LO SCUDO DELLA FEDE (131)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

(Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884)

PARTE SECONDA

CAPO X.

La vittoria de’ martiri ci discopre la vera fede.

I. Appartiene alla virtù, non solo far cose grandi, ma tollerarle; Et agere et pati fortia romanum est. Quinci, dopo aver contemplata a favor del vero una prova sì sublime del poter divino ne’ miracoli della Chiesa, consideriamone una più stupenda ne’ martiri. Dissi più stupenda: perciocché, quando Dio è quegli che opera da sé solo, la meraviglia non può nascere dalle sue operazioni, mentre a Lui tutte son facili ad una forma; nasce dalla nostra ignoranza, la quale nello stupefarsi non bada al grande, bada all’inusitato. Laddove, quando con Dio opera l’uomo, reggendo, benché debole, a tanti strazi, la meraviglia allora è più ragionevole: perché chi può capir come ciò succeda? Conviene al certo che nell’uomo operi Dio; e posto ciò la testimonianza che da tal fatto riceve la verità non può essere più cospicua. Io dico frattanto che la battaglia più fiera che si sia mai suscitata sopra la terra fu quella che alla Chiesa nascente mosseroi suoi famosi persecutori: e la vittoria più illustre che siasi mai conseguita fu quella, che di tali persecutori hanno riportata innumerabili martiri, ciascun de’ quali nelle sue lacere membra consacrò le spoglie di più trionfi alla fede. Tanto converrà che confessi chiunque alla vista di pugna sì formidabile, porrà mente all’armi di essa, agli assalitori, e all’esito inaspettato che al fin sortì.

I.

II. E primieramente, se dagli arsenali si cavino fuor l’armi con cui fucombattuta la Chiesa, vedremo, che queste furono tutti affatto que’ generi di tormenti che seppe divisare la crudeltà umana invasata dalla diabolica (Lactant. inst. 1. 5, c. 11). Almeno si fosse ella appagata di quelle varie guise dì morti che contra i Cristiani disegnò in un suo libro Volpiano (V. Bar. an. 225), per fare che le leggi servissero alla passione, non più di freno, ma di mantello. E pure non appagossene. Volle che tutti gli elementi, e fui per dire, tutte le creature si unissero a militare contra i fedeli. E come, singolarmente in Roma appena fu luogo che non rimanesse bagnato dal loro sangue, così ne’ loro corpi appena fu lato in cui non si esercitasse qualche spezie di propria carneficina. Furono più volte armate d’elmi roventi lo loro teste, ammaccati gli occhi, affettate le orecchie, reciso il naso; le ganasse e la bocca maltrattate con selci; le gambe e le braccia mozze con seghe: furono loro ficcate lesine ben aguzze nell’unghie; svelti i denti, storti i diti, strappate le mammelle con le tenaglie ancor infocate; aperto il ventre, aggomitolate le viscere; rotte con mazze di ferro pesantissime le giunture: furono bruciati di dentro con dare loro a bere piombo disfatto: di fuori, con applicare alle costole faci ardenti. Furono in tutto il corpo o arrostiti lentamente sulle graticole, o stirati violentemente sulle cataste. Fu loro tratta barbaramente la pelle di dosso viva. Furono a membro a membro tritati minutamente senza pietà, strascinati, scarnificati e costretti a fare in supplizi lenti una morte almeno diuturna, giacché non ne potevano far più d’una.

III. Queste eran l’armi sì crude, come ognun vede, che maneggiate ancora da mano debole potevano spaventare i più coraggiosi. Che dovean dunque fare in mano de’ Cesari? Quindici imperatori, padroni del mondo, furono gli assalitori, o cominciando o continuando l’urto furioso delle persecuzioni, di cui la nona eccitata da Diocleziano contò in un mese diciassette mila Cristiani dati al macello, e nell’Egitto solo, in dieci anni, cento quarantaquattro mila ammazzati pur empiamente, oltre ad altri settecento mila dispersi in un duro esilio (Spond. an. 301. n. 4). Basti di risapere come fu promulgato un editto generale in tutto l’imperio, in cui concedevasi a qualsivoglia persona licenza amplissima di trucidare ogni Cristiano in quel modo che più aggradisse (Spond. an. 303, n. 7): onde ne fu tale la stragein qualunque lato, che i gentili cantando il trionfo prima della vittoria, stimarono di avere estinta finalmente la fede in un mar di sangue, e però ne alzarono baldanzosi i trofei con questa falsa iscrizione, apparsa in più marmi: Superstitione Christi ubique deleta (Spond. an. 303. n. 14).

IV. La verità nondimeno si fu, che quantunque la crudeltà, tanto propria degl’idolatri, la politica, la potenza, e così i pubblici interessi del mondo, come i privati, si fossero collegati sì strettamente contra la Chiesa, che non poteva veruno dichiararsi Cristiano senza dichiararsi al tempo stesso nimico dell’uman genere; contuttociò la vittoria non fu de’ persecutori che perderono il campo, fu de’ perseguitati che lo mantennero. Il numero degli uccisi, invece di atterrire i vivi, gli animava al conquisto di una corona simile di martirio. Si offrivano spesso da se medesimi ai tribunali, entravan nelle prigioni, esultavano sui patiboli, e gettati alle fiere, se le attizzavano contra, se erano pigre, per avidità di morir più celermente: Steterunt torti torquentibus fortiores, et pulsantes ac laniantes ungulas, pulsata et lardata membra vicerunt. Così poté allora scrivere un san Cipriano (Ad Mart. et Conf.). testimonio solenne, non pure di presenza, ma ancor di prova. Non furono i tormentatori che stancarono i martìri, furono i martiri che stancarono i tormentatori: onde più d’uno di que’ persecutori ancor più feroci, disperato di vincere, ritirò le sue forze da tanto assalto; e sonando quasi a raccolta, die pace alla Chiesa, perché non gli era riuscito di darle morte (Suidas de Traiano apud Spondan an. 218. n. 1. Euseb. de Maximino 1. 8. c. 9. hist. Eccl. Ruffìnus de Valente): e si fe’ chiaro come i nemici di quella con tanto scosse non le avevano arrecato finalmente altro danno, di quello che si arrechi ad un incensiere con agitarlo incessantemente per l’aria, che fu l’avvivarvi ad un’ora, di dentro, l’ardor della carità, di fuori, la fragranza del buon esempio.

II.

V. Frattanto facciasi innanzi l’antichità che levò tanto rumore per uno Scevola, vittorioso di due re in una volta, con quella mano che tenne salda alle brace: Una manu, manca et inermi, duos vicit reges. Non siamo del pari: perché Muzio operava per un bene sensibile, qual era la libertà della patria che andava serva: e però non è meraviglia che per la libertà combattesse sì forte un uomo, mentre per essa più fortemente combattono ancor le bestie. I martiri operavano per un bene spirituale. Ma quando anche fossimo eguali nel rimanente, che ha da fare la pena di una mano arsa con l’esercito di tutte le pene orribili che a’suoi ministri suggerire l’inferno unito a consiglio? e che ha da fare un soldato risoluto e robusto con un numero innumerabile di vecchi, di verginelle, e infìn di bambini? A me pare che chi ne’ soli martiri non conosce la verità della fede cristiana, sia cieco affatto, e per ciò che riguarda l’uomo, e per ciò che riguarda Dio.

VI . Quanto all’uomo, come potea mai lavorarsi sopra la terra una tempra sì adamantina, per cui i tormenti più fieri non solo si tollerassero con pazienza, ma con piacere? Qui sì che la natura si dà per vinta, e confessa di non avere nelle fornaci sue tal segreto che induri la nostra creta sino a tal segno, se non è la grazia, che a ciò concorra col suo fuoco celeste. Inoltre l’uomo, quanto è sensitivo di corpo, tanto parimente di animo egli è sensato; come sarebbe però stato possibile, che tanti e tanti, sopra ogni numero, eleggessero di dare prontamente la vita fra mille scempi per una favola, quando favola fosse la nostra fede? Cum quis viderit tanta perseverantia stare martyres, atque torqueri (dicea s. Girolamo) (Ad Hœdib. q. 11), subit tacita cogitatio, quod, nisi verum esset evangelium, numquam sanguine defenderetur. E ben dicealo a ragione: non potendosi credere, che persone di tanto senno, com’erano certamente molti de’ primi martiri, lontanissimi ancora per la virtù dal solito offuscamento delle passioni, si accordassero a dispregiare l’ira de’ principi, e tutto ciò che talora poteva fulminare sui loro capi di spaventoso, se non avessero provata dentro di sé una sicurezza evidente di non errare: Non potes irasci (disse una volta Seneca al suo Nerone), non potes irasci, nisi omnia tremant. Ut fulmina, paucorum periculo, omnium metu cadunt, ita regum animadversiones (de Clem. 1. 1. 8). E pure nel caso nostro non solamente gli strazi di uno non atterrivano i molti, ma gli strazi di molti talora non atterrivano neppur uno; mentre bene spesso i medesimi manigoldi appresero dalle piaghe fatte ne’ martiri, tanto spirito di confessarsi Cristiani, sino ad offrire di subito il loro corpo nudo a quei ferri che dianzi adoperavano su l’altrui. Qual dubbio adunque, che se la nostra fede non fosse vera, non sarebbe stata da tanto numero d’uomini delicati di membra, saggi di mente, sostenuta col proprio sangue?

VII. Ciò che vale più anche in riguardo a Dio. Certa cosa è, che i più de’ martiri erano di vita incolpata, e nutrivano in petto brame insaziabili di piacere al loro Creatore, per cui lieti giungevano all’atto sommo di dilezione, che è dispregiare in grazia dell’amato tutti i beni sensibili, e infin la vita, che è il sommo di tali beni. Come dunque poteva non tenere di loro altissimo conto quel gran Signore, che non solamente si gloria di ricompensare l’amor nostro con l’amor suo: Ego diligentes, me diligo (Prov. VIII, 17), ma di prevenire con l’amor suo l’amor nostro: Ipse prior dilexit nos (lo. IV. 10). Ma se lo teneva come dunque le viscere di un padre così amoroso avrebbero in quegli stessi sofferta una strage sì universale, senz’altro frutto, che d’irrigare con ampi laghi di sangue la pianta malnata di una bugia? E se egli ha fatto l’uomo perché lo serva col culto di una vera religione sopra la terra, com’era possibile che Egli permettesse poi tante vittime innocentissime, scannate per una falsa? Non sono queste le idee di quella sua carità verso noi che portiamo impressa nel cuore dal nascimento. E donde avviene, che in ogni rischio improvviso ci sentiamo per impeto di natura trasportati di subito ad invocarlo, se non perché diamo a crederci ch’Egli n’ami? Né di tale amore ci lasciano dubitare le proteste magnifiche che Dio similmente ce ne venne a fare per bocca de’ suoi profeti, massimamente quando Egli ci assicurò, che sempre lascerebbesi ritrovar da chi lo invocasse, solo che lo invocasse di vero cuore. Quæretis me, et invenietis : cum quæsieritis me in toto corde vestro (Ier. XXIX. 13).

VIII. O Dio dunque è cieco, e non curando i nostri affari, non è vago della virtù, non è nimico del vizio: o se questa è bestemmia non comportabile, convenne che Egli dal cielo rimirasse con buon occhio tanti suoi campioni, e si facesse lor guida in una battaglia che essi imprendevano puramente per lui, affine di condurli per la via vera. Sicché, quanto è certo che la provvidenza governa le cose umane . tanto è certo che la moltitudine de’ nostri martiri è una testimonianza invittissima della fede da noi seguita. Essi Dio donò alla sua Chiesa per per adornarla qual nobile firmamento, con tali stelle di primaria grandezza; e in essi fe’ tralucere sommamente la sua potenza, propagando e perpetuando la religione con quei mezzi medesimi, per cui parea che si dovesse maggiormente distruggere e desolare: e cambiando in premio della pietà quella morte che unicamente era pena già del peccato. Chi può però dubitare, che a Dio non vaglia qualsivoglia suo martire di un trionfo? Triumphus Dei est passio martirum (S. Hier. ubi sup.).

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (4)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [4]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO X.

Della paterna e particolar provvidenza che Dio ha di noi altri, e della figlial confidenza che abbiamo da avere noi altri in Lui.

Una delle maggiori ricchezze e tesori che godiamo noi altri che abbiamo fede, è il sapere la provvidenza tanto particolare e tanto paterna che Dio ha di noi, mentre siam certi, che non ci può venire né succedere cosa alcuna che non sia ordinata da Lui e che non passi per le sue mani. E così disse il Profeta: Domine, ut scuto bonæ voluntatis tuæ, coronasti nos (Psal. V, 13.): Signore, ci hai circondati e custoditi colla tua buona volontà, come con uno scudo fortissimo. Siamo circondati per ogni parte dalla buona volontà di Dio, sicché non può entrare in noi cosa alcuna, se non passi prima per essa: e così non abbiamo di che temere; perché eEgli non lascerà entrare né arrivare a noi cosa alcuna, se non sia per maggior bene e utilità nostra. Quoniam abscondit me in tabarnaculo suo: in die malorum protexit me in abscondito tabernaculi sui (Ps. XXVI, 5), dice il reale Profeta. Nella parte più intima del suo tabernacolo e del suo gabinetto segreto ci tiene Dio nascosti; ci tien custoditi sotto le sue ali: e in un altro luogo dice ancora più di questo: Abscondes eos in abscondito faciei tuæ (XXX, 212). Ci nasconde il Signore nella parte più nascosta e più difesa della sua faccia, che sono gli occhi; nelle pupille di essi ci nasconde ; e così un’altra lettera dice : In oculis faciei tuæ. Dio ci considera come pupille degli occhi suoi, acciocché così si verifichi bene quello che dice in altro luogo lo stesso santo Profeta: Custodi me, ut pupillam oculi (Ibìd. XVI , 8): e quello che disse Egli stesso per Zaccaria: Qui teligerit vos, tanget pupillam oculi mei (Zach. II, 8): come pupille degli occhi suoi siamo custoditi sotto la sua protezione. Chi toccherà voi altri, dice Dio, toccherà me nella luce degli occhi. Non si può immaginare cosa più rara né più preziosa, né da stimarsi e desiderarsi più di questa. Oh se finissimo di conoscere e d’intender bene questa cosa, quanto protetti ed aiutati ci sentiremmo, e quanto animati e consolati staremmo in tutte le nostre necessiti travagli! Se di qua un figliuolo avesse padre molto ricco e potente, e molto intimo e favorito del Re; quanta confidenza e sicurezza non avrebb’egli, che in tutti i negozi che gli occorressero non gli fosse mai per  mancare il favore e la protezione di suo padre? Ora con quanta maggior ragione abbiamo d’avere questa confidenza e sicurezza noi altri, considerando, che abbiamo per Padre quegli nelle cui mani sta tutta la podestà del cielo e della terra, e che non ci può avvenir cosa alcuna senza che passi prima per le sue medesime mani? Se una sì fatta confidenza ha un figliuolo in suo padre, e con essa se ne dorme quieto; quanto maggiormente dobbiamo averla noi altri in quello che è più Padre che tutti i padri, e in comparazione del quale non meritano gli altri nome di padre? Perciocché non vi sono viscere d’amore che si possano paragonare a quelle di Dio verso di noi, le quali superano infinitamente tutti gli amori che possono essere in tutti i padri terreni. Possiamo ben confidare e assicurarci di tal Padre e Signore, che ciò che ci manderà sarà per nostro maggior bene ed utilità: perché l’amore che ci porta nel suo unigenito Figliuolo non gli lascerà far altro che cercare il bene di coloro per amor de’ quali diede il proprio Figliuolo in potere de’ dolori della croce: Qui etiam proprio Filio suo non pepercit, sed prò nobis omnibus tradidit illum; quomodo non etiam cum illo omnia nobis donam? dice l’apostolo S. Paolo (Ad Rom. VIII, 32): Quegli che ci diede il suo unigenito Figliuolo e l’espose alla morte per noi altri, che cosa non farà per noi? Quegli che ci diede il più, come non ci darà il meno? E se tutti debbono avere questa confidenza in Dio; quanto maggiormente i Religiosi i quali Egli ha ricevuti particolarmente per suoi, e ha dato loro spirito e cuore di figliuoli, ed ha fatto che non curino e lascino i loro padri carnali, e piglino esso per Padre? Che cuore e amor di padre, e che cura e provvidenza terrà Dio di questi tali! Quoniam pater meus et mater mea dereliquerunt me  Dominus autem assumpsit me (PS. XXVI, 10). Oh quanto buon Padre t’hai preso in cambio di quello che hai lasciato! Con maggior ragione e con maggior confidenza puoi dir tu: Dominus regit me, et nihil mihi deerit (Ps. XXII, 2): Dio s’ha preso l’assunto e la cura di me e di tutte le cose mie; non mi mancherà niente: Ego autem mendicus sum, et pauper: Dominus sollicitus est mei (Psal. XXXIX, 18): Dio ha una molto amorosa e sollecita cura di me. Chi non si consolerà con questo, e non si liquefarà in amore di Dio? Che voi, Signore, vi abbiate preso l’assunto di me, e abbiate di me tanta cura, come se in cielo e in terra non aveste altra creatura da governare, che me solo? Oh se scavassimo e ci profondassimo bene in quest’amore e in questa provvidenza e protezione tanto paterna e tanto particolare che Dio ha di noi altri! – Quindi ne nasce ne’ veri Servi di Dio una molto cordiale e figlial confidenza in Lui; la quale in alcuni è tanto grande, che non vi è figliuolo nel mondo che in tutte le sue cose confidi tanto nella protezione di suo padre, quanto confidano essi in quella di Dio; perché sanno, che ha verso di loro viscere più che paterne, e ancora più che materne, le quali sogliono esser più tenere, siccome lo dice Egli stesso per mezzo d’Isaia: Numquid oblivisci potest mulier infantem suum, ut non misereatur filio uteri sui? et si illa oblita fuerit, ego tamen non obliviscar tui. Ecce in manibus meis descripsi te: muri tui coram oculis meis semper (Isa. XLIX, 15,16): Qual madre vi è che si dimentichi del suo figliuoletto che è ancora in fasce? e che non abbia cuore per muoversi a pietà di chi di fresco è uscito dalle sue viscere? E se pure sarà possibile, che si dia una madre nella quale cada una tale dimenticanza; in me però, dice il Signore, parlando colla sua diletta Gerusalemme, non cadrà questa giammai; perché ti tengo scritta nelle mie mani e le tue mura stanno sempre dinanzi agli occhi miei; come s’avesse detto: Io ti porto in palma di mano e ti tengo sempre dinanzi a’ miei occhi per proteggerti e difenderti. E per mezzo del medesimo Profeta ci dichiara questo con un’altra similitudine molto tenera ed espressiva: Qui portamini a meo utero (Isa. XLVI. 3). Siccome la donna, quando ha concepito, porta il bambino dentro delle sue viscere, ed essa gli serve di casa, di lettica, di muro, di sostegno e di ogni cosa; così dice Dio che Egli ci porta nelle sue viscere. Con questo i Servi di Dio vivono in tanta confidenza e si tengono per tanto assistiti e protetti in tutte le cose loro, che non si turbano né s’inquietano per qualunque accidente che avvenga loro in questa vita: Et in tempore siccitatis non erit sollicitum (Jer. XVII, 8). Il cuore de’ giusti, dice il profeta Geremia, non patisce sconvolgimenti, né perde la sua quiete né il suo riposo per i vari successi e avvenimenti che accadono, perché sanno essi, che nessuna cosa può avvenire senza volontà del loro Padre, e vivono molto tranquilli e affidati nel suo grande amore e bontà, che disporrà ogni cosa per maggior bene loro; e che tutto quello che torrà loro da una parte, lo restituirà loro da un’altra, con concedere loro qualche altra cosa che sia per essi molto più utile e vantaggiosa. Da questa confidenza tanto ferma e tanto figliale che hanno i giusti in Dio nasce nell’anima loro quella pace, tranquillità e sicurezza grande di cui godono, secondo quello che si legge in Isaia: Et sedebit populus meus in pulchritudine pacis, et in labernaculis fiduciæ, et in requie opulenta (Isa. XXXII,18). Dice, che si riposeranno i suoi figliuoli in una bellissima pace, e ne’ tabernacoli della confidenza, e in un riposo molto compiuto e abbondante di tutti i beni. Ove il Profeta congiunse molto bene la pace colla confidenza; perché dall’una viene conseguentemente l’altra: dalla confidenza Segue la pace; perché chi confida assai in Dio non ha di che temere, né di che turbarsi, poiché ha Dio in suo aiuto, ed esso gli fa spalla in tutto: onde diceva il Profeta: In pace in idipsum dormiam, et requiescam. Quoniam tu, Domine, singulariter in spe constituisti me (Psal. IV, 9, 10): In pace insieme dormirò e riposerò; perché tu, Signore, hai assicurata la mia vita colla speranza della tua misericordia. Di più non solo cagiona gran pace questa confidenza figliale, ma cagiona anche gran gaudio ed allegrezza: Deus autem spei, dice l’apostolo S. Paolo, repleat vos omni gaudio, et pace, in credendo; ut abundetis in spe, et viriute Spiritus sancti (Ad Rom. XV, 13). Quella ferma credenza, che Dio sa quello che fa e che quello che fa lo fa per nostro bene, opera in noi, che non sentiamo que’ tumulti, quelle angosce e quelle inquietudini che sentono quei che guardano le cose con occhi di carne; anzi fa, che stiamo con grande allegrezza in tutti gli avvenimenti: e quanto più uno abbonderà in questa confidenza, tanto più abbonderà in gaudio e allegrezza spirituale: perciocché quanto più si fida ed ama, tanto più resta quieto e sicuro, ch’ogni cosa se gli ha da convertire in bene, né meno di questo può credere né sperare da quella bontà e amore infinito di Dio. Questo faceva star i Santi tanto quieti e sicuri in mezzo a’ travagli e a’ pericoli, che non temevano né gli uomini, né i demoni, né le bestie, né altre creature irragionevoli, perché sapevano, che senza licenza e volontà di Dio non li potevano toccare. E così S. Atanasio racconta del . beato S. Antonio (D. Athanas. de S. Antonio), che gli apparvero una volta i demoni in diverse forme spaventevoli, e in figure d’animali fieri, di leoni, di tigri, di tori, di serpenti e di scorpioni, attorniandolo, e minacciandolo colle loro unghie, denti, ruggiti e fischi formidabili, che pareva, che se lo volessero allora allora inghiottire. E il Santo si burlava di essi, e diceva loro: Se voi aveste qualche forza, basterebbe uno solo di voi altri per combattere contra un uomo; ma perché siete deboli, avendovi Dio tolte le forze, procurate di fare una grande adunanza di canaglia, per farmi con ciò paura. Se il Signore vi ha data podestà sopra di me, eccomi qui, inghiottitemi: ma se non n’avete podestà né licenza da Dio, a che proposito vi affaticate in vano? Nel che si vede bene la pace e la fortezza grande che cagionava in questo Santo il sapere, che non gli potevano far cosa alcuna senza la volontà di Dio, e l’essere Egli tanto conforme ad essa. E di questi esempi ne abbiamo molti nelle Istorie Ecclesiastiche (D. Greg. lib. 3 Dialog. c. 16, ref., aliud simile exemplum). – Del nostro S. P. Ignazio leggiamo un esempio simile nel quinto Libro della sua Vita; e nel secondo Libro (Lib. 5 in Vita N. P. S. Ign. c. 9, et Lib. 2, c. 5) si narra di lui, che navigando egli una volta verso Roma, si levò una tempesta tanto gagliarda, che spezzato l’albero per la forza del vento, e perdute molte sarte, tutti temevano e si preparavano per la morte, parendo, che fosse già arrivata per loro l’ultima ora. E in questo frangente tanto pericoloso, mentre tutti gli altri stavano tremando collo spavento della morte, egli non sentiva timor alcuno: solo gli dava fastidio il parergli di non aver servito Dio tanto quanto era suo debito; ma nel resto non trovava occasione di temere: Quia venti et mare obediunt ei (Matth. VIII, 27): Perché il mare e i venti anch’essi ubbidiscono a Dio, e senza licenza e volontà sua non si levane le onde né le tempeste, né possono affogar alcuno. Or a questa viva e figlial confidenza in Dio, e a questa tranquillità e sicurezza abbiamo da procurare noi altri di arrivare colla grazia del Signore, mediante questo esercizio della conformità alla volontà di Dio, scavando e profondandoci coll’orazione e colla considerazione in questa ricchissima miniera della provvidenza tanto paterna e particolare che Dio ha di noi altri. Io son certo, che nessuna cosa mi può avvenire, e che nessuna me ne possono far gli uomini, né i demonii, né creatura alcuna, più di quello che Dio vorrà e né darà loro licenza. Or facciasi questo in me alla buon’ora, che io non lo ricuso, né voglio altra cosa che la volontà di Dio. Di S. Gertrude leggiamo (Blos. c. 11, monil. spir.), che mai non poterono farla vacillar d’un tantino nella costanza e sicura confidenza che aveva nella benignissima misericordia di Dio, pericolo alcuno, né tribolazione, né la perdita delle cose sue, né altri impedimenti, né meno i peccati e difetti propri; perché certissimamente confidava, che tutte le cose, sì prospere come avverse, erano dalla Divina Provvidenza convertite in suo bene. E una volta il Signore disse a questa santa vergine: Quella sicura confidenza che l’uomo ha in me, credendo, che realmente posso, so e voglio fedelmente aiutarlo in tutte le cose, mi ferisce il cuore, e fa tanta violenza al mio amore, che in un certo modo né posso dall’una parte risolvermi di favorire un uomo tale, per il gusto che sento al vederlo così dipendente da me e per lasciargli questa bella occasione di accrescergli il merito; ma dall’altra parte né meno posso tralasciare di favorirlo, per farla da quel Dio che Io sono, e per soddisfare a quel grande amore che gli porto. Così parlava al modo nostro d’intendere, come chi sia dal suo amore tenuto sospeso tra due partiti, senza sapere a qual si debba risolvere. Di S. Metilde si racconta (Blos, ubi supra), che il Signore le disse: Mi dà gran gusto il vedere, che gli uomini confidino nella mia bontà e molto si promettano di me: perché qualunque avrà in me molto umile confidenza e si fiderà bene di me, sarà da me favorito in questa vita, e nell’altra gli farò più bene di quello ch’Egli merita. Quanto più uno si fiderà e più si prometterà della bontà mia, tanto più otterrà e conseguirà da me: perché è impossibile che l’uomo non ottenga da me quello che santamente ha creduto e sperato d’ottenere, avendolo Io promesso. E per questa ragione giova all’uomo, che, sperando easpettando da me cose grandi, si fidi bene di me. E alla medesima S. Metilde la quale domandò al Signore, che cosa principalmente era ragione che si credesse della sua ineffabile bontà, rispose Egli: Credi con fede certa, ch’Io ti riceverò dopo la tua morte in quella guisa ch’un padre riceve un suo dilettissimo figliuolo; e che non si trovò giammai padre che con tanta fedeltà spartisse la roba sua coll’unico figliuolo, come Io comunicherò teco tutti i miei beni e me stesso. – Chiunque fermamente e con umil carità crederà questo della bontà mia, sarà beato.

CAPO XI.

 D’alcuni luoghi ed esempi della sacra Scrittura, i quali ci aiuteranno ad acquistare questa fiducia e figliale confidenza in Dio.

