Mons. J.- J. GAUME: STORIA DEL BUON LADRONE (16), capp. XXVIII-XXIX

CAPITOLO XXVIII.

GLORIA DEL BUON LADRONE.

La gloria dei santi proporzionata alla loro carità. — Tutte le virtù definite per mezzo della carità .— Dottrina di S. Agostino.— Eroismo della carità di S. Disma.— Grandezza della sua giuria.— Cinque privilegi di S. Disma.— Primo privilegio: copia fedele di Gesù Crocifisso.— Rassomiglianza esteriore — Parole di S. Bernardino da Siena. — Rassomiglianza interiore. — Parole del medesimo santo.— Secondo privilegio: avvocato del Figlio di Dio.— Nobile causa da difendere. — Sublime difesa che ne fa S. Disma. — Coraggio dell’avvocato. — Riconoscenza del cliente divino.— Terzo privilegio: unico predicatore della divinità di Gesù Cristo.

Paolo ha detto questa bella e profonda parola: La carità è il vincolo della perfezione: vinculum perfectionis. Dio è la perfezione stessa; e Dio è carità, aggiunge Giovanni, Deus charitas est. La carità che unisce l’uomo a Dio, è dunque per l’uomo il vincolo della perfezione. Più quel legame è stretto, più grande è la perfezione. Quindi in primo luogo avviene che sulla terra il merito delle virtù deriva dalla carità, e su di essa valutasi. S. Agostino giunge a definire tutte le virtù per mezzo della carità che le informa : « Se la virtù ci conduce all’acquisto dell’eterna beatitudine, io sostengo, dice il sommo Dottore, che la virtù altro non è che il sommo amor di Dio. Le differenti virtù non sono che le differenti applicazioni della carità, ed io non esito a definirle nel seguente modo. La fede è l’amore che crede: la speranza è l’amore che attende; la pazienza è l’amore che sopporta; la prudenza è l’amore che giudica con discernimento; la giustizia è l’amore che dà a ciascuno ciò che gli è dovuto; la fortezza è l’amor coraggioso per operare; la temperanza è l’amore che del tutto si riserva per l’oggetto amato » De Morib. Eccl. cath., c. xv, n. 25; et Enarrat. 2 in ps. 31 et passim]. – In secondo luogo ne consegue che in cielo la carità dei santi è la misura della loro gloria essenziale. Ora quella del Buon Ladrone si elevò, come vedemmo, fino all’eroismo. Egli fu dunque eroicamente credente, eroicamente paziente, prudente, giusto, forte, e temperante. Aggiungiamo che la sua carità si manifestò in mezzo a circostanze affatto eccezionali, e queste a lui valsero nel cielo cinque prerogative o privilegi che alcun santo non ebbe comuni con lui. Fra gli abitanti innumerevoli della celeste Gerusalemme san Disma godrà per tutta la eternità, e godrà egli solo della gloria di essere stato: 1. la fedele copia di Gesù Crocifisso: 2. l’avvocato del Figlio di Dio: 3. l’unico predicatore della sua divinità: 4. il compagno di tutti i dolori della Santissima Vergine: 5. la figura di tutti gli eletti.

