LO SCUDO DELLA FEDE (232)

LO SCUDO DELLA FEDE (232)

LA SANTA MADRE CHIESA NELLA SANTA MESSA (5)

SPIEGAZIONE STORICA, CRITICA, MORALE DELLA SANTA MESSA

Mons., BELASIO ANTONIO MARIA

Ed. QUINTA

TORINO, LIBRERIA SALESIANA EDITRICE, 1908

LA MESSA

PARTE I

LA PREPARAZIONE

CAPO III

ART. I.

Il Sacerdote, ed il Popolo si presentano all’altare,

Accompagniamo il Sacerdote, che si avanza nell’interno del santuario sino ai piedi dell’altare a compiere la tremenda missione. Mentre procede a grave passo, col corteggio di tutti i ministri, questo principe della Chiesa, l’accompagnano i cuori di tutti i fedeli, che con varia espressione di sentimenti mandano al trono delle misericordie i voti delle anime bisognose. L’organo, complesso ed insieme di tante voci distinte e diverse, rende immagine dell’unione di tutti gli animi, la vita dei quali sta nel movimento e nella espressione degli affetti. Mentre si suona il preludio, il quale è una successione d’accordi, vagante incerto di dissonanze in consonanze senza ritmica misura e tendente alla sospirata meta della cadenza, si associa perfettamente alle menti dei fedeli. All’udire questi suoi accordi dissonanti pei quali passa come inquieto, e si getta a riposo nell’accordo consonante, tu diresti che voglia esprimere i vari movimenti degli animi, che passano irrequieti pel tempo presente, per gittarsi a riposo nell’eternità.

Genuflessione innanzi all’altare e segno di croce.

Egli s’inchina, o s’inginocchia; e con questo prostrarsi a terra significa, che l’uomo deve cadere a nulla innanzi a Dio, e per render omaggio alla Divinità, deve prostrarsi nella polvere sua primiera per confessare il proprio nulla a Lui, cui tutto dobbiamo, e per adorarlo a nome di tutte le creature (Bona, Trac. ant. 1 cit.). Sorge; si segna della croce dal capo al petto, dall’una all’altra spalla. Questo segno adorabile, che spaventa i demoni, fu usato fin dai primi secoli dai fervorosi Cristiani, che di croce segnavano sé stessi, e le loro azioni (Tertul De Coron. I. cap. 3). Esso chiama la benedizione di Dio sopra di noi, sulle cose nostre, e sulle nostre azioni per i meriti di Gesù Cristo (Mansi, Il vero Eccl. vol. 2, lib. 5, cap. 1). Con esso rammentiamo a Dio Padre, Figliuolo e Spirito Santo il maggior prodigio dell’amor divino. Nel momento, in cui noi vogliamo partecipare alla più grande sua misericordia, e rendergli maggior gloria, col segno della croce, armiamo dirò così, un diritto di aspettare tutte le grazie da  quel Dio, che morì sulla croce per noi; e vogliamo dire col segnarci: « Se abbiamo l’ardimento di alzare la fronte, e presentarci all’altare del Santissimo Iddio, questo avviene, perché siamo coperti della croce di Gesù Cristo. » Gran mistero! Col Sangue di Gesù Cristo, per lo Spirito Santo rimpastala l’umana natura, noi siamo rinati alle speranze eterne, figliuoli divenuti di Dio medesimo. E contenendo questo segno di croce, come insegna s. Tommaso e la Chiesa, i principali misteri di nostra santa fede, noi nel segnarci nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo, press’a poco vogliamo dire così: nel nome del Padre, grande Iddio! sì, voi con noi non siete più il terribile Ieova, che agli ebrei non bastava l’animo di pur nominare; ma anche in mezzo alla vostra gloria vi riconosciamo in volto, siete nostro Padre. Eh! Vi siete lasciato conoscere… Sì, vi abbiamo conosciuto proprio per nostro Padre, quando ci avete dato vostro Figlio ad essere nostro fratello, ed a partecipare a noi eziandio il suo Sangue Divino. Deh! E qual degli uomini avrebbe mai avuto ardimento di chiamar Dio col nome di Padre?… Nessuno, nessuno, fosse pur degli angioli. Ma la Madre Chiesa, palpitando sul Cuor di Gesù, che si tiene in seno nel Sacramento, e ne conosce ben tutti i segreti, «su, su, ci dice, chiamate pur Dio col nome di Padre. » Nel nome del Figlio, o Gesù benedetto, li su nel cielo tra i fulgori della vostra gloria avete qualche cosa del nostro, avete della nostra carne, del nostro sangue, siete Voi della nostra famiglia… vita nostra, Gesù! Nel nome dello Spirito Santo; Spirito Santo, Amor eterno del Padre e del Figlio, spirate da Gesù qui con noi in seno al Padre, e travolgeteci nel vortice della beatitudine eterna: coronate l’opera del Padre, che crea, del Figlio, che salva: santificateci voi; alimentateci dell’eterna felicità in seno a Dio. – Quando siamo per pregare, ed anche in tutte le altre occasioni, temendo troppo di comparire innanzi a Dio, e trattare con Lui, colle brutture sull’anima dell’uomo peccatore, affrettiamoci di metterci sotto la croce dì Gesù Cristo, di coprirci colle sue piaghe, di mettere innanzi i suoi meriti, confortandoci con questi pensieri. Per questo la Chiesa prima di tutte le preghiere, in tutte le benedizioni, usa sempre fare il segno della Croce. Noi non lavoriamo pel mondo, nè pel tempo presente; il nostro cuore ha il suo tesoro, a cui Sospira incessante, lassù in Cielo. Giacché essendo noi concittadini del paradiso lavoriamo a conto del nostro Re e Padrone, cui serviamo sulla terra. Segniamo adunque come il Sacerdote sovente il capo, il petto, le membra, anche le nostre azioni colla Croce (S. Hieron. Ep. Ad Eustoc.. S. Ambr. Lib. De Isaac et anima, can. 8), perché al mondo e a’ suoi desideri siam crocifissi, Poiché deve venire il dì della grande giustizia, e l’Angelo di Dio con una spada di fuoco caccerà tutti i reprobi alla sinistra. Benedetto allora chi in quel di sarà in sulla fronte crocesignato, giacché sarà questo il segno dei predestinati pel paradiso. Come in quella notte, in cui l’Angelo vendicatore scorreva per l Egitto a dar la morte a tutti i primogeniti degli Egiziani, passando egli innanzi alla casa degli Israeliti, veduto il sangue dell’agnello, di che erano bagnate le imposte, abbassava il capo in venerazione della figura del sangue di Gesù Cristo, e tirava innanzi senza offendere persona, così alla vista di questo segno di Croce rosso del Sangue di Gesù Cristo, di che saranno bagnate e segnate le nostre teste. s’inchinerà riverente il terribil Angiolo del giudizio, e ci lascerà alla destra, perché per Cristo e con Cristo e in Cristo, tutto abbiam fatto per Dio in ispirito di adorazione e di penitenza.

