DOMENICA DI PASQUA [2018]

DOMENICA DI PASQUA

Incipit
In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps CXXXVIII:18; CXXXVIII:5-6.

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. [Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Ps CXXXVIII:1-2.

Dómine, probásti me et cognovísti me: tu cognovísti sessiónem meam et resurrectiónem meam. [O Signore, tu mi provi e mi conosci: conosci il mio riposo e il mio sòrgere.] 

Resurréxi, et adhuc tecum sum, allelúja: posuísti super me manum tuam, allelúja: mirábilis facta est sciéntia tua, allelúja, allelúja. [Son risorto e sono ancora con te, allelúia: ponesti la tua mano su di me, allelúia: miràbile si è dimostrata la tua scienza, allelúia, allelúia.]

Oratio

Deus, qui hodiérna die per Unigénitum tuum æternitátis nobis áditum, devícta morte, reserásti: vota nostra, quæ præveniéndo aspíras, étiam adjuvándo proséquere. [O Dio, che in questo giorno, per mezzo del tuo Figlio Unigénito, vinta la morte, riapristi a noi le porte dell’eternità, accompagna i nostri voti aiutàndoci, Tu che li ispiri prevenendoli.] Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum. R. Amen.

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Corinthios. 1 Cor 5:7-8

“Fratres: Expurgáte vetus ferméntum, ut sitis nova conspérsio, sicut estis ázymi. Etenim Pascha nostrum immolátus est Christus. Itaque epulémur: non in ferménto véteri, neque in ferménto malítiae et nequitiæ: sed in ázymis sinceritátis et veritátis.” 

[Fratelli: Purificàtevi dal vecchio liévito per essere nuova pasta, come già siete degli àzzimi. Infatti, il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato. Banchettiamo dunque: non col vecchio liévito, né col liévito della malízia e della perversità, ma con gli àzzimi della purezza e della verità.]

Alleluja 

Alleluia, alleluia Ps. CXVII:24; CXVII:1 Hæc dies, quam fecit Dóminus: exsultémus et lætémur in ea. [Questo è il giorno che fece il Signore: esultiamo e rallegriàmoci in esso.] V. Confitémini Dómino, quóniam bonus: quóniam in saeculum misericórdia ejus. Allelúja, allelúja. [Lodate il Signore, poiché è buono: eterna è la sua misericòrdia. Allelúia, allelúia.] 1 Cor V:7 V.Pascha nostrum immolátus est Christus. [Il Cristo, Pasqua nostra, è stato immolato.]

Sequentia

“Víctimæ pascháli laudes ímmolent Christiáni. Agnus rédemit oves: Christus ínnocens Patri reconciliávit peccatóres. Mors et vita duéllo conflixére mirándo: dux vitæ mórtuus regnat vivus. Dic nobis, María, quid vidísti in via? Sepúlcrum Christi vivéntis et glóriam vidi resurgéntis. Angélicos testes, sudárium et vestes. Surréxit Christus, spes mea: præcédet vos in Galilaeam. Scimus Christum surrexísse a mórtuis vere: tu nobis, victor Rex, miserére. Amen. Allelúja.” [Alla Vittima pasquale, lodi òffrano i Cristiani. – L’Agnello ha redento le pécore: Cristo innocente, al Padre ha riconciliato i peccatori. – La morte e la vita si scontràrono in miràbile duello: il Duce della vita, già morto, regna vivo. – Dicci, o Maria, che vedesti per via? – Vidi il sepolcro del Cristo vivente: e la glória del Risorgente. – I testimónii angélici, il sudàrio e i lini. – È risorto il Cristo, mia speranza: vi precede in Galilea. Noi sappiamo che il Cristo è veramente risorto da morte: o Tu, Re vittorioso, abbi pietà di noi. Amen. Allelúia.]

Evangelium 

Sequéntia  sancti Evangélii secúndum Marcum

 Marc. XVI:1-7.

“In illo témpore: María Magdaléne et María Jacóbi et Salóme emérunt arómata, ut veniéntes úngerent Jesum. Et valde mane una sabbatórum, veniunt ad monuméntum, orto jam sole. Et dicébant ad ínvicem: Quis revólvet nobis lápidem ab óstio monuménti? Et respiciéntes vidérunt revolútum lápidem. Erat quippe magnus valde. Et introëúntes in monuméntum vidérunt júvenem sedéntem in dextris, coopértum stola cándida, et obstupuérunt. Qui dicit illis: Nolíte expavéscere: Jesum quǽritis Nazarénum, crucifíxum: surréxit, non est hic, ecce locus, ubi posuérunt eum. Sed ite, dícite discípulis ejus et Petro, quia præcédit vos in Galilǽam: ibi eum vidébitis, sicut dixit vobis.” [In quel tempo: Maria Maddalena, Maria di Giacomo, e Salòme, comperàrono degli aromi per andare ad úngere Gesú. E di buon mattino, il primo giorno dopo il sàbato, arrivàrono al sepolcro, che il sole era già sorto. Ora, dicévano tra loro: Chi mai ci sposterà la pietra dall’ingresso del sepolcro? E guardando, vídero che la pietra era stata spostata: ed era molto grande. Entrate nel sepolcro, vídero un giòvane seduto sul lato destro, rivestito di càndida veste, e sbalordírono. Egli disse loro: Non vi spaventate, voi cercate Gesú Nazareno, il crocifisso: è risorto, non è qui: ecco il luogo dove lo avévano posto. Ma andate, e dite ai suoi discépoli, e a Pietro, che egli vi precede in Galilea: là lo vedrete, come vi disse.]

Omelia

[M. Billot, Discorsi parrocchiali, II ediz. S. Cioffi ed. Napoli, 1840 – impr. ]

Sopra la risurrezione dì Gesù Cristo.

“Surrexit, non est hic”. Marc. XVI.

 Asciugate le vostre lacrime, fratelli miei, e date un libero corso alla vostra allegrezza; Colui che è stato dato alla morte per i vostri peccati, è risuscitato per vostra giustificazione; Colui che faceva pochi giorni orsono il soggetto della vostra tristezza, deve in quest’oggi essere l’oggetto del vostro gaudio; non cercate Gesù Cristo tra i morti; non è più nel sepolcro, Egli è risuscitato. Questa fu la felice e gradita nuova che l’Angelo del Signore annunziò a quelle pie donne che vennero al sepolcro di Gesù Cristo tre giorni dopo la sua morte, per imbalsamare il suo corpo. “Voi venite a cercare, disse loro quell’Angelo, Gesù nazareno che è stato crocefisso; ma non lo troverete, non è più qui. Affrettatevi solamente di andare ad annunziare la risurrezione del vostro Maestro ai suoi discepoli, e dite loro che lo ritroveranno in Galilea, dove va a precederli”. Ibi eum videbitis, sicut dixit vobis (Marc.XVI). Tale è, fratelli miei, il gran mistero che celebriamo in questo giorno, che il Profeta chiama il “giorno del Signore” per eccellenza, giorno di grazia e di allegrezza per gli uomini: Hæc dies quam fecit Dominus, exultemus et lætemur in ea (Psal.CXVII). Questo giorno è il giorno del Signore, perché ce ne manifesta la gloria e la possanza in un nuovo prodigio, che fin’ora non ha avuto l’eguale; voglio dire nella risurrezione di un uomo-Dio, che si libera Egli stesso dagli orrori del sepolcro per riprendere una vita più gloriosa di quella che la morte gli ha tolta. Si è in questo giorno che quel tempio misterioso distrutto dai Giudei è ristabilito nel suo pristino stato; che la pietra angolare che essi han rigettata riprende tutto il suo splendore; che il secondo Giona esce dal seno della terra, come il primo usci dal seno della balena; che il vero Sansone spezza le porte della morte che lo tenevano in prigione, e porta con lui le sue spoglie, conducendo seco un gran numero di prigionieri da esso redenti. O morte, dove è la tua vittoria? Potenze delle tenebre, a che sono andati a finire i vostri sforzi? Non han servito che a far conoscere la gloria e la possanza di Colui alla cui vita voi avete osato attentare: Hæc dies quam fecit Dominus. Questo giorno è altresì un giorno di gioia per gli uomini; mentre se Gesù Cristo e risuscitato per sua gloria, lo è ancora per nostra salute e nostra felicità. Noi troviamo nella sua resurrezione la cagione ed il modello della nostra risurrezione  alla grazia: exultemus et lætemur in ea. Noi troviamo nella risurrezione di Gesù Cristo la cagion di nostra risurrezione, perché essa ce ne fornisce i motivi i più forti: Resurrexit propter iustificationem nostram (Rom. IV). Noi troveremo il modello della nostra risurrezione, perché questa risurrezione di Gesù Cristo ne dà le regole le più certe: Quomodo Christus surrexit a mortuis, ita et nos in nocitate vitæ ambulemus ( Rom. VI). In una parola, la risurrezione di Gesù Cristo è il fondamento ed il modello della nostra risurrezione; ecco tutto il mio disegno: tratterollo in un sol punto. Incominciamo. – Io osservo nella risurrezione di Gesù Cristo due qualità che deve avere la nostra risurrezione alla vita della grazia: la verità e la costanza. Gesù Cristo è veramente risuscitato: surrexit vere (Luc. XXIV). Egli è risuscitato per non più morire: Cristus resurgens ex mortuis iam non moritur (Rom.VI). Ecco, cristiani, il modello della vostra risurrezione spirituale. – Non bisogna contentarsi di una risurrezione apparente; ma bisogna sinceramente convertirsi, bisogna perseverare nella vita nuova, che è il frutto  di una sincera conversione: Quomodo Christus surrexit a mortuis, ita et nos in novitate vitæ ambulemus.

I. Gesù Cristo è veramente risuscitato: non se ne può più dubitare dopo tutte le prove che ne abbiamo; il cielo e la terra, gli Angeli e gli uomini hanno reso testimonianza a questa risurrezione. Gesù Cristo ne ha dato delle prove nelle diverse apparizioni che fece ai suoi Apostoli dopo la sua risurrezione; surrexit et apparuit. Esaminiamo tutte le circostanze di questa risurrezione per istruirci delle qualità che deve avere la nostra. Per risuscitare convien morire: Gesù Cristo è morto, e per far vedere che lo era veramente, rimase tre giorni nel sepolcro. Ma siccome la morte non era in Lui la pena di un peccato che gli fosse personale, poiché era impeccabile per natura, e non ha sofferto la morte che per cancellare, come dice s. Paolo, il chirografo del peccato che eraci cotanto contrario, cosi la morte non esercitò sul suo corpo lo stesso impero ch’ella esercita sui colpevoli, che riduce in uno stato di corruzione: Non dabis sanctum tuum videre corruptionem (Sal. XV). – Cosi tosto che ebbe consumata la sua opera ed adempiti gli oracoli, fece chiaramente vedere che non gli avevano tolta la vita, se non perché Egli aveva voluto, e che aveva il potere di riprenderla quando vorrebbe. Non fece dunque, per cosi dire, che addormentarsi nelle prigioni della morte (come dice per bocca del suo profeta): Ego dormivi et soporatus sum (Psal.III), mentre ben presto dopo trionfò degli orrori del sepolcro e si assicurò per sempre l’immortalità. In segno della sua vittoria, fece Egli tremare la terra, levò la pietra che lo copriva e lasciò nel suo sepolcro i sudari che lo involgevano, i soldati che lo custodivano si ritiravano in disordine, e le pie donne come gli Apostoli, che vennero al sepolcro, non vel trovarono più: Non est hic. Tutto queste circostanze sono altrettante figure di ciò che deve accadere nella conversione del peccatore. Primieramente deve egli morire. Oimè! peccatori, non è che troppo vero che voi siete morti per il peccato, che vi ha tolta la vita della grazia, voi siete nella tomba del peccato, coperti di una grossa pietra pel cattivo abito che avete contratto. Or, per uscire da questa tomba e distruggere la morte del peccato, bisogna condannarvi ad un altro genere di morte con un intero staccamento dal peccato, con una rinunzia generale a tutto ciò che è stato per voi occasione di peccato, di modo che possiate dire col grande Apostolo: noi siamo morti al peccato, come mai potremo ancora vivere al peccato? Mortui sumus peccato, quomodo adhuc vivemus in illo ( Rom. VI)? Ecco il genere di morte che deve procedere la vostra risurrezione alla grazia o piuttosto che deve accompagnarla, che ne è la condizione essenziale: mentre morire al peccato si è risuscitare alla grazia. Ma per questo che dovete voi fare? Siccome la terra tremò alla risurrezione di Gesù Cristo, così bisogna che il vostro cuore tremi, che sia commosso, spezzato dal dolore, lacerato ed attristato dal pentimento. Non basta concepire qualche desiderio di conversione che vi lasciasse nel medesimo stato, ma il vostro cuore deve, cangiando d’oggetto, cangiar d’inclinazione: cangiamento che deve essere sì perfetto che il vostro cuore non sia più il medesimo cuore; di maniera che se ne crei uno affatto puro ed affatto nuovo in mezzo di voi medesimi, come lo chiedeva per sé il profeta: Cor mundum crea in me Deus. (Ps. L). Ecco il primo passo che convien fare per passare ad una nuova vita. Voi dovete in appresso, peccatori, levar la pietra del sepolcro, cioè rompere il cattivo abito che vi tiene prigioniero nei legami della morte e che impedisce la rugiada del cielo di entrare nella vostra anima. Questa pietra è grossa, è vero, l’abito è talmente radicato in voi che egli è divenuto come una seconda natura. Ma questo abito, questa pietra, fosse bene ancora più difficile a levare di quella che copriva il corpo di Gesù Cristo, voi dovete imitare il coraggio di quelle pie donne, che andarono di buon mattino per imbalsamare il corpo del Salvatore senza essere spaventate né dalla grossezza della pietra né trattenute dal timore dei Giudei e dei soldati che custodivano il sepolcro. Convien farvi delle sante violenze per resistere a quegli abiti, con gli atti delle virtù contrarie. Se quegli abiti non fanno ancora che nascere, incominciate sul mattino, cioè abbiate cura di soffocarne i primi moti. Rendetevi superiori a tutti i rispetti umani che sarebbero un ostacolo alla vostra conversione: il timore di dispiacere agli uomini non vi trattenga giammai dove si tratta della vostra eterna salute. Convien anche togliere il sigillo del peccato, cioè rompere quelle ree corrispondenze, allontanarvi da quelle case, da quelle persone, da quelle occasioni di peccato che erano come le guardie che tenevano la vostr’anima cattiva nelle prigioni della morte. Si è a questo segno che riconosceremo che voi siete veramente risuscitati, in guisa che dire possiamo di voi per riguardo a quelle occasioni ciò che l’Angelo disse di Gesù nazareno a quelle sante donne che lo cercavano nel suo sepolcro: Surrexit, non est hic. Voi cercate quel peccatore in quelle case che frequentava, con quelle persone che erano uno scoglio alle sue virtù; ma non le frequenta più. Quell’ubbriaco non va più in quelle osterie; quelle persone han rotto il commercio pericoloso che avevano insieme, non si vedono più l’una con l’altra: Non est hic. Quest’uomo è vivo, non bisogna più cercarlo tra i morti: Quid quæritis viventem cum mortuis (Luc. XXIV)? Ha lasciato nel sepolcro tutte le spoglie della morte, ha purgato il vecchio lievito che era in lui, per diventar una nuova creatura in Gesù Cristo: in una parola: egli non è quel che era, è interamente cambiato. – Ecco, fratelli miei, ciò che è assolutamente necessario per una vera risurrezione. Imperciocché altrimenti invano pretenderete voi essere risuscitati alla grazia ed aver parte alla risurrezione del Salvatore: non basta di aver dato nel tempo pasquale, come il resto dei fedeli, segni esteriori di religione, di esservi accostati ai sacramenti della Penitenza e dell’Eucaristia; se voi non siete veramente convertiti, se conservate ancora in voi qualche fermento del peccato, se voi avete qualche attacco all’idolo della vostra passione, se voi non siete ancora riconciliati col vostro nemico, e se rimane nel vostro cuore qualche fiele contro di lui; se voi non avete soddisfatto o se non siete risoluti di soddisfare al più presto al prossimo cui avete fatto qualche torto, la vostra risurrezione è una risurrezione apparente, che può bensì ingannare gli uomini, ma, non già Dio. Voi sembrate del numero dei viventi, ma effettivamente siete nel numero dei morti: Nomen habes quod vivas, et mortuus es (Apoc. II). Oimè! quanti ve ne ha forse tra voi di questo carattere, i quali non sono risuscitati che in apparenza? Non tocca a me giudicarne, Dio solo li conosce; ma voi potete benissimo giudicarvi da voi medesimi, per le disposizioni in cui vi trovate riguardo al peccato e alle occasioni del peccato: voi conoscerete che la vostra risurrezione è vera e sincera per la somiglianza che essa deve avere con quella di Gesù Cristo. Or, siccome abbiam detto, Gesù Cristo con la sua risurrezione ha ripigliata una nuova vita, tutta diversa da quella che aveva prima: il suo corpo non è solamente uscito dal sepolcro, ma ha ricevuto delle doti che lo rendono partecipe della natura degli spiriti, da passibile e mortale Egli è divenuto impassibile ed immortale; non è più un corpo grave per la materia, ma un corpo agile e sottile che penetra e che va ovunque gli piace; è un corpo, in una parola, che, sebbene sulla terra, non appartiene più alla terra, che è divenuto affatto celeste e tutt’altro da quel che era prima. Tal deve essere il Cristiano veramente risuscitato alla grazia; egli è un uomo che non appartiene più alla terra, che usa di questo mondo come non usandone, che non cerca se non le cose del cielo: Si consurrexistis cum Christo, quæ sursum sunt quærite (Coloss. III). Un Cristiano risuscitato con Gesù Cristo è un uomo indifferente ai piaceri e alla gloria, il quale, riguardandosi sulla terra come di buon grado viaggiatore, non respira che pel cielo, sua cara patria. Egli è un uomo che non ha ardore che per far del bene, che di buon grado è volto alle buone opere e all’adempimento dei suoi doveri; che apre le sue mani all’indigente, che visita Gesù Cristo nel luogo santo o nei suoi membri che soffrono: egli è un uomo finalmente divenuto del tutto celeste, i cui pensieri e le parole non mirano che al regno di Dio, e le cui azioni non tendono che a questo fine. – A questi segni, fratelli miei, riconoscete voi che siete veramente risuscitati con Gesù Cristo? Ah! che io non temo la vostra coscienza vi renda una testimonianza contraria. Se i vostri pensieri e i vostri desideri, le vostre parole, le vostre azioni non hanno per oggetto che i beni di questo mondo, voi siete del tutto terreni, e la vostra vita non rassomiglia punto a quella di Gesù Cristo risuscitato. Riformatevi dunque su questo modello, purificando il vecchio fermento che è in voi, correggendo le vostre inclinazioni, basse e terrene, mortificando le vostre passioni, per divenir una nuova creatura e per celebrare la pasqua di Gesù Cristo con gli azimi di sincerità e di verità, cioè con i sentimenti e con le inclinazioni d’un uomo interamente rinnovato, Expurgate vetus fermentimi, ut sitis nova conspersio; epulemur in azimis sinceritatis et veritatis ( 1 Cor. V). – Affinché la vostra risurrezione sia vera, bisogna ancora darne dei segni, come Gesù Cristo ne diede della sua nelle diverse apparizioni che fece ai suoi Apostoli: apparuit. E perché crediamo noi, fratelli miei, che il Salvatore risuscitato abbia dimorato ancora quaranta giorni sulla terra prima della sua ascensione al cielo, se non per dare ai suoi Apostoli prove sensibili della sua risurrezione? Ed è per questo che si manifestò ad essi diverse fiate ed in diversi luoghi; quest’oggi in Gerusalemme, domani nel castello d’Emmaus, indi in Galilea, ora ad alcuni in particolare, ora a tutti insieme raccolti. Non voleva Egli lasciare loro alcun dubbio della sua risurrezione, ma voleva anche insegnarci che non basta essere convertiti, ma bisogna comparirlo in realtà: voleva principalmente insegnare ai peccatori che lo hanno disonorato avanti gli uomini, a riparare con una vita esemplare l’oltraggio che gli hanno fatto; ai peccatori che col loro scandalo hanno indotti gli altri nelle vie dell’iniquità ad edificarli con una condotta regolata: voleva, in una parola, che ogni peccator convertito si mostrasse avanti agli uomini quale è avanti a Dio, sia per l’interesse della sua gloria, sia per l’edificazione dei suoi fratelli. Perciocché se ogni uomo deve rendere testimonianza al Vangelo, deve confessare Gesù Cristo in faccia al mondo, se vuole esser riconosciuto davanti al Padre celeste. Egli è principalmente il peccatore chi gli ha rapita la gloria che gli era dovuta, perciò la testimonianza di questo peccatore, riparando l’ingiuria ch’egli ha fatto a Dio, sarà per gli altri una attrattiva potente per la virtù. Voi dunque che vi fate gloria d’assentarvi dai divini uffizi, che per mancanza di devozione vi fermate all’entrata delle chiese; voi che non vi accostate quasi mai ai sacramenti; voi che con le bestemmie, con le parole oscene portaste un odore di morte nelle vostre famiglie, e nel cuore di coloro che vi frequentavano; bisogna che d’ora in poi vi facciate veder assidui vicino ai santi altari, che vi accostiate ai sacramenti, che vi facciate udire a non più proferire che parole edificanti; bisogna che siate il buon odore di Gesù Cristo con una condotta regolata, che vi diportiate finalmente in guisa affatto diversa da quella di prima: si è in tal modo e non altrimenti che potremo dire di voi che siete veramente risuscitati e che ne date i segni: surrexit vere et apparuit (Luc.XXIV). Ma non basta risuscitare alla vita della grazia; bisogna che questa risurrezione sia costante, come è stata quella di Gesù Cristo. Perché mai non si propone la risurrezione di Lazaro, per modello d’una perfetta risurrezione? Perché Lazaro, dopo aver ricuperata la vita per la possanza di Gesù Cristo, fu in appresso soggetto all’impero della morte. Ma Gesù Cristo risuscitato non muore più: Christus resurgens iam non moritur ( Rom. VI). In quel meraviglioso combattimento in cui la vita e la morte sono state alle prese, Egli ha fatto perdere alla morte il suo stimolo, l’ha interamente assorbito nella vittoria ch’Egli ha su di essa riportata: Absorpta est mors in Victoria (1 Cor. XV). Giudei inumani, voi avete potuto esercitare una volta su di lui il vostro furore coi tormenti che gli avete fatto soffrire; ma l’ora delle tenebre è passata, la vostra possanza è finita, tutti i vostri sforzi per attentare alla sua vita sarebbero inutili. Egli ha bensì voluto soffrire la morte per l’infermità di nostra natura che aveva presa; ma Egli vive al presente per la virtù di Dio: Crucìfixus est ex infirmitate, sed vivit ex virtute (2 Cor. XIII), e la sua vita uguaglierà la durata di tutti i secoli: Ecce sum vivens in sæcula sæculorum (Apoc. 1). Tale deve essere, fratelli miei, la vostra risurrezione alla grazia; deve essa portare un carattere d’immortalità che vi renda invincibili ai colpi dei vostri nemici. Mentre a che vi servirebbe d’essere usciti per un tempo, come Lazaro, dal sepolcro, se voi ricadete in uno stato di morte, ricadendo nel peccato, che vi fa perdere la vita della grazia? Qual ingiuria non fareste voi a Dio, e qual torto a voi medesimi? Ingiuria a Dio, perché paghereste con la più nera ingratitudine la pazienza ch’Egli ha avuto d’aspettarvi a penitenza, la bontà che ha avuto di ricevervi ed il bene che vi ha fatto di calarvi delle ombre della morte per rendervi alla vita. Voi rechereste ancora un danno considerabile a voi medesimi, perché, ricadendo nel peccato e perdendo la grazia di Dio, vi esponete al rischio di non ricuperarla giammai, sia perché la morte può sorprendervi, sia perché avete a far più di fatica a rilevarvi. Oimè! forse il primo peccato che voi commetterete porrà il sigillo alla vostra riprovazione, e Dio non vi darà più il tempo né la grazia di far penitenza; pensatevi bene, affinché questo pensiero vi ritenga nel felice stato in cui la grazia vi ha ristabiliti. Ma oimè! Quanto pochi cristiani si manterranno nelle loro risoluzioni! Quanti di quelli che mi ascoltano ripiglieranno la strada delle loro ree passioni che hanno per qualche tempo abbandonata! Hanno essi voluto soddisfare ad un dovere che la religione comanda, e per essere ammessi a cibarsi dell’Agnello pasquale, si sono privati di certi piaceri cui il loro cuore è sempre attaccato, si son fatta qualche violenza, ma non cadranno alla prima occasione? Tutto il popolo senza dubbio soddisferà in questa parrocchia al dovere pasquale; ma sarà quindi più pio verso Dio, più caritatevole verso il suo prossimo, più vigilante sopra se stesso? Oimè! non è forse a temere che non sia sempre ugualmente soggetto ai medesimi difetti? Ecco, fratelli miei, ciò che è capace di cangiare la gioia ed il gaudio di queste solennità in lutto ed in tristezza; perché noi vediamo ogni anno che le feste non sì tosto sono passate, che il vizio ed il libertinaggio, che sembravano estinti, si ravvivano e risuscitano a cosi dire, per far soffrire a Gesù Cristo nel cuore dei peccatori una seconda morte, in qualche modo più crudele di quella che gli han data i Giudei. Deh non sia così di voi, miei fratelli, perdete piuttosto quanto avete di più caro al mondo, che perdere la grazia del vostro Dio. – Pratiche. Fate, durante queste feste frequenti visite a Gesù Cristo, per domandargli la grazia della perseveranza: fuggite le occasioni, le assemblee, le partite di piacere interrotte durante il tempo della penitenza e che si ripiglieranno per compenso di quelle che si son tralasciate. La gloria della risurrezione di Gesù Cristo non deve farvi dimenticare i suoi patimenti: è per farcene ricordare ch’Egli ha conservate le sue sacre piaghe; così la bella sorte di una santa risurrezione non deve mettere fine alla vostra penitenza. Si è al contrario con la penitenza, con la mortificazione unita a ferventi preghiere, che voi conserverete la grazia della risurrezione; non è che seguendo le tracce di Gesù paziente che si può sperare di regnar con Gesù Cristo glorioso e trionfante: si compatimur, ut et glorificemur (Rom.VIII). Gemete e fate ammenda onorevole a Gesù Cristo degli oltraggi atroci che tanti cattivi Cristiani gli fanno con le comunioni sacrileghe di cui si rendono colpevoli in questo tempo pasquale: pregate il Signore che si degni illuminare questi temerari sulla loro sorte, e sollecitatelo che voglia conservare preziosamente il frutto delle buone comunioni in quelli che han mangiato o mangeranno il pane degli Angeli con sante disposizioni: questi sentimenti di zelo vi meriteranno grazie abbondanti che vi condurranno alla vita eterna: io ve la desidero. Così sia.

