SALMI BIBLICI: “QUAM DILECTA TABERNACULA TUA” (LXXXIII)

SALMO 83: “QUAM DILECTA TABERNACULA TUA”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS – LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 83

In finem, pro torcularibus filiis Core. Psalmus.

[1] Quam dilecta tabernacula tua, Domine virtutum!

[2] Concupiscit, et deficit anima mea in atria Domini; cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum.

[3] Etenim passer invenit sibi domum, et turtur nidum sibi, ubi ponat pullos suos. Altaria tua, Domine virtutum, rex meus, et Deus meus.

[4] Beati qui habitant in domo tua, Domine; in sæcula sæculorum laudabunt te.

[5] Beatus vir cujus est auxilium abs te, ascensiones in corde suo disposuit,

[6] in valle lacrimarum, in loco quem posuit.

[7] Etenim benedictionem dabit legislator; ibunt de virtute in virtutem, videbitur Deus deorum in Sion.

[8] Domine Deus virtutum, exaudi orationem meam; auribus percipe, Deus Jacob. [9] Protector noster, aspice, Deus, et respice in faciem christi tui.

[10] Quia melior est dies una in atriis tuis super millia; elegi abjectus esse in domo Dei mei magis quam habitare in tabernaculis peccatorum.

[11] Quia misericordiam et veritatem diligit Deus, gratiam et gloriam dabit Dominus.

[12] Non privabit bonis eos qui ambulant in innocentia. Domine virtutum, beatus homo qui sperat in te.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXXXIII.

Ardente desiderio della visione di Dio nei tabernacoli celesti. É quasi lo stesso argomento del Salmo 41.

Per la fine: per li strettoi; salmo a’ figliuoli di Core.

1. Quanto amabili sono i tuoi tabernacoli, o Signor degli eserciti! L’anima mia si consuma pel desiderio di tua magione.

2. Il cuor mio e la mia carne esultano in Dio vivo.

2. Perocché la passera si trova una casa, e la tortorella un nido dove deporre i suoi parti.

3. I tuoi altari, Signor degli eserciti, mio Re e mio Dio.

4. Beali coloro che abitano nella tua casa, o Signore; te loderanno in perpetuo. (1)

5. Beato l’uomo, la fortezza del quale è in te; egli nella valle di lacrime ha disposte in cuor suo le ascensioni lino al luogo, cui egli si fece.

6. Perocché li benedirà il legislatore; andranno di virtù in virtù; (ad essi) si rivelerà il Dio degli dei in Sionne.

7. Signore Dio degli eserciti, esaudisci la mia orazione; porgi le tue orecchie, o Dio di Giacobbe.

8. Volgi il tuo sguardo, o Dio protettor nostro, e mira la faccia del tuo Cristo.

9. Imperocché vai più un sol giorno nella tua casa, che mille (altrove).

10. Mi sono eletto di essere abbietto nella casa del mio Dio, piuttosto che abitare nei padiglioni de’ peccatori.

11. Imperocché il Signore ama la misericordia e la verità; il Signore darà la grazia e la gloria.

12. Li non priverà dei beni coloro che camminano nell’innocenza; Signore degli eserciti, beato l’uomo che spera in te.].

(1) « In loco quem posuit, » può ricevere due spiegazioni: l’una se non si tenga conto che solo del latino, l’altra se si consideri il testo ebraico e la versione greca. 1° Felice l’uomo che mette in Voi la sua forza, mentre sarà in questa valle di lacrime, nel luogo ove è posto per sua colpa, per il suo peccato, perché Dio lo aveva posto originariamente in Paradiso; 2° felice colui che attende soccorso da Voi, ché da questa valle di lacrime sale un gradino dopo l’altro finché non sia giunto a questa eterna dimora che è il termine del suo pellegrinaggio.

Sommario analitico

In questo salmo, il Profeta, come rapito in estasi, esprime nel modo più toccante il suo amore per la casa di Dio, il rimpianto di vedersene allontanato, il desiderio di ritornarvi, fosse anche per occupare l’ultimo posto. – Secondo qualche interprete, questo salmo risale all’epoca che ha preceduto immediatamente la cattività, in cui i figli di Core furono obbligati a fuggire lontano dal tempio, verso la montagna dell’Ermon, per sfuggire a Sennacherib, ed i versetti 3, 4, 10, in cui è in questione il tempio, sembrano favorire questa opinione; ma il sentimento comune degli interpreti – nota a ragione Hengstenberg – è che il salmo fu composto durante la fuga di Davide  davanti ad Assalonne, quando questo re si trovava con coloro che gli erano rimasti fedeli al di la del Giordano, lontano dal santuario. In senso figurato è l’espressione del desiderio – nell’anima fedele – dei santi tabernacoli e soprattutto della patria celeste, alla quale solo può essere applicata la magnificenza delle espressioni di questo salmo.

I. – Il Profeta esprime il desiderio ardente di questa anima, desiderio che si manifesta:

1° nel suo amore per i santi tabernacoli (1);

2° nelle sua operazioni divine verso questo divino soggiorno;

3°nel languore che essa prova nella considerazione degli atri del Signore (2);

4° nei suoi trasporti di gioia, interiori ed esteriori, nella contemplazione del Dio vivente ed immortale (2).

II. – Egli compara la tranquillità dei beati in cielo con il riposo accordato agli uccelli sulla terra; giudica ed apprezza la loro felicità dalla sicurezza di cui essi godono, e dalle lodi che essi cantano continuamente a Dio (3, 4).

III. – Aspira alla perfezione cristiana come mezzo per giungere a questa felicità, perfezione:

1° che si comunica con la grazia di Dio e la risoluzione di avanzare nel cammino della virtù (5);

2° che si continua con una applicazione costante alla penitenza (6),

3° che si completa con l’aumento della grazia, l’esercizio delle virtù e l’unione con Dio. (7).

IV. – Egli indica i mezzi attraverso i quali Dio ci aiuta a pervenire a questa perfezione:

1° Una preghiera supplichevole, – a) al fine di ottenere il soccorso di Dio per compiere la volontà divina (8); – b) per applicare, mediante la grazia, all’anima fedele, i meriti di Gesù-Cristo (9); – c) per dirigere il grande affare della elezione (9).

2° La scelta che egli fa della via della perfezione cristiana, quantunque penosa, in luogo della vita comoda e facile dei peccatori (10); – a) a causa della misericordia di Dio, che promette il cielo; – b) della sua veridicità, che compie le sue promesse; – c) della sua liberalità, per cui dà la grazia a tutti, – d) della sua giustizia, che concede la gloria all’anima fedele (11); – e) a causa dei beni stessi di questa vita, che Dio non rifiuta affatto alle anime innocenti e che sperano in Lui (12).   