1.° S. Disma fu la copia fedele di Gesù Crocifisso. Chi non andrebbe superbo di somigliare alla più bella di tutte quante le umane creature? Rassomigliare ad un Angelo, qual gloria! Ma rassomigliare ad un Dio, qual incomparabile prerogativa! E questa è quella del Buon Ladrone. Una simile proposizione vi sorprende, e forse vi scandalizza. Qual rassomiglianza, direte voi, può esservi tra il Giusto per essenza, ed uno scellerato coperto di delitti fino a quel punto? Fra l’anima di Gesù più candida della neve, e l’anima di un ladro più nera delle tenebre che coprivano in quel momento il Calvario? – Rassicuratevi, poiché Disma non è più Disma. Siccome il fuoco purifica l’oro, e gli dà uno splendore che abbaglia; come l’acqua del battesimo purifica l’anima del bambino, e di una bellezza ammirabile la riveste; cosi la grazia ha purificata 1’anima di questo ladrone, e ne ha fatto per Dio e per gli Angeli un oggetto di compiacenza infinita. – V’è di più. La rassomiglianza particolare consiste in ciò, che di tutte le membra del corpo mistico di Gesù Cristo, Disma è il solo che abbia corporalmente sofferto il supplizio della croce in compagnia del divino nostro Capo. [S. Bernardin., Cerm. LI, fer. vi, Post. Dom. Oliv. p. 332, edit. in fol. Paris, 1635.] Or chi più di un crocifisso rassomiglia ad un crocifisso? Né per il tempo, né pel luogo, né pel modo, la esterna rassomiglianza lascia nulla a desiderare. – Rimane ora la rassomiglianza interna. Senza dubbio Disma soffriva per espiare i suoi delitti, e Nostro Signore per espiare quelli di tutto il mondo. Ma dopo la sua conversione, il Buon Ladrone era divenuto un membro vivente di Gesù Cristo: e quindi i suoi dolori e la sua morte, sofferte con rassegnazione, facevano di lui un redentore personale, che moriva pel suo proprio riscatto, simile, almeno in parte, al Redentore universale che moriva pel riscatto di tutto il genere umano [S. Bernardin., ubi supra]. – Vi è anche di più. Divenendo membro di Nostro Signore, Disma il diveniva della comunione dei santi. Come s. Paolo, egli poteva dire in tutta verità: « Io dò nella mia carne compimento a quello che rimane dei patimenti di Cristo a prò del corpo di lui ch’è la Chiesa » [Colos., I, 24]. – Se dunque, secondo lo stesso Apostolo, i cristiani battezzati portano in se medesimi la rassomiglianza di Nostro Signore; quanto non apparisce più viva siffatta rassomiglianza nel Buon Ladrone battezzato nel suo sangue, e prima di ogni altro battezzato al fianco del Redentore in persona?

