L’UFFICIO DELLE TENEBRE (2018)

GIOVEDÌ SANTO AL NOTTURNO:  L’UFFICIO DELLE TENEBRE

[Dom Guéranger: l’Anno Liturgico, vol. I, Paoline ed. Alba, impr. 1957]

Carattere di tale Ufficio.

L’Ufficio del Mattutino e delle Lodi dei tre ultimi giorni della Settimana Santa differisce non poco da quello degli altri giorni dell’anno. Giovedì, Venerdì e Sabato la Chiesa tralascia quelle esclamazioni di gioia e di speranza con cui suole cominciare la lode di Dio. Non si sente il recitativo del « Domine, labia mea aperies: Signore, sciogli le mie labbra, affinché possa annunziare la tua lode »; nè il “Deus, in adjutorium meum intende”: O Dio, vieni in mio soccorso; nè il Gloria Patri alla fine dei Salmi, dei Cantici e dei Responsori. Negli Uffici rimane solo ciò ch’è loro essenziale nella forma, scomparendo tutte quelle vive aspirazioni che i secoli vi avevano aggiunte.

Il Nome.

Si dà comunemente il nome di Tenebre ai Mattutini ed alle Lodi degli ultimi tre giorni della Settimana Santa, perché vengono celebrate al mattino presto, prima del levar del sole.

Il Triangolo dei quindici ceri.

Un rito imponente e misterioso, esclusivo di questi Uffici, conferma tale appellativo. Nel tempio, presso l’altare, si colloca un grande candeliere di forma triangolare, dove si dispongono quindici ceri. Questi ceri, come pure i sei dell’altare, sono di cera gialla, come quelli degli Uffici dei Defunti. Al termine d’ogni Salmo, o Cantico, si spegne successivamente uno dei ceri del grande candeliere; alla fine ne rimarrà acceso uno solo, quello posto al vertice del triangolo. Ora spieghiamo il senso di queste diverse cerimonie. Siamo nei giorni in cui la gloria del Figlio di Dio rimane eclissata sotto le ignominie della sua Passione. Egli era la « luce del mondo », potente in opere ed in parole, poco fa accolto dalle acclamazioni di tutto un popolo; ed ora eccolo spogliato di tutte le sue grandezze e divenuto « l’uomo dei dolori, un lebbroso », dice Isaia; « un verme della terra, e non più uomo », dice il Re Profeta; « un motivo di scandalo per i suoi discepoli», dice egli stesso. Tutti s’allontanano da lui: Pietro stesso nega d’averlo conosciuto. Tale abbandono e tale defezione pressoché generale sono appunto figurati nell’estinzione successiva dei ceri che stanno sul Triangolo e di quelli dell’altare.

Un antico rito.

Secondo un’usanza di origine franca, che ci è confermata da Amalario e ch’ebbe vita fino alla recente riforma, essendo stati spenti i ceri dell’altare durante la recita del Benedictus, il cerimoniere prendeva l’unico cero rimasto acceso sul candeliere e lo teneva appoggiato sull’altare durante il canto dell’antifona che si ripete dopo il Cantico. Poi andava a nascondere questo cero, senza spegnerlo, dietro l’altare. E lo conservava così, lontano da tutti gli sguardi, per tutta la recita del Miserere e della sua orazione conclusiva. Terminata la quale, si faceva un po’ di rumore contro gli scanni del coro fino all’apparire del cero ch’era stato nascosto dietro l’altare. [Simile rito viene officiato a Sessa Aurunca (CE), con il nome di “terremoto”] Con la sua luce sempre conservata annunciava la fine dell’Ufficio delle Tenebre. In realtà, la luce misconosciuta del Cristo non s’era mai spenta. Si metteva per un momento il cero sull’altare per indicare ch’esso era là come il Redentore sul Calvario dove soffriva e moriva. Poi, per significare la sepoltura di Gesù, si nascondeva il cero dietro l’altare e la sua luce scompariva. Allora un brusio confuso si diffondeva nel tempio immerso nelle tenebre per la scomparsa di quell’ultima fiammella. Tale rumore, unito alle tenebre, esprimeva la convulsione della natura nel momento in cui, spirato il Salvatore sulla croce, la terra aveva tremato, le rocce si erano spaccate e s’erano aperti i sepolcri. Ma tutto ad un tratto il cero riappariva nel pieno splendore della sua luce e tutti rendevano omaggio al vincitore della morte.

