LO SCUDO DELLA FEDE (83)

LO SCUDO DELLA FEDE (83)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CONSEGUENZE DEL PERDERE LA S. FEDE E MODI DI PREVENIRLE

CAPITOLO VI.

COME DEBBONO DIPORTARSI QUEI CHE SONO TENTATI DAI PROTESTANTI CON LIBRI MALVAGI.

Oltre ai discorsi, impiegano i Protestanti anche il mezzo dei libri per trascinare nell’errore. Vi presentano certi libricciuoli galanti, pieni zeppi di veleno e ve li danno anche gratis, tanta è la loro carità. Questi libri sono: primieramente la Scrittura Sacra, ma tradotta male dal Diodati, come già vi ho detto; poi certi scritterelli di varii Apostati come il De Sanctis, il Borella e simili: libri che contengono molte empietà, contro la Chiesa, il Sommo Pontefice, il Sacerdozio, i Sacramenti, ec. che mettono in derisione le cose più sante della fede e della pietà. Ora voi potreste facilmente essere presi di curiosità a volerli almeno conoscere, almeno percorrere. Però ricordatevi che non si possono né leggere né ritenere. Se Eva non cominciava a rimirare il pomo con curiosità, non sarebbe stata alfine sedotta come purtroppo fu. Né vi muovano la eleganza, la bellezza ed i titoli pomposi con cui si inorpellano, perché sono veleno e non meno micidiale perché racchiuso in coppa d’oro. – Il solo ritenere quei libri è già un peccato, ricordatevene bene, è un altro peccato il leggerli, è un altro peccato il farli leggere anche ad altri. La S. Chiesa che ha legittima autorità sopra di noi, li ha proibiti sotto grave colpa e così non si possono tenere. – Il dire che la S. Chiesa non ha autorità di proibirceli è già un errore da Protestanti. Ma infine non sarebbe meglio il conoscere anche quel che dicono i nemici della S. Chiesa? Così sapremmo l’una e l’altra parte. Né la dottrina Cattolica, se è vera, deve temere il confronto. A questi sofismi ecco quello che io vi replicherò. Se voi trovate che è un’ingiustizia il non lasciarvi conoscere gli errori, perché non dite anche che è un’ ingiustizia il non lasciarvi assaggiare il veleno? E che? se noi prendiamo il veleno, abbiamo anche in pronto il contravveleno. Vi acconcereste voi a lasciarvi mordere da uno scorpione, perché avete in casa l’olio che ve ne guarirà? Mangereste volentieri un’insalata di cicute, quando sapeste di avere poi in pronto la panacea? Vi fareste così per trastullo una ferita in una mano o in un braccio, perché avete del balsamo che vi può risanare? Eh sono queste proposizioni da pazzo. Ma e perché non dite l’istesso rispetto alla vostra fede? Mentre per misericordia di Dio l’avete sana ed intatta nel cuore, si ha da permettere che essa riceva una ferita dalla lettura di quei libracci sul pretesto che sentirete l’una e l’altra parte? Chi ha mai detto che per istar meglio in salute bisogna provare anche l’infermità? Eppure si dice così rispetto all’anima. Che pazzia è mai questa! Molto più che forse pei mali del corpo potrete trovare un qualche rimedio: ma se leggete quei libri il rimedio forse non lo troverete mai: perocché, parliamo chiaro, siete voi tanto istruiti che possiate render conto dei misteri che credete, dei dommi che professate, di tutte le verità che vi propone la S. Chiesa? Ma e quando avete fatti cotesti studii? Avete imparato da fanciullo un poco di Catechismo e l’avete appreso con molta svogliatezza e però con molta superficialità. Fatta poi la prima Comunione avete sentito qualche spiegazione di Vangelo, qualche poco di Predica, e dico poco perché il più delle volte anche non v’interveniste, e non vi ricordate già più quasi di niente: e con questo bel corredo di scienza vi mettete a leggere un libro perverso? Ma come farete a scoprire le frodi e le fallacie che sono in essi senza una cognizione alquanto ampia della dottrina Cattolica? Se avete in mano un orologio che non cammina, conoscete voi perciò il motivo per cui non cammina? Eh bisogna aver pratica di tutto il suo meccanismo interiore per iscoprire dove stia il difetto. Lo stesso è a dirsi nel caso nostro. Dovreste conoscere tutta la Scrittura con tutti i suoi fondamenti per ravvisare subito in che siano riposti gli errori che essi v’insinuano, e non avendo voi mai fatti quegli studii, beverete grosso yutto quello che essi vi presenteranno; troverete buoni tutti i sofismi, vi parranno verità tutti gli errori, e riuscendovi al tutto impossibile di conoscere le frodi, le arti, le insidie che quei perversi mettono in campo, rimarrete alla fine miseramente sedotti. Ecco quello che è accaduto ad altri, ed ecco quello che avverrà anche a voi. Aggiungete che voi dite di voler conoscere l’una e l’altra parte: ma nel fatto poi non è vero. Vi conducete volentieri a leggere quei sofismi, ma quando è che leggete poi la verità? Su qual libri, a quale scuola l’apprendete? Anche nelle città dove vi è maggior copia di libri e d’istruzione, l’esperienza insegna che non si leggono né punto né poco i libri che espongono la S. Fede, che la illustrano, che la difendono, che ne mostrano i saldissimi fondamenti, che questi libri non si conoscono e non si vogliono conoscere: tanto che si giudica sempre della S. Fede da quel che ne dicono i nemici di lei: ma nelle campagne non solo non si fa nessuno studio della Religione, perché non si trova il tempo, ma non vi è pur possibilità alcuna di farlo perché mancano al tutto i libri opportuni. Laonde se si beve il veleno, il contravveleno affatto non vi è. – E ciò per non dir nulla di quel che accade molte volte, che Dio per gastigo della disobbedienza fatta alla Chiesa quando si legge quello che essa divieta, permette poi che chi si fidava di sé provi con l’esperienza la sua debolezza e venga a prevaricare. Che se non si giunge sino a quest’ultimo eccesso, la Fede rimane almeno indebolita, sorgono poi dei dubbi, delle angustie, e così o l’anima resta molto tempo travagliata oppure si apre una strada funesta che può mettere col tempo sino all’incredulità. Ma le vostre precauzioni in fatto di libri non si hanno a restringere solamente a quelli che apertamente malvagi assaltano senza riguardo la S. Fede; si deve stendere anche a quelli, che il fanno forse con maggior efficacia, perché più copertamente. Iovoglio significare con ciò una turba di Romanzi i quali avventano qua e là come di passaggio i loro colpi contro la Chiesa, certe storie maligne che mettono sotto false vedute le gesta dei Romani Pontefici, certe novelle scostumate che deridono i Sacerdoti ed i Religiosi, certe gazzette maligne che ne’ racconti infami delle loro appendici non rispettano nulla di quello che è più venerando in cielo ed in terra: tutte queste letture feriscono se non sempre direttamente, almeno indirettamente la S. Fede e le tolgono la vivezza, il lustro e lo splendore che dovrebbe avere. Il perché ricordatevi bene che avete obbligo strettissimo di rigettare quei libri funesti non accettandoli né conservandoli presso di voi, non leggendoli né prestandoli a leggere a veruno. E se siete padroni di casa, capi di bottega, padri di famiglia o in qualunque modo superiori ad altri, non dovete e non potete permettere ai vostri figliuoli. ai vostri subordinati e dipendenti che li tengano o comunque li leggano. Sapete quel che dice il proverbio? Tanto ne va a chi ruba quanto a chi tiene il sacco: tanto ne va a chi tiene come a chi scortica. E questo giudizio si pronunzia nell’altro mondo non meno che in questo.

SALMI BIBLICI: “QUIS GLORIARIS IN MALITIA” (LI)

SALMO 51: “QUIS GLORIARIS in malitia”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 51

In finem. Intellectus David, cum venit Doeg Idumæus, et nuntiavit Sauli: Venit David in domum Achimelech.

[1] Quid gloriaris in malitia,

qui potens es in iniquitate?

[2] Tota die injustitiam cogitavit lingua tua; sicut novacula acuta fecisti dolum.

[3] Dilexisti malitiam super benignitatem; iniquitatem magis quam loqui æquitatem.

[4] Dilexisti omnia verba præcipitationis, lingua dolosa.

[5] Propterea Deus destruet te in finem; evellet te, et emigrabit te de tabernaculo tuo, et radicem tuam de terra viventium.

[6] Videbunt justi, et timebunt; et super eum ridebunt, et dicent:

[7] Ecce homo qui non posuit Deum adjutorem suum; sed speravit in multitudine divitiarum suarum, et prævaluit in vanitate sua.

[8] Ego autem, sicut oliva fructifera in domo Dei; speravi in misericordia Dei, in æternum et in sæculum sæculi.

[9] Confitebor tibi in sæculum, quia fecisti; et exspectabo nomen tuum, quoniam bonum est in conspectu sanctorum tuorum.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LI (1)

Riprensione a Doeg Idumeo, che calunniò Davide e Achimelech Sacerdote presso il re Saulle, e divenne con ciò causa della strage dei sacerdoti di Nobe. (Vedi lib. 1 Reg., c. 21).

Per la fine: salmo d’intelligenza di David, quando Doeg Idumeo andò a dar avviso a Saul, dicendo: David è stato a casa di Achimelech.

1. Perché fai tu gloria della malvagità, tu che sei potente a far male?

2. Tutto il dì la tua lingua ha meditato l’ingiustizia; quale affilato rasoio hai fatto tradimento.

3. Hai amato la malizia più che la bontà; il parlare iniquo, piuttosto che il giusto.

4. Hai amato tutte le parole da recar perdizione, o lingua ingannatrice.

5. Per questo Iddio ti distruggerà per sempre; ti schianterà, e ti scaccerà fuori del tuo padiglione; e ti sradicherà dalla terra dei vivi.

6. Vedran ciò i giusti, e temeranno, e di lui rideranno, dicendo:

7. Ecco l’uomo, il quale non ha eletto Dio per suo protettore; ma sperò nelle sue molte ricchezze, e si fece forte nei suoi averi.

8. Ma io, come ulivo fecondo nella casa di Dio, ho sperato nella misericordia di Dio per l’eternità e per tutti i secoli.

9. Te loderò io pei secoli, perché hai fatta tal cosa e aspetterò l’aiuto del nome tuo, perché buona cosa è questa nel cospetto dei santi tuoi.

Sommario analitico

In questo Salmo, il cui titolo fa sufficientemente conoscere l’occasione ed il soggetto, ed in cui c’è Doeg, traditore di Davide e del gran sacerdote, per i suoi interessi temporali, c’è un’immagine viva di Giuda che tradisce e vende il suo divino Maestro.

I. – Davide mostra tutta l’iniquità e la malvagità delle calunnie di Doeg e ne descrive i caratteri principali:

– 1° la sua ostinazione nell’iniquità, della quale si glorifica (1), – 2° la sua malizia premeditata e continua (2); – 3° la sua affezione al male (3); – 4° i suoi discorsi che non hanno come scopo se non la rovina del prossimo (4);

II.Egli descrive il castigo che lo attende sotto la figura di un albero abbattuto e sradicato:

– 1° egli sarà divelto, abbattuto, sradicato (5); – 2° i giusti, testimoni della sua rovina, applaudiranno e rideranno di lui, a) perché egli non ha riposto la sua forza il Dio, b) si è affidato alle moltitudini delle sue ricchezze, c) e si è raffermato nella sua malvagità (6, 7).

III Egli descrive in opposizione la sua felicità e quella dei giusti, sotto l’emblema di un ulivo verdeggiante:

– 1° Che produce frutti abbondanti, – 2° che è piantato in un luogo ameno, la casa di Dio (8); – 3° i cui rami che si estendono in lontananza sono: a) la speranza in Dio (8); b) la lode di Dio; c) la longanimità; d) la contemplazione e la carità della comunione dei santi (9).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-4.

ff. 1. – Glorificarsi delle proprie buone opere, è commettere una grave ingiustizia verso Dio, perché è come prendergli ciò che Gli appartiene come proprio, la sua gloria, che Egli stesso dichiara di non cedere a nessuno. Ma glorificarsi nella propria malizia, è fare a Dio l’oltraggio più sensibile, poiché è dichiararsi suo nemico. – « Perché colui che è potente si glorifica della propria malvagità? » Vale a dire, perché colui che è potente nel male si glorifica? L’uomo ha bisogno di essere potente, ma nel bene, e non nel male. È dunque qualcosa di grande glorificarsi della propria malvagità? Il costruire una casa è affare di pochi; nel distruggerla, ogni ignorante può venirne a capo. È concesso ad un piccolo numero di persone il saper seminare il frumento, coltivare le messi, attendere la maturazione del grano, e raccogliere con gioia il frutto di questo lavoro; ma il primo venuto può con una semplice fiammella, incendiare tutta una messe. Far nascere un bambino, nutrirlo, allevarlo, condurlo fino all’età della giovinezza, è un grande compito, ma non c’è nessuno che non possa ucciderlo in poco tempo. Tutto ciò che non tende che a distruggere è dunque molto facile. Colui che si glorifica, si glorifichi nel Signore (1 Cor. I, 31); colui che si glorifica, si glorifichi nel bene; voi vi glorificate perché siete potenti nel male; cosa farete dunque o potenti con tutta la vostra iattanza? Voi ucciderete un uomo? Uno scorpione fa altrettanto; una febbre fa altrettanto, un fungo velenoso fa altrettanto. Tutta la vostra potenza è così ridotta ad eguagliare quella di un animale o di una pianta velenosa? (S. Agost.).

ff. 2. – Il cuore del giusto è interamente nella legge di Dio, che egli medita giorno e notte (Ps. I, 2). Il cuore del malvagio è interamente nell’ingiustizia, e la sua lingua è sempre occupata a produrre all’esterno i suoi tristi frutti (Dug.). – Come spiegare ciò che qui dice il profeta, che la lingua pensa e medita l’ingiustizia, allorché i pensieri escono dal senso ragionevole dell’anima vivente, mentre la lingua non è che lo strumento materiale del pensiero? Un altro scrittore ispirato ci fa comprendere la giustezza di questa espressione: « il cuore degli insensati – egli dice – è nella loro bocca » (Eccl. XXI, 29), perché essi non fanno niente con il consiglio della ragione e secondo le deliberazioni della loro intelligenza, ma al contrario si lasciano andare allo scorrere precipitoso della loro lingua, e tengono i discorsi più sconsiderati e più temerari. Ecco perché l’autore sacro dice che il loro cuore è nella loro bocca, perché essi non dicono affatto quel che hanno pensato, ma ciò che hanno pensato e che hanno detto. Il salmista parla tutt’altrimenti della lingua del saggio: la lingua del giusto, egli dice, mediterà la saggezza (Ps. XLIV, 2), perché la lingua si forma ed è diretta sulla meditazione del suo cuore (S. Hil.). – Quanta pena ci si prende per aguzzare un rasoio, quanta cura per affilarlo, quante volte lo si fa passare sulla pietra? E questo per radere quanto più profondamente i peli della barba, e dare al viso tutta la sua pulizia, tutta la sua nettezza. Ma se in luogo di tagliare la barba, il rasoio taglia la pelle della persona, esso porta un colpo ingannatore e perfido, perché invece di contribuire alla bellezza del viso, produce una ferita. (S. Hilar.).

ff. 3. –  « Voi avete preferito la malvagità alla bontà » Uomo ingiusto, uomo senza regole, voi volete, nella vostra perversità, mettere l’acqua sopra l’olio; l’acqua sarà sommersa, e l’olio emergerà. Voi volete nascondere la luce sotto le tenebre, ma le tenebre saranno dissipate, e la luce sussisterà. Voi volete mettere la terra al di sopra del cielo, ma la terra, con tutto il suo peso, cadrà sul suo luogo naturale. Voi sarete sommersi dunque per aver preferito la malvagità alla bontà; poiché mai la malvagità avrà la meglio sulla bontà. « Voi avete preferito la malvagità alla bontà, ed il linguaggio dell’iniquità a quello della giustizia ». Davanti a voi è la giustizia e davanti a voi vi è pure l’ingiustizia: voi avete una lingua, la muovete come vi pare; perché dunque la volgete piuttosto dal lato dell’ingiustizia e non dal lato della giustizia? Voi non sapete dare al vostro stomaco un nutrimento amaro, e date alla vostra lingua un nutrimento d’iniquità? Come scegliete il vostro nutrimento, così scegliete anche le vostre parole. Voi preferite l’ingiustizia alla giustizia; voi la preferite, è vero, ma chi la spunterà, se non la bontà e la giustizia? (S. Agost.).

II. — 5 – 7.

ff.5. – La giusta retribuzione dovuta al peccato, spesso è esercitata sui peccatori in questa vita, e sempre nell’altra. – Essi cercano di distruggere gli altri e non vi riescono che troppo spesso; ma saranno essi stessi distrutti, saranno scacciati dai luoghi ai quali si erano attaccati più tenacemente, le loro dimore, ove si erano stabiliti come se non ne dovessero mai uscire e mai sradicarsi con la loro morte dalla terra dei viventi. (Dug.). – Ogni anno, per un gran numero di uomini, il tempo fugge rapido come il fulmine, ed allora, dopo effimeri successi, c’è lo sterminio assoluto; ed allora dopo una vana affermazione di potenza e di grandezza, arriva lo schiacciamento senza pietà: … l’espulsione e l’esilio in luogo delle superbe dimore; l’annientamento della discendenza in luogo di una numerosa posterità; ecco ciò che Dio riserva ai malvagi, ecco come punisce l’insolenza e l’orgoglio con cui avevano preteso di lottare contro di Lui (Rendu). – Noi dobbiamo dunque avere la nostra radice nella terra dei viventi. La radice è in un luogo nascosto: se ne possono vedere i frutti, non la radice: occorre che le nostre opere procedano dalla carità, ed allora la nostra radice è nella terra dei viventi (S. Agost.). – Ah, io comprendo Signore, che la buona radice è il vostro amore, e che quella dell’empio è il suo criminale attaccamento alle cose della terra. Voi strappate questa radice perversa dalla terra dei viventi, e ricacciate l’empio lontano dal vostro tabernacolo. Cosa diventerò io, Signore, se agite così con me? Come potrò vivere lontano da Voi? Lontano dalla terra dei viventi, e lontano dal tabernacolo dove si impara ad amarvi? Radicatemi, Signore, nel vostro amore, ai piedi del Tabernacolo eucaristico (Mgr. De La Bouil. Symb., p. 279). – Quando i giusti avranno timore? Quando rideranno? Comprendiamo e discerniamo questi due tempi nei quali sia utile temere o ridere. Mentre siamo in questo mondo, non è ancor tempo di ridere, per paura di avere poi da piangere. Coloro dunque che sono i giusti ora e che vivono della fede, vedono questo Doeg e ciò che gli debba accadere, e temono per se stessi la stessa sorte; essi sanno in effetti cosa sono oggi, ma non sanno cosa saranno domani. Ora, dunque « i giusti verranno e temeranno », ma quando rideranno di lui? Quando l’iniquità sarà trascorsa; quando sarà tolta, come è già tolta, in gran parte, questo tempo incerto; quando saranno dissipate le tenebre di questo mondo, in mezzo alle quali noi non camminiamo ora che alla luce delle sante Scritture, ciò che fa che noi temiamo come se fossimo nella notte (S. Agost.).

ff. 7. – Il Profeta non ha detto: ecco quest’uomo che era ricco, ma: « ecco quest’uomo che non ha cercato il suo appoggio in Dio, e che ha messo la sua speranza nella moltitudine delle sue ricchezze ». Non è perché ha posseduto ricchezze, ma perché vi ha riposto le sue speranze, non mettendo le sue speranze in Dio, che egli è condannato, ed è per questo che egli è punito; è per questo che è cacciato dalla sua tenda, non essendo che terra e movimento, come la polvere che il vento alza sopra la superficie della terra; è per questo che la sua radice è divelta dalla terra dei viventi (S. Agost.). – I giusti, così sensibili quaggiù alle calamità dei propri fratelli, così ingegnosi nello scusare le loro colpe, a coprirle con un velo di carità, e ad addolcirle agli occhi degli uomini, quando non possono trovare scuse apparenti; i giusti, spogliati nel giorno del giudizio, sull’esempio del Figlio dell’uomo, di questa indulgenza e di questa misericordia che essi avevano esercitato verso i propri fratelli sulla terra, sibileranno sui peccatori, dice il profeta, l’insulteranno e divenendo essi stessi i suoi giudici, diranno loro beffandoli. « … ecco dunque quest’uomo che non aveva voluto mettere il suo soccorso e la sua fiducia nel Signore, e che aveva amato meglio confidare nella vanità e nella menzogna ». Ecco questo insensato che si credeva il solo saggio sulla terra, che riguardava la vita dei giusti come follia, e che si compiaceva nel favore dei grandi, nella vanità dei titoli e delle dignità, nell’estensione delle terre e dei possedimenti, nella stima e nelle lodi degli uomini, degli appoggi del fango che doveva perire con lui » (Massil., Jug. Univ.).

III. — 8, 9.

ff. 8. – L’olivo sterile, come il fico del Vangelo che non produce nulla, è l’immagine del peccatore. Essi non sono buoni, l’uno e l’altro, che ad essere tagliati e gettati nel fuoco. L’olivo fertile, al contrario, che porta frutto in abbondanza, è l’immagine del giusto che merita un posto nella casa del Signore. Fondamento solido della salvezza eterna, è la speranza nella misericordia di Dio. Quale differenza con la speranza che il peccatore pone nelle sue ricchezze, nella vanità e la menzogna! – « Io ho messo la mia speranza nella misericordia del Signore ». Ma non sarebbe solo per il presente? Perché talvolta gli uomini si ingannano su questo punto. In verità essi adorano Dio; ma benché abbiano confidenza in Dio, non è che in vista della loro prosperità temporale che essi dicono: io adoro il mio Dio che mi renderà ricco sulla terra, che mi darà dei figli, una sposa. Questi beni, in effetti non li dà se non Dio, ma Egli non vuole che Lo si ami a causa di questi medesimi beni. Egli li dà spesso anche ai malvagi, per far comprendere ai buoni di chiedergli ben altri beni. In che senso allora voi dite: « io ho messo la mia speranza nella misericordia di Dio? » … non è per caso onde acquisire dei beni temporali? No, « per l’eternità, e per i secoli dei secoli » (S. Agost.).

ff. 9. – « Io vi glorificherò per sempre, per quanto Voi avete fatto ». È una confessione completa del Nome di Dio con queste parole « per quanto avete fatto ». Cosa avete fatto se non ciò che si sta dicendo, che cioè, grazie a Voi, io sono come un ulivo fertile nella casa del Signore, e che ho messo la mia speranza nella misericordia divina per l’eternità e per i secoli dei secoli? Questo Voi lo avete fatto. Io non mi glorifico per ciò che ho, come se non avessi ricevuto nulla, ma io me ne glorifico in Dio. « Ed io confesserò per sempre che Voi lo avete fatto »; vale a dire, in ragione della vostra misericordia e non in ragione dei miei meriti; perché per me, io cosa ho fatto? Se voi cercate nel passato, io sono stato un bestemmiatore, un persecutore, un calunniatore. E Voi cosa avete fatto? Per Voi io ho attenuto misericordia, perché avevo fatto il male per ignoranza (1 Tim. I, 13). – Il Nome di Dio è Dio stesso, così aspettare il suo santo Nome, è come aspettare la manifestazione di Dio, il momento in cui Egli scoprirà la sua essenza eterna. Noi tutti siamo sulla terra in attesa di questo momento; noi non vediamo il santo Nome di Dio che in enigma e per fede. Quando si rivelerà a noi senza mezzi e senza veli, noi sapremo pienamente ciò che Egli è, e saremo perfettamente felici (Berthier). « Ed io aspetterò il vostro Nome perché è pieno di dolcezza ». Il mondo è pieno di amarezza, ma il vostro Nome è pieno di dolcezza, e se pure nel mondo vi è qualcosa di dolce al gusto, la digestione ne è amara. Il vostro Nome è l’oggetto delle mie preferenze, non solo a causa della sua grandezza, ma a causa ancor più della sua dolcezza. In effetti « gli ingiusti mi hanno raccontato le delizie delle quali godono, ma esse, Signore, non erano dolci come la vostra legge » (Ps. CXVIII, 86). Se in effetti non ci fosse stata qualche dolcezza nelle sofferenze dei martiri, essi non avrebbero sopportato con tanta costanza le amarezze di queste sofferenze, ma non era facile per tutti gli uomini gustare la dolcezza che esse racchiudevano. Il Nome di Dio è dunque – per coloro che amano Dio – di una dolcezza che sorpassa tutte le altre dolcezze, « io attenderò il vostro Nome, perché è pieno di dolcezza ». E a chi dimostrare la dolcezza di questo Nome? Datemi un palato al quale questo Nome sia stato dolce, lodate il miele finché volete, esagerate la sua dolcezza con tutte le espressioni che potete trovare, un uomo che non sa ciò che il miele sia, non comprenderà quel che direte, finché non l’avrà gustato. C’è un altro salmo in cui il Profeta invita particolarmente a sperimentare questa dolcezza e vi dice: « Gustate e vedete come è dolce il Signore » (Ps. XXXIII, 8). Voi rifiutate di gustarlo e dite: Egli è dolce! (S. Agost.).

SALMI BIBLICI: “MISERERE MEI, DEUS, SECUNDUM MAGNUM” (L)

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 50

In finem. Psalmus David, cum venit ad eum Nathan propheta, quando intravit ad Bethsabee.

[1] Miserere mei, Deus, secundum magnam misericordiam tuam;

[2] et secundum multitudinem miserationum tuarum, dele iniquitatem meam.

[3] Amplius lava me ab iniquitate mea, et a peccato meo munda me.

[4] Quoniam iniquitatem meam ego cognosco, et peccatum meum contra me est semper.

[5] Tibi soli peccavi, et malum coram te feci; ut justificeris in sermonibus tuis, et vincas cum judicaris.

[6] Ecce enim in iniquitatibus conceptus sum, et in peccatis concepit me mater mea.

[7] Ecce enim veritatem dilexisti; incerta et occulta sapientiæ tuæ manifestasti mihi.

[8] Asperges me hyssopo, et mundabor; lavabis me, et super nivem dealbabor,

[9] Auditui meo dabis gaudium et laetitiam, et exsultabunt ossa humiliata.

[10] Averte faciem tuam a peccatis meis, et omnes iniquitates meas dele.

[11] Cor mundum crea in me, Deus, et spiritum rectum innova in visceribus meis.

[12] Ne projicias me a facie tua, et spiritum sanctum tuum ne auferas a me.

[13] Redde mihi lætitiam salutaris tui, et spiritu principali confirma me.

[14] Docebo iniquos vias tuas, et impii ad te convertentur.

[15] Libera me de sanguinibus, Deus, Deus salutis meæ, et exsultabit lingua mea justitiam tuam.

[16] Domine, labia mea aperies, et os meum annuntiabit laudem tuam.

[17] Quoniam si voluisses sacrificium, dedissem utique; holocaustis non delecta-beris.

[18] Sacrificium Deo spiritus contribulatus; cor contritum et humiliatum, Deus, non despicies.

[19] Benigne fac, Domine, in bona voluntate tua Sion, ut ædificentur muri Jerusalem.

[20] Tunc acceptabis sacrificium justitiæ, oblationes et holocausta; tunc imponent super altare tuum vitulos.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO L (1)

Salmo di Davide da cantare fino alla fine del mondo, e composto da lui quando Nathan profeta entrò da lui a rimproverarlo del suo adulterio con Bethsabea, e anche dell’omicidio di Uria. Davide chiede a Dio perdono del suo peccato (vedi lib. 2 Reg., c. 12).

Per la fine, salmo di David; quando andò a trovarlo il profeta Nathan, allorché egli si accostò a Bethsabea.

1. Abbi misericordia di me, o Dio, secondo la grande tua misericordia.

2. E secondo le molte operazioni di tua misericordia scancella la mia iniquità.

3. Lavami ancor più dalla mia iniquità, e mondami dal mio peccato:

4. Perocché io conosco la mia iniquità, e il mio peccato mi sta sempre davanti;

5. Contro di te solo peccai, e il male feci dinanzi a te; affinché tu sii giustificato nelle tue parole, e riporti vittoria quando sei chiamato in giudizio.

6. Imperocché ecco che io nelle iniquità fui concepito, e nei peccati mi concepì la madre.

7. Ed ecco che tu hai amato la verità! svelasti a me gl’ignoti e occulti misteri di tua sapienza.

8. Tu mi aspergerai coll’issopo, e sarò mondato; mi laverai, e diverrò bianco più che la neve.

9. Mi farai sentir parola di letizia e di gaudio, e le ossa umiliate tripudieranno.

10. Rivolgi la tua faccia dai miei peccati, e cancella le mie iniquità.

11. In me crea, o Dio, un cuor mondo, lo spirito retto rinnovella nelle mie viscere.

12. Non rigettarmi della tua faccia, e non togliere da me il tuo santo spirito.

13. Rendimi la letizia del tuo Salvatore per mezzo del benefico Spirito tu mi conforta.

14. Insegnerò le tue vie agli iniqui, e gli empi a te si convertiranno.

15. Liberami dal reato del sangue, o Dio, Dio di mia salute, e la mia lingua canterà con gaudio la tua giustizia.

16. Signore, tu aprirai le mie labbra, e la mia bocca annunzierà le tue lodi.

17. Imperocché, se un sacrifizio tu avessi voluto, lo avrei offerto; tu non ti compiacerai degli olocausti.

18. Sacrifizio a Dio lo spirito addolorato; il cuore contrito e umiliato nol disprezzerai o Dio.

19. Colla buona volontà tua sii benefico, o Signore, verso Sionne, affinché stabilite sieno le mura di Gerusalemme.

20. Tu accetterai allora il sacrifizio di giustizia, le oblazioni o gli olocausti; allora porranno dei vitelli sul tuo altare. (1)

(1) Ci sono degli autori che pensano che i versetti 19 e 20 siano stati aggiunti durante la cattività.

Sommario analitico

In questo Salmo, di cui il titolo ne spiega sufficientemente l’occasione ed il soggetto, Davide, pentito del suo peccato (due anni dopo), fa tre cose:

I. – Adduce diverse ragioni per piegare Dio affinché gli ottenga il suo perdono:

– 1° la misericordia infinita di Dio e gli affetti multipli della sua misericordia (1, 3);

– 2° la conoscenza che egli ha del suo peccato ed il ricordo che ne conserva (4);

– 3° egli ha peccato sotto gli occhi di Dio solo, poiché Dio solo poteva dargli delle leggi, e Dio solo poteva punirlo con giustizia (5); – 4° il peccato originale e l’inclinazione al male che ha lasciato in noi (6); – 5° la semplicità e le verità del suo cuore, dove risiedono, volendo, la promessa che Dio gli ha fatto di perdonarlo, ed i doni profetici dei quali lo ha ricolmato (7).

II. – Egli descrive le giustificazione del peccatore ed i suoi numerosi effetti: domanda a Dio: – 1° di purificarlo con l’infusione della grazia santificante. Due sono gli effetti di questa infusione di grazia: egli sarà purificato, e diventerà più bianco della neve (8); – 2° di rendergli la gioia per cui la remissione dei peccati si espanda nell’anima (9); – 3° di dimenticare completamente le sue colpe e cancellarle completamente (10); – 4° di creare in lui un cuore puro ed uno spirito retto (11); – 6° di raffermarsi nella perseveranza (12, 13).

