SALMI BIBLICI: “ERIPE ME DE INIMICIS MEI, DEUS MEUS” (XLVIII)

SALMO 58: “ERIPE ME DE INIMICIS MEI, Deus meus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 58

In finem, ne disperdas. David in tituli inscriptionem, quando misit Saul, et custodivit domum ejus, ut eum interficeret.

[1] Eripe me de inimicis mei, Deus meus,

et ab insurgentibus in me libera me.

[2] Eripe me de operantibus iniquitatem, et de viris sanguinum salva me.

[3] Quia ecce ceperunt animam meam; irruerunt in me fortes.

[4] Neque iniquitas mea, neque peccatum meum, Domine; sine iniquitate cucurri, et direxi.

[5] Exsurge in occursum meum, et vide: et tu, Domine Deus virtutum, Deus Israel, intende ad visitandas omnes gentes; non miserearis omnibus qui operantur iniquitatem.

[6] Convertentur ad vesperam, et famem patientur ut canes; et circuibunt civitatem.

[7] Ecce loquentur in ore suo, et gladius in labiis eorum: quoniam quis audivit?

[8] Et tu, Domine, deridebis eos; ad nihilum deduces omnes gentes.

[9] Fortitudinem meam ad te custodiam, quia, Deus, susceptor meus es.

[10] Deus meus, misericordia ejus præveniet me.

[11] Deus ostendet mihi super inimicos meos; ne occidas eos, nequando obliviscantur populi mei. Disperge illos in virtute tua, et depone eos, protector meus, Domine;

[12] delictum oris eorum, sermonem labiorum ipsorum; et comprehendantur in superbia sua. Et de execratione et mendacio annuntiabuntur,

[13] in consummatione, in ira consummationis; et non erunt. Et scient quia Deus dominabitur Jacob, et finium terræ.

[14] Convertentur ad vesperam, et famem patientur ut canes; et circuibunt civitatem.

[15] Ipsi dispergentur ad manducandum; si vero non fuerint saturati, et murmurabunt.

[16] Ego autem cantabo fortitudinem tuam, et exsultabo mane misericordiam tuam; quia factus es susceptor meus, et refugium meum in die tribulationis meæ.

[17] Adjutor meus, tibi psallam, quia Deus susceptor meus es; Deus meus, misericordia mea.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LVIII.

Perchè Davide di notte non fuggisse e potesse ucciderlo la mattina, Saulle assediò la casa (1 dei Re, c. 19). Ma Michol lo salvò, calandolo dalla finestra. Il Salmo è scritto, imminente questo pericolo; egli prega e predice al solito la perdita de’ suoi nemici. S’applica a Cristo, trattenuto nel sepolcro. E alla Chiesa, impedita nella sua predicazione; si può anche raffigurarvi la sorte de’ giusti e degli empii.

Per la fine: non mandare in perdizione; a David, iscrizione da mettersi sopra una colonna: quando Saul mandò ad assediar la sua casa per ammazzarlo.

1. Salvami da miei nemici, o mio Dio, e liberami da coloro che insorgono contro di me.

2. Toglimi dalle mani di quei che lavorano iniquità, e salvami dagli uomini sanguinarii.

3. Perocché ecco che avran presa l’anima mia: uomini di gran possa son venuti ad assalirmi.

4. Nò ciò, o Signore, per la mia iniquità, né per mia colpa: senza iniquità io corsi e regolai i miei passi.

5. Sorgi, e vienmi incontro, e considera. E tu, o Signore Dio degli eserciti, Dio d’Israele, Svegliati per visitare tutte le nazioni; non far misericordia a verun di coloro che operano l’iniquità.

