De Segur: BREVI E FAMILIARI RISPOSTE ALLE OBIEZIONI CONTRO LA RELIGIONE [risp. XXV-XXVIII]

XXV.

NON MACCHIA L’ANIMA CIÒ CHE ENTRA NEL CORPO. DIO NON MI DANNERÀ PER UN PEZZO DI CARNE. LA CARNE NON È PIÙ CATTIVA NEL VENERDÌ, E NEL SABATO , CHE NEGLI ALTRI GIORNI.

R. Avete totalmente ragione. Non è la carne, che danni; la carne non è più cattiva in un giorno, che in un altro. – Ciò che danna è la disubbidienza, che fa mangiare la carne. Ciò che è cattivo al venerdì, ed al sabato è la violazione d’una legge, che non esiste per gli altri giorni, è il rivoltarsi contro l’autorità legittima dei pastori, a cui noi tutti dobbiamo ubbidire come a Colui medesimo, che li invia, « Andate, son io che vi mando, chi vi ascolta, ascolta me, chi vi disprezza, disprezza me. » – Non si tratta dunque di carne, né di giorno, né di stomaco; si tratta del cuore, che pecca ricusando di sottomettersi ad un comando obbligatorio e facile. – Oltre il grande e generale motivo di osservare tutte le leggi della Chiesa, noi possiamo aggiungere che queste leggi non sono fatte a caso per capriccio, ma che esse son fondate sopra sagge ed importantissime ragioni. – Così la legge dell’astinenza, di cui l’applicazione è più frequente, è destinata a richiamare incessantemente alla memoria dei cristiani la passione, le pene, la morte del loro Salvatore; essa è la pratica pubblica della penitenza dei cristiani ecc. – Non avvi che un uomo superficiale o ignorante che possa riguardare questa istituzione come inutile. Non si può credere nella pratica quanto questa sola osservanza del magro al venerdì ed al sabato impedisca l’anima di sortire dalle idee religiose. – Le leggi della Chiesa nel mentre che obbligano sotto pena di peccato, sono lungi dall’essere dure e tiranniche. La Chiesa è una madre, e non una padrona imperiosa. Basta che per un motivo grave non possiate usare di magro, perché ne siate per ciò stesso dispensato! La malattia, la debolezza del temperamento, la grande fatica del lavoro, la povertà, In difficoltà grande di procurarsi alimenti magri sono motivi che dispensano dal magro. Per non illudersi, è tuttavia buona cosa consultare il parroco o il confessore interprete della legge. Questa osservazione, che si estende a tutte le leggi della Chiesa, mostra quanto saggia e moderata è l’autorità che le fa. Rispettiamola dunque dal fondo del nostro cuore; lasciamo ridere quei che non se ne intendono, e adempiamo senza mormorare comandamenti sì semplici, sì saggi e sì utili alle nostre anime.

XXVI.

DIO NON HA BISOGNO DELLE MIE PREGHIERE. SA BENE CIÒ CHE MI BISOGNA SENZA CHE GLIELO DOMANDI.

