CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (5)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (5)

PARTE SECONDA

LA PREGHIERA, MEZZO PRINCIPALE PER ACQUISTARE E CONSERVARE LO SPIRITO CRISTIANO

LEZIONE I.

La preghiera è il mezzo principale di progredire nella vita cristiana. Dobbiamo pregare con umiltà e confidenza.

D. – Dopo avermi spiegato in che consista lo spirito cristiano, vorrei che mi suggeriste qualche mezzo per acquistarlo e conservarlo.

R. – Uno dei mezzi principali e più efficaci per acquistare e conservare lo spirito cristiano è la preghiera; Nostro Signore, infatti, ci assicura che Dio nostro Padre darà lo spirito buono, vale a dire lo spirito cristiano, a coloro i quali glielo chiederanno. [Joann., XVII].

D. – Ma allora insegnatemi come debbo regolarmi nella preghiera.

R. – Perché la preghiera sia fatta bene, bisogna apportarvi disposizioni simili a quelle con le quali Nostro Signore pregava Egli medesimo e che insegnò ai suoi discepoli: dobbiamo rivolgerci all’Eterno Padre con tutta umiltà e confidenza, a imitazione di Gesù medesimo nelle sue belle preghiere che leggiamo nel Vangelo [Pater vester de cœlo dabit spiritum bonum petentibus. – Luc., XI, 13], e come ci insegna ancora nel Pater: umiltà e confidenza.

D. – Che intendete per l’umiltà?

R. – L’umiltà è dapprima un sentimento di confusione a motivo della nostra indegnità per i nostri peccati che indispongono il Signore: Non siete punto un Dio che ami l’iniquità, dice il Salmista, [Ps. V, 5] rivolgendosi a Dio: ricordiamo pure queste altre parole: Dio non esaudisce i peccatori. [Joan. IX, 31].L’umiltà, inoltre è quel sentimento di vergogna e di confusione che deve nascere dalla nostra incapacità di pregare. La preghiera è un atto soprannaturale di cui non siamo capaci senza la grazia.

D. – E allora come potremo pregare con fiducia?

R. – Dio vi ha provveduto; e voglio rivelarvi qui il segreto della nostra fiducia, il quale è oltremodo glorioso per Dio e utile alla Chiesa. – Dopo esserci fermati per un po’ di tempo nel sentimento di umiltà che abbiamo spiegato dobbiamo raccoglierci nello spirito di Gesù Cristo, il quale dimora nel cuore di tutti i figli della Chiesa per elevarli alla preghiera. San Paolo, infatti, dice: Avete ricevuto lo spirito di adozione in figliuoli, per il quale gridiamo: Abba, Padre, [Accepistis spiritimi adoptionis in filiorum, in quo clamamus: Abba (Pater). – Rom., VIII, 15], vale a dire che in questo Spirito noi preghiamo con fiducia; e ciò viene indicato, sia dal nome di Padre che è ripetuto due volte; Abba, Pater, sia dal grido col quale ci prendiamo la libertà di innalzare sino a Lui le nostre preghiere: Clamamus; tutte espressioni che indicano la fermezza della fiducia e la forza dello zelo con cui chiediamo a Dio, per la sua gloria, tutto quanto ci è necessario. Aggiungeremo pure ciò che il medesimo Apostolo dice in un altro luogo: Lo Spirito medesimo domanda per noi con gemiti inenarrabili. [Ipse Spiritus postulat prò nobis gemitibus inenarrabilibus. – Rom., VII, 26].

D. – Ma come mai si può dire che lo Spirito Santo pianga ed emetta gemiti inenarrabili?

R. – Queste parole contengono un mistero, come per altro sono misteriose tutte le parole della Scrittura. San Paolo vuol dire che quando si prega in unione con lo Spirito, si ottiene molto di più che con tutti i gemiti e tutte le lacrime immaginabili. Nostro Signore inoltre, il quale abita in noi e compie l’ufficio dello Spirito Santo: Fatto spirito vivificante, [Factus in spiritum vivificantem. – I Cor., XV, 45], viene chiamato da Davide, in ispirito profetico: Hostiam vociferationis, [Immolavi in tabernaculo ejus hostiam vociferationis – Ps., XXVI, 6; vale a dire una vittima accompagnata da grida di gioia. – Fillion], Ostia risonante, vociferante.

D. – Che significano queste parole Ostia vociferante?

R. – Il Profeta Davide con questa espressione fa allusione al gran rumore che facevano con le loro grida gli animali che venivano immolati nel Tempio; questi animali erano la figura di Gesù Cristo agonizzante su la croce e abitante nei nostri cuori. Orbene, è scritto che Nostro Signore pregò per noi con forti grida e con lacrime; [Preces supplicationesque cum clamore valido et lacrymis offerens. – Hebr., IV, 7). e questo indicava la tenerezza del suo amore per noi, e la forza e la virtù del suo zelo nelle sue preghiere.

D. – Gesù Cristo fa dunque così anche nei nostri cuori?

R.- Certamente; Gesù Cristo dovunque si trovi continua a pregare in questo modo, nei nostri cuori e nel santo Sacramento, come nel seno di Dio Padre; ed eccone la ragione: ciò che lo Spirito Santo incominciò una volta nel Cuore di Gesù, in quello lo continuò durante tutta la vita mortale del Redentore, e lo continuerà tutta l’eternità. Le operazioni di santità nel Cuore di Gesù sono eterne, come pure quelle che lo Spirito Santo compie nei Santi in Paradiso, – Il grande segreto del Cristianesimo e tutto il motivo della confidenza dei figli  di Dio consiste in questo, che Gesù Cristo – come dice San Paolo – per noi è ogni cosa [Omnia et in omnibus Christus. – Colos., III, 2— Omnia in ipso Constant. – Ibid., I , 17]; la nostra preghiera, la nostra umiltà, la nostra pazienza, la nostra carità, ecc. – Ecco adunque le disposizioni con le quali dobbiamo pregare, e l’ordine che dobbiamo tenere nelle nostre domande. Dobbiamo presentarci umilmente a Dio nostro Padre, il quale è sempre pieno di carità e ci dice per bocca del Profeta Geremia: Ti ho amato di un amore eterno.[In caritate perpetua dilexi te. – Jer., XXXI, 3]. Sebbene i nostri peccati ci rendano indegni di comparire davanti a Lui, se tuttavia ci uniremo a Gesù Cristo, la nostra indegnità sarà coperta (velata, nascosta) davanti al Padre, il quale sentirà il profumo delle vesti del Figlio suo primogenito, Gesù Cristo Nostro Signore. Gesù ci coprirà come le sembianze di Esaù coprivano Giacobbe davanti ad Isacco [Allusione alla storia di Giacobbe. – Gen. XXVII]. Pertanto, dopo esserci trattenuti per un po’ di tempo in sentimenti di umiltà, ci daremo a una unione intimissima con Gesù, identificandoci, per così dire, con Lui come con Colui che è la nostra preghiera e ci uniremo a Lui, come al nostro avvocato. [Semper vivens ad interpellandum pro nobis. – Hebr,. VII, 25; — Advocatum habemus apud Patrem, Jesum Christum justum. – I Joann., II, 1).Animati in tal modo dallo Spirito di Gesù, presenteremo a Dio tutti i nostri omaggi e gli domanderemo tutto ciò checi abbisogna. Insomma, per dir tutto in poche parole, ciò che ritengo come condizione principale per la preghiera, dopo l’umiltà e la contrizione dei nostri peccati, è di metterci a pregare animati da una confidenza e da una fede perfetta, appoggiati a queste parole di Nostro Signore: Ciò che chiederete al Padre mio in mio nome, Egli ve lo concederà. [Joan. XVI, 23]. Nostro Signore in cielo, come vediamo nell’Apocalisse, sta davanti al Padre suo come un Agnello in piedi che si presenta come morto; [Et ecce in medio throni … Agnum stantem tamquam occisum – Apoc. V, 6]; ciò significa che Egli sta sempre davanti al trono del Padre suo, rivestito delle armi della sua Passione, domandando per noi, in virtù dei suoi divini misteri, tutto quanto ci abbisogna dicendogli come Davide: Memento, Domine, David, et omnis mansuetudinis ejus: [Ps. CXXXI, 1) « Padre mio, ricordatevi di tutta la dolcezza e pazienza che ebbi nella mia morte: vi supplico, in nome di tutta la mia vita penitente, di aver compassione dei miei figli ».

LEZIONE II.

Altro motivo di confidenza per le nostre preghiere, desunto dalla intercessione dei Santi, i quali pregano per noi in Gesù Cristo e per mezzo di Gesù Cristo.

D. – Ditemi qualche cosa ancora per accrescere la mia fiducia in Gesù Cristo.

R. – Un altro motivo di confidenza per noi è l’intercessione dei Santi, i quali pregano per noi in Gesù Cristo. Tutto quanto Gesù Cristo domanda al Padre suo, tutti i Santi lo domandano con Lui; perciò nell’Apocalisse è scritto: Udii una voce dal Cielo, come rumor di molte acque; e la voce che udii era come di citaristi che suonino le loro cetre. [Audivi vocem de caelo tamquam vocem aquarum multarum…, et vocem quam audivi sicut citharædorum citharizantium in citharis suis. – Apoc, XIV, 2]. Per intendere queste parole è da sapere che le acque nella Scrittura significano i popoli, [Aquæ quas vidisti… populi sunt. – Apoc., XVII, 15]e che i Santi, nelle loro celesti armonie, sono paragonati a suonatori di arpa. Orbene, i Santi e i giusti sono come l’eco che ripete a Dio la voce di Gesù Cristo, del quale sono pieni; talmente che tutto quanto Gesù Cristo domanda nella sua preghiera, quando voi pregate con Lui e in Lui, tutta la Chiesa del Cielo e della terra lo domanda pure insieme con Lui. Pensate se non è questo un gran motivo di confidenza e con qual fede dovete pregare.

D. – Ma, se le preghiere dei Santi non sono che l’eco della preghiera di Nostro Signore, pare che basti ricorrere a Gesù Cristo senza raccomandarci ai Santi?

R. – No; la Chiesa vuole che cerchiamo Gesù Cristo nei suoi Santi, perché cercandolo nei Santi, come, per esempio, nella SS. Vergine, in san Giuseppe, in san Giovanni, in san Pietro, ecc., siamo ben più sicuri di trovarlo che non cercandolo immediatamente di per noi medesimi. – Quando invochiamo Nostro Signore per mezzo della sua Madre Santissima, che la Chiesa chiama nostra avvocata presso di Lui, siamo sicuri secondo san Bernardo, [Ad Patrem verebaris accedere… Jesum tibi dedit mediatorem… Sed forsitan et in ipso majestatem vereare divinam… Advocatum habere vis et ad ipsum? Ad Mariam recurre… Nec dubius dixerim, exaudietur ex ipso prò reverentia sua. Exaudiet utique Matrem Filius, et exaudiet Filium Pater… Filioli, hæc peccatorum scala, hæc mea maxima fiducia est, hæc tota ratio spei meæ.- Serm, in Nativ. D. Mariæ, de aquæductu, n. 7], che subito Ella si mette in preghiera per noi presso il Figlio suo. Gesù poi si ricorda del potere che le ha dato sopra di Se medesimo in qualità di Madre, potere che non le sarà mai tolto, perché la grazia e la gloria perfezionano la natura, né mai le tolgono i suoi diritti. La Vergine santissima, pertanto subito ottiene che Gesù Cristo si metta in preghiera per noi, eserciti la sua funzione di Avvocato a nostro favore, così ci ottiene ciò che non saremmo capaci di ottenere da noi medesimi. Siamo indegnissimi di avvicinarci a Gesù, ed Egli, nella sua giustizia ha diritto di respingerci, perché essendo entrato, dopo la sua santa Risurrezione in tutti i sentimenti del Padre suo, [Nunc per omnia Deus. – S. Ambr. De Fide resurrectionis, n. 91], ha le medesime disposizioni del Padre contro i peccatori. La difficoltà è di far sì che Gesù cambi la sua qualità di Giudice in quella di Avvocato intercessore a nostro favore, e da giudicante farlo supplicante; e questo lo ottengono tutti i Santi e particolarmente la santissima Vergine. Non avete voi sentito spesso queste parole di san Paolo: Chiunque mangia e beve indegnamente il corpo e il sangue di Nostro Signore, mangia e beve la propria condanna? [1 Cor. XI, 29]. Gesù Cristo infatti, nel Santo Sacramento è nello stato glorioso in cui trovasi dopo la Risurrezione; perciò sebbene sia quello un Sacramento di bontà e di misericordia, tuttavia Gesù Cristo vi esercita i suoi giudizi con le condanne, le quali non vi sono rare. [Mors est malis, vita bonis]. – Bisogna dunque ricorrere a un Sacramento che sia puramente di misericordia, dove Gesù Cristo non sia per nulla giudice, e questo sacramento è la santissima Vergine: [La parola Sacramento qui va presa in senso lato e generico, come mezzo di comunicazione della grazia. Il venerando Autore vede una bellissima analogia tra la Madre di Dio e il SS. Sacramento dell’Altare. Nell’Eucaristia è presente Gesù Cristo, il quale vi dimostra il suo amore, ma vi esercita anche la sua giustizia con la condanna di coloro che si accostano a riceverlo senza le dovute disposizioni: nella Santissima Vergine abita pure Gesù Cristo e per mezzo di Lei, come da un trono a Lui caro e prezioso, diffonde le sue grazie, ma tutte di misericordia; Maria infatti è madre di misericordia, ma non esercita l’ufficio di Giudice. L’Autore perciò la chiama Sacramento di pura misericordia, vale a dire che per mezzo di Lei Gesù Cristo esercita soltanto la sua misericordia. Cfr. S. Bernardo, Sermo in Signum magnum] per mezzo di Maria pertanto possiamo avvicinarci a Gesù con tutta confidenza. Se gli eretici avessero inteso in questo modo la preghiera dei Santi, non avrebbero mai avuto l’ardimento di condannarla. Andiamo dunque a Gesù Cristo dovunque Egli si trova, cioè nella santa Vergine e nei Santi; andiamo alla Vergine e ai Santi con viva fede, perché sappiamo che sono perfettamente accetti a Gesù; supplichiamoli che lo preghino di intercedere per noi presso il Padre suo. Così ogni Santo, farà che tutta la Chiesa e tutti i Santi preghino per mezzo di Gesù Cristo, il quale, commosso dalle loro suppliche, riempirà tutta la Chiesa del suo Spirito e della sua preghiera.

LEZIONE III.

Il santo Sacrificio della Messa è quel medesimo della Croce. Nostro Signore ha le medesime disposizioni su l’altare come nella sua morte in Croce.

D. – Vorrei pregarvi di spiegarmi meglio ciò che avete detto sopra, che lo Spirito Santo continua sempre a operare nell’anima di Gesù Cristo i sentimenti che  incominciò una volta a produrvi e che Nostro Signore sempre e dappertutto è animato da questi sentimenti, sia nel cuore dei fedeli, sia nel santissimo Sacramento, sia nel seno di Dio suo Padre. [Dominus in eis in Sina in sancto. – Ps., LXVII, 18; il Signore è negli spiriti celesti che formano la sua corte come era sul Sinai].

R. – Domanda importantissima questa, perché gli schiarimenti su questo punto serviranno meravigliosamente a sciogliere tre grandi difficoltà: la prima rispetto al santo Sacrificio dell’Altare, l’altra relativamente alla santa Comunione dei fedeli e la terza relativamente all’orazione mentale, o vocale. – Dapprima bisogna ricordare questa verità fondamentale, che Nostro Signore è il capolavoro di Dio suo Padre, perciò la Scrittura lo chiama: Opus Dei, l’opera di Dio per eccellenza. [Domine, opus tuum, in medio annorum vivifica illud. – Habac., III, 2). Così lo chiamavano i Patriarchi e i Profeti, i quali sospiravano continuamente la sua venuta; il grande Profeta Davide poi diceva che è l’opera di Dio tutta ripiena di gloria e di magnificenza.[Confessio et magnificentia opus ejus. – Ps., CX, 3]. L’opera per eccellenza di Dio è Gesù Cristo, il cui interiore [possiamo dire anche l’anima o meglio il cuore] è tutto omaggio e riconoscenza per la grandezza del Padre suo. Da solo Egli lo loda in una maniera più perfetta che tutta la Chiesa del Cielo e della terra, più che gli Angeli e i Santi tutti riuniti insieme. Confessio et magnificentia opus ejus. Nostro Signore, l’Opera eccellenza di Dio, nel suo Cuore non solo proclama le lodi del Padre suo, ma inoltre è il tesoro di tutta la bontà e magnificenza di Dio su la Chiesa; secondo le espressioni di S. Paolo, in Lui e per mezzo di Lui, il Padre ha diffuso sopra di noi le sue sante benedizioni: Benedixit nos in omni benedictione spirituali, in cælestibus, in Christo; [Ephes. I, 3] Ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale del Cielo, in Cristo. Così incominciamo a comprendere qualche cosa di Gesù Cristo e a riconoscere ch’Egli è il capolavoro di Dio, il perfetto Santuario dello Spirito Santo, pieno di tutta la religione immaginabile verso Dio suo Padre, e di tutta la possibile carità per la sua Chiesa. Orbene, questo fuoco che lo Spirito Santo ha una volta acceso (nel Cuore di Gesù) non si estingue più; e quel medesimo fervore interiore di cui era animato Nostro Signore su la Croce per sacrificarsi alla gloria di Dio suo Padre e per operare la nostra salvezza, rimane in Lui ancora nel santo Sacrificio dell’altare; e continuerà sino alla fine del mondo. In tal modo si dà una esauriente risposta alla difficoltà degli eretici, i quali pretendono che il Sacrificio dell’altare non sia che una memoria del Sacrificio della Croce, perché nella loro malizia intendono falsamente queste parole: Fate questo in mia memoria. È  da sapere che nel santo Sacrificio dell’Altare, come su la Croce, viene offerta la medesima ostia, poiché è presente il medesimo Gesù Cristo con le medesime disposizioni del suo Cuore; pertanto il santo Sacrificio dell’altare non è altro che il medesimo sacrificio della Croce che si continua sino alla fine dei secoli, benché sotto apparenze differenti. Su la Croce, infatti, si vedeva Gesù che versava il suo Sangue, effondeva lacrime, gridava ad alta voce, mentre su l’altare Egli rimane in silenzio, e la sua natura umana non compare in modo sensibile. Perciò, quando disse agli Apostoli: Fate questo in mia memoria, volle soltanto avvertirli che, nell’offrire in questo vero sacrificio dell’altare la sua Persona nascosta sotto i veli del pane, si ricordassero di quella carità ch’Egli visibilmente manifestò sul Calvario e su la Croce, e della sua religione verso il Padre suo, la quale venne da Lui resa manifesta agli occhi del mondo intero col suo Sacrificio. Orbene, dobbiamo sapere che in Nostro Signore non altrimenti che in tutti i Cristiani, che sono i suoi membri, il principale non è l’esterno delle opere che si vedono. Ciò che va maggiormente considerato è l’operazione secreta e interiore dello Spirito Santo, il quale è l’Autore e il principio di tutte le opere buone. Questa azione interiore dello Spirito Santo è quella in cui Dio maggiormente si compiace. E siccome l’augusto interiore di Gesù Cristo [Ossia il complesso dei sentimenti del Cuore di Gesù Cristo] è il medesimo su la Croce e sul santo altare, sotto i veli del pane (sull’altare), come sotto il velo della carne (su la Croce), è quello ancora che dobbiamo più di tutto considerare e onorare nel sacrificio di Nostro Signore che ebbe principio su la Croce e si continua sul santo Altare. – Perciò, quando ascoltiamo la santa Messa, dobbiamo richiamarci la memoria della Passione e Morte di Nostro Signore e ricordare le prove visibili del suo amore, che Egli ci diede sul Calvario e su la Croce, mentre il medesimo Signore si trova presente su l’altare, sempre pieno di carità per noi; e questo ci deve potentemente eccitare a servire un tal Signore e a tutto soffrire per suo amore.

LEZIONE IV.

Efficacia della santa Comunione anche per il bene e l’utilità altrui.

D. – Datemi qualche schiarimento su la seconda difficoltà, di cui mi avete detto,cioè rispetto alla santa Comunione.

R. – È questa una difficoltà che purtroppo si diffonde (dai giansenisti) e turba anime nella loro divozione alla frequente Comunione. Molte anime buone che Nostro Signore si compiace di ammettere alla Comunione del suo Corpo e del suo Sangue, spesso sono attirate a questo Sacramento dal desiderio di sollevare le anime del Purgatorio, ovvero di procurare sollievo alle infermità dei loro fratelli, o anche per implorare più efficacemente da Dio qualche grazia importante per se medesime o per il bene del prossimo e la santificazione della Chiesa. Tuttavia si trovano persone, le quali condannano tali intenzioni, dicendo: « Qual gran bene può mai esservi nella adorazione e nella fede dell’anima che si comunica? La Comunione come potrebbe dar sollievo alle anime del Purgatorio? Come potrebbe attirar benedizioni sopra tutta la Chiesa » ? – Una tale difficoltà proviene unicamente dall’ignoranza rispetto al valore e al merito immenso della santa Comunione dei fedeli. Orbene ricordate queste grandi parole di Gesù, le quali contengono un grande insegnamento: Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e Io in lui. [Joan VI, 57]. Queste sono parole di gran conforto per tutta la Chiesa e per ogni fedele che si accosta alla Comunione. Spiegano benissimo le intenzioni principali di Nostro Signore nel suo convito nuziale, dove fa festa all’anima e la tratta come sua sposa, attestando che, nella santa Comunione, Egli fa sue tutte le intenzioni della sua sposa. Così pure l’anima da parte sua, fa sue tutte le intenzioni di Gesù Cristo suo Sposo. È questa la perfezione del mistico sposalizio di Nostro Signore con l’anima, per il quale Gesù Cristo si fa una cosa sola con l’anima, e fa che l’anima sia una cosa sola con Lui medesimo, come Egli è una cosa sola con il Padre suo, e come il Padre è una cosa sola con Lui. Pertanto quando l’anima si comunica al Corpo e al Sangue di Gesù Cristo, da quel momento è partecipe di tutti i disegni e di tutte le intenzioni di Nostro Signore, inoltre dispone di Gesù Cristo come di cosa sua propria; talmente che, ricevendo la santa Comunione con l’intenzione di dar sollievo a qualche anima del Purgatorio, ovvero di attirare benedizioni su tutta la Chiesa, ha diritto, in virtù di quel santo e mistico sposalizio che si compie nella Comunione, di usare di tutte le preghiere, dello zelo, del fervore, dei meriti e dei patimenti di Gesù Cristo, per il compimento delle proprie intenzioni; ha il diritto e il potere di dare alle preghiere di Gesù Cristo quello scopo che le piace, e di fare che Gesù Cristo domandi tutto quanto essa vuole per il bene della Chiesa. In tal modo ciò ch’essa non avrebbe il coraggio di domandare di per sé medesima, non essendo degna di ottenere la minima cosa, tutto domanda e ottiene per mezzo di Gesù Cristo. – Osserviamo bene che Colui che prega nell’anima che si comunica, è Colui medesimo che, nei giorni della sua carne, fu esaudito dal Padre per la sua riverenza [Hebr. V, 7] e che ciò ch’Egli domanda su la terra, tanto come nel seno del Padre suo, Egli l’ottiene in considerazione delle grandezze della sua Persona e della sua natura divina, e per i meriti infiniti delle sue preghiere, dei suoi patimenti e delle sue lacrime ch’Egli sempre tiene presenti a Dio Padre. L’Apostolo, infatti, dice: apparet vultui Dei prò nobis. [Hebr. IX, 24] Egli si tiene presente agli occhi di Dio Padre per le nostre intenzioni; e in altro luogo: Semper vivens ad interpellandum prò nobis. [Hebr. VII, 25]. Egli èsempre vivente onde intercedere per noi.Gesù Cristo volle sopravvivere a se stesso come Isacco e vivere dopo la sua morte, e dopo il suo Sacrificio della Croce, onde intercedere sempre per noi e per tutte le nostre necessità. [Nell’istesso modo che Isacco, il quale era una bella figura di Gesù Cristo, sopravvisse al sacrificio, perché gli venne sostituita un’altra vittima, così in senso più vero, Gesù Cristo sopravvisse al suo Sacrificio perché  il Padre lo risuscitò]. – Il cuore dell’anima che si comunica, è un tempio, è un altare, è un’immagine del seno di Dio Padre; e in questo cuore, Gesù Cristo Nostro Signore si offre a Dio come sul Calvario, e continua gli atti e le preghiere che faceva mentre moriva e con i medesimi sentimenti.

LEZIONE V.

Nostro Signore dimora in noi, perciò possiamo ad ogni tempo comunicarci spiritualmente a Lui.

D. – E’ dunque una gran cosa la santa Comunione! Portare in se Nostro Signor Gesù Cristo pieno della divinità del Padre suo e di tutti i tesori della sapienza e della  scienza divina, quale ricchezza immensa!

R. – Verissimo, e per questo san Paolo dice che in vasi di creta portiamo grandi tesori. [Habemus thesaumm in vasis fictilibus. – II Cor., IV, 7). È questo, come dice ancora l’Apostolo, quell’eccesso di carità col quale Dio volle manifestare l’abbondanza della ricchezza della sua grazia col darci il Figlio suo, che è il carattere della sua sostanza e lo splendore della sua gloria e della sua bellezza [Propter nimiam charitatem, qua dilexit nos… Ut ostenderet in sæculis supervenientibus abundantes divitias gratiæ suæ, in bonitate super nos, in Christo Jesu. – Eph., II, 4-7- . — Splendor gloriæ, et figura substantiæ ejus. – Hebr., I, 3), l’ammirabile Ostia di lode (che abbiamo nel santo Sacramento), la sorgente della vita divina e di tutto il merito della Chiesa. – Ma v’è un altro mistero che deve accrescere ancora il nostro amore verso Dio, ed è l’amore con cui Egli ci ha dato il Figlio suo perché dimori in noi, non solamente nel tempo in cui riceviamo, con la santa Comunione, il suo Corpo e il suo Sangue, ma pure in tutti i momenti della nostra vita. Quanti Cristiani ignorano queste meraviglie!

D. – Ma che dite mai? Gesù Cristo abita in noi, in altro modo che nella santa Comunione?

R. – Sì; la spiegazione di questa verità servirà di fondamento per sciogliere la terza difficoltà, di cui ho detto sopra, e che riguarda l’orazione. Che nostro Signore dimori in noi in altra maniera che per la santa Comunione, non è una mia opinione, lo insegna chiaramente san Paolo con queste parole: Christum habitare per fidem in cordibus vestris [Eph., III, 17], Cristo per la fede abita in noi. Gesù Cristo abita nelle anime nostre, operandovi la vita divina, la quale è tutta compresa sotto il nome di fede. Egli abita in noi non solamente per la sua immensità come Verbo, per darci la vita umana e compiere le opere naturali; ma inoltre come Cristo per la sua grazia, onde renderci partecipi della sua unzione e della sua vita divina.

