DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10): il modello di carità.

DEVOZIONE AL CUORE DI GESÙ (10)

[A. Carmignola: il Sacro Cuore di Gesù; S.E.I. Ed. Torino, 1930-imprim. ]

DISCORSO X

Il Sacro Cuore di Gesù modello di carità.

L’egoismo, l’amore disordinato dell’io, l’amore di sé fino alla noncuranza e all’odio degli altri, ecco in fondo in fondo la causa di tutte le sciagure, di tutte le miserie e di tutti i disordini, che vi sono nel mondo. Eppure ecco altresì la piaga, che travaglia maggiormente il cuor dell’uomo. Come sarebbe bello, che gli uomini riconoscendosi membri di una stessa famiglia, di cui Iddio è Padre, si amassero davvero come buoni fratelli, ed avessero comuni le gioie, divisi assieme i dolori, eguale il conforto delle vagheggiate speranze! Come sarebbe bello, che gli uomini, senza distinzione di famiglia, di casta, di patria, si stendessero tutti amichevolmente la mano per aiutarsi vicendevolmente nei loro bisogni, per soccorrersi nelle loro infermità, per confortarsi nelle loro tribolazioni! Come sarebbe bello che i dotti ammaestrassero con amore gli ignoranti, che i sani prestassero i loro servizi agli ammalati, che i ricchi dessero il superfluo ai poveri, che i lieti confortassero gli afflitti, che i giovani ed i robusti sostenessero i vecchi, che gli orfani trovassero sempre dei padri e delle madri; che tutti insomma per i loro sentimenti, per le loro parole, per le loro opere formassero un cuor solo ed un’anima sola! Come sarebbe bello! O quam bonum et quam iucundum habitare fratres in unum ! (Salm. CXXXII,, 1) Ma invece? Ohimè! Anche ai dì nostri tutta la filantropia, di cui si mena gran rumore e si fa gran pompa, non si riduce ad altro che ad ingannatrici parvenze, sotto le quali malamente si cela l’indifferenza, anzi la freddezza e persino l’odio. Vi hanno ai dì nostri di coloro, che rifuggono dal guardare l’altrui miseria, perché non vogliono essere turbati nella loro felicità. Vi hanno di coloro, che, peggio ancora, guardano l’altrui miseria e vi ridono sopra, perché è con l’aver ridotti gli altri alla miseria, che essi si sono fatti ricchi. Vi hanno infine di quelli, che si invidiano, si odiano, si insultano, si calunniano, si perseguitano, si tradiscono, si rovinano e si beano nella gioia della vendetta. È il trionfo, terribile trionfo dell’egoismo. E noi, o miei cari, vogliamo anche noi appartenere al numero di questi sciagurati, che in una vita senza amore si anticipano le torture, cui saranno condannati eternamente? No, senza dubbio. È perciò adunque, per raffermare ed accrescere in noi la regina delle virtù cristiane, la carità, che anche oggi ci faremo a contemplare il nostro divino modello e ad ascoltare il nostro divino maestro, Gesù Cristo. Oh se Egli per mezzo del suo Cuore Sacratissimo ci ha dato l’esempio della più eroica mansuetudine, della più profonda umiltà, e della purità più incantevole, ci ha pur dato quello della carità più ardente verso degli uomini, tanto che mostrandoci questo Cuore egli stesso ne dice: Ecco quel Cuore, che tanto ha amato gli uomini! Nello studio adunque e nella imitazione delle virtù speciali del Sacratissimo Cuore di Gesù ne lasceremmo da parte una integrale, se non rivolgessimo la nostra attenzione sulla carità per il prossimo. Consideriamo adunque: come col suo esempio e con la sua dottrina il Sacro Cuore di Gesù sia venuto a portare la carità nel mondo.

I. — Prima che Gesù Cristo venisse al mondo, la carità, o miei cari, era virtù sconosciuta. Anche presso gli Ebrei, che pure costituivano allora il popolo di Dio, ed ai quali Iddio l’aveva più volte raccomandata per mezzo della sua legge e dei profeti, erano tuttavia penetrate ed avevano fatto presa tali massime, che della carità erano l’assoluta negazione. Immaginarsi adunque dei pagani! Non è, che gli antichi non avessero degli amori. Anche avendo voluto non averne, non l’avrebbero potuto; perché non ostante il naturale egoismo che domina un uomo, è quasi impossibile, che non esca qualche poco da se medesimo per amare degli altri, o dirò meglio, appunto per appagare il suo egoismo l’uomo egoista ha bisogno di amare altri per esserne riamato. Ma allora l’amore, voi lo vedete, non è altro che una permuta di convenzione, un negozio d’interesse, un’arma di conquista all’egoismo istesso, e per conseguenza l’odio a tutto ciò, che non lo soddisfa. Si esalti pure presso i Greci e presso i Romani l’amor della famiglia, l’amor della casta, l’amor della patria! Ciò alla fin fine non era altro che inclinazione di natura, anzi prepotente egoismo passato dall’individuo nella famiglia, nella casta, nella patria. Così pure la tigre ama i suoi nati, odiando tutto il resto; così i lupi si affratellano coi lupi per compiere le loro rapine; e così ancora i leoni si aggruppano insieme per essere il terrore dei deserti. Difatti, e Greci e Romani, come chiamavano gli stranieri? Col nome di barbari. E così li chiamavano, perché cordialmente li odiavano. Ci devo essere io sapienza greca, ci devo essere io potenza romana, e non altro: ecco l’egoismo della patria. E i padroni, i ricchi patrizi come trattavano i loro servi? Siccome bestie. Come tali li avevano comperati al mercato, e come tali li usufruivano. Eccoli questi uomini, sulla cui fronte è scomparsa la traccia della dignità, con la palla di ferro al piede lavorare da mane a sera nelle campagne, in fondo alle miniere, e non altrimenti ripagati che di scarso pane e d’una gran quantità di scudisciate, e quando più non valgono alla fatica, eccoli abbandonati a morir di fame, se pure hanno avuto il tempo di arrivare a questa morte. Perché al padrone era pienamente lecito disfarsi di uno schiavo o comandargli di piantarsi un pugnale nel cuore per il solo diletto di vederselo in compagnia degli amici agonizzante dinanzi, al fine di una lauta cena, o farlo gettare vivo in fondo ad una peschiera per ingrassarne le sue murene. Ci siamo noi, dicevano i signori, e contiamo noi; ma voi, schiavi, che cosa siete? che cosa contate? Nulla. Ecco l’egoismo della casta. Tant’è: gli stessi filosofi non arrivavano a comprendere che gli schiavi essendo uomini al par degli altri, avevano anch’essi un’anima ragionevole ed erano pure essi degni di rispetto. Platone li chiamava esseri immondi; Aristotele li definiva una cosa, res; e Marco Aurelio, l’imperatore filosofo, non sapeva ravvisare in essi l’umanità. Come si trattavano i bambini, che nascevano deformi, od erano riputati soverchi nella famiglia? Si gettavano di casa in pasto ai cani, od in fondo alle cloache. Quale riguardo si aveva per i vecchi? Lo stesso Catone asseriva, essere conveniente torli di mezzo, non gravare le famiglie di tanti esseri inutili. E i poveri? Oh! i poveri eran gente, il cui contatto, al dire di Seneca, evitavasi con massima cura, e che, secondo Quintiliano, dovevansi rigettare con disprezzo. E l’imperatore Massimiano Galerio ordinava senz’altro, fossero gettati in mare, perché la loro presenza non doveva recar molestia a nessuno. Siamo noi, che dobbiamo goderci la vita, diceva un capo di famiglia a nome dei pochi membri, che la componevano, e degli altri che deve importarci? Ecco l’egoismo della famiglia. No, o miei cari, l’amore per l’umanità, prima della venuta di Gesù Cristo, non esisteva. Per quanto grande fosse la potenza dei soldati romani nell’assoggettare intere nazioni, per quanto splendida la magnificenza dei Cesari nel fabbricare palagi, meraviglie delle generazioni future, per quanto efficace la eloquenza degli oratori e profonda la sapienza dei filosofi, pure la carità non c’era, né sarebbe stato possibile un discorso sulla medesima. Del resto qual meraviglia? I Gentili non avevano mai neppure intraveduto che tutti gli uomini sono fratelli tra di loro, perché figli di uno stesso Padre; gli Ebrei, fattisi così alteri della loro nazionalità, lo avevano dimenticato. Ma ecco che una nuova èra incomincia, e la carità prende a regnar da sovrana in mezzo al mondo. Udite S. Paolo, che grida trionfante: Non vi è più Giudeo, né Greco, non v’ha più servi, né liberi, non v’ha più maschio, né femmina: no, non v’è più distinzione di sorta, ma tutti, quanti siete dispersi ai quattro venti, tutti siete un solo in Gesù Cristo: unum estis in Christo Iesu! E d in vero guardate nella stessa Roma: quelle matrone, che Tacito descriveva così molli e così sensuali, quelle fanciulle così fiere e così delicate sono discese dal loro orgoglio per curvarsi insino a terra e raccogliere nel loro grembo materno quei poveri bimbi abbandonati, per correre affannose nelle agapi fraterne a servire di loro mano i poveri ed i vecchi, per aggirarsi instancabili nelle povere case a visitare e confortare gli infermi. Mirate: quei patrizi, un giorno così fastosi e prepotenti, ora, spezzate le catene dei loro schiavi, si accomunano con gli stessi dapprima nelle catacombe e poi nelle basiliche, si mettono proprio accanto a loro, ne hanno cura come di proprii figli e non richiedono da loro più altro, che un conveniente ed amorevole servizio. Mirate: quegli uomini di diverse nazioni, di diverso linguaggio, di diverso colore, tutti si stringono la mano dicendosi coi più caldi affetti dell’anima: Siamo fratelli, siamo fratelli! E ciò è poco. Perché che cosa è avvenuto in seguito? Oh se apriamo alquanto quel gran libro, che contiene la storia della carità, avremo da strabiliare, che in ogni secolo investigatrice sollecita della miseria speciale ad esso, la carità suscitò in ogni secolo delle anime eroiche, che vi posero riparo. Chi sono quei due uomini, che attraversano i mari per penetrare in terre inospitali? S. Giovanni de Mata e S. Pietro Nolasco: niente li trattiene, non disagi, non pericoli; sfidano l’infuriare del mare e le ire degli infedeli; ma essi spinti dalla carità vogliono redimere gli schiavi. E chi è quell’altro, che si aggira per gli stanzoni degli ospedali fermandosi di tanto in tanto presso i poveri infermi, che gemono fra i più cocenti dolori ed agonizzano in fin di vita, asterge loro le lagrime e loro porge i più soavi conforti? È S. Camillo de Lellis. E quest’altro, che consacra tutta la sua vita al servizio dei pazzi, esposto a divenir pazzo egli stesso, se già non fosse preso dalla pazzia della carità, quest’altro chi è? È S. Giovanni di Dio. E quest’altro ancora, che lassù tra i ghiacciai eterni delle Alpi sacrifica la sua vita, movendo in cerca del povero viaggiatore, che smarrita la via corre pericolo di restar sepolto nella neve, chi è? È S. Bernardo di Mentone. E questi altri sono S. Gaetano Tiene, che per amor del prossimo, per sollevarlo dalle sue infermità, si sacrifica egli pure negli ospedali; S. Carlo Borromeo, il Cardinale Federico, S. Luigi Gonzaga, che per amore del prossimo, per scamparlo dalla strage di rio malore, espongono e danno con generosità la loro vita. S. Vincenzo de’ Paoli, S. Francesco di Sales, il Beato Sebastiano Valfrè, che per amore del prossimo, per soccorrerlo nei più gravi bisogni, si fanno tutto a tutti: S. Gerolamo Miani, S. Giuseppe Calasanzio, S. Antonio Zaccaria, il Beato Cottolengo, il Ven. Giovanni Bosco, che per amore del prossimo, per liberarlo dai più gravi pericoli, consacrano tutta la loro attività e tutto il loro zelo; sono generosi sacerdoti e suore ardimentose, che, seguendo la vestigia di questi gran santi, perpetuano sotto tutte le forme la carità cristiana negli asili, negli ospizi, negli ospedali, nei lebbrosari, sul campo di battaglia; sì, tutti costoro, e cento, e mille, e centomila altri sono gli uomini creati dalla carità, i prodigi della quale operantisi da diciannove secoli, sono mille volte più grandi, che non siano stati i prodigi di conquista operati da un Cesare o da un Alessandro Magno. – Ma intanto io chiedo: Come mai la carità questa regina della virtù, si è fatta regina nel mondo? Come sono nati questi appassionati per l’umanità? Chi ne li ha inebriati per tal modo? Qual vino hanno essi bevuto? La prima volta che essi apparvero nel mondo, furono presi per gente ebbra: Ebrii sunt. E sì. La carità è un’ebbrezza, che turba sublimemente la ragione, che cagiona delle eroiche follie. Ma questo vino così potente non è altro che l’esempio e la dottrina di Gesù Cristo; quell’esempio, che Gesù Cristo, solamente Gesù Cristo, è venuto a darci col suo Cuore ripieno di carità infinita per gli uomini; quella dottrina, che dallo stesso suo Santissimo Cuore ha fatto sgorgare.