III. – Davide, per testimoniare la sua riconoscenza a Dio, promette: – 1° nei riguardi del prossimo, di insegnargli le vie di Dio (14); – 2° nei riguardi di Dio, di celebrarlo e di lodarne l’indulgere della sua giustizia (15, 16). – 3° nei riguardi di se stesso, di allontanare il suo cuore dal peccato, a) immolando a Dio un cuore contrito ed umiliato (17, 18); b)edificando in lui l’edificio delle virtù (10), c) offrendoGli, in questo tempio e su questo altare interiore, la vittime della pietà (20).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 6.

ff. 1 – Davide, uscendo alfine dal sonno letargico in cui il suo duplice crimine lo aveva sprofondato, vede sulla terra il sangue di Uria che grida vendetta contro di lui; in mezzo al suo palazzo, davanti al profeta Natan, che viene per fargli sentire le minacce della giustizia divina, egli ascolta i mormorii dei grandi della sua corte, il riso ed il sarcasmo dei pagani; nel cielo percepisce la mano vendicativa di Dio, pronta ad appesantirsi su di lui; oh! Allora, egli non si sogna di richiamare il ricordo delle sue passate virtù, non cerca di difendersi con lo splendore e la maestà della porpora, egli si getta nel seno paterno di Dio ed implora la sua misericordia. – Il colpevole, condotto davanti al suo Giudice sovrano, considera che questo Giudice non possa essere ingannato, perché Egli è la saggezza stessa, che non si possa vincere, perché Egli è onnipotente; che non si possa sfuggire al suo tribunale, perché Egli è dappertutto. Nessuna scusante, nessuna difesa possibile, non ci sono speranze che nella misericordia …io non oso dirvi: Mio Dio, perché peccando io Vi ho perduto; seguendo il vostro nemico, io mi sono allontanato da Voi, amando il male, io mi sono allontanato dal bene. Coloro che sono puri, che sono buoni, che sono veramente figli vostri e vostri eredi, vi chiamino “mio Dio”; ma io, coperto di sozzura, io che ho abbandonato mio Padre, che mi sono venduto al suo nemico, che mi sono smarrito nelle regioni lontane dove ho dissipato tutta la mia eredità, dandomi al mondo, alle mie passioni, tutto ciò che Dio voleva avere, io non oso chiamarvi “mio Dio”, io non oso chiamarvi “mio Padre”, io non posso che dirvi: o Dio, abbiate pietà di me, trattatemi come uno dei vostri mercenari, perché io non sono degno di essere chiamato vostro figlio (Hug. De Saint Victor). – Colui che invoca una grande misericordia, confessa una grande miseria. Questi vi chiedono soltanto un po’ della vostra misericordia, perché hanno peccato senza saperlo; ma di me, abbiate pietà secondo la vostra grande misericordia. Trattate con tutta la potenza dei vostri rimedi, la gravità delle mie ferite. Le mie ferite sono gravi, ma io mi rifugio presso l’Onnipotente. Io dispererei della guarigione di una simile malattia, se non ricorressi ad una simile medicina (S. Agost.). – Dio è un oceano infinito di misericordia. La vostra iniquità ha dei limiti, la clemenza, la bontà di Dio non ha limiti; la vostra malizia, qual essa sia, è una malizia umana, la clemenza di Dio è una clemenza divina che non può essere circoscritta da alcun limite. – La misericordia di Dio è grande. 1° perché essa viene da Dio ed è di causa efficiente, l’amore immenso che Egli ha per noi; 2° perché essa ci è data dal suo Figlio unico Gesù-Cristo; 3° perché essa viene in soccorso della più grande miseria.; 4° perché essa è per noi la più grande sorgente dell’abbondanza delle grazie; 5° perché essa si estende agli uomini di tutti i tempi e di tutti i luoghi; 6° perché essa ha come fine il condurci al cielo e metterci in possesso della magnifica eredità dei cieli. Il peccato è scritto in tre libri: la coscienza del peccatore, nel ricordo dei demoni, nella memoria di Dio, che vede tutto e punisce ogni iniquità a suo tempo. Dio cancella il peccato da questi tre libri del ricordo. « Io stesso – dice – Io stesso cancellerò le iniquità; a causa mia, Io voglio dimenticare i tuoi crimini » (Is. XLIII, 25). – Dio cancella il peccato: dalla sua memoria nel senso che non lo punirà mai; dal ricordo del demonio che mai potrà farne oggetto delle sue accuse; dalla coscienza del peccatore, che il ricordo dei peccati rimessi non potrà più contristare.

ff. 2. – Dopo che il peccato sia stato rimesso, non bisogna credere che non ne resti alcun residuo, e che possiamo trascorrere la nostra vita in assoluta sicurezza. La grazia della penitenza ci ha sottratto alla morte eterna, ma siamo ancora abbattuti da mortali e perniciosi languori; ci resta infatti una grande disposizione al male, ed una debolezza ancora più grande verso il bene, come succede ad un malato che viene fuori da lunga e violenta malattia. Così chiediamo a Dio di guarire tutte le piaghe le une dopo l’altra, al fine di meglio avvertire la miseria dalla quale ci libera, e la grazia con la quale ci salva. (Bossuet; Duguet.). Ma si dirà, un peccato è perdonato o non; il perdono è un atto istantaneo, poco importa se gratuito o condizionale, e domandare perdono per ciò che è stato già perdonato, è avvicinarsi a Dio con parola senza significato. Ma Davide dà voce al dolore. « Amplius lava me », « purificatemi ancor più, o mio Dio! ». E la Chiesa universale ha adottato il suo « miserere »: incessantemente in ginocchio, da un capo all’altro del mondo, Essa ripete e grida: « Amplius lava me ». O come l’anima sospira dopo questo « amplius lava me ». I teologi ci dicono che le fiamme del Purgatorio, nell’esecuzione del loro ufficio, nello stesso tempo dolce e crudele, non cauterizzano nell’anima le cicatrici del peccato, perché veramente queste cicatrici non esistono più; il sangue prezioso le ha fatte sparire coprendole con il suo perdono; e nonostante queste fiamme brucino sempre. È lo stesso per le fiamme di questo « amplius » che consumano l’anima; è una cosa che si avverte più che spiegarsi, si ama, ma non saprebbe definirsi (Faber, progès de l’âme, cap. XIX).

ff. 3. – La conoscenza del peccato, è condizione necessaria per ottenerne il perdono. « Quali sono i miei crimini e le mie iniquità? Mostratemi i miei peccati e le mie colpe » (Giob. XIII, 23). – La misericordia di Dio è nel perdonare al peccatore; la sua giustizia, nel punire il peccato. Che dunque? Voi chiedete misericordia, il vostro peccato resterà impunito? Che risponda Davide, che rispondano coloro che sono caduti, che rispondano tutti con Davide, alfine di meritare la misericordia con Davide, ed essi dicano: no, Signore, il mio peccato non sarà impunito, ma io desidero che voi non mi puniate affatto, perché io stesso punisco il mio peccato. Io chiedo che voi mi rimettiate la colpa, perché io la riconosco. (S. Agost.). – Alla fine impariamo che questa conoscenza, questa confessione del proprio peccato, ben lungi dall’attirarci da parte di Dio un giudizio di condanna, previene al contrario tutti i giudizi che noi avremmo da temere per timore della sua giustizia, e ce ne preserva. Davide non si serviva di alcun altro motivo per chiedere a Dio di purificarlo da tutte le macchie di peccato e ricondurlo nel suo favore, se non il dirgli: « Voi vedete, Signore, che io riconosco la mia iniquità » … Quale conseguenza! Essa è giustissima, risponde S. Crisostomo; e Davide, parlando in tal modo, era perfettamente istruito delle intenzioni di Dio e delle sue vedute tutte misericordiose; perché è come se dicesse: … è vero, Signore, che questa confessione che io ho fatto dell’offesa commessa è una riparazione molto lieve; ma poiché Voi la gradite e ve ne contentate, io oso offrirvela, e spero di riconciliarmi con Voi (Bourd. sur la confess.). – « … e il mio peccato è sempre davanti a me ». Mi è sempre presente per rinfacciarmi sempre sia la mia indegnità, sia la vostra bontà: la mia indegnità per averlo commesso, e la vostra bontà che me lo ha rimesso. Esso mi è sempre presente, per ispirarmi sempre lo zelo ed un coraggio nuovo, sia nelle avversità della vita, sia nelle pratiche di penitenza. Che mi giunga per vostro ordine, o che lo imponga da me stesso, il mio peccato o il perdono del mio peccato sarà sempre un motivo pressante che mi risveglierà, mi ecciterà, mi incoraggerà ad intraprendere tutto per voi, a sacrificarmi, e al bisogno, ad immolarmi per Voi. (Bourd., Conv. De Magd.). – Il primo passo del penitente è quello di riconoscere i propri peccati; il secondo è farne la confessione, il terzo è di sollecitarne il perdono; il quarto è l’espiazione per la soddisfazione conveniente; il quinto è di non perderne il ricordo (Berthier).

ff. 4. « Davanti a voi solo ho peccato »! Che cos’è questo? Non era cosa evidente agli uomini una donna macchiata da adulterio e suo marito messo a morte? (II Re XI, 4, 15). E non sapevano tutti ciò che Davide aveva fatto? Cosa dunque significano queste parole? « Davanti a Voi solo ho peccato ». Solo Voi siete senza peccato. Giustamente punisce colui che non ha in sé nulla di reprensibile (S. Agost.). – L’uomo non pecca contro l’uomo, perché anche egli è gravato di una colpa uguale o più grande. Dio solo punisce i peccati con giustizia, perché Egli è il solo in cui non si possa trovare colpa soggetta al castigo. Per questo dunque, Dio solo può dunque risparmiare il peccatore, Egli solo può giudicare con giustizia, ed è Lui solo che colpisce colui che pecca (S. Greg.). – Contro Dio solo Davide ha peccato: sebbene abbia fatto un’ingiuria atroce ad Uria ed a Bethsabea, questo non è nulla nei confronti dell’oltraggio fatto a Dio. – Quante volte commettiamo contro Dio ed i suoi Santi colpe che gli uomini non vedono, che non sospettano neppure, e che non hanno altri testimoni che Dio e la coscienza? Peccati di orgoglio e di vano compiacimento, colpe di ambiziosi o cupidi desideri, colpe di voluttuosi pensieri, colpe di distrazioni volontarie, peccati di invidia contro il prossimo, colpe di giudizio temerario, di scoraggiamento, di impazienza e di mormorazioni. C’è di che umiliarci e spiegare tutte le severità di Dio nei nostri confronti! (Rendu). – Noi abbiamo peccato contro Dio, è là e non altrove che occorre andare a cercare la causa dei nostri mali. È là l’inizio triste di tutte le nostre colpe, e di conseguenza il punto di inizio di tutti i nostri malanni. Noi abbiamo da tempo ribaltato un primo trono, quello di Dio; abbiamo negato la prima sovranità, la sovranità divina. Tutti noi siamo stati colpevoli: i grandi hanno cospirato contro i piccoli, ed i piccoli contro i grandi; il potere ed il sapere hanno ugualmente dato una mano alla ribellione. Lo stendardo dell’indipendenza è stato issato innanzitutto contro Dio; ed in verità, tutti gli altri nostri torti impallidiscono in confronto a questo primo attentato: « … contro Dio solo noi abbiamo peccato » (Mgr. Pie, Disc. et inst. past. I, 128). – Cosa vuol dire « In modo che siate giustificato nelle vostre parole, etc. ». io ho peccato davanti a voi solo, ed ho fatto il male contro di Voi, di modo che siate riconosciuto giusto nei vostri discorsi, nei rimproveri che mi avete indirizzato con Nathan, e che, se sorgesse un dibattito tra noi due, ed io volessi negare questo crimine di cui mi avete accusato, voi trionfereste e la causa si rivolgerebbe contro di me (Bellarm.). – Or bene Davide vede che il giudice da venire deve subire egli stesso un giudizio; egli vede che il giusto deve essere giudicato dai peccatori, e lo vede vincitore in questo giudizio, perché egli non ha niente in Lui che possa essere oggetto di giudizio; perché l’Uomo-Dio è il solo tra gli uomini che abbia potuto dire con verità: « Se voi trovate un peccato in me, ditelo » (S. Agost.).

ff. 5. – Davide si dice concepito nell’iniquità, perché l’iniquità dell’uomo discende da Adamo. Questo legame, anche della morte che ci avvolge, è strettamente unito al peccato. Nessuno quaggiù viene al mondo senza portare con sé il castigo, portando cioè la colpa che meriti il castigo … Se dunque gli uomini sono concepiti nell’iniquità, e se nel seno della loro madre sono nutriti col peccato, non perché l’atto del matrimonio sia un peccato, ma perché questa opera non si fa che in una carne che porta il castigo del peccato. In effetti, la morte è il castigo della carne, è questa mortalità è sempre in essa. Come dunque ciò che deve la sua concezione ed il suo germe ad un corpo morto per il peccato, potrebbe nascere esente dai legami col peccato? (S. Agost.).

ff. 6. – Voi avete amato la verità, cioè non avete lasciato impunito il peccato di quegli stessi ai quali avete perdonato. Voi avete « amato la verità », avete accordato alla misericordia tutte le sue prerogative, riservando alla verità tutti i suoi diritti. Voi perdonate a coloro che confessano i propri peccati, Voi perdonate, ma a coloro che si puniscono da se stessi. È così che conservate misericordia e verità: la misericordia, perché l’uomo è liberato, la verità perché il peccato è punito (S. Agost.). – Davide si riconosce molto meno scusabile a causa della bontà con la quale Dio si era degnato di scoprirgli tutti i segreti della saggezza che nascondeva agli altri. – Nessuna scienza, nessun dono soprannaturale, nessuna santità è al riparo da pericoli mentre l’uomo vive sulla terra: ecco un profeta, un uomo illuminato dalle luci più pure della Religione, che erra in modo sì deplorevole. Dio solo è verità, e solo Egli è inaccessibile all’errore; coloro ai quali Egli confida i suoi segreti devono restare pertanto sempre in guardia, perché onorati da grazie più particolari (Berthier).

II. — 7-12.

ff. 7. – Noi abbiamo bisogno di essere purificati, non con l’issopo, di cui si serviva Mosè per aspergere il popolo, ma con il sangue che esso figurava. Il sangue del divino Mediatore che ci purifica da ogni peccato, dice S. Giovanni (I Giov. I, 7), dà alla nostra anima un biancore più intenso di quello della neve. – « Se il sangue dei capri e dei tori e l’aspersione dell’acqua mescolata alla cenere di una giovenca, santificano coloro che sono stati lordati e purificano la loro carne, quanto più il Sangue di Gesù-Cristo, che per mezzo dello Spirito Santo si è offerto Egli stesso come vittima senza macchia, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per farci rendere un vero culto al Dio vivente? » (Hebr. IX, 13). – In effetti, lo splendore ed il chiarore della neve ci richiamano la purezza dell’anima. « Quando anche le vostre iniquità, dice il Signore per bocca del Profeta, vi avessero reso scarlatti come la porpora, voi potete ancora diventare bianchi come la neve » (Is. I, 18). Ed è nello stesso senso che Davide rivolge a Dio questa preghiera. – Se, in una bella giornata invernale, i nostri occhi si posano su un’immensa pianura coperta di neve, questo bello spettacolo ci colpisce e ci commuove. La natura – è vero – è spoglia delle foglie e dei fiori, ma l’eclatante biancore che la ricopre, ci sembra un simbolo pieno di fascino, il simbolo della purezza: eleviamo le nostre anime a Dio, e domandiamoGli per questo, il bagliore senza macchia che Egli dà alla neve (Mgr. De la Bouillerie, Symbol. I, 141).

ff. 8. – L’effetto ed il segno di una perfetta giustificazione, si ha quando lo Spirito rende testimonianza al nostro spirito che noi siamo i figli di Dio. Quando mi avrete completamente purificato, dice il Profeta, aggiungerete a questi benefici l’avvertirmi di questa grazia resa, con la dolce impressione della grazia interiore, gioia che sarà come un messaggio di felicità di cui la mia anima sentirà la voce; allora il mio spirito, distrutto e annientato dallo spirito di timore, riprendendo il suo coraggio, si riempirà di gioia (Bellarm.).

ff. 9. – Allontanate la vostra faccia, non da me, ma dai miei peccati. Egli dice in effetti, in un altro Salmo: « Non allontanate il vostro volto da me » (Ps. XXVI, 9). Egli non vuole che Dio allontani il suo volto da lui, ma che Dio lo allontani dai suoi peccati; perché Dio distingue i peccati dai quali non allontana il suo volto, e quelli che Egli nota, li punisce (S. Agost.). – Allontanate i vostri occhi dai miei peccati, per rivolgerli sul Figlio vostro, sulla sua croce, sul suo sangue; « o Dio, nostro protettore, guardate e ponete i vostri occhi sulla faccia del vostro Cristo » (Ps. LXXXIII).

ff. 10. – La giustificazione dell’uomo è una vera creazione, perché essa è in effetti pura misericordia di Dio e non c’è nulla nell’uomo che possa servire come materia o come fondamento di questa formazione, e così, senza la grazia del Redentore, il peccatore non ha più potenza per darsi un cuore nuovo di cui l’uomo non possa darsene l’essere. – Passare dal peccato alla grazia, è come passare dallo stato dell’uomo vecchio allo stato dell’uomo nuovo: si opera nell’anima un cambiamento che è opera dell’onnipotenza di Dio. Quando il profeta Ezechiele annuncia la riconciliazione di Dio con il suo popolo, egli ha l’ardire di annunziare che gli sarà dato un cuore nuovo, che uno spirito nuovo sarà stabilito nel suo interno, e che allora egli sarà fedele alla legge del Signore. San Paolo dice che per il sangue di Gesù-Cristo noi siamo state costituite nuove creature; che noi dobbiamo essere rivestiti dall’uomo nuovo. Infine tutto il Nuovo Testamento, figurato dall’Antico, non ci parla che di rinnovamento, sia per questa vita mortale che per la vita futura; perché è scritto anche che noi dobbiamo attendere dei nuovi cieli, una nuova terra, una Gerusalemme nuova. Un Cristiano fedele alla sua vocazione è dunque un uomo nuovo nei suoi sentimenti, nella sua condotta, nel suo linguaggio (Berthier). L’amore abituale che domina in me e che è il mio cuore, non tale come Dio lo ha fatto, ma come l’ho fatto da me stesso, buono o cattivo, virtuoso o vizioso, è un peso che inclina e determina l’elezione ed il giudizio secondo il quale la mia persona si dirige da se stessa, e si sente vivente nei suoi rapporti interiori con se stessa ed esterni con il mondo. Io posso – è vero – prendere per una volta un’altra direzione ed imprimere alla mia vita un movimento diverso, opposto anche, e questo sia portandomi a produrre qualche atto isolato al di fuori di questo amore abituale e dominante del mio cuore, sia formando al posto di questo amore un altro amore che, anch’esso diventerà abituale o dominante quando avrà scacciato il primo, o almeno l’avrà ridotto in cattività, ma in questi atti ed in questi cambiamenti, è un altro amore che è il vincitore dell’amore, e questo non distrugge la verità morale di questo adagio: « che l’uomo agisce secondo il suo cuore », vale a dire secondo l’amore che domina in lui. Quando c’è un profitto del bene contro il male che questa vittoria, sia parziale che totale, debba essere riportata, non è se non con il soccorso della grazia che ciò sia possibile, perché è una sorta di creazione questa sostituzione di un amore ad un altro amore. Ma, fragile creatura, io non posso creare nulla; bisogna dunque che Dio mi dia questo amore, e perché Egli me lo dia, bisogna che io non cessi di gridare verso di Lui con il salmista: « Signore, create in me un cuore puro, un cuore nuovo, un cuore buono ». O mio Dio, felice è colui che porta un cuore nuovo, un cuore santo, forte e vittorioso sul male. Che bella è la vita che scaturisce da tale fonte! Essa esprime bene le beltà, le armonie della vita di Dio, che è il suo tipo eterno! (Mgr. Baudry, Le Coeur de Jésus, p. 115). – Davide comincia col domandare un cuore puro, perché è il cuore puro che rende lo spirito retto nei suoi pensieri, nei suoi affetti. Uno spirito retto, è un affetto retto che non è altro che carità. Le vie ella lussuria sono sempre tortuose; il cammino della virtù, al contrario, è un piccolo sentiero ed una via stretta e serrata, e nello stesso tempo estremamente retta. (Is. XXVI, 7).

ff. 11. – Davide chiede qui la perseveranza, che è un dono speciale della misericordia divina. Dio non rigetta, non abbandona mai l’uomo giusto; non gli toglie mai il suo Spirito Santo, a meno che quest’uomo non cominci ad allontanarsi dalla giustizia. Egli è il padrone dei nostri giorni e può toglierci da questo mondo, nel momento in cui cesseremo di obbedire alla sua voce; Egli può fissare il termine della nostra vita nell’istante in cui saremmo in sua disgrazia, e sarebbe per noi come togliere per sempre il suo Santo Spirito e rigettarci dalla sua presenza (Berthier).

ff. 12. – Questa gioia interiore è il frutto di una buona coscienza, essa fa sopportare con costanza tutti i mali di questa vita, ed è pegno di salvezza. – Questo Spirito principale non può che essere lo Spirito di Dio; tutti gli altri spiriti che gli uomini consultano, sono gli spiriti subalterni che non dovrebbero che obbedire allo Spirito principale. Che cos’è lo spirito di politica, se è abbandonato a se stesso? Spesso uno spirito di inganno, di finezze insidiose, di artifici segreti ed oscuri; esso è incapace di fare la felicità dell’uomo ed è capace invece di renderlo maledetto. Che cos’è lo spirito di scienza, separato dalle vedute di Dio e dagli interessi della sua gloria? Uno spirito di vanità, di presunzione, di errore e di ostinazione; esso fa il tormento di colui che lo possiede e trae in inganno coloro che vi ripongono la loro fiducia. Che cos’è lo spirito di società che si vanta d’essere sì forte, e che non si dà pena di legare così poco con i principi della religione? Uno spirito di adulazione, di false compiacenze, di frivolezze e di menzogne; abusa del tempo senza rimediare alla noia, e riunisce gli uomini senza ispirare loro la carità. Che cos’è lo spirito del corpo quando non ha come obiettivo il servizio di Dio e la salvezza del prossimo? Un entusiasmo impetuoso, un tessuto di pregiudizi, una fonte di ingiustizie: intraprende senza ragione, esegue senza moderazione. Percorrete tutti gli spiriti che regnano nel mondo, ma non troverete che abusi, piccolezze, tenebre, seduzione. Lo Spirito principale, che è lo Spirito di Dio, non inganna mai, ed ispira tutto ciò che è compreso nella parola di cui si serve il Salmista, la liberalità, l’ingenuità, la grandezza d’animo, la buona volontà, la forza per intraprendere ed eseguire (Berthier).

III. — 13-18.

ff. 13. – Il pilota più abile è colui che dirige il suo naviglio in mezzo ad un mare pieno di scogli. Il dottore perfetto è quello che sa convincere gli spiriti più ottusi e far loro comprendere le lezioni di verità. Il generale veramente ammirevole è quello che infiamma di ardore nel combattimento i soldati più timidi. Il Re-Profeta si dimostra egualmente qui un maestro dei più sperimentati e di maggior zelo. Egli non dice: io insegnerò ai giusti, perché i giusti conoscono la via del Signore; ma io insegnerò agli empi, ai peccatori, sull’esempio del divino Maestro della Saggezza, del celeste Medico delle anime nostre, che ha detto: « … Io non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori » (Matt. IX, 13), (S. Ambr. Apol. David). – Coloro che Dio chiama tra gli altri, li ha tirati via dal peccato, per poter meglio annunziare la remissione dei peccati. Era questo il suo disegno, quello di chiamare alla fiducia le anime che il peccato aveva abbattuto. E chi erano coloro che potevano predicare con più frutto la misericordia divina, se non coloro che ne erano stati essi stessi esempio illustre? Chi altri poteva dire con più effetto: « È un discorso fedele che Gesù è venuto a salvare i peccatori », ed un San Paolo poteva poi aggiungere: « di chi io sono il primo »? non è di sé che egli parlava quando ebbe a dire al peccatore che desiderava attirare: non temere, io conosco la mano del medico al quale ti indirizzo; è Lui che mi invia a te per dirti come mi ha guarito, con quale facilità, con quali carezze e felicità (Bossuet, Nat. De la S.te V.). – Il dovere di un’anima veramente penitente, è veramente quello di essere sensibile alla rovina spirituale di tanti peccatori che ha precipitato nel crimine, è il ricondurre sulla via della salvezza coloro i quali ha condotto sulla via dell’iniquità. Signore – esclama David – io ho scandalizzato il vostro popolo, ma la mia consolazione è che questo scandalo non sia senza rimedio; il mio esempio lo distruggerà, e riprendendo le vostre strade, io le insegnerò a coloro che ho allontanato, e la mia penitenza sarà una lezione per essi: quando essi mi vedranno tornare a Voi, impareranno a ritornarvi da se stessi. (Bourd. Convers. De Magd.). – Davide è modello di tutti coloro che annunziano la parola di Dio, affinché lo facciano utilmente. Egli insegna loro come e a chi devono proporsi nel parlare: – 1° « Io insegnerò »; non lusingherò le orecchie delicate, ma le istruirò in modo da fare loro intendere. – 2° Annunciare la parola di Dio ai poveri: così come pure ai ricchi, ai piccoli e ai grandi, agli ignoranti ed ai sapienti, perché tutti sono peccatori. – 3° Non insegnerò loro delle curiosità profane, neanche le verità sublimi della teologia, ma le vie di Dio, le vie per le quali Dio viene a noi, le vie per le quali noi dobbiamo andare a Lui. – 4° Non si deve predicare né per interesse, né per attirare la stima degli uomini, ma affinché i peccatori si convertano a Dio.

ff. 14. – Dallo zelo per la salvezza delle anime, David si eleva fino a Dio. Gli sembrava di avere continuamente presente all’orecchio del suo cuore la voce del sangue di Uria che, come quello di Abele, gridava potentemente davanti a Dio contro di lui, e gli rimproverava continuamente la sua crudeltà. Egli chiede a Dio di togliere dai suoi occhi questo sangue importuno la cui voce muta, ma intellegibile, domanda vendetta contro colui che l’ha sparso, di liberarlo da questo terribile accusatore che non gli da tregua, e lo cita continuamente davanti al suo tribunale, per rispondere alla sua accusa (Dug.). – Nessun c’è alcun peccatore al quale non convenga questa preghiera, perché non c’è alcuno che non sia stato soggetto di scandalo per il prossimo, che non sia stato causa, per coloro con i quali abbia vissuto o frequentato, di un allontanarsi dalle vie della giustizia. Quante imprudenze, negligenze, cattivi consigli, discorsi perniciosi, connivenze, hanno causato la caduta dei nostri fratelli, dei nostri amici, dei nostri eguali, dei nostri inferiori! Ci sono tante azioni cruente che, nel giudizio di Dio, gridano vendetta contro i colpevoli. (Berthier).

ff. 15. –  Davide aveva detto nel versetto precedente: « … e la mia lingua annunzierà la vostra giustizia con cantici di gioia ». Egli riconosce qui la sua impotenza e la sua indegnità, a meno che Dio non venga Egli stesso ad aprirgli la bocca; perché come chiude la bocca al peccatore, l’apre ai giusti, ed è segno questo che Dio giustifica questo peccatore quando gli apre le labbra perché annunzi la gloria dell’Autore della sua giustificazione (Duguet). – « … Signore voi aprite le mie labbra, e la mia bocca annunzierà la vostra lode »; lode, perché io sono stato creato; la vostra lode perché, benché peccatore, non sono stato abbandonato da Voi; la vostra lode, perché sono stato purificato per ritrovare la mia sicurezza (S. Agost.).

ff. 16-19. – Dopo la salvezza del prossimo e le lodi di Dio, David viene all’immolazione di se stesso. Egli esce dal miserabile stato del peccato ed immola a Dio un cuore contrito ed umiliato, offre un sacrificio di giustizia nello stato di virtù e di perfezione. Dio è spirito, ed è in spirito e verità che bisogna adorarlo, ed Egli ha diritto ad esigere un culto interiore e spirituale. – « Gli olocausti non Vi sarebbero graditi ». Non offriremo dunque nulla? Verremo a Dio a mani vuote? E come Lo ricompenseremo? Fate dunque la vostra offerta: avete in voi qualcosa da offrire? Non fate provvigione di incenso, ma dite: « in me, mio Dio, sono i voti che Vi renderò come lode », (Ps. LV, 12). – Non andate a cercare fuori da voi una vittima da immolare; questa vittima, voi la troverete in voi stesso. «Uno spirito afflitto dal pentimento è un sacrificio gradito a Dio. Dio non disprezza un cuore contrito ed umiliato » (S. Agost.). – Dio non può disprezzare questo sacrificio di un cuore penitente, poiché è Lui che lo forma, ed è per il sacrificio di un cuore lacerato dal dolore, che sente la sua povertà che si annienta davanti a Dio, che si riparano le rovine che producono l’amore del piacere, delle ricchezze e gli onori. – Non è sufficiente aver ridotto i vizi in polvere in un cuore contrito ed umiliato: bisogna edificare la città delle virtù, le mura di Gerusalemme che Dio ha scelto per farne dimora e costruire il suo tempio santo, le mura della Chiesa di cui Gerusalemme era figura, le mura dell’anima santa. Occorre ristabilire le rovine della città santa, cioè rinnovare la propria anima nell’amore di Dio ed offrirvi il sacrificio di tutto ciò che si ha di più caro. – Per il rinnovo di questo tempio, ci sono tre cose da fare: innanzitutto non solo abbattere tutti gli idoli, ma abolire tutti i residui del culto profano; bisogna secondariamente santificarlo e farne la dedica con qualche cerimonia misteriosa, con la quale consacrarlo ad un uso migliore; infine bisogna sostenere con cura le sue fondamenta vacillanti, e visitarle spesso per farvi le necessarie riparazioni, affinché i misteri di Dio vi si celebrino con decenza e con religiosa riverenza (Bossuet, III Serm. s. le jour de Pàq.). – Elevate le mura, bisogna andare al tempio ad offrire il sacrificio di giustizia. Questo sacrificio di giustizia è un atto di virtù; è ancora il sacrificio cruento della Croce, che è stato un vero Sacrificio di giustizia: a causa della giustizia del Sacerdote (Hebr. VII, 26); a causa del valore infinito della vittima, Dio ed uomo insieme; a causa del fine di questo Sacrificio, che è stato quello di giustificarci dopo averci liberato da tutti i nostri peccati. Il Sacrificio della Croce comprendeva nel suo valore infinito tutte le oblazioni, tutti gli olocausti dei sacrifici antichi; è infine il Sacrificio dell’Eucaristia, che è anche un Sacrificio di giustizia, perché Gesù-Cristo, Sacerdote e vittima di questo Sacrificio, è la fonte di ogni giustizia e di ogni santità; perché noi possiamo rendere a Dio delle azioni di grazie eguali ai benefici che noi abbiamo ricevuto da Lui; perché non ammette che i giusti provati dalla penitenza prima di partecipare a questo Sacrificio; perché Egli dà, benché secondariamente, la giustizia e la grazia.