  Credo…

Offertorium 

Orémus 

Ps. LXXV:9-10.

Terra trémuit, et quiévit, dum resúrgeret in judício Deus, allelúja. [La terra tremò e ristette, quando sorse Dio a fare giustizia, allelúia.]

Secreta

Súscipe, quaesumus, Dómine, preces pópuli tui cum oblatiónibus hostiárum: ut, Paschálibus initiáta mystériis, ad æternitátis nobis medélam, te operánte, profíciant. [O Signore, Ti supplichiamo, accogli le preghiere del pòpolo tuo, in uno con l’offerta di questi doni, affinché i medésimi, consacrati dai misteri pasquali, ci sérvano, per òpera tua, di rimédio per l’eternità.] –

Communio 1 Cor 5:7-8

Pascha nostrum immolátus est Christus, allelúja: itaque epulémur in ázymis sinceritátis et veritátis, allelúja, allelúja, allelúja.[Il Cristo, nostra Pasqua, è stato immolato, allelúia: banchettiamo dunque con gli àzzimi della purezza e della verità, allelúia, allelúia, allelúia.]

Postcommunio 

 Orémus.

Spíritum nobis, Dómine, tuæ caritátis infúnde: ut, quos sacraméntis paschálibus satiásti, tua fácias pietáte concordes. [Infondi in noi, o Signore, lo Spírito della tua carità: affinché coloro che saziasti coi sacramenti pasquali, li renda unànimi con la tua pietà.]

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL SABATO

MEDITAZIONE PER IL SABATO.

Sopra la sepoltura di Gesù Cristo.

Mediteremo sulla sepoltura di Gesù. Deposto il corpo del Signore nel sepolcro, e discesa la sua anima al limbo, l’uno e l’altra, per la potenza della divinità a loro congiunta, si preparano alla gloriosa risurrezione. C’immagineremo di vedere l’amabilissimo Gesù, che anche dopo morte si manifesta sovrano padrone della vita ed opera a suo piacimento, continuando a darci prove del suo infinito amore. Ammireremo una potenza e sovranità così grande e lo ringrazieremo ch’Egli le adoperi non solo per sua gloria, ma altresì per nostro vantaggio.

PUNTO 1°.

Il corpo sacratissimo di Gesù è portato al sepolcro.

Giuseppe d’Arimatea e Nicodemo, discepoli prima occulti ed ora palesi di Gesù, dopo la morte di lui, accostatisi alla sua croce, ne distaccano il Corpo sacratissimo e, tutto intriso di sangue, lo spalmano di balsami odorosi, lo coprono con una sindone monda e lo recano in un sepolcro nuovo scavato poco lontano di là nella pietra e dentro ve lo chiudono. Anche qui Gesù vuol farci da maestro e darci a comprendere la grande verità che noi pure, per essere a lui somiglianti, dobbiamo riguardarci come morti e sepolti. Tutti coloro, dice S. Paolo, che ebbero la grazia del Battesimo, non la ebbero altrimenti, se non per esprimere in se stessi, nella loro fede, nelle loro virtù, nei loro sacrifici, nella loro vita nascosta la morte e la sepoltura di Gesù: conseguiti ei in Baptismo (Gal., II, 12); mortui estis et vita vestra abscondita cum Christo in Deo (Col., III, 3). Bisogna dunque morire al mondo, alle sue vanità, alle sue massime; bisogna morire al nostro orgoglio, al nostro amor proprio, ai nostri peccati, e seppellirci insieme con Gesù Cristo in quella vita di nascondimento, per cui non si cerca di sapere che cosa si pensi e si dica di noi, non si ama di essere veduti nel bene che si fa, non si ambisce di far conoscere i propri meriti, ma si è contenti di venir trascurati, dimenticati, lasciati da parte e in abbandono. Certo, contro questa vita di seppellimento la nostra cattiva natura leverà la sua voce, amando essa la stima e la riputazione degli uomini, la loro lode e la loro esaltazione; ma, se vogliamo essere di Cristo, fa d’uopo assolutamente che ci atteniamo al suo esempio e al suo insegnamento, e che però arriviamo anche a dire: Signore, se voi volete che mi sia tolto l’onore, che io sia tenuto in nessun conto, che sia vilipeso e aborrito, ne sono contento, perché in tal guisa avrò l’onore di essere morto e sepolto con voi!

PUNTO 2°.

L’anima benedetta di Gesù discende al limbo.

Non appena Gesù sulla croce ebbe mandato l’ultimo respiro, la sua anima benedetta avrebbe potuto, dipartendosi dal suo corpo, riposare nel seno di Dio dopo tanti dolori; ma invece, sempre per amore degli uomini, volle discendere nel limbo a consolare e liberare le anime dei santi padri, annunziando loro che fra quaranta giorni le avrebbe condotte seco in paradiso. – Là si trovavano tutte le sante donne e tutti i santi uomini che avevano creduto e sperato nel Salvatore ed erano vissuti in conformità alla divina legge. All’apparire dell’anima di Gesù coi segni della grande vittoria testé riportata sopra l’inferno, chi sa dire il giubilo che invase quelle sante anime? Chi può narrare la festa che dovettero farle? Chi vale a esprimere i sentimenti di amore, di benedizione, di grazie, che le andarono manifestando, e i cantici di letizia, di riconoscenza e di lode, coi quali la esaltarono? O caro Gesù, come è vero che voi al pari del Padre vostro operate sempre! (Jo., V, 17). Come è vero che il vostro amore per noi non ha mai riposo. Oh! se anche noi comprendessimo appieno, come le sante anime del limbo, le prove di amore che ci date ogni qualvolta non solo con la vostra anima, ma altresì col vostro Corpo e col vostro Sangue discendete nel limbo del nostro cuore! Ah! datemi la grazia, o caro Gesù, che anch’io vi faccia festa quando venite a consolare l’anima mia per mezzo della santa Comunione! Che non resti più così indifferente davanti ad una vostra così immensa degnazione! Che anch’io mi effonda in atti di adorazione, di fede, di amore, di benedizione, di lode e di ringraziamento!

PUNTO 3°.

Il corpo e l’anima di Gesù si preparano alla risurrezione.

Nei tre giorni, in cui l’anima di Gesù sta nel limbo e il suo corpo giace nel sepolcro, si prepara la gloriosa risurrezione; giacché, se la morte ha potuto spezzare i legami che univano quest’anima e questo corpo, non potrà più altramente esercitare sopra di Gesù alcun impero: Mors illi ultra non dominabitur! Ma con questo trionfo che Gesù si prepara a riportare sulla morte, egli intende diventare l’esemplare e la causa della risurrezione nostra; giacché risorgendo, come dice S. Paolo, ei risorgerà come primizia di coloro che dormono il sonno della morte: primitiæ dormientium (I Cor., XV, 20). O morte, fa pure quel che ti aggrada dei nostri cadaveri. Corrompi, dividi, disperdi, riduci al nulla la nostra carne; tutto ciò non sarà che per un po’ di tempo. Ma quando per volere di Dio il mondo finirà e le trombe degli Angeli ci desteranno dal tuo sonno, l’azione vivificante dell’Umanità di Gesù Cristo ci strapperà al tuo potere, ci farà risorgere e configurerà il nostro corpo, stato nell’umiliazione della polvere, al corpo suo tutto pieno di celestiale chiarezza: reformabit corpus humilitatis nostræ configuratum corpori claritatis suæ (Philipp., III, 2). Oh bontà, oh potenza, oh gloria di Gesù Cristo! I suoi nemici hanno apposto le guardie al sepolcro per impedirne la risurrezione o il trafugamento; ma essi non sanno che al corpo e all’anima di Gesù, benché divisi, è rimasta unita la divinità e che questa al tempo stabilito li riunirà, perché la risurrezione si compia e sia pegno e causa della risurrezione nostra. Rallegriamoci con Gesù benedetto, ringraziamolo del pensiero che volge a noi anche dal sepolcro e dal limbo, e prepariamoci a celebrarne il trionfo con pura e santa gioia.

L’AGONIA DI GESU’: SETTIMO VENERDI’ DI QUARESIMA

SETTIMO VENERDÌ DI QUARESIMA

(VENERDÌ SANTO)

[Don U. Banci: L’AGONIA DI GESU’, F. Pustet ed. Roma, 1935 – impr.]

In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.

Actiones nostras, quæsumus  Domine, adspirando præveni et adiavando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a Te semper incipiat et per Te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

[Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia. Inspira, o Signore, le nostre azioni ed accompagnale col tuo aiuto, affinché ogni nostra preghiera e opera da Te sempre incominci e col tuo aiuto sempre si compia. Per Cristo nostro Signore. Così sia.]

INVITO

Già trafitto in duro legno/Dall’indegno popol rio

La grand’alma un Uomo Dio, / Va sul Golgota a spirar.

Voi, che a Lui fedeli siete, /Non perdete, o Dio, i momenti

Di Gesù gli ultimi accenti /Deh! venite ad ascoltar.

SETTIMA PAROLA DI GESÙ IN CROCE

Pater, in manus tuas commendo spiritum meum. (LUCA, Cap. XXIII, v . 46).

Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio.

CONSIDERAZIONE

In questo giorno in cui la Chiesa, con le sue meste cerimonie, cerca di far rivivere nella tua mente e più nel tuo cuore la tragedia sanguinosa del Calvario, raccogliti, anima cristiana, ancora una volta ai piedi della croce per ascoltare l’ultima parola, con la quale Gesù volle chiudere la sua vita mortale, e per meditare, nello stesso tempo, il suo passaggio da questa all’altra vita. Per compiere la volontà adorabile del Padre suo non gli rimaneva che morire; questo momento è ormai giunto, ma prima di mandare l’ultimo respiro, volge per un’ultima volta gli occhi al cielo ed esclama a gran voce: Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio.  E forse il dubbio, il timore, che turba in questo momento Gesù, e lo muove a raccomandare al Padre l’anima sua? No, Egli sa di essere amato di amore infinito dal Padre, poiché è sempre l’Unigenito prediletto, sul quale il Padre ha riposto tutte le sue compiacenze; se in quel momento si raccomanda a Lui è perché, come sempre, ha te nel suo pensiero. Poiché anche tu devi un giorno tornare al Padre, che ti ha dato la vita, affinché tu possa trovare nel suo seno quella felicità piena, senza nubi e senza fine, per la quale sei stata creata. Egli, che poco prima ti aveva dato in Maria una Madre, ora nel suo celeste Padre vuol darti un protettore; ed additandoti l’ultima stazione del tuo destino, alle sue mani potenti e paterne affida te, sua dolce eredità, facendo così del cielo e della terra una sola e grande famiglia, di cui Egli è il Primogenito. Intanto la natura che aveva salutato con gioia la sua nascita a Bethelem, e che si vela di tristezza al momento della crocifissione, come pervasa da un senso di orrore, manifesta con fenomeni spaventosi il suo dolore. Il prezioso velo, intessuto di giacinto, di porpora e di scarlatto, che nascondeva il Sancta Sanctorum, si squarcia in due parti da capo a fondo, la terra trema, le pietre si spezzano, le tombe si aprono e molti corpi di santi addormentati risuscitano. – Fra la croce di Gesù e quella del cattivo ladro si apre una larga fenditura, che anche oggi rimane come monumento della giustizia divina. Ed in mezzo a questo sconvolgimento della natura Gesù china il capo e spira; Gesù muore, ma la sua morte non fu l’effetto del supplizio a cui gli uomini lo avevano condannato. Non a caso gli Evangelisti notano come Gesù raccomandasse al Padre lo spirito suo, non già con flebile voce come coloro che entrano nell’ultimo sonno vinti dalla spossatezza, ma con un grande grido, udito  da tutti i presenti. È per farti intendere che non i flagelli, non le spine, non i chiodi, come nessun altro dei mezzi umani sarebbero stati capaci a togliergli la vita. Egli pur esangue si mostrava nel pieno vigore delle sue forze, e con quella stessa facilità con cui tante volte aveva disarmata l’ira dei suoi nemici ed aveva reso vane le loro astuzie sfuggendo alle loro più scaltre insidie, avrebbe potuto ora, se lo avesse voluto, scendere dalla croce e restituirsi salvo nelle braccia della Madre sua addolorata, poiché nessuno, aveva detto, può togliermi la vita; Io l’offro spontaneamente; Io solo ho il potere di darla. Ma Egli era venuto per fare non la sua ma la volontà del Padre suo, e non scenderà dalla croce finché tutto non sarà compiuto. E quell’abbassamento del capo, che accompagna l’ultimo suo respiro, è un segno esterno del pieno consenso a quell’adorabile volontà, che gli chiede quest’ultima e grande umiliazione. Cristo è stato obbediente; così gli Evangelisti compendiano i suoi anni trascorsi nella pace famigliare di Nazareth, e così S. Paolo compendia tutta la sua vita. Rileggile ancora oggi quelle parole dell’Apostolo che la Chiesa in questi santi giorni spesso ripete: Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e morie di croce, e subito soggiunge: per la qual cosa Dio lo ha esaltato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni altro nome. Dunque dopo l’umiliazione l’esaltazione. E quale trionfale accoglienza non dovette avere quell’anima benedetta alle soglie dell’eternità! Gli antichi e venerandi Patriarchi, che da lontano lo avevano riguardato, i Profeti, che avevano predetto i suoi dolori e le sue glorie, gli Angeli tutti del Paradiso gli vengono incontro cantando l’inno del trionfo: Alzate, o principi, le vostre porte, alzatevi voi, porte eterne, ed entrerà il Re della gloria [Salmo XXIII, v. 7]. Ed il divino trionfatore a capo delle schiere interminabili dei Santi, trofei gloriosi della sua vittoria, entra nella sua gloria. E quello stesso corpo ora pendente dalla croce nudo e insanguinato; quel cadavere freddo e straziato lo vedrai all’alba della Domenica rivestito di gloria e di splendore, risuscitato a nuova vita, primizia gloriosa di coloro che dormono nella polvere di questo mondo. E dunque una festa di morte quella che la Chiesa celebra oggi, ma nel tempo stesso è una festa di vita. E se per la festa di morte ci domanda dolore e lacrime, per la festa di vita ci domanda la gioia, sì, la gioia, o anima cristiana, perché la morte di Cristo è una vittoria. – Egli muore per uccidere la morte : Ero mors tua, o mors (sarò la tua morte, o morte) Osea, cap. XIII, v. 14] E la Chiesa, esaltando questo mistero nella sua liturgia, canta nei prossimi giorni di gioie pasquali: Mortem nostram, moriendo destruxit (morendo ha distrutto la morte) [MONSABRÈ, Ritiri pasquali, 1888]. – Intanto sul Calvario cessa il tumulto, cessano le urla sediziose, gli insulti e le bestemmie, si fa il vuoto intorno a Gesù, perché tutti fuggono in preda allo spavento, percuotendosi il petto; e sulle labbra di chi aveva schernito e bestemmiato il Crocifisso risuona quel grido, che sarà poi ripetuto attraverso i secoli: Quest’uomo davvero era figlio di Dio 3. [S. MARCO, cap. XV, v. 39]. – Anche tu, anima cristiana, un giorno forse non lontano dovrai lasciare il corpo alla terra e tornare nelle mani del tuo Creatore. È una legge questa, che non ammette eccezione; è morto Gesù, morrai certamente anche tu. E in quel momento estremo, quando il mondo sarà per scomparire per sempre dal tuo sguardo, mentre stringerai tra le mani tremanti il Crocifisso, si affaccerà alla tua mente tutta la vita trascorsa; e allora felice te, se come Gesù potrai dire: Signore io ho fatto sempre ciò che a Voi piaceva [GIOVANNI, cap. VIII, v. 29]. Ho camminato sulla via dei vostri precetti [Salmo CXVIII, v. 32], allora guarderai con occhio tranquillo alla morte che si avvicina. E quando Gesù verrà nella tua cameretta per esserti viatico santo e si poserà sulla tua lingua, che fu sempre casta, e scenderà nel tuo cuore, che fu sempre puro, si rinnoverà in te quel santo fervore dei giorni più belli, più santi della tua vita penitente e mortificata. E ti sentirai proprio da Lui ripetere quelle consolanti parole: Oggi sarai con me in Paradiso; poiché Io stesso voglio essere la tua grande mercede. E a te non rimarrà che ripetere con dolce abbandono tra le braccia della infinita misericordia di Dio: Nelle tue mani, o Signore, raccomando lo spirito mio. Ed all’invocazione del Sacerdote assistente, i cori degli Angeli, il senato degli Apostoli, l’esercito dei Martiri, la turba rutilante dei Confessori e delle Vergini, Maria stessa, la Madre tua, verranno ad incontrarti, e tu entrando nella gloria del tuo Signore, nell’amplesso beatifico di Dio, stamperai un bacio nel Cuore glorificato di Gesù. O anima cristiana, come è dolce e quanto è preziosa al cospetto di Dio la morte dei Santi suoi! Pretiosa in conspectu Domini, mors sanctorum eius [Ps. CXV]. Ma ricordati che una santa morte è la corona di una vita santa; vivi dunque da santo se vuoi da santo morire.