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1, 2.

ff. 1, 2. – Ogni parola, in questi due versetti, è come un trattato di fuoco, e mai l’amore impiegò espressioni più vive: è il grido del desiderio di un uomo che si sente come straniero sulla terra, e che sospira alla sua patria che è il cielo. La vivacità di questo desiderio nasce da due cose: dalla bellezza e dalle attrattive della patria, e dalla durezza dell’esilio. – Il desiderio sì vivo, produce una sorta di debolezza in tutto il suo essere: è ciò che i Santi esprimono con i termini di fuoco, di ferita e di estasi, tre effetti che essi attribuiscono all’amore divino. Quando l’anima ne è penetrata in tutte le sue potenze, essa perde in qualche modo la sua attività, scivola nel seno di Dio, e si perde in questo oceano di tutte le beatitudini e di tutte le perfezioni (Berthier). – Il cuore trasale di gioia e si attacca la dove è il suo tesoro. Per quali beni sobbalza il cuore della maggior parte degli uomini? Gli uni desiderano i beni della terra, le ricchezze di questo secolo; altri i primi posti nella Chiesa, la gloria che viene dagli uomini. Quanto a me, il mio unico desiderio è quello di vedere i tabernacoli eterni ove io contemplerò non più la riunione dei vizi, ma la felice riunione di tutte le virtù. – L’amore del Dio vivente ha, per il cuore distaccato dalla terra, delle delizie infinitamente più pure, più veraci e più dolci di tutte quelle del secolo. « Il mio cuore e la mia carne hanno sussultato nel Dio vivente » È l’espressione di un amore portato al suo grado più alto, perché altrimenti il cuore e la carne non avrebbero questa santa unanimità di gioia e di desiderio (S. Ger.).

II — 3, 4.