6. Verranno alla sera, e patiranno fame canina, e gireranno intorno alla città. (1)

7. Ecco che apriranno la loro bocca, avendo un coltello nelle loro labbra (dicendo): Chi ci ha ascoltati?

8. Ma tu, o Signore, ti burlerai di loro; stimerai come un nulla tutte le genti.

9. La mia fortezza riporrò in te, perché tu se’, o Dio, il mio difensore:

10. La misericordia del mio Dio mi preverrà.

11. Dio mi ha fatto vedere la vendetta de’ miei nemici; non gli uccidere; affinché non se ne scordi il popol mio. Dispergili colla tua possanza, e degradagli, o Signore, protettor mio,

12. A motivo del delitto della loro bocca e per le parole delle loro labbra; e siano presi dalla propria lor superbia. (2)

13. E per lo spergiuro e per la menzogna saran chiamati alla perdizione dall’ira che li consuma; ed e’ più non saranno. E conosceranno come il Signore regnerà sopra Giacobbe e sino alla estremità della terra.

14 . Si convertiranno alla sera, e saranno affamati come cani, e gireranno attorno alla città.

15. Eglino andran vagabondi, cercando cibo; e se non saran satollati, ancora mormoreranno.

16. Ma io canterò la tua fortezza, e inni di letizia offrirò al mattino alla tua misericordia. Perché tu se’ stato mia difesa e mio rifugio nel di della mia tribolazione.

17. Aiuto mio, te io canterò, perché tu, o Dio, tu sei mia difesa; Dio mio, mia misericordia.

(1) Davide esprime la delusione dei suoi nemici che, essendo venuti per prenderlo, non lo trovano, poiché egli era scappato dalla finestra, e tornando nel cuore della notte, latrando come dei cani ai quali hanno strappato la preda, cercano Davide per tutta la città.

(2) C’è chi ha tradotto: ed a causa della maledizione (delle loro bestemmie), e della menzogna, si annuncerà loro lo sterminio, lo sterminio per la collera ed essi non saranno più.

Sommario analitico

Davide, circondato nella sua casa dai compagni di Saul che cercano di impadronirsi di lui per metterlo a morte, è figura di Nostro-Signore preso e catturato dai suoi nemici nell’orto degli ulivi.

I.  – Egli implora il soccorso di Dio:

1° Esponendo il pericolo imminente che gli fanno correre i suoi nemici: – a) essi sono pieni di meraviglia a suo riguardo; – b) si dichiarano contro di lui nei consigli di Saul; (1) – c) aggiungo atti alle parole; – d) cercano anche di versare il suo sangue e di togliergli la vita (2,3);

2° Per la sua innocenza (4).

II. – Egli predice la sua liberazione:

1° mostra quali siano i disegni dei suoi nemici, frustrati dai loro attentati e cospiranti di nuovo contro di lui, e prega Dio che lo liberi e li punisca (6,7);

2° Dio riderà dei loro sforzi e li annienterà (8); 3° egli dichiara tutta la sua fiducia che ripone in Dio, la sua forza, la sua difesa, la sua misericordia (9, 10);

3° descrive la punizione dei suoi nemici che sarà: a) manifesta; b) gloriosa per lui; c) perdurante, d) ignominiosa per la loro dispersione ed il loro abbassamento (11), e) giusta, a causa dei loro discorsi e dei loro atti (12); f) piena di dolore: 1) perché essi sapranno che Dio ne è l’autore (13), 2) perché soffriranno una fame crudele (14), 3) perché mormoreranno nella loro estrema miseria (15).

III. – Egli promette di rendere azioni di grazie a Dio:

.a) Forte contro i suoi nemici, b) misericordioso al suo riguardo (16), c) suo protettore e suo rifugio nel giorno dell’afflizione, d) suo difensore nei combattimenti (17).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1 – 4