Art. II.

Salmo: Judica me Deus.

Avvertiam qui per più facile intelligenza di ciò che diremo, che il popolo anticamente accompagnava nella Messa il sacerdote (Ben. XIV loc. cit. cap. X, n. l, cit. op.), cosicché egli rispondeva alle parole, e alle preghiere del Sacerdote, frammischiandovi le sue. Era dunque allora un confortarsi a vicenda, un implorare a vicenda la divina bontà, un eccitarsi a fervore tra il Sacerdote e quelli che erano ammessi ad aver parte con lui al santo Sacrificio. – Presso alcuni popoli d’America, quando un povero supplicante si presenta alle porte di un grande, tocca ad un fanciullo introdurlo alla presenza (Chaleaub). Ora per lo più la Chiesa fa rispondere a nome del popolo da un fanciullo. Bene sta: un’anima Vergine, come un fanciullo pieno di vita e di speranze, è la meglio fatta per entrare con confidenza a parlare con Dio, ed esprimergli il giubilo delle anime ringiovanite alla vita eterna.

Il Salmo Judica me Deus, che si recita a pié dell’altare, è un monumento della severa disciplina ecclesiastica degli antichi tempi. In esso esprimesi in sul principio, come si discernevano i santi dai peccatori con rigore di giudizio. Non tutti i Cristiani venivano ammessi al gran Sacrificio senza riguardo e discrezione. Nei popoli si faceva la cerna colle regole della più rigorosa disciplina: i soli giusti, che avevan conservata l’anima innocente, quale uscì dal battesimo, e i penitenti, che già avevan lavati i loro peccati nel Sangue dell’Agnello, potevano accompagnare il Sacerdote colle parole del santo Profeta. Gli altri intanto si mettevano a gemere alla porta per la disgrazia d’essere esclusi. Ci gi stringe il cuore di compunzione nel ricordare i pubblici penitenti, i quali, non essendo ammessi ai santi Misteri, si fermavano nel portico innanzi alla porta della chiesa. Quivi Vestiti di sacco, cospersi di cenere, con una corda al collo, colle mani giunte sul petto, stavano prostrati per terra quei fervorosi umiliati, ed abbracciavan le ginocchia, cogli occhi pieni di pianto raccomandandosi a quelli che andavano a partecipare al Sacrifizio, più fortunati di loro, cui non era dato entrare! Gran lezione per noi, che portiamo arditamente sino nel più interno del Santuario anime cariche di peccati, senza il più piccolo indizio di penitenza, quasi che la moltitudine dei peccatori autorizzi qualcuno di noi, a profanare il luogo santo colle irriverenze, ed oltraggiare la gran Vittima divina col nostro induramento! – Invitiamo coloro, che han desiderio di entrare nello spirito della Chiesa, che è lo Spirito del Signore, a meditar questo salmo, e a far proprie quelle espressioni, che risvegliano nel nostro cuore le disposizioni colle quali la Chiesa desidera preparare i suoi figliuoli. Sono questi come gemiti inspirati dallo Spirito Santo. Ci voleva Proprio sol questo Santo Divino Spirito, che comprende nella Sua eternità, come tutti i tempi, così tutti gli individui e i loro bisogni, che si facesse interprete delle povere anime nostre. Perciocché quant’è tenero e sublime questo dialogo tra il Sacerdote e il popolo! Il Sacerdote: questo nome rappresenta un uomo incanutito nella tradizione, Un uomo, che visitò i regni della verità, e scorse le rive dell’errore, e fece raccolta a pro degli nomini di saggezza più sublime, che non è quella del tempo. Quest’uomo, nel cui sguardo traggono i popoli a consultarsi, per leggervi pensieri venerandi, porta