CONOSCERE SAN PAOLO (2)

CONOSCERE SAN PAOLO

[F. Prat, S. J.: La Teologia di San Paolo, vol. I – S.E.I. Ed. Torino, 1945]

Il vaso di elezione. (2)

III. LA VIA DI DAMASCO.

1. APPARIZIONE DEL CRISTO. — 2. ORIENTAMENTO TEOLOGICO.

1. Il martirio di Stefano non aveva fatto altro che stimolare di più la sua sete di sangue cristiano. Non contento di assistere al supplizio delle vittime, penetrava nelle case, ne strappava gli abitanti, uomini e donne, per trascinarli nelle prigioni. Ben presto, per mancanza di vittime, la persecuzione si estingueva a Gerusalemme, e Saulo dovette portare altrove la sua rabbia insaziata. Egli supplicò il sommo sacerdote (Era forse ancora Caifa, deposto nel 36) perché lo investisse di una missione ufficiale per cercare, nelle sinagoghe di Damasco, i discepoli occulti di Gesù e per condurli incatenati al Sinedrio. Qui lo attendeva il dito di Dio. – Essendo la conversione di San Paolo, dopo la risurrezione del Salvatore, il miracolo meglio affermato, il più ribelle a qualunque spiegazione naturale e perciò il più incomodo al libero pensiero, non bisogna stupirsi che la critica razionalistica abbia fatto sforzi disperati per attenuarne la forza dimostrativa. Come per la risurrezione di Gesù Cristo, si è tentato di mettere in disaccordo le testimonianze. Nel Libro degli Atti vi sono tre narrazioni della visione di Damasco; una è fatta da San Luca per conto suo (Act. IX, 1-13), e le altre due sono messe in bocca di San Paolo (Act. XXII, 3-21; XXVI, 12-20). Come tutti ammettono, le tre narrazioni concordano su tutti i punti di qualche importanza: l’occasione, il luogo, l’ora dell’accaduto, la luce abbagliante che improvvisamente avvolse la carovana, il dialogo tra Paolo prostrato a terra e la voce misteriosa, la sua cecità temporanea, il suo battesimo, la sua guarigione, l’orientamento affatto nuovo che ad un tratto fece di un persecutore un Apostolo. Si vanno scrutando, per trovarci contradizioni, i particolari più insignificanti, certe minuzie che si avrebbe vergogna di rilevare in una storia profana, circostanze estranee al fatto in sé e riguardanti soltanto le impressioni provate dai compagni dell’attore principale, le quali sono necessariamente soggettive e forse diverse. Il più curioso è il trovare tali obbiezioni proprio in quei critici i quali suppongono che l’autore abbia composto i discorsi degli Atti per metterli d’accordo col suo racconto! Bisognerebbe almeno scegliere tra due mezzi di opposizione che si escludono a vicenda; poiché o San Luca compose egli stesso i discorsi che mette in bocca ai suoi personaggi, e allora non è il caso di parlare di antilogie né di contradizioni; oppure egli li ha inseriti nel suo racconto, a titolo di documenti, nonostante le differenze che potevano offrire con la sua narrazione, e allora bisogna riconoscere e lodare altamente i suoi scrupoli di storico. – Si nega il miracolo dell’apparizione, senza prendersi la pena di spiegare questo altro miracolo di ordine morale, ancora più inesplicabile se si nega il primo, cioè la conversione di Paolo. Tutta la vita dell’Apostolo, la serietà del suo fariseismo, la fermezza incrollabile della sua fede cristiana, protestano contro qualunque sistema che voglia fare di lui un allucinato, un esaltato. Protestano con non minore forza i suoi scritti (I Cor. IX, 1; I Cor. XV, 8; Gal. I, 15). Nella sua conversione non vi sono tappe, non vi è una marcia graduale verso la fede: Gesù Cristo lo ha preso d’improvviso nella sua corsa. Il colpo che lo atterrò fu un colpo fulmineo, irresistibile; non vi fu nulla che lo presagisse e che lo preparasse, ma fu puramente effetto della grazia onnipotente. Supponete forse che avesse prima relazioni con i cristiani! Egli li conosceva soltanto come il carnefice conosce le sue vittime. Egli della loro dottrina non sapeva nulla, eccetto