ESAME DI COSCIENZA (1) – S. Alfonso Rodriguez

DELL’ESAME DELLA COSCIENZA (1)

 [S. A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e virtù cristiane; vol. II, Marietti ed. – Torino, 1917]

TRATTATO VII. (1)

CAPO I.

Quanto sia importante l’esame della coscienza.

Uno dei principali e efficaci mezzi che abbiamo pel nostro profitto, è l’esame della coscienza: e come tale ce lo raccomandano i Santi. S. Basilio, il quale è stato dei più antichi che abbiano dato Regole ai Monaci, comanda, che ogni sera facciamo questo esame. S. Agostino nella sua Regola comanda il medesimo. S. Antonio abbate insegnava e ingiungeva assai questo esame a’ suoi Religiosi. S. Bernardo, S. Bonaventura, Cassiano, e tutti comunemente convengono in caldamente raccomandarlo. Il beato S. Gio. Crisostomo tra gli altri sopra quelle parole del reale profeta David, In cubilibus vestris compungimini (Ps. IV, 5), Compungetevi e confondetevi nei vostri letti; trattando di questo esame, e consigliando, che si faccia ogni sera prima d’andar a dormire, n’adduce due buone ragioni. La prima, acciocché nel giorno seguente ci troviamo più disposti e preparati a guardarci dai peccati e da cader nelle colpe nelle quali siamo caduti oggi; perché essendoci noi oggi esaminati e pentiti di esse, e avendo fatto proponimento di emendarci, chiara cosa è, che questo ci servirà di qualche freno per non tornar a commetterle domani. – La seconda, che ancora per questo medesimo giorno d’oggi ci sarà di qualche freno l’averci ad esaminare la sera; perché il sapere, che in questo medesimo giorno abbiamo da render conto ci farà stare sopra di noi e vivere più circospettamente. Siccome un padrone, dice S. Gio. Crisostomo, non comporta, che il suo spenditore lasci di dar ogni giorno i suoi conti, acciocché questo non dia occasione di procedere con trascuraggine e di dimenticarsi, onde poi il conto non si possa veder netto; così anche sarà ragionevole, che noi altri rivediamo ogni giorno i conti a noi stessi, acciocché la trascuraggine e la dimenticanza non vengano ad imbrogliarli. S. Efrem e S. Giovanni Climaco (D. Eyhr. serm. Ascet., de vita relig.; D. Climac. grad. 7) v’aggiungono un’altra terza ragione, e dicono, che siccome i mercanti diligenti ogni giorno bilanciano e fanno conto delle perdite e dei guadagni di quel giorno, e se trovano d’aver fatta qualche perdita, procurano di rimediare ad essa e di ripararla con molta diligenza; così noi altri dobbiamo ogni giorno esaminarci e vedere i conti delle nostre perdite e dei nostri guadagni; acciocché la perdita non vada avanti né si dia fondo al capitale, ma lo rimettiamo e vi rimediamo subito. Il beato S. Doroteo v’aggiunge un’altra utilità grande, la quale è, che esaminandoci e pentendoci ogni giorno dei nostri errori e mancamenti, non si radicherà in noi il vizio e la passione, né verrà a crescere l’abito cattivo e la cattiva consuetudine (D. Doroth. doctr. 11). Per lo contrario si dice dell’anima che non è diligente e sollecita in esaminarsi, che è simile alla vigna dell’uomo pigro, della quale dice il Savio che passò per essa, e vide, che la siepe d’intorno era caduta e che ogni cosa era piena d’ortiche e di spine: Per ogrum hominis pigri transivi, et per vineam viri stulti: et ecce totum repleverant urticæ, et operuerant superfìciem ejus spinæ, et maceria lapidum destructa erat (Prov. XXIV, 30-31): Così sta l’anima di coluiche non ha cura di esaminare la suacoscienza; sta come una vigna che non silavora, divenuta un disertaccio pieno d’erbaccecattive e di spine. Questa cattivaterra della nostra carne mai non lascia digermogliare erbe cattive; onde bisognasempre stare col sarchiello in mano sbarbandola mala erba che spunta. Serve dunquel’esame di sarchiello per levar via esbarbar il vizio e la malvagità che cominciavaa germogliare, e per non lasciar chepassi avanti né getti radici.E non solo i Santi, ma anche i Filosofigentili col lume naturale conobbero l’importanzaed efficacia di questo mezzo. Quelgran filosofo Pitagora, siccome riferisconosan Girolamo e san Tommaso (D. Hier. tom. 1 in Apol. advemus Ruf. o. 10; D. Thom. lib. 4 de Regim. Frinc. c. 22. 