelarli; di attenuarli, non di ingrandirli; di interpretarli in bene fin dove è possibile. Essi si guardano bene di scavar il solco della discordia tra fratelli, come fanno, per esempio, quelli che riportano le parole degli altri. Chi è animato dalla carità non inasprisce le sofferenze altrui con modi scortesi, con parole che umiliano. Cerca, anzi, di addolcirle con farsele proprie. « È un atto di vero amore far proprie le sofferenze di chi soffre».(S. Pietro Cris. Serm. 14). C’è poi una virtù che è veramente la prova dell’amore che anima le nostre relazioni col prossimo: la pazienza! Questa parola che noi ripetiamo volentieri agli altri e a noi stessi in tante circostanze, corrisponde ai fatti? Se sopportiamo i difetti del nostro prossimo; se sopportiamo con dolcezza le provocazioni, tante volte involontarie, che da esso ci possono venire, allora abbiamo la pazienza, e dimostriamo di amare il prossimo.

3.

L’amore del prossimo non fa male alcuno.

Chi ha l’amore del prossimo non fa dei torti al suo fratello, chiunque esso sia; anzi, è disposto a riceverne, invece di farne; e, quando li riceve, perdona. L’amor del prossimo è un amore che esclude ogni egoismo. Noi diciamo che non c’è vera amicizia, quando si cerca di sfruttare l’amico, pronti ad abbandonarlo quando non ci torna più utile, o ci potrebbe recar delle noie o chiedere dei sacrifici. Lo stesso dobbiamo dire dell’amor del prossimo, se ha per scopo il tornaconto. Si dà uno, ma con la speranza di potere un giorno, direttamente o indirettamente, ricavarne dieci. Si dà un aiuto, ma con l’animo di ipotecare chi lo riceve. Questa è una carità che fa piuttosto torto al prossimo. Far del bene a quelli che ne fanno a noi; amare chi ci ama è buona cosa, ma è troppo poco per un Cristiano, che, oltre la ricompensa degli uomini, attende quella di Dio. « Quando — dice il divin Maestro — fai qualche convito, chiama i poveri, gli zoppi, i ciechi, e sarai fortunato, perché non hanno da rendertene il contraccambio; ma il contraccambio ti sarà reso nella risurrezione dei giusti». (Luc. XIV, 13-14). Nessuna esclusione, dunque, di coloro che non possono esserci utili, o retribuirci. – Capita, quando si chiede qualche sussidio o qualche favore per una persona, di sentirsi rispondere: «Per quella persona ho già fatto abbastanza: adesso basta! ». Noi non dobbiamo mai dire basta, quando si tratta di usare, in un modo o in un altro, la nostra carità verso il prossimo. La carità è un debito diverso dai debiti materiali. Quando tu hai versato la somma che il creditore ti richiede puoi dire: “Adesso basta! Tra me e te i conti son saldati”. Ma il debito della carità è sempre aperto fin che c’è vita. E fino a che uno vive non puoi escluderlo dai tuoi creditori. Nota poi che, attingendo al tesoro materiale, questo tanto più diminuisce, quanto più ne dai al creditore. Attingendo, invece, al tesoro della carità questo tanto più s’accresce, quanto più sono gli atti di carità che noi usiamo verso gli altri, quanto più numerose sono le persone che ricevono dalla nostra carità. L’osservazione è di S. Agostino. La carità «con il darla non si perde, anzi, quanto più uno ne è prodigo, tanto più in lui s’accresce» (Ep. 192 ad Coles.). Ma si tratta di un nemico, d’una persona, che mi ha fatto del male; come posso amarla? Puoi amarla con l’aiuto di Dio. Se Dio comanda una cosa, dà anche la forza di compierla, e il comando di Dio è troppo chiaro per pretendere di sottrarsene. «Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici; fate del bene a coloro che vi odiano, e pregate per coloro che vi perseguitano e calunniano». ( Matth. V, 43-44). Nessuno nega che è un bel sacrificio amare i nostri nemici; che è difficile amarli se li consideriamo come tali; ma in pratica la difficoltà diminuisce se li consideriamo come creature di Dio, figli come noi di uno stesso Padre. «Pensa — dice il Crisostomo — che tu fai bene non al nemico, ma a te. Non ami lui, ma obbedisci a Dio». (In Ep. ad Ephes. Hom. 7, 4). Si dice: L’amore è cieco, ma vede da lontano. Il nostro amore sia cieco sui torti del prossimo. Di là dei torti veda la volontà di Dio. “Non vogliate avere altro debito, che quello d’amarvi l’un l’altro; perché chi ama il prossimo, ha adempiuta la legge. Di fatto, il non fare adulterio, non uccidere, non rubare, non dir falsa testimonianza, non desiderare il male e se vi è alcuna altro precetto, tutto è compreso in questa parola: Amerai il prossimo come te stesso. L’amore del prossimo non opera alcun male: il compimento dunque della legge è l’amore „ (Rom. XIII, 8-10).

Graduale

Ps CI: 16-17

Timébunt gentes nomen tuum, Dómine, et omnes reges terræ glóriam tuam. [Le genti temeranno il tuo nome, o Signore: tutti i re della terra la tua gloria.]

ALLELUJA

V. Quóniam ædificávit Dóminus Sion, et vidébitur in majestáte sua. Allelúja, allelúja. [Poiché il Signore ha edificato Sion: e si è mostrato nella sua potenza. Allelúia, allelúia] Alleluja

Ps XCVI: 1 Dóminus regnávit, exsúltet terra: læténtur ínsulæ multæ. Allelúja. [Il Signore regna, esulti la terra: si rallegrino le molte genti. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matth. VIII: 23-27

“In illo témpore: Ascendénte Jesu in navículam, secúti sunt eum discípuli ejus: et ecce, motus magnus factus est in mari, ita ut navícula operirétur flúctibus, ipse vero dormiébat. Et accessérunt ad eum discípuli ejus, et suscitavérunt eum, dicéntes: Dómine, salva nos, perímus. Et dicit eis Jesus: Quid tímidi estis, módicæ fídei? Tunc surgens, imperávit ventis et mari, et facta est tranquíllitas magna. Porro hómines miráti sunt, dicéntes: Qualis est hic, quia venti et mare obædiunt ei?”

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE IX.

 “In quel tempo essendo Gesù montato nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Quand’ecco una gran tempesta si sollevò nel mare, talmente che la barca era coperta dall’onde; ed egli dormiva. E accostatisi a lui i suoi discepoli, lo svegliarono, dicendogli: Signore, salvaci: ci perdiamo. E Gesù disse loro: Perché temete, o uomini di poca fede? Allora rizzatosi, comandò ai venti e al mare; e si fe’ gran bonaccia. Onde la gente ne restò ammirata, e dicevano: Chi è costui, a cui ubbidiscono i venti e il mare”?