D. – Allora, possiamo partecipare spesso alla grazia di Nostro Signore Gesù Cristo? Ma, se noi portiamo sempre Gesù Cristo in noi, e possiamo a nostro piacimento partecipare alla sua grazia, allora non vi dovrebbe più essere bisogno di riceverlo sacramentalmente?

R. – Questa sarebbe una conclusione sbagliata. Quantunque Nostro Signore abiti nei nostri cuori per diffondervi ad ogni momento le grazie della sua vita divina, questo non ci dispensa dall’accostarci al santo Sacramento, perché la santa Comunione ci dà grazie speciali e abbondanti assai più di quelle che riceviamo fuori di questo Sacramento per la comunione soltanto spirituale. Nel Sacramento le grazie ci vengono date secondo la misura della somma carità di Dio, i cui tesori sono infiniti; quelle invece che riceviamo quotidianamente per l’orazione e per i sospiri del nostro cuore, ci vengono date secondo che rinunciamo a noi stessi e a tutti gli intimi desideri della natura; e inoltre l’effetto dipende ancora dai sentimenti di fede, di carità, di umiltà e di altre particolari disposizioni; orbene siccome queste disposizioni troppo spesso sono guaste dalle infedeltà della creatura, le comunicazioni di Gesù Cristo e le comunioni alla sua vita interiore sono molto rare e molto deboli. La creatura guasta tutto e impedisce l’effettuazione dei grandi disegni di Dio sopra di noi. Oh, quanto desidererei che i Cristiani conoscessero la loro felicità, sapendo che possiedono in se stessi quel prezioso tesoro che è Gesù, nel quale e col quale possono compiere tante cose a gloria di Dio! – Riflettiamo dunque con una continua attenzione a questa grande verità, che Gesù Cristo è presente in noi per santificarci, sia in noi medesimi, sia in tutte le opere nostre, e per riempire di Lui stesso tutte le nostre facoltà. Gesù Cristo vuole essere la luce della nostra mente, l’amore e il fervore del nostro cuore, la forza e la virtù di ogni nostra facoltà, affinché in Lui possiamo conoscere, amare Dio suo Padre, adempiere la volontà di Lui, sia per far tutto in onore di Lui, sia per soffrire e sopportare ogni cosa per la sua gloria.

SALMI BIBLICI: “NONNE MEA SUBIECTA ANIMA MEA (LXI)

SALMO 61: “NONNE DEO SUBIECTA anima mea”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS -LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 61

In finem, pro Idithun. Psalmus David.

[1] Nonne Deo subjecta erit anima mea?

ab ipso enim salutare meum.

[2] Nam et ipse Deus meus et salutaris meus; susceptor meus, non movebor amplius.

[3] Quousque irruitis in hominem? interficitis universi vos, tamquam parieti inclinato et maceriae depulsae?

[4] Verumtamen pretium meum cogitaverunt repellere; cucurri in siti; ore suo benedicebant, et corde suo maledicebant.

[5] Verumtamen Deo subjecta esto, anima mea, quoniam ab ipso patientia mea;

[6] quia ipse Deus meus et salvator meus, adjutor meus, non emigrabo.

[7] In Deo salutare meum et gloria mea; Deus auxilii mei, et spes mea in Deo est.

[8] Sperate in eo, omnis congregatio populi; effundite coram illo corda vestra; Deus adjutor noster in æternum.

[9] Verumtamen vani filii hominum, mendaces filii hominum in stateris, ut decipiant ipsi de vanitate in idipsum.

[10] Nolite sperare in iniquitate, et rapinas nolite concupiscere; divitiæ si affluant, nolite cor apponere.

[11] Semel locutus est Deus; duo hæc audivi: quia potestas Dei est,

[12] et tibi, Domine, misericordia: quia tu reddes unicuique juxta opera sua.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LXI

L’argomento del presente è la pazienza nelle tribolazioni, e la confidenza in Dio e non nelle ricchezze terrene.

Per la fine: per Idithum; salmo di David.

1. Non sarà ella soggetta a Dio l’anima mia, mentre da lui dipende la mia salute?

2. Imperocché ed egli è mio Dio e mio Salvatore; egli mia difesa, non sarò più in agitazione.

3. Fino a quando assalite un uomo, e voi tutti cercate di dar morte ad uno, che è quasi muro che casca, e come scommossa macerie?

4. Ma eglino pensarono a levarmi quello che ho di prezioso: corsi sitibondo; e’ benedicevano colla bocca e in cuor loro maledicevano.

5. Ma tu, anima mia, sii soggetta a Dio, imperocché da lui (viene) la mia pazienza.

6. Perché egli è il mio Dio e il mio Salvatore; egli mio aiuto, e io non vacillerò.

7. In Dio la mia salute e la mia gloria; egli il Dio di mia difesa, e la mia speranza è in Dio.

8. Confidate in lui, o popoli quanti voi siete, spandete dinanzi a lui i vostri cuori: Dio nostro aiuto in eterno.

9. Certamente vani sono i figliuoli d’Adamo, bugiardi i figliuoli degli uomini posti sulle bilance; onde tutti insieme ingannano più che la vanità. (1)

10. Non vogliate confidar nell’iniquità, e non vogliate amar le rapine; se le ricchezze vi vengono in copia, non ponete in esse il cuor vostro.

11. Una volta ha parlato Dio, queste due cose io udii: Che la potenza è di Dio;

12. e che in te, o Signore, è misericordia, perché tu renderai a ciascheduno secondo le sue operazioni.

(1) I figli degli uomini sono mendaci nelle bilance, vale a dire che quando li si mette sulla bilancia della giustizia, salgono, perché sono senza peso, come le cose più vane, è il senso dell’ebraico: “in bilance ascendunt”.

Sommario analitico

In questo salmo, che si riporta alla persecuzione di Saul o ai tempi della ribellione di Assalonne, allorché Davide era stato destituito dal suo trono e cacciato dalla sua città capitale, il Re-Profeta:

I. Mette tutta la sua fiducia in Dio:

gli sottomette la sua anima: – a) perché è il suo Dio, – b) perché è il suo Salvatore, – c) perché è il suo sostegno ed il suo protettore (1, 2).

Rimprovera ai suoi nemici: – a) il loro ardore e la violenza nel cacciarlo; – b) la loro crudeltà, perché cercano di togliergli la vita; – c) la loro follia, pensando di cacciarlo come se Dio lo abbia abbandonato (3); – d) la loro ambizione, perché  vogliono prendergli la corona; – e) la loro ostinazione, in quanto lo perseguitano nella sua fuga e lo spingono verso l’estremo pericolo; – f) la loro ipocrisia e la loro malizia, poiché lo benedicono con la bocca e lo maledicono con il cuore (4).

3° Egli loda Dio: a) che gli dà la pazienza di sopportare l’afflizione; b) gli ha dato aiuto e protezione per riportare la vittoria (5, 7). 

II. – Esorta coloro che sono riuniti intorno a lui e tutto il suo popolo a condividere questa speranza:

1° effondendo il loro cuore davanti a Lui; 2° aspettando da questo potente Protettore il soccorso di cui hanno bisogno (8); 3° disprezzando il soccorso e l’appoggio degli uomini, che non sono che menzogna ed inganno (9); 4° non confidando nelle ricchezze acquisite spesso con la frode occulta o con rapine scoperte (10); 5° mettendo tutta la loro fiducia in Dio, – a) che può e vuole ricoprili con la sua potenza e la sua misericordia; – b) che, per la sua giustizia, rende a ciascuno secondo le sue opere (11, 12).

Spiegazioni e Considerazioni

I. – 1-7.

ff. 1, 2. – L’inizio di questo Salmo è dedicato a tranquillizzare ogni anima agitata e turbata. Occorre dire a se stessi: Ma come, non sarò io sottoposto al Signore? Non aspetterò la sua visita in pace ed in silenzio? E allora, da chi posso sperare la mia salvezza? La mia difesa? Non è Egli il mio Dio, mio asilo, la roccia indistruttibile sulla quale stabilirmi? Queste considerazioni si estendono a tutte le traversie della vita, senza eccezioni, anche nei rimorsi che causano i nostri peccati; perché dopo averli ricacciati nel fondo del nostro cuore, il peso che ci resta del ricordo di queste miserie, deve essere messo ai piedi di Dio, ed è solo da Lui che bisogna attendere la consolazione interiore. Se il Profeta si è rassegnato completamente nelle mani di Dio, quanto più noi dobbiamo prendere i medesimi sentimenti dal momento che abbiamo Gesù-Cristo come mediatore, avvocato, vittima! « Ah, diceva S. Ambrogio, noi abbiamo tutto in Gesù-Cristo e Gesù-Cristo in tutto. Se vogliamo essere guariti dalle nostre ferite, Egli è il nostro medico; se siamo brucianti per la febbre ardente dei piaceri, Egli è nostro refrigerio; se siamo schiacciati dal peso dei nostri peccati, Egli è nostra giustizia, se abbiamo bisogno di soccorso, Egli è nostra forza; se temiamo la morte, Egli è nostra vita; se fuggiamo le tenebre, Egli è nostra luce; se desideriamo il Cielo, Egli è la nostra via; se siamo affamati, è nostro alimento » (Berthier). 

ff. 3, 4. – « Voi vi riunite insieme per ucciderlo », il corpo di un solo uomo offre tanti spazi per i colpi, che tutti gli uomini possono colpirlo a morte! Così noi dobbiamo vedere in quest’uomo la nostra persona, la persona della nostra Chiesa, la persona del corpo del Cristo. Gesù-Cristo non è in effetti che un solo uomo, la testa ed il corpo, il Salvatore del corpo e le membra di questo corpo, due in una stessa carne (Gen. II, 24 e Efes. V, 30), in una stessa voce, in una stessa sofferenza, e più tardi, quando l’iniquità sarà passata, in uno stesso riposo (S. Agost.). – I ministri e gli strumenti del demonio, non si contentano di gettarsi una sola volta sulla loro vittima, essi uniscono e raddoppiano i loro sforzi, finché non abbiano rovesciato colui che attaccano e lo abbiano reso simile ad una muraglia che pende ed ad un tugurio diroccato. Finché una muraglia resta dritta e sul suo asse, conserva la propria solidità; ma dal momento che è inclinata, essa è necessariamente destinata a cadere. È la figura della natura umana fortemente inclinata dal peccato e che si è voluta distruggere dal fondo per ricostruirla su nuove fondamenta e renderla indistruttibile agli attacchi del nemico. – San Gregorio dà un eccellente avviso per incoraggiarci a combattere questa truppa scatenata contro di noi, cioè il demonio, la carne ed il mondo, i cattivi esempi, le rivolte dell’amor proprio, i falsi timori, le gioie sconvenienti, le inclinazioni sregolate; in una parola, tutto ciò che ci allontana dalla via della salvezza. Considerate – egli dice – dove siete stati, dove sarete, e dove siete o non siete. Voi siete stati peccatori, sarete presentati al giudizio di Dio, siete circondati da pericoli, non siete nella vostra vera patria (Berthier). – « Essi hanno iniziato a spogliarmi della nostra gloria ». La nostra gloria è la castità, che ci distingue dagli animali senza ragione e ci rende simili agli Angeli; la nostra gloria è la misericordia che si esercita nei riguardi degli indigenti, e ci riscatta dalla morte; la nostra gloria è la fede che conquista a Gesù-Cristo tutti gli uomini oppressi sotto il giogo dell’errore e dell’idolatria; la nostra gloria è la buona reputazione di cui godiamo presso gli uomini che vedono ed apprezzano il merito delle nostre buone opere; la nostra gloria è la purezza e la semplicità, perché non c’è niente di più prezioso di un uomo semplice (S. Ambr.) – Questo bene prezioso, questo prezzo dell’uomo, è il sangue di Gesù-Cristo. « Voi non siete stati riscattati a caro prezzo,  né diventate gli schiavi dell’uomo » (1 Cor. VII, 23). Questo bene che gli accoliti del demonio cercano di rendere inutile, reimmergendo nella servitù del peccato dal quale Gesù-Cristo ci aveva liberato (S. Basil.). – « Pertanto essi hanno costituito il disegno di distruggere la mia gloria ». Essi sono stati vinti nel momento in cui mettevano a morte degli uomini che non resistevano loro; « … il sangue delle loro vittime ha moltiplicato il numero dei fedeli; a loro volta essi hanno ceduto ai Cristiani non potendo distruggerli tutti. Pertanto hanno ordito un disegno per distruggere la mia gloria ». Or dunque che non si possono massacrare i Cristiani, si cerca di togliere loro la gloria come Cristiani. In effetti la gloria dei Cristiani genera oggi il tormento degli empi (S. Agost.). – Benedire con la bocca, maledire con il cuore, lodare in pubblico, distruggere la reputazione in segreto, è una oscura tradizione, molto comune nel mondo. Ma fare la stessa cosa riguardo a Dio « … onorarlo con le labbra ed avere il cuore ben lontano da Lui » (Matt. XV, 8), è una ipocrisia detestabile, e degna di tutti gli anatemi del cielo e della terra.

ff. 5-7. – Qual è la fonte della nostra pazienza in mezzo a tali scandali spaventosi, se non che noi speriamo ciò che non vediamo, e che attendiamo con pazienza? (Rom. VIII, 25). – La sofferenza mi è arrivata, il riposo mi verrà, la tribolazione mi è venuta, verrà anche il momento in cui sarò purificato da ogni peccato. Come brilla l’oro nel crogiuolo dell’orafo? Esso brillerà sul di un monile, su qualche ornamento, ma nell’attesa sopporta la fiamma del crogiuolo, per arrivare alla luce liberata da ogni mescolanza impura. In questo crogiuolo c’è della paglia, c’è del fuoco: l’orafo accende la fiamma; la paglia brucia nel crogiuolo, mentre l’oro si purifica; la paglia vien ridotta in cenere, e l’oro è liberato da ogni impurità. Il crogiuolo è il mondo; la paglia, gli empi; l’oro i giusti; il fuoco, le tribolazioni; l’orafo è Dio. Ciò che vuole, l’orafo la fa; laddove mi pone l’orafo io resto pazientemente; a me il dovere di sopportare, a Lui la scienza nel purificarmi. La paglia brucia per infiammarmi e per purificarmi. La paglia brucia per infiammarmi e per consumarmi, essa viene ridotta in cenere, ma io mi sono liberato da tutte le mie sozzure. Perché? « Perché la mia anima sarà sottomessa a Dio, perché la mia pazienza viene da Lui. » (S. Agost.). – Il Profeta torna ai due versetti precedenti, per mostrare la grandezza delle tentazioni dalle quali egli è assalito e la profondità della sua fiducia in Dio. Malgrado i fremiti dei miei nemici, la mia anima resta sottomessa a Dio in silenzio, perché è da Lui che viene la mia pazienza. Nel versetto 7, egli conclude mostrando che attende tutto da Dio, il fine ed i mezzi. Il fine è la liberazione di tutti i mali o la salvezza, ed il bene del sovrano Bene e della gloria; ed i mezzi che sono espressi testualmente, sono la nostra speranza ed il soccorso di Dio (Bellarm.).  

II. 8-13.

ff. 8. – Grande soggetto di fiducia per un Cristiano, è il tenersi legato all’assemblea del popolo di Dio. Si ha diritto di sperare in Lui se non si rompe mai il legame sacro di questa unità necessaria. È nell’assemblea che la carità unisce insieme e si può liberamente espandere il suo cuore alla presenza che Colui che dichiara che là dove due o tre sono riuniti nel suo nome, Egli si trova la in mezzo ad essi. È infine questa assemblea veramente cattolica che sola può glorificarsi di avere Dio eternamene come protettore, perché Egli non abbandonerà mai la sua Chiesa, e nessuna potenza, sulla terra e nell’inferno potrà mai prevalere contro di essa! (Duguet). – L’effusione del cuore davanti a Dio si fa in due maniere; innanzitutto quando lo si svuota da ogni affezione terrestre, per riceverne in seguito le impressioni dell’amore divino; (S. Basil.); in secondo luogo quando si espongono a Dio tutti i propri bisogni, tutte le miserie, affinché Egli rimedi con la sua grazia. Queste due maniere di pregare sono eccellenti, e di conseguenza, molto rare. La prima è la più difficile, perché bisogna spogliare l’anima da ogni passione, ridiscutere i suoi gusti, contrariarla nelle sue propensioni. Il caos non ha resistito al Signore, poiché esso era vuoto; l’anima piena di se stessa, non riceverà l’operazione divina, perché essa è già tutta occupata; bisogna svuotarla affinché la mano di Dio vi operi grandi cose. La parola del Profeta, « effondetevi davanti al Signore », deve essere meditata … essa comprende tutta la scienza dell’orazione, che non è altro che l’effusione del cuore nel seno di Dio (Berthier). – Noi non esporremo i nostri discorsi né i nostri pensieri che procedono dalla porzione spirituale della nostra anima, quella che noi chiamiamo ragione e per la quale siamo diversi dagli animali, se non con le nostre parole e di conseguenza per mezzo della bocca; così, versare il proprio cuore ed espandere il proprio cuore, non è altra cosa che parlare: « … versate davanti a Dio il vostro cuore », dice il Salmista, cioè esprimete e pronunciate le affezioni del vostro cuore con le parole. E la devota madre di Samuele, pronunziava le sue preghiere così fluidamente che appena si vedevano i movimenti delle labbra: « … io espando – ella diceva – la mia anima » (I  Re, I, 15), (S. Franc. De Sales, T. de l’am. de Dieu, L. 1, cap. IX).

ff. 9. – Non è possibile tracciare un ritratto più vero e nello stesso tempo più umiliante, della vanità dell’uomo, di quello che ci è stato presentato dal Profeta nel testo di questo versetto. Egli immagina una bilancia sulla quale gli uomini sono messi in contrappeso con la vanità, o piuttosto col niente; perché la parola che si legge nel testo significa “ciò che non ha solidità”, sostanza, ciò che non è niente. Ora, a questa prova, arriveranno, secondo lui, tutti gli uomini, sia i grandi che i piccoli, e saranno sollevati da questo niente; e questo niente li farà risalire sulla bilancia quasi come il piombo fa risalire la piuma. Da questo si conclude che gli uomini sono men che nulla. Il Profeta dice allora che l’uomo è divenuto simile alla vanità, cioè al niente; ma qui egli cambia il quadro, e lo dipinge ancor più come inferiore al niente. Fuggiamo – diceva a questo riguardo S. Ambrogio – fuggiamo da un luogo dove non c’è nulla, ove ciò che si considera come importante e magnifico è vuoto di esistenza, ove ciò che si stima qualcosa è un niente. –  Il Profeta reale ha ben ragione di dire che i figli degli uomini sono vacui, che le loro bilance sono ingannevoli e che, per solo difetto di conoscenza, non c’è nella maggior parte dei loro giudizi che illusione e menzogna; perché non c’è forse nulla di più comune al mondo che giudicare sulle apparenze, giudicare nelle azioni le intenzioni, giudicare i rapporti degli altri, o se si giudica da se stessi giudicare con precipitazione, giudicare con sicurezza piena di presunzione, far valere dei semplici sospetti come cose dimostrate e convinzioni, che abusare delle proprie vedute seguendole eccessivamente e portandole troppo lontane, estendendole al di là di quel che ci scoprono? Tutte queste, essendo delle fonti di falsi giudizi che ci formiamo gli uni contro gli altri, ci traviano e distruggono assolutamente la società. (BOURD., Jugem. témér.). – Di quale bilancia vuole parlare qui il Salmista? Tutti gli uomini non si si servono di bilance, o esercitano delle professioni ove è necessario l’uso dei pesi e delle bilance? Cosa vuole dire qui? Che in ognuno di noi il nostro Creatore ha posto il libero arbitrio come una bilancia nella quale possiamo pesare e discernere la natura del bene e del male. « Io ho posto davanti a voi la vita e la morte, il bene ed il male » (Deuter. XXX, 15), due cose diametralmente opposte; esaminatele al vostro tribunale, pesate con grande attenzione ciò che vi è più vantaggioso, scegliere un piacere effimero ed essere condannato per questa scelta ad una morte eterna, o scegliere una vita di tribolazione nell’esercizio della virtù, e pervenire così all’eterna felicità. Gli uomini sono dunque mendaci, ed i giudizi del loro spirito, corrotti, quando essi preferiscono – come fanno – il male al bene, la menzogna alla verità, le cose del tempo alle cose dell’eternità, una voluttà di un giorno ad una gioia che non deve mai aver fine.

ff. 10. – « Se le ricchezze affluiscono ». – « La natura delle ricchezze è lo scorrere ». Ammirate la verità di questa espressione. La natura delle ricchezze è lo scorrere: esse passano al di là di coloro che le possiedono, e necessitano di un cambio di possessori. Come un fiume che, scorrendo da un luogo sopraelevato, si avvicina a coloro che stanno sulla rive, ma se ne allontanano ben presto, così l’instabilità delle ricchezze non permette loro di restare per lungo tempo nelle stesse mani. Questo campo appartiene oggi a costui, e domani a quest’altro, dopodomani ad un altro ancora. Vedete le case della città, quanti nomi hanno portato da quando sono state costruite! Lo stesso vale per l’oro che passa incessantemente da mano in mani, e vi sarà più facile trattenere l’acqua nelle vostre mani che conservare per lungo tempo le ricchezze che possedete! « Se dunque esse affluiscono nelle vostre mani, non attaccatevi i vostri cuori. Usatene come uno strumento, un mezzo, ma badate a non considerarle, ammirarle, amarle come il bene sovrano « (S. Basilio). – « Non sperate nell’iniquità ». Non desiderate le ricchezze che sono la fonte dell’orgoglio, dell’arroganza, gli ausili della voluttà, gli architetti e i fabbricanti di ogni vizio, e privano l’uomo dell’amicizia di Dio, ma desiderate la virtù, che ci libera da ogni male. (S. ISID. ad Mart. presbit.). Davide condanna qui l’eccessivo amore delle ricchezze anche legittime. Sant’Agostino nota ingegnosamente che coloro che tolgono i beni agli altri, sono derubati a loro volta nello stesso tempo dal diavolo, che ruba loro l’anima; egli sottolinea ancora, con San Basilio e Sant’Ambrogio, che la parola « affluiscono », che ricorda il termine « fluente », avverte del passaggio rapido dei beni della terra, rapidità che deve impedirci di dare a loro il nostro cuore, affinché non scorra con esse, ma le faccia dirigere verso il cielo per renderle utili, così come il contadino che, invece di lasciarsi travolgere da una corrente d’acqua, la destreggi per dirigerla sia verso un mulino e farlo girare, sia verso un giardino onde irrigarlo, sia verso un altro utile scopo.

ff. 11. 12. – Dio è potente e nel contempo misericordioso nel suo giudizio. Non sperate dunque nell’iniquità, non attaccate il vostro cuore alle ricchezze, non abbracciate la vanità e non lasciate corrompere il giudizio del vostro spirito. Voi sapete che il nostro Dio è potente, temete la sua forza e la sua potenza e quindi non disperate della sua bontà e della sua misericordia (S. Basilio). – Comprendete la potenza di Dio e la misericordia di Dio. Quasi tutte le scritture sono contenute in queste due cose; è a causa di esse che son venuti i Profeti, a causa di esse che son venuti i Patriarchi, per loro che è venuta la Legge, a causa loro che è venuto Nostro Signore Gesù-Cristo stesso, a per causa loro che la parola di Dio è annunciata e resa pubblica in tutta la Chiesa, a causa, io dico, di queste due cose: a causa della potenza e della misericordia di Dio. Temete la sua potenza, amate la sua misericordia. Non presumete della sua misericordia in modo da disprezzare la sua potenza; non temete la sua potenza in modo da disprezzare la sua misericordia. In Lui è la potenza, in Lui la misericordia. Egli umilia gli uni ed eleva gli altri (Ps. LXXIV, 8): Egli umilia gli uni con la sua potenza, ed eleva gli altri con la sua misericordia. « In effetti, dice l’Apostolo, Dio volendo manifestare la sua ira e far conoscere la sua potenza, ha sopportato con grande pazienza vasi di collera, già pronti per la perdizione » (Rom. IX, 22). – Voi cercate di comprendere la potenza, cercate ora la misericordia:  « … per far conoscere la ricchezza della sua gloria verso vasi di misericordia, da lui predisposti alla gloria » (Idem 23). Appartiene a questa potenza il condannare gli ingiusti. E chi Gli dirà: « cosa avete fatto? » – « O uomo, chi sei tu per disputare con Dio? » (Ibid. 20). Temete dunque, e abbiate paura della sua potenza, ma sperate nella sua misericordia (S. Agost.). – Il Signore ha parlato una volta, ha pronunciato una parola, ed io ne sento due, cioè: Egli è onnipotente e pieno di misericordia. Cosa vuol dire questo – si chiede S. Agostino – ? È vero, risponde questo Padre, che Dio non ha mai proferito che una sola parola all’interno di Se stesso, che è il suo Verbo; ma questo Verbo, questa parola uscita da Dio, ci ha fatte ascoltare due voci, quella della misericordia e quella della giustizia. La voce della giustizia ci minaccia, e la voce della misericordia ci rassicura (BOURD., Prédest.). – Dio ha parlato una volta, dice Davide, e cosa ha detto, dice il gran Profeta? « Egli ha parlato una volta ed io – egli dice – ascolto queste due cose: che a Dio appartiene la potenza, e a Lui appartiene la misericordia », per cui vedete manifestamente che Dio si gloria della sua potenza e della sua bontà. È la vera gloria di Dio, perché la misericordia divina, piena di compassione per la bassezza delle creature, sollecitando in loro favore la potenza,  nello stesso tempo orna ciò che non ha nessun ornamento da se stesso, e fa ritornare tutto l’onore a Dio, che solo è capace di sollevare ciò che non è niente dalla sua condizione naturale (Bossuet, Vertu de la Croix).