questo: che era incompatibile con la Legge di Mose, inconciliabile con il giudaismo, perciò odiosa e degna di sterminio; questo gli bastava e non cercava di saperne di più. Direte forse che avesse qualche esitazione, qualche ansietà, qualche rimorso? Egli stesso vi risponde che non sentiva nessun turbamento, nessuna inquietudine, che credeva sinceramente di servire Dio, che era in buona fede e che alla sua ignoranza deve l’aver ottenuto misericordia. Dinanzi a tali affermazioni precise, le ipotesi faticosamente accatastate dai critici razionalisti non possono reggersi. Per sopprimere un miracolo, si fabbrica un miracolo psicologico ancora più meraviglioso: è meglio non cercare di spiegare ciò che è inesplicabile. – Certamente la grazia incontrava nella ricca natura di Paolo un terreno propizio e germi preziosi. Le forti convinzioni al servizio della passione si possono più facilmente volgere al bene, che non lo scetticismo armato d’indifferenza. Dio entra più facilmente nei cuori e nelle menti che non hanno peccato contro la luce. Il bisogno innato di giustizia e il profondo sentimento della sua impotenza inclinavano spontaneamente quell’anima verso la dottrina cristiana dove queste due tendenze dovevano trovare soddisfazione e riposo.

2. L’apparizione di Damasco esercitò su la teologia dì San Paolo un’influenza molteplice di cui conviene qui notare alcuni tratti. Una delle teorie più ardite e più originali dell’Apostolo è l’incorporazione al Cristo, in virtù della quale il Cristo è tutto in tutti, e tutti sono una cosa sola con lui. Ma questa teoria non è già contenuta in germe in quella domanda di Gesù: « Saulo, perché mi perseguiti? ». Paolo non assaliva direttamente la persona di Gesù Cristo: dunque vi è tra Gesù e i suoi un’identità misteriosa, se nel colpire i discepoli si colpisce il Maestro. – Nella conversione di Paolo, l’opera della grazia è tangibile, il cambiamento è improvviso: è un lampo che abbaglia, è l’adesione rapida alla chiamata divina di una volontà che quasi non ha coscienza di avere acconsentito. Chi ha conosciuto una simile crisi, ha il sentimento più preciso, l’intuizione più viva, che tutto l’onore di quel cambiamento viene da Dio; egli si figura l’operazione della grazia come fulminante, la fede come un atto di obbedienza, libero sì, ma che fatto una volta vi getta ad un tratto in un nuovo mondo di diritti e di doveri, di obblighi e di privilegi. È appunto la fede dell’Epistola ai Galati e dell’Epistola ai Romani, quella fede attiva in cui il cuore ha la stessa parte della mente, quella fede che mette in rivoluzione tutto l’essere, invade tutte le potenze dell’anima e in un istante orizzonta tutta la vita. – Finalmente il Cristo intraveduto lascia nella memoria di Paolo un ideale indimenticabile: da quel momento il suo sguardo resta immobilmente fisso sul modello impareggiabile. Egli aspira e vuole che si aspiri alla misura, alla pienezza del Cristo; non sarà possibile mai neppure avvicinarlesi, ma che importa? bisogna tendervi sempre. La morale di Paolo è tutta imbevuta di quel ricordo vivente e invece di proporci l’esempio di Gesù nella sua vita mortale, c’invita a imitare il Cristo risuscitato e glorioso. – Sarebbe troppo però il far derivare tutta la teologia di San Paolo dal fatto della sua conversione, sia pure fecondata dall’esperienza religiosa. La visione di Damasco è la più chiara e la più intima delle rivelazioni, ma è soltanto la prima, e l’esperienza religiosa può trarre da un fatto soltanto quello che esso contiene realmente. La fede cristiana non si riduce a un’impressione soggettiva, e i nostri dogmi non sono i prodotti arbitrari e relativi della coscienza individuale: l’attenuare fino a tal segno il compito della rivelazione è cosa contraria alla verità e alla formale testimonianza dell’Apostolo, come vedremo dai fatti.