Nel Santo Vangelo si parla ripetutamente di un lago, il quale perciò è diventato assai celebre. Questo lago, che trovasi nella Palestina, è attraversato dal fiume Giordano, ed ha la forma ovale. Ed ora vien chiamato lago di Tiberiade dal nome della grande città romana, che sorgeva sopra le sue rive, ora il lago di Genezaret per ragione della vasta pianura di Genezar, di cui rende mite l’aria e fertilizza il suolo, ora semplicemente il mare, perciocché esso ha alle rive coperte di ghiaia il leggero movimento d’un piccolo mare. Incassato da ogni parte, eccetto che a mezzodì, da alte montagne, allorquando spunta il sole sembra un’immensa coppa azzurra incastonata nell’argento. Intorno ad esso sorgevano una diecina circa di città, e tra le più nominate Cafarnao, Betsaida, Tiberiade, Magnala; poi una gran moltitudine di castelli, di ville, di giardini. Era un luogo incantevole. Ed è attorno a questo lago, anzi sopra di questo lago medesimo, che Gesù Cristo compì la più parte dei grandi fatti della sua vita pubblica. Ed è pure in questo lago, che Gesù operò il grande miracolo, che ci racconta il Vangelo d’oggi, della tempesta sedata.

1. Ci dice adunque il Vangelo di questa Domenica, che essendo Gesù montato nella barca, lo seguirono i suoi discepoli. Ora, prima di andarti innanzi, conviene subito di sapere che cosa significa questa barca, sopra la quale montò Gesù Cristo. Ascoltate. Il nostro divin Salvatore disceso dal cielo in terra per salvarci, volle stabilire un mezzo, onde fosse assicurato il deposito della fede, fondando quaggiù un regno spirituale. Questo regno è la sua Chiesa, ovvero la congregazione de’ fedeli Cristiani di tutto il mondo, che professano la dottrina di Gesù Cristo sotto la condotta dei legittimi pastori, e specialmente del Romano Pontefice. Questa Chiesa qual madre amorosa doveva in ogni tempo e in ogni luogo ricevere coloro, che avessero voluto ricoverarsi nel suo materno seno, ed essere perciò in ogni tempo visibile ed accessibile a tutti. Quindi nel Vangelo questa Chiesa ora è paragonata ad una colonna, con tra cui nulla valgono gli assalti dei nemici delle anime, ora è paragonata ad una pietra, sopra cui poggia un grande edificio, che deve durare sino alla fine dei secoli, ed ora, come qui, è paragonata ad una barca, la quale farà sempre il suo cammino senza mai affondare, per quanto infurino contro di essa i venti e le tempeste delle persecuzioni. E sopra di questa barca in modo ora invisibile vi è Gesù Cristo, che l’assiste, ed in modo visibile a governarla vi è il Vicario di Gesù Cristo, il Romano Pontefice, successore di S. Pietro. E ciò è pure chiaramente indicato dal Vangelo di oggi, giacché la barca, sopra della quale montò nostro Signore, era propriamente quella di S. Pietro. Ora, o miei cari, come al tempo di Noè, quanti si trovavano fuori dell’arca miseramente perirono, così ora quanti sono fuori della barca di Gesù Cristo e di S. Pietro, vale a dire della “vera” Chiesa, non possono salvarsi. E qui vi è da tremare pensando al gran numero di coloro, che sono fuori della Chiesa Cattolica, epperciò fuori della barca, che conduce al porto celeste. Per altra parte vi è da rallegrarsi grandemente nel riflettere, che noi abbiamo la bella fortuna di trovarci dentro. Quale riconoscenza dobbiamo perciò al Signore per questo singolare benefizio, che ci fece senza alcun nostro merito! Ma il miglior modo di dimostrare la nostra gratitudine a Dio per tanto bene è quello di amare, rispettare, obbedire questa Chiesa istessa, di cui siamo figliuoli. Ed in ciò possiamo noi gloriarci di compiere esattamente il volere di Gesù Cristo, espresso in quelle parole: si autem Eccclesiam non audierit sit tibi sicut ethnicus et publicanus: Chi non ascolta la Chiesa, abbilo come per gentile e per pubblicano (Matt. XVIII, 19). Miei cari, riflettiamo bene, che la Chiesa, quando ci fa dei comandi, ce li fa con autorità, perché Gesù Cristo disse agli Apostoli, e nella loro persona a tutti i loro successori, il Papa ed i Vescovi, queste parole: « Ogni potere mi fu dato in cielo ed in terra: come il Padre mio ha inviato me, così Io mando voi. Andate adunque, ammaestrate tutte le nazioni, insegnando loro ad osservare i precetti, che Io ho dato a voi. Tutto ciò che voi scioglierete sulla terra, sarà sciolto in cielo, e tutto ciò che avrete legato sulla terra, sarà legato in cielo. Chi ascolta voi, ascolta me: chi disprezza voi, disprezza me »; e che perciò i comandamenti della Chiesa sono veri comandamenti, cioè atti di autorità, coi quali essa può e vuole con una legittimità perfetta legare la nostra coscienza, pel nostro vero bene, per la nostra eterna salute. Guai adunque a noi, se non la ubbidiamo nei suoi precetti! Sarà lo stesso come se non avessimo obbedito a Dio. Pur troppo vi hanno tanti Cristiani, che guardano alle leggi della Chiesa senza alcuna stima e se le mettono sotto i piedi con una leggerezza e superbia incredibile. – La Chiesa ad esempio comanda di lasciare assolutamente la lettura di certi libri e di certi giornali da lei proibiti, perché contrari alla fede ed ai costumi, o almeno pericolosi, e vi ha chi dice: Perché?… Come c’entra la Chiesa in ciò? Vuol dunque impedire di istruirci? E poi… non sono mica più un fanciullo! Mi sento abbastanza fermo nella mia fede e non temo affatto per essa cotali letture. E  intanto superbamente disobbedisce. La Chiesa per ispirito di penitenza saggiamente ci impone il digiuno in certi giorni dell’anno, e il magro in qualche dì della settimana, e madre benigna ed amorosa ciò fa, massime ai giorni nostri, con una remissione direi più unica che rara. Eppure quanti Cristiani vi sono, che scrollando la testa a questi santi precetti esclamano: Che magro? Che digiuno? Non è ciò che entra nella bocca, che macchia l’uomo. E superbamente disobbediscono. La Chiesa del tutto sollecita che la grazia del Signore adorni le anime nostre e la sua pace sia con noi, ci ordina di recarci almeno una volta all’anno ai piedi di un sacerdote per fare la confessione delle nostre colpe. Ma a questo precetto quanti non vi sono, che vanno dicendo: Che confessarci ? Noi ci confessiamo a Dio. E poi se c’è proprio questo dovere, lo soddisferemo al punto di morte. E superbamente disobbediscono anch’essi. Ora costoro che con sì futili e sì superbi pretesti si esimono dall’osservanza dei precetti ecclesiastici si potranno dire Cristiani? Impossibile. Si potranno ben dire protestanti, eretici, scismatici, ma Cristiani no. È Gesù Cristo stesso, che lo dice: Si autem ecclesiam non audierit sit tibi sicut ethnicus et publicanus (Matt. XVIII, 19). Chi non ascolta la Chiesa abbilo come per gentile e per pubblicano. Oh quanto importa perciò di fare in proposito un po’ di esame di coscienza per vedere se caso mai alcuno di noi appartenesse al numero di questi falsi Cristiani. Quanto importa che prendiamo la ferma risoluzione di volere mai sempre essere obbedienti ai comandi della Chiesa! Sì, o miei cari, obbediamo sempre umilmente, prontamente, esattamente, alla Chiesa Cattolica, al suo Capo augusto il Romano Pontefice, a’ suoi santi Pastori, i Vescovi; ed obbediamo in tutto, fiduciosi che obbedendo alla Chiesa obbediamo a Dio. Che se accadesse di parlare o udire altri a parlare della Chiesa diportiamoci come rispettosi figli verso amorosa madre: non diciamo mai cosa alcuna contro a quanto la Chiesa comanda o proibisce: e per quanto sta in noi parliamone sempre bene ed opponiamoci coraggiosamente a chiunque cercasse di parlarne male. Lo Spirito Santo ci assicura, che chi onora sua madre, è come chi fa tesori (Eccli. III, 5). E ciò sarà tanto più vero per colui che onora la sua madre secondo lo spirito, la Chiesa.