1), fra gli altri documenti che dava ai suoi discepoli metteva questo per molto principale, che ciascuno avesse due tempi del giorno determinati, uno la mattina ed un altro la sera, ne’ quali si esaminasse e seco stesso facesse i conti di tre cose; che cosa ho fatta; come l’ho fatta; e che cosa ho lasciato di fare di quel che doveva, rallegrandosi del bene e pigliandosi dispiacere del male. Lo stesso raccomandano Seneca, Plutarco, Epitteto ed altri. Per questo il nostro S. P. Ignazio fondato nella dottrina dei Santi, nella ragione e nell’esperienza, c’ingiunge l’esame della coscienza come uno de’ più principali ed efficaci mezzi di quanti possiamo usare dalla parte nostra pel nostro profitto, e ce lo pose per regola. Usino, dice, tutti ogni giorno il solito esame della coscienza: e in un altro luogo dice, che ciò si faccia due volte il giorno. E in certo modo stimava più l’esame che l’orazione; perciocché coll’esame s’ha d’andar mettendo in esecuzione quello che per frutto si cava dall’orazione, che è la mortificazione delle proprie passioni e l’estirpazione dei vizi e difetti. E S. Bonaventura dice, che l’esame della coscienza è il più efficace mezzo che possiamo adoperare dal canto nostro pel nostro profitto. Onde nella Compagnia se ne fa tanto conto, che a suono di campanella siamo chiamati ad esso due volte il giorno, una la mattina e l’altra la sera: e così siamo invitati all’esame, come all’orazione; acciocché nessuno lasci di farlo né la mattina né la sera. E né anche si contentò il nostro S. Padre, che usassimo noi altri questo esame; ma volle ancora, che lo persuadessimo a coloro le cui coscienze venivamo a dirigere (P.7 Const. c. 4, litt. F , et lib. Exerc. ep. reg. seu annot. 13 ex prioribus.). Onde i buoni operari della Compagnia subito che cominciano a trattare con alcuno, gl’insegnano a fare l’esame generale della coscienza, e anche il particolare, per levar via qualche mala consuetudine, come di giurare, di dir bugie, di maledire, o di altra cosa simile, come facevano i nostri primi Padri, e particolarmente leggiamo del Padre Pietro Fabro, che questa era una delle prime divozioni che dava a quei che si mettevano sotto alla sua direzione. E del nostro santo Padre si legge (Lib. 5, c. 10 Vit. P. N. Ign.), che non si contentava di proporre questo mezzo dell’esame particolare a quella persona che egli voleva guarire di qualche vizio; ma che di più, acciocché non si dimenticasse di metterlo in esecuzione, le ingiungeva, che prima del pranzo, e prima di andare a letto, desse conto a qualche persona confidente che egli stesso assegnavale, e che le dicesse se aveva fatto l’esame, e come, e se nella maniera che esso glielo aveva ordinato. E sappiamo ancora (Ibid. lib 2, cap. 4), che trattenne lungo tempo i suoi compagni nei soli esami e nella frequenza dei Sacramenti; parendogli, che se questo si faceva bene, bastasse per conservarsi nella virtù. – Di qui abbiamo da cavare una stima e un apprezzamento tanto grande di quest’esercizio di esaminar due volte il giorno le nostre coscienze, che lo teniamo per un mezzo importantissimo ed efficacissimo pel nostro profitto, e come tale l’usiamo ogni giorno: e quel dì nel quale ciò mancheremo di fare, siamo persuasi di aver mancato in una cosa molto principale della nostra Religione. Non v’ha da essere occupazione alcuna bastante a farci lasciar questo esame: e se uno sforzato da qualche necessaria occupazione non avesse potuto farlo all’ora assegnata, ha da procurare di farlo quanto più presto potrà, come sarebbe dopo il pranzo prima d’ogni altra cosa. Nemmeno l’infermità e la indisposizione che basta per dispensarci dal far lunga orazione, ha da bastare per dispensarci dal far gli esami. E così conviene, che tutti sappiano, che gli esami non si hanno da lasciar mai, né il particolare né il generale. E ha ben materia l’infermo da far l’esame particolare, considerando come si conformi alla volontà di Dio nell’infermità e nei dolori che gli manda; come accetti i rimedi che gli ordina il medico, i quali alle volte sono più disgustosi e più penosi che la stessa infermità; e come sopporti con pazienza i mancamenti che gli pare si facciano con lui da quelli che lo assistono e servono.