ff. 3, 4. – Il Profeta giunge a dirci che il suo cuore si era slanciato così come la sua carne, e li designa sotto il nome di: passero e tortorella: il suo cuore è come il passerotto e la sua carne come la tortorella. Il passerotto ha trovato una casa: il mio cuore ha trovato una casa. Esso esercita le sue ali nelle virtù che si praticano in questa vita, nella fede, nella speranza e nella carità per mezzo delle quali esso vola verso la sua casa, e quando vi sarà giunto, vi resterà, e la voce del passerotto, che è lamentosa quaggiù, non lo sarà più qui, perché è egli stesso il passero lamentoso del quale dice in un altro salmo: « … come il passero solitario sul suo tetto. » (Ps. I, 8). Da questo tetto egli vola alla casa. Benché sia già sul tetto che calpesta come sua dimora carnale, egli avrà una casa celeste, una dimora eterna. Là, il passero metterà fine ai suoi lamenti (S. Agost.). – Quando il nostro cuore ha sussultato a lungo per Dio, quando i nostri desideri ci hanno portato verso di Lui, come l’uccello vola verso la casa; quando abbiamo per lungo tempo vegliato, pregato a lungo, sospirato, Dio ascolta i nostri pianti e mette fine ai nostri languori, Egli ci mostra il luogo ove ci si riposi, amandolo e contemplandolo. Egli ci apre la casa del passero, la casa del cielo (Mgr. De la Douillerie, Symbol. 2° par.). – Ma alla tortorella – la carne – il Profeta ha donato dei piccoli; al passero una casa; alla tortorella un nido, un nido per deporre i suoi piccoli. Si sceglie una casa per abitarvi sempre; un nido è fatto da un cumulo di detriti per un breve tempo. Con il cuore noi pensiamo a Dio come un passero che vola verso casa; con la carne, noi compiamo le nostre buone opere, perché è con esse che noi facciamo tutto ciò che ci viene prescritto e tutto ciò che ci viene in soccorso in questa vita: « e la tortorella  cerca un nido per deporvi i suoi piccoli » … non faccia un nido nel primo spazio trovato, per deporvi i suoi piccoli, ma che produca le sue opere nella vera fede, nella Fede cattolica, nella comunione dell’unità della Chiesa (S. Agost.). – Se perseverate nella fede, la fede stessa è il nido in cui la tortorella deporrà i suoi piccoli, perché a causa della debolezza dei piccoli della vostra tortorella, Dio vi ha concesso di che fare un nido, e per questo si è rivestito di una carne che non è che fieno, per venire a voi. Deponete dunque in questa fede i piccoli che sono nati da voi, ed operate le vostre buone opere in questo nido. Quali sono questi nidi o qual è questo nido? Il profeta lo dice subito dopo: « … i vostri altari, o Signore degli eserciti » (S. Agost.). – La cima di un albero che si perde tra le nuvole, lo spesso fogliame in fondo al ramo, il cono oscuro di una casa isolata, è lo stazionamento che il passero preferisce. Ma dato che ha costruito il suo nido, si considera in tutta verità come a casa sua. Egli ha preso possesso della sua dimora: sta per diventare il capo di una nuova famiglia. Voi direte che è molto fragile questo posizionamento aereo. E tuttavia la sacra Scrittura lo cita molto saggiamente per l’uomo, per dargli un’utile lezione: « Quale confidenza si avrà, essa dice, in Colui che non ha neanche un nido? » (Eccli. XXXVI, 28). C’è bisogno che un dato giorno l’uomo anche sappia fissare la sua vita e che si ponga con onore là dove Dio gli ha creato dei doveri. – Ma sì modesto che possa essere il nido dell’uccello, vi ospita tutta la sua felicità; egli non lo lascia che per un istante e vi torna sempre con gioia. La femmina vi depone le sue uova; con quale cura, con quale tenerezza essa le cova e le riscalda, e più tardi lo farà con i suoi piccoli, quando esse saranno dischiuse. Chi di noi nel nido in cui la provvidenza l’ha posto, non ha riscaldato con il suo alito l’uomo dove dormono le proprie speranze! Tuttavia consideriamo che le nostre speranze saranno vane se hanno come oggetto solo i beni di questa vita passeggera … Il sant’uomo Giobbe, ricordando con amarezza le sue speranze deluse, si esprimeva con questa parole: « Io mi sono detto, pieno di fiducia: io morirò nel riposo nel piccolo nido che mi sono fatto » … « il nido in cui il patriarca vuole morire – dice S. Gregorio – (Moral., 1. XIX, c. 27), è l’immagine della pace profonda che solo la Chiesa assicura ai suoi figli fedeli, facendoli crescere nella sua fede e riscaldandoli nel suo amore, fino a che le loro ali si siano ingrandite per prendere il volo verso la patria celeste ». – « La Chiesa è come la tortorella che sa trovare un nido per i suoi piccoli ». Ma Davide designa ancor più chiaramente il nido in cui voglio vivere e morire: « La tortorella – egli dice – trova un nido per i suoi piccoli; ed io, mio Dio delle virtù, io non domando che i vostri altari ». Si, i vostri altari, Signore, intorno ai quali ha gioito nella mia giovinezza; i vostri altari ove io mi nutro ogni giorno dell’Alimento dei forti; i vostri altari verso i quali si slancia il mio cuore, come l’uccello che esce dal suo nido, per elevarmi di virtù in virtù e salire fino a Voi; i vostri altari che io voglio abbracciare morendo; i vostri altari dai quali non mi allontanerò se non per unirmi a Voi nel cielo! (Symbol. Ibid.) – Il Profeta desidera con ardore la patria celeste; ma essendone lontano, trovando la sua più viva immagine nell’altare del Signore, vi riposa come un uccello nel suo nido. L’altare è in effetti l’immagine più vivente del cielo; è circondato da mille cose che ricordano questa celeste patria: è là che viene immolato tutti i giorni questo Agnello che ci ha aperto, con il suo sangue, l’atrio dell’eternità, è là che ci è dato il pegno dell’immortalità; là noi siamo più vicini a Dio, la preghiera è più intima, la lode più attenta e pia. Tutti gli uccelli si trovano nel luogo del riposo, ed anche il passero più piccolo ha la sua casa ed il suo nido. Non soltanto l’uccello attivo e vivace, come il passero, ma anche l’uccello amico della solitudine, come la tortorella, ha un nido per deporvi i suoi piccoli e per vivere in sicurezza, …ed io, Signore, che viva di una vita attiva, come il passero, o scelga la solitudine, come la tortorella, avrò il mio riposo ed il mio nido presso i vostri altari, e potrò venire a riposare di tempo in tempo, e deporvi, come dei piccoli nel nido della loro madre, la mie preghiere, le mie voci, i miei casti desideri, le mie meditazioni ed il tributo delle mie lodi (S. Girol. – Bellarm.). – Ciò che è l’anfratto per il passero, il nido per la tortorella, sia l’altare per il nostro cuore. Verso questo tabernacolo, rivolgiamo le invocazioni più penetranti e le più grandi tenerezze delle nostre anime, i sospiri più ardenti del nostro cuore: « … i vostri altari, Signore Dio delle virtù, i vostri altari », ecco il rifugio, la protezione, il bastione! – Perché coloro che abitano nella vostra dimora sono felici? Cosa possederanno, cosa faranno? Tutti coloro che si dicono felici sulla terra possiedono qualcosa e fanno qualcosa. Tale uomo è felice in ragione delle tante terre, dei tanti servitori, del tanto oro e del tanto denaro: lo si dice felice di ciò che possiede. Un altro è felice perché è giunto ad alte dignità, è un governatore, un prefetto; lo si dice felice di ciò che ha fatto. L’uomo è dunque felice in ragione di quanto possiede ed in ragione di quanto fa. Da dove verrà dunque la felicità per coloro che abitano nella dimora del Signore?  Cosa possiederanno? Cosa faranno? Quel che possederanno lo dice più avanti: « Felici coloro che abitano nella vostra dimora! » Se voi possedete la vostra casa, siete povero; se possedete la casa di Dio, allora siete ricco. Nella vostra casa, voi avete paura dei ladri; ma Dio stesso è il muro che protegge la casa di Dio: « felici dunque coloro che abitano nella vostra casa! » Essi possiederanno la Gerusalemme celeste, senza angosce, senza oppressioni, senza differenze, senza limite di possesso; tutti la possiedono ed ognuno la possiede interamente. Che ricchezze immense! Il fratello non mette più il fratello nella ristrettezza: in cielo non c’è indigenza. Ed ora cosa faranno? Perché quaggiù la necessità è la madre di tutte la azioni umane … diteci dunque, cosa faranno nel cielo poiché non vi è alcuna necessità che spinga ad agire: « … essi vi glorificheranno nei secoli dei secoli ». Questa sarà la nostra unica occupazione, un alleluia senza fine. E non crediate che ne possa derivare alcun disgusto, sotto pretesto che se oggi lo ripetete per molto tempo, non potreste perseverare, perché è la necessità che vi distoglie da questa gioia;  ebbene, noi non potremmo gioire di ciò che non vediamo, tuttavia in mezzo alla tribolazioni della vita e malgrado la fragilità della nostra carne, se noi lodiamo con ardore gioioso ciò che crediamo, con quale trasporto loderemo ciò che vedremo? Siamo senza inquietudine; la lode di Dio, l’amore di Dio non ci causerà sazietà! Se potreste cessare di amarlo, potreste cessare di lodarlo, ma se il nostro amore per Dio è eterno, la vostra vista non potrà saziarsi della sua beltà. Non temete di non poter lodare Colui che potrete amare sempre (S. Agost.). – Per troppo tempo, come passero solitario, mi sono tenuto lontano da Voi, mio Dio! Quando avrò alfine questo bene di abitare in Voi, o Gesù? Quando potrò alfine dire che il passero ha trovato una dimora? – È una dolce idea da meditare quella di una dimora. Io non so cosa ne penseranno gli uomini di oggi, perché non parrebbero comprendere qual bene sia l’avere una dimora. Nella nostra società agitata e mutevole, più simile – sotto i brillanti aspetti del lusso e del piacere – ad una tribù nomade, che ad un popolo di famiglie unite in una patria comune, ci si fa facilmente l’idea di non avere casa e di abitare là dove ci si trovi, senza luogo, perché si è senza affezione; senza casa, perché senza famiglia, o ben presto senza patria, perché si è senza ricordi e senza speranze… Una casa è una famiglia, e come la famiglia non è che l’estensione dell’uomo, una casa è un simbolo sviluppato e fecondo dell’uomo tutto intero. Una porta, delle entrate e delle uscite, è l’immagine della volontà con la quale l’anima si espande al di fuori o si raccoglie in se stessa; una finestra che riceve la luce dal cielo, come l’intelligenza rischiarata dalla luce di Dio; una tavola che si nutre di un pane comune, simbolo del vero nutrimento delle nostre anime; un focolare, immagine del principio stesso della vita, centro, luogo che unisce tutti i membri della famiglia. Quali delicati misteri espressi da questi segni volgari! Ma soprattutto, in questa casa, termine di una unità collettiva, quante dolci soddisfazioni per il cuore! È in essa che vi si trova un padre, una madre, una sposa, dei fratelli, dei servitori, degli amici, ed anche qualche straniero al quale si rende il viaggio più piacevole e sicuro. Una  casa per cui si può dire: io qui sono nato, qui ho ricevuto le prime tenerezze e gli ultimi addii da mio padre, e con essi le tradizioni da conservare e le speranze da trasmettere. – Il Cristiano, che non vive solo la vita della natura, ma pure la vita della grazia, ha anch’egli una casa, la casa di Dio. Là egli nasce, si nutre, là trova suo Padre, dei fratelli, tutta una famiglia. Santa casa, quali piacevoli rifugi, quante gioie intime e quali dolci trasporti rivivono i profughi che vi rientrano dopo averla lasciata! La sua porta è la porta del cielo; il giorno che riceve dall’alto è veramente la luce eterna del Dio che vi abita e che si degna di conversare con noi (Mgr Baudry, Le Sacre-Coeur, p. 54, 55.)