2. Ma Gesù Cristo non fu pago di fondare la Chiesa, Egli per di più le ha promessa e comunicata tale una forza, per cui non verrà meno giammai sino alla consumazione dei secoli. Tu sei Pietro, disse al Principe degli Apostoli, e sopra di questa pietra fabbricherò la mia Chiesa, e le porte dell’inferno non prevarranno contro di essa giammai: et porta inferi non prævalebunt adversus eam (S. Matt. XVI, 18). Io ho pregato per te, affinché non venga meno la tua fede: rogavi prò te, ut non deficiat fides tua (S. Luc. XXII, 31). E a tutti gli Apostoli disse: Ecco che io sarò con voi sino alla consumazione dei secoli: Ecce ego vobiscum sani usque ad consummationem sæculi (S. Matt. XXVIII, 20). Così ha parlato Gesù Cristo alla Chiesa nella persona degli Apostoli, e Gesù Cristo ha fatto, fa e farà onore alla sua parola sino alla fine del mondo. Come la testa tiene il primo luogo nel corpo umano e da lei l’anima dà vita e forza a tutto il corpo, così Gesù Cristo capo invisibile di tutto il corpo mistico, che è la Chiesa, risiedendone sempre in Lui lo spirito e l’anima, a tutto il corpo mantiene la vita e la forza. – Ma sebbene per la promessa, che fedelmente Gesù Cristo mantiene, la Chiesa Cattolica non debba mai temere, o tanto o poco, di venir meno, è certo tuttavia, che la Chiesa va soggetta alle persecuzioni, è destinata anzi alle persecuzioni, e le persecuzioni formano uno de’ suoi essenziali e divini caratteri. Lo stesso Gesù Cristo come predisse ed assicurò alla Chiesa la indefettibilità, così le predisse e assicurò le persecuzioni. Se hanno perseguitato me, disse agli Apostoli, perseguiteranno anche voi: Si me persecuti sunt, et vos persequentur (Giov. XV, 20). E difatti da diciannove secoli, quanti ne conta la Chiesa Cattolica, mentre nel suo cammino e nel suo stabilirsi attraverso il mondo da molti è stata felicemente accolta, amata, obbedita, da molti altri invece è stata derisa, odiata, perseguitata a morte. E così sarà con momenti più o meno lunghi di tregua e di pace sino alla fine del mondo. E ciò perché mai? senza dubbio per moltissime ragioni, alcune delle quali non comprenderemo che in cielo. Ma tra quelle, che anche qui in terra possiamo rilevare, questa tiene un principalissimo posto: volere, cioè, il Signore Nostro Gesù Cristo, che non dimentichiamo giammai essere Egli colui, dal quale solo viene la vita e la forza della Chiesa, e dovere noi perciò incessantemente ricorrere a Lui per aiuto e protezione, affinché esaudendo le nostre preghiere e concedendo alla Chiesa l’aiuto e la protezione invocata, si renda ognor più manifesta la sua potenza e la sua gloria. È ciò che ci ha fatto chiaramente intendere Gesù Cristo stesso nel Vangelo di oggi. Poiché dopo d’essere con gli Apostoli montato sopra quella nave sul lago di Genezareth, e a poppa di quella nave dormendo, si suscitò una gran tempesta, talmente che la barca era coperta dalle onde e sembrava da un momento all’altro doversi capovolgere e calare a fondo. Quindi accostatisi a Lui i suoi discepoli, lo svegliarono mandando un grido di spavento e di invocazione, dicendo: Signore, salvaci, periamo: Domine, salva nos, perimus. Or bene, bellamente osserva Origene, quantunque Gesù Cristo dormisse allora col corpo, vegliava con la sua divinità, perché concitava il mare e conturbava gli Apostoli, affine di manifestare la sua potenza: Dormiébat corpore, sed vigilabat Deitate, quia concitdbat mare, conturbabat Apostolos, suam potentiam ostensurus. E poiché, come dice S. Agostino, quella nave, in cui Gesù Cristo si trovava cogli Apostoli, in tale circostanza raffigurava la Chiesa Cattolica, perciò ben possiamo dedurre che l’intendimento, che ebbe allora nel permettere la tempesta, lo abbia tuttora nel permettere le persecuzioni. Egli è certo ad ogni modo che la Chiesa ha mai sempre riconosciuto il bisogno ed il dovere di ricorrere a Dio per aiuto e protezione in tutti quanti i tempi, ma allora massimamente che trovavasi stretta dalla tribolazione; epperò sempre, benché con molteplici forme, Ella ha fatto salire al cielo questo grido: Salva nos, perimus. Signore, vieni in nostro aiuto, in nostra protezione, affinché non abbiamo a perderci. Ora, o miei cari, se noi amiamo davvero la Chiesa, adesso più che mai dobbiamo con lei e per lei rivolgere a Dio lo nostre ardenti preghiere, perché se mai furono tempi calamitosi per la Chiesa di Gesù Cristo, se mai volsero giorni così infausti alla nostra santissima fede, sono propriamente i giorni ed i tempi nostri. Oggi, più che mai, si muove guerra tremenda contro i santi altari; oggi, più che mai, si assaltano i dogmi, i misteri, la dottrina e la morale di Gesù Cristo; oggi, più che mai, si vede l’empietà sfidare il cielo e far disperate prove onde sbandire dalle menti umane persino l’idea di Dio. È ritornato proprio oggidì il tempo in cui fremuerunt gentes.., astiterunt reges terræ, et principes convellerunt in unum adversus Dominun et adversus Christian eius (Salm. II). Popoli e re, grandi e piccoli, tutti l’hanno con Cristo e con la sua Chiesa. I falsi dotti con la penna, la stampa irreligiosa coi fogli, il popolazzo con le urla e con le maledizioni, i governi con la forza brutale assalgono ad un tempo e da ogni parte questa barca costrutta da Dio, e già quasi si applaudono d’averla affondata. Si snaturano le intenzioni della Chiesa, le si attribuiscono umane passioni ed ingorde voglie, e sotto questi futili pretesti, i quali alle masse poco istruite, segnatamente in fatto di Religione, presentano sempre qualche cosa di specioso, le si rimprovera d’aver degenerato dalla primitiva perfezione, la incolpano di idee retrograde, di ostinazione a non volersi associare al progresso dei tempi, si rovesciano le sue istituzioni, si perseguitano le sue corporazioni religiose, si rapiscono violentemente i suoi beni, si atterrano le sue opere pie, si assediano e si spiano i suoi ministri per coglierli in fallo, ed al caso si calunniano, si sparge il ridicolo sopra le sue più auguste cerimonie, si beffano i più devoti e fedeli suoi figli. E intanto l’incredulità e l’indifferenza religiosa si impadroniscono dei cuori, il vizio passeggia a fronte alta da per tutto, i popoli, la gioventù si guastano e si corrompono spaventosamente, e così i membri della Chiesa di Gesù Cristo corrono i più gravi pericoli della eterna perdizione. Or bene, quantunque la Chiesa neppure ai dì nostri abbia a temere di se stessa, né con una lotta sì accanita abbia a cadere, a disfarsi, a perire, pur tuttavia ella ha bisogno di aiuto e di protezione celeste. Noi, da veri suoi figli, imploriamola da Dio nelle nostre preghiere per lei. Non dimentichiamo che questo è pure un nostro importantissimo dovere; epperò compiamolo volentieri e con impegno, ed allora avverrà anche tra di noi, quel che avvenne sul lago di Genezareth.