ff. 1, 3. – È la voce di Davide assediato nella propria casa dai soldati di Saul; – è la voce di Gesù-Cristo nella sua passione e nel suo sepolcro circondato dalle guardie; – è la voce di un’anima giusta oppressa dai nemici della sua salvezza: il demonio, la propria concupiscenza, la presunzione delle proprie forze, l’orgoglio e tutte le altre passioni che si accaniscono su di essa per catturarla (Dug.). – Ciò che dice qui il salmista si compie nella carne di Cristo e si compie anche in noi. In effetti i nostri nemici, cioè il demonio ed i suoi angeli, non cessano di scagliarsi ogni giorno contro di noi; essi tentano senza tregua di trionfare della nostra debolezza e della nostra fragilità, e ci ingannano, ci suggeriscono il male, ci assalgono con tentazioni; essi voglio farci cadere in ogni tipo di insidia mentre viviamo sulla terra. Ma la nostra voce vegli davanti a Dio e gridi nelle membra di Cristo, sotto la sorveglianza del nostro capo, stabilita nel cielo (S. Agost.). – Questi sono dei nemici potenti di per se stessi, ma deboli quando si ha Dio per protettore, perché, cosa può l’uomo contro Dio?

ff. 4. – Si sente, in queste nobili parole, tutta la superiorità della verità sulla figura. Né Davide, né alcun altro uomo ha potuto dire, in mezzo ai mali che i suoi nemici gli facevano soffrire, che egli soffrisse perfettamente innocente. Solo l’Uomo-Dio ha potuto, con tutta verità, concepire questo pensiero ed usare questo linguaggio, ed è così che nel Vangelo Gesù-Cristo dice ai Giudei: « Chi di voi mi accuserà di peccato? » Così, quale dignità, quale prezzo infinito, questa intera innocenza, questa incomparabile santità, dà in sacrificio una vita così pura, all’immolazione della vittima senza macchia! Così ne risulta, secondo ogni giustizia, il diritto di ottenere la salvezza del mondo e di far revocare le sentenze pronunciate contro la razza umana, almeno per tutti coloro che crederanno ed ameranno, e che proveranno con le loro opere, la loro fede ed il loro amore! (Rendu). – Gesù-Cristo propriamente parlando, ha il diritto di dire che né la sua iniquità, né il suo peccato sono stati la causa dei trattamenti che soffriva da parte degli uomini; Egli che ha potuto dire ai suoi nemici: Chi tra voi potrà accusarmi di peccato? (Jov. VIII, 46). I giusti nondimeno lo possono dire in un senso vero, vale a dire, con pur riconoscendo davanti a Dio, in mezzo alle persecuzioni che li hanno fatto soffrire, che essi sono peccatori, essi però non soffrono propriamente come peccatori, ma solo perché si porta loro invidia, perché è necessario che tutti coloro che vogliono vivere nella pietà, siano perseguitati (II Tim. II, 12), e che tutta le gloria di un Cristiano è di soffrire non da colpevole, ma da giusto e da innocente (1 Piet. IV 15).

II. – 6-15.

ff. 5. – Sembra inutile domandare a Dio che si alzi per venire incontro a noi, poiché, riempiendo tutto con la sua presenza, Egli è sempre vicino ai suoi servi, e considera il pericolo in cui siamo, poiché nulla è nascosto alla sua luce divina. Ma Egli vuole, per noi che meritiamo di essere esauditi, che veniamo convinti, in vista del nostro stato, del gran bisogno che abbiamo del suo soccorso. (Dug.). – « Non abbiate pietà di tutti quelli che commettono l’iniquità ». Queste sono parole da terrore. Chi non ne sarebbe colpito? E quale anima, rifacendo un esame sulla propria coscienza non ne tremerebbe? Quand’anche potesse rendere testimonianza di qualche atto di pietà, sarebbe sorprendente se non possa anche rendersi testimone di qualche iniquità. In effetti chiunque commetta peccato, commette l’iniquità. (Giov. III, 4). « Ora, se esaminate le iniquità dell’uomo, Signore, Signore, chi potrà sostenere questo esame? » (Ps. CXXIX, 3). E benché queste parole siano vere, esse non sono state dette invano, non possono e non potrebbero mai se non compiersi (S. Agost.). – Ogni iniquità, piccola o grande, deve necessariamente essere punita, o con la penitenza dell’uomo colpevole, o con il castigo del Dio vendicatore; perché colui che si pente si punisce da solo. Puniamo dunque i nostri peccati, se cerchiamo di ottenere la misericordia di Dio. Dio non può aver pietà di coloro che commettono l’iniquità. Da voi stessi o da Dio, occorre assolutamente che vi sia una punizione. Volete che Egli non punisca? Punitevi da soli, voi stessi; perché avete commesso un’azione che non può restare impunita; ma è maglio che la punizione venga da voi e che facciate quel che il Profeta ha scritto in un altro Salmo: « Preveniamo la severità del suo volto, confessando i nostri peccati » (S. Agost.).