II. — Apriamo il Vangelo. Anzitutto, secondo il solito di ogni altra virtù, noi troveremo l’esempio, e riconosceremo che dire Cuore di Gesù e Cuore tutto pieno di amore per gli uomini, senza distinzione e senza riserva di età, di sesso, di condizione, è la stessa cosa. Gesù ama i fanciulli, e vuole che a Lui si lascino appressare, perché di essi è il regno de’ cieli. Gesù ama i poveri, e con essi si trattiene volentieri e attesta di essere venuto per evangelizzarli. Gesù ama gli infermi, ed opera a loro vantaggio i più strepitosi prodigi, sanandoli dai loro languori. Gesù ama i peccatori, e li cerca, li chiama presso di sé, li tratta con una dolcezza ineffabile, li guarisce dalle loro colpe, e non può fare a meno di rimproverare coloro, che vorrebbero condannarli. Gesù ama gli ingrati, che dimenticano i suoi benefizi, e piange sulle sciagure dell’infelice Gerusalemme, Gesù ama i traditori, e a Giuda, nell’atto stesso che con un bacio lo consegna alla sbirraglia, dà il dolce nome di amico. Gesù ama quei che lo rinnegano, e non altrimenti fa conoscere a Pietro il suo delitto, che con uno sguardo di pietà. Gesù ama i nemici, e se talora coi farisei usa delle dure espressioni, ciò non è effetto che dell’amore, che non sa tacere «piando vorrebbe imporsi ad ogni costo. Gesù ama i suoi carnefici, ed a loro, che insultano alle sue supreme agonie, risponde con questa preghiera: « Padre, perdona loro, che non sanno quel che si facciano. » Gesù ama tutta l’umanità, poiché per tutta l’umanità muore sulla croce. E dopo l’esempio la dottrina. Uditela: « Amate il vostro prossimo in modo, che facciate ad esso tutto ciò, che bramereste fosse fatto a voi. In questo si restringe tutto il sugo della legge e dei profeti. » ( MATT. VII, 12) Altrove più chiaramente: « Ama Iddio con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la niente, con tutte le forze. Questo è il primo comandamento, e il maggiore di tutti. Ma il secondo è simile a questo: Ama il prossimo come te stesso. » (MATT. XXII, 37) Nel discorso della montagna, dinanzi alla moltitudine, che lo ascolta meravigliata, esclama: « Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia! » E poi soggiunse: « Perdonate agli altri i loro mancamenti, affinché il vostro Padre celeste perdoni similmente i vostri peccati. Perché se voi non perdonate, né meno il Padre celeste perdonerà a voi i vostri mancamenti: Avete udito che fu detto: Amerai il tuo prossimo; e gli scribi hanno aggiunto: Odierai il nemico. Ma io vi dico: Amate i vostri nemici, fate del bene a coloro che vi odiano, benedite a que’ che vi maledicono e pregate per quelli che vi perseguitano e vi calunniano; sì che siate figli del vostro Padre, che è nei cieli, il quale fa nascere il sole sopra i buoni e sopra i cattivi, e piovere sopra i giusti e sopra gl’ingiusti. Imperocché se amate solamente coloro che vi amano, che mercede n’avrete voi? Non fanno altrettanto i pubblicani! E se salutate i vostri fratelli, che cosa fate più degli altri? Non fanno altrettanto i gentili? Voi dunque siate perfetti come il Padre vostro che è nei cieli. » Or dite, o miei cari, poteva Gesù Cristo con maggior precisione, con maggior chiarezza farci comprendere la sua legge di amore? Ah! Egli ha parlato veramente secondo l’abbondanza del suo Santissimo Cuore. – Eppure, come se ciò non fosse ancora bastato, ad aggiungere forza al suo precetto, a farcene sentire fino al grado supremo tutta l’importanza, egli volle rinnovarlo in un tempo più d’ogni altro memorabile, vale a dire, alla vigilia della sua morte. Qual padre moribondo, che, circondato dai figliuoli piangenti, espone l’ultimo e più ardente desiderio del cuore, Gesù, rivolto agli Apostoli, dice: « Vi do un comando nuovo, (un comando che finora l’umanità non intese a darsi da altri maestri) che vi amiate vicendevolmente, come Io ho amato voi. Questo è i l mio precetto. Ed è nella sua pratica, che vi riconosceranno per discepoli miei. » (Giov. XIII, 34, 35) No, non saranno i prodigi, che voi opererete, non la predicazione, che andrete facendo per l’universo, non l’eroismo, che professerete a sostegno della fede: non sarà tutto questo, ciò che specialmente vi distinguerà; bensì l’amore reciproco, perché la carità è il grande oceano donde cominciano e dove mettono capo tutte le grandezze della fede e tutte quante le virtù. E rivolto ancora al suo divin Padre gli domanda « che i suoi discepoli formino tra di loro un sol cuore, siccome Egli è nel Padre, e il Padre è in Lui. » (Giov. XVII, 21) E S. Giovanni, l’Apostolo prediletto, che ebbe la special cura di trasmetterci queste singolari espressioni di Gesù Cristo, è pure l’apostolo, che predica per eccellenza la carità. Perché non pago di fare nelle sue lettere una continua esortazione alla carità, già divenuto vecchio, e costretto a farsi portare nelle assemblee cristiane, con le tremule labbra altro non ripete: « Figliuolini, amatevi scambievolmente. » E richiesto del perché, risponde: « È il precetto del Signore. Se si osserva, basta. » Sì, la carità è il precetto del Signore, è il comando per eccellenza di Gesù Cristo. Ma verso di chi lo dovremo noi esercitare? Chi è propriamente il prossimo, a cui dovremo la nostra carità? Udite ancora Gesù Cristo: « Un pover uomo andava da Gerusalemme a Gerico, e dette negli assassini, i quali non solo lo spogliarono, ma, fattegli ancora molte ferite, lo lasciarono sulla strada mezzo morto. Passa di là un sacerdote, (dell’antica legge) ma vedutolo tirò oltre. Passa un levita, ed ancor egli datogli uno sguardo andò via. Passa alfine un Samaritano, e non ostante che i Giudei odiassero cordialmente i Samaritani e li avessero in minor conto di loro prossimo che non i Gentili, si ferma, gli si accosta, e veduto il suo misero stato, pieno di compassione trae fuori dalle sue valigie dell’olio e del vino, lo versa sulle sue ferite, gliele fascia: e quindi messolo dolcemente sul suo cavallo, lo conduce all’albergo e lo raccomanda all’albergatore, perché ne voglia aver gran cura. » Ecco dunque qual è il vostro prossimo: tutti gli uomini del mondo, di qualunque nazione essi siano, qualunque si sia il loro stato, di qualsivoglia condizione, fossero ben anche i più accaniti nemici. Così pertanto Gesù c’insegna come e con chi dobbiamo praticare la carità. E dopo insegnamenti così sublimi e così semplici ad un tempo, confermati dagli esempi così grandi e così ammirabili, come mai gli uomini non avrebbero abbracciata la carità cristiana per farla regnare da regina nei loro cuori? Tuttavia, o miei cari, sebbene tutto ciò più che mai avrebbe dovuto bastare per animarci a compiere il nostro dovere, Gesù Cristo volle fare assai più: e per assicurarsi per parte sua più che gli era possibile che noi seguissimo il suo esempio e il suo precetto si valse di un segreto, che era pure sconosciuto avanti la sua venuta. Udite.