Per la prima cosa sarà bene, che veggiamo l’universale costume che avevano quegli antichi Patriarchi d’attribuir a Dio tutti gli avvenimenti, per qualsivoglia via o mezzo loro venissero. Nel capo quarantesimo secondo del Genesi narra la sacra Scrittura, che ritornandosene via dall’Egitto i fratelli di Giuseppe col grano ivi comprato, e avendo egli ordinato al suo maggiordomo, ch’alla bocca del sacco di ciascuno avesse legato il danaro del prezzo del grano, tale e quale essi l’avevano portato; nel mentre ch’essi se n’andavano proseguendo il lor viaggio, si fermarono in una osteria, e volendo dar da mangiare alle loro bestie del grano che portavano, il primo di essi, aperto il sacco, vide subito la sua borsetta col denaro, e lo disse agli altri; ciascuno de’ quali, aperto il sacco, vi trovò similmente il suo denaro. Dice qui la Scrittura, che turbati fra di loro dissero: Quidnam est hoc, quod fecit nobis Deus (Gen, XLII, 23)? Che cosa è questa che ha fatta Dio con noi? È cosa molto degna d’esser notata, che non dissero: Questo è un inganno che ci è stato ordito; qualche calunnia è qui nascosta: né dissero: Il maggiordomo per trascuraggine ha lasciato il denaro di ciascuno nel suo sacco: né dissero: Forse ha voluto farci limosina del denaro: ma attribuendo ciò a Dio, dissero: E che vuol dir questa cosa che Dio ha fatta con noi? con ciò confessando, che poiché non si muove una foglia d’albero senza volontà di Dio, né anche quella cosa era accaduta se non per divina volontà. E quando essendo andato Giacobbe in Egitto, Giuseppe insieme co’ suoi figliuoli lo andò a visitare; e il vecchio padre gli domandò, che fanciulli erano quegli, egli rispose: Filii mei sunt, quos donavit mihi Deus in hoc loco (Gen. LVIII, 9): Sono figliuoli miei che Dio m’ha dati in questa terra dell’Egitto. L’istesso rispose Giacobbe, quando incontratosi col suo fratello Esaù, questi gli domandò, che fanciulli erano quelli che conduceva seco? Parvuli sunt, quos donavit mihi Deus (Gen. XXXIII, 5): Sono, disse, figliuoli che il Signore m’ha dati. E porgendogli certo presente, gli disse: Suscipe benedictionem, quam attuli tibi, et quam donavit mihi Deus tribuens omnia (ibi, XXXIII, 11): Ricevi questo presente, e lo chiama benedizione di Dio, il cui benedire è far bene; la qual benedizione, dice egli, a me ha compartita quel Signore che è datore di tutte le cose e a tutti. Ancora quando David andava molto adirato a distruggere la casa di Nabal, e Abigaile sua moglie gli uscì incontro con un presente per placarlo, disse David: Benedictus Dominus Deus Israel, qui misit hodie te in occursum meum ne ìrem ad sanguinem (I Reg. XXXV, 32,33): Benedetto sia il Signore Iddio d’Israele il quale t’ha mandata oggi, acciocché incontrandomi tu, io non passassi a spargere il sangue della casa di Nabal; come se detto avesse: Tu non sei già venuta da te stessa; ma Dio ti ha mandata, acciocché io non peccassi: a Lui sono io debitore di questa grazia, Egli ne sia Iodato. Questo era il linguaggio comune di que’ Santi; e così dovrebbe anch’essere il nostro. Ma venendo più al punto, è meravigliosa per questo proposito quell’Istoria del santo Giuseppe (Gen. XXXVII), mentovato di sopra, il quale fu venduto per ischiavo a certi mercatanti dell’Egitto da’ suoi fratelli mossi da invidia, acciocché non venisse a comandar loro e ad esser loro sovrano, secondo quello che s’era sognato; e quel medesimo mezzo ch’essi presero per annientarlo, e per assicurarsi, che non arrivasse a comandar loro, lo prese Iddio per suo mezzo, affine di mettere in esecuzione i disegni della sua divina Provvidenza, e per far che Giuseppe venisse ad esser padrone de’ suoi fratelli e di tutta la terra d’Egitto: e così il medesimo Giuseppe lo disse loro quando si die’ loro a conoscere, ed essi rimasero spaventati ed atterriti del caso: Nolite pavere, neque vobis durum esse videatur, quod vendidistis me in his regionibus: prò salute enim vestra misit me Deus ante vos in Ægyptum… Præmisit queme Deus, ut reservemini super terram, et escas ad vivendum habere possitis (Gen. XLV, 5 et 7.): Non vogliate temere né vi spaventate per avermi voi venduto a chi già mi condusse in questi paesi; perciocché Dio m’ha mandato qua per ben vostre, acciocché abbiate da mangiare e non perisca né abbia fine il popolo d’Israello. Dio, disse, m’ha mandato: Non vestro Consilio, sed Dei voluntate huc rnissus sum: Non è seguito questo per vostro consiglio: sono stati disegni di Dio questi. Num Dei possumus resistere voluntati? Vos cogitastis de me malum: sed Deus vertit illud in bonum, ut escaltaret me, sicut in præsentiarum cernitis, et salvos faceret multos populos (Ibid. L, 19 et 20): Possiamo noi forse resistere alla volontà di Dio? Voi altri pensaste per questi mezzi di farmi male, ma Dio me lo convertì tutto in bene, come al presente vedete. Ora chi con questo esempio non si fiderà di Dio? chi temerà i disegni degli uomini e le traversie del mondo, poiché veggiamo, che sono tutti tiri accertati che vengono dalla mano di Dio? e che i mezzi ch’essi pigliano per perseguitarci e farci male, Dio li piglia per nostro bene e per nostro accrescimento? Consilium meum stabit, et omnis voluntas mea fiet (Isa. XLVI, 10), dice Egli per mezzo d’Isaia. Girala pure come tu vuoi, che alla fine si ha da adempir la volontà di Dio: ed Egli indirizzerà cotesti mezzi a questo fine. S. Giovanni Crisostomo pondera un’altra particolarità in quest’Istoria al proposito nostro (D Chrys. hom. 63 sup. Gen. XL, 23), trattando come il coppiero di Faraone, dopo essere stato rimesso nel suo ufficio, si dimenticò del suo interprete Giuseppe per due anni intieri, avendolo egli ricercato tanto caldamente, che si ricordasse di lui e che intercedesse per lui presso Faraone. Pensi tu, dice il Santo, che fosse a caso questa dimenticanza? Non fu a caso, ma fu consiglio e disegno di Dio, il quale voleva aspettare il tempo opportuno e la congiuntura più propria per cavare dal carcere Giuseppe con maggior onore e gloria: perché se il coppiero si fosse ricordato subito di lui, forse coll’autorità sua l’avrebbe liberato subito alla muta, come suol dirsi, senza, che fosse stato né veduto né udito da Faraone; ma perché Iddio Signor nostro pretendeva che non uscisse dalla prigione in questo modo, ma con grande onore e autorità, per ciò permise che l’altro si dimenticasse per due anni di lui, acciocché così arrivasse il tempo de’ sogni di Faraone; e allora ad istanza del Re, costretto dalla necessità a ciò ordinare, uscisse egli con quell’onore e gloria con cui uscì ad esser padrone di tutta la terra d’Egitto. Sa Dio molto bene, dice S. Gio, Crisostomo, da quel sapientissimo artefice ch’Egli è, quanto tempo ha da star l’oro nel fuoco e quando s’ha da cavar fuori. – Nel primo Libro de’ Re abbiamo un’altra Istoria nella quale risplende grandemente la provvidenza di Dio in cose molto particolari e minute. Dio aveva detto al profeta Samuele, che gli avrebbe mostrato chi aveva da essere Re d’Israele, acciocché l’ungesse; e gli aggiunse: Hac ipsa hora, quæ nunc est, cras mittam virum ad te de terra Benjamin, et unges eum ducem super populum meum Israel (I. Reg. IX, 16): Domani a quest’ora medesima ti manderò quello che hai da ungere per Re, che era Saulle: e il modo nel quale glielo mandò fu questo. Si smarriscono le asinelle di suo padre, il quale dice al figliuolo, che vada a cercarle. Prende seco Saulle un garzone, e se ne vanno per quelle campagne e colline, e non possono trovar indizio né vestigio alcuno di esse; onde Saulle voleva ritornarsene, per parergli che tardassero troppo e che il padre sarebbe stato in pena per essi; ma il garzone gli disse: Non ce n’abbiamo da tornar a casa senza delle nostre asine. In questa terra vi sta un uomo di Dio (che era il profeta Samuele); andiamo da lui, ch’egli ci darà contezza di esse. Con quest’occasione vanno a trovar Samuele, al quale, quando essi furono arrivati, disse Dio: Ecce vir, quem dixeram tibi, iste dominabitur populo meo (ibi, IX, 17); questi è colui ch’io t’aveva detto di mandarti; questo hai da ungere per Re. O giudizi secreti di Dio! Lo mandava il padre a cercar le asinelle; ma Dio lo mandava a Samuele, acciocché fosse unto per Re. Quanto differenti sono i disegni degli uomini dai disegni di Dio! Quanto lontano stava Saulle, e suo padre ancora, da pensare, ch’andava ad esser unto per Re! Oh quanto lontano stai tu molte volte, e il tuo Padre, e il tuo Superiore, da quello che Dio pretende! Da quello che tu pensi meno cava Dio quel ch’Egli vuole. Non si smarrirono quelle asinelle senza volontà di Dio; né fu a caso, che il padre mandasse Saulle a cercarle; né anche fu a caso il non poterle Saulle ritrovare; né il consiglio che diede il giovinetto garzone d’andar a consigliarsi circa di esse col Profeta; ma ogni cosa fu ordinazione e disegno di Dio, il qual prese questi mezzi per mandar Saulle a Samuele, acciocché l’ungesse per Re com’Egli glielo aveva detto. Si pensò tuo padre di mandarti a studiar in Siviglia, o in Salamanca, o in altra Università, acciocché tu riuscissi un gran Dottore e arrivassi di poi ad aver qualche ufficio da poter vivere onoratamente; e non fu così, ma Dio ti mandò colà per riceverti in casa sua e farti Religioso. Si pensava S. Agostino, quando andò da Roma a Milano, d’andare a legger Rettorica; e tal era ancora il pensiero di Simaco, Prefetto della città, che lo mandava; ma non era così; poiché colà Iddio lo mandava da S. Ambrogio, acciocché lo convertisse. Mettiamoci a considerare le varie vocazioni e i mezzi tanto particolari e minuti, e al parer nostro tanto remoti, co’ quali Dio ha tirato alla Religione questo e quello; che certamente questa è cosa di grande ammirazione; perché se non fosse stato per non so che cosetta, o per non so che bagattella che accadde, non ti saresti fatto Religioso: e nondimeno tutte queste cose furono disegni e invenzioni di Dio per trarti alla Religione. E notisi questa cosa così di passaggio per alcuni a’ quali suole alle volte venir tentazione, che la lor vocazione non debba essere da Dio, per esser seguita per mezzo di cosette simili. Questo è inganno del demonio tuo nemico, invidioso dello stato nel quale ti trovi: perciocché è usanza di Dio servirsi di questi mezzi pel fine ch’Egli pretende della sua maggior gloria e del tuo maggior bene ed utilità. Non si muove Iddio in grazia delle asinelle, Numquid de bobus cura est Deo (I. ad Cor. IX, 9)? ma vuole, che per questi mezzi tu venga a regnare come Saulle. Servire Deo regnare est. Quando dipoi il profeta Samuele andò da parte di Dio a riprendere Saulle per quella disubbidienza che aveva commessa in non distruggere Amalec, come Dio gli aveva comandato, dopo averlo ripreso e voltandogli le spalle per andarsene, Saulle lo prese pel manto, acciocché non si partisse, ma lo aiutasse presso Dio: e dice il sacro Testo (I. Reg. XV, 27), che restò in mano di Saulle un pezzo del manto di Samuele, essendosi questo stracciato. Chi non si sarebbe pensato, che lo stracciarsi e staccarsi quel pezzo del manto del Profeta fosse avvenuto a caso, perché Saulle l’aveva afferrato e tirato, e forse perché ancora doveva essere vecchio? è nondimeno avvenne questo per particolar provvidenza e disposizione di Dio; per dimostrare, che quella cosa significava, che Saulle era segregato e privato del Regno in pena del suo peccato: onde vedendo Samuele questo fatto disse a Saulle: Scidit Dominus Regnum Israel a te hodie, et tradidit illud proximo tuo meliori te: Conosci pure da questa divisione del mio manto, che il Signore ha oggi segregato e diviso date il Regno d’Israele, e l’ha dato al tuo prossimo il qual è migliore di te. Nel medesimo primo Libro de’ Re si narra, che una volta Saulle teneva assediato David e i suoi, in modum coronæ (I. Reg. XXIII, 26), intorno intorno e per ogni parte, di maniera tale che già David era fuor di speranza di poterne scappare; e trovandosi egli in quella stretta, arrivò a Saulle un corriere molto in fretta con avviso che i Filistei erano entrati nel paese suo, e saccheggiavano e distruggevano ogni cosa; onde convenne a Saulle levar l’assedio e accorrere alla necessità maggiore, e così David scampò. Non fu già a caso l’entrata né l’invasione de’ Filistei, ma disegno di Dio per liberar in quel modo David. Un’altra volta i Satrapi de’ Filistei scacciarono David dal loro esercito, facendo che il re Achis gli comandasse, che se ne tornasse a casa sua; sebben egli lo menava seco molto volentieri e confidava molto in lui: Sed Satrapis non places, come egli gli disse (I. Reg, XXIX, 6, et c. XXX). Par che fosse a caso quel consiglio de’ Satrapi, e non fu a caso né pel fine ch’essi si pensarono; ma fu particolar provvidenza di Dio; perché  ritornato David, trovò, che gli Amaleciti avevano posta a fuoco Siceleg sua terra, e che se n’avevano portate via prigioni tutte le donne e i fanciulli, a minimo usque ad magnum, e le istesse mogli di David, il quale li seguitò e li distrusse, ricuperando tutta la preda e i prigioni, senza mancarne pur uno: il che egli non avrebbe fatto, se i Satrapi non l’avessero scacciato dal loro esercito: e a questo fine ordinò Dio quel consiglio, sebben essi l’ordinavano ad altro effetto. – Nell’Istoria d’Ester risplende anche grandemente questa particolar provvidenza di Dio in cose molto minute e particolari. Quanto strani furono i mezzi che prese Dio per liberar il popolo giudaico dalla crudel sentenza del re Assuero? Per quali mezzi elesse Ester per Regina, scacciando Vasti; e volle, che fosse questa del popolo giudaico, acciocché intercedesse poi per i Giudei? Par che fosse a caso l’intendere Mardocheo il tradimento che gli altri ordinavano al re Assuero, e l’andarglielo a palesare; e che il Re stesse svegliato quella notte e non potesse dormire; e che si facesse portar le Cronache de’ suoi tempi per trattenersi; e che s’incontrasse a leggere quel fatto di Mardocheo: e nessuna di queste cose succedeva a caso, ma per alto consiglio di Dio e per sua special provvidenza, la qual voleva per que’ mezzi liberar il suo popolo. E così lo mandò a dire Mardocheo ad Ester, la quale non ardiva d’entrar a parlare al Re, e si scusava per non esser chiamata: Quis novit, utrum idcìrco ad regnimi veneris, ut in tali tempore parareris (Ether, IV). Chi sa che non fosse questo il fine d’esser tu divenuta Regina, acciocché ci potessi dar aiuto in quest’occasione? – La sacra Scrittura e le Istorie Ecclesiastiche sono piene di simili esempi, acciocché impariamo ad attribuir tutti i successi a Dio e a riceverli come venuti dalla sua mano per maggior bene ed utilità nostra. – Nel Libro delle Ricognizioni di S. Clemente si narra una cosa notabile a questo proposito. Faceva aspra guerra S. Pietro a Simon Mago, e S. Barnaba aveva convertito in Roma S. Clemente, il quale andò a trovar S. Pietro, e datogli ragguaglio della sua conversione, lo ricercò, che l’istruisse nelle cose della Fede; e S. Pietro gli disse: Sei arrivato in buona congiuntura, perché  è intimata per domani una pubblica disputa fra me e Simon Mago: ivi ci vedrai ambedue e udrai quel che desideri. Mentre stavano così discorrendo, entrano due discepoli, e dicono a S. Pietro, che Simon Mago mandava per lor mezzo a dirgli, che gli era occorso un impedimento, onde faceva istanza che si differisse la disputa per tre altri giorni; di che S. Pietro si contentò. Partiti coloro, S. Clemente s’attristò molto; e vedendolo S. Pietro tanto attristato, gli disse: Che cosa hai, figliuolo, che ti veggo malinconico? E S. Clemente gli rispose: Padre, ti fo sapere, che mi sono grandemente attristato per vedere, che si è differita la disputa la quale avrei desiderato che si fosse fatta domani. Ora è qui da notare, come in una cosa di sì poco rilievo si mise S. Pietro a far un ben lungo sermone, dicendo: Vedi, figliuolo, fra’ Gentili, quando non si fanno le cose come essi vogliono, si eccita gran tumulto; ma noi altri che sappiamo, che Dio guida e governa ogni cosa , abbiamo d’aver gran consolazione e pace. Sappi, figliuolo, che questo è seguito per tuo maggior bene; perché se la disputa si fosse fatta adesso, tu non l’avresti intesa così bene, e allora l’intenderai meglio; perché in questo mentre t’istruirò io, e così tu poscia ne gusterai assai più e caverai da essa maggior frutto. Voglio conchiudere con un esempio nostro che abbiamo nella Vita del nostro S. P. Ignazio nel quale risplende ancora grandemente questa medesima cosa, ed è intorno all’andata del P. Francesco Saverio alle Indie Orientali (Lib. 2, c. 16 Vite P. N. S. Ign. et in Vita P.  S. Francisci Xaverii). Certamente è cosa degna di considerazione il riflettere al modo con cui avvenne che questo sant’uomo andasse alle Indie. Nominò il nostro S. P. Ignazio per questa Missione i Padri Simone Rodriguez e Niccolò Bobadiglia. Il P. Simone stava allora colla quartana; ma con tutto ciò s’imbarcò subito alla volta di Portogallo; e al P. Bobadiglia, che stava faticando nella Calabria, fu scritto, che se ne venisse tosto a Roma, e venne; ma tanto debilitato dalla povertà e da’ travagli e stenti del viaggio, e tanto infermo e malconcio d’una gamba quando arrivò a Roma, che stando in quel medesimo tempo l’Ambasciadore, D. Pietro Mascaregnas, all’ordine per ritornarsene in Portogallo, nè potendo egli aspettare, che il Bobadiglia guarisse, né volendo partirsi senza l’altro Padre che aveva d’andar alle Indie, fu necessario, che in luogo del Bobadiglia con nuova e molto felice elezione fosse sostituito il P. Francesco Saverio, il quale partì subito coll’Ambasciadore alla volta di Portogallo. Dal non essere stato nominato la prima volta il P. Francesco Saverio: ma il P. Bobadiglia, e dall’essere in tanta fretta seguita la partenza di questo dalla Calabria, pare che fosse un caso la sostituzione fatta a lui del Saverio: e pur non fu a caso, ma per alto consiglio di Dio, il quale aveva destinato di fare il Saverio apostolo di que’ paesi. Di più è da notarsi, come dopo che furono arrivati questi due uomini in Lisbona, e veggendosi il gran bene che ivi facevano, pensarono di colà fermarli; ma dopo vario dibattimento, finalmente fu risoluto, ch’uno di essi se ne restasse e l’altro oltre passasse alle Indie. Ecco qui di bel nuovo posto in forse l’affare; ma presso Dio non vi è forse. Toccò finalmente al Saverio di passar alle Indie; perché questa era la volontà di Dio, e così l’aveva la Maestà sua decretato, essendo così espediente pel bene di quelle anime eper maggior gloria sua. Disegnino pur gli uomini quel che vogliono, e conducano i lor disegni per quella strada che più lor piace; che questo stesso piglierà Dio per mezzo da metter in esecuzione i disegni suoi, e per far quello che più convenga a te, al terzo e al quarto, e alla sua maggior gloria. Con questi e altri simili esempi sì della sacra Scrittura, come di quel che ogni giorno veggiamo ed esperimentiamo, tanto in altri, quanto in noi medesimi, abbiamo d’andar stabilendo e stampando nel nostro cuore questa viva confidenza, mediante l’orazione e la considerazione: e in questo esercizio non abbiamo da fermarci sin a tanto che non sentiamo nel nostro cuore una molto amichevole e figlial confidenza in Dio. E sii pur certo, che con quanto maggior confidenza ti getterai nelle braccia di Dio, tanto più sicuro starai: e per lo contrario sin a tanto che non arrivi ad avere questa confidenza figliale, non avrai mai vera pace e riposo di cuore; perché senza essa tutte le cose ti turberanno e ti terranno sempre in rivolta. Non differiamo dunque più il gettarci e l’abbandonarci totalmente nelle mani di Dio, e il fidarci di lui, siccome ce lo consiglia l’apostolo san Pietro: Omnem sollicitudinem vestram projicientes in eum, quoniam ipsi cura est de vobis (I . Petr. V, 7): e il Profeta: Jacta super Dominum curam tuam, et ipse te enutriet (Psal. LIV, 23). Voi, Signore, amaste tanto me, che vi deste totalmente per me in potere de’ crudeli carnefici, acciocché facessero di voi quello ch’avessero voluto: Jesum vero tradidit volunti eorum (Luc. XXIII, 25): che gran cosa sarà ch’io mi dia e mi metta tutto in mani, non già crudeli, ma così pietose come sono le vostre, acciocché facciate di me quello che vi piacerà; essendo io certo, che non farete se non il meglio e quel che a me più conviene? Accettiamo quel progetto e quel patto che fece Cristo Signor nostro con S. Caterina da Siena. Faceva il Signore molte carezze e favori a cotesta Santa, e fra gli altri gliene fece uno molto particolare, che apparendole un giorno le disse: Fitta, cogita tu de me, et ego cogitabo continenter de te: Figliuola, dimenticati tu di te, per pensar sempre a me; e Io penserò sempre a te, e terrò cura di te. Oh che buon patto è questo! Oh che buon cambio! Oh quanto gran guadagno sarebbe questo per le anime nostre! Or questo patto viene a far il Signore con ciascheduno di noi altri. Scordatevi di voi e lasciate da banda i vostri disegni: e quanto più vi scorderete di voi per ricordarvi e fidarvi di Dio, tanto maggior cura terrà Dio di voi. Chi sarà dunque che non accetti un sì amorevole e vantaggioso partito? che è quello appunto che la Sposa dice aver fatto col suo Sposo: Ego Dilecto meo; et ad me conversio ejus (Cant. VII, 10).

CAPO XII.

Di’ quanta utilità e perfezione sia, applicar l’orazione a questo esercizio della conformità alla volontà di Dio; e come abbiamo d’andar discendendo a cose particolari, sino ad arrivare al terzo grado di conformità.

Giovanni Rusbrochio (Rusbr. in fine operum euurum), uomo dottissimo e molto spirituale, riferisce d’una santa vergine, che dando ella conto della sua orazione al suo Confessore e Padre spirituale, il quale doveva essere gran servo di Dio e di molta orazione, e volendo essere ammaestrata da lui, gli disse, che il suo esercizio nell’orazione era circa la Vita e Passione di Cristo nostro Redentore, e il frutto che ne cavava era conoscimento di se stessa e de’ suoi vizi e passioni, e dolore e compassione de’ dolori e de’ travagli di Cristo. E il Confessore le disse, che quella era buona cosa; ma che senza molta virtù poteva uno muoversi a compassione e tenerezza, considerando la Passione di Cristo, in quella guisa che per lo solo amore e affetto naturale che uno porta al suo amico suol muoversi a compassione de’ suoi travagli. Gli domandò la vergine, se il pianger una persona ogni giorno i suoi peccati sarebbe stata vera divozione; ed egli le rispose, che era similmente buona cosa, ma non la più eccellente; perché la cosa cattiva naturalmente cagiona fastidio e dispiacere. Tornò ella a domandargli, se sarebbe stata vera divozione il pensare alle pene dell’inferno ed alla gloria de’ Beati; ed egli le rispose, che né anche quella era la cosa più alta ed eminente; perché la natura istessa da sé abborrisce e ricusa quel che reca pena e dolore; ed ama e cerca quello che le può esser di gusto e di gloria; sicché se le dipingessero una città piena di piaceri e di gusti, la desidererebbe. La santa vergine se n’andò con questo molto sconsolata ed afflitta, per non sapere ache cosa mai avesse potuto applicare il suo esercizio dell’orazione, che fosse stata più grata a Dio; e di lì a poco le apparve un fanciullo molto bello, al quale raccontando ella la sua afflizione, e come le pareva che nessuno la potesse consolare, rispose il fanciullo, che non dicesse tal cosa, che egli poteva e voleva consolarla. Vattene, disse, dal tuo Padre spirituale, e digli, che la vera divozione consiste nell’annegazione e dispregio di se stesso, e nell’intera rassegnazione alla volontà di Dio, sì nelle cose avverse, come nelle prospere, con unirsi fermamente a Dio per amore e conformando interamente la volontà sua alla volontà di Dio in tutte le cose. Andò ella molto allegra, e disse questo al suo Padre spirituale, il quale le rispose: Qui sta il punto e a questo s’ha da applicare l’orazione; perché in ciò consiste la vera carità e l’amor di Dio, e per conseguenza il nostro profitto e la nostra perfezione. – Di un’altra Santa si dice, che le fu insegnato da Dio ad insistere assai nell’orazione del Pater noster in quella domanda : Facciasi, Signore, la volontà tua così in terra come si fa in cielo. E della santa vergine Gertrude si racconta (Ref. Blos. c. 11 Mon. spir.), che inspirata da Dio, disse una volta trecento sessantacinque volte quelle parole di Cristo: Non si faccia, Signore, la volontà mia, ma la tua (Luc. XXII, 42). E conobbe, che quella cosa era grandemente piaciuta a Dio. Imitiamo dunque noi altri questi esempi, applichiamo a questo la nostra orazione, e insistiamo assai in questo. esercizio.Per poterlo noi far meglio e con maggior frutto, bisogna che avvertiamo e presupponiamo. due cose. La prima che la necessità di quest’esercizio è principalmente nel tempo delle avversità e per quando ci. occorrono cose difficili e contrarie alla nostra carne; essendo che in queste occasioni è più necessaria la virtù e allora si dimostra meglio l’amore che ciascuno porta a Dio. Siccome nel tempo di pace il Re mostra quanto bene vuole a’ suoi soldati nelle rimunerazioni e grazie che fa loro, ed essi,nel tempo di guerra mostrano quanto l’amano e stimano nel combattere e in esporsi alla morte per lui; così nel tempo di consolazionee di favore il Re del cielo ci dàa conoscere quanto ci ama; e noi altri nel tempo della tribolazione, molto più che in quello della prosperità e della consolazione, quanto amiamo noi. Dice molto bene il padre maestro Avila (M. Avil. tom. 2, ep. fol. 20), che render grazie a Dio nel tempo delle consolazioni è cosa da tutti; ma il rendergliele nel tempo delle tribolazioni e delle avversità, è propria dei buoni e perfetti. E così questa è una melodia molto dolce e soave alle orecchie di Dio. Vale più, dice egli, nelle avversità un Grazie a Dio, un Sia benedetto Dio, che sei mila ringraziamenti e benedizioni nelle prosperità. E così la divina Scrittura paragona i giusti al carbonchio: Gemmula carbunculi in ornamento auri (Eccli. XXXII,7); perché questa pietra preziosa rende maggior chiarezza e splendore di notte che di giorno. Così il giusto e vero servo di Dio riluce e risplende più e fa migliori mostre di sé nelle tribolazioni e ne’ travagli, che nelle prosperità. Di questo loda tanto la Scrittura sacra il santo Tobia (Tob. II, 44.), perché avendo permesso il Signore, che dopo molti altri travagli perdesse ancora la vista degli occhi, non s’attristò per questo, né si dolse, né perde punto della sua fedeltà e ubbidienza, ma si conservò immobile e tranquillo, ringraziando Dio tutti i giorni della sua vita ugualmente per la cecità che per la vista: come fece ancora il santo Giob ne’ suoi travagli (Giob. I,21). Questo dice S. Agostino che dobbiamo procurare d’imitare noi altri: Ut in cunctis idem sis, tam in prosperis, quam in adversis . Che sii il medesimo e continui ad esser così allegro, sereno nel tempo dell’avversità, come in quello della prosperità: Sicut manus, quæ eadem est, et cum in palmum extenditur, et cum in pugnum constringitur (D. Aug.ad fratr. in Erem. Serm. 4): Siccome la mano è la medesima, e quando sta stretta e tiene il pugno serrato, e quando l’apri e la stendi; così il servo di Dio nell’intimo dell’anima sua ha da esser sempre il medesimo, ancorché nell’esteriore e al di fuori paia che stia angustiato e addolorato. Anche colà si dice di Socrate, che in tutti i casi che gli avvenivano, per avversi e vari che fossero, stava sempre in un medesimo essere: Nec hilariorem quisquam, nec tristiorem Socratem vidit; æqualis fuit in tanta inæqualitate fortunæ usque ad extremum vitæ (De Socrate refert Cic, lib. 13 Tusculan. Quæst.). Non sarà dunque gran cosa, che noi altri Cristiani e Religiosi procuriamo d’arrivar in questo ove arrivò un Gentile. La seconda cosa che bisogna avvertire, è che non basta che abbiamo in generale questa conformità alla volontà di Dio; perché questa così in generale è facile. Chi vi sarà che non dica, che vuole che si adempia la volontà di Dio in tutte le cose? Buoni e cattivi, tutti dicono ogni giorno nell’orazione del Pater nosler. Facciasi, Signore, la volontà tua così in terra come in cielo. Vi bisogna qualche cosa più di questo: è necessario lo sminuzzar bene un tal punto, discendendo in particolare a quelle cose che pare ci potrebbero dare qualche pena se accadessero: e non abbiamo da fermarci sino ad aver vinte e spianate tutte queste difficoltà, e rotte, come suol dirsi, tutte le lance nemiche, e finalmente sin che non vi sia più cosa che vi si frapponga all’unirci e conformarci in ogni cosa alla volontà di Dio; ma abbiamo da far fronte a qualsivoglia cosa che ci possa occorrere (Vide supra tract. 5, c. 18), li né  anche abbiam da contentarci di questo; ma dobbiamo procurare di passar più oltre e non fermarci sin a tanto che non proviamo un molto interno gusto e una piena allegrezza al vedere eseguirsi e adempirsi in noi la volontà di Dio, benché sia per noi con travagli, dolori e dispregi, che è il terzo grado di conformità. Imperocché anche in ciò si trovan diversi gradi, uno più alto e più perfetto che l’altro, i quali si possono ridurre a tre principali nel modo che dicono i Santi della virtù della pazienza. Il primo è, quando le cose penose che accadono l’uomo non le desidera né le ama, anzi le fugge; ma le vuole però sopportare, più tosto che far cosa alcuna che sia peccato per fuggirle. Questo è il grado più infimo, e in questa materia è grado che per tutti è di precetto. Quindi quantunque un uomo senta dolore e tristezza per i mali che gli avvengono, e quantunque stando infermo gema e gridi per la veemenza dei dolori, e ancorché pianga per la morte de’ parenti; ben può con tutto questo aver questa conformità alla volontà di Dio. Il secondo grado è, quando l’uomo ancorché non desideri i mali che gli avvengono nè gli elegga, quando però sono venuti gli accetta e li sopporta volentieri, per esser quella la volontà e il beneplacito di Dio. Di maniera che questo secondo grado aggiunge al primo una qualche buona volontà e qualche amore verso la cosa penosa per amor di Dio, e il volerla sopportare, non solo quando vi è obbligo di precetto a sopportarla, ma anche quando il sopportarla sarà più grato a Dio. Il primo grado sopporta le cose con pazienza; questo secondo vi aggiunge il sopportarle di più con prontezza e facilità. Il terzo grado è quando il servo di Dio, per lo grande amore che porta al Signore, non solo sopporta ed accetta di buona voglia i travagli e le cose penose che gli manda, ma le desidera e si rallegra assai in esse, per esser quella la volontà di Dio, come dice S. Luca degli Apostoli, che ibant gaudentes a conspectu concila, quoniam digni habiti sunt prò nomine Jesu contumeliam pati (Act. v, 41). Dopo essere stati frustati con pubblica infamia, se n’andavano molto allegri e festosi, perché erano stati degni di patir ignominie per Cristo. E l’apostolo S. Paolo diceva: Repletus sum consolatione, superabundo gaudio in omni tribulatione nostra (II. ad Cor. VII, 4).Era pieno di consolazione, e dice, che sopprabbondava di gaudio e d’allegrezza fra le catene, le tribolazioni e le avversità. E di questo stesso in cui essi pure si erano mostrati segnalati, scrivendo egli agli Ebrei, ne li loda, dicendo: Et rapinam bonorurn vestrorum cum gaudio suscepistis, cognoscentes vos habere meliorem et manentem substantiam (Ad Hebr. X, 34). Ora a questo grado abbiamo da procurare noi altri di arrivare colla grazia del Signore, che sopportiamo con gaudio ed allegrezza tutte le tribolazioni e avversità che ci verranno, siccome ce lo dice l’apostolo S. Giacomo nella sua Epistòla Canonica: Omne gaudium existimate, fratres mei, cum in tentationes varias incideritis (Jac. I, 2). Ha da essere presso di noi cosa tanto apprezzata e tanto dolce la volontà e il gusto di Dio, che con questo saporetto indolciamo quello che ci verrà d’amaro. Tutti i travagli e disgusti del mondo ci hanno da diventar dolci e saporiti, per esser questa la volontà e il gusto di Dio. E questo è quello che dice S. Gregorio: Si mens in Deum forti intentione dirigatur, quidquid sibi in hac vita amarum sit, dulce æstimat; omne quod affligit, requiem putat; transire et per mortem appetit, ut obtinere plenius vitam possit (D. Greg. Lib. 7, cap. 7). S. Caterina da Siena in un Dialogo che scrisse della perfezione consumata del Cristiano, dice, che fra l’altre cose che il suo dolcissimo Sposo Gesù Cristo Signor nostro le aveva insegnate, questa era una, che la persona si fabbricasse una forte stanza a volta, che era la divina volontà, e si rinchiudesse e dimorasse perpetuamente in essa, né ritraesse giammai da quella né occhio, né piede, né mano, ma sempre vi stesse ritirata dentro come l’ape quando sta nel suo alveare, e come la perla nella sua conchiglia: perché sebbene da principio le sarebbe paruta forse stretta quella stanza, avrebbe nondimeno trovate di poi in essa grandi ampiezze; e senza uscirne se ne sarebbe passata alle eterne mansioni; e in poco tempo avrebbe conseguito quello che fuori di essa non si può conseguir in molto (De S. Cath. Sen. in Vita). Ora facciamo così noi altri, e sia questo il nostro continuo esercizio: Dilectus meus mihi, et ego illi (Cant. II, 16): Il mio diletto per me, ed io per esso. In queste due sole parole vi è un abbondante esercizio per tutta la vita, E così dobbiamo averle sempre in bocca e nel cuore.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (5)

IL CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (4)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (4)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE 1932 COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR

+ AEM. BONGIORNI, Vie. Gen

CATECHISMO PER I FANCIULLI CHE COMPLETANO LA LORO ISTRUZIONE CATECHISTICA (2)

CAPO III.

Del Decalogo.

(I fanciulli recitino distintamente i Comandamenti del Decalogo).

Art. 1. — DEI PRIMI TRE COMANDAMENTI DEL DECALOGO CHE RIGUARDANO I DOVERI VERSO DlO.

1° Non avrai altro Dio fuori che me;

2° non nominare il nome di Dio invano;

3° ricordati di santificare le feste.

D. 63. Che cosa proibisce Dio col primo comandamento del Decalogo: Non avrai altro Dio fuori che me?

R. Col primo comandamento del Decalogo: Non avrai altro Dio fuori che me, Dio proibisce di prestare alle creature il culto dovuto a Lui solo.

D. 64. Quale culto dobbiamo prestare a Dio?

R. A Dio, e solamente a Lui, dobbiamo prestare il culto supremo, ossia il culto d’adorazione.

D. 65. Non dobbiamo forse prestare culto anche ai Santi e alle loro reliquie?

R . Dobbiamo prestare culto anche ai Santi, specialmente alla beata Vergine Maria, e alle loro reliquie, ma un culto diverso e di ordine inferiore, cioè il culto della venerazione, per onorarli e conciliarci il loro patrocinio.

D. 66. Si deve prestare onore e venerazione anche alle sacre immagini?

R . Si deve prestare onore e venerazione anche alle sacre immagini, perché tale onore si riferisce a coloro che esse rappresentano.

D. 67. Che cosa Dio proibisce col secondo comandamento del Decalogo: Non nominare il nome di Dio invano?

R. Col secondo comandamento del Decalogo: Non nominare il nome di Dio invano, Dio proibisce qualunqueirriverenza verso il suo nome.

D. 68. E proibito di nominare invano anche il nome dei Santi?

R. È proibito di nominare invano anche il nome dei Santi, e specialmente della beata Vergine Maria, per la stessa ragione per cui li dobbiamo venerare.

D. 69. Che cosa comanda Dio col terzo comandamento del Decalogo: Ricordati di santificare le feste?

R. Col terzo comandamento del Decalogo: Ricordati di santificare le feste, Dio comanda di consacrare a Lui igiorni festivi, lasciate da parte le cure e i lavori materiali,come vien prescritto dalla legittima autorità.

Art. 2. — DEGLI ALTRI SETTE COMANDAMENTI DEL DECALOGO SUI DOVERI VERSO NOI STESSI E VERSO IL NOSTRO PROSSIMO.

4° Onora tuo padre e tua madre;

5° non ammazzare;

6° non commettere atti impuri;

7° non rubare;

8° non dire falsa testimonianza;

9° non desiderare la donna d’altri;

10° non desiderare la roba d’altri.

D. 70. Che cosa comanda Dio col quarto comandamento del Decalogo: Onora tuo padre e tua madre?

R. Col quarto comandamento del Decalogo: Onora tuo padre e tua madre Dio comanda che si presti ai genitorie a chi ne fa le veci il dovuto onore: cioè amore, rispetto,obbedienza e venerazione.

D. 71. Dobbiamo prestare ai genitori solamente onore?

R . Dobbiamo prestare ai genitori non solamente onore, ma anche aiuto, specialmente nelle loro necessità sia spirituali che temporali.

D. 72. Questo quarto comandamento prescrive solo i doveri dei figli verso i genitori?

R. No: questo comandamento prescrive non solo i doveri dei figli verso i genitori, ma indirettamente anche i doveri dei coniugi verso se stessi e verso i figli, ed anche i mutui diritti e doveri dei sudditi e dei superiori, degli operai e dei padroni.

D. 73. Quali doveri hanno i genitori verso i figli?

R. Per legge stessa di natura i genitori devono curare la buona educazione religiosa e morale dei figli e provvedere secondo le possibilità al loro benessere materiale.

D. 74. Che cosa proibisce Dio col quinto comandamento del Decalogo: Non ammazzare?

R. Col quinto comandamento del Decalogo: Non ammazzare, Dio proibisce di dar la morte o arrecar dannocorporale e spirituale al prossimo o a se stessi, o comunquedi cooperarvi.

D. 75. Che cosa proibisce Dio col sesto comandamento del Decalogo: Non commettere atti impuri?

R. Col sesto comandamento del Decalogo: Non commettere atti impuri Dio proibisce non solo l’infedeltà nelmatrimonio, ma ancora qualunque altro peccato esternocontro la castità e tutto ciò che induce al peccato d’impurità.

D. 76. Che cosa proibisce Dio col settimo comandamento del Decalogo: Non rubare?

R. Col settimo comandamento del Decalogo: Non rubare, Dio proibisce qualunque ingiusta usurpazione odanno alla roba altrui o comunque di cooperarvi.

D. 77. Che cosa proibisce Dio con l’ottavo comandamento del Decalogo: Non dire falsa testimonianza?

R. Con l’ottavo comandamento del Decalogo: Non dire falsa testimonianza, Dio proibisce la bugia, la falsatestimonianza e qualsiasi parola che possa comunquedanneggiare il prossimo.

D. 78. Che cosa proibisce Dio col nono comandamento del Decalogo: Non desiderare la donna d’altri?

R. Col nono comandamento del Decalogo: Non desiderare la donna d’altri Dio proibisce non solo tale cattivodesiderio ma anche qualunque peccato interno contro lacastità, come col sesto ne vieta espressamente i peccatiesterni.

D. 79. Che cosa proibisce Dio col decimo comandamento del Decalogo: Non desiderare la roba d’altri?

R. Col decimo comandamento del Decalogo: Non desiderare la roba d’altri Dio proibisce i desideri ingiusti edisordinati della roba altrui.

D. 80. Qual è il compendio di tutti i comandamenti del Decalogo?

R. Il compendio di tutti i comandamenti del Decalogo è: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze; e il prossimo tuo come te stesso.

D. 81. Sono obbligati tutti a compiere anche i doveri del proprio stato?

R . Tutti sono obbligati a compiere con diligenza anche i doveri del proprio stato, cioè que’ doveri, ai quali ciascuno è tenuto in ragione della propria condizione, o del proprio ufficio.

CAPO IV.

Dei precetti della Chiesa.

(I fanciulli recitino distintamente i precetti della Chiesa).

D. 82. Quanti sono i precetti della Chiesa?

R . Molti sono i precetti della Chiesa che il cattolico è tenuto ad osservare; ma al principio di questo Catechismo sono stati numerati solo i cinque che più si riferiscono all’ordinaria vita spirituale di tutti i fedeli.

Art. 1. — DEL PRIMO PRECETTO DELLA CHIESA.

1° Nella domenica ed altre feste comandate udir la Messa ed astenersi dalle opere servili.

D. 83. Che cosa prescrive la Chiesa col suo primo precetto?

R . Col primo precetto la Chiesa prescrive il modo di santificare la domenica e le altre feste di precetto; che consiste specialmente nell’ascoltare la Messa e nell’astenersi dalle opere servili.

D. 84. Quali sono le opere servili?

R . Sono opere servili quelle solite a farsi dai servi o mercenari, quelle cioè che specialmente esercitano le forze del corpo e sono specialmente dirette alla sua utilità.

D. 85. Vi sono opere servili permesse nelle domeniche e nelle altre feste di precetto?

R . Nelle domeniche e nelle altre feste di precetto sono permesse quelle opere servili, che riguardano da vicino il culto di Dio e le ordinarie necessità dei servizi famigliari e pubblici; quelle che la carità esige; quelle che non possono omettersi senza grave incomodo, o che sono tollerate da una legittima consuetudine.

D. 86. Oltre all’udir la Messa, a quali opere conviene che il Cristiano si dedichi nelle domeniche e nelle altre feste di precetto?

R . Oltre all’udirla Messa, nelle domeniche e nelle altre feste di precetto conviene che il Cristiano, per quanto può, si dedichi ad opere di pietà e di religione, specialmente assistendo alle funzioni sacre, alle prediche e al catechismo.

Art. 2. — DEL SECONDO PRECETTO DELLA CHIESA.

2° Nei giorni prescritti dalla Chiesa non mangiar carne ed osservare il digiuno.

D. 87. Che cosa prescrive la Chiesa col secondo precetto?

R . Col secondo precetto la Chiesa prescrive che nei giorni da lei stabiliti si osservi o il solo digiuno, o la sola astinenza dalla carne, o il digiuno insieme e l’astinenza.

D. 88. Che cosa prescrive la legge del solo digiuno?

R. La legge del solo digiuno prescrive che si mangi solo una volta al giorno, senza vietare però di prendere qualcosa alla mattina e alla sera, attenendosi ad una approvata consuetudine del luogo per quanto riguarda la quantità e la qualità dei cibi.

D. 89. Che cosa vieta la legge della sola astinenza dalla carne?

R . La legge della sola astinenza dalla carne vieta l’uso della carne e de’ suoi estratti, ma non già l’uso delle uova, dei latticini e di qualunque condimento di grasso.

D. 90. In quali giorni obbligano queste leggi?

R . Ove non intervenga la dispensa dalla legittima autorità:

1° la legge della sola astinenza obbliga in ogni venerdì;

2° la legge della astinenza insieme e del digiuno obbliga nel mercoledì delle Ceneri, nei venerdì e sabati di Quaresima, nelle ferie dei quattro Tempi e nelle Vigilie di Pentecoste, dell’Assunzione della beata Vergine Maria (modificata in seguito, con la vigilia della festa della Immacolata Concezione – ndr.-), di Tutti i Santi e del Natale;

3° la legge del solo digiuno obbliga in tutti gli altri giorni di Quaresima, eccettuate le domeniche.

D. 91. Vi sono dei giorni in cui queste leggi non obbligano?

R. Sì: nelle domeniche, nelle altre feste di precetto e nel sabato Santo dopo il mezzogiorno, cessa la legge dell’astinenza, dell’astinenza e del digiuno e del solo digiuno, eccettuate le feste di precetto nel tempo di Quaresima; le vigilie poi non si anticipano.

D. 92. Chi deve osservare l’astinenza e il digiuno?

R . Se non vi è legittima scusa o dispensa, devono osservare l’astinenza tutti coloro che, acquistato sufficientemente l’uso di ragione, hanno compiuto il settimo anno di età; il digiuno poi tutti quelli che han compiuto il ventunesimo anno e non han raggiunto il sessantesimo.

Art. 3. — DEL TERZO E QUARTO PRECETTO DELLA CHIESA.

3° Confessarsi almeno una volta l’anno;

4° Comunicarsi almeno in occasione della Pasqua.

D. 93. Che cosa prescrive la Chiesa nel terzo precetto con le parole: Confessarsi almeno una volta l’anno?

R . Colle parole: Confessarsi almeno una volta l’anno la Chiesa prescrive che i fedeli, raggiunta l’età delladiscrezione, facciano almeno annualmente la confessionedei peccati mortali non direttamente rimessi in precedenticonfessioni.

