L’INFERNO – mons. DE SEGUR -1-

L’inferno, di mons. De Ségur (1)

[Da: Oeuvres de Mgr. De Ségur, tome XI]

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Breve di S.S. il Sommo Pontefice all’autore:

Il Santo Padre, PAPA PIO IX

Carissimo Figlio, salute e benedizione apostolica. Noi ci felicitiamo di tutto cuore perché non cessate di ottemperare, su così ampia scala e con tanto successo, al vostro ufficio di araldo del Vangelo. Tutto ciò che pubblicate si diffonde subito tra il popolo con migliaia di esemplari. Evidentemente, perché i vostri scritti sono così ricercati, occorre che essi piacciano ed essi non potrebbero piacere se non avessero il dono di conciliare gli spiriti, e di penetrare fino al fondo dei cuori e di produrre in essi ciascuno i loro benefici effetti. Mettete dunque a profitto la grazia che Dio vi ha fatto; continuate a lavorare con ardore ed assolvere al vostro ministero di evangelizzazione. Quanto a Noi, Noi vi promettiamo da parte di Dio una larga assistenza, per mezzo della quale voi potrete iniziare alle vie della salvezza un numero ogni giorno più considerevole di anime, e intrecciarvi così una magnifica corona di gloria. Nell’attesa, come dono di questo celeste favore e degli altri doni del Signore, ricevete la Benedizione Apostolica che Noi vi impartiamo con grande amore, Figlio carissimo, per testimoniarvi la Nostra paterna benevolenza. – Dato a Roma, presso San Pietro, il 2 marzo 1876, trentesimo anno del Nostro Pontificato

                         PIO IX, PAPA.

 

L’INFERNO

PROLOGO 

Siamo nel 1837: due giovani sottotenenti, recentemente usciti da San Cyr, visitano i monumenti e le curiosità di Parigi. Entrano nella Chiesa dell’Assunta, vicino alla Tuileries, e si mettono a guardare i quadri, le pitture e gli altri dettagli artistici di questa bella rotonda, senza curarsi affatto di pregare. Vicino ad un confessionale, appartato, un giovane prete in cotta adora il Santo Sacramento. “Guarda con quanta attenzione sta lì, dice uno di loro al compagno, si direbbe quasi che aspetti qualcuno. Forse aspetta te?”. L’altro ridendo risponde. – “Me?! E per fare cosa?” – “ Non saprei, chissà, magari per confessarti”. – Per confessarmi? “Ebbene, vuoi scommettere che ci vado?”. “Tu, andare a confessarti! Bah!” E si mette a ridere, alzando le spalle. Cosa vuoi scommettere? riprende il giovane ufficiale, con aria beffarda e decisa. Scommettiamo una bella cena, con una bottiglia di champagne d’annata! “E vada per la cena con lo Champagne. Va’ allora a metterti in confessionale”. Appena lasciato l’altro va diritto dal prete bisbigliandogli qualcosa nell’orecchio, costui si alza, entra in confessionale mentre il penitente improvvisato rivolge uno sguardo di sussiego verso il compagno inginocchiandosi come per confessarsi. – “Ma che sfrontatezza”, mormora l’altro, e si siede a vedere cosa accade. Aspetta cinque minuti, poi dieci, un quarto d’ora “Ma cosa fa?” – si domanda curioso e leggermente impaziente – cosa sta dicendo in tutto questo tempo?” Infine si apre il confessionale, l’abate ne esce, col volto animato e grave; e dopo aver salutato il giovane militare, entra in sagrestia. A sua volta esce l’ufficiale, rosso come un gallo, stirandosi i baffi con aria un po’ accigliata, facendo cenno all’amico di uscir dalla Chiesa. “Oh – gli dice – ma cosa è successo? Lo sai che sei rimasto quasi venti minuti con questo abate? Ho pensato che ti confessassi per davvero. Ti sei proprio guadagnato la cena scommessa! Vogliamo andare questa sera?” No, risponde l’altro di cattivo umore, no, non oggi! Ho da fare, ti devo lasciare”. E stringendo la mano al compagno, si allontana bruscamente, con aria corrucciata. Ma che cosa è successo realmente tra il sottotenente ed il confessore? Ecco cosa: Appena il prete apre lo sportello del confessionale, si accorge dal tono del giovane che si tratta di una mistificazione. Costui aveva avuto l’impertinenza di dire, al termine di una sua frase: « La religione! la confessione! Io me ne infischio! ». Questo abate era un uomo di spirito. « Mio caro signore, egli dice interrompendolo con garbo, io vedo che ciò che fate, non è una cosa seria. Lasciamo da parte la confessione, e se volete, facciamo un po’ di chiacchiere. Io amo molto i militari, e poi voi mi sembrate essere un giovane amabile. Che grado avete, ditemi? ». L’ufficiale comincia a capire di aver commesso una sciocchezza, e felice di trovare il modo di liberarsi, risponde gentilmente: « Io sono un sottotenente. Esco da Saint-Cyr. — “Sottotenente? E resterete per molto tempo sottotenente?” — “Ma non penso per molto, due o tre anni, forse quattro”. — “E dopo?” — “Dopo? Passerò tenente” — “E dopo?” — “Dopo? Sarò capitano” — “Capitano? A quanti anni si diventa capitano?” — “Se avrò fortuna, dice l’altro sorridendo, potrò essere capitano a ventotto o ventinove anni.” — “E dopo?” — “Oh! dopo è più difficile; si resta per molto tempo capitano. Poi si diventa capo di battaglione; poi tenente-colonnello; poi, colonnello”. — “Ebbene! Eccovi colonnello a quaranta, quarantadue anni. E dopo?” — “Dopo? Io diventerò generale di brigata, e poi generale di divisione.” — “E dopo?” — “Dopo? C’è solo il bastone di maresciallo ma … le mie pretese non vanno fin là!” — “Eh bene, eccovi sposato, ufficiale superiore, generale, generale di divisione, forse anche maresciallo di Francia, che so? E dopo signore, e dopo?” Insisteva il prete con decisione.— “Dopo? Dopo? Replica l’ufficiale un po’ interdetto. Oh ! Ma che dire, io non so cosa accadrà dopo!”. “Vedete come è strano – dice allora l’abate con tono sempre più grave – Voi sapete tutto ciò che accadrà fino a quel punto, e non sapete cosa accadrà dopo! Ebbene, io invece lo so; e voglio proprio dirvelo! Dopo, signore, voi morirete. Dopo la vostra morte comparirete davanti a Dio e sarete giudicato. E se continuerete a fare come fate ora, voi sarete dannato; sarete bruciato eternamente nell’inferno. Ecco cosa succederà dopo!”. E poiché il giovane stordito da questa conclusione, infastidito da questo finale, sembra volersi schermire : “Un instante ancora Signore! – aggiunge l’abate – ho da dirvi ancora una parola”. “Voi avete il vostro onore, è vero? Ebbene anche io ho il mio, e voi avete mancato gravemente nei miei confronti, e mi dovete una riparazione. Io ve la chiedo, la esigo in nome dell’onore. Essa sarà molto semplice. Datemi la vostra parola che per otto giorni, ogni sera prima di andare a dormire, vi metterete in ginocchio e direte ad alta voce: “Un giorno io morirò; ma io me ne frego! Dopo il mio giudizio, io sarò dannato, ma io me ne frego. Io brucerò eternamente nell’inferno; ma io me ne frego”. Ecco tutto. Voi mi date la vostra parola d’onore, giusto?”. Sempre più disorientato, volendo uscire quanto prima dall’imbarazzo, il sottotenente promette tutto, e il buon abate lo congeda con bontà, aggiungendo : “Non ho bisogno di dirvi, mio caro amico, che vi perdono di vero cuore. Se mai avete bisogno di me, voi mi troverete sempre qui, al mio posto. Solo … non dimenticate la parola data”. Così si sono lasciati, come abbiamo già visto. Il giovane ufficiale va a cena da solo. È manifestamente infastidito. La sera, al momento di dormire, esita un po’, ma la sua parola è data; egli esegue: “io morirò, io sarò giudicato, ed andrò forse all’inferno ….” E non ha il coraggio di aggiungere: « Io me ne frego. » Passano così dei giorni. La sua “penitenza” gli torna continuamente nella mente e sembra assordargli le orecchie. In fondo, come il novantanove per cento dei giovani, egli è più frastornato che cattivo. Non ancora trascorso l’ottavo giorno, egli ritorna, questa volta da solo, alla chiesa dell’Assunta, si confessa per bene, ed esce dal confessionale col viso bagnato di lacrime o con la gioia nel cuore. Egli è poi rimasto, mi hanno assicurato, un degno e fervente cristiano. Il serio timore dell’inferno, con la grazia di Dio, aveva operato la metamorfosi. Ora, ciò che ha fatto sullo spirito di questo giovane ufficiale, questa consapevolezza, perché non potrebbe farlo sul vostro, amico lettore? Occorre dunque riflettere, una buona volta. Si tratta di una questione personale, e pertanto, confessatelo, terribile. È una domanda che si pone per ciascuno di noi, e bene o male occorre dare una soluzione positiva. – Andremo così ad esaminare insieme, se vi aggrada, brevemente e francamente, due cose: 1) se c’è veramente un inferno; 2) cos’è l’inferno. Io qui faccio unicamente appello alla vostra buona disposizione e alla vostra fede.