IV. RIVELAZIONE PROGRESSIVA.

1. LA SERIE DELLE RIVELAZIONI. — 2. ELABORAZIONE DELL’ELEMENTO DIVINO. — 3. SENSO E DIREZIONE DEL PROGRESSO.

1. Né la natura né la grazia non procedono a salti, perciò l’educazione di Paolo, come quella degli altri Apostoli, non si doveva compiere in un giorno. Se il suo principio fu segnato da una crisi subitanea, lo sviluppo ulteriore ebbe un corso normale e progressivo; se la visione di Damasco fu l’esca di una sintesi teologica, la sintesi stessa sarà il frutto di una rivelazione lenta e continua. La voce gli aveva detto: « Alzati, entra in città: là ti sarà indicato ciò che devi fare (Act. IX, 6) ». Anania fu per quella volta il canale delle comunicazioni celesti. Dopo il Battesimo, il neofito si ritira nel deserto dell’Arabia, sia per meditare la rivelazione ricevuta, sia per disporre l’anima sua a nuove illustrazioni celesti. La voce gli parla ancora, tre anni dopo, nel Tempio di Gerusalemme (Act. XXII, 18). Il cielo s’incarica sempre d’illuminarlo e di condurlo: per rivelazione, va a perorare presso gli Apostoli la causa dei Gentili (Gal. II, 2); lo Spirito di Dio gli proibisce di predicare in Asia (act. XVI, 6), gli chiude le frontiere della Bitinia (Act. XVI, 7) e lo spinge irresistibilmente in Macedonia (ivi, 9, 10); lo incoraggia e lo consola a Corinto, dopo la disdetta di Atene (Act. XVIII, 9); lo riconduce per forza a Gerusalemme, nonostante la prospettiva di una lunga prigionia (Act. XX, 22); poi, quando ogni speranza di vedere Roma sembra perduta, gliene ripete l’assicurazione (Act. XXIII, 11). Insomma, la Provvidenza lo conduce sempre quasi per mano. Essa mostra la stessa sollecitudine così per istruirlo come per guidarlo; ma l’illuminazione divina saggiamente graduata, si scopre soltanto a poco a poco: « Io ti sono apparso, gli è detto la prima volta, per costituirti ministro e testimonio delle cose che tu hai vedute e di quelle che ti manifesterò ancora (Act. XXVI, 16) ». Sono visioni innumerevoli di cui Paolo avrebbe diritto di essere orgoglioso, se non preferisse gloriarsi della sua debolezza la quale dà maggior gloria al suo Maestro; visioni sublimi di cui piacque al Signore temprare l’eccesso e smorzare lo splendore con dare alla sua carne un pungiglione, messaggero importuno di Satana (II Cor. XII, 1). Oh! Perché non ci è dato di riprodurre tutta la serie di tali illustrazioni celesti? L’Apostolo fa allusione una volta a un rapimento al terzo cielo ove intese parole ineffabili che all’uomo non è possibile né permesso proferire (II Cor. XII, 4). Quella grande estasi che lasciò in Paolo un’impressione duratura, ma di cui non riuscì mai a spiegarsi il modo, coincide presso a poco con gli inizi del suo apostolato effettivo. Era forse una preparazione immediata alle missioni tra i Gentili e una visione più intima della verità che stava per predicare a loro? Non lo sappiamo: ma il fatto è che egli costantemente rivendica alla sua predicazione un’autorità e un’origine divina. « Vi dichiaro, scrive ai Galati, che il Vangelo annunziato da me non è secondo l’uomo. Difatti io non l’ho né ricevuto né imparato dagli uomini, ma per rivelazione di Gesù Cristo (Gal. I, 11-12) ». Il valore di questa dichiarazione dipende un poco dal senso che si dà a ciò che San Paolo chiama il suo vangelo. Quando egli afferma di aver esposto ai fedeli di Gerusalemme e, in particolare, ai suoi colleghi nell’apostolato il vangelo da lui predicato ai Gentili, dice che essi non vi trovarono nulla da riprendere né da completare (Gal. II, 2), intende forse parlare di tutta la catechesi cristiana, compreso