DOMENICA V DOPO PENTECOSTE(2019)

DOMENICA V DOPO PENTECOSTE (2019)

Incipit

In nómine Patris, ☩ et Fílii, et Spíritus Sancti. Amen.

Introitus

Ps XXVI: 7; 9 Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Ps XXVI: 1 Dóminus illuminátio mea et salus mea, quem timébo? [Il Signore è mia luce e mia salvezza, chi temerò?]

Exáudi, Dómine, vocem meam, qua clamávi ad te: adjútor meus esto, ne derelínquas me neque despícias me, Deus, salutáris meus. [Esaudisci, o Signore, l’invocazione con cui a Te mi rivolgo, sii il mio aiuto, non abbandonarmi, non disprezzarmi, o Dio mia salvezza.].

Oratio

Orémus.

Deus, qui diligéntibus te bona invisibília præparásti: infúnde córdibus nostris tui amóris afféctum; ut te in ómnibus et super ómnia diligéntes, promissiónes tuas, quæ omne desidérium súperant, consequámur. [O Dio, che a quanti Ti amano preparasti beni invisibili, infondi nel nostro cuore la tenerezza del tuo amore, affinché, amandoti in tutto e sopra tutto, conseguiamo quei beni da Te promessi, che sorpassano ogni desiderio.]

Lectio

Léctio Epístolæ beáti Petri Apóstoli. 1 Pet III: 8-15

“Caríssimi: Omnes unánimes in oratióne estóte, compatiéntes, fraternitátis amatóres, misericórdes, modésti, húmiles: non reddéntes malum pro malo, nec maledíctum pro maledícto, sed e contrário benedicéntes: quia in hoc vocáti estis, ut benedictiónem hereditáte possideátis. Qui enim vult vitam dilígere et dies vidére bonos, coérceat linguam suam a malo, et lábia ejus ne loquántur dolum. Declínet a malo, et fáciat bonum: inquírat pacem, et sequátur eam. Quia óculi Dómini super justos, et aures ejus in preces eórum: vultus autem Dómini super faciéntes mala. Et quis est, qui vobis nóceat, si boni æmulatóres fuéritis? Sed et si quid patímini propter justítiam, beáti. Timórem autem eórum ne timuéritis: et non conturbémini. Dóminum autem Christum sanctificáte in córdibus vestris.”

Omelia I

[A. Castellazzi: La scuola degli Apostoli – Sc. Tip. Vescov. Artigianelli, Pavia, 1929]

LA PACE

“Carissimi: Siate tutti uniti nella preghiera, compassionevoli, amanti dei fratelli, misericordiosi, modesti, umili: non rendete male per male, né ingiuria per ingiuria, ma al contrario benedite, poiché siete stati chiamati a questo: a ereditare la benedizione. In vero, chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene, cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla. Perché gli occhi del Signore sono rivolti al giusto e le orecchie di lui alle loro preghiere. Ma la faccia del Signore è contro coloro che fanno il male, E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bere! E arche aveste a patire per la giustizia, beati voi! Non temete la loro minaccia, e non vi turbate: santificate nei vostri cuori Gesù Cristo”. – (1. Pietr. 3, 8-15).

Anche l’Epistola di quest’oggi è tolta dalla I. lettera di S. Pietro. E’ naturale che, scrivendo ai cristiani dispersi dell’Asia minore, tenga sempre presente la condizione in cui si trovano: sono pochi fedeli tra numerosi pagani, e sono sotto la persecuzione di Nerone. Come devono diportarsi? devono vivere in stretta unione fra di loro, mediante la misericordia, la compassione, la condiscendenza; essendo stati chiamati al Cristianesimo a render bene per male, affinché abbiano per eredità la benedizione celeste. Non trattino con la stessa misura quelli che fanno loro del male. La vita felice è per chi raffrena la lingua, evita il male e procura di aver pace con il prossimo. Del resto i giusti non sono abbandonati dal Signore, e nessuno può loro nuocere, se sono zelanti del bene. Quanto alla persecuzione, beati loro se hanno a soffrire qualche cosa per la religione cristiana. Siano, quindi, calmi, senza ombra di timore: onorino, invece, e temano Gesù Cristo. Anche noi, dobbiamo procurare di vivere una vita felice, per quanto è possibile tra le miserie e le persecuzioni di questo mondo. Sforziamoci di vivere in pace, ciò che ci è possibile con l’aiuto di Dio, anche tra le tempeste di quaggiù. Per avere la pace:

1 Bisogna astenersi dalle parole e dalle azioni peccaminose,

2 Vivere nella concordia col prossimo,

3 Non aver paura di soffrire per la giustizia.

Chi vuole amare la vita e vedere giorni felici raffreni la sua lingua dal male e le sue labbra dal tesser frodi. Schivi il male e faccia il bene. Chi vuol vivere una vitanon turbata da agitazioni e da ‘rimorsi deve astenersi dalleparole e dalle azioni peccaminose. La vita felice quaggiùconsiste principalmente nella tranquillità della propriacoscienza. Gli uomini più felici sono i Santi. Noi vediamole loro mortificazioni, e, quasi, ce ne scandalizziamo; vediamole loro penitenze, e ci sentiamo come sgomentati.Non vediamo, però, il loro interno. Se vedessimo la pacee la tranquillità della loro coscienza, ci farebbero invidia.L’affermazione dell’Apostolo: «Quasi tristi, ma pur sempre allegri (“ Cor. VI, 10)), è l’affermazione di tutti i Santi, i quali potrebbero dire: All’esterno siamo stimati come persone viventi una vita di melanconia, eppure viviamo nell’allegrezza. Dove c’è Dio, c’è la pace. Quello che Gesù disse un giorno agli Apostoli, dice a tutti coloro che gli sono uniti per mezzo della grazia: «Vi lascio la pace, vi do la mia pace; ve la do, non come ve la dà il mondo» (Giov. XIV, 27). – Sul fiume ingrossato o sul lago mosso dai venti, il barcaiolo adopera tutta la sua vigoria e tutta la sua prudenza per condurre la barca a riva, lottando con le onde. Ma il fanciullo che vi si trova, se ne sta tranquillo divertendosi con gli spruzzi d’acqua che v’entrano. Nella barca c’è il padre; perché temere? Quando noi con il peccato, non allontaniamo dall’anima nostra Dio, perché dobbiamo turbarci? – Finché la coscienza è in pace con Dio, vengano pure le tribolazioni da qualsiasi parte: Dio è il rifugio del tribolato che in lui trova consolazione. Ma se il peccato ne ha scacciato Dio, egli non può trovar rifugio o consolazione. Nessuna pena è più grave della rea coscienza. Noi vediamo delle volte piante intarlate o marce esternamente. Chi deve farne uso non si preoccupa tanto della superficie: osserva se la pianta sia sana internamente. Se internamente non fosse sana, a nulla varrebbe, anche se avesse buona apparenza esterna. «Così, quando l’uomo non trova in se stesso una buona coscienza, che gli giova essere in buon stato esternamente, se è putrefatto il midollo della sua coscienza?» (S. Agost. En. In Ps. XLV,3) Se può ingannare l’occhio degli uomini che lo credono felice, non può ingannar Dio. «Dio solo vede il cuore degli uomini» (2 Paral. VI. 30) ed egli ci assicura che «per gli empi non c’è pace» (Is. XLVIII, 22). – Chi vuol vivere giorni felici, oltre essere in pace con Dio, deve procurare di essere in pace con il prossimo. Cerchi la pace e si sforzi di raggiungerla, studiandosi di vivere in concordia col prossimo, e ponendo ogni premura per impedire che la pace non si rompa. È tanto facile rompere la pace con il nostro prossimo! Le sue abitudini, i suoi gusti, le sue parole ci sono frequentemente occasione d’impazienza, di risentimento. Per non rompere l’armonia che deve regnare con tutti, è necessario prender sempre le cose in buona parte; non lasciarsi mai prendere dal cattivo umore; e sopportar pazientemente il cattivo umore degli altri. Io sarei felice, se quel vicino non s’interessasse dei fatti miei, se quella persona non mi portasse invidia, se quell’altra non mi odiasse, tu dici. Sarà verissimo. Ma siccome anche tu sei di carne e ossa come coloro che ti recano noia, è naturale che gli stessi lamenti che tu muovi rispetto a loro, essi potrebbero muovere rispetto a te. Sai bene che cosa dice S. Giacomo : «Tutti manchiamo in molte cose» (III, 2). Via, oggi a me, domani a te. Se oggi sono altri che ti offrono motivo di lamento, domani potresti esser tu a offrire motivo di lamento ad altri. È meglio considerare la partita pari, e sopportarsi a vicenda, avendo sempre in vista la conservazione della pace. Quanto ai sussurroni che cercano di turbare la concordia non c’è che far orecchie da mercante. Un buon paio d’orecchie stancano cento male lingue. Col tempo taceranno anch’essi. Esser indulgenti con i nostri fratelli è condizione indispensabile per conservar la pace e la felicità. Il Signore l’ha inculcata insistentemente questa indulgenza verso il prossimo. E il cristiano non può esimersi dal praticarla. Dimentichi, quindi, i dispiaceri che gli furon dati; non badi alle parole sfavorevoli; non si lamenti delle dimenticanze; passi sopra ai torti ricevuti, ripaghi l’odio con il perdono, anzi con l’amore. Allora soltanto avrà la pace. «Se c’è carità, ci sarà anche la pace» (S. Giov. Cris. In Epist. Ad Eph. Hom. XXIV, 4). Senza abnegazione non si può aver la pace. È una verità troppo dimenticata. Forse mai, come ai nostri giorni, si è sentito parlare di pace; eppure tutti sentiamo che la pace manca. Si vuol la pace, senza cessare di guardarsi in cagnesco; si vuol la riconciliazione, pur mantenendo vivo l’odio; si vuole l’armonia, senza rinunziare all’orgoglio e all’egoismo. Si vuol la pace, mettendo a base non l’amore, ma il timore. La pace si avrà solamente allora che le si metterà per base l’amor di Dio col conseguente amor degli uomini. Senza questa base possono moltiplicarsi i convegni, le riunioni, i tentativi d’ogni genere: tutto, però, finirà con la melanconica constatazione del profeta «E curarono le piaghe della figlia del popol mio con burlarsi di lei, dicendo: Pace, pace; e pace non era» (Ger. VI, 14). E non dobbiamo accontentarci della pace di un giorno, o di una pace molto facile. I tesori si acquistano con grandi sacrifici, e si conservano con molta cura. Altrettanto dobbiam fare con il tesoro della pace. Chi vuol vivere i giorni felici cerchi la pace, e si sforzi di raggiungerla «Non basta cercarla; — commenta S. Gerolamo — se, trovatala, cerca di sfuggire, tienle dietro con ogni alacrità! » (Epis. 124, 14 ad Rost.). – E chi potrebbe farvi del male se sarete zelanti del bene? Nessuno può nuocere a chi conduce una vita irreprensibile,dedita al bene. Tutt’al più può nuocere alcorpo, non all’anima. S u questo punto è troppo chiarala parola del Divin Maestro, perché abbiamo ad aver un momento solo di titubanza. «Non temete coloro che possono uccidere il corpo, e non l’anima: temete piuttosto colui che può mandare in perdizione all’inferno e l’anima e il corpo» (Matth. X, 28). Tutti i patimenti che i persecutori facevano soffrire ai Cristiani, se tormentavano le loro membra, lasciavano imperturbato il loro spirito. «Noi siamo persuasi — offermava S. Giustino M. — di non poter soffrir male di sorta da nessuno, se non quando siamo convinti d’esser caduti in colpa» (Apol. 1, ). Anzi, la persecuzione noi dobbiam considerarla come un bene. E se anche aveste a patire per la giustizia, beati voi!, aggiunge S. Pietro. Quando si soffre per una causa giusta, si è più degni di ammirazione di chi trionfa. Chi soffre per una causa santa, deve fare più invidia che compassione. «Essere prigioniero per Cristo — dice il Crisostomo — è gloria più grande che essere Apostolo, dottore, evengelista. E chi ama Cristo ben intende quel che dico» (In Ep. Ad Eph. Hom. 8, 1). La Beata Giovanna Antida Thouret, non reggendole il cuore di vedere, durante la rivoluzione francese, il suo paese senza culto, senza preghiera, prese a radunar gente in casa sua, nei giorni domenicali e festivi, perché potessero attendere a qualche atto di pietà. Talora poté venire anche qualche sacerdote a celebrare e a ministrare i Sacramenti. – La cosa non poteva sfuggire ai nemici della religione, e la Thouret è chiamata a comparire davanti al comitato rivoluzionario di Baumes-Les-Dames. Mentre si reca davanti ai commissari la gente, che temeva per la sua sorte, le diceva: — Dove andate mai ? — Vado a festa. Non temete; non ho paura; si tratta della causa di Dio — (La Beata Giovanna Antida Thouret Roma, 1926). Quando si tratta della causa di Dio dobbiamo considerare le sofferenze come una vera festa. Anche Gesù Cristo aveva detto, prima di S. Pietro : «Beati voi quando vi oltraggeranno e vi perseguiteranno» (Matth. V, 11). Qualunque croce, accettata con spirito cristiano ci porta vantaggi incalcolabili. «Beato l’uomo che soffre tentazioni; perché quando sarà stato provato, riceverà la corona di vita, promessa da Dio a coloro che lo amano » (Giac. I, 12). Quindi, in nessuna circostanza della vita c’è motivo di perder la pace, «Si logori pure la mia carne e il mio cuore: — esclama il Salmista — fortezza del mio cuore e mia porzione eterna è Dio» (Ps. LXXII, 26). E quando pensiamo che Dio è nostra porzione eterna, non possono turbarci le privazioni che logorano la vita, i dolori che amareggiano il cuore. Le tribolazioni e le persecuzioni devono, invece, consolarci perché «la momentanea e leggera tribolazione nostra procaccia a noi, oltre ogni misura, smisurato peso di gloria» (II Cor. IV, 17).