CAP. I

Se veramente esiste un inferno

C’è l’inferno: è la credenza di tutti i popoli, in tutti i tempi.

Ciò che tutti i popoli hanno sempre creduto, in tutti i tempi, costituisce ciò che si chiama una verità di senso comune, o meglio, di comune sentimento universale. Se qualcuno si rifiuta di ammettere una di queste grandi verità universali, non avrebbe, come si dice giustamente, il senso comune. Bisogna essere folli, in effetti, per pensare che si possa aver ragione contro tutto il mondo. Ora in tutti i tempi, dall’inizio del mondo fino ai nostri giorni, tutti i popoli hanno creduto all’inferno. Sotto un nome o un altro, in forme più o meno alterate, essi hanno ricevuto, conservato e proclamato, la credenza in castighi terribili, in castighi senza fine, in cui appare sempre il fuoco, per punire i malvagi, dopo la morte. Questo è un fatto certo, così luminosamente stabilito dai nostri grandi filosofi cristiani, tanto che è superfluo darsi la pena di provarlo. Fin dalle origini si trova l’esistenza di un inferno eterno di fuoco, chiaramente affidato ai più antichi libri conosciuti, quelli di Mosè. Io non li cito qui se non da un punto di vista puramente storico. Il nome stesso dell’inferno si trova a chiare lettere. Così nel sedicesimo capitolo del libro dei Numeri, noi vediamo i tre leviti, Goré, Dathen ed Abiron che avevano blasfemato Dio, ribellandosi a Mosè: “Inghiottiti vivi nell’inferno”, ed il testo ripete: “ … e discesero vivi nell’inferno” “descenderuntque vivi in infernum”; ed il fuoco, “ignis” che il Signore ne fece uscire, divorò altr i duecentocinquanta altri ribelli”. Ora, Mosè scrive questo più di sedici secoli prima della nascita di Nostro Signore, vale a dire quasi tremila e cinquecento anni fa. Nel Deuteronomio, il Signore dice, per bocca di Mosè. “ il fuoco è stato acceso nella mia collera ed i suoi ardori penetreranno fino alle profondità dell’inferno “ardebit usque, ad inferna novissima”. Nel libro di Giobbe, egualmente scritto da Mosè, a testimonianza dei più grandi sapienti, gli empi, per cui la vita abbonda di beni, e che dicono a Dio “noi non abbiamo bisogni di Voi, non vogliamo la vostra legge; perché servirVi e pregarVi!”, questi empi cadono tutto ad un tratto nell’inferno “in puncto ad inferna descendunt”. Giobbe chiama l’inferno “la regione delle tenebre, la regione sprofondata nelle ombre della morte, la regione del dolore e delle tenebre, in cui non c’è alcun ordine, ma vi regna l’orrore eterno “sed sempiternus horror inhabitat”. Ecco già delle testimonianze più che rispettabili, e che risalgono alle origini storiche più remote. Mille anni prima dell’era cristiana, quando non c’era ancora né storia greca, né storia romana, Davide e Salomone parlano frequentemente dell’inferno come di una grande verità, talmente conosciuta e riconosciuta da tutti, per cui non c’è neppure bisogno di dimostrarlo. Nel suo libro dei Salmi, Davide tra l’altro, parlando dei peccatori, dice: “che essi siano gettati nell’inferno, “revertantur peccatores in infernum”. Che gli empi siano confusi e precipitati nell’inferno, “et deducantur in infernum”. E altrove parla dei dolori nell’inferno “dolores inferni”. Salomone non è meno formale. Ricordando i propositi degli empi che vogliono sedurre e perdere il giusto, egli dice: « Divorano ogni vivente, come fa l’inferno, “sicut infernus” ». E in questo famoso passaggio del Libro della Sapienza, dove egli descrive ammirevolmente la disperazione dei dannati, aggiunge: « ecco ciò che dicono nell’inferno, coloro che hanno peccato; perché la speranza dell’empio svanisce come il fumo portato dal vento ». In un altro dei suoi libri, l’Ecclesiastico, egli dice ancora: « la moltitudine dei peccatori è come un fardello di stoppa; ed il loro fine ultimo, è la fiamma del fuoco, “flamma ignis”; questo sono gli inferi, e le tenebre e le pene, et in fine illorum inferi, et tenebrae, et paenae ». Due secoli dopo, più di ottocento anni prima di Gesù Cristo, il grande profeta Isaia diceva a sua volta “Come tu sei caduto dall’alto del cielo, o lucifero? Tu che dicevi nel tuo cuore: “io salirò fino al cielo, io sarò simile all’Altissimo” ti vedo precipitato nell’inferno, in fondo all’abisso, “ad infernum detraheris, in profundum laci”. Per questo “abisso”, per questo misterioso “stagno”, noi vedremo più avanti che bisogna intendere questa spaventosa massa liquida di fuoco che la terra avvolge e nasconde, e che la Chiesa stessa ci indica come il luogo propriamente detto dell’inferno. Salomone e Davide parlano anch’essi di un abisso bruciante. In un altro passaggio delle sue profezie, Isaia parla del fuoco, del fuoco eterno dell’inferno. “I peccatori, egli dice, sono pieni di spavento. Chi di voi potrà entrare nel fuoco che divora, nelle fiamme eterne “cum ardoribus sempiternis?” – Il Profeta Daniele, vissuto duecento anni dopo Isaia, dice, parlando della resurrezione ultima e del giudizio: « E la moltitudine di coloro che dormono nella polvere, si sveglierà, gli uni per la vita eterna, gli altri per un obbrobrio che non finirà mai ». testimonianza simile da parte di altri Profeti, fino al precursore del Messia, san Giovanni Battista, che parla anch’egli al popolo di Gerusalemme del fuoco eterno dell’inferno, come una verità da tutti conosciuta, e della quale nessuno ha mai dubitato. « Ecco il Cristo che si avvicina, esclama, Egli vaglierà il suo grano, raccoglierà il frumento (gli eletti) nei granai; quanto alla paglia (i peccatori) Egli li brucerà nel fuoco che non si spegne mai. In “igne inestinguibili” ». – L’antichità pagana, greca e latina, ci parla ugualmente dell’inferno, e dei suoi terribili castighi che non avranno mai fine. Sotto forme più o meno esatte, a seconda che i popoli si allontanavano più o meno dalle tradizioni primitive e dagli insegnamenti dei Patriarchi e dei Profeti, vi si ritrova sempre la credenza in un inferno, un inferno di fuoco e di tenebre. Tale era il Tartaro dei greci e dei latini. « Gli empi che hanno disprezzato le sante leggi, sono precipitati nel tartaro per non uscirne mai, e per soffrivi tormenti orribili ed eterni », dice Socrate, citato da Platone, suo discepolo. E Platone ancora dice: « Si deve prestar fede alle tradizioni antiche e sacre che insegnano che dopo questa vita l’anima sarà giudicata e punita severamente se non ha vissuto in modo conveniente ». Aristotele, Cicerone, Seneca, parlano di queste stesse tradizioni che si perdono nella notte dei tempi. Omero e Virgilio le hanno rivestite dei colori dei loro versi immortali. Chi non ha letto della discesa di Enea agli inferi, ove, sotto il nome di “Tartaro”, di Plutone, etc. noi ritroviamo le grandi verità primitive, sfigurate ma conservate dal paganesimo? I supplizi dei malvagi sono eterni; ed uno di essi ci viene ritratto come “fissato, eternamente fissato nell’inferno”. Che questa credenza sia universale, incontestabile ed incontestata, lo stesso filosofo scettico Bayle, è il primo a costatarlo, a riconoscerlo. Il suo confratello in voltairianesimo ed in empietà, l’inglese Bolingbroke lo confessa con uguale franchezza. Egli dice formalmente: « La dottrina di uno stato futuro di ricompensa e di castigo sembra perdersi nelle tenebre dell’antichità; essa precede tutto quel che sappiamo di certo. Dal momento che iniziamo a sbrogliare il caos della storia antica, noi ritroviamo questa credenza in modo solido nello spirito delle prime nazioni che noi conosciamo ». Se ne ritrovano i frammenti fin tra le informi superstizioni dei selvaggi dell’America, dell’Africa e dell’Oceania. Il paganesimo dell’India e della Persia ne conserva vestigia impressionanti, ed infine il maomettanesimo annovera l’inferno nel numero dei suoi dogmi. In seno al Cristianesimo, è superfluo dire che il dogma dell’inferno è fortemente insegnato come una delle grandi verità essenziali, che servono come base di tutto l’edificio della Religione. Finanche gli stessi protestanti che hanno distrutto tutto con la loro folle dottrina del “libero esame”, non hanno osato toccare l’inferno. Cosa strana ed inesplicabile in mezzo a tante rovine, Lutero, Calvino e gli altri hanno dovuto lasciare in piedi questa verità terrificante, che doveva pur essere a loro personalmente così inopportuna! Dunque, tutti i popoli, in tutti i tempi, hanno conosciuto l’esistenza dell’inferno. Questo dogma terribile fa parte allora di questo tesoro delle grandi verità universali, che costituiscono la luce dell’umanità. Pertanto un uomo appena sensato non può metterlo in dubbio dicendo, nella follia di un’orgogliosa ignoranza: “Non c’è l’inferno!”. In conclusione, quindi: l’inferno c’è!