2.° S. Disma fu l’avvocato del Figlio di Dio. Il giorno, in cui il Re del cielo e della terra fu condannato a morire come un malfattore, Gerusalemme aveva forse più di un milione di persone, fra coloro che abitavano la città, e gli stranieri accorsi da tutte le parti del mondo per assistere alle feste della Pasqua. Relativamente al divino Condannato, quell’immensa popolazione si divideva in due campi; il campo dei nemici di Gesù di Nazareth, ed il campo dei suoi seguaci. – Gesù, legato, schiaffeggiato, coperto di sputi, è trascinato per le vie della città, da Caifa a Pilato, da Pilato ad Erode, da Erode a Pilato. Nel campo dei suoi nemici, accuse e grida incessanti di provocazione a condanna. Nel campo dei suoi amici, assoluto silenzio. Pilato lo mostra al popolo coperto di piaghe, coronato di spine. Nel campo nemico grida universali di morte; e silenzio assoluto nel campo degli amici. Gesù monta al Calvario; carico del grave peso della croce, ed in uno stato da muover a pietà le rupi: e sempre i medesimi schiamazzi d’imprecazione nel campo avverso, e nel devoto a lui lo stesso silenzio. Egli è crocifisso, e bestemmie, accuse, scherni ed ingiurie dal canto dei suoi avversari si succedono senza posa, e son ripetute dagli echi di queicontorni; e fra suoi devoti, non v’ha un solo che alzi la voce per difenderlo. Eppure qual più nobile e più giusta causa! Ahi se loro fosse dato di accorrere, quanti milioni di Angioli scenderebber dal cielo, veloci come il lampo, raggianti siccome il sole, e verrebbero a confondere i suoi nemici, a far manifesta la sua divinità, la sua onnipotenza, ed il suo infinito amore per gli uomini, cagione volontaria delle sue umiliazioni, de’ suoi dolori, e della sua morte! Ma che? Iddio non accorderà ad alcuna creatura del ciclo e della terra l’onore di perorare pel suo divino Figliuolo? Sì, Egli l’accorderà, e la ragione umana sarà per tutti i secoli impotente a misurare la grandezza di un siffatto favore. In mezzo al costernato silenzio di tutti gli amici di Gesù, e alle grida sanguinarie dei suoi efferati nemici, si alza una voce, una sola, per difendere il Giusto, ed è la voce di Disma. La sua difesa è sublime per eloquenza e coraggio. L’intrepido avvocato sfida il furore di tutto un popolo di carnefici, padroni della sua vita, e tutto dice con una parola: « Gesù è innocente: Hic autem nihil mali gessit. » – Torniamo col pensiero alle circostanze del tempo e del luogo, in cui quella difesa venne fatta: alla posizione dell’avvocato che la pronunzia; e figuriamoci, non più la gloria di essere stato scelto, tra tutti gli Angeli del cielo e tutti gli abitanti della terra, per un siffatto ministero; ma la riconoscenza del Salvatore morente, e morente in quel supplizio, abbandonato dai suoi più fedeli amici, per il solo difensore della sua innocenza, il solo consolatore delle sue mortali angosce. Ci piace di avere una debole idea dell’una e dell’altra? Supponiamo un re, strappato dal suo trono, spogliato della sua porpora, tradotto innanzi ai tribunali, come un malfattore volgare, del quale tutti i grandi uffiziali, tutti i cortigiani e i vassalli, ricolmi dei suoi benefizi, si son da lui allontanati all’ora del pericolo. Tradito dagli uni, negato dagli altri, abbandonato da tutti, ingiustamente condannato a morire su di un patibolo, questo re sventurato gira lo sguardo intorno a sé, cercando invano qualcuno che lo difenda e lo consoli. Tutto ad un tratto uno dei suoi più umili sudditi, lungo tempo ribelle, quando il suo re era nella prosperità, gli domanda pubblicamente perdono, prende la difesa della sua causa, proclama la sua innocenza, e fa tremare i suoi carnefici. – Se questo re tornasse al possesso del trono, o andasse a regnare altrove, può ognuno immaginare qual sarebbe la riconoscenza per il suo coraggioso avvocato, e di quali titoli di