LA GRAZIA (Note di Teologia Ascetica) -5-

LA GRAZIA (5)

(Note di teologia ascetica)

NATURA DELLA VITA CRISTIANA (2)

[A. Tanquerey: Compendio di Teologia ascetica a mistica – Desclée e Ci. Roma-Tournai – Parigi; 1948]

§ III. Della parte della SS. Vergine, dei Santi e degli Angeli nella vita cristiana.

154. Non vi è certamente che un Dio solo e un solo Mediatore necessario, Gesù Cristo : « Unus enim Deus, unus et mediator Dei et hominum homo Christus Jesus » (1 Tim. II, 5). Ma piacque alla Sapienza e alla Bontà divina di darci dei protettori, degli intercessori e dei modelli che siano o che almeno sembrino più vicini a noi; e sono i Santi, i quali, avendo ricopiato in se stessi le perfezioni divine e le virtù di Nostro Signore, fanno parte del suo Corpo mistico e si danno pensiero di noi che siamo loro fratelli. Onorandoli, onoriamo in loro Dio stesso e un riflesso delle sue perfezioni; invocandoli, a Dio in ultima analisi vanno le nostre invocazioni, perché chiediamo ai Santi di essere nostri intercessori presso Dio; imitandone le virtù, imitiamo Gesù, perché essi non furono Santi se non in quella misura che imitarono le virtù del divino modello. Questa devozione ai Santi non solo non nuoce al culto di Dio e del Verbo Incarnato, ma anzi lo conferma e lo compie. Ora poiché tra i Santi la Madre di Gesù occupa un posto a parte, esporremo prima l’ufficio suo e poi quello dei Santi e degli Angeli.

I . Dell’ufficio di Maria nella vita cristiana.

155. 1° Fondamento di quest’ufficio.

Quest’ufficio dipende dalla sua stretta unione con Gesù o in altri termini dal domma della divina maternità, che ha per corollario la sua dignità e l’ufficio suo di Madre degli uomini.

A) Nel giorno dell’Incarnazione Maria divenne Madre di Gesù, Madre di un Figlio-Dio, Madre di Dio. Ora, se teniamo conto del dialogo tra l’Angelo e la Vergine, Maria è Madre di Gesù non solo in quanto è persona privata, ma anche in quanto è Salvatore e Redentore. “L’Angelo non parla soltanto delle grandezze personali di Gesù; ma del Salvatore, dell’atteso Messia, dell’eterno Re dell’umanità rigenerata viene proposto a Maria di diventar Madre… Tutta l’opera redentrice è sospesa al Fiat di Maria e Maria ne ha piena coscienza. Sa ciò che Dio le propone e a ciò che Dio le domanda acconsente senza condizioni né restrizioni; il suo Fiat risponde all’ampiezza delle proposte divine e s’estende a tutta l’opera redentrice” (Beinvel). Maria è dunque la Madre del Redentore, e, come tale, associata all’opera sua redentrice; nell’ordine della riparazione tiene il posto che tenne Eva nell’ordine della nostra spirituale rovina, come con S. Ireneo e i Padri fanno rilevare. Quale Madre di Gesù, Maria avrà le più intime relazioni con le tre divine Persone : sarà la Figlia prediletta del Padre, la sua associata nell’opera dell’Incarnazione; la Madre del Figlio, con diritto al suo rispetto, al suo amore, e anche, sulla terra, alla sua obbedienza, e che, per la parte che prenderà ai suoi misteri, parte secondaria ma reale, ne diviene collaboratrice nell’opera della salvezza degli uomini e della loro santificazione; il tempio vivo, il santuario privilegiato dello Spirito Santo e, in senso analogico, la Sposa, in quanto che con Lui e dipendentemente da lui Lavorerà a partorire anime a Dio.

156. B) Nel giorno dell’Incarnazione Maria divenne pure madre degli uomini. Gesù, come abbiamo detto (n. 142), è il capo dell’umanità rigenerata, è la testa d’un Corpo mistico di cui noi siamo le membra. Ora Maria, madre del Salvatore, lo genera tutto intero e quindi come capo dell’umanità e come testa del corpo mistico. Ne genera quindi anche i membri, tutti quelli che sono incorporati con Lui, tutti i rigenerati o quelli che son chiamati ad esserlo. Cosi, diventando Madre di Gesù secondo la carne, Maria ne diviene nello stesso tempo Madre dei membri secondo lo spirito. La scena del Calvario non farà che confermare questa verità; nel momento stesso in cui la nostra redenzione sta per ricevere l’ultimo suo compimento con la morte del Salvatore, Gesù dice a Maria mostrandole S. Giovanni e in lui tutti i suoi discepoli presenti o futuri: « Ecco tuo Figlio »; e a S. Giovanni: « Ecco tua madre »; era questo un dichiarare, secondo una tradizione che risale ad Origene, che tutti i rigenerati sono figli spirituali di Maria. – Da questo doppio titolo di Madre di Dio e Madre degli uomini deriva l’ufficio di Maria nella nostra vita spirituale.

157. Maria causa meritoria della grazia.

Abbiamo visto (n. 133) che Gesù è causa meritoria principale e in senso proprio di tutte le grazie che riceviamo. Maria, sua associata nell’opera della nostra santificazione, meritò secondariamente e solo de congruo (questa espressione venne ratificata da S. Pio X nell’Enciclica del 1904 (Ad Diem Illum https://www.exsurgatdeus.org/2019/09/29/unenciclica-al-giorno-toglie-gli-usurpati-apostati-di-torno-s-s-pio-x-ad-diem-illum-laetissimum/) in cui dichiara che Maria ci meritò de congruo tutte le grazie che Gesù, ci meritò de condigno), in merito di convenienza, tutte queste stesse grazie. Non meritò che secondariamente, vale a dire in dipendenza dal Figlio e perché Gesù le conferì il potere di meritare per noi. Le meritò prima nel giorno dell’Incarnazione, nel momento in cui pronunziò il Fiat. Perché l’Incarnazione è la redenzione incominciata; quindi cooperare all’Incarnazione è cooperare alla redenzione e alle grazie che ne saranno il frutto e per conseguenza alla nostra salute e alla nostra santificazione.

158. Del resto Maria, la cui volontà è in tutto conforme a quella di Dio come a quella del Figlio, in tutta la vita s’associa all’opera riparatrice. È Lei che alleva Gesù, che nutre e prepara per l’immolazione la vittima del Calvario; associata alle sue gioie come alle sue prove, alle umili sue fatiche nella casa di Nazaret e alle sue virtù, si unirà con generosissima compassione alla passione e alla morte del Figlio, ripetendo il Fiat al piede della Croce e acconsentendo all’immolazione di Colui che amava assai più di se stessa, mentre l’amante suo cuore veniva trafitto da dolorossissima spada: “tuam ipsius animam gladius pertransibit” (Luc. II, 31). Quanti meriti acquistò Maria con questa perfetta immolazione! E continuò ad acquistarne nel lungo martirio sostenuto dopo il ritorno del Figlio al cielo: priva della presenza di Colui che formava la sua felicità, sospirando ardentemente il momento d’essergli unita per sempre e accettando amorosamente quella prova per fare la volontà di Dio e contribuire a edificare la Chiesa nascente, Maria accumula per noi meriti innumerevoli. I suoi atti sono tanto più meritori in quanto che sono fatti con la più perfetta purità d’intenzione “Magnificat anima mea Dominum“, con fervore intensissimo compiendo in tutta la sua interezza la volontà di Dio “Ecce ancilla Domini, fiat mihi secundum verbum tuum“, e in unione strettissima con Gesù, sorgente di ogni merito. – È vero che questi meriti erano anzitutto per Lei stessa e ne aumentavano il capitale di grazia e i diritti alla gloria; ma, in virtù della parte che prendeva all’opera redentrice, meritava pure de congruo per tutti; ed essendo per sé piena di grazia, lascia che questa grazia ridondi su noi, secondo la parola di S. Bernardo (In Assumpt., sermo II, 2): “Piena sibi, nobis superplena et supereffluens

159. Maria causa esemplare.

Dopo Gesù, Maria è il più bel modello che si possa da noi imitare; lo Spirito Santo che, in virtù dei meriti del suo Figlio, viveva in Lei ne fece una copia vivente delle virtù di questo Figlio: “Hæc est imago Christi perfectissima, quam ad vivum depinxit Spiritus Sanctus“. Mai Ella commise la minima colpa o la minima resistenza alla grazia, adempiendo alla lettera il fiat mihi secundum verbum tuum. Perciò i Padri, specialmente S. Ambrogio e il Papa S. Liberio, la presentano come modello perfetto di tutte le virtù,”caritatevole e premurosa verso tutte le compagne, sempre pronta a rendere servizio, nulla dicendo o facendo che potesse causar la minima pena, piena d’amore per tutte e da tutte riamata” (J.-V. BAINVEL, Le Saint Cœur de Marie, p. 313-314). – Ci basti rammentare le virtù additate nello stesso Vangelo: 1) la fede profonda che le fa crederesenza esitazione alcuna le meraviglie che l’Angelole annunzia da parte di Dio, fede di cui Elisabetta,ispirata dallo Spirito Santo, si congratula con Lei,“Beata te che credesti! – Beata quæ credidisti, quoniam perficientur ea qua dicta sunt tibi a Domino (Luc., I, 45); — 2) la verginità che appare nella risposta data all’Angelo: ” Quomodo fiet istud, quoniam vìrum non cognosco“? onde si vede la ferma volontà di rimanere vergine, quand’anche occorresse per questo di sacrificare la dignità di Madre del Messia; — 3) l’umiltà che risplende nel turbamento sorto in Lei per gli elogi dell’Angelo, nella dichiarazione di essere sempre la serva del Signore nel momento stesso in cui è proclamata Madre di Dio, in quel Magnificat anima mea Dominum che venne chiamato l’estasi della umiltà, nell’amore che dimostra alla vita nascosta mentre come Madre di Dio aveva diritto a tutti gli onori; — 4) nell’interno raccoglimento, che le fa raccogliere e silenziosamente meditare tutto ciò che si riferiva al divino suo Figlio: “Conservabat omnia verba hæc conferens in corde suo“; 5) l’amore per Dio e per gli uomini, che le fa generosamente accettare tutte le prove d’una lunga vita e principalmente l’immolazione del Figlio sul Calvario e la lunga separazione da questo Figlio prediletto che va dall’Ascensione al momento della morte.

160. Questo modello così perfetto è nello stesso tempo pieno d’attrattiva: Maria è una semplice creatura come noi, è una sorella, è una madre che ci sentiamo tratti ad imitare, se non altro per attestarle la nostra riconoscenza, la nostra venerazione, il nostro amore. – Ed è del resto modello facile ad essere imitato, nel senso almeno che Maria si santificò nella vita comune, nell’adempimento dei doveri di giovinetta e di madre, nelle umili cure della famiglia, nella vita nascosta, nelle gioie come nelle tristezze, nell’esaltazione come nelle più profonde umiliazioni. Siamo quindi certi d’essere in via molto sicura quando imitiamo la SS. Vergine; è questo il mezzo migliore d’imitare Gesù e d’ottenerne la potente mediazione.

161. Maria mediatrice universale di grazia.

Sono già parecchi secoli che S. Bernardo (Sermo de aquaductu, n. 7), formulò questa dottrina in quel notissimo testo: « Sic est voluntas eius qui totum nos habere voluit per Mariam». E bene determinarne il senso. È certo che Maria ci diede in modo mediato tutte le grazie col darci Gesù autore e causa meritoria della grazia. Ma inoltre, secondo l’insegnamento sempre più unanime, non vi è una sola grazia concessa agli uomini che non venga immediatamente da Maria, vale a dire senza il suo intervento. Si tratta quindi qui d’ una mediazione immediata, universale, ma subordinata a quella di Gesù.

162. Per maggiormente determinare questa dottrina, diciamo col P. de la Broise (Marie, Mère de gràce, p. 23-24), che « l’ordine presente dei decreti divini vuole che ogni beneficio soprannaturale sia concesso al mondo col concorso di tre volontà e che non se ne conceda mai altrimenti. Anzitutto la volontà di Dio che conferisce tutte le grazie; poi la volontà di Nostro Signore, mediatore che le merita e le ottiene in tutta giustizia di per sé stesso; infine la volontà di Maria, mediatrice secondaria, che le merita e le ottiene in tutta convenienza per mezzo di Nostro Signore ». Questa mediazione è immediata, nel senso che per ogni grazia concessa da Dio, Maria interviene con i suoi meriti passati o con le sue preghiere presenti; il che però non inchiude necessariamente che la persona che riceve queste grazie debba pregare Maria, potendo Maria intervenire anche senza esserne pregata. È universale, estendendosi a tutte le grazie concesse agli uomini dopo la caduta di Adamo. Ma resta subordinata alla mediazione di Gesù, nel senso che Maria non può meritare od ottenere grazie se non per mezzo del suo divin Figlio; e così la mediazione di Maria serve a far sempre meglio spiccare il valore e la fecondità della mediazione di Gesù. – Questa dottrina venne testé confermata dall’ufficio e dalla Messa propri in onore di Maria mediatrice concessi dal Papa Benedetto XV alle chiese del Belgio e a tutte quelle che ne faranno domanda (Ecco in quali termini S. E . il Cardinale MERCIER, con lettera del 27 Gennaio 1921, l’annunzia ai suoi diocesani : « Da molti anni l’episcopato belga, la facoltà di teologia dell’ Università di Lovanio, tutti gli ordini religiosi della nazione, facevano istanze presso il Sommo Pontefice perché autenticamente si riconoscesse alla SS. Vergine Maria, Madre di Gesù e Madre nostra, il titolo di mediatrice universale nell’impetrazione e nella distribuzione delle grazie divine. Ed ecco che S. Santità Benedetto XV concede alle chiese del Belgio e a tutte quelle della Cristianità che ne faranno domanda, un ufficio e una Messa propri, in data 31 maggio, in onore di Maria mediatrice). È  quindi una dottrina sicura di cui possiamo in pratica giovarci, valendo ad ispirarci grande confidenza in Maria.

CONCLUSIONE: DEVOZIONE ALLA SS. VERGINE.

163. Avendo Maria una parte così importante nella nostra vita spirituale, dobbiamo avere verso di Lei una grande devozione. Questa parola significa dedizione e dedizione e dono di sé. Saremo quindi devoti di Maria se ci diamo interamente a Lei e, per Lei, a Dio. In ciò non faremo che imitare Dio stesso che dà sé e suo Figlio a noi per mezzo di Maria. Le daremo la intelligenza con la venerazione più profonda, la volontà con una confidenza assoluta, il cuore col più filiale amore, tutto il nostro essere con l’imitazione più perfetta possibile delle sue virtù.

164. A) Venerazione profonda.

Questa venerazione si fonda sulla dignità di Madre di Dio sulle conseguenze che ne derivano. Non potremmo infatti stimare mai troppo colei che il Verbo Incarnato riverisce come Madre, che il Padre amorosamente contempla come figlia prediletta e che lo Spirito Santo riguarda come tempio di predilezione. – Il Padre la tratta col più grande rispetto, inviandole un Angelo che la saluta piena di grazia e le chiede il consenso all’opera dell’Incarnazione, in cui se la vuole così intimamente associare; – il Figlio la venera e l’ama come Madre e le ubbidisce; – lo Spirito Santo viene in Lei e vi prende le sue compiacenze. Venerando Maria, non facciamo quindi altro che associarci alle tre divine Persone e stimare ciò che Esse stimano. È vero che bisogna badare a evitare gli eccessi, specialmente tutto ciò che tenderebbe ad uguagliarle a Dio e farne la sorgente della grazia. Ma finché la consideriamo come creatura, che non ha grandezza di santità e di potenza, se non quel tanto che Dio le conferisce, non vi sono eccessi da temere: in Lei veneriamo Dio. Questa venerazione dev’essere maggiore di quella che abbiamo per gli Angeli e per i Santi, appunto perché per la dignità di Madre di Dio, per l’ufficio di mediatrice, per la santità supera tutte le creature. Ecco perché il suo culto, pur essendo culto di dulia e non di latria, viene a ragione detto culto d’iperdulia, essendo superiore a quello che si rende agli Angeli ed ai Santi.

165. B) Confidenza assoluta, che è fondata sulla potenza e sulla bontà di Maria, – a) Questa potenza viene non da Lei ma dal suo potere d’intercessione, non volendo Dio rifiutar nulla di legittimo a colei che venera ed ama più di tutte le creature. Ed è cosa pienamente equa; avendo infatti Maria somministrato a Gesù quell’umanità con cui poté meritare, e avendo coi suoi atti e coi suoi patimenti collaborato con lui all’opera redentrice, è pur conveniente che abbia parte nella distribuzione dei frutti della redenzione; nulla quindi di legittimo Ei potrà rifiutare alle sue domande, e così potrà dirsi che Maria è onnipotente con le sue suppliche, omnipotentia supplex. – b) Quanto alla bontà, è quella d’una madre che riversa su noi, membri di Gesù Cristo, l’affetto che porta al Figlio; d’una madre che, avendoci partoriti nel dolore, tra le angosce del Calvario, ha tanto maggior amore per noi quanto più le siamo costati. La nostra confidenza in Lei sarà quindi incrollabile ed universale. –

1) Incrollabile non ostante le nostre miserie e le nostre colpe; è infatti madre di misericordia, mater misericordiæ, che non ha da occuparsi di giustizia, ma che fu scelta per esercitare anzitutto la compassione, la bontà, la condiscendenza: sapendo che siamo esposti agli assalti della concupiscenza, del mondo e del demonio, ha pietà di noi che non cessiamo d’essere suoi figli anche quando cadiamo in peccato. Appena quindi manifestiamo la minima buona volontà, il desiderio di tornare a Dio, Ella ci accoglie con bontà; anzi spesso è Lei che, prevenendo questi movimenti, ci ottiene le grazie che ce li eccitano nell’anima. La Chiesa ha così bene inteso questa verità, che per alcune diocesi istituì una festa sotto un titolo che a prima vista pare un poco strano ma che in fondo è perfettamente giustificato, la festa del Cuore immacolato di Maria rifugio dei peccatori; appunto perché è Immacolata e non commise mai la minima colpa, tanto maggior compassione sente pei poveri suoi figli che non hanno come Lei il privilegio dell’esenzione dalla concupiscenza.

2) Universale, vale a dire che s’estende a tutte le grazie di cui abbiamo bisogno, grazie di conversione, di progresso spirituale, di perseveranza finale, grazie di preservazione in mezzo ai pericoli, alle angosce, alle più gravi difficoltà che possano presentarsi. Una tal confidenza raccomanda instantemente San Bernardo (Homil. I, de Laudibus Virg. Matris, 17): “Se sorgono le tempeste delle tentazioni, se ti trovi in mezzo agli scogli delle tribolazioni, leva lo sguardo alla stella del mare, invoca Maria in tuo soccorso; se sei sbattuto dai flutti della superbia, dell’ambizione, della maldicenza, della gelosia, guarda la stella, invoca Maria! Se l’ira, l’avarizia, i diletti del senso ti agitano la navicella dell’anima, guarda Maria. Se turbato dell’enormità dei tuoi delitti, confuso dello stato miserando della tua coscienza, compreso d’orrore al pensiero del giudizio, ti senti affondare nell’abisso della tristezza e della disperazione, pensa a Maria. In mezzo ai pericoli, alle angosce, alle incertezze, pensa a Maria, invoca Maria. La sua invocazioni, il suo pensiero non abbandonino mai né il tuo cuore né il tuo labbro, e, per ottenere più sicuramente l’aiuto delle sue preghiere, non trascurare d’imitarne gli esempi. Seguendola non ti puoi smarrire, supplicandola non ti puoi disperare, pensando a lei non puoi traviare. Se ella ti tiene per mano, non puoi cadere; sotto la sua protezione non hai nulla da temere; sotto la sua guida nessuna stanchezza, e col suo favore si arriva sicuramente al termine”. Avendo noi costantemente bisogno di grazie per vincere i nostri nemici e progredire, dobbiamo rivolgerci spesso a Colei che a così buon diritto viene detta la Madonna del perpetuo soccorso.

166. C) Alla confidenza aggiungeremo l’amore, amore filiale, pieno di candore, di semplicità, di tenerezza e di generosità. Maria è certamente la più amabile delle madri, perché, avendola Dio destinata a Madre del suo Figlio, le diede tutte le qualità che rendono amabile una persona, la delicatezza, la finezza, la bontà, l’abnegazione d’una madre. È la più amante, perché il suo cuore fu creato espressamente per amare un Figlio-Dio e amarlo quanto più perfettamente fosse possibile. Ora l’amore che aveva per il Figlio, Maria lo riversa su noi che siamo i membri viventi di questo Figlio divino, la sua estensione e il suo complemento. Quest’amore risplende pure nel mistero della Visitazione, in cui Maria s’affretta di portare alla cugina Elisabetta quel Gesù che ricevette nel seno e che con la sola sua presenza santifica tutta la casa; nelle nozze di Cana in cui, attenta a tutto ciò che succede, interviene presso il Figlio, per risparmiare ai giovani sposi una penosa umiliazione; sul Calvario, ove consente a sacrificare per la nostra salute ciò che ha di più caro; nel Cenacolo, ove esercita il potere d’intercessione per ottenere agli Apostoli maggior copia dei doni dello Spirito Santo.

167. Se Maria è la più amabile e la più amante delle madri, dev’essere pure la più amata. È questo infatti uno dei suoi privilegi più gloriosi: dovunque Gesù è conosciuto ed amato, lo è anche Maria; non si separa la Madre dal Figlio e, pur tenendo conto della differenza che passa tra l’uno e l’altra, sono entrambi circondati dello stesso affetto benché in grado diverso: al Figlio si rende l’amore che è dovuto a Dio, a Maria quello che è dovuto alla Madre d’un Dio, amor tenero, generoso, devoto ma subordinato all’amor di Dio. – È amore di compiacenza, che gioisce delle grandezze, delle virtù e dei privilegi di Maria, riandandoli spesso nella mente, ammirandoli, compiacendosene e congratulandosi con Lei che sia cosi perfetta. Ma è pure amore di benevolenza, che brama sinceramente che il nome di Maria sia meglio conosciuto e meglio amato, che prega perché se ne allarghi l’influsso sulle anime e che alla preghiera aggiunge la parola e l’azione. È amore filiale, pieno d’abbandono di semplicità, di tenerezza e di premura, che va sin a quella rispettosa intimità che una madre permette al figlio. È finalmente e principalmente amore di conformità, che si sforza di conformare in ogni cosa la propria volontà a quella di Maria e quindi al quella di Dio, essendo l’unione delle volontà il segno più autentico dell’amicizia. Il che ci conduce all’imitazione della SS. Vergine.

168. D) L ‘imitazione è infatti l’omaggio più delicato che le si possa rendere; è un proclamare non solo a parole ma a fatti che è un modello perfetto che siamo lieti d’imitare. Abbiamo già detto (n. 159) come Maria, essendo un ritratto vivente di suo Figlio, ci dà l’esempio di tutte le virtù. Accostarci a Lei è accostarci a Gesù; non possiamo quindi far di meglio che studiarne le virtù, meditarle spesso, sforzarci di imitarle. Per riuscirvi, non possiamo far di meglio che compiere tutte ed ognuna delle nostre azioni per Maria, con Maria e in Maria; per ipsam, et cum ipsa et in ipsa [Era la pratica del Sig. Olier, che il B. GRIGNION di Montfort ha meglio determinata e resa popolare nel le Secret de Marie e nel Traité de la vraie dévotion à la Sainte Vierge. (Trattato della vera devozione a Maria).

Per Maria, cioè domandando per mezzo suo le grazie che ci occorrono ad imitarla, passando per Lei per andare a Gesù, ad Jesum per Mariam. Con Maria cioè considerandola come modello e collaboratrice, chiedendoci spesso: Che cosa farebbe Maria se fosse al mio posto? e umilmente pregandola di aiutarci a conformare le nostre azioni ai suoi desideri. In Maria, in dipendenza da questa buona Madre, assecondandone i pensieri e le intenzioni, e facendo, come Lei, le nostre azioni per glorificar Dio: Magnificat anima mea Dominum.

169. Reciteremo con questo spirito le preghiere in onore di Maria: l’Ave Maria e L’Angelus che le ricordano la scena dell’Annunziazione e il titolo di Madre di Dio; il Sub tuum præsidium, che è l’atto di confidenza in Colei che ci protegge in mezzo a tutti i pericoli; l’0  Domina mea, l’atto d’intero abbandono nelle sue mani, con cui le affidiamo la nostra persona, le opere nostre, i nostri meriti; e specialmente la Corona o il Rosario che, unendoci ai suoi misteri gaudiosi, dolorosi e gloriosi, ci fa santificare con Lei e con Gesù le nostre gioie, le nostre tristezze e le nostre glorie.

Il Piccolo Ufficio della SS. Vergine è, per le persone che lo possono recitare, il riscontro del Breviario, che rammenta loro più volte al giorno le grandezze, la santità e l’ufficio santificatore di questa Buona Madre.

ATTO DI CONSACRAZIONE TOTALE A MARIA

[GRIGNION DE MONTFORT, op. cit.; A. LHOUMEAU, La Vie spírituelle à l’école du B. Grignion de Montfort, 1920, p. 240-427

170. Natura ed estensione di quest’atto.

È un atto di divozione che contiene tutti gli altri. Quale è esposto dal B. Grignion di Montfort, consiste nel darsi interamente a Gesù per mezzo di Mariae abbraccia due elementi: un atto di consacrazione che si rinnova ogni tanto, e uno stato abituale che ci fa vivere ed operare sotto la dipendenza di Maria. L’atto di consacrazione, dice il B. Grignion, “consiste nel darsi interamente, come schiavo, a Maria e per suo mezzo a Gesù”. Nessuno si scandalizzi di questa parola schiavo, a cui bisogna togliere ogni senso peggiorativo, vale a dire ogni idea di costrizione: non solo quest’atto non inchiude costrizione alcuna ma è l’espressione del più puro amore; se ne conservi quindi il solo elemento positivo quale è spiegato dal Beato: Un semplice servo riceve salario, resta libero di lasciare il padrone, non dà che il suo lavoro ma non la sua persona, i suoi diritti personali, i suoi beni; uno schiavo invece acconsente liberamente a lavorare senza stipendio, fiducioso nel padrone che gli dà vitto e vestito,si dà per sempre, con tutte le sue energie, la sua persona, i suoi diritti, per vivere in piena dipendenza da lui.

171. Facendone applicazione alle cose spirituali il perfetto servo di Maria dà a Lei e per suo mezzo a Gesù:

a) Il corpo, con tutti i suoi sensi, non conservandone che l’uso, e obbligandosi a non servirseli che secondo il beneplacito della SS. Vergine o del suo Figlio; e accetta anticipatamente tutte le disposizioni della Provvidenza riguardanti la salute, la malattia, la vita e la morte.

b) Tutti i beni di fortuna, non usandone che sotto la sua dipendenza per la gloria sua e per quella di Dio.

c) L’anima con tutte le sue facoltà, consacrandole al servizio di Dio e delle anime, sotto la guida di Maria, e rinunziando a tutto ciò che può compromettere la nostra salvezza e santificazione.

d) Tutti i beni interiori e spirituali, i meriti, le soddisfazioni e il valore impetratorio delle buone opere, in quella misura in cui questi beni sono alienabili. Spieghiamo questo ultimo punto:

1) I meriti propriamente detti (de condigno) per mezzo dei quali meritiamo per noi un aumento di grazia e di gloria, sono inalienabili; se quindi li diamo a Maria, è perché li conservi e li aumenti, non perché li applichi altrui. Quanto ai meriti di semplice convenienza (de congruo), potendo questi essere offerti per gli altri, ne lasciamo la libera disposizione a Maria.

2) Il valore soddisfattorio dei nostri atti, comprese le indulgenze, è alienabile, e ne lasciamo l’applicazione alla SS. Vergine (S. Thom. Suppl., q.13, a. 2).

3 ) Il valore impetratorio, vale a dire le nostre preghiere e le nostre opere buone in quanto godono di tal valore, possono esserle abbandonate e in fatto lo sono con quest’atto di consacrazione.

172. Una volta dunque fatto quest’atto non si può più disporre di questi beni senza il permesso della SS. Vergine; possiamo però e talora dobbiamo pregarla che si degni, in quella misura che le piacerà, disporne a favore delle persone verso le quali abbiamo speciali obbligazioni. Il mezzo di conciliar tutto è d’offrirle nello stesso tempo non solo la nostra persona e i nostri beni, ma anche tutte le persone che ci sono care “Tuus totus sum, omnia mea tua sunt, et omnes mei tui sunt“; così la SS. Vergine attingerà dai nostri beni e specialmente dai tesori suoi e da quelli di suo Figlio per venire in aiuto di queste persone; ed esse non vi perderanno nulla.

173. Eccellenza di quest’atto. È un atto di santo abbandono, ottimo già per questo verso, ma che inoltre contiene gli atti delle più belle virtù.

1) Un atto di religione profonda verso Dio, verso Gesù e verso Maria: con ciò infatti riconosciamo il sovrano dominio di Dio e il nostro nulla, e proclamiamo di gran cuore i diritti che Dio diede a Maria su noi.

2) Un atto di umiltà, con cui riconoscendo il nostro nulla e la nostra impotenza, ci priviamo del possesso di tutto ciò che il Signore ci diede, restituendoglielo per le mani di Maria, da cui, dopo Lui e per Lui, abbiamo ricevuto ogni cosa.

3) Un atto d’amore confidente, perché l’amore è il dono di sé, e per donarsi occorre una confidenza perfetta, una fede viva. – Si può dunque dire che quest’atto di consacrazione, se è ben fatto, spesso rinnovato di cuore e messo in pratica, è più eccellente ancora dell’atto eroico, con cui non si rinunzia che il valore sodisfattorio dei propri atti e le indulgenze che si guadagnano.

174. Frutti di questa devozione. Derivano dalla sua natura. 1) Con essa glorifichiamo Dio e Maria nel modo più perfetto, perché gli diamo tutto ciò che siamo e tutto ciò che abbiamo senza riserva e per sempre; e ciò nel modo a Lui più gradito, seguendo l’ordine stabilito dalla sua sapienza, ritornando a Lui per la via da Lui tenuta per venire a noi.

175. 2) Assicuriamo pure in questo modo la nostra santificazione. Maria infatti, vedendo che cediamo a Lei la nostra persona e i nostri beni, si sente vivamente mossa ad aiutare a santificarsi coloro che sono, per così dire, sua proprietà. Ci otterrà quindi copiosissime grazie, che aumenteranno i nostri piccoli tesori spirituali che sono suoi, ce li conserveranno e ce li faranno fruttificare sino al punto della morte. Porrà per questo in opera l’autorità del suo credito sul cuore di Dio e la sovrabbondanza dei suoi meriti e delle sue soddisfazioni.

3) Finalmente anche la santificazione del prossimo, e specialmente delle anime a noi affidate, verrà a guadagnarci; lasciando che Maria distribuisca i nostri meriti e le nostre soddisfazioni secondo il suo beneplacito, sappiamo che tutto sarà applicato nel modo più sapiente, perché è più prudente, più previdente, più premurosa di noi; i nostri parenti ed amici non potranno quindi che guadagnarci.