III. — 5-7.

ff. 5-7. – Il Profeta ci dà qui i motivi che devono eccitarci a tendere sempre più verso il cielo. – 1° Dio che ci aiuta in questo lavoro! « Felice l’uomo che attende da Voi il suo soccorso »; – 2° la natura del cuore dell’uomo che desidera sempre elevarsi più in alto, e che resta pieno di inquietudini finché non riposi in Dio; – 3° il luogo da dove bisogna salire « in questa valle di lacrime »; – 4° il luogo ove bisogna tendere « per elevarsi fino al luogo che si propone ». Cos’è dunque ciò che Dio dona a colui che pone in Lui tutta la speranza ed il soccorso che attende? « Dio ha disposto dei gradi nel suo cuore ». Egli ha fatto dei gradini che gli servono per salire. Dove ha fatto questi gradini?  Nel suo cuore. Dunque, più amerete, più salirete. « Egli ha disposto dei gradini nel suo cuore! » Chi li ha disposti? Colui che ha preso ed elevato: « Felice colui che Voi prendete ed elevate verso di Voi. »; siccome l’uomo non può nulla da se stesso, è necessario che la vostra grazia lo prenda. E che fa la vostra grazia? Essa dispone dei gradini. Dove dispone questi gradini? « nel suo cuore, nella valle del pianto ». In questa valle del pianto, potete riconoscere il torchio; le pie lacrime della tribolazione sono il vino dolce dell’amore. « Egli ha disposto dei gradini nel suo cuore! » Dove dunque li ha disposti?  « Nella valle di lacrime » Quaggiù dunque Egli ha disposto questi gradini; perché quaggiù … si piange dove si semina. « Essi andavano e camminavano, dice il Profeta, e piangevano gettando la semenza nella terra » (Ps. CXXV, 6). Dio ha dunque disposto per sua grazia dei gradini nel vostro cuore. Salite questi gradini con l’amore; perché da questo deriva che bisogna cantare il cantico dei gradini. E questi gradini, dove sono disposti per voi? « … nel vostro cuore, nella valle di lacrime ». Per salire dove? « Nel luogo che Egli ha preparato » (Ps. LXXVIII, 7). Cosa vuol dire fratelli miei: « Nel luogo che Egli ha preparato? » Questo luogo che Dio ha preparato, se era possibile dire, lo dirà il Profeta. Egli vi ha già detto: « Egli ha disposto dei gradini nel cuore, nella valle di lacrime ». Voi chiedete: per andare dove? Cosa egli vi dirà? « … verso ciò che l’occhio non ha mai visto, e l’orecchio mai inteso, verso ciò che non è salito nel cuore dell’uomo » (1 Cor. II, 9).  Questo luogo è una collina, è una montagna, è una terra, è un prato; questo luogo ha ricevuto tutti questi nomi; ma ciò che esso sia in realtà e non per comparazione, chi ce lo spiegherà? « Perché noi vediamo ora attraverso uno specchio ed in enigma ciò che è questo luogo, ma allora lo vedremo faccia a faccia (Ibid. XIII, 12). Non cercate dunque quale sia il luogo designato con queste parole: « … verso il luogo che Egli ha preparato ». Questo luogo è conosciuto da Colui che ha preparato il posto ove vi condurrà, attraverso i gradini disposti nei vostri cuori. Temete dunque di salire per timore che Colui che vi conduce non si inganni?  – Ecco che Egli ha disposto dei gradini nella valle del pianto per salire « … verso il luogo che Egli ha preparato ». Noi oggi piangiamo. Di qual luogo? Del luogo ove sono posti i suoi gradini (S. Agost.). –  « Perché il legislatore darà la sua benedizione. » È ciò che dice l’Evangelista S. Giovanni: « Noi tutti abbiamo ricevuto della sua pienezza, e grazia su grazia, perché la legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità sono venute da Gesù-Cristo. » (Giov. I, 17, 18). La legge non dava la grazia necessaria al compimento dei suoi precetti, perché la grazia e la giustizia non sono per la sua legge; ma « ciò che era impossibile alla legge, Dio, questo divino Legislatore, l’ha fatto Egli stesso, inviando suo Figlio che ha diffuso nelle nostre anime lo spirito di grazia, affinché la giustizia della legge si compisse in noi (Rom. VIII, 3, 4). – Non bisogna mai fermarsi sulla via del cielo: non avanzare significa retrocedere. – Facendo l’opera della verità nella carità, cresciamo in ogni modo in Gesù-Cristo nostro Capo (Ephes. IV, 15). Ahimè per la maggior parte dei Cristiani, la vita è una discesa perpetua: essi scendono, o piuttosto rotolano su questa pendenza maledetta nella quale li trascinano le loro inclinazioni viziose. – San Gregorio vede nelle montagne l’insieme delle divine contemplazioni, e spiega così le elevazioni che Dio dispone nel nostro cuore dopo averci posto nella valle di lacrime: « più in effetti il Signore ci tiene abbassati nella tristezza e nell’umiltà, più ci porta in seguito verso di Lui sulle altezze della contemplazione. » (Moral. XXX, 19). – Oh! Quanto è consolante questo pensiero e quanto dolce è il fermarvisi. Noi non possiamo, ahimè compararci a queste alte montagne che sono gli Angeli, i santi i Profeti, gli Apostoli. In noi tutto è vile e basso, ed il peccato ci ha fatto scendere fino alle profondità degli abissi. Ma nella miseria nera, siamo umili. Dio disporrà in noi ammirabili altezze, Egli eleverà le nostre anime, i nostri cuori, i nostri spiriti, e sulle cime ove ci porterà, noi benediremo il Signore, che a suo piacere ha fatto sorgere le montagne e fatto discendere le pianure nei luoghi che ha scelto. (Mgr. De La Bouillerie, Symbol., p. 208). – « Nella valle delle lacrime ». Dopo la caduta di Adamo, quanti torrenti di lacrime sono colati in questa valle! Quante sofferenze! Quanti dolori amari! Quante angosce lamentevoli! Ma ciò che deve fare scorrere soprattutto le nostre lacrime, sono le nostre colpe … La terra sia per noi una valle in cui colino le lacrime del nostro pentimento. Dio verrà a visitarci, e nel nostro cuore penitente disporrà Egli stesso i gradini che ci faranno salire verso di Lui (idem, p. 218). Quale immagine quella dei gradini formati nel cuore per risalire da questa valle di lacrime fino al soggiorno ove esse saranno asciugate! « Dio disseccherà tutte le lacrime » (Apoc. VII, 17). È così che il cuore parla, e se gli si domanda quali siano questi gradini, dirà che esse sono le prove della pazienza sostenuta dall’amore e dalla speranza (La Harpe). – I legislatori umani non danno la forza necessaria per compiere le prescrizioni che essi impongono. La legge data da Mosè stesso, era impotente sotto questo aspetto: « La legge è stata data da Mosè, la grazia e la verità da Gesù-Cristo » (Giov. I, 17). – Noi abbiamo in questi due versetti tutta la scienza della vita spirituale. Dio è la forza e l’appoggio di coloro che aspirano a possederLo nella eterna felicità; nel loro cuore, si formano delle strade che si elevano sempre di più verso la patria celeste. Essi camminano verso la verità, in questo mondo che è una valle di lacrime; ma essi hanno sempre di vista il termine dei loro desideri. Dio li consola in questa marcia, e Gesù-Cristo, il divino Legislatore, di cui seguono le lezioni e gli esempi, li colma di benedizioni. Essi avanzano così sempre nel cammino della virtù, e si preparano l’entrata della santa Sion (Berthier). – Obbligo cristiano è il non essere mai soddisfatto dello stato di santità in cui ci si trova, ma l’avanzare sempre di virtù in virtù. – Non proferite dunque mai questa parola indegna di una bocca cristiana: io lascio la perfezione ai religiosi ed ai solitari, troppo felici di evitare la dannazione eterna. No, non vi illudete: chi non tende alla perfezione, cade ben presto nel vizio; chi sale ad un’altezza, se cessa di elevarsi con uno sforzo continuo, è spinto dalla stessa pendenza, ed il suo stesso peso lo precipita. Ecco perché la Scrittura ci interdice di arrestarci un solo momento. Se, secondo l’Apostolo San Paolo, la vita tortuosa è una corsa, occorre, come questo Apostolo, avanzare sempre, dimenticare ciò che si è fatto, correre senza risparmio, ed immaginare un riposo solo alla fine della carriera, ove ci aspetta il premio della corsa (Bossuet, IV Serm. p. Pâques). – I giusti vanno di forza in forza, sempre più forte, secondo il senso del testo ebraico, o di virtù in virtù, secondo la nostra versione latina, passando da una virtù imperfetta ad una virtù perfetta, dalla virtù dell’azione, a quella della contemplazione, dalle virtù necessarie in questo mondo per salvarsi, a quelle che fanno la felicità del cielo, là dove non ci sarà più bisogno di prudenza, perché non ci saranno pericoli, né di giustizia umana –  non esistendo più l’ingiustizia – né di forza, perché non ci sarà  nulla da temere, né infine di temperanza, perché le passioni saranno tutte cessate (Bellarm.). – I gentili avevano degli dei visibili, ma essi non erano veri dei, gli ebrei adoravano il vero Dio, ma non era visibile. Il Dio dei Cristiani è il vero Dio, e si è reso visibile mediante l’Incarnazione. « Egli è stato visto sulla terra, ed ha conversato con gli uomini » (Baruch, III, 38). – Ma è soprattutto nel cielo che Lo vedremo faccia a faccia, così com’è. La visione di Dio è la ricompensa, il fine ed il frutto di tutti i nostri lavori, di tutte le nostre virtù, di tutte le nostre pene. Chi non preferirebbe un frutto assai prezioso, del tutto incomparabile, a tutte le cose visibili ed invisibili? Quale cuore tanto freddo non sarebbe infiammato da questa visione di Dio? (S. Bernard.). 