all’altare per la sua esperienza la cognizione delle miserie della povera umanità: depositario dei secreti di tutti, va per tutti ad offrire il gran Sacrificio. – Quest’uomo ai piè dell’altare è tutto compunto, e mentre con soave malinconia anima se stesso a gettarsi in braccio a Dio, lascia che i suoi figliuoli a Lui si confidino nel presentarsi seco al gran Padre delle misericordie. E questi rinati alla grazia, come un popolo di allegra gioventù, a cui ridono innanzi le più liete speranze, gli dicono le loro contentezze: ma egli da buon padre, sfogando la sua compassione, induce i suoi figli a piangere seco le proprie colpe. E qui un misto di compunzione e di speranze, che l’uomo sollevano alla bontà di Dio! – Noi procureremo d’interpretare questi santi pensieri nella seguente esposizione.

Il Sacerdote. « Io mi accosterò all’altare di Dio, e voi, o Dio della bontà, attiratemi tutto a voi affinché senza perturbazione di spirito, col fervore di un’anima ricreata, venga ad esercitare il ministero mio santo » (Bona in exposition. hui. Ps. Tract. ant. de san. Missæ) cap. 5 § 6.).

Il popolo risponde. « Sì, andiamo a Dio, egli letifica la nostra giovinezza. »  Il popolo del Signore è sempre pieno di gioventù, e di care speranze nella bontà di Dio.

Il Sacerdote. « Giudicatemi, o Signore, e la mia causa discernete dalla gente non santa, e dall’iniquo uomo ed ingannatore liberatemi. » Giudicatemi non col rigore della vostra giustizia; ché qual dei viventi resterebbe così a voi dinanzi giustificato? ma secondo la vostra grande misericordia. Noi non vogliamo più mai aver parte in peccato con quei poveri nostri fratelli, che si perdono nel mondo, commettendo l’iniquità. Deh! o Signore, non confondeteci con loro nel rigor del vostro giudizio; affinché non abbiam parte agli anatemi ed ai castighi contro loro fulminati. Separateci da loro, e tirateci a Voi per pietà, salvandoci dalle loro ingiustizie e da’ loro inganni.

Il popolo. « Oh sì, perché siete Voi, o Signore, la nostra fortezza. Ah! Voi la creatura vostra ributtereste Voi forse? Anima mia, perché te ne vai così trista, se i tuoi nemici cercano affligerti ? »

Il Sacerdote. « Mandateci, o Signore, dal cielo un raggio di quella fede, che ci fa comprendere nella sua grandezza la vostra verità, e questa luce di verità ci scorga, e ci accompagni sin sulla santa montagna, nel tabernacolo santo, dove voi abitate, o Signore. E qual sarà questo monte se non l’altare, il mistico Calvario, in cui Dio cogli uomini sì riconcilia, e poi resta ad abitare con essi (Car. Bona Trac. ant. de Miss. cap. 5, § 4.)?

Il popolo. « Ah sì, noi entreremo all’altare di Dio che letifica la nostra giovinezza! »

Il Sacerdote. « Io canterò sull’arpa le vostre lodi in questa adunanza, e confesserò la vostra misericordia. Grande Iddio, io ho paura per la mia miseria!… Anima mia, perché sei triste così, perché mi conturbi tu!?… » È sorpreso da un sacro orrore; ma gli risponde:

Il popolo. « Spera in Dio, che ha compassione di un’anima, che ne’suoi terrori gli si getta in braccio: Egli sol ci degni di uno sguardo, e ci farà salvi. Egli è il Signor nostro. »

Il Sacerdote. « O Dio! Chi ci fa degni di render merito al Signore di tante misericordie? Sia gloria adunque al Padre, al Figliuolo ed allo Spirito Santo; » e col più ardente fervore piega il capo in compunzione, e si porge pronto ad incontrar tutto per Dio, anche la morte (Card. Bona loc. cit.).