Le Lamentazioni di Geremia su Gerusalemme.

Le Lezioni del primo Notturno di ciascuno di questi tre giorni sono prese dalle Lamentazioni di Geremia. In esse vediamo lo spettacolo desolante che offrì la città di Gerusalemme, quando il suo popolo fu portato prigioniero in Babilonia, in punizione del peccato dell’idolatria. La collera di Dio è tutta impressa su queste rovine che Geremia deplora con parole così vere e terribili. Però un tale disastro non era che la figura d’un altro ancora più spaventoso. Se Gerusalemme cade in mano altrui ed è condannata alla solitudine dagli Assiri, almeno conserva il proprio nome; del resto, il Profeta che oggi si lamenta sopra di lei, aveva pure predetto un limite alla sua desolazione, che non sarebbe durata più di settant’anni. Ma nella seconda rovina la città infedele perdette anche il nome. Riedificata poi dai vincitori, per più di due secoli portò il nome di Elia Capitolina; e se, ristabilita la pace della Chiesa, tornò a chiamarsi Gerusalemme, non fu in ossequio a Giuda, ma per ricordarsi del Dio del Vangelo che Giuda aveva crocifisso nella sua città. Non è valsa la pietà di S. Elena e di Costantino, né i valorosi sforzi dei crociati a ridare in maniera durevole a Gerusalemme almeno l’ombra d’una città secondaria: la sua sorte è d’essere schiava degl’infedeli, fino alla fine dei tempi. È la maledizione che s’è attirata addosso in questi giorni: ecco perché la santa Chiesa, per farci capire la grandezza del delitto commesso, ci fa rintronare nelle orecchie i pianti del Profeta, che solo ha potuto adeguare le lamentazioni ai dolori. È un’elegia commovente, che si canta su un tono semplicissimo, e risale alla più remota antichità. Le lettere dell’alfabeto ebraico, che separano le strofe, indicano la forma acrostica che questo poema contiene nell’originale; noi le cantiamo perché anche i Giudei le cantavano.

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Officium Tenebrarum

Fidelibus, qui feriis IV, V et VI Maioris Hebdomadæ Officiis, quae vocant, Tenebrarum interfuerint et psalmorum ac lectionum cantum aut devota lectione, aut piis super dominica Passione meditationibus vel orationibus, prò suo quisque captu, secuti fuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum unoquoque ex dictis diebus;

[in ognuno dei tre giorni: 10 anni]

Indulgentia plenaria, si cunctis tribus diebus eidem pio exercitio vacaverint et præterea peccata sua sacramental pænitentia expiaverint, cælesti Epulo enutriti fuerint et ad mentem Summi Pontificis oraverint (S. Pæn. Ap., 16 mart. 1935).

[Ind. Plen. Se espletati tutti i tre uffici, con Comunione, Confessione, e pregh. sec. le intenz. del Pontefice]

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDI’

[A. Carmignola: Meditacioni, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDÌ.

Sopra la lavanda dei piedi.

Mediteremo sopra la lavanda dei piedi, alla quale volle umiliarsi Gesù Cristo prima di dar principio alla sua passione e di istituire il SS. Sacramento dell’Eucaristia. C’immagineremo di vedere Gesù, che con un asciugatoio innanzi e con un catino d’acqua sta in ginocchio davanti agli Apostoli e lava loro i piedi. Ammireremo questo prodigio di bontà e di umiltà e, poiché sappiamo essere questo il suo desiderio, lo pregheremo che si compiaccia di lavare e purificare altresì con la sua grazia le anime nostre.

PUNTO 1°.

Gesù c’insegna il vero rispetto a Dio.