3. Poiché il Santo Vangelo prosegue a dirci che al grido degli Apostoli, Gesù disse loro: Perché temete, o uomini di poca fede? E allora rizzatosi, comandò ai venti e al mare, e si fe’ gran bonaccia. Onde la gente ne restò ammirata, e dicevano: Chi è costui, a cui ubbidiscono i venti e il mare? Sì, o miei cari, quello che allora avvenne sul lago di Genezareth per virtù onnipotente di Gesù Cristo, è quello che è avvenuto ed avverrà in tutto il corso dei secoli. E qui è impossibile narrarvi, anco a brevi tratti, tutti i fasti della Chiesa, i pericoli tutti e le tempeste ch’ella ha superato per l’intervento meraviglioso del suo Capo e nocchiero celeste Gesù Cristo. Ricordate, o miei cari, i flutti di sangue, le persecuzioni dei primi secoli, quei flutti furibondi che agitavano questa barca e sembravano dover inghiottirla nel sangue dei suoi figli. Allora Gesù Cristo parve dormire per ben tre secoli. Ma si destava un giorno, e nella sua Chiesa entrava con Costantino il trionfo, e si stabiliva la tranquillità più perfetta: Facto, est tranquillitas magna. Ricordate come scatenavasi poscia su questa barca il vento dell’eresia, e veniva per fracassarla e sommergerla nell’abisso, dal quale pareva non dovesse giammai risorgere. Ma allora apparvero i grandi dottori, e la verità di Gesù Cristo che si risvegliò al grido della Chiesa, alle grida de’ suoi Pontefici, ristabilì ben tosto la tranquillità: Et facta est tranquillitas magna. –Ricordate come vennero in seguito gli scismi a lacerare il seno della Chiesa, ed a turbarne il regime. Ma Gesù Cristo si è levato, e la piò perfetta tranquillità è rinata: Et facta tranquillitas magna. – Ecco poi gli scandali dell’incredulità e dell’orgoglio, per cui la fede in Gesù Cristo, la verità di Dio, la purezza dei costumi, la Chiesa stessa, tutto pareva distrutto. Ma Gesù Cristo con la sua voce comanda ai venti e al mare, e si ristabilì la più perfetta tranquillità: Et facta est tranquillitas magna. – Così la calma si ristabilirà anche ai tempi nostri, perché Gesù Cristo non verrà meno al suo costume. Tuttavia non lasciamoci addormentare dalla soverchia fiducia che tutto debba fare Iddio, e guardiamoci bene dal credere, che una tale fiducia ci comandi, od anche solo ci permetta l’inazione. Senza dubbio Iddio ha contato il tempo anche ai nemici della sua Chiesa, ma non è necessario lasciarli imbaldanzire come loro piace. È necessario anzi combatterli, e combatterli con tutte le nostre forze intellettuali, morali e materiali. È necessario combatterli col rivendicare costantemente i sacrosanti diritti, che noi abbiamo di manifestare anche pubblicamente il nostro amore alla Chiesa, combatterli con la manifestazione coraggiosa della nostra fede, combatterli con l’aiutare efficacemente la buona stampa, il movimento cattolico, le buone associazioni, e tutto ciò che mira a distruggere il regno di satana, combatterli col mostrare quanto più è possibile le arti inique, di cui essi si valgono, combatterli segnatamente con l’abbracciare la vera democrazia cristiana insegnata e voluta dall’Autorità della Chiesa, con l’inchinarsi pieni di compassione e di amore verso il popolo e verso la gioventù affine di illuminarli, indirizzarli, sostenerli nella via diritta dell’amore di Dio e della Chiesa istessa. Allora sì, combattendo ancor noi contro il furore delle tempeste, che irrompono contro la Chiesa, potremo ritenere per certo che il nostro Divin Capitano Gesù Cristo non tarderà a comandare un’altra volta al vento ed al mare delle mondane persecuzioni affinché cessino, e a ridonare alla Chiesa una grande tranquillità.

Altra omelia:

[Mons. J. Billot; Discorsi Parrocchiali – Cioffi ed. Napoli, 1840]

Sopra la Mansuetudine.

Jesus imperavit ventis, et mari, ct facta est tranquillitas magna. Matth. VIII.

Quanto è dolce, Fratelli miei, di vedere la calma succedere ad una tempesta, in cui veduti ci siamo in pericolo di perdere la vita ! tale fu la felice circostanza, in cui si trovarono gli Apostoli sul mare di Tiberiade, dove una violenta procella, che sollevata vi si era, aveagli alle porte della morte condotti. Con qual piacere, cessare non videro i venti e la burrasca pel comando di Colui, al quali tutti ubbidiscono gli elementi! Tale è altresì la fortunata situazione di un’anima, che è stata lo scherno della morte eterna, e che dopo averne scosso il giogo, le dolcezze gusta, e la serenità che la virtù accompagnano. Volete voi farne, Fratelli miei, la felice esperienza? Domate le vostre passioni, sottomettetele all’impero della virtù, e gusterete la pace dell’anima. Or una delle virtù le più proprie a procurarvi questa pace, è senza contradizione la virtù della mansuetudine; poiché quanto l’ira intorbida il riposo dell’anima, altrettanto la mansuetudine conserva la serenità. Se lo stato di un uomo collerico rassomiglia ad un mare agitato dai venti, dove trovasi uno esposto ad ogni momento a far naufragio, dire si può che quello di un’anima, in cui regna la mansuetudine, simile è ad un mare tranquillo, ove si naviga in sicurezza, e con un’intiera fiducia di giungere felicemente al porto: “facta est tranquillitas magna”. Così dopo avervi fatto conoscere i disordini dell’ira, egli è mio dovere di dimostrarvi i vantaggi della mansuetudine, che n’è il rimedio. Infatti, per guarire le malattie dell’anima, usarne bi sogna come si fa per le malattie del corpo: per risanare queste, ci serviamo dei rimedi che loro sono contrari; rinfreschiamo quando evvi troppo di calore, riscaldiamo quando v’è troppo di raffreddamento. L’ira è un fuoco che fa dei gran danni in un’anima; convien dunque opporgli la mansuetudine, come una rugiada, che ne tempra gli ardori, Quali sono i vantaggi di questa virtù? Primo punto. Quale n’è la pratica? Secondo punto.

