DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XXII DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps. CXXIX: 3-4
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.
[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]


Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi vocem meam.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: O Signore, esaudisci la mia supplica.]
Si iniquitátes observáveris, Dómine: Dómine, quis sustinébit? quia apud te propitiátio est, Deus Israël.
[Se tieni conto delle colpe, o Signore, o Signore chi potrà sostenersi? Ma presso di Te si trova misericordia, o Dio di Israele.]

Oratio

Orémus.
Deus, refúgium nostrum et virtus: adésto piis Ecclésiæ tuæ précibus, auctor ipse pietátis, et præsta; ut, quod fidéliter pétimus, efficáciter consequámur.[Dio, nostro rifugio e nostra forza, ascolta favorevolmente le umili preghiere della tua Chiesa, Tu che sei l’autore stesso di ogni pietà, e fa che quanto con fede domandiamo, lo conseguiamo nella realtà.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses
Phil I: 6-11
“Fratres: Confídimus in Dómino Jesu, quia, qui cœpit in vobis opus bonum, perfíciet usque in diem Christi Jesu. Sicut est mihi justum hoc sentíre pro ómnibus vobis: eo quod hábeam vos in corde, et in vínculis meis, etin defensióne, et confirmatióne Evangélii, sócios gáudii mei omnes vos esse. Testis enim mihi est Deus, quómodo cúpiam omnes vos in viscéribus Jesu Christi. Et hoc oro, ut cáritas vestra magis ac magis abúndet in sciéntia et in omni sensu: ut probétis potióra, ut sitis sincéri et sine offénsa in diem Christi, repléti fructu justítiæ per Jesum Christum, in glóriam et laudem Dei”.

OMELIA I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

LA PROPAGAZIONE DELLA FEDE

“Fratelli: Abbiam fiducia nel Signore Gesù, che colui il quale ha cominciato in voi l’opera buona la condurrà a termine fino al giorno di Cristo Gesù. Ed è ben giusto ch’io nutra questi sentimenti per voi tutti; poiché io vi porto in cuore, partecipi come siete del mio gaudio, e nelle mie catene, e nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Mi è, infatti, testimonio Dio come ami voi tutti nelle viscere di Gesù Cristo. E questa è la mia preghiera: che il vostro amore vada crescendo di più in più in cognizione e in ogni discernimento, si da distinguere il meglio, affinché siate puri e incensurati per il giorno di Cristo, ripieni di frutti di giustizia, mediante Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio”. (Fil. I, 6-11).

I Filippesi, fin dai primi giorni della loro conversione coadiuvarono S. Paolo a propagare il Vangelo, mettendolo in grado, con i loro aiuti, di poter diffonderlo con maggiore facilità. Ora l’Apostolo mostra la sua riconoscenza, ringraziando Dio, e pregandolo di concedere il dono della perseveranza in questa cooperazione, e soprattutto il dono della propria santificazione ai cari Filippesi, sempre fedelmente a lui uniti nelle sofferenze, e nei lavori dell’apostolato. Egli prega che la loro carità progredisca continuamente, e che pervengano tutti alla piena conoscenza della verità e al pieno discernimento di ciò che devono fare; così che al giorno del giudizio vengano trovati irreprensibili, ricolmi di buone opere che ridondino a gloria di Dio. Noi posiamo imitare lo zelo dimostrato dai Filippesi nella propagazione del Vangelo, favorendo l’Opera della Propagazione delle fede.

1. E’ un’opera buona,

2. Voluta, dal nostro dovere e dal nostro interesse.

3. Si favorisce con opere e con preghiere.

1.

S. Paolo chiama opera buona lo zelo dimostrato dai Filippesi nella causa della propagazione del Vangelo. Nessuno vorrà mettere in dubbio questa affermazione. È un’opera buona che deve stare a cuore anche ai fedeli dei nostri giorni. – Gesù Cristo ha comandato ai discepoli, che andassero a portare il suo Vangelo in tutte le parti della terra, facendolo pervenire a ogni creatura, nessuna esclusa. I discepoli si misero all’opera; ma non poterono compierla, e non la compirono neppure i loro successori. Ancora due terzi degli uomini sono ignari del Vangelo. L’opera della Chiesa prosegue ancora, e proseguirà sempre, finché il Vangelo non sia pervenuto a ogni creatura. È un’opera voluta da Dio; è l’opera di Dio; è la missione ufficiale da lui affidata alla sua Chiesa. Gesù Cristo è il Buon Pastore. Il suo gregge dev’essere formato di tutte le nazioni della terra. Ma non tutti sono entrati nel suo ovile, non tutti provano la dolcezza di chi si trova sotto la sua guida e ascolta la sua voce. «Ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche quelle bisogna che io conduca; e daranno ascolto alla mia voce, e si farà un solo ovile e un solo pastore » (Giov. X, 16). L’opera della Propagazione della Fede procura appunto l’adempimento di questo voto di Gesù Cristo. Va dovunque in cerca di pecorelle da condurre all’ovile dell’unico pastore, ove saranno guidati dalla sua voce, e saziati dall’abbondanza delle sue grazie. – Gesù Cristo è la luce vera che illumina ogni uomo che viene in questo mondo; ma gli infedeli questa luce non l’hanno ancora ricevuta. Essi vanno brancolando tutt’ora nelle tenebre dell’errore. Per le anime degli infedeli, come per le anime nostre, Gesù Cristo ha versato il suo sangue. Quelle anime sono proprietà sua, ma intanto sono escluse dal suo regno. Esse sono create per la felicità eterna, ma sono fuori della via che ve li conduce. Dio, nella sua sapienza e potenza, potrebbe certamente estendere in un lampo il suo regno a tutti gli uomini; ma Egli nei suoi imperscrutabili disegni ha stabilito, che il suo regno venga propagato gradatamente, tra contrasti, per mezzo degli uomini. – Per mezzo della predicazione degli uomini si accoglie la fede. Per mezzo degli uomini si amministra il Battesimo che introduce nella Chiesa. Per mezzo degli uomini, nel sacramento della Penitenza, si vien dichiarati sciolti dalla colpa. In una parola, la salvezza delle anime si procura per mezzo del ministero degli uomini. Si può dare opera più commendevole, di quella che aiuta gli operai del Signore a salvare le anime? No! «Nulla è paragonabile all’anima, neppure il mondo intero. Perciò, se tu distribuissi ai poveri ricchezze immense, non faresti tanto, quanto colui che converte un’anima sola» (S. Giov. Cris. In Ep. 1 ad Cor. Hom. 3, 5).