UN’ENCICLICA AL GIORNO, TOGLIE GLI USURPANTI APOSTATI DI TORNO … E PURE GLI SCOMUNICATI: SS. CLEMENTE XII – “IN EMINENTI”

Il nemico della Chiesa e dell’umanità, braccio operante di satana e dei suoi adepti, la setta massonica, viene già individuata dal Santo Padre Clemente XII fin dal 1738, cioè una ventina di anni dopo la sua costituzione ufficiale, anche se era ben presente con denominazioni ed aggregazioni varie da alcuni secoli, … pensiamo ai Rosa Croce, alle pseudo-accademie e lincei nazionali, ai mitrei ove si praticava il culto di Mitra e del dio sole [uno dei capisaldi esoterici tuttora attuali delle conventicole massoniche, noto come “eliocentrismo”, rivestito con falso sapere astronomico da una maschera razional-scientifica che ancora oggi si serve di foto taroccate e di filmati cinematografici di enti pseudospaziali che foraggiano abbondantemente falsi scienziati e fasulli esperti giornalisti, per dimostrare la realtà assurda della terra-palla che si opponga – ridicolizzandola – alla verità biblica mostrata nelle Sacre Scritture], agli occultismi alchemici [dei Newton, Keplero, Bacone, Galileo etc.], ai cabalismi gnostici e a tante altre deliranti diavolerie suggerite dai demoni di turno ad uomini corrotti e orgogliosi del loro nulla; gli effetti di questa satanica aggregazione, già si facevano sentire nella società dell’epoca tanto da generare sospetti, poi divenuti certezze, che indussero il Sommo Pontefice ad una condanna netta, senza appello per chiunque aderisse, in qualsiasi veste, a queste associazioni che accoppiavano ai ridicoli loro pseudo-culti [ornati da grembiulini, medagliette, cappelli frigi con pendagli e nastrini vari…], la corruzione della società e l’odio accanito contro la santa Chiesa Cattolica e contro il Cristo ed il suo Vicario. Si tratta della prima ferma condanna di questo movimento infernale che doveva diffondersi a macchia d’olio nel mondo intero realizzando le profezie sul “mistero dell’iniquità” del quale San Paolo parlava già ai fedeli di Tessalonica. Nessuna simulazione, nessuno sconto per i seguaci del baphomet-lucifero, i sedicenti “figli della vedova”, come amano definirsi, secondo una ridicola favola massonica, i seguaci di satana e nemici di Cristo: « … decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. ». Abbiamo sottolineato le parole “in perpetuo” onde chiarire a tutti gli attuali aderenti alle conventicole, purtroppo attualmente infiltranti, anzi dominanti i sacri palazzi e la falsa “chiesa dell’uomo”, di montiniana istituzione, di cui hanno le redini in mano saldamente [… non della Chiesa Cattolica, come alcuni eretici e scismatici presumono, poiché la vera Chiesa Cattolica, il Corpo mistico di Cristo, Sposa immacolata senza macchia e senza ruga del divin Coniuge, Maestra e luce del mondo, non è e non sarà mai macchiata dalle infamie della setta del “novus ordo” che si spaccia per Chiesa Cattolica … la Chiesa Cattolica, secondo il permesso di Dio e a nostra prova, è “eclissata”, nelle catacombe e nei sotterranei, è vero ed evidente, ma c’è, pur perseguitata e scacciata da ogni dove, ed è quella di sempre, nei riti e nella dottrina, pronta a risorgere, più viva e splendente che mai, quando tutti gli empi la dichiareranno oramai morta e sepolta], che la loro sentenza è già pronunziata ed è definitiva, ed il fuoco preparato dal loro “padre”, li aspetta superalimentato sette volte: « … sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore » (tradotto in altri termini, significa: scomunica latæ sententiæ riservata in modo speciale alla Santa Sede). E questo vale anche per i discendenti del “cavaliere kadosh” di Lille, che ha generato e partorito una marea di disgraziati, tra falsi prelati e ingannati fedeli, tutti sotto questa scomunica ed a quella degli altri successivi confermanti documenti apostolici. – Dopo aver letto la Bolla, al “pusillus grex” dei Cattolici non resta che pregare per tali sventurati ed offrirsi ostia sacrificale per la salvezza di questi poveracci che, senza una grazia speciale, sono oramai destinati all’eterna dannazione.

BOLLA DOGMATICA

“IN EMINENTI”

DEL SOMMO PONTEFICE CLEMENTE XII

“Sulla Condanna della Massoneria”

CLEMENTE PP. XII

Servo dei servi di Dio

A tutti i fedeli, salute ed Apostolica Benedizione!

Posti per volere della Clemenza Divina, benché indegni, nell’eminente Sede dell’Apostolato, onde adempiere al debito della Pastorale provvidenza affidato a Noi, con assidua diligenza e con premura, per quanto Ci è concesso dal Cielo, abbiamo rivolto il pensiero a quelle cose per mezzo delle quali – chiuso l’adito agli errori ed ai vizi – si conservi principalmente l’integrità della Religione Ortodossa, e in questi tempi difficilissimi vengano allontanati da tutto il mondo Cattolico i pericoli dei disordini. Già per la stessa pubblica fama Ci è noto che si estendono in ogni direzione, e di giorno in giorno si avvalorano, alcune Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Conventicole o Aggregazioni comunemente chiamate dei Liberi muratori o des Francs Maçons, o con altre denominazioni chiamate a seconda della varietà delle lingue, nelle quali con stretta e segreta alleanza, secondo loro Leggi e Statuti, si uniscono tra di loro uomini di qualunque religione e setta, contenti di una certa affettata apparenza di naturale onestà. Tali Società, con stretto giuramento preso sulle Sacre Scritture, e con esagerazione di gravi pene, sono obbligate a mantenere un inviolabile silenzio intorno alle cose che esse compiono segretamente. Ma essendo natura del delitto manifestarsi da se stesso e generare il rumore che lo denuncia, ne deriva che le predette Società o Conventicole hanno prodotto tale sospetto nelle menti dei fedeli, secondo il quale per gli uomini onesti e prudenti l’iscriversi a quelle aggregazioni è lo stesso che macchiarsi dell’infamia di malvagità e di perversione: se non operassero iniquamente, non odierebbero tanto decisamente la luce. Tale fama è cresciuta in modo così considerevole, che dette Società sono già state proscritte dai Prìncipi secolari in molti Paesi come nemiche dei Regni, e sono state provvidamente eliminate. Noi pertanto, meditando sui gravissimi danni che per lo più tali Società o Conventicole recano non solo alla tranquillità della temporale Repubblica, ma anche alla salute spirituale delle anime, in quanto non si accordano in alcun modo né con le Leggi Civili né con quelle Canoniche; ammaestrati dalle Divine parole di vigilare giorno e notte, come servo fedele e prudente preposto alla famiglia del Signore, affinché questa razza di uomini non saccheggi la casa come ladri, né come le volpi rovini la Vigna; affinché, cioè, non corrompa i cuori dei semplici né ferisca occultamente gl’innocenti; allo scopo di chiudere la strada che, se aperta, potrebbe impunemente consentire dei delitti; per altri giusti e razionali motivi a Noi noti, con il consiglio di alcuni Venerabili Nostri Fratelli Cardinali della Santa Romana Chiesa, a ancora motu proprio, con sicura scienza, matura deliberazione e con la pienezza della Nostra Apostolica potestà, decretiamo doversi condannare e proibire, come con la presente Nostra Costituzione, da valere in perpetuo, condanniamo e proibiamo le predette Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole dei Liberi Muratori o des Francs Maçons, o con qualunque altro nome chiamate. Pertanto, severamente, ed in virtù di santa obbedienza, comandiamo a tutti ed ai singoli fedeli di qualunque stato, grado, condizione, ordine, dignità o preminenza, sia Laici, sia Chierici, tanto Secolari quanto Regolari, ancorché degni di speciale ed individuale menzione e citazione, che nessuno ardisca o presuma sotto qualunque pretesto o apparenza di istituire, propagare o favorire le predette Società dei Liberi Muratori o Francs Maçons o altrimenti denominate; di ospitarle o nasconderle nelle proprie case o altrove; di iscriversi ed aggregarsi ad esse; di procurare loro mezzi, facoltà o possibilità di convocarsi in qualche luogo; di somministrare loro qualche cosa od anche di prestare in qualunque modo consiglio, aiuto o favore, palesemente o in segreto, direttamente o indirettamente, in proprio o per altri, nonché di esortare, indurre, provocare o persuadere altri ad iscriversi o ad intervenire a simili Società, Unioni, Riunioni, Adunanze, Aggregazioni o Conventicole, sotto pena di scomunica per tutti i contravventori, come sopra, da incorrersi ipso facto, e senza alcuna dichiarazione, dalla quale nessuno possa essere assolto, se non in punto di morte, da altri all’infuori del Romano Pontefice pro tempore. Vogliamo inoltre e comandiamo che tanto i Vescovi, i Prelati Superiori e gli altri Ordinari dei luoghi, quanto gl’Inquisitori dell’eretica malvagità deputati in qualsiasi luogo, procedano e facciano inquisizione contro i trasgressori di qualunque stato, grado, condizione, ordine dignità o preminenza, e che reprimano e puniscano i medesimi con le stesse pene con le quali colpiscono i sospetti di eresia. Pertanto concediamo e attribuiamo libera facoltà ad essi, e a ciascuno di essi, di procedere e di inquisire contro i suddetti trasgressori, e di imprigionarli e punirli con le debite pene, invocando anche, se sarà necessario, l’aiuto del braccio secolare. Vogliamo poi che alle copie della presente, ancorché stampate, sottoscritte di mano di qualche pubblico Notaio e munite di sigillo di persona costituita in dignità Ecclesiastica, sia prestata la stessa fede che si presterebbe alla Lettera se fosse esibita o mostrata nell’originale. A nessuno dunque, assolutamente, sia permesso violare, o con temerario ardimento contraddire questa pagina della Nostra dichiarazione, condanna, comandamento, proibizione ed interdizione. Se qualcuno osasse tanto, sappia che incorrerà nello sdegno di Dio Onnipotente e dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

Dato a Roma, presso San Pietro, il 28 aprile 1738, anno nono del Nostro Pontificato.

Clemente P.P. XII

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2019)

DOMENICA XXIII DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Jer XXIX: 11; 12; 14
Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]
Ps LXXXIV: 2
Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob.
[Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitú di Giacobbe.]

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. [Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.]

Oratio

Orémus.
Absólve, quǽsumus, Dómine, tuórum delícta populórum: ut a peccatórum néxibus, quæ pro nostra fraglitáte contráximus, tua benignitáte liberémur.
[Perdona, o Signore, Te ne preghiamo, i delitti del tuo popolo: affinché dai vincoli del peccato, contratti per lo nostra fragilità, siamo liberati per la tua misericordia.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Philippénses.
Phil III: 17-21; IV: 1-3

Fratres: Imitatóres mei estóte, et observáte eos, qui ita ámbulant, sicut habétis formam nostram. Multi enim ámbulant, quos sæpe dicébam vobis – nunc autem et flens dico – inimícos Crucis Christi: quorum finis intéritus: quorum Deus venter est: et glória in confusióne ipsórum, qui terréna sápiunt. Nostra autem conversátio in cœlis est: unde etiam Salvatórem exspectámus, Dóminum nostrum Jesum Christum, qui reformábit corpus humilitátis nostræ, configurátum córpori claritátis suæ, secúndum operatiónem, qua étiam possit subjícere sibi ómnia. Itaque, fratres mei caríssimi et desideratíssimi, gáudium meum et coróna mea: sic state in Dómino, caríssimi. Evódiam rogo et Sýntychen déprecor idípsum sápere in Dómino. Etiam rogo et te, germáne compar, ádjuva illas, quæ mecum laboravérunt in Evangélio cum Cleménte et céteris adjutóribus meis, quorum nómina sunt in libro vitæ.

OMELIA I

LA MORTIFICAZIONE CRISTIANA

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1920]

“Fratelli: Siate miei imitatori, e ponete mente a coloro che si diportano secondo il modello che avete in noi. Poiché ci sono molti dei quali spesse volte vi ho parlato; e adesso vene parlo con lacrime, i quali si diportano da nemici della croce di Cristo: la loro fine è la perdizione; il loro Dio è il ventre: si vantano in ciò che forma la loro confusione, e non han gusto che per le cose terrene. Noi, invece, siamo cittadini del cielo, da dove pure aspettiamo, come Salvatore, il nostro Signor Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso; per quella potenza che ha di poter anche assoggettare a sé ogni cosa. Pertanto, miei fratelli carissimi e desideratissimi, mio gaudio e mia corona, continuate a star così fermi nel Signore, o amatissimi. Prego Evodia ed esorto Sintiche ad avere gli stessi sentimenti nel Signore. E prego anche te, fedel compagno, di venir loro in aiuto: esse hanno combattuto con me per il Vangelo, insieme con Clemente e con gli altri miei collaboratori, i cui nomi sono nel libro della vita”. ( Fil. III, 17 – 1, 4, 3).

S. Paolo, prima di chiudere la lettera ai Pilippesi, li esorta a conseguire la perfezione cristiana. Per raggiungere questo ideale, cerchino di imitare lui e quelli che vivono seguendo il suo esempio; e non badino a quei Cristiani che tengono una condotta affatto contraria alla mortificazione, che ci è predicata dalla croce di Gesù Cristo. Non si dimentichino, che la fine di costoro è la morte eterna. Noi dobbiamo tenere tutt’altro contegno. Centro dei nostri pensieri e dei nostri affetti è il cielo: là dev’essere la nostra vita. Di là aspettiamo Gesù Cristo, che verrà a renderci perfettamente beati, trasformando il nostro vile corpo sul modello del suo corpo glorioso. – Stiamo, dunque, uniti fortemente a Dio. Raccomanda poi la concordia tra Evodia e Sintiche, e prega un suo collaboratore d’aiutarle a questo scopo. – La mortificazione, che ci è predicata dalla croce di Cristo:

1°) è propria dei Cristiani che voglion praticar la virtù,

2°) Non esser nemici della croce,

3°) Non scambiare l’esilio con la patria.

1.

Fratelli: Siate miei imitatori e ponete mente a coloro che si diportano secondo il modello che avete in noi.

Questo invito di S. Paolo era molto importante per i Filippesi, perché non mancavano esempi di cattivi Cristiani, i quali facevano loro Dio il ventre, e si vantavano in ciò che formava la loro confusione, col condurre una vita sontuosa e lussuriosa. L’avvertimento vale anche per tutti noi. Ci sono tanti Cristiani, che al solo pensiero di condurre una vita mortificata, come era quella di S. Paolo e dei suoi seguaci, si spaventano. Non è più comoda la vita di coloro, che mangiano e bevono lautamente, e si godono tutti i piaceri? Sarà una vita più comoda; ma poco cristiana. Niente è più discorde dalla vita cristiana che consumare il tempo nei banchetti, o nel dolce far nulla, e godersi i piaceri. – Gesù Cristo da coloro che vogliono essere suoi seguaci chiede qualche cosa di diverso. A chi vuol portare il suo nome, ed essere suo discepolo chiede la mortificazione. E S. Paolo ci dice molto chiaramente di che mortificazione si tratta : « Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la loro carne coi vizi e con le concupiscenze » (Gal. V, 24). Non è questa la mortificazione che, in alcune circostanze e per certi motivi, ammette anche il mondo: mortificare gli eccessi della gola quando potrebbero essere nocivi: ma finché non sono nocivi, passino: mortificare la sensualità quando ne va di mezzo la salute; reprimere l’ira e soffocare i sentimenti di vendetta, quando ci possono portare ad azioni che incorrono nel codice, ecc. La mortifìcazione cristiana è assai più estesa e parte da motivi ben più nobili. Il Cristiano deve percorre la via delle virtù: la mortificazione gli serve per togliere gli ostacoli, che cercano di impedirgli questo cammino, come insegna Gesù Cristo: «Se il tuo occhio destro ti scandalizza, devi cavartelo e gettarlo lontano da te; è molto meglio che perisca un solo tuo membro, piuttosto che venga buttato nella Gehenna l’intero tuo corpo. E se la tua mano destra ti scandalizza, tagliala e gettala via; è meglio per te perdere un solo membro che esser buttato nella Gehenna con tutto il tuo corpo» (Matt. V, 29-30). – Base delle virtù è l’umiltà. Ma la pratica dell’umiltà non è altro che la mortificazione dell’amor proprio, della suscettibilità, della boria ecc. Chi vuol esser generoso verso i poveri deve mortificare la brama delle ricchezze. Chi vuol essere casto deve mortificare i propri occhi, le proprie orecchie, la propria carne. Non si può esser pazienti, senza reprimere i moti d’ira, di sdegno, di ribellione, che ci assalgono per un’ingiuria ricevuta, una contrarietà, una disgrazia. Non si può perdonare ai nemici senza combattere lo spirito di risentimento e di vendetta. Non si può lavorar seriamente al servizio di Dio, senza vincere l’accidia. Le passioni cercano di aver il dominio sulla volontà; il seguace di Gesù Cristo mortifica le passioni per poter sottometterle alla volontà. Chi non sa domare un focoso puledro sarà da lui sbattuto a terra, calpestato, trascinato. Trattandosi delle pretese della nostra corrotta natura, o calpestarle o lasciarsi da esse calpestare. Non potremo mai essere virtuosi senza calpestare i vizi opposti alle virtù. Perciò è assolutamente necessaria al Cristiano la mortificazione, con la quale « s’indice la guerra ai vizi, s’aumenta il progresso d’ogni virtù » (S. Leone M. Serm. 40, 2).

2.

Di quei cattivi Cristiani che conducevano una vita larga, la quale era di scandalo agli altri, dice S. Paolo che si diportano da nemici della croce di Cristo: « poiché se amassero la croce, procurerebbero di condurre una vita crocifissa » (S. Giov. Crisost. In Epist. ad Philipp. Hom, 13, 1). – Gesù Cristo per espiare i nostri peccati mortifica la propria volontà. « Padre mio, — dice incominciando la passione — se è possibile, passi da me questo calice! Tuttavia, non come voglio Io, ma come vuoi Tu» (Matth. XXVI, 39). Fa il sacrificio del suo onore. Tutto sopporta: contraddizioni, ingiurie, calunnie. Il suo corpo è assoggettato alle veglie, ai digiuni, alle fatiche continue dell’apostolato, alle privazioni. Egli può dire: « Le volpi hanno delle tane, e gli uccelli dell’aria hanno dei nidi, ma il Figliuolo dell’uomo non ha dove posare il capo » (Matth. VIII, 20). Alla fine è percosso, ferito, trafitto sopra una croce, Da quel momento la croce è il simbolo dell’espiazione, delle privazioni, del sacrificio, delle rinunce. Ora, chi non sa imporsi un limite nel mangiare e nel bere; chi non sa moderare la sua gola, chi non sa allontanare i suoi sensi da ciò che potrebbe essere materia di peccato, è necessariamente nemico della croce. Chi non sa reggere i moti dell’animo, dominandolo nei turbamenti, negli impeti dell’ira, nella brama di sovrastare agli altri, nella tristezza pel bene altrui, nella contentezza per l’altrui male, è necessariamente nemico della croce. Chi non sa sottoporre la propria volontà alla volontà di Dio, è nemico della croce. – I santi compresero molto bene l’importanza di questa crocifissione corporale e spirituale. Chi fugge dalla croce, fugge la via della salute. Ed essi che ci tenevano tanto alla eterna salute propria e a quella del prossimo, si stimavano felici di poter imitare Gesù Cristo nelle opere di mortificazione interna ed esterna; di poter, per mezzo della mortificazione, raffinarsi nella virtù, espiare le proprie colpe e quelle di tanti infelici, che si dimenticano di essere seguaci di Gesù Cristo. – La vita dei gaudenti anziché far loro invidia, era motivo di grande pena. L’apostolo, parlando di costoro, dice: ve ne parlo con lacrime. La croce di Cristo è loro offerta come mezzo di salvezza, ed essi la rigettano. Che diremmo di uno che, caduto in un burrone, rifiuta di attaccarsi alla corda che gli viene calata; che, travolto dalle onde, respinge la mano che tenta di afferrarlo; investito dalle fiamme, si divincola dalle braccia che l’hanno raccolto per portarlo in salvo? La carne con le sue concupiscenze, il nostro interno con tutte le sue debolezze ci investono, ci travolgono, ci portano alla morte spirituale: la croce delle mortificazioni può liberarcene, e noi la respingiamo. «Si accettano volentieri croci d’oro e d’argento; ma le altre ordinariamente si disprezzano», diceva Santa Maria Maddalena Postel (Mons. Arsenio Maria Legoux. Vita di S. Maria Maddalena Postel. Tradotta dal francese. Roma 1925).  La croce della mortificazione è una delle più disprezzate. Le anime buone hanno ben ragione di piangere, come S. Paolo, sullo stato di coloro che pospongono la croce ai godimenti.

3.

Noi siamo cittadini del cielo. Quaggiù non siamo in casa nostra, siamo esiliati in una valle di lacrime. Il godimento pieno che renderà pago il nostro cuore e felice tutto il nostro essere l’avremo in cielo. Non dobbiam dimenticarci che quaggiù non è il luogo dei godimenti, ma il luogo in cui si meritano i godimenti. Chi si dimentica di questo, non pensa a contrastare e a combattere le tendenze della corrotta natura, e alla fine si accorgerà di aver operato da stolto. Quelli che odiano la mortificazione in questa vita, non faranno mai passaggio dall’esilio alla patria celeste: la loro fine è la perdizione. «Ogni cosa ha il suo tempo stabilito» (Eccles. III, 1). Per i Cristiani il tempo dell’esilio terreno è il tempo stabilito per la propria santificazione, che non si acquista senza una mortificazione continua. Quindi, come osserva S. Agostino, « la nostra occupazione in questa vita è questa: dar morte con lo spirito alle azioni della carne, che dobbiamo affliggere, indebolire, frenare, mortificare» (Serm. 156, 2). Vi è «tempo di guerra e tempo di pace» (Eccles. III, 8). Il tempo del nostro esilio terreno è tempo di guerra continua contro la concupiscenza. Guerra che S. Bernardo chiama « una specie di martirio… più mite di quello in cui vengono tagliate le membra, quanto all’orrore; ma più molesto quanto alla durata » (In Cant. Serm. 30, 11). È una durata che ha termine; è una durata brevissima, se la paragoniamo alla durata della vita celeste; ma la nostra condizione, fin che la vita dura rimane la medesima: una lotta molesta contro le nostre cattive inclinazioni. – Mortificare il proprio corpo, non vuol dire renderlo infelice; tutt’altro. Vuol dire impedirgli la sorte destinata ai corpi dei gaudenti, i quali «fioriscono nel secolo, disseccano nel giudizio, e, dissecati, sono gettati nel fuoco eterno» (S. Agostino. En. in Ps. LIII, 3.). S. Paolo, dopo tanto lavoro per la gloria di Dio e la salvezza delle anime dichiara: «Affliggo il mio corpo e lo riduco in servitù, perchè non avvenga che dopo aver predicato agli altri, io stesso sia reprobo» (I Cor. IX, 27). – Mortificare il proprio corpo vuol dire prepararlo a essere circonfuso di splendore e di gloria quando verrà il nostro Signor Gesù Cristo, il quale trasformerà il nostro miserabile corpo, rendendolo conforme al suo corpo glorioso. Questo però avverrà quando l’esilio terreno sarà finito per noi e per tutti i viventi. Finché siamo quaggiù, nostra cura dev’essere questa, di crocifiggere la carne con le sue concupiscenze. Quando gli Ebrei, nell’Egitto, crebbero di numero e di forza, Faraone ne ebbe paura. «Ecco — dice ai suoi — che il popolo dei figli d’Israele è numeroso e più forte di noi. Venite, opprimiamolo con saggezza, affinché non si moltiplichi più». E quando Mosè e Aronne, in nome del Signore, gli chiesero che lasciasse libero il popolo ebreo, risponde: «E quanto si moltiplicherà se date loro qualche sollievo dai lavori?» E dispone di non lasciare, agli Ebrei neppur un momento di respiro (Es. I, 9-10, V, 5 e segg.). È quello che dobbiamo far noi in questa vita: mortificare con saggezza le azioni della carne, perché non prendano il sopravvento; mortificarle sempre appena si manifestano, non lasciando loro un momento di respiro.

 Graduale

Ps XLIII: 8-9
Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti.
[Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano.]
In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula. Allelúja, allelúja. [In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno..]

Alleluja

Allelúia, allelúia

Ps CXXIX: 1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Allelúja. [Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthǽum.
Matt IX: XVIII, 18-26
In illo témpore: Loquénte Jesu ad turbas, ecce, princeps unus accéssit et adorábat eum, dicens: Dómine, fília mea modo defúncta est: sed veni, impóne manum tuam super eam, et vivet. Et surgens Jesus sequebátur eum et discípuli ejus. Et ecce múlier, quæ sánguinis fluxum patiebátur duódecim annis, accéssit retro et tétigit fímbriam vestiménti ejus. Dicébat enim intra se: Si tetígero tantum vestiméntum ejus, salva ero. At Jesus convérsus et videns eam, dixit: Confíde, fília, fides tua te salvam fecit. Et salva facta est múlier ex illa hora. Et cum venísset Jesus in domum príncipis, et vidísset tibícines et turbam tumultuántem, dicebat: Recédite: non est enim mórtua puélla, sed dormit. Et deridébant eum. Et cum ejécta esset turba, intrávit et ténuit manum ejus. Et surréxit puélla. Et éxiit fama hæc in univérsam terram illam.

OMELIA II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE LI.

 “In quel tempo, mentre Gesù parlava alle turbe, ecco che uno de’ principali se gli accostò, e lo adorava, dicendo: Signore, or ora la mia figliuola è morta; ma vieni, imponi la tua mano sopra di essa, e vivrà. E Gesù alzatosi, gli andò dietro co’ suoi discepoli. Quand’ecco una donna, la quale da dodici anni pativa una perdita di sangue, se gli accostò per di dietro, e toccò il lembo della sua veste. Imperocché diceva dentro di sé: Soltanto che io tocchi la sua veste, sarò guarita. Ma Gesù rivoltosi e miratala, le disse: Sta di buon animo, o figlia; la tua fede ti ha salvata. E da quel punto la donna fu liberata. Ed essendo Gesù arrivato alla casa di quel principale, e avendo veduto i trombetti e una turba di gente, che faceva molto strepito, diceva: Ritiratevi; perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ed essi si burlavano di lui. Quando poi fu messa fuori la gente, Egli entrò, e la prese per una mano. E la fanciulla si alzò. E se ne di volgo la fama per tutto quel paese” (Matth. IX, 18-26).

Il divin Redentore durante la sua vita pubblica, come osserva S. Giovanni Grisostomo, andava alternando le istruzioni coi miracoli ed i miracoli colle istruzioni, sanando dopo di aver istruito ed istruendo dopo aver sanato. Ora Egli aveva avuto un importante trattenimento coi discepoli di Giovanni Battista. Questi erangli stati spediti dai Farisei per domandargli, perché essi digiunavano sovente, mentre i suoi discepoli non digiunavano. E nel momento che il Salvatore parlava ancora, un principe della sinagoga lo pregò a recarsi presso di lui per operarvi un miracolo in favore di sua figlia. Gesù si arrese alla sua preghiera, e strada facendo guarì una povera donna, che da dodici anni era inferma. Sono questi due miracoli operati dal Salvatore a Cafarnao, sulla fine del primo anno di sua predicazione, che riferisce oggi il Santo Vangelo e che noi brevemente considereremo.