Breve pausa, quindi si reciti la seguente

PREGHIERA

O Gesù mio amabilissimo, che vittima della divina giustizia, ma ancor più della immensa vostra carità, pendete morto dalla croce, io vi ringrazio di tutti i patimenti e gli obbrobri che avete voluto soffrire per rendere più copiosa la nostra redenzione. Di quanta confusione non dovrei essere compreso dinanzi al vostro corpo straziato! Quel capo coronato di spine, quelle mani e quei piedi trafitti dai chiodi, quel petto lacerato, tutto quel corpo nudo, sfinito e rigato di sangue, è opera mia; tutti i peccati della carne e dello spirito, del cuore e dei sensi, tutti, o Gesù, ve li siete voluti addossare; e sono questi che vi hanno ucciso: Attritus est propter scelera nostra [Isai. LIII, 5]; a causa dei nostri peccati siete stato fatto passare per il crogiuolo di tutti i tormenti. Eppure se foste sazio di obbrobri, non foste sazio di amore. Gli uomini sono sempre gli stessi verso di Voi; in mezzo ad essi Voi non trovate che la più strana indifferenza, la più inesplicabile freddezza e spesso il più inqualificabile disprezzo. Pur tuttavia vedo rinnovarsi continuamente intorno a me i prodigi della vostra carità. Ogni Chiesa è un Cenacolo, ogni altare è un Calvario, dove Voi, o mio Gesù, moltiplicate in ogni ora i tesori delle vostre grazie, e dove rinnovate il sacrificio di Voi stesso, per la mia salvezza. Vi ringrazio, o mio salvatore, di tanta generosità, e con la stessa fede del Centurione vi voglio riconoscere ed adorare per Creatore e mio Redentore. E fin da ora raccomando nelle vostre mani lo spirito mio; ve lo raccomando ora non solo per il momento della mia morte, ma per tutto il corso della mia vita. Voi vedete, o Signore, la lotta incessante che debbo combattere, costituito come sono in mezzo a tanti pericoli. Il vostro Cuore amabilissimo mi sia dolce e sicuro rifugio; fatemi partecipe dei vostri desideri e dei sentimenti vostri, affinché muoia al mondo e viva solo di amore e di dolore; di amore per un Dio che mi ha tanto amato, di dolore per un Dio che ho tanto offeso. – O Maria santissima, che per disposizione della Divina Provvidenza siete la via che conduce a Gesù, anche a Voi raccomando l’anima mia, anche nelle vostre mani materne ripongo la cura della mia salvezza. Mostratevi anche verso di me Madre di misericordia, e siate anche per me la porta del cielo: Janua Cœli ora pro me.

Pater, Ave e Gloria.

Gesù Morì ! … Ricopresi

Di nero ammanto il Cielo;

I duri sassi spezzansi;

Si squarcia il sacro velo,

E l’universo attonito

Compiange il suo Signor.

Gesù morì …! Insensibile,

In mezzo a tanto duolo,

Più dei macigni stupido,

Resterà l’uomo solo

Che, con i suoi falli, origine

Fu del comun dolor?

 

GRADI DELLA PASSIONE

1. V. Jesu dulcissime, in horto mœstus, Patrem orans,

et in agonia positus, sanguineum sudorem effundens;

miserere nobis.

R). Miserere nostri Domine, miserere nostri.

2. V. Jesu dulcissime, osculo traditoris in manus

impiorum traditus et tamquam latro captus et ligatus

et a discipulis derelictus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

3. V. Jesu dulcissime ab iniquo Iudæorum concilio

reus mortis acclamatus, ad Pilatum tamquam malefactor

ductus, ab iniquo Herode spretus et delusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

4. V . Jesu dulcissime, vestibus denudatus, et in

columna crudelissime flagellatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

5. V. Jesu dulcissime, spinis coronatus, colaphìs

cæsus, arundine percussus, facie velatus, veste purpurea

circumdatus, multipliciter derisus et opprobriis

saturatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

6. V . Jesu dulcissime, latroni Barabbæ postpositus,

a Judæis reprobatus, et ad mortem crucis injuste condemnatus;

miserere nobis.

R). Miserere etc.

7. V . Jesu dulcissime, tigno crucis oneratus,

ad locum supplicii tamquam

ovis ad occisionem ductus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

8. V. Jesu dulcissime, inter latrones deputatus,

blasphematus et derisus, felle et aceto potatus, et

horribilibus tormentis ab hora sexta usque ad horam

nonam in ligno cruciatus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

9. V. Jesu dulcissime, in patibulo crucis, mortuiis et

coram tua sancta Matre lancea perforatus simul

sanguinem et aquam emittens; miserere nobis.

R). Miserere etc.

10. V . Jesu dulcissime, de cruce depositus et lacrimis

mœstissimæ Virgiuis Matris tuæ perfusus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

11. Jesu dulcissime, plagis circumdatus, quinque

vulneribus signatus, aromatibus conditus et in

sepulcro repositus; miserere nobis.

R). Miserere etc.

V . Adoramus Te Christe, et benedicimus Tìbi.

R). Quia per sanctam crucem tuam redemisti mundum.

OREMUS

Deus, qui prò redemptione

mundi nasci voluisti,

circumcìdì, a Judæis reprobavi

et Judæ traditore

osculo tradi, vinculis alligavi,

sic ut agnus innocens

ad victimam duci, atque

conspectibus Annæ, Caiphæ,

Pilati et Herodis

indecenter offevri, a falsis

testibus accusari, flagellis

et colaphis cædi, opprobriis

vexari, conspui, spinis

coronari, arundine percuti,

facie velari, vestibus

spoliari, cruci clavis afFigi,

in cruce levari, inter

latrones deputari, felle et

aceto potari et lancea vulnerari;

Tu Domine, per

has sanctissimas pœnas,

quas ego indignus recolo,

et per sanctissimam crucem

et mortem tuam libera

me a pœnis inferni et perducere

digneris quo perduxisti

latronem tecum

crucifixum. Qui cum Patre

et Spiritu Sancto vivis

et regnas in sæcula sæculorum.

Amen.

[1. V . O dolcissimo Gesù, triste nell’orto, al Padre con la preghiera rivolto, agonizzante e grondante sudore di sangue; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi, o Signore, abbi di noi pietà.

2. V . O dolcissimo Gesù, con un bacio tradito e nelle mani degli empi consegnato, e come un ladro preso e legato e dai discepoli abbandonato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

3. V . O Gesù dolcissimo, dall’iniquo Sinedrio giudaico reo di morte proclamato, e come malfattore a Pilato presentato, e dall’iniquo Erode disprezzato e schernito; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

4. V . O dolcissimo Gestì, delle vesti spogliato, e c rudelmente alla colonna flagellato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

5. V. O dolcissimo Gesù, di spine coronato, schiaffeggiato, con la canna percosso, bendato, di rossa veste rivestito, in tanti modi deriso e di obbrobri saziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

6. V. O dolcissimo Gesù, al ladro Barabba posposto, dai Giudei riprovato; ed alla morte di croce ingiustamente condannato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

7. V. O dolcissimo Gesù, del legno della croce gravato, e come agnello al luogo del supplizio condotto, per esservi immolato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

8. V. O dolcissimo Gesù, tra i ladroni annoverato, bestemmiato e deriso, di fiele e di aceto abbeverato, e con orribili tormenti dall’ora sesta fino all’ora nona nel legno straziato; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

9. V. O dolcissimo Gesù, sul patibolo della croce morto, ed alla presenza della tua santa Madre con la lancia trafitto versando insieme sangue ed acqua; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

10. V. O dolcissimo Gesù, dalla croce deposto, e dalle lacrime dell’afflittissima tua Vergine Madre bagnato; abbi di noi pietà

R). Pietà di noi ecc.

11. V. O dolcissimo Gesù, di piaghe coperto, da cinque ferite trafitto, di aromi cosparso, e nel sepolcro deposto; abbi di noi pietà.

R). Pietà di noi ecc.

V. Ti adoriamo, o Cristo, e Ti benediciamo.

R). Poiché con la tua santa croce hai redento il mondo.

PREGHIAMO

O Dio, che per la redenzione del mondo volesti nascere, essere circonciso, dai Giudei riprovato, da Giuda traditore con un bacio tradito, da funi avvinto, come agnello innocente al sacrifizio condotto, ed in modo indegno ad Anna, Caifa, Pilato ed Erode presentato, da falsi testimoni accusato, con flagelli e schiaffi percosso, con obbrobri oltraggiato, sputacchiato, di spine coronato, con la canna percosso, bendato, delle vesti spogliato, alla croce con chiodi confitto, sulla croce innalzato, tra i ladroni annoverato, di fiele e di aceto abbeverato, e con la lancia ferito; Tu, o Signore, per queste santissime pene, che io indegno vado considerando, e per la tua croce e morte santissima, liberami dalle pene dell’inferno e, desiati condurmi dove conducesti il ladrone penitente con Te crocifisso. Tu che col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni nei secoli dei secoli. Così sia.]

CANTO DEL TEMPO DI QUARESIMA

Attende, Domine, et miserere, quia peccavìmus Tìbi.

R). Attende, Domine, et miserere, quia peccavimus Tibi.

1. Ad Te, rex summe,

omnium redemptor,

oculos nostros sublevamus

flentes; exaudi Christe,

supplicantium preces.

R). Attende etc.

2. V. Dextera Patris, lapis

angularis, via salutis,

janua cœlestis, ablue nostri

maculas delicti.

R). Attende etc.

3. V . Rogamus, Deus,

tuam majestatem, auribus

sacris gemitus exaudi; crimina

nostra placidus indulge.

R). Attende etc.

4. V. Tibi fatemur crimina

admìssa; contrito corde

pandimus occulta; tua, Redemptor,

pietas ignoscat.

R). Attende etc.

5. V. Innocens captus,

nec repugnans ductus, testibus

falsis prò impiis damnatus,

quos re demisti Tu

conserva, Christe.

R). Attende etc.

OREMUS

Respice, quæsumus Domine, super hanc familiam tuam, prò qua Dominus noster Jesus Christus non dubitavit manibus tradì nocentium, et Crucis subire tormentum.  Qui tecum vivit et regnat in sæcula sæculorum. Amen.

[R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

R). Ascolta, o Signore, ed abbi misericordia, perché abbiamo peccato contro di Te.

1. V. A Te, o Sommo Re, redentore universale, eleviamo i nostri occhi piangenti;  esaudisci, o Cristo, la preghiera di chi a Te si raccomanda. R). Ascolta ecc.

2. V. O destra del Padre, o pietra angolare, o via di salvezza, o porta del cielo, tergi le macchie del nostro peccato. R). Ascolta ecc.

3. V. Preghiamo, o Dio, la tua maestà, porgi le sacre orecchie ai gemiti, e perdona benigno i nostri delitti. R). Ascolta ecc.

4. V. A Te confessiamo i peccati commessi; con cuore contrito manifestiamo ciò che è nascosto; la tua pietà, o Redentore, ci perdoni. R). Ascolta ecc.

5. V. Imprigionato innocente, condotto non riluttante, da falsi testimoni per i peccatori condannato, Tu, o Cristo, salva coloro che hai redento. R). Ascolta ecc.

PREGHIAMO

Riguarda benigno, o Signore, a questa tua famiglia, per la quale nostro Signore Gesù Cristo non dubitò di darsi in mano ai nemici e di subire il supplizio di croce. Egli che vive e regna Teco nei secoli dei secoli. Così sia.]

     #     #     #

PENSIERI DINANZI A GESÙ MORTO (1)

La morte è per l’uomo il termine supremo e il momento decisivo della vita. E dinanzi alla morte che egli appare veramente grande; fino a questo giorno solenne, per quanto potente e felice possa essere stato, tuttavia non ha raggiunto ancora l’apogeo della grandezza, poiché finché vive è sempre capace di sentimenti e di atti che possono distruggere in un istante tutto un passato di virtù e di gloria. Quindi come le virtù, così anche gli uomini perché si mostrino nel loro vero splendore e lascino nel cuore e nella memoria delle generazioni una traccia indelebile è necessario abbiano non solo la sanzione del tempo, ma anche la consacrazione della morte. Gesù non ignorava questa potenza della morte; Egli sapeva bene che essa è il coronamento della vita e che l’uomo il quale ha ricevuto una grande missione deve aspettarsi da lei per sé e per le opere proprie la consacrazione che assicura l’immortalità. Per questo come il Cristo era stato predestinato alla dottrina più sublime, alla virtù più eroica, alla gloria dei miracoli, alla maestà che faceva risplendere d’una luce divina il suo nome, la sua persona, la sua vita, così era stato predestinato alla morte. Questo il momento decisivo da cui dovevasi rilevare se Egli fosse un Dio, ovvero un semplice sapiente o un uomo qualunque. Ma Gesù che era stato così grande nella sua vita, più grande ancora si mostrò nella morte, dove rifulse di nuova luce la sua divinità. E dal fascino di tanta grandezza non poterono sottrarsi nemmeno coloro, che per Lui vivente non avevano avuto che insulti e disprezzo. Pochi momenti prima che spirasse intorno alla croce si agitava il tumulto delle urla sediziose, degli insulti e delle bestemmie del popolo; gli Scribi, i Farisei, gli Anziani e i Principi dei Sacerdoti schernivano la loro vittima. Ma ecco che il buon ladrone, il quale qualche momento fa aveva mescolato i suoi agli insulti della folla, ora protesta in favore della divinità di Gesù contro le bestemmie del suo compagno e con la sua preghiera, a Lui rivolto, confessa altamente che Egli è Dio. Gli ultimi insulti sono appena cessati, il Cristo ha appena esalato l’ultimo respiro che molti dei suoi nemici, ostinati e contraddicenti, scendono umiliati e pentiti quella china, che poco fa avevano salito con l’odio in cuore e con la bestemmia sul labbro; ed il Centurione alla vista dell’amore, che ha seguito Gesù fino al Calvario, della pazienza eroica della vittima, della potenza della Croce e sulla morte e sulla natura, il Centurione rappresentante glorioso del genere umano si percuote il petto e dice ad alta voce: Quest’uomo era veramente figlio di Dio [MARCO, cap. XV, v. 39]. E questo grido ha risuonato e risuonerà nel mondo fino alla consumazione dei secoli; mentre il Crocifisso del Golgota dall’un capo all’altro della terra, sui monti e sui mari, dal sorgere al tramontar del sole, è riconosciuto ed adorato per il Redentore del mondo. In questo modo la morte del Cristo rende testimonianza alla sua vita divina. Anche tu, anima cristiana, in questo momento abbracciata alla croce di Gesù, commossa e piangente per la sua dolorosa passione, compresa di meraviglia e di riconoscenza per la sua morte gloriosa, fa la solenne professione della tua fede; di’ a Gesù che lo vuoi riconoscere per il tuo Salvatore, che lo adori per il tuo Dio e che lo vuoi amare e seguire sempre fino al Calvario, per poi un giorno raggiungerlo in cielo. Così sia.

(1) Questi pensieri sono stati tolti dal LACORDAIRE, La Passione di N. S. G. C..

 

 

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL VENERDI’

MEDITAZIONE PER IL VENERDÌ.

Sopra la morte di N. S. G. C.

Mediteremo sopra la morte di N. S. Gesù Cristo e riconosceremo come per essa ha compiuto quella somma obbedienza al suo Divin Padre che la Chiesa ricorda tante volte nella liturgia di questi giorni, ripetendo nella sua ufficiatura le parole di S. Paolo: Christus factus est prò nobis obediens usque ad mortem, mortem autem crucis (Philipp., II, 8): Cristo si è fatto per noi obbediente sino alla morte e morte di croce. C’immagineremo di vedere Gesù benedetto nel momento stesso che spira e prostrati a Lui davanti lo adoreremo piangendo.

PUNTO 1°.

Gesù con la sua morte ha obbedito totalmente.

Il peccato di Adamo fu peccato di superba disobbedienza e tali sono tutti i peccati degli uomini, che con essi negano superbamente di obbedire alla legge di Dio; è stato perciò stabilito da Dio che l’espiazione dei peccati si compiesse per mezzo dell’umile e totale obbedienza del Divin Verbo incarnato. Per obbedire al suo Padre Celeste Gesù discese dal cielo in terra e s’incarnò da Maria Vergine e nacque nella povera capanna di Betlemme; per obbedire al suo Divin Padre menò una vita di stenti e di travagli nella bottega di Nazaret; per obbedire al suo eterno Padre per tre anni andò intorno predicando per paesi e per città, assoggettandosi a fatiche, a privazioni, a umiliazioni d’ogni maniera. Infine, volendo il Padre suo che Egli per rendere più copiosa la redenzione morisse e non già di morte ordinaria, ma della morte più penosa e ignominiosa che mai vi fosse, della morte di croce, anche ad essa Gesù spinse la sua obbedienza. Quindi dopo essere passato per un’acerbissima Passione, dopo essersi lasciato crocifiggere, dopo aver agonizzato per tre ore sulla croce, giunto il momento di compiere la sua totale obbedienza e di mostrare la sua intera sottommissione al Divin Padre, chinò dolcemente il capo sopra il petto: et inclinato capite! (Jo., XIX, 30). Ecco l’estremo atto che lo dimostrava padrone della vita e della morte, e col quale impose alla vita di cessare in Lui e alla morte di appressarsi. Allora il cielo si fa più scuro, la terra trema, le rocce si spezzano, le tombe si aprono, le pallide ombre ne escono gemendo, il velo del tempio si squarcia in due parti, le sante donne svengono, la moltitudine tremante e pentita si picchia il petto, Giovanni scoppia in pianto, Maria rimane impietrita… E Gesù? Essendo divampata l’ultima fiamma d’amore per noi, impallidisce, chiude gli occhi versa ancor una lagrima, dà ancor un sospiro e muore: et inclinato capite tradidit spiritum! (Jo., XIX, 30).

PUNTO 2°.

Gesù con la sua morte ha obbedito generosamente.

Gesù, morendo in croce, non solo ha compiuta totalmente la volontà del suo Padre Celeste, ma l’ha compiuta altresì nel modo più generoso, col sacrificio più perfetto e sublime. Sonata l’ora di dar principio a questo sacrificio, egli vi si consacra senza più arrestarsi fino a che esso non sia pienamente consumato. E quando nel Getsemani la noia, la tristezza, la paura lo invadono per guisa da farlo sudare vivo sangue, egli grida: Ancora! ancora! E quando nel pretorio di Pilato le verghe ne straziano la carne innocente e le spine gli trapassano la testa, Egli grida: Più, più ancora! E quando condannato a morte e carico del suo patibolo, cade a terra più volte, sicché pare dover soccombere, Egli grida: Ancora, ancora di più. E solo si arresta in questo grido, quando non è possibile ottenere di più, quando la sua obbedienza ha dimostrato la suprema generosità, quando cioè con la crocifissione e morte ha compiuto del tutto l’eroico sacrificio. Per tal guisa il suo divin Padre, obbedito da Lui sino alla morte e morte di croce, accetta in odore di soavità il generoso sacrificio e gli dà in ricompensa ed eredità il dominio di tutte le genti. Intanto Gesù ci ha insegnato che, se anche noi desideriamo renderci ostie gradite al Padre suo, come dobbiamo obbedire sempre totalmente, così dobbiamo studiarci di obbedire con generosità, anche a costo di gravi sacrifici. Quante volte nella nostra vita si presentano occasioni, in cui a compiere l’obbedienza si prova immensa difficoltà, perché vi si tratta soprattutto di sacrificare l’amor proprio! Allora è il tempo di fissare lo sguardo su Gesù morto in croce per noi e per insegnarci a obbedire sino al massimo dei sacrifici.

