La strana sindrome di nonno Basilio: 24

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La strana sindrome di nonno Basilio -24-

   Egregio direttore, mi presento ancora alla sua attenzione proseguendo quella che oramai è divenuta una consuetudine, spero non angusta per lei, ma certamente per me ricca di spunti e considerazioni importanti da proporre ai miei cari nipoti ed ai suoi lettori, se ancora ce ne sono che hanno voglia di leggere le mie amenità. In una bella mattinata ombrosa, ero all’ascolto attento di un capolavoro musicale che lei certamente conoscerà, il quintetto per pianoforte ed archi di Franz Schubert in La maggiore D 667 “Die Forelle”, (la Trota). Lei certamente saprà che in questa meraviglia di suoni già la strumentazione si presenta apparentemente stravagante, perché il quartetto d’archi non si compone dei due soliti violini, viola e violoncello, ma un violino viene sostituito dal contrabbasso, e questo conferisce all’insieme una profondità timbrica tutta speciale, sulla quale si stagliano poi i guizzi melodici, i trilli e gruppetti violinistici, capaci di rendere estremamente suggestiva, quasi visibile, la scena descritta. È una goduria per le orecchie, di cui purtroppo i giovani di oggi non sospettano neppure l’esistenza, occupati ad ascoltare feccia acustica, spazzatura di frastuoni, lurida ferraglia spacca-orecchi. Le ricordo, solo per inciso, che questa meraviglia della creatività umana, si sviluppa anche melodicamente su di un tema che già Schubert aveva composto in un suo Lied, l’opera 32, appunto “Die Forelle”, il cui testo è del poeta quasi omonimo Schubart. Gliene riporto uno stralcio tradotto: “In un chiaro ruscelletto, guizzava lieta e svelta la trota capricciosa, veloce come una freccia. Io stavo sulla riva e osservavo in dolce calma il bagno del bel pesciolino nel limpido ruscelletto. Un pescatore con la lenza si mise sulla sponda e guardò, a sangue freddo, dove andava il pesciolino. Fin che l’acqua chiara, pensavo, non verrà meno, non potrà catturare la trota col suo amo. Ma infine al disonesto l’attesa sembrò lunga. Rese il ruscello torbido, il perfido, e prima che me ne accorgessi, fece scattare la sua lenza, il pesciolino si agitava, preso, ed io col sangue sconvolto guardai la vittima ingannata”. L’opera strumentale viene però completata da un finale allegro, mirabolante, musicalmente stupendo figurando la liberazione che infine la trota ottiene, devincolandosi e liberandosi dalla lenza, sembra quasi di vedere una scena biblica, come quelle descritte dal Re-Profeta, ad esempio nel salmo XVII: “Misit de summo, et accepit me; et assumpsit me de aquis multis. Eripuit me de inimicis meis fortissimis, et ab his qui oderunt me. Quoniam confortati sunt super me, praevenerunt me in die afflictionis meae; et factus est Dominus protector meus. Et eduxit me in latitudinem; salvum me fecit, quoniam voluit me” [stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, mi liberò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano ed eran più forti di me. Mi assalirono nel giorno di sventura, ma il Signore fu mio sostegno; mi portò al largo, mi liberò perché mi vuol bene”] (vv.17-20), o nel salmo LXVIII: “Salvum me fac, Deus, quoniam intraverunt aquae usque ad animam meam. Infixus sum in limo profundi et non est substantia. Veni in altitudinem maris; et tempestas demersit me. Laboravi clamans, raucae factae sunt fauces meae; defecerunt oculi mei, dum spero in Deum meum. Multiplicati sunt super capillos capitis mei qui oderunt me gratis. Confortati sunt qui persecuti sunt me inimici mei injuste …” [Salvami, o Dio: l’acqua mi giunge alla gola. Affondo nel fango e non ho sostegno; sono caduto in acque profonde e l’onda mi travolge. Sono sfinito dal gridare, riarse sono le mie fauci; i miei occhi si consumano nell’attesa del mio Dio. Più numerosi dei capelli del mio capo sono coloro che mi odiano senza ragione], o, tanto per completare, anche nel salmo CXXIII: “forsitan aqua absorbuisset nos; torrentem pertransivit anima nostra; forsitan pertransisset anima nostra aquam intolerabilem. Benedictus Dominus, qui non dedit nos in captionem dentibus eorum. Anima nostra sicut passer erepta est de laqueo venantium; laqueus contritus est, et nos liberati sumus. Adjutorium nostrum in nomine Domini, qui fecit caelum et terram”. [Le acque ci avrebbero travolti; un torrente ci avrebbe sommersi, ci avrebbero travolti acque impetuose. Sia benedetto il Signore, che non ci ha lasciati in preda ai loro denti. Noi siamo stati