Graduale

Ps LXXXIII: 10; 9

Protéctor noster, áspice, Deus, et réspice super servos tuos, [O Dio, nostro protettore, volgi il tuo sguardo a noi, tuoi servi]

V. Dómine, Deus virtútum, exáudi preces servórum tuórum. Allelúja, allelúja [O Signore, Dio degli eserciti, esaudisci le preghiere dei tuoi servi. Allelúia, allelúia]

Alleluja

Ps XX: 1

Alleluja, alleluja Dómine, in virtúte tua lætábitur rex: et super salutáre tuum exsultábit veheménter. Allelúja. [O Signore, nella tua potenza si allieta il re; e quanto esulta per il tuo soccorso! Allelúia].

Evangelium

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthæum.

Matt. V: 20-24

“In illo témpore: Dixit Jesus discípulis suis: Nisi abundáverit justítia vestra plus quam scribárum et pharisæórum, non intrábitis in regnum coelórum. Audístis, quia dic tum est antíquis: Non occídes: qui autem occídent, reus erit judício. Ego autem dico vobis: quia omnis, qui iráscitur fratri suo, reus erit judício. Qui autem díxerit fratri suo, raca: reus erit concílio. Qui autem díxerit, fatue: reus erit gehénnæ ignis Si ergo offers munus tuum ad altáre, et ibi recordátus fúeris, quia frater tuus habet áliquid advérsum te: relínque ibi munus tuum ante altáre et vade prius reconciliári fratri tuo: et tunc véniens ófferes munus tuum.”

Omelia II

[A. Carmignola, Spiegazione dei Vangeli domenicali, S. E. I. Ed. Torino,  1921]

SPIEGAZIONE XXXII.

 “In quel tempo disse Gesù a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque, si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca; sarà reo nel consesso. E chi gli avrà detto: Stolto; sarà reo del fuoco della gehenna. Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta” (Matth. V. 20-24).

Quel celebre discorso che nostro Signor Gesù Cristo tenne sopra il monte, presso il lago di Genezaret, fu sempre riguardato, come nota S. Agostino, siccome il compendio di tutta la morale di Gesù Cristo e la regola esatta e completa di una vita al tutto cristiana. Perciò non ci deve far meraviglia, se la Chiesa più volte, in varie domeniche dell’anno, richiama la nostra attenzione sopra qualche tratto di quel discorso medesimo; poiché di che altro mai la Chiesa, nostra affettuosissima madre, può essere più sollecita che nutrire noi, suoi figliuoli, del cibo santissimo della parola uscita dallo stesso labbro del divino Maestro? È dunque uno dei tratti di quel celebre discorso, che anche oggi la Chiesa ci invita a considerare nel Vangelo di questa domenica. E noi, assecondando questo invito procureremo di considerarlo con grande attenzione e con vero profitto per le anime nostre.