CAPO II.

Circa quali cose s’ha da fare l’esame particolare.

Due esami usiamo nella Compagnia, uno particolare e 1’altro generale. Il particolare si fa sopra una cosa sola, e perciò si chiama particolare: il generale si fa sopra tutti i mancamenti ed errori ch’abbiamo commessi tra giorno, coi pensieri, parole e opere; e per questo si chiama generale, perché abbraccia ogni cosa. Tratteremo in primo luogo dell’esame particolare; ed indi diremo poi brevemente del generale quello che vi sarà da aggiungere, atteso che in molte cose il medesimo s’ha da fare nel generale che nel particolare: e così quello che si dirà del particolare servirà ancora pel generale. Due cose spiegheremo circa questo esame particolare. La prima, sopra quali cose si ha da fare; la seconda, come si ha da fare. Quanto alla prima, acciocché sappiamo sopra quali cose abbiamo principalmente da tirar quest’esame, si ha da notar bene una Regola, o avvertenza, che il nostro S. Padre mette nel libro degli Esercizi spirituali (D. Igo. lib. Exerc. spir. in reg. ad motus animæ discernendes, reg. 14), ed è altresì di S. Bonaventura (D. Bonav. 3 p. breviloq.). Dice, che il demonio fa con noi come un capitano che vuol battere e prendere una città, o fortezza, il quale procura di riconoscere prima con ogni diligenza la parte più debole della muraglia, e verso quella drizza tutta l’artiglieria, ed ivi impiega tutti i suoi soldati, ancorché vi sia pericolo della vita per molti di essi; perché gettata a terra quella parte, entrerà, e prenderà la città. Così procura il demonio di riconoscer in noi altri la parte più debole dell’anima nostra, affine di batterci e vincerci per quella. Or questo ci deve servir d’avviso per premunirci e prepararci contra il nostro nemico, che abbiamo a considerare e riconoscere con attenzione la parte più debole dell’anima nostra e più manchevole di virtù; ch’è quella cosa alla quale più ci tira l’inclinazione naturale, o la passione, o la cattiva consuetudine, o il mal abito; e in questa parte abbiamo ad invigilare con maggiore attenzione e a provvederci di maggior riparo. Questa tal cosa, dicono i Santi e i Maestri della vita spirituale (D. Dorotb. serm. 12 ; Hugo de S. Victore lib. de anim. cap. 8), questa è quella che principalmente e con maggior diligenza e sollecitudine dobbiamo procurare di sradicare da noi; perché di questo abbiamo maggiore necessità; e così a questo principalmente si deve applicar l’esame particolare. Cassiano adduce di ciò due ragioni (Cass. coll. 5 Abb. Serap. c. 14). La prima, perché questo è quello che ci suol mettere in maggiori pericoli e ci fa cadere in mancamenti maggiori: onde conviene, che ivi usiamo maggior diligenza e sollecitudine. La seconda, perché dopo che avremo vinti e superati i nemici più forti e che più ci fanno guerra, facilmente vinceremo e abbatteremo tutti gli altri: perocché colla vittoria e col trionfo di questi l’anima viene a farsi più coraggiosa e più forte, e il nemico più debole. E apporta Cassiano a questo proposito l’esempio di quei giuochi che si facevano anticamente in Roma alla presenza dell’Imperatore, ne’ quali traevano fuori dalle cave molte fiere, acciocché gli uomini combattessero con esse: e quei che si volevano mostrar più valenti e dar gusto all’Imperatore, investivano prima quella che vedevano esser più forte e più feroce, vinta la quale ed uccisa, facilmente vincevano e trionfavano delle altre. Or così, dice Cassiano, abbiamo da fare noi altri. Vediamo per esperienza, che ciascuno ha qualche vizio che è come sopra degli altri, che ha un grande impero sopra di lui, e come dietro di sé lo strascina per la grande inclinazione che egli ha ad esso. Vi sono certe passioni chiamate predominanti, le quali pare che s’impadroniscano di noi altri e ci facciano fare quello che per altro non vorrem fare. Onde sogliono dire alcuni: S’io non avessi questo difetto, mi pare, che non vi sarebbe cosa che m’intrigasse né mi desse fastidio. Or sopra di questo abbiamo da tirar principalmente l’esame particolare. – In quella guerra che fece il Re di Siria contra il Re d’Israele, dice la S. Scrittura, che quel Re comandò a tutti i capitani del suo esercito, che non combattessero contra nessuno né piccolo né grande, se non solamente contra il Re d’Israele: Ne pugnetis contra minimum, aut contra maximum, nisi contra solum Regem Israel (II. Paral. XVIII, 30), parendogli, che ove fosse vinto il Re, si sarebbe vinto tutto l’esercito: e così fu, che ferito il re Acab con una saetta che uno tirò a caso, e come si suol dire, a Dio e alla ventura, fu finita la battaglia. Questo è quello che abbiamo da fare noi altri. Vinci tu questo vizio predominante, che tutto il resto facilmente s’arrenderà. Taglia il capo a cotesto gigante Golia, e subito fuggiranno e resteranno sconfitti tutti gli altri Filistei. Questa è la miglior regola generale per poter ciascuno conoscere sopra che cosa ha da tirare e stendere quest’esame. Ma in particolare uno de’ migliori modi che in ciò si può dare, è,che ciascuno conferisca questocol suo Confessore e Padre spirituale, con dargli prima pieno ragguaglio della sua coscienza e di tutte le sue inclinazioni, passioni, affezioni e abiti cattivi, senza che resti cosa che non gli manifesti; perché in questa maniera veduta egli e conosciuta la necessità del figliuolo suo spirituale e le circostanze particolari, gli sarà facile il determinargli la materia sopra di cui gli converrà di tirare l’esame particolare. E una delle cose principali, che uno ha da esporre quando dà ragguaglio della sua coscienza, è, sopra di che suol fare l’esame particolare, e che frutto ne cavi, come si dice nelle Regole del Prefetto delle cose spirituali e nell’Istruzione che di ciò abbiamo. Importa grandemente l’accertar bene a tirare l’esame particolare sopra quello che più conviene. Siccome non ha fatto poco, ma assai, il medico, quando ha accertato nel trovare la radice dell’infermità, poiché allora si applicano rimedi a proposito e le medicine vanno facendo operazione; così noi altri non abbiamo fatto poco, ma assai, quando abbiamo accertato nel trovare la radice delle nostre infermità spirituali, perché in conseguenza accerteremo ancora a medicarle bene,applicando ad esse il rimedio e la medicina dell’esame particolare. Una delle cagioni, per cui molti cavano poco profitto dall’esame particolare, è perché non l’applicano a quella cosa alla quale dovrebbero applicarlo. Se tu tagli la radice dell’albero, o sbarbi quella dell’erba cattiva, subito si marcirà e si seccherà tutto il resto; ma se non fai altro che troncar rami, c lasci la radice intatta, subito torna a germogliare e a crescere come prima.

CAPO III.

Di due ricordi e avvertimenti importanti pur far buona elezione della cosa sopra della quale si ha da tirare l’esame particolare.