Il popolo. « Sia gloria e lode eterna, com’era da principio, ed è ora, e sarà sempre per tutti i secoli dei secoli. »

Il Sacerdote. « Mi accosterò adunque all’altare di Dio. »

Il popolo. « Sì, del Dio, che letifica la mia giovinezza. »

Il Sacerdote. » Il nostro soccorso è nel nome del Signore. » E si fa in così dire il segno di Croce; perché sui meriti del Redentore crocifisso appoggia tutte le sue speranze.

Il popolo. « Bene sta: Egli ha fatto il cielo e la terra. » Quasi dicesse: « sì, andiam con coraggio a Dio che letifica la nostra giovinezza; e, se è Dio la nostra speranza, la letizia della nostra gioventù, l’appoggio della nostra debolezza, di che temiamo? » Il Sacerdote rassicurato alquanto, s’accorda col popolo in confidare in Dio, e tutto si ripromette dalla sua bontà. Non gli rimane altro che gittarsegli a’ piedi per confessare i suoi peccati, togliere così gli ostacoli, che si frappongono tra Dio e i suoi figliuoli, e lì fanno indegni d’avvicinarsi a Lui.

La Confessione e l’Assoluzione

Confiteor, Misereatur, Indulgentiam.

Il Confiteor è un’umile confessione dei peccati, che fanno a vicenda il sacerdote e il popolo innanzi a Dio, alla presenza della Chiesa. La confessione del proprio peccato Dio aveva ordinato doversi far precedere fino agli antichi sacrifizi, in cui si offrivano agnelli e tori. Il sommo sacerdote, gli altri ministri della legge antica, tutti gli Israeliti, quando portavano la loro offerta, erano obbligati a confessarsi per peccatori con questa parola « Io ho peccato, ho commesso ingiustizia, » La prima disposizione a ricevere i doni di Dio è il cuor vuoto di noi stessi ed il riconoscere che da noi non abbiam niente, che buono sia; perché in verità quello che veramente è tutto nostro, è solo il peccato. Perciò per meritarci compassione e perdono da Dio, quel tutto che possiamo fare è presentarci in umiltà, e pregarlo di rinnovare tutto che vede in noi corrotto per terrena fragilità, o violato per opera del demonio. Il giusto, dice lo Spirito Santo, prima di tutto s’affretta ad accusar  di accusare se stesso e le opere sue (Proverb. XIII,17). Ora il Sacerdote, che, sollevato in mezzo del santuario, deve rendere immagine dell’uomo giusto, ed anzi rappresenta il Capo dei giusti il quale prese sopra di Sé i peccati di tutti, e si presentò in somiglianza d’uom peccatore (ad Rom. VIII, 9); deve precedere agli altri col buon esempio nel sentiero della giustizia. Perciò per praticare la giustizia, rinnovato il segno di croce, protesta solennemente innanzi a Dio, innanzi alla Regina del Cielo, al gran Principe delle Potenze celesti, Michele Arcangelo, a s. Giovanni Battista, innanzi ai santi Apostoli, a tutta la Corte celeste, in faccia a tutta la Chiesa in terra, che egli è troppo gran peccatore, e, picchiandosi il petto in segno della sua gran confusione, si chiama in colpa, e si ripete grande e grandissimo peccatore, e piange il più terribile dei mali, l’offesa di Dio. Il perché non dovrebbe ardire di andare più avanti; ma confida nella misericordia di Lui, della cui bontà abbiamo prove così certe: si mette sotto la protezione di Maria s del beato Arcangelo, degli Apostoli e di tutti i Santi; ed appoggiandosi ai loro meriti ed alle preghiere, si raccomanda ai suoi fratelli di accompagnarlo dinanzi a Dio colle loro suppliche, per Ottenergli il perdono delle colpe, che con dolore confessa di avere commesse coi pensieri, colle parole e coll’opere, per sua gravissima colpa.