liberati come un uccello dal laccio dei cacciatori: il laccio si è spezzato e noi siamo scampati. Il nostro aiuto è nel nome del Signore che ha fatto cielo e terra”] (vv.4-8). A questo tripudio di ricchezza inventiva e di frizzante comunicativa sembra ora partecipare, in una felicità favolosa, anche la trota risorta. Caro direttore le parlerei per giorni di questa leccornia musicale, davanti alla quale la mia memoria miracolosamente risorge: Exsurge Basilie!! Nell’illustrare la scena ai miei nipoti, i soliti Mimmo e Caterina, nel frattempo giunti ed attenti all’ascolto, cominciamo a ragionare su come, per ingannare e prendere al laccio le … trote “cristiane”, è bene confondere ed intorbidire le acque cristalline nelle quali ci si può orientare facilmente tanto da sfuggire all’accalappiatore infido. Ma, guardi direttore, come il risveglio della mia memoria, mi porta davanti agli occhi la grande enciclica “Pascendi”, del Santo Padre Pio X, nella quale appunto egli metteva in guardia dalla tattica confusionale dei novatori modernisti, tattica attuata gettando nella cristallina acqua dell’insegnamento evangelico di Cristo, della Tradizione Patristica, della teologia scolastica dell’Angelico, del “Depositus Fidei” della Cattedra di Pietro, la melma filosofica razionalista figlia della mai sopita rivendicazione gnostica procedente da Cartesio, Kant, Rousseau, Voltaire, Hegel, e via via fino ai nostri attuali nichilisti, teologi compresi, passando per Nietsche e Feud. Mi toccherà pure, se la mia memoria migliorerà a furia di ascoltare bella musica sacra, canti gregoriani, messe solenni, requiem, stabat Mater e così via (l’unica terapia che, salmodia in latino a parte, finora sia servita a qualcosa … alla faccia dei professoroni tirasoldi presuntuosi “bla, bla, bla”… ), illustrare, soprattutto a Mimmo, che in questo è a dir poco carente, il pensiero di questi filosofi e personaggi bislacchi che condizionano ancora pesantemente la nostra vita, la nostra società irrimediabilmente corrotta, mettendo oltretutto con la “nuovelle théologie”, via certa per sprofondare nell’inferno, in pericolo la nostra anima, secondo le lezioni dello zio Tommaso, buon’anima (e qui ci scappa la lacrimuccia!). Ci diceva tra l’altro il santo sacerdote mio zio, che l’enciclica “Pascendi dominici gregis”, promulgata l’8 settembre 1907, riassume tutta l’offensiva condotta dal Papa San Pio X contro l’errore del modernismo. Come ogni eresia, il modernismo è un sistema in cui tutto è strettamente collegato, un sistema costituito ” non da vaghe dottrine non unite da alcun nesso, ma di un unico corpo e ben compatto, ove “chi una cosa ammetta  uopo è che accetti tutto il rimanente”. Ma, a differenza di altre eresie, si tratta di un sistema che non si presenta come tale. Ad una prima lettura essa presenta una apparenza di oscurità e di equivoco che, su ogni singolo punto particolare ed isolato, potrebbe indurre una benevola interpretazione dal punto di vista dell’ortodossia. Giusto per dare un esempio,al punto n° 3 di tale documento, San Pio X ricorda che i modernisti “niuno li supera di accortezza e di astuzia”, essi usano una “sì fina simulazione da trarre agevolmente in inganno ogni incauto “. E al n° 2 afferma che si tratta di nemici ” tanto più perniciosi quanto meno sono in vista”. Non è dunque senza motivo che San Pio X paragona questa eresia del tutto nuova e senza precedenti ad una “fogna”: il modernismo è il ricettacolo di tutte le eresie, ci confermava lo zio. Una fogna è invisibile perché è sotterranea ed il modernismo è esattamente una eresia sotterranea, un’eresia che si diffonde nascostamente. Esso si potrebbe paragonare anche ad un camaleonte, che possiede la capacità di cambiare il colore della pelle in funzione dell’ambiente in cui si trova. Questa caratteristica gli permette di dare l’impressione che sia cambiato, mentre in realtà è rimasto lo stesso. Questo secondo paragone ci permette di comprendere perché l’analisi di San Pio X conserva ad oggi tutta la sua attualità. Gli insegnamenti del così detto concilio Vaticano II, infatti, in particolare la Lumen Gentium [speriamo che non sia il solito documento macchietta di Mimmo!] di cui mi parlerà prossimamente, come mi ha promesso, Caterina, per capire fino a qual punto si sia spinta la follia modernista, hanno mutato il colore del modernismo senza cambiarne la natura profonda, anzi rendendolo più operativo. Il principio primo di questo modernismo analizzato da San Pio X (lo ricordava spesso lo zio) è duplice: Vi è