L’inferno c’è: l’inferno non è stato inventato, né poteva esserlo.

   Noi vediamo allora che in tutti i tempi, tutti i popoli hanno creduto nell’inferno. Questo già prova da solo che esso non è frutto di un’invenzione umana. – Supponiamo per un istante: il mondo vivente, ben tranquillo, immerso nei piaceri ed abbandonato senza timore a tutte le passioni. Un bel giorno, un uomo, un filosofo, gli viene a dire: « C’è un inferno, un luogo di eterni tormento, ove Dio vi punirà se continuate a fare il male; un inferno di fuoco nel quale brucerete senza fine, se non cambiate vita ». Figuratevi che effetto avrebbe prodotto un tale annunzio! – Inizialmente nessuno vi avrebbe creduto. « Ma cosa venite a predicarci? Avrebbero detto a questo inventore dell’inferno. Ma come vi è saltato in mente, da dove l’avete preso? Quali prove ci portate? Voi siete un sognatore, un profeta di sventura ». Non lo si sarebbe mai creduto. Nessuno lo avrebbe creduto, perché tutto, nell’uomo corrotto, si rivolta istintivamente contro l’idea dell’inferno. Così come ogni colpevole respinge, per quanto può, l’idea del castigo, allo stesso modo e centuplicato l’uomo colpevole respinge la prospettiva di questo fuoco vendicatore, eterno, che deve punire impietosamente tutte le sue colpe, anche le colpe segrete. E soprattutto in una società, come la supponiamo al momento, in cui nessuno ha mai sentito parlare dell’inferno: la rivolta dei pregiudizi, si sarebbe unita alla rivolta delle passioni. Non solo non lo avrebbero voluto credere, questo inventore di sciagure, ma lo si sarebbe cacciato con furore, lo si sarebbe lapidato, cosicché il pensiero di ricominciare non sarebbe più venuto a nessun’altro. E qualora si volesse ancor prestar fede a questa invenzione, poniamo, evocando una impossibilità ancor più evidente, che tutti i popoli si siano messi a credere all’inferno sulla parola del suddetto filosofo: qual avvenimento! E allora io mi domando: il nome dell’inventore, il secolo, il paese dove viveva, non sarebbero certamente stati consegnati alla storia? Ma, nulla di tutto questo! È stato segnalato mai qualcuno che abbia introdotto nel mondo questa dottrina terrificante, sì contraria alle passioni più radicate dello spirito umano, del cuore, dei sensi? Dunque, l’inferno non è stato inventato! Non è stato inventato, perché non poteva esserlo. L’eternità delle pene dell’inferno è un dogma che la ragione non può comprendere; essa può conoscerlo, ma non comprenderlo, perché è al di sopra della ragione. E ciò che l’uomo non comprende, come può averlo inventato? Ed è proprio perché l’inferno, l’inferno eterno, non può essere compreso dalla ragione che la ragione insorge contro di esso, non essendo rischiarata e rivelata dalle luci soprannaturali della fede. Come vedremo più in la, la ragione grida all’ingiustizia, alla barbarie, e di conseguenza all’impossibilità. – Il dogma dell’inferno è ciò che si chiama “una verità innata”, vale a dire una di quelle luci di origine divina che lotta in noi malgrado noi; che è nel fondo della nostra coscienza, incrostata nelle profondità della nostra anima come un diamante nero, che brilla di un bagliore oscuro. Nessuno lo può strappare, perché è DIO stesso che lo ha messo là. Si può coprire questo diamante con i suoi bagliori scuri, se ne può allontanare lo sguardo e dimenticarlo per un certo tempo; si può negarlo in parole; ma vi si crede malgrado tutto, e la coscienza non cessa di proclamarlo. Gli empi che si burlano dell’inferno, in fondo ne hanno una paura terribile. Coloro che dicono che per essi è dimostrato che l’inferno non c’è, mentono a se stessi e agli altri. Si tratta di una empia speranza del cuore, piuttosto che una negazione ragionata dello spirito. Nell’ultimo secolo, uno di questi insolenti scriveva a Voltaire che aveva scoperto la prova metafisica della non esistenza dell’inferno: « voi siete tra i felici, gli rispose il vecchio patriarca degli increduli; ma io non mi trovo tra essi! ». No, l’uomo non ha inventato l’inferno! Egli non lo ha inventato, non lo ha potuto inventare. Il dogma di un inferno eterno di fuoco risale a DIO stesso. Esso fa parte di questa grande rivelazione primitiva che è la base della Religione e della vita morale del genere umano. Ergo: l’inferno c’è!

L’inferno c’è: Dio stesso ce ne ha rivelato l’esistenza.

I passaggi dell’Antico Testamento che ho citato più in alto, dimostrano già che il dogma dell’inferno è stato rivelato da Dio stesso ai Patriarchi, ai Profeti e all’antico Israele, in effetti non si tratta solo di testimonianze storiche: sono ancora e soprattutto delle testimonianze divine, che comandano la fede, che si impongono alla nostra coscienza, con l’autorità infallibile delle verità rivelate. Nostro Signore GESU’-CRISTO ha solennemente confermato questa temibile rivelazione; e per ben quattordici volte nel Vangelo, parla dell’inferno. Noi non riporteremo qui tutte le sue parole per non ripeterci. Non dimenticate, mio buon lettore, che è DIO stesso che qui parla, e che ha detto: « Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno … ». poco dopo la sua meravigliosa trasfigurazione sul Tabor, Nostro Signore diceva ai suoi discepolo e alle moltitudini che Lo seguivano: « Se la vostra mano (cioè ciò che di più prezioso avete) è per voi occasione di peccato, tagliatela: è meglio entrare nell’altra vita con una sola mano, che con due mani nell’inferno, nel fuoco inestinguibile. Se il vostro piede o il vostro occhio è per voi un’occasione di scandalo, tagliatelo, cavatelo, gettatelo lontano da voi: è meglio entrare nella vita eterna con un solo piede ed un solo occhio, che essere gettati con i due piedi o i due occhi nella prigione del fuoco eterno, “in gehenna ignis inextinguibilis”, ove il rimorso non cessa mai, ed il fuoco non si spegne mai “ … et ignis non estinguitur!” – Egli parla di ciò che accadrà alla fine dei tempi, e dice: « Allora il Figlio dell’uomo verrà con i suoi Angeli, ed essi separeranno coloro che avranno fatto il male per gettarli nella fornace di fuoco, “in caminum ignis” ove ci sarà pianto e stridor di denti. Chi ha orecchie per intendere, intenda ». Quando il Figlio di Dio predice l’ultimo giudizio, nel venticinquesimo capitolo del Vangelo di San Matteo, ci fa conoscere in anticipo i propri termini della sentenza che pronuncerà contro i riprovati: « Ritiratevi da me, maledetti, al fuoco eterno “discedite a me, maledicti, in ignem aeternum ». Io vi chiedo: ci può essere nulla di più chiaro? Gli Apostoli, incaricati dal Salvatore di sviluppare la sua dottrina e di completare le sue rivelazioni, ci parlano dell’inferno e delle sue fiamme eterne in modo non meno esplicito. Per non citare che alcune delle loro parole, ricorderemo San Paolo che dice ai cristiani di Tessalonica, predicando loro i giudizi eterni, « … che il Figlio di DIO si vendicherà nella fiamma del fuoco, “in flamma ignis”, degli empi che non hanno voluto riconoscere DIO e che non obbediscono al Vangelo di Nostro Signore GESU’-CRISTO; essi avranno da soffrire delle pene eterne nella morte, lontano dalla faccia del Signore, “paenas dabunt in interitu aeternas” ». – L’Apostolo San Pietro dice che i malvagi subiranno il medesimo castigo degli angeli cattivi, che il Signore ha precipitato nelle profondità dell’inferno, nel supplizio del tartaro, « rudentibus inferni detractos in Tartarum tradidit cruciandos ». Egli li chiama « figli di maledizione, “maledictionis filii”, ai quali sono riservati agli orrori delle tenebre ». San Giovanni ci parla ugualmente dell’inferno e dei suoi fuochi eterni. Riguardo all’anticristo e del suo falso profeta, egli dice: « Essi saranno gettati viventi nell’abisso ardente di fuoco e zolfo, “in stagnum ignis ardensis sulphure”, per esservi tormentati notte e giorno nei secoli dei secoli, “cruciabuntur die ac nocte in saecula saeculorum” ». infine l’Apostolo San Giuda ci parla a sua volta dell’inferno, mostrandoci i demoni ed i riprovati « incatenati per l’eternità nelle tenebre, subenti le pene del fuoco eterno, “ignis aeterni paenam sustinentes” ». – Ed in tutto il corso delle loro epistole ispirate, gli Apostoli ritornano incessantemente sul timore dei giudizi di DIO e sui castighi eterni che attendono i peccatori impenitenti. Dopo gli insegnamenti così chiari, come meravigliarsi che la Chiesa ci presenti l’eternità delle pene e del fuoco dell’inferno come un dogma di fede propriamente detto? In tal modo, che colui che vorrebbe negarlo o solo dubitarne, sarebbe quantomeno un eretico. Dunque l’esistenza dell’inferno è un articolo di fede cattolica e ne siamo tanto sicuri, come per l’esistenza di DIO. – Dunque, un inferno c’è! Riassumendo: la testimonianza dell’intero genere umano e delle tradizioni più antiche; la testimonianza della natura umana, della retta ragione, del cuore e della coscienza, e soprattutto la testimonianza dell’insegnamento infallibile di DIO stesso e della sia Chiesa, si uniscono per attestarci, con assoluta certezza, che c’è un inferno di fuoco e tenebre, un inferno eterno per il castigo degli empi e dei peccatori impenitenti. Io vi domando, caro lettore, si può mai stabilire una verità più perentoria?