PUNTO 3°.

Gesù con la sua morte ha obbedito -fruttuosamente.

Ammirabile è il frutto derivato dalla morte di Gesù. Questa morte, quanto fu crudele e obbrobriosa per Lui, altrettanto è stata utile per noi. Gesù, obbediente sul legno della croce, rappresentava tutti noi, che per suo mezzo, riconoscendo le nostre gravi disobbedienze, le abbiamo espiate. Anche noi peccatori siamo morti in Lui e con Lui. Perciò il decreto di morte, che per la disobbedienza di Adamo e nostra era stato emanato contro di noi, fu cancellato. Basta che noi, rigenerati nel Battesimo di Gesù, viviamo uniti a Lui con una vita di fede, di speranza e di carità, perché noi siamo realmente uomini nuovi, novelle creature (II Cor., IIII), in cui Iddio non trova più alcun motivo di dannazione: Nihil nunc damnationis est in his qui sunt in Christo Jesu (Rom., VIII). E così la perfetta obbedienza di Gesù è la perfetta nostra liberazione e il sigillo della nostra riconciliazione con Dio! Reconciliati sumus Deo per mortem Filii eius! (Rom., V, 10). Oh benefizio immenso recatoci dalla morte di Gesù! Oh carità infinita di Lui! Su adunque, anima mia, alza gli occhi e guarda il tuo Dio morto sopra una croce per scontare i tuoi peccati e salvarti! Come potrai pensare che le tue colpe lo hanno crocifisso e fatto morire e non piangerle amaramente per tutta la vita? Ah mio Gesù, pietà, perdono! Se vi ho offeso tanto, non vi offenderò più. Eccovi intanto il mio cuore: non rigettatelo da voi!

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL GIOVEDI’

 

MEDITAZIONE PER IL GIOVEDÌ.

Sopra l’istituzione del SS. Sacramento.

Mediteremo sopra l’istituzione del SS. Sacramento fatta da Cristo in questo giorno. C’immagineremo di vedere Gesù nel cenacolo, che con insolita gioia, stando per separarsi dagli Apostoli, dà loro l’ultimo addio, comunica le sue ultime volontà e fa a tutti i suoi seguaci il gran dono dell’Eucaristia. Assisteremo a sì commovente spettacolo e rileveremo come Gesù in questo Sacramento si dia a noi come compagno del nostro pellegrinaggio, come prezzo della redenzione, come cibo d’immortalità.

PUNTO 1°.

Gesù ci si dà come compagno di pellegrinaggio.

Gesù, nella notte in cui doveva essere tradido, in qua nocte tradebatur (I Cor., XI, 23), per farci meglio comprendere il suo immenso amore, dopo aver compiuto con i suoi apostoli la cena legale e lavato loro i piedi, torna a mensa e preso del pane nelle sue mani adorabili, alzati gli occhi al cielo, lo benedice, lo spezza e lo distribuisce ai suoi Apostoli dicendo: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo. E prendendo poscia il calice, rende grazie e dice: Bevetene tutti, questo è il mio sangue, il sangue del nuovo testamento, che sarà sparso per voi in remissione dei peccati. In virtù di queste parole onnipotenti il pane e il vino, conservando le sole apparenze, si tramutano nel corpo e nel sangue di Gesù. E questo prodigio si opererà sempre sui nostri altari; perché Gesù Cristo ha detto ancora agli Apostoli e a tutti coloro che ad essi succederanno nel sacerdozio: Fate questo in memoria di me. Così adunque Gesù ha mantenuto la sua promessa di non lasciarci orfani, così ha dimostrato quanto sia vero che prova la sua delizia restare con gli uomini: deliciæ meæ esse cum filiis hominum [Prov., VIII, 31); così ha comprovato con quanta verità Egli si sia rivolto alle anime tribolate per dir loro: Venite ad me omnes qui laboratis et honerati estis, et ego reficiam vos (MATTH., XI, 28): Venite a me, voi tutti che siete sotto il peso dei travagli, ed Io ristorerò le vostre forze; così si è dato realmente, come si esprime S. Tommaso: in socium nostræ peregrinationis, come compagno del nostro pellegrinaggio!O caro Gesù, come mi conforta il sapere che nel duro cammino da percorrere per giungere alla patria celeste, voi mi siete amabile compagno nel SS. Sacramento! Nei momenti difficili, oh, valgono più due minuti passati con fede e con amore davanti a Voi che non le giornate intere con coloro stessi che sembrano i più grandi amici e consolatori!

PUNTO 2°.

Gesù si dà come prezzo della redenzione.

Gesù nell’istituire il SS. Sacramento dell’Eucaristia anticipò altresì il sacrificio della croce, sebbene in modo incruento, e creando sacerdoti gli apostoli con la facoltà di crearne altri e ordinando loro di fare ancor sempre ciò che aveva fatto Egli, istituì pure l’Eucaristia come sacrificio, che rifacesse presente lo stesso sacrificio del Calvario. Gesù nel sacrificio del Calvario ha pagato il prezzo della nostra redenzione; ma opera la stessa cosa nella SS. Eucaristia, col darsi anche qui in pretium redemptionis, essendo che tutto nel sacrificio della Santa Messa è commemorazione viva della passione del Divin Salvatore: recolitur memoria passionis eius. Ivi il sacerdote, dicendo la stessa parola di Gesù: Questo è il mio corpo che sarà dato per voi; questo è il calice del mio sangue che sarà sparso per la remissione dei peccati; compie una misteriosa immolazione: Gesù è sacrificato sopra l’altare in nostro luogo; e l’amorosa sostituzione del Calvario si ripete ogni mattina. Ogni mattina, mentre noi stessi dovremmo morire, Gesù muore misticamente per adorare il suo Divin Padre, per ringraziare la sua bontà, per placarne la giustizia e coprire col suo sangue la moltitudine dei nostri peccati. Ecco perché il Signore ci risparmia non ostante le nostre colpe e ci fa ancora scendere sul capo una pioggia continua di benedizioni e di grazie che ci aiutano a operare la nostra salute. Gesù nell’Eucaristia, continuando a darsi in prezzo della nostra redenzione, ottiene per noi grazia e misericordia. Qual conto non dovrai dunque fare, o anima mia, della santa Messa? Con quali sante disposizioni non dovrai celebrarla o assistervi?

PUNTO 3°.

Gesù si dà come cibo d’immortalità.

Gesù nella SS. Eucaristia ha trovato il modo non solo di restare sempre con noi e di sacrificarsi per noi sui nostri altari, ma di darsi ancora in cibo all’anima nostra e in cibo di immortalità: in cibum immortalitatis. Parlando Egli di questo cibo e paragonandolo alla manna fatta da Dio cadere nel deserto a sostentamento degli Ebrei, diceva: Coloro che mangiarono la manna morirono, ma chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. E d ora dal santo tabernacolo continua a dire: Mangiate il mio Corpo e bevete il mio Sangue; compite la vostra perfezione, fate pago il vostro amore e il mio. La morte è nelle vostre viscere per il peccato; ma voi unitevi a me, Io sono la risurrezione e la vita: ego sum resurrectio et vita (Jo., XI, 25); io sono la vita che illumina lo spirito, la vita che dilata il cuore, la vita che corrobora la volontà, la vita che soffoca le passioni, la vita che fa germogliare la purità nei sensi, la vita che prepara la carne alla gloriosa risurrezione. E se è così, come non accostarci sovente e bene a questo cibo santissimo? Deh! oggi particolarmente che la Chiesa ricorda questa grande istituzione, e invita intorno all’altare i fedeli, andiamo a disfogare davanti a Gesù i sensi della nostra gratitudine per sì gran dono, risoluti di giovarcene per la nostra salute.

ORATIONES

205

Deus, qui prò redemptione mundi voluisti nasci, circumeidi, a Iudæis reprobari, a Iuda traditore osculo tradì, vinculis alligari, sicut agnus innocens ad victimam duci atque conspectibus Annæ, Caiphæ, Pilati et Herodis indecenter offerri, a falsis testibus accusari, flagellis et opprobriis vexari, sputis conspui, spinis coronari, colaphis cædi, arundine percuti, facie velari, vestibus exui, cruci clavis affigi, in cruce levari, inter latrones deputari, felle et aceto potari et lancea vulnerari, Tu, Domine, per has sanctissimas pœnas tuas, quas ego indignus recolo, et per sanctam Crucem et Mortem tuam, libera me a pœnis inferni et perducere digneris, quo perduxisti latronem tecum crucifixum. Qui cum Patre et Spiritu Sancto vivis et regnas Deus per omnia sæcula sæculorum. Amen.

Quinquies: Pater, Ave et Gloria.

 Indulgentia trium annorum [3 anni].

Indulgentia quinque annorum, si feriis sextis Quadragesimæ oratio recitata fuerit. [nel venerdì di quaresima. ndr.]

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, sj. Quotidie per integrum mensem oratio devote recitata fuerit (S. C. Indulg., 25 aug. 1820; S. Pæn. Ap., 6 oct. 1933 et 7 mart. 1941).

207

Eccomi ai vostri piedi, Nazareno Gesù; ecco la più miserabile delle creature, che viene alla vostra presenza, umiliata e pentita. Misericordia di me, o Signore, secondo la vostra grande misericordia! Peccai e contro di voi furono le mie colpe. A voi però appartiene l’anima mia, perché l’avete creata e redenta col prezioso Sangue vostro. Deh! fate che l’opera vostra non si perda, e abbiate pietà di me. Datemi lagrime di penitenza: perdonatemi, che sono vostro figlio: perdonatemi come perdonaste al ladro pentito: guardatemi dall’alto dei cieli e beneditemi.

Credo in Deum etc., …

Indulgentia trium annorum (S. C. Indulg., 26 iun. 1894; S. Paen. Ap., 12 maii 1931).

209

O mio Dio Crocifisso, eccomi ai piedi vostri, non vogliate rigettarmi ora che mi presento a voi come peccatore. Vi ho offeso tanto per il mio passato, Gesù mio, ma non sarà più così. Dinanzi a voi, mio Dio, presento tutte le mie colpe…, già le ho considerate e vedo che non meritano perdono; ma deh! date uno sguardo ai vostri patimenti e guardate quanto vale quel Sangue, che scorre dalle vostre vene. Chiudete, mio Dio, in questo momento gli occhi ai miei demeriti e apriteli agli infiniti meriti vostri e giacché vi siete compiaciuto morire per i miei peccati, perdonatemeli tutti, affinché mai più senta il peso di essi, perché quel peso, o Gesù, troppo mi opprime. Aiutatemi, mio Gesù, voglio ad ogni costo divenire buono; togliete, distruggete, annientate tutto ciò che si trova in me non conforme alla vostra volontà. Vi prego però, Gesù, ad illuminarmi, affinché possa camminare nel vostro santo lume (S. Gemma Galgani).

Indulgentia quingentorum (500) dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, oratione quotidie per integrum mensem devote repetita (S. Pæn. Ap., 16 febr. 1934 et 26 nov. 1934).

210

Adesto nobis, Domine Deus noster; et quos

sanctæ Crucis laetari facis honore, eius quoque

perpetuis defende subsidiis. Per Christum Dominum

nostrum. Amen (ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque (cinque anni) annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo

quotidie per integrum mensem oratio pia mente iterata fuerit (S. Pæn. Ap., 14 sept. 1934).

211

Deus, qui prò nobis Filium tuum Crucis patibulum

subire voluisti, ut inimici a nobis expelleres

potestatem: concede nobis famulis tuis;

ut resurrectionis gratiam consequamur. Per

eumdem Christum Dominum nostrum. Amen

(ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, quotidiana orationis recitatione in integrum mensem adducta (S. Pænit. Ap., 22 nov. 1934).

212

Deus, qui unigeniti Filii tui pretioso Sanguine,

vivificæ Crucis vexillum sanctificare voluisti:

concede, quæsumus, eos qui eiusdem sanctæ

Crucis gaudent honore, tua quoque ubique protectione

gaudere. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen (ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem oratio devote reiterata fuerit (S. Pæn. Ap., 7 febr. 1935).

213

Domine Iesu Christe, Fili Dei vivi, qui hora

sexta prò redemptione mundi Crucis patibulum

ascendisti et Sanguinem tuum pretiosum in remissionem

peccatorum nostrorum f udisti ; te humiliter

deprecamur, ut post obitum nostrum paradisi

ianuas nos gaudenter introire concedas:

Qui vivis et regnas in sæcula sæculorum. Amen

(ex Missali Rom.).

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem oratio pie recitata fuerit (S. Pæn. Ap., 18 iul. 1936).

191

Adoramus te, Christe, et benedicimus tibi;

quia per sanctam Crucem tuam redemisti mundum.

Indulgentia trium annorum (S. Paen. Ap., 2 febr. 1934).

Fidelibus vero, qui pio animi affectu in Passionem ac Mortem D. N . I . C. Credo una cum supra relata precatiuncula recitaverint, conceditur: [il Credo e la preghiera con animo contrito ed partecipe della Passione e morte di N. S. G. C. –ndr.-]

Indulgentia decem annorum;

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidie per integrum mensem eamdem recitationem pia mente persolverint (S. Pæn. Ap., 20 febr. 1934).

192

Signore, vi ringrazio che siete morto in Croce

per i miei peccati (S. Paolo della Croce).

Indulgentia trecentorum dierum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, invocation quotidie per integrum mensem devote iterata (S. Pæn. Ap., 18 ian. 1918 et 10 mart. 1933).

HYMNUS

193

Vexilla Regis prodeunt,

Fulget Crucis mysterium,

Qua vita mortem pertulit,

Et morte vitam protulit.

Quae vulnerata lanceae

Mucrone diro, criminum

Ut nos lavaret sordibus,

Manavit unda et sanguine.

Impleta sunt quae concinit

David fideli Carmine,

Dicendo nationibus:

Regnavit a ligno Deus.

Arbor decora et fulgida,

Ornata regis purpura,

Electa digno stipite

Tarn sancta membra tangere.

Beata, cuius brachiis

Pretium pependit saeculi,

Staterà facta corporis,

Tulitque praedam tartari.

0 Crux, ave, spes unica,

Oentis redemptae gloria ! (1)

Piis adauge gratiam,

Reisque dele crimina.

Te, fons salutis, Trinitas,

Collaudet omnis spiritus:

Quibus Crucis victoriam

Largiris, adde præmium. Amen.

(ex Brev. Rom.). 

(1) Loco: Gentis redemptæ gloria, dicatur: Tempore Passionis: Hoc Passionis tempore! — Tempore Paschali: Paschale quæ fers gaudium! — In festo Exaltationis Crucis: In hac triumphi gloria! 

Indulgentia quinque annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, dummodo quotidie per integrum mensem hymnus pie recitatus fuerit (S. C. Indulg., 16 ian. 1886; S. Pæn. Ap., 29 apr. 1934).

L’UFFICIO DELLE TENEBRE (2018)

GIOVEDÌ SANTO AL NOTTURNO:  L’UFFICIO DELLE TENEBRE

[Dom Guéranger: l’Anno Liturgico, vol. I, Paoline ed. Alba, impr. 1957]

Carattere di tale Ufficio.

L’Ufficio del Mattutino e delle Lodi dei tre ultimi giorni della Settimana Santa differisce non poco da quello degli altri giorni dell’anno. Giovedì, Venerdì e Sabato la Chiesa tralascia quelle esclamazioni di gioia e di speranza con cui suole cominciare la lode di Dio. Non si sente il recitativo del « Domine, labia mea aperies: Signore, sciogli le mie labbra, affinché possa annunziare la tua lode »; nè il “Deus, in adjutorium meum intende”: O Dio, vieni in mio soccorso; nè il Gloria Patri alla fine dei Salmi, dei Cantici e dei Responsori. Negli Uffici rimane solo ciò ch’è loro essenziale nella forma, scomparendo tutte quelle vive aspirazioni che i secoli vi avevano aggiunte.

Il Nome.

Si dà comunemente il nome di Tenebre ai Mattutini ed alle Lodi degli ultimi tre giorni della Settimana Santa, perché vengono celebrate al mattino presto, prima del levar del sole.

Il Triangolo dei quindici ceri.

Un rito imponente e misterioso, esclusivo di questi Uffici, conferma tale appellativo. Nel tempio, presso l’altare, si colloca un grande candeliere di forma triangolare, dove si dispongono quindici ceri. Questi ceri, come pure i sei dell’altare, sono di cera gialla, come quelli degli Uffici dei Defunti. Al termine d’ogni Salmo, o Cantico, si spegne successivamente uno dei ceri del grande candeliere; alla fine ne rimarrà acceso uno solo, quello posto al vertice del triangolo. Ora spieghiamo il senso di queste diverse cerimonie. Siamo nei giorni in cui la gloria del Figlio di Dio rimane eclissata sotto le ignominie della sua Passione. Egli era la « luce del mondo », potente in opere ed in parole, poco fa accolto dalle acclamazioni di tutto un popolo; ed ora eccolo spogliato di tutte le sue grandezze e divenuto « l’uomo dei dolori, un lebbroso », dice Isaia; « un verme della terra, e non più uomo », dice il Re Profeta; « un motivo di scandalo per i suoi discepoli», dice egli stesso. Tutti s’allontanano da lui: Pietro stesso nega d’averlo conosciuto. Tale abbandono e tale defezione pressoché generale sono appunto figurati nell’estinzione successiva dei ceri che stanno sul Triangolo e di quelli dell’altare.

Un antico rito.

Secondo un’usanza di origine franca, che ci è confermata da Amalario e ch’ebbe vita fino alla recente riforma, essendo stati spenti i ceri dell’altare durante la recita del Benedictus, il cerimoniere prendeva l’unico cero rimasto acceso sul candeliere e lo teneva appoggiato sull’altare durante il canto dell’antifona che si ripete dopo il Cantico. Poi andava a nascondere questo cero, senza spegnerlo, dietro l’altare. E lo conservava così, lontano da tutti gli sguardi, per tutta la recita del Miserere e della sua orazione conclusiva. Terminata la quale, si faceva un po’ di rumore contro gli scanni del coro fino all’apparire del cero ch’era stato nascosto dietro l’altare. [Simile rito viene officiato a Sessa Aurunca (CE), con il nome di “terremoto”] Con la sua luce sempre conservata annunciava la fine dell’Ufficio delle Tenebre. In realtà, la luce misconosciuta del Cristo non s’era mai spenta. Si metteva per un momento il cero sull’altare per indicare ch’esso era là come il Redentore sul Calvario dove soffriva e moriva. Poi, per significare la sepoltura di Gesù, si nascondeva il cero dietro l’altare e la sua luce scompariva. Allora un brusio confuso si diffondeva nel tempio immerso nelle tenebre per la scomparsa di quell’ultima fiammella. Tale rumore, unito alle tenebre, esprimeva la convulsione della natura nel momento in cui, spirato il Salvatore sulla croce, la terra aveva tremato, le rocce si erano spaccate e s’erano aperti i sepolcri. Ma tutto ad un tratto il cero riappariva nel pieno splendore della sua luce e tutti rendevano omaggio al vincitore della morte.

Le Lamentazioni di Geremia su Gerusalemme.

Le Lezioni del primo Notturno di ciascuno di questi tre giorni sono prese dalle Lamentazioni di Geremia. In esse vediamo lo spettacolo desolante che offrì la città di Gerusalemme, quando il suo popolo fu portato prigioniero in Babilonia, in punizione del peccato dell’idolatria. La collera di Dio è tutta impressa su queste rovine che Geremia deplora con parole così vere e terribili. Però un tale disastro non era che la figura d’un altro ancora più spaventoso. Se Gerusalemme cade in mano altrui ed è condannata alla solitudine dagli Assiri, almeno conserva il proprio nome; del resto, il Profeta che oggi si lamenta sopra di lei, aveva pure predetto un limite alla sua desolazione, che non sarebbe durata più di settant’anni. Ma nella seconda rovina la città infedele perdette anche il nome. Riedificata poi dai vincitori, per più di due secoli portò il nome di Elia Capitolina; e se, ristabilita la pace della Chiesa, tornò a chiamarsi Gerusalemme, non fu in ossequio a Giuda, ma per ricordarsi del Dio del Vangelo che Giuda aveva crocifisso nella sua città. Non è valsa la pietà di S. Elena e di Costantino, né i valorosi sforzi dei crociati a ridare in maniera durevole a Gerusalemme almeno l’ombra d’una città secondaria: la sua sorte è d’essere schiava degl’infedeli, fino alla fine dei tempi. È la maledizione che s’è attirata addosso in questi giorni: ecco perché la santa Chiesa, per farci capire la grandezza del delitto commesso, ci fa rintronare nelle orecchie i pianti del Profeta, che solo ha potuto adeguare le lamentazioni ai dolori. È un’elegia commovente, che si canta su un tono semplicissimo, e risale alla più remota antichità. Le lettere dell’alfabeto ebraico, che separano le strofe, indicano la forma acrostica che questo poema contiene nell’originale; noi le cantiamo perché anche i Giudei le cantavano.