il ciclo dei dogmi elementari, il compendio della morale, la simbolica dei sacramenti con il racconto sommario della vita e della morte di Gesù? Non ci sembra probabile, perché c’erano troppi punti comuni affatto fuori di questione. Paolo intende certamente per suo vangelo la forma che prendeva il messaggio della salute passando dal giudaismo alla gentilità, la forma caratteristica della sua predicazione in mezzo ai Pagani. Sarebbe dunque in prima linea l’eguaglianza degli uomini nel disegno della redenzione, l’ammissione dei Gentili nella Chiesa alla pari con gli Ebrei, l’abolizione della Legge mosaica, la libertà che ne deriva per tutti, specialmente per i cristiani venuti dal paganesimo, la giustificazione degli uomini per mezzo della fede, indipendentemente dalle opere della Legge, l’incorporazione dei fedeli al Cristo per mezzo del Battesimo, l’unione di tutti in Lui, la comunione dei santi che ne è il corollario, insomma tutte le proprietà del Corpo mistico del Cristo. – Quando ai Romani rivolge l’augurio di essere confermati nel « suo vangelo », Paolo identifica questo vangelo col Mistero, prima nascosto ed allora svelato (Rom. XVI, 25), mistero di cui le Epistole della prigionia ci spiegano il segreto e ci danno la definizione. L’Apostolo riferirebbe dunque alla rivelazione immediata di Gesù Cristo soltanto quei punti particolari della sua predicazione, per i quali i giudaizzanti lo accusano di predicare un vangelo diverso da quello dei Dodici. È vero che la dottrina del corpo mistico ha molte ramificazioni, e può essere che l’istituzione dell’Eucaristia, l’indissolubilità del matrimonio e il destino dei giusti nel giorno della parusia, riguardo le quali Paolo sembra che rivendichi a sé una rivelazione speciale, ne derivino in linea retta. Egli stesso indica chiaramente il rapporto che vi è tra la comunione dei fedeli con il corpo del Salvatore e la loro unione nel corpo mistico: « Noi siamo uno stesso pane, uno stesso corpo, perché tutti noi comunichiamo con uno stesso pane (I Cor. X, 17) ». Poco dopo afferma che ha « ricevuto dal Signore quello che alla sua volta (I Cor. XI, 23) ha trasmesso » ai neofiti di Corinto, cioè il fatto e il modo dell’istituzione dell’Eucaristia. Ora non ci sembra possibile che si debba intendere questo ricevere per un ricevere mediante intermediari, poiché in tal caso Paolo non differirebbe per nulla dall’ultimo dei credenti; bisogna dunque che Gesù Cristo gli abbia comunicato direttamente questo mistero. Per gli altri due punti indicati sopra, sarebbe permesso il dubbio. Quando l’Apostolo dice: « Ordino alle persone coniugate — non io ma il Signore — che la donna non si separi dal marito e il marito non mandi via sua moglie (I Cor. VII, 10-11) », egli può alludere al precetto del Salvatore, scritto nel Vangelo; tuttavia il senso mistico del vincolo coniugale che figura l’unione del Cristo con la Chiesa (Ef. V, 32), depone in favore di una rivelazione immediata. In quanto alla dichiarazione fatta ai Tessalonicesi « su la parola del Signore (I Tess. IV, 15) », riguardo alla sorte dei giusti che vedranno il giorno della parusia, può essere che si tratti di una parola pronunziata da Gesù durante la sua vita mortale e trasmessa per tradizione, benché tale ipotesi non sia molto verisimile. Anche qui noi incliniamo ad ammettere una rivelazione diretta, tanto più che la risurrezione dei giusti e la glorificazione dei viventi dipendono intimamente, per San Paolo, dalla teoria del corpo mistico. – Occorre andare più innanzi e riferire alla stessa fonte divina tutto ciò che l’Apostolo ha