Il popolo risponde. « Il Dio nostro è onnipotente, e noi lo preghiamo, che colla sua misericordia rimetta i tuoi peccati, e ti conduca all’eterna vita. »

Quindi è, che la necessità di avvicinarsi alla santa Mensa con un cuor puro rese tanto sovente praticato il precetto della confessione. Poiché il peccatore pentito sente uno stimolo a compiere questo dovere, per molti rispetti così penoso, per la letizia promessa del banchetto divino. Di modo che la pratica della confessione e della penitenza è strettamente legata alla fede della Comunione di Gesù Cristo (Wiseman, Conferenze sulle dottrine e pratiche più importanti della Chiesa catt. Conf. 16.). Non è quindi da far meraviglia, se i protestanti, quando spensero il fuoco del sacrifizio coll’abolire la santa Messa, abolissero anche la sacramentale confessione, e togliessero agli uomini il conforto di sentirsi riconciliati colla virtù del Sangue di Gesù Cristo. Essi non hanno più bisogno di prepararsi a comunicare con Dio! – Questa confessione al principio della santa Messa ricorda la confessione dei peccati, che per ricevere il perdono si usava altre volte fare pubblicamente. Tempi fortunati eran quelli, in cui la vera fede veniva provata nel crogiuolo delle tribolazioni, dal fuoco delle persecuzioni. Allora ascriversi al numero dei fedeli seguaci di Gesù Cristo» importava avere il coraggio di dare il nome alla proscrizione, ed aspettarsi intrepidamente la morte in premio delle più grandi virtù e dei maggiori sacrifici che essi facevano, rinunciando alle speranze di un secolo, largo promettitore. – Figuriamoci quegli uomini traditi dai loro congiunti, rifuggiti nelle caverne, quasi belve feroci, quivi pur cerchi a morte, quando era loro concessa la sorte di potersi trovare insieme a celebrare la santa Messa nei sotterranei col loro Vescovo, che era la prima testa designata al patibolo, e che mostrava Sovente le onorande ferite e le membra mutilate, per essersi confessato Cristiano. Quando il Vescovo cominciava in mezzo a loro a confessarsi pel gran peccatore, doveva essere uno scoppio di pianto universale la risposta di quei santi confessori, i quali gareggiavano con lui a confessarsi pur essi per peccatori; come con lui gareggiavano nel dichiararsi Cristiani, e durar fermi in mezzo a quelle terribili prove delle persecuzioni. Picchiandosi tutti il petto, gridava ciascuno essere sua la grandissima colpa, e chiedevan a calde lagrime misericordia a Dio, aiuto ai Santi del Paradiso, e perdono al Vescovo padre: come il padre chiedeva perdono ai suoi figli: e tutti insieme perdono a Dio, per correre poi tutti insieme, come figliuoli perdonati, in seno al Padre eterno, al celestiale convito. – Deh! in qual miseria siamo venuti noi! Con una disinvoltura che fa spavento, si passa dalle baie del secolo, dalle tresche, dai peccati tranquillamente ad assistere nella Chiesa ai più tremendi misteri! Qui tutta la Preparazione sta in un’occhiata di leggerezza e di curiosità intorno, intorno, per divagarsi da una noia mortale, che già si sente prima di averla provata. Chi è di noi che si raccoglie a compunzione? Chi sente il terror dell’uomo peccatore nel luogo santo? Chi geme sprofondato nelle proprie miserie in faccia ai santi altari, e picchiandosi il petto in umiltà col buon Pubblicano (Luc. XVIII, 13), si fa coscienza di dire, gemendo: « Ah! Signore, dove mi trovo io miserabile, come sono, in questo momento tremendo! dove mi nascondo così gran peccatore, ora che il cielo si deve abbassare alla terra » e sta per comparire l’Uomo-Dio in mezzo di noi! O Dio della misericordia, siate propizio a noi peccatori! » Noi no, non ci commoviamo più che tanto. Oh! siam noi adunque i farisei superbi cui pareva aver già fatto troppo per Dio, se lo degnavano d’una svogliata e sprezzante presenza? Ma ecco: allora partivano ì nostri padri santificati dai sacrifizi; e noi ripartiamo peccatori col soprassello delle nostre villanie orgogliose e delle irriverenze sacrileghe. Allora il Sacerdote si sentiva in obbligo di rispondere consolanti parole a quelli, che lo intenerivano colla confessione delle proprie colpe; adesso dovrebbe sollevare gli occhi al Crocifisso, e sclamare nell’amarezza di un santo zelo: O Signore, alcuni di questi non sono più vostri adoratori! piegarono, (bisogna dirlo), il ginocchio a Baal, al mondo, ed al demonio, ché par disdegnino di piegarlo innanzi a Voi, né si curan punto di supplicarvi del vostro perdono! Ah! pesa così poco in questi poveri tempi, o gran Dio, pesa così poco sul cuore umano l’essere in vostra disgrazia! » – Però, se molti più non pensano di confessarsi per peccatori e giudicarsi adesso, cioè fare nel mondo i proprii conti colla misericordia di Dio, per iscampar dal rigore della giustizia sua nell’eternità; la Chiesa perdura sempre nei suoi gemiti, e nel suo dolore, e vuole che il chierico a nome del popolo faccia la santa confessione. Ma deh! mentre il fanciulletto con aria da spensieratello chiama Dio in testimonio dei nostri peccati ed insieme del dolor nostro, e la Vergine, che fu sì bene preparata alla santa destinazione di portar Gesù Cristo, e l’angelo, che fulminò il capo degli empi, che alzarono la testa in