TRIDUO IN ONORE DI MARIA SS. DEL PARTO – DALL’8 AL 10 OTTOBRE; FESTA 11 OTTOBRE (2022)

Triduo in onore di Maria SS. del Parto.

(Dall’8 al 10 ottobre; festa 11 ottobre)

PRIMO GIORNO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

O la più benedetta fra tutte le donne, e la più eccelsa sopra tutte le cose create, o Maria Ss. Voi che foste posseduta da Dio nel principio delle sue vie, de’ suoi misericordiosi disegni, e come prescelta dai giorni dell’eternità , e predestinata al compimento del gran mistero dell’umana riconciliazione, foste sola fatta degna di concepire nel vostro purissimo verginal seno lo stesso Dio, quello che già si deliziava Voi prima che fondasse i cardini della terra, e di tutte le sfere celesti, quello che con un fiat trasse dal nulla le visibili cose, il vostro medesimo Creatore, il gran Padre dei futuri secoli, il Principe della pace e l’aspettazione delle genti, quello stesso che vi spedì dal suo divin trono un Arcangelo quasi ad esplorare il vostro consenso, prima di discendere dai Cieli nelle vostre viscere immacolate, facendo in certo modo dipendere la redenzione del genere umano da un altro fiat, fiat mihi; deh! da quel sublimissimo trono ove ora sedete Regina presso il vostro Figlio divino, deh! implorate da Lui per noi infelici: figli di Eva e di Adamo la remissione delle nostre colpe non solo, ma benanche sollievo e conforto ne’ travagli di questa vita, e otteneteci ancora quella grazia, che tanto ora sospiriamo. Otteneteci queste grazie per la gloria del vostro divino concepimento, e per i meriti di quell’Angelica Verginità, che avanti il Parto, e nel concepire serbaste.

Tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Quindi le Litanie; poi versetto e orazioni come segue:

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

GIORNO SECONDO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Gran Regina del Cielo Maria, deh! da quell’altissimo seggio ove splendete ed abbellite il paradiso, volgete verso di noi pietoso lo sguardo. Noi siamo i figli di quella donna che fu l’autrice del peccato, e d’ogni conseguente miseria: ma ricordatevi che Voi siete l’autrice del merito, e delle nostre speranze. Eva piagò mortalmente se stessa e noi, e fu condannata perciò a partorire con dolore; e Voi foste quella che nel beatissimo vostro parto divino ci sanaste le più acerbe piaghe del l’anima. Eva ci trasfuse il mortale veleno dell’antico serpente; ma Voi quella foste, che allo stesso serpente schiacciaste la testa. Ahi! la pena del peccato pur vive, la nostra malizia ridesta troppo sovente in noi i danni dell’antico veleno, e noi stessi siamo i disleali e recidivi al peccato, onde ci aggraviamo ancora le miserie del corpo. Ma buon per noi, che Voi siete il rifugio dei peccatori, e la consolatrice degli afflitti, come piena di quella diffusiva grazia, che vi rese degna di partorire l’Autore della grazia, e con ciò diventaste Madre ancora di tutti i fedeli. A Voi però, o Madre nostra, Madre di misericordia, e di grazia, cui nulla si piega, a Voi ricorriamo qual figli. Esaudite le nostre preghiere; otteneteci la grazia di perseverare nel servizio divino in tutta la nostra vita; soccorreteci anche nelle temporali afflizioni, e segnatamente concedeteci quella grazia che ora imploriamo, consolateci per virtù de’ vostri meriti ineffabili, e per quello più glorioso e stupendo a tutti secoli di essere stata fatta Madre di un Dio, e di avere tuttavia conservata illibata la vostra Verginità nel Parto. Tre Ave Maria e tre Gloria. Quindi le Litanie, poi versetto e orazioni come segue:

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

GIORNO TERZO. Actiones nostras, quæsúmus, Domine, aspirando præveni, et adjuvando prosequere, ut cuncta nostra oratio et operatio a te semper incipiat, et per te cœpta finiatur. Per Christum Dominum nostrum. Amen.

Eccelsa, augustissima Madre di Dio, Voi che a vostro talento stringeste tante volte tra fasce quel Figlio, che i cieli stessi non possono contenere, che Lo aveste suddito, e che suddito sempre a Voi si mantenne per suo abbassamento, per gloria vostra, e per nostro esempio Voi; che Lo portaste lungi dal crudele Erode in Egitto; Voi che disputante coi dottori Lo richiamaste da Gerusalemme a Nazareth; Voi che a Lui in Cana deste il cenno al primo operare de’ miracoli; Voi che tutto potete sopra il Cuore di Lui come Madre, e delle sue grazie foste costituita la tesoriera e la dispensatrice; deh ! Voi gli ridite che noi siamo figli benché ingrati di Lui e di Voi; ditegli con fiducia di Madre che Egli medesimo per nostra Madre vi costituì da quella croce, onde per noi pendeva, nella persona di S. Giovanni. Sì, ad onta de’ nostri peccati, che qui detestiamo, ci regge ancora il coraggio di chiamarci vostri figli, e come tali eleviamo le nostre supplichevoli mani a Voi verso il Cielo, affinché ci otteniate dal vostro divin Figlio, la remissione de’ peccati, la grazia di adempire la sua santa volontà in tutta la vita, e finalmente di potere dopo la morte contemplare Lui e Voi nel paradiso, e intanto di darcene un pegno nel favore che vi domandiamo. Esauditeci per tutti que’ meriti, che vi accumulaste, dacché diveniste Madre di Dio senza alcuna lesione di quella purissima Verginità conservata anche dopo il Parto. Tre Ave Maria e tre Gloria Patri. Quindi le Litanie; poi versetto e orazioni come segue.

V. Benedicta tu in mulieribus.

R. Et benedictus fructus ventris, tui.

OREMUS.

Deus, qui de Beatæ Mariæ Virginis utero Verbum tuum Angelo nuntiante, carnem suscipere voluisti, præsta supplicibus tuis, ut qui vere eam Genitricem Dei credimus, Ejus apud te intercessionibus adjuvemur. Per eundem Christum Dominum nostrum. Amen.

[G. Riva: Manuale di Filotea, XXX Ed. – Milano, 1888]

LO SCUDO DELLA FEDE (223)

LO SCUDO DELLA FEDE (223)

MEDITAZIONI AI POPOLI (IX)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

MEDITAZIONE XI

Il Rosario meditato e recitato col popolo.

PARTE SECONDA

MANIERA DI RECITARE IL ROSARIO.

Siamo qui ora, o fratelli, come in famiglia raccolti nella santa unione di carità a recitare il Rosario. Riducetevi a mente che, come abbiamo detto, recitare il Rosario vuol dire mettersi col cuore in Gesù Cristo qui con noi in terra nel santissimo Sacramento, e contemplarlo in mezzo di noi, siccome è realmente presente, siccome viveva con Maria santissima qui in terra; e con Gesù alzare le nostre preghiere a Dio Padre in cielo; poi rivolgerci a Maria e dire tutto il nostro cuore alla nostra Madre santissima. Raccogliamoci sotto il manto a Maria intorno a Gesù nel Sacramento; segniamo colla sua Croce le nostre povere persone; e copertici colle sue piaghe col farci il segno della santa Croce, diciamo: Nel nome del Padre, del Figliuolo e dello Spirito Santo. Di sotto le piaghe di Gesù gridiamo: o Padre, non guardate in faccia a noi che siamo poveri peccatori, ma guardate in faccia al vostro divin Figliuolo, che col Cuore squarciato, nel Sacramento dice per noi tutti i nostri bisogni: mandateci il vostro Santo Spirito, mentre noi devotamente contempleremo i:

MISTERI GAUDIOSI

PRIMO MISTERO. – L’Annunciazione

Nel primo mistero gaudioso si contempla come la santissima Vergine fu annunziata dall’Arcangelo Gabriele che doveva diventare Madre del Figlio di Dio.

CONSIDERAZIONE.

Raccogliamoci in Gesù, e pensiamo a quell’ora, in cui il Figliuol di Dio santissimo volle nascere Uomo per salvarci… O Beati, dividete con noi le nostre consolazioni! Oh quanto è buono Iddio!… Il cielo si abbassa alla terra. Dio Padre manda il suo Figlio, che da quell’istante resta poi sempre qui con noi: Egli è il nostro Salvatore Gesù; e noi gridiamo con Lui al Padre in cielo:

Pater noster, etc. Padre nostro che siete nei cieli, ecc. —

Gran Dio dei cieli, avete un bello essere grande: ma ci siete Padre. Voi vi siete lasciato conoscere per tale, quando mandaste il vostro Figlio a farsi uomo con noi, e a farci diventare vostri figli. Noi vi domandiamo la vostra gloria in terra da buoni figli: voi regnate con noi come Padre nella vostra famiglia; pigliateci anzi come una madre piglia il suo bambino in braccio, e fateci fare sempre la vostra volontà. (St reciti la prima parte del Pater noster). (L’Oratore qui incominci pel Pater noster e poche Ave Maria ad avviare il popolo a rispondere: presto poi il popolo risponde da sé). Dateci oggi il nostro pane. Tutte volte che diciamo: panem nostrum quotidianum: dateci oggi il nostro pane quotidiano, procuriamo di fare la comunione spirituale; indi diciamo: dateci Gesù in cuore, e per Gesù dateci tutti i beni: perdonateci e fateci amare tutti come fratelli. Deh non lasciateci perdere. (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. Quando il Signore volle nascesse bambino in terra il suo Figliuolo, a fine di preparargli una ben degna Madre, vi fece nascere, o Maria, senza peccato, come un fibre di paradiso in terra per posarvi sopra il suo santo Spirito: Noi vi contempliamo tra le braccia di s. Gioachino e di sant’Anna genitori vostri che vi coltivano tutta per Dio. Deh, Santa Bambina! voi conservate buone le nostre famiglie, e fate che i nostri figli, senza perdere un minuzzolo di tempo, siano tutti di Dio. Dio vi salvi, o Maria. (Si reciti l’Ave Maria).

2. La colomba al tempo del diluvio universale, uscita fuori dell’arca per volare sulla terra, voleva fermarsi qui; ma eran cadaveri in corruzione: voleva fermarsi là; ma erano ributti dall’acque in marciume. Dappertutto non trovava che fango ed immondezze. Colomba immacolata, non sapendo dove posare il piede color di rosa, senza lordarlo, batteva l’ale irrequieta; volava, volava e da ultimo faceva ritorno all’arca, piangendo e pigolando. Noé apri la finestra e l’accolse in seno. Anche voi, Bambina immacolata Maria, nata su questa povera terra, senza perdere un minuzzol di tempo di così cara vita e preziosa, vi raccoglieste in Dio nel tempio. – Fiore di paradiso spuntato in terra, voi colse lo Spirito Santo e vi pose in serbo in seno a Dio. Deh, Maria, pigliate voi i nostri poveri cuori che hanno bisogno di ritornare a Dio. Ave Maria.

3. Erano ben tante le figliuole a quei di’ e chi sa quanto ricche d’ogni fortuna, in isplendore di bellezza, principesse e regine; ma lo Spirito del Signore va a discendere sopra questa verginella  ignota al mondo, raccolta ed umiliata innanzi a Dio. O Maria, raccoglieteci a vivere in umiltà nascosti al mondo e santi innanzi a Dio. Ave Maria.

4. O Maria piena di grazie, perché foste la più pura e la più umile, il Figlio di Dio volle nascere da Voi. O benedetta fra tutte le donne, conservateci puri ed umili innanzi a Dio, affinché possa il vostro Figlio venirci in cuore in Comunione. Ave Maria.

5. L’Angelo vi annunzia che il Signore vuol discendere in terra… Fatevi innanzi, o piena di grazie, voi siete la sola degna di festeggiarlo, di amarlo, di portarlo in seno Bambinello. Deh, aiutateci sì che ci prepariamo in tutta la vita ad unirci a Gesù Cristo.

Ave Maria.

6. Quando l’Angelo vi annunciava che Dio vi eleggeva ad essere Madre del Suo Figlio, voi rispondeste: sono l’ancella sua, pronta a fare la sua volontà; volesse pure che io l’accompagnassi fino alla morte. O Maria, conduceteci con confidenza nelle mani di Dio a fare sempre la sua santa volontà, che è per noi il maggior dei beni. Ave Maria.

7. O santissima delle creature! Dio è con Voi; e Voi siete un cuor solo col vostro Figlio. Tocca a Voi fargli sentire cuore a cuore tutti i bisogni e le miserie di noi che siamo pure vostri figli. Ave Maria.

8. Benedetto il Figliuol di Dio e vostro, cui vi adoriamo in seno. Egli pigliò la vita umana per morire per noi, e dalla sua venuta in terra non ci volle abbondonare mai più per tirarci in paradiso. Tocca a Voi, o Madre santa, di aiutarci a trattarlo bene nel Sacramento; ché qui vi avete tutto il vostro interesse di vedere trattar bene Gesù. Ave Maria.

9. Dal vostro Cuore immacolato scende il Sangue nel Salvatore; e quel Sangue Gesù trasfonde col suo Corpo in noi nel Sacramento. O Maria, siamo dunque figli vostri, perché in noi è il Sangue del vostro Figlio; e noi confidiamo tutto in Voi, o Madre. Ave Maria.

10. O Maria, noi vi baciamo e ribaciamo tante volte la mano; e dove siete voi, o Madre, vogliono venire con Gesù i vostri figli. Ave Maria.

Gloria Patri. Gloria a Voi, grande Iddio, che ci siete Padre: gloria a Voi, Figliuolo eterno del divin Padre, che vi siete fatto nostro fratello e salvatore, fatto uomo per morire a nostra salute: gloria a Voi, Spirito Santo, Amor di Dio, che faceste di Gesù un fratel nostro, con noi carne della nostra carne per tirarci con Lui beati in paradiso. (Si reciti il Gloria Patri).

Requiem æternam. Non dimentichiamo mai le Anime sante del purgatorio nella recita del Rosario. O Gesù, o Maria, le anime del purgatorio sono figliuole anch’esse del vostro Sangue. Deh, fate parte ad esse della redenzione abbondante che comincia in questo mistero. (Si reciti il Requiem æternam).

SECONDO MISTERO. — La Visitazione.

Nel secondo mistero gaudioso si contempla come la santissima Vergine Maria, avendo inteso che santa Elisabetta doveva diventare madre di san Giovanni Battista, si parti subito di Nazarette, e andata a visitarla nella montagna della Giudea, stette con essa tre mesi.

CONSIDERAZIONE:

Facciamoci dentro nella celletta del santo amor di Dio, vogliamo dire nel Tabernacolo, dove dimora Gesù, come già nella casa di santa Elisabetta, nella quale entrando Maria, entrava pure Gesù nel seno di Lei racchiuso. Allora Giovanni in grembo ad Elisabetta

esultava santificato in quell’istante. Allora su quei benedetti piovevano celesti consolazioni, perché erano del cuore uniti con Gesù in seno a Maria. Anche noi siamo fortunati – ogni casa di fedeli è come una chiesuola; ché Gesù promise di abitare con noi, se siamo adunati nel suo nome in carità; e con Gesù qui noi abbiamo un Padre in cielo. Ora via a Lui manifestiamo tutti i nostri bisogni col cuore del Figlio suo, che palpita nei nostri cuori.

Pater noster, etc. Gran Dio che siete nei cieli, Voi siete il Padre nostro, e noi vogliamo la gloria del Padre nostro. Deh regnate in mezzo di noi, e di tutti gli uomini fate una sola vostra famiglia nella Chiesa cattolica. Deh pigliateci tra le braccia come figli vostri. (Sé reciti la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane cotidiano. (Facciamo qui la Comuniune spirituale tutte le volte che diciamo il Panem nostrum). O Padre nostro, Gesù è  qui con noi; fermatelo nel nostro cuore; e per Gesù dateci tutti i beni. Dateci la carità verso tutti i nostri fratelli: liberate dai pericoli i vostri figli; e guardateci dal mal più grande, che è quello d’uscire dalle braccia del vostro Amore. (Si reciti la seconda parte).

1. Ave Maria. Ci par di vedervi, o Verginella divina, uscir della vostra casetta, e con tanto incomodo attraversare la montagna a fine di portare le sante consolazioni della vostra carità agli amati vostri congiunti; e noi tutti amanti delle nostre comodità non possiam soffrire niente per gli altri. Maria, tirateci appresso di Voi a consolare i poveri, gli ammalati, ed a volerci un po’ di bene nelle nostre famiglie. Dio vi salvi, o Maria.

2. Ah sì, vogliamo venire anche noi; vi piangiamo appresso, 0 Maria; deh! pigliateci per vostri servi. Noi vogliamo fare sotto i vostri comandi tutto il bene che possiamo, e farlo tutto passare per vostra mano a gloria di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

3. Elisabetta nel vedervi entrare in casa esclama: Oh! quale grazia per me!….. E chi mi vedo? La madre che mi porta il Figliuol di Dio nella mia famiglia!… O Maria, o Maria, date anche a noi di vostra mano il divin Figliuolo in Comunione; ce lo terremo caro nelle nostre case. Dio vi salvi, o Maria.

4. Rapita in estasi Elisabetta non fa altro che esclamare: Benedetta Voi, benedetto il Figlio del vostro seno! O benedetta Maria, voi benedite il buon Signore Gesù, voi amatelo anche per noi; voi dateci mano a trattarlo in terra col vostro amore. Dio vi salvi, o Maria.

5. Cara e santa Famiglia! tutta la sua fortuna era di avere in mezzo a sé Gesù e Maria. O Maria, fate che noi siamo tutti d’accordo in amare e servire Gesù nelle nostre famiglie: Maria, le nostre case le mettiamo sotto la vostra custodia; guardatele come vostre. Dio vi salvi, o Maria.

6. Quando voi, o Maria, quando quei benedetti di quella buona famiglia erano tutti del cuore con Gesù, che importava mai loro della gente del mondo di fuori? O Maria, fateci desiderare di fare i nostri doveri ritirati nelle nostre famiglie; perché, quanto più ci dissipiamo nel mondo, tanto più ci lontaniamo da Dio, e perdiamo del bene delle anime nostre. Dio vi salvi, o Maria.

7. Vi contempliamo, o Maria! Voi fate da umile serva in quella casa, ma tutta gentilezza di carità; e noi pretendiamo di essere trattati con tanti riguardi e trattiamo gli altri senza carità? Maria, aiutateci a risparmiare agli altri i dispiaceri e ad essere buoni con ogni persona. Dio vi salvi, o Maria. Tutta in Gesù assorta Maria esclama: Magnificat anima mea Dominum etc. L’anima mia esalta il Signore, perché guardò l’umiltà della sua ancella: ecco che mi chiameranno beata tutte le generazioni. Oh quanto è consolante per noi vostri figli, dopo mille e mille anni vedervi dai Pontefici e dai Re, come dai popoli e da tutta umanità cristiana salutare beata! Avvenne appunto come avete predetto colla vostra cara parola. e terra Ah! passeranno e cieli, ma starà ferma la parola di Gesù Cristo. E voi teneteci costanti col vostro Gesù; ché saremo beati, se non ci distaccheremo da Lui. Dio vi salvi, o Maria.

9. Benedetto Giuseppe, e voi Santi della beata famiglia benedetti, eravate tutti del cuore con Gesù e Maria. Anche noi, anche noi vogliamo sempre Stare col cuore con Gesù insieme con voi, o Maria, e con voi, o Giuseppe protettore delle nostre famiglie. Dio vi salvi, o Maria.

10. Quei fortunati nella santa famiglia si santificarono intorno a Maria; e Giovanni s’era santificato prima ancora di nascere. Maria, portate nelle nostre case Gesù, sicché ci aiutiamo tutti a farci santi a lui intorno; e guardate la innocenza dei nostri figli. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri etc. Gloria a Voi, grande Iddio della bontà, che vi voleste far conoscere per Padre a noi meschinelli; gloria a Voi, Figliuol di Dio, che vi voleste fare capo della nostra famiglia; gloria a Voi, Santo Spirito di carità; tirate i figli del vostro amore al nostro Padre in paradiso. Requiem aeternam etc. O Maria, sentite, sentite i gemiti delle povere anime del purgatorio. È sono i gemiti dei vostri figli caduti in quei tormenti: ti- rateli su con esso voi al paradiso!

Requien Aeternam etc. O Maria, sentite, sentite, sentite i gemiti delle povere anime del purgatorio. E’ sono i gemiti dei vostri figli caduti in quei tormenti: tirateli su con esso voi al Paradiso!  

TERZO MISTERO. — La Natività di Gesù Cristo.

Nel terzo mistero gaudioso si contempla come, essendo venuto il tempo sospirato della nascita del Redentore, nacque da Maria Vergine il Bambino Gesù Figliuol di Dio nelle vicinanze di Betlemme in sulla mezza notte, e fu collocato fra due animali nel presepio.

CONSIDERAZIONE.

All’altare, all’altare veniamo con tutto il cuor nostro…! è qui sull’altare, proprio come là nel presepio, il Bambino Gesù…;. Ecco il Dio dei cieli ci ha dato per nostro il Figlio suo Unigenito… Angeli e giusti tutti, venite ad adorarlo! Figuriamoci di vedere qui, come in quella cara notte del Natale, in fondo a quella povera grotta nel presepio tra il bue e l’asinello su un po’ di paglia il Bambino Gesù. È una tenerezza il contemplarlo… Maria lo bacia, l’adora, lo mostra a noi; S. Giuseppe piange intenerito; e il Bambino con quella grazia, con quegli occhietti, con quelle braccioline, pare che ci ciegga una carezza per consolarlo. O Maria, ditegli voi, che l’amiamo. Sì, Bambinello divino, per mezzo delle vostre lagrimette, dei vostri vagiti noi vogliamo dire le più care cose al Padre nostro: gli vogliam dire, che gli vogliam bene anche noi, e che vogliam essere con lui in paradiso.

Pater noster etc. O Padre, o Padre, sentite il Bambino che vagisce qui in basso in questa povera terra. Con lui vogliamo benedirvi teneramente: apriteci il cielo; ché con Lui in braccio veniamo nel vostro regno. Siamo fratellini del vostro Bambino Gesù; pigliateci con lui in seno; noi staremo sempre buoni, e faremo il vostro volere. (Si reciti la prima parte del Pater noster). Metteteci nel cuore il Bambino (facciamo la Comunione spirituale): noi ci terremo stretti a lui sempre; e per esso lui concedeteci tutti i beni. Sentite ancora il Bambino che piange e dimanda per noi perdono; anche noi lo consoleremo col dare il perdono a tutti. Padre, tirateci con Gesù fuori dai pericoli, e dai mali presenti levatici su fino al paradiso. (Si reciti la seconda parte del Pater noster).

1. Ave Maria. O buon Dio, nostro Bambino, voi dunque siete qui con noi, come là nel presepio! O Maria, anche noi l’adoriamo coi pastori, l’adoriamo coi Magi. Ricchi e poveri, ignoranti e dotti, Gesù ci vuol al presepio; Egli è il Salvatore di tutti. Voi, Maria, parlate Voi per noi col vostro cuore al nostro al troppo caro Bambino Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

2. Bambino nostro, e nostro Dio, siete così buono con noi… Quanto più vi contempliamo piccino, tanto più ci rapite il cuore! O Madre santa, aitateci, affinché cel teniamo sempre sul cuore, come Voi, il Bambino Gesù. Dio vi salvi, o Maria.

3. Madre benedetta, avete ben tutto il vostro interesse a preparare di vostra mano il cuor nostro, a fine di riporvi dentro il Bambino Gesù; e noi per riceverlo bene, lo vogliamo ricevere dalle vostre mani. Deh mettetecelo in cuore voi; ma levatevi prima ciò che gli possa mai dispiacere; S. Giuseppe, mostrateci a portarlo, come voi nel vergine petto. Dio vi salvi, o Maria.

4. Adorabile Bambino! Noi vi contempliamo nato lungo una strada, in una greppia, su quella paglia… Padre Santo, al vostro Figlio preparaste tanta povertà; e noi siamo tutta cura affannata a cercare ricchezze qui…? L’intendiamo! Gesù vuol dirci che non è luogo qui da posare domicilio, che siamo in cammino nella vita, e che la patria è il paradiso. O Maria, se ci vediamo così poverino Gesù, non dobbiamo menar lamento alcuno, ma guardare la povertà come la ricchezza del Figliuol di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

5. Noi ci ricordiamo che nel giorno del furor di Dio scorreva il fuoco tra le tende del popolo di Israele, e spalancavasi una voragine ad ingoiarli. Mosè allora, a salvare quei miseri, presentava nel turibolo d’oro il fuoco sacro all’Eterno. Ah noi siamo ben più fortunati; e Se meritiamo lo sdegno di Dio, Maria, voi gli presentate sulle ginocchia il vostro Figlio, il quale con quel Cuoricino in fiamme per noi dice tutti i nostri bisogni. Dio vi salvi, o Maria.

6. Questo Bambino è nostro; è nato per noi, non è vero, o Maria? Ebbene, ve l’offriamo, o padre, ma vogliamo che ci salviate le anime nostre. O Maria, col Bambino in braccio, voi potete tutto ottenere. Dio vi salvi, o Maria.

7. Bambino Gesù, vi abbiamo qui nel Sacramento; siamo contenti come i pastori che vi trovarono là nel presepio; ma noi siamo più fortunati; ché vi mettiamo nel nostro cuore per non lasciarvi più mai. Vanità, onori, pazze gioie del mondo, siete troppo meschine cose per rubarci dal cuore il nostro bene amato Gesù. O Maria, teneteci sempre fra le braccia voi, perché non perdiamo siffatto tesoro. Dio vi salvi, o Maria.

8. Bambinello dolcissimo, lasciateci dire piangendo il nostro cuore. I tempi in voi sono come un solo momento. Voi meritavate sempre di essere amato sopra ogni cosa quando eravate in seno a Maria, e vi pigliavano in braccio i pastori. Ora poi come essi, vi abbracciamo del cuore; ma ahi che vediamo qui nelle vostre manine e nei vostri piccoli piedi le piaghe che vi fecero i chiodi, quando voleste morire per noi! Queste membroline portano i segni delle battiture, e in questa cara testina sono ancora i fori delle spine… Oh! oh! Bambino Santissimo, il vostro Cuoricino geme Sangue ancora ancora!….. Oh Padre nostro, sentite il Bambino che ci piange in braccio qui in mezzo alle miserie nostre, ed esauditeci. Maria, mostrateglielo Voi. Dio vi salvi, o Maria.

9. Bambino nostro, ah non piangete: noi staremo sempre sempre con voi. In tutte le tentazioni vi stringeremo al cuore nel Sacramento, e grideremo: Gesù! Grideremo a voi, o Maria, e voi non ci lascerete perdere, non è vero? Dio vi salvi, o Maria.

10. State sicura, o Maria, che lo tratteremo bene qui il nostro Bambino Gesù….. Oh sì, che l’amiamo, e ve lo vogliamo accontentare! Tratteremo bene per lui tutti, anche i più peccatori, a cui stende Egli le sue manine; e Voi ci aiuterete, o Madre nostra. Dio vi salvi, o Maria. Gloria Patri etc. Cantiamo cogli Angeli gloria a Dio nel più alto dei cieli, perché egli mostrò di esserci Padre quando ci diede il Bambino suo Figliuolo; gloria al Figlio, che nato Bambino resta qui nel Sacramento, e non ci abbandona più; gloria allo Spirito Santo, Amore del Padre e del Figliuolo, procedente dal Padre e dal Figlio ora Bambino nostro, e col Padre e col Figlio Salvator nostro intento a volerci beati in paradiso. Gloria Patri etc.

Requiem æternam. Bambino Gesù, tra le nostre braccia guardate le anime del purgatorio; guardate come abbruciano le poverine in quelle fiamme! Noi vi piangiamo sul cuore per loro. Requiem æternam etc.

QUARTO MISTERO. — La presentazione al tempio.

Nel quarto mistero gaudioso si contempla come la Santissima Vergine nel giorno della Purificazione presentò Gesù Bambino, quaranta giorni dopo la sua nascita, nel Tempio, dove l’accolse fra le sue braccia il santo vecchio Simeone.

CONSIDERAZIONE.

Bambino Gesù, noi vi contempliamo quale eravate in braccio alla Madre vostra Santissima quando vi offeriva nel tempio, e con voi sì offeriva Ella stessa mettendovi sul suo proprio cuore in mano del Padre vostro, siccome cosa da farne ogni volontà. – Da questa santa offerta ne venne la salvezza nostra. O Gesù, o Maria, metteteci sul santo altare con esso voi; ché vogliamo essere tutti di Dio per servirlo in tutta la vita. Noi grideremo con voi, nostro Salvatore benedetto, e colla vostra parola invocheremo il Padre nostro nei cieli.

Pater noster. O Padre Santo che siete nei cieli, abbassate lo sguardo sopra questa povera terra, dove noi siamo con Gesù a darvi gloria. Fate di noi tutti il regno dei vostri fedeli; pigliateci con Gesù vostro a lui uniti a fare la vostra volontà. (Si reciti la prima parte del Pater noster). Dateci oggi il nostro pane (si faccia la comunione spirituale). Buon Gesù, state sempre nel nostro povero cuore. Per vostro amore noi ci offriamo a far del bene ai prossimi nostri; salvateci dai pericoli del mondo, e dall’altare con voi tirateci a beatitudine in paradiso.

1. Ave Maria. Madre santissima, con qual cuore offeriste il vostro Bambino divino, e con Lui offeriste tutta Voi stessa alla volontà di Dio! Deh non lasciateci andare perduti nel servire questo miserabile mondo; e metteteci nelle mani di Dio a fare la sua volontà in tutta la vita. Dio vi salvi, o Maria.

2. O Maria, che diceva mai il Cuor vostro, quando sentiva il palpito del Cuore vicino del Bambino Gesù? noi vorremmo palpitare del palpito del vostro amore, quando ce lo stringiamo dentro del cuore nella sacra Comunione. Dio vi salvi, o Maria.

3. O Maria, Dio solo sa quanto vi costasse l’offerire il Figliuol di Dio e delle vostre viscere a morire per noi, pronta ad accompagnarlo fino alla morte ed a morire con Lui. O Madre, noi siamo così poveri di cuore: aiutateci ad offerirei pel prossimo, a farci pronti a patire per Dio e per salvare le anime. Dio vi salvi, o Maria.

4. Ecché? Voi, Maria, col vostro vergine sposo Giuseppe confusa colle povere donne quasi foste peccatrice come esse per purificarvi; e noi pretendiamo di essere distinti cogli onori dagli altri, come se fossimo qualche cosa di meglio? Aiutateci per la vostra umiltà a mortificare l’amor proprio che sentiamo dentro così vivo. Dio vi salvi, o Maria.

5. Voi vi deponeste sull’altare col vostro Gesù consacrandovi tutta in servizio della gloria di Dio. Anche noi siamo tutti di Dio; e se volessimo operare per nostra soddisfazione, sarebbe lo stesso che se rubassimo la gloria a Dio per darla a un idolo di fango quale siamo noi. Maria, non lasciateci portar via il cuore lontano da Dio. Dio vi salvi, o Maria.

6. Voi generosa vi offeriste col vostro Gesù; e da quella offerta ne venne la salute del mondo. Maria, mettete anche noi nelle mani di Dio; pigliate nel vostro seno i nostri poveri figli, che Egli ci diede; affinché si offrano a Dio, e lo servano in quello stato a cui li ha destinati. Dio vi salvi, o Maria.

7. Questo Bambino, esclamò il santo vecchio Simeone inspirato, quando vel vide tra le vostre braccia, sarà la luce del mondo, il Salvatore, delle genti. Una tal profezia si verifica tutti i dì. E Gesù solo nella Chiesa Cattolica che salva e fa il bene del mondo; e questi pretendenti, i quali vogliono fare il bene dell’umanità senza Gesù tirandola a voltare le spalle alla Chiesa, riducono i popoli alla disperazione. O Maria, teneteci Voi tra le braccia della Chiesa insieme col Papa a salvarci con Gesù Cristo. Dio vi salvi, o Maria.

8. Quando Simeone vi predisse la passione e la morte del vostro Figlio, la spada del dolore vi trafisse nel Cuore; e voi vi nascondeste nella vostra casetta, e vi preparaste stringendo sul cuore il Bambino ad accompagnarlo fino sotto la croce. Maria addolorata, anche noi, anche noi quando nei travagli e nelle ansietà della povera nostra vita non ne potremo più, aiutateci a fare la Comunione spirituale e a metterci dentro del Cuore di Gesù a pigliar conforto. Dio vi salvi, o Maria.

9. Madre addolorata, quante volte stringendovi sul Cuore il Bambino Gesù dicevate colle lagrime: Bimbo mio, questa cara testolina ve la incoroneranno di spine!… e queste manine e questi piccoli piedi sono da inchiodare là sulla trave… Cara la Vita mia, voi crescete per morire sulla croce… Oh, ma sapete? o mio Gesù, la vostra Madre verrà anch’essa lassù al Calvario con voi… Sì si, mi farò inchiodare per la prima… sì, vi riscalderò col mio cuore… Oh mi morirete sul petto! Deh, Madre nostra Maria, vogliamo anche noi baciarvi il santo Bambino che mori per noi! deh, non lasciateci staccare da Gesù e da Voi; grideremo sempre: Gesù: e Maria, salvate l’anima mia. Dio vi salvi, o Maria.

10. Maria Santissima, Voi col vostro sposo Giuseppe eravate cogli occhi e col cuore sempre sopra Gesù nel fare le cose vostre. Anche noi, come Voi, vogliamo con Gesù dividerci nostri dolori e le nostre consolazioni; tutto vogliamo fare insieme con Gesù divino compagno del nostro pellegrinaggio. Dio vi salvi, o Maria.

Gloria Patri. Gloria al Padre che ci ha dato il Figlio suo per Salvatore; gloria al Figlio che tra le braccia di Maria si offerì a morire per noi; gloria allo Spirito Santo, che cooperò al sacrificio dell’amor divino. Gloria Patri etc.

Requiem æternam. Bambino Gesù, Voi v’offriste anche per le anime del purgatorio: per la memoria di quell’offerta coglietevi in seno le poverine che tanto soffrono. Requiem æternam, etc.

QUINTO MISTERO. — Il ritrovamento nel tempio.

Nel quinto mistero si contempla come Maria Santissima, avendo smarrito il suo divin Figliuolo e cercatolo per tre di, lo ritrovò in fine nel Tempio che disputava coi dottori, essendo d’anni dodici.

CONSIDERAZIONE.