predicato, anche quello che facilmente poteva apprendere da intermediari, come la vita, i miracoli, i discorsi di Gesù? A noi non sembra; in tal caso Paolo sarebbe stato molto più favorito che i suoi colleghi nell’apostolato, che dovettero apprendere, dal racconto di altri, molti fatti di cui non erano stati testimoni oculari. La Provvidenza che non fa mai nulla d’inutile, anche nel miracolo pratica una certa economia di mezzi. Certamente, secondo la saggia osservazione di Estio, al Signore non sarebbe costato di più l’insegnargli in un istante tutte le verità della fede cristiana, che il convertirlo miracolosamente; tuttavia Dio volle servirsi del ministero di Anania,, affinché nessuno disprezzi il magistero umano, vedendo il Dottore delle Genti catechizzato da un uomo: in questo non vi è nulla di contrario alle pretese di Paolo. « Egli ha ricevuto tutti gli elementi della fede, come gli altri catecumeni, al momento del suo battesimo; ma il Cristo si riserva d’insegnargli egli stesso i misteri più profondi del Cristianesimo ».

2. L’azione della luce divina sull’intelligenza dell’uomo non è meno misteriosa che l’azione della grazia su la sua volontà. Come si distinguomo le verità infuse dalle cognizioni acquisite naturalmente? Di dove viene al profeta la certezza che ha inteso Dio e che ne annunzia esattamente il messaggio? Non sapremmo dirlo e appena possiamo concepirlo. Come osserva San Tommaso seguendo Sant’Agostino, i profeti dell’Antico Testamento erano illuminati ordinariamente da emblemi o da simboli di cui una luce interiore spiegava loro il significato; il loro linguaggio colorito, immaginoso, pieno di allegorie e di parabole ha conservato la traccia indelebile di quella maniera di rivelazione. In San Paolo non vi è nulla di simile: la sua mente riceve direttamente e riflette come uno specchio il raggio divino; egli comprende per intuizione il disegno della redenzione; penetra l’essenza e la ragione di essere del gran Mistero. Se talora le sue rivelazioni sembrano rivestire una forma sensibile, se si rappresenta la Chiesa come un corpo di un organismo perfetto, o come un albero che cresce indefinitamente, o come un tempio che lancia verso il cielo le sue linee armoniche, si vede subito che tali immagini non hanno né rilievo né costanza, che si mescolano e si confondono, che la fantasia non riesce a ricostruirle, che sono reminiscenze dell’Antico Testamento e che, ben lungi dal restare nella mente di Paolo allo stato di visione, sono invece lo sforzo di un’idea che si vuol rendere concreta. Quello che più volentieri l’Apostolo augura ai suoi discepoli, è l’intelligenza chiara della verità, e quando rivendica a sé la comprensione dei misteri, egli esprime con la parola più esatta l’azione di Dio sopra di lui. – Non già che un avvenimento provvidenziale non favorisca lo schiudersi della rivelazione, o che la ragione non intervenga alla sua volta per fecondarla: la mente di Paolo non era né passiva né inerte. L’esagerata accondiscendenza di Pietro gli fece comprendere il pericolo della conservazione della Legge nelle chiese miste; le pretese dei giudaizzanti gli fecero afferrare, meglio e prima che agli altri, il principio e le conseguenze dell’eguaglianza cristiana; la negazione e il dubbio erano spesso l’urto in cui si accendeva la luce soprannaturale. Insomma, quello che distingue le sue rivelazioni è il carattere individuale e l’opportunità. La questione presente, non occorre dirlo, non ha nessun senso per i teologi razionalisti i quali sopprimono le rivelazioni di fatto, se anche le mantengono di nome. Gli