176. Si potrà, è vero, obiettare che a questo modo noi alieniamo tutto il nostro patrimonio spirituale, specialmente le nostre soddisfazioni, le indulgenze e i suffragi che si potessero offrire per noi, e che così potrebbe accadere che restassimo poi  lunghi anni in purgatorio. Per sé questo è vero, ma si tratta di confidenza: abbiamo, si o no, più confidenza in Maria che in noi stessi e nei nostri amici? – Se sì, non temiamo nulla; saprà Ella prendersi cura dell’anima nostra e dei nostri interessi meglio che non potremmo far noi; se no, è meglio che non facciamo quest’Atto di consacrazione totale di cui più tardi potremmo pentirci. In ogni caso non deve farsi che dopo matura riflessione e d’accordo col proprio direttore.

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/07/consacrazione-di-se-stesso-a-gesu-cristo-sapienza-incarnata-per-le-mani-di-maria/

II. Della parte dei Santi nella vita cristiana.

177. I Santi, che possiedono Dio nel cielo, si prendono cura della nostra santificazione e ci aiutano a progredire nella pratica delle virtù con la loro potente intercessione e coi nobili esempi che ci lasciarono, dobbiamo quindi venerarli; sono potenti intercessori, dobbiamo quindi invocarli; sono i nostri modelli, dobbiamo quindi imitarli.

178. Debbiamo venerarli, e con ciò veneriamo in loro lo stesso Dio e lo stesso Gesù Cristo. Infatti quanto in loro è di buono è opera di Dio e del suo divin Figlio. Il loro essere naturale non è che un riflesso delle divine perfezioni; le loro doti soprannaturali sono l’opera della grazia divina meritata da Gesù Cristo, compresi gli atti meritori, che, pur essendo un bene loro nel senso che col libero consenso vi hanno collaborato con Dio, sono anche e principalmente dono di Colui che ne resta causa prima ed efficace: coronando merita nostra coronas et dona tua “. Onoriamo quindi nei Santi : a) i santuari viventi della SS. Trinità, che si degnò di abitare in loro, di ornarne l’anima con le virtù e coi doni, di operare sulle loro facoltà per farne produrre atti meritori, e concedere loro la grazia insigne della perseveranza;

b) i figli adottivi del Padre, da lui singolarmente amati, circondati della sua sollecitudine paterna, a cui seppero corrispondere avvicinandosi a poco a poco alla sua santità e alle sue perfezioni;

c) i fratelli di Gesù Cristo, suoi membri fedeli, che, incorporati al suo Corpo mistico, ricevettero da Lui la vita spirituale e la coltivarono con amore e costanza;

d) i tempii e i docili strumenti dello Spirito Santo, che da Lui si lasciarono guidare e dalle sue ispirazioni anziché seguir ciecamente le tendenze della guasta natura. Tali sono i pensieri espressi molto bene dal Sig. Olier: “Potrete adorare con profonda venerazione questa vita di Dio diffusa in tutti i Santi; onorerete Gesù Cristo che li anima tutti e tutti li perfeziona col divino suo Spirito per non farne che una cosa sola in Lui … Gesù è in tutti il cantore delle divine lodi; Gesù mette loro in bocca tutti i loro cantici; per Gesù tutti i Santi lo lodano e lo loderanno per tutta l’eternità”.

179. 2° Dobbiamo invocarli, per ottenere più facilmente, con la possente loro intercessione, le grazie di cui abbiamo bisogno. È vero che la sola mediazione necessaria è quella di Gesù, che basta pienamente in sé stessa; ma appunto perché membri di Gesù risuscitato, i Santi uniscono le loro preghiere alle sue; è quindi tutto il Corpo mistico del Salvatore che prega e che fa dolce violenza al cuore di Dio. Pregare coi Santi è quindi un unire le nostre preghiere a quelle dell’intero corpo mistico ed assicurarne così l’efficacia. I Santi del resto sono lieti d’intercedere per noi: “Amano in noi i fratelli nati dallo stesso Padre; hanno compassione di noi; rammentando, al vedere il nostro stato, quello in cui furono essi stessi, riconoscono in noi anime che devono, come loro, contribuire alla gloria di Gesù Cristo. Quale gioia non provano quando possono trovare associati che li aiutino a rendere i loro omaggi a Dio e a soddisfarne il desiderio di magnificarlo con mille e mille bocche, se l’avessero!”[J . – J . OLIER, Pensies choisies, p. 176]. La loro potenza e la loro bontà ci devono dunque ispirare piena confidenza. E li invocheremo specialmente nel celebrarne le feste; entreremo così nella corrente liturgica della Chiesa e parteciperemo alle virtù particolari praticate da questo o quel Santo.

180. Dobbiamo infatti imitare pure e principalmente le virtù. Tutti si studiarono di imitare gli esempi del modello divino e tutti ci possono ripetere la parola di S. Paolo: “Siate imitatori miei come io di Cristo: Imitatores mei estote sicut et ego Christi” (1 Cor. IV, 16) . Essi però coltivarono per lo più una virtù speciale che ne è, a così dire, la virtù caratteristica: gli uni l’integrità della fede, gli altri la confidenza e l’amore, questi lo spirito di sacrifizio, l’umiltà, la povertà; quelli la prudenza, la fortezza, la temperanza, la castità. Chiederemo a ciascuno più specialmente la virtù che ha praticato, convinti che ha grazia particolare per ottenercela.

181. Ecco perché la nostra devozione si volgerà specialmente a quei Santi che vissero nelle stesse nostre condizioni, che occuparono uffici simili ai nostri e praticarono la virtù che ci è più necessaria. Considerando le cose sotto un altro aspetto, avremo pure devozione particolare ai nostri santi patroni, vedendo nella scelta che se ne fece un’indicazione provvidenziale di cui dobbiamo giovarci. Ma, se per ragioni speciali, le attrattive della grazia ci portano verso questo o quel Santo le cui virtù consuonano meglio coi bisogni dell’anima nostra, nulla vieta che ci diamo alla loro imitazione consigliandocene prima da un savio direttore.

182. Così intesa la devozione ai Santi riesce molto utile: gli esempi di coloro che ebbero le stesse nostre passioni, che subirono le stesse tentazioni, e ciò non ostante, sorretti dalle stesse grazie, riportarono vittoria, sono stimolo potente per fare arrossire della nostra codardia, prendere energiche risoluzioni e indurci a sforzi costanti per metterle in pratica, sopratutto rammentandoci delle parole d’Agostino: “Tu non poteris quod isti et istæ Le loro preghiere poi compiranno l’opera e ci aiuteranno a batterne le orme.

III. Della parte degli Angeli nella vita cristiana.

Questo ufficio deriva dalle loro relazioni con Dio e con Gesù Cristo.

183. 1° Gli Angeli rappresentano anzitutto la grandezza e gli attributi di Dio: “Ognuno in particolare porge un qualche grado di quest’Essere infinito e gli è specialmente consacrato. Negli uni se ne ammira la forza, negli altri l’amore, in altri la fermezza. Ognuno è imitazione d’una bellezza del divino originale; ognuno l’adora e lo loda nella perfezione di cui è l’immagine” (Olier) . Dio stesso adunque onoriamo nei suoi Angeli: sono “fulgidi specchi, sono puri cristalli, sono brillanti sfere, che rappresentano le fattezze e le perfezioni di questo infinito Tutto”. Elevati all’ordine soprannaturale, partecipano della vita divina, e usciti vittoriosi dalla prova, godono della visione beatifica: “Gli angeli di questi fanciulli, dice Nostro Signore, vedono costantemente la faccia del Padre mio che è nei cieli: Angeli eorum in cœlis semper vident facieni Patris mei qui in cœlis est(Matth. XVII, 10).

184. 2° Considerando le loro relazioni con Gesù Cristo, non è certo, è vero, che ne abbiano ricevuto la grazia, è però certo che in cielo si uniscono a questo mediatore di Religione per lodare, adorare e glorificare la maestà divina, lieti di poter dare così maggior valore alle loro adorazioni: “Per quem maiestatem tuam laudant Angeli, adorant Dominationes, tremunt Potestates“. Quando dunque ci uniamo a Gesù per adorar Dio, ci uniamo pure agli Angeli e ai Santi, armonioso concerto che non può che glorificare più perfettamente la divinità. Possiamo quindi ripetere col già citato autore: “Che tutti i custodi dei cieli, tutte queste possenti virtù che li muovono, suppliscano mai sempre, in Gesù Cristo, alle nostre lodi; vi ringrazino essi per i beneficiche riceviamo dalla vostra bontà così nell’ordinedi natura come in quello della grazia” (Olier)

185. 3° Si deduce da queste due considerazioni che gli Angeli, essendoci fratelli nell’ordine della grazia, poiché partecipiamo, come loro, alla vita divina e siamo, come loro, in Gesù Cristo i religiosi di Dio, si prendono grande cura della nostra salute, bramosi di averci presto in cielo a glorificar Dio e partecipare alla stessa visione beatifica, a) Accettano quindi con gioia le missioni che Dio loro affida in servizio della nostra santificazione: “Dio – dice il Salmista – affidò loro il giusto, perché lo custodiscano in tutte le sue vie: “Angelis suis mandavit de te ut custodiant te in omnibus viis tuis (Ps. XC, 11-12)— E San Paolo aggiunge che sono tutti subordinati spiriti, mandati in servigio per quelli che hanno da ereditare la salute: “Nonne omnes sunt administratorii spiritus, in ministerium missi propter eos qui hæreditatem capient salutis? ” (Hebr. I, 14). Nulla infatti tanto bramano quanto radunare eletti per riempire i posti resi vacanti dalla caduta degli angeli ribelli, e adoratori per glorificar Dio in loro vece. Avendo trionfato dei demoni, altro non chiedono che di proteggerci contro questi perfidi nemici; è quindi specialmente opportuno invocarli per vincere le tentazioni diaboliche.

b) Offrono le nostre preghiere a Dio (Tob., XII, 12): il che significa che le avvalorano aggiungendovi le loro suppliche. È  dunque utile per noi l’invocarli, principalmente nei momenti difficili e soprattutto in punto di morte, perché ci proteggano contro gli ultimi assalti del nemico e portino l’anima nostra in paradiso [È dottrina tradizionale che gli angeli conducono le anime nostre il cielo, come dimostra DON LECLERQ, Dict. d’Archeologie, Les Anges psychagogues, t. I, 2121, sq.).

186. Gli Angeli custodi. Tra gli Angeli ve ne sono di quelli incaricati di ogni anima in particolare; sono gli Angeli custodi. Istituendo una festa in loro onore, la Chiesa consacrò la dottrina tradizionale dei Padri, fondata del resto sui testi della Sacra Scrittura e appoggiata su buone ragioni. Queste ragioni nascono dalle nostre relazioni con Dio: siamo i suoi figli, i membri di Gesù Cristo e i tempii dello Spirito Santo. “Essendo suoi figli, dice l’Olier,  ci dà per precettori i principi della sua corte, che si stimano molto onorati di tal carica, avendo noi l’onore appartenergli così da vicino. Essendo suoi membri vuole che quegli stessi spiriti che servono Lui siano sempre al nostro fianco per renderci mille buoni servizi. Essendo suoi tempi ed abitando in noi, vuole che abbiamo degli Angeli che siano pieni di venerazione verso di Lui, come lo sono nelle nostre chiese; vuole che vi stiano in continuo ossequio alla sua grandezza, supplendo a ciò che dovremmo far noi e spesso gemendo per le irriverenze che commettiamo verso di Lui”. Vuole pure in questo modo, egli aggiunge, intimamente collegare la Chiesa del cielo con quella della terra: “A tal fine fa scendere in terra questo misterioso esercito degli Angeli, i quali, unendosi a noi e legandoci a loro, ci collocano nel loro ordine, così da non formare che un sol corpo della Chiesa del cielo e di quella della terra”.

187. Per mezzo dell’Angelo custode siamo dunque in comunicazione permanente col cielo, e a trarne maggior profitto, non possiamo far di meglio che pensare spesso all’angelo custode, per esprimergli la nostra venerazione, la nostra confidenza e il nostro amore: — a) la nostra venerazione, salutandolo come uno di coloro che vedono sempre il volto di Dio, che sono per noi i rappresentanti del Padre celeste; nulla quindi faremo che possa dispiacergli o contristarlo, ci studieremo invece di mostrargli il nostro rispetto, imitandone la fedeltà nel servizio di Dio: modo veramente delicato di mostrargli la nostra stima; b) la nostra confidenza, rammentandoci la potenza che possiede per proteggerci e la bontà che ha per noi affidati alla sua custodia da Dio stesso. – Dobbiamo poi invocarlo principalmente nelle tentazioni del demonio, perché è abituato a sventare le astuzie di questo perfido nemico; come pure nelle occasioni pericolose, in cui la sua previdenza e la sua destrezza possono venirci molto opportunamente in aiuto; e nell’affare della vocazione, in cui può conoscere meglio di tutti, i disegni di Dio sopra di noi. – Inoltre quando abbiamo qualche cosa importante da trattare col prossimo, giova rivolgerci agli Angeli custodi dei nostri fratelli, perché li dispongano all’ufficio che vogliamo compiere presso di loro;

C) il nostro amore, riflettendo che fu sempre e sempre sarà per noi un ottimo amico, che ci ha reso ed è sempre disposto a renderci ottimi servizi, di cui solo in cielo potremo conoscere il valore ma che fin d’ora possiamo intravvedere con la fede, il che ci deve bastare per esprimergliene riconoscenza ed affetto. Soprattutto quando sentiamo il peso della solitudine, possiamo ricordarci che non siamo mai soli, ma che abbiamo al fianco un amico affezionato e generoso, con cui possiamo familiarmente conversare. Non dimentichiamo mai del resto che onorare quest’Angelo è onorare Dio stesso, di cui è il rappresentante sulla terra, e uniamoci qualche volta a lui per meglio glorificarlo.

SINTESI DELLA DOTTRINA ESPOSTA.

188. Dio ha dunque una parte grandissima nella nostra santificazione. Viene Egli stesso a risiedere nell’anima nostra per darsi a noi e santificarci. Per renderci capaci di elevarci a Lui, ci dà un intero organismo spirituale: la grazia abituale che, penetrando la sostanza stessa dell’anima, la trasforma e la rende deiforme; le virtù e i doni che, perfezionando le facoltà, le abilitano, col soccorso della grazia attuale che le mette in moto, a fare atti soprannaturali meritori di vita eterna.

189. Ma questo non basta ancora al suo amore: ci manda l’unico suo Figlio, il quale, facendosi uomo come noi, diventa il modello perfetto che ci guida nella pratica delle virtù che conducono alla perfezione e al cielo; ci merita la grazia necessaria per calcarne le orme non ostante le difficoltà che troviamo dentro e fuori di noi; e che, per meglio trarci alla sua sequela c’incorpora a sé, fa passare in noi, per mezzo del divino suo Spirito, la vita di cui possiede la pienezza, e con questa incorporazione dà alle nostre anche minime azioni un immenso valore; queste azioni infatti, unite a quelle di Gesù nostro capo, partecipano al valore delle sue, poiché in un corpo tutto diventa comune tra il capo e le membra. Con Lui e per Lui possiamo quindi glorificar Dio come merita, ottenere nuove grazie e avvicinarci così al Padre celeste ricopiandone in noi le divine perfezioni. Maria, essendo madre di Gesù e sua collaboratrice, benché secondaria, nell’opera della Redenzione, prende pur parte alla distribuzione delle grazie da Lui meritateci; per Lei andiamo a Lui, per Lei chiediamo la grazia; la veneriamo e l’amiamo come madre, studiandoci d’imitarne le virtù. E poiché Gesù non è soltanto capo nostro ma anche dei Santi e degli Angeli, mette a nostro servizio questi potenti ausiliari per proteggerci contro gli assalti del demonio e la debolezza della nostra natura: i loro esempi e la loro intercessione ci sono di efficacissimo aiuto. Poteva Dio far di più per noi? E s’Egli si diede così generosamente a noi, che cosa non dobbiamo far noi per corrispondere al suo amore e coltivare la partecipazione della vita divina di cui ci ha così generosamente gratificati?

LA GRAZIA (Note di Teologia Ascetica) -4-

LA GRAZIA – 4 –

(Note di teologia ascetica)

NATURA DELLA VITA CRISTIANA (1)

[A. Tanquerey: Compendio di Teologia ascetica a mistica – Desclée e Ci. Roma-Tournai – Parigi; 1948]

§ II. Della parte che ha Gesù nella vita cristiana.

132. Tutta la SS. Trinità ci conferisce quella partecipazione della vita divina che abbiamo descritta. Ma lo fa per riguardo ai meriti e alle soddisfazioni di Gesù Cristo, il quale sotto questo aspetto ha una parte cosi essenziale nella nostra Vita soprannaturale, che questa a buon diritto viene detta vita cristiana. Secondo la dottrina di S. Paolo, Gesù Cristo è il capo dell’umanità rigenerata, come Adamo lo era stato dell’umana stirpe al suo nascere, in guisa però assai più perfetta. Egli coi suoi meriti ci riconquistò il diritto alla grazia e alla gloria; coi suoi esempi ci mostra come dobbiamo vivere per santificarci e meritare il cielo; ma Egli è soprattutto il capo d’un corpo mistico di cui noi siamo le membra: è quindi causa meritoria, esemplare e vitale della nostra santificazione.

I . Gesù causa meritoria della nostra vita spirituale.

133. Quando diciamo che Gesù è causa meritoria della nostra santificazione, prendiamo questa parola nel suo più esteso significato in quanto comprende la soddisfazione e il merito; « Propter nimiam charitatem qua dilexit nos, sua sanctissima passione in ligno crucis nobis iustìficatione in meruit et prò nobis satisfecit ». Logicamente la soddisfazione precede il merito, nel senso che, per ottenere il perdono dei nostri peccati e meritare la grazia, è prima necessario riparare l’offesa fatta a Dio; ma in realtà tutti gli atti liberi di N. Signore erano nello stesso tempo soddisfatorii e meritorii, e avevano tutti un valore morale infinito, come abbiamo detto al n. 78. Non ci resta che trarre da queste verità alcune conclusioni.

A) Non vi sono peccati irremissibili, purché, contriti e umiliati, ne chiediamo umilmente perdono. E questo noi facciamo nel sacro tribunale della penitenza, ove la virtù del sangue di Gesù ci viene applicata per mezzo del ministro di Dio. Questo facciamo pure nel santo sacrificio della Messa, ove Gesù continua ad offrirsi, per le mani del sacerdote, vittima di propiziazione, eccita nell’anima nostra profondi sentimenti di contrizione, ci rende Dio propizio, ci ottiene perdono sempre più pieno dei nostri peccati e una remissione sempre più abbondante della pena che dovremmo subire per espiarli. Possiamo aggiungere che tutti i nostri atti cristiani, uniti ai patimenti di Gesù, hanno un valore soddisfattorio per noi e per le anime per cui li offriamo.

134. B) Gesù ci meritò pure tutte le grazie di cui abbiamo bisogno per conseguire il nostro fine soprannaturale e coltivare in noi la vita cristiana: « Benedixit nos in omni benedictione spirituali in celestibus in Christo Jesu » (Ephes., I, 3), Dio ci benedisse in Cristo con ogni sorta di benedizioni spirituali: grazie di conversione, grazie di perseveranza, grazie per resistere alle tentazioni, grazie per trar profitto dalle tribolazioni, grazie di consolazione, grazie di rinnovamento spirituale, grazie di nuova conversione, grazia di perseveranza finale, tutto Egli ci meritò; e ci assicura che tutto ciò che chiederemo al Padre in suo nome, vale a dire appoggiandoci sui suoi meriti, ci sarà concesso. Per ispirarci anche maggior fiducia, istituì i Sacramenti, segni visibili che ci conferiscono la grazia in tutte le circostanze più importanti della vita e ci danno diritto a grazie attuali che riceviamo a tempo opportuno.

135. C) Ma fece anche di più; ci diede il potere di sodisfare e di meritare, volendo così associarci a Lui come cause secondarie e far di noi gli artefici della nostra santificazione. Ce ne fa perfino un precetto e condizione essenziale della nostra vita spirituale. S’ei portò la croce, gli è perché anche noi lo seguiamo portando la nostra: « Si quis vult post me venire, abneget semetipsum, tollat crucem suam, et sequatur me ». (Matth. XVI, 24). Così l’intesero gli Apostoli: « Se vogliamo partecipare alla sua gloria, dice S. Paolo, dobbiamo anche partecipare ai suoi patimenti, « si tamen compatimur ut et conglorificemur» (Rom. VIII, 17); e S. Pietro aggiunge che se Gesù Cristo patì per noi, lo fece perché noi battiamo le sue orme (I S. Pietr. II, 21). Anzi, le anime generose si sentono stimolate, come S. Paolo, a soffrir lietamente, in unione con Cristo, per il suo corpo mistico che è la Chiesa (Colos. I, 24); a questo modo partecipano all’efficacia redentrice della sua Passione e collaborano come cause seconde alla salute dei fratelli. Oh! quanto questa dottrina è più vera, più nobile, più consolante dell’incredibile affermazione di certi protestanti che hanno il triste coraggio d’affermare che, avendo Gesù Cristo patito sufficientemente per noi, noi non abbiamo che da godere dei frutti della sua redenzione senza berne il calice! Pretendono con ciò di esaltare la pienezza dei meriti di Cristo, mentre in verità è il potere di meritare quello che fa risaltar meglio la pienezza della redenzione. Non è infatti più onorifico per Cristo il manifestare la fecondità delle sue soddisfazioni, associandoci all’opera sua redentrice e rendendoci capaci di collaborarvi, benché in modo secondario, con imitarne gli esempi?

II. Gesù causa esemplare della nostra vita.

136. Gesù non si contentò di meritare per noi, ma volle pur essere la causa esemplare, il modello vivente della nostra vita soprannaturale. Gran bisogno noi avevamo d’un modello di questo genere; perché, per coltivare una vita che è una partecipazione della vita stessa di Dio, dobbiamo avvicinarci quanto più è possibile alla vita divina. Ora, osserva S. Agostino, gli uomini che avevamo sotto gli occhi erano così imperfetti da non poterci servire da modelli, e Dio, che è la santità stessa, sembrava troppo distante. E allora l’eterno Figlio di Dio, viva sua immagine, si fa uomo e ci mostra coi suoi esempi come si può sulla terra avvicinarci alla perfezione divina. Figlio di Dio e figlio dell’ uomo, visse una vita veramente deiforme e poté dire « qui videt me, videt et Patrem » (Joan XIV, 9) chi vede me, vede anche il Padre mio. Avendo manifestato nelle sue azioni la santità divina, poté proporci come possibile l’imitazione delle divine perfezioni: « Estote igitur perfecti sicut et Patervester cœlestis perfectus est » (Matth. V, 48). Ecco perché il Padre ce lo propone come modello: nel Battesimo e nella Trasfigurazione, apparendo ai discepoli dice loro parlando del Figlio: « Hic est filius meus in quo mihi bene compiacui» (Matth. III, 17): ecco il mio Figlio nel qualemi sono compiaciuto. Se trova in Lui tutte le sue compiacenze, Ei vuole dunque che noi l’imitiamo. Anche Nostro Signore ci dice con tutta sicurezza: « Ego sum via… nemo venit ad Patrem nisi per me… Discite a me quia mitis sum et humilis corde… Exemplum enim dedi vobis ut quemadmodum ego feci vobis, ita et vos faciatis(Joan XIV, 6). E che cos’è in sostanza il Vangelo se non il racconto della vita, della passione e morte e risurrezione di Nostro Signore, onde proporlo alla nostra imitazione? « cœpit facere et docere» (Act. I, 1).Che cos’è il Cristianesimo se non l’imitazione di Gesù Cristo? tanto che S. Paolo compendierà tutti i doveri Cristiani in quello d’imitare Nostro Signore: « Imitatores mei estote sicut et ego Christi» (I Cor. IV, cfr. XI, 1). Vediamo dunque quali sono le qualità di questo modello.

137. a) Gesù è un modello perfetto; anche per confessione di coloro che non credono alla sua divinità, Egli è il tipo più compito di virtù che sia mai comparso sulla terra. Praticò le virtù in grado eroico e con le disposizioni interne più perfette: religione verso Dio, amore del prossimo, annientamento di se stesso, orrore del peccato e di ciò che può condurvi. Eppure è un modello imitabile ed universale, pieno d’attrattiva, i cui esempi sono pieni d’efficacia.

138. b) È un modello che tutti possono imitare; perché  volle assumere le nostre miserie e le nostredebolezze, subire persino la tentazione, esserci similein tutto fuori del peccato: « Non enim habemus Pontificem qui non possit compati infirmitatibus nostris; tentatum autem per omnia prò similitudine absque peccato » ( Hebr., IV, 15). Per trent’anni Ei visse la vita più nascosta, più oscura, più comune, obbedendo a Maria e a Giuseppe, lavorando come garzone ed operaio, “fabri filius” (Matth., XIII, 55 ); e perciò divenne il modello perfetto della maggior parte degli uomini, che non hanno se non doveri oscuri da compiere e che devono santificarsi in mezzo alle occupazioni più comuni. Ma visse pure la vita pubblica e praticò l’apostolato sia in un gruppo scelto, formando gli Apostoli; sia tra la folla, evangelizzando il popolo; e quindi dovette soffrire la fatica e la fame; godette l’amicizia di alcuni come ebbe a sopportare l’ingratitudine di altri; provò trionfi e sconfitte; passò insomma per le peripezie di ogni uomo che ha relazioni con gli amici e col pubblico. La sua vita sofferente ci diede l’esempio della pazienza più eroica in mezzo alle torture fisiche e morali che Ei tollerò, non solo senza lamentarsi, ma pregando per i suoi carnefici. Né si dica che, essendo Dio, patì di meno; era anche uomo: dotato di squisita sensibilità, sentì più vivamente di noi l’ingratitudine degli uomini, l’abbandono degli amici, il tradimento di Giuda; provò tali sentimenti di tedio, di tristezza, di timore, che non poté tenersi dal pregare che l’amaro calice, se fosse possibile, s’allontanasse da Lui; e, sulla croce, emise quel grido straziante che mostra la profondità delle sue angoscie: « Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? » (Matth., XXVII, 46). Gesù fu dunque un modello universale.

139. c) Si mostra pieno d’attrattiva. Aveva predetto che, quando fosse elevato da terra (alludendo al supplizio della croce), avrebbe attirato tutto a sé: « Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum » (Joan. XII, 32). La profezia si avverò. Vedendo ciò che Gesù fece e patì per loro, i cuori generosi si accesero d’amore pel divin Crocifisso e quindi per la sua croce (Tale è il senso della preghiera di S. Andrea Apostolo, crocifisso per Gesù, che saluta amorosamente la croce: O bona crux”; non ostante le ripugnanze della natura, portano valorosamente le croci interne od esterne, sia per meglio rassomigliare al divino Maestro, sia per attestargli il loro amore, soffrendo con Lui e per Lui, sia per avere una parte più abbondante dei frutti della redenzione e collaborare con Lui alla santificazione dei fratelli. E ciò che chiaramente si vede nella vita dei Santi, i quali corrono dietro la croce con più avidità che non i mondani dietro i piaceri.

140. d) Questa attrattiva è tanto più forte in quanto che Egli vi aggiunge l’efficacia della sua grazia: essendo le azioni fatte da Gesù prima della morte tutte meritorie, egli ci meritò la grazia di farne di simili; quando noi consideriamo la sua umiltà, la sua povertà, la sua mortificazione e le altre sue virtù, siamo eccitati ad imitarlo non solo per la forza persuasiva dei suoi esempi, ma anche per l’efficacia delle grazie che ci meritò praticando le virtù e che in quell’occasione ci concede.

141. Vi sono poi certe particolari azioni di Nostro Signore che hanno una maggiore importanza e a cui dobbiamo in modo speciale unirci perché contengono più copiose grazie: sono i suoi misteri. Così il mistero dell’Incarnazione ci meritò la grazia della rinunzia a noi stessi e della unione con Dio, perché Nostro Signore ci offrì con Lui per consacrarci tutti al Padre; il mistero della crocifissione ci meritò la grazia di crocifiggere la carne e le sue cupidigie; il mistero della morte ci meritò di morire al peccato e alle sue cause, ecc. La qual cosa, del resto, intenderemo meglio, vedendo in che modo Gesù è il capo del Corpo mistico di cui noi siamo le membra.

III. Gesù capo del corpo mistico o fonte di vita.

142. Questa dottrina si trova già sostanzialmente nelle parole di Nostro Signore : “Ego sum vitis, vos palmites(Joan. XV, 5),Io sono la vite e voi i tralci. Egli afferma infatti che noi riceviamo la vita da Lui come i tralci della vite la ricevono dal ceppo a cui sono uniti. Questo paragone fa dunque risaltare la comunanza di vita che corre tra Nostro Signore e noi; onde è facile passare all’idea del corpo mistico in cui Gesù, come capo, fa scorrere la vita nelle membra. Chi insiste di più su questa dottrina così feconda di risultati è S. Paolo. In un corpo sono necessari un capo, un’ anima e delle membra. Appunto questi tre elementi descriveremo, attenendoci alla dottrina dell’Apostolo.

143. 1° Il capo esercita nel corpo umano un triplice ufficio: ufficio di preminenza, perché ne è la parte principale; ufficio di centro d’unità, perché riunisce e dirige tutte le membra; ufficio d’influsso vitate, perché da lui parte il movimento e la vita. Ora appunto questo triplice ufficio esercita Gesù nella Chiesa e sulle anime, a) Ha certamente la preminenza su tutti gli uomini Egli che, come uomo, è il primogenito tra tutte le creature, l’oggetto delle divine compiacenze, il modello perfetto d’ogni virtù, la causa meritoria della nostra santificazione, Egli che, pei suoi meriti, venne esaltato su tutte le creature e al cui cospetto deve piegarsi ogni ginocchio in cielo, in terra e nell’inferno.

b) Gesù è nella Chiesa il centro d’ unità. Due cose sono essenziali in un organismo perfetto: la varietà degli organi e delle funzioni che compiono e la loro unità in un comune principio; senza questo doppio elemento non si avrebbe che una massa inerte o un aggregato d’esseri viventi senza vincolo organico. Ora è pur sempre Gesù che, dopo avere costituito nella Chiesa la varietà degli organi con l’istituzione della gerarchia, ne rimane centro d’ unità, poiché è Lui, capo invisibile ma reale, che imprime ai capi gerarchici la direzione e il movimento.

e) Gesù è pure il principio dell’influsso vitale che anima e vivifica tutte le membra. Anche come uomo riceve la pienezza della grazia per comunicarcela: “Vidimus eum plenum gratiae et veritatis… de cuius plenitudine nos omnes accepimus, et gratiam prò gratia” (Joan. I, 14-16). Non è infatti causa meritoria di tutte le grazie che riceviamo e che ci sono distribuite dallo Spirito Santo? Anche il Concilio di Trento afferma senza esitare quest’ azione e quest’influsso vitale di Gesù sui giusti: “Cum enim ille ipse Christus Jesus tanquam caput in membra… in ipsos iustificatos iugiter virtutum influat(Sess. VI, VIII).