Discendendo in questa materia più alparticolare, si hanno qui da avvertire due cose molto principali. La prima, che quando vi sono difetti esteriori che offendono e scandalizzano i nostri fratelli, questi hanno da essere i primi che si ha da procurar di levare coll’esame particolare, ancorché vi siano altre cose interne di maggior momento; come sarebbe, se uno è difettivo nel parlare, o perché parla assai, o perché parla con impazienza e collera, o perché dice parole che possono mortificare il suo fratello, o forse parole di mormorazione e che possono oscurar alquanto un altro, o altre simili. Perché la ragione e la carità ricercano, che prima leviamo via quei difetti che sogliono offendere e scandalizzare i nostri fratelli, e che procuriamo di vivere e conversare di tal maniera fra essi, che niuno possa lamentarsi né offendersi di noi, come dice il sacro Evangelio del padre e della madre del glorioso Battista: Erant autem justi ambo ante Deum, incedentes in omnibus mandatis et justifìcationibus Domini sine querela (Luc. I, 6): Erano entrambi giusti dinanzi a Dio e vivevano senza querela dinanzi agli uomini. Questa è una gran lode d’un servo di Dio e una delle cose che ha da procurar assai un Religioso che vive in comunità. Non basta, che egli sia giusto dinanzi a Dio; ma ha da procurar che il suo modo di procedere nella Religione sia tale, che niuno si possa lamentare di lui, sine querela; che non si possa di lui dire alcun male. E se vi è qualche cosa che possa offendere, su questa si deve cominciar a tirare l’esame particolare. La seconda cosa, che si ha da avvertire, è, che non dobbiamo spendere tutta la vita nostra nel far esame particolare sopra queste cose esteriori; perché queste sono più facili e stanno più in poter nostro che le interiori. S. Agostino dice molto bene: io comando alla mano, e la mano ubbidisce; comando al piede, e il piede ubbidisce; ma comando all’appetito, e l’appetito non ubbidisce (D. Aug. lib. 8 Confess. c. 9). È cosa chiara, che stan più soggetti e son più ubbidienti la mano e il piede, che l’appetito; perché essi non hanno moto contrario, come lo ha l’appetito. E così abbiamo da procurare di sbrigarci da queste cose esteriori quanto più presto ci sia possibile, e di conchiuderla con esse, acciocché ci resti tempo per altre cose maggiori, come è l’acquistare qualche virtù principale, o qualche superior perfezione; una profondissima umiltà di cuore per cui uno arrivi non solo a sentire bassamente di se medesimo, ma altresì a gustar, che gli altri ancora sentano di lui bassamente o lo vilipendano; il fare tutte le cose puramente per Dio, finché arriviamo a poter dire quello che diceva quel Santo: Non ho mai pensato di servir ad uomini, ma a Dio (Vide supra tract. 3, c. V); una conformità  grande alla volontà di Dio in ogni cosa, e altre cose simili. Perché sebbene è vero, che l’esame particolare propriamente e drittamente serve a levar via i difetti e le imperfezioni, e sempre ci sia assai che fare in noi circa di ciò, poiché mentre viviamo non possiamo star senza difetti, nemmeno senza peccati veniali; nondimeno non se ne deve andar in questo tutta la vita nostra. È molto bene impiegato il tempo che si spende in carpir le erbe cattive dal giardino; ma non ha da esser ogni cosa il levar via la viziosità e i perniciosi germogli della terra; anzi questo si ordina per potervi piantar belli e buoni fiori: così ancora è molto ben impiegato il tempo che si spende negli esami, sradicando i vizi e le male inclinazioni dell’anima nostra; ma tutto questo si ordina per piantar in essa fiori buoni e odoriferi di virtù: Constitui te hodie… ut evellas, et destruas, et disperdas, et dissipes, et ædifices, et plantes, disse Dio a Geremia (Ger. I, 10). Prima ha da esser il gettar a terra e lo sradicare; ma di poi ha da seguire l’edificare e il piantare. Tanto più, che anche per levar via questi medesimi difetti e imperfezioni esteriori conviene alle volte il tirare l’esame particolare sopra qualche virtù o perfezioni superiore: perché molte volte suol essere questo mezzo più efficace per tal effetto, e più breve, e più soave. Hai un difetto di parlare ai tuoi fratelli con qualche mal termine e libertà; e tu tira l’esame sopra il tener tutti essi per superiori e te per inferiore: e questo t’insegnerà in che modo hai da parlare e da risponder loro: potrai bene startene sicuro, che non dirai ad alcuno parola aspra né mortificativa se conseguirai questa umiltà. Così ancora, se senti ripugnanza e difficoltà in certe cose, o occasioni, che ti si presentano, tira l’esame particolare sopra il ricevere tutte le cose che ti avverranno come venute dalla mano di Dio e per particolar disposizione e provvidenza sua, facendo conto, ch’Egli te le manda per maggior bene e utilità tua: e in questo modo te la passerai bene in tutte esse. Patisci d’immodestia, e sei facile a voltar gli occhi e il capo ad una banda e ad un’altra; ovvero hai per difetto di esser curioso in voler saper nuove e investigar ciò che occorre; e tu tira l’esame sopra lo stare alla presenza di Dio e il fare tutte le cose di maniera che possano comparire nel suo divino cospetto; e in poco tempo ti troverai modesto, raccolto e spirituale: e questo senza alcuna stracchezza e in certo modo anche senza averci sentita molta difficoltà. E che sia il vero, guarda come quando esci dall’orazione devoto, non ti vien voglia né di parlare né di guardare; perché il trattare e conversare con Dio ti fa scordare di tutte queste cose. E se vuoi metterti a rimediare a tutti questi difetti esteriori ad uno ad uno, oltre che sarà un molto lungo viaggio, avverrà di più molte volte, che se vorrai tirar l’esame sopra la modestia degli occhi non lo saprai fare, e ti verrà subito il dolore di capo, per volere tutto in un tratto e con violenza tener gli occhi a freno. E così un bravo Maestro di spirito soleva riprendere quelli che tutta la diligenza loro mettevano in avvertir di questi difetti esteriori, e diceva, che la principal cura e sollecitudine del buon Direttore e Pastore delle anime ha da essere circa la riforma del cuore e circa il procurare, che la persona rientri in se stessa, come dice la S. Scrittura di Mosè, che minabat gregem ad interiora deserti (Es. III, 1). Tratta di riformar il cuore, e subito sarà riformata ogni cosa.