III. — Prima che Gesù Cristo scendesse quaggiù, la religione pagana, che dominava pressoché tutto il mondo, non solo non era riuscita ad inspirare l’amore verso il prossimo, ma anzi aveva consacrato l’odio. Quegli dei nazionali, che l’egoismo umano si era fabbricato, non pensavano certo a proteggere gli stranieri. Gesù Cristo invece, venuto sulla terra, congiunse insieme religione e carità, e le fece una dipendente dall’altra in guisa, che dove non vi ha religione non vi ha vera carità, e dove non v i ha carità non vi è vera religione. Uditelo: « In verità, vi dico, ogni qualvolta eserciterete la carità verso il vostro prossimo, la terrò come esercitata verso di me stesso. Ed è secondo questa estimazione che nel dì del giudizio ve ne darò la ricompensa. Ma così pure, se voi negherete la carità al vostro prossimo la terrò come negata a me; ed è in questo rapporto, che nello stesso dì del giudizio ve ne infliggerò castigo. » Così ha parlato Gesù Cristo, e per tal guisa Egli personificandosi nel prossimo nostro e formando di sé e di Lui un solo essere morale, ha fatto della carità una virtù eminentemente religiosa, anzi una virtù teologale, ragione per cui ogni cristiano deve dire a se stesso: Se amo il prossimo, amo Iddio; se tratto bene il prossimo, tratto bene Iddio; se benefico il prossimo, benefico Iddio; ma se non amo il prossimo, è Dio che non amo; se tratto male il prossimo, è Dio che tratto male; se odio il prossimo, è Dio che odio. – « Ed ora, dirò con un illustre scrittore, i prodigi della carità cristiana non mi fanno più specie. Questa carne straziata sul Calvario è la carne dell’umanità; questi piedi inchiodati sulla croce sono i piedi dell’umanità; queste mani traforate sono le mani dell’umanità. Queste piaghe di Gesù Cristo sono le piaghe dell’umanità. E per converso le piaghe, benché così vergognose, dell’umanità sono le piaghe di Gesù Cristo, le mani benché abbiette e callose dell’umanità sono le mani di Gesù Cristo, i piedi benché sudici e schifosi dell’umanità sono i piedi di Gesù Cristo, la carne benché sì travagliata dell’umanità è la carne di Gesù Cristo. »  E se voi, soggiungerò io, se voi, o suore, che il mondo ingrato e maligno ripaga talvolta di ludibrio, cionondimeno avete rinunziato al mondo, alle caste gioie della famiglia, ai piaceri della terra per sacrificare la vostra vita negli asili, negli ospedali, nei ricoveri, nelle carceri e farvi le madri degli orfani e le serve dei poveri e degli infelici, ora capisco; se voi, frati e sacerdoti, che il mondo tollera solamente perché non riuscirà mai a distruggervi, pure legandovi alla religione coi santi voti, spendete il vostro ingegno, il vostro cuore, la vostra vita a prò della gioventù, a prò degli ignoranti, a prò di chi non conosce ancora Iddio, lo comprendo; se voi, o grandi dame, o nobilissime regine, o venerabili Cristine, o S. Elisabette, arriverete sino al punto da non calare soltanto dai vostri regali appartamenti per andare in soccorso del povero e per confortare g li infermi, ma per portare nelle vostre braccia i lebbrosi al vostro palagio, e poi lavarli con le vostre mani, e poi baciarne le piaghe, e poi bere eziandio, ciò che soltanto a dirsi ributta la nostra delicatezza, quanto è uscito dalle loro ulceri; io so, io comprendo ora tutto questo: nella persona di un uomo, per quanto misero, per quanto abbietto, per quanto malvagio e spregevole, voi vedete raggiare la persona adorabile di Gesù Cristo. E così comprendo come ad una preghiera fatta in nome del Crocifisso si sappia far il sacrificio d’una vendetta, calmare gli sdegni più bollenti, perdonare al proprio nemico ed abbracciarlo con affetto: la realtà è pur sempre questa, che come si tratta il prossimo, così si tratta Gesù Cristo, così si tratta Iddio, perché Gesù Cristo ha congiunto insieme con la carità la religione e le ha fatte inseparabili l’una dall’altra. Oggidì, o miei cari, alla carità cristiana vuolsi sostituire la filantropia, un non so qual amore degli uomini dettato al cuore unicamente dalla ragione. Ma cotesta filantropia che rifugge dalla religione, che non ha per base i motivi soprannaturali messici dinanzi da Gesù Cristo ad accendere in noi la carità, riesce essa ad ottenere lo scopo che si propone, o che almeno dice di proporsi? L’esperienza medesima ci fa conoscere, che non vi riesce, che non vi riuscirà mai. Essa per commuovere il buon cuore degli uomini, si arrabatta a trovar motivi e a stenderli sopra ampi affissi con parole altisonanti. Con tutto ciò non le riesce di persuadere, e non solo nelle necessità ordinarie delle classi indigenti, ma nemmeno nelle grandi calamità pubbliche, quando i terremoti, le inondazioni, i colera, mietute a migliaia le vittime, gettano nella miseria i superstiti. Sicché questa filantropia, che sdegna valersi dello stesso nome di Dio, è costretta, per ottenere sussidi a prò degli infelici, ad appigliarsi ad arti meschine e persino abbiette. Le fa d’uopo solleticare la vanità con promesse di nomi stampati sui giornali, di croci di cavaliere, di titoli ai generosi, e di suffragi nelle elezioni politiche ed amministrative; le bisogna ricorrere a ridicole chiassate di piazza, a processione di carri con strepiti di trombe innanzi ad essi; le bisogna sfruttare gli istinti volgari ed ignobili della nostra corrotta natura con lotterie e con balli, così detti di beneficenza, con mascherate, rappresentazioni sceniche, banchetti ed altre orge carnevalesche; le bisogna tutto questo. E questo è amore per gli uomini? È dunque lì nel tripudio della danza, che la dama superba si sente commuovere le viscere per la povera vedova, che carica di bambini, senza pane pei medesimi, versa amarissimo pianto? È lì nella gioia frenetica di una mensa lautamente imbandita, che gli Epuloni aprono il cuore alla compassione pei poveri Lazzari, che alla porta stanno aspettando le briciole? È lì nel matto sghignazzare della commedia, che la giovane donzella si decide a far sacrificio della sua vanità per asciugare qualche lagrima? E quando pure con questi mezzi così disonorevoli per chi ne fa uso, la filantropia sarà riuscita a mettere insieme qualche po’ di danaro, se pure, dedotte le spese o vere o immaginarie, le resterà qualche cosa da far pervenire nelle mani dei bisognevoli, dite, potrà essa recar loro il conforto, che arreca la carità cristiana, che si chiede e si fa in nome di Dio? Oh quando la vedova, l’orfano, il poverello sanno, che quelle quattro monete, che si pongono nelle loro mani, sono il frutto delle passioni più vili, il misero avanzo di tante altre monete gettate nei godimenti sfrenati, il mercato ignominioso delle loro lagrime e della loro miseria, pel rossore che proveranno nel riceverle, non se le sentiranno bruciar nelle mani? No! Non è di pane soltanto, che vive l’uomo; egli vive ancor più di dignità, perché Dio non lo ha fatto come il bruto, e la filantropia, che nel dare il pane all’uomo, non cura la Religione, non rispetta neppure la dignità umana. Carità adunque ci vuole e non filantropia. La filantropia sarà, io non lo nego, una virtù umana, ma appunto perché solamente virtù umana è incapace a soddisfare le aspirazioni dell’uomo, che secondo la bella espressione di Tertulliano, non è uomo soltanto, ma naturalmente Cristiano. La carità invece, quella carità che Gesù