LE BEATITUDINI EVANGELICHE (-3B-)

LE BEATITUDINI (3 B)

[A. Portaluppi: Commento alle beatitudini; S.A.L.E.S. –ROMA, 1942, imprim. A. Traglia, VIII, Sept. MCMXLII]

CAPO TERZO

Beati qui lugent: quoniam ipsi consolabuntur.

Beati i dolenti

III

BEATI I DOLENTI PERCHÉ SARANNO CONSOLATI

PIANGERE CON GLI AFFLITTI

Quanta finezza di sentimento occorre allo spirito, che voglia prender parte al dolore che rode e logora fuori di sé i prossimi! Sa rilevare tutte le sfumature che il male presenta nella esistenza altrui. Una intuizione profonda, che raggiunge le fibre più delicate dei cuori. Una esperienza, che consente di capire ogni palpito dell’animo nel suo corpo. Una simpatia per la nostra misera natura, che assomiglia a quella del Signore Gesù. La sensibilità, che giunge fino a soffrire davanti al male del prossimo, è un dono della grazia e l’espressione della sua intera efficacia sulla nostra natura. L’invito di Paolo ai Romani di entrare nell’ambito della solidarietà umana, alla quale non erano educati, ha bene un valore in questo argomento.

« Gaudere cum gaudentibus, fiere cum flentibus— godere con chi è lieto, piangere con chi è nel dolore» (Rom., XII, 15) segna un bel passo avanti perla morale di costoro; e addita altresì alla loro volontàdi bene un punto alto del nuovo monte della perfezione.Mentre esso esige finezza la provoca e la sviluppa.Avranno forse i Romani opposto delle difficoltàall’Apostolo, per questo alto invito? Non sappiamo;ma certo la prospettiva era lontana dalla consuetudinedel loro mondo. Ma dove difetta la natura o laconsuetudine entra plasmatrice l’educazione. La Religione cristiana è interamente tesa all’affinamentodelle anime, alla compiutezza del loro sforzo verso lacompassione dei deboli, degli afflitti, delle vittime delmale. E non per mollezza, per fatua commozione, ma per aver letto giusto nella parola del Signore. La Religione sua infatti ci insegna efficacemente, che la vita non è lotta di interessi, ma gara di servigi, e talora vicendevole scambio di amarezze, le quali scompartite si fanno dolci, ma anche dolcezze, che partecipate diventano più gustose. Questo stato d’animo è frutto della generosità divina. Nessuno, che osservi solo dal lato umano la solidarietà del dolore, ne capirà mai qualcosa. Perché moltiplicare il patire? Non basta quello che c’è? E l’essere in molti a soffrire accosta forse all’ideale, che sarebbe la serenità e il benessere d’ognuno? « A chi tocca la tocca », ripetono taluni con irrisione. Quelli che soffrono, si dice pure, sono le retroguardie del mondo che cammina verso la piena gioia; sventurati coloro che rimangono indietro; ma noi non sappiamo che farci. È evidente, che la compassione è virtù cristiana. Esige pertanto una intima elaborazione del precetto della carità. I più sono sul versante della mondanità paganeggiante. Non conoscono i vocaboli atti a esprimere il patimento dei fratelli prossimi e lontani, noti e ignoti, buoni e cattivi. È dunque un privilegio partecipato da Dio a chi fa di meritarselo. È un fattore che prepara la nuova umanità foggiata secondo il Vangelo. Dono di Dio, che ci conferisce qualcosa dell’anima di Gesù suo Figlio, il quale si abbandonò alla passione e alla morte per noi — « prò nobis». Il modello di ogni reale e sentita solidarietà umana.