CAPO IV.

Che l’esame particolare si ha da tirare sopra una cosa sola.

L’esame particolare sempre s’ha da tirare sopra una cosa sola, siccome lo dice il nome istesso. E la ragione, per la quale conviene che cosi si faccia, è, perché in questa maniera questo mezzo è più efficace e di maggior effetto che se lo tirassimo sopra più cose insieme. Perché è cosa chiara e l’istessa ragione naturale ce l’insegna, che è molto più potente un uomo contra un vizio solo che contra tutti insieme: Pluribus intentus minor est ad singula sensus. Chi molto abbraccia, poco stringe: e presi ad uno ad uno si vincono meglio i nemici. Questo modo di vincere i nostri nemici, cioè i nostri vizi e le passioni, dice Cassiano (Cass. coll. 5 Abb. Scrap. cap. 14), ce l’insegnò lo Spirito Santo, dando l’istruzione a’ figliuoli d’Israele circa il modo di governarsi con quelle sette Genti e Nazioni per vincerle e distruggerle: Dominus Deus tuus consumet nationes has in conspectu tuo paulatim, atque per partes. Non poteris easdelere pariter (Deuer. VII, 22), non le potrete vincere tutte insieme; ma a poco a poco Dio vi darà la vittoria di tutte esse. Lo stesso Cassiano, come rispondendo ad una tacita obbiezione che qui potrebbesi fare, nota, che non accade, che uno tema che occupandosi contra un sol vizio e impiegando ivi la sua principal diligenza, gli altri vizi gli facciano molto nocumento. Primieramente, perché questa medesima diligenza che usa per emendarsi di cotesto vizio particolare cagionerà nell’anima sua un orrore e odio grande contra tutti gli altri vizi, per quella malizia comune nella quale tutti convengono: e così, stando armato e premunito contra quello in particolare, starà armato e premunito contra tutti, custodito e difeso da essi. Secondariamente, perché colui, il quale nell’esame particolare usa diligenza per isradicar da sé una cosa, va tagliando la radice che è nel cuore per le altre tutte; che è la libertà che a lui dassi di secondare in ciò che vuole le sue inclinazioni; onde il fissarsi a far l’esame sovra d’un vizio particolare è un combattere contra tutti: perché quel raffrenamento e quella opposizione che fassi per combattere quello in particolare, serve ancora per combattere e raffrenar gli altri: come si vede in un cavallo sboccato, che il tirargli le redini e il dargli una stirata di freno, acciocché non si spinga né corra disordinatamente per una strada, serve ancora acciocché non corra disordinatamente per le altre. E a questo s’aggiunge la terza cosa, che facciamo anche ogni giorno un altro esame generale che abbraccia tutto il resto. – In tal modo poscia abbiamo da insistere nel non far mai l’esame particolare che sopra una cosa sola, che anzi spesse volte e più ordinariamente conviene che un sol vizio o una sola virtù restino da noi divisi in parti ed in gradi, e che si vada a poco a poco facendo l’esame particolare prima sopra una parte, o sopra un grado, e poi sopra l’altra dello stesso vizio, o virtù, per potere a questo modo conseguir meglio quello che si desidera; perché, se pigliassimo generalmente ogni cosa insieme, non faremmo niente. Per esempio, se uno vuol tirar l’esame particolare sopra lo sradicar da sé la superbia, e l’acquistar l’umiltà, non ha da pigliar la cosa così in generale, dicendo: non voglio esser superbo in cosa alcuna, ma in ogni cosa umile; perché questo comprende gran roba, e farebbe più che se tirasse l’esame sopra tre, o quattro cose insieme; e così farà poche faccende, perché abbraccia troppo, ma ha da divider questo in più parti, o gradi; perché in questa maniera dividendo i nemici, e pigliando ciascuno di essi da sé, si vinceranno meglio, e si verrà a conseguir più presto quello che si desidera. Acciocché questa cosa si possa meglio mettere in pratica, stenderemo qui alcune cose principali sopra delle quali si può fare l’esame particolare, dividendole nelle loro parti e gradi. E sebbene per quel che tocca alcune virtù facciamo questo ne’ loro trattati a parte; nondimeno acciocché ogni cosa si trovi unita, per esser questo il luogo proprio, di tutte ne metteremo qui una breve raccolta che ci potrà anche servire di esemplare e di specchio nel quale possiamo mirare se andiamo facendo profitto, e veder quanto ci manchi per acquistare la perfezione.

CAPO V.

Come si ha a tirare e dividere l’esame particolarenelle parti e ne’ gradi delle virtù.

Dell’umiltà.