I. PUNTO. Dire si può della mansuetudine ciò, che Salomone disse della sapienza, ch’ella ci mette in possesso di tutti i beni, che render ci possono felici in questo mondo: venerunt mihi omnia pariter cum illa. La mansuetudine ci procura la benevolenza di Dio, l’amicizia del prossimo, e ci rende padroni di noi medesimi. Tali sono i vantaggi, che render ci devono stimabile questa virtù. La mansuetudine ci rende piacevoli a Dio; fu per questo mezzo che Mosè guada ò la sua benevolenza. Fu da Dio amato, la Scrittura, perché era il più mansueto tra gli uomini: dilectus Deo (Sap. IX). Con la mansuetudine noi possediamo il cuore di Dio, come un figliuolo possiede quello di suo padre. Beati, dice il Salvatore, sono i pacifici, perchè saranno chiamati i figliuoli di Dio: beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur (Matth. V). Infatti, quanto il Signore abborrisce un’anima, in cui regna la dissensione e la discordia, altrettanto si compiace di fare la sua abitazione in quella dove regna la pace; ne fa le sue delizie, vi sparge i suoi più dolci favori: mansuetis dabit gratiam (Prov. III). La mansuetudine, dice il Crisostomo, è una virtù, che dà all’uomo un carattere di somiglianza con Dio, e che molto lo avvicina alla Divinità. Imperciocchè l’idea la più consolante che formar ci possiamo di Dio, e che c’ispira più di confidenza, si è quella della pazienza e della mansuetudine, ch’Egli esercita verso gli uomini. Non è forse sorprendente, infatti, che un Dio sì onnipotente, e sì giusto, com’Egli è, soffra con tanta pazienza gli affronti d’una infinità di peccatori, che precipitar potrebbe nel profondo degli abissi? Che non solamente li soffra, ma che li ricerchi,… che loro perdoni, quando a Lui ritornano: che li tratti con dolcezza: che ricolmi di benefici coloro che disprezzato l’hanno, offeso, ed oltraggiato? Con questi tratti di dolcezza, e di bontà verso gli uomini peccatori, fa particolarmente conoscere la sua onnipotenza, come ce lo annunzia la Chiesa: Deus qui omnipotentiam tuam parcendo, et miserando manifestas. E da ciò che ne segue, Fratelli miei? Che l’uomo, il quale è mansueto verso i suoi fratelli, e perdona di buon cuore le ingiurie, diventa per quanto può esserlo, simile a Dio; è sulla terra un’immagine vivente della Divinità; e per conseguenza l’oggetto delle compiacenze di Dio, il quale si riconosce in quest’anima, e si comunica ad essa con l’abbondanza delle sue grazie. Sono parimente le anime mansuete, e pacifiche, dice il Profeta, che Dio rende cura di condurre, e a cui insegna strade sicure, che bisogna tenere: docebit mites vias suas. Vuole ben volentieri servir loro di guida, e sotto la sua condotta non faranno esse alcun falso passo. Così dire si può, che la mansuetudine è uno dei segni i più certi di nostra predestinazione. Ce lo assicura Gesù Cristo medesimo, il quale apertamente ci dice, che coloro, che sono mansueti, sono beati, perché possederanno la terra: beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram. (Matth. V.). – Or qual sarà questa terra, che sarà il retaggio degli uomini pieni di mansuetudine? Non è già, Fratelli miei, questa terra dai mortali abitata, la quale non è che un luogo di esilio, una valle di lagrime: questa terra è occupata dai peccatori egualmente che dai giusti: noi vediamo ancora, che i peccatori sono talvolta molto meglio favoriti nell’abbondanza de’ suoi beni, che i servi di Dio. La terra dunque, che è promessa a quelli che sono mansueti, è la felice terra dei viventi, dove più non si muore, da dove la tristezza, le malattie, i dolori sono interamente sbanditi; si è questo soggiorno di pace, in cui gli eletti di Dio gusteranno delizie ineffabili, e godranno l’abbondanza di tutti i beni: mansueti hæreditabunt terram, et delectabantur in multitudine pacis. (Psal. XXXVI.). Per farvi intendere questa verità, vediamo il gran segno di predestinazione, che ci dà l’Apostolo S. Paolo nella sua lettera ai Romani. Coloro, dice egli, saranno predestinati, che il Padre celeste ritroverà conforme all’immagine di suo Figliuolo: quos prædestinavit conformes fieri imaginis filii sui. (Rom. VIII). E non è forse stata la mansuetudine il carattere particolare del figliuolo di Dio? Non è forse stata una delle sue virtù le più gradite ? Con qual dolcezza trattò egli i peccatori? Ne rigettò mai alcuno? Qual fu la sua pazienza nel soffrire le rozzezze de’ suoi Apostoli? Come rintuzzò lo zelo amaro dei due tra loro, che volevano far scendere il fuoco dal cielo sui popoli ribelli? Niun altra difesa ha impiegato contro le violenze e le persecuzioni de’ suoi nimici: non è comparso innanzi a loro, secondo l’espressione di un Profeta, che come un agnello, il quale tosare si lascia senza dolersi: sicut agnum coram tondente se obmutescet. (Isai. V.). Mirate questo divin Salvatore nella sua passione, carico d’obbrobri, oppresso dalle ingiurie e dai cattivi trattamenti: come si difendeva? Non diceva neppur una parola per lamentarsi: Jesus autem tacebat. (Matth. XXVI). Ah quanto è eloquente questo silenzio di Gesù Cristo per ispirarci la mansuetudine, e la pazienza nel soffrir le ingiurie che ci dicono, i cattivi trattamenti che ci fanno! Tali sono l’arme, che ci ha messe in mano per difenderci dai nostri nemici, e per riportare la vittoria, che deve assicurare la nostra corona. Niun’altra ne diede ai suoi discepoli, allorchè gl’inviò a predicare il suo Vangelo. Io vi mando, loro disse, come agnelli in mezzo dei lupi: conservate sempre la semplicità della colomba, insieme con la prudenza del serpente. Gli Apostoli ancora renduti si sono più commendabili, ed hanno sommesse più nazioni all’impero di Gesù Cristo con la mansuetudine, e con la pazienza nelle afflizioni, che con i miracoli, che hanno operato, dice S. Gerolamo. La mansuetudine deve far dunque il carattere del Cristiano, giacché ha fatto quello di Gesù Cristo, e dei Santi: ma facendo il carattere del Cristiano essa è la sorgente della sua felicità, poiché gli guadagna il cuor di Dio, lo rende figliuol di Dio, e per conseguenza erede del suo regno, ed è uno dei segni i più certi della sua predestinazione. Tali sono i vantaggi, che ci procura la mansuetudine dal canto di Dio; grandi ancora ce ne procura essa dal canto del prossimo, di cui altresì il cuore guadagna, e l’amicizia. – Possiamo noi farci ubbidire con l’autorità; possiamo convincer lo spirito con la forza delle ragioni; ma non v’è che la mansuetudine, che guadagnar possa i cuori; alcuno non avvi, che non ceda alle sue attrattive; essa ha la virtù, dice lo Spirito Santo, di farsi degli amici, e di raddolcire anche i suoi nemici: multiplicat amicos, mitigat inimicos. (Eccl. VI.). Ed invero, chi astenere si può di amare un uomo mansueto e buono, il quale si fa un piacere di obbligar tutto il mondo, ed è di un carattere sempre eguale? Quanto si fugge la compagnia di un uomo collerico, altrettanto si ricerca e si ama quella dei mansueti. La loro conversazione incanta; si prova un gran diletto nel trattenersi con essi, perché si sa che di nulla si offendono, e facilmente perdonano i mancamenti, cui è l’umanità soggetta. Siccome portano sempre il miele nella loro bocca, ben lungi di disputar con calore, cedono anche con compiacenza i loro diritti i più legittimi: siccome sono sempre cortesi, e pronti a far piacere, ad essi ciascuno si indirizza con confidenza, persuaso che verrà graziosamente accolto. Se accordar non possono quanto loro si domanda, accompagnano i loro rifiuti con modi sì obbliganti, che se ne ritorna quegli molto soddisfatto della loro buona volontà. E come mai, ripeto, non amare persone di simil carattere? Oh quanto sarebbe mai tranquilla, e piacevole la società degli uomini, se composta non fosse che di persone mansuete e placide! Parlar non si sentirebbe né di contrasti, né di liti, né di rancore, né di vendetta: diverrebbe la terra simile al cielo, ove i cuori sono talmente uniti coi legami della carità, che tutti hanno i medesimi sentimenti, e gli affetti medesimi. Ma quanto rari sono questi uomini. Ed oh? come dovremmo loro unirci, quando li conosciamo! Mentre niente havvi di più prezioso nell’umana società, che un uomo ripieno di mansuetudine. Questa virtù ha non solo il potere di farci degli amici, ma ancora di riconciliare i nemici: mitigat inimicos. Essa trionfa dei cuori i più ribelli; non evvi uomo alcuno così feroce ch’ella non renda affabile. L’ira la più violenta, dice lo Spi rito Santo, resister non può ad una parola mansueta e cortese. Ne chiamo quì in testimonio l’esperienza, Fratelli miei; quante volte veduta non avete la vendetta la più pertinace disarmata dalla mansuetudine? E certamente in tal circostanza, che cosa risoluto non avevate ? Formati voi avevate neri disegni contro quella persona, che vi aveva disgustati; ma ben tosto voi siete stati appagati: le scuse che vi ha fatte, i modi cortesi, che ha per voi avuto, e i servigi, che vi ha renduti, tutto questo ha cangiato le vostre cattive disposizioni, e siete stati forzati di lodare la sua placidezza, ed il suo buon naturale: prova certissima, che nulla resiste alla mansuetudine. Non solamente questa virtù calma i nostri nemici, e con essi ci riconcilia, ma ancora quelli pacifica, coloro che sono tra loro divisi. Un uomo mansueto, dice il Crisostomo, sa talmente maneggiar gli spiriti, insinuarsi nei cuori, che discaccia ogni amarezza, che un insulto, o un cattivo servigio può avervi cagionata. Ora sono motivi di Religione, che propone per muovere a perdonare: ora sono scuse, di cui si serve, per sminuire il mancamento di colui che ha offeso; senza prendere alcun partito, dà a ciascheduno sua ragione, e prende sì bene le sue misure, che viene a capo di riunire i cuori divisi. Di qual vantaggio non è questo angelo di pace nell’umana società? Egli è un vero Apostolo, che procura la gloria di Dio, e degli uomini: dilectus Deo, et hominibus. Or se è padrone del cuor degli altri, lo è ancora di più di se stesso; terzo vantaggio della virtù della mansuetudine. Se l’ira trasporta l’uomo fuori di se medesimo, di modo che più non conosce se stesso, né sa più che cosa faccia; la mansuetudine all’opposto ritiene l’uomo in se stesso, lo rende padrone di tutti i movimenti del suo cuore; vede come in un acqua limpida, e chiara tutto ciò che avviene dentro di se medesimo; la minima procella, che vi si sollevi, sa immediatamente calmarla, perché la ragione, che gli serve da pilota, conduce il timone come vuole, e lo fa godere di una perfetta tranquillità. Tale è anche in questa vita medesima la ricompensa della mansuetudine, dissimile in ciò da molte altre virtù, le quali non avranno la loro ricompensa che nell’altro mondo, come la povertà, la pazienza, la mortificazione, le quali nulla hanno che di penoso in questo mondo; ma la mansuetudine porta seco la sua ricompensa; ella procura un riposo, che fa sino in questa vita un paradiso anticipato. Tanto le promette Gesù Cristo nel suo Vangelo: Imparate da me che sono mansueto, e ritroverete in questa mansuetudine il riposo delle anime vostre; et invenietis requiem animabus vestris (Matth. XI.), Ah, questa pace interiore, che accompagna la mansuetudine, quanti vantaggi procura all’uomo! Ella lo rende superiore ad ogni sventura, e a tutte le persecuzioni dei suoi nemici, agli affronti, ai dispregi, cui gli stessi più giusti sono esposti; gli si tolgano i beni con ingiustizie, gli si oscuri la sua reputazione con calunnie; egli è sempre eguale, sempre contento, perché possiede la pace di Dio, la quale supera tutto quanto dire si può, o pensare: pax Dei exsuperat omnem sensum (Philipp. IV.). Egli è a coperto di tutte le inquietudini, di tutte le agitazioni, di tutti gli affanni, che divorano, e consumano inutilmente l’uomo collerico. Può veramente esser sensibile ai mali, ma la sua virtù, e la sua religione soffocano ben presto i sentimenti della natura, e gli fanno trovare in se stesso un bene che lo risarcisce al centuplo di tutti i mali che può soffrire; un bene tanto più sodo, quanto che alcuno non può rapirglielo, e che da lui dipende di sempre conservare con la grazia di Dio, la quale non gli manca giammai. Questo vantaggio solo della mansuetudine bastar dovrebbe per rendercela pregevole. Imperciocchè nulla v’è di più soave, che di esser padrone di se stesso: ma nel medesimo tempo nulla di più grande, mentre è più glorioso, dice lo Spirito Santo, il trionfare di se stesso, che il vincere battaglie, ed il soggiogare città, e provincie. Volete voi farne, Fratelli miei, la felice esperienza? Apprendete qual sia la pratica della mansuetudine.