Cristo venne a portare nel mondo col suo esempio e con la sua dottrina, al nome di Dio si commuove e si accende, e gli uomini, le donne, i fanciulli stessi tramuta in eroi; in eroi, che danno le loro sostanze, in eroi che danno le loro forze, in eroi che danno il loro ingegno, in eroi che danno il loro cuore, in eroi che danno il loro sangue, a salvare delle anime, a consolare degli afflitti, a soccorrere dei bisognosi, ad assistere degli infermi, a perdonare dei nemici e a far del bene a coloro istessi che li odiano e li perseguitano. Ma se a ciò riesce la carità cristiana, gli è appunto perché essa è basata sopra motivi soprannaturali, perché è vivificata dall’alito della Religione. E quanto più questo alito è forte, tanto più riesce efficace nelle opere di carità. Voi avete ospedali, chi ve li serve? Avete ospizi, chi ve li sostiene? avete orfanotrofi, chi ve li governa? avete istituti pei poveri giovani, chi ve li mantiene? avete famiglie per le fanciulle, chi ve li dirige? avete degli ergastoli, chi ve li tramuta in case di benedizione? avete degli sventurati, chi ve li soccorre? avete dei moribondi, chi ve li assiste? ve l’ho detto: sacerdoti e suore, uomini e donne animate per eccellenza dallo spirito di Religione e che si chiamano appunto religiosi e religiose Ed è una vergogna, che alle volte il popolo medesimo, che è il primo a godere i benefizi della carità religiosa, si unisca coi superbi saputi del mondo per domandare, in vedendo dei religiosi e delle religiose, che cosa fanno ancora al mondo questi poltroni?…. Che cosa fanno? Lo sa Iddio, e lo saprai tu, quando abbandonato da tutti, troverai rifugio nelle loro braccia soltanto. Ah! io parlo forte, o miei cari, perché ho tanto in mano da cacciar in gola la parola maligna. Che abbassi pure la voce e vada a capo chino, chi senza Religione, non può mostrare che rovine; io mostro dei poveri aiutati, degli orfani raccolti, degli infermi assistiti, degli infelici consolati e li mostro accanto alle anime religiose. O voi tutti, che bramate praticare la carità cristiana, praticate la Religione: pregate, frequentate la Chiesa, visitate i tabernacoli, ricevete spesso nel vostro cuore quel Cuore che è la fonte della carità; salvando la Religione, salvate la carità, e salvando la carità, salverete la Religione, perché « questa è la Religione pura ed immacolata, praticare la carità tenendosi lontani dell’ irreligione del secolo. » ( Jac . I, 27) – Ed ora dopo sì efficace eccitamento del Santissimo Cuore di Gesù alla pratica della carità verso il prossimo, come suoi devoti non risolveremo ancor noi di compiere il santo suo volere? Certamente non tutti siamo chiamati a praticarla in un grado eroico, come la praticarono un gran numero di Santi; non tutti siamo chiamati a recarci in lontani paesi a portar la luce del Vangelo a coloro, che giacciono ancor tra le tenebre e le ombre di morte; non tutti siamo chiamati a sacrificare la nostra vita negli ospedali, servendo ai poveri infermi; non tutti siamo chiamati a raccogliere in casa nostra orfani e sventurati, né ad esporci al pericolo della vita in caso di gravi epidemie o di pubblici disastri; ma tutti siamo obbligati dall’esempio e dalla dottrina del Sacro Cuor di Gesù ad esercitare la carità del prossimo nei sentimenti, nelle parole e nelle opere, ogni qualvolta ci si presenta l’occasione e secondo la nostra possibilità. Carità nei sentimenti, perciò a nome di Gesù Cristo, l’Apostolo Paolo c’insegna chiaramente, che dobbiamo prendere per il nostro prossimo viscere di misericordia: Induite vos ergo sicut electi Dei viscera misericordiæ, (Coloss. III, 12) discacciando dal nostro interno ogni giudizio, ogni sospetto, ogni dubbio temerario. Carità nelle parole, evitando le mormorazioni, le calunnie, le derisioni, gli scherni, le ingiurie verso gli altri, e sopportando invece con pazienza le ingiurie, gli scherni, le derisioni, le calunnie, le mormorazioni fatte contro di noi. Carità infine, e massimamente, nelle opere, secondochè, ci esorta l’apostolo della carità, S. Giovanni: Filioli miei, non diligamus verbo neque lingua, sed opere et veritate. « Perciocché chi avrà dei beni di questo mondo e vedrà il suo fratello in necessità e chiuderà le sue viscere alla compassione di lui, come mai è in costui la carità di Dio? » (I Jov. III, 17-18) La limosima pertanto ai bisognevoli, quando ci è possibile, ne è imposta quale assoluto dovere. Ma non dimentichiamo, o carissimi, che la limosina non è di pane, di denaro, o di roba soltanto: essa è di ogni aiuto e sollievo, che si possa recare al prossimo, che ne abbisogna. Bella elemosina adunque è pur quella di porgere al prossimo qualche servigio, quella di consolarlo nelle sue afflizioni, quella di consigliarlo ne’ suoi dubbi, quella di istruirlo nella sua ignoranza, quella di ammonirlo con dolcezza dei suoi difetti, quella di animarlo al bene coi nostri buoni esempi, quella di pregare per la sua conversione, quella di visitarlo ed assisterlo nelle sue infermità, quella massimamente di disporlo in esse a fare una buona morte. E tanto più bella, tanto più meritoria sarà questa nostra qualsiasi elemosina, se, praticando l’esempio e gli ammaestramenti del Sacratissimo Cuore, la eserciteremo non solo verso quelli che ci amano, ma ancora verso di coloro che ci odiano, ci perseguitano e sono nostri nemici. E non l’hanno forse praticata così i Santi? S. Catterina da Siena ad una donna, che l’aveva infamata nell’onestà, rese i più umili servigi durante la infermità, che l’aveva incolta. S. Ambrogio ad un sicario, che gli aveva insidiata la vita, fe’ un assegnamento, per cui poté comodamente vivere. S. Sabino pregò per il tiranno, che gli aveva fatto troncare le mani per la fede, e insieme con la guarigione da un grave mal d’occhi gli ottenne da Dio la conversione e la salute dell’anima. San Mellezio, stando in carrozza col governatore che lo portava in esilio, gli stese le braccia sopra per liberarlo dal popolo, che voleva perciò lapidarlo. S. Acaio vendette le sue robe per soccorrere chi gli aveva tolta la stima. Oh! i Santi comprendevano appieno l’importanza di questa carità verso gli stessi nemici, il gradimento che ne ha Iddio, le ricompense con cui la ripaga. Pratichiamola così adunque anche noi, ed anche noi acquisteremo l’affetto del Cuore Santissimo di Gesù. E se ci manca la forza, eseguiamo il consiglio di S. Ambrogio: Si infirmus es, ora, opperò prostrandoci umilmente dinanzi al Divin Cuore, diciamogli con fiducia: O Cuore amantissimo di Gesù Cristo, così ardente di carità per noi, deh! fateci parte delle vostre vivissime fiamme, affinché anche noi sull’esempio e per amor vostro facciamo regnare nel nostro cuore la carità verso il prossimo. Ah! che purtroppo finora non ci ha dominati che l’egoismo, la freddezza, e forse anche l’odio e la brama della vendetta. No, non sarà più così per l’avvenire! Mercé i vostri santi aiuti noi vestiremo per il nostro prossimo viscere di carità, lo ameremo sinceramente nei nostri sentimenti, nelle nostre parole, nelle nostre opere, lo ameremo anche allora che fosse nostro nemico, e per tal guisa praticando i vostri esempi e la vostra dottrina di amore, speriamo fermamente di essere noi pure da Voi perdonati, da Voi amati, da Voi protetti, da Voi rimeritati ora e per tutta l’eternità.