Se veramente c’è l’inferno, come mai nessuno ne è tornato?

L’inferno esiste essenzialmente per punire i riprovati, e non per lasciarli tornare sulla terra. Quando uno si trova là, ivi resterà. Voi dite che non si ritorna? Questo è vero nell’ordine abituale della Provvidenza. Ma è proprio certo che nessuno sia mai tornato dall’inferno? Siete sicuri che in vista della misericordia e della giustizia, DIO non abbia permesso mai ad un dannato, di riapparire sulla terra? Nella santa Scrittura e nella storia, si fa prova del contrario; e, benché sia divenuta una superstizione, la credenza quasi generale a ciò che si chiamano “i fantasmi”, sarebbe inesplicabile se non provenisse da un fondo di verità. Lasciatevi qui riportare qualche avvenimento la cui autenticità sembra evidente e che proverebbe l’esistenza dell’inferno, per mezzo di spaventose testimonianze di quelli stessi che vi si trovavano.

Il dottore Raimond Diocré

      Nella vita di San Bruno, fondatore dei monaci certosini, si trova un avvenimento sconvolgente, avvenuto alla presenza di migliaia di testimoni, ed esaminato in tutti i particolari dai dottissimi Bollandisti, che presenta pertanto alla critica più seria, tutti i caratteri storici dell’autenticità; un fatto accaduto a Parigi, in pieno giorno, alla presenza di migliaia di testimoni, i cui dettagli sono stati raccolti dai testimoni, e che ha dato vita infine ad un grande ordine religioso. – Moriva, nell’anno 1082, un grande professore dell’università di Parigi, di nome Raymond Diocrès, che godeva dell’ammirazione universale, compianto da tutti i suoi allievi. Uno dei più sapienti dottori del tempo, conosciuto in tutta l’Europa per la sua scienza, i suoi talenti e le sue virtù, chiamato Bruno, si trovava in quel tempo a Parigi con quattro colleghi, e decise di assistere diversamente alle esequie dell’illustre scomparso. Si era disposto il corpo nella grande sala della cancelleria vicino alla Chiesa di Nostre-Dame, ed una immensa folla circondava il catafalco, ove, secondo l’uso dei tempi, il morto veniva esposto, coperto da un semplice velo. Nel momento in cui si cominciò a leggere una delle letture dell’Ufficio dei morti che comincia così: « Rispondimi. Quanto grandi e numerose sono le tue iniquità … », una voce sepolcrale uscì da sotto il velo funebre, e tutti gli astanti udirono queste parole. « Per un giusto giudizio di Dio, sono stato accusato ». Ci si precipitò allora a togliere il drappo mortuario: il povero morto era là immobile, glaciale, perfettamente “morto”. La cerimonia, interrotta per un istante, riprese subito; tutti gli astanti erano nello stupore e pieni di paura. Si riprende dunque l’Ufficio, si arriva nuovamente alla lettura suddetta «Rispondimi»! Questa volta, visto da tutti, il morto si solleva, e con voce più forte, ancora più accentuata, dice: « Per un giusto giudizio di DIO, sono stato giudicato », e ricade all’indietro disteso. Il terrore negli astanti è al colmo! Alcuni medici possono costatarne di nuovo la morte: il cadavere è freddo, rigido. Non si ha il coraggio di continuare, e l’Ufficio viene rimandato all’indomani. Le autorità ecclesiastiche, non sanno come comportarsi. Gli uni dicono. «È un dannato; è indegno delle preghiere della Chiesa». Altri dicono: «No, tutto questo è senza dubbio molto terrificante, ma infine, tutti noi non saremo dapprima accusati, e poi giudicati con un retto giudizio di DIO? ». il Vescovo è pure di questo avviso, e l’indomani, il servizio funebre ricomincia alla stessa ora. Bruno ed i suoi compagni sono là come il giorno prima. Tutta l’Università, tutta Parigi è accorsa a Notre-Dame. – L’Ufficio dunque ricomincia. Alla stessa lettura: « Rispondimi! … », il corpo del dottor Raymond si erge seduto e, con un accento indescrivibile, che lascia di ghiaccio tutti gli astanti, esclama: « Con un retto giudizio di DIO sono stato condannato» , e ricade immobile. Questa volta non ci sono più dubbi, il terribile prodigio costatato fino all’evidenza estrema, non è più discutibile. Per ordine del Vescovo e del Capitolo, si spoglia seduta stante il cadavere delle sue insegne e delle sue dignità, e lo si manda alla volta di Montfaucon. – All’uscire dalla grande sala della cancelleria, Bruno, che all’epoca aveva circa quarantacinque anni, decide irrevocabilmente di lasciare il mondo, ed si mette alla ricerca, insieme ai suoi compagni, nella solitudine della grande certosa, nei pressi di Grenoble, di un ritiro ove giungere più sicuramente alla salvezza, e prepararsi così, lontano dagli agi, ai giusti giudizi di DIO. Ecco quindi un riprovato che ritorna dall’inferno non per uscirne, ma per esserne il più inconfutabile dei testimoni.

Il giovane religioso di San Antonino

 Il sapiente Arcivescovo di Firenze, san Antonino, riporta nei suoi scritti un fatto non meno terribile che, verso la metà del quindicesimo secolo, aveva spaventato tutto il nord dell’Italia. Un giovane di buona famiglia che a sedici o diciassette anni ebbe la disgrazia di nascondere un peccato mortale in confessione e di comunicarsi in questo stato, aveva rimandato di settimana in settimana, di mese in mese, la confessione così penosa dei suoi sacrilegi, continuando, del resto le sue confessioni e le sue comunioni, per un miserabile rispetto umano. Tormentato dal rimorso, cercava di stordirsi facendo grandi penitenze, e tanto bene che passava per un santo. Non resistendo, entrò in un monastero. « Là, almeno, si diceva, io dirò tutto, ed espierò seriamente i miei spaventosi peccati ». – Fu accolto così, per sua sventura, come un piccolo santo dai superiori che lo conoscevano per la reputazione, ma la sua onta riprese ancora il sopravvento. Egli rimandò la sua confessione a più tardi, raddoppiò le sue penitenze, e così in questo deplorevole stato passarono un anno, due anni, tre anni, ed egli non osava mai rivelare il peso terribile e vergognoso che lo opprimeva. Infine una malattia mortale sembrò facilitarne la soluzione. Per questo motivo, si disse, io vado a confessare tutto. Vado a fare una confessione generale prima di morire. Ma per l’amor proprio, dominando sempre il pentimento, egli ingarbugliò cosi bene la confessione dei suoi peccati, che il confessore non poté comprendere nulla. Egli aveva un vago desiderio di ritornarvi sopra l’indomani; ma sopravvenne un accesso febbrile, e l’infelice così morì. Nella comunità, ove si ignorava la mostruosa realtà, si diceva: « Se non va in cielo costui, che di noi potrà mai entrarvi? ». e si facevano toccare alle sue mani delle croci, dei rosari, delle medaglie. Il corpo fu trasportato con una sorta di venerazione nella chiesa del monastero, e vi restò esposto nel coro fino all’indomani mattino quando si celebrarono i funerali. Qualche istante prima dell’ora fissata per la cerimonia, uno dei frati, inviato a suonare le campane, scorse tutto ad un colpo davanti a lui, vicino all’altare, il defunto circondato da catene che sembravano rosse di fuoco, ed una certa incandescenza appariva in tutta la sua persona. Spaventato, il povero frate era caduto in ginocchio, con gli occhi fissi sulla orribile apparizione. Allora il dannato gli disse: « Non pregate per me. Io sono nell’inferno per l’eternità », e raccontò la storia lamentevole della sua cattiva onta e dei suoi sacrilegi, dopo di ché sparì lasciando nella chiesa un odore ripugnante che si sparse in tutto il monastero, come per attestare la veridicità di tutto quanto il frate vedeva e intendeva. Subito avvertiti, i superiori fecero portar via il cadavere, giudicandolo indegno della sepoltura ecclesiastica.