2.

S. Paolo assicura ai Filippesi: io vi porto nel cuore, partecipi come siete del mio gaudio. Quasi invidiamo la sorte dei Filippesi, che avevano parte al gaudio e ai meriti dell’Apostolo nella propagazione del Vangelo. Partecipare al gaudio e ai meriti di quanti lavorano per la propagazione e il consolidamento della Fede dev’essere premura di tutti quelli che conoscono il proprio dovere e il proprio vantaggio.Noi ci rivolgiamo frequentemente a Dio con la invocazione «Venga il tuo regno». Questa invocazione importa certamente, da parte nostra, l’impegno di far quanto ci è possibile, perché la domanda sia esaudita. Se noi, potendo fare qualche cosa per l’avvento e la dilatazione di questo regno, rimaniamo inerti, siamo dei burloni. Per noi varrebbe l’osservazione che, a proposito della fede senza le opere, fa San Giacomo: «Se un fratello e una sorella sono ignudi e mancanti del pane quotidiano, e uno di voi dica loro : — Andate in pace, riscaldatevi, e satollatevi —, senza dar loro il necessario alla vita a che giova cotesto?» (II, 15-16). – A ogni passo del Vangelo ci è inculcata la carità del prossimo. Nessun dubbio che l’obbligo della carità non devi limitarsi al corpo. Si deve, anzi, dare la preferenza a ciò, che, perduto, non si può più riacquistare, a ciò che, acquistato, porta con sè beni incalcolabili. Nessun bene è certamente paragonabile all’anima. Ce l’assicura Gesù Cristo stesso: «Che darà l’uomo in cambio dell’anima sua?» (Matt, XVI, 26). Aiutando i missionari avremo ottima occasione di compiere il nostro dovere della carità verso il prossimo in ciò che maggiormente gli è necessario, nel salvar l’anima. Il Salvatore, dando istruzioni ai discepoli sulla loro missione di predicatori del Vangelo, aggiunge: «Chiunque avrà dato da bere un bicchiere d’acqua fresca a uno di questi più piccoli, solo a titolo di discepolo: in verità vi dico non perderà la sua ricompensa» (Matt. X, 42). Chi non dovrebbe essere invogliato dalla grandezza di un premio tale? Ricevere il premio dell’apostolo che si porta a propagare il Vangelo tra gli infedeli? «Invero, quando egli predica, e tu cerchi di coadiuvarlo e favorirlo, le sue corone sono anche le tue (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom. 1, 2). I Santi, pregavano essi, e chiedevano le preghiere anche degli altri. Noi non abbiam sicuramente minor bisogno di preghiera che. i santi. Favorendo lo sviluppo delle missioni, impegniamo la preghiera di animi riconoscenti. I novelli convertiti, pregheranno per i loro benefattori, per quanti hanno cooperato alla loro conversione, quando gusteranno la felicità d’essere entrati nel grembo della Chiesa cattolica: pregheranno per i loro benefattori, quando andranno a godere la vita eterna. Le preghiere ardenti dei neofiti devono avere molto efficacia, se S. Paolo domanda continuamente preghiere a quelli che ha convertito alla fede.

3.

I Filippesi coadiuvarono l’Apostolo nella difesa e nel consolidamento del Vangelo, condividendo con lui travagli e sofferenze. Perciò dice loro ehe sono partecipi, e nelle… catene, e nella difesa e nel consolidamento del Vangelo. Per interessarsi praticamente delle missioni occorrono sacrificio e preghiera. Gesù Cristo, ai discepoli che devono predicar la fede, dice senza ambagi: «Ecco io vi mando come pecore in mezzo ai lupi… E sarete odiati da tutti a causa del mio nome» (Matth. X, 16 … 22). E i discepoli partirono indifesi come pecore, furono perseguitati, messi a morte. E il sacrificio conquistava le anime. L’Apostolo fa notare ai Filippesi che la sua prigionia a Roma, con tutte le relative conseguenze, contribuiva a far conoscere maggiormente il Vangelo (Fil. I, 12-13). I successori degli Apostoli e dei primi discepoli che continuano a conquistare il mondo a Gesù Cristo, non camminano per altra via che quella dei sacrifici. Abbandonano patria, ricchezze, parenti, amici, forse uno splendido avvenire; si portano indifesi, tra popoli barbari con la previsione di ogni privazione e di grandi difficoltà, non osservati dal gran mondo, anzi, considerati come disillusi, spiriti poveri. Essi non si scoraggiano: il crocifisso, che fu loro consegnato alla partenza, ricorda in che modo fu compiuta la redenzione del genere umano. – Anche noi dobbiamo sottoporci a qualche sacrificio, a qualche privazione. Quando Mons. Comboni, già vescovo, riparte da Verona per l’Africa con missionari e catechisti, è accompagnato alla stazione dal vecchio padre. Il figlio chiede la benedizione al padre, e il padre al figlio, Vescovo. E nell’abbracciarlo esclama: « Mio Dio, non ho che un figlio, e a Voi lo dono di cuore; ma se ne avessi anche molti, tutti li consacrerei a Voi per la vostra gloria e per la salvezza delle anime da Voi redente ». E il Vescovo a sua volta: «Mio Dio, lascio mio padre, forse per non vederlo più… ma ne lascerei cento, se potessi averne tanti, per servir voi mio Padre Celeste, e fare la vostra volontà». E salì in treno e pianse (M. Grancelli — Mons. Daniele Comboni – Verona 1823). Davanti a queste eroiche rinunce che cosa sono le piccole rinunce che noi dovremmo fare per soccorrere i missionari? Essi si privano di tutto, sarà troppo per noi privarci di qualche divertimento, di qualche spesa superflua per concorrere alla salvezza delle anime? Quanti danari in lusso, in divertimenti, in baldorie, che potrebbero essere spesi in aiuto degli Apostoli! Dopo tanti secoli par fatto per i nostri giorni il lamento di S. Leone Magno : «Mi vergogno a dirlo, ma non si può tacere: si spende più per i demoni che per gli Apostoli» (Serm. 84, 1). I vecchi missionari sono concordi nell’insegnare ai novelli operai del campo evangelico, che i pagani vengono alla fede più per la preghiera che per la predicazione. La cosa, del resto, è molto spiegabile. Chi piega i cuori è Dio. Egli si serve dell’opera del missionario, che dissoda, pianta, irriga, ma i frutti non si hanno senza il concorso della sua grazia. All’elemosina, alle piccole privazioni, alle rinunce che ci rendono possibile l’aiuto materiale, aggiungiamo la preghiera. Non potrai sopportare il digiuno, non potrai dormire per terra, non potrai ritirarti nella solitudine; potrai, però, sempre pregare. Se non si potesse pregar da tutti, il Signore non avrebbe imposto a tutti l’obbligo di pregare. E quel Signore che ha fatto obbligo di pregare ha anche detto: «pregate il padrone della messe che mandi operai nella sua vigna» (Matt. IX, 38). Preghiera necessaria, perché comandata da Dio, preghiera urgente perché « molta è la messe di Cristo e gli operai sono pochi e con difficoltà si trova chi aiuti » (S. Ambr. Epist. 4, 7, ad Fel.). Che un giorno non ci assalga il rimorso di aver lasciate perire delle anime, che potevano essere salvate con il nostro concorso! Ci conforti, invece, all’avvicinarsi dell’ultima ora, la voce dei pagani convertiti che ci ricorderanno: La tua elemosina e la tua preghiera ci hanno sottratti al regno di satana, ci hanno introdotti nella casa del Signore; ci hanno procurato un bene immenso. Il Signore ti sarà benigno: chi fa bene, bene aspetti.