D. 94. Che cosa prescrive la Chiesa nel quarto precetto con le parole: Comunicarsi almeno in occasionedella Pasqua?

R. Con le parole: Comunicarsi almeno in occasione della Pasqua la Chiesa prescrive che ciascun fedele, raggiuntal’età della discrezione, riceva la S. Eucaristia almenonel tempo pasquale.

D. 95. Perché la Chiesa nel terzo e nel quarto precetto usa la parola almeno?

R. La Chiesa nel terzo e nel quarto precetto usa la parola almeno per insegnarci esser cosa molto utile, e da Lei assai desiderata, che i fedeli, anche quelli che non hanno se non peccati veniali o mortali già direttamente rimessi, si confessino più spesso e con pietà e frequenza anche quotidiana, si accostino alla mensa Eucaristica.

D. 96. Cessa il precetto della Comunione, se non sia stato soddisfatto durante il tempo pasquale?

R . No; il precetto della Comunione, se non è stato soddisfatto durante il tempo pasquale, non cessa; ma si deve adempiere quanto prima, nel corso dello stesso anno.

D. 97. Si soddisfa al precetto dell’annua Confessione o della Comunione pasquale con una Confessione o Comunione sacrilega o con una Confessione invalida?

R. No: non si soddisfa al precetto dell’annua Confessione o della Comunione pasquale con una Confessione o Comunione sacrilega, né con una invalida Confessione; che anzi, per il nuovo peccato, il precetto urge maggiormente.

Art. 4. — DEL QUINTO PRECETTO DELLA CHIESA.

4° Sovvenire alle necessità della Chiesa e del Clero.

D. 98. Che cosa prescrive la Chiesa nel suo quinto precetto?

R. Nel quinto precetto la Chiesa inculca ai fedeli il divino mandato di venire in aiuto alle necessità temporali della Chiesa e del Clero, secondo gli statuti particolari e le lodevoli consuetudini.

D. 99. Perché tale precetto?

R . Perché è giusto che i fedeli diano ai sacri ministri, che lavorano per la loro salvezza, quanto è materialmente necessario al culto divino e ad un onesto loro sostentamento.

CAPO V.

Della Grazia.

D. 100. Che cos’è la grazia?

R . La grazia è un dono soprannaturale, da Dio concesso gratuitamente alla creatura ragionevole affinché essa possa conseguire la vita eterna.

D. 101. Di quante specie è la grazia?

R . La grazia è di due specie: abituale, che vien detta anche santificante, e attuale.

D. 102. Che cos’è la grazia abituale?

R . La grazia abituale è una qualità soprannaturale, inerente all’anima, che rende l’uomo partecipe della divina natura, tempio dello Spirito Santo, amico e figlio adottivo di Dio, erede della gloria celeste e perciò atto ad acquistare meriti per la vita eterna.

D. 103. È necessaria la grazia abituale per conseguire la vita eterna?

R. Sì: la grazia abituale è assolutamente necessaria a tutti gli uomini, anche ai bambini, perché conseguiscano la vita eterna.

D. 104. Come si perde la grazia abituale?

R . La grazia abituale si perde con qualunque peccato mortale.

D. 105. Che cos’è la grazia attuale?

R . La grazia attuale è un aiuto soprannaturale di Dio, che illumina l’intelligenza e muove la volontà a fare il bene e fuggire il male in ordine alla vita eterna.

D. 106. Ci è necessaria la grazia attuale?

R . Sì: la grazia attuale ci è assolutamente necessaria per fare il bene e fuggire il male in ordine alla vita eterna.

(I fanciulli recitino distintamente e con devozione il Pater Noster e l’Ave Maria).

D. 108. È necessario pregare?

R . Sì, è necessario pregare, perché tale è la volontà di Dio, e perché il Signore generalmente non suole concedere, se non a chi le chiede, tutte quelle cose di cui abbiamo continuamente bisogno.

D. 109. A chi è diretta la preghiera?

R. Ogni preghiera è diretta a Dio, che solo può darci ciò che chiediamo; ma preghiamo anche i Beati, specialmente la beata Vergine Maria, e le stesse anime purganti, affinché intercedano per noi presso il Signore.

D. 110. Come deve esser fatta la preghiera perché sia efficace?

R. La preghiera, perché sia efficace, deve esser fatta nel nome di Gesù Cristo, ai cui meriti si appoggia, con pietà, fede, speranza, umiltà e perseveranza.

D. 111. Qual è la più perfetta di tutte le preghiere?

R . La più perfetta di tutte le preghiere è l’orazione domenicale o Pater Noster, alla quale si suole aggiungere la salutazione angelica o Ave Maria.

SEZIONE 2a . — Dell’orazione domenicale e della salutazione angelica.

Art. 1. — DELL’ORAZIONE DOMENICALE.

Padre nostro che sei nei cieli,

sia santificato il tuo nome,

venga il tuo regno,

sia fatta la tua volontà, come in cielo cosi in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano,

e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

e non ci indurre in tentazione,

ma liberaci dal male. Così sia.

D. 112. Perché il Pater Noster si chiama orazione domenicale?

R . Il Pater Noster si chiama orazione domenicale perché ci fu insegnato dallo stesso Gesù Cristo Signornostro.

D. 113. Nell’orazione domenicale chi invochiamo con le parole: Padre Nostro?

R . Nell’orazione domenicale con le parole: Padre Nostro invochiamo Dio, come padre tenerissimo, peresprimergli il nostro amore e la nostra fiducia e per conciliarcila sua benevolenza e misericordia.

D. 114. Che cosa chiediamo con la prima domanda:

Sia santificato il tuo nome?

R. Con la prima domanda: Sia santificato il tuo nome, chiediamo che il nome santo di Dio venga da tutti conosciutoe da tutti glorificato col cuore, con le parole econ le buone opere.

D. 115. Che cosa chiediamo con la seconda domanda: Venga il tuo regno?

R. Con la seconda domanda: Venga il tuo regno, chiediamo che Dio regni sulla terra, in noi e in tuttigli uomini con la sua grazia, nella società e nelle nazionicon la sua legge, affinché possiamo infine esser partecipidella sua gloria eterna in Paradiso.

D. 116. Che cosa chiediamo con la terza domanda:

Sia fatta la tua volontà?

R. Con la terza domanda: Sia fatta la tua volontà, chiediamo che, come i Beati in cielo e le anime sofferentinel Purgatorio, così tutti gli uomini in terra facciano

con amore, sempre ed in tutto la volontà di Dio.

D. 117. Che cosa chiediamo con la quarta domanda: Dacci oggi il nostro pane quotidiano?

R. Con la quarta domanda: Dacci oggi il nostro pane quotidiano, chiediamo a Dio il pane spirituale, cioè tuttociò che è necessario alla vita dello spirito specialmente laSS. Eucaristia, e il pane corporale, cioè tutto quello cheoccorre alla sostentazione del corpo.

D. 118. Che cosa chiediamo con la quinta domanda: E rimetti a noi….?

R. Con la quinta domanda: E rimetti a noi…., chiediamo a Dio il perdono dei peccati e delle pene che ci siamo meritate, come noi da parte nostra perdoniamo ai nostri offensori le offese ricevute.

D. 119. Che cosa chiediamo con la sesta domanda: E non c’indurre in tentazione?

R. Con la sesta domanda: E non c’indurre in tentazione, noi, conoscendo la nostra debolezza, chiediamo a Dio che ci liberi dalle tentazioni, o almeno ci dia l’aiutodella sua grazia a vincerle.

D. 120. Che cosa chiediamo con la settima domanda: Ma liberaci dal male?

R. Con la settima domanda: Ma liberaci dal male, chiediamo a Dio che ci liberi dal male spirituale, cioè dal peccato e dal demonio che al peccato ci spinge, e da tuttigli altri mali, da quelli almeno che ci possono offrire occasionedi peccato.

Art. 2. — DELLA SALUTAZIONE ANGELICA.

Ave, o Maria, piena di grazia: il Signore è teco; Tu sei benedetta fra le donne, e benedetto è il frutto del ventre tuo, Gesù. Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte. Così sia.

D. 121. Nella salutazione angelica, di chi sono le parole: Ave, Maria, piena di grazia; il Signore è teco, tu seibenedetta fra le donne?

R . Tali parole sono dell’Arcangelo Gabriele annunziarne alla beata Vergine Maria il mistero dell’Incarnazione; e perciò questa preghiera si chiama salutazione angelica.

D. 122. Di chi sono e che cosa significano le parole:

Benedetto il frutto del ventre tuo?

R. Le parole: Benedetto il frutto del ventre tuo sono di S. Elisabetta, quando accolse nella sua casa la beata Vergine Maria; e significano che il nostro Signor Gesù Cristo, figlio della beata Vergine Maria, è sopra ogni cosa benedetto nei secoli.

D. 123. Di chi sono e che cosa chiediamo con le parole: Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatoriadesso e nell’ora della nostra morte?

R . Tali parole sono state aggiunte dalla Chiesa e con esse chiediamo il patrocinio della beata Vergine Maria in tutte le nostre necessità, ma specialmente nell’ora della morte.

D. 124. La beata Vergine Maria è vera madre di Dio?

R. Sì: la beata Vergine Maria è vera madre di Dio, perché concepì e diede alla luce, secondo l’umana natura, Gesù Cristo Signore nostro, che è vero Dio e vero uomo.

D. 125. La beata Vergine Maria, madre di Dio, è anche madre nostra?

R. Sì: la beata Vergine Maria, madre di Dio, è anche madre nostra per l’adozione che ci rende fratelli del Figlio suo: e Gesù Cristo stesso confermò questa maternità mentre moriva sulla croce.

D. 126. Quali beni si procura chi venera con tenera pietà la beata Vergine Maria?

R. Chi venera con tenera pietà la beata Vergine Maria ha la grande sorte d’esser riamato e protetto da Lei con particolare amore materno.

CAPO VII.

Dei Sacramenti.

(I fanciulli enumerino i Sacramenti della nuova Legge).

SEZIONE la. — Dei Sacramenti in generale.

Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Estrema Unzione, Ordine, Matrimonio.

D. 127. Che cosa s’intende per Sacramento della nuova legge?

R . Per Sacramento della nuova Legge si intende un segno sensibile istituito da Gesù Cristo per significare e conferire, a chi lo riceve degnamente, la grazia.

D. 128. Quale grazia ci danno i Sacramenti?

R . I Sacramenti ci danno o ci accrescono la grazia santificante, ci conferiscono ancora la grazia sacramentale, il diritto cioè ad aiuti speciali per conseguire il fine proprio di ciascun Sacramento.

D. 129. Quali sono i Sacramenti dei morti e quali i Sacramenti dei vivi?

R . Sono Sacramenti dei morti il Battesimo e la Penitenza; tutti gli altri si dicono Sacramenti dei vivi.

D. 130. Perché il Battesimo e la Penitenza si dicono Sacramenti dei morti, mentre tutti gli altri si chiamano Sacramenti dei vivi?

R . Il Battesimo e la Penitenza si dicono Sacramenti

dei morti, perché sono stati istituiti in modo speciale per tutti coloro che si trovano, a causa del peccato, privi della vita soprannaturale, ossia della grazia santificante; gli altri poi si dicono Sacramenti dei vivi perché non possono riceverli se non coloro che già hanno la vita soprannaturale.

D. 131. Chi riceve un Sacramento dei vivi col peccato mortale sulla coscienza, quale peccato commette?

R . Chi riceve un Sacramento dei vivi col peccato mortale sulla coscienza, non solo non ne riceve la grazia, ma commette ancora un grave peccato di sacrilegio.

D. 132. Quali sono i Sacramenti che possono riceversi una sola volta?

R . I Sacramenti che possono riceversi una sola volta sono il Battesimo, la Confermazione e l’Ordine, perché imprimono nell’anima un carattere indelebile.

SEZIONE 2a. — Dei singoli Sacramenti.

Art. 1. — DEL SACRAMENTO DEL BATTESIMO.

D. 133. Che cos’è il Sacramento del Battesimo?

R . Il Sacramento del Battesimo è il Sacramento istituito in forma di abluzione da Gesù Cristo: per mezzo del quale il battezzato diventa membro della vera Chiesa di Gesù Cristo, ottiene la remissione del peccato originale e di tutti i peccati attuali che abbia sull’anima, nonché della pena loro dovuta; e diventa capace di ricevere gli altri

Sacramenti.

D. 134. Quale dovere ha il battezzato?

R . Il battezzato ha il dovere di professare nella Chiesa Cattolica la fede cristiana e di osservare i precetti di Cristo e della Chiesa.

D . 135. Il Battesimo è necessario a tutti per salvarsi?

R . Il Battesimo è necessario a tutti per salvarsi, avendo Gesù Cristo detto: « Chi non rinasce con acqua e Spirito Santo, non può entrare nel Regno di Dio ».

D. 136. In caso di necessità chi può amministrare il Battesimo?

R . In caso di necessità chiunque può, senza solennità, amministrare il Battesimo, versando un po’ d’acqua naturale sul capo del battezzando e dicendo nello stesso tempo: « Io ti battezzo nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo ».

Art. 2. — DEL SACRAMENTO DELLA CRESIMA.

D. 137. Che cos’è il Sacramento della Cresima?

R . Il Sacramento della Cresima è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per conferire grazia speciale e i doni dello Spirito Santo per i quali il cresimato vien rinvigorito nel professare la Fede con le parole e con le opere,

come si conviene ad u n perfetto soldato di Cristo.

D. 138. Oltre il Battesimo e lo stato di grazia, che cosa si richiede in colui che riceve la Cresima?

R . Oltre il Battesimo e lo stato di grazia, in colui che riceve la Cresima si richiede, se ha l’uso della ragione, la conoscenza dei misteri principali della fede e delle altre verità che riguardano questo Sacramento.

D. 139. La Cresima è assolutamente necessaria a tutti per salvarsi?

R . La Cresima non è assolutamente necessaria a tutti per salvarsi; tuttavia non è lecito trascurarla perché è mezzo per ottenere più facilmente e pienamente la salvezza.

Art. 3. — DELLA SANTISSIMA EUCARISTIA.

D. 140. Che cos’è la Santissima Eucaristia?

R . La Santissima Eucaristia, quasi buona grazia o azione di grazie, è il divinissimo dono del Redentore e mistero di fede, nel quale sotto le specie del pane e del vino si contiene, si offre e si riceve Gesù Cristo stesso: sacrificio insieme e Sacramento della nuova Legge.

A) – Della presenza reale di Gesù Cristo nella Eucaristia.

D. 141. Quando Gesù Cristo istituì la SS. Eucaristia?

R . Gesù Cristo istituì la SS. Eucaristia nell’ultima cena avanti la passione, quando, preso il pane e rese grazie a Dio, lo diede ai suoi discepoli dicendo: « Prendete e mangiate, questo è il mio corpo »; e, preso il calice, lo diede ad essi, dicendo: « Bevete, questo è il mio sangue »; aggiungendo infine: « Fate questo in mia memoria ».

D. 142. Che cosa avvenne quando Gesù Cristo pronunziò le parole della consacrazione sul pane e sul vino?

R . Quando Gesù Cristo pronunziò le parole della consacrazione sul pane e sul vino avvenne la mirabile e singolare conversione di tutta la sostanza del pane nel corpo e di tutta la sostanza del vino nel sangue di Gesù Cristo, rimanendo tuttavia le apparenze del pane e del vino.

D. 143. Che cosa intese Gesù con le parole: «Fate questo in mia memoria » ?

R. Gesù Cristo con le parole: «Fate questo in mia memoria », costituì i suoi Apostoli sacerdoti del nuovo Testamento e comandò ad essi e ai loro successori nel sacerdozio di consacrare parimenti, offrire e amministrare il corpo e il sangue suo, sotto le specie del pane e del vino.

D. 144. Quando i sacerdoti esercitano tale potestà ed eseguiscono questo comando?

R. I sacerdoti esercitano tale potestà ed eseguiscono questo comando quando, rappresentando la persona di Gesù Cristo, celebrano il sacrificio della Messa.

D. 145. Che cosa dunque avviene quando il sacerdote nella Messa proferisce sul pane e sul vino le parole della consacrazione?

R. Quando il sacerdote nella Messa proferisce sul pane e sul vino le parole della consacrazione, si fa presente veramente, realmente e sostanzialmente, sotto le specie del pane e del vino il corpo e il sangue del nostro Signor Gesù Cristo insieme con la sua anima e la sua divinità.

D. 146. Quale materia è atta e quali parole sono necessarie per la SS. Eucaristia?

R. La materia atta per la SS. Eucaristia è il pane di frumento e il vino d’uva; è necessario poi pronunziare le stesse parole che Cristo Signore pronunziò nell’ultima cena sopra il pane e il vino.

B) – Del sacrificio della Messa.

D. 147. È la Messa il vero e proprio sacrificio della nuova legge?

R . La Messa è il vero e proprio sacrificio della nuova legge, nel quale Gesù Cristo, per il ministero del sacerdote, con una mistica e incruenta immolazione, offre a Dio Padre, sotto le specie del pane e del vino, il suo corpo e sangue, in rappresentazione e memoria del sacrificio della Croce.

D. 148. Il Sacrificio della Messa è lo stesso sacrificio della Croce?

R . Il Sacrificio della Messa è lo stesso sacrificio della Croce che si rinnova, in quanto ché è la stessa vittima, lo stesso offerente, che si offre ora per mezzo del sacerdote e che allora offrì se stesso sulla Croce, sebbene in modo diverso.

D. 149. Come nel Sacrificio della Messa si applicano i frutti del sacrificio della Croce?

R . Nel Sacrificio della Messa si applicano a noi i frutti del sacrificio della Croce inquantochè Dio, placato da tanta immolazione, concede le grazie che Gesù Cristo ci meritò a prezzo del suo sangue.

D. 150. Qual è la maniera migliore di assistere alla Messa?

R . La maniera migliore di assistere alla Messa è che i fedeli presenti offrano a Dio, insieme al sacerdote, la vittima divina, meditino il sacrificio della Croce e s’uniscano a Gesù con la Comunione sacramentale, o, almeno, con la spirituale.

C) – Del Sacramento della Eucaristia.

D. 151. Che cos’è il Sacramento della Eucaristia?

R. Il Sacramento dell’Eucaristia è il Sacramento istituito da Gesù, nel quale, sotto le specie del pane e del vino, si contiene veramente, realmente e sostanzialmente Cristo stesso, autore della grazia, cibo spirituale delle anime nostre.

D. 152. Che cosa si richiede per ricevere degnamente l’Eucaristia?

R. Per ricevere degnamente l’Eucaristia, oltre il Battesimo, necessario per tutti gli altri Sacramenti, e lo stato di grazia necessario pei Sacramenti dei vivi, si richiede, sotto pena di peccato grave, anche il digiuno naturale.

D. 153. A che cosa obbliga il digiuno naturale?

R . Il digiuno naturale obbliga ad astenersi dal prendere, dalla mezzanotte fino al momento della Comunione, qualsiasi anche piccola quantità di cibo, bevanda o anche medicina.

D. 154. Chi si comunica non digiuno che peccato commette?

R. Chi si comunica non digiuno commette un peccato grave di sacrilegio.

D. 155. Quando è permessa la S. Comunione senza osservanza del digiuno naturale?

R . Senza osservanza del digiuno naturale la S. Comunione è permessa quando urge il pericolo di morte o la necessità d’impedire un’irriverenza al Sacramento.

D. 156. A quali infermi si permette la Santa Comunione senza osservare il digiuno naturale?

R. Agli infermi che giacciono da un mese senza certa speranza d’una sollecita guarigione, dietro prudente consiglio del confessore, è permessa la Santa Comunione una o due volte la settimana, anche dopo che abbian preso qualche medicina o altra bevanda.

D. 157. Che cosa si richiede per una Comunione devota?

R. Per una Comunione devota si richiede una diligente preparazione e un degno ringraziamento secondo le forze, la condizione e i doveri di ciascuno.

D. 158. In che consiste la preparazione alla S. Comunione?

R . La preparazione alla S. Comunione consiste nel meditare per qualche tempo, con attenzione e devozione, Chi si va a ricevere, e nell’esercitarsi con diligenza in atti di fede, speranza, carità e contrizione.

D. 159. In che consiste il ringraziamento dopo la S. Comunione?

R. Il ringraziamento dopo la S. Comunione consiste nel meditare per qualche tempo, con attenzione e devozione, Chi abbiamo ricevuto, e nel fare atti di fede, speranza, carità, fermo proposito, gratitudine e domanda.

D. 160. Quali effetti produce l’Eucaristia in quelli che la ricevono degnamente e devotamente?

R. L’Eucaristia in quelli che la ricevono degnamente e devotamente, produce i seguenti effetti:

1° aumenta la grazia santificante e il fervore della carità;

2° rimette i peccati veniali;

3° giova assai ad assicurare la finale perseveranza, sia diminuendo la concupiscenza, sia preservando dal peccato mortale, sia infine avvalorando nel fare il bene.

Art. 4. — D E L SACRAMENTO DELLA PENITENZA.

D. 161. Che cos’è il Sacramento della Penitenza?

R . La Penitenza è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per riconciliare con Dio i fedeli ogni qual volta, dopo il Battesimo, siano caduti in peccato.

D. 162. Quando Gesù Cristo istituì questo Sacramento?

R. Gesù Cristo istituì questo Sacramento principalmente quando soffiò sui discepoli adunati insieme dopo la sua resurrezione, dicendo: « Ricevete lo Spirito Santo: a chi rimetterete i peccati saranno rimessi, e a chi li riterrete, saranno ritenuti » .

D. 163. Chi è il legittimo ministro della Penitenza?

R . Il legittimo ministro della Penitenza è il sacerdote debitamente approvato a ricevere le confessioni.

D. 164. Quali peccati sono materia della Penitenza?

R . Sono materia della Penitenza i peccati mortali, commessi dopo il Battesimo e mai direttamente perdonati in virtù della potestà della Chiesa, ma è utile all’anima il confessare anche i peccati veniali e i mortali già direttamente rimessi.

D. 165. Quali sono le parti di questo Sacramento?

R. Le parti di questo Sacramento sono gli atti del penitente, come materia di esso, e l’assoluzione del legittimo Sacerdote, che n’è la forma.

A) – Degli atti del penitente.

D. 166. Quali atti si richiedono dal penitente perché egli degnamente riceva il Sacramento della Penitenza?

R. Dal penitente, perché degnamente riceva il Sacramento della Penitenza, si richiede:

1° l’esame di coscienza;

2° la contrizione dei peccati commessi;

3° il proposito di non più peccare;

4° la confessione dei peccati;

5° la soddisfazione.

a) — Esame di coscienza.

D. 167. Che cos’è l’esame di coscienza?

R . L’esame di coscienza è una diligente ricerca dei peccati commessi dopo l’ultima confessione ben fatta.

D. 168. Come si deve fare l’esame di coscienza?

R. Nell’esame di coscienza il penitente, dopo d’aver implorato l’aiuto di Dio, richiami diligentemente alla memoria i peccati mortali commessi con i pensieri, colle parole, le opere e le omissioni contro i precetti di Dio e della Chiesa e contro i doveri del proprio stato.

D. 169. In tale esame di coscienza che cosa propria si deve ricercare?

R. In tale esame di coscienza si deve ricercare la specie e il numero dei peccati e le circostanze che ne mutano le specie.

b) — Contrizione dei peccati commessi e proposito di non più peccare.

D. 170. Che cos’è la contrizione dei peccati?

R. La contrizione dei peccati è il dolore dell’animo e la detestazione dei peccati commessi col proposito di non più peccare.

D. 171. Che cos’è il proposito di non peccare?

R. Il proposito di non più peccare è la ferma volontà di non peccare e di fuggire, per quanto si può, le occasioni prossime del peccato.

D. 172. Come deve essere la contrizione dei peccati?

R. La contrizione dei peccati deve essere: interna, che nasce dal cuore; soprannaturale, cioè ispirata da ragioni soprannaturali; somma, che ci fa detestare il peccato come il più grande di tutti i mali; universale, che si estende a tutti i peccati mortali commessi dopo il Battesimo e non ancora rimessi dalla potestà della Chiesa.

D. 173. E se il penitente non ha da accusare se non peccati veniali o mortali già direttamente rimessi?

R. Se il penitente non ha da accusare se non peccati veniali o mortali già direttamente rimessi, è necessario e sufficiente che abbia il dolore di alcuni o almeno di uno di essi.

D. 174. Di quante specie può essere la contrizione?

R. La contrizione può essere di due specie: perfetta, che suol dirsi semplicemente contrizione; imperfetta cheprende il nome speciale di attrizione.

D. 175. Che cos’è la contrizione perfetta?

R. La contrizione perfetta è il dolore e la detestazione dei peccati motivata dalla carità, ossia perché l’offeso è Dio, sommo bene e degno di essere amato sopra ogni cosa.

D. 176. Quale effetto produce la contrizione perfetta?

R. La contrizione perfetta cancella subito i peccati, riconcilia l’uomo con Dio anche fuori del Sacramento della Penitenza, ma richiede il desiderio del Sacramento, che è compreso nella stessa contrizione.

D. 177. Che cos’è la contrizione imperfetta?

R. La contrizione imperfetta è il dolore e la detestazione soprannaturale dei peccati, che generalmente nasce dalla considerazione della bruttezza del peccato o dal timore dell’inferno e delle sue pene.

D. 178. Per ricevere validamente il Sacramento della Penitenza quale contrizione è sufficiente?

R. Per ricevere validamente il Sacramento della Penitenza è sufficiente la contrizione imperfetta, quantunque sia da desiderarsi la perfetta.

D. 179. Quale peccato commette chi scientemente si accosta, senza alcuna contrizione, al Sacramento della Penitenza?

R. Chi scientemente si accosta, senza alcuna contrizione, al Sacramento della Penitenza, non solo non riceve il perdono dei peccati dei quali si è confessato, ma commette ancora un peccato grave di sacrilegio.

c) — Confessione dei peccati.

D. 180. Che cos’è la confessione dei peccati?

R. La confessione dei peccati è la loro accusa, fatta al sacerdote legittimamente approvato, per averne l’assoluzione sacramentale.

D. 181. Come deve essere la confessione per ricevere validamente il Sacramento della Penitenza?

R. Per ricevere validamente il Sacramento della Penitenza, la confessione deve essere vocale, o tale almeno da supplire la vocale, e integra.

D. 182. Quando è integra la confessione?

R. La confessione è integra quando il penitente si accusa di tutti i peccati mortali, non ancora direttamente rimessi, dei quali è consapevole dopo un diligente esame,

con il loro numero, specie e quelle circostanze che ne mutano la specie.

D. 183. Che cosa deve fare chi non ricorda il numero dei peccati mortali?

R. Chi non ricorda il numero dei peccati mortali deve indicarlo in modo approssimativo, aggiungendo la parola « circa ».

D. 184. E se nella confessione si è omesso senza alcuna colpa un peccato mortale?

R. Se nella confessione si è omesso senza alcuna colpa un peccato mortale, il Sacramento vale e il peccato viene indirettamente rimesso, ma il penitente, quando se ne ricorda, deve accusarlo nella prossima confessione.

D. 185. Quale peccato commette chi colpevolmente tace in confessione un peccato mortale?

R. Chi colpevolmente tace in confessione un peccato mortale, non solo non ritrae dalla confessione nessuna utilità, ma commette ancora un grave peccato di sacrilegio.

D. 186. Come deve essere la confessione per ricevere lecitamente il Sacramento della Penitenza?

R. Per ricevere lecitamente il Sacramento della Penitenza, la confessione deve inoltre essere devota e umile, esclusa ogni parola inutile, così che il penitente si accusi umilmente dei suoi peccati; non li scusi, né li sminuisca, né li accresca; e docilmente accolga gli avvertimenti del confessore.

d) — Sodisfazione.

D. 187. Che cos’è la sodisfazione?

R. La soddisfazione è la pena imposta dal confessore al penitente per i peccati manifestati in confessione: la qual pena, per i meriti di Gesù Cristo, applicati nel giudizio sacramentale, ha il valore speciale di liberare dalla pena temporale dovuta ai peccati.

D. 188. Perché il confessore impone la soddisfazione?

R. Il confessore impone la soddisfazione non solo per la perseveranza nella vita nuova e in rimedio all’umana debolezza, ma anche in riparazione e castigo dei peccati

commessi.

D. 189. Quando il penitente deve eseguire la soddisfazione imposta del confessore?

R. Se il confessore non assegna il tempo della soddisfazione, curi il penitente di eseguirla quanto prima.

B) – Dell’assoluzione sacramentale.

D. 190. Che cos’è l’assoluzione sacramentale?

R. L’assoluzione sacramentale è l’atto con il quale il confessore, in nome di Gesù Cristo, pronunziando la dovuta formula, rimette i peccati al penitente debitamente confessato e pentito.

D. 191. E tenuto il confessore al segreto sacramentale?

R. Il confessore è tenuto all’inviolabile segreto sacramentale, e non solo non può rivelare i peccati uditi in confessione, ma deve guardarsi ancora con ogni diligenza dal rivelare in qualunque maniera, per qualsiasi ragione, con parole o cenni od altro, il peccatore.

D. 192. Con l’assoluzione sacramentale, e compiuta la penitenza imposta dal confessore, vien rimessa sempre tutta la pena temporale dovuta ai peccati?

R. Con l’assoluzione sacramentale, e compiuta la penitenza imposta dal confessore, non sempre si rimette tutta la pena temporale dovuta ai peccati, ma essa nondimeno si può estinguere con altre penitenze volontarie e specialmente con le indulgenze.

D. 193. Che cosa s’intende per indulgenza?

R. Per indulgenza s’intende la remissione dinanzi a Dio della pena temporale dovuta ai peccati già cancellati in quanto alla colpa: remissione che la Chiesa concede fuori del Sacramento della Penitenza.

Art. 5. — DEL SACRAMENTO DELLA ESTREMA UNZIONE.

D. 194. Che cos’è il Sacramento dell’Estrema Unzione?

R. Il Sacramento dell’Estrema Unzione è il Sacramento, istituito da Gesù Cristo, con il quale si danno agli adulti gravemente infermi gli aiuti spirituali, massimamente giovevoli in pericolo di morte e talvolta anche di sollievo delle infermità corporali.

D. 195. Questo Sacramento è necessario alla salvezza?

R. Questo Sacramento non è assolutamente necessario alla salvezza, ma non è lecito trascurarlo, anzi è da curarsi con ogni zelo e diligenza che l’infermo, appena versi in pericolo di vita, mentre ancora ha coscienza di sé, lo riceva quanto prima.

Art. 6. — DEL SACRAMENTO DELL’ORDINE,

D. 196. Che cos’è il Sacramento dell’Ordine o della Sacra Ordinazione?

R. Il Sacramento dell’Ordine o della Sacra Ordinazione è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per costituire nella Chiesa i Vescovi, i sacerdoti e i ministri con la rispettiva potestà e grazia, affinché possano, ciascuno nel proprio grado, compiere bene i sacri uffici.

D. 197. Qual è la dignità del Sacerdozio?

R. Altissima è la dignità del Sacerdozio, perché il sacerdote è ministro di Cristo e dispensatore dei misteri divini, mediatore tra Dio e gli uomini, avente potestà sul corpo reale e mistico di Cristo.

Art. 7. — DEL SACRAMENTO DEL MATRIMONIO.

D. 198. Che cos’è il Sacramento del Matrimonio?

R. Il Sacramento del Matrimonio è lo stesso contratto matrimoniale validamente stretto tra cristiani, che, elevato da Gesù Cristo alla dignità di Sacramento, dà ai coniugi la grazia di bene compiere i doveri che essi hanno tra di sé e verso i figli.

D. 199. Si può avere tra cristiani un valido matrimonio che non sia anche Sacramento?

R. Tra Cristiani non si può avere un valido matrimonio che non sia per ciò stesso Sacramento, perché Gesù Cristo si degnò innalzare alla dignità di Sacramento proprio

lo stesso Matrimonio.

D. 200. Quali sono le proprietà essenziali del Matrimonio?

R. Le proprietà essenziali del matrimonio sono l’unità e l’indissolubilità, che nel matrimonio cristiano acquistano una fermezza speciale per virtù del Sacramento.

D. 201. Da quale diritto è regolato il Matrimonio dei Cristiani?

R. Il Matrimonio dei Cristiani è regolato dal diritto divino ed ecclesiastico, salva la competenza della potestà civile circa gli effetti puramente civili.

D. 202. Come si contrae il Matrimonio?

R. Il Matrimonio si contrae esprimendo il mutuo consenso davanti al parroco, o a un sacerdote suo delegato ed almeno a due testimoni.

D. 203. Il Matrimonio celebrato in questa forma consegue in Italia anche gli effetti civili?

R. Il Matrimonio celebrato in questa forma consegue in Italia anche gli effetti civili, perché lo Stato italiano riconosce tali effetti al Sacramento del Matrimonio.

D. 204. Il Matrimonio così celebrato come consegue in Italia anche gli effetti civili?

R. Il Matrimonio così celebrato consegue in Italia anche gli effetti civili, mediante la sua regolare trascrizione nei registri dello stato civile, fatta a richiesta del parroco.

D. 205. Gli sposi cattolici possono compiere anche il Matrimonio civile?

R. Gli sposi cattolici non possono compiere il Matrimonio civile né prima né dopo il Matrimonio religioso: che se lo osassero, anche con l’intenzione di celebrare in appresso il Matrimonio religioso, sono dalla Chiesa considerati come pubblici peccatori.

D. 206. Gli sposi nel contrarre il matrimonio debbono essere in grazia di Dio?

R. Gli sposi nel contrarre il Matrimonio, che è uno dei Sacramenti dei vivi, debbono essere in grazia di Dio, altrimenti commettono un sacrilegio.

CAPO VIII. 

Delle virtù.

D. 207. Che cos’è la virtù?

R. La virtù è l’abito o la costante disposizione che inclina l’uomo a fare il bene e ad evitare il male.

D. 208. Di quante specie è la virtù?

R. Rispetto all’oggetto la virtù è duplice: teologale e morale.

Art. 1. — DELLE VIRTÙ TEOLOGALI.

D. 209. Che cos’è la virtù teologale?

R. La virtù teologale è la virtù che ha per oggetto immediato Dio, come fine soprannaturale, e dirige l’uomo a tal fine.

D. 210. Quante sono le virtù teologali?

R. Le virtù teologali sono tre: fede, speranza e carità.

D. 211. Le virtù teologali sono necessarie per salvarsi?

R. Le virtù teologali sono assolutamente necessarie per salvarsi, perché senza di esse né l’intelletto né la volontà possono debitamente dirigersi al fine soprannaturale.

D. 212. Qual’è la più eccellente tra le virtù teologali?

R. Tra le virtù teologali la più eccellente è la carità che è la perfezione della legge e perdura anche in Paradiso.

D. 213. Che cos’è la fede?

R. La fede è la virtù soprannaturale per cui, con l’ispirazione e l’aiuto della grazia, noi crediamo vero tutto ciò che Dio ha rivelato e ci insegna per mezzo della Chiesa, e lo crediamo per l’autorità dello stesso Dio rivelante, il quale non può né ingannarsi né ingannare.

D. 214. Dobbiamo noi credere tutte le verità rivelate?

R. Noi dobbiamo credere (almeno i n modo implicito) tutte le verità rivelate; per esempio dicendo: Credo tutto ciò che crede la S. Madre Chiesa; dobbiamo poi esplicitamente credere l’esistenza di Dio rimuneratore, e i misteri della SS. Trinità, dell’Incarnazione e Redenzione.

D. 215. Come si manifesta la fede?

R. La fede si manifesta professandola apertamente con le parole e con le opere fino a subire, se ve ne fosse bisogno, la stessa morte.

D. 216. Che cos’è la speranza?

R. La speranza è la virtù soprannaturale, per la quale, fondandoci sui meriti di Gesù Cristo, sulla bontà, onnipotenza e fedeltà di Dio, aspettiamo la vita eterna e le grazie necessarie per conseguirla, come Dio promise a coloro che compiono le opere buone.

D. 217. Come si manifesta la speranza?

R. La speranza si manifesta non solo con le parole ma anche con le opere, mentre, con intima fiducia nelle divine promesse, sopportiamo con pazienza le persecuzioni e i dolori della vita.

D. 218. Che cos’è la carità?

R. La carità è la virtù soprannaturale per la quale amiamo Dio per se stesso sopra tutte le cose e noi stessi e il prossimo nostro per amor di Dio.

D. 219. Come manifestiamo il nostro amore per Iddio?

R. Noi manifestiamo il nostro amore per Iddio osservando fedelmente i suoi precetti ed esercitandoci in altre opere, che, sebbene non comandate, gli sono però accette.