144. 2° A d ogni corpo è necessario non solo un capo ma anche un’anima. Ora l’anima del corpo mistico di cui Gesù è il capo, è lo Spirito Santo (cioè la SS. Trinità indicata con questo nome); è lui infatti che diffonde nelle anime la carità e la grazia meritate da Nostro Signore: “Charitas Dei diffusa est in cordibus nostris per Spiritum Sanctum qui datus est nobis” (Rom., V, 5). – Ecco perché è chiamato Spirito vivificante: “Credo in Spiritum… vivificantem’. Ecco perché S. Agostino dice che lo Spirito Santo è per il corpo della Chiesa ciò che l’anima è pel corpo naturale: “Quod est in corpore nostro anima, id est Spiritus Sanctus in corpore Christi quod est Ecclesia ” (Sermo 187 de tempore).Questa espressione, del resto, fu consacrata da Leone XIII nella Enciclica sullo Spirito Santo (Atque hoc affirmare sufficiat quod cum Christus caput sit Ecclesiæ, Spiritus Sanctus sit eius anima “. (Encicl. 9 Maggio 1897)

— È pure questo divino Spirito che distribuisce i vari carismi: agli uni il discorso della sapienza o la grazia della predicazione, agli altri il dono dei miracoli, a questi il dono della profezia, a quelli il dono delle lingue, ecc. : “Hæc autem omnia operatur unus atque idem Spiritus, dividens singulis prout vult (1 Cor., XII, 6).

145. Queste due azioni di Cristo e dello Spirito Santo non solo non s’intralciano ma si compiono a vicenda. Lo Spirito Santo ci proviene da Cristo. Quando Gesù viveva sulla terra, possedeva nella santa sua anima la pienezza dello Spirito; con le sue azioni e principalmente coi suoi patimenti e con la sua morte, meritò che questo Spirito ci fosse comunicato: è dunque in grazia sua che lo Spirito Santo viene a comunicarci la vita e le virtù di Cristo e a renderci simili a Lui. Così si spiega tutto: Gesù, essendo uomo, può egli solo essere il capo di un corpo mistico composto di uomini, dovendo il capo e le membra essere della stessa natura; ma, come uomo, non può da se stesso conferire la grazia necessaria alla vita delle membra, onde vi supplisce lo Spirito Santo compiendo appunto quest’ufficio; ma poiché lo fa in virtù dei meriti del Salvatore, si può ben dire che l’influsso vitale parte in sostanza da Gesù per arrivare alle membra.

146. 3° Quali sono dunque i membri di questo corpo mistico? Tutti coloro che sono battezzati. Di fatti col Battesimo veniamo incorporati a Cristo, come dice S. Paolo: ” Etenim in uno Spiritu omnes nos in unum corpus baptizati sumus(1 Cor. XII, 13; Gal. III, 25; Rom. III, 17). Ecco perché  aggiunge che fummo battezzati in Cristo e che colBattesimo ci rivestiamo di Cristo (Rom. VI, 3), vale a dire che partecipiamo alle disposizioni interne di Cristo: la qual cosa il Decreto per gli Armeni spiega dicendo che col Battesimo diventiamo membri di Cristo e parte del corpo della Chiesa: per ipsum (baptismum) enim membra Christi ac de corpore efficimur Ecclesiæ(DENZIGER-BANN., n. 696).

– Ne viene che tutti i battezzati sono membri di Cristo ma in grado diverso: i giusti gli sono uniti per mezzo della grazia abituale e di tutti i privilegi che l’accompagnano; i peccatori per mezzo della fede e della speranza; i beati per mezzo della visione beatifica. Gli infedeli poi non sono attualmente membri del suo corpo mistico, ma, finché vivono sulla terra, sono chiamati a divenirlo; i dannati soltanto sono esclusi per sempre da questo privilegio.

147. Conseguenze di questo domma. —

A) Su questa incorporazione a Cristo è fondata la comunione dei Santi; i giusti che vivono quaggiù, le anime del Purgatorio e i Santi del cielo, fanno tutti parte del Corpo mistico di Gesù, tutti ne partecipano la vita, ne ricevono l’influsso e devono scambievolmente amarsi e aiutarsi come le membra d’uno stesso corpo; perché, dice S. Paolo, « se un membro soffre, tutte le membra soffrono con lui; e se un membro è glorificato, tutte godono con lui: Si quid patitur unum membrum, compatiuntur omnia membra; sive gloriatur unum membrum, congaudent omnia membra. » (1 Cor. XII, 26; Gal. III, 28; 1 Cor. XII, 13; Rom. X, 12)

148. B) Ecco perché tutti i Cristiani sono fratelli: non vi è più ormai né Giudeo, né Greco, né uomolibero né schiavo; siamo tutti uno solo in Cristo Gesù (Ephes., I, 23). Siamo dunque tutti solidarii e ciò che è utile ad uno è utile agli altri, perché, qualunque sia la diversità dei doni e degli uffici, tutto il corpo s’avvantaggia di ciò che vi è di buono in ciascun membro, come ciascun membro si avvantaggia a sua volta dei beni dell’intero corpo. Con questa dottrina si spiega pure perché Nostro Signore poté dire: Ciò che fate al più piccolo dei miei, a me lo fate; il capo infatti si identifica con le membra.

149. C) Ne viene che, secondo la dottrina di S. Paolo, i Cristiani sono il compimento di Cristo: Dio infatti “lo diede per capo supremo alla Chiesa, che è il corpo di Lui e la pienezza di Lui, il quale compie tutto in tutti: “Ipsum dedit caput supra omnem Ecclesiam, quce est corpus ipsius et plenitudo eius, qui omnia in omnibus adimpletur(Ephes. I, 23). – Gesù, infatti, pur essendo perfetto in se stesso, ha bisogno d’un compimento per formare il suo Corpo mistico: sotto questo aspetto, non basta a se stesso ma ha bisogno di membra per esercitare tutte le funzioni vitali. Onde l’Olier conchiude (Pensèes, p. 15-16): “Cediamo le anime nostre allo Spirito di Gesù Cristo perché Egli cresca in noi. Se trova soggetti ben disposti, si dilata, s’accresce, s’espande nei loro cuori, li profuma dell’unzione spirituale di cui è Egli stesso profumato “. E questo il modo con cui possiamo e dobbiamo compiere la Passione del Salvatore Gesù, soffrendo come ha sofferto Lui, affinché questa passione, così compita in se stessa, si compia anche nei suoi membri nel corso del tempo e dello spazio:Adimpleo ea qua desunt passionum Christi in carne mea prò corpore eius quod est Ecclesia (Colos. I, 24). Come si vede, non v’ è nulla di più fecondo di questa dottrina sul corpo mistico di Gesù.

CONCLUSIONE:

DEVOZIONE AL VERBO INCARNATO (P. BÉRULLE – chiamato l’apostolo del Verbo Incarnato-, Discours de l’Estat et des Grandeurs de Jesus).

150. Da tutto il fin qui detto sulla parte di Gesù nella vita spirituale risulta che, per coltivar questa vita, dobbiamo vivere in unione intima, affettuosa, abituale con Lui, o, in altri termini, praticare la devozione al Verbo Incarnato: ” Qui manet in me et ego in eo, hic fert fructum multuni; Chi resta ime ed Io in lui, produce frutti abbondanti (Joan. XV, 5). È quello che c’inculca la Chiesa, ricordandoci verso la fine del Canone della Messa, che per Lui noiriceviamo tutti i beni spirituali, per Lui siamo santificati, vivificati e benedetti, per Lui, con Lui e in Lui dobbiamo rendere ogni onore e ogni gloria a Dio Padre onnipotente, nell’unità dello Spirito Santo (Per quem hæc omnia, Domine, semper bona creas, sanctificas, vivificas, benedicis et præstas nobis; per ipsum, et cum ipso et in ipso est tibi Deo Patri omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria). Ecco un intero programma di vita spirituale: avendo ricevuto tutto da Dio per mezzo di Cristo, per Lui dobbiamo pure glorificar Dio, per Lui dobbiamo chiedere nuove grazie, con Lui e in Lui dobbiamo fare tutte le nostre azioni.

151. 1° Essendo Gesù il perfetto adoratore del Padre, o, come dice l’Olier, il religioso di Dio, il solo che gli possa offrire omaggi infiniti, è evidente che per rendere i nostri ossequi alla SS. Trinità, non possiamo far di meglio che unirci intimamente a Lui ogni volta che vogliamo compiere i nostri doveri di Religione. Il che è tanto più facile in quanto che, essendo Gesù il capo d’un Corpo mistico di cui noi siamo le membra, adora il Padre non solo in nome suo ma anche in nome di tutti coloro che gli sono incorporati, e mette a nostra disposizione gli omaggi che rende a Dio, permettendoci di appropriarceli per offrirli alla SS. Trinità.

152. 2° Con Lui e per Lui noi possiamo pure chiedere con la massima efficacia nuove grazie; perché Gesù, Sommo Sacerdote, prega incessantemente per noi, (semper vivens ad interpellandum prò nobis) (Hebr. VII, 25). Anche quando abbiamo la disgrazia d’offendere Dio, Egli perora la nostra causa, con tanto maggior eloquenza in quanto offre nello stesso tempo il sangue versato per noi: « Si quis peccaverit, advocatum habemus apud Patrem Jesum Christum iusttim, et ipse est propitiatio prò peccatis nostris»(Joan. II, 1). Inoltre dà alle nostre preghiere tal valore che, se noi preghiamo in suo nome, cioè appoggiandoci sugli infiniti suoi meriti, siamo sempre sicuri d’essere esauditi: « Amen, amen, dico vobis, si quid petieritis Patrem in nomine meo, dabit vobis » (Joan. XVI, 23). Infatti il valore dei suoi meriti viene comunicato ai suoi membri, e Dio non può rifiutar nulla a suo Figlio: « exauditus est prò sua reverentia» (Hebr. V, 7).

153. Bisogna in ultimo fare tutte le nostre azioni in unione con Lui, avendo abitualmente, secondo una bella espressione dell’Olier (Introd. à la vie et aux vertus chrétiennes, cap. IV, p. 47, ed. 1906), Gesù davanti agli occhi, nel cuore e nelle mani: davanti agli occhi, vale a dire considerandolo come modello che dobbiamo imitare e chiedendoci, come S. Vincenzo De Paoli: Che cosa farebbe Gesù se fosse al mioposto? Nel cuore, attirando in noi le sue interne disposizioni, la sua purità d’intenzione, il suo fervore, per fare le nostre azioni secondo il suo spirito; nelle mani, eseguendo con generosità, energia e costanza le buone ispirazioni che ci suggerisce.Allora la nostra vita sarà trasformata e noi vivremo della vita di Cristo: « Vivo autem, iam non ego, vivit vero in me Christus: vivo, non più ioma vive in me Cristo » (Gal. II, 20).

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/23/la-grazia-note-di-teologia-ascetica-5/

SALMI BIBLICI: “DEUS DEORUM, DOMINUS LOCUTUS EST” (XLIX)

Salmo 49: “DEUS DEORUM, DOMINUS LOCUTUS EST”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 49

[1] Psalmus Asaph.

       Deus deorum, Dominus, locutus est,

et vocavit terram a solis ortu usque ad occasum.

[2] Ex Sion species decoris ejus:

[3] Deus manifeste veniet; Deus noster, et non silebit. Ignis in conspectu ejus exardescet; et in circuitu ejus tempestas valida.

[4] Advocabit cœlum desursum, et terram, discernere populum suum.

[5] Congregate illi sanctos ejus, qui ordinant testamentum ejus super sacrificia.

[6] Et annuntiabunt cœli justitiam ejus, quoniam Deus judex est.

[7] Audi, populus meus, et loquar Israel, et testificabor tibi. Deus, Deus tuus ego sum.

[8] Non in sacrificiis tuis arguam te; holocausta autem tua in conspectu meo sunt semper.

[9] Non accipiam de domo tua vitulos, neque de gregibus tuis hircos;

[10] quoniam meae sunt omnes feræ silvarum, jumenta in montibus, et boves.

[11] Cognovi omnia volatilia cœli; et pulchritudo agri mecum est.

[12] Si esuriero, non dicam tibi: meus est enim orbis terræ, et plenitudo ejus.

[13] Numquid manducabo carnes taurorum? aut sanguinem hircorum potabo?

[14] Immola Deo sacrificium laudis, et redde Altissimo vota tua.

[15] Et invoca me in die tribulationis; eruam te, et honorificabis me.

[16] Peccatori autem dixit Deus: Quare tu enarras justitias meas? et assumis testamentum meum per os tuum?

[17] Tu vero odisti disciplinam, et projecisti sermones meos retrorsum.

[18] Si videbas furem, currebas cum eo; et cum adulteris portionem tuam ponebas.

[19] Os tuum abundavit malitia, et lingua tua concinnabat dolos.

[20] Sedens, adversus fratrem tuum loquebaris, et adversus filium matris tuæ ponebas scandalum.

[21] Hæc fecisti, et tacui. Existimasti inique quod ero tui similis: arguam te, et statuam contra faciem tuam.

[22] Intelligite hæc, qui obliviscimini Deum: nequando rapiat, et non sit qui eripiat.

[23] Sacrificium laudis honorificabit me; et illic iter quo ostendam illi salutare Dei.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO XLIX (1)

Asaph è il primario cantore costituito da Davide. Forse compose anche qualche Salmo degli intitolati a lui. La venuta di Cristo nell’umiltà a radunar gli uomini alla fede; la seconda venuta nella maestà a congregar gli uomini al giudizio. Di quali cose si avrà a render conto principalmente al giudizio.

Salmo per Asaph.

1. Il Dio degli dei, il Signore ha parlato, e ha chiamata la terra, dall’oriente fino all’occaso.

2. Da Sionne (apparirà) lo splendore di sua magnificenza.

3. Manifesto verrà Iddio, il nostro Dio,  non istarà in silenzio. Innanzi a lui un fuoco ardente, e con questo fuoco un turbine violento.

4. Chiamerà di lassù il cielo e la terra a giudicare il suo popolo.

5. Congregate a lui tutti i suoi santi, i quali formaron con lui alleanza per mezzo dei sacrifizi.

6. E i cieli annunzieranno la giustizia di lui, perché il giudice è Dio.

7. Ascolta, popol mio, e io parlerò; Israele (ascolta), e io spiegherommi con te; Dio io sono e tuo Dio:

8. Non ti riprenderò per ragione dei tuoi sacrifizi, e i tuoi olocausti sono sempre dinanzi a me.

9. Non riceverò dalla tua casa i vitelli, né dai tuoi greggi i capretti.

10. Imperocché sono mie tutte le fiere dei boschi, i giumenti nei monti ed i bovi.

11. Io conosco tutti gli uccelli dell’aria, ed è mia l’amenità delle campagne.

12. Se io avessi fame, a te noi direi; imperocché mia è la terra e quello che la riempie.

13. Mangerò io forse le carni dei tori? O beverò io il sangue dei montoni?

14 Offerisci a Dio sacrifizio di lode, e le promesse adempì fatte da te, all’Altissimo.

15. E invocami nel giorno della tribolazione; ti libererò e tu darai a me gloria.

16. Ma al peccatore disse Dio: Perché fai tu parola dei miei comandamenti, e hai nella bocca la mia alleanza?

17. Tu però hai in odio la disciplina, e ti sei gettate dietro le spalle le mie parole.

18. Se vedevi un ladro, correvi con lui, e facevi combriccola cogli adulteri.

19. La tua bocca è stata piena di malvagità, e la tua lingua ordiva inganni.

20. Stando a sedere, parlavi contro del tuo fratello, e al figliuolo di tua madre ponevi inciampo; queste cose hai fatte, ed io ho taciuto.

21. Hai creduto, o iniquo, ch’io sia per essere simile a te; ti riprenderò, e te porrò di contro alla tua faccia.

22. Ponete mente a queste cose, voi che vi scordate di Dio; affinché non vi rapisca una volta senza che sia chi vi liberi.

23. Il sacrifizio di lode mi onorerà; ed esso è la via per cui farò vedere all’uomo la salute di Dio.

Sommario analitico

Per ben comprendere l’oggetto primario e letterale di questo salmo, bisogna ricortarsi, come nota il rabbino Anyrald, che nella nazione giudea esistevano due classi di uomini: gli uni, religiosi, ma poco istruiti, facevano consistere tutta la giustizia nell’offrire olocausti e vittime secondo il rito consacrato; gli altri, dottori ipocriti, predicavano la legge di Dio, ma non ne tenevano conto nella loro condotta. Dio discende dal cielo per giudicarli tutti, illumina l’ignoranza degli uni e rimprovera severamente agli altri la loro falsa pietà. Questo salmo morale, nel quale Asaf si erge con tanta forza ed eloquenza contro l’oblio di Dio e l’allontanamento dai costumi, non può rapportarsi ai tempi di Obcozia e di Athalia, come gli altri dello stesso autore. Esso si applica perfettamente al doppio monito di Gesù-Cristo. Nel primo egli separa dai Giudei carnali i Giudei spirituali, di cui Egli fa le primizie della Chiesa. Nel secondo Egli farà il discernimento tra gli eletti ed i riprovati tra tutti gli uomini.

I. – Nel magnifico esordio il salmista descrive l’avvento di Dio che viene a giudicare la terra, e le circostanze che preparano questo giudizio:

1° Egli fa conoscere i personaggi:

a) il Giudice -1° è il Dio degli dei; -2° Egli è mirabile per la sua potenza; -3° è terribile per la sua giustizia (1);

b) coloro che devono essere giudicati: sono tutti gli uomini dall’oriente al ponente (2);

La modalità del giudizio:

a) le circostanze che lo precederanno: – 1) il giudice che viene in tutto il suo splendore e in tutta la sua maestà, uscendo dal suo silenzio contro i colpevoli (3); – 2) un fuoco divoratore lo precederà; – 3) una violenta tempesta lo circonderà (4);

b) le circostanze che lo accompagneranno: – 1) i testimoni chiamati dal cielo e dalla terra (4); – 2) i giusti separati per la gloria; – 3) i Santi condotti nella gloria (5); – 4) i giudizi di Dio che ricevono l’approvazione dei cieli, cioè dai Santi (6).

II. – La materia del giudizio sui due tipi di uomini in questione:

1° Quanto ai primi, non è per non aver offerto a Dio dei sacrifici materiali, come il sangue dei capri e dei tori, che Dio li condannerà (7): – a) questi sacrifici sono sgraditi a Dio, a causa della loro frequenza e molteplicità (8); – b) essi non sono necessari al sovrano Maestro dell’universo (9-11); – c) essi sono inutili per Colui che non ne ha bisogno (12, 13); – d) ciò che è gradito a Dio è: l’offrirgli un sacrificio di lode (14); – e) compiere i voti a Lui fatti; – f) invocarlo nella tribolazione; – g) rendergli ogni onore e gloria (15).

2° Quanto ai secondi, che vivono una vita criminosa, e che osano farsi predicatori ed interpreti di una legge che li condanna (16): Egli rimprovera loro: -a) i peccati di pensiero, vale a dire l’odio che hanno come loro disciplina ed il disprezzo per la parola di Dio (17); – b) i peccati di azione, cioè di inclinazione all’appropriarsi dei beni del prossimo, e la tendenza che hanno al libertinaggio (18); – c) i peccati di parole, malvagità, furberie, maldicenze (19, 20); – d) la loro falsa sicurezza, ingiuriosa a Dio, che essi credono simile a loro (21); vana, quando sentiranno gli effetti della sua vendetta; insensata, perché non sarà evitata da così grandi mali in considerazione del giudizio e per la preghiera (22, 23).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-6.

ff. 1-3. – « Il Dio degli dei », gli dei delle nazioni, non che da essi esistano realmente, ma perché l’errore dei popoli ha dato loro una supposta esistenza. Il Re-Profeta cerca di purificare lo spirito dei Giudei da questo errore, mostrando loro che Dio è il sovrano maestro di tutti questi pretesi dei (S. Chrys.). – Il Dio degli dei ha parlato in diverse maniere: Egli ha parlato per mezzo degli Angeli, ha parlato per mezzo dei Profeti (Heb. I, 1), ha parlato con la propria bocca, ha parlato per mezzo degli Apostoli con i suoi fedeli, Egli parla ancora per mezzo degli umili ministri, quando dicono qualcosa di vero. Così vediamo che, pur parlando un gran numero di volte in molte maniere, con mille strumenti, con mille organi diversi, è sempre Lui che si fa intendere dappertutto, che tocca, che trasforma e che ispira le anime (S. Agost.). – Nel corso delle sue prime apparizioni, Egli è venuto in modo non eclatante, sconosciuto al maggior numero degli uomini, e prolungando per lunghi anni il mistero della sua vita nascosta. Così non sarà per un secondo avvento: Egli verrà con grande splendore e non avrà bisogno di annunciare di annunciare la prossima sua venuta (S. Chrys.). – « Finora Io ho taciuto, dice il Signore », e « l’uomo solo ha parlato per giudicarmi, per condannarmi; Io sono pieno di pazienza, parlerò come una donna prima di partorire, Io distruggerò, Io annienterò ». (Isaia XLII, 14). – « Egli verrà visibilmente e non manterrà il silenzio ». Ma ora tace? E da dove viene ciò che noi diciamo? Da dove vengono questi comandamenti? Da dove vengono questi avvertimenti? Da dove viene questo banditore di terrore? Egli non tace, eppur tace; Egli non tace per avvertire, Egli tace nel giudicare. In effetti Egli sopporta i peccatori che fanno il male tutti i giorni senza curarsi né di Dio, né nella loro coscienza, né in cielo né sulla terra. Certamente nulla di tutto questo Gli è nascosto; Egli avverte tutti gli uomini senza eccezione, e quando punisce qualcuno sulla terra, questo è ancora un avvertimento, non una condanna. Egli tace dunque quanto al giudizio; nascosto in cielo, Egli intercede ancora per noi; Egli è paziente nel punire i peccatori e non esercita con essi la sua collera, attendendone la penitenza (S. Agost.). – È cosa sorprendente che ci sia questo grande silenzio di Dio tra i disordini del genere umano. Tutti i giorni i suoi comandamenti sono disprezzati, le sue verità bestemmiate, i diritti del suo impero violati; e ciò nonostante il suo sole non si eclissa sugli empi; la pioggia bagna i loro campi; la terra non viene aperta sotto i loro piedi; Egli vede tutto, e dissimula; Egli tutto considera e tace. Io mi inganno: Egli non tace, e la sua bontà, i suoi benefici, il suo stesso silenzio sono una voce pubblica che invita tutti i peccatori a riconoscersi tali. Ma siccome i nostri cuori induriti sono sordi a tali propositi, Egli fa risuonare una voce più chiara, una voce netta ed intellegibile che ci invita alla penitenza. Egli non parla per giudicarci, ma parla per avvertirci, e questa parola di avvertimento deve servire da preparazione al suo terribile giudizio (Bossuet, Serm. I Diman. de l’Avv.). – Queste comparazioni con il fuoco, la tempesta, hanno come oggetto il farci comprendere la sovrana immutabilità di Dio, la luce splendida che Lo circonda, la sua natura inaccessibile, ed il castigo terribile che riserva ai peccatori (S. Chrys.). – E tutto intorno a Lui sarà una tempesta violenta che spazzerà l’aria, quantunque sia vasta. E sarà il soffio di questa tempesta che spazzerà dai santi tutto ciò che è immondo; dai fedeli, tutto ciò che è ipocrita, dai Cristiani pii che temono la parola di Dio, tutti gli orgogliosi che disprezzano questa parola. Ora, in effetti, dal sorgere al tramonto del sole si trova su questa terra una mescolanza di elementi diversi. Vediamo dunque come farà Colui che deve venire, ciò che farà per mezzo di questa tempesta violenta che solleverà intorno a sé e che, senza alcun dubbio, opererà una separazione. Questa separazione non l’hanno attesa coloro che, prima di arrivare in riva, hanno rotto le reti (Luc. V, 6). Questa prima separazione stabilisce già una certa distinzione tra i cattivi ed i buoni (S. Agost.).

ff. 4-6. – Gli Angeli e gli uomini sono chiamati a questo terribile giudizio: – discernimento pieno di luce e di giustizia; – separazione eterna dei malvagi tra di mezzo ai giusti, del padre dai suoi figli, del marito dalla moglie, del fratello da sua sorella, dell’amico dal suo amico (Dug.). – « Egli chiamerà dall’alto del cielo e chiamerà la terra, per fare il discernimento del suo popolo ». Da chi, … se non dai malvagi? Egli chiama dunque la terra non per accoglierla per intero, senza esame, ma per farne il discernimento. Già Egli discerne la terra dal concerto con il cielo, cioè il cielo si unisce a Lui per fare il discernimento della terra. Come fa questo discernimento? Egli pone gli uni alla sua destra e gli altri alla sua sinistra (S. Agost.). – Questo richiamo del cielo e della terra per essere testimoni del giudizio di Dio e per giudicare anche con Dio, è sufficiente a dimostrare che tutte le creature raziocinanti avranno mezzi di salvezza, benché noi ignoriamo sovente sulla terra quali siano questi mezzi ed in cosa essi consistano. Dio non temerà, in qualche modo, di rimettere la sua causa tra le mani degli Angeli e degli uomini (Berthier). – Un altro tratto del salmista rileva la divina misericordia verso questo mondo che è chiamato in giudizio, ed aggrava la perversità dei colpevoli che hanno esasperato un così buon Padre benefattore: « Tutti coloro che hanno contratto con me un’alleanza sigillata con i sacrifici ». Dio comincia per così dire il suo giudizio dalla sua casa propria, da quelli dei solenni giuramenti, delle cerimonie particolari, dei sacrifici multipli; in due parole, prima di Gesù-Cristo, della circoncisione e la legge di Mosè; e da quelli che dopo Gesù-Cristo, con il Battesimo e la legge evangelica, si sono legati in modo tutto speciale al suo servizio, cosicché tutti gli uomini possono attingere una importante e salutare istruzione in questa prima manifestazione della giustizia divina. Essi vedranno chiaramente che il culto esteriore, per quanto ragionevole e necessario esso sia, non è sufficiente per rendere a Dio l’omaggio che Gli è dovuto. Bisogna, come la legge antica prescriveva, e come lo prescrive pure la nuova ancor più imperiosamente, aggiungere alle dimostrazioni esterne il culto interiore di un amore sincero, di una profonda riconoscenza, di una umile fervente preghiera. Allora soltanto Dio è adorato come vuole esserlo: in spirito e verità (Rendu). – I Cristiani che posseggono la qualità dei Santi in ragione della loro vocazione e che hanno dovuto mantenere questa qualità con la loro vita, particolarmente sono chiamati a questo giudizio. Più essi hanno ricevuto delle grazie dal Giudice sovrano, più il loro giudizio sarà severo. I Preti, che hanno fatto alleanza con Lui per offrirgli dei sacrifici, saranno giudicati in rapporto alla loro dignità, ai loro obblighi, ed ai talenti che sono stati loro affidati (Duguet). – Perché vien dato questo nome di Santi a coloro che Egli vuole accusare e condannare? È per imprimere più forza alle accuse, e far servire questo titolo di onore per rendere la punizione più eclatante. Così, noi stessi, quando cogliamo in fallo dei colpevoli, quando vogliamo rendere i nostri rimproveri più severi, li designiamo e li chiamiamo con le dignità di cui sono rivestiti, per dare più peso all’accusa, e diciamo: chiamate il diacono, chiamate il prete (S. Chrys.). – Carattere eclatante della giustizia di Dio, è la sua irresistibile evidenza, alla quale tutti saremo forzati a render conto … in Dio, il titolo di Giudice, è inseparabile dalla giustizia (S. Chrys.). – Non perdiamo mai di vista questa parola del Profeta: Dio è Giudice, per farne la regola di tutte le proprie azioni, di tutti i pensieri, dei propri desideri, di tutte le parole, dei propri sforzi. « Colui che giudica – diceva l’Apostolo – è il Signore », i giudizi degli uomini non devono né indurirci, né intimidirci, né turbarci (Berthier).

II. — 7-13.

ff. 7. – Esordio che spira dolcezza e bontà: Dio agisce come un uomo che direbbe ad uno dei suoi simili che vuol fare strepitio o esercitare scompiglio: se volete ascoltarmi io parlerò; se volete essere attenti, io vi farò intendere la mia voce (S. Chrys.). – Ascolta popolo mio, ed io ti parlerò, perché se tu non ascolti io non potrò più parlarti; se tu non mi ascolti, quand’anche io parlassi, non sarebbe per te … io sono Dio e Io sono il tuo Dio, ed anche quando non sarò il tuo Dio, io sono Dio. È per mia felicità che sono Dio, e per tua disgrazia che Io non sia il tuo Dio. Voi chiedete a Dio una ricompensa; voi gli domandate qualcosa che, una volta data, sia per voi un bene: ecco che Dio stesso che deve darvela, è a voi. Cosa c’è più ricco di Lui? Voi chiedete un dono, quando voi possedete Colui medesimo che è l’Autore di ogni dono (S. Agost.). – Se noi vogliamo conoscere bene quale sarà la materia del giudizio che Dio eserciterà su di noi, cominciamo a ben meditare questo versetto. Dio ci invita ad ascoltarlo e ci dichiara subito ciò che Egli è. – Dio parla: che cosa rimprovera a coloro che sta per condannare? L’oblio di Dio, l’oblio della vera Religione, l’oblio della virtù. – Confessare Dio e la verità del suo Essere, adorarne la perfezione, ammirarne la pienezza, sottomettersi alla sua sovrana potenza, abbandonarsi alla sua alta ed incomprensibile saggezza, confidare nella sua bontà, temere la sua giustizia, sperare nella sua eternità, ecco tutto il dovere dell’uomo, tutto il suo oggetto, tutta la sua natura (Bossuet, Or. fun. de la Duch. d’Or.).