1. In quel discorso, tra le altre cose, Gesù disse a’ suoi discepoli: In verità vi dico che, se la vostra giustizia non sarà più abbondante che quella degli Scribi e Farisei, non entrerete nel regno de’ cieli. – Quali erano pertanto questi uomini, che il Salvatore riprova e condanna ad ogni pagina del Vangelo? Gli Scribi erano i dottori della legge incaricati di trascrivere i Libri santi, di tenerli in custodia e di spiegarli al popolo in ciò, che questi avevano di incerto e di oscuro. Costoro esteriormente menavano una vita molto regolata, benché fossero diversi nel loro cuore, onde agli occhi del volgo, che non bada se non all’esterno, godevano una grande riputazione. I Farisei componevano una setta particolare tra i Giudei. Mostravansi scrupolosi osservatori della legge mosaica. Osservavano i giorni di festa, digiunavano due volte la settimana, facevano grandi limosine e lunghe preghiere, pagavano la decima di tutti i loro beni. Affettavano insomma una perfetta regolarità, cosicché tutte le esteriorità parlavano in lor favore. Erano chiamati Farisei, dice S. Girolamo, vale a dire divisi, perché erano separati dal popolo per false apparenze di una singolare pietà. Ma in realtà qual era mai la giustizia di costoro? Era puramente esteriore. Gl’intimi sentimenti non corrispondevano a quell’esteriore di pietà; la legge presso di costoro non conduceva che la mano, ma la grazia non ispirava il cuore. Gli uomini si lasciavano ingannare da quelle apparenze; ma Gesù, che non solo vero uomo, ma pur vero Dio legge nel più intimo del pensiero, scruta le reni e i cuori ed interroga le anime, Gesù ben conosceva quegli orgogliosi Farisei e quegli Scribi ipocriti, e non risparmiandoli punto, diceva loro: « Voi cercate comparir giusti innanzi agli uomini, ma siete pieni d’ipocrisia e d’iniquità, somigliate a quei sepolcri imbiancati, che paiono magnifici a coloro che li riguardano, e che internamente racchiudono null’altro che corruzione ed ossami di morti ». Ecco quel che erano i Farisei e gli Scribi: praticavano il digiuno e l’astinenza corporali; ma rigettavano la mortificazione del cuore: facevano copiose elemosine, ma per esser veduti, per ottenere la stima e le lodi degli uomini; si facevano scrupolo d’entrare nel palazzo di Pilato, per timor di diventar legalmente immondi, ma con una sfrontatezza incredibile si facevano ad accusare e condannare il Giusto per eccellenza, nostro Signor Gesù Cristo. È adunque facile di comprendere perché Gesù Cristo ci avverta che se la nostra giustizia non sarà più abbondante di quella degli Scribi e dei Farisei, non entreremo nel regno dei Cieli. No, certamente, a guadagnare il Paradiso non basta la bontà esteriore ed apparente, ci vuole la bontà vera e del cuore. Eppure, o miei cari, quanti vi sono tra gli stessi Cristiani, che non hanno che una bontà falsa ed ipocrita! Quanti ve ne sono che della bontà si fanno un’idea tutto secondo la loro passione e fantasia. Taluno, che ama di digiunare, si terrà per molto buono, purché digiuni, sebbene il suo cuore sia pieno di rancore; e non osando soddisfar la sua lingua nel mangiare e nel bere, non avrà poi scrupolo d’imbrattarla nel sangue del prossimo con mormorazioni e calunnie. Un altro si stimerà buono, perché dice una gran moltitudine d’orazioni ogni giorno, sebbene con tutto ciò sia sempre molto fastidioso ed arrogante, e dica facilmente ingiurie al suo prossimo. Quell’altro tira fuori volentieri molti sospiri dal suo cuore quando prega, ma non può cavare un tantino di dolcezza alfine di perdonare ad una persona che l’ha offeso. Un altro sarà esatto nell’eseguire esteriormente gli ordini de’ suoi superiori, ma internamente si adira contro di essi e molto facilmente ne mormora con gli amici. Tutti costoro possono sembrare buoni, ma in realtà non lo sono. Quando i soldati di Saulle cercavano Davide in casa sua, Micol avendo posto una statua nel letto, e copertala colle vesti di Davide, fece loro credere che quello era lo stesso Davide infermo ed addormentato. Cosi molti si coprono di certe azioni esteriori appartenenti alla bontà, e gli altri credono che siano veramente buoni e pii; ma per verità non sono altro che statue e fantasmi di bontà. La vera e viva bontà, o cari giovani e cari Cristiani, presuppone l’amor di Dio, anzi ella non è altro che un vero amor di Dio: quell’amor di Dio, che ci dà forza a ben operare in tutte quante le nostre azioni, e non solo a ben operare, ma ad operare con gusto e con prontezza. La vera bontà non è altro che la vera carità, la quale ci fa osservare esattamente tutti i comandamenti di Dio. Laonde chi non osserva tutti i Comandamenti di Dio, non può assolutamente essere stimato buono. – E perché la vera bontà consiste in un certo grado di eccellente carità, essa non solo ci rende attivi e diligenti nell’osservanza di tutti i precetti di Dio, ma oltre di ciò ci provoca a fare con prontezza ed affetto tutte le buone opere che noi possiamo, ancorché esse non siano in modo alcuno comandate, ma solo consigliate o inspirate. Ed in vero un malato, che di fresco è risanato da qualche infermità, cammina quanto gli è necessario, ma lentamente e con istento; così chi dopo essere stato cattivo viene guarito da’ suoi peccati per qualche grazia speciale di Dio, si mette a fare quanto Dio gli comanda, ma con lentezza e con istento. Invece chi ha la sua bontà, qual uomo ben sano, non solo cammina, e persino corre nella via dei comandamenti di Dio, ma per di più egli si avanza e corre per i sentieri de’ consigli e delle inspirazioni celesti, amando le pratiche di pietà, frequentando con vero profitto i SS. Sacramenti, emendandosi de’ suoi più leggieri difetti e dando esempi di ogni più bella virtù. Pertanto, o miei cari, riflettete alquanto sopra di voi per vedere se in voi vi ha la vera o la falsa bontà, se insomma la giustizia vostra è più abbondante di quella degli Scribi e de’ Farisei, e da questo esame prendete le opportune risoluzioni.