189

Officium Tenebrarum

Fidelibus, qui feriis IV, V et VI Maioris Hebdomadæ Officiis, quae vocant, Tenebrarum interfuerint et psalmorum ac lectionum cantum aut devota lectione, aut piis super dominica Passione meditationibus vel orationibus, prò suo quisque captu, secuti fuerint, conceditur:

Indulgentia decem annorum unoquoque ex dictis diebus;

[in ognuno dei tre giorni: 10 anni]

Indulgentia plenaria, si cunctis tribus diebus eidem pio exercitio vacaverint et præterea peccata sua sacramental pænitentia expiaverint, cælesti Epulo enutriti fuerint et ad mentem Summi Pontificis oraverint (S. Pæn. Ap., 16 mart. 1935).

[Ind. Plen. Se espletati tutti i tre uffici, con Comunione, Confessione, e pregh. sec. le intenz. del Pontefice]

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDI’

[A. Carmignola: Meditacioni, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL MERCOLEDÌ.

Sopra la lavanda dei piedi.

Mediteremo sopra la lavanda dei piedi, alla quale volle umiliarsi Gesù Cristo prima di dar principio alla sua passione e di istituire il SS. Sacramento dell’Eucaristia. C’immagineremo di vedere Gesù, che con un asciugatoio innanzi e con un catino d’acqua sta in ginocchio davanti agli Apostoli e lava loro i piedi. Ammireremo questo prodigio di bontà e di umiltà e, poiché sappiamo essere questo il suo desiderio, lo pregheremo che si compiaccia di lavare e purificare altresì con la sua grazia le anime nostre.

PUNTO 1°.

Gesù c’insegna il vero rispetto a Dio.

Il Divin Redentore, sapendo che la sua ora era venuta di passare da questo mondo al Padre, volle dare ai suoi una testimonianza più perfetta del suo amore, e là nel cenacolo, compiuta la cena, si dispose a lavar loro i piedi, a fare cioè il più umile ufficio dei servi. Gesù adunque si avvicinò a Simon Pietro pel primo. Ma questo fervido Apostolo, nel vedersi inginocchiato innanzi il Divin Maestro, non si poté rattenere dall’esclamare: Come, Signore, tu lavare i piedi a me? E rispondendogli Gesù: Quello che io faccio, tu ora non l’intendi, ma lo conoscerai in appresso; Pietro non si diede per vinto, ma ritraendosi replicò: Tu non mi laverai i piedi in eterno! Con tutto ciò Gesù gli soggiunge: Se io non ti avrò lavato, non avrai parte con me, cioè sarai escluso dalla partecipazione dei miei beni. Quale minaccia! Come mai la ripugnanza di Pietro nel lasciarsi lavare i piedi da Gesù meritava un castigo sì terribile? Lo avrebbe meritato, dice S. Basilio, con la sua disobbedienza al volere divino; perciocché il vero rispetto a Dio consiste anzitutto nel fare la volontà sua e non la nostra, nel lasciarci reggere e governare da Lui e non già nel governarci e reggerci da noi. Quale importante ammaestramento dunque Gesù ci dà in questa circostanza! Vale un bel nulla per l’eternità, tutto ciò che facciamo di volontà nostra contro quella di Dio, manifestataci da coloro che ci dirigono. Val dunque meglio lasciarci guidare dai nostri superiori, che non regolarci da noi stessi. Gersone dice che l’anima religiosa, quando non cura la guida del suo superiore, non ha bisogno di demonio che la tenti, diventando essa demonio a se medesima. Allorché pertanto nella tua superbia o nel tuo falso rispetto vorresti opporti alla volontà di chi ti regge, sappi cedere prontamente e con semplicità, sicuro che si tratta sempre del maggior bene per te e per la gloria di Dio.

PUNTO 2°.

Gesù c’insegna la mondezza dell’animo.

Appena S. Pietro conobbe essere volontà di Gesù che si lasciasse lavare i piedi, si arrese all’istante e si affrettò a soggiungere: Signore, lavatemi pure, e se volete, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo. Ma Gesù gli rispose: Chi è stato lavato, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi, del resto è tutto mondo. Con le quali parole Gesù, dalla esteriore e sensibile lavanda assorgendo alla purificazione spirituale dell’anima, ci insegnò che chi è mondo dalla colpa grave, non ha bisogno d’altro che pulirsi di quei difetti quotidiani che sono all’anima come la polvere ai piedi, e che anche questa sollecitudine importantissima si devono pigliare specialmente le persone consacrate a Dio. I difetti quotidiani, che si riducono a colpe veniali, non tolgono la grazia di Dio; ma non lasciano di offendere Lui e di macchiare l’anima. Or che penseremmo noi di un figlio, di una figlia che dicesse al padre: Io vi obbedirò nelle cose di maggior momento, ma in quelle leggiere non intendo obbedirvi? Essendo noi per la nostra condizione figli prediletti del Padre celeste, non dovremmo perciò usare la massima diligenza per non offenderlo neppure con leggieri mancamenti? Se non ci studieremo del continuo di emendarci dei difetti nostri e di purificarci sempre di più, non ci faremo mai santi, né avremo mai da Dio gli aiuti, i lumi e le grazie che tanto ci abbisognano per la nostra santificazione, e, quel che è peggio, corriamo pericolo di passare così dai difetti leggieri ai peccati gravi.

PUNTO 3°.

Gesù c’insegna e comanda l’umiltà.

Gesù, dopo aver lavato i piedi a Pietro, li lava a tutti gli Apostoli e ben anche a Giuda, pur sapendo che lo tradirà. Oh esempio senza pari di profondissima umiltà! Oh bontà ammirabile e inaudita! Ma quello che Gesù ha fatto, vuole che lo facciano anche i suoi. Perciò dice loro e dice a tutti i suoi seguaci: Io vi ho dato l’esempio, e questo esempio voi dovete imitare. Con il che volle dire: Per quanto elevata sia la vostra dignità, per quanto eletto il vostro ingegno, per quanto mirabili le opere che sapete compiere, per quanto sublimi i doni spirituali ricevuti da Dio, dovete nondimeno essere umili, ed umili al punto da gettarvi ai piedi dei vostri fratelli, prestar loro i servizi della carità, edificarli con la vostra bontà, guadagnarli con i sapienti abbassamenti della vostra elevatezza. Oh noi avventurati se seguiremo tanto esempio e sì grande ammaestramento di Gesù! Così certamente santificheremo noi stessi e faremo del bene agli altri, e non già con la nostra alterigia, con lo stare sul nostro, con la superba pretensione che si abbassino gli altri davanti a noi.

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL MARTEDI’ – SETTE PAROLE

[A. Carmignola: Meditazioni, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL MARTEDÌ.

Sopra le ultime parole di Gesù.

Mediteremo sopra le ultime parole di Gesù in croce. C’immagineremo di essere dappresso a Gesù come figli d’intorno al padre morente, e di ascoltarne gli ultimi addii. Con sentimenti di cordoglio assisteremo a quegli estremi istanti della vita di Gesù, stampandoci nel cuore i suoi estremi ricordi.

PUNTO 1°.

Quarta parola: Dio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?

Essendosi Gesù caricato di tutti i nostri peccati affine di espiarli, il suo Divin Padre lo assoggettò ai patimenti più acerbi sino ad abbandonare la sua natura umana e inferma alle podestà delle tenebre, lasciandola in balìa dei suoi nemici, in preda al furore degli uomini e dei demoni, esposta a tutte le pene, e negandole ogni stilla di consolazione: proprio Figlio non pepercit, sed prò nobis tradidit illum: non la risparmiò, dice San Paolo, al proprio Figlio, ma per noi lo abbandonò ai tormenti e alla morte (Rom., VIII, 32). A questo colpo non potendo più resistere l’agonizzante Gesù, raccolto sulle labbra l’ultimo avanzo di fiato rimastogli, si lamentò di sì doloroso abbandono, esclamando a tutta voce: Dio, Dio mio, perchè mi hai abbandonato? Deus, Deus meus, ut quid dereliquisti me? (MATTH., XXVII, 46). Ma più ancora che lamentarsi, dice S. Leone, Gesù con tali parole ebbe in animo di far sapere a noi la ragione per cui patì tale abbandono, volle cioè farci comprendere che se Egli fu abbandonato dal suo Divin Padre, non fu per altro motivo se non perché noi coi nostri peccati abbiamo abbandonato Lui. Se è così, chi non griderà pentito ai piedi di Gesù: Signore, d’ora innanzi starò sempre unito a Voi; più nulla mi separerà dall’amor vostro? Tanto più che Gesù con quel grido, come dice S. Bernardo, volle ancora pregare il suo Divin Padre di non mai abbandonare alcuno di noi. E siccome questa sua preghiera, come tutte le altre, fu pienamente esaudita, così possiamo essere sicuri che per parte sua Iddio non ci abbandonerà mai definitivamente, sempre ci lascerà la via del ritorno aperta, sempre terrà le braccia distese per riabbracciarci. Deh! Liberiamoci adunque da ogni impaccio e laccio, che c’impedisca di unirci interamente a Dio e di essere suoi in eterno.

PUNTO 2°.

Quinta paróla: Ho sete.

Gesù nella sua passione condotto da questo a quel tribunale, flagellato e coronato di spine, obbligato a portare sopra le spalle la croce, e sopra di essa inchiodato, si trovava ornai con le vene esauste, sommamente affaticato e con un’arsura terribile. In tanto bisogno di bere, gridò dall’alto della croce: Ho sete; sitio (Jo., XIX, 28). A questo grido uno dei crocifissori prende una spugna, la immerge in un vaso di aceto, che, secondo l’uso, là si trovava, e collocatala sulla punta di una canna gliel’avvicina alla bocca. Oh crudeltà senza esempio! Eppure Gesù stende a quella spugna le arse labbra e prende di quell’aceto. Così, dice S. Ambrogio, non potendo prendere realmente l’agrezza delle nostre impazienze, dei nostri astii, dei nostri rancori, delle nostre escandescenze, dei nostri sdegni e delle nostre rabbie, la prese nel simbolo dell’aceto per rifondere in noi la soavità della sua grazia. Ma più ancora Gesù con quel grido ha voluto manifestare la sete, che aveva delle anime nostre e la sete che dobbiamo avere noi di salvarle. Sì, con questa parola sitio, ho sete, Gesù volle dirci: Non cerco altro, altro non bramo che le anime: queste sono l’acqua che estingue l’arsura del mio cuore, queste sono il refrigerio che cerco alle mie pene. Lavorate, lavorate a salvar anime, guadagnatene col vostro zelo, traetele dal peccato e mettetele sulla via della penitenza e della virtù, datele al mio Cuore divino e così mi estinguerete la sete che mi divora. O caro Gesù, oserò io dunque negar da bere a voi? E se per estinguere la vostra sete ci vogliono anime, non vi darò anzitutto la mia e non mi sacrificherò per darvene ancora delle altre?

PUNTO 3°.

Sesta e settima parola.

Gesù, vicino a trarre l’ultimo respiro, disse: Tutto è compiuto: consummatum est; vale a dire: è stato fatto tutto ciò che era necessario per compiere la volontà del Padre celeste, per redimere il genere umano, per acquistare la grazia dei sacramenti, per stabilire la Chiesa, per chiudere l’inferno e per aprire il paradiso! E tutto ciò è stato fatto a perfezione. Non rimane altro se non che gli uomini facciano la parte loro e si studino di corrispondere a quanto io ho fatto per loro e di trarne profitto per la loro salvezza. Ora possiamo noi dire di esserci già messi sul serio a compiere questa nostra parte? Non abbiamo invece finora sprecato tanto tempo più per rovinarci che per santificarci? Su adunque, non tardiamo più oltre a rendere perfetta l’opera di Gesù Cristo. Fine alla nostra freddezza, indifferenza e codardia! Diamoci subito a vivere conforme al nostro stato e alle grazie che Gesù ci ha fatte, perché anche noi al termine della nostra vita possiamo ripetere con soddisfazione e con gioia: Consummatum est: tutto è compiuto: non mi rimane che rimettere il mio spiritò nelle mani di Dio, mio Padre: Pater, in manus tuas commendo spiritum meum! Queste furono le ultime parole di Gesù; con esse, a rendere perfetto il suo sacrificio, offerse ancora al divin Padre il suo spirito. Queste saranno pure le parole che potremo pronunziare noi stando per morire: il nostro spirito, dopo essere stato unito a quello di Gesù Cristo in vita, mediante la conformazione completa dei nostri pensieri, dei nostri affetti, dei nostri sentimenti, dei nostri desideri, delle nostre parole, delle nostre opere, della nostra vita a quella di Gesù, si unirà al suo spirito nella beata eternità.

PRECES IN MEMORIAM SEPTEM VERBORUM

QUÆ IESUS IN CRUCE PROTULIT

 

  1. Deus, in adiutorium meum intende.

Domine, ad adiuvandum me festina.

Gloria Patri et Filio, etc.

 

PRIMA PAROLA

Padre, perdonate loro, perché non sanno ciò che fanno.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce a fine di pagare con le vostre pene il debito dei miei peccati, ed aprite la vostra divina bocca per ottenermene il perdono dall’eterna giustizia, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue sparso per la nostra salute datemi un dolore così vivo delle mie colpe, che faccia spirare l’anima mia nel seno della vostra infinita misericordia.

Tre Gloria Patri.

Miserere nostri, Domine, miserere nostri.

Mio Dio, credo in voi, spero in voi, amo voi e mi pento di avervi offeso coi miei peccati.

SECONDA PAROLA

Oggi sarai meco in paradiso

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che con tanta prontezza e tanta liberalità corrispondete alla fede del buon ladro, che in mezzo alle vostre umiliazioni vi riconosce per Figlio di Dio, e lo assicurate del paradiso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue ravvivate nel mio spirito una fede così ferma e costante, che non vacilli a qualunque suggestione del demonio, affinché anche io ottenga il premio del santo paradiso.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

TERZA PAROLA

Ecco la tua Madre. Ecco il tuo Figlio

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e dimenticando i vostri patimenti mi lasciate in pegno dell’amor vostro la stessa vostra Madre santissima, affinché per suo mezzo possa con fiducia ricorrere a voi nei miei maggiori bisogni, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per l’interno martirio di così cara Madre avvivate nel mio cuore una ferma speranza nei meriti infiniti del vostro preziosissimo Sangue, onde possa evitare l’eterna condanna, che mi sono meritata coi miei peccati.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

QUARTA PAROLA

Dio mio, Dio mio, perché mi avete abbandonato?

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che aggiungendosi patimenti a patimenti, oltre tanti dolori nel corpo, soffrite con infinita pazienza la più penosa afflizione di spirito per l’abbandono dell’eterno vostro Padre, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue datemi grazia di soffrire con vera pazienza tutti i dolori e le angustie della mia agonia, affinché, unendo alle vostre le mie pene, possa poi essere partecipe della vostra gloria in paradiso.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

QUINTA PAROLA

Ho sete

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che non sazio ancora di tanti obbrobrii e patimenti vorreste soffrirne anche di più, purché tutti gli uomini si salvassero, mostrando così che tutto il torrente della vostra Passione non è bastante ad estinguere la sete del vostro Cuore amoroso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue accendete tanto fuoco di carità nel mio cuore, che lo faccia morire di desiderio di unirsi a voi per tutta l’eternità.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

SESTA PAROLA

Tutto è consumato

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e da codesta cattedra di verità annunziate di aver compito l’opera della redenzione, per la quale l’uomo da figlio d’ira e di perdizione è divenuto figlio di Dio ed erede del paradiso, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue distaccatemi interamente dal mondo e da me stesso, dandomi la grazia di offrirvi di cuore il sacrificio della mia vita in espiazione dei miei peccati.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

SETTIMA PAROLA

Padre, nelle vostre mani raccomando lo spirito mio.

Caro Gesù, che per mio amore agonizzate sulla Croce, e che a compimento di sì gran sacrificio accettate la volontà dell’eterno Padre con rassegnare nelle sue mani il vostro spirito, per poi chinare il capo e morire, abbiate pietà di tutti i fedeli agonizzanti e di me; e quando sarò in quell’estremo, per i meriti del vostro preziosissimo Sangue datemi una perfetta uniformità al vostro divin volere, onde sia pronto a vivere o a morire, come più piacerà a voi; né altro io brami, che il perfetto adempimento in me della vostra adorabile volontà.

Tre Gloria Patri.

Miserere, ecc. Mio Dio, ecc.

Preghiera alla Vergine Addolorata

Madre santissima Addolorata, per l’intenso martirio, che soffriste a pie’ della Croce nelle tre ore di agonia di Gesù, degnatevi di assistere anche me, che son figlio dei vostri dolori, nella mia agonia, affinché con la vostra intercessione possa dal letto della morte passare a farvi corona nel santo paradiso.

V. A subitanea et improvisa morte,

R. Libera me, Domine,

V. Ab insidiis diaboli,

R. Libera me, Domine,

V. A morte perpetua,

R. Libera me, Domine.

 Oremus.

Deus, qui ad humani generis salutem in dolorosissima Filii tui morte exemplum et subsidium constituisti, concede, quæsumus, ut in extremo mortis nostræ periculo tantæ caritatis effectum consequi, et ipsius Redemptoris gloriæ consociari mereamur. Per eumdem Christum Dominum nostrum. Amen.

Indulgentia septem (7) annorum.

Indulgentia plenaria suetis conditionibus, si quotidiana precum recitatio in integrum mensem producta fuerit

(S. Rit. C , 26 aug. 1814; S. C. Indulg., 8 dec. 1897;

Pæn. Ap., 27 maii 1935).

NELLA SETTIMANA SANTA: MEDITAZIONE PER IL LUNEDI’

[A. Carmignola: “Meditazioni”, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1942, impr.]

Nella Settimana Santa

MEDITAZIONE PER IL LUNEDÌ.

Sopra le prime parole di Gesù in croce.

Mediteremo sopra le tre prime parole pronunziate da Gesù agonizzante sopra della croce. C’immagineremo di essere sul Calvario con le anime devote, che attorniano il divin crocifisso, e di ascoltare quei divini insegnamenti che, stando Egli per morire, ci dà ancora da quella cattedra, quasi compendiando alcuni insegnamenti più importanti della sua legge evangelica. Li custodiremo gelosamente dentro del nostro cuore e pregheremo l’adorabile Maestro che ci aiuti a farne tesoro nel tempo opportuno.

PUNTO 1°.

Prima parola: Padre, perdona loro.

Gesù, agonizzando sulla croce e meritando ogni compassione, è invece ancora dileggiato dai Giudei, ai quali egli risponde non già con collera, ma con mansuetudine, pregando per essi il suo Divin Padre così: Padre, perdona loro, perché non sanno quel che si facciano: Pater, dimitte illis, non enim sciunt quid faciunt ( Luc. XXIII. 34). Oh preghiera di mitezza e misericordia infinita! Ben a ragione osserva S. Agostino, che non vi è stato mai un avvocato così abile a perorare la causa dei suoi clienti, come Gesù per i suoi crocifissori. Ma perché mai, anziché fare questa preghiera nel secreto del suo cuore, volle proferirla a voce alta? Per farci intendere ancora una volta con la parola e più ancora con l’esempio la gran legge del perdono!Senza dubbio praticare la dolcezza, la carità, essere mansueti, padroni di noi e perdonare, in certi casi, con persone, che a bella posta ci fanno del male, e che, peggio ancora, tentano coprire le loro intenzioni con la sembianza di far del bene, di compiere il loro dovere, di rimuovere degli scandali o dei pericoli di scandalo, e che nondimeno ci disonorano e ci fanno altri gravi danni, è assai difficile. Con tutto ciò chi mai potrà fare a noi il male che i Giudei fecero a Gesù? E se Gesù tuttavia li ha perdonati, ed ha ancora implorato il perdono per essi dal suo celeste Padre, perché noi, che vogliamo e dobbiamo essere imitatori di Gesù, non perdoneremo a chi ci fece un male immensamente minore? Rinnoviamo dunque davanti all’agonizzante Gesù il grande proponimento di praticare la mansuetudine e di perdonare sempre, a tutti e particolarmente ai nostri più fieri nemici, di ricambiare anzi il loro male con il nostro bene e col pregare per essi. Perdonando generosamente agli altri i loro torti verso di noi, meriteremo che Dio perdoni a noi i nostri peccati.

PUNTO 2°.

Seconda parola: Oggi sarai meco in paradiso.