IV — 8-12

ff. 8, 9. – Se noi vogliamo essere esauditi quando ci avviciniamo a Dio con la preghiera, bisogna che Egli ci consideri Gesù-Cristo suo Figlio, mediatore tra Dio e gli uomini. Noi dobbiamo metterLo sempre tra Dio e noi, affinché Dio non ci veda se non attraverso i suoi meriti, e come coperti dal suo sangue. – Dio non ascolta se non le preghiere di Gesù-Cristo, non guarda se non Gesù-Cristo, e non getta gli occhi se non sul volto di Gesù-Cristo. Nessuna protezione c’è fuori da Gesù-Cristo; nessuna salvezza se non attraverso Gesù-Cristo; nessun bene se non per grazia sua, nessuna grazia che non venga dai suoi meriti. – Il Sacerdote ha un diritto tutto particolare per offrire a Dio questa preghiera; sì, o Dio, dato che non si tratta solo della Persona del Figlio vostro, ma di tutto ciò che rappresenta, di tutto ciò che continua e prolunga, nella razza umana, questo Figlio divenuto il “Figlio dell’uomo”; sì, c’è di che attirare il vostro sguardo, c’è un legittimo oggetto dei vostri pensieri e delle vostre attenzioni. Il più piccolo tra i battezzati vi ha un diritto rigoroso: quanto di stupefacente Voi fate alla maggior parte dei vostri preti, ai vostri pontefici, a coloro in cui rivive il reale Sacerdozio, il Sacrificio supremo del vostro Figlio incarnato? Dimenticate, o Dio, dimenticate tutto ciò che è proprio e personale alla vostra mirabile creatura, e guardate in essa solo la faccia del vostro Cristo (Mgr. Pie, Disc. Etc. VIII, p. 244).

ff. 10. – La bellezza della giustizia è sì grande, la luce è eterna, cioè la verità, la saggezza immutabile hanno tante attrattiveche non ci sarebbe dato di gioirne in un solo giorno, negli anni di questa vita, benché numerosi e pieni possano essere di gioie e delizie, non ci parrebbero degni che di disprezzo (S. Agost.;  De liber arbitr. cap. ult.). – Gli uomini desiderano migliaia di giorni, vogliono vivere per lungo tempo su questa terra; disprezzino i migliaia di giorni e desiderino un giorno solo, il giorno eterno al quale il giorno della veglia non ha fatto posto e che il domani non fa cessare. Non desideriamo che questo solo giorno! Che avremo da fare di migliaia di giorni? Da questi mille giorni noi avanziamo verso un giorno solo (S. Agost.). – « Meglio un giorno nel vostro Paradiso che migliaia di altri, ecco perché io ho amato di più essere l’ultimo nella casa del mio Dio, che abitare nelle tende dei peccatori ».  L’orgoglio sale sempre, secondo l’espressione del salmista (Ps. LXXIII, 23), fino a perdersi nelle nubi; gli uomini ambiziosi non danno alcun limite alla loro elevazione; coloro che abitano i palazzi dei re non cessano di affrettarsi fino a quando non occupano i più alti palazzi: voi che scegliete per dimora la casa del vostro Dio, seguite un’altra condotta e non imitate queste alacrità. Se i re, se i grandi del mondo disprezzano coloro che essi vedono negli ultimi ranghi e non disdegnano di arrestare su di essi i loro sguardi superbi, è scritto al contrario che Dio, il solo grande, guardi da lontano e con alterigia tutti coloro che fanno i grandi davanti alla sua forza, e volge gli occhi favorevolmente su coloro che sono abbassati. Ecco perché il Re-Profeta discende dal suo trono e sceglie di essere l’ultimo nella casa del suo Dio, essendo così più sicuro di essere protetto nella sua umiliazione che se levasse la testa e si mettesse al di sopra degli altri (Bossuet, I Serm. de profession, Exord.).