Graduale

  Ps CXXXII: 1-2
Ecce, quam bonum et quam jucúndum, habitáre fratres in unum!
[Oh, come è bello, com’è giocondo il convivere di tanti fratelli insieme!]
V. Sicut unguéntum in cápite, quod descéndit in barbam, barbam Aaron. [È come l’unguento versato sul capo, che scende alla barba, la barba di Aronne. ]

Alleluja

Allelúja, allelúja
Ps CXIII: 11
Qui timent Dóminum sperent in eo: adjútor et protéctor eórum est. Allelúja.
[Quelli che temono il Signore sperino in Lui: Egli è loro protettore e loro rifugio. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt XXII:15-21
In illo témpore: Abeúntes pharisæi consílium iniérunt, ut cáperent Jesum in sermóne. Et mittunt ei discípulos suos cum Herodiánis, dicéntes: Magíster, scimus, quia verax es et viam Dei in veritáte doces, et non est tibi cura de áliquo: non enim réspicis persónam hóminum: dic ergo nobis, quid tibi vidétur, licet censum dare Caesari, an non? Cógnita autem Jesus nequítia eórum, ait: Quid me tentátis, hypócritæ? Osténdite mihi numísma census. At illi obtulérunt ei denárium. Et ait illis Jesus: Cujus est imágo hæc et superscríptio? Dicunt ei: Caesaris. Tunc ait illis: Réddite ergo, quæ sunt Caesaris, Caesari; et, quæ sunt Dei, Deo.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE L.

“In quel tempo, i Farisei ritiratisi, tennero consiglio per coglierlo in parole. E mandano da lui i loro discepoli con degli Erodiani, i quali dissero: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia; imperocché non guardi in faccia gli uomini. Spiegaci adunque il tuo parere: È egli lecito, o no, di pagare il tributo a Cesare? Ma Gesù conoscendo la loro malizia, disse: Ipocriti, perché mi tentate? Mostratemi la moneta del tributo. Ed essi gli presentarono un danaro. E Gesù disse loro: Di chi è questa immagine e questa iscrizione? Gli risposero: Di Cesare. Allora egli disse loro: Rendete dunque a Cesare quel che è di Cesare, e a Dio quel che è di Dio” (Matt., XXIII 21).

Gesù era ornai vicino al termine della sua vita quando da Betania recatosi a Gerusalemme andò difilato al tempio, e secondo che era solito, si pose a predicare. E mentre Egli predicava gli si accostarono i principi dei sacerdoti ed i Farisei a domandargli con quale autorità Egli facesse tal cosa. Ma Gesù a questa domanda, non pago di aver risposto in un modo da ben confondere l’alterigia di quei dottori invidiosi, si mise ancora per mezzo di parabole a far conoscere qual doveva essere la punizione della loro ostinazione nel non voler credere in lui. Così che i principi dei Sacerdoti ed i Farisei avendo compreso che parlava di loro, cercarono di mettergli le mani addosso. Ma poiché il popolo teneva Gesù per profeta, per paura del popolo istesso non ardirono di farlo. Tuttavia i Farisei, frementi di sdegno, come entra a narrarci il Vangelo di oggi ritiratisi, tennero consiglio per coglierlo in parole, per trarre cioè da Lui qualche risposta, con la quale potessero screditarlo in faccia al popolo, metterlo in odio presso il medesimo, e così riuscire più facilmente nell’intento di disfarsi di Lui. E che cosa fecero adunque? Ascoltate.