uni, infeudati al panteismo di Hegel, fanno evolvere le idee di Paolo da movimenti continui e da soprassalti insensibili. Essendo tutto l’essere contenuto nelle sue cause prossime, il progresso non è altro che il risultato del conflitto di due elementi contrari ridotti all’unità da un principio superiore. Chiunque si sforza di ricostruire la teologia di Paolo su questi dati hegeliani, la cerca tutta quanta nei suoi elementi preesistenti, cioè nell’ellenismo greco, nel giudaismo rabbinico, nella mescolanza di entrambi in dosi più o meno disuguali, senza tuttavia negare che questo fondo primitivo non si sia potuto arricchire con l’analisi del suo contenuto o con un procedimento dialettico. Perciò Paolo altro non sarebbe che un idealista, un sognatore ozioso il quale passa la sua vita nel mettere insieme concetti e nel fabbricare sistemi: precisamente il rovescio dell’uomo ispirato e pratico che ci è mostrato dalle sue meravigliose Epistole. – Il tempo però ha fatto giustizia di queste fantasie che non reggono alla prova dei fatti. Presentemente i teologi razionalisti, imbevuti di kantismo, predicano più volentieri il procedimento psicologico. La dottrina di Paolo, dicono essi, « non è una teologia speculativa, dedotta logicamente da un’idea generale, ma una teologia veramente positiva il cui punto di partenza è la reltà interiore della fede ». Con la fede, e soprattutto con l’amore, Paolo s’identifica con il Cristo. « Egli è divenuto membro del Cristo; è posseduto da lui; ha la sicurezza invincibile che il Cristo è non solo la causa, ma l’autore sempre attivo della sua vita spirituale e del suo pensiero ». Quello che prova nella sua vita personale, « l’Apostolo lo ritrova e lo indica come una legge nella storia dell’umanità ». Riassumendo, « il pensiero di Paolo ha sempre seguito la sua esperienza religiosa e non l’ha mai preceduta. Nato nella sfera della vita individuale, il suo pensiero si è elevato, per via di generalizzazione, alla sfera sociale e storica; e siccome tendeva con uno sforzo incessante verso l’unità e gli ultimi principi, è arrivato finalmente a svolgersi nella sfera metafisica… Le vedute storiche dell’Apostolo nascevano dalla sua antropologia; le sue idee speculative, dalla sua costruzione della storia, e tutti questi sviluppi insieme erano nella sua fede primitiva, come la pianta è nel germe che la produce (De Sabatier)». Andando a fondo in queste metafore, si trova questo: Paolo dà un corpo ai suoi sentimenti, generalizza la sua esperienza, rende oggettiva l’idea che egli si fa del Cristo. Su che cosa poggi questa idea, a che cosa risponda questo sentimento, che cosa valga questa esperienza, poco importa: la teologia di Paolo si riduce a un’impressione soggettiva. – Tutti questi inventori di teorie oltrepassano apertamente i limiti delle loro attribuzioni. Il compito dei teologi non è quello di sostituire se stessi all’Apostolo né d’immaginare quello che egli doveva dire o quello che essi avrebbero detto al posto suo, né di cercare per quale via egli sia giunto alla sua concezione del mondo soprannaturale, supponendo che egli si muova nel dominio dell’irreale e del chimerico. Se vi è una cosa certa, è che Paolo non è né hegeliano né kantiano: bisogna dunque prenderlo come è, e non sarebbe possibile riconoscerlo nelle ricostruzioni laboriose e arbitrarie del suo pensiero. Quali anatemi non avrebbe fulminato contro questi interpreti indegni dell’opera sua, egli che scriveva ai Galati. « Il mio Vangelo non l’ho ricevuto da un uomo né imparato dagli uomini, ma per rivelazione di Nostro Signor Gesù Cristo! ».