La cortigiana di Napoli

San Francesco Girolamo, celebre missionario della Compagnia di Gesù all’inizio del diciottesimo secolo, era stato incaricato di dirigere le missioni nel reame di Napoli. Un giorno, mentre predica in una piazza di Napoli, alcune donne di vita cattiva, tra cui una di essa, chiamata Caterina, lì riunite, si sforzano nel disturbare il sermone con i loro canti e le loro sguaiate esclamazioni, per indurre il padre a ritirarsi; ma egli nondimeno continua il suo discorso, senza che sembri accorgersi delle loro insolenze. Qualche tempo dopo, egli torna a predicare nella stessa piazza. Vedendo la porta di Caterina chiusa e tutta la casa, ordinariamente così chiassosa, in un profondo silenzio: « “Ebbene! – dice il santo – cosa è successo a Caterina?” – “Ma come Padre, non lo sa? Ieri sera la disgraziata è morta, senza poter pronunziare una parola”. “Caterina morta? – riprende il Santo – e morta all’improvviso? Entriamo e vediamo” ». Si apre la porta, il Santo sale le scale ed entra, seguito dalla folla, nella stanza ove il cadavere giace a terra, su di un drappo, con quattro ceri, secondo l’uso del paese. Egli la guarda per un po’ di tempo con occhi spaventati; poi con voce solenne le dice: «Caterina, adesso dove vi trovate»? Il cadavere resta muto. Il Santo riprende: «Caterina, ditemi, dove siete adesso? Io vi ordino di dirmi: adesso dove vi trovate »? Allora con grande meraviglia di tutti, gli occhi del cadavere si aprono, le sue labbra si agitano convulsivamente, ed una voce cavernosa e profonda ecco risponde. « Nell’inferno! Io sono nell’inferno! ». A queste parole la folla degli astanti scappa spaventata ed il Santo ridiscende con essi ripetendo: « Nell’inferno! O DIO, è terribile! Nell’inferno! O DIO, è terribile! Avete sentito? Nell’inferno! ». L’impressione di questo prodigio fu così vivo, che un buon numero di coloro che ne furono testimoni, non osarono rientrare a casa loro senza essersi prima confessati.

L’amico del conte Orloff

Nel nostro secolo, tre fatti dello stesso genere, uno più autentico dell’altro, sono pervenuti a mia conoscenza. Il primo si è verificato quasi nella mia famiglia, in Russia, a Mosca, poco tempo prima della orribile campagna del 1812. Mio nonno materno, il conte Rostopchine, governatore militare di Mosca, era fortemente legato al generale conte Orloff, celebre per la sue prodezze, prode ancorché empio. Un giorno, dopo un’abbondante e raffinata cena, innaffiata da copiose libagioni, il conte Orloff e uno dei suoi amici, il generale V. , voltairiano come lui, si erano messi a burlarsi offensivamente della religione e soprattutto dell’inferno. « “E se per caso, dice Orloff, se per caso c’è qualche cosa dall’altro lato della cortina?” … – “Ebbene, risponde il generale V., il primo di noi due che vi andrà, tornerà ad avvertire l’altro. Ne convenite, siete d’accordo?” – “Idea eccellente!” », risponde il conte Orloff, ed entrambi, benché mezzo alticci, diedero seriamente la loro parola d’onore per non mancare al loro impegno. Qualche settimana più tardi, scoppiò una delle grandi guerre che Napoleone aveva il dono di saper suscitare all’epoca; l’armata russa entra in campagna di guerra, ed il generale V. ebbe l’ordine di partire immediatamente per prendere un importante comando. Egli aveva lasciato Mosca da due o tre settimane, quando un mattino, di buon’ora, mentre mio nonno faceva toilette, la porta della sua camera si apre bruscamente. È il conte Orloff, in giacca da camera, in pantofole, coi i capelli arruffati, gli occhi stralunati, pallido come un morto. « Cosa c’è! Orloff siete voi? A quest’ora? E così conciato, cosa c’è dunque, cosa è successo? ». – « Mio caro, riprende Orloff. Credo di essere diventato matto! Ho appena visto il generale V. » – Il generale V.? “Ah, dunque è già ritornato? – “Eh no! Riprende Orloff, sprofondando su un divano e prendendosi la testa tra le mani – No! Non è tornato! Ed è per questo che sono terrorizzato!” » Mio nonno non riesce a capire, e cerca di calmarlo.               « Raccontatemi dunque quel che vi è successo e tutto quello che volete dirmi ». Allora, cercando di dominare la sua emozione, il conte Orloff racconta quanto segue. « Mio caro Rostpchine, già da qualche tempo, V. ed io, ci siamo giurati reciprocamente che il primo tra di noi che fosse morto, venisse a dire all’altro se dall’altra parte della cortina ci sia qualcosa. Ora questa mattina, da neanche mezz’ora, io ero tranquillamente a letto, sveglio da tempo, non pensando affatto al mio amico, quando tutto ad un tratto le due tende del mio letto si sono bruscamente aperte ed io ho visto, a due passi da me, il generale V., in piedi, pallido, con la mano destra sul suo petto che mi ha detto: « C’è l’inferno, ed io vi sono dentro! » ed è sparito. E così sono venuto a cercarvi. La mia testa scoppia! Che cosa strana! Io non so cosa pensare!”. Mio nonno cerca di calmarlo come può, anche se non è cosa facile. Egli parla di allucinazioni, di incubi, … forse dormiva … son cose straordinarie, inspiegabili, ed altre banalità di questo genere, che consolano gli spiriti forti. Poi fa preparare i suoi cavalli per riportare il conte Orloff al suo hotel. Dieci o dodici ore dopo questo strano incidente, un corriere dell’armata porta a mio nonno, tra le altre notizie, quella della morte del generale V. . La mattina del giorno stesso in cui il generale Orloff lo aveva visto e sentito, alla stessa ora in cui era apparso a Mosca, lo sfortunato generale, uscito per verificare la posizione del nemico, venne colpito al petto da un proiettile cadendo morto stecchito! « L’inferno c’è, l’inferno c’è, ed io ci sto dentro »! Ecco le parole di qualcuno che « ne è tornato! ».

La Dama dal braccialetto dorato.

Nel 1859, io raccontavo appunto questo avvenimento ad un prete molto distinto, il Superiore di una importate comunità. “È terribile, mi dice, ma questo non mi stupisce in modo straordinario. Fatti di questo genere sono molto meno rari di quel che si possa pensare. Il fatto è che generalmente si tende più o meno a mantenere il segreto, sia per l’onore del “ritornato”, sia per l’onore della sua famiglia. Da parte mia posso riferire quel che io ho saputo da fonte certa, circa due o tre anni orsono, da una parente stretta di una persona alla quale è successa una cosa simile. In questo momento che vi parlo (Natale del 1859), questa dama ancora vive, ed ha poco più di quarant’anni. « Ella era a Londra, nell’inverno tra il 1847 ed il 1848, era vedova, fortemente mondana, molto ricca e di bell’aspetto. Tra i più eleganti frequentatori del suo salone, c’era un giovane lord, le cui assiduità la compromettevano singolarmente e la cui condotta libertina di conseguenza non era meno edificante. « Una sera, o piuttosto una notte (poiché era oltre mezzanotte), ella leggeva un romanzo, cercando di conciliare il sonno. Al battere del pendolo, essa spense la sua bugia. Ma nell’addormentarsi, con suo grande stupore, vide che un tenue bagliore sembrava giungere dalla porta del salone, spandendosi a poco a poco nella sua camera, aumentando sempre più di intensità. Stupefatta aprì bene gli occhi, non sapendo cosa questo potesse significare. Essa cominciò a spaventarsi, quando vide aprirsi lentamente la porta del salone ed entrare nella sua camera il giovane lord, complice delle sue disordinate avventure. Prima che elle potesse dire una parola, egli le fu vicino e stringendole il polso sinistro, con voce stridente, le disse in inglese: « C’è l’inferno! » Il dolore che ella sentì al braccio fu tale che perse conoscenza. « Quando riprese i sensi, circa una mezz’ora dopo, suonò alla sua donna da camera. Questa entrando sentì un forte odore di bruciato; avvicinandosi alla sua padrona, che appena poteva balbettare, constatò al polso una bruciatura così profonda che perfino l’osso era scoperto e la carne quasi tutta consumata; questa bruciatura aveva la larghezza di una mano d’uomo. In più ella notò che dalla porta del salone fino al letto, e dal letto alla stessa porta, il tappeto portava l’impronta del passo di un uomo che aveva bruciato la trama da parte a parte. Per ordine della sua padrona, aprì la porta del salone: non c’erano altre tracce sul tappeto. « Il giorno dopo la sciagurata dama, apprese, con terrore facile da immaginare, che la notte stessa, verso l’una del mattino, il suo lord era stato trovato ubriaco fradicio sotto la tavola, che i suoi servi lo avevano riportato nella sua camera e che era così spirato tra le loro braccia. « Io ignoro, aggiunge il superiore, se questa terribile lezione abbia convertito l’infortunata; ma ciò che so è che ella ancora vive; solo, per nascondere agli sguardi le tracce della sua sinistra bruciatura, porta al polso sinistro, a guisa di braccialetto, una larga benda dorata che non toglie mai, né di giorno né di notte. – « Lo ripeto, ho appreso tutti questi dettagli da un suo parente prossimo, serio cristiano, sulla cui parola io ripongo la massima fiducia. Nella stessa famiglia non se ne parla però mai, ed io stesso che ve lo confido, tengo tutto per me. » Malgrado il velo con il quale è stata circondata questa apparizione, mi sembra impossibile metterne in dubbio la terribile autenticità. E certamente non si avrebbe bisogno della dama dal braccialetto d’oro per provare che esiste l’inferno.