ff. 11. – Nel mondo non si incontra che durezza, insensibilità, menzogna, vanità. Dio è misericordioso, è per questo che dà la grazia; Dio è verace nelle sue parole, è per questo che conferisce la gloria. La grazia precede la gloria e la gloria presuppone il buon uso della grazia. Quando Dio ci dona la gloria, corona i nostri meriti, che sono il frutto della sua grazia. La misericordia e la verità di Dio sono il fondamento e l’appoggio della nostra fiducia (Berthier). –  « Il Signore darà la grazia e la gloria ». a Dio solo appartiene dare la grazia, senza la quale noi non possiamo nulla, e con la quale possiamo tutto. Gesù-Cristo non ha detto: … senza di me, voi farete il bene più difficilmente, bensì: « … senza di me non potete far nulla » (Giov. XV, 5). È la grazia di Dio che effonde nel nostro spirito la prima luce che ci illumina su che cosa si debba fare: « … lo spirito è nell’uomo, e l’ispirazione dell’Altissimo dona la saggezza; » (Giob. XXXII, 8); è la grazia di Dio che eccita i movimenti pii della volontà, « è Dio che con la sua volontà, opera in voi il volere ed il fare; » (Filip. II, 13); è la grazia di Dio che è il principio e la causa di tutte le buone opere: « … io non faccio il bene che voglio, » (Rom. VII, 15); « … non io, ma la grazia di Dio con me.» (I Cor. XV, 10). A Dio solo appartiene darci la gloria e dirci: « … venite benedetti del Padre mio, possedete il reame che vi è stato preparato dall’inizio del mondo. » (Luc. XI, 50). La grazia è il principio della gloria, e la gloria è la consumazione e la ricompensa della grazia.

ff. 12. – Per qual motivo, o uomini, acconsentite a perdere la vostra innocenza se non per procurarvi dei beni? Un uomo acconsente a sacrificare la propria innocenza per non restituire il deposito che gli è stato affidato; egli vuol possedere l’oro: perde l’innocenza! Cosa guadagna? Cosa perde? Per guadagno ha l’oro, come perdita la sua innocenza. Vi è qualcosa di più prezioso dell’innocenza? Ma – si dirà – se conservo la mia innocenza, io sarò povero. L’innocenza dunque è una mancata ricchezza? E voi, se avete un forziere d’oro, siete forse ricco? E se avete un cuore pieno di innocenza, siete povero? Se desiderate i veri beni, conservate ora l’innocenza, nell’indigenza, nella tribolazione, nella valle di lacrime, nell’oppressione, nelle tentazioni; perché così voi avrete in seguito i beni che desiderate: il riposo, l’eternità, l’immortalità, l’impassibilità; ecco i beni che Dio riserva ai suoi giusti. Quanto ai beni ai quali aspirate attualmente, attendendovi un grande premio, e per il possesso dei quali accettate di essere colpevole e di perdere la vostra innocenza, considerate coloro che li hanno, che li possiedono in abbondanza. Voi vedete le ricchezze nelle mani di ladri, di empi, di scellerati, di infami, di uomini perduti in vizi e mancanze; Dio li dà loro in ragione dell’unione comune del genere umano, e dell’ineffabile abbondanza della sua bontà; perché Egli « … fa sorgere il sole egualmente sui giusti e sugli ingiusti » (Matt. V, 45). – Se Egli dà sì grandi beni ai malvagi, voi non riceverete nulla? Vi ha dunque fatto delle promesse menzognere? Rassicuratevi, è un grande bene che vi riserva. Colui che ha avuto pietà di voi quando eravate empi, vi abbandona ora che siete giusto? Egli che ha concesso al peccatore la morte di suo Figlio, cosa riserverà all’uomo salvato dalla morte di suo Figlio? Rassicuratevi dunque. Credete che si è fatto vostro debitore, perché voi avete creduto alla sua promessa di donatore: « Il Signore non priverà di beni coloro che camminano nell’innocenza. » Cosa ci resta dunque nell’oppressione, nell’afflizione, nell’avversità, nei pericoli della vita presente? Cosa ci resta per arrivare al cielo? « Signore, Dio degli eserciti, felice l’uomo che mette la speranza in Voi!» (S. Agost.).

GREGORIO XVII – IL MAGISTERO IMPEDITO: 3° Corso di Esercizi Spirituali (2)

S. S. GREGORIO XVII: IL MAGISTERO IMPEDITO.

III CORSO DI ESERCIZI SPIRITUALI (2)

[G. Siri: Esercizi Spirituali; Ed. Pro Civitate Christiana – Assisi, 1962]