D. 220. Come dobbiamo amare noi stessi?

R. Dobbiamo amare noi stessi cercando in ogni cosa la gloria di Dio e la nostra eterna salvezza.

D. 221. Come dobbiamo amare il prossimo?

R. Dobbiamo amare il prossimo con atti interni ed esterni, sia perdonando le offese, sia astenendoci dal recargli danno, ingiuria o scandalo, sia ancora aiutandolo, secondo le nostre forze, nelle sue necessità, specialmente per mezzo delle opere di misericordia spirituale e corporale.

D. 222. Quali sono le opere di misericordia spirituale?

R. Le opere di misericordia spirituale sono:

1° consigliare i dubbiosi;

2° insegnare agli ignoranti;

3° ammonire i peccatori;

4° consolare gli afflitti;

5° perdonare le offese;

6° sopportare pazientemente le persone moleste;

7° pregare Dio per i vivi e per i morti.

D. 223. Quali sono le opere di misericordia corporale?

R. Le opere di misericordia corporale sono:

1° dar da mangiare agli affamati;

2° dar da bere agli assetati;

3° vestire gl’ignudi;

4° alloggiare i pellegrini;

5° visitare gl’infermi;

6° visitare i carcerati;

7° seppellire i morti.

D. 224. Nell’amore del prossimo è compreso anche l’amore dei nemici?

R. Nell’amore del prossimo è compreso anche l’amore dei nemici, perché anch’essi sono prossimo nostro, e lo stesso Gesù ci diede, di tale amore, e il comando e l’esempio.

Art. 2. — DELLE VIRTÙ MORALI.

D. 225. Che cos’è la virtù morale?

R. La virtù morale è la virtù che ha per oggetto immediato gli atti onesti conformi alla retta ragione.

D. 226. Quante e quali sono le principali virtù morali?

R. Le principali virtù morali sono quattro: prudenza, giustizia, fortezza, temperanza, che si chiamano anchevirtù cardinali.

D. 227. Perché queste virtù si chiamano cardinali?

R. Queste virtù si chiamano cardinali, perché sono come il cardine, cioè la base di tutto l’edificio morale, e ad esse si riducono anche le altre virtù morali.

CAPO IX.

Dei peccati attuali o personali.

D. 228. Di quante specie è il peccato?

R. Il peccato è di due specie: originale e attuale o personale.

D. 229. Che cos’è il peccato attuale?

R. Il peccato attuale è una trasgressione della legge di Dio, scientemente e deliberatamente commessa.

D. 230. In quanti modi si può commettere il peccato attuale?

R. Il peccato attuale si può commettere con il pensiero, con le parole, le opere e le omissioni; e ciò, contro Dio, contro noi stessi e contro il prossimo, secondoché la legge che violiamo riguarda direttamente Dio o noi stessi o il prossimo.

D. 231. Come si divide il peccato attuale?

R. Il peccato attuale si divide in mortale e veniale.

D. 232. Che cos’è il peccato mortale?

R. Il peccato mortale è una trasgressione della legge di Dio commessa scientemente e deliberatamente con consapevolezza della grave obbligazione.

D. 233. Perché questo peccato dicesi mortale?

R. Questo peccato dicesi mortale perché, allontanando l’anima dal suo ultimo fine, la priva della vita soprannaturale che è la grazia santificante; la fa rea di morte eterna nell’inferno; ne rende inefficaci i meriti acquistati così da non farli più giovare alla salvezza, finché non rivivano con la grazia riacquistata; e impedisce infine ogni altra opera meritoria per la vita eterna.

D.234. Che cos’è il peccato veniale?

R. Il peccato veniale è una trasgressione della legge di Dio commessa scientemente e deliberatamente con consapevolezza di lieve obbligazione.

D. 235. Perché questo peccato dicesi veniale?

R. Questo peccato dicesi veniale perché, non allontanando l’anima dal suo fine ultimo, né dandole la morte soprannaturale, più facilmente può ottenere il perdono anche senza la confessione sacramentale, ed è come una infermità dell’anima che, per la natura sua, può essere più facilmente guarita.

D. 236. Quali sono gli effetti più notevoli del peccato veniale?

R. Gli effetti più notevoli del peccato veniale sono che raffredda il fervore della carità, dispone l’anima al peccato mortale e rende l’uomo meritevole di pena temporale da scontarsi in questa o nell’altra vita.

D. 237. Oltre il peccato, dobbiamo fuggirne anche le occasioni?

R. Oltre il peccato, dobbiamo, per quanto possiamo fuggirne anche le occasioni prossime, quelle cioè cheespongono l’uomo a grave pericolo di peccare.

CAPO X.

Dei Novissimi.

D. 238. Che cosa s’intende per Novissimi?

R. Per Novissimi s’intende quanto attende l’uomo nell’ultima sua ora, cioè: la morte, il giudizio, l’Inferno e il Paradiso; dopo il giudizio, però, e prima del Paradiso, può esservi il Purgatorio.

D. 239. Che cosa dobbiamo soprattutto considerare intorno alla morte?

R. Della morte dobbiamo soprattutto considerare che essa è pena del peccato, che è il momento da cui dipende l’eternità, cosicché dopo morte non vi è più tempo né di penitenza, né di merito; che di essa infine è incerta l’ora e sono incerte le circostanze.

D. 240. Che cosa accade all’anima subito dopo morte?

R. Subito dopo morte l’anima si presenta al tribunale di Cristo per subirne il giudizio particolare.

D. 241. Di che cosa sarà giudicala l’anima nel giudizio particolare?

R. L’anima nel giudizio particolare sarà giudicata di tutto: dei pensieri, delle parole, opere ed omissioni e tale giudizio, quasi come in una esteriore manifestazione, avrà la sua conferma nel giudizio universale.

D. 242. Che sarà dell’anima dopo il giudizio particolare?

R. Dopo il giudizio particolare l’anima, se è priva della grazia per il peccato mortale, precipita subito fra le pene dell’Inferno; se è in grazia e libera da qualunque peccato veniale e da qualsiasi debito di pena temporale, sale immantinente in Paradiso; finalmente, se è in grazia, ma con qualche peccato veniale o con qualche debito ancora di pena temporale, resta in Purgatorio finché non avrà soddisfatto completamente alla divina giustizia.

D. 243. Che sarà dei dannati nell’Inferno?

R. Nell’Inferno i demoni e con essi gli uomini dannati, senza il corpo prima del giudizio universale, anche col corpo dopo, sono privati in eterno dalla visione beatifica di Dio e tormentati con un vero fuoco e con altre gravissime pene.

D. 244. Che sarà dell’anima nel Purgatorio?

R. L’anima in Purgatorio sconta, con la privazione della visione beatifica e con altri gravi tormenti, le pene temporali dovute ai peccati e non ancora perfettamente scontate in questa vita, finché non avrà sodisfatto completamente alla divina giustizia così da essere ammessa in Paradiso.

D. 245. Che sarà dei giusti in Paradiso?

R. In Paradiso le anime dei giusti, senza corpo prima del giudizio universale, anche col corpo dopo, godranno in eterno la visione beatifica di Dio e con essa ogni bene, senza mescolanza o timore d’alcun male, in dolce unione con Nostro Signor Gesù Cristo, la Beata Vergine Maria e tutti i Celesti.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (3)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO [3]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO VII.

Di altri beni ed utilità grandi che sono in questa conformità alla volontà di Dio.

Un altro gran bene e grande utilità reca seco questo esercizio; ed è, che questa conformità e intera rassegnazione nella volontà di Dio è delle migliori e più principali disposizioni che dal canto nostro possiamo mettere, acciocché il Signore ci faccia delle grazie e ci riempia di beni. E così quando Dio Signor nostro volle far S. Paolo di persecutore Predicatore e Apostolo suo, lo prevenne con questa disposizione. Gli mandò un gran lume dal cielo che lo buttò giù da cavallo, e gli aprì gli occhi dell’anima, e gli fece dire: Domine, quid me vis facere (Act. IX)?Signore, che cosa vuoi tu che io faccia? Eccomi qui, Signore,come un poco di creta nelle tue mani, acciocché faccia di me quello che ti piacerà.E così Dio ne fece un vaso eletto, acciocché portasse e spargesse il suo nome per tutto il mondo: Vas electionis est mihi iste, ut portet nomen meum coram gentibus, et regibus, et filiis Israel (Ibid. IX, 15). Si legge della santa vergine Geltrude (3), che Dio le disse: Chiunque desidera che io venga liberamente ad abitare in lui, m’ha da rassegnar la chiave della propria volontà, senza tornar più a domandarmela. Perciò il nostro S. Padre ci mette questa rassegnazione e indifferenza per la principale disposizione a ricever grazie grandi da Dio: e con questa vuole che s’entri negli Esercizi, e questo è il fondamento che ci propone nel principio di essi; che siamo indifferenti e staccati da tutte le cose del mondo, non desiderando più questa che quell’altra, ma desiderando, che in ogni cosa si faccia e s’adempisca in noi la volontà di Dio. E nelle Regole, o Annotazioni che mette per indirizzo ed aiuto si di quello che dà, come di quello che fa gli Esercizi, nella quinta di esse si dice: Sarà di grandissimo aiuto a quello che fa gli Esercizi, l’offerirsi liberamente, e il mettersi totalmente nelle mani di Dio, acciocché faccia di lui e delle cose sue quello che più gli piacerà (D. Ign. Lib. Exerc.).E la ragione, d’esser questa una così buona disposizione e mezzo per ricevere delle grazie dal Signore, è, perché da una banda si levano via con questa gl’impedimenti dei nostri mali affetti e desideri che vi potrebbero essere; e dall’altra, quanto più uno si fida di Dio, mettendosi affatto nelle sue mani e non volendo se non quello che Egli vuole, tanto più obbliga l’istesso Dio ad aver cura di lui e a provvederlo di tutto quello che gli conviene. È anche per un altro verso questa conformità alla volontà di Dio mezzo molto efficace per acquistare tutte le virtù, perché queste s’acquistano coll’esercizio degli atti loro. Questo è il modo naturale per acquistar gli abiti; e in questo modo vuol anche Dio darci la virtù ; perché Egli vuole operar le opere di grazia a proporzione come opera quelle della natura. Ora esercitati tu in questa rassegnazione e conformità alla volontà di Dio; e in questo modo ti eserciterai in tutte le virtù, e così verrai ad acquistarle tutte: perché alcune volte ti si porgeranno occasioni d’umiltà, alcune altre d’ubbidienza, altre di povertà, altre di pazienza, e così delle altre virtù. E quanto più ti eserciterai in questa rassegnazione e conformità alla volontà di Dio, e più andrai crescendo e perfezionandoti in essa; tanto più andrai crescendo e perfezionandoti in tutte le virtù. Conjungere Deo, et sustine, ut crescat in novissimo vita tua, dice il Savio (Eccli. III, 2). Congiungiti a Dio, e conformati in ogni cosa alla volontà sua. Conglutinare Deo, dice un’altra versione (Supra tract. 5, c. 14 et 15.): Accostati e unisciti con esso, e in quella maniera crescerai e farai molto profitto. Per questo i Maestri della vita spirituale consigliano (ed è meraviglioso consiglio) che mettiamo gli occhi in una virtù superiore, la quale rinchiuda in sé le altre, e che questa procuriamo principalmente nell’orazione; e a questa drizziamo l’esame e tutti i nostri esercizi, perché, mettendo gli occhi in una cosa, è più facile l’andar dietro ad essa, e acquistando quella si acquista ogni cosa. Ora una delle cose principali, nelle quali possiamo mettere gli occhi per questo effetto, è questa rassegnazione e intera conformità alla volontà di Dio: e così in questa saranno molto bene impiegati l’orazione e l’esame, ancorché vi spendiamo molti anni e tutta la vita ancora; perché, se acquistiamo questa, acquisteremo tutte le virtù. – S. Bernardo sopra quelle parole dell’apostolo S. Paolo, Domine, quid me vis facere (Act. IX, 6.)? Signore, che cosa vuoi che io faccia? dice: O verbum breve, sed plenum, sed vivum, sed efficace, sed dignum omni acceptione (D. Bernard, serm. 1 de conv. S. Pauli). Oh parola breve, ma piena, che ogni cosa abbraccia e nessuna cosa lascia: Signore, che cosa volete che io faccia? parola breve, ma compendiosa, ma vivace, ma efficace, e degna di essere grandemente stimata. Se dunque vuoi un documento breve e compendioso per acquistare la perfezione, eccoti questo: Di’ sempre coll’apostolo S. Paolo: Signore, che cosa volete che io faccia? e col profeta David: Signore, il mio cuore è disposto e preparato; è preparato e disposto per tutto quello che voi volete da me (Psal. LVI, 8 et CVII, 1). Porta sempre questo in bocca e nel cuore; e all’istesso passo che andrai crescendo in questo, andrai crescendo in perfezione. Un altro bene e un’altra utilità abbiamo anche in questo esercizio, ed è, che ne possiamo cavar un rimedio molto buono per certa sorta di tentazioni che sogliono venire. Il demonio procura alle volte d’inquietarci con alcune tentazioni di pensieri condizionali e di certe immaginarie domande: Se uno ti dicesse la tal cosa, che risponderesti? Se accadesse la tal altra cosa, che faresti? in tal caso come ti porteresti? e siccome egli è sottilissimo, ci rappresenta le cose in modo, che per qualsivoglia banda pare che ci troviamo perplessi, e non sappiaci come uscirne; perchè sta ivi il laccio teso, non curandosi il demonio, che sia vera, o apparente, o finta, quella cosa colla quale c’inganna. Pur che egli faccia il fatto suo, di tirar l’uomo a qualche cattivo consentimento, non gl’importa più questa che quell’altra cosa. In queste tentazioni dicono comunemente che la persona non è obbligata a rispondere né col sì né col no: anzi che farà meglio a non risponder cosa alcuna, e questo specialmente conviene più a persone scrupolose; perché se cominciano a tener ragionamenti col demonio, e ad entrar in proposte e risposte con lui, questo è quello che egli cerca, perché non mancano mai a lui repliche, né mai usciranno elleno cosi franche dalla scaramuccia, che non n’escano col capo rotto. Ma una risposta trovo io molto buona e giovevole in queste tentazioni, e l’usar questa tengo che sia meglio che il non risponder niente: ed è appunto quello che andiamo dicendo; cioè, che a qualsivoglia di queste cose può uno rispondere ad occhi chiusi: Se questa è la volontà di Dio, io la voglio. Se Dio vuol questo, lo voglio anch’io. Io vorrei in questo quello che volesse Dio. In ogni cosa mi rimetto alla volontà di Dio. Io farei in questo quello che fossi obbligato e il Signore mi concederebbe grazia che in ciò non l’offendessi, ma facessi quel che fosse volontà sua. Questa è una risposta generale che soddisfa pienamente in qualunque caso; e il darla così in generale non porta seco veruna difficoltà, ma più tosto una somma facilità, poiché siamo certi, che se la cosa propostaci in qualunque supposizione è volontà di Dio, è anche buona: se è volontà di Dio, è anche il meglio: se è volontà di Dio, è quello che a me più conviene. Possiamo dunque con tutta sicurezza abbandonarci alla volontà di Dio e dir tutte queste cose; e con ciò il demonio resterà molto burlato e confuso, e noi altri molto contenti e inanimati colla vittoria. Siccome nelle tentazioni di Fede si dà per consiglio, specialmente agli scrupolosi, che non rispondano ad esse in particolare, ma che dicano in generale: Io tengo e credo tutto quello che tiene e crede la santa Madre Chiesa; così in queste tentazioni è molto buon rimedio il non rispondere in particolare cosa alcuna, ma rimetterci in tutto e per tutto alla volontà di Dio, la quale è sommamente buona e perfetta.

CAPO VIII.

Si conferma con alcuni esempi quanto piace a Dio quest’esercizio della conformità alla volontà sua, e la perfezione grande che è in esso.

Racconta Cesario (Cæs. lib. L. 10 dial. a. 6),che in un monastero si trovava un Monaco al quale aveva Dio conceduta tanta grazia di far miracoli, che gl’infermi guarivano solamente con toccar le sue vesti e la sua cintura. Considerando da un canto il suo Abbate attentamente questa cosa, e dall’altro non vedendo in quel Monaco cosa speciale la quale desse indizio di gran santità, lo chiamò da banda e gli domandò onde mai fosse che Iddio per suo mezzo operava tanti miracoli? Ed egli rispose, che non lo sapeva: perché, diceva, io non digiuno più di quello che digiunano gli altri; non mi disciplino più; non fo più penitenze; né fo più lunga orazione; né fatico né veglio più di essi. Quel, che io posso dire di me, si è, che né le cose prospere m’innalzano, né le avverse m’abbattono: nessuna cosa che avvenga mi turba né m’inquieta: l’anima mia se ne sta con un’istessa pace e quiete in tutti gli avvenimenti, per molto diversi che siano, sì propri, come d’altri. Allora l’Abbate gli disse: Non ti turbasti, o inquietasti alquanto l’altro giorno, quando quel gentiluomo nostro contrario attaccò fuoco alla nostra casa di villa e l’abbruciò? No, disse, io non sentii turbazione alcuna nell’anima mia; perché ho rimessa ogni cosa nelle mani di Dio: e così la cosa prospera, come l’avversa, così il poco, come il molto, lo piglio sempre con egual rendimento di grazie, come venuti dalla sua mano. E conobbe allora l’Abbate, che questa era la cagione di quella virtù che aveva di far miracoli. Blosio narra (Blos, in appendice ad institutionem spirit. c. 1 in fine.), che essendo interrogato da un Teologo un certo povero mendico di vita perfetta, come aveva fatto ad acquistare la perfezione; rispose in questa maniera: Io feci deliberazione di mettermi in tutto e per tutto alla sola divina volontà, alla quale conformai talmente la mia, che quanto Dio vuole tanto voglio io. Quando la fame mi dà fastidio, quando il freddo mi molesta, io lodo Dio: sia l’aria serena, o sia rigida, o tempestosa, similmente lodo Dio: qualsivoglia cosa, che Egli mi dà, o permette che mi venga, sia prospera, o avversa, sia dolce, o amara, la ricevo dalla sua mano con grande allegrezza, come cosa molto buona, rassegnandomi tutto in esso con umiltà. Non ho mai potuto trovar riposo in cosa alcuna, che non fosse Dio: e già ho trovato il mio Dio, nel quale godo un riposo e una pace eterna. Il medesimo Biosio racconta di una santa vergine, che essendo interrogata, come avesse acquistata la perfezione, rispose: Ho presi tutti i travagli e le avversità con gran conformità alla volontà di Dio, come venuti dalla sua mano: e a qualunque persona, che mi facea qualche ingiuria, o mi dava qualche molestia, ho sempre procurato di ricompensargliela con qualche particolar beneficio: con nessuno mi son lamentata de’ miei travagli, ma solamente sono ricorsa a Dio, dal quale ho ricevuto subito fortezza e consolazione (Blos, ubi sup,, et cap, 10 monilis spirit.). Riferisce pure di un’altra vergine di gran santità, che domandata con quali esercizi avesse acquistata tanta perfezione, rispose con molta umiltà, che non le erano mai avvenuti dolori, o travagli sì grandi, che ella non desiderasse di soffrirne de’ maggiori per amore di Dio, tenendoli per suoi singolari favori, e di questi pure giudicandosi indegna (Blos., ut supra). – Narra Taulero (Taul. serm. 1 de circumc.), che varie persone si raccomandavano ad una Serva di Dio totalmente rassegnata nelle divine sue mani, acciocché facesse orazione per alcuni interessi d’importanza; ed ella rispondeva, che l’avrebbe fatta. Alle volte però se ne dimenticava; ma tanto e tanto tutto ciò che le raccomandavano succedeva tanto felicemente, quanto quelle persone sapevano desiderare; onde poi tornavano a ringraziarla come se per l’orazion sua avessero conseguito l’intento: sebbene ella se ne confondeva e diceva, che ringraziasser Dio; poiché essa non vi aveva posto niente del suo. E, perché concorrevano a lei molti in questo modo, ella se ne andò a Dio a formare di lui un’amorevole querela, perché facesse sì prosperamente succedere tutti i negozi che a lei erano raccomandati; che di poi da lei ritornasser le genti a renderne grazie, non avendo ella tante volte per ciò fatto nulla, né porta una supplica: al che rispose il Signore: Vedi, figliuola, quell’istesso giorno nel quale tu mi desti la tua volontà, diedi Io a te la mia: e ancorché tu non mi chiegga cosa alcuna in particolare, quando Io so, che gusti di essa, la fo come tu l’avresti saputa chiedere. – Nelle vite de’ Padri si racconta d’un contadino i cui terreni e vigne rendevano frutti in maggior abbondanza di quelli degli altri suoi vicini, che domandato da alcuni di coloro, come andasse la cosa, rispose, che non si meravigliassero dell’avere lui migliori frutti che essi, perché egli aveva sempre i tempi come li voleva: e molto più meravigliandosi coloro di questa risposta, gli domandarono, come potesse ciò essere; al che replicò: Io non voglio mai altro tempo che quello che Dio vuole: e come io voglio quello che vuol Dio, così Egli mi dà i frutti come io li voglio. – Racconta Severo Sulpizio nella vita del beato S. Martino vescovo, che in tutto il tempo che conversò seco mai noi vide adirato né mesto, ma sempre con gran pace e allegrezza: e la cagione di ciò dice che era, perché quello che gli avveniva egli lo pigliava e riceveva come cosa venuta dalla mano di Dio; e così si conformava in ogni cosa alla volontà sua, con grande tranquillità, composizione d’animo ed allegrezza.

CAPO IX.

D’alcune cose che ci faranno facile e soave questo esercizio della conformità alla volontà di Dio.

Acciocché questo esercizio della conformità alla volontà di Dio ci si faccia facile e soave, bisogna primieramente, che abbiamo sempre avanti gli occhi quel fondamento che mettemmo al principio (Vide supra cap. 1 et 2), cioè, che niuna avversità né travaglio ci può venire, o accadere, che non passi per le mani di Dio e non venga ordinato e misurato dalla sua volontà. C’insegnò Cristo nostro Redentore questa verità non solo in voce, ma anche col suo esempio. Quando comandò a S. Pietro la notte della sua passione, che rimettesse il coltello nella guaina, soggiunse: Calicem, quem dedit mihi Pater, non vis, ut bibam illum (Jo. XVIII, 11)? Non vuoi ch’io beva il calice che m’ha dato il mio Padre? Non disse il calice che m’han procurato Giuda, gli Scribi, i Farisei; perché  sapeva molto bene, che tutti questi non erano altro che come coppieri che lo servivano in porgergli quella tazza preparatagli dal suo divin Padre; e che quello che essi facevano con malizia e con invidia il Padre eterno colla sua infinita bontà e sapienza l’ordinava per rimedio del genere umano. E così disse anche di poi a Pilato il quale vantavasi, che aveva podestà di crocifiggerlo e di liberarlo. Non haberes potesltatem adversum me ullam, nisi tibi datum esset desuper (Jo. XIX, 11): Tu non avresti podestà alcuna contro di me, se non l’avessi avuta dall’alto. Spiegano i Santi: Nisi ex divina dispositione et ordinatione id factum esset ,Di maniera che ogni cosa viene da alto, per disposizione e ordine di Dio. (D. Chrys. hom. 83 in Jo.; D. Cyrill. lib. 12, o. 22 in Jo.; D. Irenœus lib. 4 contra hæreses, c. 34; D. Aug. tract. IV, 26 in Jo.). Disse maravigliosamente questa cosa l’apostolo S. Pietro colà nel capo quarto degli Atti degli Apostoli (IV, (Act. IV, 26 et seq.), spiegando quel testo del Profeta, Quare fremuerunt gentes, et populi meditati sunt inania? Astiterunt Reges terræ, et Principes convenerunt in unum adversus Dominum, et adversus Chrislum ejus (Ps. II, 1), dice così: Convenerunt enim vere in civitate ista adversus sanctum puerum tuum Jesum, quem unxisti, Berodes, et Pontius Pilatus, cum Gentibus, et populis Israel, facere, qum manus tua et consilium tuum decreverunt fieri: Veramente si unirono in Gerusalemme i Principi e le podestà della terra contra Cristo nostro Redentore per metter in esecuzione quello che nel Concistoro della santissima Trinità era stato determinato e decretato; perché essi non potevano far altro che questo. E così veggiamo, che quando Dio non volle, non fu bastante tutta la potenza del re Erode a privarlo di vita, essendo egli bambino: e sebben fece uccidere tutti i bambini di quel paese circonvicino, nati da due anni in giù; nondimeno non poté incontrarsi in quello che cercava; perché Egli non voleva morire allora. I Giudei altresì e i Farisei vollero più volte metter le mani addosso a Cristo, e dargli morte: una volta tra le altre, nel mentre che trovavasi in Nazaret, lo condussero sulla cima del monte, sul dorso del quale stava edificata quella città, per indi precipitamelo; e dice il sacro Evangelio: Ipse autem transiens per medium illorum, ibat (Luc. IV, 30): Egli se ne andava con molta pace per mezzo di loro; perché non si era eletto quella qualità di morte, e così essi non gliela potevano dare. Un’altra volta lo vollero lapidare; e già avevano alzate le mani per tirargli i sassi; e Cristo nostro Redentore si mette con gran pace a ragionar con essi e a domandar loro: Multa bona opera ostendi vobis ex Patre meo; propter quod eorum opus me lapidatis (Jo. X, 32)? Io ho fatte molte opere buone a benefìcio vostro; per quale di esse mi volete lapidare? Non permise né diede loro licenza di menar le mani: Quia nondum venerat hora ejus (ibid. VII, 30.): Perché non era ancorarrivata la sua ora. Ma arrivata chefu l’ora nella quale Egli aveva determinato di morire, allora poterono eseguire quel tanto che il Signore determinato aveva di patire, perché allora Egli lo volle, ed allora ne diede loro licenza: Hæc est hora vestra et potestas tenebrarum (Luc. XXII, 53): così lor disse quando andarono per prenderlo. Ogni giorno ero con voi nel Tempio, e non mi prendeste mai, perché non era ancor giunta l’ora; adesso è giunta; e perciò eccomi qui, Io son desso quel che cercate. Quanto fece colà Saulle, quanto s’adoperò, quanti mezzi prese, per avere nelle mani David, il che appunto fu figura di quello che poi doveva avvenire nel divin Redentore? Un Re d’Israello contra un uomo particolare: Ut quærat pulicem unum; come disse l’istesso David (I Reg. XXVI, 20, et c. XXIV, 15); e con tutto ciò non gli poté mai riuscire. La divina Scrittura lo nota tanto bene, e ne rende questa ragione: Non tradidit eum Deus in manus ejus (1 Reg. XXIII, 14):Perché non volle Iddio darglielo nelle mani. Qui sta tutto il punto. E così nota molto bene S. Cipriano sopra quelle parole, Et ne nos inducas in tentationem (D. Cypr. serm. de orat. Dom. Matth. VI, 13), che tutto il nostro timore e tutta la nostra divozione e sollecitudine rispetto alle tentazioni e’ travagli hanno da essere in ordine a Dio; perciocché né il demonio, né alcun altro ci può far male alcuno, se Dio prima non ne dà loro licenza. Secondariamente, benché questa verità ben appresa sia da sé sola bastevole e di grande efficacia per indurci a conformarci in tutte le cose alla volontà di Dio; nondimeno non abbiamo da fermarci qui, ma dobbiamo passar avanti ad un’altra cosa che viene in conseguenza di questa, e la notano i Santi (D. Doroth. doct. 13; Nil. c. 29 de orat, in Psal. Dixit Dominus); la qual è, che insieme col venirci tutte le cose dalla mano di Dio, abbiamo da persuaderci, e credere, che vengano per maggior nostro bene e vantaggio (De S. Gertr., ref. Blos. c. 11, mon. spir.). Anche le pene dei dannati vengono loro dalla mano di Dio; non però per utilità e rimedio loro, ma per puro loro castigo: ma le pene e i travagli che Dio manda agli uomini in questa vita, siano giusti, o siano peccatori, abbiamo sempre da credere, e da aver sempre questa ferma fiducia di quella infinita Bontà e Misericordia, che mandandocegli, ce gli mandi per nostro maggior bene e perché questo più ci conviene per l’eterna nostra salute. Così lo disse la santa Giuditta al suo popolo, quando stavano in quell’afflizione e angustia sì grande, assediati da’ loro nemici: Ad emendationem, et non ad perditionem nostram evenisse credamus (Judith VIII, 27). Crediano pure, che Dio ci ha mandati questi travagli, non per nostra rovina, ma per emendazione e utilità nostra. D’una volontà tanto buona, quanto è quella di Dio il quale ci ama tanto, possiamo bene star certi e sicuri, che non vuole se non il bene e il meglio, e quello che più conviene a noi altri: il che appresso si dichiarerà più pienamente (Infra cap. 10 e 22). – In terzo luogo per cavar maggior frutto da questa verità, e acciocché questo mezzo sia più efficace per acquistare una perfetta conformità alla volontà di Dio, non abbiamo da contentarci di conoscere e credere speculativamente, che tutte le cose vengono dalla mano di Dio, né di crederlo in generale e come alla rinfusa, perché così ce lo dice la Fede, ovvero perché così l’abbiamo letta, o udito; ma bisogna, che andiamo attuando e avvivando questa Fede, con procurar di conoscere e di così giudicar della cosa praticamente, di maniera che veniamo a pigliar tutte le cose che ci succedono, come se sensibilmente e visibilmente vedessimo Cristo Signor nostro che ci stesse dicendo: Piglia, figliuolo, che questo tel mando io; è volontà mia, che tu faccia, o patisca adesso questa e questa cosa; perché in questa maniera ci si renderà molto facile e soave il conformarci in tutte le cose alla volontà di Dio. Che se ti apparisse l’istesso Gesù Cristo in persona, e ti dicesse: Vedi, figliuolo, che questo è quello che Io voglio da te; questo travaglio, o questa infermità, voglio che tu patisca adesso per me; in quest’ufficio, o ministero, voglio che tu mi serva; chiara cosa è, che ancorché fosse la più difficil cosa del mondo, la faresti di molto buona voglia tutto il tempo della tua vita, e ti terresti per molto felice, che Dio si volesse servir di te in quella cosa; e per comandartela esso, crederesti, che questa fosse il meglio, e che più ti convenisse per la tua eterna salute, e non ne dubiteresti punto, né ti verrebbe pure un primo moto in contrario. – In quarto luogo bisogna che nell’orazione ci esercitiamo e ci andiamo attuando assai in quest’esercizio, scavando e profondendoci bene in quella ricchissima miniera della provvidenza tanto paterna e tanto particolare che Dio ha di noi altri; perché così facendo c’incontreremo in questo tesoro: il che andremo dichiarando ne’ capì seguenti.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (4)

CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (3)

CATECHISMO CATTOLICO

A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (3)

II.

CATECHISMO PER I FANCIULLI CHE COMPLETANO LA LORO ISTRUZIONE CATECHISTICA

CAPO I.

Del segno della Santa Croce.

(I fanciulli facciano bene il segno della Santa Croce e pronunzino distintamente le parole).

D. 1 . Sei tu Cristiano?

R. Sono Cristiano per grazia di Dio.

D. 2. Chi si può dire ed è Cristiano?

R. Si può dire ed è Cristiano chi ha ricevuto il Sacramento del Battesimo, che è come la porta della Chiesa di Cristo.

D. 3. Ma chi si può dire ed è più propriamente cristiano?

R. Si può dire ed è più propriamente Cristiano il battezzato che professa la vera ed intera fede di Cristo, cioè il cattolico; il quale, se congiunge la fede con l’osservanza della legge del Vangelo, è buon Cristiano.

D. 4. Qual è il segno esterno del Cristiano?

R. Il segno esterno del Cristiano è il segno della Santa Croce.

D. 5. Perché il segno della Santa Croce è il segno del Cristiano?

R. Il segno della Santa Croce è il segno del Cristiano perché con esso professiamo esternamente i misteri principali della fede cristiana.

D. 6. Quali sono i misteri principali della fede cristiana?

R. I misteri principali della fede cristiana sono:

1°) l’unità di Dio in tre Persone distinte: Padre, Figlio, Spirito Santo;

2°) l’umana Redenzione compiutasi per mezzo dell’incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, Figlio di Dio.

D. 7. Come il segno della Santa Croce indica questi due misteri della fede cristiana?

R. Il segno della Santa Croce indica questi due misteri della fede cristiana, perché le parole significano l’unità di Dio in tre Persone distinte, mentre la figura della croce che formiamo con la mano ci richiama alla memoria l’umana redenzione compiuta da Gesù Cristo sulla croce.

D. 8. È utile segnarci col segno della Santa Croce?

R. È utile, anzi utilissimo, segnarci spesso e devotamente col segno della Santa Croce, specialmente al principio e alla fine delle azioni principali.

CAPO II.

Del Simbolo Apostolico.

(I fanciulli recitino distintamente gli articoli del Simbolo).

SEZIONE la. — Del primo articolo del Simbolo, che contiene la dottrina circa la prima Persona della SS. Trinità e l’opera della creazione.

1° Credo in Dio Padre onnipotente, Creatore del cielo e della terra.

D. 9. Che significa: Credo in Dio?

R. Credo in Dio significa: credo fermamente che vi è Dio e a Lui tendo come a sommo e perfettissimo e ultimo fine.

D. 10. Che cosa intendi col nome di Dio?

R. Col nome di Dio intendo un purissimo spirito, infinito nella intelligenza, nella volontà e in ogni perfezione, uno nell’unità di natura ma in tre Persone distinte: Padre, Figliuolo e Spirito Santo, le quali sono la SS. Trinità.

D. 11. Perché le tre Persone Divine sono un solo Dio?

R. Le tre Persone Divine sono un solo Dio perché sono consostanziali: cioè hanno la stessa identica natura divina, e perciò le stesse perfezioni o attributi.

D. 12. Quali sono le principali perfezioni o attributi di Dio?

R. Le principali perfezioni o attributi di Dio sono:

Dio è:

eterno, perché non ha e non può avere né principio, né fine, né successione di tempo;

onnisciente, perché sa e vede tutto, anche le future azioni libere delle creature, gli stessi affetti del cuore e i più riposti pensieri;

immenso, perché è in cielo, in terra, in tutti i luoghi che sono e che possono essere;

giusto, perché dà a ciascuno secondo i meriti o in questa vita, o, infallibilmente, nell’altra;

onnipotente, perché può fare, con un semplice atto della sua volontà, tutto ciò che vuole;

buono, perché ha creato, conserva e dispone ogni cosa, con la sua infinita bontà, potenza e sapienza, e perché tutti i beni che godiamo provengono da Lui, ed Egli ascolta benigno le suppliche di chi lo prega;

misericordioso, perché volendo la salvezza di tutti gli uomini, li ha redenti dalla schiavitù del demonio, dona a ciascuno i mezzi necessari alla salute e non vuole la morte del peccatore, ma che si converta e viva.

D. 13. Che significa: Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra?

R. Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra significa che Dio trasse dal nulla le creature spirituali ecorporali, cioè gli Angeli, il mondo, e poi l’uomo.

D. 14. Dio ha cura di tutte le cose create?

R. Dio ha cura di tutte le cose create in quanto le conserva, difende e governa, talmente che niente accade o può accadere senza il volere o la permissione di Dio.

D. 15. Come si chiama la cura che Dio ha delle creature?

R. La cura che Dio ha delle creature si chiama divina Provvidenza.

D. 16. Quali sono, fra tutte le creature, le più nobili?

R. Fra tutte le creature le più nobili sono gli Angeli e gli uomini.

D. 17. Chi sono gli Angeli?

R. Gli Angeli sono puri spiriti, dotati di intelligenza e di volontà, i quali furono creati nello stato di giustizia e santità, affinché, corrispondendo alla grazia di Dio, si meritassero la gloria.

D. 18. Gli Angeli corrisposero tutti alla grazia di Dio?

R. Non tutti gli Angeli corrisposero alla grazia di Dio: coloro che furono fedeli, godono ora in cielo la visione beatifica di Dio e si chiamano semplicemente Angeli; quelli invece che prevaricarono furono precipitati nell’Inferno e si chiamano demoni; il loro capo è Lucifero o Satana.

D. 19. Dio si serve del ministero degli Angeli?

R. Dio si serve in molte maniere del ministero degli Angeli, specialmente nella cura che Egli ha degli uomini, a ciascuno dei quali assegna, fin dalla nascita, un Angelo per custode.

D. 20. Giova nella nostra vita spirituale che noi abbiamo un culto speciale per il nostro Angelo Custode?

R. Giova molto alla nostra vita spirituale che noi abbiamo un culto speciale per il nostro Angelo Custode, venerandolo e invocandolo, specialmente nelle tentazioni, seguendo le sue ispirazioni, degnamente ringraziandolo e non offendendo mai la sua presenza col peccato.