OTTAVARIO DEI MORTI (4) Che sarà dei nostri morti?

OTTAVARIO DEI MORTI (4)

TRATTENIMENTO VI.

Che sarà dei nostri morti ?

[L. Falletti: I nostri morti e il purgatorio; M. D’Auria Ed. Napoli, 1924 – impr. -]

Sommario — Dubbio angoscioso — Soave dottrina di S. Francesco di Sales — Come spiegare le parabole evangeliche? — Gli operai e gli invitati — Opinioni teologiche — Dottrina conforme alla bontà di Dio — Rivelazioni dei Santi — Contegno della Chiesa — Esempio. Appendice — Molti sono i chiamati, pochi gli eletti.

I.

Fra tante sciagure che fanno grami i giorni della vita mortale, una delle più crudeli, singolarmente pei cuori affettuosi e sensibili, si è per ciascuno la perdita dei suoi cari. Oh Dio! che strazio per la giovane sposa la morte del suo giovane consorte, per i figli la morte dei loro genitori, per amorosa sorella la morte di un caro fratello! La morte, nel tempo medesimo che colpisce le sue vittime, amareggia ancora i giorni di coloro che sopravvivono, o, per dir meglio, attenta con un colpo solo alla vita degli uni e al cuore degli altri. Ma se questa considerazione degli effetti terribili della morte è dolorosa per tutti, ei mi pare che siavi, per un credente specialmente, qualche cosa di più doloroso e terribile ancora, e questo si è il pensiero della sorte eterna che sarà toccata all’anima diletta della persona che si è perduta. « Sarà ella in luogo di salute, oppure di dannazione? Nel suo comparire alla presenza di Dio sarà ella stata un trionfo della sua misericordia infinita, oppure della sua giustizia inesorabile che vede macchie perfino negli Angeli? » Pensiero tremendo ed angoscioso che tante volte amareggia e tormenta non poche anime timide, esageratamente impressionate dalla considerazione dei divini giudizi e specialmente da quelle parole del Vangelo « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti! » Ei mi pare quindi che non sia per nulla fuor di proposito che, a scopo di consolazione per queste povere anime, già abbastanza addolorate dalla perdita dei loro cari, io dica qualche cosa su questo argomento, attenendomi rigorosamente a quanto attorno ad esso ci hanno insegnato i Padri ed i Dottori della Chiesa. La loro dottrina sarà come un raggio di Paradiso che dissiperà non poco le tenebre in cui le getta il dolore. – Discutevasi un giorno alla presenza del Santo Vescovo di Ginevra, S. Francesco di Sales, su quelle tremende parole del Vangelo: « Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti ». Si diceva che il numero degli eletti è chiamato nelle Scritture piccolo gregge, mentre quello dei dannati legione e moltitudine… ed altre cose simili. Il Santo Dottore lasciò che tutti parlassero, e quando ognuno ebbe detto il suo parere, così egli prese a dire: « Io penso, invece, che vi saranno ben pochi cristiani che andranno dannati, — e intendeva parlare di coloro che appartengono alla Chiesa Cattolica — perché, possedendo essi la radice della vera fede, presto o tardi questa produrrà ordinariamente il suo frutto, che è la salute, e da morta che è, diventa vivente e opererà per la carità ». E siccome gli si obiettava la parabola del Vangelo in cui si parla del piccolo numero degli eletti: «In realtà, soggiungeva, se si paragonano i Cristiani Cattolici col resto del mondo e delle nazioni infedeli, il loro numero è molto piccolo; ma su questo numero io credo che ben pochi si dannino ». Ed a sostegno della sua opinione egli si riferiva alla bontà di Dio, la quale, secondo dice S. Paolo, come ha cominciato l’opera buona, così la condurrà fino a compimento. « Sarebbe mai possibile che la vocazione al Cristianesimo, che è un’opera di Dio ed un’opera perfetta, conducente al fine supremo, ch’è la gloria del Cielo, potesse essere tanto sovente frustrata del suo effetto? » Ed appoggiato a questa sua credenza, non voleva che si disperasse della conversione di alcun peccatore fino all’ultimo suo respiro. E spingevasi più oltre ancora: « tanto che non approvava che, anche dopo la morte, si portasse un giudizio sfavorevole su di coloro eziandio che avevano condotto una cattiva vita ». E la sua ragione principale era che « siccome la prima grazia della giustificazione non è meritata da alcuna opera precedente, così l’ultima grazia, che è quella della perseveranza finale, non viene punto concessa al merito. Ora chi è colui che mai conobbe i disegni di Dio? Chi è colui che fu suo consigliere? » Quindi il Santo voleva che « anche dopo l’ultimo respiro si continuasse a sperare in bene della persona defunta, qualunque fosse stata la morte che le era toccata in sorte, perché noi non possiamo avere che congetture molto incerte, unicamente fondate sull’esterno in cui anche i più abili possono ingannarsi ». – E questa dottrina così consolante sul più gran numero degli eletti, benché, rigorosamente parlando, non sia stata ancora fatta totalmente sua dalla Chiesa, sulla quale del resto non si è pur anco pronunziata, sembra nondimeno la più conforme al senso ben compreso delle Sacre Scritture. E per convincerci non abbiamo che ad esaminare brevemente i passaggi in cui se ne fa cenno. E primo ci si presenta S. Matteo, il quale al capo ventesimo del suo Vangelo paragona il regno del Cielo ad una vigna che il padre di famiglia fa coltivare ed a cui successivamente manda tutti gli operai che può incontrare. Venuta la sera, egli convoca tutti coloro che hanno lavorato per lui; dà loro la mercede pattuita, e l’operaio dell’ ultima ora è da lui ricompensato colla stessa moneta di colui che ha iniziato il suo lavoro fin dal principio del giorno. Si lamenta quest’ultimo, ma il Padrone gli risponde che gli dà ciò di cui avevano pattuito, soggiungendo che i primi saranno gli ultimi e gli ultimi saranno i primi, e conchiude: Molti sono chiamati, ma pochi sono eletti. Egli è evidente che se si vuole ben interpretare il senso di questa sentenza, non bisogna separarlo da tutto l’insieme del testo, di cui dessa è come la conclusione, ma spiegarla col testo istesso. Ora che cosa ci dice questa parabola? Ci dice forse che il più gran numero degli operai, chiamati a lavorare nella vigna, sono esclusi dalla ricompensa e dalla mercede al termine della giornata, e che quindi per analogia la maggioranza, degli uomini, che lavorano per Dio in sulla terra, saranno esclusi dalla ricompensa celeste? No, certamente, ci dice anzi il contrario; perciò in quella guisa che tutti gli operai della parabola evangelica ricevono una ricompensa, così i Cristiani, quelli almeno appartenenti alla Chiesa Cattolica, che vien raffigurata nella vigna, riceveranno, dopo le fatiche e le operazioni della presente vita, la ricompensa; e la sola conclusione che si può trarre dal sacro testo è la disuguaglianza della ricompensa. Lungi pertanto d’essere l’espressione della collera divina, questa sentenza è invece l’espressione della sua misericordia a riguardo dei peccatori e dell’efficacia meravigliosa del pentimento. – In un altro passaggio dello stesso Vangelo, al capitolo ventiduesimo, il regno dei Cieli viene rappresentato sotto la figura d’un banchetto, al quale gli invitati, che sono gli Ebrei, rifiutano di partecipare: allora il re ordina di convocare quanti si potranno incontrare per le vie e per le piazze della città ed in questo modo una moltitudine di gente d’ogni condizione introdotta nella sala del banchetto: sono i Gentili ed i Barbari da Gesù Cristo chiamati alla sua fede. E di tutta questa moltitudine uno solo viene cacciato via, perché non è vestito della veste nuziale. « Gettatelo, diceva il re, nelle tenebre esteriori, ove vi sarà lacrime e stridor di denti, poiché « molti sono i chiamati, e pochi gli eletti ». Uno solo è escluso; anche qui è adunque il piccolo numero che è riprovato. Ed è perciò, conclude il dotto Bergier, che se le parabole del Vangelo possono essere ammesse come argomenti di prova, noi dobbiamo credere che sarà il gran numero e non il piccolo che andrà salvo. Gesù Cristo paragona la separazione dei buoni e dei cattivi, nel giudizio finale, al buon grano separato dalla zizzania: ora in un campo, coltivato con cura, la zizzania non è certamente tanto abbondante quanto il buon frumento. La paragona ancora alla scelta che si fa tra i buoni ed i cattivi pesci; ora egli è mai possibile che il pescatore tragga nella sua rete un numero di pesci cattivi maggiore che non i buoni? Delle dieci vergini invitate alle nozze, cinque sono ammesse ad entrare con lo sposo. Nelle parabole dei talenti, due servitori sono ricompensati, uno solo è punito ». E non altrimenti opina il dotto e profondo Suarez, il quale commentando la sullodata evangelica sentenza così scriveva: « Se noi prendiamo il nome dei Cristiani in senso generale, in quanto che comprende tutti coloro che hanno l’onore di portare il nome di Gesù Cristo e fanno professione di credere in Lui, e quindi eretici, apostati, scismatici, protestanti etc, non neghiamo che in questo senso si possa sostenere come probabile l’opinione di coloro che ammettono che il più gran numero sarà riprovato; ed è così che mi spiego l’opinione più severa. Poiché, siccome vi sono sempre stati molti eretici ed apostati, è chiaro che essi saranno molto più numerosi di quelli che muoiono bene, tanto più poi se noi contiamo con essi i fedeli che muoiono male. Ma se per Cristiani noi intendiamo soltanto quelli che muoiono nella Chiesa Cattolica, mi pare più probabile l’ammettere, sotto la legge di grazia, che il più gran numero sia salvo. Ed infatti non v’ha nessun dubbio per coloro che muoiono prima di essere adulti, che essi son salvi pel fatto stesso di essere stati battezzati; in quanto agli adulti, anche supposto che per la maggior parte abbiano peccato mortalmente, nondimeno il più sovente si rialzano dalle loro colpe… e ve n’ha ben pochi che non siano disposti ad una buona morte per mezzo dei Sacramenti, e che non detestino i loro peccati almeno con un atto di attrizione ». Così il dotto commentatore di S. Tommaso; e questa distinzione fa scomparire ogni difficoltà nell’interpretazione dei sacri testi. Vi sono adunque molti chiamati, poiché è di fede che Dio vuole la salute di tutti gli uomini; vi saranno pochi eletti, se si considera la totalità del genere umano ed il grande numero di coloro che non appartengono alla religione cattolica.

II.