IL NOSTRO ITINERARIO CON GESÙ’ CRISTO

2. Il peccato

Facciamo la meditazione sul peccato. Del peccato bisogna che consideriamo un aspetto particolare. Nella nostra condizione, se pecchiamo, noi pecchiamo mentre camminiamo con Cristo. Ecco tutto. Pertanto io non mi fermerò a insistere sulla nozione ben nota del peccato, che è la rottura volontaria, consapevole della legge di Dio. Non credo che voi abbiate bisogno di queste nozioni e di sapere le condizioni per commettere un peccato, almeno il peccato grave: la gravità della materia, la cognizione, la volontà. Queste sono nozioni scontate. È necessario che l’anima nostra venga invece a riflettere su questa circostanza: il Cristiano, quando pecca, pecca mentre cammina con Gesù Cristo. Sì, la cosa può avere diversità notevole; il Cristiano che non entra mai in chiesa, se pecca, ben poche volte s’incontrerà con Gesù Cristo; ma se là dove colui che pecca c’è una chiesa, c’è il tabernacolo, c’è Gesù Cristo presente, il rapporto tra lui e Gesù Cristo è molto più vivo, anche se lui non lo riconosce, anche se lui non ci pensa, non ne fa oggetto di meditazione e di richiamo e di pungolo di coscienza. Non importa, c’è. Questo Cristiano, se pecca, pecca mentre cammina con Gesù Cristo. Perché l’aria è impregnata di Gesù Cristo, anche dove non lo si vuole, anche dove non lo si ama, dove lo si bestemmia, dove non lo si cerca o lo si rinnega. Il peccato degli uomini ha questa caratteristica, che il peccato essi lo fanno camminando con Gesù Cristo. – Guardate che qui si tratta di noi, perché noi lo incontriamo tutti i giorni, molte volte al giorno; noi lo abbracciamo ogni giorno, perché ogni giorno riceviamo il Corpo del Signore, noi parliamo ogni giorno con Lui. Pertanto il fatto dell’iter non è soltanto un fatto obiettivo legato a cose imprescindibili, al carattere battesimale, al carattere della S. Cresima, elementi che, volere o non volere, ci legheranno per sempre con Gesù Cristo, per cui la vita dovrà essere tutta con Gesù Cristo. E questo accadrebbe per noi che camminiamo con Lui, sicché Egli può rivolgere a noi il suo sguardo e dire: « Et tu, notus meus, qui simul mecum dulces capiebas cibos, notus meus et contubernalis meus », « tu, mio familiare, che dividi la tua vita con me, che prendi insieme a me il tuo dolce cibo », anche tu! Questa è la grave circostanza sulla quale io voglio attirare la vostra attenzione perché sia limpida. Noi dobbiamo arrivare ad avere una vita cristiana guidata da una coscienza che sia netta, e lo scopo degli Esercizi è di fare chiaro negli angoli, quegli angoli che la consuetudine tende a rendere sempre più ampi, sempre più comodi e sempre più scuri, dove si nasconde tutto quello che si vuole, dove si può lasciare tutto in disordine, e che talvolta diventano così grandi che quasi non c’è più posto nella casa. Gli angoli. Gli Esercizi Spirituali sono fatti per folgorare questi angoli, angoli di dimenticanza, angoli di abitudine, angoli di incoscienza, dove noi lasciamo avvenire cose che possono anche avvicinarsi alla terribilità o dove confiniamo a marcire cose che possono rappresentare la salvezza. Cominciamo a riflettere dal punto di vista obiettivo: noi il peccato lo commettiamo mentre camminiamo con Gesù. Non so se voi per caso vi siate mai trovati da qualche antiquario dove talvolta è dato vedere lampade d’argento che hanno bruciato l’olio davanti al SS. Sacramento. Fan pena. Sono finite qui. Ma chi è stato quell’incosciente che ha permesso, o per essersi dimenticato o per aver venduto o per aver lasciato a parenti incoscienti, che sian finite qui? Talvolta si vedono pezzi di sacri parati, pianete che hanno servito per celebrare la S. Messa, piviali ricamati o di broccato che poi vanno a finire come dei postergali in qualche salotto; peggio, perfino dei calici, che furono e permangono consacrati, perché non è accaduto ancora qualcuno di quei fatti che tolgono ai calici la consacrazione. Che pena fanno! Ma dappertutto c’è la traccia di Gesù Cristo. Si fanno le processioni del Corpus Domini e Gesù Cristo passa per queste strade, passa accanto a quelle siepi, la processione costeggia case, boschi, giardini. C’è passato lui. Dove passa Dio, passa l’eternità, passano le cose infinite. Non è come il profumo di un fiore arrivato per un colpo di vento da un giardino, che passa per un momento e presto svanisce nell’aria. No. È Dio, e dovunque passa, passano cose eterne, passano cose infinite. In quasi tutte le case, credo, almeno nei paesi cristiani, è entrato Gesù Cristo, perché è andato a trovare qualche ammalato, è diventato il Viatico ultimo, il supremo sostegno al passo estremo. E qualche cosa di grande e di divino è passato ed è rimasto. Guardate se non è vero che la nostra vita, vogliamo o non vogliamo, cammina con Gesù Cristo. Lo trova dappertutto. Un sacerdote porta con sé Gesù Cristo, perché ogni mattina ha detto la S. Messa, lo ha toccato, lo ha dato. Esiste ancora nei fedeli, anche in quelli più slavati, a un certo momento il senso di rispetto per il sacerdote perché tocca le cose sacre. È inutile, dappertutto c’è la traccia del passaggio di Gesù Cristo. Ricordo un racconto inteso dai vecchi del paese di mio padre sulle montagne di Liguria. E ricordo ancora la piccola croce che ho ritrovato da bambino là dove si raccontava il fatto. Un secolo prima un sacerdote che d’inverno andava attraverso la neve per dire la Messa a quella povera gente, fu assalito dai lupi che lo hanno divorato, ma hanno lasciato intatte le quattro dita, quelle non le hanno toccate, le quattro dita che vengono consacrate dal Vescovo. È un fatto che ho sentito raccontare quando avevo tre anni e da allora mi ha accompagnato. Le quattro dita. E mi dicevano i vecchi: « Sai, non le hanno potute mangiare, quelle, perché sono le dita con le quali celebrava la Messa ». – C’è questa obiettiva presenza, dappertutto. Il peccato degli uomini ha per scenario ciò che, tutto, è stato dipinto per Gesù Cristo. Nella nostra vita noi parliamo talvolta male, potremmo averlo fatto se anche ora non lo facciamo più, ma la nostra lingua ha toccato Gesù Cristo. Questa nostra carne ha toccato Gesù Cristo. Sarebbe così logico che, avendo toccato Gesù Cristo, fosse trasumanata e che noi la considerassimo come trasumanata. Forse non l’abbiamo mai considerata così; ma ha toccato Gesù Cristo! E le mani sacerdotali toccano Gesù Cristo. Egli è dappertutto. E la vita, si voglia o non si voglia, cammina con Lui. Notate bene, con Lui non solo perché c’è la presenza di un pensiero cristiano, di un richiamo morale cristiano, di un pungolo di coscienza cristiana, non solo perché dovunque c’è la presenza dovuta alla divina ubiquità, ma perché positivamente, qualitativamente, in modo caratterizzato c’è dovunque la presenza della Eucaristia, ossia di Gesù Cristo. È questo il punto. Logicamente parlando — si dovrebbe dire così ma la logica non è il forte della morale degli uomini —, è possibile che il peccato possa entrare dove è entrato Gesù Cristo, dove questa divina presenza è scesa, dove questa divina munificenza si è attuata, dove c’è stato il tocco di questa divina carezza? Però il fatto è che quando si pecca, si pecca in questa situazione, ed è un fatto dal quale noi non possiamo assolutamente prescindere. Certamente occorre la conoscenza, perché ci sia il peccato mortale, e la pienezza