D. 21. Per qual fine l’uomo fu creato da Dio?

R. L’uomo fu creato da Dio per conoscerlo, amarlo, servirlo e così poi goderlo dopo morte nella visione beatifica eternamente in Paradiso.

D. 22. Quali furono i progenitori del genere umano?

R. I progenitori del genere umano furono Adamo ed Eva, che Dio creò e pose nel Paradiso Terrestre, elevandoli all’ordine soprannaturale e arricchendoli di singolari doni di natura e di grazia.

D. 23. Come Iddio elevò i progenitori all’ordine soprannaturale?

R. Iddio elevò i progenitori all’ordine soprannaturale, dando ad essi la giustizia e la santità che intendeva conferire alla stessa natura umana.

D. 24. Che cosa Dio proibì ai progenitori elevati all’ordine soprannaturale?

R. Iddio proibì ai progenitori, elevati all’ordine soprannaturale, di mangiare il frutto dell’albero della scienza del bene e del male.

D. 25. I progenitori osservarono la proibizione di Dio?

R. I progenitori non osservarono la proibizione di Dio e perciò per questo grave peccato di superbia e di disubbidienza perdettero la giustizia e la santità; ed espulsi dal paradiso terrestre, furono soggetti alla concupiscenza, alla morte, agli altri dolori e alle altre miserie della vita.

D. 26. Adamo, nella sua prevaricazione, nacque anche ai suoi discendenti?

R. Adamo, nella sua prevaricazione, nocque anche ai suoi discendenti, perché non solo trasmise ad essi la concupiscenza, la morte e gli altri castighi, ma comunicò loro la stessa natura umana privata della giustizia e della santità; e in ciò consiste il peccato originale trasmesso alla sua discendenza.

D. 27. Vi fu alcuno preservato immune dal peccato originale?

R. La sola B. V. Maria, dal primo istante della sua concezione, in vista dei meriti di Gesù Cristo, fu, per singolare privilegio di Dio, preservata immune dal peccato originale e perciò si chiama: la concepita senza peccato.

D. 28. Quale dottrina tiene la Chiesa circa il transito della beata Vergine Maria?

R. Circa il transito della beata Vergine Maria, la Chiesa tiene la dottrina che il corpo di Lei si separò dall’anima, (cioè che la B. V. morì), ma che poi ricongiuntasi di nuovo l’anima al corpo incorrotto, la B. V. Maria, per ministero degli Angeli, fu assunta al cielo ed esaltata sopra tutti i cori degli Angeli.

SEZIONE 2a . — Degli altri sei articoli del Simbolo che contengono la dottrina sulla seconda Persona della SS. Trinità e l’opera della Redenzione.

2° e in Gesù Cristo, unico suo Figliuolo, Signore nostro;

3° il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine;

4° patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e seppellito;

5° discese all’inferno, il terzo giorno risuscitò da morte;

6° salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente;

7° di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti.

D. 29. Che cosa crediamo col secondo articolo del Simbolo: e in Gesù Cristo unico suo Figliuolo Signorenostro?

R . Col secondo articolo del Simbolo: e in Gesù Cristo unico suo Figliuolo Signore nostro, noi crediamo cheil Figlio di Dio, il quale, fatto uomo, si chiama Gesù Cristo,

è l’unigenito del Padre, Signor Nostro, vero Dio da Dio vero.

D. 30. Che cosa crediamo col terzo articolo del Simbolo: il quale fu concepito….?

R. Col terzo articolo del Simbolo: Il quale fu concepito crediamo che il Figlio di Dio, al di sopra d’ogniordine naturale, per virtù dello Spirito Santo, presel’umana natura, cioè corpo ed anima, nel seno purissimodella B. V. Maria, e che nacque da Lei.

D. 31. Perché il Figlio di Dio si fece uomo?

R . Il Figlio di Dio si fece uomo per liberarci dal peccato e così ridonarci la gloria del Paradiso.

D. 32. Il Figlio di Dio, facendosi uomo, cessò d’essere Dio?

R . Il Figlio di Dio, facendosi uomo, non cessò d’essere Dio ma, rimanendo vero Dio, cominciò ad essere anche vero uomo.

D. 33. Quante nature e quante persone sono in Gesù Cristo?

R. In Gesù Cristo vi sono due nature, la divina e la umana, ma vi è una sola Persona, quella cioè del Figlio di Dio.

D. 34. Che cosa crediamo col quarto articolo del Simbolo: Patì….?

R. Col quarto articolo del Simbolo: Patì crediamo che Gesù Cristo, per redimere col sangue suo prezioso l’umanità, patì sotto Ponzio Pilato, procuratore della Giudea, morì confitto in croce, e fu dalla croce deposto e seppellito.

D. 35. Che cosa crediamo nel quinto articolo con le parole: discese all’inferno?

R. Nel quinto articolo del Simbolo, con le parole: Discese all’inferno, crediamo che l’anima di Gesù Cristo, separata dal corpo, ma congiunta sempre con la divinità, discese al Limbo dei Santi Padri, dove le anime dei giusti aspettavano la promessa e desideratissima redenzione.

D. 36. Che cosa crediamo nel quinto articolo del Simbolo con le altre parole: il terzo giorno risuscitò damorte?

R. Nel quinto articolo del Simbolo con le altre parole: il terzo giorno risuscitò da morte, crediamo che Gesù Cristo, il terzo giorno dalla morte, per virtù propria, riunì di nuovo l’anima sua col corpo, per risorgere così immortale e glorioso.

D. 37. Che cosa crediamo col sesto articolo del Simbolo: salì?

R. Col sesto articolo del Simbolo: salì…. crediamoche Gesù Cristo, quaranta giorni dopo la sua resurrezione,per virtù propria salì in anima e corpo al cielo, dovesiede alla destra di Dio Padre onnipotente.

D. 38. Che cosa crediamo col settimo articolo del Simbolo: di là ha da venire….?

R. Col settimo articolo del Simbolo: di là ha da venire…., crediamo che Gesù Cristo alla fine del mondoverrà dal cielo con gli Angeli suoi, per giudicare tutti gliuomini, e allora renderà a ciascuno secondo i suoi meriti.

SEZIONE 3a . — Degli ultimi cinque articoli del Simbolo che contengono la dottrina sulla terza Persona della SS. Trinità e la nostra santificazione.

8° Credo nello Spirito Santo;

9° la Santa Chiesa cattolica, la Comunione dei Santi;

10° la remissione dei peccati;

11° la risurrezione della carne;

12° la vita eterna. Amen.

D. 39. Che cosa crediamo con l’ottavo articolo del Simbolo: Credo nello Spirito Santo?

R . Con l’ottavo articolo del Simbolo: Credo nello Spirito Santo, crediamo che lo Spirito Santo è la terzaPersona della SS. Trinità, che procede dal Padre e dalFigliuolo.

D. 40. Quando lo Spirito Santo discese visibilmente sugli Apostoli e che cosa operò in essi?

R . Lo Spirito Santo discese visibilmente sugli Apostoli nel giorno della Pentecoste, li confermò nella fede, e li colmò dell’abbondanza de’ suoi doni affinché predicassero il Vangelo e propagassero la Chiesa in tutto il mondo.

D. 41. Che cosa lo Spirito Santo opera nei fedeli?

R . Lo Spirito Santo, con la grazia santificante, le virtù infuse, con i suoi doni e con le grazie attuali d’ogni specie, santifica, illumina e muove i fedeli, affinché essi, corrispondendo alla grazia, giungano al possesso della vita eterna.

D. 42. Che cosa opera lo Spirito Santo nella Chiesa?

R . Lo Spirito Santo, con la sua specialissima e continua assistenza, vivifica la Chiesa, la tiene unita a sé e con i suoi doni infallibilmente la dirige nella via della verità e della santità.

D. 43. Che cosa crediamo nel nono articolo del Simbolo con le parole: la santa Chiesa Cattolica?

R . Nel nono articolo del Simbolo con le parole: la santa Chiesa cattolica, crediamo che v’è una società soprannaturale,visibile, santa e universale che Gesù Cristo,mentre era in terra, istituì e chiamò sua Chiesa.

D. 44. Perché Gesù Cristo istituì la Chiesa?

R. Gesù Cristo istituì la Chiesa per continuare in terra l’opera sua, perché cioè in essa e per essa fino alla fine dei secoli si applicassero agli uomini i frutti della redenzione, compiuta sulla croce.

D. 45. Come Gesù Cristo volle che fosse governata la Chiesa?

R. Gesù Cristo volle che la Chiesa fosse governata dall’autorità degli Apostoli, con a capo Pietro, e dei loro legittimi successori.

D. 46. Chi è il legittimo successore di S. Pietro nel governo della Chiesa universale?

R. Il legittimo successore di S. Pietro nel governo della Chiesa universale è il Vescovo di Roma, cioè il Pontefice Romano o Papa, perché questi succede nel primato di giurisdizione a Pietro, che fu e morì vescovo di Roma.

D. 47. Quali sono i legittimi successori degli Apostoli?

R. I legittimi successori degli Apostoli sono per divina istituzione i Vescovi, posti dal Pontefice Romano a capo delle Chiese particolari che essi governano con potestà ordinaria sotto la di Lui autorità.

D. 48. Quale dunque, tra le varie Chiese che si gloriano del nome cristiano, è la vera Chiesa istituita da Gesù Cristo?

R . Tra le varie Chiese che si gloriano del nome cristiano, la vera Chiesa istituita da Gesù Cristo è quella governata dal Romano Pontefice e dai Vescovi aventi comunione con Lui.

D. 49. Quale potestà Gesù Cristo diede alla Chiesa per raggiungere il fine della sua istituzione?

R. Per raggiungere il fine della sua istituzione, Gesù Cristo diede alla Chiesa la potestà di giurisdizione e d’ordine: la potestà di giurisdizione comprende la potestà di insegnare.

D. 50. Che cos’è la potestà d’insegnare?

 R . La potestà d’insegnare è il diritto e il dovere della Chiesa di custodire, tramandare e difendere la dottrina di Gesù Cristo e di predicarla a tutti gli uomini, indipendentemente da ogni uman potere.

D. 51. Chi ha nella Chiesa la potestà d’insegnare?

R . Nella Chiesa hanno la potestà d’insegnare il Romano Pontefice e i Vescovi uniti con Lui.

D. 52. Nell’ufficio d’insegnare la Chiesa è infallibile?

R. Nell’ufficio d’insegnare la Chiesa è infallibile quando, sia con l’ordinario e universale magistero, sia col solenne giudizio della suprema autorità, propone alla credenza universale le verità di fede e di morale, o rivelate o connesse con le rivelate.

D. 53. A chi spetta di pronunziare tale solenne giudizio?

R . Pronunziare tale solenne giudizio spetta tanto al Romano Pontefice quanto ai Vescovi e al Papa insieme, specialmente se adunati in Concilio universale.

D. 54. Che s’intende per potestà di giurisdizione nella Chiesa?

R. Per potestà di giurisdizione nella Chiesa, s’intende che il Romano Pontefice in tutta la Chiesa, e i Vescovi nelle loro Diocesi, hanno, per raggiungere il fine stesso della Chiesa, la potestà di governare, cioè il potere legislativo, giudiziario, coattivo e amministrativo.

D. 55. Che cos’è la potestà dell’ordine?

R . La potestà dell’ordine è il potere di celebrare le sacre funzioni, specialmente circa il ministero dell’altare. Tale potestà è conferita alla Sacra Gerarchia, massime ai Vescovi, col sacramento dell’Ordine, e tende direttamente alla santificazione delle anime.

D. 56. Chi è fuori della Chiesa di Gesù Cristo?

R. Fuori della Chiesa di Gesù Cristo sono:

1° i non battezzati;

2° gli apostati manifesti, gli eretici, gli scismatici e gli scomunicati che devono evitarsi.

D. 57. Si possono salvare coloro che sono fuori della Chiesa?

R . Coloro che sono fuori della Chiesa per propria colpa non si possono salvare; quanti invece vi si trovano fuori senza propria colpa possono salvarsi se non muoiono in peccato mortale.

D. 58. Che cosa crediamo nel nono articolo del Simbolo con le altre parole: la Comunione dei Santi?

R. Nel nono articolo del Simbolo con le altre parole: la Comunione dei Santi crediamo che tra i membri della Chiesa, per quell’intima unione che li unisce sotto l’unico Capo Gesù Cristo, vi è una vicendevole comunicazione di beni spirituali.

D. 59. Che cosa crediamo col decimo articolo del Simbolo: la remissione dei peccati?

R. Col decimo articolo del Simbolo: la remissione dei peccati crediamo che nella Chiesa vi è, per i meriti diGesù Cristo, una vera potestà di perdonare i peccati.

D. 60. Che cosa crediamo con l’undicesimo articolo del Simbolo: la resurrezione della carne?

R. Con l’undicesimo articolo del Simbolo: la resurrezione della carne crediamo che alla fine del mondo tuttii morti, richiamati alla vita, risorgeranno per il giudiziouniversale, riprendendo ogni anima il proprio corpo alquale f u congiunta in vita, per non mai più separarsene.

D. 61. Perché Dio volle che i corpi dei morti risorgessero?

R . Dio volle che i corpi dei morti risorgessero, perché l’uomo tutto intero conseguisse, secondo i meriti e per tutta l’eternità, o il premio in Paradiso o la pena nell’Inferno.

D. 62. Che cosa crediamo con l’ultimo articolo del Simbolo: la vita eterna?

R. Con l’ultimo articolo del Simbolo: la vita eterna, crediamo che dopo morte è preparata per gli eletti la perfettaed indefettibile felicità del Paradiso, mentre per ireprobi restano le eterne pene dell’Inferno.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (2)

DELLA PRESENZA DI DIO [2]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO IV.

Che questa perfetta conformità alla volontà di Dio è una felicità e beatitudine qui in terra.

Chi arriverà ad avere questa intera conformità alla volontà di Dio, pigliando tutte de cose che succederanno come venute dalla sua mano, e conformandosi in esse alla sua santissima e divina volontà, avrà acquistata una felicità e beatitudine qui in terra; perché godrà una pace e tranquillità molto grande, e avrà sempre un gaudio ed un’allegrezza perpetua nell’anima sua, che è la felicità e beatitudine che godono di qua i gran servi di Dio: essendo che, come dice l’Apostolo, Non est regnum Dei esca et potus, sed justìtia, et pax, et gaudium in Spiritu sancto (Ad Rom. XIV. 17): Non istà la beatitudine di questa vita nel mangiare e nel bere, né in darsi ai passatempi e ai diletti sensuali; ma nella giustizia e pace e nel gaudio dello Spirito Santo. Questo è il regno del cielo qui in terra e il paradiso de’ diletti che possiamo di qua godere. E con ragione questa si chiama beatitudine, poiché ci fa in un certo modo simili a’ Beati. Perciocché siccome in cielo non vi sono mutazioni, né certi va e vieni; ma sempre stanno fermi e permanenti i Beati in un essere, godendo Dio; così qui quei che sono arrivati a questa intera e perfetta conformità, che tutto il loro gusto e contento sia il gusto e la volontà di Dio, non s’inquietano, né si turbano colle mutazioni di questa vita, né coi vari accidenti che avvengono, perché la lor volontà e il cuor loro è tanto unito e conforme alla volontà divina, che il vedere, che tutte quelle cose vengono dalla sua mano e che si eseguisce in esse la volontà e il gusto di Dio, fa che i travagli si convertano loro in allegrezza; perché vogliono più tosto ed amano più la volontà del loro Signore, che la propria: e così non vi è cosa che possa turbar questi tali; perché se quelle cose che li potrebbero turbare e attristare, che sono i travagli, le avversità, i disonori, sono ricevute da essi e stimate come grazie e favori particolari, per venir loro dalla mano di Dio e per esser quella la divina volontà; non vi rimane cosa che li possa inquietare, né toglier loro la pace e la tranquillità dell’anima. Questa era la sorgente di quella pace ed allegrezza perpetua nella quale leggiamo che vivevano continuamente quei Santi antichi; un S. Antonio, un S. Domenico, un S. Francesco, ed altri simili: e l’istesso leggiamo del nostro S. P. Ignazio (Lib. 5, c. 5 V i tæ P. N. S. Ign.), e lo veggiamo ordinariamente ne’ gran Servi di Dio. Mancavano forse travagli a quei Santi? non avevano forse tentazioni e infermità come noi altri? non avvenivano forse loro vari e diversi casi? sì certamente, e più scabrosi che a noi altri, perché  quei che sono più santi sogliono essere da Dio più provati ed esercitati con cose simili. Come dunque stavano sempre in un medesimo essere? con un medesimo sembiante? con una certa serenità ed allegrezza interiore ed esteriore che sempre pareva che fosse Pasqua per essi? La cagione di ciò era quella che andiamo dicendo; perché erano arrivati ad avere una intera conformità alla volontà di Dio ed avevano posto ogni lor gusto nell’adempimento di essa; e così ogni cosa si convertiva loro in contentezza. Diligentibus Deum omnia cooperantur in bonum (Ad Rom. VIII, 28): — Non contristàbit justum quidquid ei acciderit (Prov., XII, 21). Il travaglio, la tentazione e la mortificazione, ogni cosa si convertiva loro in allegrezza, perché conoscevano, che quella era la volontà di Dio, e questa era tutta la contentezza loro. Già avevano conseguita la felicità e la beatitudine che in questa vita si può godere, onde stavano come in gloria. Dice molto bene a questo proposito S. Caterina da Siena (D. Cath. Sen. In Dial.), che i giusti sono come Cristo nostro Redentore, il quale non perde mai la beatitudine dell’anima, sebben pativa molti dolori e pene: così i giusti non perdono mai questa beatitudine che consiste nella conformità alla volontà di Dio, ancorché abbiano molte avversità; perché sempre dura ed è permanente in essi l’allegrezza e il gusto della volontà e del voler di Dio che s’adempisce in quelle cose. –  E questa è una perfezione tanto alta e sublime, che l’apostolo S. Paolo dice che supera ogni senso: Et pax Dei, quæ exuperat omnem sensum, custodiat corda vestra, et ìntelligentias vestras in Christo Jesu (Ad Phil. IV): dice, che questa pace supera ogni senso; perché è un dono di Dio tanto alto e soprannaturale, che non può l’intelletto umano da sé solo comprendere, come sia possibile, che un cuore di carne stia quieto, e pacifico, e consolato nel mezzo de’ turbini e delle tempeste, delle tentazioni e de’ travagli di questa vita. S’assomiglia questa cosa a quella meraviglia del roveto che Mosè vide che ardea e non si abbruciava (Es. III, 2); e al miracolo di quei tre giovanetti che stavano nella fornace di Babilonia, i quali in mezzo del fuoco si conservarono sani ed illesi, lodando Dio. Questo è quello che diceva il santo Giob parlando con Dio: Mirabiliter me crucias (Job. X, 16): Mi tormenti, Signore, mirabilmente; dimostrando da una banda il travaglio e dolor grande che pativa, e dall’altra il gusto e la contentezza grande ch’aveva in patirlo, per esser quella la volontà e il gusto di Dio. Cassiano racconta (Cass. coll. 12, c. 13), che stando un santo vecchio in Alessandria circondato da gran moltitudine d’infedeli che gli dicevano molte maldicenze, egli se ne stava in mezzo di essi come un agnellino, sopportando e tacendo con gran quiete di cuore. Lo schernivano, lo percuotevano, gli davano urtoni, e gli facevano altre gravissime ingiurie, e fra le altre cose gli dissero con ischerno: Che miracoli ha fatti Gesù Cristo? Al che egli rispose: I miracoli che ha fatti sono, che mentre io sto patendo le ingiurie che mi fate, non mi sdegni né m’adiri contra voi altri, né mi turbi con alcuna passione; anzi stia apparecchiato a soffrirne ancora delle altre molto maggiori. Questo è un gran miracolo e una molto alta e sublime perfezione. Dicono gli antichi di quel monte della Macedonia chiamato Olimpo, e l’apporta S. Agostino in molti luoghi, che è di tanto grande altezza, che nella sommità di esso non si sentono venti, né vi cadono piogge né nevi: Nubes excedit Olympus (D . Aug. lìb. de Gen. ad litt. in imperfecto, c. 13, et lib. 3, o. 2, et lib, 1 de Gen. contra Manich, c . 15; Lucan. lib . 2 Pharsalic.). Nemmeno gli uccelli vi possono far nido, perché  è tanto alto, che supera questa prima regione dell’aria e arriva alla seconda: e così l’aria è ivi tanto pura e sottile, che non vi si possono né formare né sostentare le nuvole, le quali per ciò hanno bisogno d’aria più densa: e per l’istessa ragione non si possono ivi sostenere su le lor ali gli uccelli, nemmeno vi posson vivere gli uomini, perché essendo l’aria tanto sottile e depurata, non è sufficiente per poter respirare. E di questo diedero notizia alcuni che salivano colà d’anno in anno a far certi sacrifici, ed i quali portavano seco certe spugne bagnate, acciocché mettendosele alle narici potessero condensar l’aria ed essi così respirare. Costoro scrivevano colà su nella polvere certe lettere le quali trovavano l’anno seguente così ben formate e intere come le avevano lasciate; il che non sarebbe potuto accadere, se fossero arrivati colà i venti e le piogge. Or questo è lo stato di perfezione al quale sono ascesi e arrivati quelli che. hanno questa piena conformità alla volontà di Dio. Nubes excèdit Olympus; et pacem summa tenerti. Sono ascesi ed arrivati tanto alto, ed hanno già acquistata una pace così grande, che non vi sono nuvole né venti né piogge che colà giungano, né vi sono uccelli di rapina che insidiino né predino la pace e allegrezza del loro cuore. S. Agostino sopra quelle parole, Beati pacifici, quoniam filii Dei vocabuntur (D. Aug. lib. 1 de serm. Dom. in monte c. 8, in Matth. v. 9), dice, che perciò Cristo nostro Redentore chiama i pacifici, beati e figliuoli di Dio, perché non è in essi cosa che resista né contraddica alla volontà di Dio; ma in ogni cosa si conformano ad essa come buoni figliuoli, i quali in tutte le cose procurano d’assomigliarsi al padre, non avendo altro volere, né altro non volere, che quello che il Padre vuole, o non vuole. Questo è uno de’ più elevati e principali punti che siano nella vita spirituale. Chi arriverà a pigliare tutte le cose che gli avverranno, tanto grandi quanto piccole, come venute dalla mano di Dio, e a conformarsi in esse alla divina volontà sua, di maniera che tutto il suo gusto sia il gusto di Dio e l’adempimento della sua santissima volontà, questo tale ha trovato il paradiso qui in terra: Factus est in pace locus ejus, et habitatio ejus in Sion (Ps. LXXV, 3). Questo tale, dice S. Bernardo (D. Bernard. In sentent.), potrà con ogni sicurezza e fiducia cantar quel Cantico del Savio: In his omnibus requiem qucesivi, et in hæreditate Domini morabor (Eccli. XXIV, 11); perché ha trovato il vero riposo e il pieno e compiuto gaudio che da niuno gli potrà esser tolto. Ut gaudium vestrum sit plenum — Et gaudium vestrum nemo tollet a vobis (Jo. XVI, 24 et 22). Oh se finissimo una volta di metter ogni nostra contentezza nell’adempimento della volontà di Dio, che la volontà nostra fosse sempre la sua e il nostro gusto il suo! Che non avessi io, Signore, altro volere, ed altro non volere, che quello che volete, o non volete voi, e che questa fosse la mia consolazione in tutte le cose: Mihi autem adhærere Deo bonum est, ponere in Domino Deo spem meam (Ps. LXXII, 27). Oh quanto buona cosa sarebbe per l’anima mia unirmi a Dio in questo modo! Oh quanto felici saremmo, se stessimo sempre tanto uniti a lui, che in ciò che facciamo, o patiamo, non riguardassimo altra cosa, se non che stiamo adempiendo la volontà di Dio, e questa fosse ogni nostra contentezza e ricreazione! Questo è quello che dice quel santo uomo: Quegli al quale Dio è ogni cosa, e tutte le cose riferisce a Dio, e vede ogni cosa in Dio, può essere stabile di cuore, e starsene con somma pace in Dio (Thom. A Kemp. Lib. 1, c. 3, n. 2).

CAPO V.

Che in Dio solo si trova contentezza, e chi la metterà in altra cosa non potrà avere contentezza vera.

Quelli che mettono la contentezza loro in Dio e nella sua divina volontà, godono una contentezza ed allegrezza perpetua; perché come stanno appoggiati a quella ferma colonna della volontà di Dio, partecipano di quella immutabilità della volontà divina; e così stanno sempre fermi ed immobili in un medesimo essere. Ma quelli che stanno attaccati alle cose del mondo e in esse tengono posto il cuore e la contentezza loro, non possono avere contentezza vera né durabile; perché camminano insieme con queste cose, e dipendono da esse; e cosi stanno soggetti alle mutazioni delle medesime. Il glorioso S. Agostino dichiara questo molto bene sopra quelle parole del profeta David, Concepii dolorem, et peperit iniquitatem, dicendo: Non enim poterit làbor finiri, nisi hoc quisque diligat, quod invito non possit auferri (D. Aug. in Ps. VII, 15). Tieni per certo, che fino a che non metterai la tua contentezza in quella cosa che da niuno ti può esser tolta contra tua voglia, sempre starai con ansia e con affanno. Leggiamo del nostro P. Francesco Borgia, che arrivato che fu a Granata col corpo dell’Imperatrice, quando si ebbe da far la consegnazione di esso, aprirono la cassa di piombo nella quale stava riposto; e scoprirono la sua faccia, la quale era tanto mutata, tanto brutta e contraffatta, che metteva orrore a quei che la guardavano. Questa cosa cagionò in lui tanto sentimento, che toccandogli Dio il cuore con quel sì gran disinganno del mondo, fece questo fermo proponimento: Io mi risolvo, o mio Dio, di non più servire padrone che mi possa mancare (Lib. 1, c. 7 Vita; P. Franc., de Borgia ). Ora pigliamo noi altri questa risoluzione la quale è molto buona. Io fo proponimento, Signore, di non mettere per l’avvenire il mio cuore in cosa che mi possa mancare, in cosa che possa aver fine, né in cosa che da altri mi possa esser tolta contra mia voglia: perché  altrimenti non potremo avere vera contentezza: Nam cum ea diliguntur, dice S. Agostino, quos possumus contra voluntatem amittere, necesse est, ut prò iis miserrime laboremus (D. Aug. ubi supra): perché se tieni posto il tuo amore e la tua affezione in quella cosa che ti può esser tolta contra tua voglia, senza dubbio quando ti sarà tolta ne sentirai dolore. Questa è cosa naturale, non lasciarsi senza dolore quello che si possiede con amore: e quanto maggiore sarà l’amore, tanto maggiore sarà il dolore: onde confermando questa medesima cosa in un altro luogo il medesimo Santo dice: Qui vult gaudere de se, tristis erit. Se tu metti la tua contentezza nel tal ufficio, o nella tale occupazione, o nello stare nel tal luogo, o in altra cosa simile, cotesta contentezza ti potrà esser tolta facilmente dal Superiore, e così non vivrai mai contento. Se metti la tua contentezza nelle cose che sono secondo la volontà tua, o nell’adempimento di essa, elle si mutano facilmente; e quando bene non si mutassero esse, ti muti tu stesso; perché quello che oggi ti piace e ti gusta, domani ti dispiace e ti disgusta. Se non lo credi, vedilo in quello stolto popolo degl’Israeliti, che favoriti da Dio col miracoloso isquisitissimo cibo della manna, se ne infastidirono e domandarono altro cibo; e vedendosi in libertà, tornarono subito a desiderare la servitù, e sospiravano per l’Egitto e per gli agli e le cipolle che mangiavano colà, e molte volte desiderarono di tornarvi. Non avrai mai contentezza, se la metterai in queste cose: Qui autem de Deo vult gaudere, semper gaudebit; quia Deus sempi ternus est: Ma chi metterà tutta la sua contentezza in Dio e nell’adempimento della sua divina volontà, vivrà sempre contento; perché Dio è sempiterno, mai non si muta, sempre resta e dura in un essere. Dunque, vis habere gaudium sempiternum? dice il Santo, admire Hit, qui sempiternus est: Vuoi tu avere un gaudio e una contentezza perpetua e sempiterna? metti il tuo cuore in Dio che è sempiterno (S. Aug. tract. 24 in Jo.). Lo Spirito santo assegna questa differenza tra l’uomo sciocco e l’uomo savio e santo: Stultus sicut luna mutatur; homo sanctus in sapientia manel sicut sol (Eccli. XXVII, 12). Lo sciocco si muta come la luna, oggi crescente, domani calante: oggi lo vedrai allegro, domani malinconico; ora d’un umore, e tra poco di un altro; perché tien posta la sua contentezza nelle cose del mondo mutabili e transitorie; e così si muove al muoversi di esse, e va variando al variare de’ loro successi. Nel flusso e riflusso de’ suoi affetti, appunto come il mare, va colla luna, ed è lunatico. Ma l’uomo giusto e santo è permanente come il sole, sempre di un istesso tenore e in un medesimo essere: non sono in esso né crescenze né scemamenti. Il vero servo di Dio sempre sta allegro e contento; perché ha riposta la sua contentezza in Dio e nell’adempimento della sua santissima volontà che non può mancare né gli può da alcuno esser tolta. Si dice di quel santo abbate chiamato Deicola, che sempre andava ridendo; e domandato per qual cagione, diceva, Christum a me tollere nemo potest (Abb. Deicol. In Vit. Patr.): Sia quel che si voglia essere e venga quello che vuol venire, che nessuno può togliermi Dio. Quest’uomo aveva trovata la vera contentezza; perché l’aveva posta in cosa che non gli poteva mancare e che da nessuno gli poteva esser tolta. Facciamo dunque così noi altri: Exultate, justi, in Domino (Psal. XXXII, 1). S. Basilio sopra queste parole dice: Avvertite, che il Profeta non dice, che vi rallegriate nell’abbondanza delle cose temporali, nemmeno nella vostra molta abilità ed ingegno, non nelle molte lettere e nei grandi talenti che avete, né che vi rallegriate nella buona sanità e nelle grandi forze corporali, nemmeno nell’esser in molta riputazione e in molta stima presso gli uomini; ma che vi rallegriate nel Signore, e che mettiate tutta la vostra contentezza in Dio e nell’adempimento della sua santissima volontà; perché questa sola cosa è quella che sazia; e tutto il rimanente non può dare soddisfazione né vera contentezza (D. Basil. 8 in eumdem Ps.). S. Bernardo in un Sermone che fa sopra quelle parole di S. Pietro, Ecce nos reliquimus omnia etc., va dichiarando e provando molto bene questa cosa, e dice: Anima rationalis ceteris omnibus occupavi potest, repleri omnino non potest (2 (2) D. Bern. in Matth. XIX, 27): Tutte le altre cose fuori di Dio possono bensì occupar l’anima e il cuore dell’uomo, ma non lo possono saziare; possono provocare e stuzzicare la fame, ma non levarla: Avarus non implebitur pecunia (Eccle. v, 9): come appunto accade all’avaro il quale, per detto del Savio, ha gran fame di denari; ma abbiane quanti ne può avere, non si sazierà mai: e il medesimo è di tutte le altre cose del mondo, che non potranno giammai saziare l’anima nostra. E ne rende la ragione S. Bernardo con dire: Sai perché le ricchezze e tutte le cose del mondo non ci possono saziare? Quia non sunt naturales cibi animæ (D. Bernard., tract. de dil. Deo c. 3 in fine); perché non sono cibo naturale né proporzionato dell’anima. Siccome l’aria e il vento non sono cibo naturale né proporzionato del nostro corpo, e ti rideresti, se vedessi che un uomo, morto di fame si mettesse colla bocca aperta all’aria, come un camaleonte, pensando di potersi con quello saziare e sostentare, e lo terresti per pazzo; così non è minor pazzia, dice il Santo, il pensare, che l’anima razionale dell’uomo, la qual è spirito, si abbia da saziare colle cose temporali e sensuali: Inflari potest, satiari non potest: Si può gonfiare come un otre coll’aria, ma saziarsi è impossibile; perché non è questo il suo cibo. Dà a ciascuno il suo nutrimento proporzionato, al corpo cibo corporale, e allo spirito spirituale; Panis namque animai justitia est, et soli beati, qui esuriunt illam; quoniam ipsi saturabuntur (Idem sup. Illa verba, Ecce nos reliquimus omnia). Il pane dell’anima, il suo cibo naturale e proporzionato, è la giustizia la virtù; e così solamente quei che hanno fame e sete di questa giustizia saranno beati, perché essi saranno saziati. Il beato S. Agostino dichiarando tuttavia più questa ragione ne’ suoi soliloqui, e parlando dell’anima ragionevole, dice: Facto est capax majestatìs tua!, ut a te solo, et a nullo alio, possit impleri (D. Aug. c. 30 Solil.): Facesti, Signore, l’anima ragionevole capace della tua maestà, di maniera tale che nessun’altra cosa la possa appagare né saziare, se non tu. Quando l’incavo e l’incastro di un anello è fatto alla misura di qualche pietra preziosa, nessun’altra cosa che ivi si metta vi sta bene, né finisce di riempier quel vacuo, se non quella pietra preziosa alla cui misura fu fatto: e se l’incavo è triangolare, nessun’altra cosa rotonda lo potrà empire. Ora l’anima nostra fu creata ad immagine e similitudine della santissima Trinità, con un vacuo e un incavo nel nostro cuore capace di Dio e proporzionato per ricever in sé l’istesso Dio. E così è impossibile ch’altra cosa possa riempiere questo vacuo, che il medesimo Dio. – Tutta la rotondità del mondo non basterà ad empierlo. Fecisti nos, Domine, ad te, et inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te (Idem, lib. 1 Confess. c. 1): Ci facesti, Signore, per te; e così non si può quietare il nostro cuore né aver riposo, se non in te. – È molto buona questa cosa, e si dichiara molto bene con quella similitudine che comunemente si suol portare dell’ago, o frezzetta dell’oriuoletto portatile da sole. La natura di quest’ago, dopo essere stato toccata colla pietra calamita, è di volgersi e guardare verso la tramontana; perché Dio gli diede questa naturale inclinazione: e vedrai quanto sta inquieto quell’ago, e quante volte si gira e si rigira, sin a tanto che si drizzi colla punta a tramontana, e come fatto questo subito si ferma. Or così Dio creò l’uomo con questa naturale inclinazione e risguardo a Lui come a sua tramontana ed ultimo fine: onde finché non metteremo il nostro cuore in Dio, sempre staremo, come l’ago suddetto, mobili e inquieti. A qualsivoglia di quelle parti mobili del cielo che guardi quell’ago, non si quieta; e subito che guarda ad un punto del cielo che non si muove, rimane fisso ed immobile: così mentre metterai gli occhi e il cuore nelle cose del mondo mutabili e transitorie, non potrai aver quiete né contentezza: mettilo in Dio, e l’avrai. – Questo ci dovrebbe muovere grandemente a cercar Dio, ancorché non fosse per altro che per nostro proprio interesse; perché  tutti desideriamo d’aver contentezza. Dice S. Agostino : Scimus, fratres, quoti omnis homo gaudere desiderat; sed non omnes ibi quærunt gaudium, ubi oportet inquivi (D. Aug. serm. 20 de Sanct.): Sappiamo bene, Fratelli miei, che ogni uomo naturalmente desidera contentezza e quiete, e la procura quanto può, perché non ne può viver senza; ma tutto il discernimento, o inganno degli uomini sta nell’affrontare a mettere gli occhi e il cuore nella contentezza vera, o nel mettergli in quella che è apparente e falsa. L’avaro, il lussurioso, il superbo, l’ambizioso e il goloso, tutti desiderano aver contentezza; ma uno mette la sua contentezza nel posseder molte ricchezze; l’altro negli onori e nelle dignità; l’altro nel mangiare e banchettare; l’altro ne’ piaceri disonesti: non hanno affrontato a mettere la contentezza loro ove l’avevano da mettere, e così non la troveranno mai; perché tutte queste cose e quanto è nel mondo, non basta a saziare l’anima né a darle contentezza. E così S. Agostino dice: Quid ergo per multa vagaris, homuncio, quærendo bona animæ tuæ et corporis tui? Ama unum bonum, in quo sunt omnia bona, et sufficit: desidera simplex bonum, quod est omne bonum, et satis est. Idem de Spir, et Anima , c»p, 64.): A che fare ti stracchi, uomicciuolo, cercando queste cose di qua? se vuoi avere sazietà e contentezza, ama Dio, e questo basta; perché  in esso stanno tutti i beni, ed Egli solo è quegli che può saziare ed empiere il desiderio del tuo cuore. Benedic, anima mea, Domino, qui replet in bonis desiderium tuum (Psal. CII, 1, 5). Benedetto, lodato e glorificato ne sia Egli in eterno. Amen.