Noi crediamo perduta la vita nascosta; ma quanto sono diversi dai nostri i giudizi di Dio! Della santissima vita sua così preziosa, la quale fu di trentatré anni, Gesù Cristo trenta volle passarli nella vita nascosta a lavorare in quella povera casetta; e questo fece a fine di dare l’esempio alla più gran parte degli uomini che si hanno da salvare lavorando ignoti al mondo per la gloria di Dio. Ci dimostra dunque Gesù, che la vita comune tutta pesa a gloria del Signore negli umili doveri del nostro stato gli è tanto cara. Signore Gesù, noi ci uniamo a Voi nel Sacramento; e non vogliamo che piacere con Voi al Padre vostro. Daremo la mano a Maria in compagnia di S. Giuseppe; e col cuore tutto in Voi faremo di adempiere ai nostri doveri, sia pur umile e povero il nostro stato. Siamo pur fortunati che abbiamo Voi in compagnia, e in tutti i momenti, in tutte le più minute azioni possiamo farci tanti meriti pel paradiso. Ah col cuore in Voi vogliamo esclamare: Pater noster.

O Padre nostro, di cielo. ci guardate con amore nelle nostre case; ché noi vogliamo fare tutto, tutto per compiacervi in tutta la nostra vita. Fate di noi tutti il vostro regno in terra, e che vi serviamo qui, come gli angioli in cielo. O Padre, (facciamo la Comunione spirituale) dateci ogni bene con Gesù nel cui seno ci mettiamo: dateci la carità tra noi da perdonarci l’un l’altro, come Voi perdonate a noi poverini. Liberateci dalle tentazioni, liberateci da ogni male in cui l’amor proprio ci può precipitare.

1. Ave Maria. O Maria, quanto spavento quando smarriste il vostro Figlio!… Oh ma, beata Voi, che non l’avete perduto per vostra colpa! Miseri a noi che per ì nostri peccati abbiam perduto Dio e il paradiso! Vi corriamo appresso piangendo, o Maria, per ritrovarlo col vostro aiuto. Dio vi salvi, o Maria.

2. Vi contemplo, o Maria, col vostro Giuseppe in quelle ansie affannose cercare il giovinetto Gesù per tre giorni. O Maria, per quella vostra ansietà, fate che, se mai in questa povera vita meritassi di essere abbandonato da Dio, nelle mie desolazioni, nell’abbandono del cuore mi getti in braccio di Voi, e non mi distacchi più da Voi, finché non me lo abbiate fatto trovare tutto il mio Bene, il mio Dio. Maria, Giuseppe, mi aiuterete a cercarlo, non è vero? Dio vi salvi, o Maria.

3. Per tanta cura in cercarlo l’avete in fine trovato nel tempio. Dateci mano, o Maria, lo cercheremo anche noi nelle chiese, nelle preghiere; lo chiameremo nelle meditazioni… Oh sì, sì, noi vi troveremo, o Gesù, nel Sacramento; Voi ascolterete vostra Mamma, per mano della quale vi cerchiamo. Dio vi salvi, o Maria.

4. Trovatolo nel tempio, Voi vi fermaste ad ascoltare la sua parola e la conservaste nel vostro Cuore. O Maria, fate che ci raccogliamo in ispirito con Dio, e che conserviamo le sue parole nel nostro cuore. Dio vi salvi, o Maria.

5. Maria, quando Gesù vi disse che era andato nel tempio per obbedire al suo Padre celeste, Voi col vostro sposo Giuseppe adoraste in silenzio le disposizioni di Dio. O Maria, aiutateci a rassegnarci al volere divino, a staccarci fin dai parenti più cari, per fare ciò che Dio vorrà disporre di noi. Dio vi salvi, o Maria.

6. D’allora in pei non voleste mai più distaccarvi da Gesù: con Lui divideste le preghiere, le fatiche, le persecuzioni, e persino gli orrori della morte sua. O Maria, anche noi abbiamo qui nascosto il nostro Gesù, caro compagno del pellegrinaggio di questa nostra povera vita. Deh accompagnateci colla vostra assistenza; lavoreremo con Lui, con Lui porteremo la nostra croce col cuore in Lui nel Sacramento sino alla morte. Dio vi salvi, o Maria.

7. Contempliamo nella santa casa il Bambinello Gesù girare intorno a Maria. Essa non ha ancor parlato che il Bambinello obbedisce, e le presta con grazia di paradiso i suoi piccoli servigi, e lavora con S. Giuseppe. Eh! ci par di vedere Gesù garzoncino tirare la sega, far scorrere la pialla, portar sulle spalline i toppetti di legno a fine di risparmiare fatiche al vecchiotto; e passare trenta anni di vita così, quanti ne aveva voluto il Padre celeste. Oh la nostra fortuna grande! Noi lo possiamo imitare tutti contenti di servire il Signore nello stato in cui ci vuole, tutti occupati in far bene i doveri nostri, e tanto più simili a Gesù, quanto più siam poverini e disprezzati. Dio vi salvi, o Maria.

8. Maria e Giuseppe furono cogli occhi, coi pensieri e col cuore tutto in Gesù; né un minuzzolo solo di quelle vite così preziose andò perduto in questo nulla delle cose del mondo… Deh! che noi non perdiamo più il tempo che ci è dato a servir Dio e a salvar l’anima! Se nella vita ordinaria faremo tutte le più minute cose così, lavorando sempre con Gesù, come Voi, o Maria, in tutti i momenti della nostra esistenza, oh i meriti, oh i guadagni grossi che metteremo assieme pel paradiso! Dio vi salvi, o Maria.

9. 0 buon Gesù, mentre voleste vivere da uomo qui sulla terra solo trentatré anni, trenta di questi li passaste là sepolti in quel tugurio in umiltà, in patimenti; tanto che il mondo direbbeli perduti in cose da nulla! Ah voi voleste farci capire che tutte le cose del mondo e la vita sfumano in niente, quando si pensa a Dio, e che solo hanno un qualche valore, quando sono offerte a servirlo come Egli vuole. Ci pare, o Gesù, di vedervi come tutto contento di avere avuto il corpo e l’anima da gittare a nulla dinanzi al Padre e riconoscere che tutta la gloria si deve solo a Dio. O Maria, consacrate a Gesù tutta la vita nostra; che noi non vogliamo per poco cercare le nostre soddisfazioni, la nostra gloria, non di formarci una posizione nel mondo che val niente innanzi a Dio. Siamo contenti di aver una vita; ma per poterla sacrificare tutta per la sola gloria di Dio. Dio vi salvi, o Maria.

10. Uscite fuori da questo tugurio, o Gesù, gli dicevano quei che sapevano delle sue virtù; fatevi conoscere; ché Voi potete operar grandi cose. Andate a Gerusalemme; Vi tirerete appresso ì popoli meravigliati. Perché perdere il tempo sepolto in questa vita da niente? Ma Gesù faceva loro intendere non essere perduto quell’incenso che si brucia per l’onore di Dio; e tanto glorificarlo la brillante stella quanto l’umile lucciolina. No, tutto quel tempo non era perduto; era anzi il più bene speso, perché voleva il Padre suo lo spendesse così. O Gesù, a vostra imitazione farò tacere l’amor proprio, e non mi lusingherò di farmi conoscere per volere fare cosa di più grande importanza: quello è lo stato migliore, la più santa cosa e la più grande è quella che Dio vuole da noi: il più gran merito è fare la volontà divina. E meglio guadagnare il paradiso nella vita più comune, ignorata dal mondo che non andare all’inferno applaudito da tutti. Salviamoci in paradiso vivendo con Voi, o Maria, con Gesù qui nascosto. Dio vi salvi, o Maria. Gloria Patri. Gloria al Padre in quello stato in cui Egli ci vuole; gloria a Gesù che sta qui e sempre nascosto nel Sacramento pei secreti fini del suo amore per noi: gloria allo Spirito Santo che lavora in silenzio la nostra santificazione. Gloria Patri.

Requiem æternam. O Maria, per quel gaudio che provaste nel trovare e nel tenervi sempre con Voi il vostro Gesù, deh tirate con Lui in paradiso le anime sante che sospirano in purgatorio.

FESTA DEL S. ROSARIO DELLA B. V. MARIA (2022)

Festa del S. Rosario della B. V. M. (2022)

Doppio di 2° classe – Paramenti bianchi

La festa odierna fu istituita da S. Pio V per ricordare la strepitosa vittoria riportata dai Cristiani sui musulmani a Lepanto il 7 ottobre del 1571, giorno in cui le numerose e diffuse confraternite del Rosario onoravano in modo particolare Maria SS. Sotto l’invocazione di Madonna del Rosario. Forma popolare di devozione e risultato d’una lunga evoluzione attraverso gli ultimi secoli del basso Medio evo, il Rosario – ad imitazione dei 150 Salmi del Salterio – consta di 150 Ave Maria, ogni decina delle quali è intercalata con un Pater e accompagnata dalla meditazione di uno dei principali episodi della vita di Gesù e di Maria. Questa forma altrettanto semplice che facile di preghiera, adatta anche ai meno colti, è divenuta una delle più care alla pietà privata, favorita ed arricchita da indulgenze da parte dei Papi. La festa odierna, celebrando una grande vittoria, celebra pure l’umile ma potente arma cui è dovuta: la preghiera e particolarmente quella del Rosario.

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

V. Adjutórium nostrum in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.


Confíteor

Confiteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
M. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat te ad vitam ætérnam.
S. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Gaudeámus omnes in Dómino, diem festum celebrántes sub honóre beátæ Maríæ Vírginis: de cujus sollemnitáte gaudent Angeli et colláudant Fílium Dei.

[Rallegriamoci tutti nel Signore celebrando questo giorno di festa in onore della beata Vergine Maria! Della sua festa gioiscono gli angeli, e insieme lodano il Figlio di Dio]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu in glória Dei Patris. Amen.

Oratio

Orémus.

Deus, cujus Unigénitus per vitam, mortem et resurrectiónem suam nobis salútis ætérnæ præmia comparávit: concéde, quǽsumus; ut, hæc mystéria sacratíssimo beátæ Maríæ Vírginis Rosário recoléntes, et imitémur, quod cóntinent, et quod promíttunt, assequámur.

[O Dio, il tuo Unico Figlio ci ha acquistato con la sua vita, morte e risurrezione i beni della salvezza eterna: concedi a noi che, venerando questi misteri nel santo Rosario della Vergine Maria, imitiamo ciò che contengono e otteniamo ciò che promettono.]

Lectio

Léctio libri Sapiéntiæ.
Prov VIII:22-24; VIII:32-35

Dóminus possédit me in inítio viárum suárum, ántequam quidquam fáceret a princípio. Ab ætérno ordináta sum et ex antíquis, ántequam terra fíeret. Nondum erant abýssi, et ego jam concépta eram. Nunc ergo, fílii, audíte me: Beáti, qui custódiunt vias meas. Audíte disciplínam, et estóte sapiéntes, et nolíte abjícere eam. Beátus homo, qui audit me et qui vígilat ad fores meas quotídie. et obsérvat ad postes óstii mei. Qui me invénerit, invéniet vitam et háuriet salútem a Dómino.


[Dall’inizio delle sue vie Iddio mi ha posseduta, dal principio dei tempi, prima di ogni opera sua. Fin dall’eternità io sono stata formata; dai tempi remoti, prima che la terra fosse. Ancora non c’era l’abisso, ma io ero già stata concepita. Or dunque, figlioli, ascoltatemi: beati coloro che custodiscono le mie vie. Ascoltate l’ammonizione e diventate saggi, e non vogliate disprezzarla. Beato l’uomo che mi ascolta, che veglia ogni giorno alle mie porte e custodisce la soglia della mia casa. Chi trova me, trova la vita: e dal Signore attingerà la salvezza.]

Graduale

Ps XLIV:5;11;12
Propter veritátem et mansuetúdinem et justítiam, et dedúcet te mirabíliter déxtera tua.
V. Audi, fília, et vide, et inclína aurem tuam: quia concupívit Rex spéciem tuam. Allelúja, allelúja.
V. Sollémnitas gloriósæ Vírginis Maríæ ex sémine Abrahæ, ortæ de tribu Juda, clara ex stirpe David. Allelúja.

[Per la tua fedeltà e mitezza e giustizia la tua destra compirà prodigi.
V. Ascolta e guarda, tendi l’orecchio, o figlia: il Re si è invaghito della tua bellezza.
Alleluia, alleluia.
V. Celebriamo la gloriosa vergine Maria, della discendenza di Abramo, nata dalla tribù di Giuda, nella nobile famiglia di Davide.
Alleluia.]

Evangelium

Sequéntia +︎ sancti Evangélii secúndum Lucam.
Luc 1:26-38

In illo témpore: Missus est Angelus Gábriel a Deo in civitátem Galilææ, cui nomen Názareth, ad Vírginem desponsátam viro, cui nomen erat Joseph, de domo David, et nomen Vírginis María. Et ingréssus Angelus ad eam, dixit: Ave, grátia plena; Dóminus tecum: benedícta tu in muliéribus. Quæ cum audísset, turbáta est in sermóne ejus: et cogitábat, qualis esset ista salutátio. Et ait Angelus ei: Ne tímeas, María, invenísti enim grátiam apud Deum: ecce, concípies in útero et páries fílium, et vocábis nomen ejus Jesum. Hic erit magnus, et Fílius Altíssimi vocábitur, et dabit illi Dóminus Deus sedem David, patris ejus: et regnábit in domo Jacob in ætérnum, et regni ejus non erit finis. Dixit autem María ad Angelum: Quómodo fiet istud, quóniam virum non cognósco? Et respóndens Angelus, dixit ei: Spíritus Sanctus supervéniet in te, et virtus Altíssimi obumbrábit tibi. Ideóque et quod nascétur ex te Sanctum, vocábitur Fílius Dei. Et ecce, Elisabeth, cognáta tua, et ipsa concépit fílium in senectúte sua: et hic mensis sextus est illi, quæ vocátur stérilis: quia non erit impossíbile apud Deum omne verbum. Dixit autem María: Ecce ancílla Dómini, fiat mihi secúndum verbum tuum.

[In quel tempo, l’angelo Gabriele fu inviato da Dio in una città della Galilea, di nome Nazareth, ad una vergine sposa di un uomo di nome Giuseppe, della stirpe di Davide; e il nome della vergine era Maria. L’angelo, entrando da lei, disse: «Ave, piena di grazia; il Signore è con te; tu sei benedetta fra le donne». Mentre l’udiva, fu turbata alle sue parole, e si domandava cosa significasse quel saluto. E l’angelo le disse: «Non temere, Maria, poiché hai trovato grazia presso Dio. Ecco, concepirai nel tuo seno e partorirai un figlio, e gli porrai nome Gesù. Egli sarà grande e sarà chiamato Figlio dell’Altissimo, e il Signore Iddio gli darà il trono di Davide, suo padre: e regnerà sulla casa di Giacobbe in eterno, e il suo regno non avrà fine». Allora Maria disse all’angelo: «Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?». L’angelo le rispose, dicendo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell’ Altissimo ti coprirà della sua ombra. Per questo il Santo, che nascerà da te, sarà chiamato Figlio di Dio. Ed ecco, Elisabetta, tua parente, ha concepito anch’essa un figlio nella sua vecchiaia ed è già al sesto mese, lei che era detta sterile: poiché niente è impossibile a Dio». Allora Maria disse: «Ecco la serva del Signore: sia fatto a me secondo la tua parola».]

OMELIA

« SALVE, PIENA DI GRAZIA »

(O. Hopfan: Maria – Marietti ed. 1953)

« Al sesto mese l’Angelo Gabriele fu da Dio mandato in una città della Galilea, detta: Nazaret, ad una vergine sposata ad un uomo, chiamato Giuseppe, della casa di David; e la vergine si chiamava Maria. Ed entrato da lei, disse: “ Salve, o piena di grazia! Il Signore è con te ».

In una piccola cappella di montagna una campanella suona per tre volte: “Ave, Ave, Ave!”. Allora i monti eterni paiono ergere le candide vette e irrigidiscono di stupore. In un’ampia cattedrale piange e giubila un violino, e un fanciullo puro canta: « Et incarnatus est de Spiritu Sancto ex Maria Virgine »; in quell’istante il popolo credente tutto si leva, s’inginocchia, riflette e ringrazia, tocco nel più profondo del suo essere. In Cielo, dalle auree schiere si stacca un Angelo e vola giù sulla misera terra; la madre terra ha un brivido per la gioia che il Cielo s’abbassi nuovamente verso di essa, e Giovanni nel suo Vangelo scrive il Mistero: « Il Verbo si è fatto carne ». O Angelo Gabriele, messaggero di Dio, quale scompiglio non provochi tu quaggiù col tuo messaggio! Il miracolo, che tu vieni ad annunciare, trascende e incorona tutti gli altri miracoli di Dio: Iddio stesso vuole unirsi alla sua creazione in maniera nuova, inaudita, e ricondurre a Sè la sconvolta umanità per mezzo di Sé, in Se stesso. Il primo uomo un dì richiese temerariamente di divenire come Dio stesso; ora quell’ardito sogno del paradiso dev’essere realizzato in altro modo, in modo divino: Iddio si fa uomo. Con lieve batter d’ala va Gabriele a un’umana dimora per invitare la Creatura eletta dallo stesso Santo Spirito di Dio, la quale in questa sublimissima opera divina deve dare il suo contributo. Vi è nel tuo “Ave”, o degnissimo Angelo, tanta fragranza e armonia e profondità, che d’or’innanzi alletterà gli artisti alle creazioni più splendide; e nondimeno tutte le immagini e melodie e parole d’amore intorno al mistero dell’Annunciazione non raggiungeranno mai l’armonia del primo “Ave”. O Angelo sublime, permetti che anch’io aggiunga alla rosa d’oro del tuo saluto il semplice fiore del mio “Ave” alla Benedetta; possa qualche po’ della riverenza e bellezza del tuo saluto avere un’eco sommessa anche nel mio! – Il Messaggero. Gli Angeli son esseri sublimi, puri spiriti, principi dell’al di là, lampi di scienza, eroi di potenza, rivestiti della dignità di dominatori; secondo i nomi misteriosi ricordati dalla Bibbia stessa essi sono “Troni ”, “Principati”, “Dominazioni”, “Virtù”, “ Potestà”. Essi costituiscono la guardia palatina della divina Maestà: « Migliaia e migliaia Lo servono, e miriadi a centinaia di migliaia stanno ai suoi cenni ». Essi sono avvolti dall’abbagliante luce dei divini splendori e grazie a questa partecipazione alla magnificenza di Dio stesso son divenuti “gloria”. Gli antichi libri apocrifi giudaici distinguevano « Angeli della faccia », i quali stanno sempre dinanzi al trono di Dio, e « Angeli del servizio », i quali sono convocati per servire alla creazione e specialmente all’umanità. I Libri Santi riferiscono molti esempi di Angeli, che furono inviati con missioni divine agli uomini, ad Abramo, a Lot e Giacobbe, a David, Elia, Isaia, Tobia, a Ezechiele, Daniele, Zaccaria, ai pastori all’inizio del Vangelo e alle pie donne al suo concludersi, la prima volta col “Gloria”, l’altra con l’ “Alleluja”. La fede cristiana inoltre sa persino che un Angelo cammina a fianco di ciascun uomo; essi se ne stanno non solo dinanzi al volto di Dio, ma anche sui nostri sentieri e alle svolte della nostra vita, essi sono « posti a servizio di coloro, che conseguiranno la salvezza ». Gli Angeli son dunque i ponti di Dio, che formano l’arco fra il regno del puro spirito e il mondo dei corpi. Gli Angeli sono i messaggeri di Dio, i quali dalle celesti dimore portano nelle valli degli uomini i divini decreti. Gli Angeli sono i raggi di Dio, che scendono col dono dell’eterna luce all’umanità priva del fuoco divino. Non quasi alla divina Onnipotenza difetti il potere di tutto operare da sola, ma conviene invece alla divina Sublimità uno sterminato esercito di spiriti che la servano; e conviene al divino Amore chiamare a parte della magnificenza del creato anche altri esseri, affinché la simmetria e la sinfonia governino i mondi di Dio. Ogni volta che gli Angeli vengono nei mondi visibili, appaiono rivestiti di sublimità; il loro corpo è luce e il loro parlare è come un fragore possente; nonostante tutta la loro bontà, hanno però con gli uomini la sostenutezza degli eterni e i terreni mortali si spaventano dinanzi a loro e sono tentati di adorarli come il Signore stesso. Come va dunque che un Angelo s’inginocchia umilmente dinanzi a Maria? Annuncia il messaggio non come un principe in atteggiamento di comando, no! ma come un servo; poi attende modestamente sino a che quella Creatura umana si compiace di rispondere alla sua richiesta, quasi fosse quella Fanciulla una regina, la sua regina. Non era uno qualunque delle miriadi di Angeli quegli che in quel giorno si piegò così riverente dinanzi a Maria, non un piccolo o un giovanissimo, sebbene anche il minimo fra gli Angeli per sua natura superi enormemente in potenza e scienza anche i più celebri fra gli uomini; era il potente e sublime Angelo Gabriele, uno dei tre grandi Angeli, che solo con Michele e Raffaele è chiamato nella Sacra Scrittura col proprio nome. Gabriele — da “géber” = uomo forte, e “el” = Dio — significa etimologicamente “uomo forte di Dio”, ma può essere tradotto anche con ‘confidente di Dio’ o “forza di Dio”. Gabriele presenta se stesso al sacerdote Zaccaria, dicendogli con nobile orgoglio: « Io son Gabriele, che sta dinanzi a Dio, e sono mandato a te per portarti questo lieto messaggio » ; e così egli stesso allude a quello che gli è proprio: egli è il nunzio del lieto messaggio. Iddio fra i miliardi di Angeli ha messo a parte del suo più profondo e tenero Mistero, che è l’Incarnazione, lui, proprio lui. Quando noi nell’ “Angelus Domini” preghiamo: «L’Angelo del Signore portò a Maria il messaggio », circoscriviamo insieme l’intera missione propria a Gabriele e ben anche la sua attitudine, poiché anche negli Angeli essere e operare si corrispondono. Gabriele è l’Angelo lieto e che allieta; è fra gli Angeli, ma in modo molto più sublime, quello che è Luca fra gli Evangelisti, il nunzio non dei giudizi, ma dell’amore misericordioso di Dio. Già seicento anni prima del suo invio alla Vergine egli ebbe una missione di manifesto conforto per il profeta Daniele, che nell’esilio di Babilonia era sprofondato «in grande tribolazione »; e a lui che attendeva ansiosamente la salvezza diede con la celebre profezia delle « settanta settimane di anni » un primo preciso indizio dell’era messianica, quando sarebbe « sorto l’Unto, il Principe »!. – I fiumi di Babilonia continuarono a rumoreggiare a lungo e tempi gravi passarono su quelle parole prima che si adempissero; ma adesso, « sei mesi » prima — l’Evangelista con questa indicazione cronologica intende riannodare eventi che si richiamano —, Gabriele aveva messo piede nuovamente sul suolo di questa terra e lassù nel Tempio aveva annunziato al sacerdote Zaccaria il precursore e l’araldo del Signore. E presto intonerà, qual corifeo del celebre esercito, il canto del lieto messaggio sulle campagne di Betlemme, perché è di nuovo Gabriele, l’Angelo dell’Incarnazione, che annunzia ai pastori « il grande gaudio »!. – Gabriele invita al nuovo paradiso non con la spada sguainata fatta per respingere, come il severo Angelo alle porte del primo paradiso, no, ma col giglio in mano e in atteggiamento benigno e incoraggiante. Visse il suo giorno più radioso quando portò il lieto messaggio a Maria; quell’ora fu per tutti e due, per Maria e per l’Angelo, la più importante della loro esistenza; soli e insieme vissero la più grande delle opere di Dio, l’Incarnazione; e quell’incontro dovette legare quei due Santi, Maria e Gabriele, in eterna amicizia. È una delle tante trovate intelligenti della Liturgia fare precedere immediatamente alla festa dell’Annunciazione di Maria, il 25 marzo, quella dell’angelo Gabriele. Maria — Gabriele! Si stenta quasi a togliere lo sguardo da questo quadro così ricco di grazia e di splendore e di musica, di purezza candida, di nobiltà umile e di perfetta prontezza per le opere di Dio. All’epoca dell’Annunciazione, Maria non era più lassù a Gerusalemme; i suoi genitori forse eran già morti ed Ella era orfana; si potrebbe intendere come accenno a questo il fatto che Lei stessa si portò a Betlemme per il censimento. Non si trovava neppure in casa di Giuseppe ancora, perché la sua partenza per la casa dello sposo seguì l’Annunciazione. – Nazaret era una cittadina in Galilea di nessuna importanza, così insignificante e così disprezzata, che più tardi il giovane apostolo Natanaele-Bartolomeo chiese sprezzante: « Che può venir di buono da Nazaret? ». Ma precisamente dal suolo di quest’angolo dimenticato doveva zampillare la sorgente, la cui sovrabbondanza avrebbe regalato al mondo tutto grazia su grazia; le opere infatti di Dio non dipendono dalle norme dell’umana grandezza. La casetta, nella quale entrò Gabriele, non era un lembo di Cielo, non un appartamento principesco, non l’ampio portico simile a una chiesa e neppure l’intimo idillio, che gli artisti creano bellamente e con riverenza verso la Benedetta; il colloquio più decisivo della storia umana sì svolse in una povera casupola, costruita probabilmente sul pendio del monte. La Fanciulla pure, che contava tredici o quattordici anni, si presentava senza alcun fasto, non era figlia di principi, non di notabili e ricchi del paese; sconosciuta a se stessa, era come una violetta sperduta che non sa della sua bellezza. Se Iddio ha una missione per questa Creatura umana, basta un sacerdote o un uomo illuminato per comunicarGliela, non c’è bisogno di un Angelo, tanto meno di uno di quei sette eccelsi spiriti che, come Gabriele, stanno al cospetto di Dio. Ma Maria è una meraviglia più sublime di un Angelo, Ella è un angelo in carne umana, per natura meno grande di Gabriele, ma per grazia e per dignità superiore a lui e a tutti gli altri Angeli, non esclusi i Serafini stessi. Al momento del suo primo ingresso nel Vangelo Maria ha al suo fianco un Angelo, e in questo v’è un importante significato simbolico: fra Maria e gli Angeli esiste profonda affinità di spirito; gli Angeli accanto a Maria e Maria accanto agli Angeli sono nel proprio ambiente; « Maria degli Angeli » è forse per la nobile Signora il titolo più amabile, è certamente il più originario, fiorito dallo stesso Vangelo, profumato dal giglio di Gabriele e avvolto nelle misteriose armonie dei nove cori degli Spiriti beati. Il quadro di Maria e Gabriele risveglia ancor altri e più gravi pensieri. Un Angelo e una donna stettero di fronte già un’altra volta, nel paradiso; veramente quello era un angelo decaduto e con la sua astuzia aggirò una debole donna. Quel fatale colloquio fra il serpente ed Eva fu la nostra rovina; Gabriele e Maria pensano alla nostra salvezza; I’ “Ave” a Maria capovolgerà il malanno di Eva. Che forse Gabriele si sia inchinato così profondamente dinanzi a Maria anche per risarcire in nome di tutti i nobili Spiriti il femmineo sesso per il misfatto perpetrato da uno del loro mondo ai danni d’una donna? Maria vide l’Angelo con gli occhi del corpo, come risulta evidente dalle parole evangeliche: « L’Angelo entrò da Lei »; in quell’ora non Le stette dinanzi uno svanito fantasma, non una splendida creazione della fantasia, e neppure una visione bella, ma puramente spirituale; Ella vide una figura ben distinta, rivestita di luce; a Maria fu regalata con la conoscenza spirituale anche una manifesta visione. Questo farsi visibili dei mondi invisibili stava in strettissima connessione con la nota caratteristica di quell’ora densa di mistero: Iddio era sul punto di uscire dalla sua eterna invisibilità e di rivestirsi d’un corpo umano, affinché noi uomini, vedendolo sensibilmente, fossimo così accesi d’amore anche per le cose invisibili. In quell’ora del grande mistero dell’incarnazione di Dio, Gabriele, il rappresentante dei puri Spiriti, per rendere omaggio allo stesso Mistero, assunse con una specie di finissima incorporazione la figura eterea del corpo umano: tanto onore celeste, divino anzi, fu reso allora al corpo dell’uomo! Gabriele in forma umana s’inginocchia dinanzi a Maria, che presto concepirà Iddio non solamente secondo lo spirito, ma anche secondo il corpo; per questo non solo il suo spirito, ma per l’apparizione dell’Angelo anche i suoi sensi dovettero essere beatificati e assicurati dell’evento imminente. – Gli uomini furono sempre storditi all’irrompere visibile dei Celesti in questa terra. Quando l’angelo Gabriele vi comparve per la prima volta — « era in vesti di lino, cinto i fianchi d’una fascia d’oro finissimo. Il suo corpo splendeva come crisolito, il suo volto mandava lampi, e aveva gli occhi come faci accese; le sue braccia e i suoi piedi scintillavano come bronzo lisciato, e il suono della sua Voce era come il rumore d’una moltitudine » —, allora, come racconta il profeta Daniele stesso, « sentii mancarmi le forze, mentre ebbi questa grandiosa visione, cambiai d’aspetto e tutte le forze svanirono; quando poi udii il suono della sua Voce, caddi stordito dinanzi a me, col volto aderente al suolo ». Anche la seconda apparizione di Gabriele, quella a Zaccaria, causò uno scompiglio: « Zaccaria si turbò alla visione dell’Angelo e s’impossessò di lui il timore ». E persino un eroe così valoroso qual era Gedeone, quando gli si fece dinanzi un Angelo, gridò sgomento: « Ahimè, onnipotente Signore, io ho visto l’Angelo del Signore faccia a faccia! ». E invece quale serenità placida e lieta alita nell’annunciazione di Maria! È vero che il Vangelo riferisce che anche Maria fu turbata, e anzi usa un’espressione forte, ma Ella non fu turbata per l’apparizione, bensì per il saluto dell’Angelo; all’Angelo stesso Ella guarda col tranquillo stupore d’un bambino, che vede venire a sé una stella d’oro; anzi sembra quasi che l’Angelo rimanesse più confuso dinanzi a Maria che non Maria dinanzi all’Angelo. Sulla fine del quinto secolo un predicatore orientale, l’abate Abramo di Efeso, descrive questo felice turbamento così: « Appena Gabriele fu entrato dalla Vergine e Le ebbe detto: “ Chaîre — Salve! ”, cominciò a tremare, perché scorse (già) in Lei Colui che lo aveva inviato e lo aveva prevenuto sulla via che dal Cielo scende sulla terra; e, come si fosse trovato sul trono dei Cherubini, non ardiva elevare a Lei i suoi occhi a motivo di Colui, che in Lei s’era fatto presente ». « Ecco, questo atterrisce! Ed essi rimasero turbati tutti e due. Poi l’Angelo cantò la sua melodia ». Oh sì, grande Angelo, canta ora la tua melodia! E Gabriele allora prese la parola e parlò e cantò, e in quel momento rifulsero sommessi tutti i Cieli, e in quell’istante risuonarono lontane tutte le campane, e in quell’ora giubilarono in impeto tranquillo tutti gli Spiriti, «e l’Angelo disse: “Ave — Ti saluto!” ».  – Il Saluto. Vi è qualche cosa di bello nel saluto. Esso è il gettar dell’àncora da un’anima a un’altra; è il ponticello di sbarco dall’io al tu: è l’inchinarsi dinanzi al bene dell’altro. Ove gli uomini non vogliono avvicinarsi, ove vogliono persistere a vicendevole distanza, ivi non si scambia il saluto; ove poi stanno gli uni contro gli altri ostilmente, ove nell’altro scorgono non il bene, ma solamente il male, ivi il saluto è impedito dal gelo, ivi « non si concedono il mutuo saluto », poiché il saluto significa affermare e riconoscere del bene nell’altro. Ora in ogni uomo, anche nell’ultimo, si trova una scintilla di bene; ogni uomo dunque merita anche il saluto; ma quanto più il bene in un uomo è puro e grande, tanto più egli è meritevole d’esser salutato. Nell’Annunciazione fu l’Angelo che salutò Maria dicendoLe: “Ave!” e Già qui l’Angelo fa tacitamente capire la sua inferiorità rispetto alla Vergine, poiché è costume del Cielo e della terra, un costume veramente cosmico, che l’inferiore saluti il superiore. Altri Angeli avevano portato dei messaggi agli uomini prima che Gabriele venisse da Maria, ma mai avevan portato il saluto; Maria è la prima e anche l’unica, che sia degna persino del saluto degli Angeli, perché il bene ch’è in Lei oltrepassa persino quello d’un Angelo. E quell’ “Ave” dell’Angelo fu così timido, che egli non osò neppure chiamar la Benedetta col suo nome proprio “Maria”, quasi che questa immediata allocuzione fosse in qualche modo troppo confidenziale e ne restasse offesa la distanza conveniente all’augusta Signora. Gabriele dice soltanto: “Ave — Salve”; il nome “Maria” l’abbiamo aggiunto poi noi al suo “Ave”, perché per noi Lei è e resta anche nella sua ora più solenne una della nostra stirpe, la nostra eccelsa e buona Sorella; questa terrena parentela e le terrene necessità danno a noi il diritto di chiamarLa non con i suoi titoli, ma col suo nome, con quel nome, che Ella portò sulla terra e col quale L’avevan già chiamata i suoi genitori: Maria! Frattanto l’ “Ave” di Gabriele fu più che un semplice saluto, esso fu già un occulto augurio. La parola usata dai Greci per salutare, da Luca inserita nel suo Vangelo e corrispondente al latino “Ave”, era “chaîre”; “chaîre” alla lettera significa: « Rallégrati! »; e già i Padri greci interpretarono quel saluto, rivolto da Gabriele a Maria, quale invito alla gioia; in questo “chaîre” risuona il primo lieto accordo in maggiore del Magnificat. Nel saluto però in lingua aramaica vi è un senso anche più profondo; Gabriele infatti, rivolgendosi a Maria, ch’era una fanciulla ebrea ignara delle lingue straniere, dovette certamente parlare in lingua orientale e dirle: « Salòm »; “Salòm” significa pace, e veramente pace in ogni direzione della felicità, nella vita esterna e intima, felicità che si dispone intorno a una vera e profonda pace. « “Salòm”, “Chaîre”, “Ave”: quale ricca e lieta pienezza non si cela già nella primabe sola  paroletta dell’Angelo! un suono penetrante, che dà inizio al messaggio dell’Angelo. Pace a Te, letizia a Te, mezzo tuo pace e letizia a noi tutti, o Causa della nostra letizia! – «Tu sei piena di grazia ». Questa seconda parola è la radice dell’intero saluto angelico; se Maria infatti riceve dal Cielo un “Ave”, se Ella è benedetta, se diverrà la Madre del Signore, se è avvolta negli omaggi degli Angeli e degli uomini, tutto questo Le spetta solamente perché Ella è « piena di grazia ». Il testo originale, il testo greco cioè del Vangelo usa qui il termine “kecharitoméne”, che vuol dire la “graziosa”; la lingua greca non aveva un termine proprio per esprimere il nuovo concetto cristiano della “grazia”; nondimeno l’espressione greca scelta dall’evangelista Luca rende molto bene il senso cristiano: Colei che agli occhi di Dio è la “graziosa” per la leggiadria e la bellezza del corpo e dell’anima, è senz’altro “la donata di grazia”. Nel termine greco è già inclusa anche una “pienezza di graziosità”; giustamente quindi le versioni siriache e latine anche del secondo secolo tradussero quel kecharitoméne — donata di grazia” con “piena di grazia”. Maria è semplicemente “la donata di grazia”, “la graziosa”. Quell’esperto di Scrittura e di lingue che era Girolamo (m. 420) ammette: « Non ricordo di aver letto in altro luogo della Scrittura quello che dice l’Angelo ora; a nessun uomo mai è stato concesso di sentire simili parole: “Salve, o piena di grazia”; questo saluto è riservato a Maria ». Piena di grazia! Maria è un terso cristallo, rischiarato dal sole da parte a parte; Maria è un campo di fiori, sul quale posa una nube di profumo; Maria è una sala incantevole, che risuona di ogni melodia. La donata di grazia, la piena di grazia, questo è il nome essenziale di Maria. D’ora innanzi quando si fa parola della “piena di grazia”, ogni Angelo sa che con questo termine s’intende Maria, e lo sappiamo anche noi e non dobbiamo dimenticarlo. – Il profondo pensatore Tommaso d’Aquino propone una distinzione riguardo all’espressione « piena di grazia », e questa distinzione è necessaria per mettere in chiaro rilievo la pienezza della grazia di Cristo rispetto alla pienezza della grazia di Maria. In un determinato senso, infatti, è pieno di grazia Cristo, in tutt’altro Maria; un bicchiere può esser già pieno d’acqua, in altro modo è pieno un lago, e di nuovo in modo diverso, immensamente diverso è pieno d’acqua il mare. Tommaso insegna: « Quando si parla della pienezza della grazia, si deve badare alla grazia stessa e a chi riceve la grazia. La grazia si trova in pienezza dove essa raggiunge in chi la riceve la misura massima secondo l’essere e secondo l’operare; questa pienezza spetta unicamente a Cristo. Colui che riceve la grazia, la possiede in pienezza quand’essa corrisponde pienamente alle sue condizioni di vita, se lo rende capace di adempiere tutti i doveri del suo stato e i compiti della sua vita. « Ora la beatissima Vergine è chiamata “piena di grazia” non perché abbia posseduto la grazia nella misura massima e per tutte le opere; piuttosto la pienezza della grazia per Lei significa che la misura della sua grazia corrispondeva alla elezione alla dignità di Madre di Dio. Così anche Stefano è detto “pieno di grazia”, perché possedeva grazia bastante per essere martire di Dio e provarsi fedele diacono. Vista così, una “pienezza di grazia” può superare un’altra, secondo l’eccellenza dello stato a cui ciascuno è chiamato da Dio ». La pienezza di grazia di Maria è unica, infinitamente distante dalla pienezza di grazia di Cristo, e però essa oltrepassa immensamente la grazia partecipata a noi. Cristo è l’oceano della grazia; nelle Litanie del Sacro Cuore di Gesù professiamo che in Lui « abita tutta la pienezza della Divinità », che si trovano in Lui « tutti i tesori della sapienza e della scienza »; Cristo è così pieno di grazia, che non può più crescere in essa. Maria invece dovrà crescere nella grazia lungo tutto il corso della sua vita; anche se da Gabriele fu salutata come piena di grazia sin dal principio, Ella dovrà percorrere ancora dei tratti lunghissimi prima del suo rimpatrio. Ella pure è viatrice, giunge continuamente dinanzi ad altezze ancora più ardue, riceve sempre nuovi impulsi alla perfezione. Per tutto questo Maria è a noi così umanamente vicina; anche Lei è una creatura che si evolve, cresce e matura. Certamente Ella ricevette una grazia che è senza misura al di là della nostra, Ella è più di noi tutti “piena di grazia”; il suo posto e missione ne esigeva sin dal principio una sovrabbondanza, che nessuna creatura mai ricevette o potrà ricevere: « Maria è così bella e perfetta, Ella presenta una tale pienezza di purezza e di santità, quale, a prescindere da quella di Dio, non si può escogitare e comprendere da nessuno eccetto che da Dio ». Nonostante questi diecimila talenti, Maria, umile e grata alla grazia, si tiene aperta costantemente a nuovi incrementi, mai pensa d’essere abbastanza perfetta. Se dunque Lei, piena di grazia sin dal principio, mai pensa che sia finito, potremo noi supporre di esser perfetti con quei talenti, che ci sono concessi secondo la misura della nostra vocazione, e dimenticarci dell’ascesa a maggiore perfezione? – « Il Signore è con Te ». AI suo saluto « Piena di grazia » Gabriele si affrettò ad aggiungere sull’istante: « Il Signore è con Te ». Maria infatti non è “piena di grazia” da sé, anche Lei come noi tutti ha « ricevuto della sua pienezza grazia su grazia ». La pienezza della grazia di Maria è come la mite luce della luna, che deve al sole il suo splendore d’oro. Questi due tratti del saluto angelico: « Piena di grazia — il Signore è con Te » sono annodati insieme così saldamente, non solo nel seguito del saluto, ma anche nel loro contenuto, che non si potrebbe pensare l’uno senza l’altro: chi ha ricevuto grazia, ha il Signore con sé, e chi ha il Signore con sé, ha ricevuto grazia.  – Nella santa Messa le stesse parole dette a Maria vengono dette al popolo credente: « Dominus vobiscum! ». Eppure nel medesimo saluto si cela una sottile differenza; a Maria è detto: « Il Signore è con Te! », al popolo: « Il Signore sia con voi! »; la parola del sacerdote al popolo esprime un pio voto, quella dell’Angelo a Maria invece una sicura realtà. L’assicurazione « il Signore è con te » non la leggiamo unicamente e nella scena dell’Annunciazione, ma la ascoltiamo spesso nelle Scritture Sante. Questa parola incoraggiante è gridata talora dall’alto a uomini che Iddio ha scelti per un’opera grandiosa o difficile; così, ad esempio, con questa espressione: « Il Signore è con te, o prode valoroso! », è assicurato della soccorritrice presenza del Signore Gedeone, cui fu affidata la liberazione di Israele dalla oppressione dei Madianiti. Nessuna persona ebbe a compiere opera più sublime e più difficile di Maria; per questo subito, nella prima ora della sua comparsa, prima ancora che Ella possa sospettare il suo augusto compito, viene corredata della fortezza per camminare la sua via solitaria e sublime: « Il Signore è con Te ». Egli è con Maria in un modo nuovo, talmente inaudito ed ininterrotto, che d’or in poi non la si potrà pensare più senza il Signore. Il Padre è con Lei, perché la virtù di Dio L’adombrerà; il Figlio è con Lei, perché sarà il Frutto benedetto del ventre suo; lo Spirito Santo è con Lei, Egli con benignità e pazienza divina attende soltanto che Gabriele e Maria finiscano il loro santo dialogo per trasfigurarLa, dopo l’ultima parola, come un’Ostia dopo l’ultima parola della consacrazione. – In questa terza parola dell’Angelo quindi: « Il Signore è con Te » vibra già la prima nota e il silenzioso passaggio al Mistero stesso: il saluto dell’Angelo sta vicino al suo messaggio. Prima di ascoltare questo messaggio, concediamo alla Benedetta l’intervallo d’un minuto, perché possa riflettere su quel saluto che toglie il respiro; Gabriele stesso, dopo quelle prime battute sconvolgenti, fa un piccolo passo indietro, come il diacono all’altare nel supremo istante della solennità del Mistero. Il Vangelo stesso informa: « Maria si turbò a queste parole, e si domandava che potesse dire quel saluto »: così importante, così gravido è il saluto, che persino Maria deve sulle prime comporsi.  Queste prime parole di Gabriele son come i primi sonori accordi d’un preludio, che annunziano qualche cosa di ineffabilmente bello. Maria aveva certamente confidato l’ “Ave” di Gabriele al discepolo dell’amore Giovanni, che L’aveva pregata di aggiornarlo delle cose avvenute in principio; e Giovanni legò in eredità quell’ “Ave” come una preziosità delicata all’evangelista Luca, perché l’assicurasse nel suo Vangelo; ma può essere che Luca stesso l’abbia colto sulle labbra di Maria. Da quel giorno il saluto di Gabriele ha fatto suonare mille campane e mille cuori; milioni di uomini son divenuti Gabriele presentando alla Benedetta il saluto dell’Angelo giorno per giorno, al mattino, a mezzodì e alla sera nell’« Angelus Domini» e nella bella preghiera del Rosario, che non si può separare quasi dall’Ave: tanto spesso lo ripete in meditazione e amore. Tutta la terra è piena di “Ave — Ave Maria, Salve Regina, Ave Regina!”, e ciascuno di questi “Ave” saluta non solamente Maria, ma in Lei anche il Mistero, che sta all’inizio della nostra salvezza, l’Incarnazione del Verbo nel grembo verginale. Dovremmo quindi anche noi come Maria riflettere sul significato di questo saluto. Che forse l’ “Ave ” dell’Angelo sublime non esce spesso dalle nostre labbra troppo di volo? non si fa attenzione qualche volta più al numero che non al senso degli “Ave”? Quando ripetiamo il devoto e riverente saluto dell’Angelo, vediamo che esso non sia mai indegno dell’Angelo e della Piena di grazia! Molti fratelli Cristiani protestano contro ogni “Ave”. Strano che non s’accorgano della scortesia, che usano alla Donna del Vangelo rifiutandoLe il saluto. La maggior parte di essi agisce in questa materia in buona fede; pensano così di offrire un omaggio a Dio. Ma fu ben Iddio stesso che per mezzo di Gabriele fece rivolgere a Maria il saluto. Sarebbe un bel costume se noi fedeli cattolici offrissimo a Maria un duplice “Ave”: il primo in nome nostro, l’altro per supplire i nostri fratelli ancor muti dinanzi a Lei.