II. Punto. La mansuetudine non è soltanto l’effetto di un temperamento tranquillo; può bensì contribuire in qualche cosa a questa virtù, ma non ne fa il merito. Altro è l’essere mansueto per temperamento, altro è l’esserlo per virtù. Quelli, che sono mansueti per temperamento, hanno per verità minori vittorie da riportare per donar l’ira, che coloro, i quali sono di un temperamento vivo, e facile ad adirarsi. Ma questa placidezza può qualche volta degenerare in viltà, se non è sostenuta ed animata dalla forza, e regolata dalla prudenza, che è l’anima delle virtù. La mansuetudine non consiste nemmeno in alcune maniere oneste, in alcune parole affettate; possono esse esserne l’effetto, ma non ne sono un segno certo: un cuore inasprito, ed ulcerato si nasconde spesse fiate sotto le apparenze della civiltà, e ben molti fanno carezze a quelli, che l’oggetto sono del loro rancore, e della loro avversione. – La mansuetudine risiede dunque principalmente nel cuore; ed il proprio di questa virtù, dice S. Gioanni Crisostomo, è di reprimere, o di moderare in noi lo sdegno, e di cedere all’altrui: ecco in due parole il suo carattere, e la sua pratica. Se l’ira, che in noi si solleva, è biasimevole, la mansuetudine ne reprime i movimenti; se l’ira è lodevole, ed onesta, la mansuetudine la modera secondo le regole della prudenza, e della carità. Questa virtù non consiste dunque nell’insensibilità al male che ci accade; mentre aver si può della placidezza, e risentir vivamente il dolore per un’ingiuria che ci si dica, per un disprezzo che ci si faccia. La mansuetudine non è nemmeno incompatibile con un’ira giusta e ragionevole, che deve reprimere il vizio, e sostenere gl’interessi di Dio. Ma il proprio della mansuetudine, come dissi, è di reprimere in noi l’ira che merita biasimo, e di moderare quella che è degna di lode. Sì, Fratelli miei, se voi siete mansueti, avrete attenzione di reprimere ogni moto di collera che vi porti a vendicarvi, a nuocere al vostro prossimo. Voi soffocherete eziandio sino al minimo sentimento di amarezza, e di avversione, che potrebbe far nascere in voi un’ingiuria ricevuta, un cattivo servigio, che renduto vi avessero. Per la qual cosa esortava il grande Apostolo i primi Cristiani, a non avere tra essi niuna amarezza, niuno sdegno, nessun dispetto, nessun contrasto; ma abbiate, loro diceva, gli uni per gli altri della bontà, della compassione per perdonarvi vicendevolmente, come Dio perdonato vi ha in Gesù Cristo: estote invicem benigni, misericordes, donantes vobis invicem, sicut Deus in Christo donavit vobis. – Guardatevi duuque, se qualcheduno vi disgusta, di cercare i mezzi di rendergli la pariglia. Se v’han fatto qualche torto nei vostri beni, nel vostro onore, e che non possiate avere soddisfazione che per giustizia, fate in modo, che l’ira non abbia mai parte in questa riparazione: non proseguiate i vostri diritti con pregiudizio della carità; consultatevi prima d’intraprendere cosa alcuna, affinché la passione non conduca vostri passi, ma che vi presieda la sola ragione: rammentatevi sempre, che v’è maggior gloria, maggior profitto, maggior tranquillità nel perdonare, che nel farsi rendere giustizia; guardatevi soprattutto di render ingiuria per ingiuria; non è riparar il suo onore il macchiare quello del prossimo; ed affinché la vostra mansuetudine riporti una vittoria più compiuta sopra l’ira, non facciate neppur conoscere ad alcuno il dispiacere che vi è stato fatto, perché ritrovar potreste qualche spirito turbolento, come avvene purtroppo, che v’inasprirebbe di più, e vi impegnerebbe a prender soddisfazione del vostro nimico; in una parola, v’accada ciò che si vuole di dispiacevole dalla parte degli uomini, innalzatevi al di sopra di una natura sensibile sempre nimica di quanto le dispiace. Non siamo, è vero, padroni dei primi movimenti, che si sollevano nella nostr’anima; ma non è già il senso che ci rende colpevoli, è il consenti mento al male: tocca alla mansuetudine di prevenirlo, d’impedirlo, e di farci possedere la nostra anima in pace in mezzo delle più grandi tribolazioni: in patientia vestra possidebitis animas vestras (Luc. XXI). Ho detto in secondo luogo, che la mansuetudine deve moderar l’ira lodevole, ed il giusto sdegno, che risentire dobbiamo dei mancamenti altrui. Imperciocchè lungi da noi, Fratelli miei, una rea compiacenza, che non è sensibile alle offese di Dio, che tutto tollera, che non corregge il peccatore per tema di dargli fastidio, e d’incorrere nella sua disgrazia. Se cercassi di piacere agli uomini, diceva l’Apostolo, io non sarei più servo di Gesù Cristo: si hominibus placerem, Christi servus non essem (Gal. 1). La mansuetudine deve dunque essere accompagnata dalla fermezza per opporsi al vizio, per riformare gli abusi, massime in chi ha l’autorità, ed incaricato si trova per dovere di procurare la salute del prossimo. Quest’ira è sì necessaria, dice il Crisostomo, che senza di lei trionferebbe il vizio, e la virtù sarebbe oppressa. Mosè, benché il più mansueto degli uomini, si mise in collera contro gli adoratori del vitello d’oro, ed uccider ne fece venti mila. Gesù Cristo, l’agnello pieno di mansuetudine, si mise anche in collera contro i profanatori del tempio. Possiamo dunque adirarci senza peccare, come dice il Profeta, quando si tratta di sostenere gl’interessi di Dio:  irascimini, et nolite peccare (Psal. IV). Ma quest’ira dee esser moderata dalla mansuetudine. Essa si sforza di distruggere il vizio, senza voler distruggere il peccatore: riprender si deve il peccatore con fermezza, ma la mansuetudine ha da temperare l’amarezza delle riprensioni: in spiritu lenitatis (Gal. VI). Bisogna mescolare l’olio col vino per risanare le piaghe dell’infermo, facendogli vedere, che è la carità, e non la passione che ci spinge: caritas urget nos (2 Cor. V). Lungi dunque da noi, Fratelli miei, quei trasporti furiosi, quelle parole aspre, ed ingiuriose, quella voce minaccevole, quei modi fieri ed orgogliosi, quelle imprecazioni, quei cattivi trattamenti, i quali non fanno, che irritar il male, invece di guarirlo. Molti, che si lusingano di aver dello zelo, non hanno di severità che per gli altri, e d’indulgenza per se medesimi. Il vero zelo non inspira che rigore per se stesso e dolcezza per gli altri, ama meglio mancare per troppa bontà, che per troppo rigore. Finalmente la mansuetudine ceder ci fa all’altrui ira, e ci induce a prendere le convenienti misure per calmarla. Ella è cosa facile di esser mansueto e cortese con quelli, che lo sono per noi, di avere pazienza quando alcuno non ci reca fastidio. Ma non è già facile di cedere all’altrui