Gesù, crocifisso tra due ladroni, mentre era dall’uno bestemmiato, dall’altro veniva grandemente compassionato. Che anzi, riconoscendo questi in Gesù il vero Messia, Figliuolo di Dio e Salvator del mondo, con viva fede e profonda umiltà gli rivolse questa preghiera; Signore, ricordatevi di me, quando entrerete nel vostro regno. Alla quale preghiera Gesù prontamente rispose: Oggi sarai meco in paradiso: hodie mecum eris in paradiso (Luc., XXII, 43). Oh prontezza della misericordia divina nel muovere incontro al peccatore penitente e nell’assicurarlo non solo del perdono, ma ancora dell’eterna beatitudine! L’uomo può sempre allargare alla speranza il suo cuore, anche dopo una vita malamente trascorsa, purché assecondi l’impulso della grazia, che Iddio pur negli estremi istanti di vita concede. Con tutto ciò imitando ora, se ne abbiamo bisogno, la illimitata fiducia del buon ladrone, guardiamoci bene dal differire la penitenza. Il buon ladrone all’estremo istante della vita si convertì; ma il cattivo si ostinò anche allora nella sua cecità e malizia e si perdette. E sì che stava vicino a Gesù, e il sangue di Lui si versava per la salute degli uomini, e le sue piaghe stavano aperte per riceverli. Ad ottenere la salute non basta esser vicini a Gesù per ragione del nostro stato, se non corrispondiamo alla grazia singolare della sua vicinanza col fare noi la parte nostra. Preghiamo adunque Gesù crocifisso che, avendoci fatta la grazia di chiamarci a vivere e morire dappresso a Lui, ci faccia ancor quella di corrispondervi degnamente, perché anche noi alla fine possiamo sentirci dire la consolante parola: Oggi sarai meco in paradiso.

PUNTO 3°.

Terza parola: Donna, ecco il tuo figlio!

Gesù Crocifisso, giunto al colmo delle sue pene e delle sue agonie, scorgendo Maria e Giovanni ai piedi della croce, posa sopra di essi il languido sguardo, già vicino a spegnersi nelle ombre di morte, e accennando l’uno all’altro dice a Maria: Donna, ecco il tuo figlio: Mulier, ecce filius tuus; e soggiunge a Giovanni: Ecco la tua madre: ecce mater tua! (Jo., XIX, 26, 27). Oh parole piene di tenerezza e di amore e nella loro semplicità sommamente feconde! Con esse Gesù premia la verginità di Giovanni e la sua vicinanza alla croce; con esse dà a Maria un sostegno pel restante della sua vita nella persona di Giovanni; con esse soprattutto costituisce Maria Madre nostra e raccomanda a noi di onorarla, di amarla, di servirla, di trattarla da buoni figliuoli. Fu come un dire a Maria: Donna, Voi che con i vostri dolori cooperate con me a dare la vera vita agli uomini, prendeteli adunque per figli vostri, facendo parte ad essi di quell’amore che avete per me, e adoperandovi sempre come loro Madre alla loro salvezza e santificazione. E fu come un dire a noi: O uomini, ecco che stando io per morire, e non avendo più altro da darvi, vi do la Madre mia per madre vostra: vogliatele bene, fate di amarla, di ossequiarla e compensarla di quello che Ella insieme con me ha fatto e farà ancora per voi. Maria ha corrisposto e corrisponde sempre alle intenzioni di Gesù! Corrispondiamo anche noi per la parte nostra! Sì, o Maria, vi amerò, vi onorerò, mi affiderò alla vostra pietà; anzi farò di tutto per farvi amare e onorare dagli altri.

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE I MODERNISTI APOSTATI DI TORNO: “NOTRE CHARGE”

Questa Lettera Enciclica scritta in francese ed indirizzata  contro il movimento politico “Sillon”, rappresenta una chiave di volta nella corretta interpretazione della questione sociale da parte della Chiesa. Le osservazioni, quanto mai pertinenti ed assolutamente lineari sotto tutti gli aspetti, del Santo Padre S. Pio X, rinnovano con vigore, tutte le indicazioni già manifestate da documenti precedenti fondamentali, non ultimi quelli prodotti dal suo sommo predecessore S. S. Leone XIII. A ben guardare, questa lettera potrebbe essere stata rivolta a tutti i movimenti politici dell’ultimo secolo, in particolare a quelli italiani, finti cattolici, autodefiniti ancora oggi falsamente democratici cristiani. Sappiamo bene che questi agglomerati pseudo-politici, dai tempi di Mazzini e Garibaldi sulla scia dei rivoluzionari francesi e degli Illuminati [o meglio “fulminati”] di Weishaut, sono una maschera grottesca indossata dalle sette massoniche che hanno sparso i loro letali veleni del “massonismo” applicato alla società, [basti il considerare che tra i “patetici” democristiani italiani ci sono stati, e forse ci sono ancora, noti esponenti massoni di altissimo grado, riconosciuti di livello mondiale], massonismo, tentacolo della solita antica piovra gnostica, al servizio dei poteri mondialisti che puntano al controllo globale, imponendo un governo unico sopranazionale, ed una religione unica, apparentemente umanitaria, filantropica, ecumenica, noachite, ma in sostanza ferocemente anticristiana e dichiaratamente luciferina. Questo si percepisce molto bene nell’enciclica seguente che potrebbe essere indirizzata anche oggi ai nostri “gloriosi” uomini politici che, di destra, di sinistra, di centro, dei “movimenti” o “leghe” varie e variegate, tutti più o meno intruppati nelle “conventicole”, stanno collaborando, in maniera più o meno conscia a realizzare il nuovo ordine mondiale per uccidere la libertà di tutti i popoli rendendoli schiavi di una entità demoniaca anticristiana, che indossa i soliti travestimenti felini di: “libertà, uguaglianza, fraternità”, tre principi tra loro inconciliabili. I Papi del recente passato, quelli “veri” prima dell’invasione del soglio di Pietro dei “sovrani grandi ispettori generali”, dei “cavalieri dell’aquila reale”, dei “principi dell’esilio”, etc., avevano perfettamente percepito l’andazzo ed inquadrato la situazione in modo chiaro, per cui oggi nessuno può lamentarsi dicendo: “… non lo sapevo”, o “… non avrei mai immaginato”. La differenza di questi documenti apostolici con quelli dei cosiddetti “complottisti” attuali, è che mentre questi ultimi non offrono soluzioni ai loro pur giusti rilievi e alle più o meno probabili teorie, i primi ne davano abbondantemente, attingendole dalla immensa Sapienza cristiana che affonda le radici nella “Sapienza” incarnata, Gesù-Cristo, infusa abbondantemente nella sua Sposa Immacolata ed Infallibile: la Santa Chiesa Cattolica. Per convincersene basta leggere ancora una volta i documenti di S. S. Leone XIII citati nella presente Enciclica, oltre ai consimili dei secoli precedenti, e alle successive Encicliche dello stesso Pio X e, di seguito, di Pio XI e Pio XII. Per oggi leggiamo questa impegnativa lettera enciclica che, pur lunga e densa di contenuti, è di lettura piana e veramente illuminante nella sua logica concatenazione!

LETTERA AGLI ARCIVESCOVI

E AI VESCOVI FRANCESI

NOTRE CHARGE APOSTOLIQUE

DI S. S. PIO X

“SULLA CONCEZIONE SECOLARIZZATA DELLA DEMOCRAZIA

E SULLE ERRATE TEORIE SOCIALI DEL SILLON”

AI VENERABILI FRATELLI, ARCIVESCOVI, VESCOVI

E AGLI ALTRI ORDINARI

AVENTI CON L’APOSTOLICA SEDE

PACE E COMUNIONE

PIO PP. X

SERVO DEI SERVI DI DIO

VENERABILI FRATELLI, SALUTE E APOSTOLICA BENEDIZIONE

La concezione secolarizzata della democrazia

[1] La nostra carica apostolica ci rende doveroso vigilare sulla purezza della fede e sull’integrità della disciplina cattolica, preservare i fedeli dai pericoli dell’errore e del male, soprattutto quando l’errore e il male sono loro presentati con un linguaggio trascinante, che velando l’incertezza delle idee e l’equivocità dell’espressione con l’ardore del sentimento e con l’altisonanza delle parole, può infiammare i cuori per cause seducenti, ma funeste. Tali sono state un tempo le dottrine dei sedicenti filosofi del secolo diciottesimo, quelle della Rivoluzione e del liberalismo, tante volte condannate; tali sono, ancor oggi, le teorie del Sillon, che, sotto le loro apparenze brillanti e  generose, mancano troppo spesso di chiarezza, di logica e di verità, e, da questo punto di vista, non derivano dal genio cattolico e francese.

[2] Abbiamo lungamente esitato, Venerabili Fratelli, a dire pubblicamente e in forma solenne il nostro  pensiero sul Sillon. Per deciderci a farlo è stato necessario che le vostre preoccupazioni venissero ad aggiungersi alle nostre. Infatti amiamo la valorosa gioventù schierata sotto la bandiera del Sillon, e la riteniamo degna di elogio e di ammirazione sotto molti aspetti. Amiamo i suoi capi, nei quali abbiamo il  piacere di riconoscere anime elevate, superiori alle passioni volgari e animate del più nobile entusiasmo per il bene. Li avete visti, Venerabili Fratelli, pervasi da un sentimento vivissimo di umana fraternità, presentarsi davanti a quanti lavorano e soffrono per sollevarli, sostenuti nella loro dedizione dall’amore per Gesù Cristo e dalla pratica esemplare della religione.

[3] Era l’indomani della memorabile Enciclica del nostro predecessore di felice memoria, Leone XIII, sulla condizione degli operai. La Chiesa, per bocca del suo capo supremo, aveva riservato sugli umili e sui piccoli tutte le tenerezze del suo cuore materno, e sembrava invocare paladini sempre più numerosi della restaurazione dell’ordine e della giustizia nella nostra turbata società. I fondatori del  Sillon non venivano, al momento opportuno, a mettere al suo servizio truppe giovani e credenti, per la realizzazione dei suoi desideri e delle sue speranze? E, di fatto, il Sillon innalzò in mezzo alle classi operaie lo stendardo di Gesù Cristo, il segno della salvezza per gli individui e per le nazioni, alimentando la sua attività sociale alle sorgenti della grazia, imponendo il rispetto della religione agli ambienti meno favorevoli, abituando gli ignoranti e gli empi a sentir parlare di Dio, e spesso sorgendo, nel corso di pubblici contraddittori, di fronte a un pubblico ostile, sollecitato da una domanda o da una espressione sarcastica, per gridare ad alta voce e con fierezza la propria fede. Erano i tempi belli del Sillon; è il suo lato bello, che spiega gli incoraggiamenti e le approvazioni che  non hanno risparmiato a esso l’episcopato e la Santa Sede, fino a quando questo fervore religioso ha potuto velare il vero carattere del movimento del  Sillon.

[4] Perché, bisogna dirlo, Venerabili Fratelli, le nostre speranze sono state, in gran parte, ingannate.  Venne il giorno in cui il Sillon  mise in evidenza, per occhi chiaroveggenti, tendenze inquietanti. Il  Sillon  usciva di strada. Sarebbe potuto capitare diversamente? I suoi fondatori, giovani, entusiasti e pieni di  fiducia in sé stessi, non erano sufficientemente dotati

di scienza storica, di sana filosofia e di solida teologia per affrontare senza pericolo i difficili problemi sociali verso i quali erano attirati dalla loro attività  e dal loro cuore, e per mettersi in guardia, sul terreno della dottrina e dell’ubbidienza, contro le infiltrazioni liberali e protestanti.

[5] I consigli non sono loro mancati; dopo i consigli sono venuti gli ammonimenti; ma abbiamo avuto il  dolore di vedere sia gli avvertimenti che i rimproveri scivolare sulle loro anime sfuggenti e restare senza  esito. Le cose sono giunte a un punto tale, che tradiremmo il nostro dovere, se mantenessimo più a lungo il silenzio. Dobbiamo la verità ai nostri cari figli del Sillon, che un ardore generoso ha condotto su una via tanto falsa quanto pericolosa. La dobbiamo a un gran numero di seminaristi e di sacerdoti, che il Sillon ha sottratto, se non all’autorità, almeno alla direzione e all’influenza dei loro vescovi; la dobbiamo  infine alla Chiesa, dove il Sillon semina la divisione e di cui compromette gli interessi.

Presa di posizione sulla dottrina del movimento del Sillon

Impossibilità di un’azione sociale senza dottrina, quindi necessità della subordinazione all’insegnamento della Chiesa

[6] In primo luogo, conviene rilevare con rigore la pretesa del  Sillon di sfuggire alla direzione dell’autorità ecclesiastica. Infatti, i capi del  Sillon sostengono di muoversi su un terreno, che non è quello della Chiesa; di occuparsi soltanto degli interessi dell’ordine temporale e non di quelli dell’ordine spirituale; che il collaboratore del  Sillon è solo e semplicemente un cattolico votato alla causa delle classi lavoratrici, alle opere democratiche, e che attinge, nelle pratiche della fede, l’energia della sua dedizione;  che, né più né meno degli artigiani, dei contadini, degli economisti e dei politici cattolici, si trova sottoposto alle regole della morale comuni a tutti, senza dipendere in un modo speciale, né più né meno di  loro, dall’autorità ecclesiastica.

[7] La risposta a questi sotterfugi è fin troppo facile. Infatti, a chi si farà credere che i membri cattolici del Sillon, che i sacerdoti e i seminaristi arruolati nei loro ranghi, mirino, nella loro attività sociale, solo agli interessi temporali delle classi operaie? Pensiamo che il sostenerlo sarebbe far loro un torto. In verità, i capi del  Sillon si proclamano idealisti irriducibili, pretendono di sollevare le classi lavoratrici, sollevando in primo luogo l’umana coscienza, di avere una dottrina sociale e princìpi filosofici e religiosi per ricostruire la società su un piano nuovo, di avere una speciale concezione della dignità umana, della libertà, della giustizia e della fraternità, e, per giustificare i loro sogni sociali, si richiamano al Vangelo interpretato a modo loro, e, fatto ancor più grave, a un Cristo sfigurato e sminuito. Inoltre insegnano queste idee  nei loro circoli di studio, le inculcano ai loro compagni; le mettono in pratica nelle loro opere. Sono dunque veramente professori di morale sociale, civica e religiosa; e, qualsiasi modifica possano introdurre Nell’organizzazione del loro movimento, abbiamo il diritto di dire che il fine del Sillon, il suo carattere, la  sua azione, sfociano nel campo morale, che è il campo proprio della Chiesa, e che, di conseguenza, i membri del Sillon si illudono quando credono di muoversi su  di un terreno, ai confini del quale cessano i diritti del potere dottrinale e direttivo dell’autorità ecclesiastica.

[8] Se le loro dottrine fossero esenti da errore, sarebbe già stata una mancanza gravissima alla disciplina  cattolica il sottrarsi ostinatamente alla direzione di quanti hanno ricevuto dal Cielo la missione di guidare gli individui e le società sulla retta via della verità e del bene. Ma il male è più profondo, lo abbiamo già detto: il Sillon, travolto da un malinteso amore dei deboli, è scivolato nell’errore.

[9] Effettivamente il Sillon si propone di risollevare e di rigenerare le classi operaie. Orbene, in questa  materia, i princìpi della dottrina cattolica sono fissati, e la storia della civiltà cristiana sta ad attestarne la benefica fecondità. Il nostro predecessore, di felice  memoria, li ha richiamati in pagine magistrali, che i  cattolici che si occupano di problemi sociali devono studiare e aver sempre presenti. Egli ha insegnato,  in modo particolare, che la democrazia cristiana deve mantenere la diversità delle classi, che è certamente la condizione propria della città bene ordinata, e volere per la società umana la forma e il carattere che Dio, suo autore, ha impresso in essa” (1). Egli ha condannato “una certa democrazia che giunge fino a un tal grado di perversità da attribuire al popolo la sovranità nella società e da perseguire la soppressione  e il livellamento delle classi” (2).  – Nello stesso tempo, Leone XIII imponeva ai cattolici  un programma di azione, il solo capace di ricondurre e di mantenere la società sulle sue secolari basi cristiane. Ora, che cos’hanno fatto i capi del Sillon?  – Non hanno soltanto adottato un programma e un insegnamento diversi da quelli di Leone XIII (il che sarebbe già di per sé singolarmente temerario da parte di laici, che così si pongono come direttori  dell’attività sociale della Chiesa, in concorrenza con il Sommo Pontefice); ma hanno apertamente rigettato il programma tracciato da Leone XIII e ne hanno adottato uno diametralmente opposto; inoltre, respingono la dottrina sui princìpi essenziali della società, richiamata da Leone XIII, situano l’autorità nel  popolo oppure quasi la sopprimono e assumono come ideale da realizzare il livellamento delle classi. Vanno dunque in senso contrario rispetto alla dottrina cattolica, nella direzione di un ideale condannato.

[10] Sappiamo bene che si vantano di rialzare la dignità umana e la condizione troppo disprezzata delle classi lavoratrici, di rendere giuste e perfette le leggi sul lavoro e le relazioni fra il capitale e i salariati, insomma di far regnare sulla terra una migliore giustizia e una maggiore carità e, per mezzo di movimenti sociali profondi e fecondi, di promuovere nell’umanità un progresso inatteso. Da parte nostra non biasimiamo certamente questi sforzi, che sarebbero eccellenti da ogni punto di vista, se i membri del Sillon  non dimenticassero che il progresso di un essere consiste nel rafforzare le proprie facoltà naturali con  nuove energie e nel facilitare il gioco della loro attività nel quadro e conformemente alle leggi della sua costituzione, e che, per contro, ferendo i suoi organi essenziali, spezzando il quadro della loro attività, non si spinge l’essere verso il progresso, ma verso la morte. Tuttavia è proprio questo che vogliono fare della società umana; il loro sogno consiste nel cambiare le sue basi naturali e tradizionali, e nel promettere una città futura edificata su altri princìpi, che osano dichiarare più fecondi, più benefici dei princìpi sui quali si basa la città cristiana attuale.

[11] No, Venerabili Fratelli – bisogna ricordarlo energicamente in questi tempi di anarchia sociale e intellettuale, in cui ciascuno si atteggia a dottore e legislatore, non si costruirà la città diversamente da come Dio l’ha costruita; non si edificherà la società, se la Chiesa non ne getta le basi e non ne dirige i lavori;  no, la civiltà non è più da inventare, né la città nuova da costruire sulle nuvole. Essa è esistita, essa esi-ste; è la civiltà cristiana, è la civiltà cattolica. Si  tratta unicamente d’instaurarla e di restaurarla senza sosta sui suoi fondamenti naturali e divini contro gli  attacchi sempre rinascenti della malsana utopia, della rivolta e dell’empietà: “omnia instaurare in Christo” (3).

[12] E perché non ci si accusi  di giudicare troppo sommariamente e con un rigore non giustificato le teorie sociali del Sillon, vogliamo richiamarne i punti essenziali. – La rappresentazione utopistica della democratizzazione dell’ordine politico, economico e morale

[13] Il Sillon ha la nobile preoccupazione per la dignità umana. Tuttavia questa dignità l’intende come certi filosofi di cui la Chiesa è ben lungi dal doversi vantare. Il primo elemento di questa dignità è la libertà, intesa nel senso che, salvo in materia di  religione, ogni uomo è autonomo. Da questo principio  fondamentale trae le seguenti conclusioni: Oggi il popolo è sotto la tutela di un’autorità da esso distinta; deve liberarsene: emancipazione politica. E’ sotto la dipendenza di padroni, che, possedendo i suoi strumenti di lavoro, lo sfruttano, lo opprimono, e lo abbassano; deve scuotere il loro giogo: emancipazione economica. Infine, è dominato da una casta detta dirigente, alla quale il suo sviluppo intellettuale assicura una preponderanza indebita nella direzione degli affari; deve sottrarsi al suo dominio: emancipazione intellettuale. Il livellamento delle condizioni da questo triplice punto di vista stabilirà fra gli uomini l’uguaglianza, e questa uguaglianza è la vera giustizia umana. Un’organizzazione politica e sociale fondata su questa duplice base, la libertà e l’uguaglianza (alle quali presto verrà ad aggiungersi la fraternità) è quanto chiamano Democrazia.

[14] Tuttavia, la libertà e l’uguaglianza ne costituiscono solo il lato, per così dire, negativo. Quanto fa propriamente e positivamente la Democrazia è la maggiore partecipazione possibile di ciascuno al governo della cosa pubblica. E questo comprende un triplice elemento, politico, economico e morale.

[15] In primo luogo, in politica, il Sillon non abolisce l’autorità; al contrario, la giudica necessaria; ma vuole suddividerla, o, per meglio dire, moltiplicarla in modo tale che ogni cittadino divenga una specie di re. E’ vero che l’autorità deriva da Dio, ma risiede primariamente nel popolo e ne emana attraverso l’elezione o, meglio ancora, la selezione, senza per questo lasciare il popolo e diventare indipendente da esso; sarà esteriore, ma soltanto in apparenza; in realtà sarà interiore, perché si tratterà di un’autorità consentita.