III. — 8 – 23.

ff. 8-13. – Tutto il culto esteriore della Religione non ci sarà di alcuna utilità, se noi ci separiamo dal culto spirituale, interiore. «Dio è spirito, ed è in spirito e verità che bisogna adorarlo » (S. Giov. IV, 24). Tutto il Vangelo ci porta all’esercizio delle virtù che hanno il loro principio nel cuore. Cantare dei salmi al Signore, assistere al divino Sacrificio, partecipare ai Sacramenti, fare l’elemosina ai poveri, sono delle azioni religiose, ma delle azioni morte … senza il sacrificio dello spirito e della volontà (Berthier).

ff. 14-15. – Vediamo ciò che Dio domanda all’uomo. Quale imposte esige da noi, Egli, nostro Dio, nostro Imperatore e nostro Re, dal momento che ha voluto essere il nostro Re, ed ha voluto che noi fossimo il suo reame? Il povero non tema la tassa che Dio gli ha imposto: la tassa di cui Dio reclama il pagamento, comincia, Egli che la impone, con il darne l’ammontare ai suoi tributari. Dio non esige ciò che non abbia dato, ed Egli ha dato a tutti ciò che esige da loro (S. Agost.). O Dio mio, qual tributo mi imponete? « Immolate a Dio un sacrificio di lode ». Io temevo che mi domandaste qualcosa che fosse fuori di me, ed io non ho che da rientrare in me stesso, per trovarvi l’immolare una vittima di lode, e la mia coscienza sarà il vostro altare. O sacrificio gratuito la cui grazia ha dato la vittima! Io non ho comprato ciò che devo offrirvi, ma Voi stesso me l’avete data, perché senza di Voi, io non l’avrei posseduta. E questa immolazione di un sacrificio di lode consiste nel rendere delle azioni di grazie a Colui da cui ottenete tutto ciò che vi è di buono, e la cui misericordia vi rimetterà tutto ciò che, da voi stessi, avete di cattivo. (S. Agost.). – « Invocatemi nel giorno della vostra afflizione, Io vi libererò e voi mi glorificherete ». Ed è in effetti per questo scopo che Io ho permesso per voi il giorno dell’afflizione; perché forse, se voi non foste stati afflitti, voi non mi avreste invocato; ma quando voi siete afflitti, voi mi invocate; quando voi mi invocherete, io vi libererò; quando Io vi avrò liberato, voi mi glorificherete per non allontanarvi più da me (S. Agost.). « … e voi mi glorificherete », ecco il senso di queste parole: fate in modo che Dio sia glorificato dalla vostra vita, secondo le raccomandazioni di nostro Signore (Matth. V, 16). In effetti, lodare qualcuno è farne l’elogio, glorificarlo, celebrarne il nome. Che la vostra vita dunque, sia una lode perpetua di Dio, e voi avrete offerto un sacrificio perfetto. È questo sacrificio che San Paolo esige dai fedeli: « offrite i vostri corpi, dice loro, come un’ostia vivente, santa e gradita a Dio ». (Rom. XII, 1). « E rendete i vostri voti ». Rendete: una promessa, in effetti, ci rende veri debitori. Qualunque sia l’oggetto della vostra promessa, dare un’elemosina, far professione di una vita pura o qualcosa di simile, non tardate nell’adempierla. Io dirò ancor più: dopo un esame serio, voi riconoscerete che la virtù è per noi un obbligo rigoroso ed indipendente da ogni promessa. Gesù-Cristo stesso ce lo dichiara, quando dice (Luc. XVII, 10): « … noi abbiamo fatto ciò che noi dovevamo fare. (S. Chrys.).

ff. 16, 17. – Diverse sono le colpe che Dio rimprovera in coloro che annunziano la sua parola: 1° annunziarla senza averne avuto la missione, senza esservi stati chiamati; 2° essere peccatori; 3° aprire la bocca per parlare dell’alleanza di Dio con gli uomini, ed essere essi stessi fuori da questa alleanza; 4° non predicare le regole della pura morale del Vangelo e la disciplina della Chiesa, ma delle false regole accomodate al rilassamento ed alla cupidigia degli uomini; 5° rigettare le parole di Dio che si troverebbero nella preghiera, nelle meditazioni della Scrittura santa, nella lettura dei santi Padri, e sostituirle con discorsi, pensieri tratti dalla lettura di autori profani; 6° correre con prontezza nelle assemblee mondane, e non compiacersi che nella compagnia di uomini di mondo e nella conversazione con le donne; 7° Fare delle alleanze che sotto il pretesto di spiritualità, legano il cuore e finiscono con attaccamenti che, dopo aver iniziato con lo spirito, finiscono con la carne (Galat. III, 3); 8° esser se stesso un ladro, cercando di sottrarre la gloria che è unicamente di Dio, per attribuirla a se stesso; 9° avere una bocca tutta piena di malignità, dalla quale non esca se non ciò che proviene da un cuore guasto e corrotto, ed una lingua scaltra nell’ingannare con una ipocrisia fine e delicata, 10° disprezzare gli altri predicatori, rimproverare la loro condotta, tentare di renderli sospetti, non semplicemente di passaggio o come per occasione, ma espressamente e con proposito deliberato; 11° prendere i figli della Chiesa come cattivi esempi, 12° attirarsi con lo sconvolgimento dei propri costumi, il più terribile dei castighi di Dio, che è il tenersi in silenzio; 13° immaginarsi follemente che Dio possa essere simile al peccatore. Non serve a nulla istruire gli altri, se non si pratichi la virtù, e si perdano così i propri diritti alla dignità di dottore. Se nei giudizi umani, l’uomo ritenuto colpevole è condannato ad osservare il silenzio, come permettere a colui che è schiavo del peccato di prendere la parola per insegnare nell’assemblea dei fedeli, in questo spazio ben più angusto dei tribunali della terra? … Nessuno nelle corti regali potrebbe essere l’interprete e l’organo della parola del sovrano, se la sua vita è lordata da qualche crimine. Perché dunque narrate le mie giustizie e le insegnate agli altri, facendo voi invece il contrario? Perché con una contraddizione deplorevole tra la vostra vita ed i vostri discorsi, allontanate coloro che vorrebbero rendersi docili ai vostri insegnamenti? Non è più questo un insegnare con le vostre parole, ma è un pervertire con i vostri esempio (S. Chrys.). – « Voi avete disprezzato l’istruzione, ed avete rigettato le mie parole lontano da voi ». L’istruzione qui è la dottrina della Legge, che regola i sentimenti dell’anima, ne scaccia il vizio e vi depone il germe della virtù. Come dunque oserete insegnare questa dottrina, e seminarla nel cuore degli altri, quando essa non dirige affatto le vostre azioni? « Perché avete rigettato le mie parole lontano da voi ». Non soltanto la dottrina della Legge non vi ha insegnato nulla, ma avete anche distrutto in voi gli insegnamenti della natura. Dio in effetti ha posto nella nostra anima la distinzione tra ciò che dobbiamo fare e ciò che dobbiamo evitare; ma, voi, voi avete rigettato questi insegnamenti e li avete banditi dai vostri ricordi (S. Chrys.).

ff. 18. – « Se vedete un ladro, correte a lui ». Ecco la causa di tutti i mali, ecco il grande principio distruttore della virtù, ciò che affievolisce e finisce per spegnere in un gran numero, l’amore del bene. Questo significa esentarsi dal condannare coloro che fanno il male, indirizzar loro delle felicitazioni, delle compiacenze colpevoli quanto il peccato che si approva. Ascoltate l’Apostolo Paolo che vi dice: « … non soltanto coloro che fanno di tali azioni, ma ancora coloro che le approvano » (Rom. I, 32). Non è certo un crimine leggero riunirsi con coloro che fanno il male, anche se si fosse esenti da ogni peccato. Colui che pecca può addurre la necessità o la povertà, benché queste siano cattive scusanti; ma voi, perché lodate il male che egli ha commesso e da cui non potete trarre il benché minimo piacere? E cosa c’è di più triste per voi, se egli forse si pentirà, mentre voi vi chiudete questa porta di salvezza, escludete questo rimedio, annientate questo gran principio di consolazione, ostruite con le vostre mani tutte le vie che potrebbero condurvi al porto della penitenza. Quando dunque Egli verrà, per voi che siete estranei al male e che avete come compito di riprendere i colpevoli, non solo di osservare il silenzio, e cercate di dissimulare il crimine, giungendo a farvi complice, quale giudizio si emetterà di loro e delle proprie azioni? Un gran numero di uomini, nella maggior parte dei tempi, non giudicano secondo le proprie idee ciò che devono fare, ma si lasciano influenzare e corrompere in ciò dalle altrui opinioni. Se dunque colui che fa il male vede tutti allontanarsi da lui con orrore, egli comprenderà da se stesso che ha commesso un grave peccato; ma se, invece di questa indignazione, di questo orrore, egli incontra una facile tolleranza, forse degli applausi, il giudizio della propria coscienza finisce con l’alterarsi per l’appoggio che l’opinione pubblica dà all’idea che il suo spirito, già corrotto, si fa del crimine, ed allora a quali eccessi non giungerà? Quando si condannerà e metterà termine ai crimini che commette senza scrupoli? (S. Chrys).

ff. 19. – « La vostra bocca è stata piena di malizia e la vostra lingua ha sostenuto la menzogna ». Il Profeta parla qui della malizia e della perfidia di certi uomini che per lusinga, benché essi sappiano che quel che intendono sia malefico, e per paura di offendere coloro dalla cui bocca l’ascoltano, si fanno loro complici, non solo non riprendendoli, ma ancor più tacendone. Neanche semplicemente dicono: … voi avete fatto male; ma al contrario dicono: … voi avete fatto bene, mentre sanno che si è fatto male: la loro bocca dunque è piena di malizia e la loro lingua professa la menzogna. La menzogna è una frode nel linguaggio: pensare in un modo e parlare in un altro. Il Profeta non dice: la vostra lingua ha ammesso la menzogna, ma per mostraci che c’è complicità nel male stesso, dice: « essa ha ordito la menzogna ». È poco il fare il male, … voi ve ne compiacete, lodate il peccatore alla sua presenza, e vi burlate di lui in silenzio (S. Agost.).

ff. 20. –  « Voi avete fatto queste cose ed io ho taciuto » vale a dire, Io ho rimandato la punizione, ho differito l’azione della mia severità, sono rimasto paziente ai vostri sguardi, ho atteso per lungo tempo la vostra penitenza. Ora, mentre attendevo la vostra penitenza, voi al contrario, avete meritato l’applicazione di queste parole dell’Apostolo: « … per la durezza del vostro cuore impenitente, voi ammassate contro di voi un tesoro di castighi per il giorno della collera e della manifestazione del giusto giudizio di Dio » (Rom. II, 5), (S. Agost.). – Per voi è poco che le vostre cattive azioni piacciano a voi, voi credete che esse piacciano anche a me. Perché voi non sentite ancora i colpi di un Dio vendicatore, voi volete averlo come complice ed associarlo, come un giudice corrotto, alle vostre iniquità (S. Agost.).

ff. 21. – « Io vi accuserò ». E cosa farò nell’accusarvi? Voi ora non vi vedete, ed Io farò in modo che voi vi vediate; perché se vi vedete e vi dispiacerete, piacerete a me; mentre non vedendovi, vi compiacerete di voi stessi, e dispiacerete così nello stesso tempo a me e a voi: a me quando sarete giudicati, a voi quando sarete nel fuoco eterno. Cosa farò dunque, dice il Signore? « … Io mi compiacerò in faccia a voi stessi ». Perché in effetti volete restar nascosti a voi stessi? Voi vi girate il dorso e non vedete. Io vi obbligherò a vedervi. Ciò che avete messo dietro di voi, Io lo metterò davanti ai vostri occhi; voi vedrete il vostro immondo putridume, non per correggerlo, ma per arrossirne. Fate dunque ora da voi stessi, in qualunque stato siate, ciò che Dio minaccia di fare contro di voi: cessate di voltare il dorso per non vedervi e dissimulare le vostre azioni, mettetevi davanti a voi, entrate nel tribunale della vostra coscienza, siate giudici di voi stessi; che il timore vi torturi, e questa confessione sfugga dal vostro cuore ed arrivi fino a Dio: « Signore, io ho riconosciuto la mia iniquità ed i miei peccati sono incessantemente davanti a me ». (Ps. L, 5) – (S. Agost.).

ff. 22. – Voi vi ripromettete – dice Dio – e siete veramente insensati per credere che Io abbia gli stessi vostri intendimenti; e come voi vi compiacete nell’accecarvi spegnendo tutte le luci che vi illuminano, Io avrò tanta indulgenza nel favorire il vostro accecamento, senza forzarvi mai ad aprire gli occhi; ma in questo non mi avete conosciuto; perché essendo Io ciò che sono, e come Giudice sovrano, potendo dispensarmi dal farvi vedere ciò che voi siete, e convincervene, Io vi riprenderò, e con le censure del mio giudizio, supplirò ai consigli fedeli che avete rigettato, alle sagge rimostranze che avete negletto, alle reprensioni salutari di coloro che volevano e dovevano indirizzarvi, ma che la vostra indocilità ha raffreddato e come annientato lo zelo; Io vi riprenderò, e poiché non avete voluto profittare della sincerità degli uomini, né per correggervi, né per istruirvi, Io vi esporrò, vi metterò davanti a voi stessi (Bourd. Sur le jug. de Dieu).

ff. 23. – Secolo indocile, tu hai preso in odio la disciplina, ed hai rigettato dietro di te le mie parole. Tu non hai rispettato né la giustizia, né la morale: denaro e piacere, cupidità e voluttà, questo era tutto il tuo programma, tutta la tua legge. Tutti i guadagni erano buoni, tutte le sregolatezze erano approvate, purché potevi parteciparne. La tua bocca abbondava di risa maliziose, la tua lingua e la tua penna con arte preparavano perfidi sofismi. A sangue freddo, ed a mente riposata, organizzavi la guerra, non – direi – solo contro tuo fratello, ma contro tuo Padre, il Capo della grande società cristiana; tu ponevi delle pietre di inciampo non solo davanti ai figli, ma davanti allo Sposo di tua Madre la Santa Chiesa, e nella sua persona tu attentavi, percuotevi la famiglia umana tutta intera. Tu hai fatto questo ed Io ho taciuto; cioè Io mi sono astenuto dal punirti subito: poiché Io ti ho avvertito, Io non ho mai cessato di avvertirti con la bocca dei miei Profeti, dei miei Pontefici. Ora poiché Io tacevo, tu hai concepito il pensiero criminale che diventassi simile a te, e che la mia pazienza fosse complicità. « Io ti punirò per questo, non avrò che da metterti in faccia a te stesso », e vedrai che tutta la tua forza non è che debolezza, che la tua gloria non è che vergogna, che la tua ricchezza non è che miseria. Ed ora che se ne è avuta la prova, ora che ne è stata acquisita la dimostrazione, comprendete queste cose, voi che mettete Dio nell’oblio, per timore che non appesantisca la sua mano su di voi e che questa volta la vostra liberazione non sia impossibile (Mgr. Pie). – L’uomo accecato dalle sue passioni non comprende queste cose. – L’oblio di Dio lo mette nell’impossibilità di comprendere le verità più chiare. – Il sacrificio di lodi offerto sull’altare di un cuore infuocato di carità, è l’onore più vero ed il culto più degno che esige dai suoi servitori. – Il sacrificio dell’immolazione spirituale dell’uomo profondamente annientato davanti alla grandezza di Dio, è la via per la quale arriveremo a conoscere la salvezza di Dio (Duguet).

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO: SS. S. PIO X -“JUCUNDA SANE”

Un Pontefice Santo canonizzato che tesse gli elogi di un suo “collega”, un altro Santo Pontefice canonizzato, con il quale condivide il 3 settembre, giorno della sua nascita al cielo e della ordinazione Pontificale del Magno Gregorio, il “Consul Dei”. È una lettera intensa, mozzafiato per il lettore impregnato dello Spirito di Dio. Prendendo spunto dalle vicende storiche dell’epoca gregoriana, epoca funesta per la Chiesa Cattolica, per la città di Roma e la terra italica, per gli imperi d’Occidente e d’Oriente, il Papa Pio X, sottolinea la situazione di pari, se non di peggiore gravità dell’inizio novecento, in cui il modernismo e le sette massoniche tentavano il loro ingresso nella Chiesa Cattolica con detrimento grande delle condizioni spirituali di milioni di anime (invasione solo rimandata, ma pienamente riuscita con il “golpe del 26 ottobre 1958 ed il Conciliabolo c. d. Vaticano II). Il richiamo ai chierici ed ai responsabili di governo a nulla servirono all’epoca ed a nulla servono ancor oggi, momento ancor più funesto per la Chiesa di Cristo che, eclissata, vive la sua Passione e la Crocifissione in attesa di essere dichiarata morta dalla setta ecumenico-massonica della controchiesa vaticana con i satelliti: gli pseudo tradizionalisti della loggia di Ecône e degli abominevoli sedevacantisti cani-sciolti. Nelle epoche citate il Signore suscitò questi grandi santi, San Gregorio Magno e San Pio X per l’appunto: il primo raddrizzò la barca di Pietro naufragante materialmente e spiritualmente, il secondo cercò di arginare la marea montante modernista, coacervo di tutte le eresie, e di restaurare “tutte le cose in Cristo”. Ma oggi ci vuole veramente la mano ed il soffio della bocca di Gesù Cristo Nostro Signore (2 Tess. II) per rimettere in sesto  una …”Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio” … Ma ecco che il Santo Pontefice è pronto a ricordarci … ” che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del Primo degli Apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi, dalla pietra, Pietro? “. Ed ancora oggi è Pietro che dall’impedimento e dalla condizione di catacomba attuale, risorgerà, in virtù dell’azione di Cristo, a riprendere il timone impazzito e fatto roteare a casaccio dalle mani dei servi dell’anticristo, il baphomet signore dell’universo, già posto come abominio della desolazione sugli altari della chiesa-conchiglia, un mollusco di cui restano solo le valve esterne, come nello stemma di un recente antipapa. Invochiamo quindi il Signore per il bene della sua Chiesa e del popolo da Lui riscattato con il Sacrificio sulla croce e, dopo aver letto attentamente questa preziosissima enciclica, rivolgiamoci a Lui con le parole dello Spirito Santo: « … Miserere nostri, Deus omnium, et respice nos, et ostende nobis lucem miserationum tuarum:  et immitte timorem tuum super gentes quæ non exquisierunt te, ut cognoscant quia non est Deus nisi tu, et enarrent magnalia tua. Alleva manum tuam super gentes alienas, ut videant potentiam tuam. Sicut enim in conspectu eorum sanctificatus es in nobis, sic in conspectu nostro magnificaberis in eis:  ut cognoscant te, sicut et nos cognovimus quoniam non est Deus praeter te, Domine. Innova signa, et immuta mirabilia. Glorifica manum et brachium dextrum. Excita furorem, et effunde iram. Tolle adversarium, et afflige inimicum. Festina tempus, et memento finis, ut enarrent mirabilia tua. In ira flammæ devoretur qui salvatur: et qui pessimant plebem tuam inveniant perditionem. Contere caput principum inimicorum, dicentium: Non est alius præter nos. ».  (Sir. XXXVI, 1-12)