1. Quando un celebre capitano romano per nome Pompeo ebbe vinta e sottomessa al giogo dei Romani la Giudea, impose ai Giudei l’obbligo di pagare certi tributi secondo i bisogni della Repubblica. Ma quando per la seconda volta l’imperatore Augusto ebbe fatto l’enumerazione dei sudditi soggetti al suo impero, impose un tributo annuo, che si pagava con una moneta portante l’impronta o l’effigie dell’imperatore. Ora questa imposta per gli ebrei era dura. Quel popolo che per lunghi secoli ora stato libero, con dispiacere vedevasi obbligato a pagare il tributo ad un principe idolatra. Quindi scoppiarono più volte delle rivoluzioni nella Giudea. Un certo Teoda e indi un certo Giuda di Galilea trovati dei partigiani si levarono con forza contro questa imposta. È vero che perirono l’uno e l’altro e i partigiani si dispersero, ma l’opinione del popolo non si cangiò punto su questo proposito. Quindi è che i Farisei nel consiglio, che tennero contro Gesù, stabilirono di mandare qualcuno di loro con degli Erodiani, per chiedere malignamente a Gesù se era lecito o no di pagare il tributo a Cesare. Gli Erodiani secondo gli interpreti, erano semplicemente in questo caso degli uffiziali della corte di Erode incaricati di esigere le imposte. Secondo altri erano invece settari, peggiori degli stessi Farisei, i quali prendevano il nome da quell’Erode, soprannominato il grande, che aveva cercato a morte Gesù subito dopo la sua nascita. Costoro tuttavia, a differenza dei Farisei, pagavano il tributo a Cesare, ed il pagarlo lo ritenevano come un dovere indispensabile. Ad ogni modo, come si vede, l’insidia era ben concertata, poiché i Farisei pensavano: Se Gesù Cristo dice che è lecito pagare il tributo a Cesare, allora noi avremo argomento per metterlo in odio presso la moltitudine, che così di mala voglia lo paga; e se dice di no, noi avremo il pretesto di accusarlo dinanzi ai Romani, ai quali si paga il tributo, e colla testimonianza medesima di coloro, i quali ritengono come dovere importantissimo il pagarlo. Con questo animo pertanto, mandarono da Gesù i loro discepoli con degli Erodiani i quali (indettati come erano) presero a dire: Maestro, noi sappiamo che tu sei verace, e insegni la via di Dio secondo la verità, senza badare a chicchessia: imperocché non guardi in faccia gli uomini. Notate, o miei cari, che adulazione e al tempo stesso che perfidia da parte di costoro! Lo chiamano Maestro. Ma se Gesù è per essi Maestro, perché non raccolgono i suoi divini consigli? Perché  non corrono su quella strada del cielo, che ha loro additata, e dove pel primo egli muove i suoi passi? Noi sappiamo che tu sei verace. Come? Voi l’avete accusato di sedurre il popolo, lo avete chiamato indemoniato, cercate di farlo morire, otterrete ben presto il suo supplizio, e in questo momento proclamate che dalle sue labbra esce la verità! Sappiamo che tu insegni la via di Dio con verità, senza avere riguardo a veruno. Mirate, o miei cari, quale esperta cautela per ottenere una risposta del Salvatore. Sono là gli Erodiani, si teme che il buon Maestro non osi parlare alla loro presenza; vien adulato, benché con un omaggio, che ben si merita. Perfidi nemici! Sono costretti di riconoscere in omaggio all’autorità del Salvatore la santa libertà, con la quale Egli predica il dovere innanzi a tutti senza temere chicchessia. Ma intanto che finezza d’ipocrisia in questo loro linguaggio! Tuttavia il divino Maestro non resta ingannato alle apparenze: Egli conosce il fondo dei cuori, ed all’uopo lo manifesta. Ed è ciò appunto che fece poi in seguito con costoro,dicendo a’ medesimi senza alcun giro di parole ma apertissimamente che erano ipocriti.O miei cari, quanto è mai brutto il vizio dell’ipocrisia e quanto è detestabile, se Gesù Cristo medesimo l’ha così gravemente redarguito in cotesti Farisei. Di fatti vi ha cosa che sia tanto contraria allo spirito di Gesù Cristo quanto l’ipocrisia? Gesù, come attestarono gli stessi suoi nemici nel Vangelo di oggi, è la verità in persona, la semplicità e la sincerità per essenza, come dunque potrà accoppiarsi con la falsità, con l’infingimento, con la doppiezza? Ecco adunque perché il Salvatore scaglia i suoi anatemi contro l’ipocrita. Ecco perché Egli ha riservato un giorno per svergognarlo al cospetto di tutto il mondo! Sarà il giorno dell’universale giudizio, in cui saranno rivelati tutti i segreti del suo cuore e tutte le imposture del suo operare, e l’universo intero vedrà le sue turpezze più segrete, ipocritamente celate. Qual vergogna proverà allora l’ipocrita! Sarà tale, che invocherà i monti a riversarsi sopra di lui e la terra a spalancarsi per inghiottirlo, affine di sottrarsi all’altrui sguardo, ma indarno perché sarà svergognato sino alla fine. Pertanto guardatevi bene, o cari giovani e cari Cristiani, da questo bruttissimo vizio. Non cerchiamo mai di parer migliori di quel che siamo: non facciamo pompa delle virtù, che non esistessero nel nostro cuore. Se è vero che bisogna celare con l’umiltà il bene che in noi esiste, havvi un obbligo più rigoroso di non affettare un bene che non esiste. Siamo candidi e sinceri in tutte le nostre azioni ed in tutte le parole. Non sia mai che frequentiamo i Sacramenti, ci mostriamo docili ed obbedienti, compiamo i nostri doveri solo per apparir buoni in faccia agli uomini ed ai nostri superiori e compagni. Il bene facciamolo perché è tale, e come tale è voluto da Dio, e quando sgraziatamente ci è accaduto di commettere qualche mancamento, se ciò è richiesto dal nostro dovere confessiamolo sinceramente, e promettiamo di non più commetterlo: questo riconoscerci colpevoli anche in faccia agli uomini, col desiderio di emendarci, anziché detrarre alla nostra stima, servirà efficacemente ad accrescerla.