[Primo a introdurne l’uso e a diffondere la Salutazione Angelica e quello che chiamiamo il « Suono dell’Angelus » fu l’Ordine Francescano. Già S. Bonaventura nella sua qualità di Generale dell’Ordine e poi un Capitolo dell’Ordine tenuto nel 1295 ordinarono che le campanelle di tutte le chiesette francescane fossero suonate tre volte al giorno in onore della Beatissima Vergine e che in quel momento si recitassero tre Ave Maria. Per ricordare che la Porziuncola, la chiesa madre dell’intero Ordine, è dedicata a « Maria degli Angeli », i Francescani aggiunsero al saluto angelico anche la seconda parte: « Prega per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte ».]

Offertorium

Orémus.
Eccli XXIV:25; Eccli XXXIX:17
In me grátia omnis viæ et veritátis, in me omnis spes vitæ et virtútis: ego quasi rosa plantáta super rivos aquárum fructificávi

[In me ogni grazia di verità e dottrina in me ogni speranza di vita e di forza. Sono fiorita come una rosa, piantata lungo i corsi delle acque].

Secreta

Fac nos, quǽsumus, Dómine, his munéribus offeréndis conveniénter aptári: et per sacratíssimi Rosárii mystéria sic vitam, passiónem et glóriam Unigéniti tui recólere; ut ejus digni promissiónibus efficiámur:

[Rendici degni, Signore, di offrirti questo sacrificio: e concedi che, venerando nel santo rosario i misteri della vita, passione e gloria del tuo unico Figlio, diventiamo partecipi dei beni da lui promessi]

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de Beata Maria Virgine

Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Et te in Festivitate beátæ Maríæ semper Vírginis collaudáre, benedícere et prædicáre. Quæ et Unigénitum tuum Sancti Spíritus obumbratióne concépit: et, virginitátis glória permanénte, lumen ætérnum mundo effúdit, Jesum Christum, Dóminum nostrum. Per quem majestátem tuam laudant Angeli, adórant Dominatiónes, tremunt Potestátes. Cæli cælorúmque Virtútes ac beáta Séraphim sócia exsultatióne concélebrant. Cum quibus et nostras voces ut admítti jubeas, deprecámur, súpplici confessióne dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: Te, nella Festivitate della Beata sempre Vergine Maria, lodiamo, benediciamo ed esaltiamo. La quale concepí il tuo Unigenito per opera dello Spirito Santo e, conservando la gloria della verginità, generò al mondo la luce eterna, Gesú Cristo nostro Signore. Per mezzo di Lui, la tua maestà lodano gli Angeli, adorano le Dominazioni e tremebonde le Potestà. I Cieli, le Virtú celesti e i beati Serafini la célebrano con unanime esultanza. Ti preghiamo di ammettere con le loro voci anche le nostre, mentre supplici confessiamo dicendo:]

Sanctus

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:


Pater noster

Pater noster, qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

Communio

Floréte, flores, quasi lílium, et date odórem, et frondéte in grátiam, collaudáte cánticum, et benedícite Dóminum in opéribus suis.

[Fiorite, come gigli, o fiori, date profumo, spandetevi in bellezza: cantate in coro la lode divina e benedite Dio nelle sue opere.]

Postcommunio

Orémus.
Sacratíssimæ Genetrícis tuæ, cujus Rosárium celebrámus, quǽsumus, Dómine, précibus adjuvémur: ut et mysteriórum, quæ cólimus, virtus percipiátur; et sacramentórum, quæ súmpsimus, obtineátur efféctus:

[Ci aiutino, Signore, le preghiere della tua santissima Madre, nella festa del suo rosario: concedi a noi di sentire l’efficacia dei misteri che veneriamo, e di ottenere il frutto dei sacramenti che abbiamo ricevuto:]

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (28)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (28)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

TESTI SPIRITUALI

Ultimo ritiro di “Laudem Gloria,, (III.)

Undicesimo Giorno

Tutta la Trinità abita nell’anima

« Il Signore mi ha fatto entrare in un luogo spazioso:  mi ha salvato perché mi voleva bene » (Salmo XVII, 20). Il Creatore, vedendo il silenzio bellissimo che regna nella sua creatura, considerandola tutta raccolta nella sua solitudine interiore, si innamora della sua bellezza e se la porta in quella solitudine immensa, infinita. in quel luogo « spazioso » cantato dal Profeta, che altro non è se non Lui stesso. « Entrerò nella profondità delle potenze delle potenze di Dio » (Salmo LXX, 16). Il Signore per bocca del suo Profeta, ha detto: « La condurrò nella solitudine e le parlerò al cuore » (Osea, II, 14). Ed ecco l’anima entrata nella vasta solitudine in cui Dio le si farà sentire. – « La parola di Dio — dice san Paolo è viva ed efficace, e più penetrante di una spada a doppio taglio essa giunge fino alla divisione dell’anima e dello spirito, fino alle giunture e al midollo » (Ebr. IV, 12). Essa, dunque, la parola di Dio direttamente, perfezionerà il lavoro di spogliamento nell’anima, perché ha questa caratteristica tutta propria e singolare: che Opera e crea ciò che fa udire, purché l’anima acconsenta e si lasci alla sua azione. – Ma sentire questa parola non basta, bisogna custodirla; custodendola, l’anima sarà santificata nella verità secondo il desiderio del Maestro divino: « Padre, santificali nella verità; la tua parola è verità » (S, Giov. XVII, 17). E a chi custodisce la sua parola, Egli ha promesso: « Il Padre mio lo amerà, e verremo a Lui e in Lui porremo la nostra dimora » (S. Giov. XIV, 23). Tutta la Trinità, dunque, abita nell’anima che ama in verità, cioè che custodisce la divina parola; e quando quest’anima ha compreso la sua ricchezza, tutte le gioie naturali o soprannaturali che possono venirle dalle creature o anche da Dio, altro non fanno che invitarla a rientrare in se stessa per fruire del Bene sostanziale che possiede: il suo Dio. Così, dice san Giovanni della Croce, essa ha una certa somiglianza con l’Essere divino. « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre dei cieli ». San Paolo mi dice che « Egli compie ogni cosa secondo il consiglio della sua volontà (Ephes. I, 11), e il mio Maestro vuole che io gli renda omaggio anche in questo: fare ogni cosa secondo il consiglio della mia volontà; non lasciarmi mai guidare dalle impressioni, dai moti primi della natura, ma possedermi per mezzo della volontà; e perché questa volontà sia libera, bisogna, secondo la visione di un pio autore, « chiuderla » in quella di Dio. Allora sarò mossa dal suo Spirito, come dice san Paolo, tutto ciò che farò sarà divino ed eterno, e fin d’ora vivrò, ad imitazione del mio Immutabile in un eterno presente.

Dodicesimo Giorno

« Per Lui, io posso accostarmi al Padre »

«Verbum caro factum est, et habitavit in nobis » (S. Giov. II, 4). Dio aveva detto: « Siate santi, perché io sono santo; ma rimaneva nascosto nella sua « luce inaccessibile  », la creatura aveva bisogno che Egli scendesse fino a lei, che vivesse della sua vita, per potere, camminando sulle sue orme, risalire fino a Lui e farsi santa della Sua santità. « Io mi santifico per essi, affinché siano santificati, nella verità» (S. Giov. XVII, 19). Eccomi di fronte al « segreto nascosto ai secoli ed alle generazioni », di fronte al mistero di Cristo, di Lui che « è per noi — dice san Paolo — speranza di gloria » (Col. I, 26 ); e soggiunge che « gli è stata data l’intelligenza di questo mistero » (Ephes. III, 4). Andrò dunque dal grande Apostolo ad istruirmi, affine di possedere « quella scienza che secondo la sua espressione — supera ogni altra: la scienza della carità di Cristo Gesù » (Ephes. III. 19). – Prima di tutto, san Paolo mi dice che « Gesù è la mia pace », che « per Lui, io posso accostarmi al Padre » (Ephes, II, 14-18), perché il Padre dei lumi ha voluto che fosse in Lui ogni pienezza, che per Lui fossero riconciliate tutte le cose, pacificandole tutte, sia in terra, sia in cielo, nel sangue della croce di Lui » (Col. I, 19-20). « In Lui, avrete la pienezza — prosegue l’Apostolo —. Siete stati seppelliti con Lui nel Battesimo, e risuscitati con Lui mediante la fede nell’opera di Dio… ..Vi ha fatto rivivere con Lui, perdonandovi tutti i vostri peccati, cancellando il decreto di condanna che pesava su di noi; l’ha annullato appendendolo alla croce; e, spogliando i principati e le potestà, li ha vittoriosamente condotti in schiavitù, trionfando di essi in se stesso » (Col. II, 10 … 15) … rendervi santi, puri, irreprensibili al suo cospetto » (Col. I, 22). Ecco l’opera di Cristo in ogni anima di buona volontà: ecco il lavoro che il suo immenso amore, il suo «troppo grande amore » lo spinge a compiere in me. Egli vuole essere la mia pace, affinché nulla possa più distrarmi o farmi uscire dalla fortezza inespugnabile del santo raccoglimento; là, Egli mi avvicinerà al Padre, e mi custodirà immobile e quieta alla sua presenza come se la mia anima già fosse nell’eternità », « Col sangue della croce », pacificherà tutto nel mio piccolo cielo, perché esso sia veramente il riposo dei « Tre ». Mi riempirà di sé, mi seppellirà: sé nella sua vita: « Mihi vivere Christus est » (Fil. I, 21). – Se cado ad ogni istante, mi farò rialzare da Lui con fede piena di fiducia; so che mi perdonerà, che cancellerà tutto con cura gelosa; più ancora, mi spoglierà, mi libererà dalle mie miserie, da tutto ciò che ostacola l’azione divina; trascinerà le mie potenze e le farà sue schiave, trionfando di esse in sé medesimo. Allora sarò passata tutta in Lui; potrò dire: « Non vivo più io; il mio Signore vive in me » (Gal. II, 20); e sarò « santa, pura, irreprensibile » agli occhi del Padre.

Tredicesimo Giorno

Camminare in Gesù Cristo

« Instaurare omnia in Christo » (Ephes. I, 10). È ancora san Paolo che mi istruisce, san Paolo che si è inabissato nel grande consiglio di Dio e mi dice che « Egli ha stabilito di instaurare tutte le cose in Cristo ». Perché io, personalmente, possa realizzare questo piano divino, l’Apostolo viene ancora in mio aiuto e mi traccia un regolamento di vita: « Camminate in Gesù Cristo — mi dice — radicati in Lui, edificati in Lui, corroborati nella fede… e crescendo sempre più in Lui con l’azione di grazie » (II, 6, 7, 8). « Camminare in Gesù Cristo », mi pare che significhi uscire da se stessi, perdersi di vista, abbandonarsi per entrare più profondamente, da radicarvisi e da poter sfidare ogni avvenimento, ogni creatura, con le parole bellissime dell’Apostolo: «Chi potrà separarmi dalla carità di Gesù Cristo? » (Rom. VIII, 35). Quando l’anima è fissata in Lui a tale profondità che le sue radici vi affondano, la linfa divina fluisce, sì riversa in lei abbondante, e tutto ciò che è imperfetto, banale, naturale, viene distrutto; « ciò che è mortale viene assorbito dalla vita » (Cor. V, 4). Allora, così spogliata di se stessa e rivestita di Gesù Cristo, l’anima non ha più da temere né i contatti esterni né le interne difficoltà, perché queste cose, anziché esserle di ostacolo, non fanno che « radicarla più profondamente nell’amore » del suo Maestro. – Qualunque cosa avvenga, favorevole o contraria, anzi servendosi di tutto, « sempre lo adora per Lui stesso », perché è libera, affrancata da sé e da ogni cosa, e può cantare col Salmista: « Mi assedî un esercito; non freme il mio cuore; insorga contro di me la battaglia, io spero ugualmente, perché Jahveh mi nasconde nel segreto della sua tenda » (Salmo XXVI, 3-5) e questa tenda è Lui,  – Tutto ciò mi sembra voglia dire san Paolo quando ci esorta ad essere « radicati in Gesù Cristo ». E che cosa significa essere « edificati in Lui? ». Il Profeta canta: «Mi ha innalzato sopra una rupe e la mia testa si erge al di sopra dei nemici che mi circondano » (Salmo XXVI, 5-6). Non è forse questa la figura dell’anima « edificata su Gesù Cristo? ». È Lui la rupe sulla quale essa è stata elevata al di sopra di se stessa, dei sensi, della natura, al di sopra delle consolazioni e dei dolori, al di sopra di tutto ciò che non è unicamente Lui! E là, nel pieno possesso di sé, è dominatrice del suo « io » e, superando se stessa, supera anche tutte le cose. Ma san Paolo mi raccomanda ancora di essere « fortificata nella fede », quella fede che non permette mai all’anima di sonnecchiare, ma che la tiene tutta vigilante sotto lo sguardo del Maestro, tutta intenta alla sua parola creatrice; in quella fede nell’« eccessivo amore » che permette a Dio — mi dice san Paolo — di colmare l’anima « secondo la Sua pienezza » (Ephes. III, 19). Infi e, vuole che io « cresca in Gesù Cristo con l’azione di grazie », perché tutto deve compiersi nel ringraziamento. « Padre, io ti rendo grazie » (S. Giov. XI, 41) cantava l’anima del mio Maestro; ed Egli vuol sentirne l’eco nell’anima mia. – Ma mi sembra che il « cantico nuovo » che più di ogni altro può attirare e conquidere il mio Dio, sia quello di un’anima spoglia, svincolata da se stessa, nella quale Egli possa rispecchiare tutto ciò che è, e possa compiere tutto ciò che gli pare. Quest’anima sta come un’arpa sotto il tocco divino, e tutti i suoi doni sono come altrettante corde che vibrano per cantare giorno e notte «la lode della sua gloria ».

Quattordicesimo Giorno

Conoscere Lui

« Stimo tutte le cose una perdita, di fronte alla superiorità trascendente della conoscenza di Gesù Cristo, mio Signore. Per amore di Lui, ho tutto perduto…, e le cose tutte stimo come immondizia per possedere Cristo, e per poter essere trovato in Lui non avente una giustizia mia, ma la giustizia che viene da Dio, basata sulla fede. Ciò che io voglio, è conoscere Lui, aver parte alle sue sofferenze, essere conforme alla sua morte… Continuo la mia corsa, studiandomi di arrivare là dove Cristo mi ha destinato chiamandomi. Mi preoccupo di una cosa sola: dimenticando tutto ciò che lascio indietro e slanciandomi costantemente verso ciò che mi sta dinanzi, correre diritto alla mèta, al premio della sfuprema vocazione alla quale Dio mi ha chiamato in Gesù Cristo » (Fil. III, 8). Di tale vocazione, l’Apostolo ha spesso rivelato la grandezza. « Dio — egli dice — ci ha eletti in Lui prima della creazione, perché fossimo immacolati e santi al suo cospetto, nell’amore » (Ephes. III, 8). « Siamo stati predestinati, per decreto di Colui che tutto opera secondo il consiglio della sua volontà, affinché siamo la lode della sua gloria » (Ephes. I, 21). Ma come rispondere alla dignità di questa vocazione? – Ecco il segreto: « Mihi vivere Christus est » (Fil. I, 21). …  « Vivo enim, jam non ego, vivit vero in me Christus » (Gal. II, 20) Bisogna essere trasformati in Gesù Cristo, mi insegna sanPaolo: « Coloro che Dio ha conosciuti nella sua prescienza,li ha anche predestinati ad essere conformi all’immaginedel Figlio suo ». È necessario dunque che io studiquesto divino Modello per imitarlo e immedesimarmitanto in Lui, da poter esprimerlo agli occhi del Padre. E, primadi tutti che cosa dice Egli, entrando nel mondp? « Eccomi; vengo, o mio Dio, per fare la tua volontà» (Ebr. X, 9). Mi pare che questa preghiera dovrebbe essere ilpalpito del cuore della sposa. Il Maestro divino fu sì veracein questa prima oblazione! E tutto il resto della suavita non ne fu per così dire, che la conseguenza. « Miocibo — si compiaceva di ripetere — è fare la volontà diColui che mi ha mandato » (S, Giov. IV, 34). E cibo anche per la sposadovrebbe essere la volontà di Dio, pur essendo al tempostesso spada che la immola. « Padre, se è possibile, allontanada me questo calice; ma si faccia la tua volontà e non la mia » (S, Marco, XIV). E, insieme al suo Maestro, in pace, con gioia, va ad ogni immolazione, rallegrandosi di essere stata conosciuta dal Padre, poiché la crocifigge insieme al Figlio suo. « Ho preso le tue leggi per mia eredità in eterno, perché esse sono la delizia del mio cuore » (Salmo CXVIII, 111). Ecco il canto dell’anima del mio Maestro, canto che deve avere una larga eco in quella della sposa; con la sua fedeltà in ogni istante a queste leggi esterne ed interne, essa renderà testimonianza alla verità, e potrà dire: « Colui che mi ha mandata non mi ha lasciata sola; Egli è sempre con me, perché io faccia sempre ciò che a Lui piace » (San Giov. VIII, 29). Non lasciandolo mai, mettendosi fortemente a contatto con Lui, ella potrà irradiare quella virtù segreta che salva e redime le anime. Spoglia, libera di se stessa e di tutte le cose, potrà seguire il Maestro sul monte per elevare dalla sua anima, con Lui, « una orazione a Dio » (San Luca, VI, 12). Poi, sempre per mezzo del divino Adorante, di Colui che fu la grande lode di gloria del Padre, «offrirà ininterrottamente a Dio un’ostia di lode, cioè il frutto delle labbra che rendono gloria al suo Nome » (Ebr. XIII, 5). « E Lo loderà nella espansione della Sua potenza, secondo l’immensità della Sua grandezza » (CXLV, 6). Quando suonerà l’ora dell’umiliazione, dell’annientamento, ricorderà questa breve parola: « Jesus autem tacebat » (S. Matt. XXVI, 63), e tacerà custodendo tutta la sua forza al Signore, quella forza che si attinge dal silenzio. Quando verrà l’abbandono, la desolazione, l’angoscia che strapparono a Cristo quel grande grido: « Perché mi hai abbandonato? » (S. Matt. XXVII, 46), si ricorderà di questa preghiera: « Siano essi ripieni del mio gaudio » (S. Giov. XVII, 13); e, bevendo fino in fondo il calice preparatole dal Padre, saprà trovare in quella stessa amarezza una soavità divina. F infine, dopo aver ripetuto tante volte: « Ho sete », (S. Giov. XIX, 29), sete di possederti nella gloria, spirerà dicendo: «Tutt0o è consumato… (S. Giov. XIX, 30). Nelle tue mani raccomando l’anima mia » (S. Luc. XXIII, 46). E il Padre verrà a prenderla per portarla nella Sua eredità dove « nella luce, vedrà la Sua luce » (Salmo XXXV, 10). « Sappiate — cantava Davide — che Dio ha glorificato meravigliosamente il suo Santo » (Salmo IV, 4). Sì, il Santo di Dio sarà stato glorificato in quest’anima, perché vi avrà tutto distrutto per rivestirla di Sé, e perché essa avrà praticamente vissuto la parola del Precursore: « Bisogna che Egli cresca e che io diminuisca » (S. Giov. II, 30).

Quindicesimo Giorno

Janua Coeli

Dopo Gesù Cristo e, s’intende, a quella distanza che passa tra l’infinito e il finito, vi è una creatura che fu tra l’infinito ed il finito, vi è una creatura che fu anch’essa la grande lode di gloria della Trinità santa! Ella corrispose pienamente alla elezione divina di cui parla l’Apostolo: fu sempre pura, immacolata, irreprensibile agli occhi del Dio tre volte Santo. – La sua anima è così semplice, i movimenti ne sono così profondi, che non si possono scorgere. Sembra riprodurre sulla terra la vita dell’Essere divino, l’Essere semplicissimo; quindi, è così trasparente, così luminosa, che si potrebbe crederla la stessa luce; eppure non è che lo « specchio del Sole di giustizia, Speculum justitiæ ». – « La Vergine custodiva queste cose nel suo cuore » (S. Luca, II, 51): tutta la sua storia può essere compendiata in queste parole; visse nel proprio cuore e a tali profondità, che lo sguardo umano non può seguirla. Quando leggo nel Vangelo che « Maria percorse con tutta sollecitudine le montagne della Giudea », per andare a compiere un’opera di carità presso la cugina Elisabetta, io la vedo passare, bella, calma, maestosa, intimamente raccolta col Verbo di Dio. La sua preghiera, come quella di Lui, fu sempre: « Ecce: eccomi! ». Chi? L’ancella del Signore (S, Luca, I, 38), l’ultima tra le sue creature, Lei, sua Madre! – Fra così sincera nella sua umiltà! perché fu sempre dimentica, ignara, libera di se stessa; sicché poteva cantare: « L’Onnipotente ha fatto in me grandi cose; tutte le generazioni mi chiameranno beata » (S. Luca, I, 48-49). Questa Regina dei Vergini è anche Regina dei martiri; ma la spada la trafigge nel cuore perché tutto, in lei, si svolge nell’intimo. – La contemplo. Oh, come è bella nel suo lungo martirio, circonfusa da una specie di maestà da cui emana e forza e dolcezza! Perché ha imparato dal Verbo stesso come devono soffrire quelli che il Padre ha scelti come vittime, quelli che ha deciso di associare alla grande opera della redenzione, « quelli che ha conosciuti e predestinati ad essere conformi al suo Cristo » crocifisso per amore. È lì, ai piedi della Croce, dritta e forte nel suo coraggio sublime; e Gesù mi dice: « Ecce Mater tua » (S. Giov. XIX, 27). Me la dà per Madre. Ed ora che è ritornato al Padre, che ha messo me al suo posto sulla croce affinché « io soffra in me quello che manca alla sua passione per il suo mistico corpo che è la Chiesa », la Vergine è qui ancora, vicina a me, per insegnarmi a soffrire come Lui, per farmi sentire gli ultimi canti dell’anima di Gesù, quei canti che soltanto lei, sua Madre, ha potuto intendere. E quando avrò pronunciato il mio « consummatum est » sarà ancora lei, Janua coeli, che mi introdurrà negli atri divini, sussurrandomi la misteriosa parola: « Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi: in domum Domini ibimus » (Salmo CXXI, 1).

Sedicesimo Giorno

In seno alla tranquilla Trinità

« Come il cervo assetato sospira la fonte di acqua viva, così l’anima mia sospira a te, mio Dio! L’anima mia ha sete del Dio vivente. Quando verrò e comparirò dinanzi al suo Volto? » (Salmo XLI, 2-3). Eppure, « come il passero che ha trovato un rifugio, come la tortorella che ha trovato un nido per deporvi i suoi piccoli » (Salmo LXXXIII, 4), così Laudem gloriæ, in attesa di essere trasferita nella santa Gerusalemme, « beata pacis visio » (Inno alla Dedicazione), ha trovato il suo ritiro, la sua beatitudine, il suo cielo anticipato, ove inizia la sua vita di eternità. « In Dio la mia anima è silenziosa; da Lui aspetto la mia liberazione. Sì, Egli è la rocca dove trovo la salvezza; è la fortezza, e non sarò vinta » (Salmo LXI, 2-3). Ecco il mistero che canta oggi la mia lira. Come a Zaccheo, il Maestro ha detto a me: « Affrettati a discendere, perché voglio alloggiare in casa tua » (S. Luca, XIX, 5). Discendere?!… Ma dove?… Nelle profondità della mia anima, dopo essermi separata, alienata da me stessa, dopo essermi spogliata di me stessa; in una parola: senza di me. « Bisogna che io alloggi in casa tua ». È il Maestro che mi esprime questo desiderio, il mio Maestro che vuole abitare in me col Padre e col suo Spirito di amore perché, come si esprime il discepolo prediletto, io abbia « società » (II Giov. I, 3) con Essi. « Non siete più ospiti o stranieri, ma siete già della casa di Dio » (Ephes. II, 19), dice san Paolo. E questo « essere della casa di Dio », io intendo vivere in seno alla tranquilla Trinità, nel mio abisso interiore, nella fortezza inespugnabile del santo raccoglimento di cui parla san Giovanni della Croce. – Davide cantava: « L’anima mia vien meno, entrando negli atri del Signore » (Salmo LXXXIII, 3). Mi sembra che tale debba essere l’attitudine di ogni anima che si ritira nei suoi atri interiori, per contemplarvi il suo Dio, per prendervi con Lui strettissimo contatto. Essa vien meno, in un’estasi divina, trovandosi dinanzi a questo amore Onnipossente, a questa Maestà infinita che abita in lei. Non è la vita che l’abbandona, ma è lei stessa che, disprezzando questa vita naturale, se ne ritrae perché sente che non è degna del suo essere così ricco: e vuol farla morire, per dileguarsi nel suo Dio. Come è bella questa creatura così libera, spoglia di sé! È ormai in grado di « disporre ascensioni nel suo cuore, per salire, dalla valle delle lacrime, (cioè da tutto quello che è meno di Dio), al luogo che è sua meta » (Salmo LXXXIII, 6-7), quel « luogo spazioso (Salmo XXX, 9) cantato dal Salmista, che è — mi sembra — l’insondabile Trinità: Immensus Pater, immensus Filius; immensus Spiritus Sanctus (Simbolo Atanasiano).Sale, si innalza al di sopra dei sensi, della natura;supera se stessa, supera ogni gioia come ogni dolore,sorpassa tutte le cose, per non più riposarsi fino a chesia penetrata nell’intimo di Colui che ama e che le daràEgli stesso « il riposo dell’immenso abisso » cantato dalSalmista: l’insondabile Trinità. E tutto questo, senza chesia uscita dalla « santa fortezza ».« Il Maestro le ha detto: « Affrettati a discendere ».E ancora senza uscirne, vivrà, a somiglianza dellaTrinità immutabile, in un eterno presente, adorando Iddioper Lui stesso, e diventando, mediante uno sguardo semprepiù semplice, più unitivo, « lo splendore della suagloria » (Ebr. I, 3), o in altre parole, l’incessante lode di gloriadelle sue perfezioni adorabili.