onore lo colmerebbe, e di quale e quanta efficacia sarebbero presso quel monarca le sue raccomandazioni ed i suoi minimi desideri. Come tutto il regno, compresi i più eminenti personaggi, lo riguarderebbero con ammirazione, come lo inchinerebbero tutti e nel vederlo passare direbbero: ecco il difensore del re! Quante suppliche gli sarebbero presentate, e come ne sarebbe da tutti ambita la protezione! Duplicate, triplicate la forza dei sentimenti e dei pensieri, che una tale supposizione ispira, ed avrete appena una debole idea della gratitudine di Nostro Signore nel regno della sua gloria, e del potere di Disma sul cuore di Lui. – « Datemi, dice il Crisostomo, mille servi fedeli al loro padrone, quando egli è nel pieno godimento della sua potenza e della sua gloria; ed un servo che, al tempo della sventura, dell’afflizione e dell’esilio non lo abbandona, intanto che i mille fuggono e da lui si allontanano Forseché al ritorno della fortuna, quei primi saranno così ben riguardati come il secondo? No certamente. Patriarchi, Profeti, Apostoli, Evangelisti, Martiri, voi avete creduto al Signore, voi vi siete legati a lui, perche lo avete veduto nello splendore della sua gloria, nella stupenda opera dei suoi miracoli; ma il Buon Ladrone non lo ha veduto che nell’ignominia, e gli è rimasto fedele » De Cœco nato. Ubi supra.].

3.° S. Disma fu il solo predicatore della divinità di Gesù Crocifisso. La difesa del Buun Ladrone ha due parti: nella prima il coraggioso avvocato proclama la innocenza del suo cliente: Gesù non ha fatto alcun male: hic autem nihil mali fecit. Nella seconda proclama la sua divinità: Ricordati di me quando sarai nel tuo regno: memento mei cum venerìs in regnum tuum! E di qual regno parlava Disma? Certamente non era di un regno di questo mondo, dappoiché Nostro Signore moriva povero e nudo senz’alcun apparenza di terrena signoria; ma del regno dell’altro mondo, cioè del cielo, ove Gesù morendo entrerebbe, e del quale 1’illustre apologista riconosce e dichiara appartenergli la proprietà. Ora, a chi appartiene la piena proprietà del regno dei cieli se non a Dio, ed a Dio solo? Ecco quel che afferma il fortunato Disma, e fuori di lui, nessun osa affermare, E non è questo un glorioso privilegio? Se occorreva del coraggio per proclamare 1’innocenza del Salvatore, ne bisognava mille volte più per proclamare la sua divinità. Dire che Gesù era innocente, era questo un irritare i giudei; ma affermare ch’Egli era Dio, era lo stesso che provocare i sarcasmi e gli oltraggi più sanguinosi. « Insensato! andava a dire crollando il capo quella plebaglia delirante, qual ricordo può serbare di te, qual regno può darti questo malfattore, che noi abbiamo come te crocifisso, e ch’è per morire con te? Tu Io proclami Dio, ed egli è qualche cosa meno di un uomo. » – Disma non si scuote perciò, e a dispetto della Sinagoga, e di tutto un popolo bestemmiatore, eroicamente persiste nella sua domanda. Sarà egli questo un privilegio da nulla? Se la fede non avesse illuminata l’anima di questo glorioso evangelista di una luce soprannaturale, pensate voi che avrebbe potuto riconoscere un Dio sotto l’apparenza di un condannato all’estremo supplizio ? Pensate voi che avrebbe riposte tutte le sue speranze in un uomo che appariva qual reo in atto di espiare sul patibolo i suoi delitti, e non già il desiderato di tutte le genti, sì magnificamente predetto? E questa fede eccezionale, sì ferma, sì viva, sì chiara, in un tal momento e in un tal luogo, in mezzo a sì strano concorso di circostanze, avrete voi il coraggio di riguardarla come una grazia ordinaria? Quanto a me, io con i santi Padri l’ho in conto di uno dei più gloriosi privilegi del fortunatissimo Disma. « E nel vero, mai forse il Signore ha trovato in Israele e nel mondo intero una fede sì grande.1 » [S. Aug. Serm. XLIV, De Tempor.].