Del resto la tesi del più gran numero degli eletti, parlando dei Cattolici, non è forse quella che è più in armonia con la bontà e con la misericordia infinita di Dio, più propria a dilatare i cuori, a rialzare gli animi, a condizione però che uno non se ne autorizzi per commettere il peccato, cosa che necessariamente attirerebbe sul suo capo la collera e la maledizione del Cielo? Quindi, quand’anco la morte li avesse sorpresi improvvisamente, senza lasciar loro il tempo di ricevere i Sacramenti di santa Madre Chiesa, non desoliamoci e tanto meno disperiamo. Ricordiamoci che la misericordia di Dio è infinita. Chi ci dice che un buon pensiero, un sentimento di contrizione perfetta non abbiano trovato posto tra la loro ultima parola ed il loro ultimo sospiro? Chi conosce tutti i segreti della misericordia d’un Dio che « vuole la salute di tutti gli uomini… che non vuole la morte del peccatore, ma la sua conversione? » Non ha detto il Signore per mezzo d’Isaia: « Può dessa una madre dimenticare il suo figlio? Ebbene, quand’anco ella il dimenticasse, io non vi dimenticherò mai; io vi porto scritti nelle mie mani ». – Chi mai potrà dirci quello che avverrà nell’anima del morente alla vista dell’eternità che comincia, ed al pensiero di doversi presentare al tribunale dell’eterno Giudice, nelle mani del quale terribile cosa è il cadere? E là, ove l’occhio umano non vede, in certe morti specialmente, che un tratto di giustizia, chissà che invece non abbiano luogo segreti misteri di misericordia e miracoli di grazia? Alla luce di un ultimo raggio, Iddio si manifesta a certe anime, la cui più grande disgrazia fu quella di ignorarlo, e l’ultimo sospiro, compreso da Colui che scruta i cuori, può essere un gemito implorante il perdono. Non dimentichiamolo: un’ora, un minuto secondo basta a Dio per rischiarare una mente ottenebrata, per commuovere un cuore indurito nel peccato. In quell’attimo stesso, in cui più nessuna voce umana arriva a farsi capire dal moribondo, la voce di Dio lo penetra e lo convince. Chi è mai così ardito da mettere limiti alla misericordia infinita d’un Dio morto per noi?… Autorevoli teologi pensano che all’ora della morte Iddio largisce ai peccatori grazie particolari e straordinarie per eccitarli al pentimento, prima di comparire al suo tribunale; e tutti sanno che un atto di contrizione perfetta basta per cancellare i peccati di tutta una vita, ed assicurare la salute eterna. Ora sotto l’influenza di queste grazie straordinarie e dei lumi che procura all’anima l’avvicinarsi della morte, l’atto di contrizione diventa facile, e per produrlo non occorre che un istante, una parola, un « Perdono, Dio mio », anzi meno ancora, una semplice ispirazione del cuore verso Colui che si è offeso. Ed oh! potenza della misericordia di Dio , quell’anima che umanamente parlando si sarebbe detta per sempre perduta, eccola riconciliata d’un tratto col suo Giudice supremo e salva per tutta l’eternità.  « È un miracolo, esclama qui il P. Faber, è vero, ma un miracolo è facile a Colui che non aspetta che un gemito del cuore umano per perdonare e cangiare un ladro in un eletto… Verrà un giorno in cui noi conosceremo tutte queste ineffabili meraviglie della misericordia divina; non desistiamo intanto d’implorarla con illimitata confidenza ». Sì, lo so che sarebbe una presunzione colpevole quella di aspettarci questi miracoli della grazia, ma Colui che proibisce di pretenderli, si compiace qualche volta di farli. Giacobbe piangeva amaramente la morte del suo diletto Giuseppe, egli credeva che una belva feroce l’avesse divorato; e Giuseppe respirava ancora; languiva in una dura prigionia, ed intanto il Signore gli preparava una sorte gloriosa. Similmente quell’anima che noi crediamo colpita di morte eterna è forse un’anima predestinata; ella languisce nel Purgatorio e Dio le riserba un posto in Cielo. Mio Dio! voi ci proibite dunque di disperare della salvezza dei più grandi peccatori! Così è: perciò non escludiamo nessuno dai nostri suffragi privati, neppure gli scismatici, gli eretici, poiché chi mai ci potrà assicurare che Dio non abbia pure tra di essi dei servitori fedeli, non riconosciuti come Cattolici e non appartenenti alla Chiesa visibile, ma che pur nondimeno di cuore e di spirito sono suoi figli? In tutt’i casi è cosa certa che Iddio non condannerà alcuno a causa d’una ignoranza, di cui egli non ha colpa; poiché « Dio ama tutte le anime » anche quelle appartenenti a sette avverse al Cattolicismo, e si prende cura della salute di tutte. Non è Egli il loro Creatore ed il loro Padre? Il suo divino Figlio non è forse morto in sulla croce per salvare tutti gli uomini? « Dio vuole che tutti gli uomini si salvino e pervengono alla cognizione della verità ». Chi ci potrà pertanto dire ciò che si passa nel cuore di certi uomini, anche separati, soprattutto in punto di morte? Non è forse Iddio onnipotente e nello stesso tempo e infinitamente misericordioso? e se una anima posta in tali condizioni, un peccatore ostinato nel delitto anche fino a quel momento supremo, implorano il suo perdono con sincerità, possiamo noi credere che il Signore rigetti la loro preghiera? No, Egli non respinge punto un cuore contrito ed umiliato. Queste anime non andranno forse subito al possesso del regno eterno, ma non andranno neppure perdute; e questo è quanto ci deve stare maggiormente a cuore. Si ascolti a questo proposito quanto ci dice ancora il dotto e pio P. Faber: « La nostra ignoranza riguardo a ciò che ha luogo nelle anime in punto di morte ci rende inaccessibile la più larga parte della vita umana, poiché la vita non si misura solo col tempo materiale. Il mondo con tutti i suoi spettacoli e i suoi clamori lascia a Dio poco posto nel cuore degli uomini; ma l’ora della morte è lunga, e Dio vi trova il suo posto. Essa cambia i minuti in anni, e moltiplica l’attività dello spirito nel momento in cui sta per abbandonare il corpo. È un’ora di verità, e un’ora di verità è più lunga d’un secolo di menzogna. Il Cielo allora si avvicina non solo per giudicare, ma eziandio per soccorrere… Il tempo dell’agonia può supplire a parecchie vite. Poco noi sappiamo di ciò che allora succede. Gli occhi spenti, il volto senza espressione e contratto dal dolore, la bocca senza parole, sono altrettanti veli che ci nascondono questo estremo abboccamento in terra del Creatore con la sua creatura. Ma l’osservazione e la psicologia concorrono per insegnarci che allora si operano grandi cose e di una natura più intellettuale di quanto potremmo immaginare… Oh! come si moltiplicano le magnificenze dell’amor di Dio attorno al letto dei moribondi! Cento volte più di quello che vediamo, cento volte più di quello che pensiamo! Confesso che qui camminiamo sopra un suolo sconosciuto, ma giacché in quel punto supremo la misericordia di Dio è così necessaria… io proclamo che questa regione sconosciuta del letto dei moribondi è il puro dominio della misericordia di Dio. Quest’ultima ora può spiegare molte salvezze inesplicabili».

III.