L’EROISMO DELLA COMPASSIONE

Nella famiglia cristiana non occorre predicarla. È un bisogno spontaneo e un dolce dovere dello spirito. La madre, che consuma le notti al capezzale del figlio o del marito, è documento quotidiano della efficacia dell’esempio di Cristo. Il padre, che fatica e rinuncia per il benessere della famiglia e vive appartato da distrazioni e da diporti, perché nulla manchi al desco e all’agiatezza della sua casa, è normale. Non abbisogna di descrizioni, né giova inculcarlo. Ci si stupisce davanti al contrario come contro la natura. È contro alla natura sublimata da Cristo nostro Signore. Poiché incontriamo tra le nostre file non solo la generosità, ma altresì l’eroismo della virtù. Non hai scoperto chi benedice le prove della vita, le fatiche e i dolori come un grande onore, come l’onore di ricevere sulle proprie spalle la Croce del Signore e di salirvi insieme con lui? Il dolore diventa dentro di essi una gioia. Ecco una consolazione, che Gesù ha promesso a chi piange. Una soddisfazione pronta, immediata, evidente e tangibile. « Iuxta est Dominus hiis qui tributati sunt corde— il Signore è vicino a coloro che sono tribolatiin cuore » (Sal., XXXIII, 19). Sai d’essere sotto gli occhi di Lui, che ti guardacon compiacimento, poiché accetti di salire sulla suaCroce a vivere con Lui. Lo Spirito Santo pensa a offrirticonsolazioni, che ti risuscitano con Cristo innovità di vita. I conforti che vengono direttamenteda Dio sono i più preziosi e rappresentano una concretapromessa di quell’altre consolazioni, che da Luinella eternità ci verranno deposte in cuore.A questo modo nella famiglia i genitori, che sentonola fatica e l’impegno gravoso dei figli, tesi consincera volontà verso la meta dei loro sogni, pregustanola gioia della riuscita. Gioia che si moltiplicanelle loro anime ansiose, se il bene e il sogno per cuii figli si vanno plasmando fiduciosi sia quello dellavirtù, del compiacimento di Dio, del possesso dellagrazia divina. Godimento appena iniziale e incipiente,ma già consistente e capace di appagare un cuoresollecito.Scrisse il Kempis nel Giardinetto di rose: « Tu nonsii migliore del Dio tuo, per te flagellato e deriso e,alla fine, dai maligni ucciso. L’uomo non sa quantosia egli buono e virtuoso, se non quando si trova vessatodalle contrarietà. Molti ha Cristo amatori e compagnidi mensa; ma pochi seguaci nell’astinenza ».

VIGILE REAZIONE

Si è che anche le consolazioni del Signore non sono per tutti; come non tutti sanno sentire il dolore umano. Il mondo è infestato dall’egoismo; il cuore degli uomini non avverte che il proprio utile, o ciò che tale ritiene; tutti siamo presi da questa forza travolgente e cieca e se non vi resistiamo con attenzione, ne restiamo vittime. È il dominio del male attraverso il gretto interesse personale e l’incomprensione ottusa del problema; poiché il male del prossimo non è mai senza influsso su di noi medesimi. Sicché solo la sensibilità cristiana del dolore altrui può via via temperare il male di ciascuno e sollevare tutti dalla oppressione. L’egoismo priva delle divine consolazioni; e spinge alla caccia disperata dell’appagamento immediato e inferiore degli appetiti bestiali. Infatti le tre concupiscenze svegliano una avidità che non rispetta neppure i membri della medesima famiglia. Se pertanto vogliamo arrivare alla consolazione di Dio quaggiù e poi con pienezza nell’altra vita, procuriamoci la condizione assolutamente esagita: la larghezza del cuore, la capacità di sentire il vasto dolore della vita nostra e altrui, la delicatezza per cui sappiamo piangere sui nostri falli e su quelli che addolorano il nostro fratello. « Beati quelli che piangono ». Privilegio la capacità di sentire il dolore e privilegio il contorto offerto da Dio. Sicché la tua vita, o Cristiano fedele, ottiene compensi impensati. Ci sono santi i quali si dichiarano sopraffatti da tanta generosità del Signore. « Quam magna multitudo dulce dinis tuæ Domine— come è grande, Signore, la della tua dolcezza! » (Sal., XXX, 20). Per tal modo Dio è sempre presente nelle vicende nostre, e come padre indulgente; e compensa con lautezza la docilità delle sue creature.