CAPITOLO XXIX.

GLORIA DEL BUON LADRONE.

( Continuazione.)

Quarto privilegio del Buon Ladrone: compagno di tutti i dolori della Santissima Vergine.— Natura di questo privilegio.— Notevoli parole di S. Bernardino da Siena, del B. Simone di Cascia e del P. Orilia. — Quinto privilegio: figura di tutti gli eletti. — Grandezza di questo privilegio . — Testimonianze del Crisostomo, di S. Tommaso, di S. Bernardo, di Arnaldo di Chartres.

4.° S. Disma fu il compagno di tutti i dolori della Santissima Vergine. Noi abbiamo veduto quanto viva fosse la riconoscenza di Nostro Signore pel suo coraggioso avvocato. Ma non meno viva si fu quella di Maria per il compagno di tutti i suoi dolori. Certamente la S. Vergine ebbe per consolatore S. Giovanni, e le pietose donne, ma le une e l’altro si tenevano in silenzio; ed in tutto il tragitto della via dolorosa, e durante la lunga agonia del suo divino Figliuolo, Maria, immersa nel dolore, non sente che una sola parola di conforto, e quella parola viene dalla bocca del Buon Ladrone: Gesù è innocente, Gesù è Dio, Gesù è il desiderato delle nazioni e il Salvatore del mondo. – Oh! come quella parola inaspettata e coraggiosa dové inondare di gioia l’anima dell’augusta Madre. A suo Figlio, abbandonato da tutti, quella parola rivela un amico, non solamente fedele come S. Giovanni, ma intrepido come nessun altro. A lei stessa procurava quella un consolatore al di sopra di tutti gli altri, poiché proclamava egli avanti al cielo e alla terra, due verità, la cui manifestazione era l’oggetto di tutti i di lei voti: la innocenza del Figlio, e la sua divinità. – S. Bernardino da Siena non esita a credere che l’amoroso Disma non si limitasse a ciò. « Non vi ha, dice egli, nessun inconveniente a credere che il Buon Ladrone, avendo sopravvissuto a Nostro Signore, e vedendo l’immenso dolore della sua divina Madre, a Lei rivolgesse delle parole piene di filiale tenerezza. Divenendo cristiano, esso era divenuto fratello di Gesù Cristo, ed aveva quindi ragione di riconoscere Maria per sua vera madre. » In quest’ordine di rapporti san Disma fu veramente il compagno privilegiato dei dolori della santa Vergine. Nel suo Figlio Maria amava il suo Dio, e nel suo Dio Ella amava il suo Figlio. Da questi due amori, elevati alla più alta potenza, nasceva nel cuore della divina Madre, allo spettacolo della croce, un dolore che nulla aveva di analogo con nessun altro dolore. Ora Disma solo risentiva un siffatto dolore, per quanto un cuor d’uomo può esserne capace; poiché, in Gesù Crocifisso, egli vedeva, come Maria, un Uomo Dio, che moriva per la salute del mondo. A lui solo fra tutte le creature, vivente della vita presente, fu accordato il privilegio di essere associato con tanta pienezza alle ambasce della divina Madre. – Egli è pur vero che allato di Maria erano s. Giovanni e la Maddalena, che dividevano i suoi dolori; « Ma, dice s. Bernardino da Siena, in Gesù essi piangevano un buon Maestro: nella sua morte, essi piangevano la morte di un uomo superiore ad ogni altro uomo, e non la morte di un Uomo-Dio, che moriva per tutto il genere umano. Solo, con Maria, Disma piangeva in Gesù un Uomo-Dio, e le sue consolazioni furono le sole capaci di lenire i dolori dell’ augusta Madre » – Un tal privilegio sembrava tanto glorioso all’Angelo da Siena, che vi ritorna sopra con piacere. Paragonando gli Apostoli al Buon Ladrone, egli dice in altro luogo. « Passati avendo tre anni alla scuola di Gesù, essi sempre avevano inteso la dottrina di Gesù, ed ovunque erano stati presenti ai suoi miracoli. Poc’anzi avevano ricevuto dalle sue stesse mani il suo sacratissimo Corpo in cibo, e fuggendo rinnegavano il loro Maestro. Solo, con Maria silenziosa a piè della croce, il Buon Ladrone credeva dal fondo del suo cuore, e di una fede irremovibile, che Gesù era il Figlio di Dio. » – Il beato Simone da Cascia esprime lo stesso concetto: « Solo, dice egli, il Buon Ladrone confessa con le sue parole colui che Maria confessa col suo silenzio. Nei suoi atrocissimi dolori, fu egli il compagno della Beata Vergine, dividendone la fede ed il cordoglio » [« Latro solus cum tacente Virgine confitetur, et in his mœroribus tam horrendis socius fuit Virginis in fide atque dolore. » Lib. XIII, c. III], e il P. Orilia dice di più, che in quel funestissimo tempo della passione di Cristo, la fede in petto a tutti, toltane Maria, se non cadde, crollò! -Il Vangelo stesso non ci mostra forse gli Apostoli, il giorno dopo Pasqua, in preda all’incertezza sulla risurrezione del loro Maestro, e per conseguenza sulla sua divinità e l’infallibilità delle sue promesse! Non trattano essi di sogni e visioni i racconti delle pie donne, che loro annunziano la sua risurrezione? E Nostro Signore medesimo non rimprovera ad essi la loro incredulità? Per convincerli non è egli costretto più volte a discendere ad infinite compiacenze, fino a lasciarsi toccare ed a prender cibo insieme con essi? [S. Marc., XVI, 11, S. Luc., XXIV, 21 etc., etc. – Impertanto, a giudizio dei Santi dei quali allegammo i testi, due sole persone sul Calvario ebbero nella divinità del Salvatore una fede completa e ferma, Maria e Disma. Se dunque noi fossimo stati a piè della Croce avremmo potuto consolare l’augusta Madre, tenendole questo linguaggio: « O Madre dei dolori, consolatevi! … non siete sola a piangere la morte di vostro Figlio, come la morte di un Dio. V’ha qui alcuno che ne prova un dolore, se non eguale, almeno simile al vostro; ed è questo Ladrone crocifisso alla destra di Gesù. Illuminato dal lume della fede, egli sa che il vostro Figlio è veramente Dio, e veramente uomo, Dio ed uomo ad un tempo; e come tale lo confessa e lo piange. » Ove mai trovar nella storia un santo privilegiato in tal modo? V’era in Gerusalemme un gran numero di discepoli prediletti dal Salvatore, e neppur uno di essi si fa distinguere per una fede così perfetta, così salda come quella del Buon Ladrone. A lui solo è pertanto riserbato l’insigne favore di comprendere in tutta la loro estensione, e, per quanto l’ umana debolezza il comportava, dividere i dolori ineffabili di Maria. Tale si è il punto onde forza è muovere per formarsi un giusto concetto della gloria di cui gode nel cielo.