2. Proseguiva poscia il divin Redentore dicendo: Avete sentito che è stato detto agli antichi: Non ammazzare; e chiunque avrà ammazzato, sarà reo in giudizio. Ma io vi dico, che chiunque si adirerà contro del suo fratello, sarà reo in giudizio. E chi avrà detto al suo fratello: Raca, cioè leggero, privo di senno, sarà reo nel consesso. E chi avrà detto: Stolto, sarà reo del fuoco della gehenna. Presso gli Ebrei eravi il tribunale del giudizio, chiamato il piccolo sinedrio, che giudicava le cause criminali e pronunziava ordinariamente le sentenze di morte; poi il tribunale del consiglio ossia grande sinedrio, che giudicava in ultima istanza i delitti contro lo stato e contro la religione. Quando adunque Gesù dice che chi si mette in collera eccessiva, è reo di giudizio, vuol dire ch’egli sarà castigato da Dio con quella severità, che si usava a quanti venivano condannati dal tribunale del giudizio; così chi dice a suo fratello raca, parola siriaca che significa “stolto”, sarà punito da Dio come i giudicati dal tribunale del consiglio, e finalmente chi dice al suo prossimo stolto, il che in istile biblico vuol dir empio, sarà precipitato in inferno. Ecco quale differenza tra il linguaggio dei dottori della legge e quello di Gesù Cristo. I dottori della legge proibivano soltanto l’omicidio, quando all’esterno compimento; il Salvatore invece attacca il principio di sì grave delitto, e vuol tagliare il male dalla sua radice. Egli ben sa, che chi riuscirà a dominare la collera, che chi non si abbandonerà a parole violente ed ingiuriose contro del suo prossimo, non trascorrerà mai neppure a ferirlo e ad ucciderlo, epperò egli si fa a vietare la collera e le ingiurie; e togliendo il nome dai tribunali, che vi erano tra gli Ebrei per le cause più gravi, e dai più gravi castighi, che essi infliggevano, per impedire tutte le tristi conseguenze della collera minaccia al collerico ed a chi insulta il suo prossimo delle pene simili a quelle che venivano inflitte all’omicida. Se è così adunque, quanto gran male deve essere la collera e quanto importa che noi ci adoperiamo ad evitarla! È vero, vi ha bensì una collera santa, eccitata dallo zelo, che ci fa riprendere con forza, chi la nostra dolcezza non poté correggere: e tale è la collera di un padre o di un maestro alla vista dei disordini, che si devono impedire. Lo stesso Gesù fu preso da questo sdegno, quando cacciò dal tempio i profanatori, che ne violavano la santità. Ma la collera e l’ira, come peccato capitale è ben diversa: è un moto impetuoso dell’anima nostra, che trae a respingere violentemente ciò, che a noi spiace Nasce da un cattivo principio, da una passione, che domina il nostro cuore, e che incontra ostacoli. Un orgoglioso s’avventa contro ciò che ferisce la sua vanità od ambizione; un avaro si sdegna, quando qualche cosa sconcerta le sue idee; un incontinente si infuria, quando si attraversano i suoi piaceri. Quest’ira non è secondo Dio, né secondo la retta ragione: essa turba l’anima, e l’alterazione, che vi apporta, si manifesta sul viso, e in tutto l’esteriore dell’uomo, che vi si abbandona; gli s’infiammano gli occhi, gli si altera la voce, gli si gonfiano le gote, gli trema il corpo, e tutto si agita e si dimena convulsivamente. Allora più non sapendo quel che si dica e quel che si faccia, si abbandona ad ingiurie ad oltraggi, a violenze, a percosse e talora a ferimenti, e persino ad uccisioni; insomma non v’ha più alcunché di crudele e di inumano, che nell’impeto dell’ira non osi intraprendere. Guardate quei due uomini che si allontanano dalla città, e chiedono alla foresta un misterioso e funesto ritiro. Eccoli in mezzo al bosco; hanno in mano uno strumento di morte; si scagliano l’un contro l’altro con implacabil furore. Un d’essi vacilla, cade, muore sul colpo; muore nell’atto medesimo del peccato, e l’anima sua vien sepolta negli abissi. Imperocché il duello è un gravissimo peccato, un delitto enorme che, quando non lascia alcuno spazio alla penitenza, Dio non imo più perdonare al di là della vita presente. E quale è stata l’origine di quella dannazione, adesso consumata per l’intera eternità? Un risentimento, uno sfogo di collera, un’ingiuria. Oh quanto è vero che la collera è come scintilla di fuoco lanciata in un mucchio di steppe; la quale se non si soffoca sull’istante, s’apprende e si dilata spaventosamente, né più s’arresta se non quando l’incendio ha cagionato le più gravi rovine. – Ma quali sono le cause della collera? Esse sono varie: la perdita del timor di Dio e della fede; una cattiva educazione e principii perversi avuti fin dall’età giovanile; gli eccessi del giuoco, della gola e della dissolutezza; ma la principale è l’orgoglio. Il che spiega perché non vi ha vizio, che tanto si cerchi di scusare quanto la collera. – Provenendo esso il più delle volte dalla superbia, difficilmente s’incontra chi voglia darsi torto; anzi pretendesi persino aver ragioni d’incollerire. Il mio carattere è così fatto, si dice; non posso contenermi; i compagni, i servi, i maestri son la cagione delle mie escandescenze. Son stato provocato, aizzato, tirato pe’ cappelli… Di questo modo si va accusando gli altri, fuorché il vero colpevole, che è colui stesso, che va in collera. Se adunque vogliamo impedire in noi le vampe dalla collera, dobbiamo gettare acqua sul fuoco della superbia, considerando frequentemente il nulla, che noi siamo, e la miseria e la colpevolezza, di cui siamo ripieni. Chi si umilia a riconoscersi per quello che è, non può essere che tanto facilmente si adiri nell’essere contrariato e ben anche insultato, perché riconoscerà altresì che per i suoi peccati merita quello e peggio. Ma oltre al combattere la nostra superbia bisogna pure combattere direttamente la nostra collera. A tal fine bisogna abituarsi per tempo a dominarla, col resistere ai suoi primi assalti; quando si è alterati bisogna vegliare sulle nostre parole, porre alle nostre labbra una prudente custodia; bisogna esercitarsi nella cristiana dolcezza, virtù che per Iddio ci fa sopportare le contraddizioni, che ci accadono, che frena ogni vivacità e i risentimenti, che ci possono eccitare la collera, che impedisce di dar segno alcuno di acrimonia e d’impazienza, e di lasciar sfuggire parole di lamento o di disprezzo, che fa aver sempre un’aria modesta, usar contegno verso certe persone d’indole difficile e cercare di guadagnarle mediante la compiacenza. E questa sarà la virtù che adornerà il nostro cuore, se ci studieremo di ridurre spesso alla memoria la dolcezza e la mansuetudine di Gesù Cristo. Oh! se ai patimenti del Redentore, scrive S. Ambrogio, si volge la mente, niente sembrerà sì penoso, che non si sopporti pazientemente.

3. Infine il divin Maestro conchiude il Vangelo d’oggi dicendo: Se adunque tu stai per fare l’offerta all’altare, e ivi ti viene alla memoria che il tuo fratello ha qualche cosa contro di te: posa lì la tua offerta davanti all’altare, e va a riconciliarti prima col tuo fratello, e poi ritorna a fare la tua offerta. Vedete, o miei cari, come egli ama la carità, l’unione tra i fratelli, l’affetto che dobbiamo avere gli uni per gli altri! Egli esige che s’interrompa il culto che gli vien reso, il sacrifizio che gli si offre, per compiere il gran dovere della riconciliazione. Questa riconciliazione tra i fratelli offesi è il sacrifizio più gradito, che gli si possa offrire. I donativi più ricchi per lui non valgono l’adempimento di questo sacro dovere. Che pensare adunque di coloro che lasciano ogni giorno tramontare il sole sopra di un’offesa? che pensare di quelli che passano lunghi anni curvi sotto il peso dell’odio? Che pensar di quelli che vengono, non già solo ad assistere al santo Sacrifizio, ma ad inginocchiarsi alla sacra mensa col risentimento nell’animo? Possono eglino fare delle buone Comunioni? possono essere graditi a nostro Signore? No, non è possibile. Poiché se Gesù ci comanda di lasciar l’altare nell’ora del sacrificio per andare a riconciliarci col nostro fratello, a più forte ragione ci proibisce di accostarci alla sacra mensa, prima d’aver adempiuto al debito della riconciliazione, e più grave altresì sarebbe il nostro mancamento facendo diversamente da quello, che Egli esige da noi. Un tempo, prima di presentarsi all’altare per ricevervi il pane degli Angeli, i fedeli si davano a vicenda nella chiesa il bacio di pace. Deliziosa immagine della carità, che li univa gli uni agli altri! Quindi ancor noi ci guarderemo ben bene dal contristare ed offendere chicchessia volontariamente e senza motivo; tratteremo i nostri simili con la mansuetudine che ci comanda Gesù, il qual era mite ed umile di cuore; ma se qualcuno ci avesse in qualche modo offesi, con una generosità al tutto cristiana tosto gli perdoneremo, specialmente perché il Signore per questo riguardo gradisca le nostre preghiere, i nostri sacrifici, le nostre Comunioni in odore di soavità. E non è forse questo generoso perdono, che Gesù Cristo ci predica col suo esempio nello stesso SS. Sacramento dell’Eucaristia? Nessuno potrà ridire quanti affronti, quanti insulti abbia ricevuto e riceva tuttora in questo SS. Sacramento e dagli infedeli, che non lo credono, e dai Cristiani che non lo temono; eppure sempre pazienta, perdona, e fa del bene ai suoi offensori. Se pertanto vogliamo gloriarci di essere somiglianti a Dio ed al suo Divin Figliuolo Gesù, dobbiamo anche noi perdonare volentieri a chi ci ha offesi ed anzi portargli affetto e fargli del bene. Epperciò se abbiamo ricevuto una qualche ingiuria, dimentichiamola tosto e mettiamoci subitamente a trattare con la stessa benevolenza di prima colui, che ce l’ha arrecata. Non sia mai, o cari Cristiani e cari giovani, che coviamo nel cuor nostro del rancore e dell’odio verso qualcuno. Che se poi ci fosse accaduto di essere stati noi gli altrui offensori, diamoci tosto premura di placare la persona offesa chiedendole in bel modo scusa del nostro mancamento a suo riguardo, ancorché ciò dovesse costarci un grande sacrificio nel vincere la nostra ripugnanza. Allora è certo che Iddio pieno di bontà e di misericordia accoglierà commosso le nostre preghiere, gradirà le nostre pratiche devote e sopra tutto le nostre Comunioni, in cui Egli, dimentico delle nostre passate colpe, ci darà l’amplesso di pace e di amore, pegno certo e caparra sicura di quello, col quale ci terrà poi a Lui uniti per tutta l’eternità.