CAPO VI.

Si dichiara per un altro verso come il conformarci alla volontà di Dio è mezzo per aver contentezza.

Il glorioso S. Agostino, sopra quelle parole del Salvatore, Quodcumque petieritis Patrem in nomine meo , hoc faciam (D. Aug. tract. 73 in Jo.; Jo. xiv. 13). Qualsivoglia cosa che domanderete al mio Padre in mio nome, vi sarà da me conceduta, dice che non deve uno cercar pace e quiete per la via di far la volontà propria e di conseguire quel che appetisce; perché non è questo il suo bene né quello che gli conviene; anzi questo sarebbe forse male per esso; ma ha da procurare di accomodarsi semplicemente in quel bene, o in quel meglio che Dio gli manda, e questo è quello che ha da chiedere a Dio: Quando enim nos delectant mala, et non delectant bona; rogare debemus pótius Deum, ut delectent bona, quam ut concedantur mala: Se non trovi gusto nell’adempimento della volontà di Dio, che è il vero bene, ma il tuo gusto e appetito ti porta a cercare l’adempimento della tua volontà, hai da chiedere e porger suppliche a Dio, che non ti conceda quello che tu vuoi, ma che ti dia gusto nell’adempimento della sua divina volontà, che è il tuo vero bene e quello che ti conviene. E porta a questo proposito quel fatto che si legge ne’ Numeri (Num. XI, 4), quando i figliuoli d’Israello s’infastidirono della manna del cielo che Dio mandava loro, e desiderarono e domandarono carne, che Dio soddisfece al desiderio loro; ma costò loro molto caro, perché, Adhuc esca? eorum erant in ore ipsorum, et ira Dei ascendit super eos. Et occidit pingues eorum, et electos Israel impediva (Ps. LXXVII): Dio li castigò, facendo una grande uccisione d’essi. È cosa chiara, ch’era migliore la manna del cielo che Dio mandava loro, che la carne da essi desiderata e che le cipolle e gli agli dell’ Egitto per i quali sospiravano; onde non dovevano dimandar queste cose a Dio, dice il Santo, ma sì bene, che risanasse loro il palato, acciocché avessero avuto buon gusto del cibo celeste, e così non avrebbero avuto a desiderare altro cibo; poiché nella manna avevano tutte le cose e tutti i sapori che potevano desiderare (Sap. XVI, 20). Nell’istesso modo quando tu stai colla tentazione, o colla passione, ed hai il gusto corrotto e guasto, sì che non gusti della virtù né del bene, ma come infermo appetisci cose cattive e nocive; non t’hai da regolare col tuo appetito, né hai da volere che s’adempisca quel che desideri; perché questo non sarà mezzo per aver contentezza, ma per aver di poi maggior disgusto e maggiore inquietudine e scontentezza. Quello che hai da desiderare e da domandar a Dio, è che ti risani il palato e ti dia gusto nell’adempimento della santissima volontà sua, ch’è il bene e quello che ti conviene; e in questo modo verrai a conseguire la vera pace e la vera contentezza. S. Doroteo (D. Doroth. Doctr. 9) va in questo per un’altra strada, o per dir meglio, dichiara questa cosa in un altro modo, e dice, che colui il quale conforma in ogni cosa la volontà sua a quella di Dio, di maniera che non ha altro volere, né altro non volere che quello che Dio vuole, o non vuole, viene in questo modo a far sempre la sua propria volontà e ad aver sempre molta pace e quiete. Poniamo esempio nell’ubbidienza, e con ciò resterà dichiarato quel che vogliamo dire, e faremo, come suol dirsi, d’un viaggio due servigi. Diciamo comunemente a quei che vogliono essere Religiosi e camminare per la strada dell’ubbidienza: Avvertite, che qui nella Religione non avete da fare la volontà vostra in cosa alcuna; e S. Doroteo dice: Andate pure alla Religione, che in essa potete ben fare la volontà vostra: io vi darò un mezzo da poter fare tutto il giorno la vostra volontà non pur lecitamente, ma santamente e con gran perfezione. Sapete come? Qui propriam non habet voluntatem, suam ipsius semper agit voluntatem: Il Religioso che è vero ubbidiente, e non ha propria volontà, sempre fa la volontà sua, perché fa sua la volontà altrui: Et sic, nolentes propriam explere voluntatem, invenimur illam semper explevisse: Procurate voi che la volontà vostra non sia altra che la volontà del Superiore; e così tutto il giorno andrete eseguendo la vostra volontà, e con gran perfezione e merito: perché in questa maniera io dormo quanto voglio; perché non voglio dormire più di quello che è ordinato dall’ubbidienza: e mangio quel che voglio; perché non voglio mangiar più di quello che mi è dato: e fo l’orazione, la lezione e la penitenza che voglio; perché in tutto questo non voglio se non quello che dall’ubbidienza è tassato e ordinato: e così in tutto il resto. Di maniera che il buon Religioso, non volendo fare la volontà sua, viene a far sempre la sua volontà: e perciò stanno tanto allegri e contenti i buoni Religiosi. Quel far sua la volontà dell’ubbidienza li fa star sempre contenti ed allegri. In questo sta tutto il punto della facilità o difficoltà della Religione, e da questo dipende l’allegrezza e la contentezza del Religioso. Se ti risolvi di lasciare la tua propria volontà e di pigliare per tua la volontà del Superiore, ti si farà molto facile e soave la Religione, e vivrai con gran contento e allegrezza. Ma se hai altra volontà differente da quella del Superiore, non potrai vivere nella Religione. Due volontà differenti non sono compatibili in un solo. Ancora con non avere noi altri se non una volontà sola, pure perché abbiamo un appetito sensitivo che contraddice alla volontà e alla ragione, abbiamo da fare a difenderci da esso, non ostante che questo appetito sia inferiore e subordinato alla nostra volontà; or che sarebbe, essendoci due volontà, ciascuna delle quali pretendesse essere la padrona? Nemo potest duobus dominis servire (Matth. VI, 24): Nessuno può servire a due padroni. La difficoltà della Religione non istà tanto nelle cose e nei travagli che sono in essa, quanto nella ripugnanza della nostra volontà e nella apprensione della nostra immaginazione: questa è quella che ci rende le cose pesanti e difficili. Questo si conoscerà molto bene dalla differenza che esperimentiamo in noi altri quando abbiamo tentazioni e quando non ne abbiamo; perché quando stiamo senza tentazioni, veggiamo che le cose ci si fanno facili e leggiere; ma ti verrà una tentazione e ti si caricherà addosso una tristezza e malinconia grande; e allora quel che ti soleva esser facile ti diventa molto difficile, e ti pare di non poter portare sì gran peso, e che per farlo bisogna che si congiunga il cielo colla terra. Non istà la difficoltà nella cosa, poiché è la medesima ch’era prima; ma nella tua mala disposizione: come quando l’infermo abborrisce il cibo, non istà il male nel cibo, che questo è buono e ben condito, ma nel cattivo umore dell’infermo, il quale fa che il cibo gli paia cattivo e di mal sapore: così è qui nel caso nostro. Questa è la grazia che Dio fa a quei che chiama alla Religione, il dar loro gusto e sapore nel seguire la volontà altrui. Questa è la grazia della vocazione, colla quale il Signore ci ha fatti di miglior condizione che i nostri fratelli rimasi colà nel mondo. Chi ti diede cotesta facilità in lasciare la volontà tua e in seguir quella di un altro? chi ti diede un cuor nuovo per abborrire con esso le cose del mondo e per gustare del ritiramento dell’orazione e della mortificazione? non sei già nato con questo; no certamente, ma più tosto col contrario: Sensus enim, et cogìtatio humani cordis in malum prona sunt ab adolescentia sua (Gen. VIII, 21). Questa è stata grazia e dono dello Spirito santo: Egli fu quegli che come buona madre ti pose nelle poppe del mondo l’aloe, acciocché ti diventasse amaro quello che prima ti era dolce; e pose mele soavissimo nelle cose della virtù e della Religione, acciocché ti diventasse saporito e soave quello che prima ti pareva amaro e di mal sapore: Domine, qui me custodisti ab infantia, qui abstulistì a me amorem sæculi, diceva già quella gran Santa (In Vita B. Agat. et Eccl. in Off. ejus sol.): Ti rendo, Signore, infinite grazie, perché mi hai custodita ed eletta fino dalla mia fanciullezza e perché hai levato via dal mio cuore l’amor del secolo. Ah! che non è gran cosa quella che noi altri facciamo nel renderci Religiosi; ma è bensì molta e grandissima la grazia che Dio ci ha fatta nel tirarci alla Religione e nel far che gustiamo della manna del cielo, mentre gli altri gustano e si trattengono cogli agli e colle cipolle dell’Egitto. Alle volte mi metto a considerare, come quei del mondo si svestono della volontà loro e fanno propria la volontà altrui per i loro guadagni e interessi, cominciando dal primo personaggio che sta al lato del Re, sino all’ultimo staffiere e all’ultimo mozzo di stalla. Mangiano, come essi stessi dicono, secondo la fame altrui, dormono secondo l’altrui sonno, e sono tanto assuefatti a questo, ed hanno fatta talmente lor propria la volontà altrui, che gustano di quella maniera di vivere e la tengono per trattenimento: Et Mi quidem, ut corruptibilem coronam accipiant; nos autem incorruptam (1 Cor. IX, 25). Or che gran cosa è. Che noi altri gustiamo di un modo di vivere tanto ben ordinato, quanto è quello della Religione, e facciamo propria la volontà del Superiore, la quale è migliore che la nostra? Se quelli per un poco di onore e di interesse temporale si fanno tanto propria la volontà altrui, che arrivano ad avere per gusto e per trattenimento il seguirla e il fare della notte giorno e del giorno notte; che gran cosa è, che noi facciamo questo per amor di Dio e per acquistare la vita eterna? Risolviamoci dunque di far nostra la volontà del Superiore, e in questo modo faremo sempre la volontà nostra, e vivremo molto contenti ed allegri nella Religione, e sarà la nostra allegrezza e il nostro gusto molto spirituale. Ritorniamo ora al nostro intento e applichiamo questo al nostro proposito. Facciamo nostra la volontà di Dio, conformandoci ad essa in tutte le cose, e non avendo altro volere, o non volere, che quello che Dio vuole, o non vuole ; e in questa maniera verremo a far sempre la propria volontà nostra e a vivere con gran contento e allegrezza. Chiara cosa è, che se tu non vuoi se non quel che Dio vuole, si farà la volontà tua; perché si farà quella di Dio, che è quello che tu vuoi e desideri. Insino Seneca seppe dir questo (1 Seneca in præfat. lib. 3 nat. quæst.). La più alta e più perfetta cosa che sia nell’uomo, dic’egli, è saper sopportare con allegrezza i travagli e le avversità, e tollerar tutto quello che succede, come se di sua propria volontà il tutto gli succedesse; perché l’uomo è obbligato a volere così, sapendo che questa è la volontà divina. Oh! quanto contenti vivremmo, se accertassimo bene a far nostra la volontà di Dio e a non voler mai se non quello che Egli vuole; non solo perché sempre si farà la volontà nostra, ma ancora e principalmente per vedere, che sempre si fa e si adempie la volontà di Dio che tanto amiamo. Che sebbene abbiamo ancora a valerci di quel tanto che ora si è detto; nondimeno in questo poi dobbiamo finalmente venire a fermarci, e in questo abbiamo da mettere ogni nostra contentezza, nel gusto e soddisfazione di Dio, e nell’adempimento della santissima e divina volontà sua: Omnia quæcumque voluit Dorninus, fecit, in cœlo, et in terra, in mari, et in omnibus abyssis ( Ps. CXXXIV, 9): Tutte le cose che il Signore ha voluto, ha fatte, e farà tutte quelle che vorrà; e può fare quanto può volere, come dice il Savio: Subest enim tibi, cum volueris, posse (Sap. XII, 18): Né vi è chi glielo possa impedire, né chi gli possa resistere: In ditione enim tua cuncta sunt posita, et non est qui possit tuœ resistere voluntati (Esther XIII, 9); Voluntati ejus quis resistit (Ad Rom. IX, 19)?

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (3)

LO SCUDO DELLA FEDE (130)

Paolo SEGNERI S. J.:

L’INCREDULO SENZA SCUSA

(Tipogr. e libr. Salesiana, TORINO, 1884)

PARTE SECONDA

CAPO IX.

Il miracolo de’ miracoli, la conversione del mondo alla fede di Cristo.

I. Ciò che si è divisato fin ora, fa manifesto che le opposizioni eccitate, sì dagli ebrei contra i miracoli di Cristo, e sì dagli eretici contra i miracoli de’ fedeli veri di Cristo, non hanno finalmente nulla di fermo, salvo l’ostinazione degli avversari, che è il solito fondamento de’ loro errori. Tuttavia diamo anche loro, che i prodigi nostri restassero alquanto dubbi; come faranno non pertanto a schermirsi dalla doppia punta con cui gli assale l’acuto s. Agostino ( De Civ. Dei 1. c. 5 ) in quel suo dilemma? O il mondo ha. Ricevuta la fede cristiana mosso dalle miracolose operazioni di quei che la propagarono; e già abbiamo i miracoli contrastati dagl’invidiosi: o l’ha ricevuta senza mirare veruna di tali operazioni; ed ecco un miracolo dunque maggiore di tutti: il mondo convertito senza miracoli. E a ciò che si può rispondere?

II. A voler pertanto penetrar bene la forza di questa argomentazione, tal è la via. La religione di Cristo propone cose sì arduo a credere, sì alte allo sperare, sì difficili all’operarsi, che veggendosi quelle con evidenza e credere e sperare e operar da tanti, non può negarsi, che se ciò è succeduto senza miracoli, convien che Dio abbia interiormente supplito per altro verso. Ma questo non poteva essere se non che sollevando in modo più alto gli uomini, da sé solo, ad aderirgli, con un prodigio maggiore de’ naturali, qual era vincere la resistenza delle materie e de’ corpi (S. Th. 3. p. q.). E chi non sa che niun corpo resiste all’angelo, si che egli di sua virtù non lo possa muovere come vuole? Eppure i cuori degli uomini gli resistono (S. Th. 1. p. q. 111. art. 2). Esset autem omnibus signis mirabilius, si ad credendum tam ardua, ad sperandum tam alta, ad operandum tam difficilia, mundus absque mirabilibus signis inductus fuisset a simplicibus et ignobilibus hominibus (S. Th. contra gentes 1. 2. C. 6). Che un peso minore vinca un maggiore, non sì può conseguire mai senza macchina, dice il filosofo (In Mech. c. 1. n. 2). E questo appunto interviene nel caso nostro, dove pochi e poveri pescatori voltarono sossopra il mondo colla forza di quella leva onnipotente che loro aveva il Redentore apprestata nella sua croce. Ma per concepire giustamente la forza di questa macchina, è di necessità figurarsi al vivo tre cose: l’abisso di quel profondo ove giaceva il mondo, prima di sì ammirabile elevazione di esso alla fede: l’altezza di quel posto a cui fu elevato: e la debolezza dei predicatori evangelici impiegatisi ad elevarlo.

I.

III. Giacea dunque il genere umano in un abisso di tutte le più malvage scelleratezze, e ogni uomo non era più un piccolo mondo, ma bene un piccolo caos di confusione, tanto disordinato in tutto se stesso. Toltone un angolo della Giudea (che pure anche ella rimase offuscata frequentemente dalle tenebre dei popoli circonvicini), tutto il rimanente degli uomini dimorava in un’alta notte. In luogo del vero Dio adorava le creature: né solo le più belle, come il fuoco, il sole, le stelle, o le più benefiche, come le piante fruttuose; ma le più vili, come topi e tafani; e le più nocive, come coccodrilli, scorpioni, serpi, dragoni. Tutti questi ebbero tra le nazioni più colte, non pure dell’Egitto, ma della Grecia, anzi in Roma medesima, i loro adoratori ed i loro altari. E quel che è più, ve gli ebbero uomini peggiori ancor de’ dragoni, cioè uomini pieni di tutti i vizi, o per dir meglio ve gli ebbero fino i vizi stessi degli uomini, convertiti in tanto deità: Ipso, vitia religiosa sunt, atque non modo non vitantur, sed, etiam coluntur (Lact. 1. 1. c. 13. de falsa Rel.). Così potevasi dire allor con Lattanzio: essendosi in fine giunto, non solamente a togliere la vergogna dal volto di tutte le scelleraggini più nefande, ma a coronarle fin di raggi celesti.

IV. Né appariva speranza più di rimedio, mentre i savi stessi del gentilesimo, i quali conoscevan la falsità della lor ingannevole religione, in vece di distoglierne il volgo, ve lo immergevano più altamente, insegnando, che conveniva accomodarsi all’usanza; credere come si volea, ma vivere secondo che si vivea; e praticare quelle cerimonie sacrileghe, se non come grate al cielo, almeno come ordinate dalla consuetudine della patria: che fu appunto ciò che la penna di un Agostino rimproverò sì giustamente a quel Seneca, renduto ahi quanto colpevole, più degli altri, dal suo sapore: Colebat quod reprehendebat , agebat quod arguebat, quod culpabat adorabat (S. Aug. 1. 6. de Civ. c. 50).

V. Che se il ben credere è la prima regola del ben vivere, agevolmente s’intende quanto perversi dovean essere que’ costumi che dipendevano da una fede sì storta! Chi poteva temer di peccare sotto l’imperio di tali dei, che o non conoscevan le colpe, o invece di punirle in altrui, le ammettevano in se medesimi; e dopo avere infamati i talami con gli adulteri insolenti, le torri con gli accessi insidiosi, e le spiagge marittime fin coi ratti non condonabili ai più licenziosi corsari, ostentavano al mondo con caratteri di stelle le loro infamie descritte in cielo? Troppo era naturale il discorso, quantunque pessimo, di colui: Quod, divos decuit, cur mihi turpe putem? Ed infatti tanto erano lontani dal vergognarsi delle loro lascivie questi adoratori di numi sì svergognati, che di esse adornavano le loro solennità, di esse arricchivano i loro sacrifizi, e ad esse davano il nome di riti sacri, benché nell’abbominazione vincessero i medesimi sacrilegi. Onde potè con amaro sdegno esclamare l’istesso s. Agostino: Qualia sunt usacrilegia, si ista sunt sacra? (Libro 2. de Civ.).

VI. Ma forse che il solo popolo vile lasciò lordarsi di questo fango? Arguitelo voi da ciò che il senato di Roma decretò teatri, tempi, onori divini a una tal Flora, laidissima meretrice, in ricompensa di avere questa, morendo, lasciata al pubblico l’eredità de’ suoi beni, cioè l’avanzo infamissimo di quel prezzo che ella aveva ritratto in tanti anni dal vituperoso mercato delle sue carni. Le comete di posto nobile, quali son quelle che appaiono in mezzo al cielo, dilatano più ampiamente i loro effetti malefici sulla terra. Giudicate però quale impressione poteva fare nel mondo soggetto a Roma un esempio si reo, che gli derivava dal senato, capo del mondo.

VII. E pure mi darei qualche pace, se si fossero gli nomini contentati di peccare da uomini, senza volere superare, peccando, nella crudeltà fin le fiere. E qual fiera si trova, che incrudelisca contro i suoi parti innocenti mentre a prò loro divengono anzi le più tenere per amore quelle che sono le più rabbiose per indole? E nondimeno contra i lor parti medesimi tanto già incrudelivano i genitori, che li sacrificavano allegramente, a suono di tamburi e di trombe, dinanzi agl’idoli. Ciò che fu poi costume sì ricevuto tra le nazioni, che anche Gerusalemme, la città eletta dal cielo, più d’una volta non si vergognò d’imitarle, fino ad inzuppare di sangue il più immacolato la terra santa. Così a Lucifero era riuscito il suo secondo disegno, tanto meglio del primo: mentre non avendo egli potuto sollevar se medesimo all’ambita divinità, se n’era da sé quasi formata un’altra, con precipitare tutto il genere umano a dovergli star sotto i piedi per tutta l’eternità, quale schiavo ignobile, in un profondo di mali. Ed egli, benché tiranno, già regnava frattanto per l’universo con pace somma, mentre, da venti secoli almeno, lo possedeva senza contraddizione e senza contrasto. E certamente chi mai poteva voltare indietro la furia di sì gran piena? Quando un rio non è lontano ancor dalla fonte, può divertirsi con qualche facilità; ma come può divertirsi, quando con lungo corso tanto è cresciuto, che allaghi i campi? Un male sì universale, sì vasto, sì inveterato, pareva cambiato in natura. Onde non altro poteva il mondo aspettarsi di quel che accade nelle gravi febbri maligne, quando le viscere infiammate raddoppiano al capo i deliri, e il capo vieppiù fumante per que’ deliri accresce vicendevolmente alle viscere la lor fiamma. Voglio dire che l’intelletto, sempre più ottenebrato dalla volontà perversa, pervertiva sempre più la volontà, e la volontà l’intelletto: e l’intelletto e la volontà aumentavano insieme all’uomo il suo male, affatto insanabile senza cura miracolosa.

II.

VIII. Questo era il baratro, donde aveva il mondo a levarsi. Veggiamo ora il termine dove egli aveva da arrivare; affine di capir bene quanto sia stata grande la resistenza che in tal atto incontrata fu dalla macchina della croce, e pure fu vinta. Questo termine era il sommo della verità e della santità praticabile in su la terra. Intese Cristo di riacquistare al Padre il mondo usurpatogli dal demonio. Intese di sbandirne via tutti i vizi, in un con l’idolatria che tra loro porta corona simile a quella che gode il basilisco tra gli altri draghi. Intese di piantare una legge si bella, che il peccare fosse un amare ciò che ella vieta, e il perfezionarsi non potess’essere se non un eseguire ciò che da lei vien commesso o vien consigliato.

IX. Ora, che Cristo abbia conseguito il suo fine, ne fa ampia fede la vita singolarmente di quei primi Cristiani, chiamati giusti fino dai loro stessi persecutori. Riferisce Eusebio (In vit. Const. 1. 2. c. 49. 50), che l’oracolo delfico, al tempo di Diocleziano, ammutolì sì profondamente, che sollecitato da’ sacerdoti in più modi, non rendé infine altra risposta che questa: Che i tanti giusti turavano a lui la bocca. E i tanti giusti erano i seguaci di Cristo, come i medesimi sacerdoti spiegarono all’imperatore alterato a tal novità. Filone, celebratissimo, non pure tra’ suoi giudei, ma tra gli esterni, i  quel libro che compilò de’ primi Cristiani dì Alessandria, da lui descritti, sotto nome di Esseni, ci fa vedere la loro vita più celestiale, che umana (Baron. an. 46), e Plinio (L. 2. cp. 100), dopo un’accurata ricerca de’ lor costumi, poté scrivere a Traiano, sì avverso alla nostra fede, che ne’ Cristiani non v’era altro di male, che un affetto eccessivo al loro Maestro, da loro amato qual Dio (De Christianis: l. X, lett. 97). Queste sono testimonianze di nemici, e però tanto più autorevoli a chi ci abborre. Onde Atenagora, prima illustre filosofo, e poi più illustre martire del Signore, scrisse già francamente su i primi fogli della sua nobilissima apologia, che niun cristiano cattivo si ritrovava, se pur era vero Cristiano, e non era finto: Nullus christianus malus est, nisi hanc religionem simulanti.

X. La loro fede era sì costante, che i proconsoli e i presidenti si dichiararono presso Cesare, che essi non ritrovavano né croci, né carnefici sufficienti al numero di que’ Cristiani che nelle loro provincie si offerivano generosi alla morte (Anton. Procons. Asiæ, et Tiberius Palæst. Præfect.). La loro carità fu sì accesa, che per essa si discernevano da’ gentili: i gentili attoniti alla nobiltà di spettacolo così nuovo, andavano ogni poco fra sé dicendo: Guardate amore! Volere infino l’uno morir per l’altro: Videte, ut se invicem diligant, ut prò alterutro mori sint parati(Tert. Ap. c. 39). E la loro pudicizia fu sì evidente che più crudo supplizio per qualunque donna cristiana si reputava condannarla a’ lupanari che condannarla ai leoni: Ad lenonem damnando christianam, potius quam ad leonem, confessi estis labem pudicitiæ apud nos atrociorem omni pœna et omni morte reputari (Tert. Ap. c. ult.).

XI. E pure quanto tempo si ricercò a fare questo ammirabile cambiamento di cuori e di costumi nell’universo? Ogni macchina quanto vince di controforza, tanto è necessario che perda di celerità nell’operazione. Ma la macchina della croce non va con sì fatte regole. Quindi è, che una legge, sì ripugnante al vivere di que’ tempi, prevalse sì prestamente, che in capo al secondo secolo poté francamente scrivere Tertulliano (Anno 201. asserit. Spondan. n. 8. scriptum Apol. Tert.), che non v’era più luogo non occupato da’ seguaci di Cristo, fuori di quelli, dov’essi non si degnavano di por piede: Vestra omnia, implevimus, insulas, castella, municipia, conciliabula, castra ipsa, tribus, decurias, palatium, senatum, forum; sola vobis reliquimus tempia.

XII. Pertanto il mondo, da sentina di laidezze cambiossi in un giardino amenissimo di virtù; e la verginità raminga già dalla terra, la poté popolare sì nobilmente, che come scrive Palladio, ne’ giorni suoi, cioè sul principio del quarto secolo, il territorio di una sola città di Egitto alimentava ventimila vergini religiose, viventi tra’ mortali una vita angelica.

XIII. Eccovi il cambiamento de’ costumi, pronosticato dalle sibille sotto nome di secoli d’oro: pronunziato da’ profeti sotto l’allegoria di deserto cambiato in terreno colto: e chiaramente predetto ancora da Cristo innanzi al morire, sotto immagine di trionfo, quando assicurò i suoi fedeli, che Egli, sollevato ormai sul patibolo della croce era per tirare a sé solo tutte le genti: Et ego, si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad me ipsum. Chi non iscorge però in questa mutazione di giudizii, di voleri, di vita, il dito di Dio, più potentemente impiegato, che non già ne’ portenti sì celebri dell’Egitto, dove pur gli stregoni più contumaci ve l’ebbero a veder chiaro ed a confessarvelo? Digitus Dei est Me.

III.

XIV. Senonchè ci rimane a considerare anche il meglio, cioè la debolezza de’ predicatori evangelici, eletti a fare un cambiamento sì alto. Quando Archimede con le sue leve spinse in mare una nave carica, di sterminata grandezza, restò Ierone si attonito, che esclamò, non doversi più ad un tal uomo negare di credere quanto mai promettesse di voler fare: Archimedi quidlibet affirmanti credendum est (Athen. 1. 5. c. 7. Proc. 1. 2. c. 3): quasi che nell’arte di lui riconoscesse quel principe compilata una piccola onnipotenza. Ora un’onnipotenza non sognata, ma vera, converrà riconoscere certamente nella conversione del mondo, se si rimiri, quanto da sé erano inabili ad ottenerla dodici Apostoli, noveri, semplici, sconosciuti, e privi affatto d’ogni talento che li potesse rendere riguardevoli ad occhi umani. I principi grandi ad ostentazione della loro potenza prendono a fabbricare talvolta in mare, con ergervi lunghi moli ove andarvi a spasso. Ma con ciò anzi vengono a far palese, che, benché principi, non sono da più degli altri, mentre nel mare conviene che anch’essi cerchino fondo sodo, come si fa sulla terra. Iddio per contrario, non solamente sa fondar le sue fabbriche sopra l’onde, ma sa fondarle sul nulla, cioè sopra spalle sì deboli, che, invece dì sostenere l’opera con lo loro forze, abbiano bisogno di essere sostenute.

XV. E perché questa allo spirito è una contemplazione molto gioconda, figuratevi un savio della terra il quale per via si abbatta in un pescatore, solo, scalzo, negletto, qual era Pietro, quando n’andava a Roma per introintrodurvi la fé di Cristo. E quivi fate ragione, che interrogato de’ suoi disegni l’apostolo gli risponda: Venir lui alla città reina del mondo, per renderla a sé ubbidiente: piantar su quell’inclito Campidoglio un labaro trionfale, non più là apparso, e per fondare in quella regia una nuova religione, da cui sia tosto l’antica mandata in bando: aver lui in cuore di farvi adorar qual Dio un uomo di trentatré anni crocifisso novellamente nella Giudea per consiglio degli scribi, per consenso de’ sacerdoti, e per sentenza di Ponzio, presidente romano, fra due ladroni; volervi persuadere, che questo crocifisso non è più morto, ma risorto già dalla tomba, per virtù propria, ad una vita gloriosa che gode in cielo: e che dal cielo è per tornare una volta a giudicare tutto il genere umano, richiamando dalle lor ceneri a nuova vita tutti mortali, per dare loro quella pena o quel premio, che si saran meritato con le lor opere. Non contento di far lui credere a Roma questo verità puramente speculative, voler che in pratica, per amor di quest’uomo, ella si risolva a sfuggire i piaceri come nemici, ad abbracciare la povertà qual tesoro il più fortunato, e ad anteporre le ignominie e le ingiurie a tutti gli onori che prima si comperavano a sì gran costo: voler che quivi si amino tatti insieme come fratelli, e che, se mai da veruno vengano offesi, contraccambino l’odio con benevolenza, gli oltraggi con benefìzi; e che in una parola ciascun sia pronto ad abbandonare e padroni e padri e figliuoli e sposo e sorelle e quanto si possiede di bene al mondo o può possedersi, per ubbidire a questo giustiziato, di cui si parla, e per mantenere inviolabile a lui la fede: né pretender già esso di persuadere, sì strane cose a semplici femminelle: pretender di persuaderle a senatori, a consoli, a capitani, infino a monarchi, sicché si glorino d’imbrandire un giorno la spada ad onore di questo medesimo crocifisso, e credano di nobilitarsi la fronte con la sua croce più che con tutte le loro gemme orientali: pretender di persuaderle alle più scienziate accademie, ad oratori, a favoleggiatori, a filosofi, a gran politici, e a ministri di stato, usi a librare il mondo sulle lor lance; e quel ch’è più, di persuaderle ad uomini tutti immersi nelle dissoluzioni, sicché, sfangandone, curvino a questo nuovo nume lo spirito riverente, e col timore di lui tengano in briglia da ora innanzi le lor passioni scorrette.

XVI. Or che direbbe mai quel savio all’udir tali stravaganze? Credo, che da principio dileggerebbe senza dubbio l’Apostolo come stolto. Ma quando pure, per le parole replicate di questo, inclinasse a credergli, passerebbe egli attonito a domandargli, con qual apparato di ricchezza, di dottrina, di doti, di nobiltà, di compagni, di fautori, intraprendesse un’impresa sì malagevole. E però quanto crescerebbe in lui lo stupore, quando si udisse a tale istanza soggiungere dal buon Pietro, che i suoi compagni son dodici, e che col seguito di pochi altri, da loro ammessi a tal opera, si sono ripartito tutto il mondo abitato, per soggettarlo a questa novella fede: che in arnese tutti vanno sì poveri, come lui: che non pregiano altra dottrina, altre doti, che l’amore a questo medesimo crocifisso: e che quantunque siano pescatori di mestiere, e Giudei di patria, e come Giudei sappiano d’essere l’odio delle nazioni, tuttavia vengono assicurati dal loro Maestro, che pianteranno di certo una tal credenza sulle rovine del culto già universale de’ falsi Dei, e la pianteranno sì salda che tutti i tormenti inventati dalla rabbia dei Cesari in trecento anni, e ne’ secoli susseguenti, invece di svellerla, concorreranno a farle gettar più valide le radici in qualunque lato: né si guardi, tutti al pari loro essere di una lingua, perché ben sapranno usare, dovunque vadano, tuttavia le lingue di tutti, benché mai da lor non apprese.

XVII. E di fatto così è avvenuto: e se noi stupiti non ammiriamo l’evento, è perché nati in questa fede. e nutritivi, non la consideriamo più qual prodigio, ma qual cosa giustissima ad avvenire. Frattanto, ipse modus, quo eredidit mundus, incredibilior invenitur, dice a ragione sant’Agostino (De Civit. Dei 1. 21. c. 5).Se udissimo raccontare che dodici soldati di Europa, sbarcati nell’America, han soggiogata tutta quella parte di mondo, ci sembrerebbe stranissimo a dover crederlo. Ma finalmente quegl’indiani, mal esperti alla guerra, han lance di canne: onde può essere che quei pochi europei, con andar ben guerniti di qualunque arma, e di ferro e di fuoco abbiano abbattuta col timor di sé quella moltitudine che non potevano vincere con la forza. Ma fingete, che dodici indiani, vestiti alla leggera, con le lor piume, sbarcassero al tempo stesso, quale in un porto di Europa, quale in un altro, e con le loro canne in mano per aste superassero in più fazioni eserciti innumerabili di soldati nostrali i più bellicosi; chi mai penerebbe a credere che tal vittoria avvenisse, non per virtù naturale, ma sovrumana, massimamente se quegl’indiani restassero superiori, non ammazzando gli emuli, ma ammazzati? Ora tale è il caso nostro: senonché tanto egli è ancora più stravagante, quanto è più difficile vincere i cervelli e i cuori, che non i corpi. E potrà uomo di senno non confessare la legge cristiana per un lavoro che vien dall’alto? Nullus his contradixerit, nisi qui valide insanus et totus stupidus sit: come ne parve, tanti secoli fa, alla lingua d’oro di Giovanni il Grisostomo (Homilia quod Christus sit Deus). Il vincere l’audacia con la sommessione, l’astuzia con la semplicità, i re coi poveri, i fastosi con gl’ignobili, i filosofanti con gl’idioti, è un’impresa che non poteva disegnarsi da altri che da Dio solo, e da Dio solo eseguirsi. Egli solo è il padron dell’uomo, e così Egli solo può esercitare nell’intimo di lui dominio totale, piegandolo con dolcezza, a ciò ch’Egli vuole, senza punto violargli la libertà. Il diamante, benché sì duro, pure anch’egli ha le vene proprie, per cui lo sanno fendere i gioiellieri ben intendenti. Sia duro quanto si voglia il cuore degli uomini sia restio, ha le sue vene ancor esso, per cui gentilmente vi opera quel Signore che lo formò.

IV.

XVIII. Ponete ora al confronto le mutazioni che le altre sette hanno fatto ne’ lor seguaci. Socrate, Platone, Aristotile, Tullio, Seneca, Plotino, Plutarco, sono i più riveriti maestri dell’antichità. Ora qual gente essi accolsero sotto le loro insegne? Non h inno potuto neppure fare universalmente accettare quelle verità che sono scritte nel cuore umano dal dito dellanatura. Tal è. non esservi più che un Dio solo al mondo. Così credevano in loro cuore ancor essi. E pure, con tutto il loro sapere, a qual città, a qual castello, a qual infimo villaggetto arrivarono a persuadere che, lasciate il culto degl’idoli, abbracciassero quello di un solo Dio? Similmente conoscevano essi il darsi al mondo un’altissima provvidenza de’ nostri affari:l’anima esser immortale: la virtù non dover andar senza premio; il vizio non dovere andar senza pena, né solo in questo mondo, ma ancora nell’altro E pure in quanti fermamente stamparono tali dogmi? Giudicate poi che avrebbero persuaso le loro parole di quelle verità più difficoltose che sormontano tanto ogni umana capacità.

XIX. Ma che dico io de’ filosofi, i quali avevano una sapienza morta nel cuore, e non un vivo spirito di pietà; onde è che potevano fare assai più di strepito, che di scossa. Abramo, Giuseppe, Giacobbe, Mosè, e gli altri amici più intimi del Signore, ancorché da Lui ricevessero tanti oracoli, e tanti altrui fedelmente ne riportassero, poterono forse persuadere ad una intera provincia là nell’Egitto, che ella aderisse con esso loro al gran Dio da loro adorato? Né anche forse lo persuasero ad un’intera famiglia. E quantunque la legge data a Mosè sul Sinai fosse sì giusta, quantunque fossegli bandita quivi da Dio in un apparato di tant’orrore, che pareva anzi indirizzato a punir prevaricazioni, che a pubblicare precetti: quantunque all’adempimento di essa fosse il popolo scorto con una guida scesa dal cielo, la quale precedevalo ad ogni passo: quantunque fosse alimentato a meraviglia da nuvole rugiadose, da rupi serve, da ruscelli seguaci: quantunque fosse condotto per un sentiero, in cui d’ambo i lati aveva per siepe, a tenerlo in via, folto numero di prodigi; contuttociò quanto ebbe Mosè a penare per farlo stare entro i termini del dovere, sicché, non traboccassero ancor egli nelle abbominevoli usanze degli idolatri, è invece di convertire gli abitatori della terra promessa, non si lasciasse pervertire in pochi anni dai loro costumi? Tanto inferiori sono il Sinai al Calvario, la sinagoga alla Chiesa.