2. Ma, ritornando ora al Vangelo, quei messi dei Farisei, dopoché ebbero ipocritamente adulato Gesù Cristo con le parole, che abbiamo considerate, così proseguirono: Spiegaci dunque il tuo parere: È egli lecito, o no, pagare il tributo a Cesare? Ma il divin Redentore, conosciuta la malizia del loro cuore disse: Ipocriti, perchè mi tentate? Mostratemi una moneta del tributo; di chi è l’immagine e l’iscrizione che vi è sopra ? Di Cesare, risposero allora quei discepoli dei Farisei. Dunque, soggiunse il Redentore, rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Stupenda risposta, con la quale Gesù Cristo, non solo fece ammutolire i suoi nemici, ma per mezzo della quale diede pure ad essi due gravissimi ammaestramenti. Difatti una tale risposta ai Farisei voleva dire: Voi che pretendete di obbedire solo a Dio, sappiate che le potestà della terra sono pure costituite da Dio, ed è anche a loro che dovete obbedire, dando ad esse ciò che ad esse è dovuto. Ed agli Erodiani voleva dire: Voi altri poi, che non pensate che a servire le potestà della terra, pagando con tanto scrupolo il tributo di Cesare, sappiate che al disopra di tutti i Cesari del mondo vi è Dio, al quale anche con maggior sollecitudine conviene dare quel che gli spetta. I quali insegnamenti quadrano assai bene anche per noi. Iddio è desso il nostro supremo reggitore, Egli ci comanda e noi lo dobbiamo ubbidire in tutto e sempre. Ma Iddio ha pure costituiti i poteri umani, perché fossero i ministri della sua azione provvidenziale sulle società, affine di provvedere durante il corso del tempo all’ordine ed al bene pubblico. Epperò è dovere altamente cristiano obbedire anche ai poteri umani. Ma se i poteri umani, sorpassando l’autorità, di cui furono investiti, richiedessero perciò quello che si deve a Dio oppure domandassero cose contrarie a quelle che Iddio domanda, allora è pur dovere altamente cristiano lasciare l’obbedienza agli uomini per fare anzitutto l’obbedienza a Dio. Questi sono i principii cristiani sopra dei quali devesi per questo riguardo moderare ai dì nostri la condotta dei veri Cattolici, benché dai loro nemici si ridica che essi sono la gente più ribelle alla civile autorità. Ed in vero, i Cattolici riconoscendo che non vi ha alcun potere se non da Dio, e che tutti i poteri sono da Dio ordinati, che chiunque resiste al potere resiste all’ordinazione stessa di Dio, che il potere è ministro di Dio, e che perciò è necessaria la soggezione e l’obbedienza non tanto pel timor del castigo, quanto per la coscienza (Rom. XIII, 1 e segg.), riconoscendo, dico, tutto ciò, che è loro insegnato nelle sacre scritture istesse, negano forse la loro obbedienza ai legittimi sovrani, alle istituzioni, alle leggi della patria? Nossignori. Sì, ammetto, riconosco che in uno stato vi possono essere delle leggi, che ve ne sono anzi, alle quali i Cattolici non possono, non devono obbedire, perché se i Cattolici riconoscono che l’autorità viene da Dio, riconoscono altresì che al disopra del principe e dello Stato vi è Iddio, Re dei re e Signore dei dominanti, e che al di sopra di tutte le leggi degli uomini vi ha la legge di Dio istesso e di quella Chiesa che è la prima rappresentante di Dio in sulla terra. Epperò se essi non possono, non debbono obbedire, e non obbediscono di fatto a certe leggi di uno Stato, è forse per spirito di ribellione? Niente affatto: è proprio per spirito di obbedienza a quella legge, che Dio ha stampato nel cuor degli uomini: che Obedire oportet Deo, magis quam hominibus (Att. V, 29), che prima bisogna obbedire a Dio e poi agli uomini, e che per obbedire a Dio bisogna obbedire agli uomini in quelle cose soltanto che essi comandano per nulla contrarie alla legge di Dio. Ora io domando, sei Cattolici non vogliono e non possono obbedire a certe leggi di uno Stato, perché contrarie alla legge di Dio, di chi è la colpa? Dei Cattolici o di coloro che fanno le leggi? La risposta viene di per sé. Ma ditemi in verità, anche nel rifiutare l’obbedienza a certe leggi, nel protestare anzi contro le medesime, forseché i Cattolici si siano mai appresi ad ammutinamenti, a pubbliche e rumorose dimostrazioni, a ribellioni, a rivoluzioni? Nossignori. I Cattolici di adesso possono rispondere quello che i Cattolici del tempo delle persecuzioni rispondevano ai loro accusatori, somiglianti agli accusatori moderni: Noi dobbiamo ubbidire a Dio ed a voi, ma prima a Dio, e più a Dio, che a voi: noi morremo pertanto, ma non falliremo ai nostri doveri. Soffriremo la perdita dei beni, ci lasceremo tradurre innanzi ai tribunali, andremo in esilio, ci lasceremo chiudere in prigionia perpetua, ma non ci ribelleremo contro di voi. E se è così, perché mai essendo veri Cattolici dovremo essere considerati come ribelli? Ah! la verità sta qui appunto che noi siamo riguardati come ribelli alla civile autorità propriamente perché siamo veri Cattolici, perché come tali non seguiamo le opinioni e le norme degli Erodiani moderni, perché come Cattolici ci opponiamo allo scristianizzamento delle famiglia e della società, perché come Cattolici obbediamo al Papa, ai Vescovi, che Iddio ci ha dato per nostra guida; siamo ribelli perché amando di fare il bene, detestiamo e combattiamo il male? Or bene, se è così, come è veramente, non è una gloria per noi essere stimati ribelli? Ma no; questo nome che non meritiamo affatto, noi non lo possiamo patire, e se pur v’ha chi ce lo carica addosso, noi protestiamo altamente innanzi a Dio ed agli uomini, che no, non siamo ribelli alla civile autorità, perché pronti sempre a rispettarla, ad obbedirla, a difenderla, finché ritenendosi essa nei giusti limiti non ci imponga alcuna cosa contraria alla nostra coscienza di Cristiani Cattolici, finché insomma ci comanderà soltanto quello che le è dovuto, e non ci impedirà di dare a Dio, quel che a Dio si deve.