R. Avete totalmente ragione. Ma avreste totalmente torto di concludere che vi potete dispensare dal pregare. Dio non ha bisogno delle vostre preghiere, è vero. Le vostre preghiere e i vostri omaggi per niente cambiano la sua immutabile beatitudine Ma Egli esige da voi questi omaggi, queste adorazioni, questi ringraziamenti, queste preghiere; perché voi, sua creatura e suo figlio, gliele dovete. Egli ha diritto sul vostro pensiero di cui è l’Autore, vuole che lo dirigiate verso Lui; ha diritto egualmente all’amore di questo cuore, che vi ha dato, e vuole che liberamente glielo rendiate amandolo. – Dio conosce tutti i vostri bisogni. È pur verissimo. Ma non è affinché Egli li conosca che bisogna che voi glieli esponiate. È perché non perdiate di vista la vostra impotenza senza il suo soccorso; si è affine di rammemorarvi continuamente la vostra dipendenza. – Si è per voi che è ordinata la preghiera, non per Lui. Egli vuole che voi preghiate, primieramente perché è giusto che voi adoriate il vostro Dio, che pensiate a Colui, che sempre pensa a voi, che amiate Colui, che è il bene supremo, ed il vostro ottimo benefattore; e in secondo luogo perché è buono, utile, ed anche necessario per voi il pregare. – Qual cosa avvi di più grande, qual cosa di più dolce, di più semplice, di più facile, che la preghiera! È la più nobile occupazione dell’uomo in questo mondo, è ciò che nobilita, innalza, e rende degne d’un essere ragionevole tutte le nostre occupazioni. – II più nobile oggetto del pensiero umano è l’applicarlo a Dio. Ciò che solo può pienamente soddisfare il nostro cuore si è l’unirlo al Dio d’infinita bontà, d’infinita perfezione, d’infinito amore. È il figlio, che parla al suo amatissimo Padre. È l’amico, che conversa familiarmente coll’amico. – È il colpevole perdonato, che ringrazia teneramente il suo Salvatore; è il peccatore debole e infermo che domanda misericordia a quel Dio, che ha detto: « Giammai rigetterò colui che viene a me. » – La preghiera è la consolazione di tutte le nostre pene. È il tesoro della nostra intima felicità, che nulla ci può rapire. Perché la preghiera è in noi, essa è noi stessi. È noi stessi mentre pensiamo a Dio, e l’amiamo. Si deve dire della preghiera ciò, che si dice dell’amor di Dio. È una cosa così dolce, che Dio imponendocene l’obbligazione non fa che comandarci d’esser felici. Così nostro Signore Gesù Cristo che è venuto in questo mondo per renderci felici col renderci buoni, nulla tanto ci raccomanda quanto la preghiera: « Pregate incessantemente, disse, e non vi stancate punto. » Cioè avvezzate la vostra anima a pensare a Dio e ad amarLo sopra tutte le cose. La preghiera è il fondamento della vita cristiana. Pregate dunque di tutto cuore; non solo colla bocca, ma dall’intimo dell’anima. Siate fedele nel principio e nel terminare del giorno a rendere a Dio il vostro figliale omaggio [Non vi aspettate niente, diceva un giorno s. Vincenzo de Paoli, da una persona che non fa mattina e sera le sue preghiere]. Pregate nelle vostre pene, nei vostri pericoli, nelle vostre tentazioni. Pregate dopo le vostre mancanze per ottenerne il perdono. Pregate nelle principali circostanze della vita. – Intrecciate la preghiera alle vostre azioni giornaliere. Per essa niente havvi di piccolo avanti a Dio, con essa niente è perduto per il paradiso. Sarete puro e buono se praticherete la preghiera. Il vostro cuore godrà la pace. In mezzo alle miserie della vita avrete questa gioia interiore che ne addolcisce le amarezze; e quando il tempo della vostra prova sarà terminato, voi raccoglierete il frutto della vostra fedeltà. O Servo buono e fedele, vi dirà Gesù Cristo, perché nel poco sei stato fedele, ti farò padrone del molto; entra nel gaudio del tuo Signore » (s. Matteo cap. XXV).

XXVII.

A CHE PREGARE LA S. VERGINE ED 1 SANTI? C0ME POSSONO ESSI ASCOLTARCI?