Elevazione alla SS. Trinità

Sintesi della sua vita interiore.

— O mio Dio, Trinità che adoro, aiutami a dimenticarmi interamente, per fissarmi in Te, immobile e quieta come se la mia anima fosse già nell’eternità. Nulla possa turbare la mia pace né farmi uscire da Te, o mio Immutabile; ma che, ad ogni istante, io mi immerga sempre più nelle profondità del tuo mistero! Pacifica l’anima mia; rendila tuo cielo, tua prediletta dimora e luogo del tuo riposo. Che, qui, io non ti lasci mai solo; ma tutta io vi sia, vigile e attiva nella mia fede, immersa nell’adorazione, pienamente abbandonata alla tua azione creatrice.

O amato mio Cristo, crocifisso per amore, vorrei essere una sposa per il tuo cuore, vorrei coprirti di gloria, vorrei amarti… fino a morirne!… Ma sento tutta la mia impotenza; e Ti prego di rivestirmi di Te, di identificare tutti i movimenti della mia anima a quelli dell’anima tua, di sommergermi, di invadermi, di sostituirti a me, affinché la mia vita non sia che un riflesso della Tua Vita. Vieni in me come Adoratore, come Riparatore e come Salvatore. O Verbo eterno, Parola del mio Dio, voglio passar la mia vita ad ascoltarti, voglio rendermi docilissima ad ogni tuo insegnamento, per imparare tutto da Te; e poi, nelle notti dello spirito, nel vuoto, nell’impotenza, voglio fissarti sempre e starmene sotto il tuo grande splendore. O mio Astro adorato, affascinami, perché io non possa più sottrarmi alla tua irradiazione.

O fuoco consumante, Spirito d’amore, discendi in me, perché si faccia nell’anima mia quasi una incarnazione del Verbo! Che io Gli sia un prolungamento di umanità, in cui Egli possa rinnovare tutto il Suo mistero. E Tu, o Padre, chinati verso la tua povera, piccola creatura, coprila della tua ombra, non vedere in essa che il Diletto nel quale hai posto le tue compiacenze. O miei « Tre », mio Tutto, Beatitudine mia, Solitudine infinita, Immensità nella quale mi perdo, io mi abbandono a Voi come una preda. Seppellitevi in me perché io mi seppellisca in Voi, in attesa di venire a contemplare nella vostra Luce l’abisso delle vostre grandezze.

21 novembre 1904

F I N E

LA GRAZIA E LA GLORIA (32)

LA GRAZIA E LA GLORIA (32)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO VI.

LA NOSTRA FILIAZIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA TERZA PERSONA DELLA TRINITÀ

CAPITOLO VI

Inesistenza si una modalità di unione santificante con le anime per lo Spirito Santo che sia esclusivamente propria a Lui solo.

.1. – Questo lavoro non sarebbe completo, e certamente tradirebbe la legittima curiosità di più di un lettore, se dovessimo passare sotto silenzio opinioni più o meno contrastanti con alcune delle spiegazioni sopra riferite. Di coloro che ritengono che diamo troppo peso alla grazia increata, non dirò altro: le autorità su cui abbiamo basato la dottrina esposta sono di natura tale da sfidare ogni seria contraddizione. Ma ce ne sono altri che ci rimproverano di aver attenuato il ruolo della stessa Grazia increata nell’opera della nostra adozione. Il disaccordo riguarda due punti principali. Considerando con quanta enfasi, sia la Sacra Scrittura che gli antichi Dottori, attribuiscano allo Spirito di Dio la nostra adozione soprannaturale, l’unione di Dio con le anime, l’intero mistero della nostra santità, hanno concluso che lo stesso Spirito debba avere un posto speciale in questa grande opera; una modalità di unione che Egli riserva a se stesso come suo personale privilegio, un ruolo che gli sia esclusivamente proprio. Ma, poiché è evidente che la Trinità tutta intera abiti in tutte le anime giuste come nel suo tempio, e che tutti i doni creati, questa bellezza soprannaturale dell’anima santificata, siano un’opera comune alle tre Persone, essi hanno voluto trovare nello Spirito Santo un’influenza più profonda, un’autocomunicazione più stretta, qualcosa, in una parola, di così alto e così proprio dello Spirito Santo, da non rientrare nell’interpretazione del mistero finora accreditata dalla tradizione della Scuola. – Sarebbe difficile dare un resoconto chiaro e preciso di ciò che essi dicono; essi stessi ammettono francamente che le loro idee su queste gravi questioni non abbiano tutta la chiarezza desiderabile. Per costoro, il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo abitano nei figli di adozione; ma allo Spirito Santo appartiene propriamente l’unione più intima che li trasforma e li porta al vertice della perfezione soprannaturale. È Lui che si unisce direttamente all’anima; le due altre Persone entrerebbero in contatto con essa solo attraverso di Lui. – Per spiegarsi in modo meno oscuro, ci sono teologi che ricorrono ad analogie tratte da altri misteri. Vedete – dicono – Gesù Cristo, il Verbo incarnato. La fede ci mostra in Lui tutta la Trinità presente, come non lo è in nessuna creatura. Ma che differenza nella modalità di unione! Il Verbo c’è perché è sostanzialmente unito all’umanità che ha fatto sua; anche il Padre e lo Spirito Santo ci sono, ma solo in virtù della circuminsessione, cioè della loro immanenza nel Figlio, e quindi senza essere uniti ipostaticamente alla natura umana di Cristo. Nella Santa Eucaristia – ancora essi dicono – è il Corpo di Cristo che la virtù delle parole sacramentali pone sotto la specie del pane. Se l’anima e il sangue, tutto il Cristo intero, sono lì con questo sacro Corpo, è perché non sono più separabili da esso, poiché Cristo è vivo per non morire mai, in una parola, è per concomitanza. Quindi, fatta ogni debita proporzione, il Padre e il Figlio sono in questo tempio dello Spirito Santo che è l’anima santificata. Ed è così che questi teologi intendono i testi in cui lo Spirito Santo ci appare come introduttore degli Ospiti divini, che sono una sola natura con Lui, ma distinti quanto all’ipostasi. Chiedete a questi stessi teologi qual sia di per sé il carattere dell’unione speciale che essi rivendicano per lo Spirito Santo come sua proprietà personale e incomunicabile. È soprattutto qui che le spiegazioni sono imbarazzanti. Le formule più ardite sono seguite da restrizioni e attenuazioni tali che è difficile capire in che cosa le teorie così fortemente sostenute differiscano dalla dottrina degli Scolastici (così, per fare un esempio, il dotto Thomassin, nel suo grande trattato sull’Incarnazione del Verbo, scrive interi capitoli, accumulando testi su testi, per dimostrare che sia lo Spirito Santo che con la sua sostanza vivifichi, formi e santifichi le anime dei giusti. Ma quando si spiega chiaramente, ci sembra di ascoltare San Tommaso o S. Bonaventura. « Inhabitat enim in nobis ipsa quidem justitia subtantiva, sed actibus habitibusque, velut accidentariis vinculis, devincta ». L. VII, c. 19, n. 5 E ancora: « Ubi forma significatur esse sanctitudinis nostræ seu Filius seu Spiritus, forma hæc efficiens magis quam informans, qua agamur non qua agamus, (a Patribus) videtur describi. » Ibid. c. 20, n. 1. E più avanti, nello stesso capitolo, n. 4: « Deum habere, Deum possidere, de Deo vivere, Deo formari et vegetari, perinde est ac Deum contemplari et amare. » Infine, leggo nel titolo stesso del capitolo 17: « Non tam ut forma, quam ut hospes, sanctificare Deitas sua templa demonstratur ». Si noti, inoltre, che, secondo questi testi, Thomassin non sembra sostenga un’unione che sarebbe singolare allo Spirito Santo). – Mi sarebbe impossibile riportare in dettaglio tutte le spiegazioni fornite dai vari autori che si sono ispirati più o meno a queste idee che definirei nuove, se questo termine non avesse un significato troppo sfavorevole. Lasciamo che Petau, il più noto e il più grande di loro, il più profondo conoscitore dello studio e della lettura dei Padri, ci spieghi lui stesso il suo pensiero. (Visto che se ne presenta l’occasione, notiamo di sfuggita l’equivoco che spesso si nasconde sotto le brillanti formule dell’unione sostanziale o dell’unione personale dello Spirito Santo con i giusti. Se si vuole dire che lo Spirito Santo non sia solo nelle facoltà dell’anima e con i loro effetti, ma che sia nella sostanza stessa, in Persona e con la sua stessa sostanza, nulla è più vero dell’idea espressa, anche se l’espressione debba essere sostenuta da qualche correttivo. Ma se con questo si volesse intendere che si tratti di un’unione veramente sostanziale e personale, non vedo più come non possa esistere un’unione di due sostanze in un’unica sostanza, cioè o l’unione venerata dagli Eutichiani in Gesù Cristo, o l’unione ipostatica: infatti, quando due sostanze non sono unite in modo da formare un’unica sostanza, l’unione non è e non può essere che accidentale). Egli osserva innanzitutto che, secondo il comune sentire dei teologi, la speciale dimora di Dio nelle anime giuste e l’unione che Egli contrae con esse non sono patrimonio di una Persona in particolare. È per appropriazione che sono singolarmente attribuiti allo Spirito Santo. A suo avviso, i testi delle Scritture e dei Padri sembrano avere un significato più profondo e rigoroso. – Quale sia la particolare modalità di unione che questi testi rivendicano per lo Spirito Santo, è ciò che non ci hanno spiegato chiaramente. In mezzo a queste ombre e incertezze, quindi, è necessario procedere più per congetture che per affermazioni categoriche, con prudenza e circospezione, per evitare una duplice insidia, quella di esaltare troppo e quella di sminuire un beneficio così grande. Per quanto riguarda il nostro sentimento particolare – egli aggiunge – non lo dirò, perché non è ancora abbastanza chiaro nella mia mente, o non lo dirò qui » (Petav., de Trinit., L. VII, c. 6, n. 6). – Tuttavia, egli decide di proporre un’opinione che ritiene possa essere dedotta dai testi sacri e dall’insegnamento dei Padri. Eccone la sostanza: « L’unione dei giusti con lo Spirito Santo comporta per loro una doppia relazione: una relazione con l’essenza divina, una relazione con la Persona. Sotto il primo aspetto, non c’è nulla di singolarmente peculiare dello Spirito Santo. Ma non è lo stesso per la seconda: oltre all’unione comune, c’è un’applicazione speciale della Persona stessa dello Spirito Santo sulle anime dei giusti; un’applicazione che è propria soltanto di Lui nella Trinità.

2. – Per quanto riguarda le prove del sistema, è importante valutarle con attenzione. L’esame che ci accingiamo a fare sarà di grande aiuto per approfondire l’argomento, la comprensione dei testi e del mistero stesso. Ecco la prima prova (Idem, ibid.). È la caratteristica dello Spirito Santo quella di essere “donabile” alle creature intelligenti. Pertanto, è necessario che sia unito a loro in un modo che non possa essere adatto al Figlio. Infatti, supponendo da una parte e dall’altra lo stesso tipo di unione, perché il Figlio non dovrebbe essere dato come lo Spirito stesso, e come il carattere di dono dovrebbe rimanere proprietà personale dello Spirito Santo? – Ragionamento pretestuoso, ma che cade da solo, se ricordiamo in che senso lo Spirito Santo sia per eccellenza il Dono di Dio. Ditemi, lo Spirito Santo cesserà di essere l’Amore personale del Padre e del Figlio, il soffio sostanziale in cui si esala la loro comune dilezione, se non ha con le anime un’unione diversa da quella che la fede ci mostra nel Figlio? No, senza dubbio. Io vi concederò, come ho già fatto, che c’è per lo Spirito Santo, nel suo carattere personale, una singolare attitudine, un titolo particolare che lo predispone a questa unione amorosa; aggiungerò che in virtù della stessa proprietà, Egli ha, nella relazione comune, una somiglianza che gli si addice personalmente. Ma questo non determina la diversità di unione che si afferma. Ora, se lo Spirito Santo, pur essendo l’Amore personale del Padre e del Figlio, può comunicarsi alle anime nella stessa misura e secondo la stessa modalità del Verbo di Dio, perché il carattere di Dono richiederebbe un’unione diversa, dal momento che è tutt’uno essere il Dono del Padre e del Figlio ed il loro Amore personale? Sarà necessario, secondo lo stesso principio, fare differenza tra l’unione del Padre e quella del Figlio, quando vengono ad abitare in noi; sia perché il Figlio è il dono del Padre, sia perché la venuta del Figlio, a differenza di quella del Padre, ha, come la venuta dello Spirito Santo, un carattere di missione? – Agli argomenti basati sulla natura del dono, Petau ne aggiunge un altro tratto dai numerosi testi, tra cui i più famosi tra i Padri greci, Basilio, Cirillo, Atanasio, Eulogio e Giovanni Damasceno, considerano « la proprietà della virtù santificante come personale dello Spirito Santo, così  come la filiazione lo è per il Figlio e la paternità per il Padre » (Petav. L. c., n. 7). Inoltre, Cirillo di Alessandria dice espressamente e più volte che lo Spirito Santo è l’autore della nostra santificazione (αύτουργός = autourgos), Colui che la opera da se stesso. « È dunque evidente – conclude Petau – che l’unione di cui parlavano gli antichi Padri non sia solo l’unione della natura divina dello Spirito Santo, ma anche e soprattutto quella della sua Persona. o, se si preferisce, della natura considerata sotto la proprietà personale dello Spirito Santo (Idem. ibid.). – Sì, risponderei, lo Spirito Santo è la Santità santificante; sì, è con la sua stessa virtù che perfeziona le anime e le porta al vertice della santità; sì, la sua stessa Persona è unita a noi per la grazia. Chi potrebbe negarlo? Non lo abbiamo forse ampiamente dimostrato noi stessi? Ma se trovate in questo carattere personale un motivo per imputare allo Spirito un particolare tipo di unione, perché lo stesso carattere non dovrebbe autorizzarvi ad attribuirgli un’operazione di santificazione che gli sia personale? Del resto, gli stessi Dottori, e spesso gli stessi testi, parlano delle operazioni come hanno parlato dell’unione santificante, e non mi risulta che affermino più sovente del Santo Spirito la seconda più che la prima. Se poi, per non dividere l’operazione indivisibile della Trinità, si professa che le operazioni siano assolutamente comuni, che diritto si ha di negare l’operazione della Trinità? (Lo stesso Petau ha riconosciuto che si tratta di una semplice appropriazione: « ogni operazione della bontà divina che tende alla comunicazione della carità e della santità è solitamente attribuita allo Spirito Santo: a causa del suo particolare modo di procedere, Egli merita il nome di carità e santità; e questa è anche la ragione per cui è chiamato olio e profumo. – De Incarn., L. XI, c. 8, n. 5). Rileggete tutti questi testi dei Padri, e mille altri che potrebbero essere aggiunti ad essi, e vedrete che, nell’intenzione dei loro autori, tutti o quasi tendono a dimostrare che lo Spirito di Dio sia la santità per essenza; che, se santifica gli Angeli e gli uomini, non è alla maniera di uno strumento, di un ministro, in una parola, di un inferiore e per una virtù presa in prestito, come sostenevano gli eretici, ma in Dio che, procedendo da Dio, riceve con la sua singolare modalità di processione la Santità, fonte primordiale e principio di ogni santità. – Sarebbe dunque disconoscere queste forti argomentazioni dei nostri santi Dottori, il ricercare in essi una modalità di unione propria esclusivamente dello Spirito di Dio, quando perseguono solo questo unico scopo: dimostrare che, essendo la santità dello Spirito la santità stessa di Dio, lo Spirito è con il Padre e il Figlio un unico e medesimo Dio. Concludiamo, dunque, senza pretendere di condannare le idee di un così grande teologo, che le leggi di appropriazione sono pienamente sufficienti a spiegarci in che senso ogni santità, ogni virtù, ogni operazione santificante sia legata non al Padre, non al Figlio eterno, ma al loro comune Spirito, poiché queste grazie hanno una singolare analogia con i suoi caratteri ipostatici, e di conseguenza Egli ne è a titolo speciale l’autore, l’esemplare e l’archetipo. Concludiamo anche che l’unione personale con le anime dei giusti, o, se preferite, la dimora permanente di Dio nel cuore dei suoi figli, non è proprietà di una Persona in particolare, né quanto al fatto né quanto al modo. « Quando Cristo ha detto: “Noi verremo, Io e il Padre mio”, lo Spirito entra con loro per abitare allo stesso modo, e non in altro » (S. Athan, ep. ad Serap., 1, n. 31. P. Gr., t. 26, p. 601). Questo è il pensiero di Sant’Atanasio; e questo è anche il senso espresso da queste parole di San Cirillo, suo glorioso successore: « In virtù dell’unità della natura, tutto è di tutte (le Persone, eccetto le loro proprietà distintive): la presenza, le rivelazioni, la partecipazione (μεθέζις = metezis), l’operazione, la gloria; in una parola, tutto ciò che costituisce lo splendore della divinità » (San Cirillo, Alex. Dial. VII di Trinit. P. Gr., vol. 75, p. 1096). Anche in questo caso, nulla di proprio allo Spirito Santo, se non l’affinità speciale fondata sulle proprietà personali (Torneremo su questa controversia in una delle appendici, per interpretare più dettagliatamente tutti i testi dei Padri su cui si vedrebbe fondata la nuova teoria). E questo è ancora una volta ciò che Leone XIII ci chiarisce nella sua Enciclica sullo Spirito Santo, già citata più volte. « Questa mirabile unione (di Dio e dell’anima giusta), che è stata chiamata inabitazione, si distingue solo per la condizione o lo stato dell’abbraccio amoroso con cui Dio beatifica gli eletti in cielo. Ora, sebbene sia veramente prodotta dalla presenza di tutta la Trinità, secondo questa parola del Signore: … Noi verremo a lui e prenderemo dimora in lui (Joan. XIV, 23), tuttavia è affermata soprattutto dello Spirito Santo. In effetti, anche nell’uomo perverso appaiono vestigia della potenza e della sapienza divina; ma per quanto riguarda la carità, che è come il carattere proprio dello Spirito Santo, solo l’uomo giusto ne partecipa. A ciò si aggiunga che lo stesso Spirito porta il nome di Santo, perché essendo il primo e supremo Amore, conduce le anime alla santità che, in ultima analisi, consiste nell’amore di Dio » (Encicl. Divinum illud munus). – Il pensiero del Santo Pontefice è tanto più chiaro, in quanto è manifestamente collegato alla dottrina dell’appropriazione da lui precedentemente esposta. Senza dubbio, qui non c’è una definizione dogmatica, ma il Maestro dei Cristiani non avrebbe detto una cosa simile, e senza ombra di esitazione, se non avesse considerato come indubbio il sentimento comune dei teologi che abbiamo difeso. Concludiamo quindi con l’Angelo della Scuola: « L’unione che si realizza con la grazia dell’adozione… è comune alle tre Persone (divine) e dal lato del principio e dal lato del termine » (S. Thom, III, D. 34, q.l. a. 3; col, 1, p. 19, 43, a. 4.).

FINE VOLUME PRIMO

LA GRAZIA E LA GLORIA (33)

LA DOTTRINA SPIRITUALE TRINITARIA (27)

M. M. PHILIPPON

LA DOTTRINA SPIRITUALE DI SUOR ELISABETTA DELLA TRINITÀ (26)

Prefazione del P. Garrigou-Lagrange

SESTA RISTAMPA

Morcelliana ed. Brescia, 1957.

TESTI SPIRITUALI

Ultimo ritiro di “Laudem Gloria,, (II.)

Sesto Giorno

Quelle anime sono vergini…

« E vidi: ed ecco l’Agnello eretto sulla montagna di Sion, e con lui centoquarantaquattromila che avevano scritto in fronte il nome di Lui e il nome del Padre di Lui; e udii una voce dal Cielo come rumore di molte acque e come di parecchi suonatori di arpa, ed essi cantavano un nuovo cantico innanzi al trono… e nessuno poteva ripetere il cantico se non quei centoquarantaquattromila… perché sono vergini. Quelli seguono P Agnello ovunque Ei vada » (Ap. XIV, 4). Vi sono degli esseri che, fin dalla vita terrena, fanno parte di questa generazione pura come la luce, e portano Già sulle loro fronti il nome « dell’Agnello e quello del Padre »: il nome dell’Agnello, per la loro somiglianza e conformità con Colui che san Giovanni chiama « il Fedele, il Verace » (Apoc. III, 14), e ci mostra rivestito di una tunica tinta di sangue; anche questi esseri, infatti, sono i fedeli, i veraci, e la loro veste è tinta nel sangue della loro continua immolazione. Portano in fronte anche il nome del Padre perché Egli irradia in essi la bellezza delle sue perfezioni, riflettendovi i suoi divini attributi; e le anime loro sono come altrettante corde che vibrano e cantano il cantico nuovo. Seguono l’Agnello ovunque Egli vada; e non solo nelle via larghe e facili, ma nei sentieri spinosi, fra i rovi pungenti; e tutto ciò perché queste anime sono vergini, cioè libere, distaccate, spoglie…: libere di tutto, meno che del loro amore; distaccate da tutto, specialmente da se stesse, spoglie di ogni cosa, tanto nell’ordine naturale che in quello soprannaturale. Ma tutto questo, quale separazione dal proprio io non suppone! Quale morte! Ripetiamo con san Paolo: « Quotidie morior! » (1 Cor. XV, 31). Il grande santo scriveva ai Colossesi: « Voi siete morti e la vostra vita è nascosta in Dio con Gesù Cristo» (Col. III, 3). Ecco la condizione: bisogna essere morti; altrimenti, si potrà essere nascosti in Dio, ogni tanto, ma non si vivrà abitualmente nell’Essere divino, perché la sensibilità, le pretese dell’io e tutto il resto, verranno a farcene uscire. L’anima che fissa il suo Signore con quell’occhio semplice che rende luminoso tutto il corpo, è protetta dal « fondo di iniquità » (Salmo XVII, 24) che è in lei, e del quale si lamentava il Profeta; e il suo Dio la introduce in quel luogo spazioso (Salmo XVII, 20) che è poi Lui stesso, ove tutto è puro, tutto è santo. O morte in Dio, morte beata! O soave e gioconda perdita di sé nell’Essere amato, che permette alla creatura di esclamare:« Vivo, ma non più io; il Cristo vive in me; per cui la vita che ho adesso in questo corpo di morte, la vivo nella fede che ho nel Figlio di Dio il quale mi ha amato e ha dato se stesso alla morte per me!» (Gal. II, 19-20).

Settimo Giorno

Niente altro che la gloria dell’Eterno

« Cœli enarrant gloriam Dei » (Salmo XVIII, 1): ecco che cosa narrano i cieli: la gloria di Dio. Poiché la mia anima è un cielo dove vivo nell’attesa della celeste Gerusalemme, bisogna che anche questo cielo canti la gloria dell’Eterno, niente altro che la gloria dell’Eterno. « Il giorno trasmette al giorno questo messaggio » (Salmo XVIII, 2). Tutti i lumi interiori, tutte le comunicazioni di Dio all’anima mia, sono questo giorno che trasmette al giorno il messaggio della Sua gloria. « Il precetto di Jahveh è puro », canta il Salmista, « ed illumina lo sguardo » (Salmo XVIII, 9). Per conseguenza, la mia fedeltà nel corrispondere ad ogni suo precetto, ad ogni suo interno comando, mi fa vivere nella luce sua; anche essa è un messaggio che annunzia la sua gloria. Ma, ecco la dolce meraviglia: « Jahveh, chi ti guarda, risplende  » (Salmo xviii, 6), esclama il Profeta. L’anima che, con la profondità del suo sguardo interiore, nella semplicità che la distacca da ogni altra cosa, contempla attraverso a tutto il suo Dio, quest’anima è risplendente: essa è un giorno che annunzia al giorno il messaggio della sua gloria. « La notte l’annuncia alla notte » (Salmo XVIII, 3): ecco una cosa davvero consolante: le mie impotenze, i miei disgusti, le mie oscurità, persino le mie colpe, narrano la gloria dell’Eterno; e le mie sofferenze fisiche e morali celebrano anch’esse la gloria del mio Signore. Davide cantava: « Che cosa renderò a Dio per tutti i benefici che mi ha fatti? Prenderò il calice della salute » (Salmo CXV, 12-13). Se io lo prendo, questo calice imporporato dal sangue del mio Maestro e se, nel mio ringraziamento pieno di gioia unisco il sangue mio a quello della Vittima santa che lo rende partecipe in qualche modo del suo infinito, esso può dare al Padre una lode magnifica; allora, il mio dolore è un messaggio che annunzia la gloria dell’Eterno. «Là, (nell’anima che narra la sua gloria), Egli ha posto una tenda per il sole ». Il sole è il Verbo, è lo Sposo. Se Egli trova l’anima mia vuota di tutto ciò che non rientra in queste due parole: « il suo amore, la sua gloria », allora la sceglie per sua camera nuziale; « vi si slancia come un gigante che si precipita trionfatore nella corsa… ed io non posso sottrarmi al suo calore » (Salmo XVIII, 6-7). Questo « fuoco consumante » opererà la felice trasformazione di cui parla san Giovanni della Croce: « Ciascuno, egli dice, sembra essere l’altro, e tutti e due non sono che uno », per essere lode di gloria del Padre.

Ottavo Giorno

Si prostrano, adorano… depongono le loro corone

« Essi non hanno riposo né giorno né notte, e ripetono: Santo, santo, santo è il Signore, Dio onnipotente che era, che è, che sarà nei secoli dei secoli. … Si prostrano, adorano, depongono le loro corone dinanzi al trono, dicendo: Degno Tu sei, o Signore, di ricevere la gloria e l’onore e la potenza… » (Apoc, IV, 8-11). Come imitare nel cielo dell’anima mia questa occupazione incessante dei Beati nel cielo della gloria? Come attuare questa lode, questa adorazione ininterrotta? San Paolo mi illumina in proposito quando scrive ai suoi: « Che il Padre vi fortifichi in virtù, per mezzo del suo Spirito, nell’anima vostra; affinché il Cristo abiti nei vostri cuori mediante la fede e voi siate radicati e fondati nell’amore » (Ephes. III., 16-17): « Essere radicati e fondati nell’amore »: è questa, mi sembra, la condizione per assolvere degnamente il proprio compito di «laudem gloriæ ». L’anima che penetra e dimora nella « profondità di Dio» (I Cor. II, 10) e che fa tutto in Lui, con Lui e per Lui, con quella limpidezza di sguardo che le conferisce una certa somiglianza con l’Essere semplicissimo, quest’anima con ogni suo movimento, ogni sua aspirazione, ogni suo atto — per quanto comune sia — si radica sempre più profondamente in Colui che ama. Tutto, in lei. rende omaggio al Dio tre volte Santo; essa è, per così dire, un « Sanctus » perenne, una incessante lode di gloria. « Si prostrano, adorano, depongono le loro corone ». Prima di tutto, l’anima deve prostrarsi, immergersi nell’abisso del suo nulla, penetrarvi così a fondo, da trovare — secondo l’ineffabile espressione di un mistico — la pace vera e perfetta che nulla può turbare, perché si è sprofondata così in basso, che nessuno andrà a cercarla, laggiù. Allora potrà adorare. L’adorazione! ah, è una parola di cielo: mi sembra che possa definirsi: l’estasi dell’amore. È l’amore annientato dalla bellezza, dalla forza, dall’immensa grandezza dell’oggetto amato; l’amore che cade in una specie di deliquio, in un silenzio pieno, profondo, quel silenzio di cui parlava Davide quando esclamava: « Il silenzio è la tua lode » (Salmo LXIV, 2). Sì, ed è la lode più bella, perché è quella che cantasi eternamente nel seno dell’immutabile Trinità: ed è anche « l’ultimo sforzo dell’anima che trabocca e non può esprimersi più » (Lacordaire). « Adorate il Signore, perché Egli è santo» (Salmo XCVIII, 9), dice il Salmista; ed ancora: « Sempre Lo adoreremo a motivo di Lui stesso » (Salmo LXXI, 15). L’anima che si raccoglie in questi pensieri, che li penetra con quel « senso di Dio » (Rom. XI, 34) di cui parla san Paolo, vive in un cielo anticipato, al di sopra di tutto ciò che passa, al di sopra di se stessa. Sa che Colui che essa adora in sé possiede in sé ogni gloria ed ogni felicità e, gettando la sua corona dinanzi a Lui come i beati, si disprezza, non bada più a sé e, in mezzo a qualunque sofferenza e dolore, trova la sua felicità in quella dell’Essere adorato, perché ha lasciato se stessa ed è passata in un altro. Mi sembra che, in questo atteggiamento di adorazione, l’anima assomigli a quei pozzi di cui parla san Giovanni della Croce, in cui si raccolgono le acque che scendono dal Libano; vedendola, si può dire: « La città di Dio è rallegrata dal corso di impetuosa fiumana » (Salmo XLV, 5).

Nono Giorno

« Siate santi, perché io sono santo »

« Siate santi, perché io sono santo » (Lev. XIX, 2). Chi mai può dare un simile comando? Egli stesso rivelò il suo nome, quel nome che gli è proprio, che Egli solo può avere. « Sono — egli dice a Mosè — Colui che è » (ES. III, 14), il solo vivo, il principio di tutti gli esseri. « In Lui abbiamo l’essere, il moto, la vita » (Act. XVII, 28). « Siate santi, perché io sono santo »: mi sembra che questa sia la stessa volontà che venne espressa il giorno della creazione dalle parole divine: « Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza » (Gen. I, 26). E il desiderio del Creatore non muta: sempre Egli vuole unirsi alla sua creatura, renderla simile a Sé. San Pietro dice che « siamo stati fatti partecipi della natura divina » (S. Piet. I, 4) e san Paolo ci raccomanda di « conservare salda questa base, questo inizio del suo Essere » che Egli ci ha dato (Ebr. III, 14); il discepolo dell’amore poi ci dice: « Già fin d’ora siamo figli di Dio, ma non si è ancora manifestato a noi quello che saremo. Sappiamo che … quando si mostrerà, saremo simili a Lui, perché lo vedremo quale Egli è, e chiunque ha questa speranza in Lui, si santifica, come Egli pure è santo (1 S. Giov. III, 2, 3). – Essere santi come Dio è Santo: questa, mi sembra è la misura dei figli del suo amore; non ha detto, infatti il Maestro: « Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto »? (S. Matt. V, 48). Parlando ad Abramo, Dio gli diceva: « Cammina alla mia presenza e sii perfetto » (Gen. XVII, 1). Dunque, camminare alla sua presenza è il grande mezzo per aggiungere quella perfezione che il nostro Padre dei Cieli richiede da noi. San Paolo, dopo essersi immerso nei divini consigli, rivelava la stessa cosa alle anime nostre, quando scriveva: « Dio ci ha eletti in Lui prima della creazione, affinché siamo immacolati e santi alla sua presenza, nell’amore » (Ephes. I, 4-5). – Ricorrerò ancora alla luce di questo santo, onde essere illuminata nel percorrere, senza deviarne mai, questa via magnifica della presenza di Dio dove l’anima procede « sola col Solo », sostenuta dalla « forza della sua destra » (Salmo XIX, 7) protetta dalle sue ali, senza paventare le insidie della notte, « né la freccia lanciata in pieno giorno, né il male che s’insinua nelle tenebre, né gli assalti del demone meridiano » (Salmo XC, 4-6).  –  « Spogliatevi dell’uomo vecchio secondo il quale siete vissuti nella vostra vita prima — mi dice — e rivestitevi dell’uomo nuovo che è stato creato secondo Dio, nella giustizia e nella santità » (Ephes. IV, 4-5). Ecco tracciata la via: basta spogliarsi, per percorrerla secondo i desideri di Dio; e sì, morire a se stessi, perdersi di vista, credo che volesse intendere anche il Maestro quando diceva: « Chi vuol Seguirmi, rinunci a se stesso, e prenda la sua croce » (Matt. XVI, 24). – « Se vivrete secondo la carne — dice ancora l’Apostolo —— morrete; ma se, con lo spirito, darete morte alle opere della carne, vivrete » (Rom. VIII, 13). Questa è la morte che il Signore ci chiede e della quale è scritto: « La morte è stata assorbita dalla vittoria » (1 Cor. XV, 54). « O morte — dice il Signore — io sarò la tua morte » (Osea, XIII, 14); è come se dicesse: O anima, mia figlia adottiva, guarda me e allora non baderai più a te; dileguati interamente nell’Essere mio, vieni a morire in me, perché Io viva in te.