1. In ogni città della Giudea v’erano più sinagoghe, e ciascuna di esse aveva un capo od un principe incaricato di presiedere alle religiose adunanze, e di regolare tutto quanto riguardava la lettura e l’interpretazione dei Libri sacri. Ora mentre Gesù predicava alle turbe, uno di costoro (chiamato Giairo) se gli accostò e lo adorava dicendo: Signore, or ora la mia figliuola è morta; ma tu vieni, imponi la tua mano sopra di essa e vivrà. Ecco adunque come questo padre si mostra dolente per la morte della sua figlia e sollecito per ottenere da Gesù che ella ritorni a vita. Oh se questo dolore e questa sollecitudine fossero imitati da coloro, che hanno avuto la sventura di perdere la vita dell’anima loro! S. Giovanni Crisostomo nota, che Iddio ci ha dato due occhi, duo orecchie, due mani, due piedi, affinché se veniamo a perderne uno dei due, possiamo servirci di quello che abbiamo ancora. Ma, dice questo Padre, Iddio non avendoci data che una sola anima, il nostro dolore dovrebbe essere senza misura, quando ne perdiamo la vita a cagione del peccato mortale! Ma invece quanti vi sono, che si affliggono tanto dei mali del corpo e nulla si affliggono della morte dell’anima! Quanti poi rimangono in questo stato di morte spirituale i giorni, le settimane, i mesi e persino gli anni, senza darsi alcuna sollecitudine di uscirne! Ma perché, o miei cari, perché prolungare le vostre torture, i vostri rimorsi, i vostri travagli? Perché  ritardare il ritorno della pace, dell’innocenza e dell’amore! E non potrebbe da un istante all’altro colpirvi la morte e farvi andare eternamente perduti? E quand’anche Iddio vi risparmiasse in vita, poiché un abisso chiama un altro abisso, non potreste cadere in un altro peccato e colmare così la misura di quelli, che Iddio ha stabilito di perdonarvi? – È sentenza comune di molti santi Padri, di S. Basilio, di S. Gerolamo, di S. Ambrogio, di San Cirillo Alessandrino, di S. Giovanni Grisostomo, di S. Agostino, e d’altri, che siccome Iddio tiene determinato il numero per ciascun uomo dei giorni di vita, dei gradi di sanità e di ingegno, che vuol dargli, così ancora tiene a ciascuno determinato il numero dei peccati che vuol perdonargli; compìto il quale, non perdona più. E questi Padri non han parlato a caso, ma fondati sulle divine scritture. In un luogo disse il Signore, che tratteneva la ruina degli Amorrei, perché non era compìto ancora il numero delle loro colpe. In altro luogo disse: Io non avrò più compassione alcuna d’Israele. Mi hanno tentato per dieci volte, non vedranno la terra promessa. In altro luogo più chiaramente dice la sacra Scrittura: Il Signore aspetta pazientemente a punire venuto che sia il dì del giudizio, colmata già la misura dei loro peccati. Sicché Dio aspetta sino al giorno in cui si riempia la misura de’ peccati, e poi castiga. Di tal castigo poi vi sono molti esempi nella Scrittura, e specialmente di Saulle, che avendo l’ultima volta disubbidito a Dio, Dio l’abbandonò talmente ch’egli pregando Samuele, che avesse interceduto per lui: Sopporta, di grazia, il mio peccato, e torna indietro con me, affinché io adori il Signore; Samuele gli rispose: Non tornerò indietro con te, perché tu hai rigettata la parola del Signore, e il Signore ha rigettato te. Vi è l’esempio di Baldassarre, il quale stando a mensa profanò i vasi del tempio, ed allora vide una mano, che scrisse sul muro: Mane, Thecel, Phares. Venne Daniele, e spiegando quelle parole, tra l’altro disse: Sei stato pesato sulla stadera, e sei stato trovato scarso. Dandogli ad intendere che il peso dei suoi peccati già aveva fatto calar la bilancia della divina giustizia. Ma qualcuno di voi andrà dicendo: Io sono giovane. Sei giovane? Ma Iddio non conta gli anni, conta i peccati. E questa tassa de’ peccati non è uguale per tutti; ad alcuni Iddio perdona cento peccati, ad un altro mille, ad un altro al secondo peccato lo manderà all’inferno. Quanti il Signore ve ne ha mandati al primo peccato? Narra S. Gregorio che un fanciullo di cinque anni, in dire una bestemmia fu mandato all’inferno. Rivelò la SS. Vergine a quella serva di Dio Benedetta di Fiorenza, che una fanciulla di 12 anni al primo peccato fu condannata. Un altro figliuolo di 8 anni anche al primo peccato morì e si dannò. Dicesi nel Vangelo di S. Matteo, che il Signore la prima volta che trovò quell’albero di fico senza frutto subito lo maledisse, e quello seccò. Forse alcun temerario vorrà chiedere ragione a Dio, perché ad uno vuol perdonare tre peccati e quattro no? In ciò bisogna adorare i divini giudizi, e dire coll’Apostolo: O profondità delle ricchezze della sapienza e scienza di Dio; quanto incomprensibili sono i suoi giudizi e imperscrutabili le sue vie! E con S. Agostino: Ei ben conosce cui perdona e cui non perdona; quando Egli usa con qualcheduno misericordia, la usa gratuitamente; e quando la nega ciò fa con giustizia. Figliuolo, dice adunque lo Spirito Santo, hai tu peccato? non peccar più, ma fa orazione per le colpe passate, affinché ti siano rimesse.

2. Intanto Gesù cedendo alla preghiera di quell’ufficiale, benché dimostrasse di avere in lui poca fede, alzatosi gli andò dietro co’ suoi discepoli. Quand’ecco una donna, la quale da dodici anni pativa una perdita di sangue, se gli accostò per di dietro, e toccò il lembo della sua veste. Imperocché diceva dentro di sé: Soltanto che io tocchi la sua veste sarò guarita. Che fede mirabile, o miei cari, troviamo in questa povera donna del Vangelo! Da dodici anni l’Emorroissa è inferma d’una inveterata malattia. Questa la fa crudelmente soffrire, e per procurarsi qualche sollievo, ella ha preso tutti i suoi mezzi e si è ridotta alla povertà. E lungi dall’ottenere un favorevole risultato, ha veduto crescere il suo male; le sue forze sono esaurite, ella languisce miserabilmente, aspettando l’ora della tomba. Povera donna! Voi la compiangete, non è vero? Sì, umanamente parlando ella è a compiangersi. Ma ella possiede un tesoro più prezioso della sanità, delle ricchezze, dello scettro dei re e degli imperatori… Ella ha la fede!… E questa fede è sì viva, che dice fra sé: Eh! se potessi soltanto toccare il lembo della sua veste, io sarei guarita. Ma Gesti rivoltosi, e miratala, le disse: Sta di buon animo, o figlia; la tua fede ti ha salvata. E da quel punto la donna fu liberata. Il Signore aveva detto per uno de’ suoi profeti: Volgetevi a me ed io mi rivolgerò a voi (Zac. I, 3). Qui si realizza in modo mirabile questa promessa. Quella povera donna mercé la viva sua fede si è rivolta al Salvatore con la speranza della propria guarigione; e quand’ebbe toccato il vestimento del buon Maestro, quando Gesù sentì che una segreta virtù da Lui emanava, si volge verso quella, donna, e la mira con bontà, e le parla con tenerezza: Figliuola mia, abbi fiducia. Avventurata donna che ha meritato di raccogliere dalle labbra del Salvatore parole così dolci! Fede preziosa ch’è stata celebrata da Colui, che è la verità istessa! E chi è tra noi, o miei cari, che non vorrebbe aver ricevuto questo magnifico attestato da parte del nostro Signor Gesù Cristo? Sforziamoci pertanto di meritarlo. Anche noi andiamo al Salvatore; portiamo in cuore l’ardente desiderio di guarire dalle nostre infermità spirituali; tocchiamo Gesù col fervor delle nostre preci; tocchiamo le sue carni immacolate nella Santa Comunione, ed allora uscirà dal Cuore di Gesù una virtù sanatrice anche per noi. Oh sì, tocchiamo Gesù sopra tutto Gesù con la frequente Comunione, ed allora non solo guariremo dalle nostre infermità spirituali, ma ne saremo anzi preservati, perché il tocco di Gesù Cristo in questo SS. Sacramento è per eccellenza tocco di vita. – Dicesi che Mitridate, re del Ponto, avendo inventato il Mitridato, contravveleno così detto dal nome dell’inventore, rinvigorisse con quello il suo corpo in tal modo, che, tentando poi d’avvelenarsi per sfuggire alla servitù dei Romani, non gli fosse più possibile. Il Salvatore ha istituito l’augustissimo Sacramento dell’Eucarestia, che realmente contiene la sua carne ed il suo sangue, affinché chi lo mangia, viva in eterno. Per la qual cosa, chiunque ne fa uso con divozione, talmente corrobora la sanità e la vita dell’anima sua, che è quasi impossibile, che sia avvelenato da alcuna sorta di affetto cattivo. Chi si nutre di questa carne di vita, non può cadere in potere della morte. Epperò resteranno senza difesa, o miei cari, quei Cristiani che andranno dannati, allorché il giusto Giudice farà loro vedere quanto erano inescusabili nel morire spiritualmente, avendo un mezzo sì facile per conservare la vita e la santità col cibarsi del suo corpo, che Egli aveva loro lasciato per questo fine. Miseri! dirà loro, perché siete morti avendo in vostro potere il frutto e il cibo di vita? Un’altra ragione poi per cui la SS. Eucarestia regge e sostenta la vita dell’anima, acciocché non perisca, si è perché ne allontana il peccato veniale, che dispone insensibilmente alla morte dell’anima. E ciò lo insegna chiaramente il Concilio di Trento, che chiama la santissima Eucarestia antidoto, con cui siamo preservati dal peccato mortale, e rimedio con cui veniamo liberati dal veniale. Oh dunque siano rese grazie a Dio, che ci ha provveduto di questo cibo di paradiso, che liberandoci dai peccati veniali, riaccende il fervore della carità e rende la vita dell’anima più forte e più robusta che mai per correre la via della cristiana perfezione! Sia sempre benedetta la bontà del Signore, che ci ha provveduto un cibo sì vantaggioso! Ma noi intanto procuriamo di servircene coll’accostarci a riceverlo con la massima frequenza e con le dovute disposizioni, e specialmente con quella viva fede, con cui la Emorroissa si accostò a toccare la veste di Gesù Cristo.

3. Finalmente essendo Gesù arrivato alla casa di quel principale, e avendo veduto i trombetti e una turba di gente che faceva molto strepito, diceva: Ritiratevi, perché la fanciulla non è morta, ma dorme. Ma essi si burlavano di lui, non comprendendo nulla del perché Gesù parlasse in tal modo. Quando poi fu messa fuori la gente, egli entrò e la prese per mano. E la fanciulla si alzò. E se ne divulgò la fama per tutto quel paese. E qui per ben intendere questo ultimo tratto del Santo Vangelo bisogna sapere che gli Ebrei avevano preso dai pagani l’usanza d’invitare al letto funebre dei suonatori, che con lugubri arie stimolassero il dolore, e dei piangenti che con lamentevoli singhiozzi eccitassero il popolo a versar lacrime. Quali stranezze e gofferie, non è egli vero? E perché mai valersi di questi mezzi ad eccitare un dolore, che deve naturalmente trovarsi nel cuore nei giorni di duolo e di separazione? E poi perché accontentare tanto la vanità in quel lusso funebre spiegato intorno ad una bara? Ma pur troppo anche oggidì noi vediamo stranezze simili ai funerali dei nostri morti! Inviti, corone di fiori, gran corteo di gente, e simili cose, che valgono ad esaltare l’orgoglio dei vivi, ma che nulla giovano ai morti. Oh come alcune preci sarebbero più utili ai poveri defunti, che tutti quegli ornamenti moltiplicati con grandi spese! Ma lasciando da parte queste riflessioni, consideriamo come Gesù disse che la fanciulla non era morta, ma dormiva. Per il che, secondo l’opinione comune dei Santi Padri, la fortunata figliuola di Giairo ha figurata la morte dei giusti. Imperciocché ogni giusto che muore senza rimorso del passato, senza affanno del presente, senza tema dell’avvenire, comincia a riposarsi e dormire in seno a Dio, potendo dire con ferma speranza: In pace in idipsum dormiam et requiescam. Sì, la morte dei giusti è un felicissimo addormentarsi nelle mani di Dio, perché se Iddio, come dice la S. Scrittura tiene strette nelle sue mani le anime dei giusti, chi mai potrà strapparle dalle sue mani? È vero che l‘inferno non lascia di tentare ed assalire anche i Santi nella loro morte, ma Dio non lascia di assisterli e di accrescere gli aiuti ai suoi servi fedeli, dove cresce il lor pericolo, dice S. Ambrogio. Quando il servo d’Eliseo vide la città circondata dai nemici, restò atterrito; ma il Santo gli fece animo dicendo: Non temere, perocché abbiam più gente con noi che non ne hanno quelli. E poi gli fece vedere un esercito d’Angeli mandati da Dio in loro difesa. Così al punto della morte del giusto verrà bene il demonio a tentarlo, ma verrà anche l’Angelo custode a confortarlo: verranno i Santi avvocati: verrà il protettore dei moribondi, S. Giuseppe, verrà S. Michele, ch’è destinato da Dio a difendere i servi fedeli in quell’ultimo contrasto con l’inferno: verrà la divina Madre a discacciare i nemici con porre il suo devoto sotto il suo manto: verrà sopra tutti Gesù Cristo a custodire dalle tentazioni quella sua pecorella innocente o penitente, per salvar la quale ha data la vita: Egli le darà la confidenza e la forza, che in tal combattimento le bisognano, onde ella fatto coraggio dirà: Il Signore si fece mio aiuto. Il Signore è la mia luce e mia salute, ho io da temere? – Forse direte: Certi Santi sono morti con gran timore della loro salute. Ed io vi rispondo: Pochi sono gli esempi di questi tali, che han menata buona vita, e poi siano morti con questo timore. Tuttavia il Signore ciò permise e permette in alcuni per purgarli in quel punto estremo di certe loro piccole macchie e renderli degni coi meriti di quelle vittorie d’entrar subito in Paradiso. Del resto i giusti muoiono nella pace e persino nell’allegrezza. Il padre Suarez esclamava: No, non credeva che fosse così dolce il morire. San Luigi andava ripetendo: Mi son tutto rallegrato al dolce annunzio che mi fa intendere la mia prossima entrata nella casa di Dio. Il cardinale Roffense, quando, condannato dall’iniquo Enrico VIII, andò a morir per la fede, volle vestire le più belle vesti, dicendo che andava alle nozze. Quando poi fu a vista del patibolo buttò il suo bastoncello e disse: Via su, piedi miei, presto camminate, poco ci è lontano il Paradiso. E prima di morire intonò il Te Deum in ringraziamento a Dio che lo faceva morir martire della sua fede; e così tutto allegro pose la testa sotto la mannaia. S. Francesco d’Assisi cantava morendo, ed invitava gli altri al canto. Padre, gli disse fra Elia, morendo bisogna piangere, non cantare. Ma io, rispose il santo, non posso fare a meno di cantare, vedendo che tra breve ho da andare a goder Dio. Una religiosa teresiana, morendo giovinetta, e stando le altre monache a piangerle d’intorno, loro disse: Oh Dio! Perché piangete? io vado a ritrovare il mio caro Gesù: rallegratevi meco, se m’amate. E il Padre Granata narra che un certo cacciatore trovò un solitario lebbroso, che si stava morendo e cantava. Come, disse quegli, stando così puoi cantare? Rispose il romito: Fratello, fra me e Dio non si frappone che il muro di questo mio corpo; ora io lo vedo cadere ed è perciò che mi consolo e canto. Tale riesce la morte ai santi, e tale riuscirà pure, o miei cari Cristiani e cari giovani, la morte nostra, se ci metteremo con impegno a menar una santa vita. Anche per noi in quel punto vi sarà la pace e l’allegrezza, so adesso ameremo davvero Gesù e fuggiremo costantemente il peccato. Il Padre La Colombière teneva per moralmente impossibile che faccia una mala morte chi è stato fedele a Dio in vita. E prima lo disse S. Agostino: Non può fare una mala morte colui che ha vissuto bene. Chi sta apparecchiato a morire non teme qualunque morte, benché improvvisa. – Coraggio, adunque, viviamo in modo che anche di ciascuno di noi al termine di nostra vita si possa dire: Il tale non è morto, ma dorme, si è cioè addormentato nel bacio del Signore.

Credo… 

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Offertorium

Orémus
Ps CXXIX:1-2
De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.
[Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.]

Secreta

Pro nostræ servitútis augménto sacrifícium tibi, Dómine, laudis offérimus: ut, quod imméritis contulísti, propítius exsequáris. [Ad incremento del nostro servizio, Ti offriamo, o Signore, questo sacrificio di lode: affinché, ciò che conferisti a noi immeritevoli, Ti degni, propizio, di condurlo a perfezione.]

Comunione spirituale http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/comunione-spirituale/

Communio

Marc XI:24
Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis. [In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.]

Postcommunio

Orémus.
Quǽsumus, omnípotens Deus: ut, quos divína tríbuis participatióne gaudére, humánis non sinas subjacére perículis.

Preghiere leonine  http://www.exsurgatdeus.org/2019/10/20/preghiere-leonine-dopo-la-messa/

Ordinario della Messahttp://www.exsurgatdeus.org/2019/05/20/ordinario-della-messa/

LO SCUDO DELLA FEDE (86)

LO SCUDO DELLA FEDE (86)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE TERZA

CAPITOLO IX

PRIMA CAUTELA PER NON PERDER LA S. FEDE: BANDIRE L’IGNORANZA.

Chi possiede un tesoro prezioso non si contenta che non gli venga rapito, ma fa quanto può perché non gli sia neppure insidiato. E così dovrebbero fare i Cattolici rispetto al dono mai non abbastanza pregiato della S. Fede. Epperciò se vi è cautela possibile ad adoperarsi a questo fine, non dovrebbero trascurarla. Il perché  io ve ne suggerirò qui alcune efficacissime a mio credere allo scopo. – La prima è sbandire dalla vostra mente l’ignoranza. Imperocché è osservazione fatta da vari autori, che fino dai primi tempi di Santa Chiesa tutti quelli che più conobbero la S. nostra Religione, che più la penetrarono, furono anche quelli che vi si attennero più strettamente, che più l’amarono e più ferventemente la praticarono. Il che mentre è una prova novella della sua verità, indica pure il modo con cui mantenerla nel nostro cuore. Di fatto chi conobbe a fondo la Religione più di S. Giustino, di S. Cipriano, di S. Epifanio, di S. Agostino, di S. Giovanni Grisostomo, di S. Gregorio, di S. Atanasio, di S. Tommaso e di tutti i Padri e Dottori della S. Chiesa, i quali tanto la meditarono e tanto di lei scrissero? Or tutti questi appunto perché la conoscevano così a fondo, tanto ancora l’ebbero in pregio ed amore. Se però ai nostri giorni tanti la trascurano, la disprezzano fino ad essere tentati di abbandonarla, qual ne sarà la cagione? Ah molte volte è che al tutto non la conoscono, oppure la travisano, tingendosela quello che non è. Io ben più d’una volta mi sono incontrato in alcuni che riprendevano altamente alcune dottrine che essi dicevano insegnate iniquamente dalla Chiesa: ma facendo poi loro toccare con mano, che la Chiesa non le aveva neppure mai sognate, restavano a guisa di smemorati. Certo se tutti costoro conoscessero la Religione, non bestemmierebbero, come dice S. Giacomo, quello che ignorano. – Saprebbero che la Chiesa Cattolica è divina nella sua fondazione, è divina nella sua propagazione, è divina nella sua conservazione: che nelle verità che ci propone a credere, nei dommi, nei misteri essa contiene tanta sublimità di cognizioni, tanta profondità, tanta armonia e conserto che chi una volta la ha anche per poco intravveduta, non può non andarne in estasi di ammirazione. La sua dottrina poi riguardo ai costumi è così pura, cosi immacolata, che tutti i suoi nemici, per quanto il vogliano, non possono appuntarla in nulla. Non vi dico del suo culto il quale risponde con tanta giustezza alla maestà del Signore non meno che alle nostre debolezze e meschinità. Non vi dico nulla dei suoi riti e delle sue cerimonie le quali sonopiene di misteri così profondi e di allusioni così sante che al tutto sono uno stupore. Non vi parlo neppure della sua costituzione ammirabilissima, della Gerarchia dei sacri pastori, della certezza che ha delle sue dottrine, dei tesori che possiede nei suoi Sacramenti, del congiungere che essa fa insieme la misericordia e la giustizia, la maestà di Dio e la miseria dell’uomo, il cielo colla terra, la nostra felicità spirituale ed eterna con quei beni temporali che è possibile godere quaggiù. Ma chi è tra i semplici Fedeli, che ponga mente a tante profondità sublimi, a tanti doni interiori, a tanti beni superni di grazia, sì che se ne formi in mente un concetto chiaro, e così dia conto a sé stesso di quel che crede, di quel che spera e di quel che ama? – Bisognerebbe conoscere quanto saldamente sia fondata la Chiesa Cattolica, come si appoggi sulle Sacre Scritture, come sulla Tradizione e come le prestino il suffragio suo la ragione coi discorsi, i sapienti con l’autorità. Bisognerebbe conoscere quanto al contrario siano luride tutte le sette divise dalla Chiesa Cattolica. – L’origine schifosa che esse ebbero, come incapparono tosto in ogni sorta di contraddizioni, come si divisero, lacerarono, sbranarono, scomunicarono fra di sé: che non hanno nulla di certo, nulla di vero, nulla di sodo nelle loro credenze: come sono abbandonate da tutte le grazie più preziose di Dio, dalla sua protezione, dai suoi doni anche esterni di santità quali sono le profezie, i miracoli, le guarigioni degl’infermi, l’interpretazione della Scrittura e andate dicendo. – Bisognerebbe conoscere sopra qual debole fondamento sta appoggiato tutto l’edifizio del Protestantismo e quanto è facile il dissolvere tutti i sofismi onde si arma e mantiene. – Con tutte queste cognizioni il Cattolico sarebbe così illuminato interiormente e così fortificato, che al sentirsi mettere in questione la sua Fede ne proverebbe orrore ed indignazione. Invece che cosa fa il più dei Cristiani, che cosa fate voi? I più ignorano affatto tutte queste verità. non le hanno mai neppur sospettate. Della Religione, se ne togliete quelle cognizioni scarse. Imperfette, superficiali clic ne hanno avuto nell’infanzia, non ne sanno altro. Dite la verità, non è questo il vostro caso? E qual meraviglia poi che ad ogni leggera difficoltà che vi muovano non sappiate più che rispondere, e che giungiate talvolta fino a credere che la Religione Cattolica non abbia risposta da dare alle costoro difficoltà? Ah se volete essere più saldo, più fermo nella vostra Fede, procurate di conoscerla un po’ meglio. – Non vi vergognate d’intervenire alla Chiesa, di ascoltare la spiegazione della Dottrina e del S. Vangelo, ed invece di leggere quei libracci che vi mettono di soppiatto nelle mani, procurate un qualche libro di soda pietà, per ammaestramento del vostro spirito e pascolo del vostro cuore. Quello che talvolta cagiona maggiore scandalo ai popoli della campagna è che a sparlare della Religione Cattolica siano an che alcuni che vengono dalla città e che hanno fama di dotti, perché sono stati agli studi. Miei cari, volete che io vi parli con sincerità? Ascoltate. Non tutti quelli che vengono a villeggiare presso di voi dalla città, sono molto più dotti di voi in fatto di Religione. Ve ne ha certamente di quelli che sanno più, ma questi tanto non disprezzano la Religione, che anzi l’hanno a cuore e per sé e pei loro dipendenti. Questi si sforzano anzi di aprire delle Cappelle e di mantenere le Chiese acciocché tutti abbiano comodità di giovarsene. Ma se ve ne ha di questi, ve ne sono poi molti altri che hanno il capo scarico ed il cervello vuoto ed il cuore guasto non si può dir quanto, che non hanno studiata la Religione punto più di voi: signori discoli ed irreligiosi, i quali pare che non siano sulla terra se non se all’alto fine di divertirsi e cercare gli spassi ed i sollazzi perfino nelle cloache: giovani leggeri e pieni d’ogni bruttura, che per levarsi un capriccio vituperoso rinnegherebbero e Padre e Principe e con tutta la terra ancor tutto il cielo. Saranno stati se volete alcuni di loro anche alle Università, avranno imparato a tastare il polso, a trarre sangue, ad impastare un cerotto, a trappolare un cliente, ma poi fuori di queste cose che hanno studiate il più delle volte poco e male, il tempo loro l’hanno logorato nei caffè, nei bagordi, nelle bestemmie, nel giuoco, nei teatri ed in qualche altra cosa più vituperosa ancora: ed in fatto di Religione sono ignoranti al pari di voi, se non anche peggio di voi; in quanto alla ignoranza aggiungono l’errore che hanno bevuto in mille libracci infami ed irreligiosi. Non vi fate dunque le meraviglie, che costoro parlino così, non toglietene scandalo, quasi son persone dotte che sparlino della Religione, perché son tutt’altro che dotte. Così avessero la vera dottrina, così conoscessero a fondo la Religione, che non potrebbero fare altro che quello che hanno fatto sempre i veri dotti, che fu il rispettare, amare e praticare la S. Religione Cattolica. Il celebre Laharpe fu sulle prime un empio, un incredulo, e peggio che Protestante; più tardi si convertì e divenne zelantissimo della S. Chiesa Cattolica. Perciò un empio che era stato suo antico compagno, tolse un giorno a burlarlo. Ma egli rispose queste sentite parole: Anch’io sventuratamente beffai un tempo la Religione, ma l’ho studiata poi, l’ho conosciuta e non posso più non amarla. Studiatela anche voi e vedrete se avrete poi il coraggio di deriderla e la forza di resisterle. Sia dunque la prima cautela di nostra Fede, la cognizione di essa.

SALMI BIBLICI: “EXAUDI DEUS, DEPRECATIONEM MEAM” (LX)

SALMO 60: EXAUDI DEUS, Deprecationem meam

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME DEUXIÈME.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 60

In finem. In hymnis David.

[1] Exaudi, Deus, deprecationem meam,

intende orationi meæ.

[2] A finibus terræ ad te clamavi, dum anxiaretur cor meum; in petra exaltasti me. Deduxisti me,

[3] quia factus es spes mea, turris fortitudinis a facie inimici.

[4] Inhabitabo in tabernaculo tuo in sæcula; protegar in velamento alarum tuarum.

[5] Quoniam tu, Deus meus, exaudisti orationem meam; dedisti hæreditatem timentibus nomen tuum.

[6] Dies super dies regis adjicies; annos ejus usque in diem generationis et generationis:

[7] Permanet in æternum in conspectu Dei: misericordiam et veritatem ejus quis requiret?

[8] Sic psalmum dicam nomini tuo in sæculum sæculi, ut reddam vota mea de die in diem.

[Vecchio Testamento Secondo la Volgata Tradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LX

Orazione dell’uomo giusto e della Chiesa, peregrinante in mezzo alle tribolazioni dell’esilio, ed aspirante alla quiete della patria celeste.

Per la fine: su’ cantici di David.

1. Esaudisci, o Dio, le mie suppliche; porgi orecchio alla mia orazione.

2. Dalle estremità della terra a te alzai le mie grida; mentre il mio cuore era in affanno, sopra un’alta pietra mi collocasti.