5.° S. Disma fu la figura di tutti gli eletti Nel Venerdì Santo sì è veduta sempre la immagine anticipata del finale Giudizio. Tre croci s’innalzano sulla cima dei Calvario. Alla destra è 1’umanità penitente, che è per salire al cielo. Alla sinistra l’umanità impenitente che cade neill’inferno. Nel mezzo è l’Uomo-Dio, Giudice supremo de’vivi e dei morti, che dall’alto della croce, divenuta il trono della sua potenza, determina i destini eterni dei figli di Adamo. Come il cattivo ladrone rappresenta tutti i reprobi, il Buon Ladrone rappresenta tutti gli eletti. Chi può farsi un’idea di una simile gloria? Glorioso è l’ambasciatore che rappresenta un potente monarca; ma mille volte più glorioso quei che ne rappresentasse delle migliaia più grandi di tutti i re della terra. Tali sono i Santi che regnano in cielo. Per un privilegio unico, S. Disma sulla croce li rappresenta tutti. In lui, od in lui solo in questo solenne momento luminosamente risplende l’imperscrutabile misericordia, che sceglie fra i figli dell’uomo quelli che vuol sollevare alla visione beatifica. A lui solo, a lui il primo, è rivolta la parola che consacra tutti gli eletti: Oggi sarai con me nel Paradiso. – Gli Apostoli l’udiranno; migliaia di Santi e di martiri la udiranno nel corso dei secoli: nel giorno del giudizio tutti i predestinati l’udiranno; ma Disma l’ha udita il primo. Durante la vita loro gli altri Santi, per grandi che siano, non udiranno questa parola che nel segreto della loro coscienza, né sempre così precisa da rassicurarli completamente: Disma al contrario la sente con le sue proprie orecchie, e mentre è ancor tra i viventi; e gli è detta in presenza di migliaia di testimoni che al pari di lui la sentono, e di tutti gli Angeli del Cielo che pur essi l’ascoltano. Essa è talmente positiva e chiara, che non lascia dubbio né timore alcuno nel fortunato che n’è favorito. Ammirabile prerogativa che Nostro Signore, sì pietoso, sì buono, non accordò mai ad alcuno dei suoi prediletti! La madre dei figli di Zebedeo era sua parente, ed era per età maggiore di lui. Piena di confidenza nel suo divino congiunto e nella predilezione del Salvatore per i suoi due figli, Giacomo e Giovanni, viene a chiedere per quelli i primi seggi nel regno di Dio. – Invece di rispondere come fece al Buon Ladrone, egli disse a’ suoi cugini: « Potete voi bere il calice che berrò io? Gli risposero: possiamo. » Pare che allora Nostro Signore avrebbe dovuto soggiungere: ebbene, voi sarete con me nel Paradiso; ma no: Egli disse loro: « Sì che leverete il calice mio: ma per quel che è di sedere alla mia destra o alla sinistra non tocca a me il concedervelo, ma sarà per quelli ai quali è stato preparato dal Padre rnio: non est meum dare vobis, sed quibus paratum est a Patre meo.» – Quindi è che a nessuno del mondo, né a s. Giovanni suo prediletto discepolo, né a s. Pietro, che era un altro Lui stesso nel governo della Chiesa, né ai Profeti, né ai Patriarchi Nostro Signore aveva detto: Oggi sarete con me nel Paradiso. Pel nostro santo, e per lui solo era riserbato questo incomparabile privilegio. «Qual mistero è mai questo? domanda il Crisostomo. Perché mai un ladrone è il primo a ricevere la promessa del Paradiso? Perché mai un assassino diviene prima di tutti cittadino del cielo? Eccone la ragione. II primo uomo fu un ladro; reo di aver rubato il frutto dell’albero vietato, fu espulso dal paradiso. Il pentito del Calvario è pur esso un ladro. Per aver preso il frutto dell’albero della croce, esso pel primo è introdotto nel Paradiso. Dal legno ebbe principio il peccato, e dal legno incomincia la salvezza. – « Iddio lo volle per insegnare agli uomini tutti, che se, sull’esempio del buon Ladrone, essi adorano Gesù Crocifisso come loro Signore e loro Dio, riceveranno i medesimi onori. Ei lo volle, affinché vedendolo dalla Croce perdonare tutti i peccati del ladrone, credessero che Egli, Redentore Universale, ha cancellato la sentenza di condanna di tutto il genere umano. Ei lo volle affine di convincerne che, se nella persona del primo Adamo