Credo …

Offertorium

Orémus

Ps XV: 7 et 8. Benedícam Dóminum, qui tríbuit mihi intelléctum: providébam Deum in conspéctu meo semper: quóniam a dextris est mihi, ne commóvear. [Benedirò il Signore che mi dato senno: tengo Dio sempre a me presente, con lui alla mia destra non sarò smosso.]

Secreta

Propitiáre, Dómine, supplicatiónibus nostris: et has oblatiónes famulórum famularúmque tuárum benígnus assúme; ut, quod sínguli obtulérunt ad honórem nóminis tui, cunctis profíciat ad salútem. [Sii propizio, o Signore, alle nostre suppliche, e accogli benigno queste oblazioni dei tuoi servi e delle tue serve, affinché ciò che i singoli offersero a gloria del tuo nome, giovi a tutti per la loro salvezza.]

Communio

Ps XXVI: 4 Unam pétii a Dómino, hanc requíram: ut inhábitem in domo Dómini ómnibus diébus vitæ meæ. [Una cosa sola chiedo e chiederò al Signore: di abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita].

Postcommunio

Orémus.

Quos cœlésti, Dómine, dono satiásti: præsta, quæsumus; ut a nostris mundémur occúltis et ab hóstium liberémur insídiis.

Per l’ordinario vedi:

ORDINARIO DELLA MESSA – ExsurgatDeus.org

LO SCUDO DELLA FEDE (68)

LO SCUDO DELLA FEDE (68)

[S. Franco: ERRORI DEL PROTESTANTISMO, Tip. Delle Murate, FIRENZE, 1858]

PARTE SECONDA.

FRODI PER CUI S’INTRODUCE IL PROTESTANTISMO

CAPITOLO III

TERZA FRODE: RIGETTARE TUTTE LE PRATICHE ESTERIORI DELLA FEDE.

I Protestanti, come avete veduto nel Capitolo precedente, non solo non hanno la vera Fede, ma la distruggono anche negli altri. Ora perché l’hanno sempre in bocca e la lodano e la raccomandano? Che fine può avere questa loro finzione ed ipocrisia? Io ve lo scoprirò ed in esso vi darò a conoscere un altro inganno che tendono alla vostra Religione. Lodano ed esaltano la Fede per aver poi buona grazia a mettere a terra tutte le pratiche della pietà cattolica. Avete osservato quel che fanno certi mormoratori? Cominciano sulle prime a dire un po’ di bene delle persone per esser creduti veritieri, poi prendono a tagliar loro i panni addosso, e Dio vi dica come le conciano. Così adoperano costoro: fanno sulle prime un panegirico della Fede, e poi per seconda parte scendono a condannare tutte le pratiche più sante che la Chiesa adopera per nutrire la pietà dei fedeli. Vi raccoglierò qui alcune di queste loro insinuazioni maligne, perché di certe altre ve ne parlerò più di proposito in altro luogo. Dicono adunque lodando la Fede, che non è poi necessario raccogliersi nelle Chiese per pregare, essendo buono ogni luogo allo stesso modo, che non sono necessari tanti riti e tante cerimonie che sono in uso presso i Cattolici, che basta non far male a nessuno, che Dio non domanda nient’altro da noi. Costoro sono come lo scorpione, hanno il veleno proprio nella coda. Facciamo dunque loro un poco i conti addosso.