3. Finalmente, o miei cari, nel Vangelo di oggi Gesù Cristo ha voluto insegnarci un altro importantissimo dovere. Noi, per grazia di Dio siamo Cristiani. E ciò che ci rese Cristiani è il Santo Battesimo, il quale ha impresso nell’anima nostra il carattere, l’immagine di Gesù Cristo, dal quale appunto prendiamo il nome. Or bene, se noi abbiamo il nome da Gesù Cristo, e di Gesù Cristo portiamo scolpita sull’anima la immagine, di chi siamo noi? a chi dobbiamo appartenere adesso e per sempre? Gesù ce lo ha fatto abbastanza chiaramente intendere con quel suo: « Date a Cesare quel che è di Cesare, e date a Dio quel che è di Dio. » Noi siamo dello stesso Gesù Cristo del quale portiamo il nome e l’immagine e dobbiamo appartenere perciò a Lui, a Lui solo, adesso, e per sempre. – Ma, affinché noi siamo di Gesù Cristo e gli apparteniamo ora e sempre, basterà che noi portiamo il nome di Cristiani e di Cristiani abbiamo il carattere? No, miei cari. Non ostante il nome ed il carattere di Cristiano, potrebbe accadere pur troppo, che al termine della vita, presentandoci al tribunale di Gesù Cristo, ci sentissimo a dire da Lui: Nescio vos; non vi riconosco! Per poter appartenere a Gesù Cristo adesso e per sempre, è necessario che noi al nome di Cristiano facciamo rispondere i fatti; bisogna che noi medesimi attendiamo a formar in noi un’altra immagine che rappresenti Gesù Cristo nei nostri pensieri, nei nostri affetti, nei nostri desideri, nelle nostre parole, nelle nostre opere, in tutta la nostra vita: Vita Jesus manifistetur in corporibus vestris (1 Cor. IX, 10) : bisogna insomma, che ci sforziamo di renderci pienamente conformi a Gesù Cristo, seguendo le sue vestigia, imitando i suoi esempi. È solamente per tal modo, che noi potremo con sicurezza essere di Gesù Cristo in eterno; la sua imitazione è indispensabile a salute, perciocché, come insegna S. Paolo: Coloro, che Iddio ha preveduti con la sua prescienza eterna dover essere nel novero degli eletti, li ha pure predestinati ad essere conformi all’immagine del suo divin figliuolo: Quos præscivit, et prædestinavit conformes fieri imaginis filli sui (Rom. XIII, 29). E i Santi non altrimenti si sono fatti santi, che ricopiando in sé medesimi Gesù Cristo. Epperò Gesù Cristo è venuto su questa terra non solo per operare la nostra redenzione, morendo per noi sulla croce, ma ancora per darci l’esempio di ogni virtù, sicché noi prendendo o seguendo un tal esempio potessimo riuscire a rendere in noi fruttifera la sua redenzione. E ben a ragione Gesù Cristo si volge a noi e dice: Exemplum dedi vobis ut quemadmodum ego feci vobis ita et vos faciatis (Gio. XIII, 15): Io vi ho dato l’esempio, affinché voi facciate come ho fatto Io; come pure a ragione il Divin Padre rivolgendosi a ciascun degli uomini e mettendogli innanzi questo suo divin Figliuolo, incarnato e fatto uomo, gli dice: Inspice et fac secundum exemplar, quod tibi monstratum est (Exod. XXV, 40): guarda e fa secondo l’esemplare che Io ti metto davanti. Ma che dovremo noi fare per ricopiare fedelmente in noi l’immagine di Gesù Cristo? Dobbiamo anzitutto studiarci di conoscerlo a fondo. È quello che ci raccomanda S. Paolo quando ci dice: Considerate Jesum (Ebr. III, 1), e S. Pietro quando ci esorta di crescere nella cognizione di nostro Signor Gesù Cristo: Crescite in cognitione Domini nostri Salvatoris Jesu Christi (2, III, 18). Ed invero come potremo noi seguire gli esempi di Gesù Cristo, se non li conosciamo bene? Studiamoli adunque, studiamoli bene o negli insegnamenti della Dottrina Cristiana e nelle prediche, nelle istruzioni, nelle spiegazioni del Vangelo, studiamoli nella lettura dei buoni libri, nelle vite dei Santi e in quella della vita medesima di Nostro Signor Gesù Cristo. Oh quanti sono coloro che in seguito a tale studio si animarono nel desiderio di farsi santi! E per tacere di ogni altro, non accadde così a S. Ignazio di Loyola? Orbene questi salutari effetti della conoscenza di Gesù Cristo si produrranno certamente anche nell’anima nostra. Che non siamo dunque di coloro, ai quali il Signore debba dire un giorno: Non cognovistis me! non mi avete conosciuto (Gio. XIV, 9). In secondo luogo amiamo molto Gesù, amiamolo a fatti e non a parole. Epperò teniamoci sempre lontani dal peccato mortale che gravemente l’offende, e non solo dal peccato mortale, ma eziandio dal peccato veniale, il quale sebbene non tolga dall’anima nostra la carità, ne diminuisce tuttavia il fervore e ci dispone a poco a poco al mortale. Inoltre evitando il male, moltiplichiamo le opere buone: assecondiamo i desideri di Gesù, e specialmente quello, che Egli ha vivissimo in cuor suo, che noi lo riceviamo spesso nella santa Comunione. Oh allora sì che possiamo sperare di renderci anche noi imitatori di Gesù. L’imitazione nasce dall’amore, come il fiore dallo stelo e il frutto dalla pianta; epperò sarà come impossibile amando Gesù non imitarlo, essendoché da natura siamo portati ad imitare chi amiamo. Per tal guisa noi possiamo essere sicuri di venire formando nell’anima nostra quella viva immagine di nostro Signor Gesù Cristo, per la quale noi avremo dato a Dio tutto quello che è di Dio, e Gesù Cristo istesso al suo divin tribunale, riconoscendoci per suoi, dirà: Venite, o benedetti dal mio Padre celeste, voi siete veramente miei: voi mi appartenete e mi apparterrete sempre.