3. Tu fosti mia guida, perché tu se’ mia speranza, torre fortissima contro il nemico.

4. Abiterò per sempre nel tuo tabernacolo; sarò protetto sotto il velo delle tue ali.

5. Perché tu, o Dio, hai esaudita la mia orazione; hai data l’eredità a quelli che temono il nome tuo.

6. Giorni tu aggiungerai a’ giorni del re; gli anni di lui fino al di d’una e d’altra generazione.

7. Egli dura in eterno al cospetto di Dio; chi potrà penetrare la misericordia di lui e la verità?

8. Così io per tutti i secoli canterò inno di laude al nome tuo; per rendere ogni giorno i miei voti.

Sommario analitico

Davide, esiliato lontano dal tabernacolo, nella città di Malianaïm, sul monte Galaad, durante la ribellione di suo figlio Assalonne, rappresenta qui la Chiesa ed il fedele che, nell’esilio di questa vita, sospira al cielo.

I. – Egli fa professione di quattro virtù nei riguardi di Dio:

1° La preghiera, di cui determina: – a) il luogo, « delle estremità della terra »; – b) il modo « io ho invocato »; – c) il tempo « quando il mio cuore era nella tristezza »; (2);

2° la fede, per mezzo della quale Dio lo eleva sulla pietra ferma che è Gesù-Cristo;

3° la speranza, che gli merita di avere Dio come conduttore e guida (3);

4° la carità, per la quale deve essere conservato e difeso da Dio stesso (3).

II. – Egli loda la bontà di Dio nei suoi confronti.

1° Dio allontana da lui i mali che lo minacciano: a) traendolo nel suo tabernacolo come in un asilo sicuro (4); b) mettendolo al coperto sotto le sue ali (4).

2° Egli lo ricolma di beni: – a) dei beni di fortuna, esaudendo la sua preghiera e ristabilendolo sul suo trono (5); – b) dei beni del corpo, aggiungendo alla sua vita nuovi giorni, ed estendendo la sua protezione sui suoi discendenti (6); – c) dei beni dell’anima, dandogli la gloria eterna e come riconoscimento di questi magnifici doni, Davide promette di cantare nel corso dei secoli, le lodi di Dio (7,8).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-3.

ff. 1. – L’ardore del Profeta in preghiera, condanna quasi tutte le nostre preghiere, perché noi le facciamo con cuore lasso, insensibile, vuoto di un desiderio vero. « Se voi pregate – dice S. Agostino – abbiate dunque il cuore elevato a Dio. Io dico il cuore elevato verso Dio, non contro Dio. Se voi avete il cuore pieno di orgoglio, esso è levato contro Dio, e non verso Dio. Colui che leva sinceramente il suo cuore verso Dio, lo depone tra le mani di Dio. Dio ricede il suo cuore, lo tiene nella sua potenza e gli impedisce di tornare verso terra ». (S. Agost.).

ff. 2. – È sempre dai confini della terra che noi gridiamo verso il Signore. Egli è infinitamente elevato al di sopra di noi, e noi siamo infinitamente lontani da Lui (Berthier).

ff. 3. – « Voi mi avete condotto, perché siete diventato mia speranza ». Se il Signore non fosse diventato la nostra speranza, Egli non ci condurrebbe. Egli ci conduce come nostro capo; Egli ci conduce in Lui come nostra via; Egli ci conduce come nostra ricompensa nella patria. Egli dunque ci conduce. Perché? Perché Egli è divenuto la nostra speranza. Come è divenuto nostra speranza?  Per la ragione che noi sappiamo che Egli è stato tentato, ha patito ed è stato resuscitato: è divenuto così la nostra speranza. In Lui voi vedete la vostra sofferenza e la vostra ricompensa: la vostra sofferenza, nella sua passione; la vostra ricompensa nella sua Resurrezione. È così dunque che Egli è diventato la nostra speranza; perché noi abbiamo due vie, una nella quale siamo oggi, l’altra nella quale noi speriamo. Quella nella quale noi siamo, ci è sconosciuta. Sopportate pazientemente quel che avete, ed otterrete ciò che non avete ancora (S. Agost.). – Gesù-Cristo è questa torre forte contro il nemico, il fondamento indistruttibile, fuori dal quale non vi sono altri, questa pietra angolare e ferma sulla quale la Chiesa e tutti i membri della Chiesa sono elevati e raffermati contro tutte le tentazioni del demonio. Voi temete di essere colpiti dal demonio? Rifugiatevi allora nella fortezza. Giammai – in questa fortezza – i dardi del demonio potranno colpirvi: voi dimorerete in un rifugio sicuro. Ma come rifugiarsi in questa fortezza? Essa è davanti a voi, chiamate il Cristo ed entrate nella fortezza. Ma come richiamare il Cristo? Se qualche sofferenza vi opprime, pensate che Egli ha sofferto prima di voi, e pensate poi per quale scopo: per morire e resuscitare (S. Agost.). 

II. — 4 – 8.

ff. 4, 5. – Il tabernacolo di Dio è la patria dei giusti. Essi si considerano in questo mondo come degli stranieri; tutto ciò che li circonda quaggiù, sembra loro un’ombra fuggitiva; essi hanno dei desideri, ma solo per il cielo. « Io cerco – diceva S. Agostino – un essere semplice, veritiero, durevole, e non si trova che nella santa Gerusalemme, sposa del mio Dio. Nel suo soggiorno non c’è né morte, né imperfezione, né giorno che passa; ma c’è un giorno permanente, perché esso non è preceduto né dal giorno di ieri, né cancellato dal giorno di domani » (S. Agost.). –  « Io sarò al coperto sotto le vostre ali ». Ecco perché noi siamo in sicurezza in mezzo a sì gravi tentazioni, fin quando arriverà la fine dei secoli, ed i secoli eterni ci riceveranno: eccoci al riparo coperti dalle ali di Dio. Il calore in questo mondo è terribile, ma c’è un’ombra di frescura sotto le ali di Dio (S. Agost.). 

ff. 6. – Questo Re, è il Cristo, nostro capo e nostro Re. Voi gli avete dato giorni su giorni, non solo i giorni di questo tempo che avrà fine, ma dei giorni senza fine oltre questi primi giorni. Io abiterò – Egli dice – nella casa del Signore, per tutta la durata dei giorni, (Ps. XXII, 6). E perché dire: per la durata dei giorni, se non perché i giorni presenti non conoscono che brevità? In effetti ogni cosa che deve aver fine, è breve; ma questo Re possiede giorni su giorni, di modo che non solo regnerà sulla sua Chiesa in questi giorni passeggeri, ma ancora i Santi regneranno con Lui per tutti i giorni senza fine. In cielo non c’è che un solo giorno, e questo giorno racchiude giorni interminabili. È perché questi giorni sono numerosi che il Profeta ha detto, come sta per ricordare: « durante il corso dei giorni »; perché questo giorno è unico, egli dice in questo senso: « Voi siete mio Figlio, io oggi Vi ho generato » (Ps. II, 7).  Oggi non designa che un giorno, ma questo giorno non è posto tra una veglia e un indomani. La fine di una veglia non è il suo inizio, e l’inizio dell’indomani non è una fine; perché è detto degli anni di Dio: « Ma Voi, Voi siete sempre lo stesso, ed i vostri anni non finiranno mai » (Ps, CI, 28).  Anni, giorni, un giorno solo, è la stessa cosa: Dite quel che volete per esprimere l’eternità. Voi potrete dire quel che volete per esprimere l’eternità. Voi potrete dire ciò che vi pare dell’eternità, perché, qualunque cosa diciate, non direte mai troppo poco. Ma occorre che diciate qualche cosa per almeno pensare ciò che non potete esprimere (S. Agost.). – I giorni dell’eternità siano aggiunti ai giorni caduchi di questa vita: è la sola legittima speranza dei Cristiani.

ff. 7. – Gesù-Cristo dimora eternamente alla presenza di Dio, sempre vivente, al fine di intercedere per noi (Heb. VII, 25). Chi può approfondire questa misericordia con la quale ha riscattato gli uomini, e queste verità per la quale si è impegnato, e si impegna tuttora fedelmente nelle sue promesse? – « Chi cercherà presso il Signore la sua misericordia e la sua verità? » Che vuol dire « presso il Signore »? Non è sufficiente dire: « Chi cercherà »? perché il Profeta ha aggiunto « presso di Lui », se non perché molti sono coloro che cercano di conoscere la misericordia e la verità di Dio nei libri di Dio e che, dopo averla conosciuta, vivono per se stessi e non per Lui (II Cor. V, 15); cercando i propri interessi e non quelli di Cristo (Filip. II, 12); predicano la misericordia e la verità e non praticano né la misericordia né la verità? Ma predicandole essi le conoscono; perché non le predicheranno senza che le conoscano. Ma colui che ama Dio ed il Cristo, predicando la sua misericordia e la sua verità, le cercheranno per il Cristo e non per se stessi, cioè allo scopo non di trarre da questa predicazione dei vantaggi temporali, ma di essere utili ai membri del Cristo, distribuendo loro, in spirito di verità, ciò che hanno appreso. (S. Agost.).

ff. 8. – Se cantate dei salmi in onore del nome di Dio, non vi limitate a cantare per un certo tempo. Volete cantare nei secoli dei secoli? Volete cantare per l’eternità? Offritegli le vostre voci di giorno in giorno. Che vuol dire offrite le vostre voci di giorno in giorno? Dal giorno attuale al giorno dell’eternità. Perseverate nell’offrire a Lui voci in questo giorno finché non arriviate al giorno che non finisce mai; ciò equivale a dire che « … colui che avrà perseverato fino alla fine, sarà salvato » (Matt. XXIV, 13) – (S. Agost.). – Vi sono tre punti di vista importanti in questo versetto: il Nome di Dio, l’obbligo di rendergli omaggio tutti i giorni, il ricordo degli impegni che noi abbiamo assunto con Lui al Battesimo. Rendere omaggio al Nome di Dio, santo, ammirevole, al di sopra di ogni nome, è cominciare fin da questa vita ciò che farà la nostra gloria e la nostra felicità nell’eternità; le promesse fatte al Battesimo con Dio, sono come il giogo di Gesù-Cristo: piene di dolcezze. (Berthier).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (4)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA –MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa

Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR

Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944J

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (4)

LEZIONE XIX.

Dovere per noi in seguito al peccato, di sopportare la povertà, la quale è il terzo ramo della Croce.

D. – Le umiliazioni e le sofferenze, sono dunque le due prime parti della Croce che dobbiamo portare. Ma qual è la terza parte?

R. – È la povertà, terzo ramo del crocifisso e della croce dei Cristiani; e questa non è meno dolorosa delle umiliazioni e dei patimenti. È cosa facile comprendere che, in seguito al peccato, siamo obbligati a subire la povertà nel modo più stretto che si possa concepire. Lo impariamo anche dalle leggi della giustizia umana contro i delinquenti; perché essa non fa niente di giusto se non per partecipazione della giustizia di Dio medesimo, che contiene in sé ogni giustizia.

D. – Che cosa fa dunque la giustizia umana?

R. – Quando un uomo è stato convinto del delitto di lesa maestà, viene privato di tutti i suoi beni; le sue case sono rase; egli è spogliato di tutti i suoi diritti nello Stato, anzi ne viene spogliata anche tutta la sua famiglia, tutta la sua discendenza. Così Dio trattò il nostro primo padre e, dopo lui, tutta la di lui discendenza. In primo luogo, scacciò Adamo da quella dimora, da quel luogo di delizie che era il paradiso terrestre, il quale venne come spianato, distrutto per lui e per tutti i suoi figliuoli. In secondo luogo Dio spodestò Adamo dell’impero del mondo, lo spogliò di ogni diritto e lo ridusse a una schiavitù oltremodo infelice.

D. – E perché Dio toglie i suoi beni al peccatore?

R. – Perché non è giusto che un servo ribelle, goda dei beni del suo padrone; è giusto invece che il padrone gli tolga questi suoi beni, che lo scacci dalla sua casa, che non gli permetta più di sedere a mensa in sua compagnia; così è giustissimo che Dio tolga ai suoi nemici i beni che sono suoi e di cui ordinariamente essi non si servono se non per offenderlo.

D. – Ma allora, perché si vedono i peccatori usare ogni giorno dei beni di Dio? Perché Dio li lascia vivere con tutti i loro modi e magari nell’abbondanza di ogni cosa?

R. – Perché Iddio in questo mondo non esercita sopra di loro la sua giustizia, ma si riserva di castigarli nell’altro. Il più ricco degli uomini di quaggiù, nell’altra vita non avrà neppure una goccia d’acqua per rinfrescarsi la lingua, come disse Nostro Signore; [Luc. XIV, 24] allora i peccatori saranno così miserabili e indigenti che saranno spogli di tutto, saranno persino privi dell’uso delle loro facoltà naturali per l’eccesso dei tormenti e per la sottrazione dell’aiuto di Dio, il quale non li assisterà più nell’esercizio delle loro facoltà se non perché sentano più vivamente i loro supplizi.

D. – Sono dunque ben miserabili i demoni e i reprobi?

R. – Dio solo può conoscere la loro miria, non la comprendono essi medesimi, perché la loro pena eccede ogni pensiero, né lascia loro neppur un momento di tregua, per potervi pensare seriamente. Non fanno altro che urlare senza posa per la rabbia e la disperazione. Orbene, i peccatori, secondo l’ordine della giustizia di Dio, dovrebbero fin da questa vita avere la medesima sorte e pertanto essere poveri e spogli di tutto come i demoni i quali si ritengono troppo felici di poter impossessarsi di un capello o di un fuscellino, come si vede nelle ossessioni e nei malefizi. – I peccatori dovrebbero fin d’ora essere privi di tutte le facoltà corporali e spirituali, e spogli di ogni dono di Dio.

D. – Perché non subiscono tali privazioni?

R. – Perché Gesù Cristo ha fatto acquisto a loro favore dei diritti che avevano perduto; gli uomini non hanno nessun godimento se non per i meriti di Gesù Cristo; non godono nessun bene corporale o spirituale se non per pura misericordia di Dio e di Gesù Cristo. [Da Gesù Cristo tutto abbiamo, anche i beni naturali, perché, in virtù dei suoi meriti, potessimo diventare suoi membri, Dio ci ha conservato tali beni dopo il peccato di Adamo]. – Nostro Signore, infatti, mosso a compassione per gli uomini, venne su la terra a rivestirsi Egli medesimo della loro miseria e così, con la sua povertà, soddisfece a quella che tutti gli uomini avrebbero dovuto subire. Unicamente per i meriti e l’opera di Gesù Cristo, noi abbiamo l’uso delle nostre facoltà: luce nella nostra mente, attività nella nostra volontà, mentre per il nostro peccato in Adamo, avremmo dovuto perdere tutto. Ma in Gesù Cristo abbiamo ricuperato ciò che avevamo perduto, anzi abbiamo ricevuto grazie e beni più abbondanti assai di quelli che il peccato ci aveva tolto. Così per il merito di Gesù Cristo, ove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia. (Ubi autem abundavit delictum, superabundavit gratiam. – Rom., V, 20).  Perciò la Chiesa canta: Felice quella colpa che ci ha procurato tale e sì grande Redentore! « felix culpa, quæ talem ac tantum meruit habere redemptorem! » (Bened. del Cereo pasquale).

LEZIONE XX.

Della grazia che viene operata nell’anima dai misteri di Gesù Cristo, ai quali dobbiamo partecipare – Del santo mistero dell’Incarnazione.

D. – Per essere perfetto Cristiano, basta avere le disposizioni che mi avete spiegate finora?

R. – No, i Cristiani, per essere veramente tali, devono inoltre partecipare a tutti i misteri di Gesù Cristo [Tutto lo scopo di questo Catechismo consiste nel indurre l’anima cristiana, per gradi, alla più alta perfezione cui si possa giungere su questa terra. Perciò, il Servo di Dio, dopo aver, per cosi dire, sgombrato il terreno con la pratica dell’abnegazione secondo l’insegnamento di Nostro Signore e di san Paolo, con la rinuncia all’amor proprio e alla sensualità, in questi ultimi capitoli della prima parte, introduce l’anima nella partecipazione dei misteri di Gesù Cristo dall’Incarnazione sino all’Ascensione, per elevarla sino alla via unitiva] i quali si compirono in Lui espressamente perché fossero sorgenti, nella Chiesa, di grazie abbondanti e particolarissime. Ogni mistero, infatti, acquistò a favore della Chiesa la grazia santificante e una grande varietà di stati e di grazie particolari che Dio diffonde nelle anime purificate, quando a Lui piace, ma più ordinariamente nel tempo in cui la Chiesa solennizza tali misteri. [Il Servo di Dio insegna, seguendo San Paolo, che i Cristiani sono destinati non solo ad essere membri di Gesù Cristo e a partecipare alla sua vita, ma inoltre ad essere copie viventi dei suoi vari misteri; e siccome gli aspetti di questi misteri sono innumerabili, ogni Cristiano è destinato a vivere della grazia speciale di qualcuno di quelli. Ognuno pertanto deve cercare di scoprire i disegni di Dio su l’anima propria, riconoscere qual è il mistero al quale è consacrato e adorarlo, incominciando a fare quaggiù ciò che dovrà poi fare nell’eternità; dovrà inoltre esprimere questo mistero nella sua vita, praticando la virtù che vi è contenuta, imitando Gesù e aver sempre su le labbra quel mistero e quella virtù. Cfr.: Olier, Fiori di dottrina, Editrice Àncora, 1935].

D. – Quanti sono i misteri principali ai quali può l’anima partecipare?

R. – L’anima cristiana può e deve generalmente partecipare a tutti i misteri della vita di Gesù Cristo, ma i principali sono sei: l’Incarnazione, la Crocifissione, la Morte, la Sepoltura, la Risurrezione e l’Ascensione.

D. – Quale grazia opera in noi il mistero dell’Incarnazione?

R. – Questo mistero opera in noi una grazia di annientamento di ogni proprio interesse e di ogni amor proprio.

D. – Che significano queste parole: annientamento di ogni amor proprio?

R. – Ve lo spiego. Per il mistero dell’Incarnazione la santa Umanità di Nostro Signore venne annientata nella propria Persona, [Vale a dire privata della personalità umana], dimodoché non cercava più se medesima, non aveva più interesse particolare, non agiva più per sé, poiché aveva in sé un’altra persona sostituita alla persona umana, cioè, la Persona del Figlio di Dio, la quale non cercava se non l’interesse del Padre suo, ch’Egli unicamente considerava sempre e in ogni cosa. Parimenti, noi pure dobbiamo essere annientati rispetto a tutti i nostri disegni e interessi, per considerare unicamente i disegni e gli interessi di Gesù Cristo, il quale dimora in noi, affinché viva in noi per il Padre suo. Sicut misit me vivens Pater, ego vivo propter Patrem; et qui manducat me et ipse vivet propter me. [Come mandò me quel Padre che vive, e Io vivo per il Padre: cosi chi mangerà me, vivrà anch’egli per me – Joann., VI, 58]. Come se dicesse « Come il Padre mio, quando mi inviò su la terra, tagliò in me ogni radice di ricerca di me stesso, togliendomi la personalità umana e sostituendovi la personalità divina col suo Spirito, affinché io vivessi per Lui; così, quando vi ciberete di me, vivrete voi pure unicamente per me e non più per voi, perché Io sarò vivente in voi e riempirò l’anima vostra dei miei desideri e della mia vita, la quale consumerà e annienterà in voi tutto quanto è proprio di voi; talmente che Io vivrò e desidererò tutto in voi in luogo vostro. Così, annientati in voi medesimi, sarete perfettamente rivestiti di me ». È questa appunto una seconda grazia del mistero dell’Incarnazione. Questo mistero, infatti, opera in noi uno spogliamento intero di tutto l’essere nostro e una completa rinuncia a noi stessi: Abneget semetipsum; ma insieme ci riveste di Nostro Signore per mezzo di una completa consacrazione a Dio, in quella guisa che nostro Signore nel giorno della sua Incarnazione si offrì e si consacrò tutto al Padre suo, in se stesso e in tutte le sue membra, usando fino d’allora nel suo Spirito di tutte le occasioni ch’Egli e le sue membra avrebbero avuto per servire e glorificare Iddio.

D. – Qual mistero ammirabile è mai questo!

R. – Sì; nel santissimo giorno della sua Incarnazione, Nostro Signore Gesù Cristo offrì a Dio suo Padre non solo la propria vita ma anche quella di tutti i membri del suo futuro Corpo mistico [Gesù abbracciò in una sola offerta tutti i particolari della propria vita e tutte le azioni soprannaturali delle membra del suo Corpo mistico]. – Egli continua sempre questa offerta, perché vive sempre nelle medesime disposizioni che ebbe durante tutta la sua vita mortale, né mai la interrompe. Egli si offre dunque sempre a Dio in se medesimo e in tutti i suoi membri, in tutte le occasioni ch’essi abbiano di servirlo, onorarlo e glorificarlo. Nostro Signore, nella sua divina Persona, è un altare sul quale tutti gli uomini di tutti i tempi vengono offerti a Dio con tutte le loro azioni e sofferenze. È questo l’altare d’oro sul quale si consuma ogni sacrificio perfetto: la natura umana di Gesù Cristo e quella di tutti i fedeli ne sono l’ostia; lo Spirito Santo ne è il fuoco; Dio Padre è Colui al quale viene offerto questo sacrificio e che in quello viene adorato in spirito e in verità.

LEZIONE XXI.

Del mistero della Crocifissione e della sua grazia.

D. – E il mistero della Crocifissione quale grazia opera in noi?

R. – Ci dà la grazia e la forza di crocifiggere tutte le nostre membra [Vale a dire tutti i nostri vizi; questa parola del Servo di Dio, come nel testo di san Paolo citato più sotto, è una metafora molto espressiva. I vizi sono rappresentati come membra del corpo carnale ossia della carne di cui si deve distruggere l’impero], per la virtù dello Spirito di Dio, il quale è come il nostro carnefice e l’esecutore della sentenza di condanna pronunciata contro la carne. I Chiodi ch’Egli adopera sono le virtù che affiggono alla croce il nostro amor proprio e i nostri desideri carnali. Questo stato di crocifissione suppone che l’anima sia vivente in se stessa e combatta tuttora, e che il divino Spirito usi la violenza e la forza per mortificare il corpo e crocifiggerlo. Mortificate le vostre membra che sono su la terra, dice S. Paolo. [Mortificate ergo membra vestra quæ sunt super terram. – Coloss., III, 5]. In un tale stato pertanto, la carne resiste allo spirito; spesso anzi da queste lotte risultano agonie nelle quali si suda e si soffre con pene gravissime.

D. – Che cosa bisogna fare quando in noi sorgono desideri così molesti?

R. – Bisogna rivolgerci allo Spirito, pregandolo di voler usare della sua potenza per domare la nostra carne e fare in noi da padrone; cheda parte nostra rinunciamo a tutti i nostri desideri e ci uniamo a Lui per lottare contro noi stessi nella sua virtù, per annientarci e confonderci per distruggere in noi, per quanto possiamo tutte queste ribellioni, trattando noi medesimi come un’ostia che Dio si compiace di vedere immolata alla sua giustizia.

LEZIONE XXII.

Del mistero della Morte e dello stato di morte ch’esso opera in noi.

D. – In che modo possiamo noi partecipare al mistero della Morte di Nostro Signore?

R. – Con la partecipazione alla grazia e allo stato di morte, che Gesù ci ha meritata con questo mistero.

D. – Ma che cosa è questo stato di morte?

R. – E’ uno stato nel quale il cuore è come morto e, nel suo intimo fondo, insensibile ai beni esterni; il mondo gli presenti pure le sue bellezze, gli onori e le ricchezze sarà come presentarle a un morto, il quale, non avendo più né moto, né desideri, non si commuove per nulla. Il Cristiano nello stato di morte interiore è interiormente irremovibile e insensibile a qualsiasi lusinga dei sensi e a qualunque assalto della malignità del mondo; finché si troverà in questa vita potrà essere agitato all’esterno, al di fuori, ma nell’interno sarà sempre in pace, insensibile a tutto, non farà più caso di nulla, considerando tutto come niente, perché è morto in Gesù Cristo Nostro Signore. [Mortui enim estis – Coloss., III, 3]. – Un cadavere può essere agitato esternamente e ricevere qualche movimento nel corpo; ma è agitazione tutta esterna; non proviene dall’interno, dove non c’è vita, né forza, né vigore. Parimenti l’anima che è morta interiormente, potrà certo subire assalti dalle cose esterne ed essere commossa superficialmente, ma dentro di sé rimarrà indifferente e come morta per tutto quanto potrà presentarsi. Non avendo più essa nel suo intimo fondo, nessuna vita per il mondo, il suo interiore è tutto insensibile e morto alla vanità del secolo, perché la vita divina, come dice l’Apostolo, assorbe ciò che è mortale in lei. [Ut absorbeatur quod mortale est a vita – II Cor, V, 4]

LEZIONE XXIII.

Del mistero della sepoltura e in qual modo la sua grazia è differente da quella della Morte.

D. – Qual è la grazia meritataci dal mistero della Sepoltura?

R. – La sepoltura di Nostro Signore ci porge una grazia differente da quella della sua Morte. Un morto, infatti, presenta ancora la figura del mondo e della carne; l’uomo compare ancora come una parte di Adamo, perciò talvolta si può muoverlo e il mondo ne ritrae ancora qualche soddisfazione. Ma seppellito che sia, nessuno ne fa più parola come di una cosa che non appartiene più agli uomini; non ha più nulla che possa piacere, è puzzolente invece e mette schifo, perciò lo vedete in un cimitero sotto i piedi di tutti, senza che nessuno se ne meravigli: tanto il mondo è convinto che un uomo sepolto ormai è niente e non conta più niente tra i suoi fratelli della terra. La sepoltura di cui parla san Paolo, quando dice che siamo sepolti in Cristo nel Battesimo [Consepulti enim sumus cum illo per baptismum in mortem. – Rom., VI, 4; — Consepulti ei in baptismo – Col., II, 12], è la stessa cosa che la putredine di cui parla Nostro Signore quando dice: « Se il granello di frumento caduto in terra non muore, cioè se non sì corrompe, resterà infecondo. [Nisi granum frumenti cadens in terram mortuum fuerit, ipsum solum manet: si autem mortuum fuerit, multum fructum affert. – Joann., XII, 24, 25]. – La differenza pertanto tra la sepoltura e la morte consiste in questo che lo stato di morte dice soltanto uno stato di immobilità, di inconsistenza, di insensibilità e di indifferenza; mentre lo stato di sepoltura o di putredine dice distruzione completa dell’essere e produzione del germe di una nuova vita. Il grano putrefatto è una tomba donde risorge una nuova vita; [Morire ad Adamo e vivere in Gesù Cristo sono cose inseparabili]; così dalla sepoltura o putredine di Adamo rinasce la vita dello spirito; il corpo del Cristiano, già condannato in Adamo a diventar putredine, vede da questa corruzione rinascere il germe di una vita divina, che lo Spirito Santo vi produce con tutti gli effetti e movimenti di santità che a questa nuova vita sono uniti. Questo mistero ha per fondamento la Sepoltura di Nostro Signore. Questa infatti, comprese la Morte e la Risurrezione li Lui, poiché, il divin Salvatore vide la sua vita rinascere dalla tomba, dove la morte aveva posto questo ammirabile granello di frumento degli eletti.