IV

ADDESTRARE I GIOVINETTI ALLE VOLONTARIE RINUNCE

E’ TRISTE LA VITA DELL’UOMO

Il dolore è una realtà inesorabile della vita. Chi non vi pensa e non vi si prepara è condannato a rivelazioni tardive, ma tremende. Come mai un genitore od un educatore potrà pensare di preparare il giovinetto o l’adolescente fuori d’ogni contatto volontario con questo fatale elemento della esistenza umana di quaggiù? Non è tuttavia raro di incontrare chi dica: « Avranno già molto da soffrire, che non è bene imporre loro rinunce prima che l’ora scocchi ». Unragionamento simile può essere tollerato in chi non abbia responsabilità d’educatore e di guida sulla strada della esistenza. Ognuno è libero di evitare un dolore inutile e di battere la strada meno disagiata. Se tu devi addestrare un inesperto ad affrontare una lotta di qualunque natura, ti curi di studiare le condizioni nelle quali essa dovrà svolgersi e di preparare il soggetto a tutte quelle condizioni di clima, di nutrimento, di sforzi, per averlo destro e pronto e vittorioso al momento opportuno. Che cosa diremmo se un capo di spedizione polare facesse partire la propria carovana come se dovesse andare all’Equatore, o viceversa? La nostra vita è evidentemente intessuta di difficoltà, di resistenza, di dure prove, di pazienti attese, di rinunce senza fine, di sorprese e di delusioni. Occorre pertanto saper disporre l’animo dei giovani così da trovarlo sereno e consapevole ad ogni contingenza. Chi agisce in tal modo si dimostra ispirato da un vero amore del suo discepolo. È un maestro preveggente. Una guida illuminata. E le difficoltà volontariamente e liberamente affrontate, anche prima della prova, non sono un atto crudele, bensì una precauzione accorta e fatta di amorose sollecitudini.

DOVERE DI MORTIFICAZIONE

Questo campo di volontaria abnegazione è aperto davanti a chiunque nella cura del corpo e nelle attenzioni dello spirito. Scrive il Cardinal Bona: « Quanto basta perché il corpo sia sano, tanto, e non più, gli darai. Questo è il tenore di vita ragionevole e salutare, al quale devi attenerti. Il corpo si ha da trattare rigidamente anzi che no, sicché non si faccia repugnante ai voleri dell’animo. È necessario concedergli quello di che abbisogna, ma non servirgli. Abbia cibo per sedare la fame, bevanda per estinguer la sete, vestimenta per ripararsi dal freddo, casa per garantirsi dalle ingiurie del tempo. Se ti propongono tali altre cose, le quali servono di puro ornamento, soffermati, impallidisci, e temi; che vi stanno apparecchiate insidie per l’anima ». – Tale rigida concezione della vita deve essere guida della madre consapevole e saggia. Abbia cura essa di infondere nell’adolescente la convinzione, che non siamo nati per essere schiavi del proprio corpo; il quale è appena uno strumento della volontà e dello spirito, ma tale strumento, che mira, se gli riesce, d’essere tiranno dell’animo e arbitro della nostra vita. D’altra parte, come fare senza il corpo? Perciò usiamone con l’occhio vigile, sicché non si sottragga al dominio nostro e ci umili nella soggezione a lui. Nota, che i sensi sono dell’anima le finestre. Non lasciarli aperti troppo verso terra; siano mantenuti intatti e vigorosi di fronte alle contaminazioni possibili. Nello stesso fanciullo venga istillato il dovere di rispettare il proprio corpo per le funzioni intese dalla natura. Sappia che esso risorgerà. Su questo piano si ingaggia e si avvia il combattimento spirituale, che dovrà durare tutta la vita. Mutano le forme, le condizioni, le circostanze degli assalti da parte della materia, ma la vigilanza e la decisione di resistere deve accompagnare il giovane per sempre. Si noti, che non soltanto occorre educare alla vittoria sopra gli stimoli della carne, ma altresì su quelli disordinati, che vengano dallo spirito. Anche qui necessita la vigilanza. L’orgoglio, in tutte le sue manifestazioni, è peccato dello spirito. Sovente è la causa di altri disordini del senso; poiché Dio non aiuta il superbo e lo lascia scivolare in basso, come castigo della intima ribellione alla Legge. La vittoria sull’orgoglio apparisce anche più difficile. Certi genitori non se ne avvedono per tempo; ne sono piuttosto lusingati dapprima e non di rado lo fomentano e se ne trovano lì per lì ammirati. Risposte spavalde, gesti sprezzanti, atteggiamenti prepotenti non allarmano sempre e subito le persone che amano senza cure spirituali e luce di Fede religiosa. Non vedono esse se non l’esplicazione di energie, alle quali occorre dare la via aperta, far largo. Così, pensano essi, potranno fare la loro posizione senza timidezze sciocche. Piace insomma nel piccolo la forma truculenta, che pare rivelare chissà quali straordinarie qualità d’ingegno e di carattere.