Decimo Giorno

In un eterno presente

« Siate perfetti come il vostro Padre celeste è perfetto » (S. Matt.). Quando il mio Signore mi fa sentire queste parole nel profondo dell’anima, mi pare di capire che Egli mi chiede di vivere, come il Padre, in un eterno presente, senza prima, senza poi, ma tutta nell’unità del mio essere in questo adesso eterno. E in che cosa consiste questo presente? Davide mi risponde: « Sarà adorato sempre a causa di Se stesso » (S. Matt. V, 48). Ecco l’eterno presente in cui « laudem gloriæ » si deve stabilire. Ma perché essa sia verace nella sua adorazione, perché possa cantare: « Io sveglio l’aurora » (Salmo LXVI, 15), bisogna che possa dire con san Paolo: « Per suo amore, ho perduto tutto » (Fil. III, 8), cioè: per Lui, per adorarlo sempre, mi sono isolata, separata, spogliata di me stessa e di ogni cosa, sia nell’ordine naturale che nell’ordine soprannaturale riguardo ai doni di Dio; perché un’anima che non sia così morta a se stessa e libera del proprio io, sarà per forza, in certi momenti, banale e naturale, e ciò è indegno di una figlia di Dio, di una sposa del Cristo, di un tempio dello Spirito Santo, Per premunirsi contro questa vita naturale, bisogna che l’anima sia tutta desta nella sua fede, col limpido guardo rivolto sempre al suo Maestro. Allora « camminerà — come cantava il Re-profeta — nell’innocenza del cuore, nell’interno della sua casa » adorerà sempre il suo Dio per Lui stesso, e vivrà ad immagine sua nell’eterno presente in cui Egli vive. –  « Siate perfetti come è perfetto il vostro Padre dei cieli » (S. Matt. V, 48). E Dio, ci dice san Dionigi, è il « grande Solitario ». Il mio Maestro mi chiede di imitare questa perfezione, di rendergli o essendo io pure una grande solitaria. L’Esser diino vive in un’eterna. sconfinata solitudine, da cui non esce mai, pur interessandosi ai bisogni delle sue creature. perché non esce mai da se stesso; e questa solitudine non è che la sua divinità. Affinché nulla mi distolga da questo bel silenzio interiore, devo porre le stesse condizioni, sempre: lo stesso isolamento, lo stesso distacco, lo stesso spogliamento. Se i miei desideri, i miei timori, i miei dolori, le mie gioie, se tutti i moti che derivano da queste quattro passioni, non saranno perfettamente ordinati a Dio, io non sarò solitaria; vi sarà del tumulto in me; occorre dunque la quiete, il sonno delle potenze, l’unità dell’essere, « Ascolta, figliola mia, porgi l’orecchio, dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, e il Re si innamorerà della tua belle sembra che sia un invito al silenzio; « Ascolta, tendi l’orecchio… ». Ma, per udire, bisogna dimenticare la casa paterna, cioè tutto quanto appartiene alla vita naturale, quella vita di cui intende parlare l’Apostolo quando dice: « Se vivrete secondo la carne, morrete » (Rom. VIII, 13). « Dimentica il tuo popolo »: è più difficilmente, perché questo popolo è tutto quel mondo che fa parte, per così dire, di noi stessi: la sensibilità, i granuli, i ricordi, le impressioni, ecc…, l’io, in una parola. Bisogna dimenticarlo, abbandonarlo; e quando l’anima ha fatto questo strappo, quando è libera da tutto ciò, il Re si innamora della sua bellezza, perché la bellezza, soprattutto quella di Dio, è unità.

LA GRAZIA E LA GLORIA (31)

LA GRAZIA E LA GLORIA (31)

Del R. P. J-B TERRIEN S.J.

I.

Nihil obstat, M-G. LABROSSE, S. J. Biturici, 17 feb. 1901

Imprimatur: Parisiis, die 20 feb. 1901 Ed. Thomas, v. g.

TOMO PRIMO

LIBRO VI.

LA NOSTRA FILIAZIONE NEL SUO RAPPORTO CON LA TERZA PERSONA DELLA TRINITÀ

CAPITOLO V

Conseguenze delle proprietà personali. Lo Spirito Santo è il principio di tutti i doni creati nell’ordine soprannaturale. È quindi l’anima del Corpo mistico di Gesù Cristo.

1. È lo Spirito Santo che ci rende figli di adozione e che trasforma i cuori degli uomini in santuari dove il Padre e il Figlio suo, Gesù Cristo, Nostro Signore, vengono ad abitare con Lui e attraverso di Lui. Noi abbiamo meditato su queste verità, così consolanti per noi e così gloriose per questo Spirito divino, e sappiamo in che senso debbano essere intese. – In virtù degli stessi principi, è a Lui che dobbiamo necessariamente attribuire tutti i doni di grazia creati, tutto ciò che da vicino o da lontano conduce alla santificazione degli uomini, al nostro complemento spirituale; in una parola, tutto ciò che fa sì che Dio si avvicini a noi e noi a Dio. I titoli personali che abbiamo considerato in Lui lo richiedono, e la legge di appropriazione non avrebbe la sua naturale applicazione se non se ne traesse questa conseguenza. Apriamo le Sacre Scritture e i monumenti dogmatici della Chiesa e vedremo quanto sia ampia la prassi, se possiamo esprimerci in questo modo, corrispondente alla teoria. – Ma per procedere in maniera più ordinata, consideriamo in successione: Gesù Cristo nostro Capo, i fedeli che ne sono le membra e la Chiesa che è il suo Corpo. – È ammirevole vedere con quale cura meticolosa il Vangelo ci mostri l’influenza dello Spirito divino nella missione del Salvatore degli uomini. È Lui che lo ha formato nel grembo immacolato della Vergine; che lo annuncia come il Re, tanto atteso da Elisabetta, Anna e Simeone (Luca,  1, 35, 41, 67, 68; II, 25 e segg.); che, scendendo visibilmente nel battesimo, gli rende una testimonianza ufficiale davanti al Precursore e al popolo (Matteo, III, 16; Giovannino, I, 33); che lo conduce nel deserto per prepararsi alla grande opera del suo Apostolato, nella solitudine, nella preghiera e nella penitenza, e che lo riporta indietro (Luca, V1, ecc.); Colui nel quale Dio fatto l’uomo opera i suoi miracoli, cosicché chiudere ostinatamente le orecchie alla loro testimonianza è un peccato contro lo Spirito Santo (Matt., XII, 28; Luca, XI, 20); Colui che lo fa sussultare di gioia al pensiero delle luci riversate sulle anime semplici (Luca, X, 21). – Cosa dobbiamo dire di nuovo? Se Gesù Cristo si offre per noi come ostia sanguinante, è per opera dello Spirito Santo (Ebr., IX, 146); se continua la sua opera di redenzione nel mondo attraverso la testimonianza degli Apostoli, questa testimonianza è opera dello Spirito Santo (Joan., XV, 26.7); infine, se lascia una Chiesa che perpetuerà la sua missione fino alla fine dei secoli, è ancora per mezzo del suo Spirito che la fonda, la forma, la conserva e la rende perennemente feconda. Così, dall’inizio alla fine, lo Spirito Santo presiede in Gesù Cristo al compimento della sua opera di grazia, amore, restaurazione e salvezza.

2. – Questo è ciò che Egli ha fatto nel Capo; non farà altrimenti con le membra? La stessa voce e la stessa autorità ci vietano di pensarlo. Ancor prima che Dio abbia preso possesso di un’anima, spetta allo Spirito Santo prepararne l’ingresso: questo è lo scopo di quelle illuminazioni ed ispirazioni interiori con cui lo Spirito Santo tocca il cuore dell’uomo (Conc. Trid, sess. VI, c. 5.), e che si chiamano grazie prevenienti. La sua azione e i suoi benefici non finiscono qui. In questa infinita varietà di grazie che ci vengono elargite con tanta liberalità dalla bontà divina, non ce n’è nessuna che non provenga da Lui (I Cor. XII; Ebr., II, 4). Quando, diventati figli di Dio, siamo trasformati di illuminazione in illuminazione, è Lui che compie questa meraviglia (I Cor. III, 18).  I gemiti ineffabili con cui attiriamo la misericordia e tocchiamo il cuore di Dio (Rom., VIII, 26); tutti gli atti salutari che sono i nostri meriti (Rom., VIII, 14); la carità, la gioia, la pace, la pazienza, la benignità; tutta la santità, la pietà, la mitezza (Gal. V, 22-23): tanti effetti e frutti della sua presenza nel profondo delle anime. Egli è lì a rinnovare la stessa novità (Tt. III, 5), ad attivare la nostra vita spirituale, a soccorrere le nostre infermità, a consolarci nelle nostre pene; rattristato, Egli stesso addolorato dalle nostre infedeltà; principio e pegno della nostra futura beatitudine (Rom. VIII, 14, 26; Atti IX, 31; Efes. IV, 30; II Cor. I, 22, ecc.). Bisogna pertanto sottolineare qui che i beni che ci vengono da Dio, non sono attribuiti allo stesso titolo a questo Spirito divino. Tutti, è vero, devono essere attribuiti a Lui senza eccezioni, se li consideriamo o come doni o come effetti che contribuiscono all’opera della nostra santificazione, anche se da altri punti di vista possano essere attribuiti o al Padre o al Figlio stesso. Ma ce ne sono alcuni che, per la loro natura intima, richiedono più necessariamente la loro appropriazione da parte dello Spirito Santo. Tale è la carità tra tutte, perché la carità, non solo considerata come grazia, ma ancora inquadrata come carità, si riferisce soprattutto allo Spirito Santo. Non è forse di per sé una partecipazione creata di ciò che costituisce il suo carattere proprio, cioè dell’Amore infinito? – San Tommaso, nella magistrale spiegazione che dà degli effetti della grazia, appropriati allo Spirito Santo dalla Scrittura, pone il principio che lo Spirito Santo, diffondendo la carità in noi, ci rende amici di Dio (S. Thom., Gent., L. IV, c. 21 e 22). Vediamo ora le conseguenze che egli trae da questa verità capitale. Dunque, è allo Spirito Santo che dobbiamo attribuire la rivelazione dei misteri divini, secondo le parole del grande Apostolo. « L’occhio non ha visto, né l’orecchio ha udito, né il cuore dell’uomo ha compreso ciò che Dio ha in serbo per coloro che lo amano. Ma per noi, Dio ce lo ha rivelato per mezzo del suo Spirito » (1 Cor., II. 9,10.). Perché? Perché è nella natura dell’amicizia riversare i propri segreti nel cuore di un amico. « Non vi chiamerò più servi, ma amici”, disse Nostro Signore ai suoi discepoli, “perché tutto ciò che ho udito dal Padre mio l’ho fatto conoscere a voi » (Gv. XV, 5). L’amicizia fa di due cuori un cuore solo. Ecco perché, dice Bossuet, ciò che un amico rivela al suo amico non gli sembra che lo produca al di fuori del proprio cuore. E siccome l’insieme delle rivelazioni divine è, fin dai primi giorni del mondo, o la manifestazione di segreti nascosti nelle profondità di Dio, o la loro promulgazione attraverso i secoli, da ciò deriva che lo Spirito Santo, in quanto autore di questa amicizia divina, è l’ispiratore dei Profeti, e che ha la missione di completare l’insegnamento di Gesù Cristo e di insegnarci ogni verità. (I Cor., XIV, 2; II Pt. I, 21; Joan. XIV, 5-18; XVI, 13). – Un amico non si accontenta di rivelare i suoi pensieri più intimi; ha bisogno di comunicare i suoi beni a colui che l’amore gli fa considerare come un altro sé. (I Joan. III, 17). Se questo si vede tra gli uomini, poveri e miserabili come sono, quanto più liberale deve essere Dio, Lui che è la stessa abbondanza e bontà? Ecco perché, secondo le Sacre Scritture, tutti i doni di Dio ci giungono attraverso lo Spirito Santo (II Cor. XII, 8). Spetta a Lui anche perdonare i peccati, secondo le parole del Signore: « Ricevete lo Spirito Santo; a coloro ai quali avrete rimesso i peccati, saranno perdonati i peccati » (Gv. XX, 22); poiché accettare qualcuno come amico, significa dimenticare la sua offesa. Nel libro dei Proverbi leggiamo anche che la carità copre molti peccati (Prov. X, 12). – Ancora, è lo Spirito Santo che, rendendoci amici di Dio, ci conduce a Dio attraverso la contemplazione e la libera osservanza dei suoi precetti divini. Per la contemplazione, perché l’amicizia, di cui Egli è fonte e modello, induce per sua natura a conversare familiarmente con Dio. Pertanto, spetta allo Spirito divino mettere nei nostri cuori affetti santi, farci contemplare la gloria del Signore ad occhi aperti e trasformarci a sua somiglianza. (II Cor, III,18). Con l’osservanza dei comandamenti divini, perché l’amicizia è l’unione delle volontà tra coloro che si amano. Ora, poiché la volontà di Dio ci viene manifestata dai suoi precetti, quanto più profondamente questo amore si radica in noi, tanto meglio conformeremo i nostri atti e tutta la nostra vita alla volontà divina; ed è questo che intende l’Apostolo quando scrive ai Romani: « Questi sono guidati e mossi dallo Spirito di Dio, coloro che sono figli di Dio. » – Ma dove lo Spirito Santo conduce con amore, non c’è più servitù: né la servitù delle passioni e del peccato, poiché la volontà tende con tutto il suo peso al vero bene; né la schiavitù della paura, poiché la carità la esclude dai cuori; né la schiavitù della legge, ché si osserva non con spirito da schiavo, ma da amico. Per questo lo stesso Apostolo ha potuto dire: Dove c’è lo Spirito del Signore, là c’è libertà (II Cor. III, 17); e ancora: Se siete guidati dallo Spirito, non siete più sotto la sua legge (Gal. V, 18). – Infine, la consolazione di cui abbiamo bisogno nei nostri dolori e nelle nostre prove viene dallo Spirito Santo (Salmo L. 18), da quello Spirito che porta il nome di Consolatore, perché fa abitare in noi Dio, l’Amico per eccellenza. Chi non sa che la più grande consolazione nel dolore è la presenza di un amico che lo attenua e spesso, se è tanto potente quanto buono, lo fa addirittura sparire? Ecco, almeno in sintesi, come il Dottore Angelico, partendo dall’idea che lo Spirito Santo sia l’Amore infinito di cui la carità, riversata nelle anime, è una partecipazione beata, dà conto delle funzioni speciali che gli sono attribuite dalle Scritture (S. Thom., c. Gent., L. IV, c.21, 22).

3. – Dopo aver parlato del Capo e delle membra, è giunto il momento di esaminare il ruolo dello Spirito Santo nel Corpo di Cristo che è la Chiesa di Dio. La santa Chiesa ha come missione la santificazione degli uomini e tutto in essa è legato alla perfezione soprannaturale dei figli di Dio. Essa è il dono del suo amore e il suo scopo è quello di ricondurci all’Amore eterno. È quindi evidente, secondo la legge dell’appropriazione, che è allo Spirito Santo che dobbiamo attribuire le sue istituzioni, i suoi ministeri, le sue ricchezze spirituali e i suoi mezzi di santificazione; Egli è, in una parola, l’Autore di tutto ciò che Essa è, di tutto ciò che ha, di tutto ciò che fa nell’ordine della salvezza. E poiché lo Spirito Santo è nei suoi doni, nulla è più vero delle parole di Sant’Ireneo: « Dove c’è la Chiesa, c’è anche lo Spirito di Dio; e dove c’è lo Spirito di Dio, c’è anche la Chiesa ed ogni grazia » (Sant’Ireneo, c. Hæres, L. III, c. 24, n. 1: P. Gr. t. 7, p. 966). – Scorrete i libri del Nuovo Testamento e vi stupirete nel vedere a quanti titoli e in quanti modi la Chiesa dipenda da questo Spirito divino. Se i quattro Vangeli sono la storia del Salvatore, potremmo dire degli Atti degli Apostoli che sono il Vangelo dello Spirito, tanto spesso vi si trovano il suo Nome, la sua presenza e le sue operazioni. E come per aggiungere una conferma dottrinale a ciò che ci appare dai fatti nella Chiesa nascente, gli Apostoli, e specialmente S. Paolo, nelle sue epistole, ci parla in ogni pagina di questo Spirito divino. È da Lui che proviene la gerarchia della Chiesa con il suo Magistero e la sua Autorità pastorale, il Sacerdozio con tutte le sue funzioni. I Pastori che governano la Chiesa sono stabiliti dallo Spirito Santo, consacrati, formati e diretti da Lui (S. Joan. XX, 21, ecc.). Essi insegnano come suoi organi; è Lui che, parlando per bocca loro (Atti, XX: 22, 28; VIII, 2.), rende infallibile la loro testimonianza (Atti, XV. 28; Joan., XV, 26); e l’arma con cui colpiscono l’errore è la spada dello Spirito (Efes., VI, 17). Che cos’è infine il Sacerdozio? Un ministero dello Spirito (II Cor., III, 8), ministratio Spiritus. Come abbiamo visto, è nello Spirito che il Fratello sovrano, Gesù Cristo Nostro Signore, ha offerto se stesso come vittima sull’altare della croce. Non era forse necessario che i Suoi rappresentanti, coloro che Egli ha nominato depositari del suo Sacerdozio, agissero con il medesimo Spirito quando celebrano i misteri divini in suo Nome? È per questo che la Chiesa, nel consacrarli, invoca su di loro la pienezza dello Spirito: è anche per questo che trovo questo stesso Spirito in tutti i Sacramenti della nuova alleanza: nel Battesimo, per fecondare le acque; nella Cresima, per essere l’unzione del Cristiano; nell’Eucaristia, per effettuare il misterioso cambiamento che fa del pane, il Corpo del Signore (Da qui le magnifiche invocazioni dello Spirito Santo sull’Offerta che si leggono nelle liturgie orientali); nella Penitenza, per rimettere i peccati (Joan, XX, 22, 23); nei Sacramenti dei fedeli morenti, affinché « la sua grazia guarisca i malati dai loro languori e dalle loro colpe »; negli Ordini, per far scendere sui ministri del santuario la pienezza dei suoi doni; nel Matrimonio, per formare l’unione degli sposi cristiani ad immagine di quella che Egli ha stabilito tra Cristo e la sua Chiesa; in tutti infine, per santificare coloro che li ricevono. Vedete l’infinita varietà di grazie con cui Gesù Cristo ha voluto che la sua Chiesa fosse adornata, affinché fosse chiaramente riconosciuta come sua: la grazia dei miracoli, il dono della profezia, il dono delle lingue ed altri ancora. Quale ne è la fonte? È lo Spirito Santo che li distribuisce, come vuole, a beneficio della Chiesa e dei suoi membri (1 Cor. XI tot.). Rom, XII 6, sq. Si vedano queste idee sviluppate a lungo e con grande maestria in R.P. Meschler S. J. “Le don de la Pentecôte“, c. 13-23. Parigi, P. Lethielleux, editore). – Queste poche indicazioni sono sufficienti per capire con quale verità si possa dire che lo Spirito Santo sia l’anima della Chiesa. « Lo Spirito Santo è per il Corpo di Gesù Cristo, cioè per la Chiesa, ciò che l’anima è per il corpo dell’uomo: ciò che quest’ultima fa in tutte le membra dello stesso corpo, Egli lo fa in tutta la Chiesa » (« Quod est anima sorpori hominis, hoc est Spiritus sanctus corpori Christi quod est Ecclesia; hoc agit Spiritus sanctus in tota Ecclesia quod agit anima in omnibus membris unius corporis ». S., Agost., serm. 967 in Pent, c. 4). Qual è il primo principio di unità, di vita e salute del corpo umano? L’anima, si potrebbe rispondere. Ma chi dà al Corpo mistico di Cristo la sua unità, la sua vita soprannaturale, la salute perfetta che è la santità, se non lo Spirito Santo? « Un solo corpo, un solo Spirito », ci grida S. Paolo. (Efesini, IV, 4); e come possiamo stupircene? Questo Spirito divino non è forse il legame del Padre e del Figlio, il loro bacio comune, la fonte da cui scaturisce la carità divina e unificante? – La storia della creazione ci mostra che Dio prende nelle sue mani l’argilla della terra e plasma amorevolmente per l’uomo un corpo che corrisponde alla sua dignità; ma perché questo corpo viva e abbia un’anima, ha bisogno del soffio della bocca divina. Così, tutto sommato, Gesù Cristo Nostro Signore formò faticosamente il Corpo mistico che doveva essere la sua Chiesa. Ma questo corpo, per essere vivo, agire e parlare, doveva ricevere da Cristo un doppio soffio: quello che trasse dal suo costato prima di lasciare la terra e l’altro, più potente, che inviò dal cielo nel giorno della Pentecoste. Questo è il principio immutabile della sua vita. Ho detto: il principio immutabile di questa unione dello Spirito Santo con la Chiesa non dipende dalla volontà degli uomini, come l’unione che Egli contrae con ciascuno dei membri in particolare. Lo Spirito di Dio può ritirarsi dall’anima più santa, non perché la abbandona Egli per primo, ma perché essa lo abbandona; così Egli non si ritirerà mai dalla Chiesa. Il soffio di Gesù Cristo gli ha consentito di abitare in Essa per sempre, ut maneat in æternum.

4. – Facciamo un’ulteriore duplice osservazione. La prima è che tutte queste considerazioni sulla dimora dello Spirito Santo in Gesù Cristo e nella Chiesa non ci hanno allontanato dal nostro tema principale. Infatti, come figli di Dio, noi siamo ad immagine di Gesù Cristo e figli della santa Chiesa. Quindi, mostrare la presenza e le operazioni dello Spirito Santo nell’uno e nell’altra, è dire cosa debba essere lo Spirito Santo e cosa sia realmente per noi. Saremmo una copia di Dio fatto uomo, se lo Spirito che ha penetrato tutta la sua vita diventasse estraneo alla nostra? E la Chiesa potrebbe riconoscere come figli degli uomini che non abbiano il suo Spirito come principio, motore ed ospite? – Una seconda osservazione è che ora possiamo sapere quale significato preciso dare a questa formula « appartenente all’anima della Chiesa ». Poiché lo Spirito Santo è l’anima della Chiesa, appartenere alla sua anima significa avere lo Spirito Santo in sé attraverso la grazia e la carità. Ne consegue che i peccatori, anche se sono esteriormente membri della Chiesa, non sono uniti ad Essa nell’anima; o se lo sono, lo sono solo in modo molto incompleto, in quanto partecipano ancora alla sua influenza attraverso la fede, la speranza e gli altri atti in cui si rivela un residuo di vita soprannaturale. Ce ne sono degli altri, invece, che, senza essere mai stati uniti da alcun vincolo visibile alla Chiesa di Dio, sono tuttavia vivificati dalla sua anima, e per questa stessa anima appartengono all’unità invisibile del Corpo mistico di Cristo. Intendo dire quelle anime rette che nell’eresia, nello scisma o infedeltà, rispondendo fedelmente alla grazia, giungono alla giustificazione al di fuori delle vie ordinarie e senza l’aiuto dei mezzi esterni che sono stati predisposti per noi nella Chiesa che esse (incolpevolmente) ignorano. Questa è l’aggiunta alla dottrina che ho promesso quando ho parlato di Gesù Cristo, il nostro Capo (L. V, c. 4); ed è anche ciò che ci mostra la perfetta analogia tra il corpo naturale e il Corpo mistico di Gesù Cristo. – Come nel corpo naturale l’influenza del capo sulle membra non esclude l’influenza superiore da cui dipende la vita di tutto l’organismo, così in questo Corpo più spirituale e più divino l’azione vivificante del Dio fatto uomo, lungi dal rendere inutile l’assistenza dello Spirito Santo, la presuppone e lo richiede. Lo presuppone: se Gesù Cristo possiede questo triplice primato che lo rende Capo dell’umanità rigenerata, è perché è l’Unto dello Spirito Santo. Lo richiede: se lo stesso Gesù Cristo ci infonde, come Dio, questa stessa vita di grazia, è attraverso lo Spirito Santo, questo dono sostanziale del Padre e del Figlio, che lo riversa nelle anime donandocelo Lui stesso. È questo che ci fa capire la famosa formula con cui diversi Dottori antichi, e in particolare sant’Ireneo, riassumevano tutti gli elementi che costituiscono il Cristiano, figlio adottivo di Dio: un corpo, un’anima e lo Spirito (Lc 1,4), (L’uomo spirituale, l’uomo perfetto, l’uomo che porta nella fede non solo l’immagine, ma la somiglianza di Dio, racchiude lo Spirito Santo. « La carne, di per sé, non è l’uomo perfetto, ma il corpo dell’uomo, una parte dell’uomo. L’anima non è nemmeno l’uomo, ma è la sua anima, una parte dell’uomo. Lo Spirito non è l’uomo: non si chiama uomo, ma Spirito. La mescolanza e l’unione di questi tre principi è ciò che costituisce l’uomo spirituale e perfetto: commixtio autem et unitio horam omnium perfectum hominem efficit. – S. Iren. c. Hæres, L. V. c. 6, n.1; col. c. 9, n.1: P. Gr., t. 7, p. 1138 e 1144): i primi due uniti insieme nell’unità di una stessa natura; e questa natura anche realmente unita, ma accidentalmente, allo Spirito Santo. Poiché questo Spirito divino è tutto per noi, la nostra unità, la nostra vita, il principio da cui scaturiscono tutte le grazie che sono la nostra gloria e la nostra forza; …  Cristiani, non spegniamo lo Spirito Santo nelle nostre anime (I. Tess., V, 15). Lo spegne chiunque si sottragga alla sua dolce e benefica luce, chiunque lo costringa con gravi offese a ritirarsi da un cuore infedele. Non estinguiamolo, ma non irritiamolo nemmeno (Efes. IV, 30). Lo si contrista quando, per colpe pur solo relativamente lievi, stendiamo sulla superficie dell’anima una nube che la sottrae, almeno in parte, all’influenza salutare dei suoi raggi. Lo si contrista ancora anche quando, senza opporre resistenza alla sua volontà divina, non ci abbandoniamo così completamente all’impulso dello Spirito che può fare in noi e di noi ciò che vuole per la sua gloria e la nostra santificazione. E poiché ogni grazia viene da Lui, si degni di aggiungere a tante altre la grazia che ci impedirà di spegnerlo e contristarlo, Lui, sole e consolatore delle anime.

LA GRAZIA E LA GLORIA (32)

UN’ENCICLICA AL GIORNO TOGLIE GLI USURPANTI-APOSTATI DI TORNO: S.S. BENEDETTO XV – “SACRA PROPEDIEM”

Breve ma densa di contenuti cattolici, questa bella lettera Enciclica del Santo Padre Benedettpo XV,  racchiude gli insegnamenti di s. Francesco nella costituzione del terzo ordine francescano, del quale si festeggiava il centenario. Accenniamo brevemente a qualche passaggio oggi più che mai utile per affrontare questi tempi di apostasia religiosa e di paganesimo sociale in cui il Cristianesimo autentico è comatoso e come quasi in agonia:  « … a ciò si aggiunga quell’interno travaglio che agita le nazioni — dovuto al lungo oblìo e al disprezzo dei princìpi cristiani — per cui le varie classi sociali si contendono il possesso dei beni terreni con tanto accanimento da far temere una universale catastrofe … » – « … quell’accordo fra gli Stati e le varie classi civili che può essere escogitato dagli uomini, non può infatti durare né avere forza di vera pace se non ha la sua base nella tranquillità degli animi; la quale esiste a sua volta solo a patto che siano tenute a freno le passioni, fomentatrici di ogni genere di discordie. « E donde le guerre e le liti tra voi, si domanda l’Apostolo Giacomo, se non di qui? dalle vostre concupiscenze le quali militano nelle vostre membra? … ». Espressioni chiare e forti di grande attualità nel mondo presente che ha completamente smarrito ogni lume cristiano, in ciò precipitato dall’opera di una sinagoga demoniaca che si spaccia per Chiesa cattolica e che, diretta dai vicari dell’anticristo dal 26 ottobre del 1958, sta trascinando popoli e continenti all’estrema rovina materiale e quel che è peggio, alla dannazione eterna di Nazioni anche un tempo cristiane. Adottiamo lo stile di vita francescano dei terziari che ci viene additato dal Sommo Pontefice, resistendo ai falsi lumi di filosofie e dottrine atee di matrice gnostico-massonica, nonché ai falsi profeti in veste di santità che giustificano tutte le aberrazioni morali e dell’abominevole costume sociale con l’allegra misericordia a buon mercato che non richiede pentimento né emendazione, né penitenza, portando così verso l’eterno stagno di fuoco. Resistiamo nella certezza assoluta che … le porte del male non prevarranno sulla santa Chiesa, e che il soffio della bocca del Signore Nostro Gesù Cristo distruggerà in un attimo l’anticristo ed i suoi adepti e metterà i propri nemici a sgabello dei suoi piedi.

LETTERA ENCICLICA
SACRA PROPEDIEM
DEL SOMMO PONTEFICE
BENEDETTO XV
 AI PATRIARCHI, PRIMATI,
ARCIVESCOVI, VESCOVI
ED AGLI ALTRI ORDINARI LOCALI
CHE HANNO PACE E COMUNIONE
CON LA SEDE APOSTOLICA,
IN OCCASIONE DEL SETTIMO CENTENARIO
DELLA FONDAZIONE DEL TERZ’ORDINE FRANCESCANO

Venerabili Fratelli,
salute e Apostolica Benedizione.