3. Noi concepiamo ben diversamente il progresso del vangelo di Paolo. Esso non è né un sentimento che si rende oggettivo né un’idea che si sviluppa con l’analisi; l’impulso viene di fuori, dall’ispirazione divina che si adatta agli avvenimenti esteriori. Non dimentichiamo che l’Apostolo non scrisse un’esposizione sistematica delle sue dottrine, non tenne il diario delle sue rivelazioni, ma tutte le sue Epistole sono lavori di polemica o lettere di direzione, scritte secondo che richiedevano le circostanze speciali; che se esse spiegano la sua predicazione, la suppongono sempre e perciò rispecchiano le difficoltà in cui veniva a incontrarsi la diffusione della fede, e di lavorio interno che accompagnò lo sviluppo del Cristianesimo. Il progresso che esse manifestano, è dunque parallelo allo stesso progresso della vita della Chiesa primitiva; ed è questo appunto che ne costituisce per noi la maggiore importanza. – Al momento della loro conversione, i neofiti davano un assenso incondizionato alla predicazione apostolica. Essi ricevevano la parola di Paolo non come una parola umana, ma come la parola di Dio, quale era realmente e nella sua origine e nel suo oggetto. A nessuno veniva in mente di discutere il suo insegnamento, e fa stupire il vedere con quanta facilità le popolazioni pagane accettavano il monoteismo; la morale cristiana s’imponeva subito per l’evidenza della sua perfezione; il compito del Redentore non pare che abbia sollevato nessuna seria obbiezione. Ma l’esposizione drammatica della fine del mondo colpiva le fantasie e commoveva i cuori e talora lasciava un certo turbamento nelle menti. Molti credevano di essere prossimi all’ora suprema, si preparavano all’imminente venuta del Giudice, speculavano sui relativi vantaggi dei morti e dei viventi; parecchi arrivavano al punto di trascurare le cure delle cose terrene, divenute insignificanti in confronto con gli imminenti interessi eterni. – Le lettere ai Tessalonicesi attestano appunto queste vive apprensioni, e siccome esse sono il solo documento che ci resti di quel tempo, potremmo essere tentati di credere, con un’illusione di prospettiva assai naturale, che la catechesi apostolica fosse soltanto un’escatologia, invece di essere un breve compendio del dogma e della morale. Ma perché l’articolo che riguardava la fine del mondo aveva fatto su gli uditori un’impressione così forte, l’Apostolo, nei suoi primi scritti, è obbligato a ritornare mille volte su l’argomento della parusia. Forse in seguito si regolò in modo da evitare la ripetizione di simili malintesi. Quel periodo di fede semplice di fiducia assoluta non poteva durare sempre. La questione delle osservanze legali che era stata messa avanti al primo momento della predicazione di Gesù e che aveva precipitato la rottura tra lui e i farisei, doveva per molto tempo essere il problema vitale della Chiesa nascente. Il compromesso conchiuso a Gerusalemme non aveva soddisfatto i giudaizzanti; la controversia di Antiochia, risortasi col trionfo delle idee di Paolo, non li sconcertò affatto. L’Apostolo li incontrava dappertutto sui suoi passi: in Galazia, a Corinto, a Efeso, come ad Antiochia e a Gerusalemme. Non appena egli aveva fondato una cristianità, essi si affrettavano a seguire le sue piste e ad opporgli una missione contraria; le sole chiese della Macedonia sembrano essere sfuggite alla loro propaganda sfrenata. Per combattere efficacemente il Vangelo di Paolo, essi osavano prendersela contro di lui, contestare il suo apostolato, abbassarlo molto sotto i Dodici, lasciandogli soltanto quel compito secondario che non si rifiutava agli apostoli di second’ordine, a un Apollo o ad un Barnaba. Per un anno intero Paolo ebbe da lottare contro quegli sleali avversari; ma non dobbiamo dolerci di questo, perché le sue quattro Epistole maggiori sono il frutto di