R. Come voi potete ascoltarmi? — Colle mie orecchie! — Ben lo so; non è ciò che vi domando. Vi domando come voi potete ascoltarmi colle vostre orecchie? Io muovo le mie labbra, esse agitano un poco d’aria; quest’aria entra nelle vostre orecchie e si ferma a un piccolo osso coperto di pelle chiamalo il ..Ed eccovi che intendete ciò che vi dico! Come accade egli ciò? Qual relazione tra questo poco d’aria che colpisce il timpano e il mio pensiero, che si manifesta alla vostra anima? — Se noi non fossimo testimoni di ciò in tutti i giorni, non vi potremmo credere. È ben certo però che la cosa è realmente cosi. – Or bene quando m’avrete detto come voi che siete a due passi distante da me, potete intendere ed entrare in relazione con me quando vi parlo, allora pure vi dirò come la santa Vergine ed i Santi che sono nel cielo, possano intendere le mie preghiere e corrispondervi. Lo stesso Dio che fa sì che m’intendiate, fa pur sì che m’intendano quando loro chiedo d’intercedere per me appresso di Lui. – In qual maniera ciò vien operato da Dio? M’importa poco il saperlo. Ciò che so, è, che la cosa è così; si è che Dio fa conoscere alla beata Regina degli Angeli e degli uomini, a quella che ha sollevata, sola tra tutte le creature, alla dignità prodigiosa di sua Madre, a quella che ci lasciò per Madre, per Avvocata, per Protettrice, morendo sulla croce, che fa, dico, conoscere alla santa Vergine le preghiere, le necessità dei suoi figli che ricorrono alla sua materna protezione; si è ch’Egli ascolta sempre quella che ama sopra tutte le fatture delle sue mani, e ch’esso viene ancora a noi per mezzo di essa, come già ei venne un giorno nella sua Incarnazione; si è che il mezzo più sicuro d’arrivare a Gesù, è di ricorrere a Maria che ci introduce appresso il suo Figlio e nostro Dio, coprendo cosi colla sua protezione la nostra indegnità e le nostre imperfette disposizioni… Ciò che so si è che non avvi nulla di più dolce, di più soave, di più consolante che l’amare la santa Vergine, confidarle le proprie pene, e offrirle il proprio cuore. – Si è che il suo culto rende migliori, rende casti, puri, dolci, umili; fa amare la preghiera, dona la gioia e la pace dell’anima… – Ciò che so, è, che amando e servendo Maria, io non fo altro che imitare, ed ahi troppo imperfettamente, il mio stesso Salvatore Gesù. Egli il primo amò la sua Madre, sì buona e sì santa, sopra tutte le creature; Egli il primo l’ha servita colle sue mani, Le ha reso ogni sorta di onori, di offici, d’obbedienza. Ed avendomi Egli detto la vigilia della sua morie: « lo vi diedi l’esempio, affinché ciò che Io ho fatto, voi lo facciale, » io cerco d’amare con tutte le mie forze la s. Vergine Maria, che Egli ha così perfettamente amata, e ciò solo m’incresce, di non avere in me il cuore di Gesù per amarla come merita d’essere amata. – Ciò, che ora diciamo della santa Vergine, fatta proporzione, si applica al culto dei Santi. I santi non sono punto la Madre di Dio, ma sono suoi amici fedelissimi e figli i più cari. Egli li ama, come se Io meritano, assai più di noi, i quali non possiamo valere gran cosa. – Domandando adunque a questi Santi, e beati fratelli di pregare per noi, facciamo una cosa tutta naturale. Noi facciamo come un figlio disubbidiente che prega un suo fratello più savio di lui di domandar al lor padre un favore, una grazia. Ciò che sarebbe negato ad uno, non lo sarà per certo all’altro. Non è qui il luogo di fare un trattato sul culto della santa Vergine e dei Santi. Ma è sempre il luogo di dire, che l’odio contro questo culto è stato l’impronta universale di tutte l’eresie, di tutte le rivolte religiose;che non si abbandona giammai Maria senza tosto lasciare Gesù; che parimenti non si scema giammai questo culto per diventar migliori. Ciò, che conviene dire si è, che i poveri Protestanti son ben da compiangere, di non conoscere, di non amare la lor Madre!,., di non onorare Colei, che Gesù Cristo ha prescelta, ha amata, ha unita inseparabilmente al mistero della sua incarnazione, al mistero della sua culla, ai misteri della sua infanzia, della sua vita nascosta, della sua vita pubblica , al mistero desuoi dolori, e della nostra redenzione; Colei, a cui nel cielo fa parte dei misteri adorabili della sua gloria , della sua maestà. – Essi devono tremare, allorché osservando tutti i secoli cristiani, non ne trovano uno solo, che non condanni il lor silenzio, e che non abbia avverata la profetica parola della medesima Vergine: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata » (S. Luc. cap. IV). – Quale religiosa emulazione per celebrare, ed onorare la Madre in tutti i popoli, che hanno conosciuto, ed adorato il Figlio! In nessun luogo si trova questo Cristo solitario sognato da Lutero, Calvino, e dagli altri, ma il Cristo tale, quale si mostrò all’occhio dei Profeti, quale compare nel Vangelo, figlio della Vergine, formato della sua carne, e del suo sangue, portato lungo tempo nel suo seno, e sulle sue braccia , adempiendo per trentanni verso dì Essa i doveri del figlio il più sommesso, spirante sotto i suoi occhi, e riposante ancora nelle sue braccia pria di passare dalla croce al sepolcro… – Interroghino questi figli senza madre, questi figli senza viscere, questi disprezzati di Maria, interroghino tutte le età cristiane! Non troveranno una sola delle grandi voci del Cristianesimo dai primi successori di Pietro sino a Pio IX, dagli Ignazi, Irenei, Epifani, dai Cirilli, Ambrogi, Agostini sino a Bossuet, Fénelon e Segneri, che non abbia intonato un inno di lode a Maria; non un uomo illustre nelle scienze, nella letteratura e nelle belle arti che non le abbia consacrata alcuna delle sue veglie! – Alieni da questo amore, i poveri protestanti, che rigettano Maria, non apriranno essi gli occhi, e non domanderanno finalmente a se stessi, se la vera famiglia, se la vera Chiesa di Gesù Cristo non è quella in cui la santa Vergine è cosi figlialmente amata ed onorata?