Noi riteniamo assai opportuna la prossima celebrazione del settimo centenario del Terzo Ordine della Penitenza. A raccomandarla a tutto il mondo cattolico con la Nostra autorità apostolica, Ci induce innanzi tutto la certezza che essa riuscirà di grande vantaggio al popolo cristiano, ma c’è anche qualcosa che Ci riguarda personalmente. Infatti nell’anno 1882, quando fra il plauso commosso dei buoni fu celebrato solennemente il centenario della nascita del Santo di Assisi, Ci ricordammo con soddisfazione che anche Noi volemmo essere iscritti fra i discepoli del grande Patriarca, e nella insigne basilica di Santa Maria di Ara Cœli, officiata dai Frati Minori, vestimmo regolarmente l’abito dei Terziari Francescani. Pertanto, ora che per volontà divina siamo stati assunti alla cattedra del Principe degli Apostoli, ben volentieri, anche per la Nostra devozione verso San Francesco, cogliamo l’occasione che Ci viene offerta per esortare i fedeli della Chiesa di tutto il mondo ad iscriversi espressamente — o, se già iscritti, ad operare con impegno — a questa istituzione del santissimo uomo, la quale ancor oggi risponde meravigliosamente ai bisogni della società. – Innanzi tutto conviene che ognuno abbia un’idea esatta della figura di San Francesco, in quanto taluni, secondo l’invenzione dei modernisti, presentano l’uomo di Assisi poco obbediente a questa Cattedra apostolica, come il campione di una vaga e vana religiosità, tanto che egli non può essere correttamente chiamato né Francesco d’Assisi né santo. – In verità, le rilevantissime e imperiture benemerenze di Francesco verso il Cristianesimo — per le quali egli a ragione fu definito quale sostegno fornito da Dio alla Chiesa in un’età delle più burrascose — trovarono il loro coronamento nel Terz’Ordine, il quale, meglio di qualunque sua altra impresa, mette in luce la grandezza e l’intensità del suo ardore nel propagare ovunque la gloria di Gesù Cristo. Egli infatti, considerando i mali da cui era allora travagliata la Chiesa, fu preso da un desiderio immenso di innovare tutto secondo i princìpi cristiani; e a tale scopo fondò una duplice Famiglia religiosa, una di frati e l’altra di suore, che, professando i voti solenni, dovevano seguire l’umiltà della Croce; ma non potendo accogliere nei chiostri tutti coloro che a lui da ogni parte affluivano per mettersi sotto la sua disciplina, pensò di fornire anche a coloro che vivevano nel turbinio del mondo un modo di raggiungere la perfezione cristiana. Pertanto, istituì un vero Ordine, quello dei Terziari, non vincolato da voti religiosi come i due precedenti, ma similmente conformati a semplicità di costumi ed a spirito di penitenza. Così egli per primo concepì e felicemente attuò, col divino aiuto, ciò che nessun fondatore di famiglie regolari aveva in precedenza escogitato: cioè di rendere comune a tutti il tenore della vita religiosa. – Di lui va ricordato quanto egregiamente dice Tommaso da Celano: « Artefice veramente esimio, sotto la cui formazione religiosa, con lode degna di essere esaltata, si rinnova nell’uno e nell’altro sesso la Chiesa di Cristo, e trionfa una triplice schiera di gente che vuole salvarsi ». Dalla testimonianza di un uomo così autorevole e contemporaneo del Santo, si comprende con facilità quanto profondamente Francesco, con questa Istituzione, abbia scosso le moltitudini, e quale salutare rinnovamento abbia tra esse operato. Pertanto, come non si può dubitare che Francesco sia stato il vero fondatore del Terz’Ordine, allo stesso modo che lo era stato del primo e del secondo, così senza dubbio egli ne fu il sapientissimo legislatore. In ciò grandemente lo aiutò, come è noto, il Cardinale Ugolino, quello stesso che poi, col nome di Gregorio IX, illustrò questa Apostolica Sede, e che dopo la morte del Patriarca d’Assisi, del quale, finché visse, fu grande amico, innalzò sul sepolcro di lui un tempio di tanta bellezza e magnificenza. Nessuno ignora che successivamente la Regola dei Terziari è stata solennemente sancita ed approvata dal Nostro Antecessore Nicolò IV. – Ma non è il caso di dilungarsi su tali cose, Venerabili Fratelli, poiché il Nostro principale proposito è di dimostrare il carattere e l’intimo spirito di questo Istituto, dal quale, come ai tempi di Francesco, così in questa età, tanto contraria alla virtù ed alla fede, la Chiesa si ripromette grandi vantaggi per il popolo cristiano. Quel profondo conoscitore dei nostri tempi, che fu il Nostro Predecessore di felice memoria, Leone XIII, per rendere la disciplina dei Terziari più accessibile ad ogni grado di persone, molto saggiamente con la Costituzione « Misericors Dei Filius » dell’anno 1883, mitigò la loro regola, « secondo le presenti circostanze della società », variando alcune cose di minore importanza, che non parevano consentanee con i nostri costumi. « Con questo però, egli dice, non bisogna credere che sia stato tolto all’Ordine alcunché di essenziale, volendo Noi che la sua natura si conservi integra ed immutata ». Perciò ogni cambiamento fu soltanto estrinseco, e non toccò per nulla la sostanza di essa, la quale continua ad essere tale quale la volle lo stesso Santo fondatore. È Nostra convinzione che lo spirito del Terz’Ordine, tutto pervaso di sapienza evangelica, molto contribuirà al miglioramento dei costumi privati e pubblici, purché rifiorisca nuovamente, come quando Francesco, con la parola e con l’esempio, predicava per ogni dove il regno di Dio. – Infatti, egli volle innanzi tutto che nei suoi Terziari rifulga in modo speciale la carità fraterna, autrice di concordia e di pace. Ben comprendendo che questo è il principale precetto di Gesù Cristo, quale sintesi di tutta la legge cristiana, rivolse ogni sua cura ad informarne gli animi dei suoi seguaci: e con ciò stesso egli ottenne che il Terz’Ordine riuscisse utile di per sé all’umana società. – Francesco era talmente infiammato di ardore serafico per Dio e per gli uomini, da non riuscire a contenerlo nel suo cuore, ma avvertiva la necessità di portarlo all’esterno, a favore di quanti più potesse. Pertanto, avendo cominciato a riformare la vita privata e domestica dei suoi fratelli, indirizzandoli all’acquisto della virtù, quasi non mirasse ad altro, pensò di non doversi fermare qui, ma di servirsi di questa riforma individuale come di uno strumento per recare in seno alla società un soffio di vita cristiana, e così guadagnare tutti a Gesù Cristo. Conseguentemente, il pensiero che animò Francesco a fare dei Terziari altrettanti araldi e apostoli di pace in mezzo alle aspre contese e ai civili rivolgimenti del suo tempo, fu pure il pensiero Nostro quando pressoché tutto il mondo ardeva dell’orribile guerra, e tale è tuttora, mentre non è spento del tutto il vasto incendio, che fumiga ancora qua e là e in qualche punto manda guizzi di fiamme. A ciò si aggiunga quell’interno travaglio che agita le nazioni — dovuto al lungo oblìo e al disprezzo dei princìpi cristiani — per cui le varie classi sociali si contendono il possesso dei beni terreni con tanto accanimento da far temere una universale catastrofe. – Perciò in questo campo così immenso in cui Noi, come rappresentanti del Re Pacifico, abbiamo prodigato le Nostre più affettuose premure, aspettiamo da tutti i figli della pace cristiana il concorso della loro solerzia, ma specialmente dai Terziari, i quali mirabilmente gioveranno a questa riconciliazione degli animi, se oltre a crescere ovunque di numero intensificheranno il loro zelo operoso. È da augurarsi pertanto che non vi sia città, paese, villaggio in cui non si riscontri buon numero di confratelli, che non siano però inerti o che si appaghino soltanto del nome di Terziari, ma attivi e solleciti della salvezza propria e dell’altrui. E perché poi le varie Associazioni cattoliche di giovani, di operai, di donne, che fioriscono quasi per ogni dove non potrebbero ascriversi al Terz’Ordine della Penitenza, per continuare a lavorare alla gloria di Gesù Cristo e a vantaggio della Chiesa con quello spirito di carità e di pace da cui era animato Francesco? – Infatti, la pace che è tanto invocata dai popoli non è quella faticosamente elaborata con le arti della politica, ma quella che ci fu recata da Cristo, il quale disse: «Vi dò la mia pace: non come la dà il mondo, io la dò a voi ». Quell’accordo fra gli Stati e le varie classi civili che può essere escogitato dagli uomini, non può infatti durare né avere forza di vera pace se non ha la sua base nella tranquillità degli animi; la quale esiste a sua volta solo a patto che siano tenute a freno le passioni, fomentatrici di ogni genere di discordie. « E donde le guerre e le liti tra voi, si domanda l’Apostolo Giacomo, se non di qui? dalle vostre concupiscenze le quali militano nelle vostre membra? ». – Orbene, ordinare l’uomo internamente, in modo che egli non sia schiavo ma padrone delle proprie passioni, obbediente a sua volta e soggetto alla volontà divina, nel quale ordinamento si fonda la pace comune, questo è effetto della sola virtù di Cristo, che si dimostra mirabilmente efficace nella famiglia dei Terziari Francescani. Dal momento, infatti, che quest’Ordine si propone, come dicemmo, di guidare alla perfezione cristiana i suoi membri, quantunque impegnati nelle cure del secolo — perché nessuno stato di vita è incompatibile con la santità — quando siano molti a vivere in conformità di questa regola, ne consegue che essi siano d’incitamento a tutti gli altri fra i quali vivono, non solo a compiere interamente il loro dovere, ma anche a tendere ad una perfezione maggiore di quella prescritta dalla legge ordinaria. Perciò quella lode che fu data dal Signore ai suoi discepoli che gli erano più devoti, quando disse: « Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo », giustamente la stessa lode va attribuita a quei figli di Francesco che, osservando con vero spirito i consigli evangelici, per quanto loro è dato nel secolo, possono dire di sé con l’Apostolo: «Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio ». Perciò, tenendosi lontani il più possibile dallo spirito del mondo, cercheranno di far penetrare nella vita comune, ad ogni occasione, lo spirito di Gesù Cristo. Per la verità, due sono oggi le passioni predominanti in questa incredibile perversità di costumi, l’amore sconfinato delle ricchezze e un’insaziabile sete di piaceri. Da qui la vergogna e il disonore del nostro secolo, il quale, mentre fa continui progressi in ciò che appartiene ai comodi ed ai conforti della vita, per quanto riguarda il dovere di vivere onestamente — il che ben più importa — pare che voglia ritornare a gran passi verso la corruzione del paganesimo. In realtà, quanto più gli uomini perdono di vista i beni eterni che sono loro preparati nei cieli, tanto più sono attratti verso i caduchi; e una volta che si siano vilmente incurvati verso la terra, facilmente si intorpidisce in essi ogni virtù: così che nauseati di tutto ciò che sa di spirituale, non agognano che l’ebbrezza dei volgari piaceri. Perciò, Noi vediamo in generale che mentre da un lato non si ha alcun ritegno ad accumulare ricchezze, manca dall’altro la rassegnazione d’un tempo nel sopportare quei disagi che sogliono accompagnare la povertà e la miseria; e mentre fra i proletari ed i ricchi già esiste quella lotta accanita che abbiamo detto, ad acuire l’avversione dei non abbienti s’aggiunge il lusso smodato di molti, congiunto a impudente dissolutezza. Al qual proposito non possiamo deplorare abbastanza la cecità di tante donne di ogni età e condizione, le quali, infatuate dall’ambizione di piacere non vedono quanto sia stolta certa foggia di vestire, con cui non solo suscitano la disapprovazione degli onesti, ma, ciò che è più grave, recano offesa a Dio. E in tale abbigliamento — che esse stesse in passato avrebbero respinto con orrore come troppo disdicevole alla modestia cristiana — non si limitano a presentarsi soltanto in pubblico, ma neppure si vergognano di entrare così indecentemente nelle chiese, di assistere alle sacre funzioni e di recare persino alla stessa mensa Eucaristica (nella quale si va a ricevere il divino Autore della purezza) i lenocini delle turpi passioni. Tralasciamo poi di parlare di quei balli esotici e barbari, uno peggiore dell’altro, venuti ora di moda nel gran mondo elegante; non si potrebbe trovare un mezzo più adatto per togliere ogni resto di pudore. – Se i Terziari porranno bene attenzione a quanto abbiamo detto, facilmente comprenderanno ciò che da essi, in quanto seguaci di Francesco, richiede l’ora che volge. È necessario cioè che essi si specchino nella vita del loro Padre; considerino quale perfetto imitatore egli fu di Gesù Cristo, specialmente con la rinuncia agli agi della vita e con la pazienza nei dolori, fino a meritarsi il titolo di poverello e a ricevere nel suo corpo le stimmate del Crocifisso; e per non mostrarsi figlioli degeneri, abbraccino almeno in spirito la povertà e portino con abnegazione, ciascuno, la propria croce. Per ciò poi che riguarda in modo speciale le Terziarie, sia nel vestire come in tutto il loro contegno esteriore, siano esempio di santa pudicizia alle giovani e alle madri; e non credano di poter meglio meritare della Chiesa e della società che cooperando all’emendamento dei corrotti costumi. – E i membri di quest’Ordine, che per soccorrere gli indigenti hanno dato vita a molteplici opere di beneficenza, non vorranno certamente mancare di amorevole aiuto ai loro fratelli in bisogni ben più gravi dei materiali. E qui Ci viene in mente quel detto dell’Apostolo Pietro che, volendo esortare i primi Cristiani ad offrire ai Gentili l’esempio di una vita veramente santa, diceva: «Vedendo le vostre buone opere giungano a glorificare Dio nel giorno del giudizio ». Similmente i Terziari Francescani devono diffondere il buon odore di Cristo con l’integrità della fede, con l’innocenza della vita e con l’operosità dello zelo, che siano esortazione ed invito per i traviati fratelli a ritornare sul retto sentiero; questo da loro esige, questo si attende la Chiesa. – Noi pertanto nutriamo fiducia che i prossimi festeggiamenti centenari segneranno un felice risveglio del Terz’Ordine; e non dubitiamo che voi, Venerabili Fratelli, insieme con gli altri pastori di anime, avrete ogni cura perché i sodalizi dei Terziari rinvigoriscano ove sono languenti, si moltiplichino ovunque per quanto è possibile, e tutti abbiano a fiorire nell’osservanza della disciplina non meno che nel numero di iscritti. Infatti, si tratta di questo: di preparare con schiere numerose di credenti, attraverso l’imitazione di Francesco, la via e il ritorno a Cristo, nel qual ritorno è riposta ogni speranza di comune salvezza. Quello infatti che di sé dice Paolo: « Fatevi miei imitatori, come io lo sono di Cristo », può con tutta ragione ripetere di sé Francesco, il quale, imitando Gesù Cristo, diventò di lui fedelissima copia e immagine. – Per rendere più fruttuose le celebrazioni centenarie, su richiesta dei Ministri Generali delle tre Famiglie francescane, Noi concediamo, dal tesoro della Santa Chiesa, quanto segue:

1. Che in tutte le chiese, dove esiste il Sodalizio del Terz’Ordine, canonicamente eretto, celebrandovi entro un anno, a cominciare dal 16 aprile prossimo, un sacro triduo per solennizzare questo Centenario, i Terziari possano acquistare l’indulgenza plenaria, alle solite condizioni, in ciascuno dei tre giorni, e gli altri una volta soltanto; coloro poi che, pentiti dei propri peccati, visiteranno nelle suddette chiese il Santissimo Sacramento, lucreranno l’indulgenza di 7 anni ogni volta;

2. Che nei detti giorni tutti gli altari di tali chiese siano « privilegiati »; e che in quel triduo ogni sacerdote possa celebrare la Messa di San Francesco, come « votiva pro re gravi et publica simul causa », osservando le rubriche generali del Messale Romano, come vengono proposte nell’ultima edizione vaticana;

3. Che tutti i Sacerdoti addetti a dette chiese possano, in quei giorni, benedire Rosari, medaglie e simili oggetti sacri, applicando ad essi le indulgenze apostoliche, come pure benedire i Rosari dei Crocigeri e di Santa Brigida. – Quale auspicio dei celesti favori e a testimonianza della Nostra benevolenza, impartiamo affettuosamente a voi, Venerabili Fratelli, e a tutti i membri del Terz’Ordine l’Apostolica Benedizione.

Dato a Roma, presso San Pietro, il giorno dell’Epifania del Signore 1921, nell’anno settimo del Nostro Pontificato.

 BENEDICTUS PP. XV 

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE (2022)

DOMENICA XVII DOPO PENTECOSTE

(Messale Romano di S. Bertola e G. Destefani, comm. di D. G. LEFEBVRE O. S. B; L. I. C. E. – R. Berruti & C. Torino 1950)

Semidoppio. – Paramenti verdi.

La storia di Tobia che si legge nell’Officio divino a questa epoca, coincide spesso con questa Domenica. Sarà dunque cosa utile, continuare a studiare la Messa in relazione col biblico racconto. Tobia sarebbe vissuto, sembra, sotto il regno di Salmanasar, verso la fine del secolo VIII prima di Cristo, al tempo della deportazione degli Israeliti in Assiria. Come Giobbe, questo santo personaggio, diede prova di costanza e di fedeltà a Dio in mezzo a tutte le sue afflizioni. « Non abbandonò mai la via della verità, distribuendo ogni giorno quanto poteva avere ai fratelli e a quelli della sua nazione, che con lui erano in prigionia e, quantunque egli fosse il più giovane nella tribù di Nephtali, nulla di puerile riscontravasi nei suoi atti ». Il Salmo dell’Introito può essergli applicato, poiché parla di un adolescente che fin dai suoi più teneri anni ha camminato nella legge del Signore. Fino dagli anni della sua fanciullezza, dice la Sacra Scrittura, « Tobia osservava ogni cosa conformemente alla legge di Dio. Sposata una donna della sua tribù, per nome Anna, ne ebbe un figlio cui diede il proprio nome e al quale insegnò fin dall’infanzia a temere Iddio e ad astenersi da ogni peccato. Condotto prigioniero a Ninive, Tobia di tutto cuore si ricordò di Dio, visitando gli altri prigionieri e dando loro buoni consigli, consolandoli e distribuendo a tutti del proprio avere, secondo quello che poteva. Nutriva chi aveva fame, vestiva quelli che erano nudi, e seppelliva con cura quelli che erano morti o che erano stati uccisi ». Dio permise che venisse cieco, affinché la sua pazienza servisse di esempio alla posterità come quella del sant’uomo Giobbe. « Avendo sempre temuto il Signore fin dalla sua infanzia ed avendo osservato i suoi comandamenti, non si rattristò contro Dio per essere stato colpito da questa cecità, ma rimase fermo nel timore di Dio, rendendogli grazie tutti i giorni della sua vita ». « Noi siamo figli dei santi, soleva dire, e attendiamo quella vita che Dio deve dare a coloro che non hanno mai cambiato la loro fede verso di Lui ». E poiché sua moglie insultava alla sua disgrazia, Tobia proruppe in gemiti e cominciò a pregare con lagrime (Allel. ), dicendo parole che sono identiche a quelle dell’Introito: «Tu sei giusto, Signore, tutti i giudizi tuoi sono equi e tutti i tuoi disegni sono misericordiosi. Ed ora, o Signore, trattami secondo la tua volontà ». E, parlando a suo figlio Tobia, disse: « Figlio mio, abbi sempre in mente Dio tutti i giorni della tua vita, e guardati bene dall’acconsentire ad alcun peccato. Fa elemosina dei tuoi beni e non distogliere il tuo volto dal povero. Sii caritatevole in quel grado che puoi e quello che ti dispiacerebbe fosse fatto a te, guardati bene dal farlo ad altri ». Questo precetto dell’amore di Dio e del prossimo e la sua attuazione sono inculcati dall’Epistola e dal Vangelo: « Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, tutta l’anima tua e tutto il tuo spirito, e il prossimo tuo come te stesso » (Vang.). « Camminate in umiltà, dolcezza e pazienza, sopportandovi a vicenda con carità, sforzandovi di mantenere l’unità di spirito nei vincoli della pace » (Ep.). Tobia mandò suo figlio presso Gabelo a Rages, sotto la guida dell’Arcangelo Raffaele. Per via, l’Angelo disse a Tobiolo di prendere un pesce che lo aveva voluto divorare e di serbarne il fegato per scacciare ogni specie di demoni e gli indicò inoltre il mezzo per prendere in moglie Sara, senza che il demonio, che aveva già uccisi i suoi primi sette mariti, potesse fargli del male. « Il demonio, spiegò l’Arcangelo, ha potere su coloro che nel contrar matrimonio bandiscono Dio dal loro cuore e ad altro non pensano se non a soddisfare la loro passione ». L’Orazione prega Iddio di dare al suo popolo la grazia di evitare i contatti diabolici, « affinché possa con puro cuore essere unito a te solo che sei il suo Dio ». « Come figli di Dio, noi non possiamo, dissero Tobia e Sara, sposarci come pagani, che non conoscono Dio », e « pregarono insieme istantemente il Signore che ha fatto il cielo e la terra, il mare, le sorgenti ed i fiumi con tutte le creature che contengono ». E Dio « benedisse il loro matrimonio, come aveva benedetto quello dei patriarchi, affinché essi avessero dei figli della stirpe di Abramo » (Graduale). Tobia ritornò con Sara e guarì suo padre dalla cecità e questi allora intonò un cantico di ringraziamento, una specie di Benedictus o di Magnificat, nel quale scoprì le grandiose aspettative messianiche: « Gerusalemme tu castigata per le sue opere malvagie, ma essa brillerà di fulgida luce e si rallegrerà nei secoli dei secoli. Dai lontani paesi verranno verso lei le nazioni, portandole delle offerte e adoreranno in essa il Signore. Maledetti saranno coloro che la disprezzeranno e quelli che la bestemmieranno saranno condannati. Beati, continua egli, coloro che ti amano! lo sarò felice se qualcuno della mia stirpe sopravvivrà per vedere lo splendore di Gerusalemme. Le sue porte saranno di zaffiri e di smeraldi e tutta la cinta delle sue mura sarà di pietre preziose. Tutte le pubbliche piazze saranno lastricate di pietre bianche e pure e nelle strade si canterà: Alleluia. La rovina di Ninive è vicina, poiché la parola di Dio non resta senza effetto ». È questo il « cantico nuovo che troviamo nel Salmo del Graduale « Dio è fedele alla sua parola; Egli dissipa i progetti delle nazioni e rovescia i consigli dei principi. Beato il popolo che Egli ha scelto per suo retaggio. Palesa, o Signore, la tua misericordia su di noi, secondo la speranza che abbiamo posta in te ». E il Salmo del Communio aggiunge: « Dio ha infranto tutte le forze nemiche, i re superbi sono stati abbattuti e i loro eserciti distrutti. Offrite dunque sacrifizi di ringraziamento a questo Dio terribile », poiché, continua l’Offertorio, « Egli ha gettato uno sguardo favorevole sul popolo in favore del quale il suo Nome è stato invocato ». – Gerusalemme, ove il popolo di Dio regna e ove affluiscono tutte le nazioni per lodare il Signore, è il regno di Dio, è la Gerusalemme celeste. Tutti vi sono chiamati con una comune vocazione a formarvi « un solo corpo », la Santa Chiesa, che è una nuova creazione, dice S. Gregorio Magno, e che è animata da « un solo Spirito, una sola speranza, un solo battesimo e una sola fede in un solo Signore » (Epistola). È Gesù Cristo, Figlio di Dio e Figlio di David, che il « Dio unico e Padre di tutti gli uomini, ha fatto sedere alla sua destra fino al giorno in cui tutti i suoi nemici, vinti, saranno sgabello ai suoi piedi ». Questo Dio « sia benedetto nei secoli dei secoli » (Epistola). – L’unità della nostra fede, del nostro battesimo e delle nostre speranze, come pure dello Spirito Santo, di Cristo e di Dio Padre, dice S. Paolo, fa a tutti noi un dovere di essere uniti dai vincoli della carità, sopportandoci a vicenda.

Il comandamento di Dio di amare il prossimo è simile a quello che ci fa amare Dio, poiché è per amor suo che amiamo il prossimo. « Doppio è il comandamento, dichiara S. Agostino, ma una è la carità ». E per consolidare il suo insegnamento agli occhi dei farisei, Gesù Cristo dà loro, in un testo di David, una prova della sua divinità. Dobbiamo dunque, nella fede e nell’amore, essere uniti a Cristo Gesù. « Interrogato circa il primo comandamento, Gesù rivela il secondo, che non è inferiore al primo, facendo loro comprendere che lo interrogavano soltanto per odio, poichéla carità non è invidiosa » (I Cor. XIII, 4). Egli dimostra inoltre il suo rispetto per la legge ed i profeti. Dopo aver risposto, Cristo interrogò a sua volta, e dimostra che pur essendo figlio di David, ne è il Signore, essendo Egli il Figlio unico del Padre, e li spaventa dicendo che un giorno avrebbe trionfato su tutti coloro che si oppongono al suo regno, poiché Iddio farà dei suoi nemici sgabello ai suoi piedi. Con ciò dimostra la concordia e l’unione che esiste fra Lui e il Padre » (S. Giov. Crisostomo – Mattutino).

Incipit

In nómine Patris, et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Adjutórium nostrum ✠ in nómine Dómini.
R. Qui fecit cælum et terram.

Confiteor

Confíteor Deo omnipoténti, beátæ Maríæ semper Vírgini, beáto Michaéli Archángelo, beáto Joánni Baptístæ, sanctis Apóstolis Petro et Paulo, ómnibus Sanctis, et vobis, fratres: quia peccávi nimis cogitatióne, verbo et ópere: mea culpa, mea culpa, mea máxima culpa. Ideo precor beátam Maríam semper Vírginem, beátum Michaélem Archángelum, beátum Joánnem Baptístam, sanctos Apóstolos Petrum et Paulum, omnes Sanctos, et vos, fratres, oráre pro me ad Dóminum, Deum nostrum.
S. Misereátur nostri omnípotens Deus, et, dimíssis peccátis nostris, perdúcat nos ad vitam ætérnam.
R. Amen.
S. Indulgéntiam, ✠ absolutiónem et remissiónem peccatórum nostrórum tríbuat nobis omnípotens et miséricors Dóminus.
R. Amen.

V. Deus, tu convérsus vivificábis nos.
R. Et plebs tua lætábitur in te.
V. Osténde nobis, Dómine, misericórdiam tuam.
R. Et salutáre tuum da nobis.
V. Dómine, exáudi oratiónem meam.
R. Et clamor meus ad te véniat.
V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.

Introitus

Ps CXVIII: 137;124
Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secúndum misericórdiam tuam.

[Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Ps CXVIII: 1
Beáti immaculáti in via: qui ámbulant in lege Dómini.

[Beati gli uomini retti: che procedono secondo la legge del Signore.]

Justus es, Dómine, et rectum judicium tuum: fac cum servo tuo secundum misericórdiam tuam.

[Tu sei giusto, o Signore, e retto è il tuo giudizio; agisci col tuo servo secondo la tua misericordia.]

Kyrie

S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Christe, eléison.
M. Christe, eléison.
S. Kýrie, eléison.
M. Kýrie, eléison.
S. Kýrie, eléison.

Gloria

Glória in excélsis Deo. Et in terra pax homínibus bonæ voluntátis. Laudámus te. Benedícimus te. Adorámus te. Glorificámus te. Grátias ágimus tibi propter magnam glóriam tuam. Dómine Deus, Rex cæléstis, Deus Pater omnípotens. Dómine Fili unigénite, Jesu Christe. Dómine Deus, Agnus Dei, Fílius Patris. Qui tollis peccáta mundi, miserére nobis. Qui tollis peccáta mundi, súscipe deprecatiónem nostram. Qui sedes ad déxteram Patris, miserére nobis. Quóniam tu solus Sanctus. Tu solus Dóminus. Tu solus Altíssimus, Jesu Christe. Cum Sancto Spíritu ✠ in glória Dei Patris. Amen.


Oratio

Oremus.
Da, quǽsumus, Dómine, populo tuo diabólica vitáre contágia: et te solum Deum pura mente sectári.

[O Signore, Te ne preghiamo, concedi al tuo popolo di evitare ogni diabolico contagio: e di seguire Te, unico Dio, con cuore puro.]

Orémus.
Commemoratio Ss. Angelorum Custodum
Deus, qui ineffábili providéntia sanctos Angelos tuos ad nostram custódiam míttere dignáris: largíre supplícibus tuis; et eórum semper protectióne deféndi, et ætérna societáte gaudére.

[O Dio, che con provvidenza ineffabile ti degni di inviare i tuoi angeli a nostra custodia: concedi a noi, che ti supplichiamo, di essere sempre difesi dalla loro protezione, e di goderne l’eterna compagnia].


Per Dóminum nostrum Jesum Christum, Fílium tuum …

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad Ephésios.
Ephes IV: 1-6

 “Fatres: Obsecro vos ego vinctus in Dómino, ut digne ambulétis vocatióne, qua vocáti estis, cum omni humilitáte et mansuetúdine, cum patiéntia, supportántes ínvicem in caritáte, sollíciti serváre unitátem spíritus in vínculo pacis. Unum corpus et unus spíritus, sicut vocáti estis in una spe vocatiónis vestræ. Unus Dóminus, una fides, unum baptísma. Unus Deus et Pater ómnium, qui est super omnes et per ómnia et in ómnibus nobis. Qui est benedíctus in sæcula sæculórum. Amen.”

[“Fratelli: Io prigioniero nel Signore vi scongiuro che abbiate a diportarvi in modo degno della vocazione, cui siete stati chiamati, con tutta umiltà e mansuetudine, con pazienza, sopportandovi con carità scambievole, solleciti di conservare l’unità dello spirito nel vincolo della pace. Un sol corpo e un solo spirito, come siete stati chiamati a una sola speranza per la vostra vocazione. Un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo. Un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti, che opera in tutti, che dimora in tutti. Egli sia benedetto nei secoli dei secoli. Così sia.”]

LA VOCAZIONE.

Come sono solenni e dense di significato le poche battute con cui si apre il brano domenicale della Epistola agli Efesini! Vi scongiuro, — dice l’Apostolo, e perché lo scongiuro sia più efficace e commovente, si chiama prigioniero di Dio (in Dio), — a camminare degnamente in quella che è la vostra vocazione. E il pensiero corre subito alla « vocazione » di Cristiani, quali erano proprio e tutti i suoi primi, immediati lettori. C’è sotto alle parole dell’Apostolo, una grande, una nobilissima idea di questa vocazione cristiana. È Iddio che chiama i suoi figli dalle tenebre del paganesimo, dalla penombra della religione naturale, alla luce del Cristianesimo. Ogni Cristiano è un chiamato da Dio. Molti lo hanno dimenticato, lo dimenticano. Credono che l’essere Cristiani sia la cosa più naturale del mondo: che si nasca Cristiani come si nasce bimani o bipedi, che la vocazione sia un privilegio di pochi, e precisamente di quei pochi che si avviano al Sacerdozio, oppure entrano in un Monastero. Idee piccole e false. Dio ci ha chiamati, tutti e ciascuno, noi Cristiani alla Religione nostra, al Cristianesimo, al Vangelo che è e rimane una grazia! Ci vuole Lui Cristiani. Manda i Suoi apostoli a battezzarci, a istruirci, a convertirci. Nobilissima vocazione, perché Dio ci chiama nel Cristianesimo mercè del Battesimo, ci chiama ad essere suoi figlioli: « ut fili Dei nominemur et simus. » Basta pronunciare bene, sillabando, meditando, questa parola fili Dei, per capire l’altezza di questa dignità e la gravità degli obblighi che ne conseguono. Bisogna rendersi, in qualche modo, degni del nome e del carattere di figli, ricevuti nel Santo Battesimo, con la bontà delle opere. Bisogna vivere da figli di Dio; vivere veramente da buoni Cristiani. C’è qui tutto un programma, riassunto ancor più largamente nelle parole di un Santo Pontefice, grande anima romana e cristiana, San Leone Magno: — Riconosci, o Cristiano, la tua dignità, e, diventato partecipe della natura divina (non è forse il figlio della stessa natura del padre?) non volere con una condotta degenere tornare all’antica bassezza e viltà. — Sentiamola questa dignità di Cristiani oggi meglio d’allora, oggi dopo quasi duemila anni di esperienza, dopo che, con la loro vita, milioni di Santi e di Eroi, ci hanno mostrato che cosa può produrre di eroico il Vangelo in un’anima, in una società. Diventare Cristiani col Battesimo, oggi, vuol dire ricevere una eredità gloriosa di bene, inserirsi in una corrente luminosa, calda, satura di ciò che vi è al mondo di più sacro e più augusto. E ciò non toglie che ciascuno di noi abbia anche una vocazione, una destinazione, una destinazione provvidenziale in un altro senso. Perché ognuno è chiamato poi dal Padre a servirLo in modo speciale. Nella Casa del Padre, ci sono molte mansioni, o funzioni, come in tutte le case bene ordinate, e ciascuno ha la sua, e tutte sono materialmente diverse ma tutte sono spiritualmente belle e nobili, perché nulla è ignobile nella casa del Padre Celeste, Iddio. E noi dobbiamo stare al nostro posto, fedeli e valorosi come soldati che montano la guardia, e lavorano, e combattono, sapendo di contribuire veramente a una sola, grande vittoria: la vittoria di Dio.

P. G. Semeria: Le epistole delle Domeniche, Op. naz. Per il mezzogiorno d’Italia, Milano, 1939.

(Nihil obstat sac. P. De Ambroggi – Imprim. P. Castiglioni vic. Gen. Curia Arch, Mediolani, 1-3-1938)

Graduale

Ps XXXII: 12;6
Beáta gens, cujus est Dóminus Deus eórum: pópulus, quem elégit Dóminus in hereditátem sibi.

[Beato il popolo che ha per suo Dio il Signore: quel popolo che il Signore scelse per suo popolo.]

Alleluja

Verbo Dómini cœli firmáti sunt: et spíritu oris ejus omnis virtus eórum. Allelúja, allelúja

[Una parola del Signore creò i cieli, e un soffio della sua bocca li ornò tutti. Allelúia, allelúia]


Ps CI: 2
Dómine, exáudi oratiónem meam, et clamor meus ad te pervéniat. Allelúja.

[O Signore, esaudisci la mia preghiera, e il mio grido giunga fino a Te. Allelúia.]

Evangelium

Sequéntia sancti Evangélii secúndum Matthæum.
Matt. XXII: 34-46

“In illo témpore: Accessérunt ad Jesum pharisæi: et interrogávit eum unus ex eis legis doctor, tentans eum: Magíster, quod est mandátum magnum in lege? Ait illi Jesus: Díliges Dóminum, Deum tuum, ex toto corde tuo et in tota ánima tua et in tota mente tua. Hoc est máximum et primum mandátum. Secúndum autem símile est huic: Díliges próximum tuum sicut teípsum. In his duóbus mandátis univérsa lex pendet et prophétæ. Congregátis autem pharisæis, interrogávit eos Jesus, dicens: Quid vobis vidétur de Christo? cujus fílius est? Dicunt ei: David. Ait illis: Quómodo ergo David in spíritu vocat eum Dóminum, dicens: Dixit Dóminus Dómino meo, sede a dextris meis, donec ponam inimícos tuos scabéllum pedum tuórum? Si ergo David vocat eum Dóminum, quómodo fílius ejus est? Et nemo poterat ei respóndere verbum: neque ausus fuit quisquam ex illa die eum ámplius interrogare”.

[“In quel tempo, accostandosi i Farisei a Gesù, avendo saputo com’Egli aveva chiusa la bocca ai Sadducei, si unirono insieme: e uno di essi, dottore della legge, lo interrogò per tentarlo: Maestro, qual è il gran comandamento della legge? Gesù dissegli: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, e con tutta l’anima tua, e con tutto il tuo spirito. Questo è il massimo e primo comandamento. Il secondo poi è simile a questo: Amerai il prossimo tuo come te stesso. Da questi due comandamenti pende tutta quanta la legge, e i profeti. Ed essendo radunati insieme i Farisei, Gesù domandò loro, dicendo: Che vi pare del Cristo, di chi è egli figliuolo? Gli risposero: di Davide. Egli disse loro: Come adunque Davide in ispirito lo chiama Signore dicendo: Il Signore ha detto al mio Signore: Siedi alla mia destra, sino a tanto che io metta i tuoi nemici per sgabello ai tuoi piedi? Se dunque Davide lo chiama Signore, come è Egli suo figliuolo? E nessuno poteva replicargli parola; né vi fu chi ardisse da quel dì in poi d’interrogarlo”.]

Omelia

(G. Colombo: Pensieri sui Vangeli e sulle feste del Signore e dei Santi; VI  ediz. Soc. Ed. Vita e pensiero – Milano).