peccato contro Dio, e cacciatili dal paradiso li confinò nell’inferno, e s. Giovanni, il miglior degli uomini, perché esser doveva l’amico dello Sposo; e Pietro e Paolo, che piansero tanto, e tanto fecero di bene per soddisfare le colpe commesse, e tutta la Chiesa, che è in Cielo gloriosa, e fondata in terra sulla distruzione del peccato, noi colla coscienza carica e forse fetente di freschi peccati, noi duriamo lì insensibili, impenitenti? Noi così facciam insulto colla nostra presenza alla santità del Dio vivente, noi offendiamo tutta la Corte celeste, noi oltraggiamo l’eterna giustizia; e stiamo a vedere, che noi ci ridiamo della collera di Dio stesso? Deh! Tremiamo, almeno, quando recitiamo il Confiteor col Sacerdote, perché in quel momento Iddio penetra l’anima nostra col suo sguardo divino, e ci scruta le reni, e conta fino i pensieri ignoti pure a noi stessi. Eh! se Egli entra adesso con noi in giudizio, noi siam perduti, e già c’ingoia l’inferno! Affrettiamoci di buttarci ai piedi di Dio per confessarci colpevoli, ed implorare mercé. Diciamo: Confiteor: « Io mi confesso, » cioè io m’accuso a Voi, grande Iddio; voi avete creato ad immagine vostra quest’anima mia, figlia del vostro amore; ella deve esser felice in seno a Voi; io la buttai a sollazzo nelle creature; m’ingolfai nel peccato: ecco la povera anima mia, la vostra immagine insozzata di tante brutture. È mia colpa! Voi mi avete ricreato nello Spirito Santo col vostro Sangue ch’io profanai, ed oh quale tristo abuso io n’abbia fatto, Voi lo sapete! Ah mia grande colpa! Non basta: meravigliate, o cieli! Voi, o Signore, volete ancora sacrificarvi sull’altare, Voi darvi tutto a noi stessi; ed io qui senza fede, senza dolore, senza compunzione, noiato del vostro dono, non ho per Voi neppure un sol pensiero! Oh mia grandissima colpa! – Sacerdote e popolo piangiamo a gara i nostri peccati: ed allora, oh quale armonia di gemiti, che spettacolo commovente qui! Un popolo compunto, che apre l’anima, e mostra piangendo le piaghe dei cuori, e sfoga l’amarezza del suo dolore in seno a Dio ed ai Beati! Intanto il paradiso è aperto sopra di noi, e Gesù Cristo, e Maria, e gli Angeli, e i Santi, e la Chiesa in cielo cara a Dio pei suoi trionfi, e la Chiesa in terra cara a Dio pei suoi travagli, e il Sacerdote ai piè dell’altare, che coperto della croce di Gesù Cristo, fatto degno di farla da mediatore tra Dio e gli uomini, mette innanzi i meriti di Gesù Cristo! Intenerito dalla preghiera con cui il popolo per lui implora la divina misericordia, prima per sentimento di gratitudine fa pel popolo la stessa orazione, che il popolo ha fatto per lui: poi per compiere la sua funzione di pacificatore e di riconciliatore degli uomini con Dio, per la ragione del perdono che vuol concedere, mette innanzi l’onnipotenza e misericordia di Dio, cioè confessa, che per perdonare i peccati, e ricreare nell’innocenza un’anima, ci vuol tutta l’onnipotenza e misericordia di Dio. Omnipotens et misericors Deus!… Questa è una gran verità. Egli è più grande miracolo della divina potenza perdonare un peccato come insegna s. Tommaso, che creare l’universo. Perché per creare l’universo bastò una parola di Dio onnipotente; e per perdonare il peccato si vuole il miracolo di tutti i miracoli il più grande, il miracolo di Dio, che paghi il debito infinito col morire pel peccato. –  Quindi fuori della Religione cristiana il peccato commesso deve essere incancellabile; perché il male fatto non si può mai fare, che fatto non sia, ed il rimorso dovrebbe gettarci nella disperazione. Anche i protestanti, che pur ammettono Dio perdonare il peccato, ma però solo col coprirci dei meriti del Salvatore, tengono che sotto l’applicazione della giustificazione rimanga ancora incancellabile la colpa. Così, secondo essi, al disgraziato, che fu peccatore, può bene non essere imputato il peccato; ma egli porterebbe la piaga scolpita nell’animo sempre, e, fosse pure in paradiso, là pure sentirebbe la colpa anche in seno a Dio. Sconsolante dottrina! Quanto invece è veramente dottrina di grazia questa della fede cattolica, la quale insegna, che il Verbo divino colla più grande opera della sua onnipotente misericordia ricrea l’anima del peccatore, rimpasta, per dir così secondo l’energica espressione di Tertulliano (Lib. De pudicit.),  l’umana natura nel suo Sangue imbevuto di virtù creatrice divina, e così la rinnovella a vita eterna; onde frutto della passione di Gesù Cristo e sua morte di croce è la ristorazione e il ritorno dell’umanità all’innocenza e santità. L’uomo adunque, perché ha peccato, è in potere della morte, la quale è il salario e la vendetta del peccato; ma i fedeli, che colla faccia a terra confessaronsi d’essere decaduti dinanzi a Dio; alla benedizione del Sacerdote fattosi il segno della croce, terminata l’orazione della remissione dei peccati si raddrizzano sulla persona per significare, che per la grazia e virtù di Gesù Cristo ridonati alla vita, sì avviano al Padre di tutti i beni. – Preposte queste riflessioni, speriamo s’intenderà meglio il senso di quell’orazione, che accompagna l’assoluzione, detta il Misereatur e l’Indulgentiam. Dice adunque il sacerdote:

Misereatur.

« L’onnipotente Iddio usi con voi tutta la sua misericordia; e con essa, perdonandovi i vostri peccati, vi conduca a vita eterna. »

Indulgentiam.

« Sì, l’indulgenza, l’assoluzione, e la rimessione dei peccati nostri ci conceda l’onnipotente e misericordiosissimo Iddio. »

Qui rialzandosi alquanto il Sacerdote pare dica al popolo: « fate coraggio, coperti della croce di Gesù Cristo, leviamoci su, gettiamoci abbandonati tra le braccia della bontà di Dio, troveremo all’altare un Dio un Padre, che ci vuol dare tutto il bene. » Poi si rivolge a Dio con tale una confidenza, come chi sa d’aver tutto ottenuto dalla sua bontà. e dice:

Il Sacerdote. « O Signore, basta solo che vi degniate di volgerci uno sguardo, e ci farete rivivere sicuramente. »

Il popolo risponde. « Si veramente il popolo vostro ne andrà lietissimo, se vi degnerete.

Il Sacerdote. « Mostrate a noi dunque la vostra misericordia. »

Il popolo. « Donatela come il pegno più sicuro di nostra salute. »

Il sacerdote. « Signore, io vengo, ascoltate la mia preghiera. »

Il popolo. « Signore, il nostro grido giunga a Voi in questo santo momento. »

Il Sacerdote. « Fratelli, îl Signore sia con voi, »

e prega lo spirito di orazione a preparare il popolo a trattare con Dio.

Il popolo. « Ed accompagni anima tua, che ha tanto bisogno, lo Spirito del Signore, in questo officio di tanta pietà » (o. Chrys. hom. 14. in ep. ad Rom. et hom. 36 in 1 ad Cor.).

Il Sacerdote. « Via adunque preghiamo. »

Il sacerdote stende le palme, e S’avvia su pei gradini, che significano la via della perfezione, che conduce al cielo, e tutto raccolto in se stesso, camminando su quella mistica scala, sente tutto il peso della propria infermità, e un santo terrore lo ributta dall’altare del Dio vivente. Colla coscienza più che colla voce gemendo sulle sue miserie, protende tremanti le braccia verso la croce, e sale dicendo in secreto: « Per pietà togliete, o Signore, da noi le nostre iniquità, onde possiamo con un’anima tutta piena di casti pensieri entrare al Santo dei Santi. Deh! fatelo per pietà, per li meriti di Gesù Cristo nostro Signore. »

Bacio all’Altare.