1. Non dir parole che possano ridondare in mia lode e riputazione.

2. Non compiacermi quando un altro mi loda e dice bene di me; anzi pigliar da ciò occasione d’umiliarmi e di confondermi più, vedendo, che non son tale quale gli altri si pensano né quale dovrei essere. E con questo si potrebbe congiungere il rallegrarmi quando è lodato un altro e si dice bene di lui. E quando di ciò avrò qualche dispiacere, o qualche movimento d’invidia, notarlo per difetto e per errore. E così ancora quando avrò qualche gusto e compiacenza vana del dirsi bene di me.

3. Non far cosa alcuna per rispetti umani, né per esser veduto e stimato dagli uomini, ma puramente per Dio.

4. Non iscusarmi, e molto meno buttar la colpa addosso ad altri, né esteriormente né interiormente.

5. Troncare e soffocare subito i pensieri vani, alteri e superbi, che mi vengono, di cose concernenti il mio onore e la mia reputazione.

6. Tener tutti per superiori, non solo speculativamente, ma praticamente, e nell’attual modo di procedere con essi, portandomi verso tutti con quell’umiltà e rispetto che si deve ai Superiori.

7. Accettar volentieri tutte le occasioni che mi si porgeranno in materia d’umiltà; e circa di ciò andar crescendo e ascendendo per questi tre gradi: 1° Tollerandole con pazienza: 2° Con prontezza e facilità: 3° Con gusto ed allegrezza. E non mi ho da quietare, sinché non giunga al provare allegrezza e gusto nell’essere dispregiato e vilipeso, per assomigliare ed imitar Cristo nostro Redentore, il quale volle essere dispregiato e vilipeso per me.

8. Si può condurre l’esame particolare sì in questa materia, come in altre simili, facendo alcuni atti ed esercizi d’umiltà e di qualsisia altra virtù sopra della quale si farà l’esame particolare, sì interiori, come esteriori, a questo applicandomi tante volte la mattina e tante la sera, cominciando con meno e andando sempre aggiungendo di più, sinché vada acquistando abito e consuetudine in quella virtù.

Della carità fraterna.

1. Non mormorare né dire alcun mancamento, o difetto d’un altro, ancorché sia cosa leggiera e pubblica. Non guastargli le cose sue, né dar segno alcuno di far poca stima di lui, né in presenza né in assenza, ma procurare, che su la mia bocca tutti siano buoni, onorati e stimati.

2. Non dir mai ad un altro: Il tale ha detta la tal cosa di te, essendo cosa della quale possa ricevere qualche disgusto, per piccolo che sia; perché questo è seminar discordie e zizzania tra’ fratelli.

3. Non dir parole mordenti, né delle quali altri si possa mortificare, né aspre, o impazienti. Non contrastare ostinatamente, né contraddire, né riprendere altri senza esser ciò a carico mio.

4. Trattar tutti amorevolmente, e con carità, e dimostrarlo con gli affetti, procurando di far loro servizio, di aiutarli, e di dar loro gusto in quanto potrò. E specialmente quando uno per ragione dell’ufficio che ha deve aiutar gli altri, ha da procurare di far questo tanto più compiutamente, e di supplire colle buone maniere, colle buone risposte e colle buone parole, ove non potranno arrivare i fatti.

5. Schifare qualsivoglia avversione; e molto più il dimostrarla; come sarebbe lasciando per qualche disgusto di parlar ad un altro e di fargli servizio in qualche cosa, potendo; o in qualsivoglia modo dando segno di aver qualche sorta di querela contro di lui.

6. Non essere singolare con alcuno nel trattare, ed evitare le famigliarità e amicizie particolari che offendono.

7. Non giudicar alcuno, anzi procurar di scusare i suoi mancamenti e difetti con me stesso e con altri, tenendo buona opinione di tutti.

Della mortificazione.

1. Mortificarmi nelle cose e occasioni che mi si presentano, senza che io le vada cercando; o vengano immediatamente da Dio; o vengano per mezzo dei Superiori; o per mezzo dei nostri prossimi e fratelli; o per qualsivoglia altra via; procurando di accettarle di buona voglia e di approfittarmi di esse.

2. Mortificarmi e vincermi in tutto quello che m’impedirà l’osservanza delle mie Regole e il far bene le cose ordinarie che fo ogni giorno, sì spirituali, come esteriori; perché tutti i mancamenti che in ciò facciamo, procedono, o dal non vincerci e non mortificarci in patir qualche travaglio, o dal non astenerci da qualche gusto e diletto.

3. Mortificarmi in procedere colla modestia che debbo, essendo Religioso, e specialmente in quel che tocca gli occhi e la lingua, quando in ciò vi sia qualche mancamento, o difetto.

4. Mortificarmi in alcune cose che lecitamente potrei fare, come in non uscire dalla mia stanza; in non vedere qualche cosa curiosa; in non domandare né voler sapere quel che non m’importa; in non dir qualche cosa che ho voglia di dire; e in altre cose simili; tirando l’esame sopra il far tante di queste mortificazioni la mattina e tante la sera, cominciando con meno, e andando di mano in mano aggiungendone di più: perché l’esercizio di queste mortificazioni volontarie, ancorché sia circa cose piccole, è di molto gran giovamento.

5. Mortificarmi nelle istesse cose che non posso a meno di fare, in questo modo, che quando vo a mangiare, a studiare, a leggere, a predicare, o a far qualsivoglia altro esercizio del quale ho gusto, io mortifichi prima il mio appetito e la mia volontà; dicendo col cuore: Signore, io non voglio far questo per mio gusto, ma perché lo volete Voi.