ira, di essere sempre in pace, come il Reale Profeta, con quelli che non amano che la guerra: cum his qui oderunt pacem, eram pacificus (Psal. CXIX). Si ricerca per questo una mansuetudine universale e costante; universale per soffrire in ogni tempo, ed in ogni sorta di persone: una mansuetudine costante per non, disanimarsi dalle dure prove, cui ella è esposta. Tale nondimeno deve essere la mansuetudine cristiana; cedendo piuttosto che combattendo guadagna essa gli spiriti. Perciocché, se l’ira è un fuoco, che cerca distruggere tutto quanto gli viene imposto, invano per estinguerlo si vorrebbe opporgli un altro fuoco; non si farebbe che vieppiù accenderlo. Niente all’opposto più capace di che la mansuetudine, la quale, al dire della Scrittura, è una soave rugiada, che tempera gli ardori dell’ira. Ecco, Cristiani, l’arme di cui servir vi dovete per trionfare dell’altrui collera. – Voi a soffrire avete da qualunque sorta di persone, congiunti, vicini, amici, nemici, i quali talvolta si offendono di quanto avete detto, o fatto senza disegno di recare loro dispiacere; voi avete a vivere con persone bizzarre, turbolente, altere, che vi cercano contrasti ad ogni istante; con ostinati che intender non vogliono ragione alcuna; con violenti, che essere non possono dalle affabili maniere raddolciti, cui tutto il bene che si fa non serve che a renderli più cattivi. Come dovete voi regolarvi con questa sorta di gente. Imparatelo dal grande Apostolo: non vi lasciate vincere dal male, ma procurate di vincere il male col bene: noli vinci a malo, sed vince in bono malum (Rom. XII). Così si diportarono Gesù Cristo e i Santi riguardo ai loro nemici. A quanti affronti ed ingiurie corrisposto non hanno che coi benefizi i più segnalati? Caricavano Gesù Cristo d’oltraggi e di maledizioni, dice S. Pietro, ed Egli non malediceva alcuno: Christus cum malediceretur, non maledicebat ( 1 Pet. 2). Ci danno maledizioni, dice l’Apostolo, e noi loro diamo benedizioni; ci offendono con parole, e noi preghiamo per coloro che ci oltraggiano: blasphemamur, et obsecramur (1 Cor. IV). Ah! se i cristiani in tal modo si regolassero, se non opponessero che la mansuetudine all’ira di quelli con cui sono obbligati di vivere, si vedrebbero forse, come si vedono al giorno d’oggi, tante discordie e dissensioni nelle famiglie? Se una moglie, per esempio, invece di rispondere a suo marito con parole amare e pungenti, allorché si mette in collera contro di essa, non opponesse alle sue violenze, che le vie della mansuetudine; se osservasse il silenzio. quando non può altrimenti vincere i trasporti di un marito furioso, essa non ecciterebbe sopra di sé tempeste, di cui è la triste vittima: non si attirerebbe i cattivi trattamenti, che vengono tanto per colpa sua, quanto per l’ira di suo marito. Fu con la mansuetudine, che S. Monica venne a capo di calmare, e di convertire suo marito idolatro e furioso. Felici sarebbero le mogli, se seguissero quel modello: se la pazienza non convertisse i loro mariti, almeno vi troverebbero un gran fondo di merito innanzi a Dio: allo stesso modo se un marito avesse la compiacenza di cedere, quando vede una moglie resistergli in faccia, se procurasse di appagarla con buone ragioni; si vedrebbe regnar la pace nelle famiglie, si vedrebbe regnare altresì tra i vicini, i quali non sono in guerra gli uni con gli altri, se non se perché alcuno ceder non vuole. Ma se io sempre cedo, diretevi se il tutto soffro con pazienza, la mia mansuetudine mi attirerà nuovi insulti, si befferanno di me, mi disprezzeranno. La mansuetudine non ha ella forse i suoi limiti? Deve ella essere sì costante, e non deve finalmente esaurirsi a forza di perdonare? Ascoltate su questo proposito la risposta del grand’Apostolo: la vera carità non deve mai estinguersi; è un debito, che il cristiano de e sempre pagare, e di cui non è mai libero: nemini quidquam debeatis, nisi ut invicem diligatis (Rom. III). Voi potete bensì liberarvi dagli altri de biti, di cui caricati vi siete verso del prossimo; ma la carità è un debito di tutta la vita: perché, dice lo stesso Apostolo, la carità è la pienezza della legge: e chi soddisfa a questo precetto riempie tutta le legge: qui diligit proximum, legem implevit (ibid.). Non basta dunque di avere della mansuetudine in qualche occasione, di averne per qualche tempo: questa mansuetudine deve essere costante per sostenere in ogni tempo tutte le prove, cui può ella esser messa qualunque cosa molesta ci accada, qualsisia parola spiacevole ci si dica, fa d’uopo possedere sempre l’anima nostra in pace. – Volete voi finalmente, Fratelli miei, avere una mansuetudine costante e saldissima? abbiate l’umiltà, siate staccati da tutte le cose, e sottomessi ai voleri di Dio; la mansuetudine appoggiata sopra fondamenti sì sodi, ferma diverrà ed invincibile. Perciocché, se l’ira proviene dall’amore di se stesso, da un orgoglio segreto, da un attaccamento ai beni. del mondo; da un difetto di sommissione ai voleri di Dio; la mansuetudine è l’effetto delle virtù contrarie a questi vizi. Sì, fratelli miei, subito che avrete l’umiltà, voi avrete la mansuetudine. Gesù Cristo mette queste due virtù insieme, come due compagne indivisibili: imparate da me, che sono mansueto ed umile di cuore: discite a me quia mitis sum, et humilis corde. Tosto che avrete bassi sentimenti di voi medesimi; vi riputerete indegni d’ogni onore, amerete i dispregi e le umiliazioni; voi non sarete dunque disgustati del dispregio, che faranno di voi, degli affronti, degli insulti con cui vi opprimeranno; perché vi troverete il motivo della vostra umiltà. Se voi avete l’umiltà, accondiscenderete volentieri ai sentimenti altrui, parlerete loro in un modo affabile, sarete sempre d’un umore ugnale; il che è l’effetto della mansuetudine. Oimè! voi amate la mansuetudine e l’umiltà negli altri! Perché non praticate voi le virtù, che ritrovate sì amabili, e di cui siete molto contenti, che vi si diano delle prove? Siate staccati dai beni del mondo, né le perdite, né le disgrazie vi sapranno irritare. Siate staccati da voi medesimi, siate mortificati, ed avrete la mansuetudine; mentre l’ira, e l’impazienza non vengono che da un cuore immortificato. Siate ancora sommessi ai voleri di Dio, ed avrete la pazienza nelle afflizioni, nelle tribolazioni di cui Egli servirassi per provare la vostra virtù Non avvi virtù alcuna senza pazienza, ma è la pazienza, dice S. Giacomo, che dà alla virtù la sua perfezione patientia opus perfectum habet (Ja cob, 1). Ella è altresì che corona i uostri meriti, e che ci conduce alla somma felicità. Io ve la desidero. Così sia.