Giunto sull’altare il Sacerdote stende le mani come in atto di abbracciarlo, e lo bacia dicendo: « noi vi preghiamo, o Signore, per i meriti dei Santi vostri, di cui son qui le reliquie, e di tutti i Santi a degnarvi d’usare indulgenza a tutti i nostri peccati. » – Questo bacio, che dà il sacerdote all’altare, a cui si tiene abbracciato, è uno dei riti, che inteneriscono alle lacrime chi bene l’intende. Esso significa la carità, che in Gesù Cristo abbraccia tutti i fedeli, e ricorda ancora quei tempi d’ingenua semplicità e di fervore, in cui i fedeli con un’anima bella d’innocenza battesimale trovatisi nel luogo santo si baciavano l’un l’altro in carità, e vuol dire, che ci dobbiamo amare come fratelli qui, e poi formare una sola famiglia col Padre nostro in cielo. Questo bacio significa anche il baciar, che facevano essi le tombe dei martiri, come noi le sante reliquie. – Significa poi finalmente un atto di ossequio e di umiltà, con cui il Sacerdote bacia quel sasso, su cui deve posare Gesù Cristo, baciando coll’anima le vestigie della santa sua umanità, come la peccatrice gli baciava i santi piedi, bagnandoli di caldo pianto (poiché l’altare cristiano è la mistica pietra, che rappresenta Gesù) (S. Thom., 3 par., qu. 83, art. 3, ad 5); come usano anche gli orientali, quando debbono essere introdotti innanzi ad un sovrano, o ad un grande, baciare la soglia nel presentarsi alla porta: come si baciavano dai fedeli anche le soglie delle chiese (S. Paul. in Nat. 6, s. Felic.). – Pertanto il sacerdote portando sull’altare nel suo cuore il cuore dei fedeli, bacia coll’anima in fronte tutti, e le reliquie dei Santi insieme con essi; e nell’atto che si prostra sull’altare, che è la porta del cielo, per cui s’introduce innanzi al trono dell’Eterno, allarga le braccia con questo bacio sopra l’altare, in atto di stringere al cuore Gesù ed unire questi suoi fratelli tribolati in terra con quelli già felici in patria, per averli insieme a beatitudine in seno a Dio. Oh! come il Sacerdote qui rappresenta bene l’amabilissimo Redentore divino in quel bacio di riconciliazione, che il divin Figliuolo dà all’umana natura, a quella povera carne segnata dal marchio di dannazione, in quell’atto, in cui allargando sulla croce le braccia, colle mani piene di sangue, purifica tutti, e gli raccoglie nel suo tenero cuore; e abbassa in sul morire il santo capo sul petto per dire agli uomini questa benedetta parola: « Coraggio, vi ho redenti!!! » Pare anche che qui si rinnovi invisibilmente la commovente Scena, che con caratteri così toccanti descrisse Gesù, del ritorno del figliuol prodigo: e che Dio appunto in questo istante accolga fra le braccia della sua misericordia i figliuoli ravveduti, ché gli corrono a piangere in seno: e che risponda loro, consolandoli col bacio del suo perdono, per introdurli poi al gran convito divino. – Conchiuderemo col devoto cardinal Bona (loc. cit.) proponendo che ogni volta, ch’imprimeremo sull’altare un bacio, per noi sarà accompagnato da un tenero atto d’amore verso Gesù Cristo Signor nostro e Padre, con un intenso desiderio di stare come membra a Lui uniti per sempre, come gli sono già i Santi, dei quali qui veneriamo le reliquie (Pouget apud Ben. XIV, loc. cit.).

Introito

Dopo il bacio di pace i fedeli si recavano ciascuno al proprio posto nelle chiese antiche, e i cantori in questo frattempo, finché tutti all’ordine fossero disposti, cantavano brevi salmi; e questo canto chiamavano Introito; perché in questo mentre ciascuno entrava nel proprio luogo. Nell introito si annunzia la funzione, e si dà principio alla solennità in quel canto, in cui il popolo esilara il suo cuore, e respira nella soave emozione della pietà. È per lo più ora un estratto dei Salmi, esprimente uno sfogo d’affetti; ora è uno slancio di esultanza: ora un gemito di contrizione, oppure un ricordo del mistero, che si va celebrando, ed un invito a goder santamente nel Signore coi Beati, di cui celebra la festa. Termina col Gloria Patri: così additando che tutto deve terminare a gloria della SS. Trinità, essendo essa principio e fine d’ogni cosa. Poi gode ripetere la soave espressione, con cui ha cominciato a giubilare. Ciò ben ci ricorda, che così lavorando a gloria di Dio, raccoglieremo consolazioni, che dureranno eterne, quando assorti in Dio ricominceremo un gaudio, che non avrà fine mai più. – Il sommo Pontefice Innocenzo II dice, che l’introito, essendo per lo più un estratto dai libri dell’antico Testamento, esprime i voti ed i desideri, con cui gli antichi Padri sospiravano il Messia (Ben. XXIV, loc. cit.). E intanto noi siamo freddi e vuoti di cuore senza che ci spiri mai dentro un’aura d’affetti a darci un po’ di vita. Però, se noi ci sentiamo abbandonati in tanta aridezza, e non è mai che una stilla ci piovi di Cielo, a rinfrescarci l’anima di qualche consolazione, lo dobbiamo attribuire al viver nostro spensierato di Dio, a questo nostro intervenir che facciamo alle sante funzioni, senza che il cuor nostro vi prenda parte, e senza richiamarvi tutti i pensieri, affine di accompagnare l’offerta del Sacrificio. Noi piangeremo col Profeta la cagione della mancanza di devozione ai nostri di, e diremo: La terra tutta è desolata, perché ormai non v’ha più nessuno, che raccolga i pensieri a meditar Dio, l’eternità, l’importanza di salvar l’anima, la vanità del mondo, che passa via colla rapidità del baleno, ed i santi misteri che celebriamo. Ora a noi consolati del perdono di Dio, bisognosi di tutto, non resta altro che ricorrere a Dio colla preghiera.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.