XXVIII.

PERCHÈ NON VI SONO PIÙ MIRACOLI ?

Un miracolo è un fatto sensibile che sorpassa evidentemente le forze della natura. È una cosa che Dio solo può fare, che manifestali suo intervento in una maniera straordinaria nelle cose di questo mondo. « Perché non ve ne sono più? » Si dice. A ciò io faccio due risposte; 1° Ve ne sono ancora e molti. 2.° È ben naturale che ve ne siano meno che nei primi secoli del Cristianesimo.

1° Ve ne sono ancora. Io che vi parlo in questo libretto, potrei dirvi che ne ho veduti, e che vidi inoltre molte persone su cui eransi operati miracoli autentici, quali sono la guarigione istantanea da malattie incurabili. Ma preferisco citarvi un fatto di una portata più generale. Un inglese protestante era a Roma sotto il Pontificato di Benedetto XIV. Ei ragionava con un Cardinale sulla religione cattolica, assalendola assai vivamente, e rigettando soprattutto come falsi i miracoli operati per l’intercessione de’ Santi. Poco dopo il Cardinale fu incaricato di esaminare le carte relative alla beatificazione di un servo di Dio. Egli le rimise un giorno al protestante, raccomandandogli di esaminarle con attenzione e di dirgli il suo parere sul grado di fede che meritavano quelle testimonianze. – Dopo qualche giorno, l’inglese riporta i processi verbali. « Or bene, Signore, gli domanda il prelato, qual è la vostra impressione riguardo a queste carte? » — «In mia fede, Eminenza, confesso che non ho niente a dire; e se tutti i miracoli dei santi che la vostra Chiesa canonizza o fossero così certi come questi, ciò mi darebbe a riflettere… Dio solo può fare queste cose, e bisognerebbe confessare che egli è con voi. » — «In verità? gli replicò il cardinale, or bene noi siamo più difficoltosi che voi, a Roma, perché queste prove non ci sembrarono convincenti, e la causa è rigettata. » – L’inglese fu sì colpito da questo procedere, diesi istruì più profondamente nella fede cattolica, ed abiurò il Protestantismo pria di abbandonar Roma. – Ora questa severità straordinaria esiste tuttora nei processi di canonizzazione de’ santi. E come a nostri giorni si canonizzano santi, egualmente che si è fatto in tutti i secoli (L’ultima canonizzazione ha avuto luogo nel 1839!). Il Papa Gregorio XVl dichiarò Santi il Beato Alfonso de Liguorit e quattro nitri Servi di Dio), e che d’altronde non se ne canonizza alcuno senza un rigoroso esame che provi almeno cinque miracoli operati per sua intercessione, noi siamo dunque in dritto d’affermare, che vi sono ancora dei miracoli.