Non è necessario andare in Chiesa,

… dicono: e perché? Perché Dio si trova dappertutto. Dunque rispondano a me: ed anticamente Iddio non si trovava da per tutto? Certo sì. E perché Iddio ciò non ostante ha voluto che gli si fabbricasse un tempio sontuosissimo in Gerusalemme e che tutti vi si recassero anche da paesi lontani? Se Iddio si trova da per tutto poteva dispensarli da quel viaggio. Perché inoltre lo stesso Gesù vi è intervenuto? Oh che aveva bisogno della Chiesa Egli, per raccogliersi, mentre era l’uomo-Dio? Sapete il perché? Perché sebbene Iddio sia da per tutto, non vuole dare da per tutto la stessa udienza. Ed ha voluto invece che ci recassimo in Chiesa, che ivi stessimo più raccolti, che la nostra pietà fosse anche aiutata da tanti mezzi esteriori d’immagini, di Crocifissi, di cerei, di apparati, di buono esempio dei nostri fratelli. Ha voluto la Chiesa, perché ha voluto, che la nostra preghiera fosse fatta in comune, ed ha dichiarato che dove saranno diversi in comune radunati in nome suo, Egli sarà in mezzo a loro. Ma vi è poi un’altra ragione potentissima, che per non vederla, bisogna essere più ciechi delle talpe. Gesù Cristo Signor nostro avendo istituito come vi ho detto sopra il Sacramento augustissimo del suo Corpo divino e del suo Sangue prezioso, si compiace di abitare con noi, e si trattiene nel santo Ciborio sopra dei nostri altari: epperò qui abbiamo oltre la sua divinità, la quale veramente si trova da per tutto, anche la sua Umanità sacrosanta, la quale non si trova se non in cielo, e nelle Ostie consacrate. Chi non vede adunque quanta debba essere la sollecitudine dei Fedeli per istare nelle Chiese? I Santi certo ne formavano le loro delizie e raccogliendosi in ispirito e venerando profondamente il loro divin Salvatore, entravano con riverenza in compagnia degli Angeli e degli Arcangeli che sempre circondano il loro Dio Sacramentato a lodarlo, a ringraziarlo, a benedirlo ed adorarlo. Ecco perché si sta nella Chiesa. É poi anche necessario l’intervenirvi, perché in essa sola si celebra il nostro gran Sacrifizio, in essa per riverenza (quando non siamo infermi, o non abbiamo qualche altro motivo che ce ne dispensi), si partecipa ai Sacramenti del Battesimo, della Cresima, della Penitenza e della Eucaristia, in essa si dispensa a tutti i Fedeli congregati il tesoro della divina parola, secondo la verità. In essa noi ci uniamo a pregare in comune, per essere esauditi più prontamente. Poi l’unione stessa materiale, che noi facciamo nella casa di Dio terrena, è un’immagine dell’unione che speriamo godere un giorno nella Gerusalemme celeste; come l’altare è il Simbolo dello stesso Gesù il quale è la pietra angolare che riunì i due Testamenti, che congiunse il popolo Ebreo ed il Gentile nella perfetta adorazione di Dio: i quali misteri con molti altri che sarebbe lungo l’enumerare, mostrano con quanta ignoranza e malizia condannino questi sciagurati l’intervento nelle Chiese. – Ma se volete un’ultima prova, voi l’avrete nella ragione sciocca che adducono di queste loro bestemmie. Gesù Cristo, essi osservano, ha detto che pregassimo nella propria casae che chiudessimo la nostra porta per orare in segreto (Matth. VI, 6), e poi che sarebbe venuto tempo in cui non si sarebbe pregato più né sopra un cotal monte, né in Gerusalemme, ma in ogni dove (Joan. IV, 25). E con queste parole di GesùCristo credono di potere negare che si abbia da pregare nelle Chiese. Insensati! Che cosa volle dire Gesù quando disse che pregassimo in segreto? Volle riprendere, (come si vede chiaro leggendo il S. Vangelo) volle riprendere l’ipocrisia dei Farisei, i quali si mettevano dritti in piedi sui crocicchi delle strade e negli angoli delle piazze a pregare per farsi vedere dagli altri, e per farsi stimare santi. A questi Gesù diede l’avviso che pregassero nella propria casa e che non istessero a far quelle ostentazioni piene di superbia e di vanità. Ed anche al presente quando noi vediamo di questi ipocriti che fanno il simile, ricordiamo loro lo stesso avviso di Gesù: ma qui che ci ha che fare il frequentare o no la Chiesa? S’intende da sé che non s’inculca la frequenza alle Chiese, perché si vada a dare uno spettacolo di se stessi. Le altre parole Gesù le diresse alla Samaritana la quale aveva la superstizione di dover pregare sopra una certa montagna, perché la preghiera fosse buona, e riprendeva i Giudei perché pregavano invece nel tempio di Gerusalemme. Ora Gesù le fece una bella profezia e fu il dirle che sarebbe venuto tempo in cui si sarebbe pregato daper tutto, senza aver nessun riguardo né a quella montagna, né a Gerusalemme. E questa profezia noi la vediamo verificata, mentre i fedeli pregano da per tutto e nelle loro case private e nelle chiese che sono erette a gloria di Gesù in tutta la terra. Ecco quello che volle dire Gesù, e costoro guastando il senso profondo delle belle parole di Gesù, lo depravano per loro e vostra perdizione.Riprendono poi anche i riti e le cerimonie della S. Chiesa e vorrebbero levarle, per ridurci ad essere come i barbari ed iselvaggi, ma anche qui si vede al solito la loro ignoranza e malizia. Si vede la loro ignoranza, perché non sanno né chi abbia istituiti quei riti, né che cosa significhino. Dovete dunque sapere che la maggior parte di quei riti e di quelle cerimonie sono state stabilite dagli stessi Santi Apostoli o da loro approvate, oppure messe in opera dall’autorità incontrastabile di S. Chiesa, e sono state stabilite per significare misteri sublimi e profondi e per chiarirgli in qualche modo al popolo fedele. Ve ne darò almeno un esempio. Nel S. Battesimo si fa fermare il bambino fuor delle porte della Chiesa, e perché? Perché si sappia che non è ancora del bel numero dei fedeli, che ne viene introdotto sol quando i Padrini in nome di lui chiedono il dono della S. Fede. Il sacerdote gli soffia poi lievemente in faccia: che cosa vuol significare? che la S. Chiesa, coll’autorità che Gesù Cristole ha data, allontana da lui lo spirito infernale di cui pel peccato di origine è ancora in possesso. Gli pone poi sul labbro un poco di sale, e per quale effetto? Siccome il sale è quello che conserva gli oggetti dalla corruzione e gli rende saporiti, così viene significato che quell’anima avrà la vita immortale dal sacramento che è per ricevere e che sarà come condita da tutti i doni ed a tutte le grazie che lo Spirito Santo diffonderà sopra di lei. E quando poi è introdotto nella S. Chiesa, quanto sono di nuovo belle e profonde tutte le cerimonie che precedono il S. Battesimo! Gesù toccando con la sua saliva gli occhi del cieco nato lo illuminò; il ministro di Gesù toccando le orecchie e le nari al bambino lo risana spiritualmente, cioè gli apre le orecchie della mente perché intenda poi tutta la s. legge del Signore, gli conforta l’odorato, perché corra dietro alla soavità ed ai profumi divini di Gesù. Vengono poi le rinunzie che egli deve fare. Gesù è venuto a debellare il demonio, il