AMORE DI DIO

Nella legge ebraica si contavano generalmente 613 comandamenti. Come si faceva a ricordarli tutti e, peggio, ancora, a metterli in pratica? Di qui le lunghe discussioni per conoscere quali fossero gli indispensabili da sapere e da osservare. Un legista, meravigliato della saggezza con cui Gesù chiudeva la bocca ai suoi maligni nemici, si rivolse a lui per farsi indicare il comandamento più importante. « Il massimo e primo comandamento — gli rispose — è questo: ama il Signore Dio tuo con tutte le tue forze di mente, di cuore, di opere. Il secondo poi è simile al primo: ama il prossimo come te stesso. Tutti i precetti della Legge, tutte le prescrizioni dei profeti sono riassunti in questi due comandamenti d’amore ». Si badi bene come il Vangelo unisce sempre l’amore del prossimo all’amor di Dio; e S. Giovanni l’evangelista vi ha scorto una relazione così intima da giudicarli veramente inseparabili (I Giov., IV, 20-21). Per questa volta noi fermiamo l’attenzione soprattutto sull’amor di Dio. – Un principe russo, camminando per una strada campestre, si imbatté in una contadina che reggeva in braccio un bambino e lo allattava. Ella era ancor giovane e il bambino poteva avere sei settimane. D’improvviso la donna mandò un grido di gioia: per la prima volta da che era nato, il bambino aveva sorriso a sua madre, incominciando a riconoscerla. Il principe vide allora la contadina guardare in alto e farsi devotamente il segno della croce: « Perché fate questo? » le chiese. Ed ella gli rispose: « Come una mamma è lieta allora che scopre il primo sorriso del suo bambino, così Dio gioisce ogni volta che dall’alto dei cieli scorge un atto d’amore » (Cfr.: L’idiota di Dostoievsky). Dio è amore; e l’amore è il sorriso con cui gli uomini cominciano a riconoscerlo come Padre. Perciò egli vuole che essi lo amino con tutta la loro mente, il loro cuore, con tutte le loro opere. 1. CON TUTTA LA MENTE. Per amare davvero Dio con tutta la mente, occorrono tre cose: a) Bisogna tenerla sgombra da ogni pensiero vano o cattivo. L’amore di Dio, nella nostra mente è come la stella luminosa, incoraggiante, orientatrice; ma i pensieri vani o cattivi sono come la nebbia e le nuvole che soffocano quel mite splendore sotto una coltre opaca. Ricorderò un profittevole fatto storico. I Medici, potente famiglia che teneva la signoria di Firenze, avevano imprigionato e condannato a morte nel 1512 un cittadino di nome Pier Paolo Boscoli perché ardente repubblicano com’era, aveva congiurato contro di loro. Dovendo egli morire, sul punto estremo fu avvicinato dal famoso artista Luca della Robbia che lo confortava a rassegnarsi e raccomandarsi a Dio. Ma il Boscoli che aveva letto moltissimo e aveva la mente ingombra di idee rivoluzionarie assorbite man mano leggendo, non riusciva a fissare il suo pensiero nel Signore, e gemeva: « Deh, Luca, cavatemi dalla testa quelle scene e quelle idee, acciò ch’io possa almeno morire da Cristiano! » (« Arch. Stor. It. », I, 1842, pagg. 289-290). Come possono pretendere di vivere da Cristiani, quelli che hanno la mente piena delle figure invereconde viste al cinematografo, o sui giornali, degli intrecci impudichi di tante novelle e romanzi, delle parole equivoche e oscene raccolte nei crocchi degli amici? È impossibile che riescano a pregare con qualche raccoglimento, con qualche consolazione. b) Bisogna pensare spesso al Signore. « Vi capita di restar lungo tempo senza pensare a Dio? » fu domandato un giorno a S. Francesco di Sales; ed egli con semplicità poté dare questa risposta: « Quasi un quarto d’ora ». A un’eguale domanda, che cosa potremmo rispondere noi: Forse appena due volte, una volta al giorno; forse appena una volta alla domenica quando veniamo a Messa, se pur non si è anche allora distratti; forse da qualcuno si sta dei mesi senza ricordarsi di Dio. Eppure, non mancano, nella giornata, frequenti occasioni di pensare al Signore. Tutti almeno due volte al giorno dobbiamo sollevare a Lui la nostra mente: al mattino e alla sera. Poi, secondo l’ammonimento di S. Paolo, dobbiamo sforzarci di ricordare il Signore più spesso che possiamo: prima e dopo i pasti, prima e dopo il lavoro, nella gioia e nel dolore, e specialmente nel momento della tentazione. Così spontaneamente fa chi ama una creatura, e così dobbiamo fare noi se amiamo il nostro divin Padre e Creatore. c) Bisogna cercare di conoscerlo sempre più e sempre meglio. Chi ama con tutta la sua mente il Signore frequenta la dottrina cristiana, studia il catechismo, legge il Vangelo o qualche buon libro che parla di Lui, della sua Chiesa, dei Santi, dei Missionari. – 2. CON TUTTO IL CUORE. S. Agostino, predicando al suo popolo d’Ippona, dopo d’aver spiegato la bontà del Signore, uscì in questa domanda: « V’ha al mondo, o fratelli, qualche cosa che voi non sapreste sacrificare all’’amor di Dio? Se da una parte voi aveste radunati tutti i tesori, tutti i piaceri, tutti i beni del mondo, e, avendo dall’altra Iddio, foste costretti nell’alternativa di perdere o Uno o gli altri, che fareste voi? » A tali parole un grido potente, unanime si sollevò da tutta l’assemblea: « Vadano i beni della terra, ma ci resti Dio — Maneat nobis Deus, pereant universa! ». Quel popolo amava Dio con tutto il cuore; poiché amar qualcuno con tutto il cuore vuol dire preferirlo a tutto e a tutti. Dio non lo si può amare se non con questo amore di esclusiva preferenza perché Egli vale più d’ogni altro bene. Bisogna dunque amarlo più di qualsiasi fortuna; e se il suo amore lo esige, bisogna essere preparati a rinunciare a qualsiasi guadagno. Non possediamo noi qualche cosa che invoca il suo vero padrone? Non c’è nel nostro lavoro, nel nostro commercio, nella nostra industria qualche profitto ingiusto? Se così fosse, l’amor di Dio, ne esige subito la rinuncia e la riparazione. Bisogna amarlo più di qualsiasi onore; per quanto ambito e grande sia; e se ci sono degli onori che sono per noi occasioni di peccato, e che si possono conservare solo conculcando la coscienza, l’amor di Dio ne esige la rinuncia. Bisogna amarlo più di qualsiasi affetto umano anche del più caro e tenero: e se  tra i nostri affetti ve ne fosse qualcuno che non s’armonizza con l’amore di Dio, che sia riprovato e condannato dall’amore di Dio, bisogna combatterlo, soffocarlo, strapparlo dal nostro cuore senza indulgenza. Oh, so bene tutte le sottili ragioni, tutti i pretesti che si possono addurre e di fatto s’adducono per giustificare certe amicizie, certi affetti pericolosi: ma io vi dico appoggiato sopra una esperienza che non sbaglia e sopra la voce della vostra  stessa coscienza invano soffocata, che i vostri sono pretesti e non vi scusano. Se voi conservate il diritto di esserci, voi contendete il vostro cuore a Dio, voi lo dividete, fate delle parti illegittime, Dio è totalitario: o lo si ama con tutto il cuore, o non lo si ama per niente. – 3. CON TUTTE LE OPERE. L’amor di Dio deve essere « operoso », cioè non lo si può e non lo si deve far consistere in semplici parole, in sospiri, in formule meccaniche di preghiera, ma nelle opere. Non è raro il caso di udire anime buone lamentarsi così: « Ho l’amor di Dio, ma: io non lo sento!… ». Non c’è bisogno di sentirlo, perché non è richiesto l’amor « sensibile », ma è richiesto l’amore « operoso ». Le vostre opere vi diranno se davvero amate Dio, poiché la prova infallibile dell’amore non sono le parole, bensì i fatti. « Non chiunque dirà: Signore, Signore; ma chi farà la volontà del Padre celeste, entrerà nel regno dei cieli » (Mt., VII, 21); « chi osserva i miei comandamenti, è quello che mi ama » (Giov., XIV, 21). E bisogna osservare tutti i comandamenti, perché bisogna amare Dio con tutte le opere. Non ama Dio con tutte le opere quel giovane fedele negli altri comandamenti, ma non nel sesto. Non amano Dio con tutte le opere quegli sposi, anche buoni in molti punti ma non in quello d’accettare la legge di Dio nel matrimonio. Non amano Dio con tutte le opere quei padroni che, benché devoti e onesti, sfruttano l’operaio, ricompensandolo così scarsamente che non gli è possibile una vita civile e decorosa. Non amano Dio con tutte le opere quelli che potendolo non soccorrono i poveri, gli ammalati, gli afflitti. Questo della elemosina e del conforto verso i fratelli bisognosi è il segno più sicuro del vero amor di Dio. – Prima che il Beato Giovanni Colombini si convertisse, sua moglie Biagia dei Carretani aveva pregato tanto perché il marito si desse a miglior vita. Giovanni non era uomo delle mezze misure, il poco o la metà per lui non contavano: o tutto o nulla. E quando si volse a Dio, si diede a Lui con tanta interezza di pensiero, di cuore e di opere che la moglie rimasta nella sua mediocrità spirituale non poteva capirlo: « Non sei stata forse tu a pregare perché mi convertissi? ». « Sì; — ella rispose — ma io pregavo che piovesse non che venisse il diluvio ». La psicologia di quella donna, è pur quella di tanti Cristiani. Vorrebbero essere buoni ed amare Dio per quel tanto che basta, secondo la loro opinione, a tacitare la coscienza e scampare dall’inferno; ma non fino al punto di rinunciare anche a tutti i comodi e piaceri, specialmente a qualche abitudine o affetto caro sopra ogni altro! Il Vangelo insiste sulla necessità d’un amore totalitario a Dio. « Amerai il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente ». — AMORE DEL PROSSIMO. Quando una persona cara è sull’atto di partire, per una lontananza che forse sarà senza ritorno, con quale batticuore si godono le ultime parole! Le ultime parole in cui, chi le dice, mette il suo cuore e la sua volontà per sempre; e colui che le ascolta le porta con sé come una preziosissima eredità per sempre. Giuda era uscito e la notte s’era fatta in giro al cenacolo. C’era Gesù che stava per partire da questo mondo e diceva le ultime parole ai suoi « Figliuolini! ». Non li aveva mai chiamati così; questa espressione di suprema tenerezza aveva voluto riservarla per l’ora della separazione. « Figliuolini, sono gli ultimi momenti che sto con voi; poi mi cercherete invano. Prima di partire vi lascio il mio comandamento nuovo: amatevi tra di voi » (Giov., XIII, 33). Nel Vangelo di questa Domenica v’è un’altra scena importante. È un dottore della legge che domanda a Gesù: « Maestro, qual è il più gran comandamento? ». E a lui Gesù: « Amerai il Signore con tutte le tue forze. Ma v’è un altro comandamento simile a questo: amerai il tuo prossimo come te stesso ». Nessuno può amare Dio, se prima non ama il suo prossimo. Coloro che non hanno carità verso i loro fratelli, s’illudono d’amare il Signore. Ecco perché Gesù Cristo, morendo non ha ricordato l’amore a Dio, ma solo l’amore al prossimo. Ecco perché Gesù ha detto che i suoi discepoli si riconosceranno non per l’amore di Dio, ma dall’amore che porteranno al prossimo. Ecco perché S. Giovanni Evangelista vecchio predicava continuamente così: « Figliuolini, amatevi tra di voi ». E quando gli uditori stanchi gli chiesero: « E poi? » rispose semplicemente: « E poi, basta ». Diliges proximum tuum. In che modo si ama il prossimo? Non a parole, ma coi fatti: con l’aiutarci e compatirci. – 1. AIUTARCI. S. Paolino incontrò una volta una donna che piangeva sconsolatamente. Ella aveva un unico figliuolo, e le era stato fatto prigioniero, e non aveva un soldo per liberarlo. Il santo che non aveva denari, né roba, nulla fuor che la sua persona, si esibì a quella povera mamma per essere egli stesso venduto, così, col prezzo ricavato, potesse poi liberare il figlio. Fu accettata la proposta e S. Paolino venduto schiavo, per molto tempo fece l’ortolano. Ma poi si venne a conoscere la sua santità e il padrone impietosito lo liberò. Ecco come i santi sanno interpretare il gran comandamento della carità: fino all’eroismo dei più forti sacrifici. Se noi per il nostro prossimo non siamo stati capaci mai di patire qualche cosa, non possiamo dire d’amarlo. È vero: non sempre è possibile ad ognuno far quello che ha fatto S. Paolino, ma quanti mezzi noi abbiamo per aiutare il nostro prossimo, che non abbiamo usato mai! Anzitutto la preghiera. S. Teresa, fanciulletta ancora, aveva udito parlare di un gran delinquente, di nome Pranzini, condannato a morte per orrendi delitti. La sua impenitenza faceva anche temere della sua eterna salute. Allora la piccola santa cominciò a pregare perché quello sventurato prima di morire sì convertisse e salvasse così la sua anima dall’inferno. L’indomani della esecuzione della sentenza, ella aperse con tremore il giornale. Il Pranzini era salito sul patibolo senza confessione, senza assoluzione; già i carnefici lo trascinavano verso il punto fatale, quando, come riscosso a un tratto da. una improvvisa ispirazione, Si volta, afferra un Crocifisso presentatogli da un sacerdote, e bacia tre volte quelle santissime piaghe. Nella nostra piccola esperienza possiamo anche noi conoscere qualche persona che vive nei peccati; magari è una persona di casa nostra, del nostro paese. Invece di mormorare, di calunniare, di fingerci scandalizzati, preghiamo Iddio che le usi misericordia, che la tocchi nel cuore e la converta. La preghiera è il primo aiuto che noi possiamo dare al prossimo, ed è il più utile, il più importante, perché se noi possiamo far qualche cosa e con stento, Dio può far tutto e in un attimo. Anche con il consiglio, dobbiamo aiutare il nostro prossimo. San Sebastiano, nascostamente, ogni giorno scendeva nelle carceri ad esortare i Cristiani al martirio. Quando s’accorse che i due fratelli Marco e Marcelliano, inteneriti dalle lagrime dei parenti, avevano paura di morire per la fede di Cristo, così li consigliò: « Fratelli eccovi già vicini alla meta gloriosa e voi volete tornare indietro? I pianti di una donna e le grida de’ vostri figli vi faranno dunque cadere dal capo una corona gloriosa? ». A queste parole i due fratelli si rincorarono al martirio. Una buona parola, un amorevole eccitamento, un saggio consiglio suggerito con bel modo, e a tempo opportuno, può portar frutti più abbondanti che non un intero quaresimale. Un consiglio buono è più prezioso dell’oro e dell’argento; è una guida esperta in una strada oscura. V’è una fanciulla che usa una moda immorale, oh, se una compagna umilmente e con amore la consigliasse ad allungare le vesti come bene avrebbe messo in pratica il gran comandamento. C’è quella donna che è troppo leggera? V’è quella nuora che è in una rissa eterna? V’è quel giovane che perde la Messa? V’è quell’uomo che bestemmia? Consigliamoli saggiamente, e senza pretesa. Noi avremo fatto un’opera di amore verso il prossimo. Infine, aiutiamo il prossimo con le opere. Quando vediamo, una persona che ha bisogno della nostra mano, del nostro soldo, non facciamoci rincrescere. Ricordiamoci che noi facciamo un piacere non a una persona di questo mondo, ma a Gesù Cristo stesso. Tito imperatore alla sera di ogni giorno passato senza un’opera buona di misericordia esclamava tristemente: « Ho perduto una giornata ». E costui era un pagano. Quanti Cristiani giungendo al termine della loro vita dovran forse dire: « Ho perso tutta la mia vita ». – 2. COMPATIRCI. V’è una paraboletta molto espressiva in proposito. Lungo una via domandavano l’elemosina un povero cieco e un povero zoppo. Il cieco gridava: fate la carità al cieco che non ha occhi per vedere la sua strada. Lo zoppo gridava: fate la carità allo zoppo che non ha gambe per fare la sua strada. La disgrazia era gravissima da entrambe le parti. Ma un giorno il cieco disse allo zoppo: « Io non vedo, ma ho le gambe molto buone, tu non hai buone le gambe, ma la tua vista è ottima. Tra tutti e due abbiamo dunque l’occorrente per rimediare in parte alla nostra sventura. Facciamo così: io ti prenderò in spalla, e tu camminerai colle mie gambe ed io vedrò con i tuoi occhi ». La proposta fu bella e accettata; e da quel momento, il cieco prestando le gambe allo zoppo e lo zoppo prestando gli occhi al cieco, formarono un gruppo d’amore vicendevole che girava per il mondo. – S’io fossi un pittore dipingerei in un quadro quelle due dolci creature e poi vorrei che in tutte le case ve ne fosse una copia: in tutte le case, dove ci sono nuore e suocere che non si vogliono bene, in tutte le case, dove ci sono fratelli in lite coi fratelli, cognati in lite coi cognati, vicini coi vicini. Sarebbe una bella esortazione ad amare il nostro prossimo tollerandoci a vicenda i difetti come il cieco tollerava il peso dello zoppo e lo zoppo tollerava la cecità del cieco. S. Agostino ha una piccante osservazione: nell’arca di Noè, durante il diluvio erano raccolte tutte le specie più diverse di animali, domestici e feroci. Eppure, tutti erano in pace. In molte famiglie invece, dove sono tutti uomini, figli di Dio e creati per il Cielo vi è un vero serraglio di belve. Perché? Perché manca il compatimento vicendevole. Non dobbiamo attendere ai difetti del prossimo, ma alle sue virtù, che non son poche; non dobbiamo osservare che è zoppo, ma che ha la vista buona. Del resto ricordiamoci che pur noi abbiamo difetti, e ben grossi quantunque non li conosciamo: che se il prossimo cammina male perché zoppo, noi razzoliamo peggio perché ciechi. – Il povero re di Roma, il pallido figlio di Napoleone I, dovette passare dolorosamente i pochi anni della sua giovinezza in Austria. Il ministro Metternich quando voleva scoraggiare l’Aquilotto, gli mostrava che non aveva nulla di suo padre, nulla che lo rendesse capace di governare. « Voi avete il cappello, ma non la testa di vostro padre! ». A quanti che si dicono Cristiani si potrebbe ripetere l’acerbo rimprovero: « Tu hai il nome, ma non il cuore di Gesù Cristo ». Perché? Perché non sai né aiutare né compatire il tuo prossimo.CHE VE NE PARE DI CRISTO? I sadducei e i farisei erano giunti a tentare Gesù. Il Maestro, con poche ma ardenti parole, ribatté ogni loro ragionamento, poi, Egli stesso rivolse a’ suoi tentatori  una terribile domanda: « Che ve ne pare di Cristo? Di chi è Figlio? ». Qualcuno ardì rispondere: « Di Davide ». Gesù incalzò: « Di Davide, tu dici? Allora, e perché Davide lo chiama suo Signore? ». Più nessuno osò fiatare. A noi, venuti venti secoli dopo, il Maestro rivolge la medesima domanda: « Quid vobis videtur de Christo? ». Cosa che fa stupire: oggi, in cui si parla di fratellanza universale; in cui, senza filo, possiamo comunicare da un estremo altro della terra; in cui, sorpassato ogni confine di monte e di mare, l’uomo in poche ore vola sopra le nazioni e congiunge  i continenti, basta rivolgere questa domanda: « che ve ne pare di Cristo » per mettere gli uomini in contraddizione tra loro. Aveva ragione, il candido vecchio che nel tempio aveva consumato la sua vita aspettando il Messia, quando, stringendolo tra le braccia, esclamava: « Ecco il segno della contraddizione: e molti avranno per lui la vita, e molti avranno per lui la morte ». Gesù stesso dirà di sé la medesima cosa: « Venni al mondo per un giudizio: quei che non hanno la vista l’acquisteranno, quei che hanno la vista la perderanno » (Giov. IX, 39). E voleva dire che le anime umili saranno da Cristo illuminate, mentre i superbi da lui saranno accecati. Il crocifisso che domina il mondo, che domina i troni e le potenze della terra, come già una volta sul Calvario è il segno della divisione. Chi lo bestemmia, chi lo ignora, chi lo contempla con amore. « Quid vobis videtur de Christo? ». A questa domanda gli uomini rispondono in un triplice modo: odio, ignoranza, amore.  – 1. ODIO. Un giorno del 1797, un ufficiale, passando non lontano dalla città d’Aosta, incontrò nel fondo di una torre in rovina, un disgraziato che vi dimorava da anni, privo d’ogni compagnia. « Che fate qui? » disse il militare. « Sono gli uomini, che non mi possono vedere » gemette l’infelice. Dopo aver scambiate alcune parole, l’ufficiale gli domandò il suo nome. « Il mio nome? » rispose il solitario « ah, il mio nome è terribile. Mi chiamano il Lebbroso ». Cristiani! io conosco qualcuno che fin nell’ultimo villaggio trascorre i suoi giorni nella solitudine, dove l’odio degli uomini cerca di confinarlo. Se domandate il suo nome, quello che un angelo portò dal cielo per lui, è Gesù; ma in terra, l’hanno chiamato con un nome terribile: il Lebbroso. Tale, infatti, lo vide il profeta… putavimus eum quasi leprosum. (Is., LIII, 4). E della sua storia si può dire quanto l’ufficiale diceva di quello d’Aosta: « È una lacrima, una lacrima continua ». — In antico, quando all’alba un lebbroso si lasciava sorprendere presso l’abitato, tutti, urlando, lo cacciavano a sassate. Ed a sassate i nemici della religione hanno cercato d’allontanare Cristo dalla società. E lo hanno cacciato dai comuni, ove insegnava a reggere i popoli: e via l’hanno cacciato dalle scuole ove benediceva la crescente gioventù; e via l’hanno cacciato dai tribunali, ove insegnava la giustizia. Perfino dagli ospedali l’hanno cacciato via, dove gli infermi lo cercavano sulle squallide pareti perché lenisse il loro dolore. — In antico, quando un lebbroso s’avvicinava, per bisogno, agli uomini, doveva segnalare la sua venuta col suono della raganella, e chiunque lo udiva, correva lontano, temendo il contagio. Oggi, quando Gesù esce come Viatico dei morenti nelle vie dei nostri paesi, e il chierichetto davanti l’annunzia col suono del campanello, ecco ripetersi l’antica scena di obbrobrio; tutti fuggono, tutti deviano, tutti, se possono, si nascondono dietro i portoni, per non vederlo, per non salutarlo: il Lebbroso! — « Le mie delizie sono tra i figliuoli degli uomini » ha detto il Signore; ma i figliuoli degli uomini ripetono l’urlo di Voltaire: « schiacciamo l’infame »; e i figliuoli degli uomini l’hanno scomunicato dalla loro società. E Gesù è costretto a ritirarsi in solitudine, perché le bestemmie e il turpiloquio offendono pubblicamente le sue sante orecchie, perché una moda sfacciata e scandalosa, ad ogni passo, offende la sua purissima pupilla, quella che pur guardando convertiva i cuori; è costretto a ritirarsi dalle nostre case e dai nostri cuori perché sono diventati luoghi di peccato. « Quid vobis videtur de Christo? ». — Via! via! crucifiggilo — rispondono gli uomini. – 2. IGNORANZA. Quando Giovanni cominciò a battezzare sulle rive del Giordano, a tutti balenò il sospetto ch’egli fosse il Messia. I Giudei da Gerusalemme mandarono una legazione di sacerdoti e di leviti a interrogarlo. Ma il Battista rispose: « Ecco il Messia è già tra voi: e non lo sapete ». Medius vestrum stetit quem vos nescitis (Giov., I, 26). Questo è il rimprovero che meriterebbero ancora non pochi Cristiani. Dite a loro: « Che ve ne pare di Cristo? ». Sgranerebbero gli occhi come a rispondere: « E che ce ne importa? ». Vivono perciò nell’indifferenza della religione, e quando hanno soddisfatto alle brame del loro corpo, non desiderano più nulla. Cristo è venuto sulla terra e per trent’anni col suo esempio, e per tre anni con la sua parola ci ha istruiti: e ci ha detto chi è Dio e quanto ci ama e che vuole da noi e come si fa ad amarlo e servirlo. Ma gli uomini, che pur sanno tante e tante cose per il loro corpo, non sanno nulla per la loro anima. E non desiderano di sapere, anzi non vogliono sapere; e il solo pensiero di ascoltare una predica, una spiegazione della dottrina cristiana, li fa morir di noia. Ignorano Cristo, perché ignorano il suo Vangelo. Cristo è venuto sulla terra nostra e ha istituito mirabili sacramenti, tra cui il sacramento del perdono, che da colpevoli ci ritorna innocenti, da maledetti ci fa figliuoli di Dio. Ha pure istituito il sacramento che nutrisce l’anima di un cibo soprasostanziale, che fortifica e santifica: questo cibo è la carne stessa, il sangue vero di Cristo nell’Eucaristia. Eppure, gli uomini non lo sanno, Non vengono mai a confessarsi, a comunicarsi; solo qualche volta all’anno, e malamente. Ignorano Cristo, perché ignorano i suoi sacramenti. Cristo è venuto sulla terra nostra debole e bambino avvolto in panni, Lui che è Dio d’eserciti; è venuto nel freddo e nelle tenebre, Lui che ha creato il sole ed ogni fuoco; e pativa fame e sete, Lui che ha cibo per ogni uccello dell’aria e per ogni giglio della valle. E poi si lasciò tradire, e volle essere umiliato, crocefisso. Eppure, gli uomini ignorano tutto questo, perché non amano che i piaceri dei sensi, le ricchezze del mondo, il cibo e le vesti. Ignorano Cristo, perché non sanno quanto Cristo ha patito per loro. Perciò ha detto bene S. Giovanni (I, 10) in principio del suo Vangelo; « In mundo erat et mundus eum non cognovit ». – 3. AMORE!. Fortunatamente però ci furono e ci sono anime che alla domanda: « Quid vobis videtur de Christo », rispondono: « Amore ». Da quel giorno che Pietro ruppe in quel grido: «Tu sei il Cristo, figlio di Dio”, una lunga schiera d’anime sante hanno saputo rendere a Cristo testimonianza vera, con sacrificio e con sangue, e soprattutto con amore. Furono dapprima i martiri che morivano per Lui; pallidi e sanguinanti, tra la vita e la. morte, il loro ultimo palpito era, sempre l’amore di Cristo. È santa Caterina d’Alessandria che davanti ai sapienti parla di Gesù; e poiché tentavano di persuaderla ch’era follia, lei ricca e giovane, adorare un povero ed oscuro Nazareno, la coraggiosa fanciulla gridò: « Cristo è Dio; e chi crede in Lui vivrà anche se muore ». E porse il suo vergine corpo ai tormenti del martirio. Vennero poi i vergini e le vergini che per amore di Gesù, rinunziarono ad ogni amore terreno. È sant’Agnese che alla profferta di un giovane nobile e potente rispose ch’ella amava il Signore con tanta forza che più non le restava amor di creatura. È S. Filippo Neri che nella festa di Pentecoste fu preso da un impeto d’affetto così forte per Gesù Cristo, che il suo cuore non seppe contenersi e ruppe due coste. È S. Teresa che nel monastero d’Avila vide un serafino che le punse il cuore con un dardo d’oro dalla punta infuocata: e da quel giorno non visse che per celeste ardore. Desiderava di morir mille volte per convertire i peccatori; piangeva sulla iniquità degli uomini e si flagellava per ripararle; era insaziabile di dolore e ripeteva  sotto i portici del chiostro: O patire o morire. In fine, consumata dal fuoco divino in Alba di Termez morì d’amore per Cristo. Anche ai nostri tempi vivono di queste anime generose e sante, e non sono appena frati e monache; ma anche giovani, come Domenico Savio che preferiva la morte ma non il più piccolo peccato; ma anche uomini, come il professore Contardo Ferrini che si ebbe gli onori dell’altare. E noi, noi che cosa ne pensiamo di Cristo? A parole, certo, tutti diciamo che è Figlio di Dio: ma coi fatti, con la vita nostra quotidiana, che cosa pensiamo di Cristo? Nella notte della passione, il principe dei sacerdoti osò domandare a Cristo cosa egli pensasse di sé. «Ti scongiuro, per Dio vivo, se tu sei figlio di Dio, dillo! ». E Gesù rispose: « L’hai detto ». Allora il principe dei sacerdoti si stracciò i vestimenti. Cristo aggiunse: « Verrà giorno e mi vedrai, seduto alla destra di Dio, giudicare dalle nubi i vivi ed i morti ». In questa vita, come già l’ipocrita Caifa, possiamo pensare quel che vogliamo noi di Cristo. È libero calunniarlo; è libero avvoltolarci nella polvere e nel fango dei vizi, stracciare coi peccati la veste dell’anima che è la grazia santificante. Ma quando lo vedremo sulle nubi, nella maestà, tra gli Angeli, calare verso noi a giudicarci, che cosa potremo pensare di Lui, allora?

IL CREDO

Offertorium

Orémus
Dan. IX: 17;18;19
Orávi Deum meum ego Dániel, dicens: Exáudi, Dómine, preces servi tui: illúmina fáciem tuam super sanctuárium tuum: et propítius inténde pópulum istum, super quem invocátum est nomen tuum, Deus.

[Io, Daniele, pregai Iddio, dicendo: Esaudisci, o Signore, la preghiera del tuo servo, e volgi lo sguardo sereno sul tuo santuario, e guarda benigno a questo popolo sul quale è stato invocato, o Dio, il tuo nome.]

Secreta

Majestátem tuam, Dómine, supplíciter deprecámur: ut hæc sancta, quæ gérimus, et a prætéritis nos delictis éxuant et futúris.

[Preghiamo la tua maestà, supplichevoli, o Signore, affinché questi santi misteri che compiamo ci liberino dai passati e dai futuri peccati.]

Commemoratio Ss. Angelorum Custodum
Súscipe, Dómine, múnera, quæ pro sanctórum Angelórum tuórum veneratióne deférimus: et concéde propítius; ut, perpétuis eórum præsídiis, a præséntibus perículis liberémur et ad vitam perveniámus ætérnam.

[Accogli, O Signore, i doni offerti in onore dei tuoi santi angeli; e concedici propizio, per la loro continua protezione, di essere salvi dai pericoli presenti e di raggiungere la vita eterna].

Præfatio

V. Dóminus vobíscum.
R. Et cum spíritu tuo.
V. Sursum corda.
R. Habémus ad Dóminum.
V. Grátias agámus Dómino, Deo nostro.
R. Dignum et justum est.

de sanctissima Trinitate
Vere dignum et justum est, æquum et salutáre, nos tibi semper et ubíque grátias ágere: Dómine sancte, Pater omnípotens, ætérne Deus: Qui cum unigénito Fílio tuo et Spíritu Sancto unus es Deus, unus es Dóminus: non in uníus singularitáte persónæ, sed in uníus Trinitáte substántiæ. Quod enim de tua glória, revelánte te, crédimus, hoc de Fílio tuo, hoc de Spíritu Sancto sine differéntia discretiónis sentímus. Ut in confessióne veræ sempiternǽque Deitátis, et in persónis propríetas, et in esséntia únitas, et in majestáte adorétur æquálitas. Quam laudant Angeli atque Archángeli, Chérubim quoque ac Séraphim: qui non cessant clamáre quotídie, una voce dicéntes:

[È veramente degno e giusto, conveniente e salutare, che noi, sempre e in ogni luogo, Ti rendiamo grazie, o Signore Santo, Padre Onnipotente, Eterno Iddio: che col Figlio tuo unigénito e con lo Spirito Santo, sei un Dio solo ed un solo Signore, non nella singolarità di una sola persona, ma nella Trinità di una sola sostanza. Cosí che quanto per tua rivelazione crediamo della tua gloria, il medesimo sentiamo, senza distinzione, e di tuo Figlio e dello Spirito Santo. Affinché nella professione della vera e sempiterna Divinità, si adori: e la proprietà nelle persone e l’unità nell’essenza e l’uguaglianza nella maestà. La quale lodano gli Angeli e gli Arcangeli, i Cherubini e i Serafini, che non cessano ogni giorno di acclamare, dicendo ad una voce:]

Sanctus, Sanctus, Sanctus Dóminus, Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra glória tua. Hosánna in excélsis. Benedíctus, qui venit in nómine Dómini. Hosánna in excélsis.

Preparatio Communionis

Orémus: Præcéptis salutáribus móniti, et divína institutióne formáti audémus dícere:

Pater noster,

qui es in cælis. Sanctificétur nomen tuum. Advéniat regnum tuum. Fiat volúntas tua, sicut in cælo et in terra. Panem nostrum quotidiánum da nobis hódie. Et dimítte nobis débita nostra, sicut et nos dimíttimus debitóribus nostris. Et ne nos indúcas in tentatiónem:
R. Sed líbera nos a malo.
S. Amen.

Agnus Dei

Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: miserére nobis.
Agnus Dei, qui tollis peccáta mundi: dona nobis pacem.

Panem cæléstem accípiam, et nomen Dómini invocábo.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.
V. Dómine, non sum dignus, ut intres sub tectum meum: sed tantum dic verbo, et sanábitur ánima mea.

COMUNIONE SPIRITUALE

Communio

Ps LXXV: 12-13
Vovéte et réddite Dómino, Deo vestro, omnes, qui in circúitu ejus affértis múnera: terríbili, et ei qui aufert spíritum príncipum: terríbili apud omnes reges terræ.

[Fate voti e scioglieteli al Signore Dio vostro; voi tutti che siete vicini a Lui: offrite doni al Dio temibile, a Lui che toglie il respiro ai príncipi ed è temuto dai re della terra.]

 Postcommunio

Orémus.
Sanctificatiónibus tuis, omnípotens Deus, et vítia nostra curéntur, et remédia nobis ætérna provéniant.

[O Dio onnipotente, in virtù di questi santificanti misteri siano guariti i nostri vizii e ci siano concessi rimedii eterni.]

Orémus.
Commemoratio Ss. Angelorum Custodum
Súmpsimus, Dómine, divína mystéria, sanctórum Angelórum tuórum festivitáte lætántes: quǽsumus; ut eórum protectióne ab hóstium júgiter liberémur insídiis, et contra ómnia advérsa muniámur.

[O Signore, abbiamo ricevuto i divini misteri nella lieta festa dei tuoi santi angeli; concedici che per la loro protezione, siamo sempre liberi dagli assalti dei nemici e difesi contro ogni avversità.]
Per Dóminum nostrum Jesum Christum …

PREGHIERE LEONINE (dopo la Messa)

RINGRAZIAMENTO DOPO LA COMUNIONE (2)

ORDINARIO DELLA MESSA

LO SCUDO DELLA FEDE (222)

LO SCUDO DELLA FEDE (222)

MEDITAZIONI AI POPOLI (IX)

Mons. ANTONIO MARIA BELASIO

Torino, Tip. e libr. Sales. 1883

Del Rosario

PARTE PRIMA,

CHE COSA È IL ROSARIO.

Siamo stati creati per servire Dio e per essere con Lui beati in paradiso. Ma troppo alto è il cielo e santissimo è Dio, e noi troppo in basso qui da potere a quell’altezza elevarci, e rendere a Dio l’omaggio che gli è dovuto. Gesù Dio col Padre, Uomo con noi, Mediatore tra il cielo e la terra, e Redentore pietoso resta qui con noi nel Sacramento a fine di attirarci con Lui a dargli gloria tra i beati in paradiso. Eterno Figliuol di Dio fa causa comune con noi, fino a dividere con noi le persecuzioni e i nostri dolori: compagno indivisibile del nostro pellegrinaggio ha tutto il suo interesse a salvarci, perché siamo del suo Sangue. Gesù è il Padre e noi siamo i suoi figliuoli, che lo circondiamo adunati nel bacio santo della fraternità. Egli il Pastore, e noi le agnelle nel pascolo a lui d’intorno: Egli la vite, e noi i tralci che da Lui tiriamo l’alimento. Egli la via; e bisogna a Lui venire per poter giungere alla patria. Egli la verità, la luce delle anime nostre nel cammino dal tempo all’eternità: Egli la vita, e al tutto è d’uopo farci dappresso a Gesù e camminare insieme con Lui, e così con Lui, e per Lui solo trovare la salute a vita eterna. Centro della vita cristiana è dunque Gesù in mezzo di noi nel Santissimo Sacramento; e noi dobbiamo cercare la più facile maniera per raccoglierci intorno a Gesù, per fermare sopra Gesù i fugaci nostri pensieri, e quasi camminar di conserva con Lui, a fine di giungere dove sono riposti gli eterni nostri destini, in paradiso. Ma chi potrà unirci a Gesù in tanta confidenza, anzi intimità di vita? Chi sarà da tanto, e così vicino a Lui, e con noi tanto buono da volerci pigliar per mano? Il nostro cuore sente che ha in cielo un tesoro di bontà tutto per noi: il cuore nostro sa per prova, che là ha una Madre che ci può tutto ottenere; il cuore nostro quindi si lancia in seno a Maria nella confidenza che Ella voglia fare tutto per noi, perché a Lei ed al suo Gesù costiamo troppi dolori; e là sul Calvario ben se l’intesero fra loro di salvarci. Ci si voleva dunque una pratica di pietà facile, popolare alla mano di tutti, la quale, per unirci a Gesù, ci facesse pigliare per mano Maria così vivamente da non lasciarla mai più, finché non ci abbia con Lei salvi in Gesù Cristo. E questa così utile, così santa e cara pratica di pietà è il santo Rosario, che noi pigliamo a spiegarvi, riserbandoci di esporvi la maniera di recitarlo in altre MEDITAZIONI. – Benedetto Gesù, quest’oggi ci mettiamo sotto il manto della vostra Madre Santissima, perché la ci conduca in seno a Voi a trattare col suo cuore; e Voi, o Maria Santissima, raccogliete la famiglia dei vostri figli intorno a Gesù a contemplarlo, ad amarlo, a seguirlo nella via del Paradiso, come impareremo a farlo nel santo Rosario. Dobbiamo dunque spiegarvi che cosa voglia dire recitare il santo Rosario. Recitare il santo Rosario vuol dire metterci da prima con cuore in Gesù nel santissimo Sacramento, contemplarlo in mezzo di noi, come è realmente in Persona; ed uniti con Gesù alzare le nostre preghiere a Dio Padre in cielo. Vuol dire, poi rivolgerci a Maria, e baciarle e ribaciarle la mano, e dirle tutto il cuore nostro, e pregar tanto la Madre nostra, finché non ci abbia menato seco con Gesù in paradiso. Noi studiamo di farlo col Rosario, in cui contempliamo la vita di Gesù e di Maria nei misteri: ivi con Gesù preghiamo il Padre divino nel Pater noster, e diamo la mano a Maria nell’Ave Maria. Perciò il Rosario è una preghiera la quale si compone della meditazione dei misteri, e del ripetere che facciamo il Pater noster e l’Ave Maria. Miei fratelli, a quest’ora, come un padre che vi ama tanto, mi abbandono del cuore a voi; ed io, e voi meditando che cosa sia il santo Rosario, vogliamo insieme far del Rosario la scuola delle cristiane virtù, ed imparare a pregare facilmente riflettendo sopra i misteri più augusti e più consolanti sul cuor di Gesù e tra le braccia di Maria. – Cominceremo dal considerare perché si recitano i Misteri.