Credo…https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/12/il-credo/

Offertorium

Orémus
Esth XIV: 12; 13
Recordáre mei, Dómine, omni potentátui dóminans: et da sermónem rectum in os meum, ut pláceant verba mea in conspéctu príncipis.
[Ricòrdati di me, o Signore, Tu che dòmini ogni potestà: e metti sulle mie labbra un linguaggio retto, affinché le mie parole siano gradite al cospetto del príncipe.]

Secreta

Da, miséricors Deus: ut hæc salutáris oblátio et a própriis nos reátibus indesinénter expédiat, et ab ómnibus tueátur advérsis.

Comunione spirituale https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Ps XVI: 6
Ego clamávi, quóniam exaudísti me, Deus: inclína aurem tuam et exáudi verba mea.
[Ho gridato verso di Te, a ché Tu mi esaudisca, o Dio: porgi il tuo orecchio ed esaudisci le mie parole. ]

Postcommunio

Orémus.
Súmpsimus, Dómine, sacri dona mystérii, humíliter deprecántes: ut, quæ in tui commemoratiónem nos fácere præcepísti, in nostræ profíciant infirmitátis auxílium:
[Ricevuti, o Signore, i doni di questo sacro mistero, umilmente Ti supplichiamo: affinché ciò che comandasti di compiere in memoria di Te, torni di aiuto alla nostra debolezza.]

Preghiere leonine https://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della messa. https://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (85)

LO SCUDO DELLA FEDE (85)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA.

CAPITOLO VIII.