pose in bando dal Paradiso come una spina l’umanità colpevole, nella persona del Ladrone penitente ve l’ha richiamata come una rosa. – « Quindi è che, promettendogli il cielo per quel medesimo giorno, ci fa di lui ad un tempo la figura ed il precursore di tutti quelli che, in virtù dei meriti della redenzione, debbono entrare nella Reggia della celeste Gerusalemme.» – Dai privilegi di s. Disma, noi possiamo argomentare qual ne sia la gloria, della quale ei gode nel Cielo. – « La grazia, dice s. Tommaso, è il principio della gloria. » [« Gratia nihil aliud est quam quædam inchoatio gloriæ in nubis. [8, 3, p. 84, art. 3, ad 3]. – Più la grazia concessa all’uomo viatore è grande, sublime, straordinaria, e più la gloria di cui gode nel cielo è splendente, e più elevato il seggio che occupa in quello. [« Secundum multitudinem gratiæ, magnitudine gloriæ exaltatus. » S. Bern., Ser. de S. Benedict.]. – Partendo da questo principio, e riandando col pensiero l’incomprensibile immensità della grazia, della quale fu privilegiato il Buon Ladrone, concludiamo che la sua gloria è ugualmente incomprensibile. E di lui particolarmente bisogna dire con san Paolo, né occhio vide, né orecchio udì, né entrò in cuor dell’uomo nulla mai di paragonabile alla felicità, alla beatitudine, alla gloria, alla potenza, che ora sono, e saranno per tutti i secoli, privilegio del prediletto del Signore. Siccome negl’infallibili consigli della Provvidenza, i mezzi sono sempre proporzionati al fine, i santi Dottori non dubitano di asserire che il Buon Ladrone occupa uno dei più eccelsi troni della celeste Gerusalemme. « Quando dal pressoio della croce (dice s. Bernardino da Siena) ov’era schiacciato dal peso del dolore, il buon Gesù faceva scendere a rivi il vino soave dell’amor suo, che doveva inebriare il mondo intero, non fu pago di darne un qualche sorso al Buon Ladrone; ma l’anima di quel fortunato, intimamente unita al cuore di Gesù, dovette essere come sommersa nell’amore. Quindi io non dubito che il difensor coraggioso di Nostro Signore non brilli tra i più eminenti principi della Corte del Re divino. » [ut supra]. –  Altri non esita a chiamarlo l’Arcangelo del Paradiso, il figlio primogenito di Gesù Crocifisso, il martire e l’apostolo per eccellenza, il predicatore dell’Universo. « Se Paolo, soggiunge egli, parla come un Cherubino, Disma ama come un Serafino.  » [Vid. Cor. a Lap., In luc. . XXIII, 42]. Infine l’amico di s. Bernardo, il dotto e pio Arnaldo di Chartres, gli dà nel cielo il seggio stesso che lasciò vuoto Lucifero. [« Ibi latro collocatur, unde Lucifer corruit. * De sept. verb.].  – E perché non sarebbe vero tutto ciò? Qual’altro ne sarebbe più degno? Da una parte sappiamo che al seguito di Lucifero precipitarono dal cielo molti angeli di tutte le gerarchie, e che i loro seggi, rimasti vuoti, debbono essere occupati dai Santi. Vi saranno dunque dei santi fra i Serafini e i Cherubini, come fra gli altri cori Angelici. Dall’altra parte, il buon Ladrone rappresentava tutta la umanità rigenerata. Egli fu più coraggioso di tutti gli Apostoli, il fido compagno di tutti i dolori di Nostro Signore e della Santissima Vergine, il primo a cui fu promesso il cielo. La sua fede, la sua speranza, la sua carità si elevarono ad un eroismo incomparabile. E perché dunque il primo canonizzato di tutti i Santi non occuperebbe il luogo del primo prevaricatore? Comunque sia, non potremo mai abbastanza ammirare la potenza del pentimento, e l’inestimabile bontà del nostro Dio. In un batter d’occhio sollevare un’anima coperta di delitti al grado delle più pure e più sublimi intelligenze; o penitenza, quanto è grande la tua virtù! E considerando ciò che tu hai potuto fare, s. Pier Damiano ha ben ragione di esclamare: « Qual prodigio! Una paglia destinata al fuoco, divenire un cedro del Paradiso: un tizzone d’inferno, divenire un degli astri più luminosi del firmamento celeste! » [Stipula Tartari, cedrus est Paradisi; torris inferni, factas est splendidum sidus cœli. » Serm. de S. Bonif.]. Ed il pentimento dipende da noi!