2.° Rispondo in secondo luogo: Vi sono meno miracoli, che sul cominciare del Cristianesimo, e così deve essere per tre ragioni: 1.° Perché lo scopo vero dei miracoli cessò, cioè: La conversione del mondo, e la fondazione della Chiesa cattolica. 2.° Perché il cessar di questo scopo non avendo potuto aver luogo senza miracoli, ed innumerevoli miracoli, attesta per sempre il fatto medesimo di questi miracoli. L’evidenza della divinità della Religione cristiana manifestata con grandi prodigi, ha solo potuto convincere i pagani così sensuali, ed i giudei così ostinati: 1.° della divinità di Gesù Cristo, povero e crocifisso, 2.° della verità della sua dottrina totalmente opposta alle loro idee più inveterate, 3.° della divina missione degli Apostoli, e dei loro successori. – –

3.° Perché noi abbiamo al presente sott’occhi una prova così splendida della divinità di nostra fede, quanto l’erano i miracoli per i primi cristiani: voglio dire le profezie del Vangelo, e il loro compimento nel mondo. Vi sono due fatti soprannaturali, e divini, che provano la divinità del Cristianesimo: 1.° I miracoli di Gesù Cristo, e de’suoi inviati, 2.° Il compimento delle profezie del Vangelo. – I primi cristiani vedevano i miracoli, ma non vedevano il compimento delle profezie, che faceva il loro Maestro; erano essi obbligati tuttavia di credervi fermamente (Credere è l’ammettere la verità d’una cosa sulla testimonianza altrui) a motivo dei miracoli, che vedevano. – Noi non vediamo i miracoli, che han veduto i nostri Padri; ma vediamo il compimento delle profezie del Vangelo (Per esempio la profezia della distruzione di Gerusalemme, della dispersione ed insieme della conservazione del popolo Giudeo attraverso dei secoli, la profezia delle persecuzioni e del trionfo della Chiesa: la perpetuità del sovrano pontificato di S. Pietro e dei suoi successori Capi della Chiesa ecc.), e ciò che noi vediamo ci fa facilmente ammettere i miracoli, che noi non abbiamo veduti. – I miracoli evidenti facevano ammettere ai primi cristiani il compimento certo delle profezie; il compimento evidente delle profezie ci fa ammettere la realtà certa dei miracoli. – Il miracolo era la prova dei primi cristiani; la profezia, al contrario è in nostra prova, a noi, per l’evidenza del fatto divino del suo compimento. Ed osserviamo che questa prova tratta dal compimento delle profezie è forse più perentoria che quella tratta dai miracoli, in questo senso che il tempo ne accresce la forza di giorno in giorno. Così la stabilità della sede di s. Pietro, la permanenza della dispersione, ed allo stesso tempo della conservazione de’ Giudei nel corso di diciannove secoli, son fatti che ben più colpiscono che se solo da tre o quattro secoli sussistessero. E se il mondo dura ancora qualche migliaio d’anni, questa prova della divinità della religione sarà ancora più convincente dopo tre o quattro mila anni di quel che sia al presente. Non fa dunque meraviglia che vi siano meno miracoli ora che ai primi secoli del Cristianesimo (Notisi ancora, che i miracoli operati nei primi secoli della Chiesa sono pur efficacissimi argomenti per noi, i quali, se non con i propri occhi, come i nostri maggiori, ma certamente per mezzo d’inconcussi documenti storici li conosciamo.).