quella lotta. Se in esse occupa una gran parte la polemica, non poteva essere altrimenti; tuttavia l’Apostolo mantiene la controversia molto più in alto che le meschine questioni personali; egli risale alla fonte della grazia e all’origine del peccato; analizza la natura della giustificazione e il valore della fede; studia l’impotenza della Legge e la necessità di una redenzione comune a tutti: egli sta su le più alte cime dei principi da cui risolve, per via di corollari, i più oscuri problemi. Ma questo è soltanto uno degli aspetti della sua dottrina durante quella fase del suo insegnamento. Mentre le mene dei giudaizzanti lo obbligavano a dilucidare l’armonia dei due Testamenti e la subordinazione dell’antica economia al Vangelo, sorgevano nella Chiesa molti dubbi teorici e pratici su diversi punti della catechesi primitiva. La prima Epistola ai Corinzi ci dà un’idea dei numerosi casi di coscienza che l’Apostolo doveva spesso risolvere, o a voce o per iscritto, per spiegare e completare la sua predicazione, e si può tenere per certo che il trattamento dei cristiani scandalosi, il ricorso ai tribunali pagani, la questione delle vittime sacrificate agli idoli, il velo delle donne, la celebrazione dell’agape e dell’Eucaristia, l’uso dei carismi, il dogma della risurrezione, il modo di organizzare le collette, non sono le sole questioni che egli risolve nelle nascenti cristianità. – Incominciava appena a calmarsi la controversia dei giudaizzanti, quando una nuova eresia sorse a minacciare la purezza del Vangelo. La fede prendeva contatto con la scienza profana, e già si era pronunziata la parola filosofia; ma non si trattava della filosofia greca, sempre un po’ razionale anche nei suoi errori; si trattava invece di una teosofia orientale assai più pericolosa, perché di contorni meno precisi e perciò meno facile a confutarsi. Soprattutto la persona e il compito del Cristo preoccupavano le menti; si voleva sapere che cosa Egli era prima della sua apparizione su la terra; quali rapporti lo univano a Dio, al mondo, all’umanità; qual era il suo grado in mezzo a quelle legioni di esseri soprannaturali, mediatori tra Dio e l’uomo, di cui le fantasie orientali popolavano i cieli. Nelle sue Epistole della prigionia, Paolo non solo sodisfa a quei desideri di sapere e di comprendere, ma innalza il Cristo a tale altezza, che a Lui non si può più paragonare nulla; lo mette nel seno stesso di Dio, come fa Giovanni del sue Logos, in modo da formare con Dio un’unità indivisibile. Poi, prendendo da questo occasione per meglio spiegare le funzioni del Cristo nell’ordine della salute, lo presenta come la fonte universale della grazia, come il principio dell’unione tra tutti i fedeli, e completa così la teoria del corpo mistico già abbozzata prima. Nuove parole, o adoperate in un significato affatto nuove soprascienza, mistero, pleroma, capo della Chiesa – provano quella muova corrente di idee che ha la sua espressione più completa nella formula In Christo Jesu. – Parecchi critici dei nostri giorni mettono in dubbio l’autenticità delle Pastorali, perché in esse non trovano verificata la legge del progresso quale è da essi concepita: « Con l’Epistola ai Filippesi, essi dicono, si ferma il progresso vivente; con le lettere pastorali incomincia la tradizione conservatrice ». Ma questo appunto non corrisponde forse alle condizioni delle cose? Paolo che vede avvicinarsi la sua fine, sente il bisogno di organizzare le chiese da cui la morte lo separerà, e di difenderle contro l’invasione di dottrine estranee: egli non pensa più a creare, ma a conservare, e la sua parola d’ordine sarà d’ora innanzi: « Custodite il deposito della fede e della tradizione ». Egli ha combattuto la buona battaglia ha finito la sua corsa; non attende più altro che la corona incorruttibile dell’apostolato e del martirio.