Dell’astinenza, o gola.

1. Non mangiar cosa alcuna né prima né dopo l’ora comune, né fuori del refettorio.

2. Contentarmi di quello che si dà alla Comunità, senza voler altre cose, né quelle medesime accomodate o condite in altro modo, non ammettendo particolarità senza necessità molto ben conosciuta.

3. In queste cose comuni non eccedere circa la quantità la regola della temperanza.

4. Non mangiare con molta ansia né con molta fretta, ma con modestia e decenza, non lasciandomi trasportare dall’appetito.

5. Non parlare di cose appartenenti al mangiare, e molto meno mormorarne o lamentarmene.

6. Tagliare e troncare pensieri di gola.

Della pazienza.

1. Non mostrare alcun segno esteriore d’impazienza, anzi mostrar segno di molta pace nelle parole, nelle azioni, e nel sembiante del viso, reprimendo tutti i movimenti e affetti contrari.

2. Non permettere, che entri nel cuore alcuna perturbazione, o dispiacere, o sdegno, o tristezza, e molto meno desiderio di vendetta alcuna, benché sia molto leggiera.

3. Ricevere tutte le cose e occasioni che mi si presenteranno, come mandate da Dio per bene e utilità mia, in qualsisia modo e per qualsivoglia mezzo, o via, elle vengano.

4. Andarmi esercitando e attuando in ciò per questi tre gradi: il primo, sopportando tutte le cose che m’occorreranno, con pazienza; il secondo, con prontezza e facilità, il terzo, con gusto e allegrezza, per essere quella la volontà di Dio.

Dell’ubbidienza.

1. Esser puntuale nell’ubbidienza esteriore, lasciando la lettera cominciata, e movendomi anche al cenno della volontà del Superiore, senza aspettare comandamento espresso.

2. Ubbidire volontariamente e di cuore, ed avere uno stesso volere e volontà col Superiore.

3. Ubbidire ancora con intelletto e col giudizio, essendo di un medesimo parere e sentimento col Superiore, non ammettendo giudizi o ragioni contrarie.

4. Ricevere la voce del Superiore e della campanella come se fosse voce di Dio, e ubbidire al Superiore, qualunque egli sia, come a Cristo Signor nostro, ed anche agli Ufficiali subordinati.

5. Avere ubbidienza cieca; che vuol dire, ubbidire senza investigare, né esaminare, né cercar ragione del perché; o a che effetto; ma mi basti per ragione l’esser ubbidienza e comandarlo il Superiore.

6. Passar agli atti della volontà, attuandomi, quando ubbidisco, nello star ivi facendo la volontà di Dio, e che questo sia tutto il gusto e la contentezza mia.

Della povertà.

1. Non dare, né ricevere da altri in Casa, o fuori, cosa alcuna senza licenza.

2. Non imprestare, né pigliar cosa alcuna dalla Casa, o dalla stanza di un altro, senza licenza.

3. Non tener cosa alcuna superflua, privandomi di tutto quello che non mi sarà necessario, sì intorno ai libri e alle suppellettili della stanza, come intorno al vestire e mangiare e a tutto il rimanente.

4. Nelle medesime cose necessarie che adoprerò, ho da procurare di parer povero, poiché sono tale, e che elle siano delle più povere, più semplici, e di manco valuta; di maniera che e nella stanza, e nel vestito, e nel mangiare, e in tutto il rimanente risplenda sempre la virtù della povertà, e apparisca, che son povero, desiderando e gustando, che le cose peggiori della Casa siano sempre per me, per mia maggior abnegazione e profitto spirituale.

5. Gustare, che ancora di quello che mi è necessario mi manchi qualche cosa; poiché questo è il vero povero di spirito e imitatore di Cristo nostro Redentore, il quale, essendo tanto ricco e potente, si fece povero per amor nostro, e volle sentir mancamento delle cose necessarie, patendo fame, sete, freddo, stanchezza e nudità (2 Cor. VIII, 8),

Della castità.

1. Essere circospetto negli occhi, non guardando persone né cose che possano essere incentivo di tentazione.

2. Non dire né ascoltare parole che tocchino questa materia, o che possano eccitar movimenti, o pensieri cattivi, né leggere cose simili.

3. Non ammettere pensiero alcuno toccante a questo, ancorché sia molto remoto e lontano, scacciandolo con gran diligenza e prestezza subito al principio.

4. Non toccar altra persona, specialmente nella faccia, nelle mani, nel capo, né lasciarmi toccare.

5. Osservar con me stesso molta decenza e onestà in guardarmi, scoprirmi, o toccarmi, fuori di quel che è precisamente necessario.

6. Non tener amicizie particolari, né dare né ricever presentucci né cose da mangiare. E con persone di facile occasione e con chi sente quest’affetto e inclinazione proceder con gran circospezione, fuggendo con buon modo la loro pratica e conversazione: il che suole esser unico rimedio in queste cose.

Del far bene le opere e azioni ordinarie.

1. Non lasciar giorno alcuno di fare i miei esercizi spirituali compiutamente, dando loro tutto il tempo per essi assegnato. E quando in questo tempo occorresse qualche occupazione necessaria, supplire in altro tempo.

2. Far bene ed esattamente l’orazione mentale e gli esami generale e particolare, osservando le Addizioni: e negli esami trattenendomi nel dolore e nella confusione dei mancamenti ed errori, e nel proponimento di emendarmene, più che nell’esaminar quante volte vi sono incorso: perché in questo sta la sostanza e il frutto dell’esame; e per mancamento di ciò sogliono alcuni cavare da esso poco frutto.