E qui potremmo porre fine al nostro dire, se non credessimo conveniente, per maggiormente raffermarci in questa consolante dottrina, citare alcune rivelazioni, che troviamo narrate negli scritti di anime sante. E prima ci si presenta S. Gertrude, la quale così scrive: « Riflettendo un giorno nel mio cuore sopra questo punto che molti cristiani all’ ora della loro morte sembrano pentirsi piuttosto pel timore dei divini castighi che non per un sentimento d’amore per Dio, ed avendo d’altra parte io inteso dire che non si può essere salvi senza un principio d’amor di Dio, bastante per produrre il pentimento ed il distacco dal peccato, Nostro Signore mi fece intendere queste parole: Allorquando vedrò in agonia quelli che si saranno ricordati di me con piacere e che avranno fatto qualche opera degna di ricompensa, Io comparirò loro al punto della morte con un viso così pieno d’amore e di misericordia, che si pentiranno dall’intimo del loro cuore d’avermi offeso durante la loro vita, e si salveranno con quest’atto di pentimento. Io vorrei pertanto che i miei eletti sapessero riconoscere questa misericordia, e che fra i numerosi benefìci che ricevono da me, mi ringraziassero anche di questo ». – Si legge pure nella vita di questa stessa Santa che avendo lungamente pregato per un’anima che le era stata raccomandata, e della cui eterna salute si aveva ragione d’essere molto inquieti, Nostro Signore le apparve e le disse: «Per amor tuo, o Gertrude, io voglio aver pietà di quest’anima e di un milione d’altre ancora. La mia luce divina che penetra l’avvenire, avendomi fatto conoscere che tu avresti pregato per quest’anima, in vista di queste preghiere future, allorquando si trovò in agonia, la favorii di sante disposizioni per procurarle una buona morte e prepararla a godere dei frutti della tua carità. Quest’anima è salva, e, se tu il vuoi, io le perdonerò tutte le sue colpe, e la libererò da ogni sorta di pene ». – Nella vita di S. Brigida troviamo rivelazioni non meno consolanti. Mentre un giorno questa santa pregava per un grande peccatore, che era infermo, il divin Maestro le fece intendere queste parole: « Colui che è ora ammalato e pel quale tu preghi, fu molto vile a mio riguardo: tutta la sua vita fu contraria alla mia. Ma tu fagli dire che se ha volontà di correggersi, nel caso che guarisse, Io lo salverò e gli darò la mia gloria ». Alcuni giorni dopo la Santa vide l’anima di questo peccatore lasciar la terra, e, libera dall’inferno, rendersi in Purgatorio ». – Un’altra fiata così Gesù parlò a S. Brigida: « Io sono così misericordioso che se mi fosse possibile soffrire di nuovo il supplizio della croce, lo rinnoverei per ogni peccatore in particolare ». Nella vita del B. Curato d’Ars si racconta che venne un giorno a trovarlo una signora, il marito della quale era stato sorpreso da una morte improvvisa, senza che avesse avuto tempo di riprendere cognizione. Disgraziatamente costui aveva tenuto una condotta poco edificante, per cui la povera moglie, desolata e disperata, molto temeva per la sua eterna salute. « Rassicuratevi, le disse il santo sacerdote dopo un breve raccoglimento, in virtù delle preghiere che voi avete fatte per la conversione di vostro marito, e di quelle che avreste fatte per l’anima sua dopo la morte, Iddio gli usò misericordia e gli diede il tempo di pentirsi. Ora egli è salvo, ma sta molto addentro nel Purgatorio, pregate per lui ». – Leggiamo nella vita del P. Ravignan che il generale Excelmans aveva perduto improvvisamente la vita in seguito ad una caduta da cavallo. Disgraziatamente egli non praticava la religione; aveva però promesso che un giorno si sarebbe confessato; ma non ne aveva avuto il tempo. Il P. Ravignan che da molto tempo pregava e faceva pregare per lui, rimase nella costernazione quando venne a conoscere una tale morte. Ora, il giorno stesso, una persona favorita di comunicazioni celesti, credette intendere una voce interna che le diceva: « Chi dunque conosce la grandezza della mia misericordia? Chi può sapere la profondità del mare, e la quantità d’acqua che racchiude? Molto sarà perdonato a certe anime che hanno molto ignorato! » — Ed ecco perché il santo gesuita era di parere che ai dì nostri, nei quali pure tante anime ingolfate nei pregiudizi si tengono lontane da ogni pratica di religione, molte se ne salvano per intervento diretto della divina misericordia, la quale non di rado agisce su loro negli ultimi momenti della vita. È vero che in questo caso l’anima deve purificarsi dalle sue colpe con un lungo e duro Purgatorio, ma che importa quando l’eternità è assicurata? Anche se le pene di quelle poverette venissero prolungate fino alla fine de’ secoli, oh! Non se ne lamenterebbero certo. Anzi gioirebbero in cuor loro, non altrimenti che quel condannato a morte, il quale venisse a sapere essergli stata commutata la pena capitale a pochi anni di prigionia. Consolanti sono al certo queste rivelazioni dei Santi, ma sono per noi più consolanti ancora, quando ci facciamo a riflettere che non solo non sono contrarie allo spirito della Chiesa, ma sono invece al tutto consone a quanto ella ne pensa. Se infatti questa buona Madre sa che ha ricevuto da Dio il potere di dichiarare santi, cioè salvi, alcuni suoi veri amici, sa pure che non le è dato il conoscere quali siano i suoi nemici definitivi. Dio è un buon padre, troppo facilmente lo si dimentica; e non dà a nessun uomo, neppure alla Chiesa Cattolica, sua sposa inspirata, di conoscere il disonore e l’onta eterna dei suoi figli, e ciò appunto perché noi di tutti possiamo sperare quaggiù senza eccezione di sorta. – Ed ecco perché questa Chiesa, ad eccezione di Giuda l’Iscariota, non si è mai pronunziata sulla sorte eterna di alcun altro uomo col dire: Costui è un riprovato! Qualunque sia lo stato di delitto, d’eresia, d’incredulità, d’infamia, di bestemmia, in cui uno muoia sotto i nostri stessi occhi, giammai la Chiesa dice o può dire: Questo uomo è un riprovato. Essa piuttosto dice: Io ignoro il giudizio di Dio; di modo che la

Chiesa cattolica non ha mai condannato un solo uomo. Chi non conosce la risposta che S. Francesco di Sales dava a colui che gli domandava se Lutero fosse dannato? « Noi non lo sappiamo! » Né altrimenti può rispondere un Cattolico. Così, si prenda pure l’empio più notorio , il più grande nemico della Chiesa, e si domandi a questa Chiesa: Quest’uomo è desso un riprovato? Ed ella risponderà sempre: Io non lo so! Si cerchi pure di trovare un sol prete che ci affermi che Voltaire è dannato: molti potranno rispondere: Io lo suppongo: ma non un solo ci dirà: In nome della fede cattolica io l’affermo. – Eravi a Roma un santo sacerdote che passava per taumaturgo. Uno scellerato, condannato a morte per i suoi delitti, aveva rifiutato tutti i conforti religiosi e non cessava di bestemmiare. Durante tre giorni, il Santo, come lo chiamava il popolo, gli si mise a lato, non omettendo nessuna delle risorse che gli dettava il suo zelo e scongiurandolo a non volere morire nell’impenitenza finale. Ma tutto è inutile. Il condannato sale sul palco, il sacerdote gli tien dietro, lo prega, lo scongiura con le lagrime agli occhi; ma è ancora respinto. «Popolo, grida egli allora rivolto agli astanti, tu sei testimonio della morte d’ un riprovato! » Ma ecco qual fu l’effetto di questa parola. Quarant’anni dopo si aprì il processo per la canonizzazione di questo venerando sacerdote: i miracoli erano constatati ma il promotore della fede oppose ai miracoli la parola pronunziata sul palco di quello scellerato impenitente, e la canonizzazione non ebbe luogo. Non era quella la parola d’un santo!…

* *

Si consolino adunque e sperino tutte quante le anime afflitte che hanno perduto i loro cari e sono dubbiose sulla loro sorte eterna. Confidino nel Signore Gesù, così pieno di tenerezza e di misericordia, quale non si può immaginare in sulla terra. Che altro fu la sua vita, se non un atto continuo di bontà e di amore infinito per tutte le miserie dell’umanità? « Venite a me, voi tutti che soffrite e siete afflitti ed Io vi consolerò, dice Egli a tutti ». Ora la perdita di una persona cara ed il pensiero di non poterla rivedere mai più non è forse una delle più grandi afflizioni per un’anima credente? Andiamo quindi con fiducia a lui, e cerchiamo con le nostre preghiere di commuovere il suo cuore, sulla sorte di chi noi piangiamo, per quanto poco rassicurante ci possa sembrare la sua fine. E per sostenerci nella nostra speranza ricordiamo sempre che nessun limite, nessuna impossibilità è posta quaggiù tra la grazia e l’anima, finché le resta un soffio di vita. E chi ci potrà mai dire, ripeto, quanto attivo e pronto non sia l’intervento di questa grazia, e farci comprendere quanto efficace non sia la cooperazione da parte dell’anima che Dio vuol salvare? Non ci dicono forse i padri della vita spirituale che basta un attimo per ricevere questa grazia e cooperare al suo onnipotente e salutare soccorso?… Non disperiamo quindi dell’eterna salvezza di nessuno, e, senza voler scrutare gli imperscrutabili disegni della giustizia di Dio, facciamoci sempre un dolce dovere di raccomandare tutte le anime dei trapassati alla sua infinita misericordia.