La “bella donna” di Roma

Nell’anno 1873, qualche giorno prima dell’Assunzione, ebbe luogo a Roma una di queste terribili apparizioni dall’oltretomba, che corroborano così efficacemente la verità dell’inferno. – In una di queste case malfamate che l’invasione sacrilega del territorio temporale del Papa ha fatto aprire a Roma in tanti luoghi, una disgraziata ragazza, feritasi ad una mano, deve essere trasportata all’ospedale della Consolazione. O a causa del suo sangue infetto, o per inattese complicazioni, essa muore repentinamente durante la notte. – Nello stesso istante, una delle compagne, che ignora completamente ciò che sta succedendo in ospedale, si mette a gridare disperatamente, al punto da svegliare gli abitanti del quartiere e mettere in subbuglio tutte le miserabili creature di questa casa, provocando addirittura l’intervento della polizia. La morta dell’ospedale le era apparsa circondata da fiamme e le aveva detto: « io sono dannata, e se tu non vuoi finire come me, esci da questo luogo infame, e torna a DIO che hai abbandonato. » Niente può calmare la disperazione ed il terrore di questa giovane che si lamenta fin dall’alba del giorno, lasciando tutta la casa piombare nello stupore, dal momento che si è risaputo della morte della sventurata in ospedale. – Da questo episodio, la “maîtresse” del luogo, una garibaldina esaltata, e conosciuta per tale dai suoi fratelli ed amici, si ammala. Fa così subito domandare del curato della vicina chiesa, San Giuliano dei Banchi. Prima di recarsi in una tale abitazione, il venerabile prete consulta l’autorità ecclesiastica, la quale affida questo compito ad un degno prelato, Mons. Sirolli, curato della parrocchia di San Salvatore in Lauro. Costui, munito di speciali istruzioni, si presenta e per prima cosa pretende dalla malata, alla presenza di numerosi testimoni, di ritrattare gli scandali della sua vita, le blasfemie contro l’autorità del Sovrano Pontefice, e tutto il male che aveva fatto al prossimo. La disgraziata lo fa senza esitazioni, si confessa e riceve il Santo Viatico con gran professione di pentimento e di umiltà. Sentendo che la morte si approssima, supplica nelle lacrime il buon curato di non abbandonarla, spaventata com’è da tutto ciò che è accaduto in quei giorni. Approssimandosi la notte, mons. Sirolli, diviso dall’incertezza di restare, per un atto di carità, al capezzale della morente, o di andar via per non passare la notte in tale luogo, fa richiesta alla polizia di due agenti, che vengono, chiudono la casa e passano tutta il tempo fino all’ultimo respiro dell’agonizzante. Tutta Roma conobbe ben presto tutti i dettagli di questo tragico avvenimento. Come sempre gli empi ed i libertini si presero beffe, guardandosi bene dal trarne insegnamento, i buoni ne profittarono per diventare migliori ed ancora più fedeli ai loro doveri. – Davanti a questi fatti, il cui elenco potrebbe essere molto più lungo, io chiedo al lettore di buona fede se sia ragionevole ripetere, con la folla degli stolti, la famosa frase stereotipata: « se veramente esiste un inferno, com’è che non ne è mai tornato nessuno? » – Ma quando anche, a torto o a ragione non si vorrebbero ammettere i fatti, per altro veritieri, che io ho riportato, la certezza assoluta dell’inferno non sarebbe meno incrollabile. In effetti la nostra fede nell’inferno non riposa su questi fatti prodigiosi, che non sono di fede, ma sulle ragioni di buon senso che noi sempre esponiamo e soprattutto, sulla testimonianza divina, infallibile di Gesù Cristo, dei suoi Profeti e dei suoi Apostoli, così come sull’insegnamento formale, invariabile, inviolabile della Chiesa Cattolica. I prodigi possono corroborare la nostra fede e ravvivarla, ecco perché ci siamo sentiti in dovere di citarne qui qualcuno, capaci come sono oltretutto di chiudere la bocca a coloro che osano affermare: «l’inferno non c’è», e di confermare nella fede quelli che sarebbero tentati di chiedersi; «ma c’è un inferno? », ed infine di consolare ed illuminare ancor più tutti i buoni fedeli che dicono con la Chiesa: « l’inferno certamente c’è! ».

 

Perché tanta gente si sforza di negare l’esistenza dell’inferno.

   Innanzitutto, la maggior parte di questi vi sono troppo direttamente interessati. I ladri, potendo, distruggerebbero la gendarmeria; allo stesso modo, se tutte le persone che “accusano il colpo”, sono sempre disposte a fare il possibile e l’impossibile per persuadersi che l’inferno non esiste, soprattutto un inferno di fuoco, essi sentono, che se ce n’è uno, questo è per loro stessi. – Essi fanno come i vigliacchi, che cantano a squarciagola nella notte oscura al fine di stordirsi e non sentite troppo la paura che li attanaglia. – Per darsi ancora più coraggio, essi cercano di persuadere gli altri che l’inferno non esiste; essi lo descrivono nei loro libri più o meno scientifici e filosofici; essi lo ripetono in alto ed in basso, in tutti i toni, confortandosi gli uni gli altri, e grazie a questo concerto chiassoso, finiscono per credere che nessuno più vi creda, e di conseguenza abbiano il diritto di non crederci nemmeno essi. Tali furono, nell’ultimo secolo, quasi tutti i capi dell’incredulità voltairiana. Essi avevano stabilito come A più B che non ci fosse DIO, né Paradiso, né inferno; essi erano sicuri del fatto loro. E nonostante che la storia sia la, a dimostrare che tutti, gli uni dopo l’altro, in preda ad un orribile panico al momento della morte, abbiano ritrattato, si siano confessati, chiedendo perdono a DIO e agli uomini. Uno di essi, Diderot, scriveva dopo la morte di Alambert: « se non fossi stato colà, egli avrebbe fatto il “tuffo” come tutti gli altri! ». E anche per lui, poco è mancato, che abbia chiesto un prete. Tutti sanno come Voltaire, sul letto di morte avesse due o tre volte insistito perché gli si andasse a cercare il curato di San Sulpizio; i suoi accoliti lo circondarono però così bene che il prete non poté giungere fino al moribondo, che così spirò in un eccesso di rabbia e disperazione. È visibile ancora a Parigi la camera ove accadde questa tragica scena. – Coloro che gridano più forte contro l’inferno, ci credono spesso più di noi altri. Al momento della morte, però, la maschera cade e si vede cosa c’era sotto. Non ascoltiamo pertanto i ragionamenti troppo interessati che detta loro la paura. – In secondo luogo, è la corruzione del cuore che fa negare loro l’esistenza dell’inferno. Quando non si vuole lasciare la vita cattiva che si conduce, si è automaticamente sempre portati a dire, se non a credere, che esso non esiste. Ecco un uomo, di cui il cuore, l’immaginazione, i sensi, le abitudini quotidiane sono impegnati, assorbiti da un amore colpevole. Egli ne è completamente immerso; sacrifica tutto: andategli dunque a parlare dell’inferno! Parlereste ad un sordo. E se talvolta attraverso le crisi della passione, la voce della coscienza e della fede si fa sentire, ben presto egli impone il silenzio, non volendo più ascoltare la verità né dentro né fuori. Tentate di parlare dell’inferno a questi giovani libertini che popolano la maggior parte dei nostri licei, dei nostri negozi, delle nostre officine, delle nostre caserme: essi vi risponderebbero con dei fremiti di collera e accanimenti diabolici, più potenti per essi che non gli argomenti della fede e del buon senso. Essi “non vogliono” che esista l’inferno. Io poco tempo fa ne ho visto uno dal quale mi aveva condotto un barlume di fede. Io lo esortavo, come meglio potevo, a non disonorarsi come faceva, a vivere da cristiano, da uomo e non come una bestia. « Tutto è molto bello e buono, mi rispondeva, e forse è anche vero; ma ciò che io so è che quando questo mi prende, io divento furioso come un pazzo; non capisco più niente, non vedo più niente, e non c’è Dio né inferno che tenga. Se esiste l’inferno, bene, io ci andrò, questo mi è indifferente ». Poi non l’ho più rivisto. E gli avari, gli usurai? E i ladri? Quanti argomenti irresistibili essi trovano per controbattere l’esistenza dell’inferno! Rendere ciò che hanno preso! Mollare il loro oro, i loro scudi! Piuttosto mille morti, piuttosto l’inferno, se è vero che ce n’è uno! – mi diceva un vecchio usuraio normanno, usuraio a settimana, che anche davanti alla morte, non poteva decidersi a lasciare il malloppo. Egli aveva acconsentito, non si sa come, a restituire tali e grosse somme; ma doveva ancora restituire solo otto franchi e cinquanta centesimi: mai il curato poté ottenerle. Il disgraziato morì senza sacramenti. Per il suo cuore di avaro, la misera somma di otto franchi e cinquanta centesimi sarebbero stati sufficienti per sfuggire all’inferno. – Così è per tutte le violente passioni: l’odio, la vendetta, l’ambizione, certe esaltazioni dell’orgoglio. Essi non vogliono sentir parlare dell’inferno. Per negarne l’esistenza, mettono in gioco tutto e più niente conta per loro. Tutta questa gente, quando viene messa con le spalle al muro, magari mediante qualche buona ragione che abbiamo esposto in precedenza, si getta sui morti, sperando così di sfuggire ai viventi. Essi immaginano e dicono che crederebbero all’inferno se qualche morto resuscitasse davanti a loro, ed affermasse che esiste veramente. Pure illusioni, che Nostro Signore Gesù Cristo si è dato Egli stesso la pena di confutare, come andremo a vedere.