LEZIONE XXIV.

Del mistero della Risurrezione e della sua grazia in noi.

D. – E il mistero della Risurrezione, quale grazia opera in noi?

R. – Il santo mistero della Risurrezione ci dà la grazia di un grande distacco dalle cose terrene e dalla vita presente, grazia che ci fa sospirare verso la vita futura e aspirare continuamente al Cielo. Così Nostro Signore, dopo la sua risurrezione non poteva neppur vivere più con i suoi discepoli, né sopportare la loro incredulità e la durezza del loro cuore, tanto bramava e desiderava di essere col Padre suo, come già affermava Egli medesimo, durante la sua vita, con queste parole: Padre, glorificate il vostro Figlio.[Pater, venit hora: clarifica Filium tuum. – Joann., XVII, 1].

D. – Ma per vivere in tale stato, bisognerebbe essere già fuori di questo mondo?

R. – Scusatemi tanto. Nostro Signore dopo la sua Risurrezione era ancora in questo mondo, e si manifestava ai suoi discepoli; conversava con loro, ma più raramente; anzi prendeva ancora il cibo con loro, ma con ripugnanza e senza gusto. Questo stato non soffre alcun affetto alle creature; e lo vediamo nel contegno di Gesù rispetto a santa Maddalena; Egli ne rifiuta ogni testimonianza di affetto, non vuole neppure che gli baci i piedi; ma la respinge, perché lo stato di santità, a cui si eleva l’anima risuscitata, importa separazione da ogni creatura di quaggiù. Come se Gesù dicesse: « Siate santa, o Maddalena, perché Io sono santo; scioglietevi da ogni affetto alle cose terrene, perché, santo come sono, non potrei avvicinarle, come pure dovrò star lontano anche da voi, se conserverete qualche affetto per questa terra ».

LEZIONE XXV.

Il mistero dell’Ascensione e la sua grazia; il suo stato è quello dei perfetti.

Lo stato di Risurrezione importa separazione dalle creature e quindi unione e aderenza a Dio, ma non in modo così perfetto come il mistero dell’Ascensione.

D. – Che cosa è dunque lo stato e la grazia del mistero dell’Ascensione?

R. – L a grazia del santo mistero dell’Ascensione è uno stato di perfetta consumazione in Dio; uno stato di trionfo e di gloria compiuta; uno stato in cui non appare più nessuna infermità. – Nostro Signore dopo la sua Risurrezione conservava ancora qualche traccia di infermità; sembrava talvolta spogliarsi della gloria perfetta della sua consumazione in Dio e della sua totale somiglianza col Padre suo; si rendeva ancora palpabile e visibile per gli Apostoli nella sua natura umana e mangiava talvolta con loro. [Palpate et videte, quia spiritus carnem et ossa non habet, sicut me videtis habere… Et cum manducasset, etc. – Luc., XXIV, 39, 43]. – Dal giorno della sua Ascensione, invece, la sua gloria non ha più né interruzione, né sospensione; il suo splendore non può più sopportarsi dagli occhi mortali. – Gesù Cristo essendo per la sua Ascensione come rientrato nello splendore di Dio suo Padre, rimane nascosto nel di Lui seno, né più cade sotto i nostri sensi. Sebbene Egli conservi nel seno del Padre le qualità della natura umana, non le adatta più alla nostra infermità: nel seno del Padre è spirito vivificante, [Ossia che comunica alle anime la vita della grazia], essendo in perfetta partecipazione della vita e della natura del Padre suo glorioso, spirituale, e onnipotente. – Ne consegue che essendo entrato negli stati più intimi e più interiori del Padre, invia insieme con Lui lo Spirito Santo; entra nella fecondità e nell’unità del Padre, per dare al di fuori lo Spirito di Lui. Siccome il Verbo Eterno infinitamente uno col Padre suo con Lui e in Lui, per un principio interno e identico, dà origine allo Spirito Santo; così Gesù Cristo Nostro Signore, che, in certo qual modo, è fuori di Dio per la sua natura umana, riunendosi a Lui e rientrando nell’unità perfetta con Lui, dà origine allo Spirito Santo e col Padre lo manda agli Apostoli; ed ecco l’ammirabile meraviglia della divina Ascensione. [Mandare lo Spirito Santo significa distribuirne le grazie; ora le grazie vengono date per i meriti di Gesù Redentore]. Donde avviene che l’anima, la quale entra in questo stato della divina Ascensione, riceve, come dice la Chiesa, la partecipazione della Divinità [Est elevatus in cœlum, ut nos divinitatis suæ tribueret esse participes. – Præf. Missæ Ascen.], secondo il desiderio che Dio ne esprime nella Sacra Scrittura. [Divinæ consortes naturæ. – II Petr., I, 4]. O stato ammirabile, in cui l’anima è resa interiormente conforme e perfettamente simile a Dio, come dicono i Santi, perfettamente deiforme, vale a dire tutta ardente di amore e tutta luminosa della gloria medesima di Dio!In tale stato l’anima non decade più dall’unione o unità con Dio, per abbassarsi nella umana infermità; non la si vede più effondersi nelle passioni o nell’amor proprio; più non ammette in se stessa la trasformazione nella creatura; non lascia più che prenda radice in se stessa l’amore delle cose periture, per il quale, infatti, noi ci trasformiamo nella creatura, la vediamo in noi stessi e ci vediamo in quella, e in tal modo decadiamo dalla perfetta somiglianza con Dio e con Gesù Cristo salito al Cielo.Gesù Cristo, dopo la sua Ascensione, essendo tutto trasformato e consumato nel Padre suo, attira noi pure con Lui alla trasformazione e consumazione in Dio; perciò diceva a santa Maddalena: Non toccarmi, perché non sono ancora salito al Padre mio (Joann. XX, 17): aspetta ch’Io sia nello stato in cui ti attirerò al Padre mio perché tu sii trasformata e consumata in Lui. Ciò appunto Egli fa nel santissimo Sacramento, dove avendo perfettamente raggiunto la consumazione della sua potenza, consuma e trasforma in se stesso le anime. [Non tu me in te mutaberis, sed tu mutaberis in me. – Aug., Conf., I. VII, cap. X]. L’anima, nello stato di Ascensione, deve temere l’affetto, e perfino il solo avvicinarsi alle creature per paura di cadere col lasciarsi trasformare in quelle e diventar partecipe della loro essenza profana.

D. – Lo stato della santa Ascensione è dunque lo stato delle anime perfette?

R. – Sì; è lo stato delle anime perfette e interiormente consumate in Dio, nell’essere e nella vita del quale sono entrate per la virtù di una unione perfetta e intimissima.

D. – O stato ammirabile!

R. – La Chiesa chiama appunto ammirabile l’Ascensione di Nostro Signore, [Per admirabilem Ascensionem tuam. – Litanie dei Santi], perchè questo mistero conferisce alle anime inconcepibili stati di santità! In questo stato l’anima è impenetrabile alle frecce del mondo, non è più suscettibile dell’imperfezione delle creature; in se stessa è perfettamente separata da ogni cosa e da ogni impressione terrena; gode di una pace e tranquillità divina; nel suo interiore è sempre immutabile e inconcussa in faccia a qualsiasi cosa. Quando sia giunta in questo stato, si possono arditamente rivolgerle queste parole del Profeta: Non ti accadrà nessun male, e nessun flagello si avvicinerà alla tua dimora. [Non accedet ad te malum, et flagellum non appropinquabit tabernacolo tuo. – Ps. XC, 10]. – Si direbbe ch’essa, per una felice anticipazione, sia già entrata nello stato dell’eternità. È questo uno stato di ammirabile purezza, nel quale l’anima non ha più nessuna aderenza alle cose profane, né effusione sopra di queste. Ella vedrà intorno a sé, cambiarsi e alterarsi il suo uomo vecchio ela sua carne; ma sempre interiore e intima a se medesima, non decadrà dal suo felice stato e resterà ferma nella sua stabilità; anzi farà sempre nuovi progressi e la sua carne soltanto soffrirà mutazione. Benché il nostro uomo, che è al di fuori – dice l’Apostolo – si corrompa, l’uomo però che è al di dentro di giorno in giorno si rinnovella. [Licet is qui foris est, noster homo corrumpatur; tamen is qui intus est, renovatur de die in diem. – II Cor., IV,16]. L’uomo esteriore è il corpo con i suoi sensi e la sua carne mortale; l’uomo interiore è l’anima con le sue facoltà. – Il primo a poco a poco si usa e si consuma nelle fatiche dell’apostolato e San Paolo lo sentiva bene, ma ogni giorno sentiva pure l’anima sua riprendere una vita nuova sotto la benefica influenza della contemplazione della felicità del paradiso che si avvicinava per lui].

SALMI BIBLICI: “DEUS REPULISTI NOS ET destruxisti nos” (LIX)

SALMO 59: DEUS REPULISTI NOS et destruxisti nos.

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 59

In finem. Pro his qui immutabuntur, in tituli inscriptionem ipsi David, in doctrinam, cum succendit Mesopotamiam Syriæ, et Sobal, et convertit Joab, et percussitIdumaeam in valle Salinarum duodecim millia.

[1] Deus, repulisti nos, et destruxisti nos;

iratus es, et misertus es nobis.

[2] Commovisti terram, et conturbasti eam; sana contritiones ejus, quia commota est.

[3] Ostendisti populo tuo dura; potasti nos vino compunctionis.

[4] Dedisti metuentibus te significationem, ut fugiant a facie arcus; ut liberentur dilecti tui,

[5] salvum fac dextera tua, et exaudi me.

[6] Deus locutus est in sancto suo: lætabor, et partibor Sichimam; et convallem tabernaculorum metibor.

[7] Meus est Galaad, et meus est Manasses; et Ephraim fortitudo capitis mei. Juda rex meus;

[8] Moab olla spei meae. In Idumæam extendam calceamentum meum: mihi alienigenæ subditi sunt.

[9] Quis deducet me in civitatem munitam? quis deducet me usque in Idumaeam?

[10] Nonne tu, Deus, qui repulisti nos? et non egredieris, Deus, in virtutibus nostris?

[11] Da nobis auxilium de tribulatione, quia vana salus hominis.

[12] In Deo faciemus virtutem; et ipse ad nihilum deducet tribulantes nos.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LIX

L’occasione di questo Salmo è accennata nel titolo che segue. Facilmente si applica alla Chiesa, nella quale il sangue dei martiri fu semenza di Cristiani e cagione di aumento e di gloria.

Per la fine: per quelli che saranno cangiati. Iscrizione da mettersi sopra una colonna; allo stesso David per istruzione, quando egli messe a fuoco e fiamma la Mesopotamia della Siria e Sobal, e tornato Gioab vinse l’Idumea con istrage di dodici mila uomini nella valle delle Saline.

1. Tu ci rigettasti, o Dio, e ci distruggesti; ti sdegnasti e avesti misericordia di noi.

2. Scuotesti la terra, e la spaccasti; sana le piaghe di lei, perocché ella è scommossa.

3. Dure cose facesti provare al tuo popolo; ci abbeverasti con vino d’amarezza.

4. Tu che desti a coloro che ti temevano un segno, perché dalla faccia dell’arco fuggissero,

5. Affinché fosser liberati i tuoi diletti; salvami con la tua destra, ed esaudiscimi.

6. Ha parlato Dio pel suo santo; mi consolerò, e spartirò la Samaria, e misurerò la valle dei tabernacoli.

7. Mio è Galaad, e mio è Manasse, ed Ephraim fortezza della mia testa.

8. Giuda mio re; Moab vaso di mia speranza. Col mio piede calcherò l’Idumea; gli stranieri a me saran soggetti.

9. Chi mi condurrà nella città munita? Chi mi condurrà fino nell’Idumea?

10. Chi, se non tu, o Dio, il quale ci rigettasti? e non verrai tu, o Dio, co’ nostri eserciti?

11. Aiutaci tu nella tribolazione; perocché invano si aspetta salute dall’uomo.

12. Con Dio farem cose grandi; ed egli annichilerà coloro che ci affliggono.

Sommario analitico

Davide, dopo una prima vittoria sugli Idumei, che avevano fatto irruzione in Palestina, mentre egli combatteva al nord i re di Aram, apprende che i soldati che aveva lasciato nelle diverse città dell’Idumea per contenere i loro abitanti ed esigerne il tributo, erano stati messi a morte.

I – Egli deplora la grandezza di questa calamità, nella quale:

– 1° Dio pareva aver rigettato e distrutto il suo popolo, nella sua collera e nella sua misericordia (1); – 2° che ha sconvolto, ha sbigottito ed afflitto tutta la Giudea (2, 3); – 3° Egli ha dato un segnale a coloro che lo temono per fuggire l’invasione dei loro nemici (4,5).

II – Egli enumera le sue vittorie

1° sugli abitanti della Giudea, che tiene sotto la sua dominazione (6, 7); 2° sulle nazioni straniere limitrofe (8).

III – Chiede a Dio di sottomettergli ugualmente l’Idumea.

– 1° la capitale fortificata di questa contrada e l’Idumea intera (9), – 2° ciò che Dio solo può fare e farà, malgrado l’afflizione che il suo popolo ha provato (10), – 3° è nella tribolazione, e dal seno stesso della tribolazione Egli ha l’usanza di trarre il soccorso che dà ai suoi servitori (11); – 4° è dunque solo in Dio, che lo rende forte e riduce a nulla i suoi nemici, che egli ripone la sua speranza (12).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1-5.

ff. 1. – È la caratteristica della grande misericordia di Dio verso i peccatori, il non lasciarli vivere per lungo tempo secondo i loro desideri, ma il punirli subito (II Macc. VI, 13). È un tenero abbandono, un richiamo paterno, che rigetta l’uomo per richiamarlo, che lo consegna alla morte per rendergli la vita, che lo umilia per esaltarlo, che lo distrugge per riedificarlo … o collera piena di misericordia, o indignazione salutare, che rendono vita feconda e fruttuosa la vita più sterile; o collera misericordiosa che si irrita contro di noi per venire in nostro aiuto, che ci minaccia per risparmiarci, che ci consegna ai nostri nemici per liberarcene (Berengos). « Mio Dio, voi ci avete respinti e ci avete distrutto; vi siete irritato, ed avete avuto pietà di noi ». Voi ci avete distrutto per riedificarci, Voi ci avete distrutto perché eravamo fondati sopra cattive fondamenta; voi avete distrutto in noi ciò che non era che vanità e vetustà per elevare in noi l’uomo nuovo, affinché questa costruzione sussistesse per l’eternità. È con ragione che « Voi siate irritato, e che abbiate avuto pietà di noi ». – « Voi non avreste avuto modo di esercitare la vostra misericordia, se non vi foste irritato ». Voi ci avete distrutto nella vostra collera; ma la vostra collera cade sull’uomo vecchio, per distruggere in lui la vetustà. Ma Voi avete avuto pietà di noi, in vista della nostra vita nuova, perché se l’uomo esteriore si corrompe in noi, almeno l’uomo interiore si rinnova di giorno in giorno. (II Cor. IV, 6) (S. Agost.).

ff. 2. – Come è stata turbata la terra? Nella coscienza dei peccatori. Ove andremo? Ove fuggiremo, essi dicono, se un braccio vendicatore brandisce questa spada?: « Fate penitenza, perché il regno dei cieli è vicino ». (Matt. III, 2). Voi avete scosso la terra e Voi l’avete turbata. Guaritene le ferite, perché essa è tutta tremante. Essa non è degna di essere guarita se non è tremante; voi parlate, voi pregate, minacciate in nome di Dio, voi non cessate di perseguire il peccatore, ricordate il giudizio che arriva, fate intendere i comandamenti di Dio: se il colpevole che vi sfugge non è preso dal timore di Dio, egli non è tremante, non è degno di essere guarito. Un altro vi sfugge: egli è scosso è pungolato interiormente, si batte il petto, si scioglie in lacrime … « … guarite le ferite di questa terra, perché essa è tutta lacerata.» (S. Agost.).

ff. 3. – Dopo tutte queste grandi cose, dopo tutto ciò che era di terrestre è stato colpito, la vetustà ridotta in cenere, l’uomo rinnovato nel bene, e la luce prodotta in coloro che non erano che tenebre, viene ciò che è stato scritto in un altro punto: « figlio mio, entrando al servizio di Dio, resta fermo nella giustizia e nel timore, e prepara la tua anima alla tentazione » (Eccli. II, 1). Il vostro primo lavoro, deve essere quello di essere contriti, di denunciare i vostri peccati e di cambiare migliorandovi; il secondo lavoro, in vista del quale voi siete stato cambiato, è sopportare le afflizioni e le tentazioni di questo mondo, perseverare attraversandolo fino alla fine. Ma parlando di questo secondo lavoro e predicendolo, come si esprime il profeta? « … voi avete fatto vedere al vostro popolo delle dure prove », questo popolo che già è vostro e che David, con le sue vittorie, si è reso tributario. « Voi avete fatto vedere al vostro popolo delle dure prove ». In cosa? Nelle persecuzione che la Chiesa di Cristo ha sofferto, quando il sangue dei martiri è stato così abbondantemente sparso (S. Agost.). – Uomini colpiti da tante frecce, affannati da tante miserie, esposti a tante persecuzioni, che Dio sembra aver rigettati e distrutti, e la sua collera sembra non aver limiti a loro riguardo. Tutti i loro appoggi sono stati distrutti, essi hanno perso in qualche modo i princîpi della vita, il loro stato, la loro patria, la loro fortuna, la loro considerazione, la loro tranquillità, la loro salute, si direbbe che sono destinati a bere il calice dell’afflizione fino alla feccia. Questi uomini sono maledetti? Sì, se essi dimenticano che tutte queste disgrazie vengono loro dalla mano di Dio, perché essi devono allora abbandonarsi ai mormorii, alle lamentazioni, alla disperazione. Il profeta non mette senza ragione tutte le calamità di cui parla, sul conto della Provvidenza; egli indica il rimedio parlando dei mali: è sufficiente per essere risollevati ed anche guariti da tutto ciò che si soffre, pensare che Dio sia l’Autore di queste sofferenze (Berthier).

ff. 4. – « Voi avete suggerito a coloro che vi temono di fuggire davanti all’arco che minaccia ». Per le afflizioni temporali, dice il Profeta, voi avete detto ai vostri di fuggire il furore del fuoco eterno. In effetti l’Apostolo San Pietro, ha detto. « Ecco venire il tempo in cui Dio comincerà il suo giudizio dalla casa sua propria »; perché, per esortare i martiri a sopportare le sofferenze, mentre il mondo si scatenava contro di essi, e i loro persecutori li votavano allo sterminio, in tutti i luoghi e in tutti i paesi il loro sangue veniva versato, e nelle catene, in prigioni, con torture, i fedeli soffrivano i più duri supplizi, lo stesso Apostolo dice loro: « … ecco venire il tempo in cui Dio comincerà il proprio giudizio dalla sua casa; e se comincia da noi, quale sarà la fine per quelli che non credono nel Vangelo di Dio? È se il giusto appena si salva, cosa diventeranno il peccatore e l’empio? » (I Piet. IV, 18). Che avverrà in questo giudizio? L’arco è teso, esso è teso per minacciare, ma non ancora per colpire. E vedete cosa succede quando si tira l’arco; non si tratta di lanciare la freccia in avanti? Anche se la corda è tesa all’indietro, nel senso contrario a quello in cui la freccia sarà lanciata, e più la corda sarà tesa lontano all’indietro, più violenta sarà la velocità con la quale la freccia sarà lanciata in avanti. Cosa significa ciò che sto dicendo? Che più il giudizio sarà differito, più terribile sarà l’impetuosità con la quale arriverà. Noi dobbiamo quindi rendere a Dio delle azioni di grazie per le nostre tribolazioni temporali, perché Dio se ne serva per significare al suo popolo di fuggire davanti all’arco minacciante; Egli vuole che i fedeli, esercitati dalle tribolazioni temporali, siano degni di sfuggire al supplizio del fuoco eterno che attenderà tutti coloro che non credono in queste verità. (S. Agost.). – « O Signore, Voi avete dato un segno a coloro che vi temono, affinché essi possano evitare l’arco teso contro di loro ». O Signore, voi avete aguzzato le vostre frecce, esse spirano sangue, il vostro arco è pronto al tiro ed i nostri cuori saranno trapassati dai colpi; ma prima di lasciare la mano, minacciate, avvertite, affinché si fugga la vostra collera minacciante: è il segno della salvezza che Voi ci date. Ma Voi non lo date se non a coloro che vi temono, gli altri, addormentati nei loro peccati, vogliono solo non intendere, non ascoltare altra voce se non quella che porti al piacere; ma coloro ai quali resta ancora qualche timore dei vostri giudizi, o Dio, tremino alle vostre minacce, affinché evitino i vostri colpi. (BOSSUET. Méd. sur l’Ev. der. Sem. LXXI, j.) – Il segnale che Dio dà ai giusti per premunirsi contro i tentativi dei nemici della salvezza, è la vigilanza su se stessi, e l’esercizio della sua santa Presenza. Essi sanno che il loro fine ultimo può giungere in qualunque momento, e che Dio chiederà loro conto di tutto ciò che essi pensano, di tutto ciò che dicono, di tutto ciò che fanno. Questo occhio eterno sempre aperto e questo ultimo giorno sempre minacciante, li tengono incessantemente attenti, e cosa potrebbe allora il nemico della salvezza con tutti i suoi artifici? (Berthier).

ff. 5. – Che la vostra destra mi salvi, salvatemi in modo che io sia posto alla vostra destra. Che la vostra destra mi salvi: io non domando la salute temporale; su questo punto, che sia fatta la vostra volontà, io la riporto alla vostra volontà. Per il tempo presente, noi ignoriamo interamente quel che c’è utile; perché noi non sappiamo chiedere come si conviene, (ROM. VIII. 33.). « Ma che la vostra destra mi salvi », affinché se debba soffrire in questo tempo una qualche tribolazione, almeno, finché non sia passata la notte di queste afflizioni, io mi trovi alla vostra destra, tra le pecore, e non alla sinistra, tra i capri (Matth. XXV, 33) (S. Agost.).

II. 6-8.

ff. 6-8. – Dio ha parlato nei tempi passati ai nostri  padri per mezzo dei profeti, ma negli ultimi tempi ci ha parlato, ed ancora ci parla, per mezzo del suo Santo, cioè per mezzo di Gesù-Cristo suo Figlio. – Questa enumerazione dei popoli fedeli a Davide, o sottomessi con la forza alle sue leggi, è una immagine dello stato di un’anima maestra delle sue facoltà e delle sue passioni. La carità vi regna sovrana, come Giuda aveva la preminenza su tutte le altre tribù; il corpo faceva le funzioni di Moab, destinato ai ministeri inferiori e propri degli schiavi; gli oggetti esterni, simili ai Filistei, sono tenuti nella dipendenza, e non turbano affatto l’impero dell’amore divino. Ogni giorno quest’anima fa delle conquiste sui nemici della salvezza, figurati dagli Idumei. Infine le virtù che contribuiscono a mantenere la vita soprannaturale, come la fede, la speranza, la pazienza, l’umiltà, la pietà, la mortificazione, dimorano nel pieno esercizio delle loro funzioni, come gli abitanti di Galaad e Manasse, rappresentate come inviolabilmente legate a Davide (Bethier).

ff. 12. – Nelle grandi imprese, o nei pericoli pressanti, i figli del secolo non pensano che ai mezzi umani. Quali saranno le mie forze? … essi dicono, chi sarà il mio protettore? Dove troverò risorse? Da dove verrò fuori? Come sfuggirò a questo pericolo? Non viene loro in mente di ricorrere al Signore, di implorare il suo soccorso e contare sulla sua protezione. Se riusciranno, è al loro industriarsi ed alla loro prudenza che attribuiranno il successo; se decadono dalle loro speranze, essi lo imputano alla malvagità degli uomini, o anche mormorano contro la Provvidenza. Si rendono colpevoli in ogni maniera: dapprima per i loro progetti, che sono spesso ingiusti; in seguito, per i mezzi che impiegano e che sono ancora il più delle volte criminali; infine con i loro rivolgimenti di vanità o di impazienza, di falso entusiasmo di se stessi, o di frivole recriminazioni sulla fatalità degli avvenimenti. Siccome nel mondo vi sono più mali che beni, il linguaggio ordinario è che i tempi sono cattivi. Si diceva questo fin dai tempi di S. Agostino, come lo si dice oggi, e come lo si dirà ancora fra mille anni. Eh! Riprendeva su questo il santo Dottore, viviamo bene, ed I tempi saranno buoni. Noi siamo i tempi; come siamo noi, così sono i tempi! Due cose rendono cattivi i tempi, la miseria dell’uomo e la malvagità dell’uomo; la miseria è comune, è il male di tutti; perché rendiamo comune anche la malvagità? Come potranno essere buoni i tempi, se noi siamo tutti cattivi? (Berthier).

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE DI J. J. OLIER (3)

J. J. OLIER

CATECHISMO CRISTIANO PER LA VITA INTERIORE (3)

A cura del Sacerdote Maurilio Andreolotti

III edizione

EDITRICE ÀNCORA

MILANO

Visto: nulla osta per la ristampa Genova, 21 maggio 1945. On. MARIO CARPANETO, Revis. Eccles.

IMPRIMATUR Genuæ, die 25 V 1945. STEPHANUS FULLE, P. V

Proprietà Riservata – Editrice Ancora – Milano

E. A. (Ge) R. n. 29 – 1 – 1944

Approvazione del Vescovo di Pamiers.

(per la prima edizione).

LEZIONE XII.

A Dio solo è dovuto ogni onore. Come dobbiamo comportarci se ci avvenga di essere disprezzati e umiliati?

D. – Chi dunque merita di essere onorato?

R. – Dio solo. A Lui solo, dice S. Paolo, ogni lode e ogni onore;Soli Deo honor et gloria. (I Tim., I, 17). a noi la confusione, aggiunge il profeta Daniele. (Nobis autem confusio faciei. (Dan., IX, 7). Dio solo è degno di onore e di gloria, perché Dio solo è perfetto in se stesso, perciò Nostro Signore diceva: Nessuno è buono fuorché Dio. Nemo bonus nisi solus Deus. – Luc., XVIII, 19). Tutto ciò che non è Dio, da sé è niente e non ha nessun bene fuorché ciò che riceve da Dio; epperò Gesù Cristo diceva ancora: La mia dottrina non è mia, ma di Colui che mi ha mandato. (Mea doctrina non est mea, sed ejus qui misit me. – Joan., VII, 18).