ff. 6. – Immagine suggestiva è questa, dei riprovati nel giorno del giudizio finale, allorché, divorati dalla fame di questa sapienza che avranno disdegnato quando ancora erano in vita, essi percorreranno, come cani affamati, la città, l’assemblea dei santi, per vedere se alcuno voglia soccorrerli, e nessuno li soccorrerà in questo giorno di sventura (Bellar.). – Penitenza tardiva ed ordinariamente inutile, che non si fa che sulla sera della vita; penitenza spesso cominciata all’agonia, che non è stata mai provata, di cui mai si è visto il frutto; penitenza imperfetta; penitenza nulla, senza forza, senza riflessione, senza tempo per ripararne i difetti (Bossuet). – Si soffre allora una fame spaventosa, perché, mancando in questo momento il mondo che si ama e che sfugge, si sente in fondo al cuore un vuoto impossibile da riempire, e che riduce, come le vergini stolte, a fare inutilmente il giro della città, cioè ad indirizzarsi a tutti i giusti, per domandar loro qualche goccia di olio (Dug.).

ff. 7, 8. – Non c’è nulla di più pericoloso che una tentazione violenta giunta con l’occasione di peccare in segreto e con impunità. È ciò che rese la moglie di Putifar sì audace: cosa che rende infinitamente rilevante il merito di Giuseppe. Chi ti vedrà, chi ti ascolterà? … dice la passione! Questa parola è più formidabile della spada; essa ha perso più anime che il mondo con tutte le sue illusioni, che il demonio con tutti i suoi artifici. Per rifiutare questa parola bisogna ricordarsi di quella che S. Agostino indirizza a tutti gli uomini passionali, soprattutto agli impudichi: dove vai a sprofondarti? Guarda Gesù-Cristo in te; risparmia questo affronto a Gesù-Cristo. E che! Disprezzerai Gesù-Cristo di cui sei membro? Disprezzerai lo Spirito-Santo di cui sei tempio? In qualunque parte tu vada, sei visto da Gesù-Cristo che ti ha creato, che ti ha riscattato, che è morto per te. Questa potente apostrofe del santo Dottore ci insegna che la voce della coscienza ed il ricordo della presenza di Dio sono le sole cose degne che noi possiamo opporre al torrente di una passione violenta che ci sollecita, e che autorizza al segreto, al silenzio ed all’impunità (Berthier). – Castigo di ogni ingiustizia e che la santa Scrittura ci richiama frequentemente è quello per cui i peccatori hanno riso di Dio durante la loro vita, Dio riderà di loro alla loro morte! – Mantenere, conservare la propria forza in Dio, e mettersi interamente al suo servizio; questo non è attribuirsi tale forza, ma attribuirla a Dio solo, senza il Quale non possiamo niente; occorre confidare in Lui affinché la riguardi come un deposito, la conservi e l’aumenti.