Il Divin Redentore, sapendo che la sua ora era venuta di passare da questo mondo al Padre, volle dare ai suoi una testimonianza più perfetta del suo amore, e là nel cenacolo, compiuta la cena, si dispose a lavar loro i piedi, a fare cioè il più umile ufficio dei servi. Gesù adunque si avvicinò a Simon Pietro pel primo. Ma questo fervido Apostolo, nel vedersi inginocchiato innanzi il Divin Maestro, non si poté rattenere dall’esclamare: Come, Signore, tu lavare i piedi a me? E rispondendogli Gesù: Quello che io faccio, tu ora non l’intendi, ma lo conoscerai in appresso; Pietro non si diede per vinto, ma ritraendosi replicò: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Con tutto ciò Gesù gli soggiunge: Se io non ti avrò lavato, non avrai parte con me, cioè sarai escluso dalla partecipazione dei miei beni. Quale minaccia! Come mai la ripugnanza di Pietro nel lasciarsi lavare i piedi da Gesù meritava un castigo sì terribile? Lo avrebbe meritato, dice S. Basilio, con la sua disobbedienza al volere divino; perciocché il vero rispetto a Dio consiste anzitutto nel fare la volontà sua e non la nostra, nel lasciarci reggere e governare da Lui e non già nel governarci e reggerci da noi. Quale importante ammaestramento dunque Gesù ci dà in questa circostanza! Vale un bel nulla per l’eternità, tutto ciò che facciamo di volontà nostra contro quella di Dio, manifestataci da coloro che ci dirigono. Val dunque meglio lasciarci guidare dai nostri superiori, che non regolarci da noi stessi. Gersone dice che l’anima religiosa, quando non cura la guida del suo superiore, non ha bisogno di demonio che la tenti, diventando essa demonio a se medesima. Allorché pertanto nella tua superbia o nel tuo falso rispetto vorresti opporti alla volontà di chi ti regge, sappi cedere prontamente e con semplicità, sicuro che si tratta sempre del maggior bene per te e per la gloria di Dio.

PUNTO 2°.

Gesù c’insegna la mondezza dell’animo.

Appena S. Pietro conobbe essere volontà di Gesù che si lasciasse lavare i piedi, si arrese all’istante e si affrettò a soggiungere: Signore, lavatemi pure, e se volete, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo. Ma Gesù gli rispose: Chi è stato lavato, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, del resto è tutto mondo. Con le quali parole Gesù, dalla esteriore e sensibile lavanda assorgendo alla purificazione spirituale dell’anima, ci insegnò che chi è mondo dalla colpa grave, non ha bisogno d’altro che pulirsi di quei difetti quotidiani che sono all’anima come la polvere ai piedi, e che anche questa sollecitudine importantissima si devono pigliare specialmente le persone consacrate a Dio. I difetti quotidiani, che si riducono a colpe veniali, non tolgono la grazia di Dio; ma non lasciano di offendere Lui e di macchiare l’anima. Or che penseremmo noi di un figlio, di una figlia che dicesse al padre: Io vi obbedirò nelle cose di maggior momento, ma in quelle leggiere non intendo obbedirvi? Essendo noi per la nostra condizione figli prediletti del Padre celeste, non dovremmo perciò usare la massima diligenza per non offenderlo neppure con leggieri mancamenti? Se non ci studieremo del continuo di emendarci dei difetti nostri e di purificarci sempre di più, non ci faremo mai santi, né avremo mai da Dio gli aiuti, i lumi e le grazie che tanto ci abbisognano per la nostra santificazione, e, quel che è peggio, corriamo pericolo di passare così dai difetti leggieri ai peccati gravi.

PUNTO 3°.

Gesù c’insegna e comanda l’umiltà.

Gesù, dopo aver lavato i piedi a Pietro, li lava a tutti gli Apostoli e ben anche a Giuda, pur sapendo che lo tradirà. Oh esempio senza pari di profondissima umiltà! Oh bontà ammirabile e inaudita! Ma quello che Gesù ha fatto, vuole che lo facciano anche i suoi. Perciò dice loro e dice a tutti i suoi seguaci: Io vi ho dato l’esempio, e questo esempio voi dovete imitare. Con il che volle dire: Per quanto elevata sia la vostra dignità, per quanto eletto il vostro ingegno, per quanto mirabili le opere che sapete compiere, per quanto sublimi i doni spirituali ricevuti da Dio, dovete nondimeno essere umili, ed umili al punto da gettarvi ai piedi dei vostri fratelli, prestar loro i servizi della carità, edificarli con la vostra bontà, guadagnarli con i sapienti abbassamenti della vostra elevatezza. Oh noi avventurati se seguiremo tanto esempio e sì grande ammaestramento di Gesù! Così certamente santificheremo noi stessi e faremo del bene agli altri, e non già con la nostra alterigia, con lo stare sul nostro, con la superba pretensione che si abbassino gli altri davanti a noi.