[16] Conservate le proporzioni, sarà lo stesso nell’ordine economico. Sottratto a una classe particolare, il padronato sarà tanto ben moltiplicato, che ogni operaio diventerà una specie di padrone. La forma chiamata a realizzare questo ideale economico non è, si afferma, quella del socialismo; si tratta di un sistema di cooperative sufficientemente moltiplicate da provocare una concorrenza feconda e da salvaguardare l’indipendenza degli operai, che non saranno incatenati a nessuna di esse.

[17] vediamo adesso l’elemento capitale, l’elemento morale. Dal momento che, come si è visto, l’autorità è ridottissima, occorre un’altra forza per supplirla e per opporre una reazione duratura all’egoismo individuale. Questo nuovo principio, questa forza, è l’amore dell’interesse professionale e dell’interesse pubblico, cioè del fine stesso della professione e dellasocietà. Immaginate una società in cui, nell’anima di ciascuno, insieme all’amore innato del bene individuale e di quello familiare, regnasse l’amore del bene professionale e del bene pubblico; dove, nella coscienza di ciascuno, questi amori si subordinassero in modo tale che il bene superiore primeggiasse sempresul bene inferiore; una tale società non potrebbe quasi fare a meno dell’autorità, e non offrirebbe l’ideale della dignità umana, avendo ogni cittadino un’anima da re, e ogni operaio un’anima da padrone? Il cuore umano, sottratto alla stretta dei suoi interessi privati ed elevato fino agli interessi della sua professione e, più in alto, fino a quelli dell’intera nazione, e, più in alto ancora, fino a quelli dell’umanità (infatti l’orizzonte del Sillon non si ferma alle frontiere della patria, si estende a tutti gli uomini fino ai confini del mondo), allargato dall’amore per il bene comune, abbraccerebbe tutti i compagni della stessa professione, tutti i compatrioti, tutti gli uomini. Ecco quindi la grandezza e l’ideale nobiltà umana realizzate dalla celebre trilogia: Libertà, Uguaglianza, Fraternità.

[18] Orbene, questi tre elementi, politico, economico  e morale, sono l’uno subordinato all’altro, e il principale, l’abbiamo detto, è l’elemento morale. Infatti, nessuna democrazia politica è realizzabile se non ha punti d’attacco profondi nella democrazia economica. A loro volta, né l’una né l’altra sono possibili se  non si radicano in uno stato d’animo in cui la coscienza si trova investita di responsabilità e di energie morali proporzionate. Ma, supposto che questo stato d’animo sia costituito di responsabilità cosciente e di forze morali, la democrazia economica ne deriverà  naturalmente con la traduzione in atti di questa  coscienza e di queste energie; ugualmente, e con lo stesso sistema, dal regime corporativo uscirà la democrazia politica; e la democrazia politica ed economica, questa sostenendo l’altra, si troveranno fissate nella coscienza stessa del popolo su posizioni inattaccabili.

[19] Questa è, in sintesi, la teoria, si potrebbe dire il sogno, del Sillon, e a questo tende il suo insegnamento e quanto esso chiama l’educazione democratica  del popolo, cioè il portare al grado massimo la coscienza e la responsabilità civica di ciascuno, da cui deriverà la democrazia economica e politica, e il regno della giustizia, della libertà, dell’uguaglianza e della fraternità.

[20] Questa rapida esposizione, Venerabili Fratelli, vi mostra già con chiarezza quanto avessimo ragione  dicendo che il Sillon oppone dottrina a dottrina, edifica la sua città su una teoria contraria alla verità cattolica e falsifica le nozioni essenziali e fondamentali che regolino i rapporti sociali in ogni società umana. Questa opposizione diventerà ancora più evidente sulla base delle considerazioni seguenti.  –

L’autorità politica non è delegata dal popolo

[21] Il  Sillon situa in primo luogo la pubblica autorità nel  popolo, da cui passa poi ai governanti, ma in modo tale che continua a risiedere in esso. Orbene, Leone XIII ha formalmente condannato questa dottrina nella sua Enciclica Diuturnum illud sul Principato politico, in cui dice “Un gran numero di moderni,  seguendo le orme di quanti, nel secolo scorso, si diedero il nome di filosofi, dichiarano che ogni potere deriva dal popolo; di conseguenza, quanti esercitano il potere nella società, non lo esercitano come di loro propria autorità, ma come un’autorità a essi delegata dal popolo e a condizione di poter essere revocata dalla volontà del popolo, da cui l’hanno. Del tutto opposta è la convinzione dei cattolici, che fanno derivare da Dio, come dal suo principio naturale e necessario, il diritto di comandare” (4). Indubbiamente il Sillon fa discendere da Dio questa autorità che situa anzitutto nel popolo, ma in modo tale che “essa risale dal basso per andare in alto, mentre,  nell’organizzazione della Chiesa, il potere discende dall’alto per diffondersi in basso” (5). Tuttavia, oltre il fatto che è cosa anormale che il mandato salga, perché è  per sua natura discendente, Leone XIII ha confutato  previamente questo tentativo di conciliare la dottrina cattolica con l’errore del filosofismo. Infatti, prosegue: “E’ importante sottolinearlo qui; quanti presiedono al governo della cosa pubblica possono certamente, in determinati casi, essere eletti dalla volontà e dal giudizio della moltitudine, senza che ciò ripugni o si opponga alla  dottrina cattolica. Tuttavia, se questa scelta designa il governante, non gli conferisce l’autorità di governare; non delega il potere, ma designa la persona che ne sarà investita” (6).

[22] D’altronde, se il popolo resta detentore del potere, che cosa diventa l’autorità? Un’ombra, un mito; non vi è più legge propriamente detta e non vi è più ubbidienza. Il Sillon lo ha riconosciuto; infatti, poiché pretende, in nome della dignità umana, la triplice emancipazione politica, economica e intellettuale, la città futura per cui esso lavora non avrà più né padroni né servitori; i suoi cittadini saranno tutti liberi, tutti compagni, tutti re. Un ordine, un precetto, sarebbe un attentato alla libertà; la subordinazione a una qualsiasi superiorità sarebbe una diminuzione dell’uomo, l’ubbidienza uno svilimento. La dottrina tradizionale della Chiesa, Venerabili Fratelli, ci presenta così le relazioni sociali  nella città, anche la più perfetta possibile? Ogni società di creature indipendenti e disuguali per natura non ha forse bisogno di un’autorità che diriga la loro attività verso il bene comune e che imponga la sua legge? E, se nella società si trovano esseri perversi (e ve ne saranno sempre), l’autorità non dovrà essere tanto più forte quanto più minaccioso sarà l’egoismo dei cattivi? Inoltre, si può dire che un’ombra di ragione che vi è incompatibilità fra l’autorità e la libertà, a meno d’ingannarsi pesantemente sul concetto di libertà? Si può insegnare che l’ubbidienza è contraria alla dignità umana e che l’ideale consisterebbe nel sostituirla con “l’autorità consentita”? Forse l’Apostolo San Paolo non aveva presente la società umana in tutte le sue possibili tappe, quando prescriveva ai fedeli di essere sottomessi ad ogni autorità? Forse l’ubbidienza agli uomini in quanto legittimi rappresentanti di Dio, cioè, in fin dei conti, l’ubbidienza a Dio abbassa l’uomo, e lo degrada al di sotto di sé stesso? Forse lo stato religioso fondato sull’ubbidienza sarebbe contrario all’ideale della natura umana? Forse i Santi, che sono stati gli uomini più ubbidienti, erano schiavi e degenerati? Infine, forse si può immaginare uno stato sociale in cui Gesù Cristo, tornato sulla terra, non darebbe più l’esempio dell’ubbidienza e non direbbe più: “Rendete a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio”? (7).

L’uguaglianza formale può far ammettere la democrazia solo come legittima forma di governo

[23] Dunque il Sillon, che insegna tali dottrine e le mette in pratica nella sua vita interna, semina fra la vostra gioventù cattolica nozioni erronee e funeste sull’autorità, sulla libertà e sull’ubbidienza. Non diversamente accade per la giustizia e l’uguaglianza. Dice di lavorare alla realizzazione di un’era di uguaglianza, che perciò stesso sarebbe un’era di migliore giustizia. Quindi, per esso, ogni disuguaglianza di condizione costituisce un’ingiustizia, o, almeno, una giustizia minore! Si tratta di un principio assolutamente contrario alla natura delle cose, generatore di invidia e d’ingiustizia e sovvertitore di ogni ordine sociale. Così solamente la democrazia inaugurerà il regno della giustizia perfetta! Non si tratta di un torto fatto alle altre forme di governo, che vengono in tal modo svilite la livello di governo di ripiego impotenti? D’altra parte il Sillon contrasta anche su questo punto con l’insegnamento di Leone XIII. Avrebbe potuto leggere, nella già citata Enciclica sul Principato politico che, “fatta salva la giustizia, non è proibito ai popoli darsi il governo che meglio risponde al loro carattere o alle istituzioni e ai costumi che hanno ricevuto dai loro antenati” (8); e l’Enciclica fa riferimento alla ben nota triplice forma di governo. Quindi suppone che la giustizia sia compatibile con ciascuna di esse. E l’Enciclica sulla condizione degli operai, non afferma chiaramente la possibilità di restaurare la giustizia nelle attuali organizzazioni della società, dal momento che ne indica i mezzi? Orbene, Leone XIII intendeva indubbiamente parlare non di una giustizia qualsiasi, ma della giustizia perfetta. Perciò, insegnando che la giustizia è compatibile con le tre note forme  di governo, insegnava che, da questo punto di vista, la Democrazia non gode di un privilegio speciale. I membri del Sillon , che pretendono il contrario, o rifiutano di ascoltare la Chiesa, oppure si formano un concetto della giustizia e dell’uguaglianza, che non è cattolico. Fraternità solo con rapporto all’amore cristiano.

[24] Lo stesso accade per la nozione di fraternità,  di cui stabiliscono la base nell’amore degli interessi comuni, oppure, al di la di tutte le filosofie e di tutte le religioni, nella semplice nozione di umanità, comprendendo così nello stesso amore e in un’eguale tolleranza tutti gli uomini con tutte le loro miserie, tanto intellettuali e morali quanto fisiche e temporali. Orbene, la dottrina cattolica ci insegna che il primo dovere della carità non consiste nella tolleranza delle convinzioni erronee, per quanto sincere esse siano, né nella indifferenza teorica o pratica per l’errore o per il vizio in cui vediamo immersi i nostri fratelli, ma nello zelo per il loro miglioramento intellettuale e morale, non meno che per il loro benessere materiale. Questa stessa dottrina cattolica ci insegna pure che la sorgente dell’amore per il prossimo si trova nell’amore di Dio, Padre comune e comune fine di tutta l’umana famiglia, e nell’amore di Gesù Cristo, di cui siamo le membra al punto che consolare un infelice equivale a far bene a Gesù Cristo stesso. Ogni altro amore è illusione o sentimento sterile e passeggero. Certamente, l’esperienza umana sta a provare, nelle società pagane o laiche di tutti i tempi, che in certi momenti la considerazione dei comuni interessi o della naturale somiglianza è di scarsissimo peso di fronte alle passioni e agli affetti disordinati del cuore. No, Venerabili Fratelli, non vi è vera fraternità al di fuori della carità cristiana, che per amore di Dio e del suo Figlio Gesù Cristo, nostro Salvatore, abbraccia tutti gli uomini per confortarli tutti e tutti condurre alla stessa fede e alla stessa felicità celeste.- Separando la fraternità della carità cristiana intesa in tal  modo, la Democrazia, lungi dall’essere un progresso, costituirebbe un disastroso regresso per la civiltà. Infatti, se si vuol arrivare, e noi lo desideriamo con tutta l’anima nostra, alla maggior quantità di benessere possibile per la società e per ciascuno dei suo membri, per mezzo della fraternità, oppure, come ancora si dice, per mezzo della solidarietà universale,  sono necessarie l’unione degli spiriti nella verità, l’unione delle volontà nella morale, l’unione dei cuori nell’amore di Dio e di suo Figlio, Gesù Cristo. Orbene, questa unione è realizzabile soltanto per mezzo della carità cattolica, la quale solamente, di conseguenza, può condurre i popoli sul cammino del progresso, verso l’ideale della civiltà.

La dignità umana può essere concepita solo come una libertà nel quadro di una morale.

[25] Infine il Sillon pone, alla base di tutte le falsificazioni delle nozioni sociali fondamentali, un’idea falsa della dignità umana. A suo avviso, l’uomo sarà  veramente uomo, degno di questo nome, soltanto a  partire dal giorno in cui avrà acquisito una coscienza illuminata, forte, indipendente, autonoma, che può  fare a meno di un padrone, che ubbidisce solo a sé stessa ed è capace di assumere e di portare senza cedere le più gravi responsabilità. Ecco i paroloni con  cui si esalta il sentimento dell’orgoglio umano; come  un sogno che trascina l’uomo, senza luce, senza guida e senza soccorso, sulla via dell’illusione, dove, aspettando il gran giorno della piena coscienza, sarà divorato dall’errore e dalle passioni. E questo gran  giorno, quando verrà? A meno di cambiare la natura umana (il che non rientra nel potere del Sillon), verrà mai? E i Santi, che hanno portato la dignità umana al suo apogeo, avevano tale dignità? E gli umili della terra, che non possono salire tanto in alto e si accontentano di tracciare modestamente il loro solco nel ruolo che la Provvidenza ha loro assegnato, compiendo con energia i loro doveri nell’umiltà,  nell’ubbidienza e nella pazienza cristiana, non sarebbero degni del nome di uomini, proprio loro che il Signore sottrarrà un giorno alla loro condizione oscura, per insediarli nel cielo fra i principi del suo popolo?

Presa di posizione sulla prassi del membri del Sillon

[26] Interrompiamo qui le nostre riflessioni sugli errori del  Sillon. Non abbiamo la pretesa di esaurire l’argomento, perché vi sarebbe ancora da attirare la vostra attenzione su altri punti, ugualmente falsi e  pericolosi, per esempio sul modo di comprendere il potere coercitivo della Chiesa. Adesso è importante vedere l’influenza di questi errori sulla condotta pratica del Sillon e sulla sua azione sociale.

Cameratismo senza autorità

[27] Le dottrine del Sillon non restano nel campo dell’astrazione filosofica. Vengono insegnate alla gioventù cattolica, e, ancor di più, si prova a viverle. Il Sillon si considera il nucleo della città futura; perciò la rispecchia il più fedelmente possibile. Infatti, nel  Sillon non vi è gerarchia. L’élite che lo dirige si è staccata dalla massa in modo selettivo, ossia imponendosi per la sua autorità morale e per le sue virtù. Vi si  entra liberamente, come liberamente se ne esce. Gli studi vi si fanno senza maestro, al massimo con un consigliere. I circoli di studio sono autentiche cooperative intellettuali, nelle quali ciascuno è insieme maestro e alunno. Fra i membri regna il cameratismo più assoluto, che mette in totale contatto le loro anime; ne deriva l’anima comune del Sillon. E’ stato definito ” un’amicizia”. Anche il sacerdote, quando vi entra, abbassa l’eminente dignità del suo sacerdozio e, con una stranissima inversione dei ruoli, si fa alunno, si mete al livello dei suoi giovani amici ed è solamente un compagno.

[28] In queste abitudini democratiche e nelle teorie sulla città ideale che le ispirano, riconoscerete, Venerabili Fratelli, la causa segreta delle mancanze disciplinari, che avete dovuto tanto spesso rimproverare al Sillon. Non è sorprendente che non troviate nei capi e nei loro compagni formati in questo modo, anche se seminaristi o sacerdoti, il rispetto, la docilità e l’ubbidienza dovuti alle vostre persone e alla vostra autorità; che avvertiate da parte loro una sorda opposizione, e che abbiate il dispiacere di vederli sottrarsi completamente, oppure, costretti all’ubbidienza, dedicarsi con disgusto a opere estranee al Sillon. Voi siete il passato; essi sono i pionieri della civiltà futura. Voi rappresentate la gerarchia, le disuguaglianze sociali, l’autorità e l’ubbidienza: istituzioni invecchiate, di fronte alle quali le loro anime, conquistate da un altro ideale, non si possono più piegare. Su questo stato d’animo abbiamo la testimonianza  di fatti dolorosi, capaci di strappare le lacrime; e non possiamo, nonostante la nostra longanimità, sottrarci a un giusto sentimento d’indignazione. Davvero! S’ispira alla vostra gioventù cattolica la sfiducia verso la Chiesa, che ne è madre; si insegna ad essa  che, dopo diciannove secoli, non è ancora riuscita a costruire nel mondo la civiltà sulle sue vere basi; che non ha capito le nozioni sociali dell’autorità, della  libertà, dell’uguaglianza, della fraternità e della dignità umana; che i grandi vescovi e i grandi monarchi, che hanno creato e tanto gloriosamente governato la Francia, non hanno saputo dare al loro popolo né la vera giustizia, né la vera felicità, perché non possedevano l’ideale del Sillon.

[29] Il soffio della Rivoluzione è passato su ciò, e  possiamo concludere che, se le dottrine sociali del Sillon sono erronee, il suo spirito è pericoloso e funesta la sua educazione.

La falsa connessione fra cattolicesimo e democrazia

[30] Ma allora, che cosa dobbiamo pensare della sua  azione nella Chiesa, di esso, il cui cattolicesimo è tanto puntiglioso che, quasi quasi, a meno di abbracciare la sua causa, si sarebbe ai suoi occhi un nemico  interno del cattolicesimo e non si capirebbe niente del Vangelo e di Gesù Cristo? Crediamo opportuno insistere su questo problema, perché proprio il suo ardore cattolico ha ottenuto al Sillon, fino a questi ultimi tempi, incoraggiamenti preziosi e illustri sostegni. Ebbene, di fronte alle parole e ai fatti, siamo costretti a dire che il Sillon, tanto nella sua azione quanto nella sua dottrina, non soddisfa la Chiesa.

[31] In primo luogo, il suo cattolicesimo si accorda  soltanto con la forma del governo democratico, che giudica essere la più favorevole alla Chiesa, e, per così dire, confondersi con essa; perciò assoggetta la sua religione a un partito politico. Non siamo tenutia dimostrare che l’avvento della democrazia universale non riguarda l’azione della Chiesa nel mondo; abbiamo già ricordato che la Chiesa ha sempre lasciato alle nazioni il compito di darsi il governo che ritengono più vantaggioso per i loro interessi. Ciò che vogliamo affermare ancora una volta dopo il nostro predecessore, è che vi è errore e pericolo nell’asservire per principio il cattolicesimo a una forma di governo; errore e pericolo che sono molto più grandi quando si fa la sintesi della religione con un genere di democrazia le cui dottrine sono erronee. E’ proprio il caso del Sillon; che, di fatto, e per una forma politica speciale, compromettendo la Chiesa, divide i cattolici, strappa la gioventù e anche sacerdoti e seminaristi all’azione semplicemente cattolica, e disperde, in pura perdita, le forze vive di una parte della nazione. Cosmopolitismo neutrale sul piano culturale e politico

[32] Osservate poi, Venerabili Fratelli, una stupefacente contraddizione. Proprio perché la religione deve dominare su tutti i partiti, invocando questo principio il Sillon si esime dal difendere la Chiesa attaccata. Certamente la Chiesa non è scesa nell’arena politica; la vi si è trascinata per mutilarla e per spogliarla. Il dovere di ogni cattolico non è dunque di usare le armi politiche che ha in mano per difenderla, e anche per forzare la politica e restare nel suo ambito e a occuparsi della Chiesa soltanto per renderle quanto le è dovuto? Ebbene, si ha spesso il dolore di vedere, difronte alla Chiesa in tal modo violenta, i membri del Sillon incrociare le braccia, a meno che non trovino il loro interesse nel difenderla; li si vede enunciare o sostenere un programma che in nessun punto, né ad alcun grado, rivela il cattolico. Il che non impedisce che gli stessi uomini, in piena lotta politica,sotto il colpo di una provocazione, dichiarino pubblicamente la loro fede. Quindi non resta altro da dire che vi sono due uomini in ogni membro del Sillon: l’individuo, che è cattolico; il membro del Sillon, l’uomo di azione, che è neutrale.

[33] Vi fu un tempo in cui il Sillon, in quanto tale, era formalmente cattolico. Relativamente alla forza  morale, ne conosceva soltanto una, la forza cattolica, e andava proclamando che la democrazia sarebbe stata cattolica oppure non sarebbe stata. Venne un momento in cui cambiò parere. Lasciò a ciascuno la  sua religione o la sua filosofia. Smise pure di qualificarsi cattolico e, alla formula: “la democrazia sarà cattolica”, sostituì quell’altra: “la democrazia non sarà anticattolica”, non più d’altronde che antiebraica o antibuddista. Fu l’epoca del più grande Sillon. Si chiamarono alla costruzione della città futura tutti gli operai di tutte le religioni e di tutte le sette. Si chiese loro unicamente di abbracciare lo stesso ideale sociale, di rispettare tutte le credenze e di portare un certo  sostegno di forze morali.  Certo, si proclamava, “i capi delSillon mettono la loro fede religiosa al di sopra di tutto.  Ma possono togliere agli altri il diritto di attingere la loro energia morale là dove possono? Al contrario, essi vogliono che gli altri rispettino il loro diritto di attingerla nella  fede cattolica. Essi chiedono dunque a tutti quanti vogliono trasformare la società attuale nel senso della democrazia il non respingersi reciprocamente a causa delle convinzioni filosofiche o religiose che possono separarli, ma di camminare mano nella mano, non rinunciando alle loro convinzioni, ma  cercando di fare sul terreno delle realtà pratiche la prova dell’eccellenza delle loro convinzioni personali. Forse su questo terreno dell’emulazione fra anime legate a differenti convinzioni religiose o filosofiche potrà realizzarsi l’unione” (9). E nello stesso tempo si dichiarò (come lo si poteva realizzare?) che il piccolo Sillon cattolico sarebbe stato l’anima gemella del grande Sillon cosmopolita.