D. – Ma non si onorano forse i Santi che sono nel Cielo? Anzi Dio medesimo vuole che siano onorati.

R. – L’onore che si rende ai Santi si rende a Dio, il quale abita nei Santi; e se si onorano i giusti su la terra, lo Spirito Santo è quello che si onora in essi, perché Egli abita in loro, li santifica e dà loro la grazia e la virtù di essere fedeli a Dio. – Perciò si dice nella Scrittura che Dio è ammirabile nei suoi Santi, [Ps. LXVII, 38], perché con la sua potenza innalza la loro debolezza a cose sublimi, e la loro ignoranza a grandi lumi, e nella loro bassezza fa risplendere la sua grandezza. Dio pertanto è quello che si onora nei Santi. Nostro Signore medesimo voleva che in Lui non fosse onorato se non il Padre suo; non voleva ricevere per sé nessuna lode, ma tutto rinviava al Padre suo. A quel giovane che lo chiamava Maestro buono, disse: «Perchè mi chiami tu buono? Nessuno è buono, se non Dio solo » – Luc., XVIII, 19-20), come se dicesse: « Vedete voi questa bontà che riluce in me? Essa viene dal Padre mio, da Lui ha origine; e se Egli non la diffondesse in me, Io non l’avrei. Prima che il Padre mio me l’avesse comunicata, Io ero niente e non avevo niente, non ero che niente come gli altri uomini; e la mia umanità venne tratta dal nulla, come le altre creature. Dio si effuse in me e in me versò tutta la pienezza dei suoi tesori, talmente che a Lui solo, appartengono, e tutto quanto di buono, di bello e di perfetto vi è in me, tutto è da Lui; tutto questo non è bene mio, ma bene di Dio, il quale è l’Autore di tutte le perfezioni e di tutte le bellezze che vedete in me. Egli deve essere onorato per le sue opere e soprattutto per questo capolavoro che è la mia Umanità ». Gesù Cristo, inoltre, dichiarava di essere obbrobrio degli uomini e rifiuto della plebe  [Ps. XXI, 7], perché in se stesso» come uomo, era niente, e di più perché era caricato dei peccati del mondo intero.

D. – Come dobbiamo dunque comportarci quando siamo umiliati, disprezzati e dimenticati?

R. – Quando non siamo considerati o siamo tenuti in nessun conto, dobbiamo rallegrarci dicendo nel nostro cuore: « Mio Dio, son ben contento di non essere osservato, né considerato dalla gente, e godo che nessuno pensi a me: così almeno, o mio Dio, non usurperò il vostro posto nei pensieri e nella mente degli uomini: se non occupo nessun posto nel loro cuore e non sono oggetto dei loro sguardi, — questo è per me un gran piacere ». – Tali erano i pensieri del gran martire di Antiochia, sant’Ignazio, quando prevedeva che sarebbe stato divorato dalle bestie e seppellito nel corpo di quelle: Le bestie saranno il mio sepolcro, diceva; così almeno, dopo la mia morte non occuperò il pensiero di nessuno. Allora sarò veramente discepolo di Gesù Cristo, quando il mondo non vedrà neppure il mio corpo. (Blanditiis demulcete ferus, ut mihi sepulcrum fiant, et nihil de corpore meo relinquant; ne, cum obdormiero, molestus cuiquam sim. Tunc ero vere Jesu Christi discipulus; quando mundus nec corpus meum videbit. – S. Ignat. Mart., Epist, ad Rom., n. 4).

LEZIONE XIII.

 Il funesto desiderio di essere onorato è desiderio comune e universale; modo di combatterlo e di rimediarvi.

D. – Spiegatemi meglio ancora questo punto, poiché si tratta di un desiderio troppo naturale.

R. –  È necessario infatti, insistere su questo punto, perché il desiderio di essere stimato, onorato e amato è talmente universale e comune, che non vi è quasi nessuno che, a meno di star bene attento, non parli e non operi sempre con questo spirito. Tutti abbiamo in noi questo desiderio funesto e idolatrico di riempire di noi tutto il mondo, di godere la stima di tutti i cuori, e così essere come idoli da tutti considerati, ammirati e amati. [Desiderio veramente idolatrico, perché tenta di mettersi al posto di Dio]. Tutti, nella nostra carne, siamo pieni di desideri che lo spirito maligno ci ha inoculati col peccato di Adamo; dimodochè la nostra carne ci spinge a tentare, come il demonio, di metterci al posto di Dio nel mondo; e mentre prima l’uomo voleva essere onorato come l’immagine di Dio e raccogliere in sé tutti gli omaggi delle creature per offrirli a Dio, dopo il peccato invece, ha voluto riceverli per sé e in tal modo essere idolatrato e adorato al posto di Dio. Gli uomini, per la maggior parte, non agiscono, né parlano se non col desiderio di essere stimati e di imprimere l’amore di se medesimi nel cuore delle persone che li ascoltano.

D. – Ma come si può fare per non cader in siffatto disordine?

R. – Bisogna, quando ci mettiamo a far qualche cosa o a parlare, rinunciare a noi stessi, ciò che si può fare nel modo seguente: « Mio Dio, in questa azione o in questa conversazione, rinuncio a ogni desiderio di comparire; rinuncio a ogni desiderio di essere stimato; rinuncio a tutti i tristi desideri della mia carne, la quale in ogni cosa non cerca che se stessa; rinuncio al mio amor proprio e a tutto l’orgoglio di cui sono impastato ». – Sarà necessario, inoltre fortificarci con l’abbandonarci allo Spirito di Nostro Signore, il quale dopo il Battesimo è in noi per fare con noi le nostre azioni, affinchè per facciamo opere di Gesù Cristo e non dell’uomo vecchio, opere dello spirito e non della carne; affinché in noi Dio in ogni cosa sia glorificato dal Figlio suo Gesù Cristo.

D. – Ecco una bella dottrina; ma la troviamo noi nella Scrittura?

R. – Certo, potrei citare molti testi che stabiliscono tali verità; mi contenterò di dirvi ciò che dice quel nostro maestro in Gesù Cristo che è san Pietro: Chi parla,  parli il linguaggio di Dio, come parola di Dio; chi ha un ministero, lo eserciti come per una virtù comunicata da Dio, affinché in tutto sia onorato Dio per Gesù Cristo. (1 Piet. IV, II)

D. – Bisogna dunque far tutto nello Spirito di Gesù Cristo operante in noi?

R. – Appunto; bisogna uscire di noi medesimi [Ossia rinunciare a noi stessi e alle inclinazioni disordinate della nostra natura] per così dire, ed entrare nella virtù di Gesù Cristo, ossia unirci allo Spirito di Gesù e operare nella sua virtù (sotto la sua influenza) per onorare Iddio suo Padre; altrimenti siamo pieni di impurità e di intenzioni cattive le quali infettano tutte le nostre azioni.

D. – Quanto siamo infelici e miserabili, poiché rimanendo in noi stessi (ossia seguendo le nostre inclinazioni) non possiamo far nulla che possa piacere a Dio!

R. – La nostra carne è così corrotta che guasta e rovina tutto ciò in cui s’ingerisce. Perciò non meritiamo soltanto di essere dimenticati e disprezzati come il niente, ma ancora di essere perseguitati e calpestati. Insomma, da noi medesimi non possiamo meritare che l’inferno. (Tanquerey: De gratia, n. 30)

D. – Che dite mai? Come mi umiliate! Come annientate la confidenza ch’io avevo in me stesso!

R. – Eppure non ho detto nulla che non sia confermato dalla S. Scrittura.

LEZIONE XIV.

Del dovere di amare la sofferenza, che è il secondo braccio della Croce; perché da noi medesimi siamo peccato.

D. – Per amore di Dio spiegatemi meglio la verità che mi avete esposta, affinché sia talmente impressa nella mia mente che non ne esca mai più, e io possa amare il dolore, la sofferenza, la persecuzione, le calunnie, in una parola amare la penitenza che devo fare su la terra, la quale ne è il soggiorno.

R. – Il primo ramo della Croce sono le umiliazioni e dobbiamo sopportarle, tanto per giustizia come per spirito di Religione. Il secondo ramo della Croce è la sofferenza, e dobbiamo amare i patimenti e sopportare in pace la persecuzione, la calunnia ecc. non solo perché lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel Battesimo, ci infonde tale inclinazione, ma anche per giustizia, a motivo del nostro demerito. Per essere persuasi di questa verità basta ricordarci che da noi stessi siamo peccato.

D. – Scusate; ho bensì sentito dire che siamo peccatori; ma che siamo anche peccato, non lo intendo.

R. – Eppure, non siamo soltanto peccatori, ma nella nostra carne siamo peccato (Rom. VII). [L’uomo caduto è carne (Gen., VI, 3), ma la carne è contraria alla legge di Dio, come dice San Paolo, per cui può chiamarsi peccato. L’uomo, inoltre, nasce colpevole del peccato originale, e soggetto alla concupiscenza che lo porta ad ogni sorta di peccati].

D. – Se così è, non v’è obbrobrio, né calunnia, né persecuzione che non ci sia dovuta, ma spiegatemi dunque in qual modo siamo peccato.

R. – Per questo, è necessario ricordarvi qualche punto di dottrina. L’uomo cristiano, come sempre insegna san Paolo, è composto di due cose; una si chiama carne, l’altra spirito. Così è diviso l’uomo nella Scrittura. Se non che queste espressioni non significano il corpo e l’anima. Infatti, con la parola spirito non s’intende l’anima, ma lo Spirito Santo con tutti i doni che sono nati dallo spirito, come la fede, la speranza, la carità, l’umiltà, la pazienza e altri doni, altre grazie e virtù simili: san Paolo chiama tutte queste virtù Frutti dello Spirito, (Galat., V, 22, 23), e Nostro Signore Gesù Cristo aveva già detto: Ciò che è nato dalla carne è carne, e ciò che è nato dallo Spirito è spirito. (Joann., III, 6).

D. – E per la parola carne cosa intendete?

R. – Lo vedete bene dalle citate parole di Nostro Signore; la carne è ciò che non è lo Spirito Santo, o che non è nato dallo Spirito, ma dalla carne. Perciò, nella Scrittura il corpo e l’amina sono chiamati carne. L’anima soprattutto quando segue la carne e le inclinazioni della carne; e anche il nostro spirito (la nostra mente, il complesso delle nostre facoltà spirituali) sono chiamati carne quando agiscono per giungere ai fini della carne; infine, tutti i loro pensieri sono chiamati carne perché nascono dalla carne; perciò la Scrittura li condanna come degni di morte (mortiferi): La prudenza della carne, dice san Paolo, è morta; (Rom VIII, 6) e in altro luogo: Ebbimo dei pensieri di carne. Facientes voluntatem carnis et cogitationum.(Ephes. II, 2). – Ma ciò che è nato dallo Spirito Santo e che si chiama spirito, non ci appartiene, non è nostro, non è noi, perché è Dio stesso, ed effetto della sua presenza, ossia la sua luce, la sua sapienza, il suo ardore, il suo amore ecc. Non abbiamo dunque motivo di gloriarcene, né di comprendere questi doni nel numero delle cose nostre; perché in noi sono doni della pura liberalità di Dio e della sua grande misericordia, mossa a compassione dalla nostra miseria e dalla carità del Figlio suo morto per noi su la Croce.

LEZIONE XV.

Spiegazione del medesimo argomento.

D. – Ma, insomma, che abbiamo noi di noi medesimi?

R. – Da noi non abbiamo che il niente e il peccato; siamo dunque ben poca cosa, e meritevoli di ogni pena e di ogni persecuzione. Che siamo niente, l’abbiamo già detto; da tutta l’eternità, infatti, cosa avevamo? Niente. L’essere che abbiamo è forse nostro? Mai più, Dio ce ne ha coperti, ma è suo e, quantunque ce ne abbia fatto dono, è suo ancora ed Egli vuole che glielo offriamo in omaggio, usandone per orarlo.

D. – Ma come mai siamo anche peccato?

R. – Vi spiegherò anche questo con la grazia di Dio. Il nostro primo padre Adamo, era stato creato nell’innocenza, ma peccò e in lui peccarono tutti gli uomini.

D. – In che modo intendete che tutti siamo peccatori in Adamo?

R. – Se un padre avesse fatto un contratto per sé e per tutta la sua famiglia, non è forse vero che tutti i suoi figli e successori sarebbero obbligati a osservare le condizioni ch’egli avrebbe pattuite?

D. – E’ vero.

R. – Orbene, il nostro primo padre fece con Dio il primitivo accordo a nome di tutti i suoi figli e di tutta la sua famiglia. Ma col suo peccato violò il patto concluso: perciò i suoi successori, ossia i suoi discendenti, furono tutti coinvolti con lui nel suo delitto, e ne hanno giustamente subito tutto il castigo. Ne consegue che siamo peccato anche noi. – Il peccato del primo padre ha fatto in noi un tale guasto, ha instillato in noi una irruzione tale che l’uomo, dopo la colpa originale, non è che carne e peccato. Perciò Dio disse: Il mio Spirito non rimarrà nell’uomo, perché è carne, (Gen. VI, 3) ossia perché il suo essere, spirituale e corporale, è infetto dal peccato; il suo spirito è divenuto carne, materiale come la carne, cieco come la carne; non cerca che gli appetiti della carne; è animale e terreno come la carne, è depravato e ha perduto la sua rettitudine; alieno dalle sue prime intenzioni, non ha più che desideri impuri, bassi e corrotti; in una parola non ha più niente della somiglianza con Dio. – L’uomo è talmente depravato nel suo fondo, che è tutto inclinato al male e al peccato; e per la miseria e il veleno del peccato originale, è così fortemente inclinato al male che è un abisso, un baratro di peccato, portando in sé il principio non solo di qualche peccato, ma di tutti i peccati.

D. – Ahimè! cos’è questo? Perché mai ci gloriamo della nostra carne? Se il Savio proibisce all’uomo di esser superbo perché è polvere e cenere, (Eccli. X, 9) quanto più sarà da condannare la superbia nella carne, poiché questa è tutta impastata di peccato!

LEZIONE XVI.

La nostra carne non è che peccato.

D. – Non potreste spiegarmi meglio questa miseria?

R. – Vi dirò ciò che penso. La carne è talmente peccato, che è tutta inclinazione e movimento al peccato, anzi a ogni sorta di peccato: dimodoché l’anima nostra, se lo Spirito Santo non la trattenesse con la sua assistenza e con l’aiuto della sua grazia, sarebbe trascinata dalle inclinazioni della carne, le quali tendono tutte al peccato e sono tutte seminate nell’anima, attesa la sua intima e stretta unione con la carne. [Notiamo come il Servo di Dio affermi la distinzione fra l’anima e la carne. L’anima, con l’aiuto della grazia, può resistere e non lasciarsi trascinare dalla carne.

D. – Dio mio! Ma cosa è dunque la carne?

R. – La carne è l’effetto del peccato e il principio del peccato; in una parola, si può dire della carne ciò che i Giudei dicevano del cieco nato, che è tutta nata nel peccato. [Joan. IX, 24]

D. – Ma, se è così perché non cadiamo ad ogni istante nel peccato?

R. – Effetto della misericordia di Dio, che ci trattiene, e dell’assistenza del suo divino Spirito che risiede in noi per sorreggerci.

D. – Siamo dunque obbligati a ringraziare il Signore con viva riconoscenza, anche per i peccati che non commettiamo?

R. – Certo, sant’Agostino lo riconosce per se medesimo nelle sue Confessioni ed è questo il sentimento ordinario dei Santi, perché la carne è inclinata al male con tale forza che Dio soltanto può trattenere l’uomo affinché non cada nel peccato. [Conf. L. II, c. VII]

D. – Ma come! A ciò non basterebbero la sapienza umana e la filosofia?

R. – No; anticamente, infatti, i più grandi filosofi e gli uomini più sapienti che mai siano vissuti, sebbene conoscessero la virtù e avessero grande orrore per il vizio, non mancarono tuttavia di cadere in gravissimi disordini, anzi precipitarono nei vizi più sozzi e più vergognosi alla natura. [Cfr. Rom., I , 18, 32]. Dobbiamo pertanto essere oltremodo riconoscenti a Gesù Cristo, perché ci ha dato il suo Spirito onde rialzar l’anima nostra e ritirarla dal fango del peccato e dalle inclinazioni della carne nelle quali è tutta immersa. Non potremo mai esprimere né intendere di quanta riconoscenza dobbiamo essere animati verso Gesù Cristo. È bene ripeterlo, non v’è sorta di peccato, non v’è imperfezione o disordine, non v’è errore o sregolatezza, di cui la carne non sia piena; non v’è pazzia di cui non sarebbe capace a ogni ora.

D. – Ma dunque, senza il soccorso di Dio, io sarei pazzo, anche in pubblico?

R. – Ciò sarebbe poco, perché sarebbe soltanto contro la civile società; ma sappiate che senza la grazia di Dio, senza la virtù dello Spirito di Dio, non v’è impurità, sozzura, infamia, ubriachezza, bestemmia; ecc., in una parola, non v’è peccato di cui l’uomo non si renderebbe colpevole. Per poco che vogliamo entrare in noi stessi, dovremo riconoscere che portiamo in noi una strapotente inclinazione al male, e ad ogni sorta di male e di peccato. Se non fossimo sostenuti dalla grazia di Dio, cadremmo nell’abisso di ogni peccato.

LEZIONE XVII.

La nostra carne è tutta contraria e ribelle a Dio e al suo Divino Spirito.

D. – Desidererei che mi spiegaste meglio questa verità, affinché possa concepire maggiormente orrore per la carne.

R. – La carne è peccato in quanto è tutta contraria a Dio, in quanto combatte contro lo Spirito, come dice san Paolo, e lo Spirito combatte pure contro di essa [Galat. VI, 17]. Perciò la carne è simile al demonio, il quale combatte contro Dio; la carne è della natura stessa del demonio. Non dobbiamo dunque stupirci se diciamo che dobbiamo odiare la nostra carne e aver orrore di noi medesimi; non dobbiamo stupirci se diciamo che l’uomo, nello stato in cui si trova, deve essere maledetto e perseguitato; in verità non v’è male che non debba giustamente cadere sopra di lui, per causa della sua carne. L’odio, la maledizione, le persecuzioni che colpiscono il demonio devono pure colpire la carne e tutte le sue tendenze.

D. – Ma, se il demonio è maledetto, ciò proviene dal fatto che non si convertirà mai a Dio, né mai potrà essergli sottomesso.

R. – Così anche la carne; per tutto il tempo della nostra vita quaggiù, sarà sempre talmente corrotta, immonda e perversa che non potrà mai convertirsi a Dio, [Finché sussisterà il peccato originale, l’uomo porterà in sé le inclinazioni perverse che lo portano al peccato.] né  sottomettersi alla legge di Dio: Legi Dei non est subjecta, nec enim potest. [Rom. VIII, 7]

D. – Ma in tal caso come è possibile che i Santi, i quali hanno una carne simile allanostra, servano Dio nella presente vita?

R. – Lo Spirito di Dio, cui aderisce l’anima dei Santi, e dal quale viene illuminata, mossa e fortificata, padroneggia la carne, e l’assoggetta a Dio malgrado la sua resistenza. La carne, infatti, sempre resiste a Dio in questa vita: che sebbene la grazia e l’effusione dello Spirito sopra di essa talvolta facciano sì che esulti in Dio, come dice la Scrittura, [Cor meum et caro mea exsultaverunt in Deum vivum Ps. LXXXIII],  tuttavia è sempre pronta a resistere e non si lascia quasi mai vincere, se non per forza.

D. – Ma i demoni cantano forse anche essi le lodi di Dio? Esultano forse anch’essi in Dio?

R. – Mai più, nella condizione in cui si trovano; Dio tuttavia, se volesse, con la sua potenza potrebbe fare che lo lodassero, malgrado la loro depravazione.

D. – Ma perché la nostra carne talvolta esulta in Dio e lo loda, mentre i demoni non lo lodano mai?

R. – La nostra carne, per l’azione dello Spirito Santo, può lodare Dio, a differenza dei demoni, perché questi non sono più in grado di sperare, né di meritare la gloria, mentre la carne viene data come compagna all’anima, la quale ogni giorno spera la gloria e la merita; dimodoché nell’uomo l’anima serve a Dio e gli aderisce nello Spirito, e la carne, suo malgrado, rimane assoggettata allo Spirito, benché non gli sia sottomessa. E qui ancora vi è una somiglianza tra la carne e il demonio. La carne, infatti, è come il demonio, il quale, malgrado la sua rabbia rimane soggetto per forza alla potenza del divino Spirito, tuttavia non vi è sottomesso; orbene la carne pure è disposta in tal modo. Mentre io prego Dio e mi sottometto a Lui, mentre mi elevo a Dio per la virtù dello Spirito Santo, in pari tempo la carne si distoglie da Dio volgendosi verso la creatura, si abbassa verso la terra e così spesso rimuove l’anima da Dio; [Deprimit sensum multa cogitantem. Il corpo corruttibile grava su l’anima, e la terrestre dimora deprime la mente che ha molti pensieri – Sap., IX, 15], mentre l’anima si mantiene nella purezza la carne si porta all’impurità e alla disonestà; mentre l’anima si investe della santità di Dio, la carne aderisce alla creatura, perciò si macchia e si guasta; insomma la carne, come il demonio, non cambia mai, né mai cessa di essere ciò che è.

LEZIONE XVIII.

La perversità della nostra carne merita ogni sorta di umiliazioni da parte di Dio e da parte di ogni creatura.

D. – Non verrà dunque mai quel tempo in cui l’uomo e la carne non saranno piùpeccato?

R. – Sì, questo avverrà nel Paradiso, nel giorno della risurrezione, quando Dio riformerà questo corpo vile, abietto e umiliato. [Reformabit corpus humilitatis nostræ. -Philip. III. 21]. Il corpo di nostra umiliazione, corpo umiliato, questa espressione di san Paolo è giustissima. L’uomo, infatti, merita ogni umiliazione; non v’è confusione che non gli sia dovuta. Se per esempio si dicesse di me, di voi e di chiunque altro : « Questo uomo è avaro », bisognerebbe sopportarlo, perché  tutti abbiamo in noi un principio di avarizia insaziabile, sebbene la grazia ne abbia forse soffocato il sentimento nell’anima nostra. Se si dicesse che siamo disonesti, lo dovremmo sopportare, perché il seme di ogni vizio e di ogni impurità si trova nella nostra carne, la quale trascinerebbe l’anima al peccato, se lo Spirito non la sorreggesse. Se si dicesse che siamo superbi, lo dovremmo sopportare, pensando che ciò è sempre vero ad onta degli effetti che la grazia di Gesù Cristo e del suo Spirito abbiano operato in noi; né ci si fa torto alcuno o ingiuria col chiamarci orgogliosi, perché la nostra carne rimane sempre la stessa, vale a dire sempre impastata di orgoglio e sempre pronta a produrre atti di superbia; talmente che non cessiamo mai di essere orgogliosi, benché non lo sentiamo, e che pratichiamo talvolta atti di umiltà. Così di tutti gli altri difetti che si possono concepire nell’uomo, perché la carne è la sorgente, la cloaca e come la fogna dove si raccoglie ogni impurità, ogni disordine e ogni peccato.

D. – Allora, non v’è sorta di ingiuria che non dobbiamo sopportare, persuasi che ci sono ben dovute. Le umiliazioni, le ingiurie, le calunnie non debbono punto turbarci.

R. – Dite vero; bisogna fare come quel Santo, il quale essendo condotto al patibolo per un delitto che non aveva commesso, non volle giustificarsi, dicendo nel suo cuore che, senza l’aiuto di Dio, avrebbe commesso quello e altri peggiori ancora. Coi medesimi sentimenti, dobbiamo sopportare ogni persecuzione. Se, come è nostro dovere, fossimo ben persuasi della malizia della nostra carne, la persecuzione ci sembrerebbe cosa ben giusta, anzi dovremmo desiderarla, per reprimere, con tali castighi, la continua ribellione di questa nostra carne contro Dio.

D. – Gli uomini, gli Angeli e Dio medesimo dovrebbero dunque incessantemente perseguitarci?

R. – Sì, così dovrebbe essere e così avverrà nel giorno del giudizio ai peccatori sopra i quali Dio eserciterà la sua vendetta per mezzo di tutte le creature nelle quali Egli abita, e delle quali ognuna sarà come uno strumento esecutore della sua giustizia. [Pugnabit cum illo orbis terrarum contra insensatos. – Sap., V , 21]. Pertanto, nelle malattie, nelle persecuzioni, nelle umiliazioni e in ogni afflizione, dobbiamo metterci dalla parte di Dio contro noi medesimi, e pensare che le meritiamo tutte e di più ancora, che Egli ha diritto di servirsi di tutte le creature per castigarci, e che adoriamo la grande misericordia ch’Egli in tal modo esercita adesso sopra di noi, sapendo che, quando verrà il tempo della sua giustizia, ci tratterà ben più rigorosamente.

D. – E quale sarà il tempo della sua giustizia?

R. – L’altra vita, sarà il tempo della sua giustizia, perché allora Dio non userà più misericordia; allora la sua giustizia non sarà più temperata dalla compassione per la nostra miseria; allora Dio ci tratterà secondo tutta la severità del suo santo giudizio. È cosa orribile, dice la Scrittura, cadere nelle mani del Dio vivente [Hebr. X, 31]. Allora non vi sarà più né croce, né afflizione, di cui l’anima e il corpo del peccatore non saranno cruciati.

D. – Ma allora non è forse più dolce portare adesso quella croce che la giustizia di Dio ci impone, in questo tempo di misericordia, in cui siamo sorretti dalla grazia e dalla virtù che la bontà di Dio ci largisce; piuttosto che aspettare quel tempo in cui il peccatore, mentre sarà oppresso da ogni sorta di tormenti, sarà privo di qualsiasi aiuto e di qualsiasi consolazione?

R. – Avete ben ragione. Nell’inferno, infatti, non vi è più nessun aiuto che sorregga, nessuna grazia che fortifichi, nessuna unzione che consoli e raddolcisca il giogo del rigore di Dio; non vi sarà più nessuno di questi beni, i quali sono, quaggiù il miglior sollievo delle nostre croci e i  nostri patimenti.

http://www.exsurgatdeus.org/2019/11/14/catechismo-cristiano-per-la-vita-interiore-di-j-j-olier-4/

SALMI BIBLICI: “ERIPE ME DE INIMICIS MEI, DEUS MEUS” (XLVIII)

SALMO 58: “ERIPE ME DE INIMICIS MEI, Deus meus”

CHAINE D’OR SUR LES PSAUMES

ou LES PSAUMES TRADUITS, ANALYSÉS, INTERPRÉTÉS ET MÉDITÉS A L’AIDE D’EXPLICATIONS ET DE CONSIDÉRATIONS SUIVIES, TIRÉES TEXTUELLEMENT DES SAINTS PÈRES, DES ORATEURS ET DES ÉCRIVAINS CATHOLIQUES LES PLUS RENOMMÉS.