ff. 9, 10. – « È in voi che conserverò la mia forza ». In effetti tutti questi forti sono caduti perché essi non hanno riposto la loro forza sotto la vostra custodia; vale a dire, coloro che si sono levati contro di me, hanno posto la loro fiducia in se stessi. « Quanto a me è in Voi che manterrò la mia forza »; perché se mi allontano da Voi, io cado; quando mi avvicino a Voi, io divento più forte. Vedete in effetti qual è la condizione dell’anima umana: essa non ha luce da se stessa; ora tutto ciò che è bene nell’anima, è la forza e la saggezza; ma per se stessa essa non ha la saggezza; per se stessa essa non ha la forza; essa non è né la propria luce né la propria forza. Ma per essa c’è un principio ed una fonte di forza; c’è per essa una radice di saggezza; c’è per essa, se così è permesso parlare, una regione di immutabile verità: se l’anima se ne allontana, cade nelle tenebre; se vi si avvicina, vi trova luce. « Avvicinatevi a Dio e sarete illuminati »; (Ps. XXXIII, 5); se invece vi allontanate da Lui, sarete nelle tenebre. « Io dunque serberò in Voi la mia forza »; io non mi allontanerò da Voi e non metterò più la mia fiducia in me stesso. « Io serberò la mia forza in Voi, perché Voi siete il mio protettore ed il mio Dio ». Dove siete Voi in effetti, e dove son io? Da dove mi avete tratto? Quali iniquità mi avete rimesso? Dove ero disteso, dove sono stato innalzato? (S. Agost.). – Il mondo cieco ed appassionato vorrebbe far passare la testardaggine nell’errore e l’incredulità come una certa forza di spirito. Ah! Signore, non permettete mai che me ne formi mai una simile, e non soffra mai che il mio spirito si fortifichi a spese della mia fede. No, mio Dio, non sarà così: tra le debolezze estreme alle quali sento che il mio cuore è soggetto, se mi resta ancora qualche forza, questa è per Voi, e non contro di Voi io pretendo conservarla, perché io voglio potervi dire come Davide: « … è per voi che io serberò la mia forza », e vedo che queste parole dimorano ben impresse nel mio cuore, per poter essere la prima regola della mia condotta. I libertini impiegano la forza del loro spirito contro la vostra Religione, gli eresiarchi contro la vostra Chiesa, tutti unanimemente contro di Voi, ma io, Signore, che faccio professione di fedeltà, io la conserverò e la userò per Voi. In luogo di coloro che mettono la loro forza nel non credere o nel credere a ciò che piace loro, io metterò la mia nel sottomettermi e nell’essere prigioniero; la mia forza sarà la mia sottomissione, e quando vi farò, o mio Dio, il sacrificio di questa sottomissione, che è il più grande sforzo dello spirito umano, io mi consolerò nel pensiero che io lo faccio per Voi e non per altri. Che mi si tratti da spirito debole, che il mondo giudichi secondo le proprie vedute, poco mi importerà, dal momento che io mi lego a Voi con una fede viva e che niente sia capace di portarmi alla risoluzione di non avere né spirito né forza se non per Voi, ed in rapporto a Voi. Ecco – dice S. Agostino – come un uomo cristiano deve parlare a Dio, ed ecco ciò che fa la sua gloria; perché cosa c’è di più glorioso che essere vinto, o piuttosto di voler essere vinto dalla verità: « Quid enim gloriosius quam vincta veritate. » (BOURD. Panég. de S. Thomas). – « La misericordia mi preverrà ». Io non presumerò in alcun modo di me stesso. Cosa ho portato di buono perché Voi abbiate pietà di me e mi abbiate giustificato? Cosa avete trovato in me, se non solo i miei peccati? Voi non avete trovato in me se non la natura che avete creato; tutto il resto erano i miei peccati, che Voi avete cancellato. Io non mi sono levato per primo per venire a Voi; ma Voi siete venuto a me per eccitarmi; perché « la sua misericordia mi preverrà ». Prima che abbia fatto qualcosa di buono, « la sua misericordia mi verrà in aiuto » (S. Agost., VII, 12).