 Credo

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Offertorium

Ps CXVII: 16; 17

Déxtera Dómini fecit virtutem, déxtera Dómini exaltávit me: non móriar, sed vivam, et narrábo ópera Dómini. [La destra del Signore ha fatto prodigi, la destra del Signore mi ha esaltato: non morirò, ma vivrò e narrerò le opere del Signore.]

Secreta

Concéde, quaesumus, omnípotens Deus: ut hujus sacrifícii munus oblátum fragilitátem nostram ab omni malo purget semper et múniat. [O Dio onnipotente, concedici, Te ne preghiamo, che questa offerta a Te presentata, difenda e purifichi sempre da ogni male la nostra fragilità.]

Comunione spirituale

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Communio

Luc IV: 22 Mirabántur omnes de his, quæ procedébant de ore Dei. [Si meravigliavano tutti delle parole che uscivano dalla bocca di Dio.]

Postcommunio

Orémus.

Múnera tua nos, Deus, a delectatiónibus terrenis expédiant: et coeléstibus semper instáurent aliméntis. [I tuoi doni, o Dio, ci distolgano dai diletti terreni e ci ristorino sempre coi celesti alimenti.]

Preghiere leonine

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ringraziamento dopo la comunione exsurgatdeus

Ordinario della Messa

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Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.