[I Salmi tradotti, analizzati, interpretati e meditati con l’aiuto delle spiegazioni e delle considerazioni seguite, tratte testualmente dai santi Padri, dagli oratori e dagli scrittori cattolici più rinomati da …]

Par M. l’Abbé J.-M. PÉRONNE,

CHANOINE TITULAIRE DE L’ÉGLISE DE SOISSONS, Ancien Professeur d’Écriture sainte et d’Éloquence sacrée.

[Canonico titolare della Chiesa di Soissons, Professore emerito di Scrittura santa e sacra Eloquenza]

TOME PREMIER.

PARIS LOUIS VIVES, LIBRAIRE-ÉDITEUR 13, RUE DELAMMIE, 1878

IMPRIM.

Soissons, le 18 août 1878.

f ODON, Evêque de Soissons et Laon.

Salmo 58

In finem, ne disperdas. David in tituli inscriptionem, quando misit Saul, et custodivit domum ejus, ut eum interficeret.

[1] Eripe me de inimicis mei, Deus meus,

et ab insurgentibus in me libera me.

[2] Eripe me de operantibus iniquitatem, et de viris sanguinum salva me.

[3] Quia ecce ceperunt animam meam; irruerunt in me fortes.

[4] Neque iniquitas mea, neque peccatum meum, Domine; sine iniquitate cucurri, et direxi.

[5] Exsurge in occursum meum, et vide: et tu, Domine Deus virtutum, Deus Israel, intende ad visitandas omnes gentes; non miserearis omnibus qui operantur iniquitatem.

[6] Convertentur ad vesperam, et famem patientur ut canes; et circuibunt civitatem.

[7] Ecce loquentur in ore suo, et gladius in labiis eorum: quoniam quis audivit?

[8] Et tu, Domine, deridebis eos; ad nihilum deduces omnes gentes.

[9] Fortitudinem meam ad te custodiam, quia, Deus, susceptor meus es.

[10] Deus meus, misericordia ejus præveniet me.

[11] Deus ostendet mihi super inimicos meos; ne occidas eos, nequando obliviscantur populi mei. Disperge illos in virtute tua, et depone eos, protector meus, Domine;

[12] delictum oris eorum, sermonem labiorum ipsorum; et comprehendantur in superbia sua. Et de execratione et mendacio annuntiabuntur,

[13] in consummatione, in ira consummationis; et non erunt. Et scient quia Deus dominabitur Jacob, et finium terræ.

[14] Convertentur ad vesperam, et famem patientur ut canes; et circuibunt civitatem.

[15] Ipsi dispergentur ad manducandum; si vero non fuerint saturati, et murmurabunt.

[16] Ego autem cantabo fortitudinem tuam, et exsultabo mane misericordiam tuam; quia factus es susceptor meus, et refugium meum in die tribulationis meæ.

[17] Adjutor meus, tibi psallam, quia Deus susceptor meus es; Deus meus, misericordia mea.

[Vecchio Testamento Secondo la VolgataTradotto in lingua italiana da mons. ANTONIO MARTINI Arciv. Di Firenze etc.

Vol. XI

Venezia, Girol. Tasso ed. MDCCCXXXI]

SALMO LVIII.

Perchè Davide di notte non fuggisse e potesse ucciderlo la mattina, Saulle assediò la casa (1 dei Re, c. 19). Ma Michol lo salvò, calandolo dalla finestra. Il Salmo è scritto, imminente questo pericolo; egli prega e predice al solito la perdita de’ suoi nemici. S’applica a Cristo, trattenuto nel sepolcro. E alla Chiesa, impedita nella sua predicazione; si può anche raffigurarvi la sorte de’ giusti e degli empii.

Per la fine: non mandare in perdizione; a David, iscrizione da mettersi sopra una colonna: quando Saul mandò ad assediar la sua casa per ammazzarlo.

1. Salvami da miei nemici, o mio Dio, e liberami da coloro che insorgono contro di me.

2. Toglimi dalle mani di quei che lavorano iniquità, e salvami dagli uomini sanguinarii.

3. Perocché ecco che avran presa l’anima mia: uomini di gran possa son venuti ad assalirmi.

4. Nò ciò, o Signore, per la mia iniquità, né per mia colpa: senza iniquità io corsi e regolai i miei passi.

5. Sorgi, e vienmi incontro, e considera. E tu, o Signore Dio degli eserciti, Dio d’Israele, Svegliati per visitare tutte le nazioni; non far misericordia a verun di coloro che operano l’iniquità.

6. Verranno alla sera, e patiranno fame canina, e gireranno intorno alla città. (1)

7. Ecco che apriranno la loro bocca, avendo un coltello nelle loro labbra (dicendo): Chi ci ha ascoltati?

8. Ma tu, o Signore, ti burlerai di loro; stimerai come un nulla tutte le genti.

9. La mia fortezza riporrò in te, perché tu se’, o Dio, il mio difensore:

10. La misericordia del mio Dio mi preverrà.

11. Dio mi ha fatto vedere la vendetta de’ miei nemici; non gli uccidere; affinché non se ne scordi il popol mio. Dispergili colla tua possanza, e degradagli, o Signore, protettor mio,

12. A motivo del delitto della loro bocca e per le parole delle loro labbra; e siano presi dalla propria lor superbia. (2)

13. E per lo spergiuro e per la menzogna saran chiamati alla perdizione dall’ira che li consuma; ed e’ più non saranno. E conosceranno come il Signore regnerà sopra Giacobbe e sino alla estremità della terra.

14 . Si convertiranno alla sera, e saranno affamati come cani, e gireranno attorno alla città.

15. Eglino andran vagabondi, cercando cibo; e se non saran satollati, ancora mormoreranno.

16. Ma io canterò la tua fortezza, e inni di letizia offrirò al mattino alla tua misericordia. Perché tu se’ stato mia difesa e mio rifugio nel di della mia tribolazione.

17. Aiuto mio, te io canterò, perché tu, o Dio, tu sei mia difesa; Dio mio, mia misericordia.

(1) Davide esprime la delusione dei suoi nemici che, essendo venuti per prenderlo, non lo trovano, poiché egli era scappato dalla finestra, e tornando nel cuore della notte, latrando come dei cani ai quali hanno strappato la preda, cercano Davide per tutta la città.

(2) C’è chi ha tradotto: ed a causa della maledizione (delle loro bestemmie), e della menzogna, si annuncerà loro lo sterminio, lo sterminio per la collera ed essi non saranno più.

Sommario analitico

Davide, circondato nella sua casa dai compagni di Saul che cercano di impadronirsi di lui per metterlo a morte, è figura di Nostro-Signore preso e catturato dai suoi nemici nell’orto degli ulivi.

I.  – Egli implora il soccorso di Dio:

1° Esponendo il pericolo imminente che gli fanno correre i suoi nemici: – a) essi sono pieni di meraviglia a suo riguardo; – b) si dichiarano contro di lui nei consigli di Saul; (1) – c) aggiungo atti alle parole; – d) cercano anche di versare il suo sangue e di togliergli la vita (2,3);

2° Per la sua innocenza (4).

II. – Egli predice la sua liberazione:

1° mostra quali siano i disegni dei suoi nemici, frustrati dai loro attentati e cospiranti di nuovo contro di lui, e prega Dio che lo liberi e li punisca (6,7);

2° Dio riderà dei loro sforzi e li annienterà (8); 3° egli dichiara tutta la sua fiducia che ripone in Dio, la sua forza, la sua difesa, la sua misericordia (9, 10);

3° descrive la punizione dei suoi nemici che sarà: a) manifesta; b) gloriosa per lui; c) perdurante, d) ignominiosa per la loro dispersione ed il loro abbassamento (11), e) giusta, a causa dei loro discorsi e dei loro atti (12); f) piena di dolore: 1) perché essi sapranno che Dio ne è l’autore (13), 2) perché soffriranno una fame crudele (14), 3) perché mormoreranno nella loro estrema miseria (15).

III. – Egli promette di rendere azioni di grazie a Dio:

.a) Forte contro i suoi nemici, b) misericordioso al suo riguardo (16), c) suo protettore e suo rifugio nel giorno dell’afflizione, d) suo difensore nei combattimenti (17).

Spiegazioni e Considerazioni

I. — 1 – 4

ff. 1, 3. – È la voce di Davide assediato nella propria casa dai soldati di Saul; – è la voce di Gesù-Cristo nella sua passione e nel suo sepolcro circondato dalle guardie; – è la voce di un’anima giusta oppressa dai nemici della sua salvezza: il demonio, la propria concupiscenza, la presunzione delle proprie forze, l’orgoglio e tutte le altre passioni che si accaniscono su di essa per catturarla (Dug.). – Ciò che dice qui il salmista si compie nella carne di Cristo e si compie anche in noi. In effetti i nostri nemici, cioè il demonio ed i suoi angeli, non cessano di scagliarsi ogni giorno contro di noi; essi tentano senza tregua di trionfare della nostra debolezza e della nostra fragilità, e ci ingannano, ci suggeriscono il male, ci assalgono con tentazioni; essi voglio farci cadere in ogni tipo di insidia mentre viviamo sulla terra. Ma la nostra voce vegli davanti a Dio e gridi nelle membra di Cristo, sotto la sorveglianza del nostro capo, stabilita nel cielo (S. Agost.). – Questi sono dei nemici potenti di per se stessi, ma deboli quando si ha Dio per protettore, perché, cosa può l’uomo contro Dio?

ff. 4. – Si sente, in queste nobili parole, tutta la superiorità della verità sulla figura. Né Davide, né alcun altro uomo ha potuto dire, in mezzo ai mali che i suoi nemici gli facevano soffrire, che egli soffrisse perfettamente innocente. Solo l’Uomo-Dio ha potuto, con tutta verità, concepire questo pensiero ed usare questo linguaggio, ed è così che nel Vangelo Gesù-Cristo dice ai Giudei: « Chi di voi mi accuserà di peccato? » Così, quale dignità, quale prezzo infinito, questa intera innocenza, questa incomparabile santità, dà in sacrificio una vita così pura, all’immolazione della vittima senza macchia! Così ne risulta, secondo ogni giustizia, il diritto di ottenere la salvezza del mondo e di far revocare le sentenze pronunciate contro la razza umana, almeno per tutti coloro che crederanno ed ameranno, e che proveranno con le loro opere, la loro fede ed il loro amore! (Rendu). – Gesù-Cristo propriamente parlando, ha il diritto di dire che né la sua iniquità, né il suo peccato sono stati la causa dei trattamenti che soffriva da parte degli uomini; Egli che ha potuto dire ai suoi nemici: Chi tra voi potrà accusarmi di peccato? (Jov. VIII, 46). I giusti nondimeno lo possono dire in un senso vero, vale a dire, con pur riconoscendo davanti a Dio, in mezzo alle persecuzioni che li hanno fatto soffrire, che essi sono peccatori, essi però non soffrono propriamente come peccatori, ma solo perché si porta loro invidia, perché è necessario che tutti coloro che vogliono vivere nella pietà, siano perseguitati (II Tim. II, 12), e che tutta le gloria di un Cristiano è di soffrire non da colpevole, ma da giusto e da innocente (1 Piet. IV 15).

II. – 6-15.

ff. 5. – Sembra inutile domandare a Dio che si alzi per venire incontro a noi, poiché, riempiendo tutto con la sua presenza, Egli è sempre vicino ai suoi servi, e considera il pericolo in cui siamo, poiché nulla è nascosto alla sua luce divina. Ma Egli vuole, per noi che meritiamo di essere esauditi, che veniamo convinti, in vista del nostro stato, del gran bisogno che abbiamo del suo soccorso. (Dug.). – « Non abbiate pietà di tutti quelli che commettono l’iniquità ». Queste sono parole da terrore. Chi non ne sarebbe colpito? E quale anima, rifacendo un esame sulla propria coscienza non ne tremerebbe? Quand’anche potesse rendere testimonianza di qualche atto di pietà, sarebbe sorprendente se non possa anche rendersi testimone di qualche iniquità. In effetti chiunque commetta peccato, commette l’iniquità. (Giov. III, 4). « Ora, se esaminate le iniquità dell’uomo, Signore, Signore, chi potrà sostenere questo esame? » (Ps. CXXIX, 3). E benché queste parole siano vere, esse non sono state dette invano, non possono e non potrebbero mai se non compiersi (S. Agost.). – Ogni iniquità, piccola o grande, deve necessariamente essere punita, o con la penitenza dell’uomo colpevole, o con il castigo del Dio vendicatore; perché colui che si pente si punisce da solo. Puniamo dunque i nostri peccati, se cerchiamo di ottenere la misericordia di Dio. Dio non può aver pietà di coloro che commettono l’iniquità. Da voi stessi o da Dio, occorre assolutamente che vi sia una punizione. Volete che Egli non punisca? Punitevi da soli, voi stessi; perché avete commesso un’azione che non può restare impunita; ma è maglio che la punizione venga da voi e che facciate quel che il Profeta ha scritto in un altro Salmo: « Preveniamo la severità del suo volto, confessando i nostri peccati » (S. Agost.).

ff. 6. – Immagine suggestiva è questa, dei riprovati nel giorno del giudizio finale, allorché, divorati dalla fame di questa sapienza che avranno disdegnato quando ancora erano in vita, essi percorreranno, come cani affamati, la città, l’assemblea dei santi, per vedere se alcuno voglia soccorrerli, e nessuno li soccorrerà in questo giorno di sventura (Bellar.). – Penitenza tardiva ed ordinariamente inutile, che non si fa che sulla sera della vita; penitenza spesso cominciata all’agonia, che non è stata mai provata, di cui mai si è visto il frutto; penitenza imperfetta; penitenza nulla, senza forza, senza riflessione, senza tempo per ripararne i difetti (Bossuet). – Si soffre allora una fame spaventosa, perché, mancando in questo momento il mondo che si ama e che sfugge, si sente in fondo al cuore un vuoto impossibile da riempire, e che riduce, come le vergini stolte, a fare inutilmente il giro della città, cioè ad indirizzarsi a tutti i giusti, per domandar loro qualche goccia di olio (Dug.).

ff. 7, 8. – Non c’è nulla di più pericoloso che una tentazione violenta giunta con l’occasione di peccare in segreto e con impunità. È ciò che rese la moglie di Putifar sì audace: cosa che rende infinitamente rilevante il merito di Giuseppe. Chi ti vedrà, chi ti ascolterà? … dice la passione! Questa parola è più formidabile della spada; essa ha perso più anime che il mondo con tutte le sue illusioni, che il demonio con tutti i suoi artifici. Per rifiutare questa parola bisogna ricordarsi di quella che S. Agostino indirizza a tutti gli uomini passionali, soprattutto agli impudichi: dove vai a sprofondarti? Guarda Gesù-Cristo in te; risparmia questo affronto a Gesù-Cristo. E che! Disprezzerai Gesù-Cristo di cui sei membro? Disprezzerai lo Spirito-Santo di cui sei tempio? In qualunque parte tu vada, sei visto da Gesù-Cristo che ti ha creato, che ti ha riscattato, che è morto per te. Questa potente apostrofe del santo Dottore ci insegna che la voce della coscienza ed il ricordo della presenza di Dio sono le sole cose degne che noi possiamo opporre al torrente di una passione violenta che ci sollecita, e che autorizza al segreto, al silenzio ed all’impunità (Berthier). – Castigo di ogni ingiustizia e che la santa Scrittura ci richiama frequentemente è quello per cui i peccatori hanno riso di Dio durante la loro vita, Dio riderà di loro alla loro morte! – Mantenere, conservare la propria forza in Dio, e mettersi interamente al suo servizio; questo non è attribuirsi tale forza, ma attribuirla a Dio solo, senza il Quale non possiamo niente; occorre confidare in Lui affinché la riguardi come un deposito, la conservi e l’aumenti.

ff. 9, 10. – « È in voi che conserverò la mia forza ». In effetti tutti questi forti sono caduti perché essi non hanno riposto la loro forza sotto la vostra custodia; vale a dire, coloro che si sono levati contro di me, hanno posto la loro fiducia in se stessi. « Quanto a me è in Voi che manterrò la mia forza »; perché se mi allontano da Voi, io cado; quando mi avvicino a Voi, io divento più forte. Vedete in effetti qual è la condizione dell’anima umana: essa non ha luce da se stessa; ora tutto ciò che è bene nell’anima, è la forza e la saggezza; ma per se stessa essa non ha la saggezza; per se stessa essa non ha la forza; essa non è né la propria luce né la propria forza. Ma per essa c’è un principio ed una fonte di forza; c’è per essa una radice di saggezza; c’è per essa, se così è permesso parlare, una regione di immutabile verità: se l’anima se ne allontana, cade nelle tenebre; se vi si avvicina, vi trova luce. « Avvicinatevi a Dio e sarete illuminati »; (Ps. XXXIII, 5); se invece vi allontanate da Lui, sarete nelle tenebre. « Io dunque serberò in Voi la mia forza »; io non mi allontanerò da Voi e non metterò più la mia fiducia in me stesso. « Io serberò la mia forza in Voi, perché Voi siete il mio protettore ed il mio Dio ». Dove siete Voi in effetti, e dove son io? Da dove mi avete tratto? Quali iniquità mi avete rimesso? Dove ero disteso, dove sono stato innalzato? (S. Agost.). – Il mondo cieco ed appassionato vorrebbe far passare la testardaggine nell’errore e l’incredulità come una certa forza di spirito. Ah! Signore, non permettete mai che me ne formi mai una simile, e non soffra mai che il mio spirito si fortifichi a spese della mia fede. No, mio Dio, non sarà così: tra le debolezze estreme alle quali sento che il mio cuore è soggetto, se mi resta ancora qualche forza, questa è per Voi, e non contro di Voi io pretendo conservarla, perché io voglio potervi dire come Davide: « … è per voi che io serberò la mia forza », e vedo che queste parole dimorano ben impresse nel mio cuore, per poter essere la prima regola della mia condotta. I libertini impiegano la forza del loro spirito contro la vostra Religione, gli eresiarchi contro la vostra Chiesa, tutti unanimemente contro di Voi, ma io, Signore, che faccio professione di fedeltà, io la conserverò e la userò per Voi. In luogo di coloro che mettono la loro forza nel non credere o nel credere a ciò che piace loro, io metterò la mia nel sottomettermi e nell’essere prigioniero; la mia forza sarà la mia sottomissione, e quando vi farò, o mio Dio, il sacrificio di questa sottomissione, che è il più grande sforzo dello spirito umano, io mi consolerò nel pensiero che io lo faccio per Voi e non per altri. Che mi si tratti da spirito debole, che il mondo giudichi secondo le proprie vedute, poco mi importerà, dal momento che io mi lego a Voi con una fede viva e che niente sia capace di portarmi alla risoluzione di non avere né spirito né forza se non per Voi, ed in rapporto a Voi. Ecco – dice S. Agostino – come un uomo cristiano deve parlare a Dio, ed ecco ciò che fa la sua gloria; perché cosa c’è di più glorioso che essere vinto, o piuttosto di voler essere vinto dalla verità: « Quid enim gloriosius quam vincta veritate. » (BOURD. Panég. de S. Thomas). – « La misericordia mi preverrà ». Io non presumerò in alcun modo di me stesso. Cosa ho portato di buono perché Voi abbiate pietà di me e mi abbiate giustificato? Cosa avete trovato in me, se non solo i miei peccati? Voi non avete trovato in me se non la natura che avete creato; tutto il resto erano i miei peccati, che Voi avete cancellato. Io non mi sono levato per primo per venire a Voi; ma Voi siete venuto a me per eccitarmi; perché « la sua misericordia mi preverrà ». Prima che abbia fatto qualcosa di buono, « la sua misericordia mi verrà in aiuto » (S. Agost., VII, 12).

ff. 11, 12. – Questo grande crimine del deicidio doveva essere la salvezza del genere umano. I Giudei, cioè i nemici accaniti, i carnefici di Gesù-Cristo, dovevano essere gli immortali testimoni e rinascendo incessantemente, avrebbero deposto in tutto il corso dei secoli, in favore della loro vittima. Era il loro destino e Gesù-Cristo stesso, per bocca di Davide, lo ha loro annunciato dall’alto della sua croce. Essi saranno dati come spettacolo al mondo, sempre puniti e sempre viventi; sempre ribelli e sempre cacciati; sempre attestanti la verità delle Scritture sacre, e sempre ricusando di credere ciò che essi proclamano per persuadere tutte le nazioni; dispersi tra tutti i popoli, non si confondono con alcuno; odiati, disprezzati, perseguitati e sempre pieni di vita, sempre attivi. Sempre moltiplicati sulla faccia della terra. – Finché sia invincibilmente provato che Dio che li tiene sotto il suo impero, li fa servire per i suoi disegni, e come ultima prova della sua onnipotente misericordia, li conduce umiliati e pentiti ai piedi di quella croce sulla quale hanno inchiodato Gesù di Nazareth, il Re dei Giudei (Rendu). – L’esecrazione di cui parla qui Davide fu evidentemente quella orribile parola: « Che il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli », parola per la quale essi chiesero per essi la pena più infame degli attentati; la menzogna, queste parole: « … noi non abbiamo altro re che Cesare », perché è costante che essi non vollero pagare il loro tributo a Cesare, perché si vantavano di essere liberi, e di non aver mai servito nessuno, cosa che era una terribile menzogna, smentita da tutta la loro storia (Bellarm.). – I giusti prevedono spesso i castighi che Dio vuol far soffrire ai loro nemici; ma, ben lontani dal sentirne una maligna gioia, essi ne hanno, al contrario, solo dolore perché li amano. Essi pregano Dio di non farli morire, o se vuol far morire qualcosa in essi, questa sia la loro volontà colpevole e non la loro persona (Dug.).

ff. 13. – La collera consumata di cui parla il profeta è terribile: colui che ne è l’oggetto cessa di esistere ai nostri occhi, ma non lascia il far comprendere che Dio è il padrone supremo che domina su tutto. Come colui che non è più, può avere quella conoscenza? È che la sua esistenza, peggio del niente, non riceve che i flagelli di un gioco inesorabile e di un vendicatore spietato. I riprovati sono in questo pietoso stato; essi non sono più, perché la vita di Dio non è più in essi, e provano la vendetta del Dio vivente, che essi hanno negletto ed abbandonato. I malvagi si burlano di questa grande verità, dal momento che potrebbero profittarne, e non resta loro che disperarsi, quando potevano invece applicarsi con frutto. Albero infruttuoso, diceva S. Agostino, non ridere, perché ti si dà del tempo per portare frutto. L’ascia è pronta, essa ti minaccia; profitta del lasso di tempo, non credere che Colui che l’ha in mano non venga ben presto a colpirti. (Berthier).

ff. 14, 15. – È questo un quadro energico della triste e deplorevole sorte dei Giudei. Essi non riconosceranno giammai che Cristo è il padrone dei Giudei e quello dei Gentili, se non nell’ultimo giorno, ma oramai sarà troppo tardi. Essi si rivolgeranno ai loro profeti urlando verso di essi come dei cani affamati, e poiché non ne riceveranno consolazione, cominceranno a mormorare e a dolersi del loro dolore (Bellar.). – Il peccatore morente è all’ultimo atto della sua scandalosa storia; in questo momento, egli cerca ancora di nutrirsi degli alimenti del mondo, chiama in suo aiuto tutto ciò che può immaginare per conservare il soffio di vita che sta per rendere. Forma dei progetti per soddisfare le sue passioni, soprattutto quelle che ha avuto al primo posto nella sua anima, … l’orgoglio, l’avarizia, la voluttà: sforzi inutili, tutto manca in lui; egli prova una carenza generale. Dio lo rigetta ed il mondo lo abbandona; non gli resta – dice San Gregorio Magno – che il ricordo del male che ha fatto, del bene che ha omesso, dei rimproveri che merita, delle virtù che gli mancano, dei castighi che gli sono riservati (Berthier).

ff. 16. – Mentre i peccatori, in qualunque abbondanza vivano, sono sempre affamati come cani, perché tutti i beni della terra non sono capaci di saziarli, il giusto, al contrario, trova in Dio di che saziarsi pienamente, per quanto si possa fare in questa vita. Dio tiene conto di tutto: se ha fame o sete, Egli è suo nutrimento, è sua bevanda, se ha freddo è suo abito, se è malato è la sua medicina, se è triste Egli è la sua gioia. Egli canta con una gioia per cui solo lui è capace di gustare la potenza e la misericordia di Dio. (Duguet).

ff. 17. – « Mio Dio, voi siete la mia misericordia ». Considerando tutti i beni – qualunque essi siano – che noi possiamo possedere, in ragione della nostra natura, sia in ragione delle leggi che ci reggono, o della direzione data alla nostra vita nella fede, nella speranza, nella carità, nei buoni costumi, nella giustizia o nel timore di Dio; vedendo anche che noi non possediamo questi vantaggi che grazie ai doni del Signore, il Profeta termina così: « … Mio Dio, Voi siete la mia misericordia ». Colmato di benefici da Dio, egli non ha trovato altro nome da dare che quello della sua misericordia. O nome pieno di dolcezza, sotto il quale non si deve disperare! « Mio Dio – egli dice – Voi siete la mia misericordia. » Cosa vuol dire: « la mia misericordia »? Se voi dite, mia salvezza, io comprendo che Dio dà la salvezza, se dite: mia forza, io comprendo che Egli vi dà la forza; ma che vuol dire: « mia misericordia »? Tutto ciò che io sono, viene dalla vostra misericordia! Ma ho forse meritato invocandovi? Che ho fatto per esistere? Cosa ho fatto per esistere in modo da potervi invocare? Si, in effetti io ho fatto qualcosa per esistere, io esistevo già prima di essere; ma se io non ero assolutamente niente prima di esistere, io non ho potuto dapprima meritare verso di Voi, né rendermi degno dell’esistenza. Voi mi avete dato di esistere e non mi avreste dato di essere buono? Se Voi mi aveste dato di esistere e qualcun altro mi avesse concesso di essere buono, colui che mi ha dato di essere buono sarebbe migliore di colui che mi ha dato di esistere. Ma poiché nessuno è migliore di Voi, nessuno è più potente di Voi, nessuno è più prodigo della sua misericordia di Colui dal quale ho ricevuto di essere buono, « … mio Dio, Voi siete la mia misericordia. » (S. Agost.). – Davide, alla vista dei travagli, delle afflizioni di questa vita, chiama Dio suo aiuto, suo ausilio, e siccome Dio ci fa passare dalle tribolazioni della vita presente al riposo della vita eterna, gli dice: siete Voi che mi prendete, Voi che mi ricevete. Ma considerando che Egli si carica dei nostri mali, che sopporta le nostre colpe, con la penitenza, Egli ci permette di aspirare alle ricompense eterne, e non grida solo il nome di Dio misericordioso, ma Gli dice. « Mio Dio, mia misericordia ». Rimettiamo davanti ai nostri occhi tutto il male che abbiamo fatto, meditiamo su questa longanimità di Dio che ci sopporta per lungo tempo, consideriamo questa tenerezza eterna e veramente eccessiva che, non contento di perdonarci le nostre colpe, si degna ancora di promettere il suo regno ai peccatori pentiti, e diciamo tutti dal fondo del nostro cuore: « … Mio Dio, mia misericordia ». (S. Greg.).