XX. Mi vergogno qui poi di rammemorare il sozzo Maometto. Ma, a confusione di quegli stolti i quali lo fanno andare in cocchio coi sommi legislatori. mostri un poco ancor egli la mutazione che recò al mondo la legge da lui data contro ogni legge. Dov’ella entrò, parve entrarvi subito un fuoco divoratore; sicché quella varietà di scena che si scorge intorno al Vesuvio,prima che egli vomiti le sue fiamme infernali sulle campagne, e dappoiché ve la ha vomitate, quella si scorge parimenti nei luoghi soggetti al turco. Qual paese già fecondo d’ingegni, più culto per arti, più costumato per andamenti, più fiorito per lettere, e qual anche  più venerabile por pietà, che la Grecia, e che la stessa Africa quando obbediva a Cristo? E pure, quale più selvaggio, più stolido, più ignorante che l’Africa, o che la Grecia, poiché passarono sotto il giogo ottomano? E quello che ivi ancora è più da notarsi, ciascuno avria divisato che la legge turchesca, con la molteplicità delle mogli da lei permesse, avesse a popolare i paesi dov’ella arriva, sopra ogni credere; e per contrario ella v i arreca a poco a poco un’orrenda desolazione. L’Egitto fu già tanto popoloso, che Pomponio Mela vi annoverò le città a venti migliaia: ed ora è sì scarso, che Leone Africano non gliene dà più di venti. E laddove nell’Africa, l’anno quattrocento settantuno, furono, per testimonianza di Beda, funestate da Unnerico re ariano, quattrocento trentaquattro città, con l’esilio de’ loro vescovi; ora per dotto dì Leone medesimo suo natio, non ve se ne possono contare più di quaranta, quando anche per città si passino luoghi poco degni di tanto nome (Apud Bazium 1. 15. signo 73). E l’istesso proporzionalmente si può affermare della Grecia e dell’Asia, dove l’imperio ottomano si dilatò: tantoché i turchi medesimi, ammirando la strana sterilità che portano per retaggio con esso sé le loro conquiste, son usi dire, che dove il cavallo del gran signore pone il pie non nasce più erba (Boler in relat.).

XXI. Di questa foggia sono que’ cambiamenti che le sette cagionano ne’ lor popoli, e di peggiore sono quelli che cagionano ne’ costumi, mutandoli di buoni in cattivi, di cattivi in pessimi, fino a precipitarli nell’ateismo; come appunto succede fra’ novatori, i quali, non trovando dove alla fine posare il pie, si riducono ad affermare che ciascuno può salvarsi nella sua legge: non si accorgendo i meschini, che l’approvare tutte le religioni, e il negarle tutte, sembrano due contraddizioni formali, e son due sinonimi. Ma che? Questo è l’esito degli animali nati dal putridume terminare in una corruzione maggiore di quella da cui provennero.

XXII. Tornando all’intendimento: chi non vede frattanto, che la fede di Cristo è la vera dottrina uscita dal cielo, mentre per mezzo di essa ha Dio introdotto nel mondo tanto di sapienza e tanto di santità, e ne ha sgombrato tanto di sciocchezze nelle opinioni, e tanto di sozzure nell’opere? Però, o tutta questa mutazione è succeduta a forza di gran miracoli, ed ecco la sottoscrizione che Dio vi ha aggiunto di man propria, affino di accreditarla; o è succeduta senza miracoli; ed ecco divenire un miracolo ancor maggiore quella mutazione ora detta, che, essendo sì inaspettabile e sì inaudita, è da Dio stata operata senza miracoli, e in sì breve ora, che direi esser la fede scorsa immediatamente da un polo all’altro come la luce, se ciò non fosse dir poco, mentre la luce non ha contrario veruno che le resista; ma quanti n’ebbe la fede! Sicché quale scampo ormai resta a chi non confessi, che dal modo medesimo, con cui questa si è propagata nell’universo, dà chiaramente a vedersi, ch’ella è la vera? E se è la vera, che dunque osare di levarsele contro a guisa di vipera ritta al sole, col collo gonfio di livor velenoso, che spiri morte, e con la bocca piena di spume maligne? Meglio è l’umiliarsi, e concedere nuovamente, che ci vuol più a non volere scorgere dove regni la religione sincera, che a risaperlo.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (1)

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (1)

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VIII.

CAPO I.

Si pongono due fondamenti principali in questa materia.

Non sicut ego volo, sed sicut tu (Matth, XXVI,39):

Non si faccia, Signore, come voglio io, ma come volete voi. Per due fini dicono i Santi che discese il Figliuolo di Dio dal cielo e si vestì della nostra carne, facendosi vero uomo: l’uno per redimerci col suo Sangue prezioso, l’altro per insegnarci colla sua dottrina la via del cielo e istruirci col suo esempio: imperciocché siccome non ci avrebbe giovato il saper la via per cui poter camminare, se fossimo rimasi legati nel carcere; così, dice S. Bernardo (D. Bern., serm., 3, in circum., Dom.), non avrebbe giovato il cavarci dal carcere, se non avessimo saputa tal via: e poiché Dio era invisibile, era necessario, che per poterlo noi vedere, seguitare e imitare, Egli si facesse visibile e si vestisse della nostra umanità: in quella guisa che il pastore si veste di un pelliccione formato della stessa delle delle pecore, acciocché queste più facilmente lo seguitino, vedendo la loro similitudine. – E S. Leone papa dice: Nisi enim esset verus Deus, non afferret remedium: nisi esset homo verus, non præberet exemplum (D. Leo P. serm. 1, (le Nat. Dom.): Se Cristo non fosse stato vero Dio, non ci avrebbe apportato il rimedio; e se non fosse stato vero uomo, non ci avrebbe dato l’esempio. L’una e l’altra di queste due cose fece Egli molto compiutamente mercé l’eccesso di quell’amore che portava agli uomini. Siccome dal canto suo fu molto copiosa la redenzione: Et copiosa apud eum redemptio (Psal. CXXIX, 7): così dal canto suo fu anche molto copioso il suo ammaestramento; perché non fu fatto solamente con parole, ma molto più abbondantemente con esempio di opere: Cœpit Jesus facere et docere, dice l’evangelista S. Luca (Act, I, l). Prima cominciò ad operare, il che fece in tutta la sua vita; e dipoi a predicare i tre ultimi anni, ovvero i due e mezzo. – Ora fra tutte le cose che c’insegnò Cristo nostro Redentore, una delle più principali si è che avessimo una piena conformità alla volontà di Dio in tutte le cose: e non solo ce lo insegnò con parole, quando insegnandoci ad orare disse: Una delle cose che avete da chiedere al vostro Padre celeste, è, Fiat voluntas tua sicut in cœlo et in terra (Matth. VI, 10): Facciasi, Signore, la volontà tua in terra siccome si fa in cielo; ma c’insegnò anche e ci confermò molto bene questa dottrina col suo esempio: perché a quest’effetto dic’Egli che scese dal cielo in terra; Descendi de cælo, non ut faciam voluntatem meam, sed voluntatem ejus qui misit me (Jo. VI, 38): Discesi dal cielo, non per fare la volontà mia, ma quella del mio Padre che mi mandò. E al tempo di compiere la grand’opera della nostra Redenzione, il giovedì dopo l’ultima Cena ritiratosi all’orto di Getsemani, ed ivi postosi in orazione, sebbene il corpo e l’appetito suo sensitivo naturalmente ricusavano la morte (onde per mostrare, ch’era vero uomo, disse: Pater mi, sì possibile est, transeat a me calix iste – Matth. XXVI, 39): Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice); nondimeno la volontà sua fu sempre molto pronta e molto desiderosa di bere il calice che il divin suo Padre gli offriva: onde soggiunse subito: No, Signore, non si faccia quello che voglio Io; ma quello che volete Voi. Per pigliar questa cosa dalla sua radice e per fondarci bene in questa conformità alla volontà di Dio, si hanno da supporre due brevi fondamenti, ma molto sostanziali, sopra de’ quali, come sopra due cardini, si ha da appoggiare e raggirare tutto questo affare. Il primo è, che il nostro profitto e perfezione consiste in questa conformità alla volontà di Dio: e quanto questa sarà maggiore e più perfetta, tanto sarà maggiore il profitto. Questo fondamento si lascia intendere facilmente; perché è cosa certa, che la perfezione essenzialmente consiste nella carità e nell’amor di Dio: e tanto sarà uno più perfetto, quanto più amerà Dio. È pieno di questa dottrina il sacro Evangelio; ne sono piene le Epistole di S. Paolo; ne sono pieni i libri de’ Santi: Hoc est maximum et prìmum mandatumCharitas est vinculum perfectionis (Ad Col, III, 14): — Major autem horum est charitas (I ad Cor. XIII, 13). La cosa più alta e più perfetta è la carità e l’amor di Dio. Ora la parte più alta e più pura di questo amore di Dio, e come la sua quint’essenza, è il conformarsi in ogni cosa alla volontà di lui e l’aver un istesso volere e non volere colla Divina Maestà Sua in tutte le cose: Eadem velle et eadem nolle, ea demum firma amicitia est, dice S. Girolamo (Hieron. ep. ad Demetr. ex Cicer. de amicitia), riportando queste parole da lui cavate da quell’antico Filosofo: L’aver un istesso volere e non volere colla cosa amata, è la vera e ferma amicizia. Dunque quanto uno sarà più conforme e più unito alla volontà di Dio, tanto sarà migliore e più perfetto. Inoltre è chiaro che non vi è cosa migliore né più perfetta che la volontà di Dio; dunque quanto più uno si conformerà e si unirà alla volontà di Dio, tanto migliore e più perfetto sarà: come saviamente arguiva lo stesso sovrallegato Filosofo: Se Dio è la cosa più perfetta che si trovi; dunque quanto più una cosa si assomiglierà a Dio, tanto sarà più perfetta. – Il secondo fondamento è, che nessuna cosa può avvenire né succedere nel mondo, se non per volontà e ordinazione di Dio: il che si ha da intendere sempre, eccettuatane la colpa e il peccato; perché di questo non è cagione né autore Dio, né può esserlo. E siccome ripugna alla natura del fuoco il raffreddare, e a quella dell’acqua il riscaldare, e a quella del sole l’oscurare; così ripugna infinitamente più all’immensa bontà dì Dio l’amare l’iniquità. Onde il profeta Abacuc disse: Mundi sunt oculi tui, ne videas malum; et respicere ad iniquitatem non poteris (Habac. 1,13.): Signore, gli occhi tuoi sono mondi, per non vedere il male; e non puoi vedere le iniquità degli uomini. Siccome tra noi, quando vogliamo significar l’odio che uno porta ad un altro, diciamo, che non lo può vedere; così dice che Dio non può vedere le iniquità degli uomini per l’abborrimento e odio grande che porta a quelle: Quoniam non Deus volens iniquitatem tu es, dice David (Ps, V, 5); e altrove: Dilexisti justitiam et odisti iniquitatem (Ps. XLIV, 8). Tutta la sacra Scrittura è piena di espressioni e di formole le quali ci mostrano quanto Dio odia il peccato; onde non può esser cagione né autor di esso. Ma, eccettuatone il peccato, tutte le altre cose e tutti i travagli e i mali di pena che avvengono in questo mondo, tutti avvengono per volontà e ordinazione di Dio. Questo fondamento è anch’esso molto certo. Non vi è fortuna nel mondo: che questo fu errore de’ Gentili. I beni che il mondo chiama di fortuna, non li dà la fortuna, che questa non vi è, ma li dà solamente Dio. Così lo dice lo Spirito santo per mezzo del Savio: Bona et mala, vita et mors, paupertas et honestas, a Deo sunt (Eccli, XI, 11): I beni e i mali, la vita e la morte, la povertà e le ricchezze, Dio è che le dà. E ancorché queste cose avvengano per mezzo d’altre cagioni seconde, è nondimeno certo, che nessuna cosa si fa in questa gran repubblica del mondo; se non per volontà e ordine di quel supremo Imperatore che la governa. Nessuna cosa avviene a caso rispetto a Dio; ogni cosa vien decretata e ordinata da lui, e ogni cosa passa per le sue mani. Tiene Egli contate tutte le ossa del tuo corpo e tutti i capelli del tuo capo; e né pur uno di essi ti sarà tolto senza ordinazione e volontà sua. Ma che dico io di quello che tocca agli uomini? Non cade un uccellino nel laccio, dice Cristo nostro Redentore nel suo Evangelio, senza disposizione e volontà di Dio: Nonne duo passeres asse væneunt: et unus ex illis non cadet super terram sine Patre vestro (Matth. X, 29)? Nemmeno una fronda di un albero si muove senza la sua volontà. Ancora delle sorti, dice il Savio: Sortes mittuntur in sinum, sed a Domino temperantur (Prov. XVI, 33): Sebbene le sorti si cavano da un bussoletto, o da un vaso, non ti pensare che escano a caso; perché escono per decreto della Divina Provvidenza, la quale così vuole e così dispone: Cecidit sors super Mahiam (Act. I, 26): Non cadde a caso la sorte sopra di Mattia; ma fu per decreto e particolare provvidenza di Dio, il quale lo volle eleggere in suo Apostolo per quella via. Arrivarono a conoscere questa verità, anche col solo lume naturale, i buoni Filosofi, e dissero, che sebbene rispetto alle cagioni seconde molte cose sono a caso, nondimeno non sono a caso rispetto alla prima cagione; ma molto di proposito e a bello studio da lei sono prevedute e ordinate: e apportano per esempio: Se un padrone mandasse un servidore in qualche luogo per qualche affare; e per un’altra strada ne mandasse un altro al medesimo luogo, o per lo stesso, o per un altro affare, senza saper l’uno dell’altro, intendendo però egli, che colà si unissero; l’incontrarsi questi due servidori rispetto ad essi sarebbe a caso, ma rispetto al padrone, che lo pretese, non sarebbe a caso, ma cosa pensata e voluta molto di proposito: così qui nel caso nostro, benché rispetto agli uomini avvengano alcune cose a caso, perché essi prima non le intendevano né vi pensavano; nondimeno rispetto a Dio non avvengono a caso, ma con consiglio e volontà sua, che così ha ordinato per i fini segreti e occulti ch’Egli sa. Quel che abbiamo da cavare da questi due fondamenti, è la conclusione , e l’assunto che abbiamo proposto, cioè, che, giacché tutte le cose che ci accadono vengono dalla mano di Dio, e tutta la nostra perfezione consiste nel conformarci alla volontà sua, le riceviamo dunque tutte come venute dalla sua mano e ci conformiamo in esse alla sua divina e santissima volontà. Non hai da ricevere cosa alcuna come venuta a caso, o per industria e per i mezzi degli uomini; perciocché questo è quello che suol cagionare grande angoscia e dolore: non ti pensare che questa o quell’altra cosa ti sia avvenuta, perché quell’altro l’abbia maneggiata; e che, se non fosse stato per la tale o tal altra circostanza, sarebbe succeduta altrimenti: non hai da far conto di questo; ma pigliare tutte le cose come venute dalla mano di Dio, per qualsivoglia via, o giro, che vengano; perché Egli è quegli che le manda per quei mezzi. – Soleva dire uno di que’ famosi Padri dell’eremo (In Vita Patr.), che non potrà l’uomo aver vero riposo né vera contentezza in questa vita, se non farà conto che in questo mondo non vi sia altri che Dio. ed Egli solo. E S. Doroteo dice, che que’ Padri antichi molto attendevano a questo esercizio, dell’assuefarsi a pigliare tutte le cose come venute dalla mano di Dio, per piccole che fossero ed in qualsivoglia maniera elleno venissero; e che con questo si conservavano in gran pace e quiete, e vivevano vita celaste (In Dototh. Doctr. 7).

CAPO II.

Si dichiara meglio il secondo fondamento.

È una verità tanto chiaramente espressa nella divina Scrittura, che tutti i travagli e mali di pena vengono dalla mano di Dio, che non vi sarebbe veru n bisogno di trattenerci in provarla, se il demonio colla sua astuzia non procurasse d’oscurarla; perché dall’altra verità pur certa che abbiamo detta, cioè non esser Dio cagione né autor del peccato, inferisce una conclusione falsa e bugiarda, facendo credere ad alcuni, che, sebbene i mali che ci vengono per mezzo di cagioni naturali e di creature irragionevoli, come l’infermità, la carestia, la sterilità, vengono dalla mano di Dio; perché in queste cose non v’è peccato né vi può essere in creature tali, non essendo capaci di esso; nondimeno il male e il travaglio che accade per colpa dell’uomo, il quale ha dato ferite, o ha rubato ad un altro, o lo ha ingiuriato, non viene dalla mano di Dio, né è guidato dalla sua ordinazione o provvidenza, ma viene dalla malizia e perversa volontà di colui; il che è un error molto grande. Dice molto bene S. Doroteo riprendendo questa cosa, e quegli insieme che non pigliano tutte le cose come venute dalla mano di Dio: Nos vero cum verbum ullum in nos dictum audimus, canes imitamur: hi enim, si quis in eos lapidem jecerit, jaciente dimisso, lapidem remordent; ita nos, Deo relicto, qui nobis tribulationes hujuscemodi ad peccatorum nostrorum purgationem procurata ad lapidem, hoc est ad proximum, currimus (D. Doroth. Doctr. 7): Vi sono alcuni, i quali, quando un altro dice qualche parola contro di essi, o fa loro qualche altro male, dimenticati di Dio, rivolgono tutta la loro ira contro il prossimo; imitando i cani, i quali mordono il sasso, e non guardano alla mano che l’ha tirato, né fanno d’essa alcun conto. Per dar il bando a quest’errore, e acciocché stiamo ben fondati nella verità cattolica, notano i Teologi, che nel peccato che l’uomo commette concorrono due cose; l’una è il moto e l’atto esteriore ch’egli fa, l’altra il disordine della volontà col quale si scosta da quello che Dio comanda. Della prima cosa è autor Dio, della seconda l’uomo. Mettiamo per esempio che un uomo venga a rissa con un altro e che lo ammazzi. Per ammazzarlo gli bisognò metter mano alla spada, alzare e maneggiare il braccio, tirar il colpo, e far altri moti naturali i quali si possono considerare da sé, senza il disordine della volontà dell’uomo che li fece per ammazzar quell’altro. Di tutti questi moti considerati in se stessi ne è cagione Iddio, ed egli li fa, come fa anche tutti gli altri effetti delle creature irragionevoli: perché siccome elleno non si possono muovere né operare senza l’attual concorso di Dio, così neanche potrebbe senza esso maneggiar l’uomo il braccio né metter mano alla spada. Oltre di questo, quegli atti naturali da se stessi non sono cattivi, perché se l’uomo li usasse per sua necessaria difesa, o in guerra giusta, o come ministro della giustizia, e in questo modo ammazzasse un altro, non peccherebbe. Ma della colpa, che è il difetto e disordine della volontà con cui l’uomo cattivo fa l’ingiuria, e di quel traviamento dalla ragione e storcimento da essa, non ne è cagione Iddio; sebbene ciò Egli permette, perché potendolo impedire, non l’impedisce pe’ suoi giusti giudizi. E dichiarano questo con ima similitudine. Si trova uno ferito nel piede, e con esso va zoppicando. La cagione del camminare col piede è la virtù e la forza motiva dell’anima; ma del zoppicare ne è cagione la ferita, e non la virtù dell’anima; così nel- l’opera che uno fa peccando, la cagione dell’opera è Dio; ma l’errare e il peccare operando è del libero arbitrio dell’uomo. Di maniera che sebbene Iddio non è né può essere cagione né autor del peccato, abbiamo nondimeno da tener per certo, che tutti i mali di pena, o vengano per mezzo di cagioni naturali e di creature irragionevoli, o vengano per mezzo di creature ragionevoli, per qualsivoglia via e in qualsivoglia modo che vengano, tutti vengono dalla mano di Dio, e per sua disposizione e provvidenza. Dio è quegli che ha maneggiata la mano di colui che t’ha percosso, e la lingua di colui che t’ha detta la parola ingiuriosa: Si erit malum in civitate, quod Dominus non fecerit (Amos III, 6)? Dice il profeta Amos: ed è piena la sacra Scrittura di questa verità, attribuendo a Dio il male che un uomo ha fatto ad un altro, e dicendo, che Dio è quegli che l’ha fatto. Nel secondo Libro dei Re, parlandosi di quel castigo che Dio diede a David per mezzo del suo figlio Assalonne, per lo peccato d’adulterio e d’omicidio che commise, dice Dio, che un tale castigo glielo avrebbe dato Egli di propria mano: Ecce ego suscitabo super te malum de domo tua, et tollam uxores tuas in oculis tuis, et dabo proximo tuo…. tu enim fecisti abscondite; ego autem factam verbum istud in conspectu omnis Israel, et in conspectus solis (II. Reg. XII. 11, 12.). Quindi è ancora, che i re empii quali per la loro superbia e crudeltà usavanotrattamenti asprissimi col popolo diDio, vengono chiamati dalla Scrittura istrumento della Divina Giustizia: Væ Assur, virga furoris mei (Isa. X, 5): Guai ad Assur, verga del mio furore. E di Ciro re de’ Persi, per mezzo del quale il Signore aveva da castigare i Caldei, dice: Cujus apprehendi dexteram (3 (lbid. XLV, 1), la cui destra mano io ho da maneggiare. Dice molto bene S. Agostino a questo proposito: Impietas eorum tamquam securis Dei facta est. Facti sunt instrumentum irati, non regnum placati. Facti enim hoc Deus, quod plerumque facit et homo. Aliquando iratus homo apprehendit virgam jacentem in medio, fortasse qualecumque sarmentum, cædìt inde fìlium suum, ac deinde projicit sarmentum. in ignem, et filio servat hæreditatem; sic aliquando Deus per malos erudii bonos (D. Àug. in Psal. LXXIII): Procede Dio con noi altri come suol procedere di qua un padre, il quale adirato col figliuolo dà di mano ad un bastone che trova alla ventura, e con esso castiga il figliuolo, gettando poi il bastone nel fuoco e facendo il figliuolo erede di tutti i suoi beni. In questa maniera, dice il Santo, è solito anche il Signore dar di mano a’ tristi e servirsene d’istrumento e di sferza per castigare i buoni. – Nelle Istorie Ecclesiastiche leggiamo, che nella distruzione di Gerusalemme veggendo Tito capitano de’ Romani, mentre passeggiava intorno alla città, i fossi pieni di teste di morti e di cadaveri, e che tutto quel paese circonvicino s’infettava per la puzza, alzò gli occhi al cielo, e a gran voce chiamò Dio per testimonio, com’egli non era cagione che si facesse tanto grande strage (Hist. Eccles. p. 1, lib. 3, c. 1). E quando quel barbaro Alarico andava a saccheggiare e distrugger Roma, gli uscì incontro un venerabile Monaco, e gli disse, che non volesse esser cagione di tanti mali, quanti si sarebbero commessi in quella giornata; ed egli rispose: Io non vo a Roma per volontà mia, ma una certa persona, la quale non so chi si sia, tutto dì mi va stimolando e mi tormenta, dicendomi: Va a Roma, e distruggi la città (Ibid. part. 2, lib. 6, cap. 2). Di maniera che abbiamo a conchiudere, che tutte queste cose vengono dalla mano di Dio, per ordine e volontà sua. E così il real profeta David, quando Semei gli diceva tanti improperii e gli tirava sassi e polvere, disse a quei che volevano di lui farne vendetta: Dominus præcepit ei, ut malediceret David: et quis est, qui audeat dicere, quare sic fecerit (II. Reg. XVI, 10)? Lasciatelo stare, ché il Signore gli ha comandato, che dica tanto male contro di me: e vuol dire, che il Signore l’ha preso per suo istrumento per affliggermi e castigarmi. Ma che gran cosa è riconoscere gli uomini per istrumenti della Giustizia e Provvidenza Divina; poiché ne sono anche istrumenti gli stessi demoni ostinati e indurati nella loro malvagità e ansiosi della nostra rovina? S. Gregorio (D. Greg. lib. 18, mor. c. 3) nota mirabilmente questa cosa sopra quello che dice la Scrittura nel primo Libro dei Re: Spiritus Domini malus arripiebat Saul (I. Reg. XVI, 23). Uno spirito maligno del Signore esagitava Saulle. Lo stesso spirito si chiama spirito del Signore e spirito maligno; maligno, per lo desiderio della sua maligna volontà; e del Signore, per dimostrarci, che era mandato da Dio per dar quel tormento a Saulle, e che Dio glielo dava per mezzo di esso: e lo dichiara ivi espressamente il Testo medesimo, dicendo: Exagitabat eum spiritus nequam, a Domino (I. Reg. XVI, 14). E per l’istessa ragione dice il Santo (D. Greg. lib. 14 mor, c. 18), che i demonii, i quali tribolano e perseguitano i giusti, sono chiamati dalla Scrittura, ladroni di Dio, come leggesi in Giob: Simul venerunt latrones ejus (Job XIX, 12): ladroni per la maligna volontà che hanno di farci male; e di Dio, per dimostrarci, che la potestà che hanno di farci male l’hanno da Dio. E così pondera molto bene S. Agostino (D. Aug. in Psal. XXXI, Job I, 21): Non dixit Job, Dominus dedit, diabolus abstulit: Non disse il santo Giob: Il Signore me lo diede, e il demonio me l’ha tolto: ma ogni cosa riferì egli subito a Dio, e disse: Il Signore me lo diede; il Signore me l’ha tolto; perché sapeva molto bene, che il demonio non può far più male di quello che gli è permesso da Dio. E proseguisce il Santo; Prorsus ad Deum tuum refer flagellum tuum; quia nec diabolus tibi aliquid facit, nisi ille permittat, qui esuper habet potestatem: Nessuno dica, il demonio m’ha fatto questo male: attribuisci pure a Dio il tuo travaglio e il tuo flagello; perciocché il demonio non può far niente, nemmeno toccarti un pelo della veste, se Dio non gliene dà licenza. Né anche ne’ porci dei Geraseni poterono entrare i demonii senza domandarne prima licenza a Cristo nostro Redentore, come narra il sacro Evangelio (Matth. VIII, 31). Come dunque toccheranno te, o ti potranno tentare, senza licenza di Dio? Quegli che senza questa non poté toccare i porci, come potrà toccare i figliuoli?

CAPO III.

De’ beni e delle utilità grandi che rinchiude in sé questa conformità alla volontà di Dio.

Il beato S. Basilio dice, che la somma della santità e perfezione della vita cristiana consiste in riconoscere, che tutte le cose, tanto grandi quanto piccole, vengono da Dio, come da primaria loro cagione, e in conformarci in esse alla sua santissima volontà. Ma acciocché possiamo meglio conoscere la perfezione e l’importanza di questa cosa, e quindi affezionarci più ad essa, e perché procuriamo di farlo con maggior diligenza, andremo dichiarando in particolare i beni e le utilità grandi che rinchiude in sé questa conformità alla volontà di Dio. Primieramente questa è quella vera e perfetta rassegnazione che magnificano tanto i Santi e tutti i Maestri della vita spirituale; e dicono, che è principio e radice d’ogni nostra pace e quiete; perché  rende l’uomo soggetto e lo mette nelle mani di Dio, come un pezzo di creta nelle mani del vasaio acciocché ne faccia quel che vuole; non volendo esser più suo, né vivere per sé, né mangiare, né dormire, né faticar per sé, ma fare ogni cosa per Dio e per piacere a Dio. Or questo opera questa conformità, che con essa si abbandona uno in tutto e per tutto alla volontà di Dio, di maniera tale che altra cosa non desidera né procura, se non che in esso s’eseguisca perfettamente la volontà divina, sì circa quello che l’istesso uomo dee fare, come circa tutto quello che gli può avvenire; e sì circa le cose prospere e di consolazione, come circa le avverse e di tribolazione. Il che piace tanto a Dio, che per questo il re David fu chiamato da esso Dio, uomo secondo il cuor suo: Inveni virum secundum cor meum, qui faciet omnes voluntates meas (Act. XIII, 22, et I. Reg. XIII, 14): perché aveva il suo cuore tanto attaccato e soggetto al cuor del Signore, e tanto pronto e disposto per qualsivoglia cosa ch’Egli avesse voluto imprimere in esso, di travaglio, o d’alleggerimento, quanto è una cera molle per ricevere qualsiasi figura o forma che se le voglia dare: che per questo egli disse una e due volte: Paratum cor meum, Deus, paratum cor meum (Psal. LVI,  et CVII, 1). Sta disposto il mio. cuore, o mio Dio, sta disposto e preparato. Secondariamente, chi avrà questa interae perfetta conformità alla volontà di Dio, avrà acquistato intera e perfetta mortificazione di tutte le sue passioni e male inclinazioni. Sappiamo bene quanto necessaria è questa mortificazione, e quanto lodata e commendata dai Santi e dalla Scrittura sacra. Ora questa mortificazione è un mezzo che necessariamente si ha da presupporre per venire ad acquistare questa conformità colla volontà di Dio. Di maniera che questo è il fine, e la mortificazione è il mezzo per conseguirlo; e il fine principale sempre suole essere più alto e più perfetto che il mezzo. Che la mortificazione sia mezzo necessario per venire ad acquistare quest’unione e intera e perfetta conformità alla volontà di Dio, si vede molto bene; poiché quello che c’impedisce questa unione e conformità è la nostra propria volontà e il nostro appetito disordinato:e così quanto più uno negherà e mortificherà la sua volontà e il suo appetito, tanto più facilmente si unirà e si conformerà alla volontà di Dio. Per unire e aggiustare un legno rozzo con un altro molto lavorato e pulito, bisogna prima lavorarlo e sgrossarlo; perché altrimenti non si potrà unire né congiungere bene coll’altro. Ora quest’effetto fa la mortificazione; ci va sgrossando,spianando e lavorando, acciocché così ci possiamo unire e congiungere conDio, conformandoci in ogni cosa alla sua divina volontà: e così quanto più uno s’andrà mortificando, tanto più s’andrà unendo e aggiustando colla volontà di Dio: e quando sarà perfettamente mortificato, arriverà a questa perfetta unione e conformità. Quindi ne viene per conseguenza un’altra cosa che può esser la terza; che questa rassegnazione e intera conformità alla volontà di Dio è il maggiore, il più accetto e aggradevole sacrificio che l’uomo possa fare di sé a Dio. Perciocché negli altri sacrifizio fferisce le cose sue, ma in questo offerisce sé medesimo; negli altri sacrifici e mortificazioni la persona si mortifica in parte; come per esempio nella temperanza, o nella modestia, o nel silenzio, o nella pazienza, offerisce a Dio una parte di sè; ma questo è un olocausto nel quale uno s’offerisce interamente e totalmente a Dio,acciocché faccia di lui tutto quello che vuole, come vuole e quando vuole, senza cavarne, eccettuarne, o riservarne per sé cosa alcuna. E così quanto è più pregevole l’uomo delle cose dell’uomo, e quanto è più pregevole il tutto della parte; tanto è più pregevole questo sacrificio che gli altri sacrifizi e le altre mortificazioni. E stima tanto Dio questa cosa, che questa è quella che Egli vuole e domanda, danoi altri. Præbe, fili mi, cor tuum mihi (Prov. XXIII, 36): Figliuolo, dammi il tuo cuore. Siccome l’astore, uccello reale, non si ciba se non di cuori; così Dio nessuna cosa prezza e stima più che il cuore: e se non gli dai questo, con nessun’altra cosa lo potrai contentare né dargli soddisfazione. Né ci domanda Egli molto, domandandoci questo; perciocché se tutto quello che Dio ha creato non basta per contentar e saziare noi altri che siamo un poco di polvere e di cenere, né resterà soddisfatto questo piccolo nostro cuore con niente meno che con Dio; come pensi tu di contentare e soddisfare Dio, non dandogli né anche tutto il tuo cuore, ma solamente una parte di esso, e riservando l’altra per te? Tu stai in un grande inganno, che il nostro cuore non si può spartire né dividere in questa maniera. Coangustatum est enim stratum, ita ut alter decidat: et pallium breve utrumque operire non potest (Isa. XXVIII, 20): Il cuore è un letto piccolo e stretto, dice il profeta Isaia; non cape in esso altro che Dio solo: e perciò la Sposa lo chiama lettuccio piccolo: In lectulo meo per noctes quæsìvi quem diligit anima mea (Gilib. abb. serm. 2 in Cant, apud Bern; Cant. III, 1): perché aveva il suo cuore talmente ristretto, che non vi capiva altro che i l suo Sposo. E chi vorrà stendere e dilatare il suo cuore per ammettervi un altro, ne scaccerà Dio. E di questo si lamenta la Maestà Sua per mezzo d’Isaia: Quia juxta me discooperuisti, et suscepisti adulterum: dilatasti cubile tuum, et pepìgisti cum eis fœdus (1(1) Isa. LVII, 8 ). Hai adulterato, ricevendo nel letto del tuo cuore qualche altro fuori del tuo Sposo; e per coprir l’adultero scopri e scacci fuori Dio. Se avessimo mille cuori, li dovremmo offrire tutti a Dio, e ci dovrebbe ancora parer poco rispetto a quello che siamo tenuti di fare verso così gran Signore, – Per la quarta cosa, come dicevamo al principio (Sup. cap. I), chi avrà questa conformità, avrà altresì perfetta carità e amor di Dio; e quanto più crescerà in essa, tanto più andrà crescendo in amor di Dio e conseguentemente nella perfezione che consiste in questa carità ed amore. Il che, oltre quel che s’è detto, si raccoglie bene da quello che ora abbiamo finito di dire; perché l’amor di Dio non consiste in parole, ma in opere: Probatio dilectionis exhibitio est operis, dice S. Gregorio (D. Greg. hom. 30, in Evang.): La prova del vero amore sono le opere: e quanto più le opere sono difficili e ci costano più, tanto maggiormente manifestano l’amore: onde l’apostolo ed evangelista S. Giovanni, volendo esprimere sì l’amor grande che Dio portò al mondo, come il grande amore che Cristo nostro Redentore portava al suo eterno Padre, dice del primo: Sic Deus dilexit mundum, ut Filium suum unigenitum daret (Jo, III, 16) ibid. xiv. 31): Fu tanto grande l’amore che Dio portò all’uomo, che ci diede il suo unigenito Figliuolo, acciocché patisse e morisse per noi altri; e del secondo ci riferisce come detto del medesimo Cristo: Ut cognoscat mundui, quia diligo Patrem; et sicut mandatum deditmihi Pater, sic facto; surgite; eamus hinc (idib. XIV, 31): Acciocché il mondo conosca, che io amo il mio Padre, levatevi su, e andiamcene via di qua: e l’affare per cui di là partiva era per andare a patire morte di croce. In questo mostrò egli e die testimonianza al mondo d’amare il Padre nel mettere in esecuzione il suo tanto rigoroso comandamento. Di maniera che nelle opere si dimostra l’amore, e tanto più, quanto elleno sono maggiori e più faticose. Ora questa intera conformità alla volontà di Dio, come abbiamo detto, è il maggior sacrifizio che gli possiamo fare di noi altri; perché presuppone una perfettissima mortificazione e rassegnazione colla quale uno si offerisce a Dio, e si mette totalmente nelle sue mani, acciocché faccia di lui quello che vuole. E cosi non vi è cosa nella quale uno mostri più l’amore che porta a Dio, che in questa; poiché gli dà e gli offre tutto quello che ha e tutto quello che possa mai avere e desiderare, e se più avesse e potesse, tutto pure glielo darebbe.

DELLA CONFORMITÀ ALLA VOLONTÀ DI DIO (2)

CATECHISMO CATTOLICO DEL CARDINAL GASPARRI (2)

CATECHISMO CATTOLICO A CURA DEL CARDINAL PIETRO GASPARRI (2)

PRIMA VERSIONE ITALIANA APPROVATA DALL’AUTORE

1932

COI TIPI DELLA SOC. ED. (LA SCUOLA) BRESCIA

Brixiæ, die 15 octobris 1931.

IMPRIMATUR + AEM. BONGIORNI, Vie. Gen.

PRINCIPALI FORMULE E PREGHIERE NECESSARIE O ASSAI UTILI PER TUTTI (*)

(*) Il Catechista procuri che gli alunni imparino a memoria queste formule e preghiere. Per coloro che devono ricevere la prima Comunione, vedasi lo speciale Catechismo.

I. – Segno della santa Croce.

Nel nome del Padre, e del Figliuolo e dello Spirito Santo. Così sia.

II. – Orazione domenicale.

Padre nostro che sei ne’ cieli,

sia santificato il tuo nome:

venga il tuo regno:

sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano;

e rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo

ai nostri debitori;

e non c’indurre in tentazione,

ma liberaci dal male. Così sia.