del consenso; ma una conoscenza riesce a essere perfettamente sufficiente alla colpa anche dimenticando tutte queste cose, dimenticando l’elemento circostanziale che aggrava il giudizio del peccato nel mondo. Ah, se la conoscenza necessaria alla colpa, grave almeno, avesse bisogno di arrivare fino a questo punto! Ma allora forse non ce ne sarebbero più di peccati nel mondo. Eppure la stortura c’è: l’apprendimento che si viola la legge di Dio è sufficiente. Noi dobbiamo gettare la luce in quest’angolo affinché questo aspetto circostanziale del peccato, per noi che abbiamo scelto di vivere più vicini a Gesù Cristo, illumini e mostri che cosa in esso abbiamo confinato o che cosa contro di noi, in esso, sta in agguato. – Passiamo ora al secondo punto della meditazione. Il secondo punto vuole specificare questo: appunto perché quando abbiamo dei difetti, se non proprio dei peccati gravi, li abbiamo camminando con Gesù Cristo, allora non si tratta soltanto di considerare i peccati isolati, qualificati, caratterizzati, ma si tratta di qualificare degli stati d’animo che sono dovuti a una carenza, a un difetto. – Il discorso del peccato mortale a molte anime, forse a tutte le anime che mi stanno ad ascoltare, può sembrare un discorso lontano, distante, che può riguardare tutti gli altri che sono fuori di qui, ma che qui se ne parla per quella correttezza burocratica per cui negli Esercizi Spirituali si parla anche del peccato. Accostiamoci allora a quello che può essere invece di più il pane nostro quotidiano, ai nostri peccati più tipici; così almeno veniamo via dall’astratto e vediamo quello a cui noi dobbiamo applicare la presente meditazione, e cioè che il peccato nostro è fatto mentre camminiamo con Gesù Cristo. Per esempio il peccato dell’immobilismo. È un peccato che non si trova elencato nei libri di morale; sì e no lo si trova elencato nei libri di ascetica. Che cos’è il peccato dell’immobilismo? È questo: noi facciamo il cammino con Gesù Cristo; Lui va avanti e noi rimaniamo perennemente indietro. Cammina, si volge a guardarci quasi a dire « Vieni », e noi ci si siede, ci si addormenta, si dorme per dieci anni, vent’anni, trent’anni. Bel modo di camminare con Gesù Cristo! Ecco l’aspetto del peccato che diventa reale per noi. Quell’altro potrebbe anche essere meno reale per noi, per grazia di Dio, anzi io desidero e credo che sia affatto irreale. Questo no, questo potrebbe essere perfettamente reale. L’iter con Gesù Cristo a questo modo. Immaginatevelo: la fantasia qui ci aiuta stupendamente. Sedersi e dormire per vent’anni, trent’anni, e Lui che va e si gira continuamente indietro. « Ma vieni, ti muovi? ». Il peccato dell’immobilismo, che consiste nel fatto — scendiamo dalla metafora alla realtà — di non portare innanzi l’opera della purificazione propria e di non portare innanzi l’opera della propria perfezione. Ah, se voi mi dite: quanto all’altro peccato, non abbiamo niente da dire, potrebbe essere che su questo abbiate qualche cosa da segnare sul libro della vostra coscienza. Può essere che tutti noi, tutti, nessuno escluso, abbia qualche cosa da segnare e ne debba piangere. Se noi oggi ci troviamo ad avere lo stesso grado di orazione che avevamo l’anno scorso quando facevamo gli altri Esercizi… a questo proposito, che cosa abbiamo fatto in questo anno, per che cosa sono passati 365 giorni? Fanno tanto presto a passare, uno dopo l’altro, i giorni, e bisogna far presto, bisogna arrivare, non abbiamo tempo da perdere! Gli anni volano. Se noi abbiamo oggi delle reazioni di orgoglio, le stesse reazioni che potevamo avere l’anno scorso, miei cari amici, voi capite che è il caso che noi abbiamo a domandarci : « Ma allora quest’anno che cosa siamo stati a fare? ». Allora vuol dire che si è vegetato, non vissuto. Questi sono i peccati reali, che talvolta scandiscono in periodi lunghissimi e gravi e grevi la vita delle anime che pure fanno professione di religione e professione di apostolato. Il peccato dell’immobilismo. Notate bene che se noi quest’anno constatiamo di avere nei nostri rapporti con gli altri — i rapporti sono i giudizi che diamo, i giudizi che, se non diamo, sentiamo in fondo all’anima, gli atteggiamenti che emergono da questi giudizi, atteggiamenti che possono essere fatti in parte di simpatia e in parte di antipatia —; se noi in questi rapporti fatti di miserie come di piccole reazioni, del modo particolare di giudicare le azioni di questa determinata persona, di quell’altra, a seconda che è vibrata la corda della simpatia o la corda dell’antipatia, e gli atteggiamenti nostri che sono stati colorati da determinati punti del nostro temperamento, da nostri stati d’animo; se in questi rapporti siamo oggi allo stesso punto in cui eravamo l’anno scorso, allora è il caso di domandarci: Ma noi, che cosa abbiamo fatto? Per che cosa abbiamo vissuto un anno? La via della purificazione deve andare innanzi, portar via le scorie, le macchie, le deformità, le carenze, le anemie. So bene che la via della santità è una via lunga e non è una via facile, ma quello che importa è che non si rimanga fermi. Accompagnarsi con Gesù tutto il giorno, tutti i giorni, e lasciarlo camminare idealmente sotto il peso della croce che porta, che ha portato, atto divino ed eterno, per cui « sempiternum habet sacerdotium », e noi seduti lì, ai margini della strada a contemplare uno spettacolo o un panorama che soltanto la nostra fantasia compone e che il nostro sentimento aduggia! Ecco il peccato dell’immobilismo. – Faccio la conclusione. Voi vedete come, in tema di peccato, noi che facciamo una vita spirituale, che veniamo tutti i giorni in chiesa, che pretendiamo di parlare col Signore tutti i giorni, dobbiamo trasportare la nostra considerazione dagli atti alle abitudini, dagli atti positivi agli atti negativi che sono le carenze, dalla sostanza alle sfumature. E la conclusione è che gli esami di coscienza delle anime che vogliono veramente camminare con Gesù Cristo, perché sono sulla strada con Lui, non possono starsene soltanto su uno schema d’esame di coscienza degli atti qualificati. Ho ammazzato? No. Ho bestemmiato? No. Ho fornicato? No. Ho lasciato la Messa? No. Ho detto delle gravi bugie? No. Ho desiderato la roba, la donna d’altri? No. L’esame di coscienza deve portarsi alle sfumature, agli stati d’animo, alle abitudini contratte e perché contratte diventate incoscienti. È tutta una trasposizione che bisogna fare. Naturalmente non si debbono perdere di vista i peccati come atto, anche perché i peccati come atto sono oggetto del Sacramento della penitenza. Non sarebbe una confessione abbastanza specificata, e pertanto utile, se vado a confessarmi e dico: Sono stato un immobile. Voi mi avete inteso, vero? L’aver considerato che il peccato, qualunque peccato, noi lo facciamo mentre camminiamo con Gesù Cristo ha illuminato lati profondi, circostanziati del peccato e ha fatto capire che gli esami di coscienza nostri si debbono distaccare dagli atti; debbono contenerli, mantenerli gli schemi degli atti; ma se li vogliamo veramente proficui al profitto spirituale e alla maggiore dignità di questo nostro cammino con Gesù Cristo, debbono arrivare a quello che non è atto ma è abitudine comunque considerata: carenza, stato d’animo, stato negativo, tiepidezza.

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