3. Far bene gli altri esercizi spirituali, Messa, Ufficio, Lezione spirituale, e le penitenze e mortificazioni così pubbliche come private, procurando di cavarne il fine e il frutto per lo quale ciascuna cosa è ordinata, e non facendola come per usanza, per complimento e per cerimonia.

4. Esercitar bene il mio ufficio e i miei ministeri, facendo quanto potrò e starà in mia mano, acciocché riescan ben fatti, come chi fa tutto questo per Dio e alla presenza di Dio.

5. Non commettere mancamento né errore alcuno a posta.

6. Stimare assai le cose piccole.

7. E perché il mio profitto e la mia perfezione sta nel far bene e perfettamente queste opere e azioni ordinarie che facciam ogni giorno; debbo tenere molta cura di tempo in tempo, quando sentirò che mi ci vada intiepidendo, di ritornar a tirare per alcuni giorni l’esame particolare sopra di queste per rinnovarmi e rifarmi nel farle bene.

Del far tutte le cose puramente per Dio.

1. Non fare cosa alcuna per rispetto umano, né per esser veduto né stimato dagli uomini, né per mia comodità, interesse, o gusto.

2. Far tutte le opere e le azioni puramente per Dio, assuefacendomi a riferirle attualmente tutte a Dio; primieramente la mattina subito che mi sveglio: secondariamente nel principio di ciascuna operazione ed azione: in terzo luogo anche nel decorso dell’opera e azione istessa, alzando molte volte, mentre la sto facendo, il cuore a Dio, con dire: Per voi, Signore, fo questa cosa, per vostra gloria, perché così voi volete.

3. Andar tirando questo esame su l’attuarmi nelle cose sopra dette tante volte la mattina e tante la sera, cominciando col meno e andando poi successivamente aggiungendo di più, sino che io vada acquistando una buona consuetudine ed un buon abito di alzare molto frequentemente il cuore a Dio nelle mie opere e azioni, sicché in esse non abbia più altra mira che di compiacere alla Divina Maestà Sua.

4. Non mi ho da fermare circa il fare quest’esame ed esercizio fin a tanto che io non arrivi a far le opere e azioni mie come chi serve Dio, e non uomini, e a farle in tal maniera, che in esse io stia sempre attualmente amando Dio e gustando di star ivi facendo la volontà sua, e che tutto il mio gusto in esse sia questo; talché quando io starò operando, più paia che sto amando che operando.

5. Questa ha da essere la presenza di Dio nella quale ho da camminare e stare, e la continua orazione che ho da procurare di fare; perché sarà molto buona e molto utile per l’anima mia, e mi aiuterà a far le cose ben fatte e con perfezione.

Della conformità alla volontà di Dio.

1. Pigliare tutte le cose e tutte le occasioni che avverranno (siano elleno grandi o siano piccole, per qualsivoglia via e in qualsisia modo che vengano) come venute dalla mano di Dio, il quale me le manda con viscere paterne, per maggior mio bene e profitto; e conformarmi in esse alla sua santissima e divina volontà, come se io vedessi l’istesso Cristo che mi stesse dicendo: Figliuolo, Io voglio, che adesso tu faccia, o patisca questa cosa.

2. Procurare d’andar crescendo e ascendendo in questa conformità alla volontà di Dio in tutte le cose, per questi tre gradi, il primo, in queste cose uniformarsi con pazienza ; il secondo, con prontezza e facilità; il terzo con gusto e allegrezza, per esser quella la volontà e il gusto di Dio.

3. Non mi ho da fermare nella pratica di questo esame fin a tanto che io non arrivi a provare in me stesso uno sviscerato gusto e giocondità, che si adempisca in me la volontà del Signore, ancorché sia con travagli, con dispregi e dolori, e fin a tanto che tutta la mia allegrezza e il mio gusto non sia la volontà e il gusto di Dio.

4. Non lasciare di far cosa che io conosca esser volontà di Dio e maggior gloria e servizio suo, procurando in questo d’imitar Cristo nostro Redentore, il quale disse: Ego, quæ placita sunt ei, facio semper (Jo. VIII, 29): Io fo sempre quello che piace più al mio eterno Padre.

5. Lo stare in questo esercizio sarà molto buon modo di stare alla presenza di Dio, e in continua orazione, è molto utile.

6. L’esame della mortificazione che abbiamo posto di sopra si potrà far meglio per via di conformità alla volontà di Dio; pigliando tutte le cose e occasioni come venute dalla mano del Signore, nel modo che qui s’è detto. E in questa maniera sarà più facile, più gustoso e più utile; perché sarà esercizio di amor di Dio. – È da avvertire, che non vogliamo dire per questo che l’esame particolare si abbia da fare con quell’ordine col quale si mettono qui le virtù, né con quell’ordine dei gradi, o delle parti, che si è tenuto in ciascuna di esse. Ma la regola che in ciò s’ha da tenere ha da essere, che ciascuno faccia scelta di quella virtù della quale avrà maggiore necessità, e in essa cominci da quella parte e da quel grado che più gli abbisogna: e finito che avrà con questo, vada pigliando del rimanente quello che conoscerà più convenirgli, sino a che arrivi ad acquistare la perfezione di quella determinata virtù con la grazia del Signore.

[1- Continua] http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/17/esame-di-coscienza-2-s-alfonso-rodriguez/

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.