san Pio X

Iucunda sane

Lettera Enciclica

Gioconda certo torna la memoria, venerabili fratelli, di quel grande “incomparabile uomo” (Martyrologium Romanum, 3 sept.), il Pontefice Gregorio, primo di questo nome, la cui solennità centenaria, al volgere del secolo XIII dalla sua morte, stiamo per celebrare. Da quel Dio, che “mortifica e vivifica, … che umilia e solleva” (1 Re II, 6. 7), tra le cure quasi innumerabili del ministero Nostro apostolico, tra le tante angosce dell’animo per i molti e gravi doveri che il governo della chiesa universale C’impone, tra le insistenti sollecitudini di soddisfare nel miglior modo possibile voi, venerabili fratelli, chiamati a partecipare del Nostro apostolato, e i fedeli tutti affidati alle Nostre cure, non senza una particolare provvidenza fu disposto, così pensiamo, che il Nostro sguardo negli inizi del Nostro Sommo Pontificato si rivolga subito su questo santissimo e illustre antecessore Nostro, onore della Chiesa e decoro. L’animo infatti si apre a grande fiducia nella sua validissima intercessione presso Dio, e si riconforta nel ricordare sia le massime sublimi che inculcò con l’alto suo Magistero, sia le virtù santamente da lui praticate. E se per la forza delle une e per la fecondità delle altre egli impresse nella Chiesa di Dio un’orma sì vasta, sì profonda, sì duratura, che giustamente i contemporanei e i posteri gli diedero il nome di “Grande”, e oggi ancora dopo tanti secoli si verifica l’elogio della sua iscrizione sepolcrale: “egli vive eterno in ogni luogo per le innumerabili sue buone opere” (Apud IOANNEM DIACONUM, Vita Gregorii, lib. IV, c. 68),non può fare che ai seguaci tutti dei suoi mirabili esempi, col conforto della grazia divina, non sia dato di adempiere i propri doveri per quanto lo consenta l’umana debolezza. – Occorre appena ricordare quel che dai pubblici documenti è già a tutti noto. Sommo era lo scompaginamento dello stato allorché Gregorio ascese al Sommo Pontificato; l’antica civiltà era pressoché tramontata, e dilagava la barbarie in tutti i domini del cadente impero romano. L’Italia poi, abbandonata dagli imperatori di Bisanzio, era divenuta quasi preda dei Longobardi, che, non ancora assestati, scorazzavano per ogni dove, devastando ogni cosa col ferro e col fuoco, recando dappertutto desolazione e morte. Questa stessa città, minacciata all’esterno dai nemici, all’interno provata dai flagelli della pestilenza, delle inondazioni, della fame, venne ridotta a sì miserevole stato, che non si sapeva come più oltre mantenere in vita, non soltanto i cittadini, ma anche le dense moltitudini che vi si rifugiavano. Si vedeva uomini e donne d’ogni condizione, Vescovi e Sacerdoti recanti vasi sacri salvati dalle rapine, monaci e innocenti spose di Cristo, che con la fuga si sottraevano o alle spade nemiche o agli insulti brutali di uomini perduti. Gregorio stesso chiamò la chiesa di Roma: “Nave vetusta e terribilmente squarciata; dappertutto infatti entrano i flutti e le tavole marcite; squassate dalla violenta e quotidiana tempesta, fanno presagire il naufragio”.Ma il nocchiero suscitato da Dio aveva mano potente; e posto al timone, non solo tra l’imperversare dei marosi seppe toccare il porto, ma anche mettere al sicuro la nave dalle tempeste future. – Ed è cosa veramente ammirabile quant’egli ottenne nei poco più di tredici anni del suo governo. Fu ristoratore dell’intera vita cristiana, ravvivando la pietà dei fedeli, l’osservanza dei monaci, la disciplina del clero, la cura pastorale dei Vescovi. Quale “padre prudentissimo della famiglia di Cristo”,mantenne e accrebbe i patrimoni della Chiesa e largamente sovvenne, secondo la necessità propria di ciascuno, al popolo immiserito, alla società cristiana, alle singole chiese. “Divenuto” veramente “console di Dio”,spinse la sua azione feconda ben oltre le mura di Roma e tutta in bene della società civile. Si oppose energicamente alle ingiuste pretese degli imperatori bizantini; rintuzzò le audacie e represse le vergognose ingordigie degli esarchi e degli officiali imperiali, ergendosi a pubblico difensore della giustizia sociale. Ammansì la ferocia dei Longobardi, non dubitando di andare egli stesso in persona incontro ad Agilulfo alle porte di Roma, al fine di smuoverlo dall’assedio della città, come già aveva fatto con Attila il papa Leone Magno; né mai in seguito si trattenne dalle preghiere, dalle soavi persuasioni, dagli accorti negoziati, finché non vide quietare quel popolo temuto e ordinarsi a più regolare governo, finché non lo seppe guadagnato alla Fede Cattolica; per opera specialmente della pia regina Teodolinda sua figlia in Cristo. Perciò Gregorio può a buon diritto chiamarsi salvatore e liberatore dell’Italia, della “terra sua”,come egli soavemente la chiama. Per le incessanti sue cure pastorali si vanno spegnendo i resti dell’eresia in Italia e in Africa, si riordinano le cose ecclesiastiche nelle Gallie, si rassodano nella conversione già cominciata i Visigoti delle Spagne, e l’inclita nazione inglese, la quale “posta in un angolo del mondo, mentre finora rimaneva ostinata nel culto dei legni e delle pietre”,accoglie anch’essa la vera fede di Cristo. Il cuore di Gregorio sovrabbonda di gioia alla notizia di sì preziosa conquista, come quello di un padre che riceve tra le braccia il figlio suo dilettissimo e ne riferisce ogni merito a Gesù redentore, “per il cui amore”, come scrive egli stesso, “rintracciamo nella Bretagna sconosciuti fratelli, per la cui grazia troviamo quelli che ignari andavamo cercando” (Registrum Epistularum, XI, 36 (28), Ad Augustinum Anglorum episcopum). – E la nazione inglese fu sì grata al santo Pontefice che lo chiamò sempre: “maestro nostro, dottore nostro, apostolico nostro, Papa nostro, Gregorio nostro”, e considerò se stessa come il sigillo del suo apostolato. Per ultimo la sua azione fu così salutarmente efficace che la memoria delle cose da lui operate s’impresse profondamente negli animi dei posteri, particolarmente durante il Medioevo, che respirava, per così dire, dell’aria da lui infusa, si nutriva della sua parola, conformava la vita e i costumi a seconda dei suoi esempi, introducendosi felicemente nel mondo la civiltà sociale cristiana in opposizione a quella romana dei secoli precedenti per sempre tramontata. – “Questa è mutazione della mano dell’Altissimo”! E ben si può dire che nella mente di Gregorio non altro che la mano di Dio fu operatrice di sì grandi imprese. Di fatto, così scriveva egli al santissimo monaco Agostino a proposito della ricordata conversione degli angli e può applicarsi a tutto il resto nella sua azione apostolica: “Di chi è mai quest’opera, se non di Colui, il quale disse: Il Padre mio opera fino al presente e io pure opero? Per mostrare al mondo che voleva convertirlo, non con la sapienza degli uomini, ma con la sua virtù, elesse a predicatori del mondo uomini illetterati; e questo medesimo fece pur ora, essendosi degnato di operare fra la gente degli angli cose forti, per mezzo di uomini deboli”.Noi riconosciamo senza dubbio quel che la profonda umiltà del santo Pontefice nascondeva al suo sguardo: e la perizia negli affari, e l’ingegno accorto nel condurre a termine, le imprese, e la prudenza mirabile in ogni disposizione, e la vigilanza assidua e la sollecitudine perseverante. Ma è certo insieme, che egli non si fece innanzi con la potenza e con la forza dei grandi della terra, laddove invece nell’altissimo grado della dignità pontificia volle chiamarsi per primo: “Servo dei servi di Dio”; non si aprì la strada soltanto con la scienza profana ovvero con le “persuasive parole dell’umana sapienza” (1 Cor II, 4), non con le accortezze della civile politica, neppure con i sistemi di rinnovamento sociale abilmente studiati e preparati e quindi posti in esecuzione; neppure infine, e ciò è meraviglioso, col proporsi un vasto programma di azione apostolica da attuare gradualmente; mentre al contrario, come è noto, il suo pensiero era pieno dell’idea di una prossima fine del mondo e perciò del pochissimo tempo che rimaneva per le grandi azioni. Debolissimo e gracile di corpo, continuamente afflitto da infermità che più volte lo ridussero in fin di vita, egli possedeva una incredibile energia di spirito, la quale riceveva sempre nuovo alimento dalla fede viva nella parola infallibile di Cristo e nelle sue divine promesse. Inoltre con fiducia illimitata contava sulla forza soprannaturale da Dio data alla Chiesa per bene compiere la sua divina missione nel mondo. – Per questo il proposito costante della sua vita, quale è comprovato da tutte le sue parole e da tutte le sue opere, fu questo: di mantenere in sé e suscitare negli altri questa medesima viva fede e confidenza, operando tutto il bene che tornasse per il momento possibile in attesa del giudizio divino. – Ne seguiva in lui la volontà risoluta di adoperare per la comune salvezza l’esuberante ricchezza dei mezzi soprannaturali datida Dio alla sua chiesa, quali sono la dottrina infallibile delle verità rivelate, la predicazione efficace di tale dottrina in tutto il mondo e i Sacramenti che hanno virtù d’infondere o di accrescere la vita dell’anima, e la grazia della preghiera nel nome di Cristo che assicura la protezione celeste. – Questi ricordi, venerabili fratelli, ci tornano di indicibile conforto. Se dall’alto di queste mura vaticane volgiamo attorno lo sguardo, a somiglianza di Gregorio e forse più ancora di lui dobbiamo temere; tante sono le tempeste addensate da ogni lato, tanti gli eserciti nemici che premono, e tanto insieme è l’abbandono in cui siamo di ogni umano sussidio per ribattere le une e sostenere l’impeto degli altri. Ma se riflettiamo dove poggiano i Nostri piedi, dove questa sede pontificia è collocata, Ci sentiamo del tutto sicuri sulla rocca della santa Chiesa. “Chi infatti ignora”, scriveva s. Gregorio al patriarca Eulogio di Alessandria, “che la santa Chiesa è fondata sulla solidità del primo degli Apostoli, il quale trasse nel nome la fermezza della sua mente al punto da chiamarsi, dalla pietra, Pietro?”.La forza soprannaturale della Chiesa nel passare dei secoli non è venuta mai meno, né fallirono le promesse di Cristo; e come già consolavano il cuore di Gregorio, tali si mantengono, anzi per Noi acquistano maggiore forza nella riprova di tanti secoli, nel vario corso di tanti avvenimenti. – Passarono regni e imperi, tramontarono popoli fiorenti per nome e per civiltà, più volte le nazioni come accasciate dal peso degli anni si disfecero in se medesime. Ma la Chiesa, indefettibile nella sua essenza, unita con vincolo indissolubile al suo Sposo celeste, è qui fulgente di eterna giovinezza, forte del medesimo primitivo vigore, quale uscì dal cuore trafitto di Cristo spirato in croce. Uomini potenti del secolo si sollevarono contro di lei. Essi sparirono, ma ella rimase. Sorsero sistemi filosofici innumerevoli, d’ogni forma, d’ogni genere, superbamente vantandosene i maestri, quasi avessero finalmente sbaragliata la dottrina della Chiesa, rifiutati i dogmi della fede, dimostrato l’assurdo dei suoi insegnamenti. Ma quei sistemi l’un dopo l’altro si annoverano nelle storie, dimenticati, falliti; mentre dalla rocca di Pietro rifulge così sfolgorante la luce della verità, come quel giorno che Gesù l’accese al suo apparire nel mondo e le diede l’alimento della sua divina parola: “Passerà il cielo e la terra, ma le mie parole non passeranno” (Mt XXIV, 35). – Noi, nutriti di questa fede, resi solidi su questa pietra, sentendo nel fondo dell’animo tutti i doveri gravissimi che il primato C’impone, ma insieme tutto il vigore che per volontà divina in Noi deriva, attendiamo tranquilli che si sperdano al vento le tante voci che ci gridano intorno che la Chiesa Cattolica ha finito il suo tempo, che le sue dottrine sono per sempre tramontate, che da qui a poco essa si vedrà condannata o ad accettare i pareri della scienza e della civiltà senza Dio o a sparire dall’umano consorzio. Insieme però non possiamo fare a meno di ricordare a tutti, grandi e piccoli, come già fece il papa Gregorio, la necessità assoluta di ricorrere a questa Chiesa per avere la salute eterna, per battere la diritta via della ragione, per nutrirsi della verità, per conseguire la pace e la stessa felicità di questa vita terrena. – Perciò, per usare le parole del santo Pontefice, “volgete i vostri passi a questa pietra inconcussa, sopra la quale il Redentore nostro volle fondata la Chiesa universale, perché il cammino di chi è sincero di cuore non incontri ostacoli e si smarrisca”. Soltanto la carità della Chiesa e l’unione con essa “unisce la divisione, riordina ciò che è confuso, tempera le ineguaglianze, compie le imperfezioni”.Fermamente è da ritenere che nessuno può con rettitudine governare le cose terrene, se non sa trattare le celesti, e che “la pace degli stati dipende dalla pace universale della chiesa”.Nasca quindi l’assoluta necessità di una perfetta armonia tra i due poteri, ecclesiastico e civile, essendo ambedue per volere di Dio chiamati a sostenersi l’un l’altro. Di fatto, “la potestà sugli uomini tutti fu data dal cielo affinché siano aiutati quelli che aspirano al bene, perché la via del cielo si apra più largamente, perché il regno terrestre serva al celeste”. – Da questi princìpi proveniva l’invitta fermezza d’animo di Gregorio, che Noi, con l’aiuto di Dio, Ci studieremo d’imitare, proponendoci di volere ad ogni costo difendere i diritti e le prerogative, onde il Pontificato Romano è custode e vindice innanzi a Dio e innanzi agli uomini. Perciò il medesimo Gregorio scriveva ai patriarchi di Alessandria e di Antiochia: Quando si tratti dei diritti della Chiesa universale, “dobbiamo dimostrare anche con la morte, che per amore di qualche nostro particolare interesse, nulla vogliamo che torni a danno del bene comune”.E all’imperatore Maurizio: “Chi per vana ostentazione di gloria leva la sua cervice contro Dio onnipotente e contro gli statuti dei Padri, non piegherà a sé la mia cervice, neppure col taglio delle spade, come io confido nello stesso Dio onnipotente”. E al diacono Sabiniano: “Sono pronto a morire anziché permettere che ai miei giorni la Chiesa degeneri. E tu ben conosci le mie abitudini, che io sopporto a lungo; ma se io poi mi decido di non sopportare più oltre, vado incontro ai pericoli con animo lieto”. – Tali erano le massime fondamentali che andava annunziando il papa Gregorio, ed era ascoltato. Così nella docilità dei prìncipi e dei popoli alla sua parola il mondo riconquistava la salute vera e si rimetteva nella via della civiltà, tanto più nobile e feconda di beni, quanto meglio era fondata sui dettami inconcussi della ragione e della disciplina morale e traeva ogni forza dalla verità divinamente rivelata e dalle massime dell’evangelo. – Ma allora i popoli, sebbene rozzi, ignoranti, privi ancora di ogni civiltà, erano però avidi di vita. Nessuno poteva loro darla, se non Cristo per mezzo della Chiesa: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv X, 10). Ed ebbero veramente la vita e abbondante, appunto perché dalla Chiesa non potendo venire altra vita se non quella soprannaturale delle anime, questa racchiude in sé e rafforza tutte le altre energie della vita, anche solo di ordine naturale. “Se la radice è santa, santi saranno pure i rami”, diceva Paolo al popolo etnico “e tu pure essendo oleastro sei stato innestato in quelli e sei divenuto partecipe della radice e della fecondità dell’olivo” (Rm XI, 16-17). – Oggi al contrario, sebbene il mondo goda una luce sì piena di civiltà cristiana e sotto questo aspetto non possa neppur lontanamente paragonarsi a quello dei tempi di Gregorio, sembra però stanco di quella vita, che pure è stata ed è ancora fonte precipua e spesso unica di tanti beni, non soltanto passati, ma anche presenti. Né solo, come avvenne in altri tempi al sorgere delle eresie e degli scismi, taglia sé stesso fuori del tronco quasi ramo inutile, ma pone la scure alla radice prima dell’albero che è la Chiesa, e si sforza di inaridirne il succo vitale, perché la rovina di lei sia più sicura ed essa più non rigermini. – In questo errore, che è il massimo del nostro tempo e la fonte da cui derivano tutti gli altri, sta l’origine di tanta perdita dell’eterna salute degli uomini e di tante rovine in fatto di Religione che andiamo lamentando, e delle molte altre che temiamo ancora, se non si pone rimedio al male. Si nega cioè ogni ordine soprannaturale, e perciò l’intervento divino nell’ordine della creazione e nel governo del mondo e la possibilità del miracolo; tolte le quali cose è necessario scuotere i fondamenti della Religione Cristiana. S’impugnano perfino gli argomenti, con i quali si dimostra l’esistenza di Dio, rifiutando con inaudita temerarietà e contro i primi princìpi della ragione la forza invincibile della prova che dagli effetti ascende alla causa, che è Dio, e alla nozione dei suoi attributi infiniti. “Infatti, dalla creazione del mondo in poi, le sue perfezioni invisibili possono essere contemplate con l’intelletto nelle opere da Lui compiute, come la sua eterna potenza e divinità” (Rm I, 20). Resta quindi aperto l’adito ad altri errori gravissimi, ugualmente ripugnanti alla retta ragione e nocivi ai buoni costumi. – Di fatto la gratuita negazione del principio soprannaturale, propria “della scienza di falso nome” (1 Tm 6, 20), diviene il postulato di una critica storica ugualmente falsa. Tutto ciò che si riferisce in qualsiasi modo all’ordine soprannaturale, perché o gli appartiene, o lo costituisce, o lo presuppone, o perché solo in esso trova la sua spiegazione, è cancellato senz’altro esame dalle pagine della storia. Tale è la divinità di Gesù Cristo, la sua incarnazione per opera dello Spirito santo, la sua Risurrezione per virtù propria e in genere tutti i dogmi della nostra fede. Posta così la scienza sopra una falsa via, non c’è più legge critica che la trattenga, ed essa cancella a capriccio dai Libri Santi tutto ciò che non le garba o crede contrario alla tesi prestabilita che vuoi dimostrare. Tolto infatti l’ordine soprannaturale, la storia delle origini della Chiesa deve fabbricarsi su tutt’altro fondamento; e perciò i novatori rimaneggiano a proprio talento i momenti della Storia, traendoli a dire quel che essi vogliono, non quel che intesero gli autori. – Molti restano tanto presi dall’apparato straordinario di erudizione che si ostenta e dalla forza apparentemente convincente delle prove addotte, che o perdono la fede o se ne sentono gravemente scossi. Ci sono pure di quelli che, fermi nella loro fede, accusano la scienza critica come demolitrice, mentr’essa è per sé innocente ed elemento sicuro di ricerca, quando sia rettamente applicata. Né gli uni né gli altri si avvedono del falso presupposto, da cui pigliano le mosse, vogliamo dire la scienza di falso nome, la quale logicamente li spinge a conclusioni ugualmente false. Posto cioè un falso principio filosofico, torna viziata ogni cosa. Perciò la confutazione di questi errori non sarà mai efficace, se non si cambia la posizione; cioè se gli erranti non si traggono dal campo critico, dove si credono trincerati, in quello legittimo della filosofia, abbandonato il quale, attinsero l’errore. – Intanto però è doloroso dover applicare ad uomini, ai quali non mancano l’acutezza della mente e la costanza dell’applicazione, il rimprovero che Paolo faceva a coloro, che dalle cose terrene non ascendono a quelle che sfuggono allo sguardo: “Svanirono nei loro pensamenti e si ottenebrò lo stolto loro cuore: infatti, dicendo di essere saggi, diventarono stolti” (Rm I, 21-22). E davvero non altro che stolto deve dirsi colui che consuma tutte le sue forze intellettuali a fabbricare sulla rena. – Né meno lagrimevoli sono i guasti, che da quella negazione provengono alla vita morale degli individui e della società civile. Tolto il principio che nulla di divino esiste oltre questo mondo visibile, assolutamente non c’è più ritegno alcuno alle sbrigliate passioni, anche più basse e indegne, donde asserviti gli animi si abbandonano a disordini d’ogni specie. “Dio li ha abbandonati all’impurità secondo i desideri del loro cuore, sì da disonorare fra di loro i propri corpi” (Rm I, 24). Voi ben vedete, venerabili fratelli, come veramente trionfi dappertutto la peste dei depravati costumi, e come l’autorità civile, laddove non ricorra agli aiuti dell’anzidetto ordine soprannaturale, non sia affatto capace di frenarla. Anzi l’autorità non sarà capace di sanare gli altri mali, se si dimentica o si nega che ogni potere viene da Dio. Il freno unico d’ogni governo è allora la forza; la quale però, né costantemente si adopera, né sempre può aversi alla mano; perciò il popolo si va logorando come per un occulto malessere, d’ogni cosa è scontento, proclama il diritto di agire a suo arbitrio, attizza le ribellioni, suscita le rivoluzioni degli stati, talvolta turbolentissime, mette sottosopra ogni diritto umano e divino. Tolto di mezzo Dio, ogni rispetto alle leggi civili, ogni riguardo alle istituzioni anche più necessarie viene meno; si disprezza la giustizia, si calpesta la stessa libertà proveniente dal naturale diritto; si giunge perfino a distruggere la compagine stessa della famiglia, che è il fondamento primo e inconcusso della compagine sociale. Ne segue che, ai tempi nostri ostili a Cristo, si rende più difficile l’applicare i rimedi potenti, dal Redentore messi in mano alla chiesa, al fine di mantenere i popoli nel loro dovere. – E nondimeno non c’è salvezza se non in Cristo: “Infatti non sotto il cielo altro nome dato agli uomini grazie al quale possiamo essere salvati” (At IV, 12). A Lui dunque occorre tornare. Ai suoi piedi conviene di nuovo prostrarsi per ascoltare dalla sua bocca divina le parole di vita eterna; poiché Egli solo può additarci la via della rigenerazione, egli solo insegnarci la verità, egli solo restituirci la vita. Egli appunto ha detto: “Io sono la via e la verità e la vita” (Gv XIV, 6). Si è tentato nuovamente di operare quaggiù senza di Lui; si è cominciato a costruire l’edificio, scartando la pietra angolare, come l’Apostolo Pietro rimproverava ai crocifissori di Gesù. Ed ecco di nuovo la mole innalzata si sfascia e ricade sugli edificatori e li stritola. Ma Gesù rimane pur sempre la pietra angolare della società umana, e di nuovo si verifica che fuori di Lui non c’è salvezza: “Questa è la pietra rigettata da voi che fabbricate, la quale è divenuta testata d’angolo, né in alcun altro c’è salvezza” (At IV, 11-12). – Di qui riconoscerete facilmente, venerabili fratelli, l’assoluta necessità che ci stringe tutti di risuscitare con la massima energia dell’animo e con tutti i mezzi di cui possiamo disporre, codesta vita soprannaturale in ogni ordine della società: nel povero operaio che suda da mane a sera per guadagnarsi un tozzodi pane e nei grandi della terra che reggono i destini delle nazioni. È da ricorrere anzitutto alla preghiera privata e pubblica, per implorare le misericordie del Signore e l’aiuto suo potente. “Signore, salvaci; siamo perduti” (Mt VIII, 25), dobbiamo ripetergli come già gli Apostoli sbattuti dalla tempesta. – Ma ciò non basta. Gregorio se la prende col Vescovo, che per amore della stessa solitudine spirituale e della preghiera, non scende in campo a combattere strenuamente per la causa del signore: “Egli porta privo di senso il nome di Vescovo”.E con ogni diritto; infatti conviene illuminare gli intelletti con la predicazione continua della verità, ribattendo efficacemente gli errori coi princìpi della vera e solida filosofia e teologia e coi mezzi tutti che provengono dal genuino progresso dell’investigazione storica. Più ancora è necessario inculcare convenientemente nella mente di tutti le massime morali insegnate da Gesù Cristo; perché ognuno impari a vincere se stesso, a frenare le passioni dell’animo, a fiaccare l’orgoglio, a vivere soggetto all’autorità, ad amare la giustizia, ad esercitare la carità verso tutti, ad attenuare con amore cristiano le dure disuguaglianze sociali, a staccare il cuore dai beni della terra, a vivere contento dello stato in cui la Provvidenza ha posto ciascuno, cercando in esso di migliorare con l’adempimento dei propri doveri, ad anelare alla vita futura nella speranza del premio eterno. Ma soprattutto è necessario che questi princìpi s’insinuino e penetrino fin dentro al cuore, affinché la vera e soda pietà vi metta profonde radici, e ognuno, come uomo e come Cristiano, riconosca, non a parole soltanto, ma coi fatti, i propri doveri e ricorra con fiducia filiale alla Chiesa e ai suoi ministri, per ottenere da loro il perdono delle colpe, ricevere la grazia fortificante dei Sacramenti e riordinare la propria vita secondo le leggi cristiane. – A questi fondamentali doveri del ministero spirituale è necessario congiungere la carità di Cristo, mossi dalla quale non vi sia afflitto che per noi non si consoli, non lacrime che dalle nostre mani non siano asciugate, non bisogno che da noi non sia sollevato. All’esercizio di tale carità consacriamoci totalmente; cedano ad essa tutte le nostre cose, ad essa si pospongano gli interessi nostri personali e le proprie comodità, “facendoci tutto a tutti” (1 Cor IX, 22) per guadagnare tutti al Signore, dando la stessa nostra vita, sull’esempio di Cristo, che ne impone il dovere ai pastori della chiesa: “Il buon pastore dà la vita per le sue pecore” (Gv X, 11). Questi preziosi ammonimenti abbondano nelle pagine che Gregorio ha lasciato scritte, e sono espressi con forza di gran lunga maggiore nei molteplici esempi della sua vita ammirabile. – Ora siccome tutte queste cose sgorgano necessariamente e dalla natura dei princìpi della rivelazione cristiana e dalle proprietà intrinseche che deve avere il nostro apostolato, voi ben vedete, venerabili fratelli, quanto siano in errore coloro che stimano di rendere servizio alla Chiesa e di fruttificare alla salute delle anime, allorché per una tale prudenza della carne sono larghi di concessioni alla scienza di falso nome, nella funesta illusione di poter così guadagnare più facilmente gli erranti, ma in verità nel continuo pericolo di andar perduti essi stessi. La verità è una sola e non può essere dimezzata; essa perdura eterna e non va soggetta alle vicende dei tempi: “Gesù Cristo ieri e oggi, egli (è) anche nei secoli” (Eb XIII, 8). – E così pure sbagliano gravemente coloro, che nell’occuparsi del pubblico bene, soprattutto sostenendo la causa delle classi inferiori, promuovono sopra ogni cosa il benessere materiale del corpo e della vita, tacendo affatto del loro bene spirituale e dei doveri gravissimi che ingiunge la professione cristiana. Non si vergognano di coprire talvolta quasi con un velo certe massime fondamentali dell’Evangelo, per timore che altrimenti la gente rifugga dall’ascoltarli e seguirli. Non sarà certo alieno dalla prudenza il procedere a poco a poco nella stessa proposizione della verità, quando si ha a che fare con uomini del tutto alieni da noi e del tutto lontani da Dio. “Prima di adoperare il ferro, occorre palpare con mano leggera le ferite”, diceva Gregorio. Ma anche questo espediente si ridurrebbe a prudenza della carne, se si proponesse come norma di azione costante e comune; tanto più che in tal modo sembra non tenersi nel debito conto la grazia divina, che sostiene il ministero sacerdotale e che è data, non solo a quelli che lo esercitano, ma anche ai fedeli tutti di Cristo, perché le nostre parole e la nostra azione facciano breccia nei loro cuori. Gregorio non conobbe affatto questa prudenza, sia nella predicazione dell’Evangelo, sia nelle tante e sì mirabili opere da lui intraprese a sollievo delle miserie altrui. Egli continuò costantemente quel medesimo che avevano fatto gli Apostoli, i quali, allorché si lanciarono la prima volta nel mondo a portarvi il nome di Cristo, ripetevano il detto: “Noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i giudei, stoltezza per i gentili” (1 Cor I, 23). Se v’era tempo in cui la prudenza umana pareva unico espediente ad ottener qualche cosa in un mondo del tutto impreparato a ricevere dottrine, sì nuove, sì ripugnanti alle umane passioni, sì opposte alla civiltà, allora ancor floridissima, dei greci e dei romani, certo era quello della prima predicazione della fede. Ma gli Apostoli disdegnarono quella prudenza; perché ben conoscevano il precetto di Dio: “Piacque a Dio di salvare i credenti per mezzo della stoltezza della predicazione” (1 Cor I, 21). E come fu sempre, così oggi ancora questa stoltezza per quelli che sono salvati, cioè per noi, è la virtù di Dio” (1 Cor I, 18). Lo scandalo del Crocifisso, come per l’innanzi, così sempre in seguito ci fornirà l’arma più potente di tutte; come altra volta, così di poi, in quel segno otterremo vittoria. – Tuttavia, venerabili fratelli, quest’arma perderà della sua efficacia o sarà del tutto inutile, se si trovasse in mano di uomini, che non siano assuefatti alla vita interiore con Cristo, non educati nella scuola della vera e soda pietà, non appieno infiammati di zelo per la gloria di Dio e per la propagazione del suo regno. Gregorio sentiva siffattamente questa necessità, che adottava la più grande sollecitudine nel creare vescovi e sacerdoti, animati da gran desiderio dell’onore divino e del vero bene delle anime. E tale intento si propose nel libro della Regola pastorale,dove sono raccolte le norme per la salutare formazione del clero e per il governo dei vescovi, molto utili non solo ai tempi suoi ma anche ai nostri. Egli, come annota il suo biografo, “a guisa di Argo luminosissimo girava intorno gli occhi della sua pastorale sollecitudine per tutta l’ampiezza del mondo”, per scoprire e correggere le mancanze e le negligenze del clero. Ché anzi tremava al solo pensiero, che la barbarie o l’immoralità potessero far presa nella vita del clero; e andava profondamente scosso e non si dava più pace, allorché avvertiva qualche infrazione alle leggi disciplinari della Chiesa, e subito ammoniva, correggeva, minacciando pene canoniche ai trasgressori, talvolta applicandole immediatamente egli stesso, tal altra senza dilazione alcuna e senza alcun umano riguardo rimuovendo gli indegni dal loro officio. – Inoltre inculcava molte massime, che in simile forma di frequente leggiamo nei suoi scritti: “Con quale animo prende l’officio di mediatore del popolo presso Dio, chi non è conscio di essere familiare della sua grazia per il merito della vita?”. – “Se nel suo operare vivono le passioni, con quale presunzione s’affretta a medicare il ferito chi porta la piaga in volto?”. Qual frutto si potrà sperare nei fedeli Cristiani, se i messaggeri della verità “combattono coi costumi, quel che predicano con le parole?”.- “Davvero non può togliere i delitti altrui, chi ne va guastato” (Regula pastoralis, I, 11). – Così egli intende e descrive l’immagine del vero sacerdote: “È colui che, morendo a tutte le passioni della carne, già vive spiritualmente; colui che ha posposto le prosperità del mondo; colui che non teme affatto le avversità; colui che brama soltanto le cose interiori; colui che non si lascia prendere dal desiderio delle cose altrui, ma è generoso nel dare del proprio; colui che, tutto viscere di pietà, è incline al perdono, ma nel perdono non devia mai più di quel che convenga dall’apice della rettitudine; colui che non commette mai cose illecite, ma le cose illecite altrui deplora come sue proprie; colui che con ogni affetto del cuore compatisce l’altrui debolezza, e della prosperità del prossimo si allieta, come del suo proprio profitto; colui che in ogni cosa sua così si rende modello agli altri, da non avere onde arrossire, nemmeno circa le azioni passate; colui che si studia di vivere in modo che possa anche irrigare gli aridi cuori del prossimo con le acque della dottrina; colui che per l’uso dell’orazione e per la propria esperienza conosce già di poter ottenere dal Signore quel che domanda” (Regula pastoralis, I, 10). – Quanto dunque, venerabili fratelli, ha da pensare il Vescovo seriamente con se stesso e innanzi a Dio, prima di imporre le mani ai novelli leviti! “Né per grazia di alcuno, né per suppliche che si facciano, ardisca mai di promuovere alcuno ai sacri ordini, se il tenore della vita e delle azioni sue non lo dimostri degno”.Quanto maturamente deve riflettere prima di affidare le opere dell’apostolato ai Sacerdoti novelli! Se non siano debitamente provati sotto vigile custodia di Sacerdoti più prudenti, se non consti nel modo più aperto della loro onestà di vita, del loro affetto per gli esercizi spirituali, della pronta loro volontà di seguire obbedienti le norme tutte di azione, o suggerite dalla consuetudine ecclesiastica, o comprovate dalla diuturna esperienza, o imposte da coloro che “lo Spirito santo pose Vescovi a reggere la Chiesa di Dio” (At XX, 28) eserciteranno il Ministero sacerdotale, non già in salute, ma in rovina del popolo cristiano. Infatti susciteranno discordie, provocheranno più o meno tacite ribellioni, offrendo al mondo il triste spettacolo di una quasi divisione d’animi tra noi, mentre in verità questi fatti deplorabili non sono altro che orgoglio e indisciplinatezza di alcuni pochi. Oh, siano del tutto rimossi da ogni officio gli eccitatori della discordia. Di tali Apostoli la Chiesa non ha bisogno; non sono apostoli di Gesù Cristo crocifisso, ma di se stessi. – Ci par di vedere tuttora presente al Nostro sguardo l’immagine di Gregorio nel Concistoro del Laterano, circondato da gran numero di Vescovi d’ogni parte e da tutto il clero di Roma. Oh come sgorga dal suo labbro feconda l’esortazione sui doveri del clero! Come si consuma di zelo il suo cuore! Le sue parole sono fulmini che schiantano il perverso, sono flagelli che scuotono l’indolente, sono fiamme di amore divino che soavemente investono il più fervente. Leggete, venerabili fratelli, e fate leggere e meditare al vostro clero, specialmente nell’annuale ritiro degli esercizi spirituali, quella stupenda omelia di Gregorio. – Con indicibile amarezza egli esclama tra l’altro: “Ecco, il mondo è pieno di Sacerdoti, ma è assai difficile trovare chi si impegna nella messe di Dio, perché abbiamo sì ricevuto l’ordinazione sacerdotale ma non ne adempiamo gli obblighi”.E invero, quale forza non avrebbe oggi la Chiesa, se in ogni Sacerdote potesse contare l’operaio? Quale larghissimo frutto non produrrebbe nelle anime la vita soprannaturale della Chiesa, se fosse da tutti efficacemente promossa? Gregorio ha saputo strenuamente suscitare ai tempi suoi questo spirito di energica azione, e per la spinta da lui data, ottenne che il medesimo spirito si mantenesse nelle età seguenti. L’intero Medioevo reca l’impronta, per dir così, gregoriana; da quel Pontefice infatti riconosceva pressoché ogni cosa: e le regole del governo ecclesiastico, e quelle molteplici della carità e della beneficenza nelle istituzioni ufficiali, e i princìpi dell’ascetica cristiana più perfetta e della vita monastica, e l’ordinamento della liturgia e l’arte del canto sacro. – I tempi sono di gran lunga cambiati. Ma, come più volte abbiamo ripetuto, nulla è cambiato nella vita della Chiesa. Essa ha ereditato dal suo divin Fondatore la virtù di offrire a tutti i tempi, sebbene diversi fra loro, quanto è richiesto, non solo al bene spirituale delle anime, ciò che è proprio della sua missione, ma anche quanto giova al progresso della vera civiltà, ciò che da quella missione discende come naturale conseguenza. – Non è infatti possibile che le verità dell’ordine soprannaturale, onde la Chiesa è depositaria, non promuovano altresì tutto ciò che è vero, buono e bello nell’ordine naturale, e questo con tanta maggiore efficacia, quanto più tali verità si riferiscono al princìpio supremo di ogni verità, bontà e bellezza, che è Dio. – La scienza umana guadagna di gran lunga dalla rivelazione, sia perché questa apre nuovi orizzonti e fa conoscere speditamente altre verità di semplice ordine naturale, sia perché apre la retta via all’investigazione o la tiene lontana dagli errori di applicazione e di metodo. Così un faro luminoso ai naviganti che solcano l’oceano nelle tenebre della notte addita molte cose che altrimenti non si vedrebbero, e insieme addita gli scogli, contro i quali sbattendo, la nave potrebbe naufragare. – E nelle discipline morali, poiché il divin Redentore ci propone quale modello supremo di perfezione il suo Padre celeste (Mt V, 48),cioè la bontà stessa divina, che non vede quanto impulso ne venga all’osservanza sempre più perfetta della legge naturale iscritta nei cuori, e quindi al sempre maggiore benessere dell’individuo, della famiglia, della società tutta? La ferociadei barbari fu così ridotta a gentili costumi, la donna fu liberata dall’abiezione, fu repressa la schiavitù, restituito l’ordine nella conveniente dipendenza reciproca delle varie classi sociali, riconosciuta la giustizia, proclamata la libertà vera delle anime, assicurata la pace domestica e sociale. – Le arti infine, richiamato l’esemplare supremo d’ogni bellezza che è Dio, dal quale deriva tutta la bellezza della natura, più sicuramente si ritraggono dai volgari concetti e più efficacemente s’innalzano ad esprimere l’idea, che d’ogni arte è vita. Il solo principio di adoperarle a servizio del culto, e quindi di offrire al Signore quanto nella ricchezza, nella bontà ed eleganza delle forme si stima più degno di lui, oh come è stato fecondo di bene! Esso ha creato l’arte sacra, che divenne ed è tuttora il fondamento di ogni arte profana. Abbiamo recentemente di ciò trattato in un particolare Nostro motu proprio, parlando del ristabilimento del canto romano secondo l’avita tradizione e della musica sacra. Ma quelle norme medesime si applicano anche, secondo la varia materia, alle arti, così che conviene alla pittura, alla scultura, all’architettura quel che si dice del canto, giacché di tutte queste nobilissime creazioni del genio la Chiesa è stata in ogni tempo ispiratrice e mecenate. L’umanità intera, nutrita di questo sublime ideale, innalza templi grandiosi, e quivi nella casa di Dio, come in casa sua propria, solleva la mente alle cose celesti, in mezzo alle splendide ricchezze di ogni arte bella, tra la maestà delle cerimonie liturgiche, tra le dolcezze del canto. – Tutti questi benefici, ripetiamo, l’azione di papa Gregorio seppe ottenere ai tempi suoi e nei secoli a lui seguenti; e tanto per l’intrinseca efficacia dei princìpi ai quali dobbiamo ricorrere e dei mezzi che abbiamo alla mano, sarà possibile ottenere ancor oggi, mantenendo con ogni studio il buono che per grazia di Dio ancora si conserva “ristorando in Cristo” (Ef I, 10) quanto per disgrazia dalla retta norma fosse deviato. – Ci piace metter fine a questa Nostra lettera con le parole medesime, onde Gregorio concludeva la sua memoranda esortazione nel concistoro del Laterano. “Riflettete con sollecitudine a tutto questo nel vostro intimo, o fratelli, e attuatelo al cospetto del vostro prossimo, rendendovi, così, pronti a presentare a Dio onnipotente i frutti del ministero che vi è stato affidato. A queste mete, di cui si è detto, si arriverà più con la preghiera che con la parola. Preghiamo: O Dio, che hai voluto chiamarci pastori fra il popolo, concedi a noi, ti supplichiamo, dipoter essere ai tuoi occhi come siamo chiamati dalla voce degli Uomini”. – E mentre per l’intercessione del santo pontefice Gregorio confidiamo di ottenere da Dio il benigno esaudimento della nostra preghiera, auspice dei celesti favori e testimone della Nostra benevolenza paterna, a voi tutti, venerabili fratelli, al clero e al popolo vostro, impartiamo con tutto l’affetto del cuore l’apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 12 marzo 1904, festa di S. Gregorio I, papa e dottore della Chiesa, nell’anno primo del Nostro pontificato.

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

Initium +︎ sancti Evangélii secúndum Joánnem.

R. Gloria tibi, Domine!
Joann. 1, 1-14.
Junctis manibus prosequitur:
In princípio erat Verbum, et Verbum erat apud Deum, et Deus erat Verbum. Hoc erat in princípio apud Deum. Omnia per ipsum facta sunt: et sine ipso factum est nihil, quod factum est: in ipso vita erat, et vita erat lux hóminum: et lux in ténebris lucet, et ténebræ eam non comprehendérunt.
Fuit homo missus a Deo, cui nomen erat Joánnes. Hic venit in testimónium, ut testimónium perhibéret de lúmine, ut omnes créderent per illum. Non erat ille lux, sed ut testimónium perhibéret de lúmine.
Erat lux vera, quæ illúminat omnem hóminem veniéntem in hunc mundum. In mundo erat, et mundus per ipsum factus est, et mundus eum non cognóvit. In própria venit, et sui eum non recepérunt. Quotquot autem recepérunt eum, dedit eis potestátem fílios Dei fíeri, his, qui credunt in nómine ejus: qui non ex sanguínibus, neque ex voluntáte carnis, neque ex voluntáte viri, sed ex Deo nati sunt. [Genuflectit dicens:] Et Verbum caro factum est, [Et surgens prosequitur:] et habitávit in nobis: et vídimus glóriam ejus, glóriam quasi Unigéniti a Patre, plenum grátiæ et veritatis.

PREGHIERE LEONINE

Oratio Leonis XIII

S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.
S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.
S. Ave Maria, gratia plena, Dominus tecum, benedicta tu in mulieribus et benedictus fructus ventris tui, Jesus.
O. Sancta Maria, Mater Dei, ora pro nobis peccatoribus, nunc et in hora mortis nostræ. Amen.

O. Salve Regina,

Mater misericordiæ, vita, dulcedo, et spes nostra, salve. Ad te clamamus, exsules filii Evae. Ad te suspiramus gementes et flentes in hac lacrymarum valle. Eia ergo, Advocata nostra, illos tuos misericordes oculos ad nos converte. Et Jesum, benedictum fructum ventris tui, nobis, post hoc exilium, ostende. O clemens, o pia, o dulcis Virgo Maria.
S. Ora pro nobis, sancta Dei Genitrix.
O. Ut digni efficiamur promissionibus Christi.

S. Orémus.

Deus, refúgium nostrum et virtus, populum ad te clamantem propitius respice; et intercedente gloriosa, et immaculata Virgine Dei Genitrice Maria, cum beato Joseph, ejus Sponso, ac beatis Apostolis tuis Petro et Paulo, et omnibus Sanctis, quas pro conversione peccatorum, pro libertate et exaltatione sanctae Matris Ecclesiae, preces effundimus, misericors et benignus exaudi. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

O. Sancte Michaël Archangele,

defende nos in prœlio; contra nequitiam et insidias diaboli esto præsidium. Imperet illi Deus, supplices deprecamur: tuque, Princeps militiæ Cælestis, satanam aliosque spiritus malignos, qui ad perditionem animarum pervagantur in mundo, divina virtute in infernum detrude. Amen.

S. Cor Jesu sacratissimum.
O. Miserere nobis.
S. Cor Jesu sacratissimum.
O. Miserere nobis.
S. Cor Jesu sacratissimum.
O. Miserere nobis.

COMUNIONE SPIRITUALE

COMUNIONE SPIRITUALE

ACTUS COMMUNIONIS SPIRITUALIS

164

Gesù mio, credo che Voi state nel santissimo Sacramento. Vi amo sopra ogni cosa e vi desidero nell’anima mia. Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore. Come già venuto, io vi abbraccio e tutto mi unisco a voi; non permettete che io mi abbia a separare da voi (S. Alfonso M. de’ Liguori).

Fidelibus, qui spiritualis Communionis actum, quavis adhibita formula, elicuerint, conceditur:

Indulgenza trium annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem actus perfectus fuerit.

(S. Pæn. Ap., 7 mart. 1927 et 25 febr. 1933).

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XIX DOPO PENTECOSTE (2019)D

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum [Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.]

Ps LXXVII: 1
Attendite, pópule meus, legem meam: inclináte aurem vestram in verba oris mei.
[Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca.]

Salus pópuli ego sum, dicit Dóminus: de quacúmque tribulatióne clamáverint ad me, exáudiam eos: et ero illórum Dóminus in perpétuum [Io sono la salvezza dei popoli, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.].

Oratio

Orémus.
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur.
[Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 23-28
“Fratres: Renovámini spíritu mentis vestræ, et indúite novum hóminem, qui secúndum Deum creátus est in justítia et sanctitáte veritátis. Propter quod deponéntes mendácium, loquímini veritátem unusquísque cum próximo suo: quóniam sumus ínvicem membra. Irascímini, et nolíte peccáre: sol non occídat super iracúndiam vestram. Nolíte locum dare diábolo: qui furabátur, jam non furétur; magis autem labóret, operándo mánibus suis, quod bonum est, ut hábeat, unde tríbuat necessitátem patiénti.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia,

I CARATTERI DELL’UOMO NUOVO

“Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo, che è creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Perciò, deposta la menzogna, ciascuno parli al suo prossimo con verità: poiché siamo membri gli uni degli altri. Nell’ira siate senza peccato: il sole non tramonti sul vostro sdegno. Non lasciate adito al diavolo. Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno.” (Ef. IV, 23-28).