ff. 11, 12. – Questo grande crimine del deicidio doveva essere la salvezza del genere umano. I Giudei, cioè i nemici accaniti, i carnefici di Gesù-Cristo, dovevano essere gli immortali testimoni e rinascendo incessantemente, avrebbero deposto in tutto il corso dei secoli, in favore della loro vittima. Era il loro destino e Gesù-Cristo stesso, per bocca di Davide, lo ha loro annunciato dall’alto della sua croce. Essi saranno dati come spettacolo al mondo, sempre puniti e sempre viventi; sempre ribelli e sempre cacciati; sempre attestanti la verità delle Scritture sacre, e sempre ricusando di credere ciò che essi proclamano per persuadere tutte le nazioni; dispersi tra tutti i popoli, non si confondono con alcuno; odiati, disprezzati, perseguitati e sempre pieni di vita, sempre attivi. Sempre moltiplicati sulla faccia della terra. – Finché sia invincibilmente provato che Dio che li tiene sotto il suo impero, li fa servire per i suoi disegni, e come ultima prova della sua onnipotente misericordia, li conduce umiliati e pentiti ai piedi di quella croce sulla quale hanno inchiodato Gesù di Nazareth, il Re dei Giudei (Rendu). – L’esecrazione di cui parla qui Davide fu evidentemente quella orribile parola: « Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli », parola per la quale essi chiesero per essi la pena più infame degli attentati; la menzogna, queste parole: « … noi non abbiamo altro re che Cesare », perché è costante che essi non vollero pagare il loro tributo a Cesare, perché si vantavano di essere liberi, e di non aver mai servito nessuno, cosa che era una terribile menzogna, smentita da tutta la loro storia (Bellarm.). – I giusti prevedono spesso i castighi che Dio vuol far soffrire ai loro nemici; ma, ben lontani dal sentirne una maligna gioia, essi ne hanno, al contrario, solo dolore perché li amano. Essi pregano Dio di non farli morire, o se vuol far morire qualcosa in essi, questa sia la loro volontà colpevole e non la loro persona (Dug.).

ff. 13. – La collera consumata di cui parla il profeta è terribile: colui che ne è l’oggetto cessa di esistere ai nostri occhi, ma non lascia il far comprendere che Dio è il padrone supremo che domina su tutto. Come colui che non è più, può avere quella conoscenza? È che la sua esistenza, peggio del niente, non riceve che i flagelli di un gioco inesorabile e di un vendicatore spietato. I riprovati sono in questo pietoso stato; essi non sono più, perché la vita di Dio non è più in essi, e provano la vendetta del Dio vivente, che essi hanno negletto ed abbandonato. I malvagi si burlano di questa grande verità, dal momento che potrebbero profittarne, e non resta loro che disperarsi, quando potevano invece applicarsi con frutto. Albero infruttuoso, diceva S. Agostino, non ridere, perché ti si dà del tempo per portare frutto. L’ascia è pronta, essa ti minaccia; profitta del lasso di tempo, non credere che Colui che l’ha in mano non venga ben presto a colpirti. (Berthier).

ff. 14, 15. – È questo un quadro energico della triste e deplorevole sorte dei Giudei. Essi non riconosceranno giammai che Cristo è il padrone dei Giudei e quello dei Gentili, se non nell’ultimo giorno, ma oramai sarà troppo tardi. Essi si rivolgeranno ai loro profeti urlando verso di essi come dei cani affamati, e poiché non ne riceveranno consolazione, cominceranno a mormorare e a dolersi del loro dolore (Bellar.). – Il peccatore morente è all’ultimo atto della sua scandalosa storia; in questo momento, egli cerca ancora di nutrirsi degli alimenti del mondo, chiama in suo aiuto tutto ciò che può immaginare per conservare il soffio di vita che sta per rendere. Forma dei progetti per soddisfare le sue passioni, soprattutto quelle che ha avuto al primo posto nella sua anima, … l’orgoglio, l’avarizia, la voluttà: sforzi inutili, tutto manca in lui; egli prova una carenza generale. Dio lo rigetta ed il mondo lo abbandona; non gli resta – dice San Gregorio Magno – che il ricordo del male che ha fatto, del bene che ha omesso, dei rimproveri che merita, delle virtù che gli mancano, dei castighi che gli sono riservati (Berthier).