COME SI DEBBANO IMPORTARE QUELLI CHE SVENTURATAMENTE SI SONO LASCIATI SEDURRE

Potrebbe per ultimo darsi il caso funesto che alcuno accostatosi troppo al fuoco, si fosse miseramente abbruciato. Voglio dire che o conversando con eretici o leggendo i loro libri si fosse lasciato sedurre, ed avesse poi o tacitamente rinunziato alle sue credenze od anche più manifestamente alla presenza di altri consumata la sua apostasia, sia con l’allontanarsi dalla S. Chiesa, sia con l’accostarsi ai templi dei Protestanti e con l’aver dato il nome a qualche setta. – Ora se un caso sì lagrimevole fosse avvenuto, quale sarebbe il rimedio opportuno? Prima d’ ogni altra cosa è necessario rientrare in se stesso, misurare con un guardo l’altezza dello stato da cui uno è caduto e l’abisso in cui si è precipitato. – Chi ha perduta la Santa Fede insieme a questo tesoro d’immenso valore ha perduta non solo la grazia santificante e la potestà di meritare, ma perfino la radice ed il principio con cui invocare il Signore a salute. Non può aspettarsi più altro che una vita di rimorsi e di colpe, una morte d’affanni e di strazi, un giudizio di collera e di rigore, un’eternità di pianti e di disperazione. E ciò per essersi cambiato in nemico quel Dio, che col dargli la S. Fede gli aveva preparato innumerabili altre grazie fino a portarlo nel più alto dei cieli. Ora il confronto di quello che ha perduto con quello che ha incontrato deve stimolare quest’anima infelice a rientrare profondamente in sè stessa ed a volere a qualunque costo ristorare la sua rovina e rimettersi nel pristino stato. Fatta questa risoluzione generosa convien mettere mano prontamente al lavoro. – S. Teresa osserva ingegnosamente, che tra gli altri peccatori e quei che han perduta la Fede corre la differenza che passa tra un cristallo intero ma appannato ed un cristallo spezzato. Il cristallo appannato, ma intero, cioè il peccatore ordinario, può con la penitenza mondarsi, tergersi, purificarsi; il cristallo rotto, cioè l’apostata , deve prima rimettersi nella fucina; che è quanto dire che deve ristorare prima in sé la Santa Fede per poter fare poi un’utile penitenza. Perciò si richiede da chi si è lasciato sedurre, che si ritragga dalla compagnia degli empi, che rompa con loro ogni tratto, ogni comunicazione: poi che messosi alla presenza di Dio con atti interni, rigetti con orrore tutte le passate infedeltà, prorompa in atti di viva fede protestando dinanzi a Dio con ogni sincerità, che egli crede tutto quello che crede la S. Chiesa, che rigetta tutto quello che la Chiesa rigetta e che in questa credenza con l’aiuto divino vuol vivere e morire. Ha poi da domandare mille e mille volte perdono di tutte le sue infedeltà. – Con queste disposizioni si presenti ad un Confessore savio e prudente, e gli manifesti con ogni sincerità tutto quello che ha commesso per essere dalla sua carità assistito, per conoscere tutto quello che gli resti da fare per la sua riconciliazione con la Chiesa e con Dio, per riparare allo scandalo dato, per premunirsi contro i pericoli avvenire. Ma questo costa non poco all’amor proprio, dirà taluno. Costi quello che vuole, che costa anche più un’eternità di fiamme penaci nell’inferno. Ma mi disprezzeranno poi quelli che furono compagni dei miei errori. Sì, ma vi loderanno e vi abbracceranno i vostri fratelli Cattolici in loro vece. Ma forse mi perseguiteranno e mi faranno del male quelli che io abbandono: sia pure, ma né tutti gli uomini, né tutti i demoni uniti insieme vi potrebbero fare un male più grave di quello che vi fate da voi medesimo stando lontano dalla Fede Cattolica. Posso almeno confidare che, se io fo tutto ciò, Iddio mi accoglierà e mi perdonerà questo grave fallo? Ma e potreste pur dubitar di quel buon Gesù che accolse con tanto amore S. Pietro che l’aveva negato, e tanti altri che nelle persecuzioni erano caduti e che fino ai dì nostri ne accoglie tanti con amore sì sviscerato? Vi dirò di più: non solo vi accoglierà, ma se voi prendete occasione da questa vostra caduta ad umiliarvi più, a fare più penitenza, ad amarlo con più fervore, potrete giungere anche ad uno stato di gran virtù, di perfezione, di santità. – Per dare animo a chiunque fosse caduto in questo fondo di mali a confidare nella misericordia, io vi ricorderò un avvenimento dei nostri giorni, raccontato da due autori anche viventi e maggiori di ogni eccezione i Padri Stoeger e Perrone. In un paese. dicono essi, che fa confine all’Alemagna settentrionale, vivevasi or sono otto o dieci lustri un prete immemore del santo suo stato e delle sue obbligazioni. Precipitando di peccato in peccato giunse tanto oltre, che fuggì dalla sua patria, apostatò dalla fede e si fece Protestante, accettò alla fine un posto di pastore Protestante e così da banditore della verità, divenne un maestro dell’errore. In questo stato d’inimicizia con Dio se la passò lo sventurato per parecchi anni. Un giorno fu egli invitato a pranzo da un predicatore di una gran città ove intervennero pure molti altri pastori di quelle contrade pure Protestanti. Mentre qui\ stavansi insieme in galloria e gaiezza venne a riferirsi al pastore padrone della casa, che era pretto a morire un pover’uomo, il quale pareva aver molto bisogno di soccorso spirituale. Un non so quale impedimento fece sì che quegli non accorresse dall’infermo, ed offrissi perciò il nostro nominato apostata a volerlo esso andare a visitare in vece sua. L’offerta fu accettata. Ei fu tosto menato in una gretta miserabile cameruccia, ove in una grande indigenza sdraiato sur un letto di paglia giaceva un vecchio, che in uno stato di disperazione era vicino a morire. Recitogli il pastore un paio di passi della Sacra Bibbia: e il moribondo non diede altra risposta che: io son perduto, guai a me, io son dannato! Confortavalo quel pastore ed animavalo ad aver fiducia. No no, soggiunse colui, non può nessuno prestarmi aiuto, io non posso andare in cielo, son troppo enormi i miei peccati, io deggio essere dannato. Ma per amor di Dio perché mai? di che vi sentite così aggravato il cuore? E il moribondo ripete sempre solo parole di disperazione. Per ultimo però si arrese alle calde istanze del pastore e soggiunse: vo’ dire perché non vi ha per me né salvazione né beatitudine: io sono un Sacerdote cattolico apostata: e tutti i peccati che con ciò vanno collegati, e tutta la resistenza alle chiamate della grazia, e tutte le misericordie che io respinsi … Ahimè! Questa mia colpa è troppo grande per potere rinvenire il perdono: io son perduto, nessuno mi può aiutare, sì non posso essere aiutato da nessuno. Un simile racconto contristò il cuore del pastore, il quale vedeasi qui dipingere lo stato della sua propria anima; gli si destò l’antica credenza e nella coscienza della potenza divina che nella Religione di Gesù è concessa all’uomo debole che è nominato Sacerdote, esclamò con gioia al moribondo: Amico, fratello! io, io posso aiutarti come è vero Iddio, io posso soccorrerti! Ebbene, io sono un prete cattolico, sì certo pur troppo! Sono un rinnegato, uno scomunicato pur io: ma col mio potere Sacerdotale posso schiudere però ad un moribondo il cielo. Allora fu pel vecchio infermo. come se dall’alto un angelo venisse a fermarglisi dappresso e gli recasse il salvamento. Vinto dalla grande misericordia di Dio che fino all’ultima ora di sua vita ancora gli offre il perdono, remissione e riconciliazione, e gli promette il cielo e la vita eterna, confessa in un sentimento del più intimo dolore e pentimento i suoi peccati, ne ottiene l’assoluzione e … muore nel bacio del Signore. Questo trionfo dell’amore di Dio che vuole beati gli uomini tutti, che anche dei più depravati va in cerca fino all’ultimo respiro della vita con la tenerezza di una madre, aveva talmente dato di piglio allo spirito di quel pastore e il suo cuore fu di repente tanto cangiato dalla onnipotenza della grazia, che in quello stesso momento risolvette la sua conversione. Ritorna dai commensali tutt’ora radunati e così parla loro. Addio, signori miei, io fo ritorno al grembo della mia Chiesa Cattolica, che io con tanta perfidia abbandonai. La misericordia di Dio mi chiama a penitenza, alla riconciliazione e . .. tanto è clemente con me Iddio, al cielo. Oltre a quelli che sono caduti, ve ne ha degli altri che vacillano e che sarebbero tentati di questo gran delitto. Or che cosa dirò a costoro? S’immaginino di stare intorno ad un pozzo anzi ad un abisso spaventosissimo e che il demonio venga a dir loro all’orecchio che vi si gettino a precipizio. Che cosa risponderebbero allora? Or lo stesso dicano qui al nemico infernale, richiamino tutta la loro virtù al cuore come si fa negli estremi cimenti, considerino un istante i Novissimi che ci aspettano, i beni che perderebbero, e con altissima indignazione rigettino tutti i dubbi che il demonio affaccia loro alla mente, protestando mille volte che non si dipartiranno dalla cattolica verità. Si ricordino che la nostra S. Fede è fondata sopra i Patriarchi ed i Profeti, sugli Apostoli ed i Martiri, sul consenso di tutte le genti, sopra miracoli senza numero, sopra la scienza di tutti i Dottori, sull’aperta protezione del cielo e sulla confermazione che loro malgrado ne han data spesse volte fino i demoni. Con queste generali considerazioni senza entrare in discussioni né con sé stessi né con le suggestioni diaboliche hanno da respingere ogni argomento che o le passioni o il demonio loro rappresenti. – Siccome però a rimuovere tutti questi dubbi intorno alla Fede vuolsi rimuoverne la cagione, le radici, il principio di essi; così ne discorreremo nei Capi seguenti.