DOLOROSE SORPRESE

Ma codesti genitori, i quali si guardano bene dall’ammonire e, e occorre, dall’umiliare il piccolo tiranno, si avvedono poi tardi, che mentre fuori con i compagni quello deve rintuzzare dentro di sé l’impulso superbioso, con essi, al contrario, è libero e si abbandona allo sfogo dell’intemperante considerazione del proprio valore. In casa non ha trovato opposizione. Codesti genitori sono poi molto sorpresi e rattristati; ma forse non saranno più a tempo per provvedere energicamente e con profitto. In ogni zona della vita, del corpo e dello spirito, chi non sa rinunciare a qualcosa di lecito, non saprà evitare tutto ciò che è illecito. Per aver saputo da ragazzo privarsi d’un giocattolo, il giovane e poi l’uomo maturo sapranno voltare le spalle a soddisfazioni peccaminose e disonoranti. – La vita nostra si avvia per la strada che noi scegliamo. Se questa è fatta di appagamenti, come pretendere poi che gli incontri subdoli del male vengano superati e vinti da una volontà inesperta di rinunce? Il giovane deve crescere nella consapevolezza del dominio da esercitare sui cattivi istinti. Non è da dimenticare, che questa battaglia ha da essere condotta con i sussidi spirituali della Religione. Nessuno sosterrà lotte, se non riconosca di avere sopra di sé, buono e benevolo, un Padre che lo guardi e lo segua. Se Dio è sentito così e osservato come giusto giudice dei buoni e dei ribelli, eserciterà un influsso sommamente efficace sui pericoli nei quali l’uomo incorre ogni dì. Dio però è anche provvidente e ci somministra aiuti, attraverso i sacramenti della Religione, che sono i carismi sovrannaturali. Grazie d’ogni sorta ci vengono elargite dalla sua generosità ogni momento. Sono le più valide forze e i migliori conforti da noi desiderabili. Il fattore sovrannaturale ha una funzione somma nella formazione del carattere e quindi anche nella capacità di sopportazione dei disagi inevitabili alla intima battaglia. I sacramenti esercitano sui giovani un influsso di capitale rilievo. Sono i veicoli della forza, dell’amore, della compassione. In primo luogo rappresentano lo stimolo alle alte aspirazioni. La Grazia di Dio, come avvalora l’impegno nella sopportazione del dolore, sostiene l’animo nei momenti di sfiducia per le sconfitte possibili. Rianima, solleva, rinvigorisce. Essa ci dà modo di trarre dalle umiliazioni il coraggio delle sofferenze avvenire per quella vittoria, che Dio non lascia mancare alle buone e semplici e fedeli volontà.

Autore: Associazione Cristo-Re Rex regum

Siamo un'Associazione culturale in difesa della "vera" Chiesa Cattolica.