III. – Saluto angelico.

Ave, o Maria, piena di grazia; il Signore è teco; tu

sei benedetta tra le donne, e benedetto il frutto del ventre

tuo, Gesù. –

Santa Maria, madre di Dio, prega per noi peccatori

adesso e nell’ora della nostra morte. Così sia.

IV. – Simbolo degli Apostoli.

1° Io credo in Dio Padre onnipotente, creatore del cielo

e della terra;

2° e in Gesù Cristo, suo unico Figliuolo, Signore nostro;

3° il quale fu concepito di Spirito Santo, nacque da Maria Vergine;

4° patì sotto Ponzio Pilato, fu crocifisso, morto e seppellito;

5° discese all’inferno, il terzo giorno risuscitò da morte;

6° salì al cielo, siede alla destra di Dio Padre onnipotente;

7° di là ha da venire a giudicare i vivi e i morti.

8° Credo nello Spirito Santo;

9° la Santa Chiesa cattolica, la comunione dei Santi;

10° la remissione dei peccati;

11° la risurrezione della carne;

12° la vita eterna. Amen.

V. – Salve, o Regina.

Salve, o Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza

e speranza nostra, salve! A Te ricorriamo esuli figli

di Eva; gementi e piangenti in questa valle di lagrime, a

Te sospiriamo. Orsù, dunque, Avvocata nostra, rivolgi a

noi quegli occhi tuoi misericordiosi. E mostraci, dopo

questo esilio, Gesù, il frutto benedetto del ventre tuo, o

clemente, o pietosa, o dolce Vergine Maria!

VI. – In onore della Santissima Trinità.

Gloria al Padre e al Figliuolo e allo Spirito Santo,

com’era nel principio, e ora, e sempre, e nei secoli de’ secoli. Così sia.

VII. – Orazione all’Angelo Custode.

Argelo di Dio, che sei il mio Custode, illumina, custodisci,

reggi e governa me, che Ti fui affidato dalla Pietà celeste. Così sia.

VIII. – Preghiera per i fedeli defunti.

L’eterno riposo dona loro, o Signore, e splenda ad essi la luce perpetua. Riposino in pace. Così sia.

IX. – I principali misteri della Fede.

1° Il mistero di un solo Dio in tre distinte Persone:

Padre, Figliuolo e Spirito Santo;

2° Il mistero dell’umana redenzione per mezzo della incarnazione, passione e morte di Gesù Cristo, Signor Nostro, Figlio di Dio.

X. – Il Decalogo o I Comandamenti di Dio.

Io sono il Signore Dio tuo:

1° Non avrai altro Dio fuori che me.

2° Non nominare il nome di Dio invano.

3° Ricordati di santificare le feste.

4° Onora tuo padre e tua madre.

5° Non ammazzare.

6° Non commettere atti impuri.

7° Non rubare.

8° Non dire falsa testimonianza.

9° Non desiderare la donna d’altri.

10° Non desiderare la roba d’altri.

XI. – I Precetti della Chiesa.

1° Nelle domeniche ed altre feste comandate udir la Messa ed astenersi dalle opere servili.

2° Nei giorni prescritti dalla Chiesa non mangiar carne ed osservare il digiuno.

3° Confessarsi una volta l’anno almeno.

4° Comunicarsi almeno in occasione della Pasqua.

5° Sovvenire alle necessità della Chiesa e del Clero.

XII. – I Sacramenti (*)

1° Battesimo;

2° Cresima;

3° Eucaristia;

4° Penitenza;

5° Estrema Unzione:

6° Ordine;

7° Matrimonio.

(*) Gli Orientali chiamano Chrisma la Cresima e Benedizione degli infermi la Estrema Unzione, la quale dai Latini è detta anche Olio Santo.

XIII. – Atto di Fede.

Mio Dio, io credo fermamente che Voi siete un solo Dio in tre Persone distinte, Padre, Figliuolo e Spirito Santo,

che il Figliuolo, per la nostra salvezza si è incarnato, ha patito ed è morto, risuscitò da morte e darà a ciascuno, secondo i suoi meriti, o il premio in Paradiso o la pena nell’Inferno. Questo e tutto quello che insegna la Chiesa Cattolica io lo credo, perché l’avete rivelato Voi, che non potete né ingannarvi né ingannare.

XIV. – Atto di Speranza.

Mio Dio, essendo Voi onnipotente, misericordioso e fedele, spero che mi darete, per i meriti di Gesù Cristo, la vita eterna e le grazie necessarie per conseguirla, che Voi avete promesso a coloro che faranno opere buone, come, col vostro aiuto, propongo di fare.

XV. – Atto di Carità.

Mio Dio, io vi amo con tutto il cuore sopra ogni cosa, perché Voi siete infinitamente buono ed infinitamente amabile; e per amor vostro amo il mio prossimo come me stesso e gli perdono le offese che può avermi recato.

XVI. – Atto di Contrizione.

Mio Dio, mi pento con tutto il cuore dei miei peccati, li detesto perché peccando non solo ho meritato i giusti castighi che Voi avete minacciati, ma specialmente perché ho offeso Voi sommo bene degno di essere amato sopra ogni cosa. Perciò propongo fermamente col vostro aiuto di non peccare mai più e di fuggire le occasioni prossime di peccato.

XVII. – I Misteri del santo Rosario.

MISTERI GAUDIOSI.

1° La beata Vergine Maria è salutata dall’Angelo.

2° La beata Vergine Maria visita santa Elisabetta.

3° Gesù Cristo nasce nella grotta di Betlemme.

4° Il fanciullo Gesù è presentato nel tempio.

5° Il fanciullo Gesù è ritrovato nel tempio fra i dottori.

MISTERI DOLOROSI.

1° Gesù Cristo prega e suda sangue nell’orto.

2° Gesù Cristo è flagellato alla colonna.

3° Gesù Cristo è coronato di spine.

4° Gesù Cristo, condannato a morte, sale il Calvario portando la croce.

5° Gesù Cristo, confitto in croce, muore alla presenza della Sua Madre.

MISTERI GLORIOSI.

1° La risurrezione di Gesù Cristo.

2° L’ascensione di Gesù Cristo.

3° La discesa dello Spirito Santo sulla beata Maria Vergine e sugli Apostoli.

4° L’assunzione della beata Vergine Maria al cielo.

5° L’incoronazione della beata Vergine Maria e la gloria degli Angeli e dei Santi.

SALVE, REGINA.

Salve, Regina, mater misericordiæ,…

LE LITANIE LAURETANE.

Kyrie, eleison.

Christe, eleison….

CATECHISMO CATTOLICO

Tutti debbono, ciascuno nella propria condizione, imparare accuratamente la dottrina cristiana e far sì che la imparino anche coloro che da lui dipendono; non vi è dottrina più importante di questa, la quale ci insegna la via della nostra salute eterna, che è il nostro ultimo fine. Che giova all’uomo guadagnare il mondo universo, se poi perde la sua anima? Qual cambio potrà egli dare per l’anima sua? (S. Matteo, cap. XVI, v. 26).

I.

CATECHISMO PER I BAMBINI IN PREPARAZIONE ALLA PRIMA COMUNIONE

A NORMA DEL DECRETO « QUAM SINGULARI » DI PlO PP. X.

Il segno della Santa Croce.

Orazione domenicale.

Ave, o Maria.

Simbolo degli Apostoli.

Atto di contrizione.

I Sacramenti (*).

(*) Attenda il catechista con ogni cura a che tutti i fanciulli pronunzino distintamente e con devozione le parole dell’orazione domenicale, del saluto angelico, del simbolo degli Apostoli e del segno della santa Croce, e che facciano bene, con ogni compostezza, il segno del Cristiano. Narri loro inoltre l’origine del Pater Noster e dell’Ave Maria, e ne esponga brevemente il significato. Non ometta di aggiungere che la Beata Vergine Maria è sì Madre di Dio, ma è anche madre nostra che ci ama tutti con materno amore. Li esorti perciò a riamare con affetto di figli questa Madre celeste, a recitare spesso, con devozione, alla mattina e alla sera specialmente, l’orazione domenicale e il saluto angelico e a segnarsi col segno della santa Croce. In quanto al simbolo degli Apostoli e all’atto di contrizione non è necessario, benché sia utilissimo, che il piccino sappia recitarli a parola prima della sua prima Comunione, purché li abbia studiati, ne conosca il senso e dopo la prima Comunione continui a studiarli fino ad impararli a memoria, preparandosi così alle successive Confessioni e Comunioni; frattanto si supplisce con ciò che è detto in fine di questo Catechismo.

D. 1. Chi ti ha creato?

R. Mi ha creato Dio.

D. 2. Chi è Dio?

R. Dio è purissimo spirito, infinito in ogni sua perfezione, che ha creato quanto esiste sia in cielo, sia in terra. (*)

(*) Adattandosi all’intelligenza degli uditori, il Catechista esponga brevemente la creazione dal nulla di tutte le cose e il fine che Dio ebbe nel creare il mondo e l’uomo. Narri la caduta degli Angeli e ingeneri nel bambino l’idea degli Angeli buoni, specie dell’Angelo custode, e dei demoni. Descriva la felicità dell’uomo nel paradiso terrestre, il peccato originale commesso dai progenitori, la sua trasmissione in tutti, eccettuata la B. V. Maria, e la sua remissione col Battesimo; e finalmente insegni come Dio nello stesso paradiso terrestre si sia degnato di promettere ad Adamo ed Eva peccatori un Redentore che è Cristo Signore.

D. 3. Perché Dio ti ha creato?

R. Dio mi ha creato per conoscerlo, amarlo, ubbidirlo e così dopo morte goderlo in Paradiso (*).

(*) Noi conosciamo Dio con l’intelligenza e per mezzo della rivelazione e lo amiamo e lo serviamo osservando fedelmente i suoi comandamenti ed anche seguendo i suoi consigli,tutte le opere cioè che gli sono gradite, sebbene da Lui non comandate.Non trascuri il Catechista di richiamare su questo l’attenzione dei fanciulli.

D. 4. Come Dio punisce coloro che lo disubbidiscono?

R. Dio punisce coloro che lo disubbidiscono con l’inferno (*).

(*) Il Catechista esponga in poche parole che cosa avverrà dell’anima in Paradiso, e che cosa nell’Inferno: che nel Paradiso l’anima, nella visione a faccia a faccia del Signore, godrà d’una perfetta e perpetua felicità, in compagnia di N. S. Gesù Cristo, della B. V. Maria e di tutti i Beati; che nell’Inferno invece essa, privata per sempre della visione beatifica di Dio, sarà tormentata col fuoco eterno e con altre indicibili pene, nella orribile compagnia di satana, degli altri demoni e dei dannati.

D. 5. Dov’è Dio?

R. Dio è in cielo, in terra, in ogni luogo.

D. 6. Dio ha principio e fine?

R. Dio non ha né principio nè fine, perchè è eterno.

D. 7. Dio conosce tutto?

R. Dio conosce tutto, anche le future azioni libere

delle creature, gli affetti del cuore, gli stessi pensieri.

D. 8. Dio è uno?

R. Dio è uno, perché una è la natura divina, ma è in tre Persone distinte, le quali si chiamano Padre, Figlio e Spirito Santo, e formano la Santissima Trinità.

D. 9. Quale Persona divina si è fatta uomo?

R. Si è fatta uomo la seconda Persona divina, cioè il Figlio di Dio.

D. 10. Come si chiama il Figlio di Dio fatto uomo?

R. Il Figlio di Dio fatto uomo si chiama Gesù Cristo.

D. 11. Come il Figlio di Dio si fece uomo?

R. Il Figlio di Dio si fece uomo, prendendo, per virtù dello Spirito Santo, corpo ed anima umana nel seno purissimo della beata Vergine Maria (*).

(*) Narri il Catechista la missione dell’Arcangelo Gabriele alla B. V. Maria, la nascita di Gesù Cristo in Betlemme, l’Epifania del Signore e la sua vita privata trascorsa per trent’anni in Nazareth. Ne tragga per i fanciulli motivo d’esempio al lavoro e all’obbedienza che si deve ai genitori.

D. 12. Perché il Figlio di Dio si fece uomo?

R. Il Figlio di Dio si fece uomo per liberarci dal peccato e così condurci in Paradiso.

D. 13. Che cosa fece Gesù Cristo per liberarci dal peccato e così condurci in Paradiso?

R. Per liberarci dal peccato e così condurci in Paradiso, Gesù Cristo patì e morì sulla croce, indi risuscitò e salì al cielo e di là verrà a giudicare i vivi e i morti (*).

(*) Il Catechista esponga brevemente il ministero della umana redenzione narrando la passione, la morte, la resurrezione ed ascensione al cielo di Gesù; ed ancora la sua venuta alla fine del mondo per il giudizio universale. Cose queste che dimostrano ad evidenza il grande amore di Dio verso gli uomini, i quali allora si devono sentire spinti ed obbligati a riamarlo con tutto il cuore.

D. 14. Che cosa sono i Sacramenti?

R. 1 Sacramenti sono mezzi istituiti da Gesù Cristo per darci la grazia.

D. 15. Quale Sacramento hai ricevuto finora?

R. Finora ho ricevuto il Sacramento del Battesimo che mi ha fatto Cristiano e mi ha reso capace di ricevere gli altri Sacramenti.

D. 16. Quali Sacramenti ora desideri ricevere?

R. Ora desidero ricevere i Sacramenti della Cresima, della Penitenza e della Eucaristia.

D. 17. Che cos’è la Cresima?

R. La Cresima è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per donare la grazia speciale e i doni dello Spirito Santo che danno al cresimato forza e coraggio per professare e praticare la fede (*).

(*) Se l’aspirante alla santa Comunione ha già ricevuto il sacramento della Cresima, si correggano le domande 15 e 16 e si ometta la 17.

D. 18. Che cosa è la Penitenza?

R. La Penitenza è il Sacramento istituito da Gesù Cristo per rimettere i peccati commessi dopo il Battesimo.

D. 19. Che cosa si richiede per ricevere bene il sacramento della Penitenza?

R. Per ricevere bene il sacramento della Penitenza si richiede:

1° l’esame di coscienza;

2° il dolore dei peccati;

3″ il proposito di non peccare mai più;

4° l’accusa dei peccati;

5° l’adempimento della penitenza imposta dal confessore (*).

(*) Il Catechista insegni ai suoi fanciulli il modo di fare l’esame di coscienza e di confessarsi, di compiere la penitenza imposta dal confessore e di emettere il proposito di non peccare più; l’atto di contrizione si trova nella nota alla D. 25.

D. 20. Quali peccati dobbiamo accusare nel sacramento della Penitenza?

R. Nel sacramento della Penitenza dobbiamo accusare tutti i peccati mortali commessi dopo il Battesimo, ma possiamo utilmente anche accusare i peccati veniali e gli stessi mortali già ben confessati.

D. 21. Che cos’è l’Eucaristia?

R. L’Eucaristia è il Sacramento del corpo e del sangue del Signore. (*)

(*) Il Catechista potrà così esporre questo altissimo mistero di nostra fede. Nella celebrazione della Messa, prima delle parole della consacrazione, che il sacerdote celebrante pronunzia, l’ostia è semplice pane; ma dopo quelle parole essa non è più pane, ma sotto le apparenze di pane è lo stesso Gesù Cristo con la sua divinità ed umanità: altrettanto dicasi del vino. Noi dobbiamo ammettere e credere questo mistero perché Gesù Cristo ce lo manifestò apertamente e la S. Madre Chiesa l’ha sempre insegnato ed insegna tuttora. Il Signore istituì l’Eucaristia nell’ultima Cena, perché con la celebrazione della Messa fosse rinnovato e riprodotto il sacrificio della croce, perché Egli potesse rimanere tra gli uomini nascosto nel S. Tabernacolo mentre nello stesso tempo siede glorioso in cielo, ed infine per unirsi a noi nella S. Comunione. Non mai ci dovrà cadere dalla memoria sì grande pegno del divino amore; dobbiamo perciò, almeno in tutti i giorni festivi, assistere al sacrificio della Messa con la stessa comprensione e pietà come se assistessimo al sacrificio del Calvario; visitare con tutta devozione il Santissimo Sacramento conservato nel Tabernacolo, e comunicarci spesso con pietà e devozione.

D. 22. Dov’è Gesù Cristo?

R. Gesù Cristo come Dio è in ogni luogo, come Dio-Uomo è in cielo e nella santissima Eucaristia.

D. 23. Che cos’è dunque fare la Santa Comunione?

R. Fare la santa Comunione è ricevere lo stesso Gesù Cristo vivo e vero nel Sacramento Eucaristico.

D. 24. Perché desideri fare la santa Comunione?

R. Desidero fare la santa Comunione perché Gesù Cristo mi ama e perciò desidera venire in me, e anch’io amo Gesù Cristo e perciò desidero molto di riceverlo.

D. 25. Che cosa si richiede per ricevere bene il sacramento dell’Eucaristia?

R. Per ricever bene il sacramento dell’Eucaristia si richiede:

1° lo stato di grazia, cioè l’amicizia di Dio;

2° il digiuno dalla mezzanotte al momento della Comunione;

3° una diligente preparazione ed un degno ringraziamento (*).

(*) Il Catechista, dopo aver spiegato il primo e il secondo punto, insegni praticamente ai bambini e li aiuti a fare gli atti di preparazione e di ringraziamento; egli ne legga lentamente le parole, che i bambini ripeteranno. Il Cardinal Gennari, nell’opuscolo che abbiam citato nel Proemio, pone i seguenti atti:

PRIMA DELLA COMUNIONE.

Atto di fede. — O buon Gesù, credo fermamente quanto Tu mi hai insegnato per mezzo della Chiesa, e in modo speciale che T u sei vivo e vero nell’Ostia consacrata.

Atto di speranza. — Fidente nella tua bontà e nelle tue promesse, o buon Gesù, spero da Te la tua santa grazia, ogni bene e la vita eterna.

Atto di dolore. — Mi pento, o mio Dio, d’aver peccato, perché ho meritato i tuoi castighi, ma molto più perché ho offeso Te somma Bontà.

Atto di umiltà. — Ecco, Gesù buono, la tua creatura, piena di miserie e di peccati, indegna di riceverti.

Atto di desiderio. — O buon Gesù, desidero ardentemente di averti nel mio cuore: vieni, Signore, non più tardare.

DOPO LA COMUNIONE.

Atto di adorazione. — O buon Gesù, Ti adoro presente nell’anima mia, mi prostro e mi umilio dinanzi a Te, sbigottito insieme e commosso da tanta tua bontà.

Atto di ringraziamento. — O buon Gesù, come potrò mai degnamente ringraziarti? Ti offro, o Signore, le azioni della beata Vergine Maria, dei Santi e di tutte le creature che Ti amano.

D. 26. Che cosa prometterai a Gesù nel giorno della tua prima Comunione?

R. Nel giorno della mia prima Comunione prometterò a Gesù di ascoltare la Messa nei giorni festivi, di accostarmi frequentemente ai Sacramenti della Confessione e dell’Eucaristia, di frequentare l’insegnamento catechistico, di obbedire ai genitori e di fuggire i cattivi compagni.

DELLA PRESENZA DI DIO (2)

DELLA PRESENZA DI DIO [2]

[A. Rodriguez: Esercizio di perfezione e di virtù cristiane; vol. II, ed. VII ster. TORINO, Marietti ed. 1917]

TRATTATO VI.

CAPO III.

Degli atti della volontà ne’ quali principalmente consiste quest’esercizio: e come abbiamo da esercitarci in essi.

S. Bonaventura nella sua mistica Teologia (D. Bonav. via 3 et in ep. 15 memorial. c. 22) dice, che gli atti della volontà coi quali in questo santo esercizio abbiamo da alzare il cuore a Dio, sono certi accesi desideri del cuore co’ quali l’anima desidera unirsi con Dio con perfetto amore; certi affetti infiammati, certi sospiri vivi delle viscere co’ quali ella chiama Dio; certi moti pii e amorosi della volontà co’ quali, come con ali spirituali, si stende ed alza in alto, e si va accostando e unendo più a Dio. Questi desiderii e affetti del cuore veementi ed accesi, sono da’ Santi chiamati aspirazioni; perché con essi l’anima s’alza a Dio, che è l’istesso che aspirare a Dio: ed anche, come dice S. Bonaventura (ubi supra), perché siccome respirando ricaviamo e tramandiamo senz’alcun altro atto deliberato il fiato dalla parte più intima del nostro corpo; così con gran prestezza e alle volte senza deliberazione, o quasi senza essa, caviamo questi accesi desiderii dall’intimo del nostro cuore. Queste aspirazioni e questi desiderii vengono dall’uomo espressi con certe brevi e frequenti orazioni che chiamano giaculatorie; Raptim jaculatas, dice S. Agostino (D. Aug. ep. ad Probam, quas est 121); perché sono come certi dardi e saette infocate ch’escono dal cuore e in un punto si lanciano e drizzano a Dio. Usavano assai queste orazioni que’ Monaci dell’Egitto, come dice Cassiano: Breves quidem, sed creberrimæ (Cass. lib. 2 de inst. renunt.); e le stimavano e ne facevano gran conto; si perché, come sono brevi, non istraccano il capo; sì anche perché si fanno con fervore e con spirito elevato, e in un punto si trovano nel cospetto di Dio; e così non danno tempo al demonio di frastornare colui che le fa, riè di mettergli nel cuore impedimento alcuno. Dice S. Agostino certe parole degne di considerazione per tutti quelli che fanno profession d’orazione: Ne illa vigilans et erecta intentìo, quæ tam necessaria est oranti, per productiores moras hebetetur (D. Aug. ep. ad Probam.); e le quali mostrano l’utilità di queste giaculatorie le quali servono acciocché quella vigilante e viva attenzione che è necessaria per orare colla dovuta riverenza e rispetto, non si vada rimettendo e perdendo, come suol avvenire nell’orazion lunga (D. Chrys. hom. 79.). Ora con queste orazioni giaculatorie procuravano que’ santi Monaci di star sempre in questo esercizio, alzando molto spesso il cuore a Dio e trattando e conversando con esso lui (Abbas Isaac collat. 10, c. 10,). Questo modo di stare alla presenza di Dio è comunemente più a proposito per noi altri, più facile e più utile. Ma bisognerà dichiarar meglio la pratica di questo esercitizio. Cassiano (Cass. coll. 10, c. 10) la mette in quel versetto, Deus, in adjutorium meum intende: Domine, ad adjuvandum me festina (Ps. LXIX, 2), che la Chiesa replica nel principio di ciascuna Ora Canonica. Se cominci qualche affare pericoloso, chiedi a Dio che t’aiuti per uscirne bene. Signore, rivolgiti in aiuto mio: Signore, non tardare ad aiutarmi. Per ogni cosa abbiamo necessità del favor del Signore, e così sempre glielo abbiamo d’andare chiedendo. E dice Cassiano, che questo versetto è meraviglioso e molto a proposito per esprimere tutti i nostri affetti in qualsisia stato e in qualsivoglia occasione, o accidente nel quale ci veggiamo; perché con esso invochiamo l’aiuto di Dio; con esso ci umiliamo e riconosciamo la nostra necessità e miseria: con esso ci alziamo su e confidiamo di esser uditi e favoriti da Dio; con esso ci accendiamo nell’amor del Signore che è il nostro rifugio e il Protettor nostro. Per quante battaglie e tentazioni ti si possono presentare, dice Cassiano, hai qui in pronto un fortissimo scudo, una corazza impenetrabile, e un muro inespugnabile: e così l’hai da portar sempre nella bocca e nel cuore; e questa ha da essere la tua continua e perpetua orazione, e il tuo camminare e star sempre alla presenza di Dio. – S. Basilio mette la pratica di questo esercizio nel prendere occasione da tutte le cose di ricordarci di Dio. Se mangi, ringrazia Dio: se ti vesti, ringrazia Dio: se esci in campagna, o vai all’orto, o al giardino, benedici Dio che l’ha creato: se guardi il cielo, se guardi il sole, e tutto il resto, loda il Creatore di ogni cosa : quando dormi, ogni volta che ti svegli, alza il cuore a Dio (D. Basil, hom. in mart. Julitam.). Altri, perché nella vita spirituale vi sono tre vie; una purgativa, che appartiene a’ Principianti; un’altra illuminativa, che appartiene a’ Proficienti; e un’altra unitiva, che appartiene a’ Perfetti; mettono tre sorte d’aspirazioni e d’orazioni giaculatorie. Alcune sono indirizzate a conseguire il perdono de’ peccati e a purgare l’anima da’ vizi e dagli affetti terreni; e queste appartengono alla via purgativa. Alcune altre sono indirizzate all’acquisto della virtù, al vincer le tentazioni, e ad incontrare di buon grado difficoltà e travagli per la virtù; e queste appartengono alla via illuminativa. Alcune altre poi sono indirizzate ad acquistar l’unione dell’anima con Dio mediante un legame di perfetto amore; e queste appartengono alla via unitiva; acciocché ciascuno s’applichi a questo esercizio proporzionatamente al suo stato e alla disposizione in cui troverassi. Ma quanto a questo, sia pur uno quanto si voglia perfetto, si può esercitare nel dolore de’ peccati, e in chieder a Dio il perdono di essi e grazia per non offenderlo mai, e sarà esercizio molto buono e molto grato a Dio. E questo tale, e quegli altresì che attende a purgar l’anima sua da’ vizi e dalle passioni disordinate, e ad acquistare le virtù, si potrà anche esercitare in atti di amor di Dio, per far questo stesso con maggiore facilità e soavità. E così tutti, in qualunque stato si trovino, possono indifferentemente per questo esercizio frequentare questi atti, dicendo: O Signore, non vi avessi mai offeso! Non permettete, Signore, che io vi offenda giammai. Morir sì, ma non peccare. Piaccia alla Divina Maestà Vostra, che più tosto io muoia ben mille volte, che mai cada in peccato mortale. Alcune altre volte può uno alzare il suo cuore a Dio, ringraziandolo de’ benefici ricevuti, così generali come particolari, o chiedendo qualche virtù; quando profonda umiltà; quando perfetta ubbidienza; quando carità; quando pazienza. Alcune altre volte può uno alzare il suo cuore a Dio con atti d’amore e di conformità alla volontà sua santissima, come dicendo: Dilectus meus mihi, et ego IIli (Cant. lI, l6): — Non mea voluntas, sed tua fiat (Luc. XXII, 42): Quid enim mihi est in cœlo? et a te quid volui super terram (Psal. LXXII, 24,)? Queste ed altre simili sono tutte buone aspirazioni ed orazioni giaculatorie, per istare sempre in questo esercizio della presenza di Dio: e le migliori e più efficaci sogliono essere quelle che il cuore mosso da Dio concepisce da se stesso, benché non sia con parole tanto eleganti e tanto ben composte come quelle che abbiamo dette. Né meno è necessario, che siano molte e diverse queste orazioni: perché una sola reiterata spesso e con grande affetto può bastare ad uno per far quest’ esercizio molti giorni e anche tutta la vita. Se ti trovi bene coll’andar dicendo sempre quelle parole dell’apostolo S. Paolo: Signore, che cosa volete ch’io faccia? o quelle della Sposa: Il mio Diletto per me, ed io per esso: o quelle del profeta David: Che cosa ho io da volere, Signore, né in cielo, né in terra se non voi (Act. IX, 6. Reliqua loc. supracit.)? non hai bisogno d’altro: trattieniti in questo, e sia questo il tuo continuo esercizio e il tuo camminare e stare alla presenza di Dio. (1)

CAPO IV.

Si dichiara anche meglio la pratica di questo esercizio, e si propone un modo di camminare  e stare alla presenza di Dio  molto facile ed utile, e di gran perfezione.

Fra le altre aspirazioni ed orazioni giaculatorie che possiamo usare è molto principale e molto a proposito per la pratica di questo esercizio quella che c’insegna l’apostolo S. Paolo nella prima Epistola a que’ di Corinto: Sive manducatis, sive bibitis, sive aliud quid facitis; omnia in gloriam Dei facile (I . ad Cor. x, 31, 1): 0 mangiate, o beviate, o facciate qualsivoglia altra cosa; ogni cosa fatela a gloria di Dio. Procurate in tutte le cose che farete, o quanto più frequentemente potrete, d’alzare il cuore a Dio, dicendo: Per voi, Signore, fo questa cosa: per darvi gusto e per piacere a Voi, perché così Voi volete. La vostra volontà, Signore, è la mia, e il vostro gusto è il mio; né ho io altro volere, né altro non volere, che quello che Voi volete, o non volete: questa è tutta la mia allegrezza, tutto il mio gusto, tutta la mia ricreazione, l’esecuzione e l’adempimento della vostra volontà, il piacere e dar gusto a Voi: né v’è altra cosa che volere, né che desiderare, né in che metter l’occhio né in cielo né in terra. Questo è un modo molto buono di camminare e star sempre alla presenza di Dio molto facile ed utile, e di gran perfezione: perché è star in un continuo esercizio d’amor di Dio. E perché in altri luoghi abbiamo toccato e per l’avvenire toccheremo di nuovo questa cosa (Sup. tract. 3, c. 8, et infra tract. 8, c 4), qui solamente voglio dire, che questo è uno de’ migliori e più utili modi di star sempre in orazione che vi siano e che possiamo usare. Né pare che vi manchi altra cosa per finire di canonizzare e di esaltare questo esercizio, che dire, che con esso staremo in quella continua orazione che Cristo nostro Redentore ricerca da noi, come abbiamo dal sacro Evangelio: Oportet semper orare, et non deficere (Luc. XVIII, 1): perciocché qual orazione può esser migliore che lo star sempre desiderando la maggior gloria ed onore di Dio, e lo starci sempre conformando alla volontà sua, non avendo altro volere, né altro non volere, che quello che vuole, o non vuole Dio, e che tutto il nostro gusto e la nostra allegrezza sia il gusto e la soddisfazione di Dio? Perciò dice un Dottore mistico ((3) D. Dìonys. Rich. lib, 1, de contempl, c. 25), e con gran ragione, che colui che persevererà diligentemente in quest’esercizio con questi affetti e desiderii interni, caverà da esso tanto frutto, che in breve tempo sentirassi mutato e cambiato il cuore, e proverà in esso particolare avversione al mondo e singolare affezione a Dio. Questo è cominciare di qua ad essere cittadini del cielo e famigliari della casa di Dio. Jam non estis hospites et advenæ; sed estis cives Sanctorum, et domestici Dei (1Ad Ephes. II,19). Questi sono quei celesti cortigiani che vide S. Giovanni che avevano il nome di Dio scritto nelle loro fronti, che è la continua memoria e presenza di Dio. Et videbunt faciem ejus, et nomen ejus in froniibus eorum (Apoc. XXII, 4.); perché la loro conversazione non è più in terra, ma in cielo: Nostra autem conversano in cœlis est (Ad Philipp, III, 20). — Non contemplantibus nobis quæ videntur, sed quæ non videntur: Quæ enim videntur, temporalia sunt; quas autem non videntur, alterna sunt (II. ad Cor. IV, 18). Bisogna però avvertire in quest’esercizio, che quando facciamo questi atti, dicendo: Per Voi, Signore, fo questa cosa, per amor vostro, e perché così Voi volete, ed altri simili; abbiamo da farli e da dirli come chi parla con Dio presente, e non come chi volge il cuore, o il pensiero, a cosa lontana da sé, o fuori di sé. Questa avvertenza è di grande importanza in questo esercizio; perché questo è propriamente camminare e stare alla presenza di Dio, e questo è quello che rende quest’esercizio facile e soave, e fa che muova e giovi più. Àncora nelle altre orazioni, quando meditiamo Cristo in croce, o alla colonna, avvertono quei che trattano d’orazione, che non abbiamo da immaginarci, che quel Mistero operossi colà in Gerusalemme e mille e tante centinaia d’anni sono; perché questo stracca più e non muove tanto; ma che dobbiamo immaginarci ogni cosa come presente, e che tutto siegua qui dinanzi a noi, figurandoci di sentire i colpi de’ flagelli e le martellate onde furono confitti i chiodi. E se facciamo la meditazione della morte, dicono, che abbiamo da immaginarci di star già per morire disperati dai medici e colla candela in mano. Quanto dunque sarà più ragionevole, che in quest’esercizio della presenza di Dio facciamo questi atti che abbiamo detti, non come chi parla con chi è assente e lontano da noi; ma come chi parla con Dio presente; poiché lo stesso esercizio lo ricerca e realmente la cosa sta così.

CAPO V.

Di alcune differenze e vantaggi che sono nel fin qui proposto esercizio della presenza di Dio relativamente ad altri che si soglion proporre.

Acciocché si possa veder meglio la perfezione e l’utilità grande di questo esercizio e modo di camminare e di stare alla presenza di Dio, del quale abbiamo ragionato, e resti con ciò la cosa meglio dichiarata, noteremo ora alcune differenze o vantaggi che trovansi in questo esercizio, rispettivamente ad alcuni altri. Primieramente, in altri esercizi che alcuni sogliono proporre di camminare e stare alla presenza di Dio, ogni cosa pare che sia in atto d’intelletto e ogni cosa pare che finisca in immaginarsi Dio presente; ma questo presuppone quest’atto d’intelletto e di fede, che Dio sia presente, e passa avanti a fare atti d’amore di Dio, e in questo consiste principalmente: e questa seconda cosa senza dubbio è migliore e più utile che la prima. Siccome nell’orazione diciamo (Supra tract. 5, cap. II.), che non ci dobbiam fermare nell’atto dell’intelletto, che è la meditazione e considerazione delle cose, ma negli atti della volontà, cioè negli affetti e desiderii della virtù e dell’imitazione di Cristo, o che questo ha da essere il frutto dell’orazione; così qui la parte principale, migliore, e più utile di quest’esercizio, sta negli atti della volontà: onde questa è la cosa nella quale abbiamo da insistere. Secondariamente, il che viene in conseguenza di quello che abbiamo detto, quest’esercizio è più facile e più soave degli altri; perché negli altri vi bisogna discorso e fatica dell’intelletto e dell’immaginativa per rappresentarci dinanzi le cose, che è quello che suole straccare e rompere il capo alle persone, e così non può durar tanto; ma in quest’altro esercizio non vi bisogna discorso, ma affetti e atti della volontà, i quali si fanno senza stanchezza; perché sebbene è vero, che vi è pur qualche atto dell’intelletto, questo però si presuppone per mezzo della Fede, senza che ci stracchiamo per farlo sì espressamente, come quando adoriamo il santissimo Sacramento, che presupponiamo per mezzo della Fede, che sta ivi Cristo Salvator nostro, tutta la nostra attenzione e occupazione si volge ad adorare, riverire, amare e chiedere grazie a quel Signore che sappiamo che sta ivi; così passa la cosa in quest’esercizio. E quindi è, che per essere più facile, potrà uno durare e perseverare in esso più lungamente; perciocché anche agli infermi, i quali non possono fare molta orazione, siamo soliti dar per consiglio, che usino d’alzare spesso il cuore a Dio con alcuni affetti e atti della volontà, essendo che questi si possono far facilmente. Onde, quando bene non avesse in sé altro vantaggio quest’esercizio, che il potersi durare e perseverare in esso più che negli altri, lo dovremmo stimare grandemente; quanto più poscia essendovi tanti vantaggi? – In terzo luogo, e questo è un punto principale e molto qui da avvertirsi, l’esercizio della presenza di Dio non è solamente per fermarci in esso, ma ci dee servire di mezzo per far bene le nostre operazioni. Perché  se ci contentassimo d’aver solamente attenzione all’essere Dio presente, e con ciò nelle nostre operazioni ci trascurassimo, e facessimo mancamenti e byd errori in esse, questa non sarebbe buona divozione, ma illusione. Sempre abbiamo da premere in questo, che quantunque teniamo fisso un occhio alla sovrana Maestà di Dio, l’altro nondimeno stia volto a far bene le opere per amor suo. E il considerare che stiamo alla presenza di Dio ci ha da servire di mezzo per far meglio e con maggior perfezione ciò che facciamo. Or questo si fa molto meglio con questo esercizio che cogli altri; perché cogli altri s’occupa assai l’intelletto in quelle figure corporali che uno si vuol rappresentare innanzi, o nei concetti che vuol ricavare dall’avere presente quel Signore che ha, e per ricavarne il buon pensiero molte volte la persona non guarda a quello che fa, e lo fa malamente; ma quest’esercizio, come in esso non vi è occupazione dell’intelletto, non impedisce punto l’esercizio delle opere, anzi aiuta assai a farle riuscire ben fatte, perché la persona le sta facendo per amor di Dio che la sta mirando; e così procura di farle in tal maniera e tanto bene, che possano comparire innanzi agli occhi di Dio, e non sia in esse cosa indegna della sua presenza. Intorno al qual punto abbiamo già di sopra spiegato (Supra tract. 2, cap. 3) come questo stesso è un altro modo molto buono, e molto utile, e proposto ancora dai Santi, di camminare e stare alla presenza di Dio : e così non istaremo qui a replicarlo.