mondo e tutte le sue opere inique: ora il bambino, prima di essere fatto figliuolo di Dio, riconosce tutti i suoi nemici e fa una bella professione di volere essere seguace vero di Gesù. Gli si conferisce il Battesimo con una candida stola, in segno dell’allegrezza con cui la S. Chiesa accoglie quel suo nuovo figliuolo e del candore dell’innocenza con cui lo riveste. Non vi dirò poi tutte le belle preghiere, con cui accompagna queste sante azioni, gli affetti infocati con cui raccomanda a Dio questo novello figliuolo, gli esorcismi potenti con cui lo sottrae a tutte le potestà infernali, che sarebbe opera infinita; esclamerò solo: O santi riti o meravigliose cerimonie e piene di ogni santità! E quello che io vi ho detto dei riti del Battesimo, voi intendetelo di tutti gli altri riti della S. Chiesa; dei bei cantici con cui accompagna la S. Messa; dei suoni degli organi che significano le melodie degli Angeli del cielo; del sacro incenso che rappresenta le preghiere dei fedeli che salgono al cielo in odore di soavità; dei lumi che ardono che significano la luce spirituale che si diffonde nelle anima e le virtù e gli affetti che ardono nei nostri cuori; degli apparati splendidi della Chiesa e dei sacri ministri che simboleggiano la purezza di quelli che debbono trattare e ricevere e partecipare a quei santi misteri. Io non finirei mai se volessi percorrere tutte queste particolarità e riscontrarle tutte. – In tutto l’anno la S. Chiesa ha sempre nuove feste ed in esse riti e cerimonie bene adattate che riempiono l’anima di stupore e di pietà. Ricordatevi solo della bella notte di Natale, quando la Chiesa ci mostra Gesù bambino, che venuto dal cielo in terra sta a tremare di freddo tra il bue e l’asinello sopra la paglia: ricordatevi della settimana santa in cui ci mette sott’occhio tutta la Passione, la prigionia, gl’insulti nei tribunali, la flagellazione, la coronazione di spine ed il portare della Croce, l’agonia e la morte del nostro caro Gesù. Non sono bellissime tutte queste cerimonie, non sono piene di affetto, non sono opportunissime a riempirci l’anima di soavità? Che dirò poi delle Processioni tanto belle per cui Gesù Cristo viene portato in mezzo ai nostri paesi ed alle nostre campagne, perché sparga da per tutto le sue celesti benedizioni? Che dirò delle Rogazioni per cui il Sacerdote ed il popolo invocano da Dio la benedizione anche sulle nostre terre, sui nostri frutti, sulle nostre case, ponendovi per intercessori la SS. Vergine e tutti i Santi del cielo? Ah mostri che osano disprezzare riti sì santi e cerimonie così pietose! Gli è perciò miei cari che oltre all’ignoranza per cui bestemmiano quello che non conoscono,io vi diceva che c’è anche una sterminata malizia. Non possono non vedere che tutte queste cerimonie di S. Chiesa hanno una forza ammirabile a risvegliare nella nostra mente pensieri più vivi delle cose divine e ad accendere i nostri cuori di affetti più sentiti verso il Signore. Ma se non possono non vedere ciò, perché ci vogliono privare di tutti questi mezzi che sono sempre stati tanto adoperati dalla S. Chiesa, tanto pregiati dai Santi, tanto cari a tutti i Fedeli, e tanto efficaci al nostro spirituale vantaggio? Essi con queste declamazioni fanno lega con tutti gli increduli, con tutti i filosofastri, con tutti gli empi che vorrebbero vedere sterminato il culto del Signore dalla terra, e ridurci per pochi anni a vivere da bestie, senza Chiesa, senza culto, senza Sacerdoti, senza anima e senza Dio, per farci poi vivere un’eternità fra le strida, i pianti, le disperazioni, nel fuoco eterno. Iddio non lo permetta mai per sua misericordia. E voi invece ponete ben mente a quel che vi dico: non vi lasciate mai intepidire nell’amore a queste belle pratiche di pietà: anzi andatevi a bello studio più sollecitamente e mostratevi in esse più devoti e più riverenti. Il demonio è un serpente. Dove mette una volta la testa, vi fa passare anche tutto il corpo. Se comincerà a levarvi questi oggetti dalla mente e dal cuore, poi vi leverà i Sacramenti, il Sacrifizio e tutti i mezzi della salute. – Finalmente dicono che basta non far male, che basta aver carità, che tutte le cose sopradette non sono necessarie. Avevamo proprio bisogno di queste loro moine! Basta non far male eh? Ma dunque perché hanno tanto interesse a levarci tutti i nostri esercizi di pietà? Io non credo che noi facciamo male ad alcuno con essi e che non manchiamo alla carità con chicchessia nei nostri riti e cerimonie: perché dunque si sveleniscono tanto contro di essi? Perché non cominciano essi a praticare un poco la carità con noi e ci lasciano in pace? Perché vengono a seminare la discordia ed il malcontento nel paese? E questa è la carità che predicano? Ipocriti! Ma poi diciamo loro chiaramente. No, non basta non far male. bisogna anche fare del bene, non basta aver carità come la intendono costoro, bisogna avere anche giustizia, anche aver fede, anche aver pazienza, anche avere umiltà che è appunto quella che manca a cotesti predicatori, bisogna anche avere ubbidienza, che essi non conoscono né punto né poco, bisogna avere tutte le virtù. Il non far male, il non rubare, il non ammazzare è molto poco, perché è molto poco anche diciamolo chiaro, il fare un po’ di bene al prossimo. Questo basta per gettare un poco di polvere negli occhi alla gente, questo basta per farsi un po’ di reputazione, questo basta per piacere al mondo, ma per piacere a Dio ci vuole ben altro. Bisogna sottomettere il capo alla S. Fede, e checché la nostra superbia ci suggerisca, stare sottoposto alla S. Chiesa: praticare tutto quello che essa c’insegna, sentir la S. Messa, confessarsi, comunicarsi quando essa comanda, rispettare le astinenze, i digiuni quando essa li impone; osservare le Domeniche e le Feste come essa prescrive; bisogna domare le proprie passioni, sottomettere l’ira, l’invidia, la superbia, la gola, disprezzare il mondo con tutte le sue pompe, infrenare la propria carne e non concederle quello che essa pretende: conviene far tutto ciò e farlo davvero. Non bastano quattro smorfie in lode della carità, che neppure si finisce di conoscere quel che sia. – Io castigo il mio corpo, dice S. Paolo, io lo tengo in servitù, io non batto l’aria (Cor. IX, 27) come fanno costoro con le loro parole melate di carità con le quali gabbano tanti sciocchi. – Di che poi potete conchiudere che è falsissimo anche quello di che tanto si vantano, cioè che non fanno male; perché in realtà ne fanno moltissimo, tralasciando tutto il vero bene, mancando della vera carità nell’atto in cui più la vantano, ed essendo ripieni d’ogni nequizia. Il vero Cattolico è quello che non fa male perché rispetta tutti i diritti di Dio, adempie tutti i doveri che ha col prossimo, e procura di non mancare neppure a se stesso. Chi la intende cosi, intende tutta la dottrina nel santo Vangelo. Chi non la intende così o è un pazzo che inganna sé medesimo, o è un furfante che inganna gli altri.