Si crederebbe senz’altro di più all’inferno se i morti ritornassero più spesso!

 Un giorno, Nostro Signore, passava per Gerusalemme, non lontano da una casa di cui ancora oggi si vedono le fondamenta, e che era appartenuta ad un giovane fariseo, molto ricco, chiamato Nicenzo. Costui era morto da un po’ di tempo. Senza nominarlo, Nostro Signore prese occasione da quel che era accaduto per istruire i suoi discepoli e la moltitudine di gente che Lo seguiva. « C’era, Egli dice, un uomo che era ricco, vestito di porpora e di lino, e che ogni giorno faceva splendidi banchetti. Alla sua porta giaceva un povero mendicante, chiamato Lazzaro, coperto di piaghe, che avrebbe ben volentieri voluto saziarsi con le briciole cadute dalla tavola del ricco, ma nessuno gliene dava. «Ora giunse il giorno che il povero morì; egli fu portato dagli Angeli nel seno di Abramo (cioè il Paradiso). Il ricco, morì a sua volta; e fu cacciato all’inferno. E là, in mezzo ai suoi tormenti, avendo alzato gli occhi, scorse da lontano Abramo, e Lazzaro nel suo seno. Egli allora si mise a gridare e a dire: « Abramo, padre mio, abbiate pietà di me, e mandatemi Lazzaro che bagni l’estremità del dito nell’acqua perché mi rinfreschi un poco la lingua, poiché io soffro crudelmente in queste fiamme ». Figlio mio, gli rispose Abramo, ricordati che durante la vita hai avuto la tua parte di godimenti, e Lazzaro, di sofferenze. Ora egli è consolato, mentre tu soffri. Almeno, replicò l’altro, vi prego, nella casa di mio padre, io ho cinque fratelli; egli dirà loro che qui si soffre, affinché non sprofondino anch’essi, come me, in questo luogo di tormenti ». « E Abramo gli rispose: Essi hanno Mosè ed i Profeti, che li ascoltino. – No, padre mio, replicò il dannato, questo non è sufficiente. Ma se essi vedranno qualcuno tra i morti, allora essi faranno penitenza. E Abramo gli disse: “se essi non ascoltano Mosè e i Profeti, non crederanno neppure alle parole di un uomo tornato dai morti ». Quella parola grave del Figlio di DIO è la risposta anticipata a tutte le illusioni di persone che, per credere all’inferno e per convertirsi, chiedono resurrezioni e miracoli. Anche se abbondassero intorno ad essi miracoli di qualsiasi natura, comunque non crederebbero. Testimoni i giudei che, alla vista di tutti i miracoli del Salvatore, ed in particolare della resurrezione di Lazzaro a Betania, non trassero altra conclusione, se non questa qui: « Che fare? Ecco tutto il mondo Gli va dietro. Uccidiamolo ». e più tardi, davanti ai quotidiani miracoli pubblici, assolutamente incontestabili di San Pietro e degli altri Apostoli, essi ancora dissero: « Questi uomini fanno dei miracoli e noi non possiamo negarlo. Facciamoli arrestare e proibiamo loro di predicare ancora nel nome di GESU’». – Ecco cosa producono di solito i miracoli e la resurrezione dai morti nelle persone il cui spirito e cuore è corrotto. E quante volte questo si è ripetuto come nella confessione sconvolgente sfuggita a Diderot, uno degli empi più sfrontati dell’ultimo secolo. « Diceva un giorno: se tutta Parigi mi dicesse di aver visto un morto resuscitato, io preferirei credere certamente che tutta Parigi sia diventata folle, piuttosto che ammettere un miracolo ». Io lo so, anche tra i più malvagi, ci può essere una forza residua, ma in fondo le tendenze sono le stesse, c’è il partito preso, ed anche davanti all’evidenza, se un po’ di buon senso residuo impedisce di dire assurdità, c’è una chiusura di indifferenza. Sapete cosa fare per non temere di aver paura dell’inferno? Bisogna vivere in modo tale che non se ne abbia timore. Vedete i veri cristiani, i cristiani casti, coscienziosi, fedeli a tutti i loro doveri: ad essi verrebbe mai in mente di dubitare dell’inferno? I dubbi vengono dal cuore, ben più che dall’intelligenza e, salvo rare eccezioni, dovute all’orgoglio dell’ignoranza, l’uomo che conduce una vita appena corretta, non prova il medesimo bisogno di blaterare contro l’esistenza dell’inferno.

 

 

 

S. IRENEO

S. IRENEO VESCOVO E MARTIRE

[Da: I SANTI PER OGNI GIORNO DELL’ANNO-Alba-Roma, 1933] 

28 GIUGNO.

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Il nome di S. Ireneo si lega colla schiera numerosa di quegli eroi che col glorioso martirio illustrarono la Chiesa di Lione. -Nato Ireneo l’anno 121 nelle vicinanze di Smirne, ebbe per primo precettore l’illustre vescovo di quella città S. Policarpo. Fu da questo insigne maestro che egli succhiò lo spirito apostolico ed apprese quella scienza che lo rese uno dei più belli ornamenti della Chiesa in quei tempi di lotta e di sangue. Ancora giovane, erudito in ogni scienza e dotato di meravigliosa facondia diede un primo assalto alle vituperose dottrine degli Gnostici e Valentiniani che avevano infarcito la dottrina di Cristo colle favole del paganesimo. Ma il desiderio di approfondirsi negli studi, lo spinse a Roma dove, assisi sulle cattedre, insegnavano i più celebri maestri del suo tempo. Di ingegno acuto, sagace memoria, e di profonda speculazione, fu tale il progresso che egli fece in quelle scuole che al fine dei corsi poteva ormai gareggiare con i suoi precettori. – Recatosi Ireneo nelle Gallie fissò la sua dimora a Lione dove sedeva Vescovo S. Potino. Questi conosciuto i talenti e le virtù eminenti del giovane lo promosse agli ordini sacri e al Sacerdozio. – Da quell’istante lo zelo del novello Levita non ebbe più misura. La sua parola trascinava, penetrava i cuori; la sua eloquenza conquideva; cadevano gli idoli e i delubri e la luce della verità irradiava le menti degli idolatri che a schiere chiedevano il S. Battesimo. – All’opera della predicazione quest’insigne dotto della Chiesa accoppiò numerosissimi scritti, fonti inesauribili di dottrina e di sapienza. Scritti che al dire di S. Girolamo, erano una barriera insormontabile dinanzi alla quale venivano ad infrangersi gli sforzi ed i sofismi dei nemici di Cristo della sua mistica sposa, la Chiesa. – Alcuni di essi andarono perduti, ma molti altri si conservano tra i quali i cinque libri contro gli eresiarchi, che sono una delle più belle ed intransigenti difese della Dottrina Cristiana. A questo lavoro di studio egli seppe pure accoppiare una profonda pietà dando i più ammirabili esempi di virtù. – Cinto colla corona del martirio il santo Vescovo Potino, il popolo Lionese unanime elesse alla sede Vescovile S. Ireneo, il quale dovendosi recare a Roma per la consacrazione portò al Papa S. Eleuterio una lettera ridondante del più sacro attaccamento al Vicario di Gesù Cristo, ritornando alla sua sede confortato dalla benedizione del Sommo Pastore. – Conscio della nuova missione che il Signore gli aveva affidato, non si diede più un istante di riposo. Predicò con la parola e con l’esempio, con la potenza dei miracoli, tutto a fine di condurre anime a Colui che tanto amava. – Essendo sorta in quel tempo la questione circa la celebrazione della Pasqua, il Papa Vittore minacciava della scomunica i Vescovi dell’Asia che su questo punto quasi tutti dissentivano dai loro fratelli nell’Episcopato. – S. Ireneo amante della pace vi intervenne colla sua autorità e mise nuovamente la concordia. Dopo queste ed altre numerose fatiche, dopo glorificato il nome di Dio e dilatato il suo regno, sigillò sotto Settimio Severo, col sangue quella fede che aveva predicato e per la quale aveva tanto sofferto. Benedetto XV ne estese la festa a tutta la Chiesa cingendolo coll’aureola del dottorato.