L’epistola è tolta dalla lettera di San Paolo agli Efesini. Nei versetti precedenti l’Apostolo aveva scongiurato gli Efesini a non imitare la vita dei pagani, tra i quali essi vivevano; ma a conformare la loro condotta alla santità inculcata da Gesù Cristo. Perciò, come segue a dire nell’epistola riportata, bisogna deporre il vecchio uomo con tutte le sue inclinazioni, come si depone un vecchio vestito; e bisogna, invece, come si indossa un nuovo vestito, rivestirsi dell’uomo nuovo, rigenerato dalla grazia nella verità e nella giustizia, non più deturpato dagli errori e dalle brutture di prima. Accenna ad alcuni peccati che devono deporsi e ad alcune virtù di cui bisogna rivestirsi: devono rinunciare alla menzogna per praticare la verità; rinunciare alla collera per praticare la dolcezza; rinunciare al furto per praticare il lavoro e l’elemosina. Da quanto è detto nell’epistola possiamo dedurre chi i caratteri dell’uomo nuovo sono:

1. Il bando alle cattive abitudini,

2. La pratica del bene,

3. La riparazione.

1.

Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, e rivestitevi dell’uomo nuovo.

Nessuno vorrà farsi la domanda che S. Agostino pone in bocca a coloro che vogliono esimersi dal praticare ciò che dall’Apostolo viene inculcato. « Come mi spoglierò dell’uomo vecchio, e mi rivestirò dell’uomo nuovo? Forse io, come terzo uomo, deporrò l’uomo vecchio che possedevo, e prenderò l’uomo nuovo che non possedevo, e così si debbano intendere tre uomini?…» (En. in Ps. XXV, 1). Io dico: Rivestitevi dell’uomo nuovo, è lo stesso che dire « Rivestitevi di Gesù Cristo » (Rom. XIII, 14), chiamato anche: « Il secondo uomo», in opposizione ad Adamo «primo uomo» (1 Cor. XV, 47). Ma per rivestirci di Gesù Cristo, cioè, delle sue virtù, del suo spirito, della sua grazia, è necessario spogliarci dell’uomo vecchio, dell’uomo terreno. – Dopo la caduta di Adamo l’uomo andò attaccandosi sempre più alla terra. Alla terra sono rivolti i suoi pensieri, il suo cuore, le sue inclinazioni. I suoi discorsi, le sue opere non si staccano mai, o si staccano ben poco, dalla terra. Nella sua mente c’è l’errore, nel suo cuore ci sono le passioni, nelle sue opere c’è il disordine. In una parola, egli è l’uomo del peccato, è l’uomo che serve al peccato. – Perché possa piacere a Dio, rivestendosi di virtù, è necessario togliere il peccato. Le piante delle virtù non nascono dai semi dei vizio. Per innalzare un edificio nuovo, si toglie dal terreno ogni ingombro, in modo che il costruttore abbia la più ampia libertà di movimenti nell’seguire i suoi lavori. Per innalzare l’edificio d’una vita virtuosa, bisogna innanzi tutto sgombrare l’anima nostra dal peccato e dalle sue radici. Le abitudini d’una volta devono cessare: il modo di vivere d’una volta va cambiato, i gusti devono essere nuovi; gli idoli delle nostre passioni vanno abbattuti, e abbattuti generosamente. – Il voler rimanere attaccati anche solamente a una sola delle vecchie abitudini cattive è come rimanere attaccati a tutte. Il cuore andrebbe diviso tra la virtù e il vizio; tra Dio e l’idolo della propria passione, e questo è assolutamente inammissibile. « Chi non è con me, contro di me » (Matt. XII, 30), dichiara il Signore. Se tu avessi il cuore attaccato a un solo peccato grave, saresti sempre rivestito dell’uomo vecchio, privo della grazia, nemico di Dio.

2.

Per rivestirsi dell’uomo nuovo non basta deporre l’uomo vecchio col dare il bando alle cattive abitudini! L’astenersi dalle opere cattive non merita gran lode se non si praticano opere buone. « Infatti — nota il Crisostomo — non si è soliti lodare, anzi neppur menzionare alcuno per questo che non commette delitti… Poiché noi usiamo mai attribuire a lode la semplice astensione dalle cattive azioni; in vero ciò sarebbe ridicolo » (In Epist. ad Philipp. Hom. VI, 1). L’odiare il male è cosa assolutamente necessaria per praticare bene, poiché, « se non odiamo il male non possiamo amare il bene » (S. Gerolamo Epist. 125, 14 ad Eust.); ma questo non è tutto. – Il campo non si dissoda e non si libera dalle male piante pel semplice gusto di lavorare; ma per farvi una nuova piantagione, che ripaghi coi suoi frutti abbondanti il valore del terreno e la fatica. “Dimmi un po’, che giova — osserva ancora il Crisostomo — che si siano tolte tutte le spine se non vi si è sparso il buon seme? Se il tuo lavoro sarà rimasto imperfetto si finirà nello stesso danno di prima”. Perciò, anche il nostro S. Paolo, prendendosi cura di noi, non limita i suoi precetti alla amputazione ed alla estirpazione dei mali, ma esorta a far tosto la piantagione del bene (in Epist. ad Eph. Hom. 16, 2). E fa l’enumerazione delle buone opere che dobbiam coltivare, cominciando dalla semplicità, dalla schiettezza. Perciò, deposta la menzogna, ciascun parli al suo prossimo con verità, e continua, insegnandoci come dobbiamo usare della nostra lingua, guidare i moti del nostro cuore, diportarci nelle azioni esteriori. Sono insegnamenti che possono comprendersi tutti in uno: fuggite ogni vizio, e praticate ogni virtù. – La vita nuova, insomma, si riassume in questa norma, fare tutto l’opposto di quel che si faceva prima. San Agostino così commenta l’esortazione dell’Apostolo: Rivestitevi dell’uomo nuovo. « Ha voluto dir questo: Cambiate costumi. Prima amavate il secolo, adesso amate Dio » (Serm. 9, 8). Di questo mutamento di costumi ci dà un mirabile esempio Zaccheo. Zaccheo, capo dei doganieri incaricati di riscuotere le imposte a Gerico, ha la fortuna di ricevere in casa Gesù. Quella visita cangia totalmente il cuore del capo gabelliere. Prima era attaccato alle ricchezze che accumulava con angherie: ora se ne spoglia per prodigarne la metà ai poveri. Prima non badava tanto pel sottile, in fatto di giustizia: ora decide di restituire il quadruplo a chi avesse potuto recare qualche danno. Chi vuol condurre una vita nuova deve precisamente imitare Zaccheo. Se prima era bestemmiatore, ora lodi Dio; se era avaro, ora sia generoso; se era superbo, ora sia umile; se vendicativo, ora sia largo nel perdonare; se impudico, ora coltivi la castità. Pensieri, desideri, inclinazioni, discorsi, opere siano ispirate agli esempi dell’uomo nuovo, Gesù Cristo.

3.

L’Apostolo, parlando della condotta che deve tenere, chi, prima della conversione, rubava, così si esprime: Colui che rubava non rubi più: piuttosto s’affatichi attendendo con le proprie mani a qualche cosa di onesto, per aver da far parte a chi è nel bisogno. Èchiaro da queste parole che S. Paolo non solo richiede che l’uomo nuovo, invece di rubare lavori e renda quel che ha preso ingiustamente; ma accenna al dovere di mettersi in grado di espiare, con l’elemosina, il male che ha fatto, togliendo ai legittimi possessori ciò che a loro apparteneva. Il pensiero di riparare il mal fatto, di dare buono esempio là dove si era dato scandalo, di dare gloria a Dio in cambio delle offese a Lui recate, fu sempre il segreto dal grande progresso nella via della santità da parte dei convertiti. Una vera riforma di noi stessi comincia col riconoscere la nostra miseria, e confessare con tutta schiettezza al cospetto di Dio: « Eccoci dinanzi a te col nostro peccato » (1 Esd. 9, 15). Poi prosegue, distruggendo in noi il regno del peccato, per mezzo delle buone opere; ma non si ferma qui. Cerca, non fosse che per riconoscenza a Dio, che con la sua grazia l’ha tratto dalla via della perdizione, di distruggere il peccato anche negli altri. Così ha fatto Davide. Alla parola del profeta Natan si scuote: riconosce la propria colpa: «Io conosco la mia prevaricazione, e il mio peccato mi sta sempre dinanzi»; e la confessa sinceramente davanti a Dio: « Contro di te solo ho peccato e ho fatto il male al tuo cospetto »; poi, domanda al Signore la grazia di divenire un uomo completamente nuovo: « Crea in me, o Signore, un cuor puro, e rinnova dentro di me uno spirito retto »; inoltre protesta di voler insegnare ai peccatori a rimettersi, come lui, sulle vie del Signore: « Insegnerò ai peccatori le tue vie, e i peccatori si convertiranno a te » (Salm. L, 4… 5… 11… 14). Chi ha rubato beni materiali, procuri per spirito dì riparazione di mettersi in grado di far l’elemosina ai bisognosi. Chi con i suoi discorsi, con le sue azioni, con la propaganda ha tolto o indebolito la fede, ha prodotto il rilassamento dei costumi, deve fare il possibile per ricondurre a Dio quelli che se ne sono allontanati. E se non gli sarà possibile ricondurre a Dio quegli stessi che furono allontanati da lui, glie ne riconduca degli altri. E cerchi di ricondurgli specialmente quelli che se ne sono allontanati maggiormente. Davide si propone di ricondurre a Dio gli iniqui e gli empi. Quanto più uno è avvolto nelle tenebre, tanto più ha bisogno di chi lo indirizzi pel retto sentiero; quanto più uno è immerso nel pantano, tanto più ha bisogno dell’opera di chi l’aiuti a uscirne. – E se non potrà fare quanto il suo cuore brama per riparare la vita passata, procuri di fare quel che può; e  se non gli è possibile di riparare direttamente, ripari indirettamente con la preghiera, coi patimenti, con le mortificazioni accettati e offerti a Dio con l’intenzione di riparare le mancanze della vita passata.

Graduale

Ps CXV: 2
Dirigátur orátio mea, sicut incénsum in conspéctu tuo, Dómine.
[Si innalzi la mia preghiera come l’incenso al tuo cospetto, o Signore.]
V. Elevatio mánuum meárum sacrifícium vespertínum. Allelúja, allelúja
[L’’elevazione delle mie mani sia come il sacrificio della sera. Allelúia, allelúia]
Ps CIV: 1

Alleluja

Alleluja, Alleluja

Confitémini Dómino, et invocáte nomen ejus: annuntiáte inter gentes ópera ejus. Allelúja. [Date lode al Signore, e invocate il suo nome, fate conoscere tra le genti le sue opere.]

Evangelium

Sequéntia ✠  sancti Evangélii secúndum Matthæum.
R. Gloria tibi, Domine!
Matt XXII: 1-14
“In illo témpore: Loquebátur Jesus princípibus sacerdótum et pharisaeis in parábolis, dicens: Símile factum est regnum cœlórum hómini regi, qui fecit núptias fílio suo. Et misit servos suos vocáre invitátos ad nuptias, et nolébant veníre. Iterum misit álios servos, dicens: Dícite invitátis: Ecce, prándium meum parávi, tauri mei et altília occísa sunt, et ómnia paráta: veníte ad núptias. Illi autem neglexérunt: et abiérunt, álius in villam suam, álius vero ad negotiatiónem suam: réliqui vero tenuérunt servos ejus, et contuméliis afféctos occidérunt. Rex autem cum audísset, iratus est: et, missis exercítibus suis, pérdidit homicídas illos et civitátem illórum succéndit. Tunc ait servis suis: Núptiæ quidem parátæ sunt, sed, qui invitáti erant, non fuérunt digni. Ite ergo ad exitus viárum et, quoscúmque invenéritis, vocáte ad núptias. Et egréssi servi ejus in vias, congregavérunt omnes, quos invenérunt, malos et bonos: et implétæ sunt núptiæ discumbéntium. Intrávit autem rex, ut vidéret discumbéntes, et vidit ibi hóminem non vestítum veste nuptiáli. Et ait illi: Amíce, quómodo huc intrásti non habens vestem nuptiálem? At ille obmútuit. Tunc dixit rex minístris: Ligátis mánibus et pédibus ejus, míttite eum in ténebras exterióres: ibi erit fletus et stridor déntium. Multi enim sunt vocáti, pauci vero elécti.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XLVII.

“In quel tempo Gesù ricominciò a parlare a’ principi dei Sacerdoti ed ai Farisei per via di parabole dicendo: Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo. E mandò i suoi servi a chiamare gl’invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agl’invitati: Il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e trattaronli ignominiosamente, e gli uccisero. Udito ciò il re si sdegnò; e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi e diede alle fiamme le loro città. Allora disse a’ suoi servi: Le nozze erano all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non furono degni. Andate dunque ai capi delle strade e quanti riscontrerete chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanti trovarono, e buoni e cattivi; e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito da nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse ai suoi ministri: Legatelo per le mani e pei piedi, e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridor di denti. Imperocché molti sono i chiamati e pochi gli eletti” (Matth. XXII, 1-14).

L’ora solenne, in cui Gesù Cristo avrebbe offerto il sacrifizio di se stesso al suo divin Padre, era già assai vicina. Non vi mancavano che quattro giorni. Ed Egli che era già entrato trionfante in Gerusalemme e in tale circostanza aveva rinfiammate le ire dei suoi nemici, continuava tuttavia con una maestà e serenità ammirabili a predicare agli uomini le grandi verità del Vangelo. Anzi poiché i principi dei Sacerdoti ed i Farisei, sempre però con un cattivo animo, venivano ancor essi ad ascoltarlo, ad essi medesimi, come si nota nel Vangelo di questa domenica, prese a parlare per via di parabole, studiandosi ogni modo di scuoterli se fosse stato possibile dalla loro malvagità, indurli a conoscere i loro errori e a ravvedersene. Ma pur troppo quegli uomini pieni di orgoglio e di malizia non volevano capire quelle preziose verità, che tanto li interessavano ed, anzicché dall’annunzio delle medesime trarre argomento per il loro bene, ne ricavavano pretesto per invelenire sempre più contro Gesù Cristo. Noi, per la grazia di Dio, vogliamo agire ben diversamente; epperò ascolteremo stamattina con grande attenzione la parabola del Santo Vangelo di oggi e vi faremo sopra salutari riflessi.

1. Disse adunque Gesù: Il regno dei cieli è simile a un re, il quale fece lo sposalizio del suo figliuolo. E mandò i suoi servi a chiamare gli invitati alle nozze, e non volevano andare. Mandò di nuovo altri servi, dicendo: Dite agli invitati: Il mio desinare è già in ordine, si sono ammazzati i buoi e gli animali di serbatoio, e tutto è pronto, venite alle nozze. Ma quelli misero ciò in non cale, e se ne andarono chi alla sua villa, chi al suo negozio: altri poi presero i servi di lui, e trattaronli ignominiosamente, e gli uccisero. – E qui cominciamo adosservare che il re, di cui trattasi in questa parabola, non ò altri che Dio medesimo; lo sposo è il Figliuol suo Gesù, il quale si unì in mistiche nozze con la Chiesa; e il banchetto, a cui sono invitati dei commensali senza numero sono la dottrina di Gesù Cristo, i suoi Sacramenti, le sue grazie infinite. Dopo il peccato originale Iddio nella sua misericordia aveva promesso questo misterioso banchetto, lo aveva rivelato primieramente ai nostri colpevoli progenitori, invitandoli egli medesimo a rendersene degni coi travagli della loro penitenza e con le lagrime del loro pentimento. Tutti quelli poi, che hanno preceduto la venuta del Messia, erano chiamati a parteciparvi mercé la fede, la speranza e l’amore a Dio e al Redentore promesso. Ed affinché non lo dimenticassero, il Signore mandava loro a ricordarlo i suoi servi. Erano i patriarchi, coi quali Iddio degnavasi comunicare se stesso. Dopo le divine comunicazioni che ad essi venivano fatte, eglino radunavano i numerosi loro figliuoli intorno alla loro tenda e sotto i palmizi del deserto, ed ivi con voce solenne ripetevano le speranze dell’avvenire. Erano i profeti, uomini ispirati, che penetravano l’oscurità dei secoli. Iddio li collocava in certa guisa in faccia al suo divin Figliuolo incarnato. Essi lo vedevano pieno di bontà e di grazia, in tutti i particolari della sua nascita e della sua vita privata e pubblica. E poi lo scorgevano come l’uomo dei dolori e in tono lamentevole cantavano la sanguinosa sua passione ed il suo generoso sacrificio. E poi alzavano un grido di letizia, intonavano l’alleluia del trionfo; avevano veduto il Cristo risorto uscir dal sepolcro, divenuto glorioso. Questo vedevano i profeti suscitati da Dio, e quanto vedevano essi, tanto comunicavano agli uomini del loro tempo. E tutti quelli, che udivano l’inspirata loro voce, potevano eccitarsi al desiderio, alla speranza ed all’amor del prossimo Messia. In seguito Iddio, questo gran Re dell’universo, dopo di avere invitato gli uomini al banchetto della verità e delle grazie celesti per mezzo dei suoi servi, i patriarchi ed i profeti, li invitò parlando ad essi per mezzo dello stesso suo divin Figliuolo, e dopo la sua morte, la sua risurrezione ed ascensione al Cielo, continuò e continua tuttora ad invitarli per mezzo degli apostoli, dei Sacerdoti e dei missionari, i quali se ne vanno sino agli estremi confini della terra per fare a tutti da parte di Dio questo invito: Venite, venite, o uomini tutti, al banchetto della grazia, dei Sacramenti, della dottrina celeste, che Iddio ha apparecchiato per tutti nella Chiesa Cattolica. E benché vi siano tanti fra gli uomini, i quali non ascoltino quegli inviti, che loro vengono fatti, Iddio continua sempre a mandare altri servi, altri apostoli, altri predicatori della sua divina parola a ripetere quegli insistenti inviti. Or bene, o miei cari, questa condotta di Dio verso gli uomini non è sommamente ammirabile per la sua bontà, per la sua misericordia e per la sua pazienza? Allorquando noi offriamo un benefìcio che è disconosciuto, non sentiamo forse nel nostro animo del disgusto per l’ingrato, che ci respinge? In questo caso non potendo punirlo, noi lo abbandoniamo almeno alla sua ingratitudine ed alla sua indifferenza, non vogliam più sentirne parlare, e cerchiamo altri cuori, che sappiano comprenderci ed apprezzarci meglio. Eppure Dio non agisce così. Disconosciuto, respinto, ingiuriato, non domanda alla sua giustizia quanto essa ha di più terribile. Potrebbe per lo meno abbandonare gl’ingrati, lasciarli in preda alla loro bassezza, aspettando il giorno del giudizio e dei suoi rigori. No, Ei non si allontana; ritorna, incalza, supplica, scongiura; direbbesi esser Lui obbligato; Lui che da tutta l’eternità è sovranamente beato nel soggiorno della sua gloria. Leggete la storia del popolo ebreo, e riconoscerete essere dessa la storia della pazienza, della misericordia, della longanimità di un Dio sempre tradito, sempre ingiuriato da un popolo sempre ingrato, sempre ribelle. Niente risparmiò: promesse, benefizi, perdono; ed anche allora quando era costretto a punire, uno era il suo pensiero: ricondur quel popolo sul sentiero del dovere e sulla strada della felicità. Con tutto ciò Iddio non vi riuscì, anzi gli Ebrei arrivarono all’eccesso di mettere in croce il Messia, di dare la morte ai servi di Dio, come a Santo Stefano e a S. Giacomo, e di perseguitare tutti gli altri Apostoli. Quale ingratitudine! Ma sgraziatamente non furono i soli Ebrei a trattare così coi servi inviati da Dio ad invitare gli uomini alla sua Chiesa. Per tre secoli continui gli imperatori romani si scagliarono massimamente contro gli inviati di Dio, e senza contare i Vescovi, i Sacerdoti, furono ben circa trenta i Sommi Pontefici, che essi misero a morte. Ed anche oggidì in alcuni paesi, persino Paesi cattolici, si continua a perseguitare, a massacrare i messi del Vangelo. Ma se Iddio è infinitamente paziente, non lascia di essere pure infinitamente giusto. Epperò che cosa fa egli?

2. Gesù continuando la parabola disse che il re, come ebbe udito la sorte a cui erano stati assoggettati i suoi servi, si sdegnò; e mandate le sue milizie, sterminò quegli omicidi, e diede alle fiamme le loro città. Or ecco quello che ha fatto e farà Iddio con tutti coloro, i quali oltre il non aver accettati i suoi inviti di entrar nella sua Chiesa, si fecero ancor a perseguitare coloro che, a nome di Dio facevano tali inviti. Si sdegna contro di essi, e levandosi nel suo furore li stermina. Contro di Gerusalemme e di tutti gli Ebrei mandò le milizie romane, che incendiarono e che rovinarono al suolo quella loro città, dopo di aver fatto patire agli stessi tutti gli orrori del più lungo e terribile assedio. Per riguardo poi agli imperatori Romani il celebre scrittore cristiano Lattanzio ha potuto scrivere un libro, nel quale appunto si dimostra, che tutti per aver perseguitato i servi di Dio, perirono miseramente. Difatti Nerone, che oltre a tanti Cristiani mise pure a morte S. Pietro e S. Paolo, alla fine perseguitato da tutto il popolo romano si rifuggì in una villa suburbana, dove sentendo avvicinarsi i soldati che lo cercavano, finì per cacciarsi un pugnale nella gola. Domiziano ricevette una pugnalata nel ventre. Settimio Severo morì di malinconia o di veleno. Massimino fu trucidato dai suoi soldati. Valeriano, fatto schiavo di Sapore, re della Persia, doveva servir come di staffa a questo re, quando montava sul cavallo ed alla fine per ordine del medesimo venne scorticato vivo. Massimiano da se stesso si impiccò. Diocleziano perì di fame e Galerio morì roso dai vermi. Che dire poi della fine miseranda della maggior parte degli eretici, i quali ancor essi così astutamente perseguitarono i servi di Dio? Quell’Ario che era riuscito a fare un danno così grande alla Chiesa co’ suoi errori, alla fine, proprio allora che egli credeva di aver ottenuto un completo trionfo su di Essa, e andava tutto glorioso per le strade di Costantinopoli, fu colpito da sì terribile malore, per cui nel modo più orrendo e disperato perdette tosto la vita. E Lutero e Calvino, gli autori scellerati del Protestantesimo e i nemici più accanititi dei Romani Pontefici come finirono? Alcuni dicono che il primo morisse fra i più acuti dolori di stomaco dopo un’enorme indigestione ed altri ultimamente dimostrano che egli siasi impiccato: del secondo poi si sa che morì chiamando i demonii, maledicendo a se stesso e mandando puzza insoffribile dalle sue piaghe. E finalmente, per tacere di ogni altro, come finì l’empio Voltaire? Venuto all’estremo della vita, chiese di un prete per confessarsi, ma poiché i suoi amici e seguaci erano là alla porta della sua stanza per non lasciarvi entrare il prete che desiderava, Voltaire preso dalla rabbia, urlando e bestemmiando…, morì disperato.Ecco in qual modo il gran Re del Cielo e della terra si sdegna e si vendica contro di coloro che, oltre a non ascoltare i suoi ministri, si fanno a perseguitarli. Egli li castiga e terribilmente: anzi è lì dove manifesta in tutto il suo fulgore, la sua giustizia e dove fa gravare tutto quanto il peso delle sue tremende vendette. Impariamo di qui ad avere noi sempre il massimo rispetto per i servi del Signore, quali sono presentemente per noi il Santo Romano Pontefice, i Vescovi, i Parroci e tutti i Sacerdoti. Che se pur qualche volta tra questi ministri del Signore, se ne presentasse dinanzi a noi qualcuno indegno, compatiamolo anzi tutto col ricordare che il carattere sacerdotale se impone al Sacerdote il dovere di vivere santamente e il Sacramento dell’ordine glie ne conferisce la grazia, non gli tolgono però il suo essere di uomo, epperò lasciano ancor lui nel pericolo di cadere; e poi imitiamo l’esempio del gran Costantino, il quale diceva: Un tal sacerdote vorrei coprirlo col mio manto, perché nessuno lo vedesse e nessuno ne parlasse male. Rispettiamoli, i servi di Dio, con l’obbedire ai loro comandi, col praticare i loro consigli e le loro esortazioni, con l’assecondare i loro affettuosi inviti. Rispettiamoli col credere fermamente tutte quelle verità, che a nome di Dio essi ci propongono a credere e con l’osservare quella santa legge che essi ci predicano; rispettiamoli infine con l’evitare ogni discorso, ogni insulto contro di essi, temendo sempre che mancando noi di rispetto ai ministri di Dio, Iddio faccia sentire anche su di noi il peso delle sue vendette. Ma più ancora che per timore rispettiamoli per amore, pensando che sono essi, questi servi del Signore, che col loro ministero, non solo ci hanno invitato, ma ci hanno accolti nella Chiesa e ci fanno godere del banchetto delle verità e dello grazie celesti.

3. Venendo il divin Redentore a narrare l’ultima parte della parabola soggiungeva: « Allora il re disse ai suoi servi: Le nozze erano all’ordine, ma quelli che erano stati invitati, non furono degni. Andate adunque ai capi delle strade, e quanti riscontrerete, chiamate tutti alle nozze. E andati i servitori di lui per le strade, radunarono quanti trovavano, e buoni e cattivi; e il banchetto fu pieno di convitati. Ma entrato il re per vedere i convitati, vi osservò un uomo che non era in abito di nozze. E dissegli: Amico, come sei tu entrato qua, non avendo la veste nuziale? Ma quegli ammutolì. Allora il re disse ai suoi ministri: Legatelo per le mani e pei piedi e gettatelo nelle tenebre esteriori: ivi sarà pianto e stridore di denti. Imperocché molti sono i chiamati, e pochi gli eletti. – Or bene, o miei cari, che cosa indica questa seconda parte della parabola? Indica una verità assai terribile. Gesù Cristo vuol farci intendere che se per la sua immensa bontà sono senza numero coloro che sono ammessi in seno alla Chiesa, non per questo tutti costoro potranno un giorno partecipare al banchetto dell’eterna felicità del paradiso. Vi parteciperanno soltanto coloro che, nella visita che Egli farà di ciascuno nel giorno del giudizio, saranno trovati avere indosso la veste nuziale della fede animata dalla carità, vale a dire dalle buone opere. Imperciocché in quel dì del giudizio Egli farà passare quanto abbiamo fatto in vita nostra per vedere appunto se essendo stati chiamati per sua bontà nella sua Chiesa ad essere Cristiani, avremo pur vestito con la fuga del peccato e con l’adempimento delle buone opere l’abito della carità e della grazia. Chi sei tu, allora domanderà, chi sei tu? Cristiano, si risponderà. Se tu sei Cristiano, vediamo se hai portata indosso la veste del vero Cristiano, osservando la mia legge. Indi comincerà a rammentarci le promesse fatte nel santo Battesimo, con le quali rinunciammo al demonio, al mondo, alla carne; ci rammenterà le grazie concesse, i Sacramenti frequentati, le prediche, le istruzioni, le correzioni dei parenti e dei superiori, ogni cosa ci verrà schierata innanzi. Ma tu, dirà il Giudice, a dispetto di tanti doni, di tante grazie, quanto male corrispondesti alla professione di Cristiano. Appena hai cominciato a conoscermi, tosto hai cominciato ad offendermi. Crescendo poi in età, aumentasti il disprezzo della mia legge. Messe perdute, profanazione dei giorni festivi, bestemmie, confessioni mal fatte, Comunioni senza frutto e talvolta sacrileghe, ecco quanto facesti invece di servirmi. Si volterà poi il divin Giudice tutto pieno di sdegno verso lo scandaloso dicendogli: Vedi quell’anima che cammina per la strada del peccato? Sei tu che con i tuoi discorsi le insinuasti la malizia. Vedi quell’altra che è laggiù nell’inferno? sei tu che coi perfidi tuoi consigli la togliesti a me, la consegnasti al demonio e fosti causa della sua perdizione. E tu senza la veste nuziale, avendola anzi strappata di dosso ad altri, pretendi aver parte al banchetto dell’eterna felicità? Ma no, sciagurato! E poiché il misero a queste parole del divin Giudice, come quello della parabola, resterà muto, non trovando scusa alcuna per difendersi davanti alla realtà del male, che in tutta la sua schiettezza gli si farà innanzi; Iddio allora si volgerà agli Angeli suoi ministri e darà loro ordine, che preso il disgraziato lo piombino nel fondo dell’inferno. Dite, o miei cari, il pensare a questo caso non mette forse spavento? Eppure non c’è da tremare considerando come tanti Cristiani, chiamati da Dio a far parte della sua Chiesa, vi appartengano proprio unicamente pel Battesimo, ma non già per la grazia, per la carità, per le buone opere? Ah! miei cari, che nessuno di noi si trovi nel numero di questi sventurati. Iddio, senza che in noi vi fosse alcun merito, ci ha chiamati ad entrar nella sua Chiesa a preferenza di tanti altri. Corrispondiamo a questo sì grande benefizio; epperò procuriamo mai sempre di conservare candida quella veste di grazia, con la quale Iddio stesso ci ha rivestiti il dì del Battesimo: che se l’abbiamo macchiata, laviamola prontamente nel Sacramento della penitenza, e poi studiamoci di non lordarla più mai, affinché al termine della nostra vita, possiamo presentarci al tribunale di Dio con questa bella veste, ed essere perciò da Lui affettuosamente ammessi a godere per sempre del celeste banchetto.

Credo …

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Ps CXXXVII: 7
Si ambulávero in médio tribulatiónis, vivificábis me, Dómine: et super iram inimicórum meórum exténdes manum tuam, et salvum me fáciet déxtera tua. [Se cammino in mezzo alla tribolazione, Tu mi dai la vita, o Signore: contro l’ira dei miei nemici stendi la tua mano, e la tua destra mi salverà.]

Secreta

Hæc múnera, quǽsumus, Dómine, quæ óculis tuæ majestátis offérimus, salutária nobis esse concéde. [Concedi, o Signore, Te ne preghiamo, che questi doni, da noi offerti in onore della tua maestà, ci siano salutari.]

Comunione spirituale:

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps CXVIII: 4-5
Tu mandásti mandáta tua custodíri nimis: útinam dirigántur viæ meæ, ad custodiéndas justificatiónes tuas. [Tu hai ordinato che i tuoi comandamenti siano osservati con grande diligenza: fai che i miei passi siano diretti all’osservanza dei tuoi precetti.]

Postcommunio

Orémus.
Tua nos, Dómine, medicinális operátio, et a nostris perversitátibus cleménter expédiat, et tuis semper fáciat inhærére mandátis.
[O Signore, l’opera medicinale del tuo sacramento ci liberi benignamente dalle nostre perversità, e ci faccia vivere sempre sinceramente fedeli ai tuoi precetti.]

Preghiere leonine:

https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Per l’Ordinario vedi:

https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/