un primo fondamento costituito dall’agnosticismo, secondo il quale sarebbe impossibile entrare in relazione con Dio tramite la conoscenza intellettuale. E tuttavia il modernismo non è un ateismo al quale sfugge grazie però solo all’immanenza vitale, che costituisce il secondo fondamento del sistema, [scoprendo la maschera della gnosi – n.d. Bas.]: si entra in relazione con Dio non tramite la conoscenza, ma per il bisogno. Questo bisogno divenuto cosciente è la fede ed è anche la rivelazione. Fede e rivelazione derivano dall’interno (la coscienza del soggetto) e non più dall’esterno (la proposizione oggettiva del dogma offerta dal magistero della Chiesa): siamo all’immanenza, dove fede e rivelazione corrispondono non ad una conoscenza, ma ad un bisogno o ad un vissuto. È il vitalismo. Sostenendo che il bisogno o l’esperienza del divino sono alla base della rivelazione e della fede, esso si sostituisce come principio della religione, la vita alla verità. Il problema è, allora, di mantenere e dunque di trasmettere la fede e la rivelazione. Occorre quindi assicurare la permanenza del vissuto grazie alla Tradizione e alla Chiesa. Per comunicare l’esperienza occorre viverla insieme. La Chiesa, che è questo vissuto collettivo, è definita come ” il frutto della coscienza collettiva “. Questa esperienza vissuta in comune dà vita alla tradizione vivente, cioè alla serie, continua nel tempo, delle esperienze religiose fatte in comune. Ne deriva che la costituzione della Chiesa non è più quella di una società monarchica, ma quella di una comunione o di un governo democratico, in cui l’autorità diviene il portavoce della comunità. Da ciò deriva anche un “relativismo” unico nel suo genere: tutte le religioni sono più o meno vere [ergo: tutte false!]. Dal momento che la religione sarebbe la comunicazione di una esperienza, la migliore religione, e dunque la più vera, sarà quella in cui la comunicazione corrisponde meglio ai bisogni della coscienza umana e meglio perdura. Questa religione esiste: è il cattolicesimo, la religione che in fondo è solo più vera delle altre, mentre le altre, corrispondendo più o meno a questi bisogni, rimangono buone e legittime. Vede direttore su quali idiozie si fonda il modernismo, che dunque, può riassumersi in tre grandi postulati: 1) la fede e la rivelazione consistono nel vivere un’esperienza; 2) la Chiesa è la comunione di coloro che vivono questa esperienza; 3) il cattolicesimo è solo il coronamento o la pienezza di questa esperienza. Ecco quindi come scaturisce da questi anomali postulati, tutta una serie di eresie ampiamente condannate dai Vicari di Cristo e riproposte, con faccia bronzea dal “Concilio tradimentino”, e dal postconcilio “in forma apostasiae” in un crescendo che alla fine si concluderà in un intervento divino che, col soffio della sua bocca, libererà le … povere trote dai pescatori, o se preferite, gli uccelli dal laccio del cacciatore, come promesso nei salmi, e alfine il povero cattolico … dal modernista di ogni risma. S. Ignazio da Loyola negli “Esercizi Spirituali” (n°318) scrive che in tempi di confusione non si deve cambiare proposito di agire, ma restar fermi e fare come prima senza pretendere di vederci chiaro, poiché “nel torbido pesca il demonio”. Quindi nei casi di oscurità, aridità, desolazione, ‘notti dei sensi e dello spirito’, occorre andare avanti come prima, anche senza vedere, anzi ci si deve accontentare di non aver lumi, poiché Dio permette tale oscurità per purificare l’anima dei suoi fedeli, spingendoli ad una maggior fiducia in Lui che non in se stessi e a “sperare contro la speranza”, senza vedere nell’inevidenza (quod repugnat). Anche S. Teresa d’Avila e S. Giovanni della Croce insegnano la stessa dottrina, che è comune in teologia ascetica e mistica. Exsurge Basilie, exsurge Directore! Dopo i momenti oscuri e tenebrosi del “lento lugubre”, quelli del modernismo e dell’ecumenismo conciliare, esploderà un finale gioioso “allegro con fuoco”, nella brillante e “frizzante” tonalità di Re maggiore, alla maniera Schubertiana, o forse, ancora più incisivamente, in un crescendo rossiniano. Direttore, sulle righe di un ideale pentagramma, la saluto caramente. Sursum corda! Christus vicit, Christus regnat, Christus imperat! Alla prossima, direttore, stia tranquillo, tanto “non praevalebunt…” anzi: “… irridebit eos, et Dominus subsannabit eos”, perché il Cuore Immacolato di Maria alla fine trionferà et “Ipsa conteret caput eorum”!

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.