FRUTTO. — Impariamo da S. Ireneo l’attaccamento al Papa  (il “vero” Vicario di CRISTO, da non confondere col vicario dell’anticristo -n.d.r.) e con Lui sappiamo combattere da veri soldati per essere degni di questo nome.

PREGHIERA. — O Dio, che desti al beato Martire e Vescovo Ireneo la grazia di espugnare l’eresia e di consolidare la pace nella Chiesa, deh! concedi al tuo popolo forza e costanza nella S. Religione. Così sia.

Oggi avremmo bisogno di tanti S. Ireneo, per confutare tutte le eresie, imbecillità e menzogne propagate dai settari di ogni risma, in primo luogo da coloro che indegnamente occupano i Sacri Palazzi e le Sedi Apostoliche lordandole con gnostico sterco fetido e disprezzando spudoratamente la dottrina del divino Maestro e la Liturgia Sacra della Chiesa. Preghiamo con S. Ireneo affinché il Signore Gesù-Cristo bruci, quanto prima, con il soffio della sua bocca l’anticristo con il suo vicario e i suoi lecchini già pronti per il fuoco eterno, premio a loro riservato per l’apostasia dalla fede in Cristo.

Intanto ci accontentiamo di leggere il passo di uno scritto del Santo Martire, che sembra parlare a noi per confortarci e confermarci nella fede incrollabile in Gesù-CRISTO e nella sua “vera” Chiesa, ed ai “lupi” ed ai “Caino” odierni. La speranza che qualcuno di questi possa rinsavire, con la grazia dello Spirito Santo, non deve mai lasciarci. Preghiamo!

Da: Libro 3 contro le Eresie cap. 18, ovv. 20, n.5-6

Il Signore conosceva quelli che dovevano subire la persecuzione; e sapeva pure chi erano quelli che sarebbero flagellati ed uccisi per Lui. E perciò esortando anche costoro, diceva: “Non temete quelli che uccidono il corpo, ma non possono uccidere l’anima. Temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo” e anche conservare quelli che gli hanno reso testimonianza. Difatti Egli permetteva di riconoscere davanti al Padre suo, quelli che avessero confessato il suo nome davanti agli uomini; e di rinnegare quelli che Lo avessero rinnegato; e di confondere quelli che avessero arrossito di confessarLo. Ora, stando così le cose, alcuni sono giunti a tanta temerità da disprezzare i Martiri e persino vituperare quelli che sono stati uccisi per aver reso testimonianza al Signore, o che sopportano tutte le prove che il Signore ha predetto, e, conforme alla sua parola, si sforzano di seguire le orme del Signore nella sua passione, divenuti i Martiri di Colui che s’è fatto passibile per noi, e noi li contiamo nel numero dei Martiri. Quando sarà ricercato il loro sangue, quando la gloria sarà stata la conseguenza delle loro sofferenze, allora saranno confusi da Cristo tutti quelli che si saranno rifiutati d’onorare il loro martirio. Lo stesso sarà di quelli che dicono aver Egli sofferto solo apparentemente. Perché se Egli non ha patito realmente, nessuna grazia per Lui, non avendo Egli sostenuto nessuna passione; e quando noi cominceremo a soffrire veramente, Egli ci apparirà un seduttore, esortandoci a farci battere e a porgere l’altra guancia, se veramente non l’ha sofferto Egli per il primo. E allora come avrebbe sedotto loro, facendosi vedere ad essi per quel che non era; così sedurrebbe anche noi, esortandoci a soffrire quello che Egli non ha sofferto. In questo caso saremmo da più del Maestro, mentre soffriamo e tolleriamo ciò che il Maestro né avrebbe sofferto, né tollerato. Ma siccome nostro Signore, il solo vero Maestro, il vero Figlio di Dio, è buono e paziente, Verbo di Dio Padre, Egli si è fatto il Figlio dell’uomo. Egli ha lottato ed ha vinto; Egli era uomo e combatteva per la famiglia dei suoi padri, e riparava con l’obbedienza la loro disubbidienza. Egli ha legato il forte, e ha sciolto i deboli, ed ha donato la salvezza sacrificando la sua vita umana, e distruggendo il peccato. Quelli dunque che dicono che Egli non si è manifestato che in apparenza, che non s’è rivestito di carne, che non si è veramente fatto uomo, essi sono ancora sotto l’antica condanna.

L’eresia gnostica.

[Dom Guéranger, “l’anno liturgico” vol II)

La pietra su cui è basata la Chiesa era fin dai tempi di S. Ireneo incrollabile agli sforzi della falsa scienza. Eppure, non era certo un attacco senza pericoli quello della Gnosi, eresia molteplice, dalle trame ordite, in uno strano accordo, dalle potenze più opposte dell’abisso. Si sarebbe detto che, per mettere a prova il fondamento che aveva posto. Cristo avesse permesso all’inferno di saggiare contro di esso l’assalto simultaneo di tutti gli errori che si dividevano allora il mondo, oppure dovevano più tardi dividersi i secoli. Simon Mago, preso da Satana nelle reti delle scienze occulte, fu scelto come luogotenente del principe delle tenebre in questa impresa. Smascherato a Samaria da Simon Pietro, aveva iniziato contro di lui una lotta accanita che non ebbe termine purtroppo nemmeno alla morte del padre delle eresie, ma continuò più viva ancora nei secoli seguenti. Saturnino, Basilide, Valentino e molti altri escogitarono i sistemi più insidiosi e più stravaganti, lasciando libero sfogo agli istinti che faceva nascere intorno ad essi la corruzione della mente e del cuore. Nei loro sistemi trova connubio la coalizione delle filosofie, delle religioni e delle aspirazioni più contraddittorie della umanità. Non vi erano aberrazioni, dal dualismo persiano, dall’idealismo indù fino alla cabala ebraica e al politeismo greco, che non si dessero la mano nel santuario segreto della gnosi. Già si elaboravano in essa formule che annunziano le future eresie ldi Ario e di Eutiche. Già prendevano movimento e vita, in uno strano romanzo panteistico, le più bizzarre fantasie di certe metafisiche moderne. Dio, abisso che precipita di caduta in caduta fino alla materia, per prendere coscienza di se stesso nell’umanità e tornare mediante l’annientamento al silenzio eterno: era uno dei dogmi della gnosi sul quale si basava una morale talora rigorista fino al punto da spingere al suicidio cosmico, e che talora mescolava una mistica trascendente alle pratiche più immonde, o abbandonava l’uomo alle sue passioni. (Oggi la gnosi, oltre che infarcire di assurdità irrazionali le cosmogonie e le teogonie delle conventicole massoniche di tutte le obbedienze – anche se unica è l’obbedienza al baphomet-lucifero -, impregna la nuovelle théologie creata dalla menti di falsi e sacrileghi religiosi, menti bacate col verme del materialismo, del nichilismo e dell’ateismo anti-sovrannaturale, proprio oggi della setta ecumenista-montiniana attualmente usurpante –n.d.r.-).

Sant’Ireneo fu scelto da Dio per opporre alla gnosi gli argomenti della sua potente logica e ristabilire contro di essa il vero senso delle Scritture; egli eccelse ancor più quando, di fronte alle infinite sette che recavano così apertamente il marchio del padre della discordia e della menzogna, mostrò la Chiesa che custodiva piamente in tutto il mondo la tradizione ricevuta dagli Apostoli. La fede nella SS. Trinità che governa questo mondo opera delle sue mani, nel mistero di giustizia e di misericordia che, mentre abbandonava gli angeli decaduti, si è abbassato fino alla nostra carne in Gesù, ecco il deposito che Pietro e Paolo, che gli Apostoli e i loro discepoli avevano affidato al mondo (Contr. Haer. I, 10, 1). « La Chiesa dunque – costata sant’Ireneo – avendo ricevuto questa fede, la custodisce gelosamente, facendo come una sola casa della terra in cui vive dispersa: essa crede compatta, con una sola anima e con un sol cuore; con una stessa voce predica, insegna e trasmette la dottrina, come se avesse una sola bocca. Poiché, per quanto nel mondo siano diversi gli idiomi, ciò non impedisce che la tradizione resti una nella sua linfa » (ibid. 2).