LA MEDITAZIONE DEI MISTERI.

Al principio d’ ogni decina si recita il mistero per metterci dinanzi a contemplare Gesù e Maria, come li vedessimo in un quadro. Con questo immaginarli dinanzi a noi, fermiamo l’inquieto nostro pensiero intorno a Gesù e Maria: li seguiamo passo passo negli avvenimenti principali della loro vita, e pigliamo parte alle consolazioni, ai dolori, ai trionfi loro così cari ai nostri cuori. Vediamo bene, come li possiamo imitare nella povera vita nostra. Anzi ci pare di vederli stendere la mano a noi, per aiutarci a seguirli; e per poco ci sembra di udire Gesù, che con quel suo fare da Uomo-Dio, ci dica: Pregate, pregate; sono ancor Io qui a pregare con voi il Padre mio, che pure è vostro Padre. Date la mano alla Madre mia, che quando Io moriva vi diedi per vostra. Venite appresso a noi: mettete i piedi sulle orme dei nostri passi; patite con noi ancora un poco, e poi di certo sarete con noi in paradiso. Dove son io e la Madre mia, voglio pure insieme voi, miei figliuoli. Per tal modo col raccoglierci di tutta l’anima nei misteri a contemplare Gesù e Maria, e col tenere appresso col cuore a loro negli andamenti della loro vita, camminiamo di conserva con Gesù e Maria, cioè corriamo la via che ci mena al paradiso. Ve lo accenno in breve ora; ma questo vedremo poi estesamente nelle tre MEDITAZIONI seguenti. Eccoci ai misteri gaudiosi. Nel primo ci contempliamo dinanzi quel fiore di paradiso che è la verginella Maria salutata dall’Angelo. Nel secondo le corriamo appresso per la montagna, a fine di fare con esso lei opera di carità. Nel terzo consideriamo, anzi pigliamo tra le braccia il Salvatore divenuto ancor più amabile in quanto è bambinello piccino; e l’offriamo nel quarto sul petto a Maria, per metterci con Essi in mano a Dio. Lo cerchiamo nel quinto con Maria, e lo troviamo nel tempio; e quinci innanzi no, no, non lo vogliamo abbandonare più mai, ma vivere e fare tutte le nostre azioni della vita nostra uniti con Gesù sotto gli occhi di Maria. Passando al primo dei dolorosi misteri gemiamo con Gesù tutto bagnato di sudore di Sangue boccheggiante nell’agonia, e chiediamo al Padre perdono dei nostri peccati. Nel secondo a lui lo mostriamo tutto lacerato di piaghe in quella tempesta di battiture. Cadiamo nel terzo ai piedi del re dei dolori, il quale dal suo Capo coronato di spine piove Sangue sulla nostra testa. Pigliamo con Gesù nel quarto sulle spalle le nostre croci, e con Maria l’accompagniamo al Calvario. Ah nel quinto, tacciamo, tacciamo; ché gli strazi e la morte di Dio vogliono lacrime, e non parole. Al vederlo inchiodato in croce nascondiamo il volto in seno a Maria tutta cospersa di Sangue divino; e lasciamo che dica Ella tutto per noi con quel suo Cuore, in questa santissima, ma tremenda contemplazione. Ora poi nel primo mistero glorioso giubiliamo con Gesù risuscitato; ci infervoriamo a combattere, perché Egli è risorto, e noi risorgeremo con Lui a vita eterna. Nel secondo su, su leviamo il cuor nostro con Gesù a speranza di paradiso. Egli cel conquistò, ce lo ha aperto, e ci stende la mano a salire anche noi. Nel terzo contempliamo coll’anima in cielo in seno al Padre ed al Figlio l’eterno Amore, Spirito consolatore; e gli mettiamo innanzi Maria a pregarlo che discenda nei nostri cuori, e conforti la Madre nostra la povera Chiesa in tante tribolazioni. Nel quarto elevati al Cielo presso il trono di Maria, Le piangiamo appresso gridando: anche noi, anche noi con voi…. o Gesù…. o Maria. Nell’ultimo: al paradiso! al paradiso! Concittadini del Cielo gustiamo già fin d’ora colla speranza un sorso della beatitudine nostra in Dio, in Gesù, con Maria, e coi beati ingolfandoci nel gaudio dell’eterna gloria. Per così soavi contemplazioni dopo esserci elevati dell’anima in paradiso ricadiamo a terra, e consolati ripetiamo tante volte: Gloria al Padre che mandò, per salvarci, il suo Figlio: gloria al Figlio che, fatto Uomo, sì è dato tutto per noi: gloria allo Spirito Santo, che ci santifica mediante i meriti di Gesù, per averci beati in seno a Dio… Ma il cuor nostro mette ancora un sospiro…. Oh gran Dio delle misericordie, traete anche le anime del Purgatorio ad amarvi in Paradiso! Eccoci adunque come nel santo Rosario noi scorgiamo il Cielo che ci aspetta, Gesù qui con noi in persona, per aiutarci a salire, Maria di là che ci stende la mano; ed in così santi pensieri, in tanta piena d’inesprimibili affetti abbiamo bisogno d’una parola la quale dica tutto; poiché si vorrebbe, ma non si può dire, con umana parola. E Gesù che non manca a nessuno dei nostri bisogni, mette sul nostro labbro di terra la sua divina parola. Questa parola è il Pater noster, per mezzo della quale noi col tremito della tenerezza potremo sfogarci col Padre nostro in cielo. Questa è la ragione, per cui recitiamo in tutti i misteri il Pater noster.

Il Pater Noster.

Noi diciamo con fiducia Pater Noster, perché  quando siamo uniti con Gesù, che qui con noi preghi nel Sacramento, Egli pare che ci dica: pigliate coraggio, poveri miei figliuoli, giacché in cielo abbiamo il Padre della bontà, il quale è nostro, e di là ci guarda con compiacenza; ed oh! vel dico Io, se vi ama! Egli è desso che mi mandò, che volle venissi pur a morire per salvarvi! E questo ancora: se non vi perdeva di vista quando gli eravate nemici, pensate, che vi potrà mai negare il Padre di tutti beni, ora che gli siete buoni figliuoli. Noi qui fermandoci a contemplar (quasi per renderci più teneramente consapevoli della nostra fortuna), inteneriti alle lacrime gli diremo in risposta: Oh Figliuol di Dio santissimo, voi siete proprio qui colle vostre Piaghe aperte, con questo vostro Cuore che dà del suo Sangue….. Sì, sì! ardiremo dire con voi: O Padre nostra siete nei cieli! Grande Iddio! avete un bell’essere grande, ma noi pur tra la gloria della vostra maestà vi conosciamo che ci siete Padre. Ah vi siete lasciato conoscere per Padre quando mandaste il vostro Figlio a farsi uomo con noi. Deh, Signore, dagli altissimi cieli abbassate lo sguardo sopra questa terra: essa è bene la poca cosa davanti la vostra Divinità; ma sopra questa povera terra abita qui con noi l’eterno vostro Figliuol Divino, di cui tutto vi compiacete, il quale fa causa comune con noi, e con noi grida: o Padre nostro. « È dunque, dice s. Cipriano, il Pater noster la più bella delle preghiere, la quale si innalza diritta al gran Padre dell’universo sotto la forma della figliale affezione; dessa è il grido del Figlio di Dio e di noi figli del suo Figlio al cuor del Padre che abbiamo in cielo. Deve dunque esser per noi la cara cosa ripetere sempre: o Padre, o Padre nostro! » Pigliamo coraggio. – E che? Il buon Pastore, se sente la pecorina belare tra i precipizii, la sia pur scappata la cattivella, corre subito a strapparla via di bocca al lupo, sulle spalle se la porta a seno. E che? Dice ancora Gesù, se vi venisse un amico pure in sulla mezzanotte a bussare alla porta, e gridasse sotto la finestra: — amico, sorgi su; ve” mi giunge or ora da lunga via un amico, ed io non ho neppur un pane da mettergli innanzi; deh imprestamene qualcuno da apporgli, — voi gli potreste dire: ma la è mala creanza disturbarmi a quest’ora! Vedi, io, i miei figliuoli, i miei servitori siam già coricati? e se l’amico non si parte per questo, e batte ancora alla porta: Amico, non negarmi un po’ di pane per carità! Voi non foss’altro, almeno per levarvi quell’importuno, vi alzereste dal letto, e non pur del poco pane, ma lo vorreste fornire di tutto. Voi che non siete poi tanto buoni vorreste fare così coll’amico che vi disturba. Pensate ora che non farà il Padre della bontà divina quando sentirà le nostre voci con quella del Figlio suo gridare tante volte: O Padre nostro, che siete ne’ cieli liberateci dal male. — Il Padre mio, continua Gesù, vel dico io, vi ascolterà. — Si, sì, stiamo pure alla parola di Gesù, che se lo conosce bene il Padre suo. Egli ce l’assicura le tante volte col dirci: « domandate e riceverete; battete e vi sarà aperto, cercate e sì che troverete..» Adunque non ci resta, che pigliarci sul cuore di Gesù, e con lui mettere gemiti verso del cielo : egli è certo che con Gesù tra le braccia, ci faremo ascoltare. Difatti, se una poverina di madre sta col bambinello delle viscere sue, morente di fame alla porta di un ricco buono in una brezza d’inverno che taglia la vita, e il bambino vagisce, egli apre subito la porta, ed ah! le vede sul petto quel bimbo colle braccioline che cadon giù, cogli occhietti annebbiati, gemente, consunto in quei cenci. Non pure il buon ricco, ma chiunque che non avesse che un sol boccone di pane, se lo toglierebbe di bocca per far carità al meschinello. Pensiamo adesso che non vorrà fare con noi la bontà di Dio, quando sente noi poverini, o meglio, sente il Figliuol suo colla nostra, che è sua parola gemere alla porta del cielo, anzi battere al suo cuore paterno! – Su, su dunque; pigliamoci sul cuore Gesù nel Sacramento, e nel Rosario quì presso la porta del cielo, mostriamolo che vagisce Bambino ancora fasciato tra le angustie delle nostre miserie. Su, su; nel Rosario presentiamolo. tutto bagnato di Sangue con ansioso lamento in passione tra le braccia a Maria colle Piaghe sue e le piaghe nostre, che par che senta in se stesso: su, su; nel Rosario leviamo al cielo le braccia, additandolo al Padre che lo tien alla destra in gloria, mentre è pur qui tra noi tutto nostro: battiamo alla porta del cielo: torniamo a battere ancora, dice s. Cipriano; gridiamo, e torniam a gridare: o Padre, o Padre nostro! Oh! se la conosce il Padre la voce del Figlio, che grida di fuori! È la voce del Verbo che gli esce di seno! Il Padre divino, Egli ci par di vederlo tra lo splendore dell’eterna gloria dissipare colla paterna mano i raggianti baleni della sua inaccessibile luce, e guardare giù. Scorgendo il Figliuolo della sua sostanza a supplicare con noi poverini….. ah! ah! il Padre Divino anche a noi risponde col sorriso di Padre…. Sì veramente: noi vorremmo giurarvi che possiamo tutto con Gesù, tutto ottenere da Dio. Ma chi vorrà darci tal confidenza da metterci sul cuore nostro Gesù? Chi?… La sua Madre la quale ce lo portò in terra. Salve dunque, salve o Maria, o gran Madre di Dio, prega Tu per noi peccatori!

Ave Maria.

Né qui è mestieri di molte parole, per far intendere perché ci rivolgiamo a Maria. Sollevati col cuore in paradiso noi così miserabili, in terra abbiamo bisogno d’un cuore che ci voglia il maggior bene senza guardar tanto alle nostre miserie: abbiamo bisogno di un cuore che interpreti tutto quanto il cuor nostro, e che pigli a far tutto per noi. Eh sì: ci si vuole il cuor di una madre, ma che sia da tanto da far rispettare il suo amore, e farsi ascoltare da Dio. Ebbene la fede nostra ce l’addita in cielo sì fatta Madre, e il nostro cuore sa per prova di avere là Maria SS., la Madre di Gesù che Egli ci diede per Madre nostra; e Maria ci ama dell’amore di vera Madre. Ma poveri noi che siam così meschinelli!… Oh! ma appunto, appunto per questo con Maria è da pigliar maggior confidenza. La madre quanto più è deforme il suo figliuolo con tanta maggior compassione lo piglia ad amare: non vi è storpiatello e brutto di bimbo il quale non abbia goduto in seno alla madre le più care tenerezze; ed il rifiuto di tutti è il più caro amore della madre. Ella lascia talvolta andare in festa i suoi figliuoli ben portanti sì, ma, la buona, rimane in casa tutta cura nel melanconico suo amore a tener consolato il figliuol più meschino. –  Che mistero è mai l’amore! egli si pascola volentieri di patimenti per l’oggetto che prende ad amare; e, quando più ha da patire per chi gli è caro, diventa tanto più vivo l’amore e più generoso. Ecco perché le madri amano più vivamente; gli è perché i figli costano loro troppi dolori. Sicché vi ha talvolta una madre che è ad un fil di vita ridotta a morirsi a fine di dare la vita al bimbo suo; ma quando la buona sel vede per dinanzi ricordando gli spasimi per lui sofferti, se lo stringe al seno con tenerezza più viva; e per vendicarsi, gli stampa in volto un caldo bacio. Con questo pensiero noi ci poniamo sul Calvario appiè della croce, quando Gesù moriva per salvare gli uomini perduti a morte in Adamo, e col suo sangue ricreava gli uomini alla vita eterna, facendoli diventare figliuoli di Dio. Contempliamo il mistero della misericordia divina. Come il primo Adamo, negando ubbidienza a Dio, ci perdette tutti, così Gesù, quale secondo Adamo riparatore, si offriva alla volontà di Dio per salvar tutti, col morire per noi. Allora sotto l’albero della colpa stava Eva con Lui d’accordo a nostra rovina. Ancora sotto la croce di Gesù correva pure Maria, e con Lui offriva del suo Sangue nel Sangue del suo Figlio. Quando Gesù agonizzava in croce, il Sangue pioveva giù dalla testa, grondava giù dalle mani, scorreva giù dai piedi, e Maria stava sotto la croce; e il Sangue di Gesù cadeva sul capo, sul volto, sulle mani, sulle vesti a Maria. Gesù, quando si vide lì sotto la sua Madre tutta bagnata di Sangue, ce la diede per nostra Madre. Appunto appunto allora quando Gesù stava per morire e lasciarsi squarciare il petto a fine di mandare dal Cuore il Sangue più vitale, e dare alla Chiesa sua sposa nei sacramenti la virtù di ricreare i figliuoli del Sangue suo alla vita eterna, a somiglianza del Creatore il quale prepara una madre, quando sta per nascere il bimbo, così Egli a noi che dovevamo rinascere figliuoli di Dio, preparava la madre, e per madre nostra ci dava la sua. Maria è pertanto Madre, perché cooperò a ricrearci col Sangue del suo Figlio; e noi siamo figliuoli del suo dolore. Le madri poi sono sempre madri, eziandio coi figlioli che siano stati cattivi. Provati (vorremmo dir qui, se mai si potesse supporre un figliuolo snaturato così da maltrattare la madre) provati, dopo i maltrattamenti di correre piangendo a baciarle la mano, per domandarle perdono, e noi ti assicuriamo, che questa povera madre ti perdonerà col pianto. Così, costandole noi troppi dolori, Maria troppo più vivamente ci deve amare. Ma vi è ben altra cara ragione per cui Maria è Madre nostra. – Qui giova penetrare nel mistero per comprendere bene e gustare come Maria è proprio la nostra Madre. Ed invero le madri sono madri, perché i figliuoli sono del loro sangue; ed a quel modo che una madre può dire al figliuolo delle viscere sue: cara la vita mia! tu sei il mio sangue, così Maria può dire al suo Gesù, perché il sangue di Gesù viene dal cuore di Maria: vita mia! siete voi Sangue mio! Ora il Sangue di Gesù viene con noi in comunione di vita; e Maria vede in noi il Sangue di Gesù suo Sangue. Ah! noi l’intendiamo questo col cuore; e se ci si permettesse un’espressione ardita come l’amor che sentiamo, noi vorremmo dire, che Maria ci guarda più che figliuoli adottivi, ma siccome figliuoli di Sangue. Ora pensiamo qui: se mai vi fosse una madre così fortunata nel mondo, la quale avesse il figlio suo primogenito diventato per avventura il più gran re dell’universo, e poi avesse altri figliuoli dispersi per la terra in abbietta miseria; e il figliuolo suo buono la volesse in reggia onorata regina alla sua destra in trono, dite chi mai vorrebbe al figlio suo in tanta gloria raccomandare in prima se non i poverini suoi figliuoli? Racconteremo un fatto. Di Napoleone, che da umile stato era diventato il più gran re dell’Europa, si racconta, come ad ogni sua nuova conquista volesse egli stesso portare la novella alla propria madre Letizia, a fine di godere della materna consolazione; e come la madre gli rispondesse ogni volta: ne godo assai; ma e i vostri fratelli? e che pur finalmente gli dicesse l’imperatore figliuolo: Mamma, per compiacervi uno de’miei fratelli farò re di Spagna; l’altro re di Portogallo, poi l’altro re di Vestfalia; e quanto alla sorella farolla regina d’Etruria. Vuolsi che a questo la madre con un lungo sospiro gli rispondesse: la vostra madre è felice. –  Deh! fate coraggio e consolatevi, o poveri figliuoli di Maria: la nostra madre è coronata in cielo in trono col Figliuol suo divino. Maria contempla in Paradiso tra lo splendore della divinità il Figlio suo in seno al Padre, e guarda in terra a noi poverini suoi figliuoli in tante miserie; e lì lì scorgendoci per perderci ad ora ad ora: Oh! Figliuol mio, gli dice: gli è Sangue nostro in quei meschinelli! Essa contempla in cielo nel Figlio le gloriose Piaghe e: Figliuol mio, gli soggiunge, queste piaghe nostre le soffrii di riverbero nel mio cuore; e quel Sangue che voi spargeste, venne dal mio seno: poi contemplando in terra le piaghe nostre, e gli ripete: mi par di sentirle nella mia persona quelle loro miserie, perché sono madre vostra, e madre anche di loro! Maria si fissa in cielo nel Costato aperto; e: Mio Gesù, esclama, questa ferita poi la sentii tutta io sola nel mio cuore; deh salvatemi i figli di tanto dolore! Su dunque, da questa povera terra alziamo le grida e il cuore alla gran Madre di Dio, e salutiamola, che è madre nostra. Fortunati noi i quali abbiamo tali parole da dirle, che nessuna creatura si è mai sentito a dire più belle. Queste sono le parole dell’Ave Maria. E da chi le abbiamo imparate? dall’Angelo Gabriele, da santa Elisabetta e dalla santa Chiesa. – Allorché 1’Arcangelo Gabriele fu mandato da Dio a Lei verginella Immacolata in terra per annunciarle che nel suo casto seno dovea nascere il Figliuolo, quel principe del cielo la salutò con tali parole: « Dio vi salvi, o piena di grazia; il Signore è con esso voi; benedetta Voi siete in fra tutte le donne. » I fedeli dell’universo unanimi raccolsero questo saluto e lo ripeterono d’età in età in ogni angolo della terra; e dal fondo di questa valle di lacrime, si vanno consolando tutti a vicenda in ripetendo alla madre del Salvatore « Dio ti salvi, o Maria. » Queste parole debbono commuovere le viscere della Madre di Dio in cielo. Esse ricordano e la predilezione mai più udita di Dio per Lei, e l’istante in cui Ella cominciò ad esser Madre divina, e la sua virtù con cui si metteva nelle mani di Dio, pronta al tremendo martirio di offrire alla morte il Figliuol dell’Eterno, le viscere sue. Poi, a fine di intenerirla più vivamente noi le ricordiamo le consolazioni della carità nell’umana famiglia; e le benediciamo in | seno con l’ispirata Elisabetta il Figliuol del suo Sangue. Infine, acciocché la sia tutta per noi questa Madre divina, colle parole della Chiesa da ogni angolo del mondo le raccomandiamo i bisogni nostri ed il massimo di tutti, quello di spirarle tra le braccia nell’agonia, conchiudendo: « Prega per noi adesso e nell’ora della nostra morte! » Avvi adunque nell’Ave Maria il saluto del cielo, le benedizioni di un ispirato da Dio; e inoltre le grida de’ poveri figliuoli del Sangue del Figlio suo divino. Ora si domanderà di nuovo il perché si ripeta tante volte Ave Maria? per rispondere bisognerebbe saper dire il perché i veri amanti si compiacciano di ripetere le loro più calde espressioni: bisognerebbe sapere spiegare il perché nella vivezza dell’affetto il cuore non si sazi mai di palpitare; anzi come i palpiti medesimi formino il pascolo dell’istesso amore. – Noi però possiamo qui osservare, come eziandio la poesia e il canto, che sono il linguaggio dell’amore, hanno le loro cadenze e posate a misura: ed hanno gl’intercalari, i quali sì ripetono sempre gli stessi. In questi pare che l’anima si fermi a riposo, quasi per pascolarsi a bell’agio di ogni fior di bellezza che le ride d’intorno. Osserviamo anche come nei Salmi quasi di ogni verso la prima parte esprime un pensiero, e la seconda ne ripete il concetto con una cotal simetria: e come allora che si fa più vivo l’affetto, persino proprio le istesse parole tante volte ripetute rendono l’espressione più forte. – La musica poi questa bellissima espressione del sentimento, la quale solleva l’anima nostra e quasi le ali d’angelo le impenna, incominciar suole con un motivo, e tutta vivacità e movimento ed affetto colle onde dell’armonia ci trasporta ne’ campi dell’immaginazione. Quindi quasi a riposare del vagare incerto si raccoglie tratto tratto, e ci rimette in quiete. Poscia ricominciando coll’istesso motivo primiero, ritorna più vivace, e brilla ne” trilli, e s’insegue nelle fughe, e mobilissima al paro dei pensieri dinanzi le varie tinte de’ tuoi affetti ti colora. Aspettiamo un’istante: essa si calma e ritorna ancora sull’istesso motivo. Si direbbe che in quei ritorni l’ispirazione piglia forza a nuovi slanci: e noi ci troviamo come contenti che il tempo del ritmo moderi gli slanci, raccolga i voli e misuri i passi, e così nell’armonia ci ritenga soavemente. Non altrimenti avviene a noi nel Rosario. Noi riposiamo in seno a Maria e le diciamo tutti i nostri segreti: e per questo che le confidiamo noi stessi, pigliamo cuore a confidenze sempre più intime. Colle istesse parole sono diverse assai le cose che le vogliamo dire; è ponendole dinanzi tutti ì nostri bisogni nella piena del cuore ritorniamo a ripetere: Ave Maria, Ave Maria! –  Ma noi vogliamo far intendere fino ai bambini, il perché del ripetere continuo che facciamo: « Ave Maria ». Signori, degnatevi di abbassarvi alla cara semplicità dei bimbi, a cui ci vuol ridotti il Vangelo, ed ascoltate. Immaginate una tenera madre, la quale, di ogni più fine cura circondato il bambino suo, sì lo compone a sedersi sul preparatogli guancialetto. Affinché nulla gli manchi ella gli cerca e pone tra mano i ninnoli a giuocherellare; e quindi, credendolo quieto a trastullarsi, dassi tosto alle faccende domestiche. Il bambolo giuoca per poco, ma poi lasciandosi i ninnoli andar dalle manine, dice: Mamma! con voce amorosa. La mamma è subito a lui, e gli dà un bocconcino; ma il bambino lo lascia tosto cader di bocca, e torna ad esclamare: Mamma!… e la mamma gli porge un po’ d’acqua; ma il bimbo torce dal nappo la testolina, e col riderle negli occhi par che le dica: « E del cuore vostro che voglio io, o mamma, » e ripete ancora: « mamma, e mamma ancora ! » Insomma né il bambino, crediamo, si stanca mai di chiamar la madre, né la madre è mai che si annoj di sentirsi chiamar mamma; né certo principessa o regina sarebbe mai tanto pretendente in orgoglio da sgridare il bimbo, e dirgli: Finiscila una volta con quella tua voce sempre l’istessa: chiamami o principessa, o regina! No, no: né bimbo, né madre non si sazian mai delle ripetute carezze, e dei cari vezzi amorosi. Parimenti noi non ci troviamo mai così bene come quando siamo tra le braccia di Maria a trattar con Dio. Quindi noi non rifiniamo di dirle le tenerezze nostre infinite, di baciarle e ribaciarle le mani, e « di farla interprete con Dio delle nostre parole piene di pianto!… Sî, sì noi la pregheremo continuamente per ora, e per l’istante della nostra agonia, in cui le vogliamo volare in seno… Ave Maria, ora pro nobis nunc et in hora mortis nostræ. Ora se vi è chi non intenda perché noi replichiamo tante volte Ave Maria, povero a lui, egli è senza cuore, oppure non conosce le vie del cuore. Noi godiamo invero di immaginarci nelle case cristiane le famigliole raccolte appiè dell’immaginetta di Maria. Al lume della lampadella tremolante come i nostri cuori innanzi al tabernacoletto, stanno e giovani e più attempati in belli gruppi graziosi; ci par di vedere gli angioli confusi con esso loro a gara fornire ghirlande di rose in recitando il Rosario, ed intrecciare in mezzo ai misteri gaudiosi, come dir perle di candor che innamora: metter dentro, quasi rubini rosseggianti del Sangue di Gesù, ai dolorosi misteri: e diamanti lucentissimi di celeste splendore insertare nei misteri gloriosi, e tutti insieme facendo corona a Maria. Godiamo, godiamo che le nostre famiglie riposino dai travagli della povera vita la sera aspirando i profumi di una vita migliore nel santo Rosario. Noi vogliam con essi ripetere in questo gaudio: « Gloria a Dio, e requie, e luce eterna ai vivi ed ai morti con Gesù, con Maria in Paradiso. » – Ma ahi! che in questa povera valle innaffiata di lagrime strisciano dei rettili a cui fanno noia persin le rose; ed un brutal uomo ebbe l’audacia di stampare sopra una gazzettaccia che fa schifo, il Rosario essere una preghiera stupida !…. Oh!…. oh!…. stupida preghiera il Rosario? Fratelli, trattenete lo sdegno…. perché quel miserabile non poteva che dire così. S. Paolo ci avvisa, che certe bestie di uomini…. animalis homo, non gustano punto le cose di Dio. A questi uomini bestie avviene come ai ciacchi indegni che si avvoltolano in fango. Se mai nel grufolar le immondezze accadesse lor davanti una corona di gioie, l’accefferebbero i brutti col grugno affine di succhiarvi il sudiciume; ma poi rigetterebbero stupidamente le pietre preziose troppo dure alle loro zanne, perché non hanno sapor di schifezza. Così questi miserabili chiamano stupida pratica il santo Rosario, abbandonati che sono da Dio al reprobo senso: abbietti in vita bestiale, quando trattano le immondezze sono nella lor beva allora, e tuffati perdutamente a gola guazzano in brago…. Noi via via torciamo lo sguardo, noi figliuoli di Maria, perché costoro danno in feccia e scolatura d’ogni ribalderia. Ma se i rospi gracidan nella melma e si rituffano nel fango, non ci curiamo di loro altrimenti, e passiamo, senza neppur guardarli, a salutare nel Rosario Maria. – Quando poi vediamo questa pratica del Rosario, usata dai Cristiani nei maggiori loro bisogni, attraversare tanti secoli e conservarsi con sentimento così vivo, così tenero ed universale, noi allora conchiudiamo che questo sentimento deve essere l’effetto di quell’istinto meraviglioso il quale guida divinamente i fedeli nelle pratiche della pietà, anima ed espressione della fede e della vita cristiana. $i, il Rosario deve essere in armonia coi bisogni del cuore dell’umanità cristiana, perché essa tutta comunemente lo adottò e pratica sempre; ed ottenne con esso da Maria i più belli favori e le più care grazie. Ma per dare ai fedeli questa maniera di conversare beatamente con Dio colla forma del santo Rosario, Egli ci voleva un’anima la quale sentisse ben addentro nelle cose del Signore. Ebbene san Domenico fu l’uom fatto secondo il cuore di Dio, per farsi interprete della Chiesa e dei suoi figliuoli. Egli insegnò la formola del santo Rosario: e se ne fece un’arma per abbattere gli Albigesi i quali con mostruosa eresia volevano fare gli uomini un branco di bestie matte e furiose, rotte ad ogni libidine. Tutti i fedeli contenti di averlo da lui imparato se lo insegnarono l’un l’altro, e nol dimenticarono mai più. Non vi è madre cristiana, la quale non l’abbia coi figliuoli recitato. In ogni magnifico tempio, come in ogni chiesuola, nei palagi dorati, come nelle più povere casette dinanzi ad una preziosa immagine come ai piedi di una madonnina di gesso, pontefici, re, regine, artigiani e contadinelle tutti dicono i loro bisogni alla gran madre di Dio nel santo Rosario. Vengono in esso i sacerdoti a dar mano a Maria, e ad offrirsele ad accompagnare Gesù, come Ella, fin sotto la croce, nel sacrificio, il quale sull’altare si ripete. Le sacre vergini sposate a Dio, le giovanette e i fanciulli mettono in salvo i loro gigli in seno all’Immacolata in ripetendo a coro come gli Angioli: Ave Maria. Le monache offertesi al martirio della carità e le povere madri martiri delle famiglie pigliano piangendo in grembo a Maria il balsamo da medicare le piaghe umane ripetendo a gemiti: Ave Maria: le Sacramentine poi gementi d’amore davanti a Gesù nel Sacramento, esclamano tutto il dì e tutta la notte: o Maria, o Maria la benedetta, benedite voi a questo Amor nostro, Gesù, a cui non sappiam meglio parlare che col vostro Cuore!… Ed il povero popolo, quando si trova intorno all’altare e sa che Gesù tratta i suoi interessi col Padre in cielo, va ripetendo ave, ave, Maria, dite voi tutto a Gesù per nol peccatori. Sol che egli si fermi in Chiesa a trattare con Dio, si mette col Rosario tra le braccia a Maria; e quando gli muore sul labbro la parola della preghiera almen si consola, e devoto, come già s. Stanislao Kostka, di tenersi legato alle mani convulse il santo Rosario, come la più bella cosa da presentar alla Regina Madre della misericordia arrivato in Paradiso. Al Rosario sì, al Rosario non altrimenti che i popolani stendono la mano e il cuore anche gli uomini grandi. Il fiero connestabile Anna di Montmorency col Rosario in mano alla testa del cattolico esercito francese contra gli Ugonotti protestanti arrabbiati, mentre dava l’attacco della battaglia si segnava di croce alto gridando: Padre nostro, del cielo… liberaci dal male! Poi: Ave Maria! e tuonava il suo comando: battaglioni, avanti, attaccate alla destra. — Appendeva all’arcion della sella la corona, balenava come un fulmine innanzi a loro nella mischia; e, fugato il nemico, ripigliava in mano il Rosario dicendo: Santa Maria, prega per noi peccatori. Poi: Ave Maria… Battaglioni, attaccate alla sinistra, al centro; e sfondato l’inimico, ripigliava dalla sella in mano la corona dicendo: Santa Maria, prega per noi! — Ah fratelli, se si recitasse ancor da tutti noi il Rosario, non ci colpirebbero tanti insuccessi. Anche Enrico IV confessava altamente che sul trono recitava il Rosario almeno al sabato e alla domenica. Ricorderemo una gloria del Piemonte. Emanuele Filiberto di cui fu detto che non ebbe mai paura in tutta vita, fugati i francesi a S. Quintino, e così fermati i piemontesi sulle Alpi della Savoia, come nelle tende dei forti alla difesa d’Italia e formavale una sicura barriera. Ritornato trionfalmente in Torino il bravo duca alla testa di quella truppa d’eroi, e circondato dai cavalieri dell’Annunziata, fissati per legge in numero di Quindici ad onore dei Quindici Misteri, andava processionalmente recitando coi prodi la Corona a ringraziare della vittoria riportata, Maria santissima nella chiesa del Rosario. Nell’assedio di Torino, mentre cadevano le bombe ad incenerire la città, il beato Sebastiano Valfrè per salvarla, raccoglieva gli inermi innanzi alla cittadella a recitare il Rosario. Ma era riserbato a s. Pio V l’onore di francar col Rosario l’Europa dalla Turchia che la minacciava di schiavitù, giurato avendo il Sultano di voler tagliar la testa a tutti i Cristiani. Pio raccoglie dall’Italia, dalla Spagna e da altre nazioni quel po’ di navi che poté…. Era l’Europa nel più terribile frangente; ma il Papa ordina di recitare il Rosario dappertutto. Nell’ora del cimento Giovanni d’Austria colla bandiera di Gesù in passione dal santo Pontefice a lui affidata, stava nel golfo di Lepanto alla presenza della spaventosa flotta turchesca. Tremendo istante! Le due armate si guardano in solenne silenzio: Giovanni ritto in alto sulla capitana si segna di croce, mette un grido al Padre nostro in cielo, e poi: Ave Maria! e le flotte son nell’attacco. Si alza un vento e spinge le navi cristiane contro la flotta dei turchi: l’Europa è salva, perché la salvò Maria nel Rosario invocata. Pio era in Roma le cento e cento miglia lontano circondato dai cardinali; aprendo in quell’istante la finestra esclamava il Pontefice del Rosario: Ringraziamo Dio, che per Maria siamo salvati. La Chiesa consacrò la vittoria della libertà europea con una festa solenne, che Gregorio XIII volle si chiamasse solennità del santo Rosario, la prima domenica di Ottobre. Conchiuderemo con le approvazioni dei sommi Pontefici le quali per noi cattolici valgono più di tutte altre ragioni a raccomandarlo. Nicolò V, Urbano IV, Innocenzo VIII, Leone X, Adriano VI, Clemente VII, Paolo III, Pio V, Urbano VIII lodarono ed approvarono sommamente il Rosario, e concessero tante indulgenze, per cui guadagnare debbono i fedeli farsi ascrivere alla Compagnia del santo Rosario. Madre di Dio e Madre nostra onnipotente, voi scorgete come freme orrenda e universale la guerra contro i fedeli: un altro Pio ricorre a Voi egli che vi proclamò Immacolata, forse perché nella maggior vostra gloria schiaccerete col piede immacolato la testa alla massima delle eresie!… al panteismo truce il quale si traduce praticamente in latrocinio universale, ed in delitto legale!… Noi non ardiremo più in là; ma pure inabissati nel nostro nulla, mentre nello scuro e pauroso orizzonte muggisce tant’orribile burrasca, nello splendore del vostro trionfo noi vogliamo gridare: Oh vedi l’arcobaleno annunziator della pace all’universo cristiano. È Maria proclamata da Pio IX Immacolata: Maria aiuto al tempo opportuno che noi invochiamo col Rosario. Il quale vi mostreremo a recitare nelle seguenti MEDITAZIONI.