[34] Di recente è scomparso il nome  più grande Sillon, ed è comparsa una nuova organizzazione, senza modificare, anzi tutt’altro, lo spirito e la sostanza delle cose ” per mettere ordine nel lavoro e per organizzare le diverse forze operative. Il Sillon resta sempre un’anima, uno spirito, che si mescolerà ai gruppi e ispirerà la loro  attività”. E tutti i raggruppamenti nuovi, divenuti apparentemente autonomi: cattolici, protestanti, liberi pensatori, sono pregati di mettersi all’opera. ” – I compagni cattolici

lavoreranno fra loro in un’organizzazione speciale per istruirsi ed educarsi. I democratici protestanti e liberi pensatori faranno altrettanto da parte loro. Tutti,  cattolici, protestanti e liberi pensatori avranno a cuore di  armare la gioventù non per una lotta fratricida, ma per una generosa emulazione sul terreno delle virtù sociali e civiche” (10).

[35] Queste dichiarazioni e questa nuova organizzazione dell’azione del  Sillon richiedono riflessioni assai gravi.

[36] Ecco, fondata da cattolici, un’associazione interconfessionale, per lavorare alla riforma della civiltà, opera in primo luogo religiosa: infatti non esiste vera civiltà senza civiltà morale, e nessuna civiltà morale senza la vera religione: è una verità dimostrata, si tratta di un fatto storico.  E i nuovi membri del Sillon non potranno addurre a pretesto che lavoreranno soltanto “sul terreno delle realtà pratiche” dove non ha importanza la diversità delle credenze. Il loro capo sente tanto bene l’influenza delle convinzioni dello spirito sul risultato dell’azione, che li invita, a qualsiasi religione essi appartengano, a “dare, sul terreno delle realtà pratiche, la prova dell’eccellenza delle loro convinzioni personali”. – E a ragione, perché le realizzazioni pratiche rivestono il carattere delle convinzioni religiose, come le membra di un corpo, fino alle ultime estremità, ricevono la forma dal principio vitale che lo anima.  Organizzazioni che riuniranno tutte le religioni  sulla base di una religione universale?

[37] Detto questo, che cosa bisogna pensare della promiscuità in cui si troveranno coinvolti i giovani cattolici con eterodossi e con non credenti di ogni genere, in un’opera di questa natura? Per loro, non è mille volte più pericolosa di un’associazione neutrale? Che cosa dobbiamo pensare di questo appello a tutti gli eterodossi e a tutti i non credenti a provare l’eccellenza delle loro convinzioni sul terreno sociale, in uno speciale concorso apologetico, come se questoconcorso non durasse da diciannove secoli, in condizioni meno pericolose per la fede dei fedeli e del tutto onorevoli per la Chiesacattolica? Che cosa dobbiamo pensare di questo rispetto per tutti gli errori e della strana esortazione, fatta da un cattolico a tutti i dissidenti, a fortificare le loro convinzioni con lo studio e a farne sorgenti sempre più abbondanti di forze nuove? Che cosa dobbiamo pensare di un’associazione in cui tutte le religioni e perfino il “libero pensiero” possono manifestarsi apertamente, a loro piacimento? Infatti, i membri del Sillon che nelle conferenze pubbliche e altrove proclamano con fierezza la loro fede individuale, non hanno certamente intenzione di chiudere la bocca agli altri e d’impedire al protestante di affermare il suo protestantesimo e allo scettico il suo scetticismo. Infine, che cosa pensare di un cattolico che, entrando nel suo circolo di  studio, lascia il suo cattolicesimo fuori dalla porta, per non spaventare i suoi compagni che “sognando un’azione sociale disinteressata, si rifiutano di farla servire al trionfo di interessi, di faziosità oppure di convinzioni, qualunque esse siano”? Tale è la professione di fede del nuovo comitato democratico di azione sociale, che ha ereditato la maggior parte del ruolo dell’organizzazione precedente, e che, esso stesso dice, “rompendo l’equivoco costruito intorno al più grande Sillon, tanto negli ambienti reazionari che negli ambienti anticlericali”, è aperto a tutti gli uomini ” rispettosi delle forze morali e religiose e convinti che non è possibile alcuna autentica emancipazione sociale senza il fermento di un generoso idealismo”.

[38] Si, ahimé!, l’equivoco è rotto; l’azione sociale del  Sillon non è più cattolica; il membro del Sillon, in  quanto tale, non lavora per una fazione, e “la Chiesa – afferma – non saprebbe a nessun titolo beneficiare delle  simpatie che la sua azione potrebbe suscitare”. Insinuazione davvero strana! Si teme che la Chiesa approfitti  dell’azione sociale del Sillon con uno scopo egoistico e interessato, come se tutto quanto favorisce la Chiesa non favorisse l’umanità! Strano capovolgimento delle idee: la beneficiaria dell’azione sociale sarebbe la Chiesa, come se i più grandi economisti non avessero riconosciuto e dimostrato che l’azione sociale, per essere seria e feconda, deve beneficiare della Chiesa. Ma sono ancor più strane, nello stesso  tempo spaventose e rattristante, l’audacia e la leggerezza di spirito di uomini che si dicono cattolici, che sognano di rifare la società in simili condizioni e di  stabilire sulla terra, al di sopra della Chiesa cattolica, ” il regno della giustizia e dell’amore”, con operai venuti da ogni parte, di tutte le religioni oppure senza religione, con o senza credenze, purché dimentichino quanto li divide, le loro convinzioni religiose e filosofiche, e mettano in comune quanto li unisce, un  generosi idealismo e forze morali prese ” dove possono”.  – Quando si pensa a tutto quanto è necessario in forze,  in scienza, in virtù soprannaturali per istituire la città cristiana, e alle sofferenze di milioni di martiri, e alle illuminazioni dei Padri e dei Dottori della Chiesa, e alla dedizione di tutti gli eroi della carità, e a una potente gerarchia nata dal Cielo, e ai fiumi di grazia divina, e il tutto edificato, collegato, compenetrato dalla Vita e dallo Spirito di Gesù Cristo, la Sapienza di Dio, il Verbo fatto uomo; quando si pensa, diciamo, a tutto questo, si è spaventati nel vedere nuovi apostoli intestardirsi a fare di meglio mettendo in comune un vago idealismo e virtù civiche. Che  cosa produrranno? Che cosa sta per uscire da questa collaborazione? Una costruzione puramente verbale e chimerica, in cui si vedranno luccicare alla rinfusa e in una confusione seducente le parole di libertà, di giustizia, di fraternità e di amore, di uguaglianza e di umana esaltazione, il tutto basato su una dignità umana male intesa. Si tratterà di un’agitazione tumultuosa, sterile per il fine proposto e che avvantaggerà gli agitatori di masse meno utopisti. Sì, davvero si può dire che il Sillon scorta il socialismo, con  l’occhio fisso su una chimera.

[39] Temiamo che vi sia ancora di peggio. Il risultato  di questa promiscuità nel lavoro, il beneficiario di  quest’azione sociale cosmopolitica,  può essere soltanto una democrazia che non sarà né cattolica, né pro-testante, né ebraica; una religione (siccome il movimento del Sillon, i capi l’anno detto, è una religione) più universale della Chiesa cattolica, che riunirà tutti gli uomini divenuti finalmente fratelli e compagni, nel “regno di Dio”. – ” Non si lavora per la Chiesa: si lavora per l’umanità”.

[40] E ora, pervasi dalla più viva tristezza, ci domandiamo, Venerabili Fratelli, che cos’è diventato il cattolicesimo del Sillon. Ahimé!, esso che, in altri tempi dava tanto belle speranze, una tale fiume limpido e impetuoso è stato captato, nel suo corso, dai moderni nemici della Chiesa e d’ora innanzi forma solo un misero affluente del grande movimento di apostasia, organizzato, in tutti i paesi, per l’instaurazione di una Chiesa universale, che non avrà né dogmi, né gerarchia, né regole per lo spirito, né freno per le passioni, e che, con il pretesto della libertà e della dignità umana, ristabilirebbe nel mondo, qualora potesse trionfare, il regno legale dell’astuzia e della forza, e l’oppressione dei deboli, di quelli che soffrono e che lavorano.

III. Giudizio complessivo ed esortazioni

Illuminismo e spirito della Rivoluzione

[41] Conosciamo fin troppo le cupe officine, in cui  si elaborano queste dottrine deleterie, che non dovrebbero sedurre spiriti chiaroveggenti. I capi del Sillon non hanno potuto difendersene; l’esaltazione dei loro sentimenti, la cieca bontà del loro cuore, il loro misticismo filosofico, mescolato con una componente illuministica, li hanno trascinati verso un nuovo vangelo, nel quale hanno creduto di vedere il vero Vangelo del Salvatore, al punto che osano trattare Nostro Signore Gesù Cristo con una familiarità assolutamente irrispettosa e che, poiché il loro ideale è imparentato con quello della Rivoluzione, non temono di fare collegamenti blasfemi fra il Vangelo e  la Rivoluzione, che non hanno la scusa di essere sfuggiti a qualche tumultuosa improvvisazione.

Vangelo e società idealizzata

[42] Vogliamo attirare la vostra attenzione, Venerabili Fratelli, su questa deformazione del Vangelo e del carattere sacro di Nostro Signore Gesù Cristo, Dio e Uomo, praticata nel Sillon e altrove. In altri ambienti è di moda, quando si tocca la questione sociale, mettere anzitutto da parte la Divinità di Gesù Cristo, e poi parlare soltanto della sua sovrana mansuetudine, della sua compassione per tutte le miserie umane, delle sue pressanti esortazioni all’amore del prossimo e alla fraternità. Certo, Gesù ci ha amati di un amore immenso, infinito, ed è venuto sulla terra a soffrire e a morire affinché, riuniti attorno a Lui nella giustizia e nell’amore, animati dai medesimi sentimenti di carità reciproca, tutti gli uomini vivano nella pace e nella felicità. Ma, per la realizzazione di questa felicità temporale ed eterna, Egli ha posto, con un’autorità sovrana, la condizione che si faccia parte del suo gregge, che si accetti la sua dottrina, che si pratichi la virtù e che ci si lasci ammaestrare e guidare da Pietro e dai suoi successori. Inoltre, se Gesù è stato buono con gli smarriti e con i peccatori, non ha rispettato le loro convinzioni erronee, per quanto sincere sembrassero; li ha tutti amati per istruirli, per convertirli e per salvarli. Se ha chiamato a Sé, per consolarli, quanti piangono e soffrono, non è stato per predicare loro l’invidia di un’uguaglianza chimerica. Se ha sollevato gli umili, non è stato per ispirare loro il sentimento di una dignità indipendente e ribelle all’ubbidienza. Se il suo Cuore traboccava di mansuetudine per le anime di buona volontà, ha saputo ugualmente armarsi di una santa indignazione contro i profanatori della casa di Dio, contro i miserabili che scandalizzano i piccoli, contro le autorità che opprimono il popolo sotto il carico di pesanti fardelli, senza muovere un dito per sollevarli. Egli è stato tanto forte quanto dolce; ha rimproverato, minacciato, castigato, sapendo e insegnandoci che spesso il timore è l’inizio della saggezza e che a volte  conviene tagliare un membro per salvare il corpo. Infine, non ha annunciato per la società futura il regno di una felicità ideale, da cui sarebbe bandita la sofferenza; ma, con le sue lezioni e i suoi esempi, ha tracciato il cammino della felicità possibile sulla terra e della felicità perfetta in Cielo: la via regale della Croce. Sono insegnamenti che si avrebbe torto ad applicare soltanto alla vita individuale in vista della salvezza eterna; sono insegnamenti eminentemente sociali e ci mostrano in Nostro Signore Gesù Cristo una realtà ben diversa da un umanitarismo senza consistenza e senz’autorità.  Il fondamento per la soluzione della questione sociale: l’adempimento dei doveri sociali e la giusta organizzazione della società secondo prospettive realistiche

[43] Da parte vostra, Venerabili Fratelli, continuate attivamente l’opera del Salvatore degli uomini, con l’imitazione della sua dolcezza e della sua forza. Siate attenti a tutte le miserie; nessun dolore sfugga alla vostra sollecitudine pastorale, nessun lamento vi trovi indifferenti. Ma predicate anche coraggiosamente i loro doveri ai grandi e ai piccoli; spetta a voi formare la coscienza del popolo e dei pubblici poteri. La questione sociale sarà decisamente prossima alla soluzione quando gli uni e gli altri, meno esigenti sui loro reciproci diritti, compiranno più precisamente i loro doveri.

[44] Inoltre, come nel conflitto degli interessi, e soprattutto nella lotta con forze disoneste, la virtù di un uomo, la sua stessa santità non è sempre sufficiente per garantirgli il pane quotidiano, e i meccanismi sociali dovrebbero essere organizzati in modo tale che, con la loro attività naturale, paralizzino gli sforzi dei cattivi e rendano accessibile a ogni buona volontà la sua parte legittima di felicità temporale, desideriamo vivamente che prendiate una parte attiva nell’organizzazione della società a questo fine. Per questo scopo poi, mentre i vostri sacerdoti si dedicheranno con ardore al lavoro della santificazione delle anime, della difesa della Chiesa, e alle opere di carità propriamente dette, voi ne sceglierete alcuni, attivi e di spirito prudente, dotati della qualifica di dottore in filosofia e in teologia, e che possiedano perfettamente la storia della civiltà antica e moderna, e li applicherete agli studi meno elevati e più pratici della scienza sociale, per metterli, a tempo opportuno, alla testa delle vostre opere di azione cattolica. Tuttavia questi sacerdoti non si facciano deviare, nel dedalo delle opinioni contemporanee, dal miraggio di una falsa democrazia; non prendano a prestito della retorica dei peggiori nemici della Chiesa e del popolo un linguaggio enfatico, pieno di promesse tanto sonore quanto irrealizzabili. Abbiamo la convinzione che la questione sociale e la scienza sociale non sono nate ieri; che in ogni tempo la Chiesa e lo Stato, felicemente concertati, hanno suscitato a questo scopo organizzazioni feconde; che la Chiesa, che non ha mai tradito la felicità del popolo con alleanze compromissorie, non deve distaccarsi dal passato e che le basta riprendere con la collaborazione dei veri operai della restaurazione sociale, gli organismi infranti dalla Rivoluzione e adattarli, nel medesimo spirito cristiano che li ha ispirati, al nuovo ambiente creato dall’evoluzione materiale della società contemporanea: infatti i veri amici del popolo non sono né rivoluzionari, né novatori, ma tradizionalisti.

[45] A quest’opera sommamente degna del vostro zelo pastorale, desideriamo che la gioventù del Sillon, liberata dai suoi errori, lungi dal porvi ostacolo, vi  apporti, nell’ordine e nella sottomissione convenienti un concorso leale ed efficace.

Orientamenti per i membri  del movimento del Sillon

[46] Rivolgendoci dunque ai capi del  Sillon con la fiducia di un Padre che parla ai suoi figli, chiediamo  loro per il loro bene, per il bene della Chiesa e della Francia, di cedervi il loro posto. Certamente ci rendiamo conto della portata del sacrificio che sollecitiamo da loro, ma li sappiamo anche sufficientemente  generosi da compierlo, e, anticipatamente, in nome del Nostro Signore Gesù Cristo, di cui siamo l’indegno rappresentante, per questo li benediciamo. Quanto ai membri del Sillon, vogliamo che si organizzino per diocesi allo scopo di lavorare, sotto la direzione dei rispettivi vescovi, alla rigenerazione cristiana e cattolica del popolo, contemporaneamente al miglioramento della sua condizione. Per il momento, questi gruppi diocesani saranno indipendenti gli uni dagli altri; e allo scopo di sottolineare che hanno rotto con gli errori del passato, prenderanno il nome di Sillon cattolicie ciascuno dei loro membri  aggiungerà alla sua qualifica di “membro del Sillon” lo stesso aggettivo di  cattolico. Resta indiscusso che  ogni membro del  Sillon cattolico conserverà la libertà di mantenere d’altra parte le sue preferenze politiche, epurate di tutto quanto non sia completamente conforme, in questa materia, alla dottrina della Chiesa. Se tuttavia, Venerabili Fratelli, dei gruppi rifiutassero di sottomettersi a queste condizioni, dovreste considerarvi, per questo, in stato di rifiuto di sottomettersi alla vostra direzione; e, allora, vi sarebbe da esaminare se essi si limitano alla politica o all’economia pura, o se perseverano nei loro vecchi sbandamenti. Nel primo caso, è chiaro che non dovreste occuparvene più che dei comuni fedeli; nel secondo,  dovreste agire di conseguenza, con prudenza, ma con fermezza. I sacerdoti dovranno mantenersi completamente al di fuori dei gruppi dissidenti e si limiteranno a fornire il soccorso del santo ministero individualmente ai loro membri, applicando loro al tribunale della Penitenza le regole comuni della morale relativamente alla dottrina e alla condotta. Quanto ai gruppi cattolici, i sacerdoti e i seminaristi, pur  favorendoli e assecondandoli, si asterranno dall’aderirvi come membri, perché è giusto che la milizia sacerdotale resti al di sopra delle associazioni laiche, anche le più utili e animate dallo spirito migliore.

Conclusione

[47] Tali sono le misure pratiche, con le quali abbiamo creduto necessario sanz ionare questa lettera sul Sillon e sui suoi aderenti. Voglia il Signore, e noi lo preghiamo dal fondo dell’anima, far comprendere a questi uomini e a questi giovani le gravi ragioni che l’hanno dettata, dia loro la docilità del cuore, e il coraggio di provare, di fronte alla Chiesa, la sincerità del loro fervore cattolico; e ispiri a voi, Venerabili  Fratelli, per loro, che ormai sono vostri, i sentimenti di un affetto assolutamente paterno.

[48] In questa speranza, e per ottenere questi tanto desiderabili risultati, vi accordiamo di tutto cuore,  come al vostro clero e al vostro popolo, la Benedizione Apostolica.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 25 agosto 1910, nell’anno ottavo del Nostro Pontificato PIO PP. X

Note:

(1) “[…] dispares tueatur ordines, sane proprios bene constitutae civitatis; eam denum humano convictui velit formam atque indolem esse, qualem Deus auctor indidit” (Leone XIII Enciclica Graves de

communi [del 18-1-1901, in ASS, vol. XXXIII, p.387])

(2) “Hinc imperium penes plebem in civitate velint esse, ut, sublatis ordinum gradibus aequatisque civibus, ad bonorum  etiam inter eos aequalitatem sit gressus” (ibidem): “Per questo vogliono che il potere nella città sia in mano al popolo, affinché, soppresse le classi sociali e livellati i cittadini,  si apra fra loro la via anche all’uguaglianza dei beni”

(3) “Instaurare tutte le cose in Cristo” (Ef. 1, 10); l’espressione paolina fu assunta da Papa san Pio X come divisa del suo  pontificato.

(4) “Immo recentiores perplures, eorum vestigiis ingredientes qui sibi superiore saculo philosophorum nomen inscripserunt, omnem inquiunt potestatem a populo sibi mandatam, et hac quidem lege, ut populi ipsius voluntate, a quo mandata est, revocari possit. Ab his vero dissentium catholici homines, qui jus imperandi a deo repetunt velut a naturali necessarioque principio” (Leone XIII, Enciclica Diuturnum illud, del 29-6-1881, in ASS, vol. XIV, p.4)

(5) Marc Sangnier, Discorso di Rouen, 1907

(6) “Interest autem attendere hoc loco, eos, qui reipublicae prae futuri sint, posse in quibusdam causis voluntate iudicioque deligi multitudinis, non adversante neque repugnante doctrina catholica. Quo sane delectu designatur princeps, non conferuntur iura principatus: neque mandatur imperium, sed statuitur a quo sit gerendum” (Leone XIII, Enciclica Diuturnun illud, cit., pp.4-5).

(7) Mt. 22,21

(8) “Quamobrem, salva iustitia, non prohibentur populi illud sibi genus comparare reipublicae, quod aut ipsorum ingenio, aut maiorum istitutis moribusque magis apte conveniat” (Leone XIII, Enciclica Diuturnum illud, cit., pp. 5).

(9) Marc Sangnier, Discorso di Rouen, 1907.

(10) Marc Sangnier, Parigi, maggio 1910.

[l’Enciclica Diuturnum illud è stata pubblicata nella nostra rubrica

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