ESEMPIO: La Madre di Ermanno Coen

Quante anime non giudichiamo noi forse irreparabilmente perdute, ed invece conosceremo noi salve nel giorno del giudizio finale, e salve per intercessione di Maria? Pensando alla grande bontà e potenza di questa Madre Don dobbiamo mai disperare della sorte eterna dei nostri cari defunti. Ed una prova eloquente di ciò ce la fornisce la vita del P. Ermanno Coen, il celebre ebreo convertito per opera della Vergine SS. — Uno dei più grandi dispiaceri di questo convertito era il vedere la resistenza e l’ostinazione che la sua diletta genitrice opponeva a tutte le sue istanze e preghiere, affinché lasciasse il giudaismo e si convertisse alla Religione Cattolica. Avendo appreso che ella era morta senza dare alcun seguo esterno di pentimento, senza avere ricevuto il Battesimo, ne rimase cosi addolorato, che non poteva darsi pace. Ne scrisse per consolarsi al B. Curato d’Ars, il quale gli rispose: « Abbiate fiducia, voi riceverete un giorno e precisamente nella festa dell’Immacolata Concezione una lettera che sarà per voi causa di una grande consolazione». Queste parole erano già state da lui quasi dimenticate, quando 1′ 8 Dicembre 1850, sei anni dopo la morte della madre sua, riceveva la seguente lettera, che gli veniva indirizzata da una religiosa di Londra, persona a lui totalmente sconosciuta. Costei, dopo avergli parlato di una comunicazione avuta da Gesù dopo la Comunione, così continuava: « Il buon Gesù, per farvi conoscere quello che avvenne al momento della morte di vostra madre m’illuminò di un raggio di luce divina e mi fece comprendere, o meglio mi fece vedere in Lui ciò che io mi sforzerò di narrarvi. Essendo vostra madre sul punto di rendere l’ultimo respiro, quando già sembrava priva di conoscenza e quasi fuor di vita, Maria SS. si presentò innanzi al suo divin Figlio ,, e prostrandosi ai suoi piedi gli disse : « Grazia, misericordia, Figlio mio, per quest’anima che sta per morire. Ancora un istante, e poi sarà perduta, perduta per tutta l’eternità. Deh! fate, ve ne supplico, per la madre del mio servitore Ermanno, quello che Voi vorreste che egli facesse per la vostra, se ella fosse al suo posto, e se Voi foste al suo. L’anima della madre sua è il suo più caro tesoro, me l’ha consacrata migliaia di volte, l’ha affidata alla sollecitudine e tenerezza del mio cuore. Come potrò io soffrire che ella perisca? No, no, quest’anima m’appartiene; io la voglio, la reclamo come mia eredità, come prezzo del vostro sangue e dei miei dolori a piè della croce ». La divina supplicante non aveva ancora finito di parlare, che una grazia forte, potente eruppe dalla sorgente di tutte le grazie, dal Cuore adorabile del nostro Gesù, e venne ad illuminare l’anima della povera moribonda e trionfare istantaneamente della sua ostinata resistenza. Quest’anima si volse immediatamente con amorosa confidenza verso Colui, la cui misericordia la perseguitava fino tra le braccia della morte, e gli disse: « O Gesù, Dio dei Cristiani, Dio che adora mio figlio, io credo, io spero in Voi, abbiate pietà di me ». In questo grido che Dio solo intese e che partiva dall’intimo del cuore della morente, eranvi rinchiusi il pentimento sincero della sua ostinazione e delle sue colpe, il desiderio del Battesimo e la volontà di riceverlo e di vivere secondo le regole ed i precetti della nostra santa Religione, se ella avesse riacquistata la salute. Questo slancio di fede e di speranza in Gesù fu l’ultimo sentimento di queill’anima: nel momento istesso in cui lo faceva salire verso il trono della divina misericordia, i deboli legami che ancora la tenevano avvinta alla sua spoglia mortale si ruppero ed ella cadeva ai piedi di Colui che era stato suo Salvatore prima di essere suo giudice. — Dopo avermi fatto conoscere tutte queste cose, Gesù aggiunse: « Dì al P. Ermanno che questa è appunto una consolazione che io voglio accordare ai suoi lunghi dolori, affinché benedica e faccia benedire ovunque la bontà del Cuore di mia Madre e la sua potenza sul mio ». – Che cosa conchiudere da ciò? Che bisogna pregare anche per i defunti, la cui vita anteriore ed anche gli ultimi istanti c’ispirassero serie inquietudini per quanto riguarda la loro sorte eterna. – Ma non bisogna però contare su tali miracoli di misericordia divina per vivere nell’indifferenza, in riguardo al grande affare della nostra santificazione, durante il tempo in cui Iddio ci largisce forza e salute: sarebbe questo un tentarlo, un esporci a morire in uno stato che ci condurrebbe direttamente all’eterna dannazione. Prendiamo adunque le nostre precauzioni, mentre siamo ancora in tempo, e riflettiamo sovente a quella grande massima dei Santi che Colui che ci creò senza il nostro concorso, non ci salverà in via ordinaria senza la nostra cooperazione.

NOTA ESPLICATIVA

« Molti sono i chiamati, pochi gli eletti ».

Non possiamo nasconderci che la sentenza finale delle due parabole citate nel trattenimento precedente: la parabola cioè degli operai evangelici mandati ad ore diverse a lavorare nella vigna e ricompensati allo stesso modo e l’altra degli invitati nuziali non dia a prima vista molto a riflettere. Quindi, quantunque già ne abbiamo detto alcunché nel corso del trattenimento, tuttavia non crediamo fuor di luogo, trattandosi di materia tanto importante ed atta ad ingenerare nelle anime timide e scrupolose eccessivi timori sulla sorte della loro eterna salute, ritornarvi brevemente sopra. Tanto più che non mancano autori antichi e moderni, ed anche di grande autorità, che si schierano apertamente in favore del senso letterale di detta sentenza, e sostengono che « la dottrina in essa contenuta possa e debba essere la dottrina della Chiesa, perché fondata sulla S. Scrittura» (Foggini). Chi non conosce, per limitarci ad un esempio, i celebri discorsi del P. Bridayne e di Mons. Massillon, i quali vogliono dal nostro testo provare « que les elùs, comparés au reste des hommes ne forment qu’un un petit troupeau, qui échappe presque à la vue?». È noto però ora, come di questa verità di ordine storico siasi abusato, applicandone il senso ad un falso supposto, di ordine dogmatico. Cioè: anche dei fedeli maggiore sarà il numero dei reprobi, che non quello degli eletti. Invece da quanto abbiamo detto appare che noi ci troviamo di fronte a verità d’ordine ben diverso. Per conseguenza è solo per accomodazione che esurge per molti il senso favorevole alla tesi del piccolo numero degli eletti. Ora è legge ermeneutica dell’accomodazione, secondo il chiarissimo Cornely « che non è mai lecito obbligare gli altri ad accettare per vera e genuina sentenza dello Spirito Santo, quel senso che per accomodazione che noi attribuiamo alle parole della S. Scrittura; perciò nella dimostrazione e conferma dei dogmi non v’ha luogo alla accomodazione ». – Però, per sempre più convincerci della verità di quanto andiamo dicendo, ci piace riferire qui brevemente quanto intorno a queste due parabole del Vangelo di S. Matteo scrisse poco fa un moderno autore: «Per quanto spetta alla prima parabola il testo ed il contesto ci dicono che la dottrina di Gesù versava intorno alla distribuzione delle grazie celesti, ed in specie, che la misura della mercede nel regno di Cristo dipende non unicamente dalla grandezza, dalla fatica e dalla durata del lavoro o del valore esterno d’ogni singola opera, ma anzitutto ed in primo luogo dalla libera volontà e benevolenza del Gran Padre di famiglia, che in questo regno distribuisce a ciascuno le sue grazie. Certamente il Signore darà a ciascuno secondo le sue opere, osservando la più rigorosa giustizia riguardo a tutti; però il criterio decisivo di una mercede maggiore o minore non è la grandezza esterna e farisaica dell’opera in s’è, ma la grazia interna colla cooperazione da parte dell’uomo. Ora la misura di questa grazia dipende unicamente dalla libera benevolenza di Dio. Per questo anche nella parabola vien messa in evidenza tutta speciale la libera volontà del padre di famiglia per rapporto agli ultimi venuti. In tempo cioè relativamente molto breve, potranno taluni nel regno dei cieli acquistarsi meriti grandi quanto altri in lunghi anni, perché la grazia di Dio, che è un dono gratuito della sua misericordia, verrà loro comunicata in una misura molto più generosa. Ecco come e perché avverrà che « gli ultimi saranno primi, ed i primi ultimi ». Ora, se con questa idea principale della parabola mettiamo in relazione le parole finali del comma, è chiaro che il senso non può essere che questo: molti sono chiamati al grado ordinario di grazie, con le quali cooperando del loro meglio, meriteranno un dì il compenso dovuto in cielo, ma pochi invece sono i privilegiati, gli eletti a gradi speciali e straordinari di grazie, con le quali « stagionati in breve tempo, compiranno una lunga carriera» (Sap. IV. 13). – « Anche la seconda parabola termina con le parole : « molti sono i chiamati, e pochi gli eletti » e qui pure devesi per conseguenza elucidare il comma in rapporto con l’idea fondamentale della similitudine, tanto più che a questa si connette con un « poiché – enim » conclusivo. Qui la dottrina di Gesù comprende due punti: la riprovazione de’ primi ospiti ed i requisiti necessari a quelli che di fatto prendono parte al festino. Se noi riferiamo ora la sentenza a questa seconda parte, cui parrebbe anche riferirsi realmente in vista dal nesso esterno che a questa la lega, si avrebbe questo senso: anche nel popolo della nuova alleanza, che per divina disposizione sottentrò nel regno del Messia al popolo d’Israele, sono molti bensì i chiamati, ma solo pochi saranno ammessi di fatto nel vero ed eterno possesso del regno. Ma questa conclusione, come è facile a vedersi, non si accorda in nessun modo con la parabola; perché pur tacendo della circostanza, che tra gli ospiti che riempirono la sala del convito, uno solo fu trovato senza l’abito nuziale, certamente ripugnerebbe all’idea espressa dalla parabola l’ammettere che degli ultimi invitati anche solamente pochi abbiano in definitiva adempiuto alla condizione necessaria e conservato il loro posto al banchetto. La sentenza di Gesù dice perciò relazione, non con questo secondo punto della parabola, ma col primo, dove si pronuncia la riprovazione del popolo giudaico, e si contiene anche l’idea prima e fondamentale della similitudine. E in realtà essa si applica molto bene al popolo d’Israele, perché in questa breve sentenza si compendia e racchiude tutta quanta la parabola, che doveva precisamente annunziare al popolo ed ai sacerdoti il decreto della divina giustizia contro la loro incredulità. « Molti sono i chiamati ma pochi gli eletti » cioè di tutta la grande massa del popolo israelitico, che nella sua totalità fu invitata alle nozze del Messia, solamente pochi perverranno di fatto al regno. Ciò che i profeti avevano predetto, ciò che l’Apostolo scrive ai Romani trova qui pure la sua piena riconferma; la grande maggioranza del popolo finirà per perdersi, solo una piccola parte d’Israele perverrà di fatto alla salute ». Così l’illustre autore Paste (Lezioni Scritturali) il quale così parlando non fa che esprimere la dottrina più comune ed accettata nella Chiesa e nello stesso tempo più soave e consolante pei Cristiani.