ff. 16. – Mentre i peccatori, in qualunque abbondanza vivano, sono sempre affamati come cani, perché tutti i beni della terra non sono capaci di saziarli, il giusto, al contrario, trova in Dio di che saziarsi pienamente, per quanto si possa fare in questa vita. Dio tiene conto di tutto: se ha fame o sete, Egli è suo nutrimento, è sua bevanda, se ha freddo è suo abito, se è malato è la sua medicina, se è triste Egli è la sua gioia. Egli canta con una gioia per cui solo lui è capace di gustare la potenza e la misericordia di Dio. (Duguet).

ff. 17. – « Mio Dio, voi siete la mia misericordia ». Considerando tutti i beni – qualunque essi siano – che noi possiamo possedere, in ragione della nostra natura, sia in ragione delle leggi che ci reggono, o della direzione data alla nostra vita nella fede, nella speranza, nella carità, nei buoni costumi, nella giustizia o nel timore di Dio; vedendo anche che noi non possediamo questi vantaggi che grazie ai doni del Signore, il Profeta termina così: « … Mio Dio, Voi siete la mia misericordia ». Colmato di benefici da Dio, egli non ha trovato altro nome da dare che quello della sua misericordia. O nome pieno di dolcezza, sotto il quale non si deve disperare! « Mio Dio – egli dice – Voi siete la mia misericordia. » Cosa vuol dire: « la mia misericordia »? Se voi dite, mia salvezza, io comprendo che Dio dà la salvezza, se dite: mia forza, io comprendo che Egli vi dà la forza; ma che vuol dire: « mia misericordia »? Tutto ciò che io sono, viene dalla vostra misericordia! Ma ho forse meritato invocandovi? Che ho fatto per esistere? Cosa ho fatto per esistere in modo da potervi invocare? Si, in effetti io ho fatto qualcosa per esistere, io esistevo già prima di essere; ma se io non ero assolutamente niente prima di esistere, io non ho potuto dapprima meritare verso di Voi, né rendermi degno dell’esistenza. Voi mi avete dato di esistere e non mi avreste dato di essere buono? Se Voi mi aveste dato di esistere e qualcun altro mi avesse concesso di essere buono, colui che mi ha dato di essere buono sarebbe migliore di colui che mi ha dato di esistere. Ma poiché nessuno è migliore di Voi, nessuno è più potente di Voi, nessuno è più prodigo della sua misericordia di Colui dal quale ho ricevuto di essere buono, « … mio Dio, Voi siete la mia misericordia. » (S. Agost.). – Davide, alla vista dei travagli, delle afflizioni di questa vita, chiama Dio suo aiuto, suo ausilio, e siccome Dio ci fa passare dalle tribolazioni della vita presente al riposo della vita eterna, gli dice: siete Voi che mi prendete, Voi che mi ricevete. Ma considerando che Egli si carica dei nostri mali, che sopporta le nostre colpe, con la penitenza, Egli ci permette di aspirare alle ricompense eterne, e non grida solo il nome di Dio misericordioso, ma Gli dice. « Mio Dio, mia misericordia ». Rimettiamo davanti ai nostri occhi tutto il male che abbiamo fatto, meditiamo su questa longanimità di Dio che ci sopporta per lungo tempo, consideriamo questa tenerezza eterna e veramente eccessiva che, non contento di perdonarci le nostre colpe, si degna ancora di promettere il suo regno ai peccatori pentiti, e diciamo tutti dal fondo del nostro cuore: « … Mio Dio, mia misericordia ». (S. Greg.).

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.